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Un monte che, in questa stagione, ricorda anacronisticamente il mare d’inverno. Solo che, al posto dell’acqua, della salsedine e dei flutti, ci sono fiori e distese erbose.

Sulla sinistra della strada tortuosa che da San’Anatolia di Narco conduce a Monteleone di Spoleto, una volta oltrepassato il pittoresco borgo di Gavelli, si apre una vecchia mulattiera che si inerpica a zig-zag lungo il Monte Coscerno. Un segnavia del CAI  – pressoché l’unico che incontrerete lungo tutto il percorso – indica come di consueto i tempi di percorrenza per quella che è la vostra meta, la Forca della Spina.

      

Ma, nel caso non foste pratici di sentieri e di trekking, vi basterà seguire quella viuzza sterrata che attacca il versante del Coscerno a circa 1100 metri di altitudine e proseguire a fianco di un vecchio recinto spinato intervallato da scale di legno fradicio. Un tempo queste, presumibilmente, permettevano di scavalcare la recinzione senza pericoli, mentre ora si appoggiano, sbilenche e fragili, alla debole struttura di contenimento.
Un cartellone scolorito al punto da essere diventato bianco e con poche lettere ancora distinguibili, data l’intervento di finanziamento al 1987. In effetti, più andrete avanti più scoprirete come lo stato in cui versano gli steccati e la debole traccia del sentiero – conservata soprattutto dal passaggio degli animali da pascolo – rivelino la scarsa frequentazione, da parte dell’uomo, di questo monte ricco di prati.

Una vasta distesa di abeti si apre, dopo non molto, sulla destra. La regolarità degli alberi rivela un’origine artificiale, anche se ormai cancellata dalla fitta vegetazione che impedisce addirittura di vedere il cielo all’orizzonte. Un senso di pace, nonché un silenzio abissale invadono le orecchie, presto sostituiti dal battiti accelerati del cuore, messo sotto sforzo dalla successiva e repentina salita.
Ma, come accade spesso in montagna, il panorama ripaga la fatica. Alle nostre spalle, numerosi massicci, resi un’unica, imponente catena dalla prospettiva distorta, spuntano dalla foschia di condizioni atmosferiche inclementi. Il più lontano, il Terminillo, veste ancora il bianco delle nevi invernali.

Davanti a noi, invece, si apre una foresta caduca spazzata dal vento. I tronchi nodosi, piegati e avvinghiati come tentacoli dell’orrore, rivelano le loro forme bizzarre e contorte grazie alla pulizia operata dalla stagione fredda appena trascorsa: presto torneranno a essere nascosti dalle verdi foglie e dal rigoglioso sottobosco.

       

Già fanno capolino le viole del pensiero, gialle e viola che, dal limitare di questa macchia chinatasi al vento si estendono a perdita d’occhio, tappezzando questi vasti prati d’altura.

  

Il cielo grigio acciaio, l’erba secca, lo steccato scolorito e la foresta rossiccia sembrano aver desaturato la scena, conferendole – anacronisticamente e inaspettatamente – i colori del mare d’inverno.

       

La presenza umana è ora tradita da un fuoristrada che si avvicina a sobbalzi. Non credo possa stare qui, a calpestare questi magnifici rigurgiti di natura montana, ma l’uomo non sembra preoccuparsene: ci chiede se abbiamo visto dei cavalli. Di deiezioni equine e bovine, in effetti, ne abbiamo viste tante, ma di quadrupedi nemmeno l’ombra. Forse è questo vento freddo che pettina i prati ad averli spinti al riparo.

 

Procediamo ancora. S’intravedono le antenne in lontananza, come alla fine di un gioco di specchi. La cresta piatta del Coscerno è talmente vasta da creare tanti altopiani in successione, come piccole piste di decollo elicotteri.

Le violette fanno spazio alle pervinche e ai crochi, come a tante specie variopinte di cui ignoro il nome, ma che appagano la vista per la loro elegante architettura e per la loro tenace ostinazione a crescere in luogo di così soggiogante asperità.

 

 

 

Qualche saliscendi e poi, morbidamente, un avvallamento ripieno d’acqua. La pozza, senza dubbio stagionale, si estende immota a limitare della foresta china. Lo sarà ancora per poco: sul fondo si estendono lunghissime matasse gelatinose che, dopo un primo momento di smarrimento, risultano piene di uova. Il centro del laghetto si increspa rivelando la sagoma di un rospo, anticipazione di ciò che diventerà la gran parte di queste uova scure.

La foresta si risolve in una staccionata sbiancata dal sole che ci conduce alle antenne. È sempre difficile abituarsi a tanto ferro dopo che si è stati inghiottiti dalla natura, le cui proporzioni sono sempre dilatate: il cielo sembra schiacciarci, avvolgente come una cupola indaco, e i prati si aprono e si contraggono come il moto ondoso di un mare in tempesta. I fiori ci vorticano attorno come risacca.

  

Oltrepassate le arrugginite costruzioni umane, il versante rovina quasi a strapiombo, vellutato dai ciuffi d’erba che, come ingannevoli cuscini, sembrano rassicurarci con la morbidezza di un’eventuale caduta.

Adagio, costeggiamo la cima e torniamo indietro a mezza costa, le antenne nascoste alla vista, scoprendo infine il sostegno roccioso del Monte Coscerno, le sue asperità, la sua lunga storia.

       


Sentiero: poco oltre Gavelli, in corrispondenza degli abbeveratoi, inizia la mulattiera che risale il Monte.
Durata: 4h 30 con pause.
Dislivello: 600 metri.
Difficoltà: medio-bassa, classificata come E.
Suggerimenti: portarsi una giacca antivento e almeno un cambio.

Foto dell’autrice.

«Pulchra sabina Preces Prisca chirurgis patria» (Preci, il bel castello sabino, antica patria dei chirurghi).

Così esordisce nel Subsidium medicinae Durante Scacchi, capostipite e antesignano della secolare scuola chirurgica preciana.

Un passato controverso quello castoriano, che riecheggia tra le pievi e i santuari di una valle dal fascino arcano; terra di eremiti, percorsa dall’energia primordiale dei Monti Sibillini che, nel culto dei dioscuri Castore e Polluce – patroni della medicina classica – cela echi di gloriose vestigia pagane. È lecito chiedersi il perché, nel cuore della Valnerina, sorse una tradizione chirurgia senza eguali in Europa: basti pensare che nel 1700 Durante Scacchi liberò dal tormento della cataratta sua maestà Elisabetta I, regina di Inghilterra.

La scuola preciana

Tuttavia attribuire alla genesi della scuola preciana all’evangelizzazione anacoretica operata dagli eremiti siriani in Valnerina equivarrebbe a collocare le origini della tecnica chirurgica in un contesto storico-antropologico troppo lontano nel tempo. Appare dunque logico ricollegare sviluppo e decadenza dalla scuola preciana all’ascesa, e parallelamente, al declino, della vicina Abbazia di Sant’Eutizio, roccaforte anacoretica in cui a veleggiare furono i vessilli di Benedetto da Norcia, patrono d’Europa.
Perché la tecnica chirurgica conobbe in Preci e nella Valle Castoriana un fertile terreno su cui svilupparsi? La risposta va individuata nel tessuto socio-antropologico del luogo e nella specializzazione dei preciani nella mattazione del maiale, da cui ne derivarono profonde competenze anatomiche, tradotte successivamente nell’asportazione di cisti e calcoli.

 

Museo della Scuola chirurgica di Preci

 

Eppure nel percorrere questo viaggio nella storia della chirurgia preciana occorre distinguere nettamente i due orientamenti in cui si articolava la celebre corporazione dei chirurghi: se da una parte campeggiava il pensiero empirico – che trovava supporto in chirurghi provetti che tornavano all’amata Preci dai borghi di tutta Europa in cui dispensavano la secolare sapienza umbra – dall’altra spiccano austeri profili di chirurghi di professione, figli dell’élite cittadina e dell’erudizione accademica. Particolare menzione, nella disputa tra gli empirici e i professionisti della chirurgia, merita una citazione del Durante Scacchi, sostenitore del pragmatismo scientifico e dell’applicazione tecnica: «La dottrina cederà alla dotta mano».

La nascita del ciarlatano

Ed è proprio all’interno di questo scenario socio-antropologico che la figura del chirurgo preciano entra inevitabilmente in collisione con uno dei personaggi più dibattuti ed enigmatici del suo tempo: il ciarlatano, da cerretano: abitante di Cerreto di Spoleto che la Treccani definisce letteralmente come colui il quale cavava sulla pubblica piazza i denti o vendeva rimedi che decantava miracolosi.
In seguito ai numerosi abusi empirici di chirurghi ambulanti, provenienti perlopiù dal contado di Cerreto di Spoleto, fu richiesta a coloro che esercitavano la professione la Patente di Mezza Chirurgia, vale a dire una rudimentale abilitazione che autorizzava chi ne era in possesso a procedere chirurgicamente sui pazienti.

 

Museo della Scuola chirurgica di Preci

Il chirurgo di Cerreto di Spoleto

La figura di Durante Scacchi, divenuto celebre per l’utilizzo del rasoio cauterizzatore, che limitava le emorragie, trovò in Baronio Vincenzo, illustre medico e chirurgo di Foligno nonché marito dell’aristocratica Delia Nobili da Cerreto di Spoleto, un degno successore. A Borgo Cerreto, crocevia di itinerari e viandanti, costui fece erigere un ambulatorio ospedaliero in cui esercitò per decenni la nobile professione di chirurgo e, successivamente, commissionò la realizzazione della Chiesa di Gesù e Maria, divenuta mausoleo della famiglia Vincenzi. Nella cripta del santuario sono state recuperate importanti testimonianze degli interventi effettuati dal Vincenzi: trattasi di crani che esibiscono tracce di perforazioni chirurgiche, praticate verosimilmente come esperimenti, uno dei quali mostra visibili segni di rimarginazione, comprovando l’ipotesi che il paziente sopravvisse a lungo grazie alla buona riuscita dell’intervento.

Il titolo di questo articolo, che è anche il nome del progetto presentato ieri alla stampa presso la Rocca Albornoziana di Spoleto, è emblematico dello spirito da cui il progetto trae ispirazione e degli obiettivi che intende perseguire.

La Rocca è l’emblema di Spoleto, una città che è un vero e proprio scrigno contenente infiniti tesori, sia nel cuore delle sue mura sia al di fuori delle stesse e addirittura oltre quella rocca, che da secoli si erge come baluardo e sua suggestiva sentinella. Alle spalle della fortezza voluta da papa Innocenzo VI e edificata sotto la guida del cardinale-condottiero Egidio Albornoz, ci ritroviamo infatti in quella che viene definita la Montagna spoletina, la dorsale che per circa 7000 ettari si estende fra la strada statale Flaminia e la Valle del Nera e che custodisce molteplici tesori naturalistici, storici e religiosi, visitabili attraverso sentieri suggestivi che meritano di essere conosciuti e valorizzati.

Dalla Rocca alla Roccia ha l’obiettivo di valorizzare, promuovere e riqualificare il forte legame fra Spoleto e la sua montagna proponendo percorsi che dalla Rocca – fulcro e cuore pulsante di tutto il progetto – si snodano sia verso il centro cittadino, sia verso quegli itinerari nel cuore della montagna.

Il progetto, vincitore del bando Por Fesr 2014-2020 Imprese culturali e creative, verrà realizzato dalla Rete Icaro, composta da tre aziende d’eccellenza umbre: Hyla Nature Experience (capofila del progetto), associazione attraverso la quale vengono organizzate iniziative esperienziali a contatto con la natura; Int.Geo.Mod. Srl, ex spin off dell’Università degli studi di Perugia che si occupa di attività di ricerca e sviluppo e formazione nell’ambito delle scienze della terra e di marketing territoriale e la Società Cooperativa Link 3C che ha sviluppato il Circuito Umbrex, piattaforma che attraverso servizi di marketing di prossimità, agevola gli operatori commerciali nelle compravendite, con la possibilità di utilizzare crediti commerciali nei pagamenti.

Nuove tecnologie a supporto del turismo

Dalla Rocca alla Roccia è stato riconosciuto idea innovativa perché ha saputo progettare una soluzione integrata di nuove tecnologie a supporto del turismo, fornendo una risposta completa alle diverse esigenze del potenziale turista: attraverso supporti innovativi sono state individuate soluzioni funzionali a favorire il turismo sostenibile e il miglioramento dell’accessibilità anche verso i disabili, tramite la creazione di esperienze immersive per il turista, la realizzazione di eventi, la realizzazione di percorsi verdi e reti di mobilità leggera. Saranno disponibili pacchetti dedicati alle famiglie e alle scuole, strumenti pensati per comunicare le bellezze del territorio ai più piccoli, eventi tematici di comunicazione ambientale e storica, di divulgazione scientifica, percorsi esperienziali e enogastronomici.

Il centro multimediale e la App di realtà aumentata

La Rocca diventerà un centro multimediale dove, attraverso totem touchscreen, sarà possibile avere informazioni multilingua sui principali siti di interesse del territorio. Qui si potranno noleggiare tablet che accompagneranno il turista attraverso il suo “viaggio”, il percorso che lui stesso sceglierà di intraprendere e nel quale sarà guidato dalla App di realtà aumentata che, tramite una tecnologia altamente innovativa, si attiverà automaticamente in prossimità dei siti di maggiore interesse individuati dal progetto, fornendo informazioni, contributi fotografici e video.

Rocca Albornoziana di Spoleto, foto di Enrico Mezzasoma

Pacchetti turistici e i circuiti di credito commerciale

Sarà possibile usufruire dell’accompagnamento da parte di guide escursionistiche ambientali alla scoperta di quei sentieri della Montagna spoletina di cui parlavamo: la Greenway, i Fontanili di Monte Fionchi, Monteluco, la rete escursionistica delle aree di pregio ambientale del Comune di Spoleto. Attraverso un’attività di coinvolgimento delle strutture ricettive del territorio, le escursioni saranno inserite in veri e propri pacchetti turistici che verranno proposti nel mercato complementare del Circuito Umbrex (regionale) e dei circuiti di credito commerciale presenti in altre undici regioni italiane, attraverso il portale www.viaggiareincrediti.it.

Il Laboratorio di Scienze della Terra

Altro attrattore protagonista dell’attività di promozione portata avanti dal progetto è il Laboratorio di Scienze della Terra, all’interno del quale verrà creata un’aula dotata di proiezioni panoramiche per uno spazio didattico immersivo grazie alle tecniche di video mapping. Qui sarà disponibile anche un bookshop per la vendita di libri/guide sul territorio e gadget ispirati al branding del progetto.

Servizi aggiuntivi

Il tutto verrà promosso attraverso il sito web www.dallaroccaallaroccia.it – attualmente in allestimento, ma che vi invitiamo a monitorare – che consentirà il costante reperimento di informazioni, la possibilità di prenotazione on line dei servizi offerti, i collegamenti con le strutture ricettive del territorio e l’accesso a un’edicola virtuale in cui sarà raccolto il materiale editoriale digitale disponibile (o realizzato ad hoc) su Spoleto e i suoi attrattori.

Insomma, un progetto ricco e ambizioso a cui auguriamo grande successo perché l’Umbria ha bisogno – e si merita! – progetti coraggiosi al servizio dell’immenso patrimonio naturalistico, culturale e artistico che questa regione è in grado di offrire. AboutUmbria lo seguirà da vicino e cercherà di contribuire alla sua divulgazione, certi che i nostri tanti lettori apprezzeranno un’iniziativa virtuosa a sostegno della nostra amata regione, di cui Spoleto è senz’altro uno dei più importanti fiori all’occhiello.

Lasciamo parlare i numeri: 150.000/180.000 fiori di Crocus Sativus coprono un campo immenso bellissimo e violetto, e da tutto quel campo si ricava solo un chilogrammo di zafferano.

L’oro rosso

Una quantità enorme di fiori per poco prodotto: ovviamente questo fa alzare il prezzo, come per il caviale, ma a differenza di quest’ultimo lo zafferano ha una storia millenaria che oscilla tra magia, salute, prestigio e cucina. È stato per secoli un prodotto di successo, tanto da guadagnarsi il soprannome di oro rosso. È stato un prodotto multitasking, usato come colorante per tingere i tessuti reali, ma anche come prezioso afrodisiaco e cosmetico per ravvivare le guance pallide.

In Italia la parola zafferano evoca subito il risotto alla milanese, mentre in Francia è un ingrediente della bouillabaisse (zuppa di pesce) e in Svezia è un elemento del Grande Amaro Svedese.

Tutti si servono dello zafferano. Infatti è molto richiesto e nel mondo se ne producono 180 tonnellate l’anno. Il 90% proviene dall’Iran. Quello in polvere è una delle spezie più soggette a frodi e adulterazioni. La polvere può essere mescolata con la curcuma o con la calendula, ma c’è chi non esita ad aggiungere minerali polverizzati o coloranti sintetici. Poi, come nelle antiche spezierie, c’è anche il rischio di acquistare un prodotto ormai vecchio e mal conservato.

prodotti tipici umbria
Fiori di zafferano essiccati

Lo Zafferano del ducato

Una volta arrivava da Oriente seguendo il percorso della Via delle Spezie, poi ha attecchito anche in Italia ed è stato coltivato in Abruzzo e nelle terre di Spoleto e di Terni.

Varie vicende storiche ed economiche l’avevano fatto sparire dal mercato interno, ma adesso è tornato alla grande. Noi italiani ne produciamo poco, ma coltiviamo la Ferrari dell’oro rosso. Per far fronte alle spese e alle difficoltà di coltivazione e raccolta, quaranta produttori umbri hanno trovato opportuno creare un’associazione dal nome evocativo di Zafferano del Ducato, a ricordo della sua presenza nel ducato di Spoleto. Uno dei soci, il signor Giuliano Sfascia, mi ha spiegato le caratteristiche che il prodotto deve avere per essere di prima qualità, e mi ha portato sul campo, dove ho visto in cosa consiste la grande fatica.

I fiori, i crochi, nascono da bulbi che sono messi nel terreno verso luglio, ma che non sopportano le coltivazioni intensive, hanno bisogno di spazio e di aria, crescono a mezza collina su terreni leggeri e ben drenati, di tipo sabbioso o limoso.

I 180.000 fiori, necessari per ottenere un chilo di zafferano, si possono raccogliere solo a mano, chinati sui crochi, di prima mattina, quando i fiori sono ancora chiusi. Ogni fiore ha solo tre stimmi rossi (antennine) portatrici della spezia, cioè dello zafferano. Questa dura raccolta si chiama sfioritura e si fa nel mese di ottobre.

I crochi

Raccolti i fiori, si staccano delicatamente i tre stimmi, che vengono messi in un vaso di vetro e portati subito a essiccare. Prima si asciugano e tanto meglio sarà il sapore della spezia. Produrre zafferano richiede fatica e molte ore di lavoro ed è una coltivazione soggetta a mille rischi, intemperie e parassiti compresi. A tutto questo si deve aggiungere che ogni raccolta, per ottenere la certificazione di qualità, deve essere analizzata da un laboratorio autorizzato.

Crocina, cioè il colore, Pirocrocina, il sapore amaro e Safranale, cioè l’aroma, sono le tre sostanze che caratterizzano lo zafferano, ma solo se la presenza di queste sostanze è alta si ha uno zafferano di prima qualità. Nessuna magia. La buona coltivazione aiuta le tre sostanze a dare il meglio di sé. Quindi, buon risotto a tutti.

A Spoleto da più di ventiquattro anni si celebrano i funghi e le erbe spontanee con conferenze e mostre importanti.

Da sempre la Pro Loco di Spoleto A. Busetti, come organizzatrice dell’evento, dedica spazio e attenzione all’artigianato locale. Ma con l’edizione di quest’anno si è andati oltre, promuovendo e valorizzando risorse naturali come prodotti locali da far conoscere e gustare.
Le novità della ventiquattresima edizione sono state presentate durante la conferenza stampa organizzata il 4 novembre all’ex Monte di Pietà. Grazie alla partecipazione dell’assessore alla cultura del comune di Spoleto, Ada Urbani, si è rinnovato l’interesse dell’amministrazione locale a sostenere eventi di grande qualità che, in un periodo di bassa stagione, riescono a fare la differenza e ad attrarre turisti a Spoleto. Immancabile il saluto di Maria Teresa Silvestri, presidente della Pro Loco, che ha ringraziato tutti i soci dell’associazione, ma anche gli altri enti del territorio, in particolare gli esercizi commerciali del centro e i ristoranti, che hanno contribuito a rendere la manifestazione ancora più bella. E infine c’è stato l’intervento di Laura Ridolfi, project manager dell’Associazione Sviluppo Rurale, che ha presentato il progetto MEDFEST L’eredità e l’esperienza gastronomica del Mediterraneo: come creare destinazioni turistiche sostenibili, co-finanziato dall’Unione Europea, grazie al quale si sono create importanti sinergie per la crescita di un turismo destagionalizzato a Spoleto, attraverso il ruolo fondamentale che può essere svolto delle risorse gastronomiche locali.
La mostra convegno, che è anche mostra mercato, è un evento da trascrivere nell’agenda del 2019 ormai alle porte. Da non perdere questo appuntamento culturale e gastronomico, che offre anche l’occasione giusta per scoprire una città accogliente, viva e ricca di attrazioni turistiche imperdibili.

 

Quattro sedi espositive, settanta dipinti e una trama d’itinerari che si dipana in Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo: queste le coordinate della mostra Capolavori del Trecento. Il cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino.

Una grande esposizione in Umbria per raccontare un secolo di capolavori – curata da Vittoria Garibaldi, Alessandro Delpriori e Bernardino Sperandio – che resterà aperta al pubblico fino al 4 novembre 2018 nei comuni di Trevi, Montefalco, Spoleto e Scheggino.
Settanta dipinti imperdibili a fondo oro su tavola, sculture lignee policrome e miniature che raccontano le bellezze dell’Appennino centrale e la civiltà storico-artistica, civile e socio-religiosa dell’Italia nel primo Trecento.
Nello Spazio Arte Valcasana di Scheggino è possibile godere di uno sguardo corale ed emozionante sull’insieme delle chiese, delle pievi, degli eremi e delle abbazie in Umbria, Marche, Abruzzo e Lazio dove gli artisti di cultura giottesca hanno lavorato tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento. Edifici connessi attraverso itinerari organizzati che permettono di scoprire luoghi e opere d’arte incantevoli.

I visitatori di queste mostre hanno il privilegio di ammirare lavori che per la prima volta sono visibili dal vasto pubblico, come i due dossali esposti nell’appartamento di rappresentanza di Sua Santità il Pontefice, entrambi provenienti da Montefalco e restaurati per l’occasione dai magistrali laboratori dei Musei Vaticani; oppure lo straordinario riavvicinamento del Trittico con l’Incoronazione della Vergine del Maestro di Cesi e il Crocifisso con il Christus triumphans, dipinti entrambi per il monastero di Santa Maria della Stella di Spoleto, oggi divisi tra il Musée Marmottan Monet di Parigi e il Museo del Ducato di Spoleto. Per la prima volta, dall’inizio dell’Ottocento, sono tornati vicini e insieme.
Montefalco e Trevi sono i borghi che ospitano due dei quattro poli espositivi.

Montefalco, Complesso Museale di San Francesco

Montefalco ha riabbracciato per l’occasione tre opere trecentesche importantissime, delle quali la città è stata privata dai saccheggi napoleonici e dalla dispersione del patrimonio mobile che ne seguì: il grande dossale che un tempo si trovava sull’altare maggiore della Chiesa di San Francesco, opera del Maestro di Fossa; la tavola per l’altare della Cappella di Santa Croce nella Chiesa di Santa Chiara di Montefalco, opera più alta del più giottesco dei pittori spoletini, il Maestro di Cesi; lo stendardo processionale con la Passione di Cristo, in origine posto anch’esso nella chiesa di San Francesco a Montefalco. La mostra è l’occasione per ricostruire, con un’operazione virtuosa, i contesti originali e dare conto al visitatore dell’importante stagione trecentesca vissuta dal borgo umbro.

Trevi, Museo di San Francesco

Nella Chiesa di San Francesco è conservata una splendida e gigantesca croce sagomata databile intorno al 1317. Si tratta di un’opera straordinaria per conservazione e qualità, dipinta da uno dei maggiori protagonisti di quella stagione, il Maestro della Croce di Trevi (che prende il nome proprio dalla sua opera più rappresentativa), lo stesso amato da Roberto Longhi, che lo aveva battezzato come Maestro del 1310. Nella stessa sede è esposto il corpus delle opere del Maestro di Fossa, personalità altissima capace di muoversi a valle della cultura di Giotto, di diventare un grande artista di Spoleto e un faro per tutta l’arte fino al Quattrocento.

«Terence Hill ristruttura il parco comunale della cittadina umbra dov’è nato il padre»

don matteo

Terence Hill nel film “Il mio nome è Thomas”

 

Che l’Umbria fosse cara a Terence Hill, nome d’arte di Mario Girotti, è ben noto. Don Matteo è un successo italiano e l’Umbria insieme a lui è la vera protagonista: da Gubbio a Spoleto, il prete detective fa entrare ogni settimana nelle case degli italiani le bellezze di questa terra.
Ma l’amore dell’attore per questa regione ha radici molto lontane. In occasione dell’uscita del suo ultimo film Il mio nome è Thomas – nel quale è regista e protagonista – ha scelto proprio Terni per la prima nazionale e l’incasso dell’evento è stato destinato alla ristrutturazione dei giardinetti comunali della città di Amelia, città dove è nato suo padre. L’attore tornerà ancora a vestire i panni del sacerdote nella dodicesima stagione di Don Matteo, che sarà sempre ambientata a Spoleto con qualche incursione nelle zone terremotate della regione.

Il ritorno al cinema

Dopo anni di successi televisivi, l’attore torna protagonista sul grande schermo con un film di ambientazione western, genere per il quale è diventato un volto iconico grazie a titoli come I quattro dell’Ave Maria, Il mio nome è Nessuno e Lo chiamavano Trinità, uno dei molti film interpretati in coppia con l’amico Bud Spencer. E proprio a lui Terence Hill dedica questo suo nuovo lungometraggio. «Ho pensato a questo film per dieci anni. Volevo unire una parte della storia scritta da Carlo Carretto con quella di una giovane donna, inserendo elementi di avventura, divertimento e dramma. Il film vuole essere contemporaneo, ma allo stesso tempo evocare una sensazione epica», spiega Terence Hill.

 

Veronica Bitto e Terence Hill

Il film

Il mio nome è Thomas, uscito nelle sale il 19 aprile, è una storia on the road tra la Spagna e l’Italia, in cui Thomas, in sella alla sua motocicletta, affronta un viaggio solitario verso il deserto. Durante i preparativi, però, incontra la giovane Lucia, che sconvolgerà tutti i suoi piani. Thomas, a causa di Lucia, si ritrova in una situazione rocambolesca e, per proteggere la ragazza, deve affrontare e mettere al loro posto due delinquenti. Quando finalmente riesce a raggiungere il traghetto diretto a Barcellona, Lucia, con una scusa, si imbarca insieme a lui.
Dopo qualche giorno, finalmente di nuovo solo, viaggia con la sua Harley Davidson verso il deserto. Qui trova un posto ideale: un altopiano circondato da montagne che si affaccia su un grande canyon, dove decide di sostare. Si stabilisce in un piccolo paese abbandonato in stile far west per vivere a contatto con la natura.  Presto però Lucia decide di raggiungerlo e stravolgere ancora una volta la sua quiete. Atmosfere western, polvere, deserto fanno da sfondo a un emozionante viaggio on the road che celebra la vita e l’amicizia e dove non potevano mancare omaggi alle epiche risse (…e le famose padellate!) dei film del passato.

«Non vedo un disegno concreto, un progetto globale che si ponga l’obiettivo di promuovere la conoscenza dell’arte contemporanea nelle sue varie espressioni».

Artista, docente universitario e storico dell’arte. È tutto questo, e molto di più, il professore emerito di Storia dell’Arte Bruno Toscano, classe 1930, che nel dopoguerra, con il Gruppo dei sei e con il Premio Spoleto (Mostra Nazionale di Arti Figurative) ha contribuito a promuovere Spoleto tra i centri più attivi dell’arte contemporanea: una personalità che ha dato molto e che ancora può dare, all’arte italiana e all’Umbria stessa.

artista-spoleto

Bruno Toscano

Professore, qual è il suo legame con l’Umbria?

I miei genitori erano calabresi, ma io sono nato e ho ricevuto la prima educazione a Spoleto. Inoltre, molte mie ricerche sono di argomento umbro.

Ho letto che è stato il fondatore del primo cineclub di Spoleto: oggi, che rapporto ha con quest’arte?

Fondammo, gli amici pittori e io, il cineclub subito dopo la guerra, nel 1949, come un atto di libertà. Volevamo far conoscere tanti film che il fascismo aveva proibito e inaugurammo il cineclub con La grande illusione, il capolavoro di Jean Renoir contro la guerra. Nel programma c’era molto cinema francese degli anni Trenta, ma anche il neorealismo italiano, che stava esplodendo proprio in quegli anni. Nell’insieme, era un cinema povero, in bianco e nero. Oggi è decisamente più tecnologico e spettacolare, talvolta solo di intrattenimento, talvolta, per fortuna, con forti messaggi di attualità.

Come era artisticamente l’Umbria al tempo del Gruppo dei sei di cui faceva parte (Bruno Toscano, Giuseppe De Gregorio, Filippo Marignoli, Giannetto Orsini, Ugo Rambaldi, Piero Raspi)?

È stato un periodo di attività intensa e tutt’altro che provinciale per l’Umbria e per Spoleto, dove confluivano critici e artisti di primo piano dai maggiori centri italiani. Nella giuria delle numerose edizioni del Premio Spoleto, a partire dal 1953, c’erano critici come Francesco Arcangeli, Luigi Carluccio, Marco Valsecchi e artisti come Mario Mafai, Roberto Melli e Marino Mazzacurati.

Come è oggi dal punto di vista artistico la nostra regione?

Non vedo un disegno concreto, un progetto globale che si ponga l’obiettivo di promuovere la conoscenza dell’arte contemporanea nelle sue varie espressioni. Avverto semmai la tendenza a visioni parziali, spesso legate a mode effimere o ad avanguardie molto datate. Fa eccezione il Ciac di Foligno, concepito come un osservatorio di ampia visibilità. Ma questo non è un problema dell’Umbria. È noto che il declino ha origini profonde e di vasto raggio. Quando la conoscenza non è più considerata necessaria, si abbassa il livello dell’istruzione e anche l’interesse per la storia e per l’arte.

Come ha influito l’Umbria nella sua pittura?

I quadri che ho dipinto sono legati ai luoghi chi mi circondano. Ma questi non sono panorama, ma piuttosto un habitat ricco di stimoli e molto coinvolgente. C’è qualcosa di materno nella terra che ci circonda, che non può essere rappresentato in forme figurative convenzionali.  Negli anni Cinquanta le poetiche riconducibili all’Informale, tra le quali l’Ultimo naturalismo di Francesco Arcangeli, rispecchiavano questo contatto a livello profondo con la natura.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Divisa tra aree in crescita e aree in abbandono; per conseguenza, impoverita; nonostante tutto, affascinante.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

…fertile costa d’alto monte pende….

La luce colorerà il buio”: è questo il motto della mostra, per riportare nelle regioni terremotate la luce della vita. Il progetto artistico, ideato da Rosaria Mencarelli, realizzato da Paola Mercurelli Salari con la direzione artistica di Gisella Gellini e Claudia Bottini, in collaborazione con Fabio Agrifoglio, presidente della Fondazione Mario Agrifoglio e degli studenti del corso Light Art e Design della Luce del Politecnico di Milano, è nato a pochi mesi dal sisma del 2016 per sostenere il recupero del patrimonio culturale danneggiato attraverso una raccolta fondi finalizzata al restauro. 
L’allestimento è stato affidato all’exhibition designer Gaetano Corica, autore anche del progetto foto-video dell’esperienza, video a cura di Cecilia Brianza.

Inaugurata durante il Natale 2017, la mostra è stata concepita fin da subito come un grido di speranza: Il buio non esiste, è soltanto l’assenza della luce. Attraverso le opere di Black Light Art, il pubblico è stato stimolato a una differente percezione della luce, come veicolo di messaggi emotivi e culturali, con una forma di comunicazione immediata e partecipativa.  
Ideata come una mostra itinerante esposta a Milano e a Como, raggiunge ora la Rocca Albornoziana di Spoleto, entrando in dialogo con la Light Art del Palazzo Ducale di Gubbio e mettendo per la prima volta in sinergia due strutture del Polo museale dell’Umbria. Visto il grande successo di pubblico, Lightquake 2017 a Spoleto è stata prorogata fino all’8 Aprile! 
 

Light Art

Gli artisti che esplorano le valenze artistiche della luce nera a Spoleto sono: Mario Agrifoglio, Nino Alfieri, Alessio Ancillai, LeoNilde Carabba, Claudio Sek De Luca, Giulio De Mitri, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti, Federica Marangoni, Yari Miele, Ugo Piccioni, Sebastiano Romano. Importante la figura di Mario Agrifoglio, artista che ha fatto della Black Light il fulcro della sua sperimentazione artistica. 
Ma che cosa è Black Light Art? Le radiazioni ultraviolette non sono direttamente percepite dall’occhio, si evidenziano solo quando colpiscono superfici coperte da particolari pigmenti, provocando la fluorescenza di alcuni materiali e dando vita all’effetto metamerico (ovvero la trasformazione di un colore sotto luce solare in qualunque altro colore sotto luce nera). Le opere sembrano così emergere dal buio, per approdare a orizzonti visivi inusitati, caricandosi di una forte valenza spettacolare e, soprattutto, interattiva. 

 


 

La relazione tra la luce e l’oscurità

La luce, o meglio, la relazione fra luce e oscurità, fra buio e illuminazione, diventa elemento suggestivo e suggestionante per la ricerca artistica contemporanea. L’Ambiente spaziale a luce nera di Lucio Fontana, realizzato alla Galleria del Naviglio di Milano nel 1949, non è solo la prima esemplificazione di Black Light Art ma è anche il primo tentativo di superamento dello spazio attraverso l’utilizzo della luce. Questo environnement di cartapesta, vernice fosforescente e luce di Wood, presenta grandi forme astratte, organiche, allungate e colorate, appese al soffitto violaceo. Le forme fluorescenti diventano l’unico punto di riferimento della sala. Uno spazio artistico costruito artificialmente che si estende e mira a essere un mondo in sé, un luogo sperimentale dove lo spettatore deve essere co-autore e consapevole fruitore. Per questo è importante citare Giuseppe PinotGallizio e la sua pioneristica Caverna dell’Antimateria: ambiente guscio, un antimondo atomico dove giocano al suo interno la luce di Wood, componenti elettroniche e musicali, esposta alla galleria Drouin di Parigi nel 1959. In Italia, nel frattempo, la Black Light Art si arricchisce delle esperienze dell’arte programmata e cinetica dello Spazio elastico di Gianni Colombo, 1967. All’interno di quest’opera il movimento degli elastici, visto attraverso la luce di Wood, crea nel pubblico sorprendenti effetti di disorientamento. Colombo descrive Spazio elastico come uno stato semi onirico, «che subisce osmosi dimensionale continue… espandendosi in ogni direzione». Negli stessi anni, Dan Flavin aveva sviluppato molte delle sue sculture con tubi fluorescenti creando, nel 196,8 una intera galleria di luce ultravioletta a Documenta 4, a Kassel. 
La dimensione immateriale di queste storiche installazioni è perfettamente ricreata nelle sale della Rocca grazie alla luce nera di Wood, che muta i colori e la percezione delle opere degli artisti. Ogni spettatore entrandovi sarà solo con se stesso; al limite tra conscio e inconscio vivrà una nuova esperienza sensoriale e visiva, poiché come scrisse Padre Kircher nell’Ars Magna Lucis et Umbrae del 1646, «Nulla è visibile in questo mondo se non alla condizione di una luce mescolata di tenebre».  
 


 

Info e prenotazioni 

Sistema Museo | 340 5510813  

www.sistemamuseo.it 

Facebook e Instagram | Lightquake 2017 Spoleto-Gubbio 

 

Per saperne di più su Spoleto

Strangozzi, stringozzi, strozzapreti, bringoli, umbricelli, bigoli, umbrichelle, lombrichelli, ciriole, anguillette, manfricoli: se mai vi capitasse di fare un giro nelle osterie umbre, sedendovi in quelle sale dalle rustiche atmosfere e addentrandovi nella lettura dei prelibati menu, vi accorgereste che nella sezione dedicata ai primi piatti campeggiano portate dai nomi evocativi quanto ambigui.

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Farina e acqua

Non è facile ricostruire la storia di un piatto dalle antiche origini, soprattutto nel caso in cui regni ancora indisturbata la confusione persino sul nome da attribuirgli, contaminato com’è dall’imprecisione propria della lingua parlata e dall’uso consuetudinario di alcuni termini piuttosto che di altri.

Ma andiamo per ordine: stiamo innanzi tutto parlando di un tipo di pasta fresca, rustica in quanto fatta a mano e dunque imprecisa, grossolana, la cui bontà sta proprio nella ruvidezza della sua composizione. Le fonti concordano sulle origini povere di questo piatto, realizzato con acqua e farina di grano tenero. Ciò che fa la differenza è però la forma che assume: ecco dunque che dallo stesso impasto nascono molti tipi di pasta, i cui nomi sono spessi confusi a causa di una somiglianza etimologica.

A Spoleto, «Erti de stinarello e fini de cortello»

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Gli stringozzi di Spoleto– chiamati strangozzi a Terni, manfricoli a Orvieto, anguillette nella zona del lago Trasimeno, umbricelli a Perugia per la loro somiglianza con i lombrichi, o ancora brigoli, lombrichelli o ciriole – sono degli spaghetti piuttosto tozzi e grossolani, con una circonferenza di 3-4 millimetri e una lunghezza di circa 25 centimetri, arrotolati a mano sulla spianatoia. Come afferma il detto, nel momento in cui si stende la sfoglia, non bisogna assottigliarla in maniera eccessiva; si starà attenti allo spessore solo in un secondo momento, quando col coltello la si taglierà nel senso della lunghezza.
La cottura degli strangozzi deve avvenire in abbondante acqua, e bisogna star pronti a ripescarli nel momento esatto in cui vengono a galla.Vengono conditi con sughi al ragù, con tartufo, con parmigiano o con le verdure
Senza dubbio, la preparazione più caratteristica è quella che tiene alto il nome di Spoleto – “alla spoletina” appunto – in cui vengono esaltati dal gusto del pomodoro, del prezzemolo e dal peperoncino piccante.

Una bagarre linguistica

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Ciò che è curioso, è che gli strangozzi per questa loro assonanza col verbo “strangolare”-vengano spesso confusi con gli strozzapreti, altra preparazione ottenuta dallo stesso semplice impasto di acqua e farina.

Sebbene i nomi vengano spesso usati in maniera intercambiabile, gli strozzapreti hanno una formato ben diverso dagli strangozzi (e dai loro omologhi): sono più corti e si presentano come delle listarelle di sfoglia arrotolate su sé stesse, la cui forma assomiglia alle stringhe delle scarpe, un tempo fatte di tenace cuoio arricciato.

Qualcuno doveva pur finire per strozzarsi

La leggenda vuole che i rivoltosi anticlericali usassero le suddette stringhe per strangolare, ai tempi del dominio dello Stato Pontificio, gli ecclesiastici di passaggio. Non sembra un’ipotesi troppo remota, se consideriamo la continua lotta dei perugini contro l’ingerenza dello Stato Pontificio: episodi come la Guerra del Sale del 1540 o l’acceso anticlericalismo ottocentesco sfociato nelle Stragi di Perugia, ci fanno ben comprendere lo scarso amore della popolazione verso i prelati. Questi ultimi, infatti, oltre a riscuotere i tributi, erano notoriamente dei golosoni, sempre pronti a scroccare pasti alla povera gente. 

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Un’altra interpretazione vuole che gli strozzapreti fossero così chiamati perché le massaie, costrette a dimezzare le porzioni ai loro cari per fare quella dei prelati, augurassero loro di strozzarsi con quello che mangiavano. Una variante è quella che vede le donne di casa maledire i preti per aver loro sottratto le uova come tributo, costringendole a fare una pasta “povera”, composta solo di acqua e farina.
Un’ulteriore interpretazione – e conferma dello spropositato appetito della Curia – ci è data dal poeta Giuseppe Gioacchino Belli, maestro del vernacolo romanesco:

 

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Nun pòi crede che ppranzo che ccià ffatto  
Quel’accidente de Padron Cammillo.  
Un pranzo, ch’è impossibbile de díllo:  
Ma un pranzo, un pranzo da restacce matto.  
Quello perantro c’ha mmesso er ziggillo  
A ttutto er rimanente de lo ssciatto,  
È stato, guarda a mmé, ttanto de piatto  
De strozzapreti cotti cor zughillo.  
Ma a pproposito cqui de strozzapreti:  
Io nun pozzo capí ppe cche rraggione  
S’abbi da cche strozzino li preti:  
Quanno oggni prete è un sscioto de cristiano  
Da iggnottisse magara in un boccone  
Er zor Pavolo Bbionni sano sano. 

(G.G. Belli, La Scampaggnata) 

 

 

 

Sembra dunque che l’eco degli stomaci affamati dei prelati si fosse propagata fino a Roma: il loro appetito era talmente smisurato da superare persino la difficoltà che la particolare forma degli strozzapreti donava all’atto di mangiarli. Altro che strozzarsi: ci vuole ben altro che una zuppiera di strozzapreti per far passare l’appetito ad un religioso!

Un piatto sostanzioso

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Oggi, sebbene gli strozzapreti vengano prodotti a livello industriale, la lavorazione attuata con una trafila in bronzo li rende ruvidi come quelli fatti in casa, permettendo il completo assorbimento dei condimenti con cui vengono serviti. Tra le sinuosità del suo profilo, infatti, i sughi si depositano e lì restano, donando al palato una piacevole sensazione di consistenza e corposità, così come sono tutte le paste dal sapore antico.

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