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Nella Tabula Cortonensis, manufatto in bronzo del II secolo a.C., per la prima volta in assoluto appaiono il nome etrusco del lago Trasimeno – chiamato Tarsminass – e il riferimento ad alcuni possedimenti terrieri, in particolare a un vigneto.

La tabula è stata ritrovata spezzata in 8 parti, di cui solo una è dispersa. È ospitata presso il MAEC, il celebre Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona ed è la terza scrittura etrusca conosciuta più lunga per i suoi contenuti. Si tratta di un «atto giuridico di 40 righe in lingua etrusca, che riporta l’arbitrato relativo ad una eredità contestata di un importante patrimonio fondiario dislocato tra il Lago Trasimeno e Cortona» (Massimo Pittau).

 

Tabula Cortonensis

 

L’influenza dell’etrusca città di Cortona arrivava, con il suo territorio, fino al tratto spondale lacustre che va da Tuoro a Borghetto. Nelle 7 parti della tabula a noi giunte, al di là della loro importanza linguistica, scientifica e storica, ci preme sottolineare l’importanza del Tarminass per gli Etruschi; un lago, unitamente alla Val di Chiana, ricco e generoso dal punto di vista alimentare (pesce, olio, vino e grani).
Infatti nella sacralità della civiltà etrusca il mangiare era considerato un fatto religioso e il vecchio lago Trasimeno era ritenuto un luogo sacro: era considerato la rappresentazione terrena della volta celeste.
Secondo l’etruscologo Giovanni Colonna l’immagine del lago Trasimeno è stata trasposta nel fegato di Piacenza o fegato etrusco; è un modello bronzeo di fegato di pecora con iscrizioni, suddiviso in settori riservati alle diverse divinità. Era usato dai sacerdoti etruschi, gli aruspici, per leggere le viscere degli animali sacrificati per ricavarne auspici.
Gli Etruschi consideravano il Trasimeno il luogo d’unione tra le dodecapoli di Cortona, Chiusi e Perugia dove fiorivano gli scambi commerciali, l’artigianato, la pesca e l’agricoltura. A proposito di coltivazioni, nella tabula cortonensis si fa riferimento a un vigneto: è il più antico atto notarile della storia del vino. È stato questo documento che, nel 2015, ha aperto la mostra Arte e Vino che si è svolta a Verona, un evento importantissimo collegato all’Expo. Ricordiamo che gli Etruschi consumavano grandi quantità di vino in varie occasioni; avevano l’usanza di miscelarlo, anche per coprirne i difetti, con acqua e con miele, insieme a spezie, fiori o formaggio.
Della magnificenza del Tarminass se ne accorse, come raccontato nel XVI secolo da Matteo dall’Isola nella sua Trasimenide, anche Trasimeno, il principe etrusco figlio del Re Tirreno, che si innamorò della ninfa lacustre Agilla. I due giovani vissero una bellissima e struggente storia d’amore sulle rive lacustri che finì tragicamente con la scomparsa, tra le acque del lago, del giovane principe.
Si racconta che, ancora oggi, la triste ninfa stia cercando il suo amato: quando un’onda fa muovere repentinamente una barca non è altro che Agilla che sta cercando tra le acque il suo Trasimeno e quando le foglie al vento si muovono provocando un suono simile a un lamento, pare che sia la dolce ninfa che piange il suo amato… ascoltare per credere.

Nella straordinaria scenografia naturale del vecchio molo alla Darsena di Passignano sul Trasimeno domenica 13 settembre Coralium, il Coro Lirico dell’Umbria, ha realizzato open air un evento mai proposto neppure dai grandi teatri: ha allestito e portato in scena al calar del sole di una giornata di grecale nientemeno che Il Tabarro, una delle tre opere del Trittico Pucciniano del 1918.

Tra il respiro impetuoso del vento che agitava la superficie delle acque e lo sfilare silenzioso dei battelli illuminati che rientravano in darsena, è andata in scena una delle opere più passionali del grande Maestro.

Grazie alla sensibilità del Comune di Passignano e al solido sostegno del Club Velico locale, il Trasimeno è stato sacro testimone e proscenio di una grande suggestione. La più completa delle arti, l’Opera Lirica, con la musica e il canto ha compiuto ancora una volta il prodigio di rendere vera per un pubblico attento e partecipe una vicenda d’amore di sangue e di poesia.

 

 

Michele, impersonato dal famoso baritono Andrea Sari, Giorgetta dalla preziosa voce del soprano Paola Stafficci, Luigi dalla voce drammatica e potente del tenore Claudio Rocchi, la Frugola con la forte caratterizzazione di Rosalba Petranizzi: sono stati protagonisti di una vicenda complessa e lacerante piena di sentimenti forti e situazioni psicologicamente intriganti. Un’ambientazione sociale ricca di spunti di modernità, che riguarda personaggi riconoscibili tra le file della gente comune, già in qualche modo definibile come sottoproletariato urbano, in un’atmosfera tra il noir e l’intrigo.

Grandi le emozioni assicurate dalla regia di Stefano Rinaldi Miliani, che giocava sulla liason dell’elemento acqua tra il Trasimeno e la Senna, dove si svolge la vicenda, qui riportata ai nostri anni ’50, dove le midinettes, le allegre sartine della Parigi inizio ‘900, diventano le merlettaie del lago, appassionate di intrecci e di canzoni d’amore.

Il Coro Lirico era diretto dal deciso gesto di Sergio Briziarelli e l’intensità musicale della partitura era affidata al raffinato tocco del pianista Ettore Chiurulla.  Il Coro Lirico dell’Umbria con questo nuovo appuntamento dà seguito e senso al Progetto Opera Trasimeno iniziato già dal 2016, che vorrebbe eleggere il Trasimeno a lago pucciniano: legittimamente, dal momento che il grande compositore amava assai frequentare le sue sponde in compagnia del suo ospite Riccardo Schnabl.

Un progetto ambizioso e avvincente che tutti gli artisti del coro contribuiscono a far crescere anche con le rispettive competenze, come quella di sarta teatrale del soprano Noemi Marroni creatrice del paradigmatico Tabarro, il grande mantello a ruota di Michele da cui l’opera prende il nome. Il successo decretato dalla presenza di un folto pubblico – sia pur disciplinato e distanziato – entusiasta della novità dell’evento ma soprattutto felice di assistere in un simile luogo a questa opera poco rappresentata, ha rafforzato i propositi del sindaco Sandro Pasquali, dell’assessore Christian Gatti e di tutta l’amministrazione comunale, di continuare insieme a Coralium con il Progetto Opera Trasimeno per dare appuntamento a cittadini e turisti nella bella stagione a un’altra opera nei meravigliosi scenari del nostro lago.

Conclusa la quarantena del Coronavirus sono uscita e sono andata in giro per la mia città: Roma. Vuota. Nessun turista e nessun cittadino in giro, solo io.

Camminando adagio attraverso il centro ho riscoperto la sua maestosa bellezza, di solito velata da strati sovrapposti di turisti che fotografano qualsiasi cosa a qualsiasi ora, anche mentre stanno mangiando. Allora ho pensato che fare un salto indietro nel tempo e immedesimarsi nelle vesti ingombranti di una viaggiatrice del Grand Tour sarebbe stato interessante.

 

Todi, Piazza del Popolo

 

Mentre mangio un gelaro seduta al bar, cerco di immaginare le emozioni di una fantomatica viaggiatrice ottocentesca come Madame de Staël e di vedere con occhi curiosi e ammirati una piazza italiana. Non ho scelto una piazza a caso, ma Piazza del Popolo a Todi, piccola e perfetta. C’è tutto quello che ci deve essere e niente stona, nemmeno gli ombrelloni.
Non passano macchine e oggi non ci sono neppure i bambini che corrono e lanciano gridolini. La piazza è il cuore pulsante di ogni piccola città e di ogni borgo italiano: ne è il centro politico, commerciale e religioso. È così da quando le città sono state fondate e i centri commerciali non avevano ancora sostituito la piazza. Piazza del Popolo è la piazza dei tuderti e dei molti popoli che si sono succeduti nei millenni, che l’hanno attraversata parlando e mangiando.
Mentre sono seduta qui al bar, considero che i miei piedi, così come quelli della de Staël prima di me, poggiano dove hanno passeggiato Etruschi e Romani che, mentre facevano politica, si muovevano tra i monumenti della piazza, di cui non vi è più traccia poiché sono stati incorporati o riutilizzati. Mi guardo attorno e cerco di catturare la bellezza di ciò che vedo.

Palazzo dei Priori con l’aquila di bronzo

Laggiù a destra, sul muro del palazzo dei Priori, c’è l’aquila di bronzo con la sua tovaglia tra gli artigli; le faccio un sorriso, se è un’aquila lo vedrà. Io ho con me uno zainetto, ma se fossi una dama dei primi dell’Ottocento avrei un ombrellino da sole, una grande borsa di tappeto come quella di Mary Poppins e un blocco da disegno con matite e acquerelli. Il blocco da disegno era un must che non poteva mancare a nessuna persona colta mentre era in viaggio: era l’unico modo per fissare i ricordi. Paesaggi e monumenti si tracciavano sulla carta; i tramonti, così fotogenici, non si prestavano a schizzi e acquarelli, e nessuno si sarebbe sognato di disegnare i piatti con le pietanze.
Il pezzo forte della piazza di Todi sono due palazzi in travertino chiarissimo: il palazzo del Capitano e quello del Popolo, maestosi e leggeri, con quelle finestre gotiche che sembrano merletti. Sono due palazzi che, essendo uniti da una scala, danno l’impressione di essere uno solo, ma, se si osservano attentamente, si nota che anche le loro finestre sono diverse.
Il popolo che viveva in capanne o tuguri doveva estasiarsi davanti a tanta bellezza. Mi lascio prendere dal suo fascino mentre mi godo il gelato. Penso che se fossi stata Madame de Staël avrei notato subito le differenze e avrei iniziato a disegnare ogni minimo particolare.
All’epoca non si potevano fare selfie e non si poteva fotografare a raffica tutto quello che entrava nell’obbiettivo dicendo: «poi lo guardo a casa!». Chi disegna assorbe i particolari, anche i più minuti, mentre oggi, quando si fotografa, ci si chiede se sia meglio una foto oppure un video: ma facciamoli tutti due! Come viaggiatrice avrei ammirato il palazzo del Capitano, ma non mi sarei meravigliata più di tanto, poiché a una svizzera che ha conosciuto tutta l’Europa il gotico è familiare.
Mi lascerei invece sorprendere dal Duomo, lassù in cima alla scala: mi affascinerebbe il colore rosa della pietra umbra, la pietra del Subasio, la pietra dell’altopiano e la pietra con cui hanno costruito Spello, che mi riprometteri di andare a vedere quando il sole tramonta e batte sulle mura e sulle case e tutta la città diventa rosa come un confetto. Il Duomo, con la sua facciata rosa e bianca, il portale scolpito e il rosone vetrato, è una chiesa molto italiana anzi, molto centro-italiana.

 

Palazzo del Capitano

 

Poi farei anche un giro della piazza per vedere i palazzi privati che la circondano e scoprire dettagli per me inediti. Se fossi stata Madame de Staël mi sarei incantata davanti ai quei palazzi antichi modificati mille volte. Le vecchie porte medievali sono state murate oppure trasformate da arco tutto sesto a porta rettangolare. Anche le finestre sono state modificate: le ogive, così romantiche, sono state infatti squadrate e vi sono stati aggiunti i vetri e le persiane. Sicuramente mi sarei seduta a disegnarle. L’Italia è il paese dove passato e presente convivono, mi sarei detta.
Tutto cambia e niente si elimina completamente. Todi è una città fatta di pietra, una montagna di pietre assemblate per creare un gioiello e, se fossi stata Madame de Staël, avrei probabilmente scritto nel mio diario: «Oggi sono salita sulla collina di Todi, mi sono seduta sulla piazza e mentre osservavo quelle pietre ho sentito pulsare la vita degli italiani presenti e passati».

La luce è scintilla vitale per ogni essere vivente, invisibile e immateriale, eppure origine di ogni cosa. Penetra silenziosa all’interno di vetrate e finestre, illuminando le navate e gli altari di chiese e cattedrali, rivelando così lo spazio costruito.

Fin dall’antichità i fasci di luce avevano un valore funzionale: il loro scopo era infatti quello di consentire un uso ottimale degli spazi. In seguito, soprattutto all’interno dei luoghi sacri, la luce cominciò ad assumere un altro significato, più simbolico: la presenza del divino.
Con la diffusione dell’arte bizantina, le pareti delle chiese si ricoprirono di mosaici con fondo oro; su di essi la luce si riflette provocando spettacolari riflessi dorati. Infine, giochi di luce si ottennero grazie a grandi e preziosi rosoni realizzati interamente con vetrate colorate. I fasci di luce colorano le navate, rendendo visibile, anche internamente, il ricamo di vetro, vera e propria opera d’arte realizzata dall’estro di maestri vetrai.
In una regione mistica come quella umbra, terra di Santi e Beati, la spiritualità si cela nei grandi rosoni che campeggiano sulle facciate delle chiese. Nella chiesa di Santa Giuliana a Perugia il rosone domina la facciata, anche se la sua struttura risulta molto semplice: due giri di ruota con colonnine e archetti trilobati che ruotano intorno a un perno centrale.

 

Chiesa di Santa Maria a Monteluce. Perugia

La luce che invece penetrava all’interno della chiesa di San Francesco al Prato mostrava, agli occhi dei fedeli e dei visitatori, le straordinarie opere d’arte lì conservate, come la Pala Baglioni e la Pala degli Oddi di Raffaello, la Resurrezione del Perugino e tante suppellettili sacri. Il grande rosone, realizzato con un morbido disegno a griglia, si distacca da quelli classici, rivelando un tema iconografico inusuale.
Anche nella chiesa di Santa Maria di Monteluce la navata centrale è illuminata da un magnifico rosone, posto nel registro superiore della facciata a capanna. Il rosone è interamente composto da una griglia traforata con un motivo circolare.

Chiesa di San Costanzo

Nella chiesa di San Costanzo, elevata nell’ottobre del 2008 da papa Benedetto XVI a basilica minore e dedicata al primo vescovo di Perugia, è visibile un rosone fiancheggiato da altorilievi allegorici che rappresentano i quattro Evangelisti. Oltre il rosone è inoltre presente un portale costituito da due stipiti in marmo ornati da tralci e animali fantastici, mentre nell’architrave è raffigurato Cristo benedicente tra i simboli degli evangelisti, unesempio di scultura romanica di fine del XII secolo.

Il principale edificio religioso a Perugia è indubbiamente la cattedrale di San Lorenzo. Presenta una complessa stratificazione di fasi costruttive. Venne iniziata il 20 agosto 1345 come narrato dalle cronache dei Baglioni: «Adì 20 de agosto nel dicto millesimo se comenzó a fondare la chiesa nuova S. Lorenzo». [1]

Diversamente dalle maggiori cattedrali, quella di Perugia ha la fiancata laterale rivolta verso la piazza principale della città. Tale lato è caratterizzato dalla Loggia di Braccio, commissionata da Braccio da Montone. La navata centrale è interamente illuminata dalla vetrata del rosone, simbolo per eccellenza dell’estro di maestri vetrai.

 

Cattedrale di San Lorenzo

 

In questo straordinario mondo luminoso celebre è l’attività dello Studio Moretti Caselli, che ebbe inizio nel 1858, con il lavoro svolto da Francesco Moretti; esecutore e maestro, ha legato il suo nome e quello di tutto lo studio al merito di aver ripreso, continuato e reso prestigiosa l’arte vetraia in Italia. Nel 1861 fu installato un vero e proprio laboratorio tecnico, prima nel complesso di San Domenico, poi trasferito nell’ex convento di San Francesco al Prato e infine nell’attuale via Fatebenefratelli.[2] Oggi lo studio-laboratorio è diventato un magnifico museo.

Vetrata. Natività

Nella cattedrale di Perugia il primo intervento fu curato proprio da Moretti, che realizzò la Natività o L’adorazione dei pastori da porre nel finestrone della cappella. La magnifica vetrata impressionò talmente tanto i perugini per la sua bellezza che fu lodata da due poeti: Giovanni Bini Cima e Alinda Bonacci Brunamonti.
Il successivo intervento fu di Ludovico Caselli, che tra il 1917-1920 realizzò il Martirio di San Lorenzo. Anche questa vetrata fu accolta e descritta con parole poetiche.[3] Le vetrate dello studio rappresentano una sorta di pittura di luce e i fasci diretti e puri, colorati e sfumati filtrano dalla sottile rete degli elementi metallici, diventando simbolo terreno della presenza divina.

 


[1] Cronaca della Città di Perugia  dal 1309 al 1491. Nota col nome di Diario del Graziani secondo un codice appartenente ai conti Baglioni supplita ne’ luoghi mancanti con escerti di altre inedite cronache perugine e pubblicate per cura di Ariodante Fabretti con annotazioni del medesimo di F. Bonaini e F. Polidori, p. 18.
[2] La carta, il fuoco e il vetro. Lo studio-laboratorio Moretti-Caselli di Perugia attraverso i documenti, disegni e le vetrate artistiche. Catalogo della mostra, a cura di G. Giubbini, R. Santola Mazza, Edimond Editore, 2001, p. 60.
[3] La carta, il fuoco e il vetro. Lo studio-laboratorio Moretti-Caselli di Perugia attraverso i documenti, disegni e le vetrate artistiche. Catalogo della mostra, a cura di G. Giubbini, R. Santola Mazza, Edimond Editore, 2001, pp. 68-69.

Mozione bipartisan dei consiglieri Squarta (Fdi), Rondini (Lega) e Meloni (Pd) per risanare e valorizzare il lago.

Il presidente del Consiglio regionale dell’Umbria Marco Squarta annuncia il deposito di una mozione bipartisan riguardante misure indispensabili per risanare e valorizzare il lago Trasimeno. L’atto è firmato anche dai consiglieri Eugenio Rondini (Lega) e Simona Meloni (Partito democratico). Nel testo è esplicito l’invito alla Giunta di “attivarsi presso il Parlamento e il Governo nazionale per sollecitare l’adozione urgente di misure” come la “manutenzione delle aree spondali demaniali”, “l’approfondimento dei fondali e la manutenzione delle rotte di navigazione”, il “recupero del degrado strutturale delle darsene e degli approdi”, “l’adeguamento dei bassi livelli”, la “manutenzione e gestione dei corsi d’acqua, delle opere idrauliche di terza categoria e della linea navigabile”.

 

 

“È la prima volta che la maggioranza e l’opposizione presentano atti bipartisan per risolvere i problemi del lago – commenta Squarta, esponente di Fratelli d’Italia -. Il Trasimeno è una delle principali attrattive turistiche dell’Umbria perciò la sua tutela rappresenta a tutti gli effetti un fattore di sviluppo dell’economia regionale e dell’occupazione. Per il bene dell’Umbria abbiamo accantonato le distinzioni politiche decidendo di remare tutti dalla stessa parte per raggiungere questo importante obiettivo”. La questione verrà discussa in Aula durante la seduta del prossimo Consiglio in programma per il 22 settembre. “In questi primi giorni di settembre – si legge nel testo della mozione – il livello delle acque del quarto lago d’Italia è sceso a -106 rispetto allo zero idrometrico ed è previsto che scenderà ulteriormente entro la fine del mese a -120. Un ulteriore criticità è l’insabbiamento dei fondali che necessitano di interventi di dragaggio che devono essere svolti con regolarità”.

Nella bella cornice offerta dall’agriturismo Il Poggiolo (Pilonico Materno, Perugia), il 12 settembre 2020 si terrà la prima edizione di Umbria BIOdiversity 2020, un’intera giornata dedicata alla biodiversità umbra.

Aperta al pubblico, la manifestazione ha come scopo l’avvicinamento alla conoscenza dei prodotti, dei produttori e i loro territori e nasce da un’idea di Valentina Dugo di Consorzio AVO in collaborazione con 3A-Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria.

La manifestazione si apre con una mostra-mercato di aziende produttrici di biodiversità alimentare autoctona e di eccellenze del territorio, a entrata libera, con allestimento diffuso nel parco dell’agriturismo, dove i visitatori potranno conoscere e acquistare l’offerta agro-alimentare regionale, garanzia in fatto di qualità dei prodotti e di salute del consumatore.

La giornata prosegue con interessanti appuntamenti di riflessione sulla biodiversità, ad accesso limitato per garantire sicurezza e distanziamento, come l’Incontro interattivo con la Nutrizionista: Cereali e legumi, questi sconosciuti a cura della biologa nutrizionista Melissa Finali, il Consumer test delle varietà di pomodoro della Casa dei Semi del Trasimeno, a cura di 3A-Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria (3A-PTA), e la Sinfonia Vespertina del trio jazz Hobby Horses, a cura di Chiara Ryan Izzo & Radio Safari, un esperimento musicale di comunione fra l’attività umana e quella sempre presente, e spesso ignorata, della Natura.

 

 

Umbria BIOdiversity 2020 rappresenterà anche un appuntamento importante per gli addetti ai lavori, che potranno confrontarsi sul tema della costruzione di una filiera dedicata all’agro-biodiversità regionale, in occasione della tavola rotonda, organizzata da 3A-PTA, Per una filiera delle eccellenze dell’agrobiodiversità regionale.

All’incontro, moderato da Marco Pareti di AboutUmbria, dopo i saluti da parte del sindaco di Marsciano Francesca Mele, dell’Amministratore Unico di 3APTA Marcello Serafini e del Responsabile del Servizio Sviluppo rurale e Agricoltura sostenibile Franco Garofalo, interverranno: Luciano Concezzi – 3A-PTA, Giordano Mainò – azienda agraria La Valle dell’Oasi, Matteo Ciucci società agricola Il Poggiolo, Marta Rinaldi azienda agricola L’Orto di Marta, Marco Caffarelli – 3A-PTA , Valentina Dugo – Consorzio AVO, Moreno Peccia – Cantina Moreno Peccia, Manuel Vaquero Dipartimento di Scienze Politiche – UNIPG, Filippo Antonelli – Cantina Antonelli San Marco. Dopo le conclusioni a cura dell’Assessore alle politiche agricole e agroalimentari della Regione Umbria Roberto Morroni, verrà proposta una degustazione dei prodotti dell’agro-biodiversità regionale.

 


Ingresso libero dalle 10.30 alle 19.30.

Garantite le norme di sicurezza anti Covid19.

Un viaggio lungo 7.000 km, 2 anni e mezzo e 354 tappe: i ragazzi di Va’ Sentiero riprendono il loro percorso attraverso il sentiero più lungo del mondo, il Sentiero Italia. Prima tappa: Visso-Norcia.

Definito dalla CNN «Il più grande tra i grandi cammini», il Sentiero Italia è l’alta via che percorre le catene montuose dello Stivale, collegando tutte le regioni (comprese quelle insulari) e oltre 350 borghi montani. Un percorso, lungo otto volte il Cammino di Santiago, è stato realizzato circa una trentina di anni fa dall’Associazione omonima e dal Club Alpino Italiano, ma è stato, col passare del tempo, pressoché dimenticato. Fino al 2018, quando il CAI ne annuncia il progetto di restauro, attraverso non solo interventi di ripristino del tracciato e della segnaletica, ma anche tramite una serrata campagna di promozione.

 

Il percorso, courtesy of www.vasentiero.org

Il progetto Va’ Sentiero

È proprio nel tratto centrale di questo percorso che sfiora i 7.000 km che incontriamo i ragazzi di Va’ Sentiero, la spedizione che, nel maggio 2019, è partita da Muggia (TS) per attraversare prima tutto l’arco alpino e poi discendere verso le estremità dello stivale, in nome dell’amore per la montagna e del turismo lento, nonché della volontà di rispettare le peculiarità locali e di contribuire al sostegno del tessuto socio-economico di aree interne in via di spopolamento. Il progetto, nato dalle menti dei fondatori Yuri Basilicò, Giacomo Riccobono e Sara Furlanetto, è basato su due principali sfumature del termine condivisione, quella digitale – attraverso il racconto in tempo reale sui social (Facebook, Instagram) e di media partner di primo livello (Touring Club Italiano, Radio Francigena, Gazzetta dello Sport) – e quella fisica. Chi vuole, infatti, può aggregarsi per una o più tappe, così da creare spazi di condivisione per idee, progetti e storie di vita, nonché per camminare qualche ora in compagnia circondati dalla bellezza autentica dei paesaggi italiani.

 

I ragazzi di Va’ Sentiero sulla cima del monte Patino (Norcia)

Il collante dei luoghi spezzati

In apertura del secondo anno di progetto – sebbene slittato di qualche mese a causa del Covid-19 – si sono poste tappe a cavallo tra Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio, in zone che recano ancora gli evidenti segni di un terremoto devastante e dove la presenza umana sembra sia stata quasi sopraffatta dalla natura. Norcia, Castelluccio di Norcia, Arquata del Tronto, Accumoli, Colle d’Accumoli e Campotosto sono luoghi in cui l’unica forma di turismo possibile è ormai quello lento, che permette di stare a contatto con la natura, di mangiare buon cibo e di fare esperienza di rapporti umani più genuini.

E allora il passaggio dei ragazzi di Va’ SentieroYuri Basilicò, guida del team sul sentiero e coordinatore del progetto; Sara Furlanetto, fotografa e responsabile della comunicazione; Giacomo Riccobono, ufficiale logistico; Andrea Buonpane,  videomaker; Francesco Sabatini, cambusiere e responsabile della ricerca culturale; Martina Stanga, social media manager, Giovanni Tieppo, driver del furgone – assume qui un valore ancora maggiore, tanto da coinvolgere anche sezioni locali del CAI e associazioni come Trekkify (Perugia), Arquata Potest e Monte Vector (Arquata del Tronto, AP), Il Cammino delle Terre Mutate (Roma) e Discover Sibillini (Macerata).

 

Parco Nazionale Monti Sibillini, foto di Sara Furlanetto

Una sfida su più fronti

Si tratta senza ombra di dubbio di un’enorme sfida. Non solo fisica – i ragazzi hanno già affrontato forti nevicate, uragani, pioggia, zecche, tendiniti, infiammazioni e vesciche – ma anche personale, data dalla difficoltà del percorso e dal fatto di trovarsi sotto i riflettori, tutti insieme, per almeno sette mesi all’anno. Di grande aiuto, in questo senso, sono l’accoglienza data dalle comunità locali e il sostegno della community di oltre 40.000 followers, nonché quello della campagna di crowdfunding e degli sponsor (Montura, Ferrino, Oxeego, Lenovo, Motorola, Fondazione Cariplo, F. Carispezia, Wonderful Outdoor Week, F. di Venezia, F. Agostino De Mari, F. CariLucca, F. dei Monti Uniti di Foggia ed EOM Italia).

Ma c’è anche un’altra sfida, forse la più grande: far conoscere un percorso unico al mondo, capace di unire l’Italia nonostante le sue differenze, godibile attraverso un punto di vista privilegiato, quello della montagna. «Il nostro sogno è che il progetto sia il seme per una svolta nell’approccio dei giovani alla montagna. Siamo consapevoli si tratti di un percorso impegnativo: la montagna stessa è una strada in salita. Ma Walter Bonatti, cui dedichiamo il progetto, disse che “chi più in alto sale, più lontano vede”. E noi proprio là puntiamo, in alto!» dichiara Sara Furlanetto, co-founder di Va’ Sentiero.

E noi, vedendo quanto coinvolgimento, quanta speranza e quanto senso comunitario ha scatenato tale impresa, non possiamo che essere d’accordo con lei.

Tra i mestieri tradizionali della Bevagna medievale, il più caratteristico è legato alla lavorazione della canapa, per la fabbricazione di tele e cordami.

Nel suo Saggio georgico sulla proprietà dell’acque del torrente Lattone e commercio delle tele in Bevagna del 1782, Alessandro Aleandri scrive: «Fra tutte per altro le arti, che quivi a perfezione son giunte, verun’ altra avvenne, che possa in elevazione contendere coll’arte di tessere e imbiancare d’ogni specie le Tele. Buona parte del territorio di Bevagna è attivissimo alla produzione e cresciuta della Canape, di cui si raccoglie quantità considerabile. Raccolta in Bevagna la Canape v’è tutto il modo di macerarla in alcuni Fossi a ciò destinati, chiamati perciò Maceratori, cinquecento passi in circa lungi dall’abitato. Compiuta la macerazione, ed incigliata dai Contadini la Canape, passa alle Botteghe dei Canapari, delle quali se ne contano nell’abitato in gran numero, vivendo perciò la maggior parte della Plebe coll’esercizio di quest’arte. Ridotta all’opportuno lavoro viene poi consegnata alle Filatrici, dalle Filatrici passa all’Orditrici, e Tessitrici, dalle quali si lavorano le Tele di diversa qualità, giusta il desiderio di chi ne fa l’ordinazione. In Bevagna si conta un numero infinito di Telari, sicché ascendono a migliaia le Tele che in ciascun mese si lavorano. La tela si divide in quattro pezze, e ciascuna pezza in ventisette braccia, o sia in nove Canne Romane. Lavorate le tele resterebbe di imbiancarle e dovrebbesi mandarle altrove, se non vi fosse anche qui la maniera d’eseguirlo non solo però evvi tal comodo; ma egli è tale che non evvi luogo in tutta l’Europa, ove le tele naturalmente riducansi a più perfetto biancheggio, quanto da noi e il cui perfetto biancheggio proviene soltanto dalle acque del nostro Lattone. Questo torrente denominato Lattone rimane lungi circa due miglia da Bevagna, sotto un Castello denominato la Torre del Colle. Sebbene dagli Abitanti della Torre non si usi alcuna particolarità né segreto per biancheggiare, con tutto ciò è infallibile che l’acque del detto Lattone bianchiscono più di tutte l’altre acque, benché non si usi né calce, né sapone, né si raddoppino tanti bucati, quanti se ne usano in altri luoghi di biancheggio. Giunte finalmente al grado del desiderato biancheggio, le genti della Torre del Colle le stendono in vari prati, presi in affitto per asciugarle. Indi a perfezione purgate le riportano a’ rispettivi mercadanti in Bevagna, incontrandosi di continuo per la strada che conduce colà Uomini e Donne, Giovanotti e fanciulle, di fresca, di adulta, di virile e ancor di vecchia etade portar sopra la testa chi tre, chi quattro e chi per fine sei di quelle Tele. Fra le tele dunque, che si mandano a curare al Lattone vi sono le Cortinelle, che si fabbricano in tutta la Germania; la loro tirata è di circa canne 20 Romane, e si paga per curarle baj.25 la pezza. Le tele di Cento fabbricate in Baviera di tirata canne 25, e pagansi per curarle baj.30 la pezza. Le tele Navine fabbricate similmente in Baviera simili nella tirata e nel prezzo alle tele di Cento. Le tele di Bevagna di tirata canne 9, si paga per biancheggio baj.10. Vengono finalmente anche le tele di Bologna e d’altre parti, il cui biancheggio si paga più o meno secondo la loro maggiore o minor tirata ed altezza».
Aleandri così conclude il saggio: «Finché sussisterà quest’arte, non mancherà popolazione, girerà il denaro e fiorirà in Bevagna la ricchezza e l’abbondanza; ma trascurandosi si vedrà il popolo in povertà e decadenza. Si dovrebbe quindi custodire la medesima con somma gelosia e usare ogni mezzo possibile per mantenerla e accrescerla, senza frapporvi il menomo ostacolo, anche in riflesso di qualunque pubblica gravezza, potendosi in caso di bisogno aumentare gli aggravi personali, non mai però il traffico o delle canape o delle Tele, unico mezzo che ci resta in oggi per sperare la sussistenza ed aumento del Popolo di Bevagna».

 

Telaio in lavorazione

Un’antica tradizione

Da un documento di proprietà dei Conti Spetia risulta che, ancora nel XIX secolo, gran parte della popolazione vive dell’esercizio di questa arte: 2404 sono le filatrici che, dalle frazioni e dai comuni limitrofi, vengono quotidianamente a Bevagna per prendere e riportare i filati; 36 sono le botteghe per la raffinazione della canapa: 376 le donne del capoluogo impegnate nella tessitura e 381 le persone impiegate nel biancheggio delle famose Tele di Bevagna e di quelle straniere. Sembra che anche Caterina De’ Medici, andando in sposa ad Enrico II, re di Francia, porti nel suo corredo finissime camicie di canapa, tessute e confezionate a Bevagna.
In realtà, verso il Mille, la coltivazione della canapa è diffusissima su tutto il territorio pianeggiante e ricco di acque e pertanto adatto, per la sua configurazione, a questo tipo di coltura da cui contadini e artigiani traggono il loro sostentamento, contribuendo alla notorietà del borgo con la produzione di tele pregiate e cordami resistentissimi. Lo stesso Statuto documenta l’importanza che a Bevagna aveva la coltivazione della canapa e la tessitura. Nel libro terzo si vieta l’importazione della canapa di Foligno a Bevagna e nel suo distretto; è fatto obbligo al Podestà di inviare il proprio notaio ogni martedì, giorno di mercato, a controllare il Forum Canipae perché non si contravvenisse alla norma. La pena per coloro che erano stati trovati colpevoli era stabilita in decem solidis pro manna qualibet, cioè per ciascuna matassa. Veniva stabilita l’ubicazione del mercato della canapa: da porta Giuntula fino a Porta S. Vincenzo, e in nessun altro luogo e anche in questo caso il notaio del Podestà doveva esercitare un severo controllo. Si stabiliva anche che nessuno potesse passare attraverso i campi coltivati a canapa, cioè le canapine, per andare a lavare i panni ed era compito del Notaio ai Danni Dati controllare e indagare su coloro che non avessero rispettato la norma. Infine lo Statuto considerava lecito per chiunque macerare la canapa, il canapone e il lino in qualsiasi maceratoio di Bevagna e del suo distretto con il consenso degli eventuali proprietari. Il capitolo 178 definisce il salario delle tessitrici dei panni canapati in base ai nodi con precisione estrema: il compenso va da tre soldi per sei nodi e a otto soldi per quindici nodi.  Textrices, seu texentes panni canapatii accipiant pro stesa panni facti in sex legaminibus tres solidos: et pro stesa panni facti a sex usque in decem legaminibus quinque solidos, et pro stesa panni facti in undecima, et in duodecim legaminus sex solidos, et pro stesa panni facti in quatordecim legaminibus septem solidos et sex denarios, et pro stesa panni facti in quindecim legaminibus octo solidos denariorum.

 

Mercato delle Gaite

La lavorazione durante le Gaite

Per rispetto di questa antica tradizione della Bevagna medievale, nell’ambito della manifestazione del Mercato delle Gaite, una delle quattro, la Gaita Santa Maria, si è impegnata fin dall’inizio a far rivivere nei gesti e nei suoni i diversi momenti della lavorazione della canapa, ripercorrendone con fedeltà i complessi passaggi, secondo le antiche tecniche. Nel 1993 la Gaita ha pensato di arricchire il suo angolo originario dando vita alla ars guarnellariorum o arte dei cascami pesanti che lega insieme, in una stessa corporazione, gli artigiani che tessono la canapa e la lana, nonché i cordari. In un accogliente e suggestivo angolo verde i visitatori hanno modo di seguire contemporaneamente le fasi della scavezzatura e quelle della scardezzatura dei due cascami pesanti. In un angolo, Osvaldo il pastore tosa con mani esperte una grossa pecora belante, da cui ricava la lana che alcuni giovani donne lavano ripetutamente alla fonte d’acqua corrente. Mentre Cinzia e Manuela sono impegnate in questo lavoro, Maria e Gina stendono al sole la lana lavata, disponendola su camorcanne. Quella già imbiancata viene invece scardazzata a mano da Marisa e Peppinella, che la allargano in fiocchi, con gesti veloci, dopo averla unta con olio di oliva. Al centro del giardino si susseguono le fasi della stigliatura: le mannelle di canapa che stanno a essiccare al sole, vengono prese e sottoposte ai colpi ripetuti e ritmati del bastone e della maciulla, con cui Cesare e Angelo spezzano gli steli in frammenti, facilmente separabili dalla filaccia. La fibra, che ne risulta, viene passata poi al pettine; Tarsavio e Silvio, con gesti lenti ma costanti, allungano e tirano ripetutamente le fibre di canapa e lana sopra i due grossi pettini, legati stabilmente ad un tavolaccio, così da eliminare la parte più grossolana della filaccia e del fiocco e disporre le fibre in un’unica direzione, preparandole per la filatura. Ogni tanto una ragazza, Simona, preleva i fiocchi di lana e canapa, appena pettinati, per riportarli alle filatrici. Dina, Letizia e Maria su pesanti banchetti incappucciano le rocche, fatte da loro con grosse canne, con u batuffolo di fibra di canapa e lana. Le tengono strette sotto l’ascella, oppure infilate nella cintura delle lunghe sottane, così da avere entrambe le mani libere per tirare e torcere il filo che si avvolge attorno al fuso. Giacomina e Giustina fanno ruotare i naspi con sorprendente rapidità e lasciano poi cadere nel cesto, ai loro piedi, le matasse appena allacciate. Caroletta gira lentamente il filarino e il rocchetto si riempie di filo, Ope ed Elia, girano le piccole ruote che avvolgono il filo della matassa intorno ai rocchetti. Su antichi telai, con gesti precisi e ritmo cadenzato, Angela ed Elide lanciano la spoletta sopra e sotto, a destra e a sinistra, tra i fili tesi dell’ordito. La trama cresce, si allunga e la tela splende bianca e resistente. Donne in abiti succinti e coloratissimi si danno un gran daffare intorno ad alcune vasche di pietra. Stanno tingendo. Michela, Anna, Laura, Ilena, Assunta, Francesca e Pia, tingono le matasse di lana e i teli di canapa, utilizzando le tradizionali le tradizionali sostanze vegetali: il nero ottenuto dalla daphne gnidium, il giallo dalle foglie di ontano o dallo scotano, il turchino dal guado, il marrone dalla galla, il rosso dalla rubia tinctoria. Un giovane scalzo pesta le tele tessute al telaio in un grosso catino di terracotta, pieno di un liquido composto di acqua, sapone, sabbia, calce e orina, che ha il potere di conferire al panno grezzo una particolare lucentezza e resistenza.
Lungo il muro che delimita per tutta la sua lunghezza il vicoletto, rivive con fedeltà l’antica arte dei cordai: Gigi gira con pazienza e solerzia la ruota dell’antica tornetta, rallentando o accelerando, secondo le richieste degli esperti cordai, Olivo e Attadio, che per lunghi anni hanno fabbricato corde per una infinità di usi, torcendo con gesti rapidi ed esperti la fibra di canapa. Il passato, come d’incanto, si è fatto presente.

 

Mestieri delle Gaite

La canapa, una fibra versatile

Ne La Divina Villa del perugino Corniolo della Corna, che scrive nella prima metà del Quattrocento, la canapa viene al primo posto nella fabbricazione di funi, corde, reti e sartiami. Piero de Crescenzi parla dell’impiego della canapa per fare panni, camicie, lenzuola. Sempre nel Quattrocento, due grandi trattati di gastronomia e dietetica, come il Libro de arte coquinaria di Maestro Martino da Como e il De honesta vuluptade et valetitudine di Bartolomeo Platina, parlano ampiamente della canapa. Dall’antichità fino all’inizio del XIX secolo il 90% delle vele delle navi era in canapa. Fino agli anni venti del Novecento circa l’80% dei prodotti tessili e delle stoffe per vestiti, tappeti, tende, coperte, asciugamani ecc., era in fibre di canapa, considerati più caldi del cotone e tre volte più resistenti a strappi e conservabili più a lungo. Quasi fino alla fine del XIX secolo, una percentuale stimata tra il 75% e il 90% della carta fabbricata nel mondo era prodotta con fibre di canapa: oltre alla Bibbia di Gutenberg risalente al 1455, anche le opere di M. Twain, V. Hugo, A. Dumas furono stampate su carta di canapa, come la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. Essendo una fibra forte e lucida in grado di resistere al calore, alla muffa, agli insetti e non venendo danneggiata dalla luce, pitture a olio dipinte su tele di canapa si sono conservate in buone condizioni attraverso i secoli: i quadri di Rembrandt, di Van Gogh e di altri famosi artisti erano dipinte su tessuti di canapa. Per almeno 3000 anni gli estratti di canapa (cime, foglie, radici) hanno costituito i farmaci più diffusi per il trattamento della maggior parte di malattie. Si trovano citati per la prima volta per il trattamento di disordini femminili, gotta, reumatismo, malaria, stipsi e debolezza mentale in un testo di medicina cinese del III millennio a.C. Senza dimenticare l’utilizzo per la produzione di prodotti cosmetici; per la produzione di tavole molto robuste per l’edilizia e la falegnameria; per la produzione di mattoni in cemento impastato con legno di canapa.

 


Bibliografia

Opere scelte di Alessandro Aleandri, a cura di T. Sediari e C. Vinti, Fabrizio Fabbri Editore, 1999
Un viaggio attraverso i secoli: Il mercato delle Gaite, a cura della Gaita Santa Maria, Tipolitografia Recchioni,1994
La canapa in Italia dal Medioevo al Novecento, a cura di C. Poni e S. Fronzoni, Clueb, 2005

«Un articolo di Lercio – per quanto assurdo – è basato sulla verità, su una notizia reale. Siamo un sito di satira, non di fake news. I nostri articoli sono grotteschi, ma con un contenuto di verità».

Ma è Lercio!? Sì. È proprio Lercio. Sono proprio loro a chiacchierare con noi. Per la precisione è Augusto Rasori, presidente di Lercio, che con Vittorio Lattanzi, domenica (ore 21.30) sarà ospite al Festival delle Corrispondenze a Monte del Lago (Magione).
Lercio.it è nato come blog personale di Michele Incollu nell’ottobre 2012, poi è diventato un blog collettivo occupato dai ragazzi di Acido Lattico, ex frequentatori della palestra di Daniele Luttazzi. Oggi ha un pubblico di quasi 3 milioni di persone ed è un vero e proprio organo di informazione che produce fictional news, e da oltre due anni promuove la satira su temi come politica, sesso, morte e religione, e irride il cattivo giornalismo. Vi confesso di aver riso molto durante l’intervista, ma anche di aver ricevuto una lezione di giornalismo… ogni tanto fa bene rispolverare certi concetti anche –  ma non solo – per chi fa questo lavoro.

La prima domanda è legata al nome: perché Lercio? Ho letto che è uno sberleffo a Leggo

Michele Incollu – fondatore di Lercio.it nel 2012 – voleva prendere in giro i titoli del free press Leggo e provare a scriverne ancora di più assurdi: così è nato il gioco di parole Lercio. In questi 8 anni di attività ci siamo accorti che anche testate più autorevoli spesso scrivono titoli assurdi per catturare l’attenzione del lettore, cadendo nel ridicolo. Noi alla fine siamo più onesti: un lettore che visita il nostro sito sa che trova delle fandonie, nella stampa tradizionale invece si leggono a volte notizie assurde spacciate per reali.

Vi sarà capitato che una vostra notizia sia stata presa per reale.

Durante il governo Letta pubblicammo un titolo che sosteneva che il governo aveva introdotto il bollo auto anche sulle carrozzine dei disabili. Ovviamente l’articolo presentava al suo interno situazioni assurde, ad esempio le donne sotto i 150 centimetri che pesavano più di 100 kg dovevano pagare la tassa di circolazione perché erano paragonabili a mini SUV. A, poi, era contrario Nichi Vendola perché non riusciva a pronunciale la parola carrozzella. Beh, questa notizia è stata presa per vera, è dovuta intervenire l’INPS per smentire la cosa. Persino un politico di destra l’aveva condivisa per attaccare il governo.

D’altro canto, ci sono notizie reali che sembrano scritte da voi.

Ce ne sono tantissime. Nel nostro spettacolo – e nel libro – c’è una parte dedicata al quiz, dove facciamo indovinare al pubblico se la notizia e vera o è nostra. Ce ne sono alcune clamorose…

Il primo titolo reale ma assurdo che le viene in mente…

“Urla: Finocchio, mettila fuori! e viene espulso”. Solo che Finocchio era il cognome del compagno di squadra. Ad esempio, nella pagina social Ah ma non è Lercio – che non ha nulla che a fare con noi – vengono pubblicati proprio titoli assurdi e reali, scritti da giornali veri.

 

La redazione di Lercio

Vi leggono quasi 3 milioni di persone, contando i tre social principali (Facebook, Twitter e Instagram). Sentite una certa responsabilità?

Sì, molto. Inoltre da qualche anno veniamo invitati in contesti di un certo livello, in festival culturali o a tenere lezioni sulle fake news nelle università. Ciò ci ha fatto capire che abbiamo delle responsabilità e un ruolo, per questo stiamo molto attenti a ciò che pubblichiamo. Lercio è figlio della lezione di Daniele Luttazzi e lui inizialmente ci ha fornito delle dritte su come fare satira corretta.

Che vi ha suggerito?

Che l’obiettivo della satira deve essere ben chiaro: è il potere che va sbeffeggiato, non chi sta sotto. La satira deve andare dal basso verso l’alto, altrimenti diventa propaganda a favore di chi governa. Per questo stiamo molto attenti e sentiamo la responsabilità verso i nostri lettori. Evitiamo accuratamente di fare battute sulle fake news che circolano in rete.

Fate una verifica della notizia, come dovrebbe fare qualsiasi giornale…

Esatto. Perché un articolo di Lercio – per quanto assurdo – è basato sulla verità, su una notizia reale. Siamo un sito di satira, non di notizie false. Mentre la bufala è una balla confezionata ad arte e fatta passare per vera, i nostri articoli sono dei racconti grotteschi ma ispirati a fatti reali. Ci piace quando ci viene riconosciuta questa purezza. Il nostro obiettivo è quello di essere sempre onesti: come quando vai a Las Vegas, sai che è tutto finto e che perderai soldi, però ci vai ugualmente per divertirti. Lercio.it oramai è riconoscibile, sai quello che trovi al suo interno.

Siete anche entrati nei modi di dire. “Ma è Lercio?” si usa ormai per identificare una news strana…

Sì, è vero. Stiamo pungolando l’Accademia della Crusca per far entrare nel vocabolario la parola lerciata.

Andiamo un po’ dietro le quinte: come avviene l’invenzione di un articolo?

Abbiamo una redazione virtuale di 23 persone. Mensilmente proponiamo le nostre idee e valutiamo se ci sono titoli che possono essere sviluppati in articoli. Inizialmente si scrivevano solo battute secche e sintetiche, ora se la news lo consente la sviluppiamo, scrivendo un articolo vero e proprio. Ogni giorno pubblichiamo tre titoli inediti più degli story, cioè titoli più vecchi ma che per quel giorno sono pertinenti perché se ne parla. Ad esempio in questi giorni abbiamo ripescato titoli su Flavio Briatore e la Ferrari.

C’è un modo per combattere le fake news?

Se una notizia suona troppo assurda per essere vera, spesso non è vera. Il consiglio è quello di leggere tutti i giornali, anche quelli meno simpatici. La stampa reale ha una responsabilità: se scrive fake news ci sono delle conseguenze, delle smentite e il lettore ha una redazione fisica a cui rivolgersi. Trovo assurdo che spesso la gente dica che i giornali mentono perché un meme su Facebook dice il contrario…

“L’ho letto su Facebook” ora va per la maggiore…

Esatto. Una volta si diceva “L’ha detto la televisione”, poi “L’ho letto su internet”, ora c’è Facebook. Comunque, la pluralità di lettura dei giornali serve anche per verificare la realtà della news: se una notizia viene riportata da un solo sito, è probabile che sia falsa ma rischia comunque di propagarsi e nessuno se ne accorge. Leggere è fondamentale per farsi gli anticorpi e non cadere nelle trappole.

In Italia si fa ancora satira?

In TV è quasi scomparsa. Forse gli ultimi rimasti sono Maurizio Crozza – anche se le sue sono più imitazioni – e Propaganda Live, che ha il suo punto più alto di satira con il cartoon di Makkox che non fa sempre ridere, anzi, spesso è un pugno allo stomaco. Erroneamente si pensa che la satira debba far ridere, invece spesso non lo fa. Noi siamo stati ospiti al programma Stati Generali di Serena Dandini, ma in televisione di satira ce n’è sempre meno: oggi tutto è talmente masticato velocemente che anche i fratelli Guzzanti – penso – facciano fatica a trovare la chiave giusta per esprimere il loro malcontento e quindi a fare satira.

A voi piacerebbe avere un programma TV tutto vostro?

A me piacerebbe tantissimo. In radio abbiamo già avuto delle partecipazioni e anche in TV, ma un programma completo sarebbe un sogno. Un lavoro enorme ma bellissimo. Chissà, con le possibilità del web potrebbe essere una strada da esplorare.

Qualcuno si è mai offeso per ciò che avete scritto?

Un sindaco della Lega se l’è presa tantissimo per un articolo dal titolo: “Sindaco leghista rimuove gli orologi con i numeri arabi dalle scuole” e avevamo usato il nome di un paese reale del Veneto. Chi si sarebbe mai immaginato che nel Veneto ci fossero dei paesi leghisti?! (ride!). Il Sindaco ci scrisse: “Vi invito a rimuovere il nome del paese…”. Invece, un personaggio che si è molto offeso è stato Massimo Boldi. Avevamo scritto: “Non riesco più a scoreggiare. Finita la carriera di Boldi”. Il giorno dopo su Twitter ci ha bloccato e lo aveva pure scritto in un post. Ci è crollato un mito, l’ha presa malissimo!

Una lerciata sull’Umbria l’avete mai pubblicata?

Io ho origini marchigiane, non vorrei aumentare la rivalità (ride!). Battute a parte, mi ricordo di aver scritto una notizia su Perugia quando imperava la polemica sulle grandi navi: “Nave da crociera s’incaglia alla periferia di Perugia” e c’è stata gente che ha commentato dicendo: “Basta, è una vergogna!”. In questo modo ti rendi conto che ci sono persone che non sanno nemmeno dov’è l’Umbria. Assurdo. Di recente, dopo la legge sull’ospedalizzazione dell’aborto, abbiamo scritto: “Umbra si reca in ospedale per abortire, ma le ingessano una gamba”, mentre dopo la vittoria della Lega la lerciata fu: “Salvini dichiara: ridurremo subito il tasso di omicidi in Don Matteo”.

Domenica sarete ospiti al Festival delle Corrispondenze: di cosa parlerete?

Di preciso ancora non lo so. Stiamo rinfrescando il nostro live e sicuramente al Festival porteremo una sua versione aggiornata post Covid. Ci saranno i nostri TG, leggeremo i commenti che riceviamo, le nostre notizie prese per vere e le varie rubriche come il quiz e l’oroscopo. Saremo io e Vittorio Lattanzi, un altro redattore.

Oggi i post possono essere considerati una corrispondenza moderna?

Sì, ma un tempo uno scriveva una lettera che poi poteva essere pubblicata o meno. Oggi invece tutto si pubblica istantaneamente senza filtri e spesso viene fatto solo per sputare odio. Trent’anni fa le banalità sul governo, sulle mascherine e altro, magari venivano dette al bar e tutto si chiudeva con una pacca sulla spalla e con: “Dai, fatti un altro grappino che poi ti porto a casa!” Oggi invece nascono gruppi sui social per divulgare menzogne ed è impossibile farglielo capire! La vita è troppo breve per passarla a spiegare a questi soggetti l’errore che fanno.

Questo è lo slogan delle Pink Ambassador, meravigliose donne colpite da un tumore al seno, che si rimettono in gioco più forti di prima, anche aiutando la prevenzione e la ricerca per combattere i tumori femminili.

Domenica 23 agosto 2020 presso il Golf Club di Santa Sabina a Perugia si è tenuto l’evento di solidarietà il cui ricavato sarà interamente devoluto al progetto Pink is good di Fondazione Umberto Veronesi. Tanta sensibilità solidale tra gli ospiti, con la partecipazione di rappresentanti del Comune di Corciano e di Perugia. L’evento è stato organizzato dalle Pink Ambassador 2020 di Perugia, vale a dire le runner in rosa del Perugia Running Team 2020 reclutate dalla Fondazione nell’ambito del progetto, con la collaborazione di ARC Regione Umbria.

Pink is good è il progetto di Fondazione Umberto Veronesi che, nell’ambito delle finalità di promozione della ricerca e dello sviluppo scientifico che costituiscono scopo precipuo della Fondazione, si pone, in particolare, l’obiettivo di combattere il tumore al seno e gli altri tumori femminili, attraverso il sostegno alla ricerca e la diffusione di campagne di prevenzione.

Nell’ambito di tale progetto, la Fondazione Umberto Veronesi ha selezionato, in tutto il territorio nazionale, le Pink Ambassador, cioè donne che, dopo aver vissuto l’esperienza di questo tipo di patologia, hanno deciso di rimettersi in gioco con l’obiettivo di dimostrare, a sé stesse e al mondo, che dopo la malattia si può tornare a vivere più forti e più attive di prima e testimoniare l’importanza della diagnosi precoce e dei corretti stili di vita nella lotta contro i tumori.

 

 

A tale scopo le Pink Ambassador, riunite in 14 Running Team in diverse città italiane, promuovono iniziative finalizzate alla sensibilizzazione sulle tematiche oggetto del progetto e alla raccolta di fondi da destinare alla ricerca oltre a seguire gratuitamente, con la supervisione di coach professionisti Fidal e con cadenza bisettimanale, un serrato programma di allenamenti il cui obiettivo finale è di partecipare a una mezza maratona. L’obiettivo inizialmente fissato per il Running Team di Perugia era la mezza maratona di Roma nel mese di novembre 2020. A causa della ben nota emergenza sanitaria da Covid -19 il programma ha ovviamente subito un cambiamento, ma le Pink Ambassador mantengono il loro impegno e la mezza maratona sarà corsa da ciascun Running Team nella propria città, creando una staffetta virtuale che attraverserà l’intero paese nel mese di ottobre. Il team di Perugia, in particolare, correrà nella mattinata di sabato 10 ottobre ricevendo il testimone virtuale da Firenze e passandolo a Roma. Il successivo 18 ottobre tutti i team d’Italia, sempre ciascuno nella propria città, correranno poi la Pink Parade di 5 km.

Alla serata di solidarietà, presentata da Marco Pareti, hanno preso parte numerosi rappresentanti delle istituzioni locali, quali, la vice presidente del Consiglio Comunale Roberta Ricci, l’assessore allo Sport e al Commercio del Comune di Perugia, Clara Pastorelli, l’assessore allo Sport, Associazionismo e Innovazione Tecnologica del Comune di Corciano, Andrea Braconi, l’assessore allo Sviluppo Economico e all’Ambiente del Comune di Corciano Carlotta Caponi, l’amministratore di Sviluppumbria Michela Sciurpa, il Consigliere Regionale Fidal per l’Umbria Patrizio Lucchetti e Amalia Minciotti, consigliera del direttivo ARC Regione Umbria.

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