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Tutto pronto per portare all’attenzione delle partnerships internazionali la nuovissima, straordinaria produzione dello Studio Lumière per i Mestieri del Cinema Umbri, le cui riprese sono iniziate lo scorso 24 aprile e sono proseguite, in gran parte, proprio in piena emergenza Covid19 (in conformità con le vigenti norme nazionali di contenimento).

Perugia for the world è questo il titolo del film dedicato al lockdown a Perugia, opera realizzata dall’Associazione dei Mestieri del Cinema Umbri in partnership col Comune del capoluogo. Domani (ore 17.30) sarà presentato alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia (in programma al Lido dal 2 al 12 settembre) nell’ambito dello spazio speciale riservato all’Umbria dei Mestieri, all’interno di Hollywood Celebrities. “Perugia, e non Umbria, solo ed esclusivamente perché il progetto filmico nasce a Perugia intorno a metà aprile 2020, in pieno lockdown, quando il Comune di Perugia accetta l’offerta dei Mestieri del Cinema Umbri di effettuare, a titolo gratuito, alcune riprese relative al difficile periodo, in un momento in cui anche uscire da casa, come sappiamo, risultava estremamente problematico” spiega Federico Menichelli, presidente dell’Associazione Mestieri del Cinema Umbri.

La città ripresa è prevalentemente Perugia, ma l’impegno realizzativo tocca professionisti provenienti da molte aree della nostra regione. Da quelle prime telefonate, infatti, tra il presidente dell’Associazione e la responsabile delle politiche del settore cinematografico del Comune di Perugia, in pochi giorni si trasmette un’incredibile febbre di partecipazione. Aderiscono al progetto tanti nomi, tutti nell’intento di raccontare, attraverso il cinema, il momento storico particolarissimo, attraverso una condivisione del proprio mondo, nella difesa del proprio quotidiano e nel tentativo di proteggere tutto ciò per cui si sono alzati ogni mattina.

 

 

Attraverso il permesso del Comune diventa possibile organizzare le prime microtroupe che, all’interno delle strette norme anticontagio, iniziano a girare organizzandosi da varie zone dell’Umbria per arrivare a Perugia. “Perugia come fosse Trevi, o Terni, o Giove o Montone Perugia come fosse Milano, Parigi, Londra o New York. Perugia sorella di ogni città del mondo. Con tanta Umbria pronta a sorreggere l’idea, forse folle, di raccontare. Anche quando continuare a raccontare, con quel poco che si ha, è ancor più faticoso del solito” tiene a precisare Menichelli. Con guanti, apparati di protezione, mascherine e distanza. Così il set, come la vita di tutti, in tutti quei giorni. Ed ecco, entrano in scena tanti Umbri, tutti che nel distanziamento cercano un contatto, una connessione umana che non può essere dimenticata.

Perugia for the world, quindi, sinonimo di umbria for the world in un progetto che vede la partecipazione, nel ruolo di sé stessi, di tanti personaggi e strutture: il pittore Franco Venanti, il marionettista Mario Mirabassi, il Perugia Calcio, l’Università per Stranieri, Eugenio Guarducci ed Eurochocolate, la Sir e Aleksandar Atanasijevic, il Teatro Stabile dell’Umbria, con un monologo dell’attore Michele Nani in un Teatro Morlacchi deserto, il Sindaco Andrea Romizi, l’Assessore alla Cultura Leonardo Varasano, Raffaele De Vincenzi, attore perugino recentemente diplomatosi all’accademia d’arte drammatica di Roma, l’Assessore alle Produzioni Cinematografiche Francesca Vittoria Renda, il Kandinsky Pub con Simone Boccardini, il jazzista internazionale Gabriele Mirabassi e dj Ralf che oltre ad un ruolo nel film offrono anche la loro musica, Valeria Guarducci e l’Hotel Giò Jazz and Wine, la Croce Rossa Italiana, la Polizia Municipale, Jalila con la sua scuola di danza, e tanti tanti altri. Si aggiungono anche le musiciste Rachele Spingola e Arianna Felicioni, il presentatore di eventi Massimo Zamponi, Federica Bardani organizzatrice di eventi.

“Il cerchio in fase 2, si allarga ancora: Partecipano anche la città di Marsciano, attraverso il contributo del radiocronista Riccardo Cucchi, l’Associazione Medem di San Giustino, la modella e attrice di Todi Chiara Dal Basso Ombelli, Lucia Giuliani da Foligno, Alfiero Toppetti da Assisi, e così via. Tutti raccontano sé stessi, in un gioco oscillante tra realtà e fantasia, alla ricerca di nuove ragioni di esistenza, spesso attaccati in modo surreale a tutto ciò che può difendere le proprie passioni, la comunicazione, il contatto con l’altro, in un messaggio di fratellanza ed interdipendenza che attraversa ognuno di noi e che vuole, nel lugubre silenzio della città vuota, proiettarsi verso il futuro, continuare a sognare e progettare” racconta il regista presidente.

Partecipano alla faticosa fase di ripresa diverse piccole e medie imprese dell’audiovisivo della regione, tutte pronte ad investirsi nel Progetto di produzione dello Studio Lumière di Perugia, progetto che, pur partito in condizioni di disperazione, si rivela, di ora in ora, una nuova chiave di comunicazione. Infatti al fianco dello Studio Lumière di Perugia, presieduto da Matilde Pennacchi, ci sono: la Procacci Entertainment di Trevi, La Smart Movie di Montone, la Droinwork scuola di Droni di Todi di Carlo Intotaro, Impronta Creativa di Perugia, Gianni Fantauzzi di Giove, Federico Locchi di Perugia. Partecipano i fotografi Davide Garzia e Amedeo Ferrante.

Il percorso, inizialmente pensato come un corto, diviene un lungometraggio che, “nella nuova logica del mondo capovolto, – continua Menichelli – porta la nostra regione ad essere creatrice di contenuti condivisibili dall’intero pianeta, e già sotto l’attenzione di alcuni distributori nazionali”.

 

Perugia for the world

 

La presentazione in anteprima del teaser è stata subito accolta dalla Hollywood Celebrities, alla Mostra del Cinema di Venezia, dove i Mestieri del Cinema Umbri esporranno, in una finestra di circa due ore, alcune iniziative della rete dell’audiovisivo umbro. E il lungometraggio diventa un rompighiaccio per portare al Lido progetti di Todi, Marsciano, Terni, aprendo il passo ad altri, nell’obiettivo di allargare le possibilità lavorative dei cineasti residenti in Umbria.

Perugia for the world è in primo luogo un tributo che l’Associazione Mestieri del Cinema Umbri dedica a tutti quelli che hanno sofferto e continuano a soffrire per il virus – afferma il regista umbro Federico Menichelli, per il quale questa sul lockdown è la terza regia presentata al Lido – un atto di impegno civile di una categoria non certo sostenuta in questo momento di crisi. Ma è anche uno sforzo produttivo quantificabile, secondo i parametri del cinema professionale, a un budget di almeno 200.000 euro. Questo considerando le oltre 30 persone complessive di troupe, le circa 50 sessioni di ripresa, le innumerevoli location utilizzate, le attrezzature investite e l’impegno di ore di produzione e organizzazione durante il lockdown. Un impegno che oggi permette alle nostre strutture politiche di comprendere in maniera inequivocabile come questo potenziale, se sostenuto come in molte altre parti di Italia, sarebbe in grado di creare un prodotto filmico umbro di alta qualità e contenuti”.

Terzo posto, nella categoria Associazioni, per Argo – associazione culturale nata alla fine del 2007 – nel concorso “Turismo slow: raccontare per promuovere l’Umbria. Economia e cultura, il futuro è digitale” per il progetto “TV di comunità 2019”, indetto da CO.RE.COM Umbria.

Il bando richiedeva contenuti audiovisivi che si focalizzassero sulle bellezze che ospita il territorio umbro. Al tempo stesso però i video dovevano veicolare il concetto di turismo slow, una forma di turismo che mira a un’esperienza turistica totalizzante, che presupponga più profonde interazioni con il territorio visitato e i suoi abitanti, senza limitarsi a visite passive e circoscritte alle sole principali attrazioni di quel determinato luogo. Sono stati sedici i video e sei i podcast narrativi per promuovere il turismo lento in Umbria tra i giovani, presentati dalle emittenti televisive, radiofoniche e associazioni.

Due i video vincitori presentati da Argo, Un fantasma a Perugia e 2135: edizione straordinaria. Due cortometraggi dal sapore agrodolce, che mettono in luce l’uno la velocità con la quale si vive oggi, incuranti del bello che si ha intorno, e l’altro un pianeta distrutto e popolato solo da uomini-animali, in un lontano 2135.

Un fantasma a Perugia

 

Un fantasma buono si aggira per le vie di Perugia. Spazza i vicoli quasi danzando, pulisce le giacche di chi sorseggia con gusto un caffè al bar, raccoglie le sporcizie dei turisti troppo fast e troppo poco attenti a godere della bellezza che hanno intorno. Il video è stato realizzato con la collaborazione del noto regista cinematografico Daniele Ciprì.

2135: edizione straordinaria

 

Marsciano, Pianeta Terra, 2135. Gli esseri umani sono per metà animali a causa di mutazioni genetiche provocate dalle nefandezze dell’uomo e ricordano con ironia e amarezza i tempi che furono. Il video è stato realizzato dal regista Stefano Domenichetti Carlini.

In anteprima nazionale, la proiezione del cortometraggio Andate in pace al Meliès di Perugia, con l’interpretazione di Floriana La Rocca e la regia di Carmine Lautieri.

Le riprese del film

 

Ha riscosso grande successo di pubblico il cortometraggio interpretato dalla versatile artista – in questo caso nelle vesti di eccellente attrice – Floriana La Rocca, in un film diretto dal giovane Carmine Lautieri, che ha messo in luce aspetti sociali e antropologici della provincia italiana. Una commedia arguta e mirata che nasce dal vissuto del giovane regista e fa riflettere sull’abbandono dei piccoli borghi e sugli accadimenti dibattuti nell’agorà paesana, spesso rappresentata dalla parrocchia e dai suoi frequentatori.
Dopo che Barbara Venanti, figlia del celebre maestro Franco Venanti, presente alla proiezione, ha salutato i molti intervenuti – tra cui i soci del Circolo Bonazzi, insieme al giornalista Sandro Allegrini, all’attrice Floriana e al bravo Carmine – si sono spente le luci in sala e accese quelle del grande schermo.
Un trio di donne, di cui Floriana ne interpreta magistralmente la capetta, il furto della statuetta di San Girolamo, il figlio carabiniere, la compagna che si dilegua, il mariuolo… sono alcuni dei passaggi visti nelle riprese e non ne racconto altri, per non anticipare la trama del film, che vale sicuramente la pena di vedere.

 

Carmine Lautieri e Floriana La Rocca

 

Al termine dell’applaudita proiezione, il ventitreenne regista campano Carmine Lautieri ci ha confidato: «L’idea di Andate in Pace è venuta a seguito del furto, realmente accaduto nel mio paese Tora e Piccilli, della reliquia di Sant’Antonio e da lì ho pensato che cosa sarebbe successo se avessimo preso delle signore timorate di Dio e le avessimo messe in un contesto criminale anche se un po’ stravagante… e da qui è nata la trama. Inoltre, lavorare con un’attrice come Floriana La Rocca, mi ha reso consapevole che c’è sempre da imparare da professionisti come lei, infatti, mi ha dato dei preziosi consigli e la ringrazio con affetto. Così come devo ringraziare il resto del cast composto da bravissimi attori come Pino Calabrese, Claudio Boschi, Gloria Napoletano, Silvana Gravina, Onesta Compagnone, Sergio D’Angelo, Lucio Zagaria e ringrazio questa bella terra umbra che mi ha accolto per l’anteprima assoluta. Devo aggiungere che io amo la commedia, ma in futuro vorrei girare un horror».
Floriana La Rocca invece ha confessato: «Sono grata al bravissimo Pino Calabrese, il mariuolo del film, perché è stato lui il contatto con Carmine e durante la prima telefonata con il giovane regista, mi sono resa conto della sua determinazione e della sua professionalità e sono sicura che Lautieri ricoprirà una parte molto importante nel cinema italiano. Nel film mi sono profondamente sentita nella parte, come una brava attrice deve fare, ma l’atmosfera affettuosa e le attenzioni dei paesani, la professionalità della giovane troupe, la bravura dei colleghi e di Carmine, mi hanno messo nelle migliori condizioni per interpretare il mio personaggio».

PerSo – Perugia Social Film Festival: nove giorni di cinema del reale, concorsi e workshop. Dal 5 al 13 ottobre Perugia diventa capitale del documentario con cinque titoli in anteprima nazionale per il concorso principale e oltre quaranta film da tutto il mondo.

«Siamo un Festival che porta novità in campo cinematografico. Proiettiamo in sala film di qualità, che difficilmente si potrebbero vedere al cinema; inoltre lo spettatore può incontrare gli autori e vivere l’ambiente del festival come se fosse una vera comunità formata da registi, addetti ai lavori e volontari». Con queste parole di Luca Ferretti, direttore artistico del Festival insieme a Giacomo Caldarelli e Ivan Frenguelli, spiega l’evento perugino.

 

Buona fortuna di Alberto Brizioli. Categoria Umbria in celluloide

 

Tutto questo e molto di più è PerSo – Perugia Social Film Festival che, giunto alla quinta edizione, attraverso il linguaggio del documentario racconta la realtà e il mondo del sociale nel suo senso più ampio e nelle articolazioni più varie.
Differente, non indifferente e resistente sono le tre parole che meglio rappresentano l’evento, che vanta quaranta titoli selezionati divisi in sei categorie, tra cui cinque anteprime nazionali.
«Si tratta di un’edizione di resistenza per il poco budget a disposizione, rischiavamo anche di non fare l’evento, ma ce l’abbiamo fatta. Abbiamo deciso di mantenere la struttura del Festival nonostante le poche risorse, riuscendo a presentare un programma aperto a diversi generi e gusti. La selezione dei film è di altissimo livello, con anteprime nazionali, europee e internazionali che toccano temi e contenuti che attraversano il panorama del cinema del reale. Il criterio di selezione ha riguardato, sia la bellezza e l’innovazione cinematografica, sia l’attualità e l’importanza dei temi trattati: un festival di cinema sociale non può prescindere dal contenuto» prosegue Ferretti.

 

J’veux du soleil, di Gilles Perret e François Ruffin. Uno dei titoli in concorso.

Numeri e novità

Una città, tre sale cinematografiche, nove giorni di festival a ingresso gratuito, sei categorie di concorsi, una rassegna dei migliori documentari della stagione (i PerSo Masterpiece), oltre quaranta titoli nazionali e internazionali in programmazione, cinque anteprime italiane, un concorso cortometraggi e una residenza artistica dedicata ai giovani cineasti. Inoltre, il PerSo Lab per il finanziamento di nuove produzioni, laboratori e workshop: tutto questo offre al pubblico l’edizione 2019, organizzata dall’associazione RealMente in collaborazione con la Fondazione La Città del Sole-Onlus.
Uniche anche le giurie composte dai detenuti della Casa circondariale di Perugia-Capanne, da persone immigrate che vivono a Perugia, oltre a quella degli studenti di cinema dell’Università degli studi di Perugia e quella del pubblico. «In carcere faremo tre proiezioni e i detenuti incontreranno i registi e assegneranno un premio al miglior documentario. Questo progetto è senza dubbio quello che ci ha regalato più emozioni e più soddisfazioni. Oltre a tutte le categorie di concorso, siamo riusciti a riconfermare anche il Perso Lab, che sostiene nuovi progetti filmici di giovani autori, contribuendo a incentivare la produzione cinematografica della nostra regione, così come Umbria in celluloide. Tra le novità: gli Audio doc di Radio Tre, un racconto documentario senza immagini che siamo felici di poter ospitare, e la Residenza artistica (in collaborazione con la Siae e il Mibac) che permetterà a sei giovani film maker di realizzare un documentario di regia collettiva che racconterà l’Umbria e i suoi personaggi» conclude Luca Ferretti.

 

Selfie, di Agostino Ferrente. Nella categoria PerSo Masterpiece

Le categorie competitive

  • Concorso internazionale per documentari in anteprima italiana (PerSo Award)
  • Concorso per documentari di produzione italiana (PerSo Cinema Italiano)
  • Concorso internazionale di cortometraggi documentari (PerSo Short Award)
  • Premio Umbria in celluloide, storie di tematica sociale sull’Umbria e/o di autori umbri
  • Concorso Percorsi/Prospettive, dedicato ai cortometraggi (sia di finzione, che di animazione e documentari) di giovani cineasti nazionali
  • Premio di sostegno allo sviluppo per progetti di film (PerSo Lab) che, oltre ad offrire un premio in denaro per sostenere un progetto filmico ancora da realizzare, offrirà un tutoraggio tecnico con un’équipe di professionisti del settore.

 


Il programma di PerSo – Perugia Social Film Festival 2019

«Fare il musicista è una carriera lunga. Per suonare il violino serve tanto amore e sacrificio, anche perché oggi c’è grande competizione»

«Ha fatto delle belle domande». Con queste parole il violista perugino Patrizio Scarponi si congeda dall’intervista. Lo prendo come un complimento, perché la nostra è stata una chiacchierata sulla sua carriera e sulla musica classica in Umbria. Non certo un’intervista per mettere l’interlocutore alle strette. Quindi sì, è un complimento e mi sento soddisfatta! Soprattutto perché arriva da Scarponi, un uomo di cultura e di spessore artistico.
Il violinista e docente al conservatorio di Perugia suona il violino da quasi 60 anni; vanta collaborazioni con le maggiori orchestre italiane – La Nuova Aidem di Firenze, l’Orchestra Sinfonica Abruzzese, l’Orchestra Sinfonica Umbra, Solisti della Filarmonica Romana e dell’orchestra da camera I Filarmonici di Roma – e con i più grandi maestri, da Ennio Morricone a Uto Ughi. Insomma, un’eccellenza umbra a tutti gli effetti.

 

Patrizio Scarponi durante un’esibizione

Qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame molto profondo, non solo perché ci sono nato e cresciuto, ma perché sento una vera attrattiva per questa terra di santi, poeti e artisti… un luogo di bellezza assoluta. Sono molto contento di vivere in questa terra meravigliosa.

Ha mai pensato di andarsene, visto il lavoro che fa?

Ho sempre avuto tante occasioni, ma il piacere di vivere qui mi ha fatto declinare ogni offerta.

Cosa l’ha spinta a diventare un violinista, a scegliere questo strumento?

È stata quasi un’imposizione. Sono nato in una famiglia di musicisti e mi piaceva suonare la tromba: facevo finta di suonarla usando l’imbuto che serve per imbottigliare il vino. Mio padre invece decise che dovevo suonare il violino. Oggi lo ringrazio, perché è uno strumento che amo molto.

A quanti anni ha iniziato a suonare?

A 6 anni.

Cosa vuol dire essere primo violino in un’orchestra?

È una grande responsabilità, è il ruolo più difficile in cui un musicista può imbattersi. Hai sempre un pubblico doppio: l’orchestra dove ci sono i tuoi colleghi e il pubblico che viene ad ascoltarti. È un ruolo che potrei definire scomodo.

Però dà grande soddisfazione…

Assolutamente. Ogni ruolo nella musica è sempre gratificante.

Collabora stabilmente con l’orchestra sinfonica creata e diretta dal maestro Ennio Morricone: ha mai partecipato alla realizzazione di qualche traccia per il cinema?

Ho realizzato per il cinema circa 40 colonne sonore: da C’era una volta in America a Baarìa, passando per La leggenda del pianista sull’oceano, La Sconosciuta, Malena e tante altre. Ho lavorato con il Maestro per 25 anni: negli ultimi 12 con Morricone ho fatto circa 300 concerti in tutto il mondo.

Quando il Maestro ha vinto l’Oscar, un pezzetto lo ha sentito anche suo?

Quando ha ricevuto l’Oscar alla carriera eravamo ospiti a Hollywood e abbiamo suonato davanti a tutte le star. È stata una bellissima esperienza. Io sono un semplice musicista, è lui il genio. Io e i miei colleghi abbiamo fatto sempre del nostro meglio per realizzare le sue creazioni.

Nel corso della sua carriera ha effettuato registrazioni per la RAI: di cosa si tratta?

Abbiamo fatto molte registrazioni con I Filarmonici di Roma e il maestro Uto Ughi, così come diversi concerti negli studi RAI. Senza dimenticare la realizzazione di dischi.

Ascolta musica pop? C’è qualcosa che le piace?

La musica fatta bene è tutta bella. Ci sono stati in passato musicisti di grande valore, penso ai Queen, ai Led Zeppelin e ai The Rolling Stones. Ora seguo di meno, ma quando ero giovane ascoltavo questi gruppi che avevano musicisti di prim’ordine nel loro genere.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole intraprendere la sua professione?

È una carriera molto lunga, dura e piena di sacrifici. Deve piacere tantissimo perché, soprattutto per il violino, ci vuole una dedizione estrema, altrimenti non si arriva da nessuna parte. Oggi poi c’è molta competizione, ci sono dei giovani che fanno davvero paura. Occorre tanto sacrificio e tanto amore.

Lei quante ore suona in un giorno?

Da giovane dalle 10 alle 8 ore. Oggi non più di 3 ore in un giorno.

La musica classica in Umbria crede che abbia il giusto spazio o si potrebbe fare di più?

Si potrebbe fare tantissimo, con cinquantamila s (scherza). L’Umbria è una terra bellissima e piena di arte, ma la musica non viene apprezzata. Qui ha più successo la sagra della porchetta. C’è l’associazione Amici della Musica che funziona bene, ma spesso chiama a suonare musicisti stranieri, c’è poi il Festival dei Due Mondi di Spoleto che – a mio parere – in questi anni ha avuto un notevole calo, non si realizzano più concerti di grande spessore artistico come accadeva un tempo.

Concretamente, cosa si potrebbe fare?

Prima cosa si dovrebbe dare più spazio alla musica, costruendo un’orchestra stabile che in Umbria non c’è. Sono stati fatti dei tentativi in passato, anche da me, ma è stato tutto inutile. Abbiamo insegnato al mondo la musica, la scultura, la pittura… oggi siamo l’ultimo paese in questi ambiti. Basti pensare che una città come Düsseldorf ha quattro orchestre stabili: in Umbria non ce n’è nemmeno mezza. Mi dispiace soprattutto per i giovani e i miei allievi perché, se vogliono diventare musicisti, se ne devono andare dall’Italia. Siamo un popolo pieno di talento – quando senti suonare un italiano lo riconosci subito – ma manca la possibilità di realizzare i sogni.

Per concludere: come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Terra straordinaria, ma la gente è ancora contadina – l’arte è l’ultima cosa a cui pensano. Qualcuno non avrebbe nemmeno il diritto di viverci per quanta bellezza c’è, ma che in pochi apprezzano. Quindi le tre parole potrebbero essere: arte, storia e gente gretta. Non lo vorrei dire, ma quello umbro è un popolo ignorante, e lo dico da umbro.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il suo grande passato.

Una matita in fuga 15 anni fa verso l’America – dove tutt’ora ha partnership e compagnia incorporata – che ha deciso di tornare in Umbria e aprire anche in terra natale una compagnia, fondando la Procacci Entertainments Srl: «Credo che la vera America sia qui».

Daniele Procacci è venuto a farci visita in redazione. Con lui abbiamo fatto una bella chiacchiera sul suo lavoro di concept designer e production designer – che svolge tra gli Stati Uniti, il Canada, l’Inghilterra e l’Italia – sul cinema e sull’Umbria. Ci ha mostrato i suoi lavori e in diretta – tra una discussione e una battuta – ha realizzato per noi un possibile “nuovo” Batman. Dopo anni di esperienza in progetti e collaborazioni con compagnie come Walt Disney Corporation, Marvel e Warner Brothers, per citarne alcune, Daniele è tornato in Italia e ha fondato la Procacci Entertainments Srls che offre servizi di sviluppo, production design, video editing e filming on location per numerosi progetti locali e nazionali. «Credo e sono convinto che la vera America sia qui».

 

Foto per gentile concessione di VegVideo

 

Daniele qual è il suo legame con l’Umbria?

Diamoci del tu please… in America non esiste del “lei” se non per meriti assoluti. L’Umbria è la mia terra. Sono nato Foligno e cresciuto in Umbria tra le vie dei piccoli borghi, perché la mia famiglia è originaria di Todiano di Preci e Borgo Cerreto di Spoleto in Valnerina. Questi luoghi hanno contribuito alla mia formazione artistica, perché in qualsiasi posto tu vada, l’Umbria offre sempre paesaggi artistici.

Negli anni Novanta hai collaborato con l’allora Walt Disney Studios e Marvel UK di Londra: ci racconti queste esperienze.

Ho iniziato 26 anni fa a lavorare come freelance (Indipendente a contratto) per la Walt Disney company: all’epoca facevo l’in-betweener, in pratica realizzavo i sette disegni in un secondo di minore importanza ma necessari all’animazione. Vi spiego meglio: in un secondo di animazione ci sono 12 disegni, il disegnatore supervisor – il grande nome – produce i disegni fondamentali, io e altri tantissimi ragazzi allora che l’animazione era tutta disegnata a mano, ci occupavamo invece delle intercalazioni del disegno, talmente impercettibili che l’occhio non riesce nemmeno a cogliere. Per la Marvel UK invece ho fatto, e faccio ancora, il Concept e Production Artist, mestiere che svolgo anche con la compagnia italiana nostra, la Procacci Entertainments Srls.

Tra i due lavori quale preferisci?

Sicuramente il Concept artist e da 15 anni mi occupo primariamente proprio di questo. Io e la mia società facciamo parte delle centinaia di quelle figure invisibili che realizzano l’architettura di un film fino ai formati digitali che l’industria del cinema di oggi predilige, anche se mi piace ancora lavorare in maniera classica. Ovviamente il digitale è più veloce, lo puoi modificare e puoi tornare indietro se sbagli, ma l’acquarello e le tecniche miste hanno ancora il suo fascino e fanno parte delle fondamenta del progetto, qualunque esso sia. Gli artisti di grande livello lavorano ancora disegnando a mano.

Il digitale oggi ha superato la “vecchia scuola”?

Oramai sono un’unica scuola. Non c’è più la vecchia e la nuova, c’è integrazione tra le due, però se non sei in grado di realizzare un acquarello con tre colori, non sarai mai in grado di far nulla nemmeno con 100 pennelli digitali.

Foto per gentile concessione di VegVideo

Dipingi anche utilizzando solo il vino…

La tecnica Con il Vino nasce nel 1997 nella tenuta di Francis Ford Coppola in California quando per errore intinsi il pennello nel bicchiere del suo Cabernet Franc, invece che nell’acqua. La tecnica ottimizza l’uso del solo vino come colore: ho usato, per realizzare i quadri, dall’Amarone al Brunello, dal Sagrantino al Cabernet Sauvignon, fino al Merlot e al Chianti. Con i miei quadri ho avuto l’onore di omaggiare Nicholas Cage, Al Pacino, Clint Eastwood, Penelope Cruz, Arnold Schwarzenegger, Elton John, Andrea e Veronica Bocelli e Rutger Hauer.

Parlaci della Procacci Entertainments Srls: di cosa di occupa?

Siamo uno studio di Concept Art e Production Design per l’industria del Cinema e del Teatro. Tre anni fa, quando ci fu il terremoto in Umbria e nelle Marche, sono tornato a casa per dare contributo e portare opportunità nella nostra terra martoriata dal sisma e ho deciso di aprire una compagnia che portasse il mio cognome così da essere conosciuto meglio anche in Italia. Non sono un cervello in fuga, semmai sono una mano scappata all’estero, ma il fatto di tornare l’ho visto come un’opportunità. Sono convinto che l’America sia qui. Come me la pensano tanti produttori americani, che sempre più spesso vengono in Italia per produrre i loro film, ad esempio Wonder Woman è stata girata in Puglia e The Avengers in Trentino Alto Adige. Tutto però dipende da quello che si propone a chi viene a investire economicamente nel nostro Paese.

L’Umbria potrebbe offrire questi servizi e attirare grandi produzioni?

È una domanda da 100 milioni di euro… che in Umbria purtroppo non ci sono (scherza). Questa regione ha tanti diamanti, ma che sono nascosti e che nessuno ha mai pubblicizzato e fatto conoscere. Per far questo servirebbe qualcuno esperto del settore cinema, oltre a un sito in inglese e a una gestione dei rapporti commerciali con l’estero fatta soprattutto da professionisti del settore. Alla fine degli anni Novanta eravamo un polo d’attrazione importante grazie anche al Centro multimediale di Terni, ma la gestione fatta dai non addetti ai lavori non ha saputo mantenere e sfruttare al meglio ciò che avevamo a disposizione. Ora si sta parlando di creare una Fondazione di Cinema a Perugia, ma l’industria cinematografica non ha nulla a che fare con la politica comunale, regionale o nazionale. In Umbria vengono a girare solo fiction o film medievali perché vanno a colpo sicuro, perché qualcuno dello staff sa che c’è un tale posto o un tale castello. Le mega produzioni si orientano in altre regioni o a Cinecittà, perché qui non c’è una struttura organizzativa che gli garantisce un andamento sicuro dei lavori: le produzioni made in Usa arrivano fino alla porta dell’Umbria e poi però girano e vanno in Puglia o a Roma, dove trovano il meglio che al momento attuale l’Italia può offrire per l‘industria del cinema.

Ma questo da cosa dipende?

Dal fatto che non c’è una Film Commission gestita da esperti del settore e tecnici, dal fatto che non c’è nessuno incaricato che sappia come si vende ad una produzione internazionale il prodotto Umbria. Quelle che ci sono state, o hanno fatto degli accordi con i singoli comuni – per esempio Paul Verhoeven con il Comune di Bevagna –  o sono venute per volere di privati insieme ad amministrazioni più lungimiranti di altre, come è accaduto per Il Nome della Rosa.

Foto per gentile concessione di VegVideo

Cosa servirebbe?

Come ho già detto, occorre una struttura adatta a vendere il prodotto Umbria nell’industria del cinema e soprattutto delle figure competenti ed eccellenti a cui una produzione può rivolgersi quando decide di venire a girare qui. Ribadisco, servono persone di merito che conoscono il settore, altrimenti le produzioni non verranno mai; la nuova Fondazione di cinema mi auguro sia affidata e gestita da professionisti del settore, basta controllare le biografie artistiche e la presenza di crediti e credenziali nell’industria prima di affidare un incarico. Chi è venuto a Perugia per qualche evento a tema, come ad esempio il Love Film Festival, è rimasto incantato dalla sua bellezza, definendola un set perfetto per tante pellicole; il problema è che non ci sono le condizioni per girare in città: i produttori con le finanze necessarie a produrre arrivano fino alla porta, poi non venendo riconosciuti e non trovando un referente esperto, si girano e vanno da un’altra parte, in un’altra regione troppo spesso.

Se dovessi disegnare l’Umbria, come la disegneresti?

La disegnerei come una donna bellissima con abiti multicolori e sgargianti di fogge di epoche che vanno dal preistorico fino all’ipertecnologico, passando per Medioevo e Rinascimento… ma bendata, che non riesce troppo spesso a vedere di preciso dove sta andando.

Hai iniziato con i fumetti, per passare poi ai cartoon: quale dei due preferisci realizzare?

Io sono nato con il fumetto, sono cresciuto da ragazzino nella realtà perugina dello Star Shop, poi mi sono trasferito in America perché era lì che mi venivano date le migliori opportunità di fare vedere merito e talento. Lo dico a tutti quelli che vogliono provare a fare questo lavoro: provateci, andate negli Stati Uniti, in Inghilterra, oggi anche a oriente… provate in una grande città italiana, per esempio a Milano o a Roma, bussate a tutte le porte, credete nei vostri sogni. In Umbria i giovani regna un senso di disillusione contagioso, i giovani non credono più nei loro sogni: io ho buone speranze, ci credo e cerco di convincere gli altri a tornare a sognare. In Italia manca la meritocrazia o spesso è subordinata a tanti altri fattori.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Qualcosa di magnifico ed estremamente importante è in lavorazione ed ogni giorno c’è una novità più di livello, ma ancora è presto per parlarne…. Niente spoiler, come nella filosofia attuale dell’industria del Cinema. Vi terrò informati!

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Speranza, sacro e profano.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

Ci si potrebbe girare qualsiasi Progetto di film hollywoodiano senza bisogno di andare da altre parti.

Anche “Sapore di Mare”?

Sì, se giri in certi posti del lago Trasimeno puoi anche ricreare il mare della riviera, perché no!

«Il cinema è un’esplosione del mio amore per la realtà». (Pier Paolo Pasolini)

Il Love Film Festival di quest’anno racconta proprio la realtà, in molti aspetti: «È un’edizione ricca di contenuti che coniuga cinema, attualità e argomenti sociali». Con queste parole il direttore artistico Daniele Corvi illustra la quinta edizione del festival dedicato alla settima arte, che si svolge a Perugia da oggi fino a lunedì 6 maggio. Sette film in concorso e cinque cortometraggi, eventi culturali e tanti ospiti: è quello che troveranno gli amanti del cinema e non solo… in città!

 

Il Grifone d’Oro

 

L’idea di realizzare questo festival è nata nel 2014 dall’associazione culturale Perugia Love Film, con l’intento di raccontare l’amore per le arti attraverso l’opera cinematografica. Un amore in tutte le sue sfaccettature, ma soprattutto attraverso il cinema. «Il nostro obiettivo è quello di creare un momento di condivisione culturale e di riportare il cinema nel centro Italia, mostrando anche la bellezza della nostra terra. L’Umbria a livello cinematografico è molto indietro, anche rispetto a piccole realtà come noi, penso alla Basilicata e al Trentino Alto Adige. Non c’è l’Umbria Film Commission, che servirebbe tantissimo. Noi come festival abbiamo dato lo scorso anno un contributo notevole, perché le produzioni della serie tivù Il Nome della Rosa e del film di Paul Verhoeven sono state legate al nostro evento. Quest’anno non ci fermeremo e avremo una grande produzione americana che verrà per dei sopralluoghi in vista della realizzazione del prossimo film sulla vita di San Francesco. Occorre però cambiare subito tendenza, perché come regione stiamo perdendo delle grandi opportunità, cinematograficamente parlando: abbiamo paesaggi, storia e bellezze artistiche che dovrebbero essere maggiormente sfruttate» spiega Daniele Corvi.

Tanti tipi di amore

Nelle cinque giornate del festival si alterneranno diversi tipi di amore: quello per l’innovazione e l’ambiente, per il fairplay e lo sport, per le donne, per la cultura e lo spettacolo, per i giovani e l’avventura. Ogni giornata avrà workshop a tema, film e illustri personaggio del mondo del cinema: sono attesi l’attore Franco Nero, i registi Giovanni Veronesi e Giacomo Battiato, il fotografo Fabio Lovino e la madrina dell’evento la giornalista Giorgia Cardinaletti.

 

Il direttore artistico Daniele Corvi, foto by Photo Veg Video

La giornalista Giorgia Cardinaletti, foto by Photo Veg Video

Il nome Love Film Festival non fa riferimento a film di sfondo unicamente romantico, ma al tema Amore nelle sue innumerevoli sfaccettature: amore per l’arte, per la musica, per la danza, per lo sport, per una città e per tutto quello che è riconducibile a esso. Quest’anno la scelta dei temi affrontati ricalca la stretta attualità, con un tema su tutti, quello del femminicidio. «La scelta di questi argomenti è avvenuta quasi per caso: tutto è iniziato durante in Festival di Taormina dove abbiamo incontrato un’associazione che si occupa proprio di femminicidio. Da qui siamo partiti per introdurre all’interno del festival questo importane argomento. Poi è stato aggiunto il fairplay e dell’innovazione: tutti temi attualissimi per rendere ancora di più il cinema un momento di incontro e confronto» aggiunge il direttore artistico.

 

Franco Nero

Un appuntamento da non perdere è l’incontro – domenica – con Franco Nero, che riceverà il Grifone alla Carriera: «Franco Nero è stato scelto sia perché è un grandissimo attore, sia per la storia d’amore che ci verrà a raccontare e che vive da anni con Vanessa Redgrave. Inoltre, è uno dei pochi attori che ancora lavora a livello internazionale: questi i motivi per conferirgli questo riconoscimento» conclude Corvi.
Tutti gli incontri si svolgeranno presso la Sala conferenze della Galleria Nazionale dell’Umbria.

 


Love Film Festival, il programma completo.

Un evento per combattere l’entropia e l’appiattimento del sistema: il 18 aprile torna ad Assisi il TEDx, l’evento delle idee che vale la pena diffondere.

Quello che era nato come una conferenza annuale stanziata a Monterey, in California, è ormai diventato un vero e proprio sinonimo di innovazione, diffuso a livello mondiale.
TED (Technology Entertainment Design) è un format che, prendendo le mosse da tecnologia, divertimento, scienza, design, discipline umanistiche e affari e sviluppo, riunisce i più grandi pensatori del mondo. Hanno infatti calcato il palco personaggi come Jane Goodall, Bono Vox, Bill Gates, Isabelle Allende, Bill Clinton, Al Gore, Jeff Bezos, il co-fondatore di Wikipedia Jimmy Wales e i co-fondatori di Google, Sergey Brin e Larry Page.

 

 

Dal 15 al 19 aprile TED torna a Vancouver con il tema Bigger than Us, sviluppato in cinque giorni e in dodici sessioni. Ogni intervento, in lingua inglese, avrà una durata massima di 18 minuti.
Nel contempo, a livello locale, sarà possibile assistere in diretta a una o più sessioni in lingua originale: un modo esclusivo per entrare nel vivo del dibattito e viverne l’atmosfera prima della diffusione dei TEDtalk sui canali ufficiali.
L’evento locale umbro, il TEDxAssisiLive2019, accoglierà sei speaker all’interno del Palazzo del Capitano del Perdono a Santa Maria degli Angeli (la sede del Digipass Assisi). A essere selezionata è stata la sessione Imagination, ispirati dalla quale gli speaker parleranno di arte, cinema, scrittura, illustrazione e architettura.
Alle 15.30 è prevista la registrazione degli ospiti, i quali avranno poi a disposizione due sale, una per seguire lo streaming del TED di Vancouver, l’altra per ascoltare gli speaker locali e scambiarsi idee. Noi di AboutUmbria saremo lì, con la nostra postazione, per parlavi del nostro nuovo nato, AboutUmbria Collection Yellow, e per ascoltare le vostre idee!
Al termine della sessione, i partecipanti potranno confrontarsi con gli organizzatori, per discutere di quanto visto e per ascoltare i piani futuri di TEDxAssisi, per iniziare a immaginare insieme la prossima edizione, che si terrà probabilmente nel 2020.

 


Riferimenti

www.tedxassisi.com

https://www.ted.com/tedx/events/34372

https://www.instagram.com/tedxassisi/

https://www.facebook.com/TEDxAssisi/

https://twitter.com/TEDxAssisi

«Il mio sogno è presentare Sanremo, ma per ora ho in programma un tour tutto mio, che partirà a maggio».

Antonio Mezzancella è timido e riservato. Potrebbe sembrare strano, considerando la professione che ha scelto, ma è davvero così. Lo scopro durante la nostra chiacchierata e lui me lo conferma: «Nella vita di tutti i giorni sono un tipo timido, poi indosso una maschera e vado».
È partito da Perugia, sua città natale, per arrivare, passo dopo posso, a essere un imitatore tra i più apprezzati della televisione italiana. La sua carriera è iniziata nelle piazze umbre tra piano bar e cabaret, poi i villaggi turistici e nel 2004 la vittoria al Festival di Castrocaro. Da quel momento è stato un crescendo: radio, ospitate televisive, la fondazione del gruppo musicale Italian Disco Mafia, il secondo posto nel talent show Tú sí que vales, fino ad arrivare alla vittoria del programma Tale e Quale Show, che gli ha portato notorietà e apprezzamenti per le sue imitazioni canore: da Ermal Meta a Eros Ramazzotti, da Claudio Baglioni a Francesco Renga, da Edoardo Bennato a Nek.

 

Antonio Mezzancella, 39 anni

Antonio, qual è il suo legame con l’Umbria?

L’Umbria rappresenta la mia infanzia, oggi vivo a Roma ma torno sempre appena posso. Qui ho la mia famiglia e ci sono i luoghi dove sono cresciuto, per questo è sempre bello tornarci.

Imitatore, showman, cantante: chi è Antonio? Quale mestiere sente più vicino?

Nessuno dei tre e tutti e tre. Nella vita di tutti i giorni sono un tipo timido, poi indosso la maschera e mi butto. Per questo mi riesce meglio, forse, fare l’imitatore: è il lavoro, tra i tre, con il quale ho rotto il ghiaccio in questo mondo.

Con quale dei tre vorrebbe essere identificato?

Con tutti e tre. Vorrei essere un presentatore che imita e sa cantare.

In stile Fiorello…

Esatto. Sarebbe perfetto perché, non dovrei privarmi di nulla e potrei fare tutto quello che mi piace. Lui rappresenta un mio modello, una persona nel mondo dello spettacolo a cui mi ispiro.

Quando ha iniziato a fare l’imitatore?

Ho iniziato a Perugia e nei dintorni, facendo piano bar nei locali e facendo cabaret nelle piazze dell’Umbria. Poi ho partecipato al Festival di Castrocaro e a diversi programmi radiofonici. Step by step sono riuscito a realizzare concretamente quello che oggi sto facendo.

Qual è stata, fino a oggi, l’esperienza televisiva o radiofonica più coinvolgente?

Il Festival di Castrocaro è stata la mia prima esperienza televisiva su Rai1, per questo lo ricordo come un momento molto emozionante, nonostante non capivo bene cosa stesse accadendo. Guardando invece più vicino, l’ultima esperienza a Tale e Quale Show l’ho affrontata con più consapevolezza: 15 anni fa ero allo sbaraglio, non avevo idea di quello che stavo facendo e non me la sono nemmeno goduta come avrei dovuto. Devo dire che ero proprio nel pallone!

Tra le due vittorie qual è stata più emozionate?

Quella di Tale e Quale perché ero – come detto – più consapevole ed è stata frutto di sacrifici fatti nel corso degli anni. Ho seminato e seminato, alla fine ho raggiunto il mio traguardo.

Quali sono i personaggi che adora imitare?

I cantanti sono i personaggi che mi diverto più a imitare: ho stilato una lista e sono arrivato a 61 imitazioni.

Gli ultimi che ha preparato?

Ultimo e Mahmoud. Sono proprio sul pezzo!

C’è invece un personaggio che vorrebbe imitare, ma che ancora non è riuscito?

Gerry Scotti. Non mi riesce e non mi riuscirà mai! Per imitare un personaggio devi trovare la chiave giusta, con lui ancora non l’ho trovata.

Il suo sogno nel cassetto?

Presentare Sanremo. Magari il prossimo anno (scherza).

Progetti futuri più imminenti, invece…

Ho in previsione una tournée estiva, sarà una bella produzione con tanto di corpo di ballo; partirà a maggio e toccherà tutta Italia, a breve nei social troverete tutte le date e le città. Poi ho in cantiere altri progetti dei quali è ancora presto parlare.

Al cinema ci ha mai pensato?

Sì, alla fine è un mondo parallelo. Se si dovesse presentare l’occasione non direi di no.

Un’imitatrice famosa umbra è Emanuela Aureli, vi conoscete?

Sì, certo, ci conosciamo bene. Tra di noi c’è sempre stata grande stima, ci vediamo, ci diamo consigli sul nostro lavoro, sul come fare un personaggio o anche una semplice battuta.

Se l’Umbria fosse un personaggio, come la rappresenterebbe?

Sicuramente mi focalizzerei sugli spazi, sul ritmo più umano rispetto a Roma, ad esempio, e sulla vivibilità e genuinità. Tutto questo lo apprezzi guardandolo da fuori e da lontano, quando lo vivi si dà sempre per scontato. Inoltre, ci sono i parcheggi: non è una cosa da sottovalutare (ride).

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Tranquilla, genuina e vivibile.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il verde.

«Il set de Il Nome della Rosa era come una grande famiglia; ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori. Il mio è un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo».

Ciak dopo ciak Luca John Rosati si sta facendo strada nel mondo del cinema. Lavora a Roma da 15 anni e ha affiancato, come aiuto regista, direttori del calibro di Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes… solo per citarne alcuni. La sua ultima fatica è la serie tv internazionale Il Nome della Rosa, in onda in questi giorni su RaiUno, dove Luca ha aiutato il regista Giacomo Battiato. «Durante le riprese mi sono occupato di tutto. Ho scelto con il casting ogni singolo monaco». Con Perugia – sua città natale – e l’Umbria ha un rapporto di amore e odio e non si risparmia qualche tirata d’orecchie.

 

Il cast de Il Nome della Rosa

Qual è suo legame con l’Umbria?

È un legame di amore e odio. Mi piacerebbe fare qualcosa di concreto per la mia città e la regione, sfruttando anche le mie conoscenze – spero un giorno di poterlo fare. Perugia è la città dove sono nato e mi dispiace vedere alcune dinamiche che non cambiano mai: si presentano sempre i soliti screzi – anche politici – che non portano nulla né alla città né alla regione. Tutto questo lo dico e lo ribadisco, perché ho grande affetto per questi luoghi.

Concretamente cosa vorrebbe fare o cosa dovrebbero fare?

Innanzitutto, occorre parlarsi e trovarsi insieme: Regione e Comune dovrebbero andare nella stessa direzione. La cultura è una, è apolitica; lavorare divisi in quest’ambito non serve assolutamente a niente. Si fa un passo in aventi e due indietro. È un’analisi che faccio perché queste dinamiche le noto quando torno a Perugia: percepisco poco entusiasmo in città e sembra sempre che non ci interessi nulla. È un atteggiamento molto provinciale. Tutto questo lo soffro molto, perché sono una persona che si esalta in tutti i progetti che fa. Ripeto, la mia è una critica per cercare di spronare. La gente –  non solo in Umbria – si dovrebbe riabituare alla cultura, interessare e la si dovrebbe vivere maggiormente.

L’Umbria nel suo piccolo ha comunque molti eventi culturali…

Sì, ma ne servono ancora di più. Va bene Umbria Jazz e tutti gli ospiti che attira, ma credo che le parti politiche, anche se opposte, dovrebbero – almeno sulla cultura – andare nella stessa direzione, senza pizzicarsi od ostacolarsi.

Come racconterebbe l’Umbria solo con qualche inquadratura?

Lo farei attraverso il lago Trasimeno, il monte Subasio, Assisi e soprattutto immortalando il verde. I panorami che abbiamo noi sono unici. Anche il centro di Perugia è bellissimo e bisognerebbe mantenere questa bellezza anche nelle periferie, costruendo con molto più criterio e con buon gusto architettonico, come sta avvenendo ultimamente a Milano, per fare un esempio.

Parliamo ora del suo lavoro: quand’è che ha messo piede per la prima volta in un set?

La mia prima volta è stata nel 2006 con la serie Roma dell’HBO. Avevo appena finito la scuola di regia cinematografica.

Com’è andata?

È stato un impatto molto forte, anche perché si trattava di una produzione americana. Ho iniziato subito a livelli molto alti. Il set di Roma era grandissimo, la produzione molto importante, così come gli attori: devo dire che è stato un bel debutto, ma allo stesso tempo molto impegnativo; spesso ci si svegliava alle 4 di mattina per girare e si tornava a casa alle 21.

Cosa fa in concreto un aiuto regista?

Il regista consegna una sceneggiatura e l’aiuto regista crea il piano di lavoro e di programmazione. Nelle produzioni americane siamo anche più di uno. Il primo aiuto regista è colui che crea la squadra, che prepara il set o che si occupa della chiusura di una strada se si deve girare un’esterna. Io sono abituato a fare tutto, sono un jolly. Ad esempio, per Il Nome della Rosa con l’addetto ai casting ho scelto ogni monaco, faccia per faccia.

Ha lavorato con grandi registi come Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes e molti altri: cosa ha imparato da loro, cosa gli ha “rubato” artisticamente?

Quello che mi ha colpito di loro è stata la grande umanità e la loro conoscenza della macchina cinema. Hanno un grande rispetto nei confronti di ogni singola maestranza, in un set ci sono tanti lavori, tutti importanti. Tutto deve funzionare perché i tempi sono sempre ristretti e, per questo, è fondamentale il rispetto per ogni lavoratore, dalla punta alla base della piramide. Nel cinema si ha che fare con tante e diverse persone, questo ti apre molto la testa, ti dà una visione del mondo più ampia.

 

Luca John Rosati e Carlo Verdone

Lei ha preso parte come aiuto regista alla serie tv Il Nome della Rosa diretta da Giacomo Battiato: cosa si è portato a casa da questa esperienza?

Il set era diventato come una grande famiglia. Ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori italiani e stranieri, si era creata una squadra molto unita. Quando poi tutto è finito, ho sentito subito la mancanza: un impegno e un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo.

È soddisfatto del lavoro svolto?

Il prodotto è di alta qualità e sarà sicuramente più apprezzato all’estero che in Italia: non vedo l’ora di vedere come sarà accolto in Inghilterra. Noi siamo abituati a prodotti più scadenti e siamo un pubblico più tradizionale. Il successo che sta avendo non è poi così lontano da serie più nazionalpopolari, non c’è stato – finora – un risultato di pubblico sconvolgente.

Perché secondo lei?

Come dicevo siamo abituati a prodotti più scadenti e vedere Il Nome della Rosa crea quasi una sorta di disturbo rispetto alla semplicità narrativa e costruttiva di altre serie. Altre produzioni ti impongono più qualità e ciò deve essere da stimolo, altrimenti le cose resteranno sempre come sono.

Ci racconti qualche curiosità legata alla serie…

Le riprese realizzate a Perugia, ad esempio, sono state difficili: la mattina sembrava piena estate, poi nel pomeriggio è arrivato un acquazzone improvviso e abbiamo dovuto riprendere John Turturro con una luce totalmente diversa rispetto alle immagini già girate. Ma questo è il bello del cinema!

 

Uno scatto con John Turturro

Ha mai pensato di realizzare un film tutto suo?

Ho dei progetti, le idee sono tante, ma vorrei aspettare il momento giusto e capire se quello che ho in mente può funzionare. Qualcosa, sicuramente, verrà fuori… Va detto che, per fare un film, ci vuole tantissimo tempo e io in questo momento ne ho avuto veramente poco. Quando deciderò, dovrò fermarmi un attimo e lavorare a tempo pieno al progetto, dovrà essere un prodotto forte al quale crederò molto.

C’è un regista con il quale le piacerebbe lavorare?

C’è e ho già avuto il piacere di lavorarci: è Wes Anderson. Ho lavorato in un cortometraggio che si chiama Castello Cavalcanti, diretto da lui.

E un attore che vorrebbe dirigere…

Emilia Clarke è un’attrice che mi piacerebbe dirigere. La conosco, ho già lavorato con lei in Voice from the Stone, film americano girato tra la Toscana e il Lazio. È un’attrice e una persona fantastica.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Pace, libertà, casa.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le amicizie.

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