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«L’Umbria è un posto magico, pieno di bellezza e natura. È una regione ricca di storia e suggestione»

L’Umbria può essere una bellissima terra d’adozione. Lo sa bene Luca Argentero che vicino a Città della Pieve ha una casa dove trascorre molto tempo e dove ha passato – in attesa della nascita della sua bambina – insieme alla compagna Cristina Marino, anche il lockdown. «Considero l’Umbria una patria d’adozione, sono convinto che decidere di costruire una base qui sia stata una delle decisioni più felici della mia vita» ci ha confessato.
L’attore, che ritroviamo da stasera nei panni del medico Andrea Fanti nella fiction di Rai Uno DOC – Nelle tue mani, ha una relazione con l’Umbria che è anche professionale. Qui infatti ha girato la serie Carabinieri che lo ha lanciato nel mondo della recitazione, e tre film: Lezioni di cioccolato 1 e 2 e Copperman, uscito proprio lo scorso anno. «Oramai è un luogo che conosco piuttosto bene, spesso la giro anche come turista. È un posto magico, pieno di bellezza e natura. Non manca anche il buon cibo, che è solo un corollario tipicamente italiano di una regione che emana una fortissima energia positiva, ricca di storia e suggestione. Se devessi descriverla in tre parole, per me l’Umbria sarebbe vera, forte e saporita» ci racconta l’attore torinese.

 

Luca Argentero

Argentero nel camice di Doc

La fiction DOC – Nelle tue mani – in sette prime serate – racconta la storia del medico Andrea Fanti che, a causa di un trauma cerebrale, ha perso la memoria dei suoi ultimi dodici anni e, per la prima volta, si ritrova a essere non più il luminare di un tempo, ma un semplice paziente. Amputato di molti dei suoi ricordi, precipita in un mondo sconosciuto: famiglia, figli, amici, colleghi, tutti diventano improvvisamente estranei. Anche la sua carriera torna indietro: da primario a meno di uno specializzando. «Il mio orgoglio è sapere di aver fatto un prodotto di altissima qualità. Ho cercato di capire cosa significhi passare dal ruolo di medico a quello di paziente. Questa serie insegna la velocità del mondo attorno a noi» ha spiegato Argentero durante la conferenza stampa di presentazione della serie.

Sarà un’edizione più breve, ma di grande impatto. Tre categorie di concorso, webinar, proiezioni online e la mostra Lo Spazio che Occupo, negli spazi di affissione comunale.

Malditos, di Elena Goatelli, Angel Esteban

 

PerSo – Perugia Social Film Festival non si ferma e torna in città con la sesta edizione, dal 7 all’11 ottobre. L’evento internazionale dedicato al cinema documentario metterà in scena il meglio delle produzioni internazionali del cinema del reale: cinque giorni di proiezioni a ingresso gratuito (su prenotazione), tre categorie di concorso, eventi speciali fuori concorso e workshop. «Abbiamo deciso di organizzare una forma ridotta di soli 5 giorni, ma con la scelta coraggiosa di puntare sui film in anteprima» spiega Luca Ferretti che, con Giacomo Caldarelli e Ivan Frenguelli – coadiuvati da Giovanni Piperno, presidente del Festival e documentarista di grande esperienza – organizza l’evento.

L’arte scende in strada

La vera novità di questa edizione è Lo Spazio che Occupo, un progetto di arte pubblica che coinvolgerà, con sette percorsi, diverse zone e quartieri di Perugia occupando gli spazi di affissione del Comune. Un evento multidisciplinare che coinvolge undici artisti fra cui pittori, scultori, performer e filmmaker come Riccardo Palladino – regista umbro di grande spicco – e Oskar Alegria, reduce dal Festival di Venezia. Le opere, da rintracciare in giro per la città come in una caccia al tesoro artistica, offrono prospettive e punti di vista sulle possibili declinazioni dello spazio: che sia quello che gli artisti occupano nella società o quello che occupano come esseri umani. «Abbiamo deciso di far dialogare il linguaggio del cinema con altre arti e ampliare il Festival inserendo altri linguaggi e coinvolgendo la città. Quest’idea è nata anche in relazione alla situazione che si sta vivendo con il Covid: gli spazi al chiuso sono limitati e quindi usciamo e usiamo gli spazi di affissione pubblica e la strada. Le opere, che saranno affisse dal 7 al 21 ottobre, verranno poi raccolte in un catalogo» prosegue Luca Ferretti.

 

Lo spazio che occupo di Alice Gosti

Cinque giorni di cinema

Ma il cinema resta il vero protagonista. Il cinema che racconta storie, ambiente, lotta per i diritti delle donne, disuguaglianze e il presente con tutte le sue contraddizioni, le sue crisi e le possibili vie d’uscita. Questi i temi affrontati nelle tre categorie in concorso: PerSo Award per il miglior film documentario in anteprima italiana; PerSo Short Award per il miglior cortometraggio; PerSo Umbria in celluloide dedicato ai lavori sull’Umbria e/o di autori umbri. Prevista anche una categoria fuori concorso, il PerSo Masterpiece, rassegna che offre una panoramica dei film documentari di maggior rilievo e prestigio dell’ultima stagione cinematografica internazionale.
«Con il PerSo Short siamo tornati nel carcere di Capanne, qui i detenuti della sezione maschile voteranno il miglior cortometraggio. Quest’anno per ovvie ragioni la presenza in carcere si è interrotta nei mesi del lockdown ed è potuta riprendere solo nel mese di settembre. Perciò, i percorsi di formazione che negli ultimi anni avevano previsto visioni durante diversi mesi dell’anno, per garantire un approccio più completo al cinema del reale, non si sono potuti avviare. Per questa ragione, in via eccezionale, sono stati coinvolti nuovamente i detenuti formati per la giuria 2019» illustra l’organizzatore.

 

Gli appunti di Anna Azzori / Uno specchio che viaggia nel tempo, di Constanze Ruhm

 

Il Festival, organizzato dall’Associazione RealMente e che racchiude nel claim Differente. Non indifferente tutto il suo spirito, non si è fermato e, con grande impegno da parte degli organizzatori, promette cinque giorni imperdibili: «Abbiamo fatto uno sforzo immane e non sappiano se tutto questo sarà ripagato, anche economicamente, dai vari enti e istituzioni. È stato costruito tutto con quel poco che avevamo, ma ne siamo orgogliosi» conclude Ferretti.

 

PerSo Award

  • Beco, di Camilo Cavalcante, Brasile
  • Broken head, di Maciej Jankowski, Polonia
  • Si c’était de l’amour, di Patric Chiha, Francia
  • El father plays Himself, di Mo Scarpelli, Venezuela / Regno Unito / Italia /USA
  • Gli appunti di Anna Azzori / Uno specchio che viaggia nel tempo, di Constanze Ruhm, Austria / Germania / Francia
  • Malditos, di Elena Goatelli, Angel Esteban
  • Se ho vinto se ho perso, di Gian Luca Rossi, Italia
  • Still-lifes, di Filippo Ticozzi, Italia

 

PerSo Short

  • All on a mardi gras day, di Michal Pietrzyk, USA
  • I need the handshakes, di Andrei Kutsila, Bielorussia / Polonia.
  • Le veilleur (The watchman), di Lou du Pontavice, Belgio / Cina
  • Les aigles de Carthage, di Adriano Valerio, Francia / Tunisia / Italia
  • Polyfonatura, di Jon Vatne, Norvegia
  • Rewild, di Nicholas Chin e Ernest Zacharevic, Indonesia
  • Se asoma la marea, di Clara Cambadelis, Belgio
  • Selected milk, di Jose Luis Ducid, Spagna
  • Zu dritt, di Benjamin Bucher e Agnese Làposi, Svizzera / Francia

 

Umbria in celluloide

  • Amori, di Stefano Ceccarelli e Gabriele Anastasio
  • L’anima errante, di Alberto Brizioli
  • Mio fratello ciclotimico, di Emilio Seri
  • Palla prigioniera, di Hermes Mangialardo
  • Pantagral, di Andrea Greco

 


Per informazioni e programma:  www.persofilmfestival.it

Tutto pronto per portare all’attenzione delle partnerships internazionali la nuovissima, straordinaria produzione dello Studio Lumière per i Mestieri del Cinema Umbri, le cui riprese sono iniziate lo scorso 24 aprile e sono proseguite, in gran parte, proprio in piena emergenza Covid19 (in conformità con le vigenti norme nazionali di contenimento).

Perugia for the world è questo il titolo del film dedicato al lockdown a Perugia, opera realizzata dall’Associazione dei Mestieri del Cinema Umbri in partnership col Comune del capoluogo. Domani (ore 17.30) sarà presentato alla 77esima Mostra del Cinema di Venezia (in programma al Lido dal 2 al 12 settembre) nell’ambito dello spazio speciale riservato all’Umbria dei Mestieri, all’interno di Hollywood Celebrities. “Perugia, e non Umbria, solo ed esclusivamente perché il progetto filmico nasce a Perugia intorno a metà aprile 2020, in pieno lockdown, quando il Comune di Perugia accetta l’offerta dei Mestieri del Cinema Umbri di effettuare, a titolo gratuito, alcune riprese relative al difficile periodo, in un momento in cui anche uscire da casa, come sappiamo, risultava estremamente problematico” spiega Federico Menichelli, presidente dell’Associazione Mestieri del Cinema Umbri.

La città ripresa è prevalentemente Perugia, ma l’impegno realizzativo tocca professionisti provenienti da molte aree della nostra regione. Da quelle prime telefonate, infatti, tra il presidente dell’Associazione e la responsabile delle politiche del settore cinematografico del Comune di Perugia, in pochi giorni si trasmette un’incredibile febbre di partecipazione. Aderiscono al progetto tanti nomi, tutti nell’intento di raccontare, attraverso il cinema, il momento storico particolarissimo, attraverso una condivisione del proprio mondo, nella difesa del proprio quotidiano e nel tentativo di proteggere tutto ciò per cui si sono alzati ogni mattina.

 

 

Attraverso il permesso del Comune diventa possibile organizzare le prime microtroupe che, all’interno delle strette norme anticontagio, iniziano a girare organizzandosi da varie zone dell’Umbria per arrivare a Perugia. “Perugia come fosse Trevi, o Terni, o Giove o Montone Perugia come fosse Milano, Parigi, Londra o New York. Perugia sorella di ogni città del mondo. Con tanta Umbria pronta a sorreggere l’idea, forse folle, di raccontare. Anche quando continuare a raccontare, con quel poco che si ha, è ancor più faticoso del solito” tiene a precisare Menichelli. Con guanti, apparati di protezione, mascherine e distanza. Così il set, come la vita di tutti, in tutti quei giorni. Ed ecco, entrano in scena tanti Umbri, tutti che nel distanziamento cercano un contatto, una connessione umana che non può essere dimenticata.

Perugia for the world, quindi, sinonimo di umbria for the world in un progetto che vede la partecipazione, nel ruolo di sé stessi, di tanti personaggi e strutture: il pittore Franco Venanti, il marionettista Mario Mirabassi, il Perugia Calcio, l’Università per Stranieri, Eugenio Guarducci ed Eurochocolate, la Sir e Aleksandar Atanasijevic, il Teatro Stabile dell’Umbria, con un monologo dell’attore Michele Nani in un Teatro Morlacchi deserto, il Sindaco Andrea Romizi, l’Assessore alla Cultura Leonardo Varasano, Raffaele De Vincenzi, attore perugino recentemente diplomatosi all’accademia d’arte drammatica di Roma, l’Assessore alle Produzioni Cinematografiche Francesca Vittoria Renda, il Kandinsky Pub con Simone Boccardini, il jazzista internazionale Gabriele Mirabassi e dj Ralf che oltre ad un ruolo nel film offrono anche la loro musica, Valeria Guarducci e l’Hotel Giò Jazz and Wine, la Croce Rossa Italiana, la Polizia Municipale, Jalila con la sua scuola di danza, e tanti tanti altri. Si aggiungono anche le musiciste Rachele Spingola e Arianna Felicioni, il presentatore di eventi Massimo Zamponi, Federica Bardani organizzatrice di eventi.

“Il cerchio in fase 2, si allarga ancora: Partecipano anche la città di Marsciano, attraverso il contributo del radiocronista Riccardo Cucchi, l’Associazione Medem di San Giustino, la modella e attrice di Todi Chiara Dal Basso Ombelli, Lucia Giuliani da Foligno, Alfiero Toppetti da Assisi, e così via. Tutti raccontano sé stessi, in un gioco oscillante tra realtà e fantasia, alla ricerca di nuove ragioni di esistenza, spesso attaccati in modo surreale a tutto ciò che può difendere le proprie passioni, la comunicazione, il contatto con l’altro, in un messaggio di fratellanza ed interdipendenza che attraversa ognuno di noi e che vuole, nel lugubre silenzio della città vuota, proiettarsi verso il futuro, continuare a sognare e progettare” racconta il regista presidente.

Partecipano alla faticosa fase di ripresa diverse piccole e medie imprese dell’audiovisivo della regione, tutte pronte ad investirsi nel Progetto di produzione dello Studio Lumière di Perugia, progetto che, pur partito in condizioni di disperazione, si rivela, di ora in ora, una nuova chiave di comunicazione. Infatti al fianco dello Studio Lumière di Perugia, presieduto da Matilde Pennacchi, ci sono: la Procacci Entertainment di Trevi, La Smart Movie di Montone, la Droinwork scuola di Droni di Todi di Carlo Intotaro, Impronta Creativa di Perugia, Gianni Fantauzzi di Giove, Federico Locchi di Perugia. Partecipano i fotografi Davide Garzia e Amedeo Ferrante.

Il percorso, inizialmente pensato come un corto, diviene un lungometraggio che, “nella nuova logica del mondo capovolto, – continua Menichelli – porta la nostra regione ad essere creatrice di contenuti condivisibili dall’intero pianeta, e già sotto l’attenzione di alcuni distributori nazionali”.

 

Perugia for the world

 

La presentazione in anteprima del teaser è stata subito accolta dalla Hollywood Celebrities, alla Mostra del Cinema di Venezia, dove i Mestieri del Cinema Umbri esporranno, in una finestra di circa due ore, alcune iniziative della rete dell’audiovisivo umbro. E il lungometraggio diventa un rompighiaccio per portare al Lido progetti di Todi, Marsciano, Terni, aprendo il passo ad altri, nell’obiettivo di allargare le possibilità lavorative dei cineasti residenti in Umbria.

Perugia for the world è in primo luogo un tributo che l’Associazione Mestieri del Cinema Umbri dedica a tutti quelli che hanno sofferto e continuano a soffrire per il virus – afferma il regista umbro Federico Menichelli, per il quale questa sul lockdown è la terza regia presentata al Lido – un atto di impegno civile di una categoria non certo sostenuta in questo momento di crisi. Ma è anche uno sforzo produttivo quantificabile, secondo i parametri del cinema professionale, a un budget di almeno 200.000 euro. Questo considerando le oltre 30 persone complessive di troupe, le circa 50 sessioni di ripresa, le innumerevoli location utilizzate, le attrezzature investite e l’impegno di ore di produzione e organizzazione durante il lockdown. Un impegno che oggi permette alle nostre strutture politiche di comprendere in maniera inequivocabile come questo potenziale, se sostenuto come in molte altre parti di Italia, sarebbe in grado di creare un prodotto filmico umbro di alta qualità e contenuti”.

Ho sempre amato i film d’avventura. Quei film dove il protagonista trova una mappa del tesoro e parte alla scoperta di città fantastiche nascoste tra foreste o montagne.

Sono stato sempre attratto dalla voglia di scoprire e mi buttavo a capofitto nella visione di film come All’inseguimento della pietra verde o I
predatori dell’arca perduta. Ci metto di mezzo anche i videogiochi, e come non innamorarsi di Lara Croft che risolveva misteri tra le antiche rovine in Tomb Raider?
È un po’ così che mi sono sentito quando mi sono ritrovato per la prima volta in questo gigantesco complesso industriale di inizio Novecento, stretto e abbandonato tra le montagne dell’Appennino umbro. Ero Michael Douglas che si muoveva tra le piante della giungla e allo stesso tempo ero Harrison Ford che evitava una trappola con il suo fedele cappello. Mi ero immerso completamente nella parte perché, complice il mio divagare con la mente e l’atmosfera che si respirava appena entrati, la sensazione era proprio quella.

 

Papigno

Foto di Giulio Rosi

 

Quello che si mostrò davanti a me e ai miei amici era un alternarsi di piante ed edifici di inizio secolo che, scendendo, ci portavano nel cuore di quello che era il fulcro di tutta la centrale. Con quei vecchi ganci con le date in risalto – 1907 – funi d’acciaio e ponti, vasche e pozzi, edera e pietre, il complesso si allargava e mostrava tutti gli stabilimenti costruiti successivamente. Grandi, imponenti, abbandonati a se stessi. Ogni volta che entro in un posto così ho sempre la stessa sensazione: mi sembra che il tempo si sia fermato improvvisamente e che tutto ciò che c’era intorno sia fuggito all’improvviso. È per il fatto che sedie, tavoli, fogli di carta con date, numeri, nomi, sono lasciati lì come se un giorno io mi alzassi dalla mia scrivania e me ne andassi per sempre.

 

Foto di Giulio Rosi

Ed era così anche lì, con la potenza visiva che la stanza delle turbine riuscì a trasmettermi con la sua struttura a V, i macchinari spolpati dai ladri di metalli, i suoi inquietanti graffiti che perfettamente si incastonavano, rendendo il tutto una sorta di tempio decaduto della modernità.

 

Foto dell’autore

Papigno

Foto dell’autore

 

Ma lo stupore più grande, quello capace di disorientarmi completamente e di scuotermi, fu quando entrammo nei capannoni centrali. Questi, dei padiglioni giganteschi sicuramente più recenti rispetto al resto della centrale, ospitano da decenni diversi set cinematografici, tra
cui spiccano su tutti quelli della Vita è bella e Pinocchio. Per un appassionato di cinema come me trovare un intero paese dei balocchi, con le sue giostre, le sue case appariscenti, i volti dipinti di donne e uomini in vestiti sontuosi, le chiese vuote di legno e le case popolari dipinte a mano, è stato un immenso stupore. Un meccanismo svelato di quello che è il cinema, di quel cinema costruito a mano a cui normalmente non pensiamo. Le scenografie immense, come la stazione dei treni che arrivava fino in cima al capannone, alta oltre dieci metri e piena di polvere.

 

Foto dell’autore

Foto dell’autore

 

Girando lì e scattando le mie foto in un religioso silenzio, ho pensato alla storia di quel posto. Sapevo dell’esistenza di un progetto voluto da più parti che voleva un prestigioso studio cinematografico qua in Umbria. Ci si è provato per più anni: prima Benigni, poi la stessa Cinecittà, che ha investito per costruire gli Umbria Studios, ma ora avevamo tutto ciò di fronte a noi, tra polvere e incuria.
La sede degli studios è composta da palazzi nuovissimi, costruiti sempre all’interno del complesso. Entrando lì non si respirava la stessa aria decadente di prima, non c’erano macerie sparse o vetri rotti, solo mobili vuoti e fogli sparsi ovunque. Non è stato difficile imbattersi in sceneggiature lasciate lì, vestiti di scena o schede di gente che voleva fare l’attore. I loro visi, le loro esperienze pregresse, le loro speranze racchiuse in fogli gettati a terra all’interno di quel posto dimenticato.
Prima di andarmene chiesi agli altri di ripassare un attimo all’interno del paese dei balocchi. Ho ripensato di nuovo al sogno di creare qualcosa d’importante e poi ho visto l’edera che filtrava dalle fessure sul cemento.
Me ne sono andato così. Tornandomene a casa ho ripensato poi – sempre rimanendo in campo cinematografico – ai film d’avventura che tanto mi piacciono. Ho riflettuto sul fatto che anche loro, i grandi esploratori, ogni volta alla fine del film se ne tornano a casa con nulla.
Trovano la città fantastica e poi, una volta lì, devono fuggire e abbandonarla senza avere la possibilità di farla conoscere al mondo.
Un senso d’incompiuta meraviglia: era questo che, facendo le dovute proporzioni (mi manca il cappello di Indiana Jones), provavo anche io nella mia auto mentre me ne tornavo a casa.

 

Foto dell’autore

PerSo – Perugia Social Film Festival: nove giorni di cinema del reale, concorsi e workshop. Dal 5 al 13 ottobre Perugia diventa capitale del documentario con cinque titoli in anteprima nazionale per il concorso principale e oltre quaranta film da tutto il mondo.

«Siamo un Festival che porta novità in campo cinematografico. Proiettiamo in sala film di qualità, che difficilmente si potrebbero vedere al cinema; inoltre lo spettatore può incontrare gli autori e vivere l’ambiente del festival come se fosse una vera comunità formata da registi, addetti ai lavori e volontari». Con queste parole di Luca Ferretti, direttore artistico del Festival insieme a Giacomo Caldarelli e Ivan Frenguelli, spiega l’evento perugino.

 

Buona fortuna di Alberto Brizioli. Categoria Umbria in celluloide

 

Tutto questo e molto di più è PerSo – Perugia Social Film Festival che, giunto alla quinta edizione, attraverso il linguaggio del documentario racconta la realtà e il mondo del sociale nel suo senso più ampio e nelle articolazioni più varie.
Differente, non indifferente e resistente sono le tre parole che meglio rappresentano l’evento, che vanta quaranta titoli selezionati divisi in sei categorie, tra cui cinque anteprime nazionali.
«Si tratta di un’edizione di resistenza per il poco budget a disposizione, rischiavamo anche di non fare l’evento, ma ce l’abbiamo fatta. Abbiamo deciso di mantenere la struttura del Festival nonostante le poche risorse, riuscendo a presentare un programma aperto a diversi generi e gusti. La selezione dei film è di altissimo livello, con anteprime nazionali, europee e internazionali che toccano temi e contenuti che attraversano il panorama del cinema del reale. Il criterio di selezione ha riguardato, sia la bellezza e l’innovazione cinematografica, sia l’attualità e l’importanza dei temi trattati: un festival di cinema sociale non può prescindere dal contenuto» prosegue Ferretti.

 

J’veux du soleil, di Gilles Perret e François Ruffin. Uno dei titoli in concorso.

Numeri e novità

Una città, tre sale cinematografiche, nove giorni di festival a ingresso gratuito, sei categorie di concorsi, una rassegna dei migliori documentari della stagione (i PerSo Masterpiece), oltre quaranta titoli nazionali e internazionali in programmazione, cinque anteprime italiane, un concorso cortometraggi e una residenza artistica dedicata ai giovani cineasti. Inoltre, il PerSo Lab per il finanziamento di nuove produzioni, laboratori e workshop: tutto questo offre al pubblico l’edizione 2019, organizzata dall’associazione RealMente in collaborazione con la Fondazione La Città del Sole-Onlus.
Uniche anche le giurie composte dai detenuti della Casa circondariale di Perugia-Capanne, da persone immigrate che vivono a Perugia, oltre a quella degli studenti di cinema dell’Università degli studi di Perugia e quella del pubblico. «In carcere faremo tre proiezioni e i detenuti incontreranno i registi e assegneranno un premio al miglior documentario. Questo progetto è senza dubbio quello che ci ha regalato più emozioni e più soddisfazioni. Oltre a tutte le categorie di concorso, siamo riusciti a riconfermare anche il Perso Lab, che sostiene nuovi progetti filmici di giovani autori, contribuendo a incentivare la produzione cinematografica della nostra regione, così come Umbria in celluloide. Tra le novità: gli Audio doc di Radio Tre, un racconto documentario senza immagini che siamo felici di poter ospitare, e la Residenza artistica (in collaborazione con la Siae e il Mibac) che permetterà a sei giovani film maker di realizzare un documentario di regia collettiva che racconterà l’Umbria e i suoi personaggi» conclude Luca Ferretti.

 

Selfie, di Agostino Ferrente. Nella categoria PerSo Masterpiece

Le categorie competitive

  • Concorso internazionale per documentari in anteprima italiana (PerSo Award)
  • Concorso per documentari di produzione italiana (PerSo Cinema Italiano)
  • Concorso internazionale di cortometraggi documentari (PerSo Short Award)
  • Premio Umbria in celluloide, storie di tematica sociale sull’Umbria e/o di autori umbri
  • Concorso Percorsi/Prospettive, dedicato ai cortometraggi (sia di finzione, che di animazione e documentari) di giovani cineasti nazionali
  • Premio di sostegno allo sviluppo per progetti di film (PerSo Lab) che, oltre ad offrire un premio in denaro per sostenere un progetto filmico ancora da realizzare, offrirà un tutoraggio tecnico con un’équipe di professionisti del settore.

 


Il programma di PerSo – Perugia Social Film Festival 2019

Una matita in fuga 15 anni fa verso l’America – dove tutt’ora ha partnership e compagnia incorporata – che ha deciso di tornare in Umbria e aprire anche in terra natale una compagnia, fondando la Procacci Entertainments Srl: «Credo che la vera America sia qui».

Daniele Procacci è venuto a farci visita in redazione. Con lui abbiamo fatto una bella chiacchiera sul suo lavoro di concept designer e production designer – che svolge tra gli Stati Uniti, il Canada, l’Inghilterra e l’Italia – sul cinema e sull’Umbria. Ci ha mostrato i suoi lavori e in diretta – tra una discussione e una battuta – ha realizzato per noi un possibile “nuovo” Batman. Dopo anni di esperienza in progetti e collaborazioni con compagnie come Walt Disney Corporation, Marvel e Warner Brothers, per citarne alcune, Daniele è tornato in Italia e ha fondato la Procacci Entertainments Srls che offre servizi di sviluppo, production design, video editing e filming on location per numerosi progetti locali e nazionali. «Credo e sono convinto che la vera America sia qui».

 

Foto per gentile concessione di VegVideo

 

Daniele qual è il suo legame con l’Umbria?

Diamoci del tu please… in America non esiste del “lei” se non per meriti assoluti. L’Umbria è la mia terra. Sono nato Foligno e cresciuto in Umbria tra le vie dei piccoli borghi, perché la mia famiglia è originaria di Todiano di Preci e Borgo Cerreto di Spoleto in Valnerina. Questi luoghi hanno contribuito alla mia formazione artistica, perché in qualsiasi posto tu vada, l’Umbria offre sempre paesaggi artistici.

Negli anni Novanta hai collaborato con l’allora Walt Disney Studios e Marvel UK di Londra: ci racconti queste esperienze.

Ho iniziato 26 anni fa a lavorare come freelance (Indipendente a contratto) per la Walt Disney company: all’epoca facevo l’in-betweener, in pratica realizzavo i sette disegni in un secondo di minore importanza ma necessari all’animazione. Vi spiego meglio: in un secondo di animazione ci sono 12 disegni, il disegnatore supervisor – il grande nome – produce i disegni fondamentali, io e altri tantissimi ragazzi allora che l’animazione era tutta disegnata a mano, ci occupavamo invece delle intercalazioni del disegno, talmente impercettibili che l’occhio non riesce nemmeno a cogliere. Per la Marvel UK invece ho fatto, e faccio ancora, il Concept e Production Artist, mestiere che svolgo anche con la compagnia italiana nostra, la Procacci Entertainments Srls.

Tra i due lavori quale preferisci?

Sicuramente il Concept artist e da 15 anni mi occupo primariamente proprio di questo. Io e la mia società facciamo parte delle centinaia di quelle figure invisibili che realizzano l’architettura di un film fino ai formati digitali che l’industria del cinema di oggi predilige, anche se mi piace ancora lavorare in maniera classica. Ovviamente il digitale è più veloce, lo puoi modificare e puoi tornare indietro se sbagli, ma l’acquarello e le tecniche miste hanno ancora il suo fascino e fanno parte delle fondamenta del progetto, qualunque esso sia. Gli artisti di grande livello lavorano ancora disegnando a mano.

Il digitale oggi ha superato la “vecchia scuola”?

Oramai sono un’unica scuola. Non c’è più la vecchia e la nuova, c’è integrazione tra le due, però se non sei in grado di realizzare un acquarello con tre colori, non sarai mai in grado di far nulla nemmeno con 100 pennelli digitali.

Foto per gentile concessione di VegVideo

Dipingi anche utilizzando solo il vino…

La tecnica Con il Vino nasce nel 1997 nella tenuta di Francis Ford Coppola in California quando per errore intinsi il pennello nel bicchiere del suo Cabernet Franc, invece che nell’acqua. La tecnica ottimizza l’uso del solo vino come colore: ho usato, per realizzare i quadri, dall’Amarone al Brunello, dal Sagrantino al Cabernet Sauvignon, fino al Merlot e al Chianti. Con i miei quadri ho avuto l’onore di omaggiare Nicholas Cage, Al Pacino, Clint Eastwood, Penelope Cruz, Arnold Schwarzenegger, Elton John, Andrea e Veronica Bocelli e Rutger Hauer.

Parlaci della Procacci Entertainments Srls: di cosa di occupa?

Siamo uno studio di Concept Art e Production Design per l’industria del Cinema e del Teatro. Tre anni fa, quando ci fu il terremoto in Umbria e nelle Marche, sono tornato a casa per dare contributo e portare opportunità nella nostra terra martoriata dal sisma e ho deciso di aprire una compagnia che portasse il mio cognome così da essere conosciuto meglio anche in Italia. Non sono un cervello in fuga, semmai sono una mano scappata all’estero, ma il fatto di tornare l’ho visto come un’opportunità. Sono convinto che l’America sia qui. Come me la pensano tanti produttori americani, che sempre più spesso vengono in Italia per produrre i loro film, ad esempio Wonder Woman è stata girata in Puglia e The Avengers in Trentino Alto Adige. Tutto però dipende da quello che si propone a chi viene a investire economicamente nel nostro Paese.

L’Umbria potrebbe offrire questi servizi e attirare grandi produzioni?

È una domanda da 100 milioni di euro… che in Umbria purtroppo non ci sono (scherza). Questa regione ha tanti diamanti, ma che sono nascosti e che nessuno ha mai pubblicizzato e fatto conoscere. Per far questo servirebbe qualcuno esperto del settore cinema, oltre a un sito in inglese e a una gestione dei rapporti commerciali con l’estero fatta soprattutto da professionisti del settore. Alla fine degli anni Novanta eravamo un polo d’attrazione importante grazie anche al Centro multimediale di Terni, ma la gestione fatta dai non addetti ai lavori non ha saputo mantenere e sfruttare al meglio ciò che avevamo a disposizione. Ora si sta parlando di creare una Fondazione di Cinema a Perugia, ma l’industria cinematografica non ha nulla a che fare con la politica comunale, regionale o nazionale. In Umbria vengono a girare solo fiction o film medievali perché vanno a colpo sicuro, perché qualcuno dello staff sa che c’è un tale posto o un tale castello. Le mega produzioni si orientano in altre regioni o a Cinecittà, perché qui non c’è una struttura organizzativa che gli garantisce un andamento sicuro dei lavori: le produzioni made in Usa arrivano fino alla porta dell’Umbria e poi però girano e vanno in Puglia o a Roma, dove trovano il meglio che al momento attuale l’Italia può offrire per l‘industria del cinema.

Ma questo da cosa dipende?

Dal fatto che non c’è una Film Commission gestita da esperti del settore e tecnici, dal fatto che non c’è nessuno incaricato che sappia come si vende ad una produzione internazionale il prodotto Umbria. Quelle che ci sono state, o hanno fatto degli accordi con i singoli comuni – per esempio Paul Verhoeven con il Comune di Bevagna –  o sono venute per volere di privati insieme ad amministrazioni più lungimiranti di altre, come è accaduto per Il Nome della Rosa.

Foto per gentile concessione di VegVideo

Cosa servirebbe?

Come ho già detto, occorre una struttura adatta a vendere il prodotto Umbria nell’industria del cinema e soprattutto delle figure competenti ed eccellenti a cui una produzione può rivolgersi quando decide di venire a girare qui. Ribadisco, servono persone di merito che conoscono il settore, altrimenti le produzioni non verranno mai; la nuova Fondazione di cinema mi auguro sia affidata e gestita da professionisti del settore, basta controllare le biografie artistiche e la presenza di crediti e credenziali nell’industria prima di affidare un incarico. Chi è venuto a Perugia per qualche evento a tema, come ad esempio il Love Film Festival, è rimasto incantato dalla sua bellezza, definendola un set perfetto per tante pellicole; il problema è che non ci sono le condizioni per girare in città: i produttori con le finanze necessarie a produrre arrivano fino alla porta, poi non venendo riconosciuti e non trovando un referente esperto, si girano e vanno da un’altra parte, in un’altra regione troppo spesso.

Se dovessi disegnare l’Umbria, come la disegneresti?

La disegnerei come una donna bellissima con abiti multicolori e sgargianti di fogge di epoche che vanno dal preistorico fino all’ipertecnologico, passando per Medioevo e Rinascimento… ma bendata, che non riesce troppo spesso a vedere di preciso dove sta andando.

Hai iniziato con i fumetti, per passare poi ai cartoon: quale dei due preferisci realizzare?

Io sono nato con il fumetto, sono cresciuto da ragazzino nella realtà perugina dello Star Shop, poi mi sono trasferito in America perché era lì che mi venivano date le migliori opportunità di fare vedere merito e talento. Lo dico a tutti quelli che vogliono provare a fare questo lavoro: provateci, andate negli Stati Uniti, in Inghilterra, oggi anche a oriente… provate in una grande città italiana, per esempio a Milano o a Roma, bussate a tutte le porte, credete nei vostri sogni. In Umbria i giovani regna un senso di disillusione contagioso, i giovani non credono più nei loro sogni: io ho buone speranze, ci credo e cerco di convincere gli altri a tornare a sognare. In Italia manca la meritocrazia o spesso è subordinata a tanti altri fattori.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Qualcosa di magnifico ed estremamente importante è in lavorazione ed ogni giorno c’è una novità più di livello, ma ancora è presto per parlarne…. Niente spoiler, come nella filosofia attuale dell’industria del Cinema. Vi terrò informati!

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Speranza, sacro e profano.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

Ci si potrebbe girare qualsiasi Progetto di film hollywoodiano senza bisogno di andare da altre parti.

Anche “Sapore di Mare”?

Sì, se giri in certi posti del lago Trasimeno puoi anche ricreare il mare della riviera, perché no!

«Il cinema è un’esplosione del mio amore per la realtà». (Pier Paolo Pasolini)

Il Love Film Festival di quest’anno racconta proprio la realtà, in molti aspetti: «È un’edizione ricca di contenuti che coniuga cinema, attualità e argomenti sociali». Con queste parole il direttore artistico Daniele Corvi illustra la quinta edizione del festival dedicato alla settima arte, che si svolge a Perugia da oggi fino a lunedì 6 maggio. Sette film in concorso e cinque cortometraggi, eventi culturali e tanti ospiti: è quello che troveranno gli amanti del cinema e non solo… in città!

 

Il Grifone d’Oro

 

L’idea di realizzare questo festival è nata nel 2014 dall’associazione culturale Perugia Love Film, con l’intento di raccontare l’amore per le arti attraverso l’opera cinematografica. Un amore in tutte le sue sfaccettature, ma soprattutto attraverso il cinema. «Il nostro obiettivo è quello di creare un momento di condivisione culturale e di riportare il cinema nel centro Italia, mostrando anche la bellezza della nostra terra. L’Umbria a livello cinematografico è molto indietro, anche rispetto a piccole realtà come noi, penso alla Basilicata e al Trentino Alto Adige. Non c’è l’Umbria Film Commission, che servirebbe tantissimo. Noi come festival abbiamo dato lo scorso anno un contributo notevole, perché le produzioni della serie tivù Il Nome della Rosa e del film di Paul Verhoeven sono state legate al nostro evento. Quest’anno non ci fermeremo e avremo una grande produzione americana che verrà per dei sopralluoghi in vista della realizzazione del prossimo film sulla vita di San Francesco. Occorre però cambiare subito tendenza, perché come regione stiamo perdendo delle grandi opportunità, cinematograficamente parlando: abbiamo paesaggi, storia e bellezze artistiche che dovrebbero essere maggiormente sfruttate» spiega Daniele Corvi.

Tanti tipi di amore

Nelle cinque giornate del festival si alterneranno diversi tipi di amore: quello per l’innovazione e l’ambiente, per il fairplay e lo sport, per le donne, per la cultura e lo spettacolo, per i giovani e l’avventura. Ogni giornata avrà workshop a tema, film e illustri personaggio del mondo del cinema: sono attesi l’attore Franco Nero, i registi Giovanni Veronesi e Giacomo Battiato, il fotografo Fabio Lovino e la madrina dell’evento la giornalista Giorgia Cardinaletti.

 

Il direttore artistico Daniele Corvi, foto by Photo Veg Video

La giornalista Giorgia Cardinaletti, foto by Photo Veg Video

Il nome Love Film Festival non fa riferimento a film di sfondo unicamente romantico, ma al tema Amore nelle sue innumerevoli sfaccettature: amore per l’arte, per la musica, per la danza, per lo sport, per una città e per tutto quello che è riconducibile a esso. Quest’anno la scelta dei temi affrontati ricalca la stretta attualità, con un tema su tutti, quello del femminicidio. «La scelta di questi argomenti è avvenuta quasi per caso: tutto è iniziato durante in Festival di Taormina dove abbiamo incontrato un’associazione che si occupa proprio di femminicidio. Da qui siamo partiti per introdurre all’interno del festival questo importane argomento. Poi è stato aggiunto il fairplay e dell’innovazione: tutti temi attualissimi per rendere ancora di più il cinema un momento di incontro e confronto» aggiunge il direttore artistico.

 

Franco Nero

Un appuntamento da non perdere è l’incontro – domenica – con Franco Nero, che riceverà il Grifone alla Carriera: «Franco Nero è stato scelto sia perché è un grandissimo attore, sia per la storia d’amore che ci verrà a raccontare e che vive da anni con Vanessa Redgrave. Inoltre, è uno dei pochi attori che ancora lavora a livello internazionale: questi i motivi per conferirgli questo riconoscimento» conclude Corvi.
Tutti gli incontri si svolgeranno presso la Sala conferenze della Galleria Nazionale dell’Umbria.

 


Love Film Festival, il programma completo.

«Il set de Il Nome della Rosa era come una grande famiglia; ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori. Il mio è un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo».

Ciak dopo ciak Luca John Rosati si sta facendo strada nel mondo del cinema. Lavora a Roma da 15 anni e ha affiancato, come aiuto regista, direttori del calibro di Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes… solo per citarne alcuni. La sua ultima fatica è la serie tv internazionale Il Nome della Rosa, in onda in questi giorni su RaiUno, dove Luca ha aiutato il regista Giacomo Battiato. «Durante le riprese mi sono occupato di tutto. Ho scelto con il casting ogni singolo monaco». Con Perugia – sua città natale – e l’Umbria ha un rapporto di amore e odio e non si risparmia qualche tirata d’orecchie.

 

Il cast de Il Nome della Rosa

Qual è suo legame con l’Umbria?

È un legame di amore e odio. Mi piacerebbe fare qualcosa di concreto per la mia città e la regione, sfruttando anche le mie conoscenze – spero un giorno di poterlo fare. Perugia è la città dove sono nato e mi dispiace vedere alcune dinamiche che non cambiano mai: si presentano sempre i soliti screzi – anche politici – che non portano nulla né alla città né alla regione. Tutto questo lo dico e lo ribadisco, perché ho grande affetto per questi luoghi.

Concretamente cosa vorrebbe fare o cosa dovrebbero fare?

Innanzitutto, occorre parlarsi e trovarsi insieme: Regione e Comune dovrebbero andare nella stessa direzione. La cultura è una, è apolitica; lavorare divisi in quest’ambito non serve assolutamente a niente. Si fa un passo in aventi e due indietro. È un’analisi che faccio perché queste dinamiche le noto quando torno a Perugia: percepisco poco entusiasmo in città e sembra sempre che non ci interessi nulla. È un atteggiamento molto provinciale. Tutto questo lo soffro molto, perché sono una persona che si esalta in tutti i progetti che fa. Ripeto, la mia è una critica per cercare di spronare. La gente –  non solo in Umbria – si dovrebbe riabituare alla cultura, interessare e la si dovrebbe vivere maggiormente.

L’Umbria nel suo piccolo ha comunque molti eventi culturali…

Sì, ma ne servono ancora di più. Va bene Umbria Jazz e tutti gli ospiti che attira, ma credo che le parti politiche, anche se opposte, dovrebbero – almeno sulla cultura – andare nella stessa direzione, senza pizzicarsi od ostacolarsi.

Come racconterebbe l’Umbria solo con qualche inquadratura?

Lo farei attraverso il lago Trasimeno, il monte Subasio, Assisi e soprattutto immortalando il verde. I panorami che abbiamo noi sono unici. Anche il centro di Perugia è bellissimo e bisognerebbe mantenere questa bellezza anche nelle periferie, costruendo con molto più criterio e con buon gusto architettonico, come sta avvenendo ultimamente a Milano, per fare un esempio.

Parliamo ora del suo lavoro: quand’è che ha messo piede per la prima volta in un set?

La mia prima volta è stata nel 2006 con la serie Roma dell’HBO. Avevo appena finito la scuola di regia cinematografica.

Com’è andata?

È stato un impatto molto forte, anche perché si trattava di una produzione americana. Ho iniziato subito a livelli molto alti. Il set di Roma era grandissimo, la produzione molto importante, così come gli attori: devo dire che è stato un bel debutto, ma allo stesso tempo molto impegnativo; spesso ci si svegliava alle 4 di mattina per girare e si tornava a casa alle 21.

Cosa fa in concreto un aiuto regista?

Il regista consegna una sceneggiatura e l’aiuto regista crea il piano di lavoro e di programmazione. Nelle produzioni americane siamo anche più di uno. Il primo aiuto regista è colui che crea la squadra, che prepara il set o che si occupa della chiusura di una strada se si deve girare un’esterna. Io sono abituato a fare tutto, sono un jolly. Ad esempio, per Il Nome della Rosa con l’addetto ai casting ho scelto ogni monaco, faccia per faccia.

Ha lavorato con grandi registi come Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes e molti altri: cosa ha imparato da loro, cosa gli ha “rubato” artisticamente?

Quello che mi ha colpito di loro è stata la grande umanità e la loro conoscenza della macchina cinema. Hanno un grande rispetto nei confronti di ogni singola maestranza, in un set ci sono tanti lavori, tutti importanti. Tutto deve funzionare perché i tempi sono sempre ristretti e, per questo, è fondamentale il rispetto per ogni lavoratore, dalla punta alla base della piramide. Nel cinema si ha che fare con tante e diverse persone, questo ti apre molto la testa, ti dà una visione del mondo più ampia.

 

Luca John Rosati e Carlo Verdone

Lei ha preso parte come aiuto regista alla serie tv Il Nome della Rosa diretta da Giacomo Battiato: cosa si è portato a casa da questa esperienza?

Il set era diventato come una grande famiglia. Ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori italiani e stranieri, si era creata una squadra molto unita. Quando poi tutto è finito, ho sentito subito la mancanza: un impegno e un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo.

È soddisfatto del lavoro svolto?

Il prodotto è di alta qualità e sarà sicuramente più apprezzato all’estero che in Italia: non vedo l’ora di vedere come sarà accolto in Inghilterra. Noi siamo abituati a prodotti più scadenti e siamo un pubblico più tradizionale. Il successo che sta avendo non è poi così lontano da serie più nazionalpopolari, non c’è stato – finora – un risultato di pubblico sconvolgente.

Perché secondo lei?

Come dicevo siamo abituati a prodotti più scadenti e vedere Il Nome della Rosa crea quasi una sorta di disturbo rispetto alla semplicità narrativa e costruttiva di altre serie. Altre produzioni ti impongono più qualità e ciò deve essere da stimolo, altrimenti le cose resteranno sempre come sono.

Ci racconti qualche curiosità legata alla serie…

Le riprese realizzate a Perugia, ad esempio, sono state difficili: la mattina sembrava piena estate, poi nel pomeriggio è arrivato un acquazzone improvviso e abbiamo dovuto riprendere John Turturro con una luce totalmente diversa rispetto alle immagini già girate. Ma questo è il bello del cinema!

 

Uno scatto con John Turturro

Ha mai pensato di realizzare un film tutto suo?

Ho dei progetti, le idee sono tante, ma vorrei aspettare il momento giusto e capire se quello che ho in mente può funzionare. Qualcosa, sicuramente, verrà fuori… Va detto che, per fare un film, ci vuole tantissimo tempo e io in questo momento ne ho avuto veramente poco. Quando deciderò, dovrò fermarmi un attimo e lavorare a tempo pieno al progetto, dovrà essere un prodotto forte al quale crederò molto.

C’è un regista con il quale le piacerebbe lavorare?

C’è e ho già avuto il piacere di lavorarci: è Wes Anderson. Ho lavorato in un cortometraggio che si chiama Castello Cavalcanti, diretto da lui.

E un attore che vorrebbe dirigere…

Emilia Clarke è un’attrice che mi piacerebbe dirigere. La conosco, ho già lavorato con lei in Voice from the Stone, film americano girato tra la Toscana e il Lazio. È un’attrice e una persona fantastica.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Pace, libertà, casa.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le amicizie.

«Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima». (Ingmar Bergman)

Il cinema è un’arte che si fa in squadra. Tutti conoscono gli attori e il regista, ma il grande lavoro arriva dalle diverse maestranze che, impiegate dietro le quinte e unite in una stretta collaborazione, raggiungono l’obiettivo finale: il film. Questa filosofia ha ispirato gli umbri che lavorano nel mondo del cinema a unirsi per mettere in campo la loro forza, ma soprattutto la loro professionalità. È nata così l’Associazione Mestieri del Cinema Umbri – di recente costituzione – formata da residenti umbri con curriculum professionale in tutti i reparti della produzione cinematografica e televisiva. L’associazione conta oggi un’area, tra soci, collaboratori e partner, di oltre 100 persone, legate dalla visione comune di uno spazio di confronto e crescita nel proprio territorio.

Alcuni momenti durante la realizzazione del corto

«I nostri obiettivi sono molteplici: il primo è lo scambio di idee, ognuno rinforza e arricchisce gli altri con i propri pensieri. Un secondo traguardo è quello di far rivivere un settore, quello del cinema, che potrebbe favorire indotti lavorativi di tanti tipi. E infine, dialogare con le istituzioni. Esiste, infatti, una legge del 2016 che dovrebbe essere applicata per incentivare le produzioni. In Umbria ci sono tanti festival molto belli e interessanti, ma fanno parte del settore della distribuzione, quello che manca e che noi vorremmo portare, sono delle produzioni che possano far lavorare i vari settori cinematografici» illustra il presidente dell’associazione Federico Menichelli. «Per l’Umbria è una vera novità, nessuno prima aveva mai pensato di creare un’associazione di questo genere. Non solo, è utile per un confronto tra addetti ai lavori, ma soprattutto per far ripartire in Umbria questo settore» fa eco la costumista Isabella Sensini, anche lei membro del gruppo.

Da poco tempo è stata ricostituita l’Umbria Film Commission: sono presenti nuove produzioni e soprattutto ci sono tanti operatori del cinema costretti a lavorare fuori regione: «L’Umbria Film Commission può dialogare con la nostra associazione di categoria e potrebbe non solo accogliere nuove produzioni, ma anche creare dei prodotti da esportare», prosegue il presidente.

Gli studi del Centro Multimediale di Terni

L’importanza dell’unione è sostenuta anche da Alessio Rossi, addetto ai casting: «Molti di noi lavorano a Roma o in altre città e questo fa perdere all’Umbria grandi possibilità d’incrementare le produzioni. Così potremmo creare lavoro anche qui. Inoltre, nel mondo dello spettacolo più si è uniti e si conoscono persone, più si lavora». Karina Y Muzzio, make up artist, è felice di far parte di questo gruppo perché crede che sia una grande occasione per rilanciare la settima arte nostrana: «L’Umbria è una regione che offre molto, ma è fondamentale unirsi per dare una spinta concreta a questo settore».

Il biglietto da visita che ha presentato l’Associazione Mestieri del Cinema Umbri è stato un cortometraggio dal titolo Umbria: La Rinascita, girato all’interno del Centro Multimediale di Terni.

«Si tratta di una struttura molto importante, con due studi – uno di 900 metri quadri e uno con il green screen – che potrebbe essere utilizzata per fare formazione o per attirare produzioni da fuori, sfruttando anche il panorama e i borghi circostanti. Oggi è di proprietà del Comune di Terni ed è un luogo vuoto e non utilizzato. Rilanciarlo sarebbe fondamentale» sottolinea Menichelli.

 

Il cortometraggio

Il cortometraggio Umbria: La Rinascita è stato il primo passo di un movimento tecnico-artistico che, dopo anni di silenzio e isolamento, ha ricongiunto i professionisti umbri all’insegna del rispetto reciproco per progetti comuni. Il corto è stato realizzato con il completo e totale investimento di tutti i professionisti dei vari reparti: tutti gli interpreti hanno partecipato a titolo gratuito per sostenere la propria regione d’origine.

Valeria Ciangottini e Federico Menichelli

«Da bravi artigiani, il nostro primo passo è stato quello di girare un cortometraggio. Siamo molto contenti perché abbiamo raggiunto oltre 23.000 visualizzazioni e abbiamo coinvolto artisti del calibro di Alfiero Toppetti e Valeria Ciangottini. Ognuno ha dato quello che aveva e che poteva dare. Tra i partecipanti – ed è un segno importante – c’è anche l’amministrazione comunale di Terni. Il nostro prossimo passo è attirare l’attenzione degli imprenditori e della Regione, che deve allinearsi a un panorama nazionale molto più avanzato. Serve un fondo cinema e occorre che le produzioni vengano attratte dall’Umbria: la forza della regione sta nel fatto che, sul grande schermo, non appare così spesso. Ecco, mettendo insieme tutti i pezzi si può fare molto», conclude Federico Menichelli.

 

«Terence Hill ristruttura il parco comunale della cittadina umbra dov’è nato il padre»

don matteo

Terence Hill nel film “Il mio nome è Thomas”

 

Che l’Umbria fosse cara a Terence Hill, nome d’arte di Mario Girotti, è ben noto. Don Matteo è un successo italiano e l’Umbria insieme a lui è la vera protagonista: da Gubbio a Spoleto, il prete detective fa entrare ogni settimana nelle case degli italiani le bellezze di questa terra.
Ma l’amore dell’attore per questa regione ha radici molto lontane. In occasione dell’uscita del suo ultimo film Il mio nome è Thomas – nel quale è regista e protagonista – ha scelto proprio Terni per la prima nazionale e l’incasso dell’evento è stato destinato alla ristrutturazione dei giardinetti comunali della città di Amelia, città dove è nato suo padre. L’attore tornerà ancora a vestire i panni del sacerdote nella dodicesima stagione di Don Matteo, che sarà sempre ambientata a Spoleto con qualche incursione nelle zone terremotate della regione.

Il ritorno al cinema

Dopo anni di successi televisivi, l’attore torna protagonista sul grande schermo con un film di ambientazione western, genere per il quale è diventato un volto iconico grazie a titoli come I quattro dell’Ave Maria, Il mio nome è Nessuno e Lo chiamavano Trinità, uno dei molti film interpretati in coppia con l’amico Bud Spencer. E proprio a lui Terence Hill dedica questo suo nuovo lungometraggio. «Ho pensato a questo film per dieci anni. Volevo unire una parte della storia scritta da Carlo Carretto con quella di una giovane donna, inserendo elementi di avventura, divertimento e dramma. Il film vuole essere contemporaneo, ma allo stesso tempo evocare una sensazione epica», spiega Terence Hill.

 

Veronica Bitto e Terence Hill

Il film

Il mio nome è Thomas, uscito nelle sale il 19 aprile, è una storia on the road tra la Spagna e l’Italia, in cui Thomas, in sella alla sua motocicletta, affronta un viaggio solitario verso il deserto. Durante i preparativi, però, incontra la giovane Lucia, che sconvolgerà tutti i suoi piani. Thomas, a causa di Lucia, si ritrova in una situazione rocambolesca e, per proteggere la ragazza, deve affrontare e mettere al loro posto due delinquenti. Quando finalmente riesce a raggiungere il traghetto diretto a Barcellona, Lucia, con una scusa, si imbarca insieme a lui.
Dopo qualche giorno, finalmente di nuovo solo, viaggia con la sua Harley Davidson verso il deserto. Qui trova un posto ideale: un altopiano circondato da montagne che si affaccia su un grande canyon, dove decide di sostare. Si stabilisce in un piccolo paese abbandonato in stile far west per vivere a contatto con la natura.  Presto però Lucia decide di raggiungerlo e stravolgere ancora una volta la sua quiete. Atmosfere western, polvere, deserto fanno da sfondo a un emozionante viaggio on the road che celebra la vita e l’amicizia e dove non potevano mancare omaggi alle epiche risse (…e le famose padellate!) dei film del passato.

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