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Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, le donne provenienti dal reatino, ternano e ascolano, salivano fino a Castelluccio di Norcia per raccogliere a mano la celebre lenticchia nella fase della carpitura. Da qui il nome dato a queste lavoratrici: le Carpirine.

Per la prima volta ho sentito parlare delle Carpirine dall’attuale vicesindaco di Monteleone di Spoleto, Federica Agabiti, mentre mi narrava della strada che corre nei pressi dell’antico borgo, che partiva dalla conca ternana fino a giungere a Castelluccio. Questo sentiero, fino al secolo scorso, era percorso a piedi dalle Carpirine. Per queste donne, andare a raccogliere la lenticchia, aveva molti significati: riportare un importante contributo economico a casa, uscire dalla consueta quotidianità e per le più giovani, conoscere dei bei giovanotti.

 

lenticchia

Le Carpirine erano suddivise in vari in gruppi ed erano accompagnate nell’ultimo tratto da un musico, che con il suo strumento preannunciava l’arrivo e sosteneva il loro canto fatto soprattutto da stornelli. Lavoravano sempre in piccole compagini e quando avevano terminato di raccogliere la lenticchia su un campo, le tipiche note dell’organetto erano il segnale di avviso che avevano finito il lavoro e potevano iniziarne un altro. A questo punto le donne aspettavano il successivo committente che le avesse ingaggiate per prime. Le lavoratrici raccoglievano la lenticchia in mucchietti che lasciavano sul campo a essiccare. Fare questo lavoro era una gran fatica: cogliere la lenticchia dall’alba al tramonto, piante basse, tutto il giorno sotto il sole.
Ci sono anche dei racconti di chi ha vissuto queste esperienze che ricorda come le giovani Carpirine, durante la fase della battitura, ballavano sopra la lenticchia essiccata, accompagnate dalle note del solito organetto. Era un momento di grande festa!
Il sentiero delle Carpirine, che transita anche nei pressi di Monteleone di Spoleto, andrebbe ripercorso e rivalutato e potrebbe essere d’interesse turistico, magari affiancato da qualche reperto storico (fotografie, lettere di corrispondenza, attrezzi). Un recupero che vada ad alimentare una sede storica di rimembranza e che testimoni, soprattutto ai più giovani, quello che hanno vissuto queste fantastiche donne nel segno dell’emancipazione femminile e della tradizione contadina dei luoghi.

In occasione dell’ottava edizione di Gustatrevi Mtb, la principale manifestazione sportiva della zona trevana che conta oramai centinaia di iscritti e appassionati, Valle Umbra Trekking, con il patrocinio del Comitato Regionale Umbro della FIE – Federazione Italiana Escursionismo, organizza una semplice ma suggestiva escursione per scoprire parte della Fascia Olivata, Patrimonio Agricolo di Rilevanza Mondiale iscritto nel registro della FAO.

L’escursione si terrà domenica 11 settembre con partenza alle ore 9.30 da piazza Garibaldi (Trevi, PG). Il percorso si sviluppa ad anello per 8 km circa ed è a partecipazione gratuita. Per i non tesserati FIE, è richiesto solo un contributo di 5 € per la polizza assicurativa da versare in loco prima della partenza.

La giornata fornirà l’occasione di scoprire i vari gioielli architettonici e storici ricompresi all’interno della Fascia Olivata, come l’acquedotto medievale, il Santuario della Madonna delle Lacrime, la Chiesa di Sant’Arcangelo, i resti della Chiesa di Santa Caterina e la trecentesca Fonte dei Cavalli, nonché di godere di un paesaggio pregevole e pressoché unico. Inoltre, grazie all’Azienda Agricola Venturini, i partecipanti potranno scoprire e conoscere le varie cultivar di olivo presenti lungo la Fascia che andranno ad attraversare. Al termine dell’escursione è possibile prendere parte al Pasta Party di Gustatrevi MTB, al costo aggiuntivo di 6 €.

 


Per iscriversi è necessario inviare un messaggio (SMS o WhatsApp) al 339.8978116 indicando Cognome, Nome e la dicitura “Tesserato FIE” nel caso si sia in regola con l’iscrizione annuale, oppure indicando anche data di nascita e codice fiscale per l’attivazione della polizza giornaliera

Diventato ormai un appuntamento florovivaistico irrinunciabile, il 21 e 22 maggio torna Perugia Flower Show.

La mostra mercato di piante rare ed inconsuete, giunta alla sua XIV edizione primaverile, quest’anno si sposta nella nuova e splendida cornice del Barton Park, permettendo ai visitatori più esperti e ai nuovi appassionati di scoprire, ancora una volta, in anteprima nazionale le novità del settore e di incontrare i migliori collezionisti e produttori di rarità botaniche. Tutti i dettagli della due giorni sono stati svelati alla presenza dell’ideatrice del circuito Flower Show, Lucia Boccolini, della professoressa del Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Perugia, Lara Reale, e di alcuni rappresentanti del Comune e della Provincia di Perugia.

 

 

“Un’edizione ricca di collaborazioni, contenuti culturali e pillole di giardinaggio che lascerà senza dubbio i visitatori soddisfatti – ha detto Boccolini -. Quest’anno saremo al Barton Park, un giardino importante della città scelto perché le sue caratteristiche ci consentono di lavorare in maniera diversa. Ci saranno 66 espositori, tra i migliori vivaisti e artigiani provenienti da tutta Italia. E’ stato un anno difficile, ma siamo soddisfatti perché i produttori ci hanno seguito anche in questa nuovissima edizione. Ci saranno tantissimi corsi e workshop gratuiti tenuti dagli stessi espositori: dal giardinaggio base a quello specialistico, dal disegno naturalistico alla stampa botanica”.

Tra le novità di quest’anno è stata sottolineata la presenza del Centro Ippico San Biagio di Perugia, che porterà i cavalli mettendoli a disposizione dei bambini per una breve passeggiata, e poi la collaborazione con l’ONAF di Perugia (Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Formaggio) presente nel programma con due degustazione, una il sabato e una la domenica. Ci sarà anche un corso sul bon ton in giardino per adulti e corsi per bambini come Flower Chef, organizzati dall’Associazione C’è una casa sulla Luna.

In collaborazione con lo storico sponsor Gruppo Hera, domenica 22 maggio alle ore 15.30, si terrà un incontro con Gianumberto Accinelli, entomologo e professore dell’Università di Bologna, su come l’ambiente cambia, in modo positivo, quanto si piantano le piante. Si parlerà, soprattutto, dei ciliegi da fiore.  Gli assessori del Comune di Perugia si sono detti orgogliosi di avere nel territorio questo evento: “Questo cambio di location è positivo, abbiamo un territorio vasto ed è importante sfruttarlo tutto e conoscerlo fino in fondo. La grandezza dell’evento è notevole e si vede l’attenzione verso il mondo della natura e quello degli animali”.

 

 

“Come Provincia – ha sottolineato la consigliera delegata dalla Presidente – siamo contenti di patrocinare questo evento, vedo un programma ricchissimo da cui si nota uno studio, una ricerca, un’attenzione nella creazione di tutto questo. Non è solo una mostra di piante rare e inconsuete, ma tanto di più. Venendo al Flower Show ho sempre notato un’atmosfera bella e gioiosa, oltre a una grande attenzione per le famiglie. Sono queste le iniziative che fanno bene alla nostra città”.

Tanti i corsi gratuiti organizzati in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Agrarie, come spiegato dalla professoressa Reale: “Si è creata una grande sinergia con l’organizzazione dell’evento per cui abbiamo deciso di presenziare durante la manifestazione partecipando attivamente con alcuni corsi dedicati a tutti i visitatori come “Sos Piante” dove esperti del settore visiteranno le foglie malate che i visitatori porteranno per una diagnosi completa”.

Iniziano i percorsi e i piccoli eventi dedicati al benessere psicomotorio organizzati di Vivo a Colori.

Domenica 8 maggio (ore 9.30) parte il primo incontro all’insegna del benessere del corpo e della mente in un luogo magico e incantato, immerso nella natura. L’evento si terrà al Casale Monticchio in via Casale Monticchio 2 – Sant’apollinare. Per partecipare a Arcobaleniamoci servono: plaid, T-shirt colorate, scarpette da ginnastica. Oltre a tanta energia!

 

 


L’evento è a numero chiuso quindi è necessaria la prenotazione.

Vivo a colori info 349.2613610

Il 3 aprile 2022, nella splendida cornice della Villa del Colle del Cardinale, a Perugia, per tutti gli amanti della natura e dell’orticoltura arriva A Passo d’Orto, una giornata all’aria aperta per scoprire e scambiare sementi antiche, ricercare erbe spontanee e imparare a seminare e a trapiantare.

 

Villa del Colle del Cardinale

Le attività

A partire dalle ore 10.00, per tutta la giornata si dispiegheranno una serie di attività completamente gratuite, pensate per adulti e per bambini. C’è anche la possibilità di prenotare il pranzo al sacco, anche con opzione vegetariana, da consumare seduti nello splendido parco della Villa. Non mancheranno stand espositivi di prodotti e di artigianato locale.

 

 

  • Alla ricerca delle erbe spontanee

Fissata per le ore 10.30, la ricerca in loco delle erbe spontanee, di cui i nostri prati abbondano nel periodo primaverile, sarà condotta da Luciano Loschi, presidente dell’Accademia Italiana Piante Spontanee. L’Accademia è un’associazione no-profit nata per promuovere la conoscenza delle erbe spontanee e del loro corretto utilizzo; al tempo stesso ha il compito di tutelare la salute umana e la biodiversità degli habitat, sia naturali sia antropici.

  • La Casa dei Semi del Trasimeno

Alle 14.30 verrà invece presentata, da Livia Polegri e da Mauro Gramaccia, la Casa dei Semi del Trasimeno, un sistema atto alla conservazione e al condizionamento delle sementi che ha tra i suoi scopi anche quello di mettere in rete diverse aziende con strutture per la vendita locale. Al termine dell’incontro ci sarà anche la possibilità di scambiare antichi semi umbri.

  • Semina e trapianto

Alle 15.00 seguirà il workshop di semina e trapianti tenuto dall’agronomo Luca Crotti, volto ormai noto per i follower del canale YouTube de La Spesa nell’Orto.

  • Indovina chi li mangia? A ciascun animale il suo frutto

L’attività delle 16.00 sarà infine dedicata ai più piccoli: Hyla Group, azienda impegnata nella formazione e nella consulenza in ambito naturalistico-ambientale, insegnerà ai bambini come riconoscere gli alimenti più adatti agli animali.

La Spesa nell’Orto

La Spesa nell’Orto nasce nel 2018 come canale YouTube volto alla promozione e diffusione di uno stile di vita che preveda il ritorno a un’agricoltura familiare, sana, sostenibile e sicura.
Il progetto, a cui si è aggiunta l’omonima rivista online, accoglie la crescente necessità di ripristinare il contatto con il territorio e con l’ambiente naturale, con un occhio di riguardo verso la biodiversità e l’impatto ambientale.

 


La prenotazione, obbligatoria, è effettuabile al seguente link: https://www.laspesanellorto.it/a-passo-d-orto-perugia/.

Durante la celebrazione di S. Andrea, il patrono dei pescatori, è avvenuto l’incontro con alcuni pescatori del Trasimeno, dove si sono raccontati con aneddoti e ricordi. Gente “tosta”, che continua quest’antica arte millenaria con grande sacrificio e passione. I pescatori sono di poche parole ma quando parlano sono concreti. Durante l’incontro hanno presentato diverse problematiche del loro mestiere, tra cui quella inerente al trasferimento del loro sapere alle generazioni future, che sono esigue e difficili da reperire rispetto alle possibilità che questo lavoro offre.

Andrea era un discepolo di Gesù e faceva il pescatore sul lago di Tiberiade. I pani e i pesci del miracolo della moltiplicazione furono indicati da Andrea a Gesù, come si racconta nella descrizione riportata nel Vangelo di Giovanni. Il 30 novembre è la sua ricorrenza religiosa e molte comunità di pescatori, non solo italiane, festeggiano il loro Sant’Andrea.

 

Pescatori del Trasimeno, foto di Andrea Pagnotta

 

Sul lago Trasimeno, i pescatori della costa Ovest, come quelli incontrati a Castiglione del Lago, riconoscono in Sant’Andrea il loro Santo, mentre quelli della costa Est riconoscono i loro protettori in San Spiridione e San Feliciano.
Il Trasimeno è speciale anche per questo. Il raduno in occasione della ricorrenza patronale è stato voluto fortemente da Guido Materazzi, pescatore/ristoratore nonché presidente dell’ARBIT (Associazione Recupero Barche Interne Tradizionali) che recentemente ha varato una tipica barca in legno da pesca del Trasimeno, datata nella seconda metà del secolo scorso. La barca è stata ripristinata con un lavoro certosino di Guido Materazzi stesso e di Andrea Sedini e, per l’occasione, i due restauratori l’hanno denominata La Dotta. Complimenti all’ARBIT, per la missione onorevole che svolge.
Dopo la celebrazione del Patrono ci si è ritrovati in un momento conviviale, proprio presso il ristorante La Capannina di Guido, dove molti pescatori hanno sottolineato alcune questioni sia complesse sia preoccupanti, ma hanno anche espresso dei suggerimenti per affrontare e superare i costanti momenti difficili del loro nobile lavoro.
Presenti, tra gli altri, oltre a un nutrito e ben rappresentato gruppo di pescatori, il sindaco di Castiglione del Lago, Matteo Burico, il presidente della Cooperativa Pescatori del Trasimeno di San Feliciano, Aurelio Cocchini, il presidente dell’altra Cooperativa del Trasimeno Stella del Lago con sede a Panicarola, Ivo Bianconi, e poi Niccolò Bacoccola di Confagricoltura.

Pescatori, foto di Andrea Pagnotta

Si è ribadito più volte, durante l’incontro, che il basso livello idrometrico del lago mette in evidenza moltissime difficoltà e necessità. Come l’annoso problema dell’adduzione dell’acqua al bacino lacustre, l’eccessiva differenza rispetto allo zero idrometrico, l’accesso difficoltoso nei varchi portuali dovuto all’interramento e relativo innalzamento del fondale, il clima sempre più caldo e la scarsa piovosità, i dragaggi mancati da anni, l’arretramento e la scarsità del canneto, il mancato supporto economico o finanziamento verso chi vorrebbe principiare a fare questo mestiere, il sostegno per una formazione istituzionale iniziale e continua per gli operatori del settore; manca la tutela economica della coppia di pescatori che stanno sempre insieme in barca se uno dei due dovesse assentarsi per malattia o infortunio, il riconoscimento previdenziale ancora lontano da essere tale come lavoro usurante.
Stiamo parlando dell’importanza antropologica della pesca al Trasimeno, in particolare dei suoi pescatori e delle loro famiglie che, con il loro lavoro, il loro sapere e le tradizioni, per secoli hanno dettato i tempi delle comunità lacustri e continuano ad armonizzarsi con i periodi attuali, imperterriti nella cattura e lavorazione del pesce. Un’attività di sacrifici quella del pescatore, che viene tuttora perpetrata con metodi ancestrali che giungono immutati da epoche remote e che attualmente, purtroppo, non viene ancora sufficientemente valorizzata e tutelata.
Intorno al mondo della pesca ruotano tutta una serie di attività connesse che vanno da chi fa le reti alla riparazione dei motori, dalla trasformazione al commercio del pesce e molto altro. Ormai, da qualche tempo, alcuni pescatori hanno preso vie innovative per l’integrazione reddituale, come la Cooperativa Pescatori di San Feliciano e alcuni singoli altri, rappresentate dall’ittiturismo e dal pescaturismo.
I pescatori sono i veri guardiani del lago, conoscono bene i suoi umori, solcandolo tutti i giorni con i loro barchini, e percepiscono le energie che esso sprigiona. A volte il lago ti accoglie e a volte ti respinge e come dice saggiamente Guido Materazzi: «È facile amare il Trasimeno ma è molto difficile farsi amare da lui».

 

Il frutto del loro lavoro, foto di Andrea Pagnotta

 

Si conosce poco del mondo dei pescatori, che è ricco di storia, natura, tradizioni e cultura… ma di certo essi sono un fondamentale simbolo del Trasimeno. L’invito è quello di conoscerli meglio, nel loro silenzioso e incessante lavoro fatto da mani che strigano, tirano, arsettano, gettano, remano, vanno a muscolare, pescano, paitellano, scanellano, vanno a puntone, giacchiano.
Va salvaguardato il pescatore professionista che ogni giorno se la deve vedere con un gran numero di problemi, a partire dai cambiamenti indesiderati dell’ambiente lacustre, anche perché rappresenta l’ultimo custode indefesso delle radici lacustri con storie, segreti, tradizioni e aneddoti da preservare e raccontare.

Ebbene sì, stiamo parlando proprio del castoro e non della nutria. Sì, proprio il castoro, quel simpatico roditore acquatico che ama abbattere i tronchi degli alberi per costruire delle vere e proprie dighe.

Ma facciamo un po’ di ordine. Dal mese di marzo 2021, anche se sono stati raccolti indizi che confermano la presenza della specie già nel 2019, è stata documentata la presenza di piccoli nuclei di castoro eurasiatico (Castor fiber) in almeno quattro aree non collegate tra loro in Toscana e in Umbria, oltre a sporadiche segnalazioni nelle Marche al confine con la Toscana e singoli segni di presenza in Emilia Romagna e Lazio.
Il castoro eurasiatico è un grande roditore, strettamente erbivoro, che può raggiungere quasi i 40 kg di peso, perfettamente adattato alla vita semi-acquatica. Vive in piccoli gruppi familiari, territoriali, composti da 3-5 individui che occupano tratti di fiume o di lago di lunghezza variabile. Abbatte alberi, scava buche e canali, accumula rami per formare delle dighe che aiutano a mantenere il livello dell’acqua al di sopra dell’entrata delle tane, ciò gli consente di mettersi al riparo dai predatori e di facilitare il trasporto dei rami pesanti e della vegetazione usata come cibo in inverno.

 

Tipico rosicchiamento doppio conico, Foto di Cristiano Spilinga

 

Anche se originariamente era distribuito in tutta l’Europa e l’Asia, all’inizio del 1900, a seguito di un’intensa attività di caccia che aveva lo scopo di recuperare la pelliccia, la carne e l’olio prodotto dalle sue ghiandole perianali, la specie sopravviveva con sole otto piccole popolazioni. Nel XX secolo la specie si è ampiamente ripresa in Europa grazie all’introduzione di norme di protezione, ai programmi di reintroduzione e alle sue capacità di dispersione attraverso la rete idrografica.
Nell’Alto Medioevo il castoro eurasiatico era ancora ben diffuso in Italia, in particolare nella Pianura Padana, da dove scomparve nel corso del XVI o all’inizio del XVII secolo.
Dopo quattro secoli di completa assenza in Italia, nel 2018 un individuo in dispersione naturale dalla popolazione austriaca reintrodotta è stato rilevato nella zona di Tarvisio e nel 2020 la specie è stata segnalata anche in Val Pusteria.

 

Castoro eurasiatico (Castor fiber) ripreso con una fototrappola. Foto di Chiara Pucci e Davide Senserini

Ma allora… come ci è arrivato il castoro in Umbria?

Potrebbe non essersi mai estinto, anche se questa ipotesi è molto inverosimile visto che dove la specie è presente è facilmente rilevabile dai caratteristici segni, derivanti dal rosicchiamento doppio conico, lasciati sugli alberi.
La seconda ipotesi, altrettanto poco probabile, è che la specie sia arrivata spontaneamente da altre aree. Poco probabile perché la distanza tra la Toscana e l’Umbria e le attuali zone di presenza in Francia, Svizzera, Austria, Tarvisiano e Val Pusteria è pari ad almeno 400 km e nel mezzo non ci sono evidenze di altre popolazioni.
Potrebbe esserci stata una fuga di individui dalla cattività, ma la presenza di segnalazioni in aree diverse della Toscana e dell’Umbria, implicherebbe diverse fughe di animali da varie strutture che li detenevano in cattività, oppure una fuga unica con successiva diffusione in aree diverse. Il tutto molto improbabile.

Particolare della coda del castoro eurasiatico (Castor fiber), Foto Chiara Pucci e Davide Senserini

L’ultima ipotesi, quella attualmente più accreditata dalla comunità scientifica, è che ci sia stato un rilascio illegale di animali in più aree. I teriologi, che sono gli zoologi che si occupano dello studio dei mammiferi, si stanno interrogando su come gestire questa situazione visto che nonostante il castoro eurasiatico sia una specie strettamente protetta dalla legislazione nazionale e internazionale, per la Commissione Europea, essendoci stato un precedente in Spagna, i nuclei originati da rilasci illegali non sono obbligatoriamente tutelati, almeno fino a quando non diano origine a popolazioni diffuse e naturalizzate.
L’Associazione Teriologica Italiana (ATIt) ritiene che i castori eurasiatici presenti in Italia centrale siano verosimilmente frutto di immissioni illegali e che comunque andrebbe predisposta un’attenta valutazione della fattibilità della reintroduzione in relazione alla sua capacità di produrre alterazioni positive e negative agli ecosistemi.
Qualsiasi ulteriore decisione sul destino di questa specie in Italia centrale sarà comunque subordinata a un’attività di monitoraggio su vasta scala per localizzare eventuali altri nuclei presenti e meglio chiarire la distribuzione attuale del castoro eurasiatico.
La stessa ATIt indica che nelle aree dove è accertata la presenza di castori dovrà essere definito al più presto un piano per la rimozione degli stessi, da comunicare adeguatamente alla popolazione per far comprendere la necessità di tali interventi.

 


Bibliografia

  • Mori E., Viviano A., Brustenga L., Olivetti F., Peppucci L., Pucci C., Senserini D., Sergiacomi U., Spilinga C., Roversi P.F., Mazza G. 2021. Distribution and genetic analysis of wild-living Eurasian beavers in Central Italy. Redia, Journal of Zoology 104: 209-215.
  • Posizione dell’ATIt sulla presenza del Castoro eurasiatico in Italia centrale. Documento approvato dal Consiglio Direttivo dell’ATIt il 18 novembre 2021.

Al confine tra Umbria e Marche, in quella zona spartita tra il comune umbro di Foligno e quello marchigiano di Serravalle del Chienti, si estende un sistema di altipiani carsici circondato da una serie di rilievi. Prati fioriti che tendono periodicamente a riempirsi d’acqua, offrendo un paesaggio diverso in ogni stagione.

Ricciano, Arvello, Pian della Croce, Annifo, Colfiorito, Palude e Popola: questi i nomi di quegli altipiani posti a 750 metri di altitudine, residui fioriti di una palude carsica ormai da tempo prosciugatasi. Disperse ormai le esalazioni mefitiche, il terreno, l’altitudine e le variazioni atmosferiche fanno in modo però che si creino degli specchi d’acqua di particolare bellezza, dimora di numerose specie di piante e animali. Il Cavalier Francesco Santoni ne dà un’esemplare rappresentazione in versi.

 

parco di colfiorito umbria

Opere idriche sull’altopiano di Colfiorito

Il più famoso è senza dubbio il Lago di Colfiorito, dove l’acqua permane pressoché tutto l’anno, costeggiato da una pittoresca passerella di legno e già oggetto di opere di ingegneria idraulica dal 1483, quando Giulio Cesare Varano spinse per la costruzione di una galleria, conosciuta come La Botte La Botte dei Varano, che convogliò gran parte delle acque stazionanti nell’altopiano nel fiume Chienti. Ambienti del genere, se lasciati a sé stessi, sono infatti soggetti a un graduale interramento, cosa che, una volta divenuta irreversibile, comporta la sparizione di quel particolare ecosistema che si era creato.
E come non pensare, allora, alle recenti vicissitudini di questi bacini d’alta quota? Si ricordi il canale artificiale, scavato tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, che permise di mettere in comunicazione la Palude di Annifo con quella sopracitata di Colfiorito: opera che, nel dicembre 2017, si è rivelata estremamente utile. Durante la torrida estate precedente, infatti, le temperature elevate avevano causato l’evaporazione totale della palude, lasciando cumuli di pesci prima a morire – e poi a marcire – sotto al sole. Selezione naturale, direte voi; ma la stessa natura ha pensato bene di rimediare creando un altro, nuovo, bacino nella Piana di Annifo, nel dicembre dello stesso anno. Il neonato lago, come in passato, potrebbe durare fino a primavera; così, una volta scioltisi il ghiaccio e la neve che glassano queste contrade, sarà possibile convogliare parte delle sue acque verso il martoriato Lago di Colfiorito, donandogli una seconda vita.

 

musei nei pressi di foligno umbria

Museo Archeologico di Colfiorito

Natura e civiltà

Sarebbe un peccato, infatti, se questa zona umida – peraltro protetta da un parco regionale e dalla Convenzione di Ramsar – si alterasse a tal punto da sparire per sempre. Circondata infatti da boschi di cerri e agrifogli, la piana di Colfiorito ospita animali rari come il tarabuso, l’airone rosso e il tarabusino, così come pavoncelle, pittime reali, chiurli, germani reali, gallinelle d’acqua, poiane e falchi di palude. Allo stesso modo, vi crescono ninfee bianche, brasche d’acqua, millefoglio, il giaggiolo d’acqua, il ranuncolo, diverse piante officinali e la carnivora erba vescica. Nella zona occupata, fino al 1950, dalla torbiera, ormai esaurita, vi crescono pennacchi e orchidee acquatiche.
Nei pressi di questa magnifica porzione di terra, vi è anche il MAC, il Museo Archeologico di Colfiorito, che raccoglie le testimonianze di tutti quei popoli che, in queste zone di passaggio tra l’Appennino umbro e quello marchigiano, si sono avvicendati: i Romani, i Cartaginesi e, prima ancora, i Plestini, che conferirono alla zona il secondo nome di Altipiani Plestini.
Per chi invece voglia immergersi in un’atmosfera da Signore degli Anelli, ogni anno, ad agosto, la zona di Montelago è animata dal pittoresco Montelago Celtic Festival, evento imperdibile per gli amanti del genere.

 


Fonti: R. Borsellini, Riflessi d’acqua: Laghi, fiumi e cascate dell’Umbria, Città di Castello, Edimond, 2008.

Archeologia è una parola altamente evocativa. Quando, negli anni Cinquanta Ceram pubblicò un libro di grande successo dal titolo “Civiltà Sepolte”, migliaia di persone scoprirono il fascino dell’archeologia.

Tutti sognarono di ritrovare civiltà remote, come fece Schliemann riportando in luce Troia, oppure rischiare la maledizione del faraone, come Howard Carter che entrò nella tomba di Tutankhamen, o ancora immaginare l’emozione di Evans che individuò il labirinto di Cnosso.

Archeologia però non è solo sinonimo di pietre sepolte o antiche iscrizioni perché esiste anche un’archeologia legata alle piante. Non stiamo parlando di foreste fossili, bensì di alberi e di frutta. E non parliamo neppure della meravigliosa frutta di cera di Francesco Garnier che si vede a Torino. Qui si tratta di alberi vivi e di frutti commestibili. Ci troviamo davanti a un luogo di archeologia botanica dove vengono coltivate molte varietà di frutta che non sono più sul mercato e che se si perdono lo sarà per sempre.

Dr. ssa Isabella Dalla Ragione

Il luogo in questione è Archeologia Arborea onlus: un frutteto a San Lorenzo di Lerchi, al confine tra Umbria e Toscana, coltivato e studiato dalla ricercatrice dottoressa Isabella Dalla Ragione che dice: «Dalla lunga ricerca è stato creato a San Lorenzo di Lerchi, in un paesaggio agricolo storico, il frutteto da collezione, straordinario patrimonio genetico e culturale».
In questo frutteto che, per inciso, è anche un angolo di Umbria molto romantico, sono riunite e curate 600 piante da frutto di 150 varietà. Ci sono pere, prugne, mele, ciliegie, mandorle e anche i merangoli, cioè arance amare, e le prugne mirabolane, tanto usate nella farmacia rinascimentale.

Le usanze passate

Pomi e peri coti, si sentiva gridare d’inverno per le calli di Venezia, in Piemonte e in Val d’Aosta in autunno si mangiavano le pere cotte Martin Sec, a Roma quelli che andavano il giro con il calderone della frutta cotta li chiamavano Peracottari. E non era un complimento. Cambiava la città ma il problema era lo stesso: d’inverno la frutta era poca e si mangiavano cotti solo i frutti che resistevano. Era un modo per mangiare e scaldarsi le mani. Arance e mandarini erano solo al sud, e non ovunque, il resto del Paese si accontentava di mele e pere che si potevano conservare. Il boom economico ha fatto sparire i venditori di mele e pere cotte, sostituendoli con le merendine confezionate. Nemmeno nei ristoranti si trova più la frutta, né fresca né cotta.

 

Archeologia Arborea

Visitando il giardino di Archeologia Arborea si incontra una quantità insospettabile di varietà di frutta e si scopre che ogni frutto ha un’indicazione precisa. Noi, condannati ad andare per supermercati, entriamo in contatto al massimo con 5/6 varietà di mele, mentre fino agli anni Cinquanta del secolo scorso erano molte decine e ogni orto aveva la sua specialità.
Le mele che crescono nel meleto archeologico sono varietà che provengono dalla zona di Città di Castello, dalla vicina Toscana e dalla Romagna, hanno tutti i colori della tavolozza e le forme più svariate: quelle Nasone e quelle Muso di Bue, oppure schiacciate, oppure tonde. Ogni mela ha un’indicazione precisa. La mela Pagliaccia o rotolona (il nome indica la sua forma) è una mela autunnale che si poteva conservare in inverno; la mela Muso di Bue, si mangiava fresca o come confettura; le mele Nasone erano solo verdi e croccanti; la mela Rosona si cucinava invece con le carni. Quando non c’era il frigorifero la frutta era legata ai cicli delle stagioni e, se si poteva, andava conservata.

 

 

Fino alla prima metà del ‘900 la frutta raramente veniva consumata a tavola mentre era molto gradita cotta assieme con le carni, per assorbire i grassi. L’arista di maiale con le prugne o il vitello con le mele o la cacciagione con i lamponi sono dei must della cucina italiana. Tutte le piante che crescono in Archeologia Arborea erano già coltivate nel tardo Medioevo e nel Rinascimento, come verificato personalmente dalla dr.ssa Dalla Ragione.
Invece di servirsi della macchina del tempo, Isabella Dalla Ragione è scesa a valle e ha fatto uno studio approfondito degli affreschi nei palazzi signorili dell’Alta Valle del Tevere, ritrovando dipinta la frutta che lei coltiva. Gli artisti, in particolare i pittori, hanno sempre lavorato copiando dal vero perché la natura ha offerto tutti i colori e le forme che cercavano. Cornici fiorite o canestri di frutta o giardini trompe l’œil, sono stati dipinti basandosi sempre su modelli reali. Perché lavorare di fantasia quando basta guardare fuori dalla finestra per avere una gamma infinita di colori e forme?
Visitare l’arboreto di San Lorenzo equivale quindi a tuffarsi con salto carpiato e con avvitamento in un mare profondo e pieno di curiosità, ma per fortuna, la dottoressa Dalla Ragione ci aiuta a stare a galla. L’arboreto è visitabile e si può anche adottare una pianta.

 


Indirizzo: San Lorenzo di Lerchi (Città di Castello).  tel + 39 335 61284 info@archeologiaarborea.org

Archeologia Arborea

L’areale sottendente il lago Trasimeno e le adiacenti Chiane, è ricco di eccellenze enogastronomiche e rappresenta un serbatoio prezioso per una serie di prodotti agroalimentari tipici e unici, che caratterizzano e fanno conoscere questi luoghi a molte latitudini del mondo e sono amati da chi ha avuto la possibilità di apprezzarli. Mi riferisco a tutti quei prodotti che tipicizzano questo meraviglioso territorio, quali il pesce lacustre, i vini, gli oli, le carni, i cereali, i legumi, gli ortaggi che hanno dato vita a piatti tipici, riconoscibili, caratterizzanti e ambasciatori mondiali indiscutibili di bontà e gusto.

Partendo da questi presupposti, con Livia Polegri, l’agronoma del Parco 3A-PTA della Regione Umbria, abbiamo voluto raccontare su queste pagine la ricchezza genetica agroalimentare del comprensorio lacustre che parte dai tempi lontani, in luoghi già antropizzati fin dal Paleolitico, per poi transitare dagli Etruschi e antichi Romani.
Il Trasimeno e la Valdichiana hanno rappresentato un serbatoio alimentare prezioso, variegato e ambito, che nei secoli hanno visto queste terre di confine sotto le costanti mire di possesso e gestione dei poteri politici, amministrativi e militari, anche con lotte e scontri per la supremazia territoriale. Prodotti alimentari dimenticati, sottovalutati e poi ritrovati ce ne sono una miriade e il lavoro di ricerca e di valorizzazione è partito qualche tempo fa.
I semi conservati dentro vecchi barattoli, abitudini mantenute da generazioni e la semina nella terra natia hanno contrastato la coltivazione di alcune specie ormai abbandonate anche a seguito dell’esodo dalle campagne del secolo scorso. In seguito, queste ricchezze genetiche sono state di nuovo individuate, recuperate e poste a disposizione della comunità. I presupposti sono corretti, ma la conoscenza della disponibilità di alcune di queste varietà non è nota ai più; quindi vorremmo approfittare di queste pagine affinché i semi tipici restino in zona, disponibili sul territorio per la sua gente.
Comunque in modo spontaneo e quasi inconsapevole, sono state conservate dagli orticoltori del Trasimeno molte varietà autoctone di fagioli, pomodori, meloni, cocomeri, zucche, cetrioli, cipolle, aglione, sorgo, cavoli, broccoli, broccoletti, rapi, olivo, vite, oltre a specie ittiche come il luccio del Trasimeno, da poco iscritto al Registro regionale delle Risorse Genetiche Autoctone. Alcune di queste varietà hanno rischiato di andare perdute per sempre.

 

legumi tipici umbriLa Fagiolina del Trasimeno

Iniziamo questa carrellata con la Fagiolina del Trasimeno, un legume antichissimo conosciuto dagli antichi Greci, citato da Plinio il Vecchio e poi da Alberto Magno, che lo descrive con semi dai molti colori e con il caratteristico occhio. La prima testimonianza scritta della coltivazione della Fagiolina del Trasimeno risale al 1876, sul Giornale Agrario Italiano.
Riviste specializzate, nel secolo scorso, hanno scritto che la Fagiolina del lago, composta da piccoli fagioli biancastri con occhio bruno, è di facile cottura e molto saporita. Si tratta di una specie diversa da quella del fagiolo, introdotto in Europa dal Nuovo Mondo nel ‘500, e che tra l’altro le ha rubato il suo antico nome phaseolus. La fagiolina viene dall’Africa, ed è giunta in Italia probabilmente grazie agli scambi commerciali che si svolgevano nel Mediterraneo in tempi antichi, sicuramente in epoca preromana.
È noto che la Fagiolina del Trasimeno è stata da sempre prevalentemente destinata all’autoconsumo, ma nel secolo scorso ha rischiato l’estinzione perché, a causa della maturazione scalare, doveva esser raccolta manualmente e quindi occorreva, per la raccolta, un’intensa e costante presenza in campo.

La dottoressa Polegri, a proposito della situazione attuale della Fagiolina del Trasimeno, ha dichiarato: «Ora si coltivano sostanzialmente due tipi, quella tutta bianca e quella di colorazioni miste, mentre prima della riscoperta ogni agricoltore aveva la sua, quindi ci sono accessioni dai semi tutti rossi, o tutti color crema con occhio rosso, o crema con occhio nero, ecc., oppure di due tipi di colorazione (crema con occhio nero e con occhio marrone, oppure grigi con occhio nero e crema con occhio nero, ecc.). La forma bianca senza occhio, rarissima e pressoché assente altrove in Italia, era preferita da alcuni orticoltori, e per il suo aspetto veniva talvolta chiamata risina, ad esempio sul mercato della vicina Perugia. Ma il fortissimo legame che la fagiolina aveva con la cultura locale era indipendente dalla colorazione del seme, ogni famiglia aveva il suo tipo preferito, tanto che a mia conoscenza in Italia non esiste una tale variabilità di una stessa specie, per di più negletta, in un territorio così limitato. Poche altre varietà locali di questa specie sono conosciute in Italia, sopravvissute in maniera spesso puntiforme e con una o poche colorazioni. Al Trasimeno sono invece state censite dall’Università di Perugia e dal Parco Tecnologico una ventina di accessioni con semi di 12 colorazioni diverse, conservate da anziani orticoltori su tutte le sponde del lago. Questo è avvenuto perché era parte importante della cultura rurale, i mezzadri la coltivavano dopo il grano, per avere un doppio raccolto che sfuggiva al padrone, talvolta arrampicata al mais, di cui ha lo stesso ciclo colturale. Della stessa specie fa parte il fagiolo dal metro, che veniva coltivato per i baccelli lunghissimi, di cui sono state trovate al lago un paio di accessioni. Tradizionalmente si mangiavano anche i baccelli freschi, ma questo è un uso che non è stato più riproposto, forse perché conviene produrre seme, più particolare e più facile da commercializzare, però i ristoranti potrebbero riprenderne l’uso, anche perché esiste anche una certa diversità nei baccelli. Ricordo che le accessioni bianche hanno il baccello tutto verde, mentre quelle con semi scuri avevano (oltre al fiore, viola anziché bianco) anche il baccello leggermente macchiato di rosso. L’obiettivo è quello di coltivare le biodiversità presso la Casa dei Semi del Trasimeno e rendere disponibili le varietà a chi ne facesse richiesta».
I semi vengono utilizzati come i fagioli comuni, lessati o per zuppe e grazie alle loro piccole dimensioni, e non è necessario l’ammollo prima della cottura.
In gastronomia la Fagiolina del Trasimeno viene lessata e poi condita con olio EVO oppure, qualche chef in cerca di nuove proposte culinarie, ne accompagna piatti a base di carne o pesce di lago sia come condimento sia come ripieno alle paste. Il modo classico per degustare la Fagiolina prevede, dopo averla lessata in acqua salata per 45 minuti, di servirla come una zuppa insieme a fette bruschettate di pane tipico umbro, con olio EVO e pepe. In alcuni casi si può accompagnare anche con il pesce di lago in umido, come i filetti di persico reale.

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