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“Una scuola in fattoria” è un progetto realizzato con il sostegno dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, pensato e sviluppato dall’Associazione delle Fattorie Didattiche del Trasimeno, che ha consentito alle scuole primarie aderenti di prendere parte a un percorso didattico di “visita virtuale” all’interno delle Fattorie aderenti all’Associazione.

Lavoro svolto dagli alunni della scuola primaria “D. Birago” di Passignano sul Trasimeno

Il progetto è stato ideato a partire dalla volontà di non perdere il contatto diretto con la natura, anche in un anno così particolare come quello appena passato, che ha visto gli alunni costretti dentro le aule scolastiche e privati delle uscite didattiche e del loro alto valore educativo. Non potendo andare i bambini in fattoria, sono state le fattorie stesse a entrare a scuola grazie alle attività condotte con la Didattica a Distanza che hanno coinvolto, nell’anno scolastico 2020/2021, 40 classi tra le scuole del comprensorio Perugino e quello del Trasimeno.

Le scuole coinvolte hanno avuto la possibilità di scegliere tra tre percorsi, ognuno riguardante una specifica tematica e gestito da una diversa fattoria afferente all’associazione: Millefiori incentrato sul mondo delle api, realizzato dalla fattoria Agri Hyla di Tuoro sul Trasimeno; Chi semina raccoglie, per conoscere le piante dell’orto e il loro utilizzo per la preparazione dei piatti della tradizione, gestito dalla fattoria La Casa di Campagna di Magione; Il ciclo del latte, relativo alla scoperta del latte e della sua produzione, realizzato dalla Fattoria La Cerreta di Castiglione del Lago. Ciascun percorso ha previsto lo svolgimento di due incontri, durante i quali ogni fattoria didattica ha condotto le classi alla scoperta della propria realtà, attraverso foto e video che consentissero agli alunni di fare una vera e propria visita guidata nonché di affrontare gli argomenti propri del percorso scelto.

 

 

Un progetto che in piena pandemia ha consentito agli alunni di uscire, anche se in modo virtuale, dalle proprie aule e di entrare in fattoria. Una formula che ha riscosso un grande successo tra gli insegnanti e gli alunni, in un anno estremamente complesso per il mondo scolastico, nella speranza di proseguire i percorsi intrapresi direttamente in fattoria nell’anno scolastico che ha appena preso il via!

Un viaggio alla scoperta di un animale poco conosciuto che vive nella nostra regione.

 

Testuggine palustre europea (Emys orbicularis). Foto di Cristiano Spilinga

 

La testuggine palustre europea è una specie estremamente rara, localizzata nella nostra regione: a oggi sono noti pochi nuclei al confine con il Lazio. Un tempo, come ci indicano anche i ritrovamenti fossili, era abbondantemente diffusa, poi la bonifica delle zone paludose, la perdita di ambienti idonei alla riproduzione, l’inquinamento chimico e l’introduzione di specie aliene invasive, hanno ridotto drasticamente il suo areale in quasi tutta la penisola. L’Umbria non è da meno e oggi è particolarmente difficile imbattersi in questi affascinanti e curiosi animali.
Si tratta effettivamente di una specie molto carismatica, che ci mostra ancora il lato selvaggio dei nostri ambienti. Pur colonizzando potenzialmente anche habitat semi-naturali e artificiali, la sua rarità ci fa comunque riflettere su quanta biodiversità abbiamo perso e stiamo perdendo a causa di una gestione scellerata del nostro territorio.
La specie presenta il carapace che nei maschi può raggiungere i 15 cm di lunghezza e nelle femmine può arrivare ai 17-18 cm; il colore di fondo è molto variabile e va dal marrone oliva al verde scuro fino al nero, con una diffusa macchiettatura gialla. Ventralmente il piastrone presenta una colorazione giallo sabbia con venature più scure; il colore della pelle è tendenzialmente scuro con punteggiature gialle.
Come dicevamo si tratta di una specie che frequenta zone paludose perenni o temporanee ricche di vegetazione acquatica; trascorre la maggior parte del tempo in acqua ma se ne allontana durante il periodo riproduttivo: i maschi in cerca di femmine, le femmine per cercare il sito dove deporre le uova oppure semplicemente per spostarsi tra un sito e l’altro.

 

Particolare della testa di testuggine palustre europea (Emys orbicularis). Foto di Cristiano Spilinga

 

È una specie onnivora che si nutre sia di piante acquatiche sia di pesci, girini e altri organismi acquatici. Tra febbraio e aprile in acqua avvengono gli accoppiamenti e tra maggio e giugno la femmina depone le uova all’interno di nidi scavati dalla femmina stessa sotto la sabbia, anche lontano dallo specchio d’acqua dove vive.
Effettivamente ci risulta difficile pensare che un’animale di queste dimensioni, che necessita di raccolte d’acqua riparate e ricche di vegetazione con intorno un terreno adeguato per deporre le uova, possa ancora vivere nel nostro territorio.
In effetti la specie non se la passa bene e sono in atto azioni per salvare il salvabile favorendo la ricolonizzazione in aree della regione dove è ormai scomparsa da tempo. Ovviamente prima di riportare Emys orbicularis a colonizzare nuove aree sarà fondamentale capire quali sono state le cause per le quali la specie è scomparsa, rimuoverle e solo a quel punto intervenire con una vera e propria reintroduzione di questo rettile che ci fa tornare indietro nel tempo.

 


Bibliografia

Di Nicola M. R, Caviglioli L., Luiselli L. & Andreone F., 2019. Anfibi & Rettili d’Italia. Edizioni Belvedere, Latina, “le scienze” (31), 568 pp.
Ragni B., Di Muro G., Spilinga C., Mandrici A., Ghetti L. (2006). Anfibi e Rettili dell’Umbria. Distribuz

COVID 19 è la parola più pronunciata da un anno a questa parte, parola che ci ha tolto molto e che ci ha costretto a vivere in modo nuovo. I trekking in Nepal o in Patagonia sono stati sostituiti dal percorso casa-supermercato, andata e ritorno. Poi, per fortuna, nelle nostre menti si è accesa la lampadina della reazione.

Siamo italiani, viviamo in un Paese speciale. Allora perché non fare quello che finora abbiamo sottovalutato e anche un po’ disprezzato, come andare alla scoperta degli angoli minori del nostro Paese? L’Umbria si è attivata e ne ha rispolverati alcuni interessanti e numerosi. Accantonate le grandi basiliche, le città medievali e i capolavori della pittura, la natura è diventata il nuovo centro focale. Percorrendo i nuovi tracciati ciclabili e pedonabili si scopre, per esempio, che in Umbria abbondano le cascate.

 

 

Non imponenti come quella delle Marmore o quella del Toce, o impressionanti come quelle del Niagara, queste cascate sono nascoste nei boschi e precipitano in piccoli anfratti verdi circondate dalle rocce di tufo o travertino. Mettendosi nei panni dei nipotini di Indiana Jones, il più famoso archeologo del cinema, e cercando con sguardo attento, si riescono a scovare cascate, laghetti e pure qualche reperto di un passato molto remoto. Queste piccole cascate sono molto antiche, perché qui, in piccola scala, c’è stato il fenomeno delle doline come nel Carso. L’acqua ha eroso il terreno, ha scavato delle forre e lì, da qualche milione di anni, precipitano le acque. Cascate e archeologia vanno di pari passo: non bisogna infatti dimenticare che l’Umbria è stata sempre abitata, prima dagli autoctoni, poi dai Romani che hanno lasciato tracce ovunque e poi da altri a seguire.

Alla ricerca delle cascate

A giugno, prima del gran caldo e prima che di conseguenza le acque sparissero, con la mia amica Pina che ben conosce questi luoghi, sono andata a cercare i laghetti e le cascate di Castel Rinaldi, vicino a Massa Martana. Per nostra fortuna, scendendo nel bosco, abbiamo incontrato la signora Tiziana che passeggiava con il suo cane; dopo aver scambiato due chiacchiere, lei si è gentilmente offerta di accompagnarci a vedere quello che da sole non avremmo trovato, ovvero il ponte romano e la necropoli pagana che risale al III/II secolo a.C.
Raggiunto Castel Rinaldi, si lascia la macchina e si scende verso il bosco. Dopo 15 minuti si incontra la prima cascata. Ma per vederla bisogna andare in giù di qualche metro e arrivare fino a un laghetto di un bel colore verde, esaltato dalle pareti verdi delle rocce che lo circondano. Muschio, capelvenere, felci e altre piante tipiche delle zone molto umide hanno completamente ricoperto la parete tufacea da cui precipitano le acque. Grazioso. A giugno l’acqua era già poca ma mi dicono che in autunno quei 20 metri di salto facciano impressione. Poi, in inverno, dato che il sole non batte mai sulla parete, si formano anche delle stalattiti di ghiaccio. Risalite sul sentiero abbiamo piegato a sinistra e, proseguendo dritte, siamo arrivate al lago grande. È una passeggiata facile, bisogna solo fare attenzione al fango per non scivolare. Attorno alla cascata grande si è creato lo stesso ambiente della cascata piccola, a mio avviso però molto più suggestivo e romantico.

 

Parete di tufo della necropoli

 

Le grandi pareti verdi, la caduta d’acqua, il lago e il silenzio creano un’atmosfera sospesa dove ci si aspetta l’apparizione di un Elfo o di una Fata e si sogna un bacio romantico, proprio come in un film. Tornando indietro, Tiziana ci ha indicato il sito della necropoli, che però si vede poco. Abbiamo potuto scorgere una sola tomba, dal basso e da lontano, perché il terreno è franato e salire è pericoloso. Si vede solo l’ingresso a volta e la parete di tufo bianco col colombario. Ci sono altre quattro tombe simili nella zona, ma la stagione avanzata e le difficoltà dell’esplorazione ci hanno dissuaso dal proseguire. Mi riprometto però di tornare in autunno e di trasformarmi in una esploratrice d’epoca, perché la zona di Castel Rinaldi è piccola ma interessante in quanto, oltre a essere stata privilegiata dalla natura, porta le tracce di varie civiltà ed è stata abitata senza soluzione di continuità da più di 2500 anni.
Per completare la passeggiata abbiamo intravisto, proprio sotto il castello, il ponte romano che si presenta come un classico ponte di mattoni a schiena d’asino, sicuramente costruito dal diavolo in una notte tempestosa. L’erba, già troppo alta, ci ha tuttavia impedito di vederlo da vicino. Torneremo in autunno.

Il lago Trasimeno ha bisogno di essere sostenuto tramite attenzioni, premure e iniziative al fine di sopperire alle costanti sollecitazioni che subisce il suo naturale metabolismo, che spesso viene accelerato oltre i propri limiti e non riesce a tenere il passo ai crescenti coinvolgimenti.

Il lago sta dando più di quello che anatomicamente e fisiologicamente potrebbe dare. Diciamolo con chiarezza, il Trasimeno non è strutturato per rispondere in modo completo ed esaustivo alla quantità di richieste e aspettative antropoidi odierne. La consapevolezza di ciò è fondamentale per chiunque proponga, osservi o elabori. Il generoso e saggio lago, per quello che viene continuamente chiamato a dare, ha bisogno che l’essere umano sopperisca, integri, compensi, manutenga, gestisca, regolamenti, controlli; a loro volta le persone devono essere messe in grado di farlo. Soprattutto c’è necessità di istituire un unico interlocutore istituzionale a cui proporre e da cui essere autorizzati per innovare, costruire, realizzare, senza chiedere le varie autorizzazioni a una miriade di enti, come attualmente è previsto, con le conseguenti e infruttuose implicazioni dovute a un dilatamento esasperato dei tempi autorizzativi e quindi realizzativi. Infatti, l’eccessiva burocrazia e i tanti dovuti atti amministrativi, rallentano ogni processo innovativo.

 

Lago Trasimeno, foto di Roberta Costanzi

Un fronte comune

La rete di tutti quei soggetti pubblici e privati che ne hanno interesse dovrebbe cementarsi maggiormente senza fazioni o deterrenti campanilismi, sia per far fronte comune senza individuali posizioni autoreferenziali, sia nell’agire per il bene della res publica. Sarebbe conveniente tenere con costanza un atteggiamento consono e congruente, affinché il lago più antico d’Italia possa continuare a rappresentare un’intera comunità e proseguire a vivere come territorio altamente attrattivo per i viaggiatori, grazie alla sua cultura, storia, tradizione, pesca, agricoltura, turismo, ambiente, natura, paesaggio, enogastronomia e ai suoi splendidi borghi. Tra i tanti punti basilari, citati e a seguire, ce ne sono alcuni a cui non ci si può sottrarre in argomento! Il Trasimeno ha convissuto da sempre con il problema del livello delle acque: fin dai tempi antichi, sono accaduti forti alluvionamenti ed estese deformazioni dei margini lacuali, in altalena con le improvvise regressioni delle acque stesse.
Infatti le linee spondali del Trasimeno sono state sempre molto elastiche e flessibili, tant’è vero che la gente ha sempre sentenziato: «Il lago dà e il lago prende». Anche il nome Trasimeno, secondo una tesi tra le più accreditate, significa, nell’antica lingua degli Umbri, quello che si sta prosciugando.

 

Foto di Roberta Costanzi

È evidente che già nel periodo avanti Cristo ci fosse un problema sul livello delle acque, continuato poi nel periodo romano, medievale, papalino, monarchico, fino a oggi. Corsi e ricorsi storici sul livello idrometrico… quando troppo elevato e quando troppo poco. Torrenti deviati e rideviati, dighe, paratie, canalizzazioni, emissari, immissari. Le fonti e i dati storici non sono opinione. E, ancora oggi, non è stata trovata o almeno non realizzata, una soluzione adeguata, cioè quella che permetta di dire in merito, nulla quaestio. Nel tempo ci sono state tante lodevoli iniziative con buone intenzioni, ma senza un sistema integrato risolutivo che abbia portato ai risultati sperati.
I risultati contano eccome e la credibilità può essere solo misurata con la congruenza tra l’annunciato e il realizzato. Il livello di antropizzazione e le relative esigenze di un tempo, facevano sì che il lago non subisse condizionamenti. Semmai il contrario: era il lago a condizionare, almeno fino al mutar dei tempi e delle sempre maggiori richieste delle sue risorse, che sono state intaccate progressivamente e sempre più profondamente, per arrivare a un precario equilibrio tradotto in una preoccupante e repentina discesa della sostenibilità del suo ecosistema.

 

Trasimeno, foto di Roberta Costanzi

Il problema idrico

Da qualche buon decennio, uno dei grandi problemi lacustri è l’incertezza del raggiungimento dello zero idrometrico, che appare troppo spesso come una meta utopistica.
Il bisogno idrico del Trasimeno è in costante crescita e dobbiamo fare i conti anche con il clima attuale che ha portato verso l’innalzamento della temperatura, sia aerea sia dell’acqua, e soprattutto alla scarsa piovosità di questi anni. Consideriamo poi che gli adduttori d’acqua convogliati al lago sono, per diversi motivi, insufficienti all’istanze naturali del vecchio Tarsminass e ovviamente tutto ciò porta grandi problematiche agli operatori dei vari settori economici lacustri, in primis al settore della pesca e del turismo e non di meno all’equilibrio ecologico del lago stesso con fenomeni di eutrofizzazione e moria di pesci.
Anche perché, e dobbiamo ricordarlo, il Trasimeno è un bacino laminare di origine tettonica, con ridotta profondità (attualmente al massimo di circa 6 metri allo zero idrometrico) ed è un ecosistema molto delicato e precario, dove l’insieme composto da alte temperature climatiche, scarsa piovosità e vento, erode costantemente centimetri alla sua profondità così come inficiano la sua buona salute i dragaggi non più avvenuti per anni, la pulizia dei suoi fondali, la drastica riduzione e l’assente gestione del canneto, che da sempre è di fondamentale importanza per il suo ecosistema, l’inserimento umano irresponsabile di alcune specie animali e vegetali alloctone, l’efficienza dei depuratori, in modo particolare d’estate quando l’incremento turistico sposta notevolmente il numero delle presenze in avanti, l’eccessivo numero dei fastidiosi chironomidi e la scarsa manutenzione delle sue sponde. Tutto ciò incrina e mette in dubbio la certezza e i buoni propositi di imprenditorialità e di soggiorno turistico, corredato da una comunicazione promozionale dell’offerta talvolta vetusta, lacunosa, parcellizzata o insufficiente quando riferita agli attrattori turistici, che non sempre sono disponibili o restano chiusi alla visita del viaggiatore interessato ad ammirare le bellezze artistiche e culturali lacustri.
C’è da sottolineare che, da qualche mese, si è ripreso a far rimuovere le attrezzature ferme in darsena da oltre un decennio, per una manutenzione del lago che rimane al momento ancora insufficiente. Siamo nella speranza e nel convincimento delle istituzioni che sia incrementata nel breve periodo, così come che venga attuata la tanto sperata e imminente chiusura dell’incompleto anello ciclo-pedonale lacustre o la risoluzione della problematica legata all’adduzione idrica dalla diga del Montedoglio.
Desiderando poi che i desueti e vetusti battelli del trasporto pubblico, per dare un esempio responsabile e un modello da seguire e magari incentivando quelli da diporto privato, un giorno non lontano possano tutti convertirsi alla propulsione elettrica, per non caricare ulteriormente il nostro lago di fattori diametralmente opposti al decantato inno alla naturalità e all’ecologica sostenibilità. La Provincia di Perugia ha annunciato che acquisterà a breve l’Ippogrifo, un’imbarcazione elettrica per trasporto passeggeri, ottenuta grazie ai finanziamenti europei erogati dalla Regione Umbria e destinata al servizio di collegamento con l’Isola Polvese. L’Ippogrifo potrà navigare dopo aver ricevuto le certificazioni autorizzative previste. Mirabile esempio di una lungimirante visione green e per un favorevole abbrivio al cambiamento per la tipologia di navigazione a favore dell’ecosostenibilità!

 

Isola Maggiore, foto di Roberta Costanzi

Interventi utili e imminenti

Il lago rappresenta una grande ricchezza per la sua unicità e suggestiva bellezza. Andrebbe maggiormente valorizzato, tutelato e preservato, poiché un simile gioiello naturale, che ancora oggi riesce in parte a mimetizzare le problematiche, possa essere lasciato almeno in buona salute alle generazioni future. Ma non rimane molto tempo per intervenire!
Avere rimpianti, rancori e rimorsi o ancor peggio additare qualcuno per la responsabilità di non aver fatto o non aver fatto bene, significherebbe semplicemente direzionarsi verso un punto di non ritorno e sprecare le proprie risorse psico-fisiche per inconcludenti divagazioni non utili alla causa. Tutti, con le proprie responsabilità e senza attendere che qualcun altro faccia, in un atteggiamento propositivo e fattivo, tra pubbliche istituzioni e attività private, turisti e residenti, ognuno per la propria parte, piccola o grande che sia, stimoli e sia d’esempio agli altri, partendo semplicemente da una cicca di sigaretta non gettata a terra o da una plastica correttamente accantonata, dalla pulizia e la gestione dei confini terracquei di propria pertinenza, all’attenzione di tradurre in fatti quello che si sentenzia al bar. Facciamo sì che non sia troppo tardi per tracciare una nuova via che tenda a invertire una rotta già compromessa…
Bisogna sbrigarsi a trovare le risorse e le giuste soluzioni, prima di trovarci fuori tempo massimo, nel rimpianto di non aver agito velocemente e sufficientemente bene e nell’irreversibilità dei fatti. Nel contempo rispettiamo il nostro beneamato lago e non sfruttiamolo oltre quello che può dare e soppesiamo l’arrogarsi di prendere o ricevere le sue risorse come se non avesse limiti. È come andare a fare la spesa e prendere prodotti in grande quantità, senza tener conto dei soldi che abbiamo in tasca: se la spesa supera la nostra disponibilità economica, o restituiamo parte del preso o ci creiamo un debito… che prima o poi andrà pagato!

 

Foto di Roberta Costanzi

 

In tutto questo, nel 2021, la Cooperativa Pescatori del Trasimeno di San Feliciano ha chiuso la sua filiera: a Sant’Arcangelo è stata aperta al pubblico la loro locanda, con il motto di Pescato, Cotto e Mangiato. Esempio ammirevole e unico in Europa! Bravi Pescatori. Così come alla grande professionalità imprenditoriale dimostrata in questo difficile periodo dagli operatori della ristorazione e dell’accoglienza turistica lacuale per aver continuato a mantenere un’offerta di altissima qualità, vale un grande plauso e andrebbe meritatamente sostenuta.
Nel mentre, la Goletta Verde dei Laghi di Legambiente ha sentenziato che i 5 punti campionati sul lago Trasimeno con le analisi microbiologiche sono risultati tutti entro i limiti di legge e il meraviglioso vino Gamay del Trasimeno è stato premiato con 5 prestigiosi riconoscimenti al Concorso Internazionale Grenache du Monde, onorando quattro cantine lacustri sue produttrici.
Vogliamo bene al nostro beneamato lago Trasimeno, suggello di bellezza e testimone culturale di un patto di continuità e solidarietà da trasferirsi alle generazioni successive… meditate gente, meditate! Ma non troppo a lungo… il tempo stringe!

L’Umbria ha un porto, ma trovarlo è difficile. Indubbiamente, cercare un porto dove non c’è il mare non è facile, perché l’Umbria non si affaccia sul mare, ma non si è fatta mancare un porto!

Sono andata alla sua ricerca e l’ho trovato: è l’antico porto fluviale sul Tevere, davanti a Orte, vicino all’importante ponte di Augusto sparito da millenni. Per raggiungere il Porto di Seripola, fino a un certo punto ci si può affidare al navigatore, poi bisogna chiedere. Il paese più vicino è Penna in Teverina: da qui si imbocca la strada che conduce al Relais La Chiocciola, dove si parcheggia.

 

 

Finito l’asfalto, la strada prosegue sterrata per altri 400 metri passando attraverso il bosco. È una strada larga e comoda che porta a uno slargo da dove si vedono le tettoie dello scavo. Già avvicinandosi al cancello si capisce che si tratta di un luogo importante. Il porto ha funzionato per circa 1000 anni, prima con i Falisci, poi con i Romani e poi con tutti quelli venuti dopo.
Erano gli anni in cui il Tevere scorreva gonfio d’acqua e barche e chiatte andavano su e giù cariche di merci. Pietre e legna, grano e olive prendevano la direzione di Roma. Poi le barche risalivano navigando controcorrente. Forse erano trainate da uomini e pure da cavalli che camminavano sulla sponda come si faceva in Francia o in Russia. Una fatica terribile che spezzava la schiena a uomini e animali. Seripola era dunque importante: merci e viaggiatori che attraversavano l’Italia da nord a sud, seguendo la via Flaminia e la via Amerina, si fermavano per forza a Seripola prima di attraversare il Tevere. Chi andava a piedi o a cavallo passava sul ponte di Augusto, di cui resta qualche traccia. Se invece si trasportavano merci, Seripola era il porto sicuro per valicare il fiume e scendere a Roma seguendo la corrente.

Non si trattava solo di un paio di moli isolati, ma di un piccolo paese con strade molto trafficate. Infatti il decumano, cioè la strada che andava da ovest a est, era la via Amerina, mentre il cardo, da nord a sud, era la consolare via Flaminia, che dall’Adriatico si dirigeva a Roma.
Era un paese, quindi c’erano case e tante taberne, addirittura le terme, segno della sua importanza. Nei dintorni si trovano resti di fattorie e di ville eleganti. Gli archeologi hanno diviso il sito in 4 settori: quello delle abitazioni, quello dei servizi e delle botteghe, quello del porto con gli horrea (magazzini di stoccaggio) e quello delle terme. I Romani sapevano che durante i viaggi, allora molto faticosi, era importante riposare e rilassarsi per ritemprarsi e tornare in forma. Le terme infatti erano abbastanza grandi e sono stati ritrovati gli spogliatoi e una cisterna d’acqua che riforniva le piscine.
Si riconoscono gli ambienti tipici come il tepidarium (ambiente di mezzo con l’aria tiepida) e anche il calidarium (quasi una sauna) le cui pareti incorporano i famosi mattoni cavi dove passava il vapore che serviva a scaldare il pavimento, le acque e l’aria. Insomma Seripola era una piccola enclave dove non mancava niente.

Mi è stato detto che ci sono addirittura dei mosaici interessanti. Sarebbe stato bello vederli, peccato però che non si possano varcare i cancelli. Tutto chiuso e tutto in abbandono. Un pianto. Anche le note informative all’esterno dello scavo sono arrugginite e rotte.

Il porto di Seripola è rimasto sepolto e totalmente dimenticato fino alla costruzione dell’autostrada del Sole A1 nel 1962. Durante lo scavo per posizionare i piloni del ponte sul Tevere, sono emerse delle rovine inattese e insospettate. L’autostrada adesso passa sopra al porto e quando si scende laggiù si sente e si vede l’autostrada sulla testa. Sono ormai anni che questo luogo, unico nel suo piccolo, è stato abbandonato a sé stesso. Non ha la dimensione di Ostia antica, non ci sono solo Horrea come a Roma in zona Testaccio, ma è un gioiellino lasciato all’incuria e all’azione del tempo e della natura.

 

 

Se non si interverrà, a breve si vedranno solo le tettoie che coprono gli scavi. A causa della fitta vegetazione non si riesce a scorgere neppure il Tevere che però è lì vicino. In quest’ultimo anno così particolare che ci ha bloccati, tutte le regioni si sono attivate per valorizzare le bellezze del Paese fin qui trascurate. Ripristinare anche la visita al Porto di Seripola potrebbe essere un modo per attrarre turisti e incrementare l’economia di zona. Speriamo, così potrò e potrete vedere i mosaici.

Ogni anno, tra giugno e la prima metà di luglio, migliaia di turisti si riversano nel piccolo paese di Castelluccio di Norcia, per assistere alla famosa “Fiorita”, cioè la fioritura di lenticchie e di “piante infestanti” che si sviluppano durante la crescita del legume.
Il costante aumento di turisti rappresenta certamente una grande opportunità per l’economia del territorio, ma deve contemplare anche il concetto di sostenibilità ambientale, in modo tale che gli ingenti flussi di visitatori non vadano a incidere negativamente sui delicati equilibri ecosistemici che caratterizzano il contesto ambientale.
Un turismo consapevole per uno sviluppo sostenibile che è l’obiettivo del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e del suo Presidente, il professore Andrea Spaterna.

Buongiorno professore, innanzitutto, secondo lei, che cosa è che spinge migliaia di persone, da ogni parte del mondo, a venire ad ammirare la fioritura di Castelluccio?

I Piani di Castelluccio di Norcia sono un contesto naturalistico di assoluto pregio, Sito di Interesse Comunitario, uno scenario di unica bellezza durante tutto l’arco dell’anno, che si esalta nei mesi di giugno e luglio con il ripetersi del suggestivo spettacolo della fioritura, che “colora” tale contesto, come una tavolozza di un pittore, regalando ai visitatori un’esperienza memorabile. Il segreto sono le cosiddette “piante infestanti”, che, grazie alla totale assenza di pesticidi nella coltivazione delle lenticchie, nascono e fioriscono in momenti differenti, andando a creare un grande mosaico colorato: dal giallo della senape selvatica al rosso del papavero e al blu del fiordaliso. I campi non seminati a lenticchia aggiungono poi ulteriori colori, come il verde del grano e il viola tenue della lupinella. Il risultato è un suggestivo scenario policromo.

 

fioritura_castelluccio

Piana di Castelluccio di Norcia, foto di Enrico Mezzasoma

Quest’anno si sono prese iniziative riguardo la gestione dei flussi turistici, bloccando l’accesso agli autoveicoli, esclusi i residenti, e favorendo un servizio di navette.  Qual è stata la ragione principale di questa decisione?

Innanzitutto, quest’anno è intervenuto un fattore di discontinuità con il passato, una sentenza della Corte di Appello di Roma per gli usi civici che, nel marzo scorso, ha confermato quanto già stabilito dalla sentenza del Commissario agli usi civici di Lazio, Umbria e Toscana e cioè il divieto di realizzare parcheggi per autoveicoli, anche solo temporanei, sul Pian Grande di Castelluccio. Questo ha indotto a ritenere che, con la fioritura di quest’anno, si sarebbe potuta aggravare la già critica situazione del flusso veicolare registrata negli anni precedenti, soprattutto nei fine settimana. Si è aperto pertanto un lungo confronto tra i diversi attori istituzionali dei due versanti, umbro e marchigiano, che ha visto l’Ente Parco svolgere un ruolo di mediazione per cercare di contemperare le diverse istanze. Purtroppo, malgrado i tanti incontri e l’impegno di tutte le Istituzioni, l’intento non è andato, almeno per il momento, a buon fine, in quanto non si è riusciti a fare sintesi delle diverse esigenze e aspettative, peraltro tutte più che comprensibili e legittime.
Quello che è seguito è l’ormai nota iniziativa, assunta dal versante umbro, di chiudere ad auto e camper l’accesso nei primi due fine settimana di luglio, lasciando libero transito solo ai mezzi a due ruote, alle auto di residenti e autorizzati, così come a navette e bus turistici, organizzando per gli altri mezzi un servizio di prenotazione on line presso i parcheggi di corona, con la possibilità di arrivare poi a Castelluccio attraverso un sistema di navette.
Certamente è di tutti la consapevolezza che la fioritura rappresenta un’opportunità straordinaria e attesa per l’economia locale, messa in ginocchio da tutta una serie di eventi avversi (tra gli ultimi, il terremoto del 2016 e l’emergenza pandemica), e quindi non solo riferita alla frazione di Castelluccio e dei tre Comuni porte di ingresso ai piani (Norcia, Castelsantangelo sul Nera, Arquata del Tronto), ma anche ai numerosi altri comuni che, ad anelli concentrici, beneficiano dell’impennata turistica che si registra in questo periodo.

 

Cresta del Monte Sibilla, Parco dei Monti Sibillini, foto di Eleonora Cesaretti

Un turismo sostenibile non si può scindere da una consapevolezza e responsabilità dei turisti. Come si può promuovere un turismo più consapevole e sostenibile?

 

Faggeta nei pressi dell’Eremo di San Leonardo, Parco dei Monti Sibillini, foto di Eleonora Cesaretti

Il Parco è ricco di siti bellissimi ma altrettanto fragili, che vanno pertanto tutelati e protetti. Uno scrigno di straordinaria biodiversità, con un inestimabile patrimonio naturalistico che impone rispetto e attenzione: è questa la consapevolezza che l’Ente Parco cerca di trasmettere ai turisti, attraverso le campagne di sensibilizzazione, le guide del Parco, gli addetti ai tanti centri di Educazione ambientale e di Informazione, ma anche attraverso accordi di collaborazione, come quello con il Club Alpino Italiano, finalizzato a trasmettere, soprattutto alle nuove generazioni, la cultura per la montagna e per l’ambiente. Tutto improntato a un turismo inteso non come una mera fruizione del territorio, ma come un’esperienza di intima connessione con il contesto naturale.
Tra le iniziative più recenti in ambito di sostenibilità vi sono quelle riferite alla mobilità dolce e a forme di fruizione alternativa.
Sulla mobilità dolce il Parco sta investendo, di comune accordo con le amministrazioni locali, risorse importanti, con la realizzazione di piste ciclabili, stazioni di scambio e di ricarica per e-bike, auto e navette elettriche: una modalità di fruizione in grado di non impattare negativamente sull’ambiente in termini di inquinamento e che consenta un’esperienza rispettosa e al contempo piacevole e suggestiva.
Vi è poi la fruizione alternativa, che coniuga l’amore per la natura e la montagna con aspetti salutari e culturali. Un esempio è l’iniziativa denominata “bagno di foresta”, camminate emozionali all’interno dei boschi del Parco, che, oltre a permettere di godere di sentieri di rara bellezza e di una straordinaria biodiversità animale e vegetale, possono avere un riscontro positivo sia a livello psichico, sia a livello fisico, grazie alla possibilità di respirare delle sostanze prodotte dalle piante, i terpeni, con acclarati effetti benefici sullo stato di salute. Altra iniziativa è la connessione tra la rete sentieristica e quella museale, che permette di trasformare un’esperienza naturalistica in una che sia anche culturale, facendo scoprire, ad esempio, come dei pregevoli manoscritti leopardiani, tra cui una delle due versioni originali della poesia l’Infinito, siano custoditi nel Museo di Visso.

In conclusione, qual è quindi l’obiettivo da raggiungere in ambito turistico?

Sicuramente quello di promuovere sempre più e sempre meglio il Parco dei Monti Sibillini, per raccontare le sue straordinarie bellezze, naturalistiche, paesaggistiche, architettoniche e culturali, al fine di incrementare, in un contesto di sicurezza e di sostenibilità ambientale, quel turismo lento, responsabile e consapevole, in grado anche di contribuire a rigenerare il tessuto socioeconomico del territorio di riferimento.

Il “Gamay del Trasimeno”, è un vino umbro di eccellenza che ha una storia un po’ particolare: infatti per molto tempo è stato frainteso e scambiato per un altro vitigno a cui deve il suo attuale nome. Un errore, a volte, può scatenare problemi o creare un capolavoro.

Immaginiamo per esempio il celebre dolce milanese che ha preso il nome dal garzone Toni, che si adoperò per rimediare a un guaio culinario e da qui nacque il Pan de Toni, oggi Panettone. Lo stesso vale per la nascita del gorgonzola, dovuto a un errore di un casaro che per una dimenticanza diede vita al celebre e amatissimo formaggio. Così come il ghiacciolo che nacque involontariamente dopo aver lasciato un bicchiere, contenente una bevanda con un bastoncino per girarla, per una notte all’influenza delle gelide temperature esterne.
Così come per la scoperta di alcuni vaccini, nati quasi per caso o per il risultato casuale di alcune scoperte o sperimentazioni scientifiche che hanno, inavvertitamente, sovvertito certe tesi conclamate o ipotizzate: solo per fare alcuni esempi, le scoperte di Cristoforo Colombo, Sobrero, Nobel, Rontgen, Curie, Fleming per quanto riguarda nuove terre, la nitroglicerina, i raggi X, la penicillina, oppure i fiammiferi, la penna biro…

 

Gamay del Trasimeno, foto via Facebook

La storia del nome

Ma torniamo al nostro straordinario vino Gamay del Trasimeno e alla sua storia del nome sbagliato. Fin dal suo arrivo sulle sponde lacuali nel XVI secolo, il vitigno veniva allevato con la tecnica ad alberello e chiamato Vitigno Francese e perciò denominato erroneamente, fin dai suoi albori di piantumazione nelle terre circondanti il Trasimeno, Gamay, come il vitigno francese coltivato ad alberello e che da origine al vino Beaujolais. Nella dote che portò la nobildonna spagnola Eleonora de Mendoza quando convolò a nozze a Castiglione del Lago con il duca Fulvio della Corgna, c’erano alcune viti di provenienza spagnola portate in Umbria come buon auspicio per un felice matrimonio.
Da allora quelle viti sono state da sempre chiamate Gamay, ma in realtà appartengono alla famiglia della Grenache, vitigno che dà origine, tra gli altri vini, all’Alicante e al Cannonau.
L’errore persiste ancora oggi e nell’immaginario collettivo, quel superbo vino, viene ancora chiamato Gamay a cui, per differenziarsi da quello che da origine al Beaujolais francese, qualcuno ha ben pensato di abbinare la parola Trasimeno. Quindi il Gamay del Trasimeno non è un Gamay ma una Grenache con il nome sbagliato.
Per le sue caratteristiche possiamo dire che è un vino che nasce da una bacca rossa, alla vista è di colore rosso rubino, dal profumo intenso con sentori di frutta secca e rossa e a volte di cacao.

 

Vini del Trasimeno, foto by Facebook

 

Come ci ha evidenziato Valentina Clemente, la Strada del Vino Colli del Trasimeno ha potuto segnalare con orgoglio che nel concorso internazionale Grenaches du Monde 2021, il Gamay del Trasimeno ha ricevuto 5 medaglie d’oro con 4 cantine lacustri: Madrevite, Coldibetto, Duca della Corgna e Casaioli. I viticoltori del Trasimeno hanno lavorato con dedizione e passione e il Gamay del Trasimeno conferma, con i premi ricevuti, il suo riconoscimento e apprezzamento a livello mondiale. Siamo certi che questa eccellenza enologica umbra continuerà a dare altre soddisfazioni ai suoi produttori e ai suoi crescenti estimatori. Assaggiare questo fantastico vino, magari ammirando il paesaggio lacustre e nel contempo degustando la tipica zuppa di pesce di lago, il tegamaccio, è certamente un’occasione da non perdere anzi da provare e soprattutto… da ri-provare.

Le alte quote appenniniche di Abruzzo, Marche, Lazio e Umbria rappresentano un habitat del tutto peculiare per alcune specie di piante e animali che in quei luoghi hanno trovato rifugio nel corso della loro storia evolutiva.

Farfalle, uccelli, piccoli mammiferi ma anche rettili, e tra questi proprio una vipera, la più piccola vipera presente in Europa. Stiamo parlando della Vipera di Orsini (Vipera ursinii), un piccolo serpente che non supera i 50 cm di lunghezza che Carlo Luciano Bonaparte ha dedicato ad Antonio Orsini, un patriota e naturalista italiano vissuto tra il 1788 e il 1870.
La specie presenta un colore grigio-crema o brunastro con una striscia a zig-zag bruna o nera sul dorso, la testa poco distinta dal tronco e la coda corta. Vive sulle praterie di alta quota tra i 1.350 e i 2.300 m s.l.m. trovando rifugio nei pressi delle piante di ginepro nano (Juniperus nana); tra le vipere presenti in Italia è quella che presenta il veleno meno pericoloso; si nutre quasi esclusivamente di Ortotteri – Ordine di insetti di cui fanno parte, tra gli altri, grilli, locuste e cavallette – più raramente di piccoli vertebrati come lucertole e arvicole.

 

Vipera ursinii (Vipera di Orsini) Foto Matteo R. Di Nicola

 

Trattandosi di un animale eterotermo, cosiddetto a sangue freddo, e considerando l’ambiente di vita, presenta un periodo di attività estremamente limitato nel tempo: generalmente la specie è attiva tra la fine di aprile e la metà di ottobre, rappresentando la specie di serpente presente in Italia con il più breve ciclo di attività annuale. Gli accoppiamenti avvengono all’incirca alla metà del mese di maggio e i piccoli, perfettamente sviluppati e completamente autosufficienti, nascono verso la fine dell’estate.
La Vipera di Orsini è il serpente italiano a più elevato rischio di estinzione ed è tutelata da numerose normative nazionali e internazionali tra cui la Convenzione di Washington (CITES).
Le principali minacce sono rappresentate dall’eccessivo carico di pascolo determinato dal bestiame semibrado, l’elevata densità di ungulati selvatici – in particolare del cinghiale (Sus scrofa) – le uccisioni dirette a carico dell’uomo e causate dal traffico veicolare in quota, e l’alterazione e/o distruzione dell’ambiente naturale; è verosimile che anche i cambiamenti climatici costituiscano una potenziale minaccia per la specie.
Le popolazioni di Vipera ursinii, essendo costituite da un basso numero di individui riproduttivi con limitate capacità di dispersione e presenti in zone molto circoscritte, sono a forte rischio di impoverimento genetico e conseguente possibile rischio di estinzione locale.
La Vipera di Orsini è un ulteriore tassello della straordinaria biodiversità delle nostre montagne e se durante un’escursione in quota ci imbattiamo in questa magnifica specie lasciamola lì dov’è, magari fermiamoci a osservarla e riportiamo a casa il ricordo di aver avuto la fortuna di ammirare qualcosa di raro e prezioso.

 


Bibliografia

Di Nicola M. R, Caviglioli L., Luiselli L. & Andreone F., 2019. Anfibi & Rettili d’Italia. Edizioni Belvedere, Latina, “le scienze” (31), 568 pp.
Ragni B., Di Muro G., Spilinga C., Mandrici A., Ghetti L. (2006). Anfibi e Rettili dell’Umbria. Distribuzione geografica ed ecologica, Petruzzi Editore, Città di Castello, pp. 111.

Immaginiamo, qualche secolo fa, un pastore con le sue pecore e i suoi cani che porta i propri ovini a brucare in qualche pascolo lontano dalla propria casa: è il fenomeno della transumanza, le cui radici affondano nel III secolo a.C.

In Italia, la transumanza è stata sempre effettuata con regolarità, anche se in tempi recenti non è poi ancora così diffusa, per motivi legati a tecnologie e modalità di allevamento animale innovative: in alcuni casi viene fatta con camion e autotreni su cui vengono trasportati gli animali. La transumanza mediterranea – differente è quella alpina legata all’alpeggio in estate e alla custodia in stalle in inverno – è il trasferimento delle mandrie e delle greggi, in estate, verso i pascoli in quota e in inverno verso quelli a valle e in pianura, con spostamenti tra territori anche molto distanti tra di loro.

 

 

Lo spostamento degli animali, attraverso i tratturi – le vie della transumanza – è una ricorrenza antica utile ad avere condizioni climatiche favorevoli e sempre buoni pascoli; i pastori vi portavano le loro greggi, venendo accompagnati dai loro fedeli e operosi cani, che rappresentavano un imprescindibile aiuto per la gestione e la difesa delle pecore. Talvolta gli spostamenti stagionali riguardavano anche i cavalli, come per quelli bradi di Castelluccio di Norcia.
Questa usanza è stata praticata, fin dai tempi antichi, nelle regioni dell’appennino centro-meridionale, soprattutto nella parte meridionale di Umbria e Marche, nella maremma tosco-laziale, nell’alto Lazio, in Puglia, Lucania, Campania, Abruzzo e Molise. Tale tecnica pastorale ha innescato importanti e indissolubili conseguenze con scambi sociali, culturali e gastronomici.
Da questo punto di vista i pastori, nei loro percorsi di transumanza, transitavano perlopiù distanti dai luoghi antropizzati e dovevano cibarsi dove si trovavano e con quello che avevano a disposizione. Infatti si portavano dietro alimenti che rimanessero inalterati nonostante il clima e i lunghi tragitti, al fine di conservare le loro caratteristiche alimentari. Carni secche, formaggi, fiaschetta di vino e gallette venivano portati al seguito mentre scambiavano, con i contadini che incontravano, formaggi freschi e ricotta con uova, pane, farina, vino oppure con sale, pepe, tabacco e fiammiferi. Lo scambio di culture, di prodotti, di usi e costumi, fin da allora nasceva spontaneo tra popolazioni diverse.
Una fonte d’acqua era una sosta obbligata per far bere le greggi e qui i pastori s’incontravano tra di loro o con le genti locali che commerciavano o che esercitavano il baratto. In questi luoghi, costantemente frequentati, potevano nascere, sasso dopo sasso, o un ricovero o un luogo di culto e in seguito un agglomerato abitato.

I piatti della tradizione

Tra gli alimenti che un pastore transumante dell’appennino dell’areale prossimo al confine umbro-laziale-marchigiano-abruzzese e destinato con le sue greggi ai pascoli attorno a Roma poteva portare con sé, come scorta personale di derrate alimentari, erano farina o pasta essiccata, pecorino, guanciale, uova e dopo la scoperta dell’America, il pomodoro.
Da questi pochi elementi nascono dei piatti definiti storici e di culto che hanno origine dalla cucina tipica antica, conosciuti a tutte le latitudini del globo terrestre e che la città di Roma ha fatto si che siano divenuti tra i protagonisti della propria tipicità: Roma li ha fatti conoscere ai viaggiatori di tutto il mondo associandoli, come è corretto, a un binomio indissolubile costituito dalla bellezza della Città Eterna e dalla bontà degli antichi piatti.
Quindi la pasta cacio e pepe, la gricia, la carbonara e l’amatriciana sono piatti considerati tra i più autorevoli e apprezzati ambasciatori di romanità che ovunque non vengono tradotti nella lingua locale ma sono, a prescindere, riconosciuti e desiderati, riuscendo così ad abbattere qualsiasi tipo di barriera e mettere d’accordo tutti quelli che li hanno potuti apprezzare o solamente agognare di assaggiarli. Ma in tutto questo, i pastori transumanti dell’appennino e delle campagne dell’Italia centrale, sono stati i veri e inconsapevoli protagonisti per aver ispirato tali ricette nate da ingredienti, per loro necessari e che hanno donato un’unicità culinaria e tipicità che Roma ha avuto il pregio e la forza di diffondere ai palati di tutto il mondo.

 

Carbonara

 

Possiamo dire che la pasta alla gricia è la capostipite storica dei condimenti delle altre paste; schematicamente, mettendo in risalto gli ingredienti che compongono il piatto, potremmo così riassumere:

  • pasta, guanciale, pecorino e pepe = Pasta alla Gricia;
  • meno guanciale = Pasta Cacio e Pepe;
  • più uovo = Pasta alla Carbonara;
  • più pomodoro = Pasta all’Amatriciana.

Tutti e quattro i piatti sono composti da ingredienti molto semplici, ma la loro preparazione è talmente delicata e meticolosa nei vari passaggi culinari che richiede molta attenzione.
Ciascuno di questi quattro piatti ci aiuterà a fare un viaggio del gusto a ritroso nel tempo e con la mente potremmo immaginare di diventare un po’ pastori come quelli che preparavano e assaporavano la loro pasta in un’antica ricetta mentre, con le loro greggi, erano destinati ad arrivare a Roma e a portare le loro preziose testimonianze culinarie che sarebbero state destinate a divenire immortali come e insieme alla beltà della Città Eterna.
Non solo Roma ma visitare l’appennino umbro e laziale, n0ursino e amatriciano potrebbe essere un’occasione per scoprire nuove mete e territori e conoscere le comunità locali con le loro tradizioni secolari. Sicuramente, durante le nostre passeggiate sui sentieri tra un borgo e l’altro, incontreremo qualcuno che ci intratterrà piacevolmente con racconti e aneddoti sulla transumanza e magari essere accompagnati nella conversazione da un gustoso piatto di pasta preparato con una ricetta antica e un bicchiere di buon vino.
Rimanete sintonizzati su queste pagine, prossimamente vi racconteremo la preparazione originale delle quattro antiche ricette e allora si che ne scopriremo delle belle… vi avviso che saranno banditi aglio, olio, peperoncino, cipolla e ovviamente la panna, altrimenti non parleremo delle antiche e originali ricette ma delle loro, seppur apprezzate, fantasiose e irriverenti varianti. Evviva i pastori! Evviva la tradizione pastorale appenninica e italiana!

C’è un grande fermento nel tuderte dove le novità fioccano come i pollini in primavera e nascono nuove ciclabili e pedonabili: “Transameria”, “Slow food del territorio”, “Benvenuti a Casa Mia” e il “Circuito del Furioso”.

Tutto porta a godere, o forse è meglio dire a scoprire il territorio, immergendosi profondamente e gustando ogni suo particolare che va dalla posizione del sentiero alla natura che si attraversa, dalla conoscenza dei castelli al cibo.

Circuito del Furioso

Qui in Umbria si sta mettendo in pratica il famoso detto: festinare lento = sbrigarsi adagio. I latini dicevano che per fare le cose bene bisognava sbrigarsi, ma al contempo bisognava gustare lentamente quello che si faceva.
L’ultimo nato è il Circuito del Furioso: un sentiero ciclopedonale che si snoda tutto sul lato destro del Tevere tra Todi e Montecastello di Vibio e che potrebbe sembrare un circuito come un altro da un lato qualsiasi di Tevere e basta. Ma non è proprio così. Per capirlo bisogna fare un salto indietro nel tempo.

La storia

Fino a pochi decenni fa chi stava a destra del Tevere non aveva modo di andare a sinistra, salvo raggiungere a distanza di tanti chilometri un traghetto oppure un ponte. La divisione era netta, come l’Autostrada del Sole, che però ha tanti attraversamenti da sopra o da sotto. Qui invece niente. Tra Todi e Perugia si stava a destra o a sinistra. Un ponte si trovava a Ponte San Giovanni (Perugia) e collegava l’est e l’ovest dell’Italia mentre l’altro era 50 chilometri più a sud a Pontecuti.
Quest’ultimo permetteva di salire a Todi a chi proveniva da Orvieto. Nel mezzo: il nulla, perché il fiume era troppo largo. Nel Medioevo vi era un ponte anche a Montemolino, ma fu distrutto attorno al 1300 e non se ne fece più niente.
Le strade erano solo sentieri che andavano di paese in paese e salivano sulle colline dove dominavano i castelli e dove si erano sviluppati borghi di poche anime. Il Circuito del Furioso, che presto verrà inaugurato, è un anello di 17 chilometri che seguendo rigorosamente i tracciati storici passa accanto a sei castelli e a un convento.
In Umbria i castelli non mancano mai, come del resto in Trentino o in Valle d’Aosta; qui non saranno altrettanto belli, ma sicuramente sono più numerosi.
Per conventi ed eremi invece la partita è ancora aperta. Ci troviamo sulla destra del fiume e il percorso passa da Piandiporto, Pian San Martino e sfiora Pontecuti. Il Tevere adesso non è più un fiume maestoso e non fa più paura. Ormai il volume delle acque si è molto ridotto, le piene sono sempre più rare e le dighe controllano quello che resta. Nel passato però il fiume era ricco di acque, vorticoso e pericoloso, tanto che sotto lo sperone di Montemolino per la sua violenza si meritò l’appellativo di Furioso. Ed era proprio lì quel ponte che nel 1300 fu distrutto nella lotta spietata tra guelfi e ghibellini, ponte che non venne più ricostruito ma sostituito da un traghettatore. Per ben sei secoli vi hanno lavorato i traghettatori, poi con l’avvento delle automobili si pensò che un ponte potesse essere ancora utile. Era il 1924.

Abazia San Bartolomeo

Ormai in dirittura di arrivo, il progetto Circuito del Furioso dovrebbe essere inaugurato a giugno prossimo 2021 con interessanti proposte per chi soggiorna a Todi almeno due notti. Tra queste, un tour domenicale in bici (per un massimo di 25 persone) guidato da Walter Nilo Ciucci che, appassionato e grande conoscitore del territorio, ha esplorato le vecchie tracce e disegnato il nuovo tracciato sull’antico, valorizzandone la natura e quella storia che lui ben conosce.
Gli antichi viaggiatori si dovevano portare al seguito ogni sorta di cibo e bevande, oggi invece seguendo questo percorso ci si porterà solo dell’acqua perché questa ciclabile offre anche un’esperienza gastronomica. Lungo il suo percorso si potranno infatti gustare tutti quei piatti che prima erano riservati solo a chi si muoveva sulla destra del fiume come: la brosega, la ciaramicola, i crostini alla ghiotta e le fave in insalata e la famosa frittata al tartufo. Molti si chiederanno cosa sono questi nomi insoliti? Sono i piatti della tradizione contadina che volutamente non spiego per stimolare la vostra curiosità e soprattutto lasciarvi la sorpresa. La passeggiata sarà a pagamento.

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