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Arriva l’autunno: stagione ideale per chi ama camminare, non fa troppo caldo e si cammina bene. Dedicato agli appassionati di trekking è Il cammino dei borghi silenti: un nuovo percorso di 86 km, aperto da poco.

Il Cammino si snoda nella zona poco conosciuta dei monti Amerini (cioè di Amelia) nell’Umbria meridionale e segue il profilo dei monti Croce di Serra e Melezzole. Siamo in un angolo remoto della regione, coperto di boschi di lecci e soprattutto di castagni, con resti di monasteri sulle parti più alte dei suoi rilievi e circondato da una vera corona di borghi poco abitati, da cui il nome silenti.
Il cammino dura 4 giorni e i camminatori hanno a disposizione B&B, agriturismi o strutture comunali tipo ostello per riposare dalle fatiche del percorso. A Santa Restituta è stata aperta il 25 agosto la nuova struttura comunale con letti, docce e cucina attrezzata.
Il punto di partenza e di arrivo del circuito è il borgo di Tenaglie, panoramico e bello: venne scelto dai Romani, quelli dell’impero, per costruirvi una villa, di cui restano tracce di mosaici. Comunque chi seguirà il percorso dei monti amerini godrà di panorami inattesi che abbracciano buona parte dell’Italia Centrale, si muoverà sui fianchi della montagna in mezzo a boschi di castagni che danno ottimi marroni e si immergerà nella civiltà del castagno.

 

Il percorso

 

«Del maiale non si butta niente» è un vecchio modo di dire che vale per l’animale, ma anche per l’albero del castagno. Se c’è un albero versatile quello è proprio questo. Le foglie secche servivano per riempire i materassi – meglio un materasso con le foglie secche che fanno rumore quando ti giri, piuttosto che dormire sulla nuda terra. E le traversine dei treni? Erano fatte di castagno perché resiste bene alle intemperie e all’usura. Poi si deve aggiungere la fame: intere popolazioni si sono salvate mangiando castagne e pane di farina di castagne, con aggiunta di farina di ghiande. Per non parlare dell’uso di quel bel legno per fare porte, finestre, tavoli e manici di attrezzi agricoli. I poveri devono la vita al castagno e… ai benedettini. I benedettini erano un mix tra i volontari di oggi e i missionari; ovunque andassero costruivano il loro monastero, ben isolato, e la loro legge era ora et labora, prega e lavora. Il lavoro li ha sempre portati fuori dal monastero a contatto con le popolazioni locali.

 

Il castagno

 

Nella zona di Avigliano Umbro, Santa Restituta, Melezzole, Toscolano e Morre, borghi attraversati dal Cammino dei Borghi Silenti, quei santi uomini venuti per costruire eremi e monasteri trovarono popolazioni che sopravvivevano a mala pena e che non sfruttavano adeguatamente i terreni. Loro, i monaci, vivevano sulla cima dei monti Amerini, mentre il popolo viveva nei borghi sottostanti. Tra i monasteri e i borghi c’erano, e ancora ci sono, interi fianchi di colline coperti di castagni. I benedettini si resero subito conto che quei terreni erano propizi alla crescita dei castagni così, rimboccandosi le maniche, si misero a insegnare ai villici l’arte di coltivare il castagno ma soprattutto l’arte di innestarlo. Un’arte sopraffina e delicata perché trasforma una pianta selvatica in un’ottima pianta da marroni. Purtroppo questa è un’attività che ormai sta sparendo: l’uso che si faceva del legno di castagno è stato soppiantato da altri materiali. Le traversine della ferrovia sono di cemento, gli infissi sono in alluminio o in PVC, i tavoli li produce l’IKEA con mescole diverse, gli attrezzi agricoli non si fanno più in casa.
Per i comuni della zona del circuito la Sagra della castagna è comunque un importante appuntamento annuale, una tradizione alla quale purtroppo quest’anno si dovrà rinunciare a causa del Coronavirus. Tuttavia, percorrendo quel circuito in autunno può capitare di trovare sul terreno dei marroni e si possono certamente gustare piatti a base di castagne nei vari ristoranti e locande sparse un po’ovunque.

Nella Tabula Cortonensis, manufatto in bronzo del II secolo a.C., per la prima volta in assoluto appaiono il nome etrusco del lago Trasimeno – chiamato Tarsminass – e il riferimento ad alcuni possedimenti terrieri, in particolare a un vigneto.

La tabula è stata ritrovata spezzata in 8 parti, di cui solo una è dispersa. È ospitata presso il MAEC, il celebre Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona ed è la terza scrittura etrusca conosciuta più lunga per i suoi contenuti. Si tratta di un «atto giuridico di 40 righe in lingua etrusca, che riporta l’arbitrato relativo ad una eredità contestata di un importante patrimonio fondiario dislocato tra il Lago Trasimeno e Cortona» (Massimo Pittau).

 

Tabula Cortonensis

 

L’influenza dell’etrusca città di Cortona arrivava, con il suo territorio, fino al tratto spondale lacustre che va da Tuoro a Borghetto. Nelle 7 parti della tabula a noi giunte, al di là della loro importanza linguistica, scientifica e storica, ci preme sottolineare l’importanza del Tarminass per gli Etruschi; un lago, unitamente alla Val di Chiana, ricco e generoso dal punto di vista alimentare (pesce, olio, vino e grani).
Infatti nella sacralità della civiltà etrusca il mangiare era considerato un fatto religioso e il vecchio lago Trasimeno era ritenuto un luogo sacro: era considerato la rappresentazione terrena della volta celeste.
Secondo l’etruscologo Giovanni Colonna l’immagine del lago Trasimeno è stata trasposta nel fegato di Piacenza o fegato etrusco; è un modello bronzeo di fegato di pecora con iscrizioni, suddiviso in settori riservati alle diverse divinità. Era usato dai sacerdoti etruschi, gli aruspici, per leggere le viscere degli animali sacrificati per ricavarne auspici.
Gli Etruschi consideravano il Trasimeno il luogo d’unione tra le dodecapoli di Cortona, Chiusi e Perugia dove fiorivano gli scambi commerciali, l’artigianato, la pesca e l’agricoltura. A proposito di coltivazioni, nella tabula cortonensis si fa riferimento a un vigneto: è il più antico atto notarile della storia del vino. È stato questo documento che, nel 2015, ha aperto la mostra Arte e Vino che si è svolta a Verona, un evento importantissimo collegato all’Expo. Ricordiamo che gli Etruschi consumavano grandi quantità di vino in varie occasioni; avevano l’usanza di miscelarlo, anche per coprirne i difetti, con acqua e con miele, insieme a spezie, fiori o formaggio.
Della magnificenza del Tarminass se ne accorse, come raccontato nel XVI secolo da Matteo dall’Isola nella sua Trasimenide, anche Trasimeno, il principe etrusco figlio del Re Tirreno, che si innamorò della ninfa lacustre Agilla. I due giovani vissero una bellissima e struggente storia d’amore sulle rive lacustri che finì tragicamente con la scomparsa, tra le acque del lago, del giovane principe.
Si racconta che, ancora oggi, la triste ninfa stia cercando il suo amato: quando un’onda fa muovere repentinamente una barca non è altro che Agilla che sta cercando tra le acque il suo Trasimeno e quando le foglie al vento si muovono provocando un suono simile a un lamento, pare che sia la dolce ninfa che piange il suo amato… ascoltare per credere.

Nella bella cornice offerta dall’agriturismo Il Poggiolo (Pilonico Materno, Perugia), il 12 settembre 2020 si terrà la prima edizione di Umbria BIOdiversity 2020, un’intera giornata dedicata alla biodiversità umbra.

Aperta al pubblico, la manifestazione ha come scopo l’avvicinamento alla conoscenza dei prodotti, dei produttori e i loro territori e nasce da un’idea di Valentina Dugo di Consorzio AVO in collaborazione con 3A-Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria.

La manifestazione si apre con una mostra-mercato di aziende produttrici di biodiversità alimentare autoctona e di eccellenze del territorio, a entrata libera, con allestimento diffuso nel parco dell’agriturismo, dove i visitatori potranno conoscere e acquistare l’offerta agro-alimentare regionale, garanzia in fatto di qualità dei prodotti e di salute del consumatore.

La giornata prosegue con interessanti appuntamenti di riflessione sulla biodiversità, ad accesso limitato per garantire sicurezza e distanziamento, come l’Incontro interattivo con la Nutrizionista: Cereali e legumi, questi sconosciuti a cura della biologa nutrizionista Melissa Finali, il Consumer test delle varietà di pomodoro della Casa dei Semi del Trasimeno, a cura di 3A-Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria (3A-PTA), e la Sinfonia Vespertina del trio jazz Hobby Horses, a cura di Chiara Ryan Izzo & Radio Safari, un esperimento musicale di comunione fra l’attività umana e quella sempre presente, e spesso ignorata, della Natura.

 

 

Umbria BIOdiversity 2020 rappresenterà anche un appuntamento importante per gli addetti ai lavori, che potranno confrontarsi sul tema della costruzione di una filiera dedicata all’agro-biodiversità regionale, in occasione della tavola rotonda, organizzata da 3A-PTA, Per una filiera delle eccellenze dell’agrobiodiversità regionale.

All’incontro, moderato da Marco Pareti di AboutUmbria, dopo i saluti da parte del sindaco di Marsciano Francesca Mele, dell’Amministratore Unico di 3APTA Marcello Serafini e del Responsabile del Servizio Sviluppo rurale e Agricoltura sostenibile Franco Garofalo, interverranno: Luciano Concezzi – 3A-PTA, Giordano Mainò – azienda agraria La Valle dell’Oasi, Matteo Ciucci società agricola Il Poggiolo, Marta Rinaldi azienda agricola L’Orto di Marta, Marco Caffarelli – 3A-PTA , Valentina Dugo – Consorzio AVO, Moreno Peccia – Cantina Moreno Peccia, Manuel Vaquero Dipartimento di Scienze Politiche – UNIPG, Filippo Antonelli – Cantina Antonelli San Marco. Dopo le conclusioni a cura dell’Assessore alle politiche agricole e agroalimentari della Regione Umbria Roberto Morroni, verrà proposta una degustazione dei prodotti dell’agro-biodiversità regionale.

 


Ingresso libero dalle 10.30 alle 19.30.

Garantite le norme di sicurezza anti Covid19.

Da venticinque anni frequento l’Umbria e molte persone che ho conosciuto e con cui ho a che fare sono straniere: americani, sudafricani, inglesi, olandesi e belgi, tutte persone che vivono stabilmente sul territorio, che hanno acquistato villette e che pagano anche le tasse. I tedeschi li conosco solo di vista e so che vengono saltuariamente.

Tra gli italiani ho trovato solo lombardi e veneti. Questo è dovuto ai 75 anni di pace europea e alle migliorate condizioni economiche del continente, che hanno favorito i grandi spostamenti interni. Molti hanno lasciato il loro Paese perché invogliati da un clima più mite, da una luce più intensa e, non per ultimo, da un grande seduttore: il cibo italiano. Spesso sono pensionati, altrimenti sono scrittori o giornalisti, comunque persone che potevano lavorare da casa anche prima del Covid-19.
Conosco una signora sudafricana che coltiva rose, un belga che scrive romanzi, alcuni tedeschi che si spostano tra Grecia, Italia e Germania e un olandese che insegna italiano. Persone benestanti che si sono inserite nell’ambiente locale. Ci sono anche extracomunitari o persone provenienti dai paesi dell’Est e questi li vedo lavorare ovunque, come nel resto d’Italia. Naturalmente qualche umbro l’ho conosciuto e dal profilo ho riconosciuto in maniera inequivocabile l’origine etrusca.

 

Allora sono andata a spulciare tra le statistiche dell’ISTAT e ho scoperto che l’Umbria ha una popolazione di 882.015 abitanti e di questi 97.541 sono stranieri e residenti (dati ISTAT del 2019). Un numero di tutto rispetto che corrisponde a Foligno e Città di Castello messe insieme. Poi mi sono accorta che molti maschi umbri tra i 50 e 60 anni hanno per compagne delle donne dell’Est. Perciò gli umbri stanno mescolando il loro DNA con quello di tutto il mondo.

Un bel frullato di geni

Ma per tornare agli umbri, siamo sicuri che esistano davvero? Prima, quasi tremila anni fa, c’erano le popolazioni autoctone, poi, quando sono arrivati i Romani, l’Umbria è diventata un’importante via di passaggio per eserciti e merci. Si sa, ed è ovvio, dove ci sono i passaggi le popolazioni si mescolano e i geni fanno festa. In seguito sono arrivati i Longobardi che si sono trattenuti per oltre 200 anni e di tracce ne hanno lasciate tante. Ad esempio nei cognomi Bernardini, Nardi, Leonardi, Baldoni, Federici, Baldelli. Poi c’è traccia nei nomi dei paesi: Gualdo o Fara. Hanno lasciato una traccia anche nei dolci, ne è un esempio la famosa Rocciata di Assisi: un dolce arrotolato come lo strudel, lasciato in eredità dai nordici longobardi, fatto con la stessa pasta dello strudel di mele che faceva mia nonna austriaca con la ricetta di famiglia. Sono passati 13 secoli e la ricetta non è variata o, se lo è, è stato pochissimo.
Le ricette non variano, si modifica però il DNA e l’Umbria ha continuato a essere attraversata da eserciti e da pellegrini che scendevano a Roma sulla tomba di Pietro. Viaggiare per noi ha un significato diverso da quello di un secolo fa. Noi ci muoviamo con macchine, treni, aerei e navi, mentre prima andavano soprattutto a piedi, e a piedi ci si stanca molto ed è opportuno fermarsi per riprendere le forze. Petrarca fa partire per Roma il «vecchierel canuto e stanco», ma questa è poesia, mentre la realtà è prosaica e vuole che chi si muoveva per viaggi così lunghi e pericolosi fosse giovane e robusto, proprio come i ragazzi che oggi vediamo sbarcare dai barconi.

 

 

Con tutto questo andare e fermarsi, con tutti questi giovani che passavano e vedevano ragazze coetanee, bisogna mettere in conto anche la biologia, che pretende che i giovani facciano sesso per riprodursi. Si tratta di un bisogno primordiale a cui difficilmente si sfugge e ragazzi e ragazze si saranno piaciuti e avranno fatto sesso e magari molti di loro si saranno fermati qui per sempre, mettendo su famiglia e facendo figli. Perciò accanto alle migrazioni c’è anche la biologia ad aver fatto la sua parte. Allora io adesso mi chiedo se i miei amici umbri siano davvero umbri oppure, facendo un esame del DNA, scopriamo che umbri e stranieri sono molto più simili di quanto noi si possa credere. Lo diceva Luca Cavalli Sforza, genetista, tanti anni fa.

Papa Francesco ha acquistato terre in Umbria? Così sembra. Sembra, ma in realtà si tratta di una fake news, anche se tutto lascia credere il contrario.

Terre che fino al 1860 sono state sotto la giurisdizione dello stato della Chiesa adesso sono Del Papa. Un chiarimento si impone. Del Papa è il nome del titolare di una società che si chiama Terre Del Papa, la quale ha acquistato all’asta circa 300 ettari di terra nella zona del castello di Sismano, ad Avigliano Umbro. Papa Francesco non è della partita.

 

Quercia ballerina

 

Non è più della partita nemmeno il principe Corsini, che ha venduto all’asta quelle terre che un suo antenato aveva acquistato all’Asta della Candela nel 1607. Trecento ettari sono tanti e visti dall’alto sembrano immensi. Il colpo d’occhio si ha arrivando da un tratto della via Amerina: si esce dal bosco dopo la salita, dopo aver superato un ponte romano, dopo aver incontrato una quercia molto insolita che crede di essere un rampicante. Potenza della natura: insetti, parassiti e clima hanno trasformato una possente quercia in una gaia ballerina. Comunque, finita la salita si raggiunge la chiesetta della Mestaiola e lì si apre un panorama vastissimo che spazia da Todi a Terni, dai monti Martani al Terminillo.

Una nuova coltura di olivi

Su quelle terre si costruisce il futuro per rilanciare l’olio italiano. Il futuro ha l’aspetto di olivi piccoli, ma innumerevoli. Del Papa ne ha fatti piantare 400.000, rigorosamente allineati, che scendono da tutti i lati delle colline. Si tratta di un nuovo cultivar che non cresce molto, rimane piccolo favorendo la raccolta delle olive con le macchine. Questo cultivar ha delle caratteristiche totalmente diverse dai tradizionali olivi umbri. Non solo è piccolino, ma cresce e va a frutto in due anni soltanto, però avrà vita breve: vent’anni. Il panorama umbro cambierà molto passando dalla visione degli olivi secolari a questi giovanetti di corta esistenza. Il panorama cambierà, ma già tante volte è cambiato. All’epoca di San Francesco gli olivi erano pochi, poi a metà Ottocento Papa Pio IX ne ha fatti piantare 362.000. Poi è stata la volta della vigna. Venticinque anni fa il Sagrantino era un solo un vino locale, adesso è diventato famoso e le vigne si sono moltiplicate. Poi c’è stata la coltivazione estesa del tabacco, che adesso è molto ridotta. Insomma, l’aspetto della natura selvatica e addomesticata varia con il clima e con l’economia delle zone.
Questi piccoli olivi rappresentano il nuovo che avanza anche dal punto di vista dell’irrigazione. Il nostro clima è sempre più secco e il sole implacabile fa evaporare l’acqua d’irrigazione. La società che gestisce queste piante ha introdotto una tecnica d’irrigazione copiando quello che la natura fa già spontaneamente a Pantelleria. Le vigne di Pantelleria non vengono mai irrigate perché il terreno che sopra è polvere, venti centimetri più giù è umido. La vigna cresce bene malgrado la siccità e i venti fortissimi che battono l’isola.

 

Olivi Del Papa

La leggenda di Eurosia

Il terreno tra Avigliano Umbro e il Castello di Sismano si prestano a introdurre la nuova tecnica di irrigazione. Questi olivi saranno bagnati mediante sub-irrigazione, cioè l’acqua arriverà alla pianta da sotto terra, così manterrà il terreno umido e in inverno non gelerà. L’estremante nuovo si congiunge con l’estremamente antico di Pantelleria.
La zona è inoltre ricca di leggende, in particolare quella della Mestaiola di Santa Eurosia. La cappellina che si incontra viaggiando lungo la via Amerina è dedicata alla santa spagnola o forse slava Eurosia.
La leggenda vuole che, mentre i Saraceni sui monti Pirenei avevano già cominciato a torturarla, sia scoppiato un violento temporale e un fulmine sia caduto vicino alla ragazza senza farle niente. I Saraceni si spaventarono, ma continuarono il lavoro e la decapitarono. Da allora Eurosia, divenuta santa, è considerata la protettrice della grandine e dei fulmini e basta dire il suo nome per sedare le tempeste. Quindi la presenza della cappellina è quanto mai idonea per assicurare la sopravvivenza del nuovo impianto.

Giovedì 2 luglio ore 18,00 (disponibile da venerdì 3 luglio alle 12:00 sulla pagina Facebook di AboutUmbria), secondo appuntamento con Otium et negotium a cura di Marco Pareti, una rubrica di approfondimento promossa da AboutUmbria e nata per affrontare un tema cruciale e di grande attualità: la mobilità dolce.

Fra gli ospiti il Sindaco di Perugia Andrea Romizi, a testimonianza di come l’argomento sia di grande importanza anche per il capoluogo umbro. In una città come Perugia con un rapporto auto/abitanti più alto di Italia – ben 72,7 auto ogni 100 abitanti (dati Osservatorio Euromobility 2018) – e in una regione, l’Umbria, dove già prima dell’emergenza Covid-19 e il conseguente crollo nell’uso della mobilità pubblica solo 7000 lavoratori al giorno, appena il 2,2% della popolazione, facevano uso dei mezzi pubblici per raggiungere il luogo di lavoro (dati Istat 2019), la neonata associazione sportiva e culturale Pedala il Futuro (come altre già attive sul territorio perugino tra cui Fiab Perugia Pedala), intende promuovere culturalmente l’uso della bicicletta e la mobilità alternativa e dolce (pedonale e ciclabile in primis) sia per gli spostamenti casa-lavoro-scuola, sia come occasione per esaltare salute, socialità e rigenerazione urbana orientata alla sostenibilità ambientale.

 

 

Per farlo, l’associazione Pedala il Futuro lancia una serie di dibattiti web e un evento pubblico che si svolgerà entro l’estate con il coinvolgimento di altre associazioni che operano nel territorio. In queste occasioni vogliamo invitare a discutere pubblicamente tutti i soggetti interessati per creare possibili sinergie e progetti in favore di una mobilità dolce a Perugia.

Durante il primo confronto web La mobilità dolce al tempo del coronavirus svoltosi l’8 maggio scorso durante la fase di lockdown, si è discusso con Lorena Pesaresi, ecologista, già assessore all’ambiente e alle politiche energetiche del comune di Perugia e membro dell’associazione Europa Comunica, e il dott. Gianluigi Rosi, medico e appassionato di salute e benessere, del progetto Bike sharing di Perugia che i due idearono assieme nel 2012 e che oggi purtroppo langue nell’abbandono.

Si è parlato con l’architetto Viviana Lorenzo, esperta di progettazione urbana e processi partecipativi e docente presso The Umbra Institute, di esempi nazionali e internazionali di tactical urbanism orientati alla mobilità dolce, e con il prof. Luca Ferrucci, economista e professore ordinario di Economia presso l’Università degli Studi di Perugia, dell’economia del turismo in bicicletta e delle sue potenzialità.

Giovedì 2 luglio alle ore 18,00 – ma disponibile da venerdì 3 luglio alle ore 12 nella pagina Facebook di AboutUmbria – il Sindaco di Perugia Andrea Romizi assieme a Francesco Consalvi, operatore del settore e del bike tourism, a Ruggero Campi, Presidente ACI di Perugia, dibatterà e approfondirà nuove idee per la Perugia di oggi e di domani.

La passione e l’attenzione dei poeti e degli scrittori stranieri per il nostro paese è immutabile nel tempo. Basti pensare a Cechov, Gogol, Keats che hanno condiviso i loro successi  letterari con le maggiori città italiane.

Augustus Hare

I romantici inglesi preferirono la Toscana: spesso venivano apostrofati come gli anglobeceri per quel loro buffo accento inglese nel parlare il fiorentino. Anche l’Umbria è stata meta e soggiorno di illustri personaggi forestieri. Nel 1786 J.W. Von Goethe arrivò in Umbria da Firenze e ne rimase incantato. Lord Byron nel 1817 soggiornò a Foligno e a Campello sul Clitunno, di cui rimane entusiasta come per il lago Trasimeno e le cascate delle Marmore.

Ma c’è da dire che anche quelli considerati minori hanno avuto un feeling particolare con il nostro Paese. L’irascibile poeta W.S. Landor visitò Firenze e la Montagna pistoiese, il filologo tedesco Rudolf Borchardt, Lucca. Sua figlia Corona Borchardt coniugata Abbondanz,a tra l’altro è vissuta ed è morta a Perugia nel 1999.  Il filosofo francese Ernest Renan affermò che «l’Umbria è troppo trascurata nei viaggi e nella storia». Arriviamo così al semisconosciuto Augustus John Cuthbert Hare (1834-1903), scrittore e narratore inglese, considerato l’ultimo vittoriano. Autore nella seconda metà dell’Ottocento del libro Cities of Northern and Central Italy, fa una dettagliata descrizione di Spello che espongo in alcuni dei passi più significativi con traduzione non letterale.

Capitolo LXIV

«Spello may be made an excursion from Assisi or Perugia, or may be taken on the way to Foligno».
(Spello può essere un’escursione proveniendo da Assisi o Perugia, o come sosta sulla via per Foligno).

«There are 4 trains daily in 20 min».
(Ci sono 4 treni giornalieri e in 20 minuti arrivi a Foligno).

«We find this town in inscrptions bearing the titles of Colonia Julia Hispelli and Colonia Urbana Flavia».
(In questa città abbiamo trovato due scritte: Colonia Julia Hispelli e Colonia Urbana Flavia).

«There are remains of a Roman Amphitheatre in the plain below the town and one of the Roman gates».
(Ci sono resti di un Anfiteatro romano nella piana sottostante la città e una porta romana).

Veduta di Spello

«The chief interest of Spello arises from its connection with the history of art. In 1501 Pinturicchio was employed here on noble frescoes witch still remain».
(L’interesse principale di Spello è connesso con la storia dell’arte. Qui lavorò Pinturicchio nel 1501 su affreschi tuttora presenti).

«The collegiate Church of S. Maria Maggiore contains noblest work of the master».
(La chiesa collegiale di Santa Maria Maggiore contiene tra i più nobili lavori del maestro).

«The Franciscan Church of St. Andrea contains a noble picture of Pinturicchio 1508».
(La chiesa francescana di Sant’Andrea ospita un nobile dipinto di Pinturicchio del 1508).

«Steep and tortuose streets lead up to the hill top, whence there is a beautiful view».
(Strade ripide e tortuose conducono in cima alla collina dove c’è una bellissima vista).

«Spello was the seat of a bishopric till the 6th century, when it was removed to Foligno».
(Spello è stata sede di vescovado fino al VI secolo).

 

A parte la descrizione delle strade ripide che conducono a una bellissima vista dove sembra che Augustus Hare si lasci andare a una sensazione di benessere, quello che emerge è una descrizione forse un po’ troppo fotografata del viaggiatore. La descrizione oggettiva del luogo non dà sufficientemente spazio a quella soggettiva fatta di riflessioni, sentimenti e stati d’animo.
Maggiori emozioni le avrà avute durante la visita di Assisi o nella successiva di Foligno che inizia a descrivere come The town is walled now… ma questa è un’altra storia.

Tra i cibi che fanno bene all’uomo, c’è la lenticchia, coltura in grado di risollevare le sorti della Terra oltre che fiore all’occhiello dell’Umbria.

 

Lenticchia di Castelluccio

 

Vendersi per un piatto di lenticchie è ciò che fa Esaù quando rinuncia alla sua eredità[1] per rifocillarsi con un piatto di «minestra rossa»[2]; ma perché Esaù cede proprio a un piatto di lenticchie? Forse perché anche lui sa che sono in grado di «saziare, infondere serenità»[3], ed essere «nutrienti per chi non può permettersi carne»[4]. La lenticchia è infatti ricca di carboidrati, proteine, minerali[5], vitamine[6] e ferro, è povera di grassi, adatta ai soggetti celiaci poiché priva di glutine e ha elevate capacità salutistiche dovute all’alto contenuto di polifenoli[7] di cui è ricco anche l’olio EVO – come sostiene uno studio riportato dall’AIRAS. Ma gli autori del passato l’hanno esaltata riconoscendole l’ulteriore merito di rendere fertile il terreno[8] grazie alla sua capacità di fissare l’azoto[9], motivo per cui la FAO[10] l’ha collocata tra le colture alla base della storia dell’uomo[11] e inserita nei sistemi di coltivazione per i paesi in via di sviluppo. La Lens Culinaris, resistente alla siccità, ha trovato in quello umbro territorio favorevole, riuscendo addirittura, grazie all’agricoltura biologica di Norcia che permette il verificarsi della Fioritura di Castelluccio[12], a ottenere il vanto del bollino europeo IGP.

 


[1] Guida del popolo ebraico.
[2] Libro della Genesi 25, 27-35.
[3] Naturalis Historia, Plinio il Vecchio.
[4] Lenticchie, tradizione e cultura in un piatto <www.stile.it> – La Stampa.
[5] Potassio, fosforo, magnesio, calcio, ferro, zinco, sodio e selenio.
[6] Vitamina A, gruppo B e C.
[7] Sostanze antiossidanti capaci di prevenire le malattie degenerative dell’uomo.
[8] I legumi dell’Umbria, Renzo Torricelli, Francesco Damiani <www.studiumbri.it&gt
[9] Diffuso in natura: nei 4/5 dell’aria e in numerosi composti inorganici e organici.
[10] FAO: Anno internazionale dei legumi, Francesco Damiani <www.studiumbri.it&gt
[11] I legumi dell’Umbria, Renzo Torricelli, Francesco Damiani <www.studiumbri.it&gt
[12] Lenticchie, tradizione e cultura in un piatto <www.stile.it> – La Stampa.

Beccati Questo e Beccati Quest’altro!

Sembra di ascoltare una canzonatura tra ragazzi che si prendono in giro durante le fasi di un loro gioco, in realtà sono i nomi un po’ bizzarri di due torri medievali di avvistamento che si trovano in Val di Chiana, nei pressi del confine umbro-toscano, tra il lago Trasimeno e quello di Chiusi.
La Torre di Beccati Questo, ottagonale, è stata costruita nel 1279 nel territorio del Comune di Chiusi (SI) in adiacenza al confine con il territorio umbro, a testimonianza di una forte presenza dei senesi in Val di Chiana.
Qualche anno dopo, i perugini costruirono la Torre di Beccati Quest’Altro o Quello a pianta quadrata, nel territorio del Comune di Castiglione del Lago (PG), contrapposta a quella dei rivali toscani.

 

torre_toscana

La Torre di Beccati Questo

 

I singolari nomi alle due roccaforti sono stati assegnati in memoria dei due drappelli militari delle opposte fazioni che le presiedevano e che, ogni giorno, si canzonavano dalle due torri dirimpettaie.
I due fortilizi non hanno mai partecipato direttamente a scontri militari, ma sono stati utilizzati soprattutto come stazioni di gabella per lo scambio di merci e il passaggio di persone.
Questo fatto mi riporta alla mente la scena del film Non ci resta che piangere, con i magnifici Roberto Benigni e Massimo Troisi che interpretano la celeberrima scena: «Chi siete? … Cosa portate? Si ma quanti siete?… Un fiorino!». Memorabile!

 

torre_umbria

Torre di Beccati Quest’Altro o Quello

Torri sommerse

Papa Sisto V nel XVI secolo fece deviare i torrenti Rio Maggiore e Tresa dal Trasimeno alla Val di Chiana, per cercare di attenuare le piene spondali del Lago e riversare le loro portate verso la Chiana, rendendola maggiormente paludosa e costituendo così un ulteriore baluardo difensivo contro le mire espansionistiche toscane.
Quindi il terreno dove fu eretta quella senese, fu soggetto nel tempo a impaludamento: ai giorni nostri, la torre emerge per meno di due terzi della sua altezza, perché una buona parte è rimasta sepolta dalle colmate per la bonifica chianina, iniziata verso la fine del 1700.
Le due Torri non sono visitabili internamente, ma nel loro complesso ambientale sono molto suggestive: aiutano a immaginare cosa succedeva lì qualche secolo fa e forse potremmo ancora sentire, con un po’ di fantasia, qualcuno che ci dirà «Chi siete? … Cosa portate? Si ma quanti siete?… Un fiorino!»

«La cercan qui, la cercan là. Dove si trovi, nessun lo sa».

Sono i versi famosi della Primula Rossa, l’eroe a doppia personalità come Superman, che ha sottratto tanti nobili al lavoro della ghigliottina durante la Rivoluzione Francese, dando filo da torcere a Robespierre e soci. Anche le strade possono dare filo da torcere se sono molto antiche e un po’ abbandonate.
La nostra Primula Rossa è una via a nord di Roma che ha più di 2.200 anni e che collegava la città di Faleri, capitale dell’antica popolazione laziale dei Falisci, con Amelia, poi Todi e Perugia, per finire a Chiusi. Attraversava la Tuscia andando verso Nord e scendeva a sud senza arrivare a Roma. Ci penseranno i Romani a farla arrivare in città. I Falisci avevano sottovalutato i rissosi vicini emergenti che, nel 214 a.C., uscirono da Roma e li spazzarono via. Del mondo Falisco non resta molto. Quello che i Romani non hanno distrutto è stato modificato nel tempo.

 

Via Amerina

Via Amerina

Che cos’è una strada?

La strada è una striscia di terra che collega due luoghi per motivi sociali e commerciali fin da quando Lucy ha lasciato l’Africa. Le strade sono state costruite anche per far muovere meglio gli eserciti, in particolare quello romano, tanto da creare una rete viaria che attraversava tutto l’impero. Doveva essere impressionante vedere l’esercito romano avanzare, compatto, ordinato, costruendo strade, ponti e trascinandosi dietro le macchine da guerra. Solo la pozione magica di Asterix è stata in grado di fermarlo.
La rete stradale romana è ancora percorribile, un po’ mutata ma non poi tanto, e ce lo confermano le mappe stradali di allora confrontate a quelle di oggi. I percorsi toccano le stesse città e i nomi delle vie consolari non sono cambiati: SS1 Aurelia, SS2 Cassia, SS3 Flaminia, SS7 Appia. Anche la nostra Primula Rossa ha un nome: via Amerina. È l’antico nome di Amelia, che si chiamava Ameria, ed è caduta in disuso un paio di secoli fa, ma adesso sta riemergendo dalle nebbie della storia per la volontà di un gruppo di ciclisti, storici, archeologi e passeggiatori. Ottima strada commerciale per i Falisci, ottima strada per i Romani che andavano a Nord, ottima strada per lo Stato della Chiesa che si collegava a Ravenna.
Qua e là lungo la strada sono sparse delle mansio che, per dirlo con parola moderna, sono Autogrill, posti di ristoro dove si mangiava, dove si trovava biada per i cavalli e, come si vede a Ostia Antica, c’era anche il lavaggio carri. In quei luoghi non mancavano mai le prostitute per sollevare i viandanti dalle fatiche del viaggio.

Luogo di tante lotte

La strada andava dritta fino al Tevere: lì si fermava per riprendere di là del fiume. Niente ponti, ma traghetti. Infatti, all’altezza di Orte, sono stati ritrovati i resti del porto di Seripola che accoglieva viaggiatori e merci. Passato il fiume, la via Amerina proseguiva in quella che oggi è la regione Umbria. Se guardate una carta stradale dell’Umbria, il percorso più evidente è quello della superstrada E45 che percorre tutta la valle del Tevere.
Nei tempi andati, una strada seria mai sarebbe passata a fondo valle. Troppo rischioso. Le strade passavano in alto o a mezza costa o, come in questo caso, sull’altopiano. Nel VII secolo d.C. fu chiaro che la zona era in pericolo e che andava difesa. Castelli fortificati e borghi spuntarono come funghi. Su ogni cocuzzolo è sorto un castello posizionato in modo da avvistare amici e nemici. Tutti si tenevano d’occhio. Alto Medioevo e Rinascimento hanno una storia cupa, violenta e cruenta. Le lotte tra Bizantini e Longobardi, tra Papato e Impero, tra Guelfi e Ghibellini, tra signorotti locali e principi romani sono state di una violenza inaudita e, è il caso di dire, la via Amerina ne ha viste di tutti i colori. Quello che è successo piacerebbe a Quentin Tarantino.
Anche il mite San Francesco, uomo di pace, che parlava agli uccelli e ai lupi e sperava di farsi ascoltare da chi praticava solo guerra e violenza, si è avventurato su questa strada. Le storie sono tante e cominceremo a svelarle piano piano, scoprendo assieme, tratto per tratto, la nostra nuova strada dal nome antico la Via Amerina.

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