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Papa Francesco ha acquistato terre in Umbria? Così sembra. Sembra, ma in realtà si tratta di una fake news, anche se tutto lascia credere il contrario.

Terre che fino al 1860 sono state sotto la giurisdizione dello stato della Chiesa adesso sono Del Papa. Un chiarimento si impone. Del Papa è il nome del titolare di una società che si chiama Terre Del Papa, la quale ha acquistato all’asta circa 300 ettari di terra nella zona del castello di Sismano, ad Avigliano Umbro. Papa Francesco non è della partita.

 

Quercia ballerina

 

Non è più della partita nemmeno il principe Corsini, che ha venduto all’asta quelle terre che un suo antenato aveva acquistato all’Asta della Candela nel 1607. Trecento ettari sono tanti e visti dall’alto sembrano immensi. Il colpo d’occhio si ha arrivando da un tratto della via Amerina: si esce dal bosco dopo la salita, dopo aver superato un ponte romano, dopo aver incontrato una quercia molto insolita che crede di essere un rampicante. Potenza della natura: insetti, parassiti e clima hanno trasformato una possente quercia in una gaia ballerina. Comunque, finita la salita si raggiunge la chiesetta della Mestaiola e lì si apre un panorama vastissimo che spazia da Todi a Terni, dai monti Martani al Terminillo.

Una nuova coltura di olivi

Su quelle terre si costruisce il futuro per rilanciare l’olio italiano. Il futuro ha l’aspetto di olivi piccoli, ma innumerevoli. Del Papa ne ha fatti piantare 400.000, rigorosamente allineati, che scendono da tutti i lati delle colline. Si tratta di un nuovo cultivar che non cresce molto, rimane piccolo favorendo la raccolta delle olive con le macchine. Questo cultivar ha delle caratteristiche totalmente diverse dai tradizionali olivi umbri. Non solo è piccolino, ma cresce e va a frutto in due anni soltanto, però avrà vita breve: vent’anni. Il panorama umbro cambierà molto passando dalla visione degli olivi secolari a questi giovanetti di corta esistenza. Il panorama cambierà, ma già tante volte è cambiato. All’epoca di San Francesco gli olivi erano pochi, poi a metà Ottocento Papa Pio IX ne ha fatti piantare 362.000. Poi è stata la volta della vigna. Venticinque anni fa il Sagrantino era un solo un vino locale, adesso è diventato famoso e le vigne si sono moltiplicate. Poi c’è stata la coltivazione estesa del tabacco, che adesso è molto ridotta. Insomma, l’aspetto della natura selvatica e addomesticata varia con il clima e con l’economia delle zone.
Questi piccoli olivi rappresentano il nuovo che avanza anche dal punto di vista dell’irrigazione. Il nostro clima è sempre più secco e il sole implacabile fa evaporare l’acqua d’irrigazione. La società che gestisce queste piante ha introdotto una tecnica d’irrigazione copiando quello che la natura fa già spontaneamente a Pantelleria. Le vigne di Pantelleria non vengono mai irrigate perché il terreno che sopra è polvere, venti centimetri più giù è umido. La vigna cresce bene malgrado la siccità e i venti fortissimi che battono l’isola.

 

Olivi Del Papa

La leggenda di Eurosia

Il terreno tra Avigliano Umbro e il Castello di Sismano si prestano a introdurre la nuova tecnica di irrigazione. Questi olivi saranno bagnati mediante sub-irrigazione, cioè l’acqua arriverà alla pianta da sotto terra, così manterrà il terreno umido e in inverno non gelerà. L’estremante nuovo si congiunge con l’estremamente antico di Pantelleria.
La zona è inoltre ricca di leggende, in particolare quella della Mestaiola di Santa Eurosia. La cappellina che si incontra viaggiando lungo la via Amerina è dedicata alla santa spagnola o forse slava Eurosia.
La leggenda vuole che, mentre i Saraceni sui monti Pirenei avevano già cominciato a torturarla, sia scoppiato un violento temporale e un fulmine sia caduto vicino alla ragazza senza farle niente. I Saraceni si spaventarono, ma continuarono il lavoro e la decapitarono. Da allora Eurosia, divenuta santa, è considerata la protettrice della grandine e dei fulmini e basta dire il suo nome per sedare le tempeste. Quindi la presenza della cappellina è quanto mai idonea per assicurare la sopravvivenza del nuovo impianto.

Giovedì 2 luglio ore 18,00 (disponibile da venerdì 3 luglio alle 12:00 sulla pagina Facebook di AboutUmbria), secondo appuntamento con Otium et negotium a cura di Marco Pareti, una rubrica di approfondimento promossa da AboutUmbria e nata per affrontare un tema cruciale e di grande attualità: la mobilità dolce.

Fra gli ospiti il Sindaco di Perugia Andrea Romizi, a testimonianza di come l’argomento sia di grande importanza anche per il capoluogo umbro. In una città come Perugia con un rapporto auto/abitanti più alto di Italia – ben 72,7 auto ogni 100 abitanti (dati Osservatorio Euromobility 2018) – e in una regione, l’Umbria, dove già prima dell’emergenza Covid-19 e il conseguente crollo nell’uso della mobilità pubblica solo 7000 lavoratori al giorno, appena il 2,2% della popolazione, facevano uso dei mezzi pubblici per raggiungere il luogo di lavoro (dati Istat 2019), la neonata associazione sportiva e culturale Pedala il Futuro (come altre già attive sul territorio perugino tra cui Fiab Perugia Pedala), intende promuovere culturalmente l’uso della bicicletta e la mobilità alternativa e dolce (pedonale e ciclabile in primis) sia per gli spostamenti casa-lavoro-scuola, sia come occasione per esaltare salute, socialità e rigenerazione urbana orientata alla sostenibilità ambientale.

 

 

Per farlo, l’associazione Pedala il Futuro lancia una serie di dibattiti web e un evento pubblico che si svolgerà entro l’estate con il coinvolgimento di altre associazioni che operano nel territorio. In queste occasioni vogliamo invitare a discutere pubblicamente tutti i soggetti interessati per creare possibili sinergie e progetti in favore di una mobilità dolce a Perugia.

Durante il primo confronto web La mobilità dolce al tempo del coronavirus svoltosi l’8 maggio scorso durante la fase di lockdown, si è discusso con Lorena Pesaresi, ecologista, già assessore all’ambiente e alle politiche energetiche del comune di Perugia e membro dell’associazione Europa Comunica, e il dott. Gianluigi Rosi, medico e appassionato di salute e benessere, del progetto Bike sharing di Perugia che i due idearono assieme nel 2012 e che oggi purtroppo langue nell’abbandono.

Si è parlato con l’architetto Viviana Lorenzo, esperta di progettazione urbana e processi partecipativi e docente presso The Umbra Institute, di esempi nazionali e internazionali di tactical urbanism orientati alla mobilità dolce, e con il prof. Luca Ferrucci, economista e professore ordinario di Economia presso l’Università degli Studi di Perugia, dell’economia del turismo in bicicletta e delle sue potenzialità.

Giovedì 2 luglio alle ore 18,00 – ma disponibile da venerdì 3 luglio alle ore 12 nella pagina Facebook di AboutUmbria – il Sindaco di Perugia Andrea Romizi assieme a Francesco Consalvi, operatore del settore e del bike tourism, a Ruggero Campi, Presidente ACI di Perugia, dibatterà e approfondirà nuove idee per la Perugia di oggi e di domani.

La passione e l’attenzione dei poeti e degli scrittori stranieri per il nostro paese è immutabile nel tempo. Basti pensare a Cechov, Gogol, Keats che hanno condiviso i loro successi  letterari con le maggiori città italiane.

Augustus Hare

I romantici inglesi preferirono la Toscana: spesso venivano apostrofati come gli anglobeceri per quel loro buffo accento inglese nel parlare il fiorentino. Anche l’Umbria è stata meta e soggiorno di illustri personaggi forestieri. Nel 1786 J.W. Von Goethe arrivò in Umbria da Firenze e ne rimase incantato. Lord Byron nel 1817 soggiornò a Foligno e a Campello sul Clitunno, di cui rimane entusiasta come per il lago Trasimeno e le cascate delle Marmore.

Ma c’è da dire che anche quelli considerati minori hanno avuto un feeling particolare con il nostro Paese. L’irascibile poeta W.S. Landor visitò Firenze e la Montagna pistoiese, il filologo tedesco Rudolf Borchardt, Lucca. Sua figlia Corona Borchardt coniugata Abbondanz,a tra l’altro è vissuta ed è morta a Perugia nel 1999.  Il filosofo francese Ernest Renan affermò che «l’Umbria è troppo trascurata nei viaggi e nella storia». Arriviamo così al semisconosciuto Augustus John Cuthbert Hare (1834-1903), scrittore e narratore inglese, considerato l’ultimo vittoriano. Autore nella seconda metà dell’Ottocento del libro Cities of Northern and Central Italy, fa una dettagliata descrizione di Spello che espongo in alcuni dei passi più significativi con traduzione non letterale.

Capitolo LXIV

«Spello may be made an excursion from Assisi or Perugia, or may be taken on the way to Foligno».
(Spello può essere un’escursione proveniendo da Assisi o Perugia, o come sosta sulla via per Foligno).

«There are 4 trains daily in 20 min».
(Ci sono 4 treni giornalieri e in 20 minuti arrivi a Foligno).

«We find this town in inscrptions bearing the titles of Colonia Julia Hispelli and Colonia Urbana Flavia».
(In questa città abbiamo trovato due scritte: Colonia Julia Hispelli e Colonia Urbana Flavia).

«There are remains of a Roman Amphitheatre in the plain below the town and one of the Roman gates».
(Ci sono resti di un Anfiteatro romano nella piana sottostante la città e una porta romana).

Veduta di Spello

«The chief interest of Spello arises from its connection with the history of art. In 1501 Pinturicchio was employed here on noble frescoes witch still remain».
(L’interesse principale di Spello è connesso con la storia dell’arte. Qui lavorò Pinturicchio nel 1501 su affreschi tuttora presenti).

«The collegiate Church of S. Maria Maggiore contains noblest work of the master».
(La chiesa collegiale di Santa Maria Maggiore contiene tra i più nobili lavori del maestro).

«The Franciscan Church of St. Andrea contains a noble picture of Pinturicchio 1508».
(La chiesa francescana di Sant’Andrea ospita un nobile dipinto di Pinturicchio del 1508).

«Steep and tortuose streets lead up to the hill top, whence there is a beautiful view».
(Strade ripide e tortuose conducono in cima alla collina dove c’è una bellissima vista).

«Spello was the seat of a bishopric till the 6th century, when it was removed to Foligno».
(Spello è stata sede di vescovado fino al VI secolo).

 

A parte la descrizione delle strade ripide che conducono a una bellissima vista dove sembra che Augustus Hare si lasci andare a una sensazione di benessere, quello che emerge è una descrizione forse un po’ troppo fotografata del viaggiatore. La descrizione oggettiva del luogo non dà sufficientemente spazio a quella soggettiva fatta di riflessioni, sentimenti e stati d’animo.
Maggiori emozioni le avrà avute durante la visita di Assisi o nella successiva di Foligno che inizia a descrivere come The town is walled now… ma questa è un’altra storia.

Tra i cibi che fanno bene all’uomo, c’è la lenticchia, coltura in grado di risollevare le sorti della Terra oltre che fiore all’occhiello dell’Umbria.

 

Lenticchia di Castelluccio

 

Vendersi per un piatto di lenticchie è ciò che fa Esaù quando rinuncia alla sua eredità[1] per rifocillarsi con un piatto di «minestra rossa»[2]; ma perché Esaù cede proprio a un piatto di lenticchie? Forse perché anche lui sa che sono in grado di «saziare, infondere serenità»[3], ed essere «nutrienti per chi non può permettersi carne»[4]. La lenticchia è infatti ricca di carboidrati, proteine, minerali[5], vitamine[6] e ferro, è povera di grassi, adatta ai soggetti celiaci poiché priva di glutine e ha elevate capacità salutistiche dovute all’alto contenuto di polifenoli[7] di cui è ricco anche l’olio EVO – come sostiene uno studio riportato dall’AIRAS. Ma gli autori del passato l’hanno esaltata riconoscendole l’ulteriore merito di rendere fertile il terreno[8] grazie alla sua capacità di fissare l’azoto[9], motivo per cui la FAO[10] l’ha collocata tra le colture alla base della storia dell’uomo[11] e inserita nei sistemi di coltivazione per i paesi in via di sviluppo. La Lens Culinaris, resistente alla siccità, ha trovato in quello umbro territorio favorevole, riuscendo addirittura, grazie all’agricoltura biologica di Norcia che permette il verificarsi della Fioritura di Castelluccio[12], a ottenere il vanto del bollino europeo IGP.

 


[1] Guida del popolo ebraico.
[2] Libro della Genesi 25, 27-35.
[3] Naturalis Historia, Plinio il Vecchio.
[4] Lenticchie, tradizione e cultura in un piatto <www.stile.it> – La Stampa.
[5] Potassio, fosforo, magnesio, calcio, ferro, zinco, sodio e selenio.
[6] Vitamina A, gruppo B e C.
[7] Sostanze antiossidanti capaci di prevenire le malattie degenerative dell’uomo.
[8] I legumi dell’Umbria, Renzo Torricelli, Francesco Damiani <www.studiumbri.it&gt
[9] Diffuso in natura: nei 4/5 dell’aria e in numerosi composti inorganici e organici.
[10] FAO: Anno internazionale dei legumi, Francesco Damiani <www.studiumbri.it&gt
[11] I legumi dell’Umbria, Renzo Torricelli, Francesco Damiani <www.studiumbri.it&gt
[12] Lenticchie, tradizione e cultura in un piatto <www.stile.it> – La Stampa.

Beccati Questo e Beccati Quest’altro!

Sembra di ascoltare una canzonatura tra ragazzi che si prendono in giro durante le fasi di un loro gioco, in realtà sono i nomi un po’ bizzarri di due torri medievali di avvistamento che si trovano in Val di Chiana, nei pressi del confine umbro-toscano, tra il lago Trasimeno e quello di Chiusi.
La Torre di Beccati Questo, ottagonale, è stata costruita nel 1279 nel territorio del Comune di Chiusi (SI) in adiacenza al confine con il territorio umbro, a testimonianza di una forte presenza dei senesi in Val di Chiana.
Qualche anno dopo, i perugini costruirono la Torre di Beccati Quest’Altro o Quello a pianta quadrata, nel territorio del Comune di Castiglione del Lago (PG), contrapposta a quella dei rivali toscani.

 

torre_toscana

La Torre di Beccati Questo

 

I singolari nomi alle due roccaforti sono stati assegnati in memoria dei due drappelli militari delle opposte fazioni che le presiedevano e che, ogni giorno, si canzonavano dalle due torri dirimpettaie.
I due fortilizi non hanno mai partecipato direttamente a scontri militari, ma sono stati utilizzati soprattutto come stazioni di gabella per lo scambio di merci e il passaggio di persone.
Questo fatto mi riporta alla mente la scena del film Non ci resta che piangere, con i magnifici Roberto Benigni e Massimo Troisi che interpretano la celeberrima scena: «Chi siete? … Cosa portate? Si ma quanti siete?… Un fiorino!». Memorabile!

 

torre_umbria

Torre di Beccati Quest’Altro o Quello

Torri sommerse

Papa Sisto V nel XVI secolo fece deviare i torrenti Rio Maggiore e Tresa dal Trasimeno alla Val di Chiana, per cercare di attenuare le piene spondali del Lago e riversare le loro portate verso la Chiana, rendendola maggiormente paludosa e costituendo così un ulteriore baluardo difensivo contro le mire espansionistiche toscane.
Quindi il terreno dove fu eretta quella senese, fu soggetto nel tempo a impaludamento: ai giorni nostri, la torre emerge per meno di due terzi della sua altezza, perché una buona parte è rimasta sepolta dalle colmate per la bonifica chianina, iniziata verso la fine del 1700.
Le due Torri non sono visitabili internamente, ma nel loro complesso ambientale sono molto suggestive: aiutano a immaginare cosa succedeva lì qualche secolo fa e forse potremmo ancora sentire, con un po’ di fantasia, qualcuno che ci dirà «Chi siete? … Cosa portate? Si ma quanti siete?… Un fiorino!»

«La cercan qui, la cercan là. Dove si trovi, nessun lo sa».

Sono i versi famosi della Primula Rossa, l’eroe a doppia personalità come Superman, che ha sottratto tanti nobili al lavoro della ghigliottina durante la Rivoluzione Francese, dando filo da torcere a Robespierre e soci. Anche le strade possono dare filo da torcere se sono molto antiche e un po’ abbandonate.
La nostra Primula Rossa è una via a nord di Roma che ha più di 2.200 anni e che collegava la città di Faleri, capitale dell’antica popolazione laziale dei Falisci, con Amelia, poi Todi e Perugia, per finire a Chiusi. Attraversava la Tuscia andando verso Nord e scendeva a sud senza arrivare a Roma. Ci penseranno i Romani a farla arrivare in città. I Falisci avevano sottovalutato i rissosi vicini emergenti che, nel 214 a.C., uscirono da Roma e li spazzarono via. Del mondo Falisco non resta molto. Quello che i Romani non hanno distrutto è stato modificato nel tempo.

 

Via Amerina

Via Amerina

Che cos’è una strada?

La strada è una striscia di terra che collega due luoghi per motivi sociali e commerciali fin da quando Lucy ha lasciato l’Africa. Le strade sono state costruite anche per far muovere meglio gli eserciti, in particolare quello romano, tanto da creare una rete viaria che attraversava tutto l’impero. Doveva essere impressionante vedere l’esercito romano avanzare, compatto, ordinato, costruendo strade, ponti e trascinandosi dietro le macchine da guerra. Solo la pozione magica di Asterix è stata in grado di fermarlo.
La rete stradale romana è ancora percorribile, un po’ mutata ma non poi tanto, e ce lo confermano le mappe stradali di allora confrontate a quelle di oggi. I percorsi toccano le stesse città e i nomi delle vie consolari non sono cambiati: SS1 Aurelia, SS2 Cassia, SS3 Flaminia, SS7 Appia. Anche la nostra Primula Rossa ha un nome: via Amerina. È l’antico nome di Amelia, che si chiamava Ameria, ed è caduta in disuso un paio di secoli fa, ma adesso sta riemergendo dalle nebbie della storia per la volontà di un gruppo di ciclisti, storici, archeologi e passeggiatori. Ottima strada commerciale per i Falisci, ottima strada per i Romani che andavano a Nord, ottima strada per lo Stato della Chiesa che si collegava a Ravenna.
Qua e là lungo la strada sono sparse delle mansio che, per dirlo con parola moderna, sono Autogrill, posti di ristoro dove si mangiava, dove si trovava biada per i cavalli e, come si vede a Ostia Antica, c’era anche il lavaggio carri. In quei luoghi non mancavano mai le prostitute per sollevare i viandanti dalle fatiche del viaggio.

Luogo di tante lotte

La strada andava dritta fino al Tevere: lì si fermava per riprendere di là del fiume. Niente ponti, ma traghetti. Infatti, all’altezza di Orte, sono stati ritrovati i resti del porto di Seripola che accoglieva viaggiatori e merci. Passato il fiume, la via Amerina proseguiva in quella che oggi è la regione Umbria. Se guardate una carta stradale dell’Umbria, il percorso più evidente è quello della superstrada E45 che percorre tutta la valle del Tevere.
Nei tempi andati, una strada seria mai sarebbe passata a fondo valle. Troppo rischioso. Le strade passavano in alto o a mezza costa o, come in questo caso, sull’altopiano. Nel VII secolo d.C. fu chiaro che la zona era in pericolo e che andava difesa. Castelli fortificati e borghi spuntarono come funghi. Su ogni cocuzzolo è sorto un castello posizionato in modo da avvistare amici e nemici. Tutti si tenevano d’occhio. Alto Medioevo e Rinascimento hanno una storia cupa, violenta e cruenta. Le lotte tra Bizantini e Longobardi, tra Papato e Impero, tra Guelfi e Ghibellini, tra signorotti locali e principi romani sono state di una violenza inaudita e, è il caso di dire, la via Amerina ne ha viste di tutti i colori. Quello che è successo piacerebbe a Quentin Tarantino.
Anche il mite San Francesco, uomo di pace, che parlava agli uccelli e ai lupi e sperava di farsi ascoltare da chi praticava solo guerra e violenza, si è avventurato su questa strada. Le storie sono tante e cominceremo a svelarle piano piano, scoprendo assieme, tratto per tratto, la nostra nuova strada dal nome antico la Via Amerina.

Il Trasimeno combatte costantemente, anche attraverso i suoi più antichi rappresentanti – i pescatori – per la preservazione e la tutela.

Si tratta di una continua attenzione alle problematiche del lago che i pescatori fanno propria, in quanto le relative conseguenze e implicazioni ricadono direttamente sui suoi simbiotici esponenti. Infatti il livello delle acque, la pulizia dei fondali e delle sponde, l’aumento delle temperature e la scarsità di piogge sono alcune delle problematiche ben conosciute dagli esperti pescatori lacustri che portano avanti, con grandi sacrifici, un’antichissima tradizione che, a occhi forestieri, rappresenta una suggestiva tipicità di questi bellissimi luoghi. Purtroppo l’inaspettata emergenza sanitaria per il Coronavirus ha rappresentato una problematica in più da affrontare.
Ma i pescatori, come è caratteristico della loro identità, non si sono persi d’animo e hanno dimostrato di saper fronteggiare ancora una volta le difficoltà che la vita presenta loro. L’A.D. della Cooperativa pescatori del Trasimeno, Valter Sembolini, nonché membro dell’esecutivo nazionale della Commissione Pesca con delega alle acque interne, dopo un proficuo lavoro svolto in sinergia con gli altri membri dell’esecutivo di cui lui è stato promotore, ci ha fatto sapere che la Commissione Europea ha riconosciuto, per la prima volta, le acque interne italiane e le lagune. Un grandissimo risultato.

 

Pescatori del Trasimeno, foto di Cooperativa dei Pescatori del Trasimeno

Come si è arrivati al risultato

La premessa è che il mercato della pesca ha profondamente risentito (come tanti altri!), della pandemia legata al COVID-19 per la chiusura del settore ristorativo e di molti canali abituali di vendita e di consumo. La Cooperativa Pescatori del Trasimeno ha immediatamente creato delle specifiche iniziative, ha incrementato alcune abituali laboriosità come lo stoccaggio e la trasformazione del pescato – buonissimo il paté di tinca affumicato – in attesa della riapertura dei ristoranti. In particolare, ha attivato il servizio di consegna a domicilio.
«A febbraio, le due cooperative dei pescatori del lago hanno catturato i lucci riproduttori e li hanno portati al centro ittiogenico di Sant’Arcangelo, gestito dalla Regione. Qui sono state fecondate le uova e dopo circa 40 giorni sono nati gli avanotti, che sono stati immessi nel nostro lago, in misura di circa centomila. Si tratta di una specie molto pregiata.» spiega Valter Sembolini.

 

Foto by Cooperativa dei Pescatori del Trasimeno

 

Valter Sembolini

Ma, ritornando al tema di qualche riga sopra, Sembolini aggiunge: «Il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ha recepito le direttive della Commissione Europea. Il Fondo Europeo per gli affari marittimi e la pesca, in particolare, dovrà sostenere misure specifiche legate all’emergenza COVID-19 nel settore pesca e acquacoltura. Tali misure includeranno il sostegno per l’attività di pesca, compresa quella per le acque interne, e i fondi Coronavirus saranno gestiti dalla Regione. Quest’ultima inoltre,  grazie all’impegno concreto dell’assessore Roberto Morroni, ci sta aiutando a portare avanti il tema per la nostra attività, riferita alla sostenibilità e biodiversità. Così come devo ringraziare l’onorevole Filippo Gallinella, Presidente della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, che sempre insieme alla Regione, ci sta aiutando per l’attingimento ai fondi FEAMP di altre regioni che non siano stati utilizzati».

Il documento che ha dato l’avvio alle modifiche dei Regolamenti FEAMP, dove in via prioritaria viene indicato, tra l’altro, che i pescatori delle acque interne e gli acquacoltori saranno i beneficiari delle misure di sostegno finanziario compensativo a seguito dell’arresto temporaneo dell’attività, sono derivate da un documento che ha racchiuso gli impegni svolti da Valter Sembolini, in qualità di coordinatore nazionale delle acque interne nell’ambito del Comitato Nazionale di Federagripesca, di Federcoopesca e di Alleanza delle Cooperative Italiane.

Durante il periodo del grande isolamento mi sono ritrovato spesso a guardare le vecchie foto che ho scattato in momenti spensierati o meno e mi sono ritrovato a pensare a quanto sarei voluto tornare a girovagare, nelle mie solitarie domeniche pomeriggio.

E mi sono ritrovato spesso a guardare le fotografie e a esclamare qualcosa. Come nel caso di quella scattata una domenica sera d’inverno, al tramonto, sulla cima del Subasio, dove una vecchia auto anni Ottanta mi sorpassa e con i fari illumina la strada.
Ho sempre detto che quella foto è stata una gran botta di fortuna perché, mentre me ne stavo tornando all’auto, con il freddo che mi bloccava le mani e che mi faceva battere i denti, sono stato sorpassato da quest’auto che nemmeno avevo sentito arrivare e sono riuscito a scattare al momento giusto, tirando su la Reflex che tenevo in mano e mettendo a fuoco al volo. Credo di aver avuto anche le impostazioni regolate a dovere (o forse no?) e sono riuscito a catturare qualcosa che a me personalmente ha sempre colpito molto e mi ha fatto dire più di una volta «Mi sembra l’Arizona».

 

auto in stradra

 

Ecco, io in Arizona non ci sono mai stato, in verità. Non credo nemmeno di avercela bene in mente, l’Arizona. E allora perché ho detto proprio «Mi sembra l’Arizona»? Forse perché in quel momento avevo bisogno proprio di vedere quello, era un’evasione dal mio mondo fatta trasformando un paesaggio che di suo non ha nessun rimando all’Arizona in qualcosa che forse la ricorda.
Così sono andato a vedere anche le altre foto che negli anni ho scattato al Monte Subasio (uno dei miei posti preferiti, isolato, panoramico, e poi ci sono i cavalli!) e ogni volta mi sono trovato di fronte a paesaggi completamente diversi nonostante si trattasse sempre dello stesso posto.

 

 

Un paesaggio multiforme

Mi è tornata in mente una riflessione che feci dopo aver letto il Robinson Crusoe di Defoe. Qual è l’isola di Robinson Crusoe? È un luogo reale? Magari è l’isola di Màs a Tierra su cui visse il naufrago Alexander Selkirk a cui Defoe si ispirò per il suo personaggio? Magari, ma nonostante ci siano lunghissime pagine in cui lo scrittore la descrive minuziosamente, per quanto possano essere precise e dettagliate, esse non potranno mai combaciare con la reale immagine dell’isola.
Se ricordiamo bene, essa inizialmente si presenta tetra, inospitale, terrificante, un luogo dove Robinson Crusoe ha timore di vivere. Ma, lentamente, il naufrago ne diventa il re, il paesaggio si apre e diventa ricco, prospero, si illumina, fino a tornare di nuovo spettrale e minaccioso quando Crusoe scopre di vivere insieme a una tribù cannibale.
È un luogo che cambia con il personaggio, che muta e fa mutare anche la nostra percezione del luogo stesso. E così è stato per il Subasio e l’Arizona e le foto.
La forma del monte cambia in base alla mia percezione in quel determinato momento e cambia quando anche altri scattano e scattano, secondo la loro sensibilità e secondo la loro percezione di quel momento.
Trovo incredibile questa cosa: come ognuno di noi riesca a inserire all’interno di un paesaggio già esistente e ben delineato la propria persona. Così non abbiamo più un unico paesaggio, ma centinaia di migliaia di paesaggi. Un paesaggio multiforme.

 

 

Ogni curva del monte, ogni mattone di ogni paese di ogni città può assumere una diversa forma nonostante il monte sia lì da intere ere geologiche e che, per esempio, la Basilica di San Francesco abbia la stessa architettura da quando fu edificata intorno al 1228.
Per questo non si può mai esaurire la voglia di scoprire il paesaggio che ci circonda. In fondo, il fotografo Luigi Ghirri ha scattato per la maggior parte della sua vita nel raggio di cinquanta chilometri da casa sua e ogni volta rimaneva a bocca aperta per un dettaglio nuovo che riusciva a scoprire. È così che, alla fine, riguardando le vecchie foto durante l’isolamento mi viene voglia di ritornare a esclamare «Mi sembra l’Arizona»!

 

cavallo

Tresa, Rio Maggiore, Moiano e Maranzano sono i quattro affluenti dell’Anguillara, l’immissario artificiale del lago Trasimeno costruito nel 1958 nel territorio prospiciente la parte sud del Lago, progettato sia per immettere acqua nel Trasimeno in crisi idrica sia per regolare le portate verso l’esondante lago di Chiusi.

Il canale dell’Anguillara fa parte di un sistema idrografico che collega il Trasimeno a quattro torrenti (Tresa, Rio Maggiore, Moiano e Maranzano) che, seppur scorrendo in gran parte in Umbria, appartengono a loro volta al bacino idrografico del toscano e confinante lago di Chiusi.

 

 

L’intero apparato idraulico presenta un sistema complesso, formato da chiuse con paratoie metalliche, un laghetto di raccolta acque, ponti, caselli idraulici, sifoni e canali derivatori, regolando così l’afflusso dei quattro adduttori verso l’Anguillara e, in relazione alla situazione idrologica, le loro acque possono essere deviate verso il Trasimeno (tramite l’Anguillara) o verso il lago di Chiusi (tramite l’immissario Tresa che è alimentato a sua volta dai suoi tre affluenti sopracitati). L’intercettazione delle acque dei quattro torrenti a favore dell’Anguillara avviene prima che il Rio Maggiore, il Moiano e il Maranzano affluiscano nel Tresa, immissario del lago di Chiusi.
I torrenti Pescia e Paganico sono rimasti gli unici immissari naturali del Trasimeno, dopo che Papa Sisto V, nella seconda metà del XVI secolo, fece deviare il Tresa e il Rio Maggiore verso il lago di Chiusi, cercando così di ridurre i continui allagamenti spondali del Trasimeno causati dall’eccessiva escursione del livello dell’acqua durante i periodi piovosi.

 

affluenti_Trasimeno

Lo zero idrico del Trasimeno

Intorno al 1960 il Tresa e il Rio Maggiore vennero ricollegati al bacino lacuale umbro tramite l’Anguillara, questa volta per scarsità d’acqua e rischio di impaludamento del Trasimeno. Nel medesimo periodo e per lo stesso motivo entrarono a far parte dell’attuale sistema idrografico, tramite opere idrauliche d’intercettazione e derivazione, anche il Moiano e il Maranzano. Attualmente, a fronte dell’incessanti esigenze idriche del Trasimeno, l’adduzione dell’Anguillara, seppur importante, risulta spesso insufficiente ad appagare il bisogno d’acqua del lago più antico d’Italia.
Infatti, lo zero idrometrico del Trasimeno, tranne per un recente e brevissimo periodo, è sempre risultato un obiettivo quasi utopistico, portando con sé una serie di problematiche a cui ancora oggi si sta cercando una soluzione, specie per un bacino che presenta un ecosistema delicatissimo e un precario equilibrio ecologico.
Il Trasimeno è da sempre una culla di civiltà, dove cultura, tradizioni, arte, storia e natura, si esaltano e si mostrano in tutta la loro bellezza ai visitatori del vecchio e attrattivo lago etrusco Tarsminass che, anche fosse solo per questo, andrebbe maggiormente protetto e preservato… ma questa è un’altra storia. Al contempo, sulla costa orientale del Trasimeno, nei pressi del panoramico borgo di San Savino di Magione, c’è il canale emissario, regolatore delle acque lacustri in uscita… e questa anche è un’altra storia.

La luce esalta la particolare cromia del corbezzolo, le cui foglie, fiori e frutti l’hanno reso uno dei simboli della nostra Madre Patria.

Tra l’autunno e l’inverno, quando si fa una passeggiata sui panoramici sentieri collinari del Trasimeno, l’attenzione può essere attratta dai vividi e intensi colori espressi dalla pianta del corbezzolo.
Il corbezzolo o lellarone o arbutus unedo è una ericacea sempreverde e possiede una caratteristica che la rende unica: i fiori e i frutti vi si trovano contemporaneamente, creando un contrasto cromatico di grande impatto. Quando gli antichi Greci, che lo chiamavano Kòmaros, arrivarono nei pressi di Ancona, battezzarono il suo promontorio ricco di corbezzoli Monte Conero.

 

Il corbezzolo

 

Il corbezzolo è considerato uno dei simboli della nostra Madre Patria: i suoi frutti, infatti, sono di un bel rosso acceso, mentre i fiori sono di un bianco candido che, uniti al verde intenso delle foglie, rimandano al Tricolore italiano.
A fare l’accostamento fra il corbezzolo e la nostra bandiera è stato anche Giovanni Pascoli, che ha reso la pianta un simbolo dell’unità nazionale: nella sua ode Al Corbezzolo fa riferimento alla mitologia romana secondo cui Pallante, un giovane coraggioso, fu ucciso per difendere di Enea, che secondo l’Eneide di Virgilio è stato il fondatore di Roma. Il feretro di Pallante fu costruito con rami di corbezzolo e da qui nasce l’accostamento tra la pianta e il nostro Tricolore: il bianco, il rosso e il verde avvolsero il corpo del primo eroe italico.
Le bacche del corbezzolo hanno una buona azione diuretica, astringente e dissetante e sono la materia prima per confetture, bevande e canditi. Il miele e l’aceto sono molto apprezzati. Chi avesse la fortuna di trovare delle bacche o corbezzole (delicate ma facilmente deperibili), dovrebbe assaggiarle utilizzando delle vecchie ricette o magari, con un po’ di fantasia, crearne delle nuove.

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