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«Quando si suona uno strumento si cerca sempre di comunicare al pubblico le proprie sensazioni musicali, arrivando ad avere una vera simbiosi con chi ascolta».

Il maestro Guido Arbonelli suona il clarinetto da quando ha 14 anni e per lui è un compagno di vita. Con lui ha ottenuto premi prestigiosi, ha suonato nelle più grandi orchestre del mondo – orchestre della Rai di Torino e Napoli, Metro Chamber Orchestra a Brooklyn (USA) Orchestra di Sanremo, NIS Simphony Orchestra (Serbia), Orchestra Sinfonica di Perugia e dell’Umbria, I Solisti di Perugia, Arturo Toscanini Orchestra e Queen’s College orchestra (USA), Orchestra Sinfonica di Constanta (Romania) e Orchestra Teatro di Bologna – e ha avuto collaborazioni con compositori contemporanei di livello internazionale. Solista e performer perugino, oggi insegna al Conservatorio di Perugia, dove la sua carriere è iniziata.
Domani (24 gennaio alle ore 16.00) lo potrete ascoltare in concerto con la clarinettista Natalia Benedetti nella cappella dell’Ospedale di Perugia, in occasione del progetto Donatori di musica, associazione nazionale che organizza concerti nei reparti ospedalieri per il pubblico e i pazienti. «Farà parte del concerto anche un mio studente cileno che si chiama Luis Insulza Diaz. Eseguirà un brano dedicato alla musica moderna».

 

Guido Arbonelli

Maestro, qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame molto profondo. Sono un umbro di Perugia – di Pila, per la precisione – e ho avuto la fortuna di studiare con il maestro Ciro Scarponi, una vera eccellenza della nostra regione e del panorama musicale italiano ed europeo. Mi ha introdotto in questo mondo e con lui ho fatto le prime esperienze concertistiche.

Quando ha deciso di iniziare a suonare il clarinetto?

Ho cominciato per colpa del calcio. Ora vi spiego meglio. I ragazzi che studiavano musica e che suonavano nella banda di Pila, finita la lezione andavano tutti a giocare a pallone: io ero l’unico escluso perché non facevo parte di questo gruppo. All’epoca la musica non mi interessava, ma volevo giocare a pallone, così sono entrato nella banda per poter poi entrare anche nella squadra di calcio. Mi sono messo a studiare musica e sono progredito abbastanza facilmente in questo campo, anche in quello sportivo devo dire: mi chiamavano il bomber (ride). Poi mi sono iscritto al Conservatorio di Perugia e da quel momento tutto è iniziato.

Ha quanti anni ha scoperto che la musica avrebbe fatto parte della sua vita?

Avevo circa 14 anni. Ho avuto un percorso più maturo, che è evoluto e cresciuto giorno dopo giorno.

È tornato mai a suonare nella banda di Pila?

Sì, dopo 30 anni sono tornato a suonare dove sono nato artisticamente. Dopotutto, il clarinetto è uno strumento che nasce proprio dalla banda e quindi suonarlo lì è sempre emozionante. Gli altri componenti mi vedono come un musicista famoso, ma ci scambiamo comunque consigli proprio come facevamo da ragazzi.

E con il calcio invece com’è andata a finire?

Ho giocato sempre in modo amatoriale, ma devo dire che me la sono sempre cavata. Nelle partite al Conservatorio docenti contro alunni, un paio di gol li facevo sempre.

Quando suona cosa le passa per la testa, quali sono le sensazioni che prova?

È una domanda interessante. Posso dire che, quasi tutti i miei gruppi, si chiamano namasté come il saluto indiano che indica l’unione tra due persone: quando si suona uno strumento si cerca sempre di comunicare al pubblico le proprie sensazioni musicali, arrivando ad avere una vera simbiosi con chi ascolta. Io faccio uscir fuori ciò che ho dentro per poterlo comunicare a chi ho davanti.

Nel 1995 ha vinto Gaudeamus International Interpreters Award che lo ha annoverato tra i più abili esecutori a livello internazionale. Cosa vuol dire vincere questo premio?

È stata un’esperienza veramente unica, perché è uno dei premi più importanti che esistono in questo campo: una sorpresa che non mi aspettavo assolutamente. Inoltre, sono venuto in contatto con grandi musicisti dotati di una vera e sana umiltà, tutti con la voglia di capire e scoprire nuovi linguaggi musicali. Devo dire che è stato un ottimo biglietto da visita per la mia carriera.

Siete solo due italiani ad averlo portato a casa…

Sì, è vero. Oltre a me, è stato vinto solo dal contrabbassista Fernando Grillo.

Vanta anche delle esperienze all’estero: è diverso rispetto l’Italia?

Il clarinettista in Italia suona quasi sempre in un’orchestra, non esegue pezzi solisti: questo non è negativo, ma i ragazzi non sono più stimolati alla ricerca di nuovi repertori. Il clarinetto è relegato sempre alle stesse composizioni classiche, quando ce ne sarebbero tantissime da suonare e scoprire.

C’è una sua composizione di cui è più orgoglioso?

Immagini da Auschwitz. È una composizione per quartetto di clarinetto. Io non sono un compositore, ma quest’opera mi è venuta spontanea dopo un periodo di letture dedicate alla Shoah. Ci tengo molto perché è una composizione in memoria di persone che hanno sofferto molto.

Secondo lei, la musica classica in Umbria ha il giusto spazio?

Si può sempre fare di più. Non c’è ad esempio un’orchestra sinfonica e questo è un peccato, perché l’Umbria se la meriterebbe. Le associazioni di settore ci sono e di soldi ne girano molti, ma se poi guardiamo chi viene a suonare qui, ci rendiamo conto che sono per lo più musicisti stranieri che tolgono spazio ai talenti umbri e italiani. Sarebbe bello che una parte del budget venisse riservata ai giovani musicisti italiani, anche solo per incoraggiarli.

Facciamo un gioco: se l’Umbria fosse una musica, quale sarebbe?

Una moto Honda agile – come la mia – che sale per le colline e per le montagne fino a legare la regione alle altre, con molta dolcezza collinare ma anche con aggressività. Un Beethoven.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Bellissima bruma, aria pulita, percorsi sconosciuti.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

La torta al testo.

Fino al 2 febbraio 2020, presso il Museo civico di Palazzo della Penna a Perugia, con un’esposizione di molte opere pittoriche tra cui quelle di Fontana, Dottori, Dorazio e Schifano, si celebreranno i 50 anni dello sbarco sulla luna.

Andrea Baffoni e Leonardo Varasano

 

La mostra prende il via dalle suggestioni degli anni Cinquanta, l’inizio del periodo della conquista del cosmo, con delle opere straordinarie di vari artisti che si sono ispirati al cielo e al raggiungimento delle sue stelle. L’Assessore alla Cultura Leonardo Varasano afferma che con il tema stellare si guarda da un lato all’anniversario dantesco e a Leonardo da Vinci, e dall’altro all’allunaggio: «Come assessorato abbiamo voluto una mostra che fosse pienamente in tema natalizio, con un percorso espositivo bello e accattivante. Aneliti di Stelle ci dà una visione verso il cosmo, con una progressione che va dal Futurismo allo Spazialismo fino all’Astrattismo e al Pop».
Infatti, nel percorso ideale per una consequenzialità dei temi espressi dalle opere, dapprima troviamo nella mostra opere cosmico-futuriste, poi l’astrattismo e successivamente lo spazialismo, che ci regalano colori e toni interessanti e suggestivi per l’occhio attento del visitatore, anche neofita. Siamo di fronte a dei veri capolavori!»

 

La mostra si conclude con l’esposizione di un antico astrolabio arabo e in una sala dedicata, con delle attrattive suggestioni audiovisive. La collettiva è stata curata con la consueta attenzione e nei minimi dettagli da Andrea Baffoni, con la collaborazione di Massimo Duranti, degli Archivi Gerardo Dottori di Perugia. La mostra presenta opere di Franco Bemporad, Aldo Bergolli, Alessandro Bruschetti, Giuseppe Capogrossi, Roberto Crippa, Piero Dorazio, Gerardo Dottori, Gianni Dova, Lucio Fontana, Brajo Fuso, Cesare Peverelli, Enrico Prampolini, Emilio Scanavino, Salvatore Scarpitta, Mario Schifano e Giulio Turcato, artisti che muovono dal Futurismo allo Spazialismo fino all’inizio delle correnti Pop.
Un sogno che Andrea Baffoni aveva in serbo da molto tempo e che finalmente si è compiuto. Così come quello del 21 luglio 1969, quando Neil Armstrong, nel fare il primo passo sulla luna, disse: «Questo è un piccolo passo per l’uomo, un gigantesco balzo per l’umanità».

 

Andrea Baffoni

Bernardino di Betto, noto come il Pinturicchio, nasce a Perugia nel 1454 da Benedetto di Biagio, nel quartiere di Porta Sant’Angelo.[1] Probabilmente venne chiamato Pinturicchio a causa della sua statura minuta.

Fu l’erede di una tradizione pittorica e miniaturista di rilievo che ha i suoi precedenti in Bartolomeo Caporali, Fiorenzo di Lorenzo e Benedetto Bonfigli. Il Pinturicchio spiccò come uno degli artefici della grande stagione rinascimentale di riscoperta della classicità: infatti sarà tra coloro che si avventureranno nel sottosuolo romano, copiando gli affreschi della Domus Aurea, dando inizio al gusto del revival archeologico e contribuendo alla diffusione delle grottesche. Entrò a bottega dal Perugino e collaborò con il maestro a Roma, tra il 1481 e il 1482, realizzando due affreschi: il Battesimo di Cristo e la Circoncisione dei figli di Mosè nella Cappella Sistina.
Nel 1486 eseguì le Storie di S. Bernardino che decorano la cappella Bufalini in S. Maria in Ara Coeli. Tali affreschi sono stati commissionati al pittore da messer Niccolò di Manno Bufalini, avvocato concistoriale, per ricordare la vicinanza avvenuta tra la sua famiglia e i Baglioni di Perugia, proprio per merito di S. Bernardino.
A Roma venne in contatto anche con la pittura del Ghirlandaio e del Botticelli, i quali contribuirono alla sua formazione artistica. Nella seconda metà del Quattrocento, l’artista realizzò una piccola ma deliziosa tempera su tavola raffigurante la Madonna con il Bambino e San Giovannino, conservata nel Museo del Duomo a Città di Castello.

 

Madonna con Bambino e San Giovanni. Museo del Duomo. Città di Castello

 

La piccola tavola raffigura Maria, Gesù bambino, in piedi sulle ginocchia della madre e San Giovanni Battista, che sostiene la scritta Ecce Agnus Dei. Le tre figure sono luminose su ampio sfondo, con un linguaggio stilistico composto e severo.
L’artista rientrò a Perugia il 14 febbraio 1495, stipulando, con i religiosi del convento di S. Maria degli Angeli a Porta S. Pietro, il contratto per la realizzazione del Polittico di S. Maria de’ Fossi, ora nella Galleria Nazionale dell’Umbria. Il contratto per l’opera, ci è pervenuto e contiene dettagliatissime istruzioni circa la realizzazione dell’opera, che era destinata all’altare maggiore per la chiesa, detta dei Fossi. Il pittore era all’epoca all’apice del suo successo, favorito da Papa Alessandro VI per il quale aveva appena concluso la grande impresa della decorazione dell’appartamento Borgia.

 

Pala di Santa Maria dei Fossi. Dettaglio

 

Anche per la cornice lignea le prescrizioni dei religiosi furono precise ed essa venne realizzata a imitazione dell’architettura della facciata della chiesa. Il Vasari non vide l’opera, sebbene essa venne ampiamente lodata dagli studiosi locali anche nei secoli successivi. La pala è oggi composta da sette pannelli principali; al centro campeggia la Madonna con il bambino e san Giovannino, affiancata dai santi Agostino, vestito con un ricco piviale e Girolamo, vestito da cardinale e con un modellino della chiesa in mano, forse la stessa Santa Maria degli Angeli. Sopra di essi due riquadri con l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata. Sulla cimasa campeggia il Cristo morto sorretto da due angeli e la Colomba dello Spirito Santo.
Nel 1497 vennero eseguiti gli affreschi per la decorazione della cappella Eroli nel Duomo di Spoleto, raffigurante la Madonna con il Bambino tra San Giovanni Battista e Leonardo, immersa in un dolcissimo paesaggio lacustre tipico della scuola umbra.
Nel 1501 Pinturicchio realizzò un’altra delle sue opere migliori la cappella bella, ovvero la cappella Baglioni in Santa Maria Maggiore a Spello. La decorazione venne commissionata dal priore Troilo Baglioni, poi vescovo di Perugia. L’impresa fu l’ultima commissione importante del Pinturicchio in Umbria, prima di partire per Roma e Siena.

Autoritratto Pinturicchio. Cappella Baglioni a Spello

L’impresa, come uso del il pittore perugino, venne condotta con notevole rapidità grazie all’utilizzo di una ben organizzata bottega, con l’impiego di altri maestri che dipingevano su suo disegno. Tali affreschi recano la firma Bernardius Pictoricius Perusinus e rappresentano sulle pareti: l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi, Gesù fra i dottori, nelle vele invece le quattro Sibille e un Autoritratto.
La libreria Piccolomini a Siena, del 1502, è l’opera considerata il suo capolavoro assoluto: potente cromatismo, gusto del particolare, grande attenzione all’aspetto decorativo, caratterizzano l’intervento di Pinturicchio nella biblioteca fatta edificare nel 1495 dal cardinale Todeschini Piccolomini in onore di Enea Silvio Piccolomini, poi papa Pio II.
L’ultima opera documentata dell’artista è la Madonna in Gloria tra i Santi Gregorio Magno e Benedetto, per gli Olivetani della chiesa di Santa Maria di Barbiano presso San Giminiano. Fu Vasari, grazie a un aneddoto, a raccontare i suoi ultimi anni. Il pittore aveva trovato alloggio presso i Frati di San Francesco a Siena e chiese con insistenza di togliere dalla sua cella un cassone, ma durante il trasloco questo si ruppe rivelando il suo tesoro: cinquecento ducati d’oro, i quali spettarono ai frati riempiendo il pittore di tristezza fino a condurlo alla morte.[2]
L’artista morì l’11 dicembre 1513 a Siena. Riposa nella parrocchia dei SS. Vincenzo e Anastasio.

 


[1] Giorgio Vasari, Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, a cura di G. Milanesi, III, Firenze 1878, pp. 493-531.

[2] Giorgio Vasari, Vite de’più eccellenti pittori, scultori e architetti, edizione commentata del 1878, vol. III, pag. 503-505.

Natale 1942, Bing Crosby incide White Christmas ed entra nella storia cantando:

I’m dreaming of a white Christmas

Just like the ones I used to know…

(Sto sognando un Natale bianco

come quelli che ricordo…)

 

In Europa infuria la guerra, fa freddo e la gente ha fame.  A Colfiorito fa freddo e c’è la neve, e la strada non è percorribile. Al Campo 64 i confinati e i prigionieri di guerra sono allo stremo. Militari e civili sognano la casa e la famiglia lontana, un pasto decente e un po’ di caldo.
Colfiorito, altopiano tra Umbria e Marche, era stato scelto per internare i dissidenti e gli antifascisti. Un luogo, a soli 750 metri di altezza, dove l’inverno durava sei mesi e quando nevicava rimaneva isolato. Troppo freddo e troppo paludoso per coltivare alcunché. Buono solo per il confino.
Migliaia di persone sono state ospitate sull’altopiano e tutte hanno patito freddo e fame, vivendo nelle casermette. Erano così alla buona, le casermette, che non poterono essere usate a lungo perché il freddo dell’altopiano e la mancanza di riscaldamento negli alloggi era incompatibile con la sopravvivenza.

 

Una ex casermetta

 

Durante il ventennio fascista Colfiorito è stato usato alla stregua di Ponza, Lipari, Ventotene, Ustica, Pantelleria, Tremiti, Lampedusa, Favignana: luoghi isolati, poco frequentati dove confinare gli avversari del regime. Tra tutti un nome famoso, Lelio Basso, che è stato ospite delle casermette nel 1939. Poi, durante la guerra, hanno ospitato prigionieri albanesi, montenegrini, britannici e neo zelandesi.
Le chiamavano casermette per addolcire Campo 64 che diceva crudamente quello che erano quei capannoni: un campo di concentramento. Erano solo otto per 1500 persone. Erano troppo grandi per essere riscaldate con mezzi di fortuna. Erano troppo precarie per dare un vero riparo. Settant’anni dopo sono ancora in piedi. Adesso sono localini e ristoranti e negozi che accolgono i turisti con le specialità della zona.
Quel luogo così ingrato, che non offriva altro che paludi oggi è diventato parco, ed è un’area di particolare interesse naturalistico-ambientale. La palude è un biotopo tutelato e protetto, mentre il terreno dell’altopiano offre numerose specialità alimentari. Le patate e i legumi di Colfiorito sono rinomati e ormai migliaia di turisti salgono velocemente a rifornirsi. Una superstrada collega in 10 minuti Foligno a Colfiorito.
Accanto alla realtà storica circola una simpatica leggenda.
Si dice che tra le persone transitate da Colfiorito ci sia stato anche un francese famosissimo: Napoleone. Nel 1797 andò a Tolentino per firmare il trattato di pace con papa Pio VI, quindi potrebbe essere passato da Colfiorito. Qui si inserisce la leggenda che vuole che sia stato il Primo Console, non ancora imperatore, a dare l’ordine di piantare le patate. Nel 1797 le patate le conosceva solo Antoine Parmentier e pochi altri e si pensava anche che fossero velenose.
Poco importa, conta il fatto che Napoleone è la leggenda che mette una coroncina sulla produzione di patate della zona che non sono più patate qualsiasi, ma sono diventate patate imperiali.

Andrea Loreni è il funambolo che, con i suoi passi strisciati, a piedi nudi o con leggere e apposite scarpe di cuoio, accarezza i 16 millimetri di diametro del cavo che lo conducono da un punto all’altro della traversata.

Guardarlo nella sua passeggiata aerea è una grande emozione e il pubblico, dal basso, accompagna ogni suo passo con lunghi sospiri simultanei e liberatori. Abbiamo incontrato Andrea Loreni per un’intervista e una foto al collodio umido, nello studio fotografico di Stefano Fasi e nel mezzo delle storiche procedure fotografiche abbiamo chiacchierato con lui e Andrea Mammolenti, l’amico torinese nonché tecnico della traversata che si occupa dei sopralluoghi pre-evento, degli ancoraggi, della tensione della fune in acciaio o fibra sintetica di derivazione nautica, del sistema di sicurezza e di molti altri aspetti tecnici. Mammolenti si è occupato, naturalmente, anche dell’allestimento della traversata in salita che si è svolta recentemente nel quartiere di Ponte San Giovanni a Perugia.
«Nella traversata ponteggiana lunga oltre 100 metri, il cavo è stato ancorato con un andamento inclinato dal campanile della chiesa, alto 36 metri, a un camion di 12 tonnellate che rappresenta il contrappeso e il punto iniziale della traversata. Noi collaboriamo sempre con un ingegnere che fa una serie di calcoli teorici per lavorare in estrema sicurezza, ma per me ogni volta che Andrea va sulla fune è una nuova sensazione che viene amplificata dall’amicizia che lega anche le nostre famiglie» dice Mammolenti.

 

Andrea Loreni, foto by Stefano Fasi

 

Andrea Loreni è il funambolo piemontese dagli occhi belli e racconta che ha iniziato a fare nel 1998 spettacoli di strada di giocoleria per poi passare al cavo, prima basso e poi alto. «La ricerca di me stesso è stata il fattore che mi ha fatto evolvere. Inizialmente, il modo di vestire e il taglio dei capelli, poi la laurea in filosofia, passando attraverso il dubbio e lo scetticismo, sono state alcune tappe che mi hanno portato fin qua. Da giovane vedevo gli altri che facevano lavori normali, insoddisfatti. Questo non mi convinceva e sentivo che dovevo cercare oltre, fin quando vidi uno spettacolo di strada che fece scattare in me qualcosa» spiega il funambolo.
Andrea racconta che i genitori non lo hanno contrastato e in particolare la madre lo ha sempre sostenuto, anche se i suoi primi spettacoli di giocoleria di strada non sono stati esattamente un successo.
Clave, palline, torce infuocate, la scala d’equilibrio, il diablo e far fare il cerchio al pubblico diventarono parte fondamentale della sua vita e degli spettacoli che Andrea portava nelle piazze come arte di strada. Un’esperienza che l’avrebbe aiutato nelle sue scelte future.
Il passaggio dalla giocoleria al funambolismo è avvenuto nel 2004, quando un organizzatore gli propose di fare grandi traversate su cavo.

 

Andrea Loreni, foto by Stefano Fasi

 

«Dopo un paio di anni di allenamento, la mia prima traversata è stata di 120 metri sul fiume Po a San Sebastiano da Po vicino a Torino e da quel momento ho deciso di fare il funambolo» ci confida Andrea.
La meditazione di tipo buddhista, la consapevolezza del corpo, il respiro, lo zen, dove funambolismo e zen si sono intrigati e legati in lui, fanno parte del suo stile di vita che riporta anche sul cavo. «Questa è la via con cui mi sto realizzando e sul cavo prendo quello che c’è e null’altro. Il messaggio è accettarsi così come siamo, prendersi qualche rischio, far capire che c’è un’altra via per tutti e ognuno di noi ha il suo valore. L’accoglienza che mi riserva Perugia ogni volta è particolare e fantastica e stiamo lavorando per dare continuità a questo evento» prosegue il funambolo.

 

Andrea Loreni, foto by Stefano Fasi

 

Ci racconta che tra i progetti futuri ci sarà a Galway, in Irlanda, ad agosto 2020, l’attraversamento di diversi cavi da parte di 400 funamboli europei da formare e lui si occuperà, prevalentemente a Torino, degli italiani. Questo progetto nasce dal Centro funambulismo di Bruxelles e dalla Scuola di Circo di Galway. «Ho poi un sogno, quello di camminare sui cavi del ponte sospeso più lungo al mondo che si trova in Giappone. E con questo sogno mando un saluto, dicendo che il funambolismo può essere una tecnica di crescita personale e utile per tutti» conclude Andrea.

Storia, arte, bellezza. Il Tempio della Consolazione di Todi ospiterà la nuova uscita di AboutUmbria Collection, WHITE.

 

Nel nuovo numero della rivista da collezione dedicata alle eccellenze dell’Umbria, sarà contenuto un approfondito articolo dedicato proprio al Tempio tuderte attribuito al genio di Bramante: la storia artistica e culturale di questa monumentale opera sarà corredata da curiosità, aspetti inediti e approfondimenti.
Come rivista da collezione, AboutUmbria Collection compie un excursus tra gli aspetti noti e meno noti della Regione, attraverso un filo conduttore che questa volta è bianco: bianco come le ceramiche e i marmi utilizzati dagli artisti contemporanei, bianco come la torta al testo, bianco come il bozzolo del baco da seta, come la Tela Umbra, come la bianca fontana di piazza Tacito a Terni.
E bianco naturalmente come il Tempio di Santa Maria della Consolazione, raro e mirabile esempio di architettura rinascimentale in Umbria, narrato attraverso tre articoli che saranno approfonditi durante la presentazione, in programma per venerdì 6 dicembre alle ore 16.00.
A intervenire saranno l’Avvocato Claudia Orsini, Presidente La Consolazione E.T.A.B., l’Assessore alla Cultura del Comune di Tod, il Dottor Claudio Ranchicchio; la Dottoressa Laura Zazzerini, direttore editoriale di AboutUmbria; la Dottoressa Martina Pazzi e il progettista Dottore Geologo Gabriele Lena.

Pietro Vannucci detto Il Perugino, è considerato uno dei massimi esponenti dell’umanesimo e il più grande rappresentante della pittura umbra del XV secolo.

Il pittore si muove in un contesto storico che è quello del tardo umanesimo. «Nella città di Perugia nacque ad una povera persona da Castello della Pieve, detta Cristofano, un figliuolo che al battesimo fu chiamato Pietro (…) Studiò sotto la disciplina d’Andrea Verrocchio». (Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri. Parte seconda. Giorgio Vasari).

 

Autoritratto Perugino

Il Perugino nasce nel 1450 a Città della Pieve e le sue prime esperienze artistiche umbre si appoggiarono probabilmente a botteghe locali come quelle di Bartolomeo Caporali e Fiorenzo di Lorenzo.

Fin da giovanissimo si trasferisce a Firenze, dove inizia a frequentare una delle più importanti botteghe: quella di Andrea del Verrocchio. La città dei Medici fu fondamentale per la sua formazione; infatti i contemporanei lo considerarono di fatto, un maestro fiorentino d’adozione.

Nei suoi capolavori si cela un’intimità religiosa: le dolci colline tipicamente umbre, il paesaggio boschivo realizzato con più tonalità di verdi, il tenue modellato dei personaggi e gli svolazzanti nastri degli angeli sono i suoi stilemi decorativi che poi trasmise anche al suo allievo: Raffaello.

Le opere in Umbria e non solo

Una delle sue prime opere documentate è L’adorazione dei Magi e il Gonfalone con la Pietà, entrambe nelle sale espositive della Galleria Nazionale dell’Umbria.

Nel 1473 il Perugino ricevette la prima commissione significativa della sua carriera: i francescani di Perugia, gli chiesero di decorare la nicchia di San Bernardino. Otto tavolette che insieme componevano due ante che chiudevano una nicchia con un gonfalone con l’effigie del santo.

Più tardo (1477-1478) è l’affresco staccato, oggi nella Pinacoteca Comunale di Deruta, con il Padre Eterno con i santi Rocco e Romano, con una rara veduta di Deruta nel registro inferiore; probabilmente commissionata per invocare la protezione dei Santi Romano e Rocco, poiché un’epidemia di peste imperversava nel territorio di Perugia.

Nel 1478 continuò a lavorare in Umbria, dipingendo gli affreschi della cappella della Maddalena nella chiesa parrocchiale di Cerqueto, nei pressi di Perugia.

Raggiunta la fama venne chiamato nel 1479 a Roma, dove realizzò uno dei più grandi e prestigiosi lavori: la decorazione della Cappella Sistina, lavoro al quale partecipano anche Cosimo Rosselli, il Botticelli e il Ghirlandaio. È qui che realizza uno dei suoi tanti capolavori: La consegna delle Chiavi a San Pietro, il Battesimo di Cristo e il Viaggio di Mosè in Egitto.

Nei dieci anni successivi Perugino continuò a spostarsi tra Roma, Firenze e Perugia. Tra il 1495 e il 1496, plasmò un altro capolavoro: la Pala dei Decemviri, chiamata così perché realizzata su commissione dai Decemviri di Perugia per la cappella nel Palazzo dei Priori. Dipinse poi il Polittico di San Pietro, con la raffigurazione dell’Ascensione di Cristo, la Vergine, gli Apostoli, nella cimasa Dio in gloria, nella predella l’Adorazione dei Magi, il Battesimo di Cristo, la Resurrezione e due pannelli con i santi protettori di Perugia.

Nello stesso periodo lavorò alla decorazione della Sala dell’Udienza nel Collegio del Cambio a Perugia, ciclo terminato nel 1500. Il 1501-1504 è l’anno in cui realizzò lo Sposalizio della Vergine, dipinto per la Cappella del Santo Anello nel Duomo di Perugia, iconografia ripresa da Raffaello per la chiesa di San Francesco a Città di Castello.

 

Sposalizio della Vergine

 

Il Perugino continuò a ricevere commissioni; infatti realizzò la Madonna della Consolazione, il Gonfalone della Giustizia e la Pala Tezi, conservate nelle sale espositive della Galleria Nazionale dell’Umbria e la Resurrezione per San Francesco al Prato, commissionata per l’omonima chiesa perugina.

Eccelse opere del pittore sono conservate anche a Città della Pieve, non lontano dal confine con la vicina Toscana. Presso Santa Maria dei Bianchi e la Cattedrale dei SS Gervasio e Protasio, si trovano alcune delle sue opere più significative come l’Adorazione dei Magi.[1]

Seguendo i passi del Perugino, tappa obbligata è poi Panicale, pittoresco paese che fa parte dei Borghi più Belli d’Italia. Nella Chiesa di San Sebastiano si trova l’opera il Martirio di San Sebastiano, un’intera parete affrescata dall’artista. Un’altra tappa importante per scoprire tutta l’arte del Divin Pittore è Fontignano, dove nel 1511 il Perugino stabilì la sua bottega per sfuggire alla peste.

 

San Sebastiano. Cerqueto

 

Proprio di peste il pittore morì nel 1523-1524, mentre lavorava a un affresco raffigurante L’adorazione dei pastori commissionatogli per la piccola Chiesa dell’Annunziata, l’affresco lasciato incompiuto dal Perugino, ma finito dai suoi allievi, e infine una Madonna con bambino, l’ultima opera da lui completata nel 1522.
Perugino fu l’iniziatore di un nuovo modo di dipingere; l’artista va alla costante ricerca di paesaggi di più vasto respiro, ammirando l’esempio dei precedenti fiorentini come Filippo Lippi, Domenico Veneziano e Beato Angelico, ben noti in terra umbra. Il Perugino procede verso una lenta e graduale conquista del naturale. L’armonia insita nel paesaggio peruginesco fu creata da un approccio mistico con la natura e da un’arte che, piuttosto che fondarsi sull’intelletto e sull’addestramento dell’occhio, come avveniva a Firenze, scaturiva dal cuore e dalla forza dei sentimenti.[2]
Il Perugino segnò così il gusto di un’epoca.

 


[1] Emma Bianchi, “Petro penctore”: l’Adorazione dei magi e la confraternita di Santa Maria dei Bianchi di Città della Pieve, in Perugino e il paesaggio, Silvana Editoriale, 2004, pp. 119-128.

[2] Silvia Blasio, Il paesaggio nella pittura di Pietro Perugino, in Perugino e il paesaggio, Silvana Editoriale, 2004, pp. 15-41.

Fino al 26 gennaio 2020 la Pala dei Decemviri di Pietro Vannucci, detto il Perugino, torna nel suo luogo d’origine, la Cappella dei Priori a Perugia.

La collaborazione tra i Musei Vaticani e la Galleria Nazionale dell’Umbria, sottolineata dai buoni accordi tra i rispettivi direttori, Barbara Jatta e Marco Pierini, ha permesso il ricongiungimento tra la cornice, la cimasa e la tavola centrale dell’opera. Il capolavoro, nella sua integrità, sarà dapprima esposto nella Cappella dei Priori, sua dimora originaria e successivamente all’interno dei Musei Vaticani.

 

La Pala dei Decemviri di Pietro Vannucci, foto by Galleria Nazionale dell’Umbria

 

Ma procediamo con ordine. La Cappella dei Priori è stata costruita nel Quattrocento con materiali, decori e affreschi realizzati da mani sapienti e da geniali artisti, affinché fosse il luogo, all’interno del Palazzo dei Priori a Perugia, più magnificente e rappresentativo.
Lo splendore e l’autorevolezza artistica della Cappella dei Priori accrebbe maggiormente dopo che Pietro Vannucci, detto il Perugino, dapprima ridipinse la cimasa raffigurando il Cristo in pietà e poi la pala per l’altare, detta dei Decemviri dal nome dei committenti, dove si possono ammirare dipinti la Madonna col Bambino tra i Santi Ercolano, Costanzo, Lorenzo e Ludovico.
L’opera rimase all’interno del Palazzo dei Priori fino alla fine del XVIII secolo, quando le truppe napoleoniche francesi requisirono la pala lasciando, inspiegabilmente, al loro posto la cimasa col Cristo in croce e la cornice in legno intagliato e dorato.
Nel 1816, terminato il periodo napoleonico, Antonio Canova, inviato del Papa Pio VII, riuscì a recuperare la pala e riportarla da quello che è l’odierno Museo del Louvre in Italia.
Canova, sempre accompagnato dal prezioso capolavoro pittorico, al suo rientro prese la direzione di Roma anziché di Perugia. Nonostante le sentite proteste perugine, la tavola fu accolta nella Pinacoteca Vaticana, dove è rimasta gelosamente custodita per circa due secoli, fin quando è tornata, ma solo temporaneamente, nella sua originaria collocazione umbra, ricongiungendosi alla cornice e alla cimasa.
A seguito dell’esposizione perugina, l’opera nella sua interezza sarà esposta nel 2020 nei Musei Vaticani, in concomitanza dell’anniversario, dopo cinque secoli esatti, dall’anno della morte di un altro grande artista, Raffaello Sanzio da Urbino, allievo del Maestro Pietro di Cristoforo Vannucci.

A Irkutsk, capitale della Russia siberiana, ha avuto luogo il Forum Internazionale per la conservazione dell’architettura di legno, La città vecchia nel mondo nuovo. Ha partecipato all’evento, come apprezzato relatore, il professor Emidio De Albentiis, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Perugia.

Dal nome quasi impronunciabile, per chi non ha confidenza con la lingua russa, Irkutsk è una città della Russia siberiana con circa seicentomila abitanti, a oltre 5.000 km da Mosca e a poca distanza dal suggestivo lago Bajkal. Fondata a metà del XVII secolo, negli anni ha avuto un notevole sviluppo urbanistico.
Nella capitale siberiana, dove le temperature invernali vanno ben oltre i venti gradi sottozero, le case venivano costruite in legno ed erano talmente graziose che Irkutsk venne definita la Parigi della Siberia.

 

Edifici lignei di Irkutsk

 

Oggi, molti di questi edifici lignei sono in pericolo di scomparsa. A tal proposito, il 25 e 26 ottobre 2019 è stato organizzato a Irkutsk un Forum Internazionale denominato La città vecchia nel nuovo mondo per la conservazione e il recupero in ambiente urbano dell’architettura di legno e per ottimizzare il supporto delle istituzioni, affinché si tuteli al meglio lo storico patrimonio ligneo che altrimenti rischierebbe di andare perduto.
L’evento è stato organizzato dalla fondazione di beneficenza L’eredità dei mecenati di Irkutsk, con il patrocinio della Fondazione del Presidente della Federazione Russa, della Camera Civica della Federazione Russa e della Camera Civica di Irkutsk.
Importante relatore della manifestazione il professor Emidio De Albentiis, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Perugia. Il suo atteso e sperato intervento è stato possibile tramite i buoni uffici tra Marina Sereda di Ars Cultura – nonché guida turistica russa in Italia – e Marina Levada, della sopra menzionata fondazione siberiana.

 

Emidio De Albentiis e di Marina Levada

 

Il loro partenariato è nato in occasione della mostra fotografica Finestre di Irkutsk – Porte di Venezia ospitata, qualche tempo fa, nella cittadina umbra di Deruta e in questi giorni esposta a Irkutsk.
Come esperto internazionale, il professor Emidio De Albentiis ha partecipato con la relazione: Le figure chiave nella storia della ricostruzione europea. La conservazione delle strutture in legno nell’area del vulcano Vesuvio. La conservazione dell’architettura in legno, incluse le sculture del medioevo fino ai giorni nostri.
Al direttore Emidio De Albentiis, auspichiamo che questo progetto, come significativo scambio culturale internazionale, possa trovare sponda abituale presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia.

 

Tutto pronto per sabato 26 ottobre al Palaeventi di Assisi: protagoniste indiscusse di Be The Change saranno le piccole e medie imprese del territorio associate ad APMI Umbria.

È nella splendida cornice di Assisi che si terrà Be The Change (www.bethechangeumbria.it), l’evento in cui oltre cinquanta aziende avranno la possibilità di presentare, attraverso uno stand, la propria attività, i propri prodotti e servizi. Un’occasione unica per farsi conoscere e creare nuove sinergie, non solo con potenziali clienti, ma anche con fornitori e partner. Durante la giornata si susseguiranno seminari, convegni e speech ispirati al tema del cambiamento e atti a raccontare il mondo del lavoro. Alcuni di questi saranno accreditati dagli ordini professionali.

 

 

Nato da un’idea del Gruppo Giovani Imprenditori di APMI Umbria, si colloca al centro di un importante progetto a medio-lungo termine che ha due obiettivi principali: festeggiare i 50 anni dalla fondazione dell’Associazione delle Piccole e Medie Imprese dell’Umbria e fornire un supporto agli imprenditori nel costituire una rete che li agevoli sia nel dialogo con le Istituzioni, sia negli scambi di collaborazioni e di business.
L’evento, a ingresso libero e aperto a tutti, è volto a condividere progetti e a rendere gli astanti consapevoli dell’importante ruolo svolto dalle piccole e medie imprese nella valorizzazione del nostro territorio, sia dal punto di vista sociale sia sotto il profilo economico.
Venerdì 25 ottobre, il giorno prima dell’evento, si svolgerà ad Assisi l’approvazione del Bilancio di Confimi Industria Nazionale, con la presenza del Presidente Paolo Agnelli, di tutti i maggiori imprenditori e aziende aderenti. È stata così organizzata una serata di gala presso il Cantico di San Francesco di Assisi, cosicché gli imprenditori di APMI Umbria e di Confimi Industria Nazionale possano incontrarsi, conoscersi e scambiarsi idee da approfondire il giorno dopo, durante l’evento. Be the Change rappresenta una grande occasione per l’intera regione e un importante momento di condivisione.

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