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«La nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto». (Italo Svevo)

Il nostro viaggio alla scoperta dei dialetti umbri parte dal dialetto perugino. Un dialetto che potremmo definire inimitabile: nemmeno grandi imitatori come Maurizio Crozza e Gioele Dix (rispettivamente nei panni di Serse Cosmi e Fabrizio Ravanelli) sono stati in grado – diciamolo chiaramente – di riproporlo correttamente. Insomma, un dialetto difficile da riprodurre, o sei perugino oppure rischi di fare solo una tiepida e ridicola imitazione. A guidarci nel mondo del donca e a svelarci qualche piccolo segreto è Riccardo Cesarini, ideatore e curatore di Wikidonca, un vero e proprio dizionario online dedicato al perugino.

Riccardo Cesarini

Wikidonca è nato per caso una sera dell’estate del 2008, in un pub davanti a una birra: «Ero in compagnia di un amico e, tra le chiacchiere più varie, venne fuori un “com’è possibile, nell’era di internet, che non esista una catalogazione e un sito dove si possano trovare le traduzioni delle parole in dialetto?” Così mi si è accesa la lampadina e mi sono detto, ora lo invento io. E così è nato Wikidonca. Giorno dopo giorno ho inserito le parole, facendo aggiornamenti continui. Il nome invece è nato dopo tre giorni di conclave: unire un sistema open source e il donca è stata un’intuizione efficace e semplice, una settimana dopo il sito era online» racconta Riccardo, che specifica di essere un appassionato di computer e di dialetto (ex studente di scienze politiche) e non un accademico.

Cos’è il donca?

«Donca è una parola che letteralmente vuol dire dunque; è stata eletta parola caratteristica del dialetto perugino proprio per quella D molto pesata (in linguistica: occlusiva retroflessa sonora), tipica proprio della parlata perugina, come sono anche i suoni B, GN e la Z sempre (o quasi) sorda. Questo vuol dire avere il donca… Inoltre, per parlare un perfetto dialetto occorre – dice ironicamente – portare in avanti la mandibola e forzare sulla pronuncia delle consonanti, in questo modo uscirà tutto molto facile. Va detto che il perugino è un dialetto inimitabile: i tentativi sono stati tantissimi anche in tivù, ma mai riusciti veramente. Specie chi tenta di replicarlo da fuori, finisce con lo scadere in un qualche dialetto umbro simile alla cadenza folignate più che al perugino. L’unico che è riuscito nell’impresa – per chi ha buona memoria – è Michelangelo Pulci dei Cavalli Marci (gruppo comico di Genova) a inizio anni 2000 su Italia1, nel ruolo di Michele, l’informatico de Perugia. Ovviamente c’è il trucco: il comico aveva contatti diretti con la zona essendo originario di Città di Castello. È quindi un dialetto praticamente inimitabile, o ce l’hai o non ce l’hai, ed è parlato da poche persone» prosegue Cesarini.

Le parole da conoscere

Il perugino è un dialetto, alla fine, molto simile all’italiano, non ci sono quindi parole fondamentali e indispensabili per parlarlo correttamente, ma se ne vogliamo individuare alcune caratteristiche potremmo segnalare: bulo (che non lo dicono da nessun’altra parte) o fraido (che ha 100 interpretazioni diverse, in base al contesto).
«Anche l’anatomia perugina va conosciuta: se vai all’ospedale e incontri un medico di fuori regione, occhio a dirgli “me fonno male i reni” potrebbe capire qualcosa di più grave invece di un semplice un mal di schiena. Comunque, è impossibile conoscere tutte le parole dialettali, anche perché col tempo cambiano, ne spariscono alcune e ne nascono di nuove. Il mi nonno “bulo” non lo diceva, nemmeno sgaggio o sdatto. Col tempo le parole cambiano e assumono anche diversi significati. Bulo ad esempio è nato come trasposizione di fare la bula, oggi è un’esclamazione o un aggettivo e si può tradure con il termine inglese cool. Ci sono poi parole come marampto o strappacerque che significano maldestro, sgraziato, ma sono difficili da tradurre in modo letterale» spiega Riccardo.

 

Il grifo e il leone, simboli di Perugia

Il ritorno al dialetto e la vittoria di duelle

Il dialetto oggi è motivo di vanto, è tornato di moda in tutta Italia e non è più un qualcosa relegato alle persone più anziane o poco istruite. È una vera e propria lingua, per questo sarebbe opportuno conoscerla e capirla, scavando anche nelle proprie radici, per non cadere nella rozza cafonaggine. D’altronde, chi parla dialetto e basta può venire considerato un bifolco e un ignorante, ma chi sa parlare dialetto e italiano è in realtà bilingue.
«È fondamentale saperli distinguere e connotare entrambi, altrimenti si crea una zona grigia dove emerge la mancata capacità di parlare sia l’uno sia l’altro. A tal proposito, mi ha fatto molto sorridere qualche anno fa un catalogo-premi di una nota catena di supermercati dove, tra le precise schede di tutti i premi disponibili, a un certo punto compariva lui: lo scalandrino (italiano: scaletto), scritto proprio così! È stato bellissimo perché evidentemente chi ha curato la redazione del catalogo non sapeva che scalandrino è dialetto e magari non conosceva il corrispettivo in italiano. Scoppiai a ridere e lo feci anche l’anno successivo, perché l’errore venne ripetuto. Quindi anche il dialetto merita di essere conosciuto e va a suo modo studiato bene, soprattutto per chi lo vuole usare a scopo identitario o di divertimento tra amici» aggiunge il fondatore di Wikidonca.
Wikidonca, anche nel 2020, ha fatto il suo storico sondaggio, eleggendo la parola più bula – e non poteva essere altrimenti. La parola dello scorso anno è stata duelle. Me sa che oggi nn girè duelle (Mi sa che oggi non andrai da nessuna parte) sembra proprio il sunto perfetto del 2020.
«Me lo aspettavo. Non gi duelle è stato il leitmotiv del 2020, anno di pandemia, e non poteva essere altrimenti. E anche oggi ve dico: freghi… Non gite a pericolavve n’giro! Voglio concludere, dicendovi la frase che per me rappresenta la sintesi perfetta del carattere dei perugini: Chi vol Cristo se l preghi, chi vol l pan se l fietti e chi j rode l cul se l gratti» conclude Cesarini.


Per saperne di più su Wikidonca

«Il lago Trasimeno, pur nella sua vastità, per effetto della sua scarsissima profondità soffre di una grande precarietà e debolezza nel fronteggiare sia gli eventi climatici sia le opere dell’uomo».

Ho conosciuto Romano Rinaldi qualche anno fa e ci siamo intesi fin da subito con degli argomenti che abbiamo sentito nostri e condiviso fin dalle prime battute. Ma un tema, in particolare, ci ha sempre fatto da comun denominatore nelle nostre amabili chiacchierate: il beneamato lago Trasimeno. A questo proposito ho chiesto a Romano questa intervista perché, dal suo punto di vista, di cose interessanti ne ha da raccontare davvero tante.

Professor Romano Rinaldi

Ma prima di leggere le sue esplicative parole, è d’uopo una sua breve presentazione, da cui si potranno evincere i sui trascorsi professionali: il prof. Romano Rinaldi è l’ex titolare della Cattedra di Mineralogia dell’Università di Perugia (dal 1990 al 2014). In precedenza è stato docente e ricercatore presso gli atenei di Cagliari, Modena, Berkeley (USA), Chicago (USA) e Manitoba (Canada). Ha coordinato e partecipato a gruppi e progetti di ricerca nel suo campo in molti Paesi, oltre che in Italia (UK, SE, DK, CH, FR, DE, ES, PT, US, JP). Attualmente vive e lavora (per diletto) in prossimità del lago Trasimeno ed è quindi interessato alle vicissitudini e alla storia del lago, sia recenti, sia in ambito geologico-ambientale, data anche la sua prima laurea in Scienze Geologiche.

Possiamo dire che il Trasimeno è stato sempre di grande interesse per l’Università di Perugia, a testimonianza una recente iniziativa dell’UNIPG: il Brainstorming sul Lago Trasimeno, del 3-4 febbraio 2021. Un convegno telematico (in tempi di Covid) che ha visto una nutrita, assidua e attenta partecipazione del pubblico, che dimostra quanto sia vivo l’interesse per il Lago e quante competenze siano necessarie per comprendere le varie tematiche per questo delicato, suggestivo e antico specchio lacuale. La partecipazione di ricercatori e studiosi afferenti a tutti e 14 i Dipartimenti dell’ateneo, ne è una conferma palese. Ma veniamo all’intervista.

Professor Rinaldi, ci può dare un’idea della storia e dell’evoluzione geologica del lago Trasimeno?

L’unicità del lago Trasimeno è dovuta alla sua storia geologica alquanto singolare, di cui si occupò per primo Leonardo da Vinci, sempre avido di conoscere a fondo quanto sollecitava la sua curiosità. A differenza degli altri grandi laghi Italiani che sono o di origine glaciale (laghi Alpini e del nord Italia, per esempio Como, Maggiore, Garda) oppure di origine vulcanica (laghi laziali di Bolsena, Vico e Bracciano), il Trasimeno si è formato durante la nascita della catena montuosa dell’Appennino Centrale (orogenesi Appenninica) in una era geologica più antica di quelle che hanno dato luogo alla formazione di tutti gli altri laghi italiani.
La formazione del Lago inizia una decina di milioni di anni fa (Medio Miocene) con l’orogenesi dell’Appennino centrale: una catena di monti disposta in direzione NE, che si forma dalla convergenza tra l’orogene Alpino e il fronte del promontorio adriatico (parte della placca africana). A partire da quei lontani tempi geologici si avvia la formazione di un bacino sedimentario marino che era il precursore del Mar Tirreno (Pliocene inferiore: 4 milioni di anni fa). Nella depressione che comprendeva la Val di Chiana e il bacino del Trasimeno si accumularono dunque sedimenti marini per alcuni milioni di anni. Poi, quando queste depressioni interne rimasero isolate all’interno della terraferma, circa due milioni di anni fa, si formarono dei grandi bacini lacustri che furono via-via riempiti dai sedimenti continentali (fiumi, laghi), tranne che per un residuo velo d’acqua che persiste tutt’ora a formare il nostro Lago, anche in virtù dello svuotamento del bacino della Val di Chiana per effetto dell’inclinazione che questo assunse in direzione del bacino del Trasimeno. Per questi motivi si dice che il Lago è di origine tettonica. L’esiguità della profondità del lago (max. 5-6 metri raggiunti solo in alcuni punti), pur con una grande estensione che ne fa il secondo lago italiano (superficie di circa 120 km2), comporta la definizione di lago laminare con vaste estensioni che possono rapidamente impaludarsi per effetto di piccole oscillazioni (in meno) del livello dell’acqua, soprattutto nella zona compresa tra le rive di San Savino e Sant’Arcangelo e l’isola Polvese.

Il Trasimeno è dunque un lago laminare. Cosa significa in termini di equilibrio idrico e precarietà?

Il lago Trasimeno, pur nella sua vastità, per effetto della sua scarsissima profondità soffre di una grande precarietà e debolezza nel fronteggiare sia gli eventi climatici sia le opere dell’uomo. Questo deve essere ben presente a tutti coloro che intendano usufruire del Lago, dei suoi prodotti e del suo ambiente naturale e della sublime bellezza del suo paesaggio. Grande cura, impegno e studio sono richiesti per mantenere questi luoghi, utilizzarli con profitto e poterli tramandare alle generazioni future. I cambiamenti climatici in atto rendono il tema di assoluta e urgente attualità. L’equilibrio idrico del Lago non è affatto garantito non avendo immissari o emissari naturali. I canali artificiali attualmente in funzione non sono in effetti sufficienti a garantire la stabilità del livello del lago, soprattutto per quanto riguarda gli apporti idrici. Sono dunque necessari interventi idraulici di connessione con bacini artificiali o corsi d’acqua naturali che possano garantire gli apporti necessari in regime di magra. Per quanto riguarda l’emissario artificiale, una recente prova di funzionamento ha dimostrato che è comunque possibile far fronte abbastanza agevolmente a situazioni di piena. Anzi, sarebbe il caso di dire troppa grazia San Savino!

 

lago-Trasimeno

Lago Trasimeno

Il Trasimeno non è solo acqua. Cosa ci può dire sulla relazione che c’è tra acqua e terre circostanti.

Ritornando alla dinamica geologica ma relativa ai nostri giorni, il Lago è tutt’ora soggetto all’apporto di sedimenti per effetto del dilavamento del suo bacino imbrifero e questo comporta un costante innalzamento del fondo che, pur se apparentemente impercettibile nell’arco degli anni, deve essere tenuto in considerazione nell’arco dei decenni e soprattutto dei secoli. Infatti è stato calcolato un apporto di circa 1 cm ogni 3-4 anni. Questo significa che il fondo può innalzarsi di 10 cm in 30-40 anni ovvero di 1 metro in 300-400 anni. Il che porterebbe il nostro Lago a finire la sua esistenza naturale in tempi piuttosto rapidi, considerando che questi fenomeni, una volta avviati, si svolgono in modo molto accelerato, non certo con la progressione aritmetica riportata all’inizio del ragionamento. Un orizzonte temporale possibile per l’estinzione del Lago può essere dunque ipotizzato, in mancanza di interventi di cura e manutenzione, in poche centinaia di anni. Questo, a fronte di una età minima del lago, così come oggi lo conosciamo, di alcuni milioni di anni, può essere paragonato a un paio di secondi nell’arco di una giornata!

Il Trasimeno, nel suo oscillante equilibrio idro-ecologico, deve fare i conti con una molteplicità di fattori condizionanti. Secondo lei, quali dovrebbero essere gli accorgimenti e le iniziative da intraprendere per tutelare e preservare la bellezza naturale che caratterizza questo raro fenomeno naturalistico-ambientale?

Come già accennato, una prima preoccupazione deve essere il mantenimento di un equilibrio idrico che smorzi gli effetti delle cicliche magre, storicamente molto più protratte nel tempo delle piene. Questo può essere attuato solamente disponendo di apporti da laghi artificiali (es.: Monte Doglio) o da fiumi (es.: Tevere) che compensino l’evaporazione (estiva e invernale – anche la tramontana ha un effetto notevole sull’evaporazione) e la ciclica mancanza di piogge. Questo deve essere associato alla manutenzione del fondo, con la rimozione degli eventuali accumuli di melme composte da frazione organica e inorganica che portano a un inesorabile sollevamento del fondo come detto in precedenza. Esperimenti preliminari con questi depositi sembra abbiano fornito materiale adatto per la coltivazione; questo potrebbe essere un incentivo per ottenere due risultati, il mantenimento di un buon livello del fondo e la reclamazione di aree agricole altrimenti soggette a periodici impaludamenti nei periodi di piena. Devono poi essere considerati molti altri aspetti che ricadono nelle competenze di biologi, botanici ed ecologisti per quanto riguarda le specie utili e meno utili all’equilibrio ecologico-ambientale del lago. Ma questi sono argomenti che richiedono competenze diverse da quelle di un geologo.

INGREDIENTI
  • 4 costolette di castrato o pecora
  • 3 spicchi d’aglio
  • 1 rametto di rosmarino
  • Qualche cucchiaio di olio extravergine d’oliva
  • Sale

 

 

PREPARAZIONE

Fate un trito di aglio e rosmarino, cospargetevi le costolette, salatele, ungetele con l’olio e fatele marinare per almeno 12 ore prima di cuocerle alla griglia.

 

Questa è una ricetta dell’Umbria del sud, dove si usava principalmente la pecora. A Gubbio al posto del rosmarino usavano la maggiorana e, a volte, le costolette venivano ripassate in padella con sugo di pomodoro. In alcune zone del perugino si facevano le costolette di castrato in umido, lasciando insaporire con aglio, olio e rosmarino; si rosolavano le costolette, si irroravano di aceto, si salavano, pepevano e portavano a cottura con il pomodoro.  

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci.

Era febbraio quell’anno e la neve scendeva e copriva l’Europa. Tutta l’Italia lentamente si trovò imbiancata dal Brennero a Palermo.

In Umbria scesero prima 10 centimetri poi 50 e la vita si fermò a guardare. Lu nevone, la chiamarono a Norcia. Dopo la neve la temperatura cominciò a scendere, poi nevicò ancora e poi gelò. A Terni la temperatura scese fino a -15° C e il termometro si schiantò. L’Italia batteva i denti. Quando l’inverno sembrava finito – era il 13 marzo – il cielo si coprì ancora di nubi grigie, la primavera fece un passo indietro e di nuovo cominciarono a scendere inesorabilmente i fiocchi bianchi, tanti, troppi.

L’Italia sommersa dalla neve

Dopo la neve tornò ancora il gelo, duro, terribile, crudele. Il proverbio dice sotto la neve pane, ma la neve del ‘56 non ebbe pietà per il pane. Il freddo intenso distrusse il grano nei campi, bruciò gli olivi e seccò le viti. Gli agricoltori si trovarono senza niente da mangiare, niente da vendere, niente da vivere. Le industrie erano scarse in Umbria, nel ‘56, non c’erano reti di salvataggio per chi lavorava la terra.

Un duro inverno

Fu un inverno di dolore che travolse intere famiglie e che cambiò la vita di molte persone. Troppi furono costretti a lasciare la loro casa, il loro mondo, gli affetti più cari e prendere la via dell’esilio. Ci fu chi si spostò solo fino a Terni o a Roma e chi fu costretto ad andare lontano, fino in Germania o in Francia o in Belgio. Chi rimase doveva continuare a vivere e fare i conti con la natura ma essa, con la sua forza devastatrice, non aveva tenuto conto della tenacia degli agricoltori.
Ci furono piantagioni che andarono interamente sostituite. Si buttarono via i frutti sugli alberi e anche gli alberi. Gli olivi che tenacemente resistono anche quando la temperatura scende sottozero, si arresero sotto la sferza del gelo troppo intenso e troppo lungo: si spaccò la corteccia, i rami cedettero sotto il peso della neve, le foglie mutarono colore da verde a marrone. Le colline avevano cambiato volto e gli olivi sembravano zombi. I danni erano gravi, anzi gravissimi, ma quello che si vedeva non era tutto. Gli alberi si alzano da terra belli e frondosi, ma sottoterra ci sono le radici che sono l’apparato vitale e le radici avevano resistito ed erano vive.

 

Norcia sommersa dalla neve nel 1956

La rinascita a primavera

Non tutto è perduto! fu il grido che si levò ovunque. Quando finalmente la primavera arrivò si portò via la neve. Allora andarono tutti nei campi con la sega e tagliarono gli alberi fino a metà tronco, li capitozzarono e rimase la ceppaia. Poi tornò di nuovo l’inverno e tornò la primavera e la ceppaia cominciò a gettare i primi rametti e lì i contadini intervennero.
Invece di far crescere un solo tronco ne lasciarono crescere tre, con spazio e aria tra i rami per difenderla meglio dai vari parassiti che l’attaccano e distruggono il raccolto. Avevano inventato il vaso policonico, cioè erano tre strutture piramidali che avevano la funzione di abbassare i rischi in caso di condizioni avverse. Le avversità atmosferiche sarebbero sempre tornate allora non restava che aumentare le probabilità di sopravvivenza: se i tronchi sono tre, forse uno si salva.
Dopo la gelata del ‘56 o meglio, dopo il Nevone del ‘56, il panorama delle colline umbre è leggermente cambiato: sono spariti quegli alberi biblici che avevano un solo tronco contorto, lavorato dai parassiti ma ricco di leggende e al loro posto si sono sviluppati alberi bassi, facilmente lavorabili, che, dopo un breve tronco, si aprono in tre e che vediamo ovunque attraversando la Regione.

L’Umbria e la Cumbria sono due regioni europee che presentano un interessante aspetto in comune: sono fra i posti migliori dove andare a vivere e crescere una famiglia.

La Cumbria

È la stessa Unione Europea che incorona l’Umbria e la Cumbria ai primi posti per la qualità della vita. La nostra risulta essere anche una tra le regioni più longeve. Oltre ad avere un nome molto simile, solo la consonante C le differenzia, sembra davvero che abbiano tutte le caratteristiche adatte a trasferirsi, metter su casa e crescere dei bambini. Perugia e Carlisle, i due rispettivi capoluoghi, distano 2.230 km. La distanza obiettivamente non si discute, ma alla fine è solo geografica. Potremmo dunque dire che la distanza c’è ma non la dimostra. La Cumbria si trova nel nord-ovest dell’Inghilterra, ha un’area di 6.768 km quadrati e una popolazione di circa 500.000 abitanti. Ha inoltre una mappa molto simile alla nostra.

Una poesia della Cumbria

Il connubio tra natura, ambiente e condizioni di vita sembra essere l’ideale da queste parti. I paesaggi di queste zone, come ad esempio il Lake District, hanno ispirato alcuni poeti romantici come Coleridge e Wordsworth, pittori come John Constable e scrittrici come Beatrix Potter.
Riporto un passaggio poetico di Wordsworth nativo e innamorato di questa terra: «I wandered lonely as a cloud that floats on high o’er vales and hills, When all at once I saw a crowd, a host, of golden daffodils; Beside the lake, beneath the trees, fluttering and dancing in the breeze». (Vagabondavo solo come una nuvola che alta fluttua su valli e colline, Quando a un tratto vidi una folla, una schiera di dorati narcisi lungo il lago e sotto gli alberi, svolazzanti e danzanti nella brezza). Il Lake District ha una bellezza spettacolare che lo fa risaltare tra le altri regioni della Gran Bretagna.

L’Umbria

I posti migliori in cui vivere

Perché allora queste due Regioni sono considerate fra le migliori per vivere? Perché ci sono buone scuole e Università, c’è bassa criminalità e le case hanno prezzi accessibili. Comprare una casa e avere dei figli sono due tappe fondamentali della vita e trovare un luogo che soddisfa queste due esigenze coniugate con un ambiente sicuro rappresenta il top. Se uno si trasferisce in una casa per sempre quindi ha una duplice scelta: L’Umbria o la Cumbria! Se uno apprezza l’aria pulita, la campagna e le viste spettacolari su laghi, montagne, le cascate e ancora se è importante uno stile di vita rilassante con comunità amichevoli, L’Umbria e la Cumbria daranno la qualità di vita che uno sta cercando.

Altre somiglianze

In queste due Regioni abbiamo ottimi collegamenti ferroviari, stradali e anche aerei che permettono un facile raggiungimento verso le altre regioni dei rispettivi Stati. L’Umbria e la Cumbria sono anche regioni di laghi dove il loro Windermere è lungo 17 km, mentre il nostro lago Trasimeno ha una lunghezza di 16,1 km. Da notare che spesso in Cumbria i laghi vengono chiamati meres (stagni), waters (acque) e tarns (laghetti). Se sei un appassionato camminatore l’Umbria e la Cumbria offrono infiniti percorsi da esplorare, se sei un appassionato ciclista hai di che toglierti la voglia. Se sei un appassionato di cultura, di eventi musicali ed eventi legati al cinema e alla letteratura queste due regioni ti offrono sempre il meglio. Le due regioni sono inoltre orgogliose per le loro prelibatezze locali in tema di salumi, formaggi, dessert, dolci e birre artigianali. Al loro sticky toffee pudding contrapponiamo la nostra rocciata. I loro villaggi e mete turistiche come Kendal, Keswick, Penrith, Bowness-on-Windermere, Sedbergh le possiamo tranquillamente affiancare alle nostre Spello, Trevi, Todi, Castiglione del Lago, Norcia. La cittadina di Ulverstone è famosa nel mondo per essere il paese natale dell’attore comico Stan Laurel. Il festival del Jazz è presente in entrambe le regioni con il Jazz Festival a Keswick e con Umbria Jazz a Perugia.
Al Lake District sito Unesco contrapponiamo l’Eremo delle carceri, la Chiesa di San Damiano, la Città di Assisi, il Santuario di Rivotorto, il Tempietto del Clitunno, la Basilica di Santa Maria degli Angeli, la Basilica di San Salvatore, la Riserva Naturale del Monte Peglia. La più grande differenza fra queste due regioni? La guida a sinistra, ma questo è solamente un dettaglio!

 

I colori dell’Umbria

Possibile gemellaggio?

Considerate tutte queste somiglianze perché le due regioni non si gemellano? Un buon accordo di gemellaggio può rivelarsi un’operazione assai virtuosa e arrecare molti benefici alla comunità e all’amministrazione regionale. Integrazione, unione tra persone provenienti da due aree diverse, condivisione dei problemi, progetti, scambio di opinioni. Ne sono certo i vantaggi saranno tangibili. Ricordiamoci che un buon gemellaggio è seguire anche o soprattutto l’affinità di partenza. Le relazioni di gemellaggio, come sappiamo, portano indubbi vantaggi culturali ed economici attraverso la promozione e la valorizzazione delle proprie bellezze e delle proprie tipicità.

 

I colori della Cumbria

Cataract of Lodore

Concludo con un passo di Cataract of Lodore, poesia scritta nel 1820 dal poeta inglese Robert Southey che descrive le Lodore falls (Cascate di Lodore), altro elemento che lega la Cumbria all’Umbria. Come non ricordare infatti la definizione orribilmente bella che il poeta Byron diede alla Cascata delle Marmore nel quarto canto del poema Childe Harold’s Pilgrimage?

From its sources which well

In the tarn on the fell;
From its fountains
In the mountains,
Its rills and its gills;
Through moss and through brake,
It runs and it creeps
For a while, till it sleeps
In its own little lake.
And thence at departing,
Awakening and starting,
It runs through the reeds,
And away it proceeds,
Through meadow and glade,
In sun and in shade […]

In questo iniziale passaggio il poeta Southey descrive la nascita della cascata dalle sue fonti. Il primo ruscello che attraversa il muschio e poi e s’insinua e ancora si ferma; si risveglia e inizia a correre tra le canne procedendo verso prati e radure al sole e all’ombra.

Una squadra speciale composta da uomini e donne della Polizia di Stato, Carabinieri, Vigili del Fuoco e personale sanitario, impegnati in prima linea nel lockdown natalizio, porterà in dono per l’Epifania I Racconti del Ciocco di Stefano de Majo, narrati dall’attore finestra per finestra, grazie all’autoscala dei Vigili del Fuoco, scortata dalle Volanti della Polizia di Stato e dalle Gazzelle dei Carabinieri.

La manifestazione, che si svolgerà il 5 gennaio alle ore 16, è stata organizzata da Edi Cicchi, Assessore al Welfare del Comune di Perugia, in collaborazione con Leonardo Varasano, Assessore alla Cultura, al Comandante provinciale dei Vigili del Fuoco, Michele Zappia e con il supporto di AboutUmbria Magazine. L’operazione, volta a dare vicinanza ai degenti e sanitari della residenza per anziani Volumni di Ponte San Giovanni a Perugia è stata intitolata La Mia Forza nel Tuo Sorriso e il cantore delle fiabe Stefano de Majo narrerà per l’occasione dell’Epifania, la Fiaba della Befana. È una favola per grandi e bambini che attraverso un racconto mirabolante e poetico ripercorrerà l’antica storia della Befana e l’importanza del dono, alternando affabulazione e divertimento, con citazioni di San Francesco e dei Re Magi.

 

Stefano de Majo

 

La fiaba farà comprendere l’importanza culturale e umana del dono, prezioso tanto per chi lo riceve quanto per colui che lo porge.  Il dono in fondo segna l’inizio della nostra civiltà, perché compiere un atto concreto di offerta, simboleggia il mettersi al servizio dell’altro, il medesimo spirito che muove gli uomini e le donne del Pronto Intervento della Polizia di Stato, dei Vigili del Fuoco e tutto personale sanitario nei confronti della comunità, ancor più in questo momento. Il dono anche quando è piccolo e semplice, resta un legame che unisce per sempre e arricchisce l’intera comunità, non solo chi lo riceve ma ancor più chi lo compie.

 

Racconti del Ciocco

Anche la raccolta dei Racconti del Ciocco sono volti a donare un sorriso evocando il calore antico della tradizione, quando ci si riuniva attorno al camino, come recita il Pascoli, e il babbo iniziava il racconto. Il dono di un semplice racconto attorno al fuoco rinsaldava così i legami tramandando la cultura e le tradizioni in seno alla famiglia. Non è un caso se i Racconti del Ciocco, scritti e interpretati da Stefano de Majo, per accompagnare le festività del Natale, inizino proprio il 6 dicembre con il Racconto del Dono di Nicolò, l’antico San Nicola o Santa Klaus, per terminare esattamente il 6 gennaio con La Fiaba della Befana e il segreto del Dono.

È dunque il dono che apre e chiude i Racconti del Ciocco ma un dono che offra calore e vicinanza. Questo è il medesimo intento del dono delle fiabe portate dalla Squadra Speciale di Polizia di Stato e Vigili del Fuoco già a Natale alle finestre dell’ospedale, del centro geriatrico e presso le famiglie dei cittadini di Terni e ora per l’Epifania a Perugia.

Il dono di un semplice sorriso, così come di un racconto, vuol rinsaldare così fraterni legami in nome della tradizione antica che tutti ci lega e guardare con fiducia e coraggio al domani non sentendosi soli. L’iniziativa di portare i Racconti del Ciocco di Stefano de Majo, sottolinea l’importanza del dono in uno scambio continuo di doni e calore perché come recitano i Racconti: “…le fiabe non sono solo per bambini e la nostra forza è nei vostri sorrisi”.

«La passione per la dispositio è il filo rosso che lega i miei interessi. L’organizzazione degli spazi, degli oggetti e soprattutto delle informazioni in sistemi complessi esercita su di me un fascino irresistibile – dal gioco dei Lego all’urbanistica, dal testo letterario al web».

Luca Rosati fa un lavoro che in pochi conoscono, ma che in molti usano. Luca è un architetto dell’informazione: semplifica l’interazione tra le persone e l’informazione, sia in spazi digitali (web, app o banche dati) sia in quelli fisici (musei, negozi). In pratica, se un sito, dopo una tua ricerca, ti consiglia anche altro è perché dietro c’è il suo lavoro.
Dopo la laurea in Lettere all’Università di Perugia e un master in tecnologia e comunicazione multimediale al Politecnico di Torino, inizia il suo percorso lavorativo, che lo ha portato a essere uno dei fondatori di Architecta – l’associazione italiana degli architetti dell’informazione – a scrivere quattro libri, l’ultimo è Sense-making: Organizzare il mare dell’informazione e creare valore con le persone e a insegnare dal 2015 allo IULM di Milano – oltre a essere richiesto da aziende pubbliche e private per facilitare il loro lavoro. In questa chiacchierata abbiamo parlato di tante cose, ma soprattutto abbiamo cercato di farci spiegare come funziona la sua professione, oggi più importante che mai.

 

Luca Rosati

Qual è il suo rapporto con l’Umbria?

È la mia terra, una terra che amo. Sono nato a Perugia e ho scelto di rimanere ad abitare in città nonostante il mio lavoro mi porta spesso in giro per l’Italia. È un luogo che mi piace, che ha contribuito anche alla mia formazione e ha alimentato le mie passioni.

In che modo?

Le città piccole a misura d’uomo, il contatto con la natura che ho avuto fin da piccolo e il suo modo di essere appartata – peculiarità che però a volte la penalizza perché non viene adeguatamente valorizzata e non si esaltano le sue potenzialità – mi hanno reso quello che sono.

Lei è un architetto dell’informazione: cosa significa in concreto?

L’etichetta che si usa è architettura dell’informazione e design dell’esperienza. Come un architetto progetta edifici fatti di mattoni, io progetto edifici fatti di informazioni. L’obiettivo è quello di organizzare le informazioni per renderle a misura di persona e per essere facilmente individuate. Progetto ambienti – fisici o digitali – affinché siano confortevoli e consultabili agevolmente, in modo che la gente non si perda. Oggi esistono spazi digitali molto complessi che spesso si fondono con il reale: ad esempio, i musei hanno entrambi gli ambienti. Ecco, con il mio lavoro cerco di rendere tutto questo accessibile.

Quanto è importante il suo lavoro, vista la mole d’informazioni che riceviamo ogni giorno?

Oggi diventa strategico. La grande informazione che abbiamo è una ricchezza ma può causare anche un effetto boomerang. Siamo sopraffatti, e fondamentale è filtrarla per usufruire solo di quella che ci occorre in quel momento o scartare quella dannosa. 10-20 anni fa era un lavoro più di nicchia, oggi è diventato molto importante.

Chi è che richiede i suoi servizi?

Aziende digitali, musei, enti pubblici, grande distribuzione. Negli spazi fisici faccio sì che le persone non si perdano, personalizzando i percorsi su misura. Intervengo sul web, sulle app… dove c’è una grossa mole di informazioni, così chi ne usufruisce riesce facilmente a trovare quello che sta cercando.

Netflix e Spotify – per fare due esempi – utilizzano, quando ti consigliano film e musica in base alle scelte fatte in precedenza, una raffinata architettura informativa. Ci spieghi meglio…

Noi vediamo l’esito finale – il film consigliato – ma perché questo avvenga in modo mirato c’è un’organizzazione, fatta in base a delle specifiche caratteristiche. C’è dietro un lavoro… il mio.

Ci racconti: come sia arriva, dai mattoncini Lego, al suo lavoro?

Dai mattoncini Lego al linguaggio il passo è stato breve. Fin da piccolo ero molto affascinato da quello che era organizzazione: guardavo i negozi di giocattoli per capire com’erano sistemati e restavo affascinato dalle cassettiere delle farmacie. Per me era un mondo perfetto, perché tutto era ordinato. È arrivata poi la laurea in Lettere, con la tesi in linguistica generale e del linguaggio: il salto successivo verso l’architettura dell’informazione è stato quasi scontato. I mattoncini Lego li puoi montare e smontare: così faccio nel mondo del web per avere la casa perfetta.

Quindi i suoi cassetti della biancheria sono ordinati?  

Non arrivo a questi estremi (ride).

Mentre parlava mi è venuto in mente il film di Christopher Nolan, Inception, in cui c’è l’architetto dei sogni, che crea scenari nei quali i personaggi si muoveranno durante l’esperienza onirica. Un po’ le due cose si avvicinano…

Sì, è un accostamento azzeccatissimo. Anche il film in sé è perfetto per raccontare il mio lavoro. perché è strutturato a più livelli come i sogni della pellicola che si incastrano. I princìpi con cui lavoro sono trasversali e si collegano tra loro: li puoi ritrovare nel web, ma anche in un film, in un libro, in una serie tv o nella musica.

Insegna all’università IULM: cosa consiglia ai suoi studenti?

Consiglio la capacità di saltare tra mondi apparentemente distanti: dal digitale alla musica o alla letteratura. C’è bisogno, in questo momento, di figure ibride – come lo sono io – per unire appunto diversi mondi. Spesso mi capita di fare da collante tra figure specializzate in un settore, che però non riescono a comunicare tra loro. Oggi questo è fondamentale!

Seguendo il suo lavoro, come riorganizzerebbe l’Umbria se ne avesse la possibilità?

L’Umbria ha una base di partenza eccellente, però i percorsi per far scoprire le sue potenzialità non vengono sufficientemente spinti, ci sono tesori che spesso restano nascosti. Cercherei di rilanciare le strade – non parlo solo di quelle fisiche – per far scoprire questo mondo. Ci sono esperienze come il Sagrantino che lo ha fatto, l’esclusività è diventata un’eccellenza; questo andrebbe realizzato su più parti del territorio anche creando dei consorzi. Manca una visione completa e unita per incentivare anche altri percorsi. In concreto: chi visita Assisi o Spoleto dovrebbe non fermarsi lì e scoprire altri luoghi, e questo è possibile non solo valorizzando il singolo ma la completezza. Un po’ come fanno i siti di e-commerce: se compri questo ti può interessare anche quest’altro.

Come definirebbe l’Umbria in tre parole?

Appartata, aerea, inclusiva.

La prima cosa che le viene in mente pensando alla regione?

La stratificazione dei borghi costruiti sulle colline.

CUORI ACCESI è un progetto di Simona Frillici sollecitato dal periodo costretto dalle restrizioni Covid. È un work in progress che prevede tappe mensili iniziate a novembre 2020 e che tureranno fino a giugno 2021. Uno o due weekend al mese, si accede all’arte, solo su prenotazione e un solo visitatore per volta ogni mezz’ora. C. A. è un percorso esplorativo tra arte e umanità, alla fine del quale sarà realizzato un video. Il prossimo appuntamento è previsto per il 19-20 dicembre 2020.

QUI le informazioni.

Difficilmente su AboutUmbria parliamo di calcio, ma oggi è un giorno particolare, non si parla solo di calcio giocato ma di Storia del Calcio.

Ci sono calciatori che diventano eroi, che resistono al tempo e che non moriranno mai. Almeno nella testa dei bambini (poi uomini o donne) che li hanno visti giocare. Io a Perugia ho visto giocare Paolo Rossi da dentro la pancia di mia mamma, abbonata allo stadio non perdeva una partita! Non ho ricordi nemmeno del Mondiale’82 – la generazione anni 80 ha questa lacuna – ma i racconti, le foto e i video lo hanno reso talmente nitido che è come se lo avessi vissuto in diretta. Così è stato anche per Paolo Rossi, che ha rappresentato un pezzo di storia sia italiana sia perugina.

Paolo Rossi con la maglia del Perugia

L’attaccante toscano – che si è spento oggi a 64 anni per un male incurabile – ha vestito entrambe le maglie ed è stato il calciatore più importante a indossare quella biancorossa. Proprio il suo trasferimento a Perugia segnò una sorta di spartiacque nel panorama calcistico nazionale: infatti, per finanziare l’oneroso arrivo dell’attaccante, Franco D’Attoma ideò la prima sponsorizzazione di maglia. Fu un debutto assoluto poiché mai prima d’allora, in Italia, una divisa da gioco era stata firmata da un marchio commerciale (la pasta Ponte); Rossi e il Perugia furono i primi a rompere questo tabù. Era il campionato 1979-80. In questa sua unica stagione umbra realizzò 13 gol in 28 gare di campionato e 1 rete in 4 partite di Coppa UEFA; il giocatore fu a lungo il capocannoniere della Serie A (chiudendo poi terzo).

Ma per tutti Paolo Rossi è Pablito, l’eroe dell’Italia Campione del Mondo del 1982, quella che battè il Brasile di Zico, l’Argentina di Maradona, la Polonia di Boniek e in finale la Germania di Rummenigge. L’Italia di Bearzot e dell’urlo in corsa di Marco Tardelli – per molti più famoso di quello di Munch. Fu lui il protagonista di quel mondiale, che dopo la squalifica per calcio scommesse e un brutto inizio, decollò – tre gol al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania – e portò l’Italia a conquistare il terzo titolo di campione del mondo. Quell’anno vinse anche il Pallone d’Oro.

Dopo l’esperienza perugina andò alla Juve dove vinse due scudetti, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Uefa e una Coppa dei Campioni per poi giocare nel Milan e nel Verona, dove chiuse la sua carriera.

Il suo legame con Perugia è sempre vivo, infatti la sua seconda moglie, la giornalista Federica Cappelletti da cui ha avuto due figlie, è perugina.

«Villard de Honnecourt vi saluta…». Nel nostro XXI secolo possiamo apprezzare un simile esordio: non è certo quello che troveremmo all’inizio di un manuale di tecnologia applicata e neppure del resto in qualsiasi altro manuale.

Di colpo, con questo saluto, entriamo in un altro mondo, quello del XIII secolo con tutto il suo splendore. Un secolo prima, l’umile monaco Teofilo apriva anch’egli, con un saluto, il suo Trattato di arti diverse: «Dio Onnipotente sa che non ho scritto le mie osservazioni né per amore di una lode umana, né per il desiderio di una ricompensa temporale, che non ho nascosto nulla di prezioso o di raro per malizia o gelosia, che non ho passato sotto silenzio nessuna cosa, riservandola per me solo, ma che per accrescere l’onore e la gloria del suo nome ho voluto venire incontro alle necessità e aiutare il progresso di un gran numero di uomini».
Villard è più sobrio e più efficace al tempo stesso, ma lo spirito è il medesimo: «Villard de Honnecourt vi saluta, e prega tutti coloro che lavoreranno con gli strumenti che troveranno in questo libro, di pregare per la sua anima e di ricordarsi di lui, perché in questo libro si può trovare grande aiuto per la saldezza della muratura e per gli strumenti di carpenteria; vi troverete anche il modo per rappresentare le figure, i disegni, secondo quanto comanda e insegna l’arte della geometria».
«Le treizième siècle est le temps où triomphe le nombre, où le quantitatif s’impose. Ratio en latin c’est raison mais aussi compte, calcul. Des trois grand domaines où le Moyen Age affirme sa créativité le moulin et ses applications, le textile et sens instruments, le batiment et ses machines, c’est dans ce dernier que se situent les dessins de Villard de Honnecourt». (Jacques Le Goff).
«Les moulins hydrauliques destinés à different usages-moudre le grain, fouler le tissu, marteler le métal, etc.- existaient déjà du tems de Villard.  Ma les moulins actionnant des scies n’avoir été mis au point qu’au cours du XIII siècle e n’ ètre devenus opèrationnels qu’au cours de la deuxième moitié de ce siècle. Le scie hidraulique, dessinèe par Villard de Honnecourt, qui peut ètre datèe de la première moitiè du XIII siècle, presente donc un interét particulier parce que cela semble etre la première raprésentazion d’une telle machine». (Roland Bechmann).

Il disegno della sega idraulica di Villard de Honnecourt

Un’invenzione fondamentale

L’energia idraulica ha avuto nel Medioevo la stessa importanza del vapore nel XIX secolo e del petrolio nel XX. Veniva utilizzata al massimo per meccanizzare tutta una serie di operazioni: vi si macinava il grano, vi si setacciava la farina, vi si follava il panno, vi si conciavano le pelli e vi si forgiava il ferro grazie all’albero a camme che Villard ha rappresentato nel suo disegno. La prima menzione medievale di una sega idraulica si trova in un documento normanno del 1204. Ma la prima raffigurazione è quella di Villard.
Sotto il suo disegno Villard scrive: «In questo modo si costruisce una sega che sega da sola». La sega meccanica è la prima macchina automatica in due tempi: al movimento circolare delle ruote, che dà luogo a un moto alternativo capace di segare, s’aggiunge un avanzamento automatico del legno verso la sega. Lassus descrive così il suo meccanismo: «Un ruscello, le cui onde sono indicate in alto a sinistra, fa muovere una ruota a pale oblique attorno ad un asse che porta una seconda ruota dentata e quattro camme. La ruota dentata fa avanzare il tronco da segare, tenuto in posizione da quattro guide che gli impediscono di deviare. Le camme poggiano su uno dei bracci articolati fissati alla parte inferiore della sega verticale, la cui parte superiore è fissata a sua volta all’estremità di una pertica flessibile. Appoggiandosi sul braccio dell’articolazione, la camma fa scendere la sega, che piega la pertica e comincia a risalire in virtù della flessibilità di quest’ultima, dal momento in cui la camma ha esaurito la sua azione».

Le corporazioni umbre

Nel 2001 la Gaita Santa Maria, nella ricostruzione delle antiche attività produttive, ha riprodotto tutte le fasi lavorative dell’Ars magistrorum lignaminis (Arte dei legnaioli). Sebbene l’ordine gerarchico la ponesse negli ultimi posti delle Arti minori, l’Arte dei legnaioli era tutt’altro che di trascurabile importanza economica. I suoi iscritti, pur non essendo eccessivamente numerosi rispetto a quelli delle altre corporazioni, erano pur sempre molto importanti per la vita della città. Infatti, oltre a partecipare alla costruzione degli edifici, ne rendevano abitabili gli interni con mobili e masserizie. A Firenze, già dal XIII secolo, erano suddivisi in quattro membra, secondo il particolare lavoro eseguito e cioè, come affermava lo statuto (1342):

  • facienti e vendenti botti, tina e bigonce
  • facienti e vendenti cofani, forzieri e casse
  • altri maestri purché non siano segatori o bobulici (conduttori di carri trainati da buoi)
  • segatori

A Gubbio, nello Statutum Comunis et Populi, Civitatis, Comitatus et Districtus Eugubii la Rubrica 53 del 1° libro, elenca le Arti, tra cui l’Arte dei Falegnami, ne conferma la legalità associativa, ne approva i loro Brevi o Matricole o Statuti (1334): cioè le raccolte di norme di etica professionale miste a disposizioni di carattere protezionistico per l’associazione o a disposizioni preventive atte ad evitare la concorrenza fra soci. In essi si scrive che il legname ridotto in tavole dai segatori raggiungeva i vari specialisti dell’Arte, tramite la collaborazione dei trasportatori e cioè:

  • i bottai che facevano le botti, i tini, le bigonce
  • i carpentieri che facevano i travetti, vergoli, impalcature
  • i bastari che facevano le selle, i basti
  • i carradori che facevano i carri, barrocci, ruote
  • i balestrari che facevano balestre
  • i tornitori che tornivano paletti per una infinità di usi civili, militari, religiosi.

Vi erano poi altre categorie di lavoratori che esercitavano la parte più nobile dell’Arte. Erano coloro che esercitavano L’Arte della scultura lignea, dell’intaglio, dell’intarsio, della pittura del legno, dei mobili.
A Todi, già dal 1282, viene ricondotto il primo elenco delle sedici corporazioni o Università con i nomi di ognuna di esse e dei consoli loro rappresentanti e tra esse i magistri lignaminis (maestri del legno e carpentieri): a essa vi facevano parte non solo il semplice artigiano, ma anche il disegnatore e il realizzatore di mobili e attrezzeria, l’intagliatore e l’intarsiatore, il carpentiere. In questa specifica attività gli si richiedevano conoscenze particolari di ingegneria e matematica, nozioni sulla distribuzione dei pesi e dei carichi indispensabili per innalzare le ardite impalcature necessarie a costruire gli edifici pubblici e religiosi della fine del Duecento.
A Foligno, tra le ventisette corporazioni medievali, era presente anche quella del Legname. Lo statuto dell’Arte (1404) riguardava tutti i lavoratori del legno, tutti coloro che, nelle diverse specializzazioni, usavano questa materia prima per produrre manufatti di qualsiasi genere. È il tempo di carpentieri, tornitori, begonzari, zoccholari, carratari, bastari, fabbricatori di molini e di archi… artigiani che immettono sul mercato oggetti da destinare ora agli uomini, ora agli animali.
A Perugia fin dal 1291 è documentata la presenza dell’Ars magistri lignaminis et lapidum. L’Arte, i cui statuti risalgono al 1385 comprendeva scalpellini, falegnami e carpentieri, categorie che intervenivano congiuntamente nel campo dell’edilizia religiosa e civile della città. La ricchezza della corporazione è testimoniata dall’entità delle contribuzioni imposte dal Comune; la frequente presenza dei suoi iscritti nel Consiglio priorale riflette il ruolo importante da essa rivestito nel contesto cittadino.
A Bevagna, nei Libri Statutorum Antique Terre Mevanee sono menzionati i magistri lignaminis et lapidum. La loro importanza nella Bevagna medievale era indubbiamente notevole in quanto si prevedeva l’intervento del podestà qualora il loro lavoro non fosse adeguatamente retribuito e che la difesa dei loro interessi, in eventuali cause, fosse assunta dallo stesso Comune. (CXXXII. De mercede magistrorum lignaminis et lapidum cum irent ad aliquam executionem faciendum).
«Si aliquo tempore magistri lapidum vel vignorum ad executionem aliquam faciendam contra aliqua malefactorem, potestas faciat eis satisfieri pro eorum labore de bonis illius malefactoris vel de bonis comunis, dum tamen illa solutio fiat per camerarium comunis et quod dicti magistri pro predictis in qualibet curia defendantur per comune Mevanee».

 

La sega idraulica

La sega idraulica di Villard nel Mercato delle Gaite

Sulla base di tali conoscenze storiche, nel ricostruire l’Arte dei legnaioli e l’Arte dei maestri del legname e della pietra, la Gaita decise di ricostruire la sega idraulica disegnata da Villard di Honnecourt nel suo taccuino. Il taccuino scritto da Villard e risalente al XIII secolo è il primo esempio di trattato di ingegneria e il disegno della sega ad azionamento idraulico per ricavare tavole dai tronchi d’albero è uno dei disegni più interessanti. La progettazione e la sua realizzazione hanno richiesto tempo e fatica, ma il risultato ottenuto ripaga delle difficoltà incontrate. La macchina viene mossa da una ruota ad acqua come quella dei mulini (in alto a sinistra nel disegno); l’asse che parte dal centro della ruota aziona sia l’avanzamento del tronco sia il movimento della lama. Il tronco da tagliare viene tenuto a contatto della lama da una ruota raffigurata con sei denti (al centro del disegno); i quattro bastoni (camme) all’estremità dell’asse servono invece per trascinare verso il basso la lama che una pertica (un grosso ramo in diagonale da destra a sinistra), flessibile come una molla, riporta verso l’alto. La lama, quindi, a ogni giro dell’asse, la lama è trainata quattro volte verso il basso.
La bottega dei segatori ricostruita risponde a tre criteri: collocazione in prossimità del fiume per la disponibilità di energia spazio per l’accumulo e la preparazione dei tronchi, area per la preparazione ed essicazione delle tavole. Una volta abbattuti e sfrondati, con corteccia integra, i tronchi vengono trasportati su zattere; arrivati in prossimità della segheria, una gru manuale a carrucole multiple, solleva i tronchi e li accumula sul piazzale; prima del taglio vengono scortecciati e viene scelta la posizione che il tronco deve avere sulla sega, in modo da tagliare subito il lato più nodoso; il tronco viene posizionato sulla sega, durante il taglio il tronco non deve poter ruotare né andare fuori asse, lo spessore delle tavole va da 5 cm in su, ogni tavola tagliata viene tolta e poste nel posto di essiccazione. Grazie a Flavio, Gianluigi, Alfredo, Marco, Gianpaolo, Paolo e Gianni la Gaita è riuscita a dar vita a questa macchina e con essa, di nuovo, alle idee di Villard.
Che non ci resti, ora, che pregare per lui?

 


Riferimenti bibliografici:

Bechmann R.  Villard de Honnecourt. La pensèe tecnique au XIII siecle et sa communication, Picard 1993

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