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«Quando cantiamo è fondamentale andare a tempo e andare nella stessa direzione, e ciò dipende da due elementi: la guida del direttore e la sintonia tra di noi. Il direttore per noi è come un faro che ci guida e ci illumina la strada».

L’amicizia sta alla base del gruppo vocale Trìtonus, nato a Perugia nel 2016 con l’intento di dar vita a una realtà musicale in grado di trasmettere quell’intensità e quei valori, sia artistici sia umani, propri del canto corale. L’organico di voci, guidate e dirette dal Maestro Franco Radicchia con la collaborazione del Maestro Mauro Presazzi, comprende cantori di diverse età, di differente formazione artistica e con un considerevole ed eterogeneo bagaglio di esperienza corale alle spalle: Francesca Maraziti (soprano), Costanza Mignini (soprano), Sabrina Alunni (contralto), Emilio Seri (tenore), Luca Rondini (tenore), Riccardo Forcignanò (basso) e Alessandra Ligori (contralto). «Prima è nata l’amicizia poi il gruppo, non il contrario» spiega Riccardo Forcignanò, che si è fatto portavoce del coro per farci scoprire tutti i segreti e la storia dei Trìtonus.
Sebbene di recente formazione, la corale si è già esibita in vari contesti sia a livello locale sia nazionale, come la rievocazione storica Perugia 1416 o la Sagra Musicale Umbra nelle edizioni 2016, 2017 e 2018; ha tenuto concerti a Montepulciano, a Cortona e durante la 2° Rassegna Corale G. Costi a Crema. Nel maggio 2019 è arrivata la prima esperienza internazionale che li ha portati in Ungheria per la 30° edizione del Festival Corale Internazionale Miskolci Kamarakórus Fesztivál a Miskolc. «È stata un’esperienza fantastica e molto importante dal punto di vista formativo».

 

Trìtonus in esibizione nella Basilica di San Francesco ad Assisi. Foto di Claudia Ioan per gentile concessione del gruppo vocale.

Riccardo, qual è il vostro legame con l’Umbria?

Siamo nati e cresciuti qui e proveniamo da diversi quartieri di Perugia.

Raccontaci in breve la vostra storia…

Il gruppo è nato nel 2016 da una mia iniziativa: volevo tornare a cantare e conoscevo le persone giuste per farlo. Durante il liceo avevamo partecipato a un progetto corale col maestro Franco Radicchia: da quel momento il canto ci è entrato dentro e non lo abbiamo abbandonato più. C’è un detto che circola nell’ambiente: «Quando inizi a cantare in un coro o lo abbandoni subito perché non ti piace, oppure non lo abbandoni più». Così è stato anche per noi!

È sicuramente una realtà diversa rispetto al cantare da solista…

Assolutamente sì. Ci teniamo a sottolinearlo.

Qual è la differenza?

La cosa più bella nel cantare in un coro è la sensazione di inclusione che ti dà. È un gioco di squadra, soprattutto quando il gruppo è piccolo come il nostro: non sei solo una voce, ma sei un supporto anche per gli altri.

C’è una parte difficile del cantare in coro a più voci?

Durante un concerto è importante andare a tempo e andare nella stessa direzione, e ciò dipende da due elementi: la guida del direttore che sincronizza il lavoro e la sintonia tra di noi, e per questo l’essere amici è fondamentale. Con il direttore formiamo un triangolo in cui il lui sta al vertice ed è il faro che illumina e ci guida.

Avete mai litigato?

No. Ci sono stati dei momenti di confronto, ma litigi veri e propri assolutamente mai.

 

Trìtonus. Foto di Claudia Ioan per gentile concessione del gruppo vocale.

Da dove arriva la scelta di questo nome? Ha un significato?

Il Trìtonus – l’accento è sulla i – è l’intervallo di tre toni tra una nota e l’altra: nel Medioevo, siccome è un suono fastidioso e tetro, veniva definito il diavolo fatto musica e molti compositori dell’epoca evitavano di inserirlo nelle loro musiche. Questo ci ha sempre molto affascinato e ci ha convinto per la scelta del nome. In più si discosta dalla nostra filosofia, che è quella della cura del suono anche dove ci sono contrasti. Abbiamo appunto giocato su questa opposizione.

Perché avete scelto di cantare musica medievale e rinascimentale?

La scelta risale fin dai tempi del liceo. Il Maestro Radicchia, che è tra i più esperti in Italia di musica medievale e rinascimentale, ce l’ha fatta scoprire e con il tempo ha attecchito dentro di noi, ci ha appassionato e dunque abbiamo intrapreso questo percorso.

Eseguite anche altri generi musicali?

Il genere musicale è sempre quello, musica vocale a cappella in prevalenza, anche se ci è capitato di cantare accompagnati da musicisti. Il repertorio invece cambia: passiamo dalla musica sacra a quella profana, e anche se eseguiamo brani più contemporanei manteniamo sempre la vocalità che ci contraddistingue. Ci stiamo anche affacciando al vocal pop. Di recente un compositore ha scritto per noi un madrigale, che lo scorso ottobre abbiamo eseguito durante un concerto nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi. È stata una vera emozione e un onore poter cantare qualcosa scritto appositamente per noi.

Come avvengono le vostre prove?

In condizioni normali proviamo in media una volta a settimana per un paio di ore. Sono prove molto intense e faticose. Studiamo le note, la contestualizzazione e la storia del brano; il Maestro ci guida, ma aspetta sempre che il dettaglio per l’esecuzione esca da noi, fa sì che ci maturi in testa.

Ora con il distanziamento come fate?

Come durante il precedente lockdown, abbiamo deciso di sospendere le prove perché non possono prescindere dalla convivenza, ma ci siamo incontrati online per studiare e parlare di progetti futuri. Abbiamo sospeso, ma non interrotto.

E quali sono i vostri progetti futuri?

L’idea è quella di incidere un cd, vedremo cosa si potrà fare. È prevista anche una collaborazione con un compositore e chitarrista francese per fare dei concerti: è ancora un progetto embrionale.

Cosa sognate? Dove vorreste arrivare?

Il gruppo è nato da un’amicizia e non il contrario e ognuno di noi ha un lavoro extra coro. Per ora è una passione anche se l’atteggiamento e l’impegno sono a livello professionistico. È un hobby, ma è vissuto come un vero lavoro. Il nostro intento è mantenerlo come un qualcosa che duri per sempre e abbiamo in cantiere bellissimi progetti, non ci siamo dati un limite. Vediamo come andrà! Non escludiamo nulla.

In questo periodo spesso avete fatto esibizioni da remoto, ognuno a casa sua: cosa vi manca dei concerti dal vivo?

Il contatto con il pubblico e cantare dal vivo ci manca tantissimo. Il concerto di ottobre ci ha dato una boccata di ossigeno visto che venivamo da mesi di isolamento; inoltre, ci siamo esibiti all’interno della rassegna internazionale di musica sacra Assisi Pax Mundi in cui erano presenti tanti direttori d’orchestra e questo è stato davvero emozionante.

Quanto è difficile oggi il mondo della musica?

Molto. Ci vuole coraggio, talento e fortuna per vivere in questo mondo. È un mondo difficile soprattutto per noi che siamo nati spontaneamente senza un’impostazione predefinita per arrivare da qualche parte. Il nostro obiettivo è quello di non compromettere la vera essenza della nostra musica.

I perugini che videro nascere nel 1478 Giovan Battista Danti non immaginavano di certo che qualche anno più tardi quel ragazzo universitario pieno di talento li avrebbe fatti stare con il naso all’insù per ammirare le sue evoluzioni aeree, per la prima volta in assoluto effettuate con un mezzo ad ala fissa (simile all’attuale deltaplano).

Questo Dedalo umbro– chiamato anche il perugino volante – dopo approfonditi studi e ricerche da precoce e illuminato ventenne, realizzò una struttura alare con un telaio di legno e superfici in pelle. Siamo negli anni dove l’altro scienziato, il ben noto e stimato Leonardo da Vinci, era convinto che l’uomo potesse volare con macchine che imitassero il volo degli uccelli, per lo sbattere delle ali, oppure con una macchina a volo elicoidale, tipo l’elicottero odierno. Danti, dal canto suo era, invece convinto che l’uomo potesse volare grazie a una macchina ad ala fissa, sfruttando il vento e le correnti ascensionali.

Giovan Battista Danti

I due si incontrarono nel 1502 a Castiglione del Lago, dove Leonardo stava ipotizzando opere di ingegneria idraulica per realizzare una rete di comunicazione tra la Chiana, il Trasimeno, l’Arno e il Tevere. Grazie a Giampaolo Baglioni, il signore di Perugia, si confrontarono sui loro studi, teorie e imprese riguardo il volo. Al termine dell’incontro ognuno rimase della propria idea, ma Leonardo, qualche anno più tardi, si ricredette sul volo ad ala fissa proposto da Danti.
Il perugino volante, al momento dell’incontro con Leonardo, aveva già volato con la sua macchina e quindi non solo teorizzato quello che riteneva il miglior metodo di volo umano. Infatti Danti si sperimentò per la prima volta nel 1498, lanciandosi dalla sommità di Isola Maggiore con la sua macchina di legno, tessuto e pelli e, dopo un breve volo, planò sulle acque del Trasimeno. Provò più volte nel tempo, perfezionando il suo sistema, e ogni volta veniva recuperato, dalle acque del lago, da un suo fedele assistente.

Il volo su Perugia

L’occasione ufficiale per presentare la sua macchina volante fu nel 1498 (per alcuni il 1503), durante la celebrazione delle nozze tra Pantasilea Baglioni e Bartolomeo d’Alviano, capitano di ventura.
Durante la festa, quando la Piazza Grande perugina (oggi Piazza IV Novembre) era gremita di festante gente, Danti iniziò a volare, lanciandosi da un tetto e volteggiando sulle teste della folla incredula e stupita, tra applausi, silenzi apprensivi e grida di stupore. A un tratto, un supporto del telaio ebbe un cedimento e il Dedalo perugino cadde violentemente su un tetto, rompendosi malamente una gamba e rimanendo offeso per sempre da una zoppia. Da allora non riuscì più a volare, ma l’onore e la gloria lo accompagnarono a seguito dell’impresa. In seguito andò a lavorare come ingegnere a Venezia, dove morì a soli 39 anni, nel 1517.
Il Dedalo umbro, colui che effettuò per la prima volta il volo umano con una macchina ad ala fissa sulle acque del Trasimeno, fu come precursore di altri fatti aereonautici che accaddero qualche secolo più tardi sempre sul vecchio Tarminass: l’istituzione della prima Scuola di Guerra per Piloti di Idrovolanti d’Italia a San Feliciano, inaugurata nel 1914 dal tenente Anselmo Cesaroni, l’inaugurazione del campo per aerei terrestri nel 1918, poi aeroporto, a Castiglione del Lago e l’avvento nel 1931 della Scuola Caccia e l’istituzione dell’azienda aeronautica SAI Ambrosini a Passignano sul Trasimeno nel 1934. Quella di Giovan Battista Danti è un primato di orgogliosa eccellenza per il Trasimeno, per Perugia e per l’Umbria. Se il perugino volante avesse potuto osservare le conseguenze di ciò a cui aveva dato inizio…

S’innalza verso il cielo e si staglia come se fosse sul monte degli Dei, a guardia austera del confine umbro-toscano e delle colline dove è poggiato, incutendo rispetto e curiosità.

Quando si arriva nei suoi pressi, si rimane ancor più stupiti: si ha la sensazione di essere in cima al mondo e lo sguardo vaga così lontano da perdersi tra colline, monti, laghi, pianure e borghi… si ha una vasta visione d’insieme e da qui si può capire che tipo di emozione il perugino Danti – che, a cavallo del Cinquecento, volò sul Trasimeno con il primo rudimentale deltaplano della storia –  abbia provato.
Questo luogo suggestivo e d’incanto si trova in Umbria, nel comune di Tuoro sul Trasimeno: è il castello o, per meglio dire il fortilizio, di Montegualandro, è adagiato nell’omonima località.

 

Fortilizio di Montegualandro, foto de I luoghi del silenzio

 

Da qui si possono ammirare l’estensione della Chiana romana e di quella toscana, la bellezza del lago Trasimeno, delle sue isole e dei borghi prospicienti le sue placide e antiche acque, così come la corona delle colline che lo cingono su tre lati. Alzando lo sguardo, si vedono le colline aretine, i rilievi senesi, il Monte Amiata, il Cetona e, più distante, il laziale Soratte, il Monte Arale e il Peglia. Continuando, si scorgono i monti Martani, il lontano Terminillo, i Sibillini e l’assisano Monte Subasio. Accolti tra le pieghe di questi monti e declivi vi sono le cittadine e i borghi che sembrano incastonati come degli unici gioielli preziosi e pare siano messi lì per arricchire la vista di un paesaggio che, per magia e senso storico dei luoghi, amplifica ed esalta le emozioni che nascono dal profondo di ogni animo.

Una finestra sulla storia

Questo è il regalo di Montegualandro con il suo fortilizio: un paesaggio unico e vasto come se fosse una finestra aperta sulla storia che ha visto l’Etruria, nella sua massima estensione, terra di cultura storia e leggenda. Semplicemente mozzafiato!
La storia del maniero e della sua evoluzione parte, secondo notizie, dal X secolo, anche se giù una stele etrusca ne ricorda il luogo. Nel XVI secolo il letterato locale Matteo dall’Isola affermò che il suo nome derivasse dal greco gala (latte) per l’abbondanza di greggi che qui pascolavano. Ma è dal longobardo wald e land, bosco e terra, che trae origine l’ipotesi più accreditata sull’etimologia del toponimo.
Per la sua posizione dominante – sulla strada che collegava Perugia ad Arezzo e quindi a Firenze – fu sempre oggetto di mire e di conquiste. Qui, anche Federico Barbarossa mise la sua firma e, tra perugini e città toscane, se non anche con lo Stato della Chiesa, passò spesso di mano, così come tra le famiglie Casali, Montemelini e Ranieri.

 

Fortilizio di Montegualandro, foto by I luoghi del silenzio

Ancor prima Annibale, nel giugno del 217 a.C., qui stabilì il suo campo nella battaglia e Carlo Magno, qualche secolo più tardi, ne divenne il proprietario. Il Castello di Montegualandro fu visitato, al tempo del GranTour, da Goethe e Byron e il Carducci ne scrisse.
Il fortilizio è stato ristrutturato in tutta la sua bellezza: la cinta muraria, le torri, la chiesa e il corpo centrale hanno ripreso e rinnovato gli antichi e suggestivi fasti. È di proprietà privata e normalmente non visitabile internamente, ma vale bene il tempo di una bella passeggiata per ammirare esternamente la sua magica e affascinante composizione. In particolare da lassù, si potrà toccare il cielo con un dito, sentire il respiro della natura ed estasiarsi guardando il pittoresco paesaggio che si rispecchia nell’antico lago che gli Etruschi appellavano Tarsminass.

Un itinerario turistico fuori dagli schemi, tra suggestivi borghi medievali: si parte dal territorio perugino e si attraversa un lungo tratto della Valle Umbra per arrivare in terra marchigiana.

Ho scritto questo lungo articolo non nascondendo il mio amore per l’Umbria. Ho percorso questo itinerario in estate e ne ho tratto un giro turistico-leggendario che forse potrà piacere anche ad altri. Il resoconto, con notizie anche note – ma non sempre e non a tutti – mette insieme  un vero e proprio viaggio di oltre 130 chilometri da Casa del Diavolo (PG) ad Acquasanta Terme (AP). Il testo è molto lungo e così potete decidere di leggerlo a pezzi, scegliendo le località che più vi interessano, o per intero, compiendo intanto questo viaggio virtuale per poi, perché no, programmarne uno reale, che difficilmente vi deluderà. E quindi chi lo ha detto che non si può unire il Diavolo con l’Acquasanta?

In viaggio

Per chi vuol fare un giro turistico attraverso borghi e località conosciute e non e piene d’incanto, per chi ha un budget ristretto e poco tempo a disposizione propongo questo itinerario che certamente vi sorprenderà dal punto di vista paesaggistico, storico ma soprattutto leggendario.

Casa del Diavolo

Si parte da Casa del Diavolo, che è una frazione del comune di Perugia a 237 metri sul livello del mare. Il suo nome è intriso di mistero e di segreto tale da farne il luogo più inquietante di tutta la regione e tale da stuzzicare la curiosità del viaggiatore e del turista. È proprio il caso di dire: «Perché diavolo si chiama così questo posto?». Le origini del nome non sono certe e per questo si sono moltiplicate le leggende. Secondo alcuni storici l’origine è legata al passaggio di Annibale (216 a.C.) che causò così tanta distruzione e tanta morte che portò il luogo a essere considerato come la dimora del male e quindi del Diavolo.
Un’altra tesi, basata anche su reperti archeologici, fa risalire questo nome all’età medievale, quando molti bambini nascevano morti o morivano prematuramente. Non essendo stati battezzati in tempo, i bambini non potevano così accedere al Paradiso e il loro destino era l’Inferno. Secondo un’altra leggenda, d’ispirazione medievale, questo luogo era sede di una locanda dove solitamente vi soggiornavano banditi, assassini e briganti delle zone vicine. Queste frequentazioni attirarono l’attenzione del Diavolo stesso, che non esitò ad intrattenersi e a stringere patti con questi loschi figuri, per poi aprire una profondissima buca e tornare all’Inferno.
Uscendo da Casa del Diavolo si percorre la E45 e poi la strada provinciale 174 e dopo circa 19 km si arriva a Perugia.

 

cosa vedere a perugia umbria

Perugia

Perugia

Nota per le mura difensive, il Palazzo dei Priori e la Fontana Maggiore, Perugia è il capoluogo di Regione. La leggenda che caratterizza maggiormente questa città è quella che vede coinvolta anche Narni. Si narra infatti che, in epoca medievale, un Grifo, creatura dal corpo di leone e testa di aquila, tormentava gli abitanti e faceva razzia di animali dei due centri cittadini e delle campagne circostanti. Perugini e narnesi allora unirono le forze, mettendo da parte la loro rivalità, per eliminare questa bestia che alla fine, dopo dure battaglie, fu catturata. Come trofeo Perugia prese la pelle e Narni il corpo scuoiato. Da qui l’origine degli stemmi: Perugia, Grifo bianco (la pelle) in campo rosso e, Narni, Grifo rosso (il corpo scuoiato) in campo bianco.
La tappa successiva, dopo circa 20 minuti di auto, è Assisi.

Assisi

È qui che, nel 1180, nacque Francesco divenuto Santo e fondatore dell’Ordine dei Francescani. Intorno a San Francesco si mescola storia e leggenda, così agli oltre 40 miracoli riconosciuti dalla Chiesa, si aggiungono altrettante leggende che lo vedono protagonista. Vediamone una tra le più rappresentative: quella del pesce.
Si narra che un pescatore, vedendo passare Francesco, lo avesse fermato e gli avesse regalato una tinca appena pescata. Francesco accettò il regalo, ma rigettò la tinca in acqua ed iniziò a cantare le lodi di Dio. La leggenda racconta che il pesce rimase vicino al Santo a giocare e ad ascoltare le lodi e che, appena gli fu dato il permesso, tornò libero tra gli altri pesci. Ad Assisi non ho resistito a comprare i Baci, morbidi pasticcini con pasta di mandorle e granella di pistacchio e il Bocconcello, focaccia biscottata arricchita da formaggio. Continuando sempre in direzione sud, dopo circa 15 minuti arriviamo a Spello.

 

Spello

Spello

Spello è un borgo ricchissimo di storia e di arte, carico di tradizioni ma anche di leggende. La più famosa è quella legata alla figura del paladino Orlando, il celebre compagno dell’Imperatore Carlo Magno. La leggenda vuole che Orlando passasse per Spello e, nonostante la sua fama fosse grandissima, non fosse riconosciuto dagli abitanti del luogo e così rinchiuso dalle guardie in una specie di prigione. Una volta accortisi chi veramente era, gli spellani lo liberarono e lo nominarono protettore della città.
Un segno del leggendario passaggio di Orlando a Spello lo troviamo nelle mura, dove c’è un’epigrafe che allude all’eroe. A Spello ho fatto acquisti in una salumeria; palle del nonno e ciauscolo. Le avrei provate in serata, terminato il viaggio, anche se dall’aspetto mi era venuta voglia di provarle subito.
Neanche 10 minuti di auto e giungiamo a Foligno.

Foligno

Terra mistica l’Umbria, dove molti racconti, tramandati anche per via orale, hanno origini che si perdono nella memoria. Foligno per la sua posizione è considerata, fin dai tempi antichi, lu centru de lu munnu e i suoi abitanti, oltre a chiamarsi folignati si chiamano pure Cuccugnau, cioè civetta. Ci sono tre leggende che spiegano questo appellativo. La prima fa riferimento alle monete d’oro fabbricate nella zecca di Foligno e chiamate occhi di civetta. La seconda narra di una colomba di cartapesta fatta calare dal campanile della cattedrale durante la festa di Pentecoste, ma più che una colomba assomigliava a una civetta. La terza leggenda ci parla invece di come i folignati fossero degli esperti nella caccia alla civetta.
Dopo appena 12 km arriviamo a Trevi.

Trevi

Continua così il nostro viaggio attraverso le meraviglie e le leggende dell’Umbria. Nel Comune di Trevi, ma non semplicissima da trovare e tra l’altro completamente immersa nella vegetazione, si trova un luogo di culto affascinante ma anche dimenticato: l’Abbazia di Santo Stefano in Manciano. Quasi totalmente divelta, di essa oggi rimangono parte delle mura, una parte della cripta e dell’abside. Attorno a questa chiesa aleggia una leggenda che la vorrebbe come sede di un tesoro nascosto. Si narra che i monaci ivi residenti fossero talmente ricchi e pieni d’argento da poter ferrare con questo metallo i propri cavalli. La leggenda continua a narrare che i lupi, mentre attaccavano i cavalli, spaventati per la luminosità dell’argento, scapparono via senza colpo ferire. Si dice che questo tesoro è ancora sepolto sotto l’Abbazia.
Passeggiando tra gli oliveti è obbligo visitare anche il Santuario della Madonna delle Lacrime e, a proposito di oliveti, non può mancare l’acquisto di una bottiglia d’olio extravergine, il più rinomato dei prodotti tipici trevani. Con una bottiglia di Trebbiano e con del sedano nero ho terminato i miei acquisti enogastronomici.
Dieci minuti di macchina e siamo a Campello sul Clitunno.

 

Trevi

Campello sul Clitunno

Principale caratteristica del luogo sono le Fonti del Clitunno, parco naturale con un laghetto di acque limpide e calme, polle sorgive e salici piangenti. Si racconta che le acque del Clitunno fossero una fonte di purificazione dell’anima: chiunque s’immergeva nel fiume ne usciva migliorato. La leggenda sul Clitunno ci dice che i buoi che si fermavano ad abbeverarsi al fiume ne uscivano con un manto più pulito. Siamo in orario sulla tabella di marcia e lo stomaco comincia a dare segni inequivocabili; abbiamo fame. È ora di trovare un’osteria o locanda e assaggiare i piatti tipici di questa zona. Da queste parti non riesco a rinunciare alla strapazzata con il tartufo, agli strangozzi e alle lumache. Per finire un’ottima porzione di rocciata, dolce che assomiglia un po’ allo strudel. Da bere? Un calice di Sagrantino e uno di Montefalco.

Spoleto

Soddisfatti del pranzo arriviamo a Spoleto, famosa soprattutto per il Festival dei Due Mondi. La leggenda di Spoleto è legata al Ponte Sanguinario. Il Ponte Sanguinario è situato nel sottosuolo, a pochi metri dalla Basilica di San Gregorio Maggiore, l’ingresso è possibile grazie ad una breve scala che si interra sotto il piano stradale.
La leggenda narra che, intorno al II secolo d.C., viveva a Spoleto un giovane nobile di nome Ponziano che iniziò a predicare la religione dei cristiani. Le politiche anticristiane dell’epoca erano implacabili e anche Ponziano non fu risparmiato dalle persecuzioni. Condotto sul ponte che al tempo conduceva allla via Flaminia oltre il fiume Tessini, venne decapitato. La testa mozzata raggiunse il luogo dove poi è sorta la chiesa e prese a zampillare una fonte di acqua purissima.
Percorrendo la strada statale 685 in 50 minuti arriviamo a Norcia.

 

Norcia

Norcia

Norcia è posta a 600 metri s.l.m. ed è inserita nel comprensorio del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Sappiamo quanto è stata colpita dal terremoto del 2016 ma il carattere tenace dei suoi abitanti la riporterà a nuovi splendori. Norcia è soprattutto famosa per le sue norcinerie piene di prosciutti, salsicce e ogni ben di Dio. Famosa altrettanto per il tartufo, le lenticchie, la pasta alla norcina, la birra dei monaci benedettini e i coglioni di mulo, il salume irriverente. La birra me la sono comprata direttamente dai monaci presso il Monastero. La Guida alle birre d’Italia l’ha definita imperdibile!
La leggenda che avvolge il Parco Naturale è la leggenda della Sibilla. Secondo la comune credenza, lungo le pareti dei monti si troverebbe la grotta, luogo ora incantato ora stregato in cui una fata o una megera riceveva la visita dei più coraggiosi che volevano conoscere il proprio futuro. Dopo secoli di favole tramandate della grotta non resta che un cumulo di macerie e un’infinità di teorie si sono sviluppate intorno a questa favola magica. Da notare che la leggenda si è diffusa in tutta Europa grazie al romanzo cavalleresco Il Guerin Meschino.
Uscendo da Norcia s’imbocca la strada provinciale 477 e dopo 18 km si arriva a Forca Canapine.

Forca Canapine

Innanzitutto c’è da specificare bene che Forca Canapine non ha niente da condividere con la Foce di Canapino. I nomi sono simili ma i luoghi sono distanti. La Foce di Canapino non è altro che un impegnativo fuoripista dell’appennino tosco-emiliano, sconosciuto a molti. Forca Canapine invece è un valico stradale dell’appennino umbro-marchigiano situato sui monti Sibillini, ad un’altezza di 1541 metri s.l.m.; siamo quindi sul confine tra Umbria e Marche. Il toponimo deriva da due termini: Forca che vuol dire valico, mentre Canapine fa riferimento alla coltivazione e alla raccolta della canapa. Interessante notare che la località fa parte dell’itinerario del Sentiero E1 che congiunge Capo Nord a Capo Passero, in provincia di Siracusa.
Con un passo siamo nelle Marche.

 

Forca Canapine

Arquata del Tronto

Percorrendo la strada provinciale 64, poi la strada statale 685 e ancora le strade provinciali 230 e 129, in circa 25 minuti arriviamo ad Arquata del Tronto, provincia di Ascoli Piceno.
È un piccolo Comune di poco più di mille abitanti ed anche questo è stato gravemente danneggiato dal terremoto del 2016. Anche Arquata ha la sua leggenda. Si narra infatti che il locale castello sia infestata da fantasmi, o meglio, da un fantasma femminile. La leggenda racconta che il re Giacome di Borbone rinchiuse la moglie e regina Giovanna II d’Angiò nella torre più alta del maniero dopo averla dichiarata pazza perché più volte macchiatasi del peccato di lussuria. Si dice che, in base alla qualità della prestazione, la regina aveva il potere di dare in pasto ai lupi i pastori che non raggiungevano la sufficienza sotto le lenzuola. Povero Giacomo di Borbone! Giovanna II D’Angiò abiterebbe ancora dentro quelle mura sotto forma di fantasma; qualcuno dice ancora di sentire dei rumori sinistri riecheggiare dalla rocca.
Dopo circa 12 km, percorrendo la provinciale 129 e la statale 4, arriviamo alla nostra ultima tappa: Acquasanta Terme.

 

Acquasanta Terme

Acquasanta Terme

Acquasanta Terme è un comune di 2600 abitanti in provincia di Ascoli Piceno e si trova nel comprensorio del Parco Nazionale del Gran Sasso. Già il nome della località è un programma: dal sottosuolo infatti sgorga un’acqua termale sulfurea alla temperatura di 38 gradi. Il territorio poi è ricco di tesori artistici e di principale interesse sono il Castel di Luco e il monastero di San Benedetto in Valledacqua. La piccola leggenda di questo paese vuole che le sue terme abbiano dato sollievo, nel 712, a un console romano, tanto che da quel momento vennero segnate sulla mappa per curare i feriti dopo le battaglie.

Con questo itinerario, che consiglio veramente a tutti ma specialmente ai forestieri, sono riuscito a unire il Diavolo (Casa del Diavolo) con l’Acquasanta (Acquasanta Terme). Buon Viaggio!

«La rivalità tra Terni e Perugia è divertente e fa parte del gioco, basta che non si esageri altrimenti diventa stupido. Il Perugia in C? Beh, sì che ho goduto!».

Francesco Lancia è uno che lavora dietro le quinte come autore di numerose trasmissioni televisive per Rai, La7, Sky, Mediaset, DeejayY Tv e Comedy Central. È anche autore e voce di Radio Deejay, nel programma Chiamate Roma Triuno Triuno con il Trio Medusa e proprio quest’estate, durante la trasmissione radiofonica, ha fatto uno spot divertente e decisamente efficace, per incentivare il turismo in Umbria. Lui, umbro di Terni, è molto legato alla regione e alla sua città: qualche giorno fa, in dialetto ternano, ha lanciato un appello da influencer per incentivare l’uso della mascherina. «Appena posso nei miei spettacoli e testi cerco sempre di inserire l’Umbria. Ho citato persino Perugia!» (scherza). «Vorrei vedere!» gli rispondo di getto. Nel corso della nostra chiacchierata via Skype, la rivalità tra Perugia e Terni è venuta fuori – non poteva essere altrimenti: un sano sfottò, quello che ti fa fare una risata. Ma l’obiettivo dell’intervista è far conoscere Francesco, diventato famoso ai più per «Venite in Umbria, str…».

Visto l’appello che hai fatto quest’estate non posso che chiederti: qual è il tuo legame con l’Umbria?

È un legame molto forte: sono nato a Terni, ho vissuto a Terni fino a 18 anni poi sono andato a studiare a Roma e, a causa del mio lavoro, ora vivo qui, ma i miei genitori abitano ancora a Terni e appena posso vado a trovarli. Le feste comandate (come si dice) le passo sempre lì. Inoltre, nei miei spettacoli cerco sempre di citare la città o la regione proprio per evidenziare il mio attaccamento.

Informatico, autore televisivo, speaker radiofonico, attore, doppiatore: di preciso chi è Francesco?

Non lo so ancora! Posso dire che il mio mestiere principale è quello di autore radiotelevisivo, poi dall’autoraggio radiofonico sono diventato anche una voce, ma la mia grande passione è quella dell’improvvisazione teatrale. Ovviamente oggi è difficile vivere solo di teatro, ma è una bellissima passione che cerco di portare avanti. Sono uno a cui piace fare un sacco di cose e cambiare spesso, magari tornerò a fare l’informatico, mai dire mai!

Quindi l’improvvisazione è la tua passione?

Sì, sono disposto a fare chilometri e chilometri anche gratis. Gli altri sono anch’essi divertenti, ma rimangono lavoro. Scrivere mi piace tantissimo, lavorare in radio anche, ma è dall’improvvisazione che è nato tutto, sono partito da lì.

 

Francesco Lancia, ph Elisa Pìzza

Sei anche uno dei fondatori della compagnia teatrale de I Bugiardini che fa proprio teatro d’improvvisazione…  

Esatto. Saliamo sul palco senza avere nulla di pronto e chiediamo al pubblico cosa vuole vedere. Riusciamo a realizzare uno spettacolo con una storia e delle canzoni, così, creato dal nulla. È molto divertente sia per il pubblico sia per noi attori. Non sai mai quello che succede. Devo dire che è utile anche per la vita di tutti i giorni: se arriva un imprevisto sai come affrontarlo e come reagire al meglio. Un corso d’improvvisazione lo consiglierei a tutti.

C’è un programma che hai scritto di cui sei più orgoglioso?

Tanti. Ho sempre avuto la fortuna di lavorare in programmi che mi sono piaciuti, fin dal primo realizzato col Trio Medusa. Poi da autore ho scritto il programma per La7 la Gaia Scienza, se potessi lo rifarei domani, mi sono divertito moltissimo. Non posso non nominare anche Zero e lode andato in onda su RaiUno. Sono molti i programmi che ho voluto fare e pochi quelli che ho dovuto fare. Mi sento un privilegiato!

Partendo da Terni, come si arriva a fare tutto questo? Come hai cominciato?

Ho rinunciato a un contratto a tempo indeterminato per iniziare seriamente la carriera di autore… immagina la reazione dei miei genitori! Passo dopo passo, per ora è andata bene…

La tua promozione dell’Umbria su Radio Deejay quest’estate ha avuto un grande successo…

Sì, me lo hanno detto in tanti e alcuni sostengono che sia anche un po’ merito mio il turismo di quest’estate. Io non penso: l’Umbria è meravigliosa ed è facile da raggiungere. Io posso aver messo il tarlo in testa a qualcuno, ma il grosso lo fa il territorio.

Com’è nato il pezzo?

Quel pezzo l’ho scritto al volo, la mattina stessa e l’ho fatto con molta leggerezza. Sono contentissimo che sia diventato virale! Quando posso, cerco sempre di valorizzare la regione: non si può restare attaccati al solo passato industriale – parlo di Terni – si deve puntare su altro come ad esempio l’enogastronomia. «Ma quando se magna bene in Umbria?!» Ma in pochi lo sanno. Inoltre, ti do una notizia in anteprima: per Comedy Central ho girato una puntata particolare (andrà in onda tra diversi mesi) e tutto quello che serviva lo abbiamo trovato in Umbria. Siamo stati al Caos di Terni, all’Abbazia di San Pietro in Valle e al museo delle mummie di Ferentillo. È una regione tutta da scoprire.

Per il turismo natalizio cosa potremmo dire? Venite in Umbria a Natale…

Intanto ci sono io, in Umbria a Natale, che mangio il panpepato – lo faccio anche a Roma con la mia ricettina e poi lo regalo. In Umbria non c’è il mare, quindi quale migliore occasione se non d’inverno, poi non nevica o nevica poco, ci sono un sacco di cose da vedere: l’albero di Gubbio, la Stella di Miranda a Terni… una buona meta a basso costo per il Natale! Situazione Covid permettendo.

Hai fatto il liceo scientifico Galileo Galilei di Terni… io quello di Perugia! Da qui ti chiedo: l’ha mai sentita la rivalità tra le due città?

Avoja! Ci gioco spessissimo sulla rivalità tra le due città, ovviamente in modo goliardico, non farei mai nulla di male ai cugini biancorossi. Ho una carissima amica perugina e ce le diciamo di tutti i colori, perché è divertente. Come hai sentito, nello spot ho nominato anche Perugia e ci sono tante persone intelligenti perugine – (scherza) – che in radio mi scrivono per prendermi in giro per l’accento ternano. Lo fanno simpaticamente. Fa parte del gioco. Da ragazzo poi, vivevo la rivalità anche a livello calcistico.

Quindi sei tifoso?

Della Ternana sarò sempre tifoso. Da ragazzo andavo in curva, in trasferta… ora seguo molto poco il calcio, però: «Che ha fatto la Ternana?» lo devo sapere ogni domenica. Finché il campanilismo è divertimento va bene, quando esagera diventa stupido.

Dì la verità: hai goduto della retrocessione in serie C del Perugia?

Beh, per forza! Un po’ sì (ride). In questo momento è una guerra tra poveri, ma fa godere lo stesso! Vediamo cosa succede quest’anno.

Sei un appassionato di giochi da tavolo: qual è il tuo preferito?

Ne ho più di 400. Non sono i classici giochi, sono i giochi da tavolo di ultima generazione, quando li ho scoperti mi si è aperto un mondo. È complicato sceglierne uno.

Se l’Umbria fosse un gioco da tavolo, quale sarebbe?

È una bellissima domanda. Potrebbe essere Indovina chi? Tipo: «C’è la metropolitana?» si butta giù tutto e finisce, oppure «Ci sono Santi famosi?» «Sì» allora si lasciano alzati Terni, Assisi, Cascia. Ci si potrebbe pensare.

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Natura, cibo, Natale.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

Il verde, la cascata delle Marmore.

Come sopravvivere a una lunga quarantena? O a una pandemia? Come sfuggire a nemici invisibile come ansia, paura… sé stessi? Quattro amici più una voce narrante, uniti ma divisi nel lockdown, si inventano le loro originali, comiche e surreali vie d’uscita.

Carla Di Donato

Appena ho letto il titolo del libro di Carla Di Donato, Good Morning Covid-19 la prima cosa a cui ho pensato è stato il film Good Morning, Vietnam con Robin Williams e l’autrice, che presenterà la sua opera prima venerdì 30 ottobre alle 18.00 via streaming, ha subito confermato la mia sensazione: «Il libro s’ispira proprio a quel film: c’è un riferimento diretto a questo anche nel libro, in un passaggio infatti scrivo: “In quell’istante nasce Good Morning Covid-19. Robin era in Vietnam. Io a casa mia. Loro? Beh… loro a casa loro”. Il romanzo è nato durante la quarantena ed è un antidoto alla paura, le apre la porta, la guarda in faccia e l’attraversa. Un surreale, comico, riflessivo, guizzante Buongiorno alla vita di ognuno di noi in questa pandemia» spiega l’autrice.

La storia gira intorno al mondo di personaggi sghembi, non a fuoco, in cerca di equilibrio in un momento storico particolare. I cinque protagonisti – Fluncho, il Ninja, Sandwich, La Flaca e Carlot – sono osservati dalla voce narrante all’interno di un prisma, non hanno filtri, aprono e condividono il loro mondo interiore e lo rovesciano con follia.
«È un romanzo adatto a tutti, soprattutto a chi vuole sorridere e riflettere su qualcosa che generalmente crea ansia e fuga: accostarsi al libro può aiutare ad avere un approccio diverso al sentimento di incertezza e impotenza che ci accomuna di questi tempi, a sentirci meno impotenti e più centrati, più consapevoli, dunque più forti. È un viaggio interiore intrapreso durante la chiusura forzata alla scoperta di un altrove da affrontare e da non temere. Good Morning Covid-19, edito da Edizioni Era Nuova, non segue un filo logico tra gli avvenimenti, è un labirinto di pensieri ispirato anche dall’opera in copertina del libro di Nino Vario. Non c’è consequenzialità, ci sono accadimenti che si intersecano, così come nella vita quotidiana» prosegue Carla Di Donato.

 

 

 

La scrittrice è autrice di volumi e saggi accademici e di testi teatrali, collabora con La Civiltà Cattolica, danza e insegna Theatre Jazz. Ha lavorato all’estero, a Londra, al Victoria and Albert Museum e, in Italia, proprio a Perugia con il TSU (Teatro Stabile dell’Umbria) e con HOME – Centro di Residenza Coreografica. «Essere poliedrici e flessibili, oggi, aiuta ancor più che in passato. Ma, più di tutto, sono gli affetti e gli amici la rete indispensabile per farcela. Il libro racconta proprio questo: come riuscire a sentirsi vicini, forse come mai prima, anche in una distanza fisica forzata e prolungata. Più che un modo per esorcizzare questo momento storico, ovvero prenderne le distanze, direi che è un modo per abbracciarlo, in un senso nuovo, trattandolo come un’opportunità, foriera di scoperte e di varchi» conclude la scrittrice. All’evento, oltre all’autrice, parteciperanno anche lo studioso Enzo Cordasco e lo scrittore Pierpaolo Peroni.

 


Nella pagina Facebook di Good Morning Covid-19 saranno rese note le indicazioni per seguire la diretta.

Sarà un’edizione più breve, ma di grande impatto. Tre categorie di concorso, webinar, proiezioni online e la mostra Lo Spazio che Occupo, negli spazi di affissione comunale.

Malditos, di Elena Goatelli, Angel Esteban

 

PerSo – Perugia Social Film Festival non si ferma e torna in città con la sesta edizione, dal 7 all’11 ottobre. L’evento internazionale dedicato al cinema documentario metterà in scena il meglio delle produzioni internazionali del cinema del reale: cinque giorni di proiezioni a ingresso gratuito (su prenotazione), tre categorie di concorso, eventi speciali fuori concorso e workshop. «Abbiamo deciso di organizzare una forma ridotta di soli 5 giorni, ma con la scelta coraggiosa di puntare sui film in anteprima» spiega Luca Ferretti che, con Giacomo Caldarelli e Ivan Frenguelli – coadiuvati da Giovanni Piperno, presidente del Festival e documentarista di grande esperienza – organizza l’evento.

L’arte scende in strada

La vera novità di questa edizione è Lo Spazio che Occupo, un progetto di arte pubblica che coinvolgerà, con sette percorsi, diverse zone e quartieri di Perugia occupando gli spazi di affissione del Comune. Un evento multidisciplinare che coinvolge undici artisti fra cui pittori, scultori, performer e filmmaker come Riccardo Palladino – regista umbro di grande spicco – e Oskar Alegria, reduce dal Festival di Venezia. Le opere, da rintracciare in giro per la città come in una caccia al tesoro artistica, offrono prospettive e punti di vista sulle possibili declinazioni dello spazio: che sia quello che gli artisti occupano nella società o quello che occupano come esseri umani. «Abbiamo deciso di far dialogare il linguaggio del cinema con altre arti e ampliare il Festival inserendo altri linguaggi e coinvolgendo la città. Quest’idea è nata anche in relazione alla situazione che si sta vivendo con il Covid: gli spazi al chiuso sono limitati e quindi usciamo e usiamo gli spazi di affissione pubblica e la strada. Le opere, che saranno affisse dal 7 al 21 ottobre, verranno poi raccolte in un catalogo» prosegue Luca Ferretti.

 

Lo spazio che occupo di Alice Gosti

Cinque giorni di cinema

Ma il cinema resta il vero protagonista. Il cinema che racconta storie, ambiente, lotta per i diritti delle donne, disuguaglianze e il presente con tutte le sue contraddizioni, le sue crisi e le possibili vie d’uscita. Questi i temi affrontati nelle tre categorie in concorso: PerSo Award per il miglior film documentario in anteprima italiana; PerSo Short Award per il miglior cortometraggio; PerSo Umbria in celluloide dedicato ai lavori sull’Umbria e/o di autori umbri. Prevista anche una categoria fuori concorso, il PerSo Masterpiece, rassegna che offre una panoramica dei film documentari di maggior rilievo e prestigio dell’ultima stagione cinematografica internazionale.
«Con il PerSo Short siamo tornati nel carcere di Capanne, qui i detenuti della sezione maschile voteranno il miglior cortometraggio. Quest’anno per ovvie ragioni la presenza in carcere si è interrotta nei mesi del lockdown ed è potuta riprendere solo nel mese di settembre. Perciò, i percorsi di formazione che negli ultimi anni avevano previsto visioni durante diversi mesi dell’anno, per garantire un approccio più completo al cinema del reale, non si sono potuti avviare. Per questa ragione, in via eccezionale, sono stati coinvolti nuovamente i detenuti formati per la giuria 2019» illustra l’organizzatore.

 

Gli appunti di Anna Azzori / Uno specchio che viaggia nel tempo, di Constanze Ruhm

 

Il Festival, organizzato dall’Associazione RealMente e che racchiude nel claim Differente. Non indifferente tutto il suo spirito, non si è fermato e, con grande impegno da parte degli organizzatori, promette cinque giorni imperdibili: «Abbiamo fatto uno sforzo immane e non sappiano se tutto questo sarà ripagato, anche economicamente, dai vari enti e istituzioni. È stato costruito tutto con quel poco che avevamo, ma ne siamo orgogliosi» conclude Ferretti.

 

PerSo Award

  • Beco, di Camilo Cavalcante, Brasile
  • Broken head, di Maciej Jankowski, Polonia
  • Si c’était de l’amour, di Patric Chiha, Francia
  • El father plays Himself, di Mo Scarpelli, Venezuela / Regno Unito / Italia /USA
  • Gli appunti di Anna Azzori / Uno specchio che viaggia nel tempo, di Constanze Ruhm, Austria / Germania / Francia
  • Malditos, di Elena Goatelli, Angel Esteban
  • Se ho vinto se ho perso, di Gian Luca Rossi, Italia
  • Still-lifes, di Filippo Ticozzi, Italia

 

PerSo Short

  • All on a mardi gras day, di Michal Pietrzyk, USA
  • I need the handshakes, di Andrei Kutsila, Bielorussia / Polonia.
  • Le veilleur (The watchman), di Lou du Pontavice, Belgio / Cina
  • Les aigles de Carthage, di Adriano Valerio, Francia / Tunisia / Italia
  • Polyfonatura, di Jon Vatne, Norvegia
  • Rewild, di Nicholas Chin e Ernest Zacharevic, Indonesia
  • Se asoma la marea, di Clara Cambadelis, Belgio
  • Selected milk, di Jose Luis Ducid, Spagna
  • Zu dritt, di Benjamin Bucher e Agnese Làposi, Svizzera / Francia

 

Umbria in celluloide

  • Amori, di Stefano Ceccarelli e Gabriele Anastasio
  • L’anima errante, di Alberto Brizioli
  • Mio fratello ciclotimico, di Emilio Seri
  • Palla prigioniera, di Hermes Mangialardo
  • Pantagral, di Andrea Greco

 


Per informazioni e programma:  www.persofilmfestival.it

Mostra itinerante Le Forme dell’Aria. Arte e Moda attraverso i sensi, dal 4 al 24 ottobre 2020 alla Sala Cannoniera della Rocca Paolina di Perugia.

Un autentico connubio tra Arte e Moda, dove da un’idea collaborativa tra Laura Cartocci, Carla Medici, Francesco Minelli e Marco Pareti ha preso vita un evento itinerante in cui la moda, l’arte, la fotografia e la poesia diventano complementari e s’intersecano in nome della bellezza etica ed estetica, oltre i canoni tradizionali.

Il visitatore potrà ammirare i mondi della moda e dell’arte che vanno di pari passo nella visione di come trasmettere emozioni e sensazioni, sia per chi immagina e sia per chi osserva attraverso le proprie percezioni sensoriali. Alla manifestazione parteciperanno più di 40 artisti nazionali e internazionali, l’Accademia delle belle Arti P.Vannucci, l’istituto Italiano Design, l’I.I.S. Cavour-Marconi-Pascal, il Liceo Artistico B. di Betto e il Nuovo Istituto Design. Altresì saranno allestite alcune istallazioni legate al mondo della moda e dell’arte a cura di Fiora Baglioni, CONVID 13, Kim Hee Jin, Michele & Co, Profumi di Perugia, Carla Tejo e Cinzia Verni. Taluni personaggi illustri, ospiti della mostra durante il periodo espositivo, impreziosiranno ulteriormente l’evento.

 

 

L’inaugurazione della mostra Le Forme dell’Aria. Arte e Moda attraverso i sensi, avrà luogo alle ore 18,00 di domenica 4 ottobre 2020 presso la Sala Cannoniera della Rocca Paolina, mentre per essere in linea con le disposizioni Covid 19, si potrà assistere solo su invito, alla presentazione della mostra che avverrà, poco prima, alle 16,30 presso la Sala dei Notari.

All’evento interverranno, Leonardo Varasano, Assessore alla Cultura del Comune di Perugia, Erika Borghese, in rappresentanza della Provincia di Perugia, il critico d’Arte Andrea Baffoni, Eleonora Pieroni, attrice e Ambasciatrice del made in Italy in America, Catia Rogari, poetessa e l’attore Stefano de Majo.

L’evento è organizzato da Laura Cartocci, dalla Casa degli Artisti di Perugia e da Marco Pareti che, nell’occasione, sveleranno le località dei successivi appuntamenti. Gli organizzatori, hanno semplicemente anticipato che le prossime due tappe dell’intrigante kermesse, saranno accolte in un suggestivo borgo del Trasimeno e in un affascinante borgo medievale ternano.

Dopo la presentazione e fino al 24 ottobre compreso, la mostra sarà visitabile presso la Rocca Paolina di Perugia, dal martedì alla domenica dalle ore 15,30 alle 19,00. Per eventuali informazioni chiamare il numero telefonico 348 5275776. L’evento è patrocinato dalla Provincia e dal Comune di Perugia e supportato dal GAL Trasimeno-Orvietano. Numerosi gli sponsor.

«Sono appassionata di arte e in questo modo ho unito la mia passione con il mio lavoro di chimica, in più do un contribuendo alla salvaguardia di opere che fanno parte della nostra storia e cultura».

Essere una salvatrice di opere d’arte, fermare – o quantomeno rallentare –  il loro invecchiamento, unire passione e lavoro, amalgamare alla perfezione chimica e arte è il lavoro della dottoressa Letizia Monico (35 anni), ricercatrice perugina che lavora al CNR e fa parte di un team che collabora col Dipartimento di Chimica di Perugia per salvare quadri in fase di deterioramento. I Girasoli di Van Gogh e l’Urlo di Munch sono passati sotto la sua lente e, con studi curati e approfonditi, si è scoperto che i colori – in particolare il giallo – perdono la loro bellezza: la causa è l’umidità. Recuperare queste opere non si può, però si può prevenire. Vincitrice di diversi riconoscimenti e premi, Letizia vanta anche pubblicazioni in riviste internazionali come Analytical Chemistry.

Letizia, la prima domanda è d’obbligo per tutti: qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nata a Umbertide e cresciuta a Perugia, dove ho anche studiato. Mi considero una perugina D.O.C.

Come è avvenuta la scoperta del degrado dell’Urlo di Edvard Munch?

Faccio parte di un’équipe di chimici che fa indagini sui materiali e collaboriamo con conservatori e storici dell’arte. Proprio i conservatori si erano accorti del degrado in atto, per la precisione avevano notato degli sbiancamenti del colore giallo presente sul quadro e lo sfaldamento della pittura stessa.

Come si può intervenire per evitare il peggio?

Occorre capire quali sono le cause e cercare di prevenirle. Con i nostri studi abbiamo sia studiato l’opera sia ricreato in laboratorio dei pigmenti quanto più simili a quelli utilizzati da Munch. In questo modo si è arrivati a scoprire quale potesse essere la situazione ambientale migliore affinché questi pigmenti non subissero modificazioni. Le opere sono a stretto contatto con l’ambiente, in primis luce e umidità e abbiamo visto come i due fattori – separatamente – possono incidere sull’opera. La scoperta è che non è tanto la luce che incide, quanto l’umidità.

 

Letizia Monico mentre cura i Girasoli

Quindi cosa si può fare?

Si può rallentare il degrado di questa tipologia di pigmenti e tenere l’opera in condizioni di umidità controllata.

Questo studio può essere utilizzato anche per salvare altri quadri?

Ogni quadro ha una storia a sé ed è realizzato con altrettanti materiali. La prima cosa da fare è capire la storia dell’opera, come è stata conservata e quali sono i materiali che la compongono. In teoria lo studio può essere rivendibile per le opere che hanno il giallo di cadmio, sul quale abbiamo fatto lo studio.

In passato si era anche occupata dei Girasoli di Van Gogh…

Sì, ma in quel caso si trattava di un altro tipo di giallo, giallo di cromo, che tende a scurirsi avendo una chimica del pigmento diversa rispetto al giallo di cadmio. Il fenomeno a livello visivo è diverso. In entrambi i casi però, ora si può intervenire per rallentare o interrompere il peggioramento.

Per questo ha vinto il Premio Levi 2015, riconoscimento nazionale della Sezione Giovani della Società Chimica Italiana…

Sì, l’ho vinto con la pubblicazione legata proprio al lavoro sui Girasoli: questo studio nasce con la mia tesi di dottorato. Ma non è stato il primo: già nel 2013 avevo vinto altri premi – il Premio miglior tesi di dottorato e Eric Samuel Scholarship Award in America – sempre legati allo studio del giallo di cromo.

In questo momento si sta occupando di qualche altra opera d’arte?

Di recente abbiamo lavorato su opere di Rubens e continuiamo su Munch e su un’altra versione dei Girasoli di Van Gogh che si trova a Londra.

Ha mai lavorato su qualche dipinto umbro?

Ancora il lavoro è nelle fasi iniziali, ma mi sto occupando anche degli affreschi del Cimabue di Assisi, quelli danneggiati durante il terremoto del 1997.

Com’è arrivata da chimica a studiare le opere d’arte?

A Perugia c’è un gruppo di ricerca nel dipartimento di Chimica che lavora proprio sui beni culturali. Io ho iniziato con loro perché sono appassionata di arte. In questo modo sono riuscita a unire il lavoro con la passione. Sono molto fortunata!

Quanto è difficile essere ricercatori oggi?

È un lavoro molto difficile e faticoso, ci vuole pazienza. Ma se uno è attivo, pubblica e collabora a livello internazionale – che è fondamentale – si pongono le basi per un futuro, per fare concorsi e per riuscire a entrare nel mondo del lavoro. Certo, le posizioni sono poche. Ripeto, non è facile.

Qual è il bello di questo lavoro?

La possibilità – come detto – di unire due delle mie più grandi passioni: la chimica e l’arte; la grande opportunità di stare a stretto contatto con oggetti di straordinaria bellezza e la consapevolezza che, nel mio piccolo, sto contribuendo un po’ alla salvaguardia di opere che fanno parte della nostra storia e cultura.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Natura, arte e tartufo.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione?

Casa.

La luce è scintilla vitale per ogni essere vivente, invisibile e immateriale, eppure origine di ogni cosa. Penetra silenziosa all’interno di vetrate e finestre, illuminando le navate e gli altari di chiese e cattedrali, rivelando così lo spazio costruito.

Fin dall’antichità i fasci di luce avevano un valore funzionale: il loro scopo era infatti quello di consentire un uso ottimale degli spazi. In seguito, soprattutto all’interno dei luoghi sacri, la luce cominciò ad assumere un altro significato, più simbolico: la presenza del divino.
Con la diffusione dell’arte bizantina, le pareti delle chiese si ricoprirono di mosaici con fondo oro; su di essi la luce si riflette provocando spettacolari riflessi dorati. Infine, giochi di luce si ottennero grazie a grandi e preziosi rosoni realizzati interamente con vetrate colorate. I fasci di luce colorano le navate, rendendo visibile, anche internamente, il ricamo di vetro, vera e propria opera d’arte realizzata dall’estro di maestri vetrai.
In una regione mistica come quella umbra, terra di Santi e Beati, la spiritualità si cela nei grandi rosoni che campeggiano sulle facciate delle chiese. Nella chiesa di Santa Giuliana a Perugia il rosone domina la facciata, anche se la sua struttura risulta molto semplice: due giri di ruota con colonnine e archetti trilobati che ruotano intorno a un perno centrale.

 

Chiesa di Santa Maria a Monteluce. Perugia

La luce che invece penetrava all’interno della chiesa di San Francesco al Prato mostrava, agli occhi dei fedeli e dei visitatori, le straordinarie opere d’arte lì conservate, come la Pala Baglioni e la Pala degli Oddi di Raffaello, la Resurrezione del Perugino e tante suppellettili sacri. Il grande rosone, realizzato con un morbido disegno a griglia, si distacca da quelli classici, rivelando un tema iconografico inusuale.
Anche nella chiesa di Santa Maria di Monteluce la navata centrale è illuminata da un magnifico rosone, posto nel registro superiore della facciata a capanna. Il rosone è interamente composto da una griglia traforata con un motivo circolare.

Chiesa di San Costanzo

Nella chiesa di San Costanzo, elevata nell’ottobre del 2008 da papa Benedetto XVI a basilica minore e dedicata al primo vescovo di Perugia, è visibile un rosone fiancheggiato da altorilievi allegorici che rappresentano i quattro Evangelisti. Oltre il rosone è inoltre presente un portale costituito da due stipiti in marmo ornati da tralci e animali fantastici, mentre nell’architrave è raffigurato Cristo benedicente tra i simboli degli evangelisti, unesempio di scultura romanica di fine del XII secolo.

Il principale edificio religioso a Perugia è indubbiamente la cattedrale di San Lorenzo. Presenta una complessa stratificazione di fasi costruttive. Venne iniziata il 20 agosto 1345 come narrato dalle cronache dei Baglioni: «Adì 20 de agosto nel dicto millesimo se comenzó a fondare la chiesa nuova S. Lorenzo». [1]

Diversamente dalle maggiori cattedrali, quella di Perugia ha la fiancata laterale rivolta verso la piazza principale della città. Tale lato è caratterizzato dalla Loggia di Braccio, commissionata da Braccio da Montone. La navata centrale è interamente illuminata dalla vetrata del rosone, simbolo per eccellenza dell’estro di maestri vetrai.

 

Cattedrale di San Lorenzo

 

In questo straordinario mondo luminoso celebre è l’attività dello Studio Moretti Caselli, che ebbe inizio nel 1858, con il lavoro svolto da Francesco Moretti; esecutore e maestro, ha legato il suo nome e quello di tutto lo studio al merito di aver ripreso, continuato e reso prestigiosa l’arte vetraia in Italia. Nel 1861 fu installato un vero e proprio laboratorio tecnico, prima nel complesso di San Domenico, poi trasferito nell’ex convento di San Francesco al Prato e infine nell’attuale via Fatebenefratelli.[2] Oggi lo studio-laboratorio è diventato un magnifico museo.

Vetrata. Natività

Nella cattedrale di Perugia il primo intervento fu curato proprio da Moretti, che realizzò la Natività o L’adorazione dei pastori da porre nel finestrone della cappella. La magnifica vetrata impressionò talmente tanto i perugini per la sua bellezza che fu lodata da due poeti: Giovanni Bini Cima e Alinda Bonacci Brunamonti.
Il successivo intervento fu di Ludovico Caselli, che tra il 1917-1920 realizzò il Martirio di San Lorenzo. Anche questa vetrata fu accolta e descritta con parole poetiche.[3] Le vetrate dello studio rappresentano una sorta di pittura di luce e i fasci diretti e puri, colorati e sfumati filtrano dalla sottile rete degli elementi metallici, diventando simbolo terreno della presenza divina.

 


[1] Cronaca della Città di Perugia  dal 1309 al 1491. Nota col nome di Diario del Graziani secondo un codice appartenente ai conti Baglioni supplita ne’ luoghi mancanti con escerti di altre inedite cronache perugine e pubblicate per cura di Ariodante Fabretti con annotazioni del medesimo di F. Bonaini e F. Polidori, p. 18.
[2] La carta, il fuoco e il vetro. Lo studio-laboratorio Moretti-Caselli di Perugia attraverso i documenti, disegni e le vetrate artistiche. Catalogo della mostra, a cura di G. Giubbini, R. Santola Mazza, Edimond Editore, 2001, p. 60.
[3] La carta, il fuoco e il vetro. Lo studio-laboratorio Moretti-Caselli di Perugia attraverso i documenti, disegni e le vetrate artistiche. Catalogo della mostra, a cura di G. Giubbini, R. Santola Mazza, Edimond Editore, 2001, pp. 68-69.

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