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La seconda edizione dell’evento Priorità Donna a Perugia, prenderà il via l’11 giugno e vedrà la centralissima Via dei Priori costellata di eventi, che fino al 25 giugno, renderanno la già dinamica ed elegante strada, un crocevia pulsante e denso di appuntamenti riguardanti arte, sport, cultura, interviste, laboratori, libri, fotografie, poesie, mostre, pittura, ceramica, moda, musica, enogastronomia, spettacoli teatrali, … e tanto altro.

Un programma nutrito e imperniato sulla fondamentale centralità della figura femminile in molti ambiti. La manifestazione è stata organizzata dall’Associazione Via dei Priori, La Casa degli Artisti di Perugia, l’Associazione Capodanno in Centro, il Progetto Donna vede Uomo, nelle persone di Maria Antonietta Taticchi, Francesco Minelli, Carla Medici, Luca Cirimbilli, Stefano Giaffreda e Marco Pareti.

L’evento priorità Donna, ha visto il supporto del Comune di Perugia con gli assessori Edi Cicchi e Leonardo Varasano, della Regione Umbria con la Vicepresidente dell’Assemblea Legislativa, Simona Meloni e del GALTO, con Francesca Caproni.

La presidente dell’Associazione Via dei Priori, Maria Antonietta Taticchi ha dichiarato: «Questa seconda edizione di Priorità Donna, è piena di significati e di valori. Valori che riguardano, ovviamente, il mondo femminile in varie sue declinazioni. Così come, attraverso l’arte e la cultura, ravvivare e dare stimolo al turismo e al commercio proponendo belle e attrattive iniziative come questa. Priorità Donna è nata nell’insegna della gioia, del rispetto e della voglia di apprezzare le cose belle della vita, con la forza di riuscire a farcela alle continue sfide che ogni giorno siamo chiamati ad affrontare e che, ovviamente, supereremo con il sorriso».

 

 

I vari eventi di Priorità Donna, saranno disseminati in tutta la via dei Priori e nei luoghi adiacenti, come San Francesco al Prato, Piazzetta Santo Stefano e la Chiesa di Sant’Agata e coinvolgeranno anche i locali commerciali, artigiani e artistici della via.

Una vera e propria galleria di eventi a cielo aperto dove l’arte, il turismo, la cultura e l’economia si incontreranno in un’unica manifestazione e dove le donne saranno protagoniste fin dai titoli iniziali. Non partecipare a questo evento sarebbe veramente un peccato.

 


Di seguito il programma della manifestazione Priorità Donna:

11 GIUGNO:

 Ore 17,00: in Piazzetta Santo Stefano, Via dei Priori – Perugia

  • Inaugurazione manifestazione PRIORITA’ DONNA

Apertura con un breve spettacolo di e con Stefano de Majo dal titolo: La mia anima è donna. Le infinite donne dell’arte che vivono in ogni uomo.

Saluto Autorità

Vicepresidente Assemblea Legislativa Regione Umbria, Simona Meloni

Assessore Comune Perugia, Edi Cicchi

Assessore Comune Perugia, Leonardo Varasano

 

Ore 17:30: lungo via dei Priori

  • Apertura mostra DONNA VEDE UOMO a cura di Marco Pareti e la Casa degli Artisti

 Ore 18:00: Via dei Priori 77 (Piazzetta Santo Stefano)

mostra personale dell’artista Jose Carlos Araoz a cura della Casa degli Artisti

Ore 18,30: in Piazza San Francesco al Prato – Perugia

  • Presentazione del progetto DLS “QUANDO LA DIFESA E’ LEGITTIMA”

Il progetto nazionale di “Difesa Legittima Sicura”

IL DIRITTO DELLA DONNA DI DIFENDERSI

Avv. Roberto Paradisi Coordinatore nazionale DLS

Avv. Matteo Giambartolomei Vice coordinatore DLS

Interviene

M° Andrea Arena presidente Fijlkam Umbria

Saluto Autorità

Assessore Clara Pastorelli

Ore 19,30

  • ESIBIZIONE DI DIFESA PERSONALE FEMMINILE curata dalle palestre Fijlkam e lezione di prova libera di tecniche di anti-aggressione (aperta alle donne presenti)

E con la partecipazione straordinaria di

LUCIA MORICO bronzo olimpico di judo Atene 2004

 

  • Cena in Musica nei ristoranti di Via dei Priori
  • Musica in piazzetta con:
  • Dj Faust-T
  • Raffaele Porzi
  • Annalisa Baldi

 

12 GIUGNO:

  • incontro DONNE CHE SI RACCONTANO a cura di Marco Pareti

presso la Chiesa di Sant’Agata in Via dei Priori

  • ore 17,20 Claudia Franceschelli, imprenditrice, consigliere CONFAPI e Presidente del gruppo imprenditoria femminile
  • ore 18,00 Caterina Betti, Chef
  • ore 18,40 Diana Capodicasa, Co-founder Cucinare Eventi

13 GIUGNO:

Dalle ore 14:30 lungo Via dei Priori -Perugia

  • ESTEMPORANEA DI PITTURA a cura della “Casa degli Artisti”

 Dalle Ore 15:00: “Zafferano, Timo e Cannella” – spezie trasformate in gioielli a cura di Marine Arena Amuleti – anteprima Kap Kap a cura dell’Associazione Tangram

Ore 19:00: Premiazione estemporanea di pittura

Dalle ore 19:30: Piatti con i colori ed i profumi di spezie a cura di Marameo

 

18 GIUGNO:

  • incontro DONNE CHE SI RACCONTANO a cura di Marco Pareti

presso la Chiesa di Sant’Agata in Via dei Priori

  • ore 17,20 Sara Vescovo Aquino, manager familiare
  • ore 18,00 Edi Cicchi, Assessore del Comune di Perugia
  • ore 18,40 Monica Grelli, artista ceramista e arteterapeuta,

 

19 GIUGNO:

Dalle 16:30 alle 18:30:

  • Laboratorio ArteTerapia: “Il Maschile e Femminile si incontrano nel processo creativo”

Partecipazione gratuita al pubblico

Prenotazione obbligatoria: 366 6564485

Il laboratorio è rivolto ad un gruppo di adulti (max 10 persone)

Ore 18:30 Piazzetta Santo Stefano

  • DONNA DOLGE CONTAGIO teatro – canzone a cura del Circolo Guascone

 

20 GIUGNO:

Ore 18:00:

Rappresentazione teatrale “Accadde al tramonto” della Compagnia In di Assisi, tratta liberamente dal romanzo giallo di Marco Pareti

21 GIUGNO:

Ore 19:00

Festa della musica – “Giulio Castrica a la Torre degli Sciri”

Titolo: “Una chitarra per la festa della musica”. Musiche di: Bach, Paganini, Sor Giuliani, Albeniz, Turina.

Opening act: Giulio Pocecco, Giacomo Marcucci

A cura di: Associazione la Casa degli Artisti

 

23 GIUGNO

ORE 18,00: in Via dei Priori 77 (Piazzetta Santo Stefano).

Presentazione in anteprima assoluta del progetto fotografico: SULLE ONDE. La vita e la felicità nella vita del COVID.

Progetto curato dal fotografo russo-canadese SERGEY TESKER.

Nell’occasione saranno declamate alcune poesie della poetessa ucraina OLENA ROMANKO

 

25 GIUGNO:

  • incontro DONNE CHE SI RACCONTANO a cura di Marco Pareti

presso la Chiesa di Sant’Agata in Via dei Priori

  • ore 17,00 Rosita Garzi, ricercatrice e docente di Sociologia del Lavoro
  • ore 17,40 Mariangela Musolino, giornalista free lance
  • ore 18,20 Elena Bistocchi, avvocata

 

Ore 20,00: EVENTO CONCLUSIVO

 “OUTFIT FOR DINNER”  cena nei ristoranti della via, sfilata lungo Via dei Priori con

Annalisa Baldi, LaBaldi (cantante, musicista e presentatrice umbra.

Semifinalista della prima edizione di XFactor. Ha più volte partecipato alle

trasmissioni televisive “Quelli che il calcio” e “Scorie” su Raidue)

e Antonio Mezzancella (Presentatore, imitatore, cantante e speaker radiofonico.

Vincitore di tale e quale show 2018 e del torneo dei campioni 2019, conduce tutti i

weekend su Rai Radio2), Raffaele Porzi e Faust-T

In ordine:

  • Antonio Mezzancella
  • Annalisa Baldi
  • Faust – T
  • Raffaele Porzi

 

«Mille cause hanno concorso a fare dell’Italia una specie di museo generale, un deposito completo di tutti gli oggetti che servono allo studio delle arti. (…) Si compone di statue, di colossi, di templi, di stucchi, di affreschi (…) ma si compone altresì di luoghi, di paesaggi, di montagne, di strade, di vie antiche (…) di reciproche relazioni tra tutti i reperti, di memorie, di tradizioni locali, di usanze ancora in vita, di paragoni e di raffronti che non possono farsi che sul posto».
Quatrèmere de Quincy, Lettres à Miranda, 1796

In seguito alle prime spoliazioni napoleoniche perpetrate da Bonaparte in Umbria, ne seguirono altre, altrettanto sistematiche, che lacerarono il patrimonio regionale. Il 1815 non è solo l’anno della sconfitta di Napoleone a Waterloo e del congresso di Vienna, ma anche l’epoca in cui il famoso scultore Antonio Canova venne convocato da papa Pio VII con una missione: recuperare le opere d’arte requisite a Roma e negli altri centri culturali dalle truppe napoleoniche.
Fondamentali in questo clima furono le Lettere a Miranda del critico d’arte francese Antoine Chrysostome Quatremère de Quincy, pubblicate in piena Rivoluzione francese. Le lettere non solo rappresentano un atto politico di resistenza alle spoliazioni delle opere d’arte, ma esprimono concetti fondamentali quali la tutela dei beni culturali e la teoria di contestualità delle opere con il proprio ambiente. Grazie al Canova quasi tutte le opere tornarono in Italia: alcune confluirono nella Pinacoteca Vaticana incrementandone la collezione, altre invece tornarono ai loro legittimi proprietari.
Eccelsa opera requisita dai francesi fu il Polittico Guidalotti, capolavoro del Beato Angelico conservato presso la Galleria Nazionale dell’Umbria.[1]

Beato Angelico, Polittico Guidalotti, Galleria Nazionale dell’Umbria

 

Il polittico fu commissionato all’artista da Elisabetta Guidalotti per la cappella di famiglia, dedicata a san Nicola, presso la chiesa di S. Domenico a Perugia. L’impresa rispondeva alla necessità dei Guidalotti, famiglia perugina tra le più importanti ma caduta in disgrazia alla fine del Trecento, di riguadagnare prestigio in campo sociale e culturale.
La monumentale pala d’altare è composta da ben venti tavole dipinte. Sebbene la divisione a trittico dell’opera sia ancora di gusto tardogotico, la composizione risulta comunque unificata grazie all’impiego di espedienti spaziali di grande efficacia e modernità: la luce cristallina e puntuale bagna le figure e, impigliandosi nei tessuti e negli oggetti, conferisce verità materica. Eccelsi sono i riflessi delle superfici nei vasi ai piedi del trono o la morbidezza tattile del piviale di san Nicola e della veste azzurra della Madonna, definita da ampie pieghe capaci di far trapelare le forme del corpo sottostante. Al centro è dipinta la Madonna con il Bambino in trono circondata da quattro angeli, due dei quali tengono tra le mani canestri pieni di fiori. Affiancano la Vergine san Domenico, san Nicola da Bari, san Giovanni Battista e santa Caterina d’Alessandria.
Ad attirare l’attenzione dei francesi sull’opera furono, in particolare, le tavolette della predella: le prime due vennero spedite a Parigi nel 1812, ed oggi sono conservate nella Pinacoteca Vaticana, mentre la terza fu portata a Roma l’anno successivo da Agostino Tofanelli, conservatore del Museo Capitolino; quest’ultima riuscì a rientrare a Perugia nel 1817.
Altra eccelsa opera requisita dalle truppe napoleoniche fu la Deposizione Baglioni, di cui Orsini parla come «operette di singolar bellezza, uscite dal pennello del divin Raffaello». L’opera realizzata da Raffaello è datata e firmata 1507. La pala d’altare, stando alle notizie riportate da Vasari, venne commissionata da Atalanta Baglioni, appartenente alla celebre famiglia perugina. Il soggetto della pala centrale, la Deposizione di Cristo, venne probabilmente dettato dalla volontà di omaggiare il figlio della donna, Grifonetto, assassinato proprio in Corso Vannucci, nel corso di alcuni fatti di sangue interni alla stessa famiglia per il dominio di Perugia nel 1500. Fu proprio la madre Atalanta a pronunciare solennemente: «Che questo sia l’ultimo sangue che scorre su Perugia».

 

Sassoferrato, Deposizione, Basilica di San Pietro. Foto Fondazione per l’Istruzione Agraria di Perugia

 

La predella fu recuperata da Canova il 21 ottobre 1815 ma rimase a Roma nella Pinacoteca Vaticana. Il soggetto dell’opera però lo possiamo ammirare grazie a due copie: la prima realizzata da Giovanni Battista Salvi detto Sassoferrato nel 1639 ed oggi conservata nella Basilica di San Pietro a Perugia ed una seconda copia di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, che eseguì l’opera nel 1608 per volontà di Paolo V, dopo che l’originale era stata trafugata; quest’ultima opera è oggi conservata presso la Galleria Nazionale dell’Umbria.
I commissari napoleonici, in particolare, l’esperto d’arte Tinet e Denon denominato l’occhio di Napoleone, setacciarono per reperire capolavori non solo Perugia, ma anche molte altre città umbre, tra le quali Città di Castello. Presso la chiesa di San Francesco nella città tifernate, Filippo Albizzini commissionò a Raffaello lo Sposalizio della Vergine,  opera firmata Raphael Urbinas e datata MDIIII, è una delle opere più celebri dell’artista, che chiude il periodo giovanile e segna l’inizio della fase della maturità artistica.[2]
Per quest’opera l’Urbinate si ispirò a un’analoga tavola che proprio in quegli anni Perugino stava dipingendo per il Duomo di Perugia, vedendola in tutta probabilità in una fase ancora intermedia.[3]
Lo sposalizio di Maria e Giuseppe avviene in primo piano, con al centro un sacerdote che, tenendo le mani di entrambi, officia la funzione. Dal lato della Vergine è posto un gruppo di donne, da quello di Giuseppe sono presenti alcuni uomini, tra cui uno che spezza con la gamba il bastone che, non avendo fiorito, ha determinato la selezione dei pretendenti. Maria infatti, secondo i vangeli apocrifi, era cresciuta nel Tempio di Gerusalemme e quando giunse in età da matrimonio venne dato ad ognuno dei pretendenti un ramo secco, in attesa di un segno divino: l’unico che fiorì, fu quello di Giuseppe.
Le figure sono legate da una vaga e poetica malinconia in cui nessuna espressione è più caricata di altre, nemmeno quella del pretendente che spezza il ramo in segno di rancore, in alcun modo corrucciato o teso. La magnifica opera fu requisita e non ha fatto più ritorno nel suo luogo di origine, oggi è conservata presso la Pinacoteca di Brera. Nella chiesa tifernate è però possibile ammirare un perfetto clone della tavola: grazie a 4250 scatti fotografici è stata realizzata una copia così fedele da replicare anche le pennellate e le imperfezioni che il tempo ha lasciato sulla superficie dell’originale.
Le eccellenze artistiche tornate in Umbria, ricontestualizzate nel territorio o nel tessuto urbano che le ha generate, sono la testimonianza di come le opere d’arte acquisiscano valore di civiltà solo dalla profonda relazione con il paesaggio che l’ha suggerite, la cultura che le ha generate e i luoghi che l’hanno custodite.

 


Prima parte


[1] John Pope-Hennessy, Beato Angelico, Scala, Firenze 1981.
[2] Paolo Franzese, Raffaello, Mondadori Arte, Milano 2008.
[3] Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell’arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999.

Saranno gli show-cooking di antiche ricette medievali dello chef Giovanni da Montemalbe e la competizione a colpi di cortometraggi fra i Magnifici Rioni a dare più sapore alla sesta edizione di Perugia 1416.

E poi: la premiazione della Golosa disfida, il concorso gastronomico organizzato in collaborazione con l’Università dei sapori; la mostra fotografica Altera Effigies, con la terza edizione dei simpatici scatti dietro le quinte che immortalano i rionali in costume, insieme ad alcuni abiti della rievocazione esposti, con la novità che i proventi della vendita delle immagini saranno devoluti in beneficenza per la cura di una malattia rara; la mostra sarà l’occasione di un viaggio in anteprima nella nuova sede dell’Associazione, visibile su appuntamento oppure online; non mancano il Medioevo per i bambini, con racconti medievali dell’attore cantastorie Mirko Revoyera, e le note del concerto di musica medievale de I Trobadores. E la solenne consegna delle chiavi della città a Braccio Fortebracci, nella splendida cornice della Sala dei Notari di Palazzo dei Priori, fruibile a posti contingentati. Tutto in attesa di vedere la seconda parte della docu-fiction dedicata al condottiero da Montone.

 

 

È un programma variegato quello messo in piedi dall’Associazione Perugia 1416 per le giornate dal 4 al 6 giugno, rimodulato per il secondo anno nella formula #medievalWeb a causa del Covid-19, tra iniziative in presenza e altre fruibili online. È stato presentato alla Sala dei Notari dalla presidente dell’associazione, Teresa Severini, insieme all’assessore alla Cultura del Comune di Perugia, Leonardo Varasano, della vice presidente del consiglio comunale Roberta Ricci (delegata a Perugia 1416) e dal coordinatore artistico dell’edizione, Stefano Venarucci.

Realizzato con la partecipazione sempre attiva dei Rionali, così del Consiglio direttivo, riunitosi con grande costanza nell’ultimo anno – sempre da remoto – per riuscire, comunque, a fare da collante in un anno così difficile, e portare avanti un lavoro certosino utile a valorizzare i Rioni.

Animati dal successo della docu-fiction Braccio 3.0, con grande lavoro di ricerca e di nuovo con la presenza del medievista Tommaso di Carpegna, i lavori di produzione di Braccio 3.0 vol.2 sono partiti, ma, impediti anch’essi dalle misure restrittive, saranno terminati in estate.

“Le iniziative, tra reale e virtuale – ha spiegato Teresa Severini – si basano essenzialmente su lavori che hanno tenuto viva, per quanto possibile, l’unione tra i Rionali. Cosa non facile quando mancano le occasioni di socialità, le riunioni, le taverne, il guardarsi negli occhi, le elezioni delle prime dame, andare a braccetto o discutere per le sfide. Perciò, consideriamo che il #medievalWeb sia, ancora una volta, soluzione transitoria ma di soddisfazione, verso il ritorno alla normalità per una settima edizione. Del resto lo stesso drappo, disegnato dalla studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Perugia Agnese Pierotti – ha poi evidenziato la presidente – ha questo significato di speranza. Ci sarà anche il momento della rievocazione storica, ma il Palio, così come lo scorso anno, non sarà disputato: i Rionali hanno deciso, di comune accordo, di non organizzare i giochi di sfida, neppure a porte chiuse, né rimandandoli a settembre, e nemmeno il corteo o la rappresentazione in tableau vivant della scorsa edizione sulle scale del Palazzo dei Priori, vista la coincidenza della data con il Corpus Domini. Una scelta che ha portato, di comune accordo, alla decisione di donarlo, come nel 2020: quest’anno, invece che alla Città di Perugia, sarà dato ad un altro destinatario, che sarà svelato domenica 6 quando ci si ritroverà all’interno della Sala dei Notari. Sarà quindi fatto in modo simbolico, ma con significato di vicinanza per le difficoltà create dal perdurare della pandemia”.

L’assessore alla Cultura, Leonardo Varasano, ha tenuto a sottolineare alcuni elementi caratteristici di Perugia 1416, come la partecipazione dei rioni, che si rinnova ogni anno e i contenuti, ricchi e rilevanti. “Merito dei rioni è quello -ha detto Varasano- di aver tenuto insieme il progetto, in questo modo favorendo la coesione della città stessa, con passione e impegno ammirevoli, nonostante le incertezze.” Rispetto ai contenuti, quindi Varasano ha tenuto ad evidenziare come la docu-fiction di Perugia 1416 sia stata uno straordinario strumento di promozione e attrazione per la nostra città. Ha suggerito che anche in futuro, quando si potrà tornare in presenza, alcune “perle” possano restare comunque online per raggiungere un pubblico più ampio, “per fare – ha concluso – di Perugia 1416 un palcoscenico per la città, ancora più bella quando è animata dai rioni”. “Dietro Perugia 1416 – ha aggiunto Roberta Ricci, consigliera comunale delegata alla manifestazione – c’è un lavoro di tutto l’anno, che peraltro non si limita alla rievocazione stessa, come ha dimostrato l’emergenza sanitaria ed economica che tuttora stiamo vivendo. Perugia 1416, infatti, in questo periodo ha lavorato molto per essere vicina e offrire supporto alle persone più fragili come gli anziani, con diverse attività, realizzate dai rionali con grande passione e impegno. Per questo -ha concluso – è importante sostenere la manifestazione, strumento di coesione e di socialità.”

 

 

Un’edizione alternativa, anche quella del 2021, che ha portato a vivere esperienze diverse. “Si è lavorato molto anche a distanza con le nuove tecnologie, ma lo spirito è rimasto sempre lo stesso – ha commentato Venarucci -. C’è tanto coinvolgimento nella registrazione dei racconti, i rionali stanno affrontando un’arte nuova che nello stesso tempo li fa divertire moltissimo. È più complesso, c’è tanto lavoro, anche di dettaglio, ma c’è un ottimo riscontro. Questa svolta digitale è una grande occasione per farci conoscere, per ampliare il respiro, la manifestazione e i campi di studio”.
Il programma non si concluderà con la tre giorni, quattro con la preview. Con un trailer è stata annunciata appunto anche l’edizione numero due della docu-fiction Braccio 3.0, che uscirà a settembre.

L’iniziativa si avvale del contributo del Comune di Perugia, della Fondazione Cassa di Risparmio, e del sostegno di Rocco Ragni, Tiziano Sordini, Becchetti Spa. A questi, auspicabilmente si aggiungeranno Ministero, Regione Umbria e Camera di Commercio di Perugia, e probabilmente ancora qualche privato, in vista della uscita della docu-fiction.

Il programma completo è consultabile su www.perugia1416.com e sui social di Perugia1416 (Facebook, Instagram e YouTube).

Si potrebbe definire un concerto monografico quello che la pianista perugina dedica al compositore francese.

Recital pianistico di Marcella Scarponi con musiche di C. Debussy. L’evento si terrà venerdì 4 giugno alle 18:30 presso lo showroom Piano et Forte zona S. Andrea delle Fratte a Perugia. Il concerto sarà sia in presenza che in streaming sulla piattaforma Facebook. La pianista – figlia d’arte – eseguirà in parte le opere giovanili, tra le quali: valzer Romantique, Ballade Slave, Arabesque. A seguire altri brani tratti da Images 1 e Images oubliées, Estampes, e Pour le piano.

Ho fatto qualche domanda al mio amico Lorenzo Barbetti sul suo romanzo d’esordio, Una balena bianca non volerà mai (Giovane Holden Edizioni, 2021) perché incuriosita da una vicenda che ci vede un po’ tutti protagonisti, che si svolge in luoghi in cui vivo e sono cresciuta: una storia che potrebbe essere quella di ognuno di noi.

 

Lorenzo Barbetti

Una balena bianca non volerà mai: un titolo accattivante coadiuvato da una copertina che non passa inosservata. La storia però è ambientata a Perugia, capoluogo di una regione in cui non c’è nemmeno il mare. Che significato ha il titolo, dunque?

Il titolo originale – Loser, che faceva riferimento tanto alla figura del perdente quanto alla canzone omonima di Beck che ritorna varie volte all’interno del romanzo – non mi convinceva. Un mio amico, al quale ho fatto leggere il manoscritto, mi ha allora suggerito la figura della balena bianca, che appare al protagonista in un momento cruciale della storia come una sorta di visione e si porta dietro delle considerazioni che possono in un certo senso essere applicate all’intero romanzo. In ogni vicenda che il protagonista vive, infatti, si ritrovano dei concetti, legati al suo sentire, suggeriti proprio da quella bianca balena. Questo mio amico – Leonardo Zaroli – ha ideato conseguentemente anche la copertina, che poi è stata disegnata con la collaborazione di Anna Scatolini e di Thea Corpora: già dopo un primo sguardo si riesce a entrare perfettamente nel mood del libro. Il fatto che l’ideatore del titolo abbia realizzato anche la copertina dona al volume una continuità eccezionale.

Nel caso della narrativa, quasi mai un autore scrive una storia solo per il gusto di raccontarla. Spesso c’è dietro un’esigenza, un impulso viscerale, il bisogno di mettere le carte in tavola e di fare i conti con qualcosa o con qualcuno. È davvero così?

Il libro nasce da un racconto che scrissi nel 2017 per un concorso. Concorso che vinsi, ma la cosa più importante è che per la prima volta mi ero approcciato nella scrittura vera e propria. Fino a quel momento, infatti, avevo raccontato storie fini a sé stesse e senza la logica universale che solitamente permette di accomunare lettori diversi. Quel racconto mi mise nella testa l’idea che potevo scrivere qualcosa con una logica, con un senso, che potesse essere apprezzato anche da altre persone. Una balena bianca non volerà mai nasce quindi non solo dall’esigenza di raccontare delle storie, ma anche dal cambiamento che stavo avendo in quel periodo. Ho inserito eventi del mio vissuto, di quello dei miei amici, racconti che avevo ideato in precedenza e che volevo riutilizzare, così come citazioni dal cinema e dalla musica (c’è anche una playlist su Spotify ispirata al libro che vi consiglio di ascoltare, nda), in modo da creare un mix che potesse piacere anche a qualcuno all’infuori di me. Un conto è scrivere per sé stessi, un altro è farlo per qualcuno che non ti conosce e che non sa quali sono i tuoi gusti: naturalmente a me piace quello che scrivo – come penso succeda a chiunque si approcci alla scrittura – però la vera sfida è farlo con l’idea che qualcuno con un retroterra diverso possa comunque leggere con piacere quello che hai prodotto.

Insomma, scrivere qualcosa che possa accomunare lettori diversi, magari perché emblematico di una generazione. Penso in particolare alla nostra, cioè quella dei nati negli anni Novanta…

Sì, senza dubbio, anche perché i riferimenti fanno proprio capo alla cultura pop di quegli anni. Però devo dire – e lo affermo con estrema soddisfazione – che i primi riscontri che ho ricevuto sul romanzo sono venuti da persone che non sono di quella generazione, ma che, leggendo, hanno potuto rivivere certe vicende della propria vita. Si sono identificate con alcune scelte del protagonista, con i suoi pensieri, con alcuni eventi che egli si trova a gestire. E questo mi fa molto piacere perché significa che Una balena bianca non volerà mai ha una portata più ampia, che nasce dagli stilemi di una generazione ma non si ferma solo a quella.

Nel caso della narrativa, le vicende sono piuttosto plausibili. Non hai pensato che la gente potesse credere che tutto quello che leggeva fosse una biografia romanzata di Lorenzo Barbetti? Se sì, questo ti ha in qualche modo frenato nel farlo leggere a conoscenti e amici? E, ancor prima, ha interferito nel processo di scrittura?

Sicuramente partire dalla propria esperienza è quasi fisiologico – non credo che esistano autori, nemmeno maestri della letteratura fantastica mondiale, che non inseriscano la propria esperienza in quello che scrivono – ma tutto viene comunque rielaborato. Nel caso di Una balena bianca non volerà mai non mancano delle parti completamente inventate che però sono funzionali alla storia. Parafrasando una massima piuttosto famosa, non bisogna mai fidarsi di uno scrittore perché tutto quello che si dice potrà essere riutilizzato: che sia una notizia di cronaca o un racconto altrui, va tutto a stimolare l’immaginazione. Molti mi hanno chiesto se fossi io il protagonista della storia e se avessi trascritto pari pari la mia vita. Diciamo che il protagonista è quello che Henry Chinaski è per Charles Bukowski: la sua versione romanzata. Questo mi diverte, più che spaventare, perché è come un gioco per me come credo per chi mi conosce almeno un po’. D’altro canto il protagonista non fa niente di scabroso o di illegale, ma solo esperienze che chiunque ha fatto almeno una volta nella vita. Ancora non ho motivo di essere preoccupato, ho in mente di scrivere cose ben peggiori! (ride, nda).

C’è stata qualche trasformazione dall’inizio della stesura al momento in cui hai scritto la parola “fine”? Non parlo solo dei personaggi, ma anche dell’autore…

Ho scritto il libro nel corso di un anno, facendo tre stesure diverse, limando e aggiustando, perciò alcuni elementi sono cambiati per forza. Naturalmente ce ne sono stati alcuni tecnici – ispessimento di alcuni personaggi, descrizioni più ricche, nuove vicissitudini, aggiustamenti nella forma e nell’agilità di alcuni passaggi. E poi sono cambiato io, tanto che, rileggendo, ho sentito di dover modificare alcune cose, specie quelle che mi era costato più mettere su carta. Però mi sono detto che quei passaggi cruciali li avevo scritti in un momento in cui nella mia testa c’era un’idea ben precisa e che quindi dovevo tenervi fede per evitare di snaturare il libro e la storia dal quale era scaturito. Quindi la struttura è stata sempre la stessa, dalla bozza alla terza stesura, anche perché l’avevo studiata molto bene ed ero sicuro che funzionasse. Alla fine mi sono sentito quasi liberato: ero riuscito a finire il libro e, rileggendolo, alcune cose funzionavano. Stesso discorso per i personaggi: hanno compiuto un percorso, sia esso vincente o perdente non conta, l’importante è che siano cambiati, che siamo cambiati insieme.

Nel libro c’è un chiaro riferimento a Perugia e alla sua provincia, vista però in maniera completamente opposta rispetto a un filone molto noto della letteratura contemporanea dove essa è l’emblema del non-luogo, dove tutte le ambizioni si perdono, dove tutto si appiattisce e dove la noia prende il sopravvento. È stato difficile ambientarvi i personaggi e fare i conti con le peculiarità di luoghi in cui vivi la tua vita quotidiana?

Ho imparato, anche grazie alla fotografia, ad apprezzare quello che abbiamo in Umbria, non solo tracciando le rotte turistiche più canoniche, ma anche quelle più inaspettate. È sempre possibile meravigliarsi della bellezza che si ha intorno. Quindi ambientare la storia a Perugia e, soprattutto, nella sua provincia, offre degli spunti inediti: se infatti per un giovane tra i 20 e 30 anni potrebbe apparire stretta, in realtà la provincia offre la possibilità di essere cullati da una realtà accessibile e familiare, piccola e molto accogliente. Io ne sono stato sempre affascinato, in particolare dalla sua non vivacità, dal suo avere luoghi desueti e anche un po’ desolati, dai suoi bar fermi agli anni Settanta. La trovo poetica. Per Una balena bianca non volerà mai questo tipo di ambientazione era l’ideale – il sottotitolo iniziale del libro era, appunto, Ovvero la mediocre storia di giovani di provincia – perché essa è un luogo in cui le cose piatte prendono vita, dove la noia diventa quotidianità, dove o emergi per scappare o impari a nuotare.

Nel libro il protagonista racconta le vicende in prima persona con uno stile che potremmo definire, senza troppe remore, cinematografico: un modo di scrivere che, nella sua disarmante semplicità, nasconde però regole ben precise e non lascia nulla all’improvvisazione. Ce ne puoi parlare? 

Sono sempre stato affascinato dal mondo dietro al cinema, ovvero dalla sceneggiatura. In questo senso ho potuto fare varie esperienze non solo grazie al mio percorso di studi, ma anche a Penumbria Studio, il collettivo di videomaking di cui faccio parte. Quello cinematografico è uno stile in cui bisogna asciugare e asciugare, raccontando anche cose molto personali e complesse con pochissime parole. Per non parlare di tutto il corollario di gesti e movimenti che caratterizzano i vari personaggi e le interazioni tra di essi. Si tratta di uno stile che è molto visivo, senza orpelli; il protagonista stesso – che vorrebbe diventare uno sceneggiatore – pensa per immagini. E il lettore, ascoltando il racconto in prima persona del protagonista, non solo sperimenta esattamente le stesse cose, ma ha anche un punto di vista molto parziale, come con l’occhio di una cinepresa. Al tempo stesso, è soggetto a una serie di espedienti narrativi che fanno capo al linguaggio cinematografico, come il montaggio serrato, il piano sequenza e così via.

Forse è un po’ presto per parlarne – visto che Una balena bianca non volerà mai è uscito da soli pochi giorni – ma c’è già qualche altro progetto all’orizzonte?

Ho diverse idee che riguardano sia la scrittura, sia la seconda stagione di _lobba_, la storia a fumetti che pubblico a puntate su Instagram. Insomma, ho diversi progetti artistici all’orizzonte, in cui ancora una volta cinema, scrittura, fotografia, disegno e musica si compenetrano. Ma non voglio svelare troppo!

 


Una balena bianca non volerà mai

Lorenzo Barbetti

Giovane Holden Edizioni, Viareggio (LU), 2021

Pagine 163

Nell’immaginario collettivo, all’idea di Rivoluzione francese si associa la terribile immagine della ghigliottina, così come a Napoleone Bonaparte (Ajaccio, 15 agosto 1769 – 5 maggio 1821, Longwood House, Longwood, Sant’Elena) corrisponde il ricordo delle incessanti campagne di guerra, che sconvolsero l’Europa per oltre un ventennio, travolgendo nazioni e regimi e causando cinque milioni di morti.

A questo periodo dovrebbe essere associata anche un’altra immagine: le sistematiche spoliazioni delle nazioni vinte che venivano umiliate nel loro patrimonio storico-artistico. I quadri e le sculture passarono in mano alla nazione francese, non per furto o per saccheggio, ma in seguito ad accordi internazionali. I drammatici eventi che portarono alle requisizioni segnarono indubbiamente il patrimonio regionale. Le spoliazioni vennero costantemente perpetrate nell’arco di venti anni, dal 1797 fino al Congresso di Vienna del 1815.
Secondo lo storico Paul Wescher, le spoliazioni napoleoniche rappresentarono «il più grande spostamento di opere d’arte della storia», inoltre lo storico sottolinea che Napoleone, pur non avendo una profonda cultura artistica, comprese subito «quale valore, in termini di prestigio e di propaganda, potevano avere le arti e le scienze per un regime politico».

Il patrimonio umbro

In Umbria venne data grande importanza storica a Cimabue e Giotto e soprattutto al genio di Raffaello: ad aumentare la fama dell’urbinate fu l’uscita nel 1784 a Perugia di una guida della città, scritta dall’architetto e teorico Baldassarre Orsini, intitolata Guida al forestiere per l’Augusta città di Perugia, moderna e agile descrizione finalizzata alla divulgazione degli straordinari tesori della città. Questo testo divenne ben presto un agile strumento nelle mani dei commissari napoleonici. Al suo interno la scelta delle opere più significative era facilitata da un comodo sistema di asterischi: gli asterischi andavano da uno fino a tre, ad esempio i capolavori di Raffaello e Barocci erano evidenziati da tre. Tinet, esperto d’arte, scelto da Bonaparte per requisire le opere, fu a Perugia almeno in tre occasioni: durante questi soggiorni si dotò della guida dell’Orsini.
Alcuni capolavori non furono giudicati all’altezza delle collezioni del Louvre e furono destinati ai musei dipartimentali in via di costruzione. Tinet scrisse al magistrato di Perugia per informarlo di essere stato incaricato, dietro ordine di Bonaparte, di «fare la scelta nelle chiese ed altri luoghi pubblici di questa città di quadri, libri, manoscritti, e generalmente di tutti gli oggetti di Scienze e di Arti, che degne saranno di essere raccolte per poi trasportarsi in Francia nel museo della Repubblica». Furono veramente poche le chiese e i complessi monastici e conventuali che furono risparmiati dalla visita del commissario francese. I quadri che furono individuati a Perugia calzavano alla perfezione con gli ideali estetici della cultura francese. Vennero requisite moltissime opere d’arte: nel palazzo dei Priori la Pala dei Decemviri del Perugino, nella chiesa di Santa Maria di Monteluce l’Incoronazione della Vergine, di Giulio Romano e Giovan Francesco Penni su disegno di Raffaello, e la Pala Oddi nella chiesa di San Francesco al Prato.

 

Pietà, Pietro Vannucci detto il Perugino

Il ritorno a casa

Gli oggetti d’arte requisiti giunsero a Parigi nel mese di luglio del 1798. Vennero organizzate una serie di celebrazioni per festeggiare l’entrata dei convogli in città, realizzando un vero e proprio corteo delle meraviglie. I commissari napoleonici requisirono tantissime opere, alcune delle quali tornarono in Italia, alcune anche in Umbria, grazie ad Antonio Canova, Ispettore Generale delle Belle Arti. Tra le opere che tornarono nel loro luogo di origine, e che oggi possiamo ammirare per la loro bellezza, spiccano sicuramente le opere del Perugino: il Polittico di San Pietro e la Pietà.
Il primo è databile al 1496-1500 e comprendeva vari pannelli da inserire in una grandiosa macchina d’altare. Ci fu una solenne inaugurazione dell’altare il 13 gennaio 1500, dove Vasari lodò il polittico e lo descrisse come la migliore opera esistente dell’artista a Perugia.[1]
Con le requisizioni napoleoniche del 1797 l’opera venne trafugata, finendo divisa tra più musei francesi; ma grazie al recupero del Canova alcune parti del polittico oggi sono conservate presso la Galleria Nazionale dell’Umbria.
La seconda opera requisita è la Pietà che giunse al Louvre, ma anche essa fu recuperata il 29 ottobre del 1815 e oggi conservata nella Basilica di San Pietro a Perugia. Si tratta di uno dei pannelli più elogiati da Orsini: «Pietro in questa tavola ha voluto piuttosto seguitare il piacere dell’occhio che soddisfare alla devozione».[2]
Anche la Deposizione della croce di Federico Barocci, opera di inestimabile valore, venne trafugata dalla città di Perugia. Il dipinto commissionato dal Collegio della Mercanzia, fu messo in opera, sull’altare della cappella di San Bernardino, nel dicembre del 1569. La pala venne requisita il 24 febbraio 1797 e fu esposta al Louvre nel novembre 1798 e nel 1802 nella chiesa parigina di Nôtre-Dame.
La pala bellissima e coinvolgente con i suoi splendidi, accesi e brillanti colori, porta lo spettatore a vivere un grande momento di pathos nello svenimento della Madonna, verso la quale accorrono le pie donne spaventate. È presente un giovanissimo san Giovanni che abbraccia i piedi di Cristo ed inoltre è visibile il vento che muove le vesti degli uomini che stanno togliendo Gesù dalla croce.[3]

 

Deposizione dalla croce, Federico Barocci.

 

Nell’opera si intravede l’evoluzione creativa del pittore che punta su una novità di tipo cromatico-strutturale; si è infatti avanzata l’ipotesi che il Barocci fosse a conoscenza delle teorie sul colore di Leonardo da Vinci descritte nel suo Trattato della pittura.
Eccelso capolavoro di Raffaello, prelevato dalle truppe napoleoniche il 20 febbraio 1797 ed esposto al Louvre nel 1798, fu l’Assunzione della Vergine, realizzata tra la fine del 1502 e gli inizi del 1503, per la cappella di Alessandra Baglioni, figlia di Braccio, magnifico signore di Perugia. Nella tavola centrale è visibile il tema dell’Assunzione, mentre nella predella sono dipinte l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi e la Presentazione al tempio.
Lo scomparto centrale e la predella furono recuperati da Canova il 2 e il 21 ottobre 1815, ma furono trattenuti a Roma nella Pinacoteca Vaticana: la famiglia Oddi tentò di recuperare il dipinto, inoltrando numerose richieste al segretario di Stato, cardinal Consalvi, ma il dipinto rimase nelle sale della Pinacoteca Vaticana.
L’opera, che era destinata ad una committenza di particolare prestigio, ripropone i modelli perugineschi, soprattutto nella parte inferiore dello scomparto centrale e nella predella.
Questo meraviglioso soggetto è possibile ammirarlo a Civitella Benazzone, frazione del comune di Perugia, dove nella chiesa parrocchiale è presente una copia datata 1518 e attribuita a Domenico Alfani. Dopo le spoliazioni napoleoniche molte opere di inestimabile valore storico-artistico lasciarono la nostra regione per non farvi più ritorno, altre confluirono nella collezione della Pinacoteca Vaticana, altre ancora invece tornarono in Umbria: cosicché ancora oggi possiamo ammirare il loro eccelso splendore.

 


[1] Vittoria Garibaldi, Perugino, in Pittori del Rinascimento, Firenze 2004

[2] Baldassarre Orsini, Vita elogio e memorie dell’egregio pittore Pietro Perugino e degli scolari di esso, Perugia 1804.

[3] Francesca Abbozzo e Maria Teresa Castellano, Federico Barocci: il deposto di croce alla cappella di san Bernardino nella Cattedrale di Perugia: il restauro, studio e conservazione, Ancona, 2010

«Sporcatevi le mani. Coltivare un orto fa bene: mantiene in forma, fa stare all’aria aperta e diminuisce lo stress».

Gran parte della giornata Filippo Fagioli la passa nel suo orto, tra sementi, aratri, vanghe e ortaggi. Un ragazzo di città – ha abitato per anni nel quartiere di Elce a Perugia – che a 20 anni ha scoperto l’amore per la vita di campagna dopo aver cambiato casa e dopo esser entrato in contatto da vicino con questo mondo. «Tornassi indietro studierei Agraria» ci confessa.
Questo ragazzo di campagna al contrario (se ricordiamo il famoso film con Renato Pozzetto) oggi ha un canale YuoTube, La Spesa nell’Orto, che conta oltre 3800 iscritti dove porta lo spettatore – insieme al suo team: Laura Macchioni, Edgardo Liberti, Andrea Briganti ed Eros Guerra – sul campo (è proprio il caso di dirlo) con dei video tutorial in cui illustra tutti i segreti per realizzare un orto di prim’ordine, intervistando anche esperti e addetti ai lavori. Quando e cosa piantare, come farlo, come raccogliere, come cucinarlo e come prendersene cura, per fornire una visione a 360 gradi!
Visto i numeri sempre in crescendo, sia del canale che dei social (Facebook e Instagram) è stata lanciata proprio in questi mesi la rivista online (www.laspesanellorto.it) edita da Corebook: un magazine dedicato all’orto e ai temi che intorno a esso si sviluppano, con articoli, interviste, ricette e curiosità realizzate di esperti, giornalisti e professori. In pratica, un ampliamento del già noto canale YouTube.
Ma andiamo con ordine e scopriamo come questo progetto è cresciuto nel tempo: da un piccolo seme piantato nel 2018 (data dal primo video pubblicato) si è arrivati a ottenere numeri interessanti di visualizzazioni e collaborazioni proficue.

 

Filippo Fagioli

Filippo, come e quando nasce La Spesa nell’Orto?

Cercavo 4-5 anni fa su YouTube dei consigli su come coltivare e seminare un orto e mi sono imbattuto in video di bassa qualità con audio pessimo. Quindi ho pensato: «Lo faccio io! Vediamo dove mi porta». Sono sempre stato appassionato di digitale e di YouTube… da qui tutto è iniziato. Il primo video l’ho pubblicato nel 2018 e nel tempo, io e il mio team, siamo arrivati ad avere oltre 3800 iscritti al canale.

Perché La Spesa nell’Orto? Spiegaci la scelta del titolo…

È un po’ legato alla mia pigrizia (scherza). Il mio sogno è sempre stato quello di fare la spesa senza uscire di casa, appunto nel mio orto. Da qui il titolo! A questo ovviamente si aggiunge la bellezza di mangiare prodotti coltivati direttamente da te, con la loro freschezza e la consapevolezza di sapere cosa metti in tavola perché lo coltivi tu stesso.

Ultimamente è tornato molto di moda coltivare un orto, perché secondo te?

Il Covid ha dato sicuramente una mano, così come la grande pubblicità fatta al mondo green e biologico. Negli ultimi anni si sta assistendo a un crescente bisogno di tornare in contatto con il territorio, di coltivare con le proprie mani verdure e ortaggi da portare sulla propria tavola, per ritrovare maggiore genuinità, cibi più salutari e più gustosi. La nostra, ed esempio, è un’agricoltura cosiddetta naturale, senza nessun tipo di prodotti chimici.

Hai qualche consiglio da dare a chi vuole iniziare a cimentarsi in questa pratica?

Sporcatevi le mani! Coltivare un orto fa bene, si fa attività fisica, si sta all’aria aperta. Si suda ed è una vera valvola di sfogo, si produce endorfina e si abbassa lo stress. In più c’è la soddisfazione di mangiare prodotti sani coltivati da te.

Prima il canale YouTube e ora la rivista online: quali sono i tuoi obiettivi?

L’obiettivo è sicuramente quello di far crescere il canale, la rivista online e il progetto stesso. La redazione di Corebook (agenzia di progettazione multimediale integrata e orientata alla comunicazione) che ora si occupa in particolare della rivista, darà una mano a far parlare di noi e a far aumentare la nostra visibilità.

Perché è nata la rivista online?

Lo staff di Corebook ha avuto la brillante intuizione di creare la rivista, così da poter far scrivere più persone ed esperti di settore. Allontanandosi così al blog o dal sito personale che in modo scontato poteva nascere come conseguenza del canale. Così si ha una condivisione e una pluralità d’informazioni. Il fulcro del progetto rimane YouTube, sul quale settimanalmente vengono pubblicati i video, ma ciò viene ampliato da articoli di approfondimento con i quali si vuole dar voce ai protagonisti del mondo agroalimentare, della nutrizione, a vivaisti, eccellenze imprenditoriali legate al mondo dell’agricoltura e a tutta una serie di argomenti correlati come ricette, erbe spontanee, argomenti legati al green. E poi tante curiosità, in un magazine dall’aspetto moderno e accattivante e caratterizzato da una grande vivacità e dinamicità delle informazioni.

 

Filippo, il piccolo Federico e Marino, l’aiuto giardiniere

Il canale YouTube è oramai una realtà consolidata…

Sì. È un canale strutturato in video tutorial in cui si danno consigli, si forniscono tecniche e ci si immerge appieno in questo mondo. La Spesa nell’Orto si avvale di una troupe audiovisiva che mette al centro la qualità video e audio in HD per un offrire non solo un pieno coinvolgimento emozionale allo spettatore, ma anche un messaggio chiaro e alla portata di tutti, d’impronta divulgativa.

Il prossimo passo?

Mi piacerebbe portare il mondo green e in particolare quello dell’orto nelle scuole, sia materne sia elementari. Inoltre, punto ad ampliare il canale YouTube anche con delle interessanti collaborazioni che stano prendendo piede.

Potremmo definirti “un operatore video con il pollice verde”: in questo modo hai unito il tuo lavoro con la tua passione…

Sì. È verissimo! Mi piace molto anche la definizione. La mia prima passione – cioè il mondo dei video – è diventato un lavoro a questo ho unito la passione per la natura. Tornassi indietro mi scriverei alla facoltà di Agraria. Devo ammettere che ho iniziato a circa 20 anni a frequentare la campagna e ad appassionarmi a questo mondo. Meglio tardi che mai!

Per concludere: cosa rappresenta per te l’orto?

Ti direi che fisicamente – per noi pigri – è come una palestra, mentre a livello mentale è una valvola di sfogo e uno scaccia pensieri!

L’Alchermes è un liquore italiano di colore rosso cremisi e veniva prodotto a Firenze già nel XV secolo, dove ancora oggi viene preparato, con l’antica ricetta, presso un emporio.

Tra i suoi ingredienti, oltre all’alcool etilico, zucchero, chiodi di garofano, cannella, acqua, cardamomo, acqua di rose e lamponi, c’è la cocciniglia. La cocciniglia è il colorante tipico, di colore rosso cremisi, e viene ricavato da un insetto della famiglia Coccoidea.

 

 

Attraverso una lunga e particolare lavorazione si ottiene l’acido carmico, da cui si otterrà il colorante. Un chilogrammo ha origine da circa centomila insetti. Il colorante siffatto, da sempre è stato destinato principalmente all’industria alimentare (E 120 è la sigla dell’additivo) e, in piccola misura, alla tintura dei tessuti. Ovviamente l’estrazione dell’acido carnico dagli insetti ha un costo molto elevato e pertanto, nel tempo, la cocciniglia è stata sostituita in modo importante da coloranti di origine sintetica (E 122, E 124, E 132).
Oltre che nell’alchermes, la cocciniglia è stata presente in molte bevande di colore rosso, come aperitivi, bitter e bevande gassate. Il nome cremisi e alchermes derivano dall’arabo qirmizi che significa prodotto da insetti.

 

dolci pasquali umbri

La ciaramicola

In molti dolci umbri…

La ciaramicola è il tipico dolce della provincia di Perugia, di colore rosso con glassa bianca, dove l’alchermes è utilizzato in maniera importante, così come per gli strufoli e le frappe, che vengono spruzzati con il rosso liquore. Non sono da meno l’arrocciata o rocciata, la zuppa inglese, il salame del re, la pizza di Pasqua dolce, i ravioli dolci con ricotta, le pesche dolci e le castagnole sono tipiche e tradizionali preparazioni di dolci umbri che prevedono l’uso dell’alchermes, che piaceva molto ai Medici e piace ancora a molti. D’ora in avanti, quando assaggerete il tipico liquore rosso cremisi o un dolce che preveda il suo utilizzo, vi sorgerà un dubbio: questo alchermes utilizza il colorante fatto con gli insetti o con gli additivi sintetici? Tra gli ingredienti potrebbe esserci scritto E 120… basterà leggere l’etichetta.

 


Ricetta tradizionale della ciaramicola

Presentati i risultati del progetto per la conservazione preventiva e programmata dei suoi beni artistici, realizzato da Archimede Arte per il Nobile Collegio del Cambio, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia.

Il Nobile Collegio del Cambio scansionato al millimetro, a trecentosessanta gradi: dai dipinti, agli arredi lignei, alle volte, al portale d’ingresso. È un progetto di digitalizzazione importante quello realizzato nella “banca più bella del mondo”, una delle testimonianze più preziose del rinascimento perugino, con l’obiettivo di garantire una conservazione preventiva e programmata dei suoi beni artistici. Un lavoro presentato in videoconferenza dal Rettore del Nobile Collegio, il professor Vincenzo Ansidei di Catrano, assieme all’avvocato Francesco Depretis, in rappresentanza della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia che ha sostenuto il progetto portato avanti dallo stesso Collegio.

 

 

Affidato ad Archimede Arte, azienda umbra leader nel settore dei rilievi 3D, consulente del Ministero dei beni e delle attività culturali per la digitalizzazione, con alle spalle servizi di altissima qualità resi ad importanti enti proprietari di beni di ineguagliabile valore artistico quali i Musei Vaticani, il progetto consente non solo di tutelare il Nobile Collegio del Cambio, ma anche di attuare una minuziosa ricognizione dello stato di salute del patrimonio conservato dentro la straordinaria sede, incastonata tra le mura di Palazzo dei Priori.

L’obiettivo del Nobile Collegio del Cambio: tutelare, conservare e valorizzare il patrimonio. “Il Nobile Collegio del Cambio, sede della Corporazione dei Cambiavalute, edificata nella splendida cornice di Palazzo dei Priori, rappresenta uno scrigno unico di tesori artistici, tra i più importanti della città, meta di turisti e studiosi da tutto il mondo – ha esordito nella presentazione del progetto il Rettore, professor Vincenzo Ansidei di Catrano -. Custodisce al suo interno autentici capolavori della storia dell’arte italiana, come gli affreschi della Sala dell’Udienza realizzati da Perugino, gli arredi e gli intarsi lignei, opera di Domenico del Tasso e Giampiero Zuccari, le decorazioni della Cappella di San Giovanni, eseguite da Giannicola di Paolo. Negli ultimi decenni, grazie al generoso sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, sono stati eseguiti importanti interventi di restauro, sia degli affreschi che dell’arredo ligneo. Più recentemente si è provveduto al restauro conservativo dei Portoni e della preziosa Matricola del 1377. Oggi, ci è apparsa quindi particolarmente interessante – ha sottolineato Ansidei – la possibilità di commissionare un progetto che consentisse di accertare con estrema precisione lo “stato di salute” dei luoghi, in modo tale da poter tutelare preventivamente i preziosi e delicati beni artistici presenti nell’antica sede dei Cambiavalute. Le innovative tecniche di digitalizzazione aprono inoltre inediti scenari di studio, e la minuziosa e dettagliata ricostruzione fotografica consente già oggi agli storici dell’arte di effettuare valutazioni ancora più approfondite sugli affreschi di Perugino e dei suoi collaboratori. Questa iniziativa, tecnologicamente avanzata, testimonia ancora una volta l’attenzione e la cura del Nobile Collegio del Cambio nello svolgimento del suo compito istituzionale precipuo, che è quello di conservazione, tutela e valorizzazione del patrimonio storico-artistico di cui è custode. E attesta la sensibilità della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, da sempre vicina al Collegio in questo percorso di tutela e valorizzazione”.

Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, si punta all’innovazione culturale. “La Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia – ha detto Francesco Depretis – ha sempre prestato molta attenzione alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio artistico, inteso come valore da conservare e tramandare quale eredità culturale del nostro territorio ma anche un elemento importantissimo per le sue ricadute sociali ed economiche, ad esempio in termini di sviluppo turistico. Attraverso la nostra programmazione abbiamo, quindi, sostenuto negli anni numerosi progetti che vanno in questa direzione, alcuni attivati dalla Fondazione stessa, altri attraverso i bandi a tema nel settore dell’arte, uno strumento che vuole stimolare la collaborazione tra Enti, Associazioni ed Istituzioni su temi specifici per cogliere al meglio le opportunità di portare un’innovazione concreta e duratura nelle attività culturali. Il progetto che presentiamo oggi, orientato alla salvaguardia e alla conservazione di uno dei luoghi culturali simbolo della città di Perugia, rappresenta dunque un traguardo importante, certamente per chi lo ha realizzato –  dimostrando come la salvaguardia delle risorse ereditate dal passato siano una responsabilità individuale, oltre che collettiva –  ma anche per la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, per la quale il tema dell’innovazione culturale sta assumendo sempre più rilevanza anche in seguito all’emergenza sanitaria: realtà aumentata, percorsi virtuali e digitalizzazione sono e saranno sempre di più  gli strumenti del futuro per proteggere e conservare il nostro patrimonio artistico, per offrirlo alla più ampia fruizione e per mantenere vivo il dialogo con il mondo dell’arte. Non è casuale che uno dei bandi a tema del programma 2021, la cui apertura è in programma nel mese di aprile, sia indirizzato proprio alla digitalizzazione del patrimonio storico artistico, bibliografico e archivistico del territorio”.

 

 

La filosofia di Archimede Arte: una passione per diffondere l’arte alle future generazioni. “Siamo felici di aver potuto essere al fianco di una icona della città e dell’arte rinascimentale perugina. Operiamo con una precisa filosofia, una passione che ci porta a dare il massimo per tutelare l’arte e poterla trasmettere alle future generazioni, unita al desiderio di trasmettere a tutti la bellezza dell’arte come strumento di crescita individuale”, ha spiegato Aldo Pascucci, amministratore unico di Archimede Arte, intervenuto alla presentazione del progetto. L’opera di rilievo laser scanner, fotogrammetrico e termografico del Nobile Collegio del Cambio – ha poi continuato a spiegare Pascucci -, ha consentito la digitalizzazione nella sua interezza, con rilievi laser georeferenziati integrati con tecniche di fotogrammetria, a livello di immobile e di opere, e monitorata con indagini termografiche, per una tutela completa ed accurata di tutto il patrimonio. Un lavoro realizzato attraverso strumenti laser e altre tecnologie altamente professionali in grado di rilevare gli immobili artistici con una densità maggiore di 0,5 millimetri pixel. I rilievi garantiranno, innanzitutto, la salvaguardia dei beni selezionati attraverso la loro digitalizzazione e la possibilità di conoscere tutti gli aspetti più minuziosi. Le attività di rilievo artistico supporteranno un obiettivo di conservazione programmata nel medio e nel lungo periodo delle opere architettoniche (pareti, soffitti, volte e pavimenti) attraverso interventi di rilievo a cadenze temporali pluriennali di controllo.

I dati risultanti da tali analisi potranno supportare progettazioni avanzate di interventi volti a ridurre i rischi che gravano sull’integrità di beni di immenso valore, come quelli del Nobile Collegio del Cambio. “I rilievi termografici – ha concluso Pascucci – hanno consentito di verificare la situazione degli affreschi delle pareti e della volta affrescata dal Perugino. Inoltre, grazie a software di post elaborazione grafica si ottengono rappresentazioni tridimensionali estremamente minuziose nella qualità del dettaglio, facilmente esportabili e utilizzabili su piattaforme digitali e gestionali”.

Oggi, il “DanteDì” ha un sapore molto particolare, perché il 2021 è l’anno di Dante, dei 700 anni dalla sua morte. Per questo il 25 marzo 2021 – la data in cui prende il via il viaggio letterario nell’aldilà della “Divina Commedia” – va celebrato con ancora più devozione.

Vista di Assisi, foto di Enrico Mezzasoma

 

Il Sommo Poeta amava l’Umbria. La descrive nell’XI canto del Paradiso della Divina Commedia quando incontra San Francesco nel cielo del Sole con gli spiriti sapienti. In due terzine ci parla di Gubbio e Sant’Ubaldo, del clima di Perugia, di Nocera e di Gualdo Tadino e naturalmente di Assisi, città natale del Santo, che dovrebbe chiamarsi Oriente perché ha dato alla luce il Sole.
«Intra Tupino e l’acqua che discende / del colle eletto dal beato Ubaldo, / fertile costa d’alto monte pende, / onde Perugia sente freddo e caldo / da Porta Sole; e di rietro le piange / per grave giogo Nocera con Gualdo. Di questa costa, là dov’ ella frange/più sua rattezza, nacque al mondo un sole/come fa questo talvolta di Gange. / Però chi d’esso loco fa parole, / non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Orïente, se proprio dir vuole».
Si dice che questa parte fu scritta nel territorio eugubino, all’interno del castello di Colmollaro dove risiedeva il Conte Bosone Novello Raffaelli, amico di Dante.

Il colophon della Divina Commedia stampata a Foligno.

La prima stampa a Foligno

L’Umbria e la Divina Commedia sono legate anche in modo più materiale: a Foligno infatti, l’11 aprile del 1472 viene stampata l’editio princeps dell’opera del Sommo Poeta. La prima copia a stampa sembra essere nata nella casa dell’orafo e zecchiere pontificio Emiliano Orfini, fondatore, assieme al trevano Evangelista Angelini, della prima società tipografica della città di Foligno.

Un Dante inedito a Orvieto

Proprio in questi giorni a Orvieto è stato individuato un quadro – che era sfuggito probabilmente per secoli – che raffigura un Dante inedito, sempre di profilo nella sua iconica posa, ma con la barba. L’opera, di autore ignoto, sarebbe databile tra il 1500 e il 1600.  La raffigurazione sembra prendere spunto dalla dettagliata descrizione che Giovanni Boccaccio fa del volto di Dante Alighieri nel Trattatello in laude di Dante scritto tra il 1351 e il 1355. Boccaccio scrive: «Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso”» Ulteriori indagini daranno risposte più certe.
Orvieto già conservava a suo modo pezzi di Divina Commedia: nel Duomo, infatti, sono raccontate scene tratte dai canti del Purgatorio e dipinte dal Signorelli.

 

Foto di Comune di Orvieto

Dolenti note

L’unica nota dolente nel rapporto fra Dante e l’Umbria è Cante Gabrielli di Gubbio che, in veste di podestà di Firenze (1298), emanò due sentenze di condanna contro Dante: con la prima lo condannò a una multa pecuniaria, al divieto a vita di partecipare al Governo di Firenze e all’esilio per due anni dalla Toscana. Con la seconda sentenza, non avendo il poeta ottemperato a quanto stabilito, lo condannò al rogo, alla distruzione delle sue case e alla confisca dei suoi beni.

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