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La Route 27 di John Murray III non è quell’autostrada nord-sud degli Stati Uniti che collega il capolinea meridionale Miami, in Florida, con il capolinea nord Fort Wayne, nell’Indiana. È tutto un altro percorso. Guardiamo di cosa si tratta, tornando un po’ indietro nel tempo.

Chi erano i Murray?  Una grande dinastia di editori!

Nel 1768 John Mc Murray arrivò a Londra dalla desolata landa di Scozia in cerca di fortuna. Rinunciò presto al prefisso Mc e mise su, con non poche difficoltà, un’attività di vendita di libri. Iniziò così semplicemente e forse anche per caso la sua vita di letterato vendendo e successivamente pubblicando libri. L’attività cominciò ben presto a ingranare quando fu colpito da un grave lutto familiare; sua moglie morì. Non si perse d’animo e si risposò presto con la sorella di sua moglie che gli dette un figlio, anche lui di nome John. Alla morte di Murray I, avvenuta nel 1793, l’azienda fu affidata e gestita da amministratori fiduciari per circa 10 anni, quando il figlio John Murray II divenne l’unico responsabile. Mentre suo padre era conosciuto per esagerare con l’alcol, fare baldoria e per essere un bon viveur, John Murray II si rivelò un uomo d’affari tutto d’un pezzo e lontano dal perdere tempo in frivole faccende. Divenne ben presto l’editore di Lord Byron e di Sir Walter Scott.
Alla morte di John Murray II, l’attività fu rilevata dal figlio, anche lui di nome John, che dunque sarà John Murray III. Uno dei più grandi successi di John Murray III fu la pubblicazione del libro L’origine delle specie e delle varietà attraverso la selezione naturale di Charles Darwin. La dinastia è continuata con i vari John Murray fino ad arrivare a John Murray VII, negli anni ’90 del 1900. Nel 2002 il tutto è stato venduto al gruppo Hodder Headline Ltd. Finalmente i membri della famiglia Murray sono liberi di scegliere il nome del prossimo bebé. Di John ce ne sono stati fin troppi!

John Murray III

Cenni biografici di John Murray III

John Murray III nacque il 16 aprile del 1808. Studiò alla Charterhouse School a Godalming, circa 60 km a sud-ovest di Londra, e si laureò all’Università di Edimburgo nel 1827.
Pubblicò traduzioni in inglese di Goethe e più tardi nella sua carriera tutte le opere di Charles Darwin e di Hermann Melville come il romanzo Moby Dick, considerato uno dei capolavori della letteratura americana. Nel 1847 sposò Marion, figlia del famoso banchiere Alexander Smith. Morì all’età di 84 anni il 2 aprile del 1892 e fu sepolto nella chiesa parrocchiale di Wimbledon. Lasciò quattro figli, due maschi e due femmine.

Murray’s Handbook for Travelers

John Murray III è rimasto famoso anche per la pubblicazione dei suoi Handbooks for Travelers. Altro non erano che guide di viaggio pubblicate a partire dal 1836. La serie comprendeva destinazioni turistiche in Europa e in parti dell’Asia e dell’Africa settentrionale. La sua prima guida di viaggio fu un Manuale per i viaggiatori in Olanda, Belgio e Reno. Nel 1900 la sua azienda aveva prodotto più di 400 guide turistiche. Possiamo senza ombra di dubbio affermare che le guide turistiche di Murray III del diciannovesimo secolo sono forse le più dotte e sapienti nel loro genere.

La Route 27

A Handbook for Travelers in Central Italy, di Octavian Blewitt, fu pubblicato a Londra in Albemarle Street da John Murray III nel 1850.
Nella parte introduttiva di questo volume viene specificato che la versione inglese è reperibile, oltre che in altre città, anche presso la tipografia Vincenzo Bartelli di Perugia.
Nella prefazione viene sottolineato come gli Stati dell’Italia Centrale e Meridionale sono forse di più grande interesse che di altri parti d’Europa. Viene inoltre specificato che l’opera è frutto di due viaggi per desiderio di dare giustizia al Paese e al popolo studiando le loro caratteristiche direttamente sul posto e acquisendo una personale conoscenza dei distretti più remoti ma altrettanto ricchi di storia e d’arte.
A un certo punto di questa guida di viaggio viene descritta la Route 27: Florence to Rome by Arezzo e Perugia.

Inizio la mia lettura da Foligno che così subito viene descritta: «Before arriving at Foligno, the Topino, upon which it is built, is crossed». Vengono subito indicate delle locande (Inns) dove mangiare e pernottare: Tre Mori, Grande Albergo e La Posta.
Foligno è descritta come «una attiva e industriosa città vescovile di 8.000 abitanti, gode di un’alta reputazione in tutti gli Stati limitrofi per il suo bestiame. La Chiesa di San Niccolò preserva un bellissimo altare di Niccolò Alunno, nativo di questa città. Il Corso, chiamato Canopia, permette al cittadino una piacevole passeggiata lungo l’antica cinta muraria».
«A poche miglia a ovest di Foligno, al bivio del Topino con il Timia, c’é Bevagna che conserva ancora le tracce del suo antico nome Mevania. Celebrata dai poeti latini per la ricchezza dei suoi pascoli e ancora famosa per la pregiata razza di bovini bianchi. Strabone (geografo e storico greco) cita Mevania come una delle città più considerevoli dell’Umbria. Plinio (storico) afferma inoltre che se le sue mura fossero di mattoni non potrebbero essere capaci di tanta resistenza». Questa città è inoltre memorabile come luogo di nascita di Properzio (poeta romano). «Sulla collina sopra Bevagna, distante 6 miglia, c’è il piccolo paese di Montefalco notevole per due dipinti di Benozzo Gozzoli, nelle chiese di San Fortunato e di San Francesco».
La descrizione dei luoghi continua con: «On leaving Foligno for Rome, imbocchiamo la via Flaminia e superato sant’Eraclio si valica il confine che separa le delegazioni di Perugia con quelle di Spoleto. La strada entra presto nella bella valle del Clitunno». Il percorso continua poi fino a raggiungere Roma.

Conclusioni

Oggi siamo abituati a fare le nostre escursioni spesso utilizzando Google Maps e tutto quello che ci viene offerto da internet: luoghi d’interesse, orari dei musei, dove mangiare e dormire con tanto di recensioni e poi ancora le 10 cose da vedere in un giorno, sagre gastronomiche e feste popolari. Sempre attaccati al nostro smartphone come se fosse un’estensione del nostro corpo. Un’idea interessante potrebbe essere quella di procurarsi l’Handbook for Travelers in Central Italy e seguire il percorso e i suggerimenti che ci vengono offerti. Una nuova esperienza di viaggio che di sicuro ci stimolerà la voglia di conoscere, la curiosità e il senso di avventura.

«Con la mia battaglia ho fatto cambiare la legge per l’esame di Stato d’avvocato. Chi soffre di DSA partiva svantaggiato e venivano violati i principi di uguaglianza della Costituzione».

L’avvocato Antonio Caterino

Antonio Caterino, avvocato trentaseienne di Perugia che ora vive e lavora a Milano, è un piccolo grande eroe. Si è battuto per anni per rendere l’esame di Stato per iscriversi all’albo degli avvocati accessibile anche alle persone con DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), introducendo la possibilità di richiedere tempo aggiuntivo e strumenti compensativi. Antonio ce l’ha fatta, sia per lui sia per tutti. «Sono molto orgoglioso. Iniziative di questo tipo contribuiscono a sovvertire il significato negativo connesso ai disturbi specifici di apprendimento, infondono coraggio e questo consente di vivere meglio, perché capisci che non c’è nulla di cui vergognarsi». Nella nostra lunga chiacchierata – da vero avvocato – ci ha raccontato e spiegato tutta la sua storia, iniziata nel 2012.

Ora vivi a Milano, ma qual è il tuo legame con l’Umbria? 

Ho un forte legame con questa regione. Sono nato, ho studiato e mi sono formato a Perugia. Per un periodo della mia vita – quando facevo l’università – sono stato un giornalista sportivo e ho fatto politica. Mi informo sempre su quello che accade e sto cercando anche di creare un ponte tra l’Università di Perugia e Milano per accogliere e aiutare chi volesse trasferirsi qui – in particolar modo i laureati in Giurisprudenza.

Partiamo dalla tua scoperta di essere dislessico. Quando è avvenuta? 

Il disturbo specifico di apprendimento mi è stato diagnosticato molto tardi – avevo più o meno 25 anni – per la precisione due giorni prima di discutere la mia tesi di laurea in Giurisprudenza. La prima ad accorgersene è stata la sorella medico di una collega di università con la quale studiavo. Poi c’è stata la diagnosi ufficiale. Ho fatto tutto il mio percorso scolastico sapendo di essere diverso rispetto agli altri, ma non conoscendo i motivi del perché ero più lento nell’apprendimento, il mio studio richiedeva tempi più lunghi. Questo mi ha consentito però di sviluppare una capacità che tutti i dislessici hanno, ovvero quella di trovare sempre dei modi, anche non convenzionali, per raggiungere l’obiettivo.

Quali metodi di studio hai adottato?

Ho chiesto ai migliori studenti del mio corso di laurea se potevano diventare i miei docenti personali, ripetendomi gli esami a voce: questo in primis ti insegna a lavorare con le persone e in particolar modo a sospendere il giudizio sugli altri. I dislessici hanno la capacità di non lasciarsi andare a sentenze affrettate, diventando dei grandi osservatori. La realtà è complessa, e dato che noi siamo sempre giudicati negativamente a causa di un pregiudizio, scegliamo di non giudicare e di osservare. Questo ci mette in una condizione di vantaggio perché diventiamo degli analisti lucidi anche nelle situazioni di difficoltà.

Come viene vissuta oggi la dislessia nel mondo del lavoro?

La dislessia è ancora vissuta in modo negativo, a cominciare dai genitori dei bambini che ne soffrono. È un tema che, nella maggior parte dei casi, viene riservato alla sfera privata; è molto difficile che uno studente ne parli con un coetaneo. Il mercato del lavoro sta facendo passi da gigante per recuperare, visto che spesso era una condizione che veniva nascosta nei colloqui. Nel 2011/2012, quando io ho iniziato a lavorare, le aziende – e gli studi legali – non sapevano davvero da dove cominciare. Ti faccio un esempio: le grandi multinazionali – che sono la prima tappa di molti neo laureati – non avevano nei propri moduli di preselezione la possibilità di indicare se il candidato fosse dislessico o meno.

Tu non lo hai nascosto, l’hai scritto nel curriculum… 

Eh sì. Io l’ho indicato. L’ho fatto perché avevo subito discriminazioni nel mondo del lavoro, quindi ho deciso che, se nessuno prima di me non lo aveva mai fatto presente, io potevo essere il primo. In molti vedevano questa scelta come una scelta coraggiosa, invece per me è stata una cosa naturale – dopotutto senza la DSA non sarei la persona che sono diventato. Oggi lavoro in un’importante studio di Milano, il LCA studio legale, l’unico che mi ha concesso un’opportunità e per il quale sono entusiasta di lavorare.

Quando è iniziata la tua “rivoluzione”, che ha portato poi dei cambiamenti notevoli per le persone con DSA?

Tutto è partito in occasione della mia pratica legale, che ho svolto a Perugia. Sono andato a vedere se ci fossero leggi in Italia che disciplinavano i disturbi specifici d’apprendimento e ho scoperto che c’era la legge 170 del 2010, però si concentrava sul percorso scolastico e universitario, individuando quattro tipologie di disturbi: la dislessia, la disgrafia, discalculia e la disortografia. In presenza di questi disturbi certificati da una diagnosi, lo studente poteva richiedere l’applicazione di alcune misure specifiche, così da avere le condizioni ottimali per lo svolgimento delle prove. La legge però aveva dei vuoti normativi.

Tu sei intervenuto per colmarli… 

Sì. Non erano regolamentati nemmeno i concorsi pubblici e tutti gli esami di abilitazione. Ho iniziato così – era il 2012 – a lavorare con il Consiglio Nazionale Forense e in particolar modo con l’avvocato Alarico Mariani Marini di Perugia, per capire come la legge 170 potesse applicarsi anche all’esame di Stato d’avvocato. Ho fatto così la richiesta per avere misure compensative durante l’esame: sono stato il primo in Italia, probabilmente, perché al Consiglio Nazionale Forense non risultavano altre richieste di questo tipo. Senza queste misure sarei partito in svantaggio rispetto agli altri esaminandi e veniva così violato il principio di eguaglianza espresso dalla Costituzione. Questa mia iniziativa ha posto un precedente a livello nazionale, un precedente che però non era regolamentato.

Quali sono state le misure compensative richieste?

In realtà erano aiuti che già venivano concessi durante l’esame scritto: per esempio, se un candidato ha un braccio rotto, la Commissione gli assegna un dipendente della Corte d’Appello che scriva il compito su dettatura. Questa è stata una delle misure di cui io ho chiesto l’applicazione grazie alla quale ho neutralizzato uno degli effetti della dislessia, ovvero la lentezza nello scrivere a mano. In più ho superato la disgrafia, cioè la grafia non perfetta dal punto di vista estetico – l’ordine del compito è un criterio di valutazione. Infine, una concessione fatta ai candidati ipovedenti è quella di avere a fianco qualcuno che lo supporti nella lettura: questa è un’altra misura molto utile per un dislessico. Quindi, con la possibilità di avere un lettore della traccia che poi ti aiuta nella stesura del compito, l’esame da avvocato diventa semplice. Io sono riuscito a superarlo al primo colpo! Questo è accaduto a tutti i candidati dislessici negli anni successivi, perché il Consiglio Nazionale Forense aveva reso noto sul proprio sito queste possibilità d’aiuto. Serviva però una regolamentazione scritta, che si potesse applicare anche ai concorsi pubblici dove non era prevista nessuna concessione.

 

Qual è stato il passo successivo?

Nel 2017 sono arrivato a Milano e ho iniziato a lavorare con il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, i quali, conoscendo la mia storia, hanno voluto completare quello che avevo iniziato: è stato così sottoscritto nel 2019, dall’Ordine degli Avvocati di Milano e dalla Corte d’Appello di Milano, un protocollo che disciplina le misure che possono essere applicate per un candidato con DSA, garantendo così pari chances di successo in sede di esame. La pandemia poi ha cambiato la modalità dell’esame, che è diventato solo orale, ma abbiamo fatto in modo che il protocollo sia applicabile anche al nuovo esame – la persona con DSA ha il 30% in più di tempo rispetto agli altri candidati nella prima prova orale, un assistente alla lettura e l’uso di computer non connesso a Internet. Per la seconda prova, la possibilità di sostenerla l’ultimo giorno del calendario. C’è stato poi un terzo passaggio con l’intervento dalla Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ex professoressa di diritto e molto sensibile ai diritti costituzionali: con lei il protocollo è diventato a ottobre Decreto Legge (il 139 del 2021) ed è stato esteso a tutte le Corti di Appello italiane.

Quando potrà essere allargato anche ad altri esami di abilitazione?

Stiamo lavorando per rendere il protocollo applicabile a tutti gli esami. Stiamo discutendo con l’Ordine dei giornalisti, con quello degli psicologi, dei commercialisti e degli architetti, ma naturalmente è un processo lento perché ci vuole coraggio e innovazione, nonostante il 4% degli italiani soffra di DSA.

E per i concorsi pubblici?

Da agosto 2021 c’è anche nei concorsi pubblici la possibilità di fare la richiesta (legge 113/2021). Si tratta di una svolta storica, lungamente attesa. Per la prima volta una legge dello Stato prevede l’applicazione delle misure compensative e dispensative ai concorsi pubblici, ma non si applica agli esami di abilitazione di una professione e al settore privato.

Quanto sei orgoglioso di tutto questo? 

Moltissimo. Iniziative di questo tipo contribuiscono a sovvertire il significato negativo tradizionalmente connesso ai disturbi specifici di apprendimento, infondono coraggio e questo consente di vivere meglio, perché capisci che non c’è nulla di cui vergognarsi.

 

Il premio: il Sigillo di San Girolamo

Hai mai pensato di mollare? 

No, mai.

Per questo hai ricevuto anche un premio…

Ho ricevuto, dall’Ordine degli Avvocati di Milano, il Sigillo di San Girolamo nel 2020. È un premio che viene consegnato solitamente ad avvocati anziani che hanno avuto meriti nel corso della loro vita professionale o che si sono distinti nella loro attività. Con mia sorpresa il Consiglio ha voluto assegnarlo anche a me, un giovane avvocato.

“Una storia di successo, un caso di crescita dimensionale forse con pochi precedenti in questa regione. Emmepi Group è un’azienda che ha saputo investire in innovazione, ha fatto scelte coraggiose. Ha saputo cavalcare i mercati internazionali cogliendo i cambiamenti in atto e facendo gli investimenti al momento giusto”. E’ quanto dichiarato da Michele Fioroni (assessore Regione Umbria allo Sviluppo Economico, Innovazione, Digitale e Semplificazione) durante il suo intervento all’evento – presentato dal conduttore radiofonico e annunciatore televisivo Mauro Casciari – organizzato sabato pomeriggio (11 dicembre) all’Auditorium dell’Hotel Giò di Perugia per festeggiare i 10 anni di attività di Emmepi Group, azienda leader del mercato del cartone ondulato. “Impressionante la serie di dati che abbiamo visto sulla sua crescita – ha proseguito – che ci dimostrano come il coraggio imprenditoriale e la capacità di investire nel momento opportuno possono dar vita a storie di successo straordinarie come questa che rappresentano anche un esempio di narrazione del nostro territorio. L’Umbria – ha concluso Fioroni – non può che ripartire da queste eccellenze”.

 

 

Un decennio di successi che, come ha ricordato sul finale il presidente di Emmepi Group Alessandro Bersanetti, non deve essere visto come un traguardo ma solo come “l’inizio del nostro percorso e questo per tre motivi. Il primo – ha spiegato il numero uno del Gruppo – è che operiamo in un settore deve il green ha una riciclabilità alta, dove il processo può essere replicato fino a 7 volte. Siamo nel settore giusto, al momento giusto. Oggi più che mai le aziende si spostano dalla plastica al cartone. Il secondo motivo è il mercato, ovvero la penetrazione che siamo riusciti a ottenere a livello mondiale. Il terzo è l’unicità del Gruppo. Forniamo un prodotto a 360 gradi. Abbiamo tutte le divisioni con la mentalità, la versatilità e la fantasia del Mady in Italy. Per questi tre motivi – ha terminato Bersanetti – affermo che siamo solo all’inizio del nostro percorso”.

I festeggiamenti si sono aperti con l’intervento di Alberto Fioriti, Ceo di Emmepi Group, che ha ripercorso la storia del gruppo ed insieme a Bersanetti ha commentato i live streaming con i saluti e gli auguri dei vari agenti e dei clienti più prestigiosi di Australia, Brasile, Irlanda (dove collaborano con il più grande gruppo al mondo che ha 250 stabilimenti), Russia fino allo storico gruppo italiano Sada Spa. “Prima di noi – ha affermato Fioriti – ogni società seguiva un suo business, il suo pezzo di macchinari,. Con l’avvento di Emmepi Group è cambiata totalmente l’ottica del lavoro. In questo momento possiamo offrire un parco macchine che completa tutta la gamma dei servizi all’interno di uno stabilimento del cartone ondulato. Questo è uno dei grandi successi di Emmmepi Group, che ci ha permesso di registrare una crescita esponenziale. Dieci anni fa abbiamo iniziato con 3 dipendenti ed un fatturato minimo, oggi siamo arrivati a 200 dipendenti, un fatturato di 50 milioni di euro ed un indotto di altre 200 persone”.

 

 

Dopo Fioriti sono succeduti gli interventi degli altri soci di Emmepi Group a partire dal Chief Mario Teatini che ha parlato dello sviluppo finanziario dell’azienda dove ha sottolineato come nel corso degli anni i numeri legati al fatturato, metri quadrati di stabilimenti e del personale sia cresciuti insieme. “Non è scontato – ha detto Teatini – l’andamento esponenziale e contemporaneo di questi tre fattori che sta a significare che abbiamo interpretato bene il mercato e che l’idea di dare un servizio integrato è stata vincente. Così come la nostra capacità di trasformarci”.

Loris Favalessa, Senior Project Manager, ha parlato delle periferiche all’interno del gruppo per un servizio a 360 gradi sottolineando come Emmepi Group sia una grande famiglia e come sia fondamentale un rapporto sano all’interno di un gruppo in continua crescita.

Fabrizio Nofrini, Manufacturing Manager, ha raccontato della fase attraversata dall’azienda durante l’emergenza Covid-19 e della carenza materie prime. Il Covid – ha affermato – ha messo a dura prova le nostre capacità decisionali. Abbiamo ritardato dei lavori con l’idea di salvaguardare prima la salute delle persone. Oggi i fatti ci hanno dato ragione, abbiamo ripreso l’attività lavorativa senza particolari conseguenze”. Il General Project Manager Fabio Bello ha parlato, infine, del valore del team e delle persone. “Il ruolo del team – ha dichiarato – è fondamentale, è capitale umano da valorizzare e da portare avanti. Noi vogliamo creare con le persone che lavorano con noi una serie di successi importanti in Italia e nel mondo. Crediamo molto nelle persone, nel valore umano e nel creare un ambiente di lavoro interessante e confortevole dove tutti quanti possono esprimersi al meglio. Su questo stiamo lavorando e credo che ci stiamo riuscendo visto che abbiamo un turn over veramente molto basso. Come diceva Henry Ford le due cose più importanti non compaiono nei bilanci di un’impresa: la sua reputazione ed i suoi uomini, parole che condividiamo e facciamo nostre”.

A conclusione dei festeggiamenti è stata effettuata una donazione all’associazione Avanti Tutta onlus per contribuire alla realizzazione del progetto di ampliamento del Day Hospital dell’Oncologia Medica, situato all’interno dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. A riceverla, dalle mani di Alberto Fioriti, il fratello dell’indimenticato Leonardo Cenci, Federico.

Venerdì 10 dicembre alle ore 17.30 presso la Sala dei Notari di Palazzo dei Priori a Perugia, si terrà il secondo incontro del ciclo Le opere d’arte raccontano. Percorsi verso gli anniversari di Perugino e Signorelli in vista del 2023 anno in cui si celebreranno gli anniversari di questi due importanti artisti dell’età rinascimentale. Interverrà il professor Antonio Natali, storico dell’arte, già direttore degli Uffizi dal 2006 al 2015, che affronterà il tema Il pane dell’altare. Immagini dell’Eucarestia nel primo Cinquecento.

 

«Sono onorato ed emozionato di essere presente in questa sala, nella quale mia madre ha dato molto. Penso che sia stata un modello per molte donne, la quale ha lavorato in questo luogo non solo con grande senso del dovere, ma con grande passione. Vorrei ricordare mia madre attraverso le parole di William Shakespeare: “Tu sei di tua madre lo specchio ed ella in te rivive”». Giovanni Zazzerini

L’archivio di Stato di Perugia ha dedicato l’inaugurazione della Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica alla Dott.ssa Clara Cutini, che per lunghi anni, dal 1994 al 2009, è stata direttrice dell’istituto dopo esserne stata reggente a partire dal 1990; l’Archivio di Stato ha così dedicato una targa commemorativa a Clara Cutini, posta nell’aula della Scuola da lei diretta fin dal lontano 1972; il luogo è un silenzioso portavoce delle persone che lo hanno vissuto, legando così il nome di Clara e la sua personalità all’importante e prestigiosa istituzione.

 

 

Clara Cutini (Perugia 30 aprile 1942-24 novembre 2019) laureatasi con lode in Scienze politiche presso l’Università degli Studi di Perugia inizia la carriera come archivista di stato nel 1968; è reggente ad interim della Sovrintendenza archivistica per l’Umbria dal 1975 al 1978; dal 1990 al 1994 è reggente dell’Archivio di Stato e delle sezioni dipendenti divenendone direttrice con la qualifica di primo dirigente dal 1994 fino 2009, anno del suo pensionamento. Grazie alla sua autorevolezza, al suo innato senso di responsabilità, conciliato da un lungo operato e da una grande e duratura professionalità, le è stato possibile individuare e acquisire le sedi monumentali per l’Archivio di Stato e per le quattro sezioni dipendenti: Spoleto nel complesso di San Matteo (1990), Foligno a Palazzo Deli (1998), Gubbio nel complesso di San Francesco (1999) ed Assisi nel Palazzo ex GIL (2005). Dalle commosse parole di chi la conosceva, Clara Cutini fu una donna di forte carattere e competenza, tali caratteristiche le consentirono di restaurare la sala, presso l’Archivio di Stato, dove si è svolta l’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola.

La figlia, Laura Zazzerini

Gli archivi sono la base della nostra memoria, devono essere protetti, tutelati, salvaguardati, valorizzati e Clara, grande appassionata di storia, vedeva quest’ultima come un punto di partenza e non come un nostalgico ricordo, è per tale motivo che ha sempre lavorato in questa direzione, sottolineando giorno dopo giorno, l’importanza di documenti e archivi, poiché la sfida dei nostri giorni risiede nel riuscire a innescare un processo di viva usabilità in modo che diventino fonte di nuova linfa in termini di approfondimenti, conoscenze, studio e creatività; sotto la guida della Dott.ssa Cutini, l’Archivio infatti si è aperto alla città, diventando da luogo esclusivo per pochi, ad ambiente vivo e facilmente accessibile, sede di mostre, convegni scientifici e iniziative culturali. La sua raffinata intelligenza la portava a orientarsi verso il futuro e aveva sempre nutrito grande stima e speranza nei giovani.

La Dott.ssa Cutini è stata direttrice dell’Archivio di Stato di Firenze, membro del comitato scientifico della Fondazione Aldo Capitini, del consiglio di amministrazione del Nobile Collegio del Cambio e del Nobile Collegio della Mercanzia. Vicenzo Ansidei di Catrano, Rettore del Nobile Collegio del Cambio e Giuseppe Severini, Rettore del Nobile Collegio della Mercanzia hanno ricordato il suo costante impegno in questi nobili e antichi collegi, nei quali non ha mai mancato di esprimere la propria opinione in modo pacato e puntale, solo dopo attente ricognizioni e precise perizie.

Fu inoltre socio ordinario della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, dell’Accademia di Belle Arti e della Società di Mutuo Soccorso.

L’amore per la sua città e la grande passione per il lavoro, vissuto sempre con il massimo impegno e onestà, ne hanno fatto una fine studiosa e autrice di importanti pubblicazioni; gli anni della sua attività infatti si sono contraddistinti da abbondanti occasioni di ricerca dando luoghi a numerose pubblicazioni edite con precisione e raffinatezza; tra i suoi scritti vanno ricordati i volumi: Uno schedato politico: Aldo Capitini (1998), Archivio del Collegio del Cambio di Perugia. Inventario (1992) dedicato a sua figlia Laura, Domus Misericordiae. Settecento anni di storia dell’Ospedale di Perugia (2006), Breve dell’Arte dei Calzolai di Gubibio (2012) dedicato ai suoi adorati nipoti Guido, Gloria e Claudia.

 

Un momento della cerimonia

 

Clara Cutini è stata insignita della Croce con corona dell’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta nel 2002 ed è stata Presidente del Club Soroptimist di Perugia dal​ 2004 al 2006; Gabriella Agnusdei, Presidente Soroptimist Club di Perugia, la ricorda attraverso commosse parole: «La sua eleganza e il suo profondo impegno nelle istituzioni le è valso l’affetto di molte persone. Clara è stata sempre innamorata della sua famiglia, del suo lavoro, della sua città, è stata sempre innamorata della vita. Concludo con le stesse parole con le quali abbiamo aperto questa giornata. Io auguro a tutti voi di specchiarsi in Clara».

Giovedì 18 novembre, si inaugurerà il II anno del corso della Scuola APD e verrà dedicata la mattinata al ricordo la dott.ssa Clara Cutini, per lunghi anni direttrice dell’Istituto e di cui ricorre il secondo anniversario della scomparsa.

 

 

Interverranno Leonardo Varasano, Assessore alla Cultura del Comune di Perugia. A seguire, Alberto Grohmann, emerito dello Studium, Giuseppe Severini, magistrato e Rettore del Nobile Collegio della Mercanzia, e Vincenzo Ansidei, Rettore del Cambio. È poi il turno di Mario Squadroni, ex Soprintendente Archivistico e attuale Presidente della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria. Chiude Gabriella Agnusdei, Presidente del Soroptimist di Perugia, Associazione alla quale Clara era orgogliosa di appartenere. Successivamente, nell’aula didattica della Scuola, sarà scopertura una targa che ricorda la presenza e l’opera di Clara Cutini in quel luogo.

L’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia è una delle eccellenze umbre e italiane anche in tema Covid, specialmente per il prodigarsi, per la preparazione e il rapporto dell’organico con i pazienti colpiti dal maledetto virus. Il senso del dovere e il bene verso gli altri sono i dogmi di chi se ne occupa quotidianamente e senza risparmiarsi. Infatti il personale e gli addetti di reparto, concetto esteso a tutte le strutture sanitarie regionali e nazionali, mettono ogni giorno a rischio la propria salute, agendo con amore e passione per il prossimo attraverso un comportamento responsabile e coraggioso che va ben oltre le proprie competenze contrattuali.

Gli Angeli del Covid. Questa è l’espressione che il vostro inviato lacustre sente più appropriata per definire tutti coloro che stanno dedicando il tempo della propria vita a combattere contro questa subdola malattia, per la quale ogni giorno viene messa a rischio la propria salute e incolumità. Immaginiamo un paziente che viene ricoverato per il maledetto virus, come gli possa cambiare improvvisamente il mondo: il ricovero da Covid ti isola fin da subito da tutto e tutti, ti fa sentire indifeso, vieta di ricevere direttamente i messaggi d’affetto e d’amicizia dei propri cari e l’unico rapporto possibile è con gli Angeli del Covid che sostituiscono, integrano, accudiscono, curano, confortano… in una maledetta corsa contro il tempo.

Le testimonianze

Nel raccogliere testimonianze e ascoltare le loro voci, c’è un coro unanime che svela che non si è solo stanchi fisicamente ma soprattutto dal punto di vista psicologico. Comunque si va avanti, responsabilmente. Un operatore sanitario del nosocomio perugino ci ha confidato: «Questa situazione ti mette soprattutto alla prova quando vedi il malato Covid che ha nei propri occhi la solitudine, la disperazione, l’incredulità di ospitare dentro di sé questo maledetto virus che spezza vite e quotidianità. Nei casi più gravi c’è soprattutto la paura di non farcela: è la forte sensazione di chi è ospitato nel letto del reparto tra i suoi mille pensieri. Lo vediamo con l’uso dell’erogatore dell’ossigeno assistito, i medicinali, le cure, le attenzioni dove il paziente, e si può capire, è tra mille incertezze per quello che potrebbe essere o succedere».
Un malato Covid si ritrova repentinamente catapultato in un mondo mai vissuto e sconosciuto, se non per sentito dire attraverso i media. Chi è ricoverato non ha il tempo di essere edotto fino in fondo rispetto a quello che sta accadendo, dove la velocità del decorso patologico è molto più scattante rispetto allo stato di fatto della consequenzialità cognitiva per la propria condizione.

 

 

Quando un paziente Covid, in via di guarigione, ci ha rivelato il suo stato d’animo e le impressioni scoperte all’insorgere della malattia, ci ha gettato violentemente in un quadro immaginifico molto realistico e drammatico al tempo stesso, raccontandoci le sue sensazioni: «L’oppressione del torace, la fatica a respirare, il respiro corto, la febbre alta, la fame spasmodica di ossigeno, sono alcune delle percezioni che ti fanno sembrare che la vita ti lasci da un momento all’altro e solo in quell’istante ci si rende conto che non ti saresti mai immaginato di affrontare una simile situazione… essere attaccato alla vita grazie ad un casco o ad una maschera per l’ossigeno per la ventilazione polmonare significa continuare a respirare e vivere, ma significa anche rimanere con il terrore negli occhi e nella mente, con la paura di addormentarsi per poi non svegliarsi più… e si può arrivare a perdere ogni tipo di speranza».
Ma in questi momenti sono fondamentali gli Angeli del Covid, l’anello di congiunzione e alleati che combattono insieme al malato questa battaglia per la vita, dove un sorriso e una mimica facciale di soddisfazione sono gli attimi più sereni ed emotivi che si possono donare: gli Angeli del Covid, bardati nelle loro tute protettive, prima ancora di loro stessi pensano agli altri.
Il virus si può contrarre involontariamente, nonostante gli accorgimenti più o meno responsabili ma il tono dissacrante e inaccettabile è di chi non le dà sufficiente importanza o valore, fregandosene del subdolo pericolo, credendo di essere al di sopra degli eventi e automaticamente inattaccabile. C’è chi in modo sfacciato, raggirando le accortezze e i consigli sanitari, mette a rischio la propria incolumità e soprattutto quella altrui.
Nello stesso modo ragiona il virus che se ne infischia di quello che uno crede di essere, cioè inespugnabile e invincibile. Lui sfacciatamente ti attacca e già sappiamo come andrà a finire tra i due duellanti. Per fortuna e per merito ci sono gli Angeli del Covid.
Anche le persone contagiate, che poco prima di essere ricoverate ostentavano un atteggiamento sciagurato, irresponsabile e tronfione, quando si sono ritrovate all’interno di un reparto Covid, hanno ammesso e recriminato sulla sottovalutazione fanatica che avevano fatto del pericolo.
Il Covid non fa sconti e non guarda in faccia a nessuno, non ci sono raccomandati o previlegiati, il virus potrebbe ledere tutti e, per chi ne è colpito, il rammarico, il rimpianto, il rimorso, il pentimento e il dolersi di quello che non si è fatto o si è fatto troppo, senza opportune remore e attenzioni, è evidente e scontato.
Per fortuna gli Angeli del Covid, quelli del reparto MIV-Covid 1 e UDI dell’Ospedale di Perugia, che porgono sempre una mano tesa alla vita e alla speranza che va oltre sé stessi.
Dobbiamo essere orgogliosi di contare su queste persone, vere eccellenze della sanità umbra: gli Angeli del Covid sono i soccorritori, le OSS, il personale infermieristico, i medici, il personale di servizio pulizie e amministrativo, tutto il corpo sanitario ma potremmo chiamarli semplicemente Cecilia, Chiara, Carmen, Antonella, Lorenzo, Francesco, Patrizia, Osman, Lucia, Chiara 1°, Edoardo, Carmela, Beatrice, Simone, Sabrina, Chiara 2°, Francesca, Letizia, Fabrizio, Gianni, Patrizia, Viviana, Claudia, Emanuela, Francesco, Aroldo, Clara, Giada, Morena, Daniele, le tirocinanti infermiere e molti altri… che, quando chiamati, ogni volta rispondono in coro: NOI CI SIAMO!

 

 

Un grande riconoscimento ed elogio dal vostro inviato lacustre, colpito dal virus, che è stato curato in modo efficace e amorevole dagli Angeli del Covid dell’Ospedale di Perugia con la certezza di estendere, con pari e solidale misura, un plauso a tutti quei presidi sanitari che operano con senso di dovere e responsabilità e sono accompagnati da un altissimo spirito di servizio fatto con dedizione e sentimento, per un clima favorente la risoluzione positiva della maggior parte dei casi Covid… come è successo a chi sta scrivendo.

 

Marco Pareti ricoverato al reparto Covid dell’Ospedale di Perugia

 

C’è un altro aspetto del Covid da sottolineare, quello legato al paziente guarito. Spesso si instaura negli altri una strana iperbole in rapporto con chi è stato malato, una sorta di circospezione nei confronti di chi ha superato il virus e viene guardato con sospetto: non si può mai sapere! I rapporti con gli altri sono condizionati e diventano difficili, così il guarito, che si aspetta nel post malattia una carezza o una coccola dalle persone care o dagli amici di ben ritornato, viene a volte emarginato per delle altrui paure irrazionali e pregiudizi. Chi è guarito dal Covid è una persona che ha sviluppato le sue difese immunitarie e non andrebbe creata una situazione psicologica pesante in aggiunta a quella che ha già vissuto drammaticamente nel decorso della propria malattia. Non servono supplementi di inutili e sciocche discriminazioni!
Grazie a voi, Angeli del Covid, per quello che siete e per quello che state facendo!

Ingredienti:

  • farina
  • acqua gassata
  • 100 g di uvetta
  • olio extravergine d’oliva per friggere o strutto
  • sale

 

Preparazione

Mettere in una terrina la farina e il sale e aggiungere l’acqua fino a ottenere una pastella. Scaldare l’olio o lo strutto in una padella fino al raggiungimento della temperatura adatta per friggere. Versarvi un po’ di pastella fino a coprire il fondo della padella, ma fare attenzione che sia uno strato sottile. Cuocere da entrambe le parti fino a che la frittella non risulterà dorata: in questo modo risulterà croccante all’esterno e morbida all’interno.
Consumarla calda e condita con del sale o con dello zucchero.

 

Il nome arvoltolo deriva forse dalla necessità di rivoltare (arvoltare in perugino) la pastella, per permetterne la cottura da entrambe le parti.

 


Liberamente tratto da Perugia a Tavola – Tradizione, intendità e cultura, Ida Trotta, Perugia, Morlacchi Editore 2017.

Un vero e proprio mondo sommerso quello che è stato portato alla luce sabato 23 ottobre 2021 nel corso dello svolgimento del Premio Atlantide, per la prima volta ospitato nell’inconfondibile scenario della Sala dei Notari di Perugia.

Il suo ideatore, il perugino Vittorio Bianchini, ha subito chiarito le finalità del progetto, spiegando come la sua professione di ideatore di sistemi di respirazione in ambienti estremi e la sua passione per l’ambiente marino l’abbiamo portato a conoscere una serie di professionisti che, tra scoperte scientifiche, brevetti, record mondiali, intenti divulgativi e autentica passione, hanno contribuito a creare la cosiddetta cultura del mare. Una cultura che poi coincide con quella dell’ambiente.

A introdurre e presentare questa quinta edizione è stata Claudia Carrescia, esperta di narrazione e docente. Il Comune di Perugia, che ha patrocinato l’evento, è stato rappresentato dall’assessore Cristina Bertinelli, che ha portato i saluti del sindaco Andrea Romizi e dell’amministrazione e ha espresso soddisfazione per la scelta della Sala dei Notari per la cerimonia di premiazione. «Una scelta non casuale» ha ricordato l’assessore «perché proprio in via della Gabbia, a due passi da qui, nel 1966 nacque la prima associazione subacquea dell’Umbria, una delle prime d’Italia».

 

 

Tra gli ospiti autorevoli figura il professor Gerardo Bosco, presidente della Società Italiana di Medicina Subacquea e Iperbarica, che ha consegnato il premio a Giampaolo Consoli, capitano di vascello al comando del Gruppo Operativo Subacquei del Raggruppamento Subacquei e Incursori di La Spezia. Consoli, a sua volta, ha conferito un riconoscimento a sorpresa a Vittorio Bianchini.

Premiati anche Massimo Scarpati, inventore della pinna lunga e detentore di diversi premi mondiali per l’attività in apnea e di quasi 10.000 ore d’immersione autonoma ad alto fondale, che ha affascinato la platea con il suono emesso dagli scogli; Paola Catapano, da più di 25 anni comunicatrice scientifica al Cern di Ginevra e giornalista scientifica che, nel tempo libero, organizza spedizioni artiche; Pippo Cappellano, giornalista, regista e autore di documentari che, nel corso della sua carriera, ne ha diretti oltre 300, tra cui diverse serie per la Rai sull’esplorazione marina e sull’archeologia subacquea, e Angela Bandini che, nel 1989, ha raggiunto il record mondiale di uomini e donne in apnea profonda assetto variabile di -111 metri, battendo così due leggende come Enzo Maiorca e Jacques Mayol.

La stessa Bandini ha poi assegnato il premio alla memoria di Stefano Tete Venturini, protagonista della storia locale riminese, alla moglie Patrizia. Allo stesso modo, è stato premiato anche Danilo Amorini, con la consegna fatta alla moglie Valeria da Francesco Pinelli, storico esponente della subacquea perugina che ha ricordato l’amico con cui divenne istruttore nei primi anni Settanta.

 

 

Paolo Ferraro, infine, annunciato come uno dei premiati di questa edizione, ha deciso di cedere il suo premio al compianto padre Luigi Ferraro, Medaglia d’Oro al Valore militare, esecutore di numerose missioni subacquee nel corso della Seconda Guerra Mondiale e uno dei primi studiosi della meccanica della pinna.

Gli ospiti sono stati omaggiati anche dagli sponsor: Cancellotti, Banca Mediolanum, Lorena Antoniazzi e Centro Energia. Sia i premiati che i premianti hanno avuto la possibilità di raccontare le proprie incredibili avventure, le scoperte, gli aneddoti più divertenti e lo svolgimento del proprio lavoro in mare. In altre parole, hanno raccontato delle storie, che sono il vero patrimonio del Premio perché – come Atlantide – debbono essere scovate e portate alla luce.

Un evento di portata internazionale si svolgerà sabato, presso la Sala dei Notari

«Passione e amore per il mare, unito al rispetto e alla cultura dell’ambiente». È la filosofia del Premio Atlantide che verrà assegnato sabato 23 ottobre a Perugia (ore 11.00 presso la Sala dei Notari).

Giampaolo Consoli

Un premio, che da alcuni anni, vuole portare alla luce e far emergere – nel vero senso del termine – persone di scienza e di cultura che hanno dedicato la loro vita (e ancora oggi lo fanno) alla scoperta, alla ricerca e alla cura del mare e degli oceani. Far conoscere, attraverso i racconti e le storie dei protagonisti, tutte le bellezze e le diverse forme di vita che popolano le nostre acque, per conoscere e rispettare consapevolmente. L’esperienza più che trentennale degli organizzatori rende l’evento di portata internazionale e può vantare collaborazioni con Università, organizzazioni ambientaliste, con l’Agenzia Spaziale Europea e con il mondo dello sport.

L’appuntamento, che si svolge annualmente in uno scenario speciale, quest’anno premierà autorevoli personaggi come: Giampaolo Consoli, Paolo Ferraro, Paola Catapano, Massimo Scarpati, Angela Bandini e Pippo Cappellano. Interverrà il prof. Gerardo Bosco, presidente del SIMSI, Società Italiana di Medicina Subacquea e Iperbarica.

Gli ospiti

Giampaolo Consoli è comandante del gruppo Operativo Subacquei del Raggruppamento Subacquei e incursori di La Spezia con il grado di Capitano di Vascello. Per venti anni è stato delegato italiano al gruppo di lavoro permanente della NATO per le attività subacquee, oltre ad aver partecipato a numerosi interventi di soccorso, è accompagnatore di subacquei disabili e consulente per le scene di esplosioni subacquee nel cinema.

Paolo Ferraro

Sarà presente poi Paolo Ferraro, 75 anni, 50 dei quali dedicati al mondo subacqueo in particolare sul versante dell’industria: è infatti stato presidente della Technisub per 25 anni e presidente delle filiali tedesche e spagnole dell’Aqua Lung. Ha fatto parte del Consiglio Direttivo della CMAS ed è stato fra i promotori e primo presidente del Gruppo Sub Confinsub Genova, che riuniva le aziende del settore subacqueo aderenti a Confindustria. Insignito del Tridente d’Oro 2011 dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee ne è da quell’anno direttore.

Da più di 25 anni comunicatrice scientifica al CERN di Ginevra e giornalista scientifica, Paola Catapano è stata definita invece: «emblema della contemporaneità capace di coniugare ad alti livelli il sapere scientifico con lo spirito di avventura». Alterna pubblicazioni a spedizioni nei più remoti angoli del globo in condizioni estreme (Artico e Antartico in particolare). Nella sua ultima avventura – lo scorso agosto – è stata capoprogetto di Polarquest, una spedizione a vela nell’Artico finalizzata a stimare la quantità di legname e plastica presenti nelle acque e a monitorare l’impatto del cambiamento climatico sulla biodiversità.

Paola Catapano

Il team ha attraversato l’80esimo parallelo Nord e ha mappato per la prima volta via mare e via aria diverse aree di costa e mare a cavallo dell’80°parallelo, testimoniando lo stato dell’ambiente artico in una delle regioni più a nord del Pianeta.

Con più di 2.300 immersioni oltre i cento metri e quasi 10.000 ore d’immersione autonoma ad alto fondale, vincitore di vari campionati mondiali per l’attività in apnea Massimo Scarpati è tra i più competenti e accreditati conoscitori del mare. Inventore della pinna lunga, ha dato vita a una linea commerciale che porta il suo nome. Inoltre, è stato il primo a usare autorespiratori a miscela a base di elio per la pesca del corallo, a fare decompressioni con gas di aria arricchita da ossigeno, a utilizzare tecnologia ROV per l’esplorazione dei fondali e il monitoraggio degli ambienti e a segnalare l’attività sonora degli scogli, riuscendo a percepire dalla superficie la presenza di formazioni rocciose di notte o in condizioni di acque torbide.

 

Massimo Scarpati

 

Non mancherà anche Angela Bandini che nel 1989 ha raggiunto il record mondiale di uomini e donne in apnea profonda assetto variabile di -111 metri, battendo così due leggende come Enzo Maiorca e Jacques Mayol. Angela mentre danzava da ragazzina con i delfini nel delfinario di Rimini ha incontrato Jacques Mayol che è rimasto colpito dal suo talento e l’ha ingaggia per girare film e documentari e realizzare spedizioni scientifiche in giro per il mondo nei posti più remoti della Terra e solcando tutti gli oceani.

 

Angela Bandini

 

Infine riceverà il premio Pippo Cappellano – giornalista, regista e autore di documentari – nel corso della sua carriera ha diretto oltre 300 documentari in tutto il mondo, tra questi diverse serie per la Rai sull’esplorazione marina e sull’archeologia subacquea.

Pippo Cappellano

Ha ricevuto il Tridente d’Oro e la Cittadinanza Onoraria di Ustica nel 1983, con la seguente motivazione: «Ha realizzato sin dal 1967 filmati subacquei di altissimo interesse scientifico e divulgativo per la televisione italiana, riscuotendo ovunque notevoli consensi».

Nel 2006 per la trasmissione Ulisse di Alberto Angela ha realizzato il primo documentario archeologico in Italia con riprese a oltre 100 metri di profondità: L’enigma del Polluce, vincitore del premio Pinna d’Oro di Antibes come Migliore Film Storico. Dal 2013 al 2020 è stato vice presidente vicario dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee.

 


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