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«Avevo l’opportunità di lavorare in Inghilterra, ma uno dei motivi che mi ha spinto a tornare è stato il legame che ho con l’Umbria».

«Nemo propheta in patria, per me non vale». Scherza così il professor Brunangelo Falini – ex direttore (in pensione dallo scorso anno per limite d’età) della Struttura Complessa di Ematologia e Trapianto di Midollo Osseo dell’Azienda ospedaliera di Perugia e Professore Ordinario di Ematologia dell’Università degli Studi di Perugia – che tra i tanti premi e riconoscimenti ricevuti per le sue attività di ricerca vanta anche i Sigilli della Città di Perugia e l’iscrizione nell’Albo d’oro del Comune.

Professor Brunangelo Falini

Ematologo e ricercatore di fama mondiale, con il suo importante lavoro ha fatto numerose scoperte nel campo degli anticorpi monoclonali per scopi diagnostici e terapeutici, oltre agli studi genomici sulla leucemia acuta mieloide (LAM) e leucemia a cellule capellute (HCL). Le sue ricerche sulle mutazioni di NPM1 nell’AML e BRAF-V600E nell’HCL hanno identificato nuovi meccanismi di leucemogenesi e hanno portato a un miglioramento della diagnosi, del monitoraggio molecolare e della terapia di queste neoplasie ematologiche. Ma non finisce qui. Come lui stesso ci ha raccontato ancora ha in piedi vari dei progetti ai quali sta lavorando con un gruppo di giovani ricercatori. Per tutto questo il professor Falini ha ricevuto numerosi e importanti premi internazionali: il Josè Carreras Award (il massimo riconoscimento in ematologia in Europa), il Karl Lennert Medal (prestigioso riconoscimento mondiale per la patologia dei tumori del sangue) e il Prize for Excellence in Medicine dell’American Italian Cancer Foundation (AICF), l’Henry Stratton Medal, dell’American Society of Hematology (ASH) uno dei riconoscimenti più prestigiosi al mondo nel campo delle malattie ematologiche, il Premio Celgene 2017 alla carriera per la ricerca clinica in ematologia e il Premio del Presidente della Repubblica Italiana, dell’Accademia Nazionale dei Lincei. E questi sono solo alcuni!

Professore, la prima domanda è d’obbligo: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

È un rapporto strettissimo, tant’è vero che, quando lavoravo a Oxford nei primi anni Ottanta, ho avuto l’opportunità di rimanere in Inghilterra, ma uno dei motivi che mi ha spinto a tornare è stato proprio il legame con la mia terra.

Chi è il professor Falini quando toglie il camice?

Sono una persona normale, come sono una persona normale quando ho il camice. Mi piace lo sport, nel tempo libero pratico sci, tennis e nuoto. Inoltre sono un amante dell’arte: amo molto la pittura e la scultura.

Dipinge?

No, ma mi piacciono i quadri e cerco di acquistarli quando ne trovo qualcuno interessante.

Ora è in pensione per quanto riguarda l’azienda ospedaliera, però ancora non ha abbandonato la ricerca…

Per limiti d’età ho dovuto lasciare le mie responsabilità dal punto di vista assistenziale. Non sono più un medico di corsia, però ho un contratto con l’Università di Perugia e sono titolare di alcuni progetti di ricerca e lavoro all’interno del CREO (Centro di Ricerca Emato-Oncologico) con un gruppo di giovani ricercatori.

Su cosa state lavorando?

In questo momento stiamo coinvolti in vari progetti: continuiamo lo studio della mutazione del gene NPM1 nella leucemia acuta mieloide per quanto riguarda i meccanismi molecolari che stanno alla base della trasformazione leucemica. Ci stiamo anche occupando dell’identificazione di nuovi farmaci intelligenti che vadano a interferire con la mutazione di NPM1. Un altro progetto riguarda le cellule CAR-T: sono cellule del sistema immunitario che vengono prelevate dal paziente per essere ingegnerizzate, cioè armate con tecniche molecolari in modo da esprimere una molecola di superficie in grado di riconoscere le cellule tumorali e attaccarle. Una volta completato il processo di ingegnerizzazione, le cellule vengono reinfuse nel paziente così che possano espletare la loro funzione antitumorale. Si tratta di una delle terapie più avanzate disponibili al momento contro i tumori ematologici, specialmente i linfomi B aggressivi e alcune forme di leucemia acuta linfoblastica.

Qual è la scoperta di cui va più fiero? Quella che è stata una vera svolta…

Il punto di svolta c’è stato nel 2005, quando il gruppo da me coordinato ha scoperto la mutazione del gene NPM1 detto anche gene della Nucleofosmina di cui parlavo prima. È l’alterazione genetica più frequente nell’ambito delle leucemie acute mieloidi, che sono la forma che colpisce di più l’adulto. Questa scoperta ha avuto una rilevanza incredibile, sia dal punto di vista biologico che clinico. Basti pensare che, proprio partendo da questa scoperta, siamo riusciti a mettere a punto un test genetico che permette di monitorare il paziente dopo la terapia e di valutare quante cellule leucemiche residue sono rimaste dopo il trattamento chemioterapico o dopo il trapianto con una sensibilità che è circa un milione di volte superiore alla semplice osservazione al microscopio. Questo ci permette di prevedere non soltanto se il paziente guarirà, ma, in caso di recidiva, anche di intervenire tempestivamente dal punto di vista terapeutico, prima che la malattia si manifesti nuovamente.

A che punto è la ricerca in Italia per quanto riguarda i tumori?

L’Italia soffre da decenni della mancanza di finanziamenti da parte delle istituzioni pubbliche e di enti governativi, tant’è vero che il PIL dedicato alla ricerca è circa la metà di quello della Germania, per non parlare di quello della Cina che è cinque volte tanto. Fortunatamente ci sono delle organizzazioni e degli enti di solidarietà come l’Associazione Italiana della Ricerca contro il Cancro (AIRC) – per quanto riguarda in nostro territorio – il Comitato Chianelli che finanziano più dell’80% della nostra attività o l’AULL; usufruiamo anche di fondi della Comunità Europea (grant ERC). La situazione italiana non cambia da decenni e non sono sicuro che cambi nemmeno con il piano PNRR se i soldi non verranno distribuiti in maniera razionale e secondo criteri meritocratici.

Ha mai pensato di mollare?

I momenti di sconforto e le sconfitte esistono per tutti, però ho sempre cercato di convertirli in carica per portare avanti le cose, tant’è vero che alcune scoperte importanti che ho fatto sono state precedute proprio da una sconfitta. Per cui, non sempre la sconfitta fa male. Non bisogna scoraggiarsi, lo dico sempre anche alle mie figlie, occorre armarsi e andare avanti.

Da ragazzo sognava di fare questo lavoro?

Fin da giovane ho sempre avuto passione per la ricerca, mi è venuto naturale fare questo lavoro, come naturale è stato collegare l’attività di laboratorio con l’attività clinica. In particolare, mi sono sempre dedicato alla ricerca traslazionale che potesse avere delle ricadute pratiche per i pazienti. Ecco, questa è una caratteristica centrale del mio lavoro.

Tra le due quale ha preferito, la corsia o il laboratorio?

Entrambe. Come dicevo, c’è sempre stata una sinergia tra le due attività: in corsia ho imparato cose che ho utilizzato in laboratorio e viceversa. I pazienti mi hanno insegnato ciò che mi è servito anche nella mia attività di ricerca, per cui c’è sempre stato uno scambio tra questi i due mondi.

 

Il Professor Falini riceve l’Henry Stratton Medal

Grazie al suo lavoro ha ricevuto tantissimi riconoscimenti: qual è il premio al quale tiene di più?

Ce ne sono un paio a cui sono particolarmente affezionato. Uno è l’Henry Stratton Medal, che mi ha assegnato l’American Society of Hematology ed è uno dei maggiori riconoscimenti a livello internazionale; un altro è il Leopold Griffuel dell’Associazione Francese per la Ricerca sul Cancro che è il premio europeo più importante in questo settore.

È anche Cavaliere di Gran Croce…

Si, anche questo riconoscimento, che mi ha conferito il Presidente della Repubblica, mi ha fatto molto piacere.

Ha anche i Sigilli della Città di Perugia ed è iscritto nell’Albo d’oro del Comune di Perugia: i massimi riconoscimenti per un perugino…

Sì, ho avuto entrambi ed è stato un onore. Direi che nemo propheta in patria per me fondamentalmente non vale.

Insomma, le manca solo il Premio Nobel. Ci ha mai pensato?

Ora non esageriamo! (ride) Mi accontento di quello che ho ricevuto. Nel mio ramo – l’ematologia – ho portato a casa i maggiori riconoscimenti che ci sono.

Da poco migliaia di ragazzi hanno fatto il test per entrare alla Facoltà di Medicina: che consiglio darebbe per affrontare la carriera universitaria e poi quella medica?

Quello che consiglio a un giovane, sia che scelga la strada del ricercatore o sia che scelga quella del medico, è di fare il proprio lavoro con passione e dedizione, altrimenti le cose non riescono come dovrebbero. Fondamentale è mettere dentro qualcosa di proprio, essere innovativi, perché non è detto che quello che viene insegnato sia sempre giusto. È importante abituarsi a pensare in maniera critica, sia nell’attività di corsia sia in quella di ricerca, perché aiuta a crescere. Una parte importante di questo percorso è anche fare un’esperienza all’estero, perché apre la mente – almeno per me è stato così. Tutto questo, combinato insieme è la migliore ricetta per aspirare a diventare, una persona, un medico e un ricercatore di alto livello.

«Tutti i dialetti sono metafore e tutte le metafore sono poesia». (Gilbert Keith Chesterton)

Città della Pieve è una città di confine. Per questo il suo dialetto risente delle influenze delle terre vicine: dalla Toscana orientale al nord del Lazio, fino a contaminazioni ternane e perugine. Insomma, un mix di linguaggi che si fondono per dare vita alla parlata pievese. Con l’ultima tappa (forse!) di Dialettiamoci andiamo alla scoperta della lingua di Città della Pieve e a guidarci è Ario Acquarelli, pievese doc e curioso appassionato dell’argomento.

Ario Acquarelli

«Oramai il dialetto si sta perdendo, è legato prevalentemente a una cultura contadina e a una popolazione anziana o che non c’è più. I giovani lo parlano poco, molti termini sono scomparsi e spesso loro nemmeno li conoscono» spiega il signor Acquarelli.
Se girando per la cittadina umbra vi diranno: «Che te pijàsse ‘n colpo… quanto tempo che ‘n te vedo» o «Che te pijàsse ‘na paralisi!», tranquilli l’insulto è a scopo amichevole, perché qui si salutano – come in altre zone dell’Umbria – mandandosi non proprio degli auguri. Te pijasse sonno invece è una frase bonaria di rimprovero.
I rimproveri appunto e le male parole sono tradizionali nel vernacolo e quindi se sei un perditempo ti diranno: ‘nte sudà oppure aspetta maggio che giugno vene o se’ lungo come la messa cantata.
I babbani per i pievesi sono gli abitanti della vicina Toscana, mentre un cacanizzolo è una persona piccola di statura e fastidiosa, invece quando è solo fastidiosa è gnòrgna. Se cerchi di barare ma non ci riesci sei uno che: sapélla giusta ma ‘n sapélla raccontà.
A Città della Pieve sono curiosi come le cecche (gazza ladra) e gli impiccioni formano una chiucchiurlàia (gruppo di persone che sparla) che spesso tra trippole e trappole (tra una cosa e un’altra) te rimagnàno co’ panni addosso (ti rimproverano), soprattutto se fe nisdèa (fai un disastro), ma occhio a non aver il can guasto (sei arrabbiato), anche se c’è un baldresco (gruppo di persone che fa confusione). Inoltre mi raccomando stà ‘al balzello (stare a controllare, aspettare al varco).

 

Palazzo Bandini

 

Purtroppo, come ci spiega Ario Acquarelli, i frègni (ragazzi: frègno – ragazzo, frègna – ragazza. Il fregnòne invece è un burlone) non conoscono molti termini che si usavano anticamente: «Non diranno mai abbiricchià (attorcigliare. Come facevano le donne quando attorcigliavano i panni per strizzarli), addòpio (sonnolenza – doppo ave’ magnato me pija sempre l’addòpio) oppure m’ha preso il pujàno (preso sonno) così come m’ha preso ‘na starna o m’ha preso ‘na stoppa (mi sono ubriacato). Meno ancora lippe lappe (quando c’è qualcosa che fa gola, che piace)».
Se corri forte a Città della Pieve fai le lute (le scintille del camino), quando balugina vuol dire che sta per arrivare un temporale, mentre acciuetà si traduce con acchiappare; puoi essere arronchettato (piegato) o appindolone (appeso), ma attenti a non sguillà (scivolare).
E poi… quando le cose vanno veramente male: Piovessero gli incudini co le falce fienaie a vento.

 


Le puntate precedenti

Perugino
Eugubino
Castellano
Folignate
Spoletino
Ternano
Orvietano

«Il mio modo di manifestare l’Arte è per me una profonda riflessione sull’umanità dell’artista; dico spesso che è l’opera che fa l’artista»

Bruno Ceccobelli

 

Bruno Ceccobelli, allievo di Toti Scialoja, è un artista spirituale che ha sviluppato un linguaggio formale del tutto autonomo e scevro dalle influenze dettate dalla moda. Dalla seconda metà degli anni ’70 fa parte degli artisti che si insediarono nell’ex pastificio Cerere a Roma, nel quartiere san Lorenzo, gruppo poi divenuto noto come Nuova scuola Romana o Officina san Lorenzo. L’artista tiene la sua personale nel 1976 presso la Galleria Spazio Alternativo di Roma; successivamente espone a Parigi e New York. Nel 1984 e nel 1986 è invitato alla Biennale di Venezia ed espone in diverse mostre in Europa, Canada e Stati Uniti.

C’è stato un momento in cui ha capito che l’arte avrebbe fatto parte della sua vita e che lei sarebbe diventato un artista?

Beh, era il 1959 e frequentavo la prima elementare, vinsi un premio di pittura promosso dall’I.N.A.- Istituto Nazionale Assicurativo, un libretto di risparmio a mio nome; vivevo in campagna e i miei erano contadini: fu uno sconvolgimento per tutto il circondario. Dipinsi un pastorello che conduceva le pecore, prendendo spunto dalla raffigurazione pubblicitaria della scatola dei colori Giotto che avevano per icona emblematica Cimabue, il quale guardava con entusiasmo il piccolo Giotto, che diverrà poi suo allievo, mentre disegnava una pecora su una roccia. Mi ero così impressionato da quel romanzato episodio artistico che credetti nel sogno totalmente… e come Giotto anch’io stavo con le pecore, in fondo mi mancava solo un futuro maestro: già, d’altronde non si racconta anche nella Bibbia che «quello che credi ti sarà dato»?

Lei è stato un allievo di Toti Scialoja: questa relazione quanto ha influito sulla sua arte? Se vuole, ci può raccontare un aneddoto che ricorda con piacere?

Quattordici anni dopo aver vinto quel mio primo premio, all’Accademia di Belle Arti di Roma, Sezione Scenografia, arrivò il mio primo maestro, Toti Scialoja, un uomo coltissimo, pittore, poeta, già famoso per aver avuto allievi importanti come Pino Pascali, Jannis Kounellis, Giosetta Fioroni e Carlo Battaglia. Toti era un istrione, un perfetto narratore, un rigoroso insegnante e infine un bonario amico. Ricordo con piacere l’ultima sua lezione, che fece anni dopo la sua uscita dall’Accademia; per il suo ottantesimo compleanno organizzammo una festa di reincontro: lui e i suoi allievi più affezionati, pranzammo a San Lorenzo, al ristorante Pommidoro, per poi scegliere il mio studio all’ex Pastificio Cerere per un ulteriore saluto. Toti, emozionato, non si trattenne e si caricò per darci una sua definitiva prolusione sulla gnoseologia dell’arte; finito il discorso con applausi e commozione, io rimasi scosso perché, ancora una volta, non solo lo ritrovai empatico, ma quello che il prof. aveva appena detto era esattamente il mio pensiero sull’arte. Dunque, non ero io allievo che avevo un pensiero artistico originale, ma si ergeva in me lo spirito del maestro e ne fui felice.

 

”Motore Universale”, 2011, tecnica mista su legno

L’arte è quindi il saper rappresentare la visione olistica-filosofica e ontologica dell’umana esistenza; infatti nelle sue opere è molto forte e preponderante l’aspetto spirituale, il modo di ricercare l’essenza attraverso l’arte. Ci può raccontare?

A diciassette anni, a Roma, incontrai il mondo della Teosofia grazie a Emma Cusani della L.U.T. – Logge Unite Teosofiche, così approfondii il pensiero filosofico di Madame Helen Blavatsky che tanto aveva influenzato pittori del Novecento come Hilmaaf Klint, Kazimir Malevic, Vasilij Kandinskij, Paul Klee e Piet Mondrian. Poi, nel 1985 fui uno dei pochi artisti italiani viventi a partecipare al Los Angeles County Museum of Art, quell’esposizione storica itinerante dall’America all’Europa dal titolo The Spiritual artabstract painting 1890-1985. Il mio modo di manifestare l’Arte è per me una profonda riflessione sull’umanità dell’artista; dico spesso che è l’opera che fa l’artista. Senza dubbio i miei dipingere e scolpire sono iconico-simbolici e i miei temi sono le profondità del cosmo e dell’anima.

Vorrei concludere chiedendole di lasciarci con una parola su cui riflettere; una parola che per lei rappresenti il connubio tra la sua arte e l’Umbria.

Sono nato a Todi, nel cuore dell’Umbria che è il cuore d’Italia. Mi sento fortunato, vorrei abbinare all’Umbria i miei quadri fatti con la parola cuore.

L’ex calciatore dell’Inter parla dell’Umbria, delle sue passioni e degli anni nerazzurri.

Undici anni da leader con la stessa maglia – quella dell’Inter – aria e comportamento da bravo ragazzo, attaccamento alla famiglia e alla sua terra. Andrea Ranocchia, nato Bastia Umbra, difensore di professione, è ben lontano dallo stereotipo del calciatore: è uno che piace anche ai tifosi avversari per la sua educazione e gentilezza. Dopo aver vinto con l’Inter un Campionato, due Coppe Italia e una Supercoppa e aver ricevuto il Premio Armando Picchi come Miglior difensore Italiano under 23 nella stagione 2010-2011, oggi veste la maglia del Monza, per iniziare a 34 anni una nuova avventura. Gli abbiamo fatto qualche domanda per conoscere non solo il Ranocchia calciatore, ma anche l’Andrea di tutti i giorni. Unica domanda a cui non ha risposto è stata quella sulla vittoria del Campionato del Milan… chissà perché?!

 

Andrea Ranocchia saluta l’Inter, foto via Facebook

Andrea, qual è il tuo legame con l’Umbria?

È un legame forte, perché è la terra dove sono nato, dove ho gli amici e dove vive la mia famiglia. Le mie radici sono qui e appena posso, quando ho un po’ di tempo libero – non ne ho molto – torno ad Assisi e a Bastia Umbra.

Da bastiolo, per quale rione fai il tifo durante il Palio di San Michele?

Simpatizzo per il rione Moncioveta, ma quando c’è il Palio non ci sono mai perché è già iniziata la stagione, quindi sono praticamente vent’anni che non lo vivo. Però mi è sempre piaciuta molto l’atmosfera che si crea e che si respira durante la festa, indipendentemente da chi vince o perde.

Dopo 11 anni hai lasciato l’Inter: cosa vuol dire chiudere un capitolo così importante della vita lavorativa?

Va bene così. Sono contento di come è finita e soprattutto sono contento di quello che ho fatto in questi 11 anni all’Inter. Questi anni e questa grande squadra mi hanno lasciato veramente tantissimo dentro.

Qual è il ricordo più bello e quello più brutto legato a questi anni nerazzurri?

Il più bello è sicuramente quando abbiamo vinto lo scudetto perché era tanto tempo che l’Inter non ne vinceva uno. Ci ha ripagato di tutti gli anni un po’ bui. Invece, il periodo più brutto è stato quello con i cambi di proprietà, i tanti allenatori. Insomma c’era una grande confusione; però, più che periodo brutto, direi anni difficili in cui le cose non andavano bene.

Ora vesti la maglia del Monza: cosa ti aspetti da questa nuova esperienza?   

Sono contento e veramente grato di questa nuova esperienza. Ho molto entusiasmo e voglio fare una grande annata.

Sei partito dalle giovanili del Bastia e del Perugia: che ne pensi di finire la carriera – quando sarà – col Perugia?

Non escludo nulla. Non so quando e dove finirà la mia carriera, vedrò quanta voglia ho ancora di giocare quando scadrà il mio contratto col Monza. Lascio aperto tutte le porte, ma sinceramente non lo so. Ci penserò quando dovrò prendere altre decisioni lavorative.

 

Andrea Ranocchia con la maglia del Monza, foto by Facebook

Prima o poi tornerai comunque a vivere in Umbria…

Quando smetterò sicuramente tornerò a vivere in Umbria: ho comprato una casa ad Assisi quindi con la mia famiglia vivremo lì.

Cosa fa Andrea Ranocchia quando non fa il calciatore?

Quando non faccio il calciatore faccio il papà. Mi godo gli amici, la famiglia, gli affetti. Non ho tanto tempo libero perché sono sempre in viaggio tra allenamenti, partite e trasferte però cerco di dedicare tutto il mio tempo libero ai miei figli e alla mia famiglia.

Hai qualche hobby?

Sono un grande appassionato di vino, ma il mio hobby preferito è godermi i miei figli.

«Nei nostri territori c’è stato un profondo cambiamento generazionale, sociale e anche politico. Sono cambiati i protagonisti della vita pubblica ed è mutato l’orizzonte culturale; tuttavia è rimasto intatto il cuore verde e spirituale di questa regione».

Cardinale Gualtiero Bassetti

Il cardinale Gualtiero Bassetti è andato in pensione la scorsa primavera, ma è rimasto arcivescovo emerito della sede metropolitana di Perugia – Città della Pieve, che ha guidato dal 2009 al 2022. Nato in Toscana ma umbro d’adozione, dal 2017 al 2022 è stato anche presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Abbiamo avuto la possibilità di fargli alcune domande su Perugia e sull’Umbria, ma anche sulla situazione mondiale e su aspetti della sua vita privata come il recente pensionamento: «Farò il sacerdote a tempo pieno, con la stessa passione di prima ma con minori impegni. Se ce ne sarà l’opportunità, darò il mio contributo per valorizzare il patrimonio culturale e religioso del territorio».

 

Eminenza, come sono cambiate Perugia e l’Umbria in questi tredici anni in cui è stato vescovo dell’arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve?

In tredici anni sono cambiate molte cose sia a Perugia sia in Umbria. Del resto è profondamente mutata la società nella sua interezza. Il passaggio d’epoca a cui ha fatto spesso riferimento Papa Francesco è una questione reale, concreta e visibile. Nei nostri territori c’è stato un profondo cambiamento generazionale, sociale e anche politico. Sono cambiati i protagonisti della vita pubblica ed è mutato l’orizzonte culturale, tuttavia è rimasto intatto il cuore verde e spirituale di questa regione: i paesaggi e i borghi sono rimasti gli stessi, non hanno perso le loro peculiarità storiche e sono indubbiamente tra i più belli d’Italia; i luoghi sacri più famosi, ma anche quelli meno noti, continuano inoltre a essere frequentati, non solo dal turismo religioso, ma da molti fedeli che si abbeverano alla sorgente della fede che qui in Umbria sgorga ormai incessantemente da secoli.

Il mese scorso è diventato cittadino onorario di Perugia: si sente ora un po’ perugino? Le ha fatto piacere questo riconoscimento?

Mi ha fatto molto piacere questo riconoscimento perché significa che forse ho lasciato non solo qualcosa di buono, ma anche qualcosa di mio in questa città. Le parole delle autorità civili, a partire da quelle del sindaco, mi hanno veramente commosso e fatto sentire parte di una storia cittadina antica e prestigiosa. È proprio vero, come diceva La Pira, che le città hanno un’anima. E adesso anch’io mi sento compartecipe di quest’anima.

C’è qualcosa che vorrebbe dire ai perugini che ancora non ha detto loro o che non “poteva” dire per il ruolo che ricopriva?

Non ho nascosto assolutamente nulla al mio popolo. Piuttosto, ai perugini vorrei aggiungere: siate sempre voi stessi coltivando con premura e amore la nostra città. Siate accoglienti perché ogni giorno che passa crescono nelle persone le lacrime da asciugare e le piaghe da fasciare. I primi difensori della città sono infatti gli stessi abitanti che la vivono quotidianamente investendo energie, risorse e idee. In questi anni ho visto alcuni borghi della città risorgere in modo eccezionale. Questa mi sembra la strada per il presente e per il futuro.

Stiamo vivendo anni molto difficili: pandemia, guerra e ora l’ombra della carestia. Il ruolo della Chiesa e i numerosi appelli del Papa quanto sono importanti? Si potrebbe fare qualcosa di più? 

Il Papa e tutta la Chiesa si stanno impegnando alacremente per far cessare il terribile conflitto in Ucraina, cercando di dar vita a un negoziato, portando aiuti materiali dove è necessario e assistendo migliaia di rifugiati. Parlo della guerra in Ucraina perché è quella più vicina a noi, ma la Chiesa cattolica è presente, non da ora, in tutte le zone di crisi del mondo. Lo stesso impegno è stato profuso inoltre durante la pandemia, cercando di aiutare in ogni circostanza gli ammalati, le persone sole, le famiglie e gli anziani. Tutti i canali a nostra disposizione – diplomatici, sociali e spirituali – sono sempre aperti per prendersi cura dell’uomo ferito. Tuttavia, da sempre, lo sforzo più importante della Chiesa non è propriamente visibile ma è sicuramente quotidiano, costante e incessante: ed è la preghiera. D’altronde come diceva La Pira, la preghiera è la forza motrice della storia.

Ha vissuto la pericolosità del Covid in prima persona: un po’ questa esperienza l’ha cambiato?

È stata un’esperienza, al tempo stesso, durissima e preziosissima. Sono stato a un passo dalla morte e ho sentito la vita che mi stava abbandonando. In quei momenti ho sperimentato l’abbandono nelle braccia di Dio. Un abbandono totale e pieno di speranza. Sul letto della terapia intensiva inoltre ho sperimentato la sofferenza della malattia ma anche l’amore dei medici e degli infermieri che si sono presi cura di me. Sono stati per me una sorta di angeli in camice bianco che vivevano il loro lavoro come una missione. Li porterò sempre nel mio cuore. E condividere le sofferenze del Covid nell’Ospedale della Misericordia, accanto alla mia gente, è stata per me una grazia di Dio.

 

Il Cardinale con i bambini di una scuola perugina

Nella sua nuova residenza nel palazzo vescovile di Città della Pieve porterà la sua grande biblioteca: c’è un volume al quale è più affezionato?

Ci sono molti volumi a cui sono legato, a partire da quelli della mia formazione. Penso per esempio ai libri di Maritain e Mounier, molti dei quali in lingua francese, che hanno caratterizzato la mia gioventù. Ai tantissimi libri di e su Giorgio La Pira, da cui ho spesso tratto ispirazione e che ho citato molte volte nei miei interventi pubblici. Oppure a quelli di don Mazzolari e di don Milani. Inoltre sono anni che sul mio tavolo ci sono diverse edizioni della Divina Commedia, mi esercito nell’imparare a memoria le terzine più significative. Ci sono però anche alcuni volumi più personali che contengono una dedica e che mi ricordano una parte importante della mia vita. Penso per esempio al libro di Giuliano Agresti, Vita nuova di San Francesco del 1978. Un libro bellissimo di una persona che, non solo è stata Rettore del Seminario di Firenze e poi vescovo di Spoleto, Norcia e Lucca, ma anche segnato la mia vita come uomo e come sacerdote.

In molti se lo chiederanno: cosa fa un cardinale in pensione?

Farò il sacerdote a tempo pieno, con la stessa passione di prima ma con minor impegni. Laddove ci sarà bisogno del mio aiuto, compatibilmente con la mia salute, io ci sarò. E magari, se ce ne sarà l’opportunità, darò il mio contributo per valorizzare il patrimonio culturale e religioso del territorio.

A Città della Pieve è di casa anche il premier Mario Draghi, magari vi incontrerete per la città…

E sarà l’occasione per confrontarci su tanti problemi vitali…

Il 2 e il 9 luglio la biblioteca perugina ospiterà eventi e incontri per festeggiare il suo primo decennio di attività.

«L’augurio che faccio a San Matteo degli Armeni, per i suoi primi 10 anni di attività, è quello di amplificare e mantenere sempre più la sua vocazione di biblioteca votata a temi ambientali, alla pace e all’accoglienza. In pratica, quello che già si è verificato in questi anni». Con queste parole Leonardo Varasano, assessore alla Cultura del Comune di Perugia, celebra il decennio della biblioteca perugina. Gli fa eco Gabriele De Veris, responsabile della biblioteca: «Non avevamo traguardi per questi 10 ani, solo la speranza di poter far crescere la biblioteca a misura di comunità. I nostri punti di forza sono proprio le relazioni (con le associazioni del quartiere, ma anche con altre reti, compresa Seattle, città gemellata con Perugia), la creatività (abbiamo da poco sperimentato una dimostrazione del gioco del golf nel giardino) e ovviamente gli spazi (la biblioteca e il giardino). Organizziamo molte attività e circa un centinaio di presentazioni di libri ogni anno, dal 2012 al 2019 siamo arrivati a 15.000 presenze. Ora stiamo ricuperando il calo dovuto alla pandemia». Due, le giornate dedicate ai festeggiamenti: il 2 e il 9 luglio (programma).

 

San Matteo degli Armeni

 

Era, infatti, il 2 luglio del 2012 quando, dopo un lungo restauro, la biblioteca comunale – che si trova all’interno del complesso monumentale di San Matteo degli Armeni risalente al 1273 – apriva le sue porte, diventando un centro di documentazione e ricerca e una biblioteca con un patrimonio librario specializzato sui temi della pace, della nonviolenza, dei diritti umani, del dialogo interculturale e interreligioso e del commercio equo e solidale. Al suo interno sono custoditi il patrimonio librario del filosofo perugino Aldo Capitini e la bandiera della pace che portò alla prima Marcia Perugia–Assisi, oltre al Centro di documentazione Elisabetta Campus della Circoscrizione Umbria di Amnesty International e alla biblioteca ARPA Umbria di documentazione ambientale.
A tutto questo si aggiunge il Giardino dei Giusti del Mondo, inaugurato nel 2016 su proposta dell’associazione GARIWO (Gardens of the Righteous Worldwide) per celebrare la Giornata dei Giusti (il 6 marzo). «In quell’occasione vengono piantati uno o più alberi o istallata una targa a una persona, anche vivente, che ha salvato vite umane o difeso la dignità umana durante i totalitarismi. Ogni anno un comitato di associazioni insieme alla biblioteca propone e sceglie le persone; a oggi abbiamo 27 targhe e alberi. Da non dimenticare Il Roseto della Compresenza è nato spontaneamente nel 2017, grazie alle persone che curano gli orti urbani: ogni rosa è dedicata alla memoria di una persona che in qualche modo è stata legata alla biblioteca. La prima rosa è dedicata ad Aldo Capitini, che ideò anche il termine e il significato di compresenza» prosegue De Veris.

 

Giardino dei Giusti

 

Oggi le biblioteche non sono più luoghi vetusti e polverosi, ma dei veri e propri punti di ritrovo e spazi polifunzionali dove organizzare eventi, incontri e attività varie: cultura e al tempo stesso anche socialità. «In questi ultimi tre anni abbiamo utilizzato le biblioteche per moltissime mostre e conferenze, quindi è sì un luogo dove si acquisisce sapere, dove si consultano e si prendono i volumi, ma è anche un luogo sempre più votato alla socialità. Deve essere un posto sicuro e un punto di riferimento in cui, per esempio, un ragazzo di 15-16 anni può trascorrere del tempo in sicurezza, non solo per usufruire dei libri, ma anche per condividere momenti di socialità e incontrare coetanei» spiega con chiarezza l’assessore alla Cultura.
Una piccola curiosità. Dal 2015 la biblioteca è una delle sale comunali dove è possibile sposarsi: nella sala a piano terra oppure in uno degli spazi del giardino, in media vengono celebrati 6-7 matrimoni all’anno.

 

La consultazione virtuale

San Matteo diventa virtuale

Consultare di suoi volumi anche quando fisicamente non si può. È la novità e un’altra evoluzione di San Matteo degli Armeni, che diventa la prima biblioteca virtuale di Perugia, e più in generale dell’Umbria. Il progetto, ideato dallo studio di comunicazione CoMoDo (Comunicare Moltiplica Doveri), serve a valorizzare ancora di più il patrimonio storico, culturale e didattico del Complesso Monumentale e non sostituisce la visita in presenza ma la arricchisce, allargando il fronte dei possibili fruitori. Un vero e proprio viaggio virtuale per permettere non solo la consultazione dei volumi, ma una vera esperienza di visita, studio e approfondimento anche in quei periodi in cui non fosse possibile raggiungere fisicamente la biblioteca.
«Il ricco patrimonio di cultura del Complesso diventa ancora più accessibile grazie a una nuova forma di fruizione a distanza. Alla visita e alla consultazione in presenza, insostituibile, si affianca una preziosa e comoda alternativa. Nel solco di un processo che coinvolge il sistema bibliotecario comunale da tempo, anche San Matteo si dota di uno strumento di consultazione all’avanguardia che ne rafforza e incrementa la missione culturale» conclude l’assessore Varasano.

 


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I due calciatori lasciano le rispettive squadre – Inter e Sassuolo – dopo decenni. Ora pensano al futuro e, perché no, a un ritorno in Umbria.

Dicono che le bandiere nel calcio non ci sono più, che le ultime si sono ammainate con l’addio di Maldini, Zanetti e Totti. Ma ci sono bandiere e giocatori simbolo più silenziosi, meno da copertina e più da spogliatoio. Domenica due di loro hanno lasciato le loro squadre dopo esserne stati capitani per anni. Sono Francesco Magnanelli da Città di Castello e Andrea Ranocchia da Bastia Umbra che non hanno solo questo in comune, ma anche il fatto di essere entrambi due umbri DOC.

Magnanelli lascia il Sassuolo dopo 17 anni con 520 partite giocate, partendo dalla serie C fino all’Europa League, sempre con la maglia neroverde. «Sono orgoglioso di essere rimasto a Sassuolo per 17 anni. Qui sono diventato uomo. Nessuno mi ha dato la serie A. Sono io che me la sono presa. Eppure all’inizio mi sbagliavano il cognome: mi chiamavano Massimo Manganelli. Sia tecnicamente sia fisicamente non ero baciato dalla sorte e poi venivo dal Gubbio, ero l’ultimo arrivato e non ero certo di continuare col calcio». Ma le cose nella vita cambiano decisamente.

 

Francesco Magnanelli, foto by Facebook

 

Noi di AboutUmbria lo avevamo intervistato qualche anno fa e, oltre ad averci svelato il suo amore per l’Umbria: «È la mia terra, la mia famiglia d’origine, gli amici di sempre. Ho un legame molto forte con questa terra e, per questo, torno appena posso. Ci passo le vacanze, è un luogo molto particolare e affascinante. In più, quando vivi fuori lo apprezzi maggiormente, vedi i suoi pregi ma anche i suoi difetti», aveva accennato al suo futuro incerto una volta lasciato il calcio: «Non so bene cosa farò. Per ora vivo alla giornata». Futuro che oggi vede con più chiarezza: «Si chiude un capitolo e se ne apre un altro, spero altrettanto bello, in un mondo in cui non so minimamente niente. La società mi ha proposto qualcosa di bello, per me questo è una grandissima soddisfazione».

 

Andrea Ranocchia, foto by Facebook

 

C’è poi Andrea Ranocchia, partito dalle giovanili del Bastia e del Perugia e arrivato a essere per alcuni anni capitano dell’Inter e poi uomo spogliatoio, vincere trofei e vestire la maglia azzurra. Dopo 11 stagioni, 226 partite e 14 gol si toglie la maglia nerazzurra. In un veloce scambio di battute di due anni fa ci aveva confessato che voleva sicuramente tornare a vivere in Umbria una volta lasciata la squadra milanese e: «Se un giorno andrò via dall’Inter mi piacerebbe finire la carriera a Perugia, ma non so quanto sia fattibile. Vedremo!». Non ci resta che aspettare il calciomercato! Ranocchia salutato dai tifosi di San Siro con lo striscione: Andrea Ranocchia orgoglio della Nord, ha ringraziato tutti: «Ringrazio i tifosi, chi mi è stato vicino, i miei compagni, la mia famiglia, i miei figli. Personalmente sono contento e appagato di tutto quello che ho fatto e che ho dato. Quando sono arrivato all’Inter ero un ragazzo giovane con tante ambizioni, speranze e voglia di divertirsi. Ora sono diventato un po’ più vecchio, ma la voglia di divertirsi c’è ancora. Adesso mi riposerò un po’ e poi penseremo al futuro».

«Mi piaceva l’idea di creare una community dedicata ai cani, un luogo dove condividere non solo foto, ma anche informazioni e consigli».

Instagram, Tinder e LinkedIn riuniti in un unico social, dedicato esclusivamente ai cani. È Dog Smile una app gratuita – scaricabile sia da App Store sia da Google Play – creata dal giovane perugino Marco Nataloni (22 anni), che da amante degli animali ha pensato di radunare una community dove non solo pubblicare foto, ma anche scambiarsi consigli, mettere in contatto esperti di settore e padroni, e favorire la ricerca dell’anima gemella per eventuali accoppiamenti.

 

Marco e Brigitta

Come è nata l’idea di Dog Smile?

Dog Smile nasce con l’idea di creare una app gratuita per lo smartphone, dedicata interamente agli animali e in particolare ai cani. Riunire una comunità e dare la possibilità a chi ha un cane di mettersi in contatto con altri padroni, per chi lavora nel settore pet di mettere in mostra i propri servizi e prodotti e al contempo, agevolare gli accoppiamenti e incentivare le adozioni. L’idea mi è venuta i mente perché sono cresciuto sempre in compagnia dei cani: a casa ho sempre avuto amici che scodinzolavano e quando ero bambino sono stati i miei compagni di giochi preferiti, anche meglio degli amici di scuola. Quando torni dal lavoro e trovi loro che si aspettano, felici di vederti e senza chiedere nulla in cambio, è un momento bellissimo. Comunque, tutto è nato durante il primo lockdown, perché tante persone si sono ritrovate sole in casa con i loro quadrupedi; e proprio il cane era uno dei pochi motivi per poter uscire di casa, per molti era diventato davvero l’unico compagno di vita presente. In quel periodo ho dedicato più tempo ai social network e mi sono accorto che su Instagram erano nati tanti profili canini e quindi ho immaginato un luogo tutto dedicato a loro con un target ben specifico.

Home

 

Non c’erano già app di questo tipo nel mondo social?

La differenza rispetto a quello che oggi è già presente nel mercato, è che io ho pensato a un qualcosa che potesse unificare tutti i vari aspetti che completano il mondo dei cani. È una piattaforma in cui si mettono in contatto proprietari di cani, professionisti di settore, veterinari e associazioni. Non è un’app che si limita solo alla condivisione delle foto. Si possono creare match per l’accoppiamento, insomma, un mondo del cane in cui tutto è fatto su misura per lui. A partire dal nome stesso dell’utente e dalle informazioni personali che devono essere esclusivamente quelle del cane.

 

Un Instagram, Tinder e LinkedIn tutto in uno.

Esattamente (ride).

 

Perché Dog Smile?

Ho scelto questo nome perché nei social si pubblicano sempre i momenti positivi che si hanno con i nostri amici pelosi; inoltre mio fratello tempo fa mi ha fatto una foto con il mio jack russell: scattata dal basso sembrava che il cane sorridesse. Da qui il nome dell’app.

 

L’interfaccia poi è molto semplice da usare…

Sì, è molto intuitivo, perché è stato ricreato seguendo un po’ le linee guida di Instagram. Chiunque riesce facilmente a capirne il funzionamento. Una volta effettuata la registrazione e aver inserito i dati del cane, si deve autorizzare la geolocalizzazione. Dopodiché appare una sorta di homepage dove si guardano le foto caricate dagli utenti, si può mettere mi piace e chattare. Ci sono poi delle icone molto elementari: per trovare l’anima gemella si clicca sul cuore, mentre la sezione alimentazione è indicata con un osso. Così pure la chat è facilmente individuabile. Oltre, all’utente privato – come dicevo prima – si possono creare profili di aziende, di professionisti e anche di canili e rifugi così da agevolare le eventuali adozioni.

 

Sezione anima gemella

Come si potrà sviluppare in futuro l’app?

Il passo successivo è, nel momento in cui l’app crea un buon giro di pubblico e aumenta il volume di informazioni, quello di fare accordi con le aziende che lavorano nel settore pet food per inserire i loro prodotti all’interno della sezione alimentazione. Poi sicuramente l’obiettivo è l’internazionalizzazione: l’app è stata creata affinché prenda la lingua del dispositivo in cui viene scaricata, quindi lo step successivo è quello di arrivare negli Stati Uniti in cui è maggiore il numero di famiglie con un cane, rispetto a quelle che hanno un figlio. Oppure, un altro obiettivo è quello di entrare nel fondo di qualche azienda del settore che ha gli strumenti per portare avanti questo tipo di progetto, o perché no, come è successo già in altri casi, cedere direttamente tutti i diritti dell’app a qualcuno che ha gli strumenti e la struttura per investire nel settore. Io ho avuto un’idea, l’ho sviluppata e la voglio far crescere, però il mio lavoro principale rimane quello di portare avanti l’azienda di famiglia che esiste dal 1840. Mi piace comunque l’idea di aver creato uno strumento nuovo.

«L’obiettivo è fornire informazioni chiare alla popolazione che ha bisogno di cure o di avere una medicina a disposizione anche sotto casa, ma anche far conoscere tutte le potenzialità sanitarie dell’Umbria».

Un magazine che parla di sanità e salute direttamente ai cittadini, con un linguaggio chiaro ed esaustivo, dove alle interviste a medici ed esperti si alternano rubriche e consigli utili. Una sanità alla portata di tutti. Questo, e molto altro, è Medicina & Cure – edito da Sviluppo Srl – che da circa 6 mesi si sta facendo strada nel mondo giornalistico umbro (stampa e web), grazie all’editore e ideatore Paolo Ceccarelli. L’obiettivo è arrivare in 3-5 anni a una copertura nazionale.

Paolo Ceccarelli, editore di Medicina & Cure

«Il magazine periodico nasce da un’idea e da un buco di mercato da colmare. Esiste qualcosa del genere nel Triveneto, ma solo come strumento cartaceo. Il mio progetto editoriale è pensato per coprire un settore come quello della sanità, che ha un ruolo decisamente importante nel bilancio di una regione, ma che non ha strumenti di comunicazione rivolti esclusivamente alla popolazione. L’obiettivo è fornire un’informazione diretta alle famiglie che hanno bisogno di cure o di avere una medicina a disposizione anche sotto casa, ma anche far conoscere tutte le potenzialità sanitarie dell’Umbria per evitare che i pazienti si rechino in ospedali fuori regione: parlando con i primari dei vari reparti, la loro esigenza è proprio quella di divulgare questo tipo d’informazioni. A ciò si aggiunge il settore privato che sta emergendo e prendendo piede, anche a lui serve un canale di comunicazione adeguato» spiega Ceccarelli.

Medicina & Cure può arrivare lontano: da poco ha stretto un accordo con una televisione locale, che va ad aggiungersi ai già presenti canali comunicativi social, web e carta stampata, per un informazione a 360 gradi: «Questa pluralità di media serve a raggiungere più persone possibili: i giovani vengono informati con i social e il web, mentre le persone più adulte e anziane attraverso la carta stampata e la TV. Quest’ultima fascia della popolazione è molto importante, sono loro che devono essere maggiormente informati sulla sanità locale. L’Umbria è una regione in cui questo prodotto può diventare capillare perché è piccola e circoscritta e dove non si arriva con il cartaceo si arriva con la parte web. L’intento è espandersi entro un anno nelle città limitrofe come Arezzo, Siena, Rieti, Ancona o Macerata; sono convinto che questo è un magazine che può funzionare nella provincia o in regioni piccole: la Toscana, ad esempio, è troppo grande, nessuno da Livorno o da Pisa va a farsi togliere un dente ad Arezzo. Il nostro business plan ha l’obiettivo di arrivare a una copertura nazionale entro 3-5 anni: è una prova, una bella scommessa, e ce la stiamo mettendo tutta per far sì che si verifichino le condizioni migliori» conclude l’editore.

 

 


Per scoprire Medicina & Cure

Una donna straordinaria con una forza commovente che, con tenacia e determinazione nel raccontare la propria testimonianza di deportata al tempo della Seconda Guerra Mondiale, ha stupito tutti coloro i quali hanno ascoltato le sue drammatiche narrazioni in merito ai campi di concentramento nazisti, da lei denominati “campi di annientamento”. Edith Bruck è il suo nome. Nella vita e nella storia rimarrà indelebile come le terribili disumanità che ha vissuto come vittima, sottoposta a violenze in nome di ideali sorretti da gratuite crudeltà.

 Edith Bruck ha raccontato, dapprima a mille studenti umbri, poi alle autorità civili, militari e religiose presso la sala della Conciliazione del Comune, la sua storia di deportata ebrea tredicenne ungherese, dapprima ad Auschwitz e poi in altri campi di sterminio nazisti.
I due incontri sono stati organizzati da Marina Rosati, responsabile del Museo della Memoria di Assisi, dalla fondazione diocesana Opera Casa Papa Giovanni e dal Comune di Assisi, con il patrocinio della Provincia di Perugia. Nell’occasione il Sindaco assisano nonché Presidente della Provincia di Perugia, Stefania Proietti, ha consegnato a Edith Bruck la cittadinanza onoraria di Assisi, con parole di affetto: «La sua testimonianza è stata intensa e la signora Edith ha ribadito più volte che non conosce l’odio. Una scrittrice e una testimonial fantastica che non si è sottratta alle tante domande ricevute. Ci ha detto delle sue cinque luci e così racconta la sua vita. Edith ha lasciato un segno profondo in Assisi e Assisi l’ha abbracciata con tanto affetto. Nell’occasione abbiamo celebrato la sua cittadinanza onoraria come assisana».

 

 

La signora Edith, con semplicità e orgoglio, ha detto: «Grazie per la cittadinanza, di cui sono molto fiera, perché Assisi è una città di esempio di come si può convivere e difendere i perseguitati o i diversi. Io sono molto affezionata a questa città da quando sono in Italia. Poi naturalmente avevo molto amiche ebree italiane che si erano nascoste qui ad Assisi e ogni due anni venivo qui a trovare un’amica. Ssono molto legata a questa città per un’umanità rara che non ho trovato da nessun’altra parte. Non finisce mai l’antisemitismo, non finisce mai il razzismo perché siamo incapaci di vivere in pace e forse questo è il più grande fallimento dell’uomo e della ragione stessa. Io credo che Auschwitz sia stata unica nella storia e non va appiattita o negata o banalizzata, come succede spesso… io non ho mai visto pace dopo la guerra. La mia storia come deportata è iniziata quando avevo 13 anni e i fascisti ungheresi bussarono alla mia porta: dopo 4-5 giorni nei vagoni ferroviari piombati ci hanno portato ad Aushwitz e appena arrivati è successa la prima luce. La sinistra o la destra significavano la camera a gas o il lavoro e un tedesco mi ha fatto andare nella fila del lavoro: questa è la prima luce di cui ho parlato con Papa Francesco».

Questo è l’incipit del racconto di Edith Bruck, straordinaria donna, che con grande lucidità ha espresso la sua drammatica e preziosa testimonianza, da cui si capisce la grande forza che porta in sé, così come la violenza e la crudeltà l’hanno segnata. Non ha uno spirito di rivalsa o vendetta, anzi, Edith ha voluto raccontare la sua esperienza da deportata ebrea soprattutto ai giovani, al fine di sensibilizzarne coscienze; la sua è anche una personale missione di vita, cioè quella di raccontare le violenze e i fatti vissuti, soprattutto agli studenti, per tenere viva la Memoria.

Maria Rosati ci ha confidato il suo entusiasmo per la visita di Edith Bruck ad Assisi: «La visita della signora Bruck è stata una cosa straordinaria che ci riempie d’orgoglio ma la cosa più bella è vedere tanti ragazzi che l’hanno ascoltata attentamente e soprattutto le hanno fatto tantissime domande. Non la volevano lasciar andare via, quanto erano desiderosi di conoscere, direttamente da lei, l’esperienza della deportazione. L’incontro con i giovani è stata la vera essenza di questa bellissima giornata dedicata alla Memoria».

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