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«Il 2023 sarà tutto dedicato al Perugino con esposizioni e tante iniziative. Negli ultimi 20 anni del ‘400 è stato il numero uno in tutta Italia».

Nel cuore di Perugia c’è uno scrigno che raccoglie opere d’arte, storia della città e collezioni che portano il visitatore a fare un viaggio dal XIII al XIX secolo. Un luogo che però guarda al futuro, che dialoga con l’utente e mette al centro la conservazione dei suoi tesori. La Galleria Nazionale dell’Umbria ha cambiato pelle, grazie al restyling durato un anno e portato a termine nel luglio 2022.
Un allestimento rinnovato e moderno, tante novità e un sistema di conservazione unico al mondo. Il direttore Marco Pierini ci racconta tutto questo, ma soprattutto ci parla delle celebrazioni dei 500 anni dalla morte del figlio di Perugia: Perugino.

Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria. Credits Marco Giugliarelli

 

Dopo il rinnovamento dello scorso anno, la Galleria Nazionale dell’Umbria è diventata un luogo moderno e all’avanguardia…

Speriamo, noi ci crediamo! Nuovi allestimenti e moltissime novità nel percorso, tra cui nuove opere, sale monografiche e un efficace sistema d’illuminazione con luci fredde – abbiamo messo anche delle pellicole alle finestre così da filtrare i raggi ultravioletti e infrarossi. Ma, cosa più importante, un nuovo metodo di conservazione all’avanguardia, perché il nostro primissimo compito è quello di proteggere le opere. Per questo abbiamo realizzato delle basi inedite – non ce l’hanno in nessun museo al mondo – che consentono di distanziare di un metro l’opera della parete con un sistema di cartografi e di ruote, in questo modo il restauratore può girarci attorno per ispezionarla e intervenire se necessario. È un’operazione che si fa in 5 minuti, da soli: prima occorrevano diverse ore per smontarla, 3-4 persone e la chiusura della sala; adesso basta estrarla dal muro con queste basi semoventi per poter intervenire. Come dicevo, la conservazione è fondamentale: le opere le raccontiamo, le esponiamo ma in primis le conserviamo.

In un’intervista parlava di voler realizzare un museo non solo accessibile, ma anche accogliente: è riuscito nel suo intento?

Lo spero, me lo dovete dire voi (ride). L’intento è di dare la possibilità a tutti di godere della nostra esposizione con molta serenità; con opere che siano ben distanziate e non troppo fitte; spiegate in modo chiaro e con un linguaggio semplice; ben illuminate e con delle sedute molto comode e diffuse lungo il percorso. Inoltre, dare la possibilità di ricaricare il cellulare, di avere informazioni supplementari, insomma, abbiamo provato a rendere il museo – che è un museo storico – un luogo contemporaneo. Questo si unisce a tutta una serie di attività proposte questi anni: concerti, presentazioni e spettacoli. L’obiettivo è diventare un centro di produzione di arti contemporanee, invece di un semplice luogo che espone il suo patrimonio e alle 19 chiude il portone.

 

Sala 1, L’arte del Duecento in Umbria. Credits Marco Giugliarelli

I visitatori hanno apprezzato il nuovo allestimento?

È molto apprezzato dal pubblico che ce lo dice e lo scrive nei commenti, ma anche dalla critica: ne hanno parlato tutti in maniera molto lusinghiera. Per tre riviste importanti come ArtsLife, Artribune e Il Giornale dell’Arte siamo stati dichiarati Museo dell’anno 2022, mentre Apollo Magazine di Londra ci ha inserito nella short list dei 5 musei del 2022. È una bella soddisfazione.

E in termini di numeri come sta andando?

L’anno migliore che abbiamo avuto negli ultimi 15 anni è stato il 2019, anche perché avevamo in esposizione la Madonna Benois di Leonardo. Oggi, confrontandoci con quell’anno, abbiamo un aumento del 7%-8%, quindi vuol dire che rispetto alla media siamo oltre il 25%. Devo dire che sta andando molto bene!

Qual è l’opera di maggior attrazione, anche se non è la più famosa?

Sicuramente Piero della Francesca e la grande croce di 5 metri dipinta del Maestro di San Francesco che accoglie i visitatori nella Sala 1, che ha un forte impatto. Ma anche il giovane Perugino è molto apprezzato.

 

Sala 13, Polittico di Sant’Antonio di Piero della Francesca. Credits Marco Giugliarelli

Non possiamo non parlare del Perugino: quest’anno ricorrono i 500 anni dalla sua morte e in Galleria sono presenti oltre 20 opere. Si tratta sicuramente il luogo più adatto per celebrarlo.

Esatto. Abbiamo la collezione più vasta al mondo delle sue opere, oltre al fatto che è nato a Città della Pieve e che ha lavorato per più di vent’anni nella sua bottega a Perugia. Si faceva chiamare lui stesso Perugino, quindi non poteva che essere qui la mostra celebrativa.

Da marzo infatti è prevista un’esposizione curata da lei e da Veruska Picchiarelli dal titolo: Il meglio maestro d’Italia. Perugino nel suo tempo in occasione della quale torna a Perugia lo Sposalizio della Vergine. Ci racconti questo evento.

Dal 4 marzo all’11 giugno 2023 la Galleria celebra, con una grande mostra, Pietro Vannucci, il più importante pittore attivo negli ultimi due decenni del Quattrocento. Il progetto espositivo, composto da oltre settantacinque opere, ha scelto d’individuare solo dipinti del Vannucci antecedenti al 1504, anno nel quale lavorava a tre commissioni che segnano il punto più alto della sua carriera: la Crocifissione della Cappella Chigi in Sant’Agostino a Siena, la Lotta fra Amore e Castità già a Mantova, ora al Louvre di Parigi, e soprattutto lo Sposalizio della Vergine per la cappella del Santo Anello del Duomo di Perugia, oggi nel Musée des Beaux-Arts di Caen (Francia). L’opera è stata requisita dai francesi nel 1797 e non è più tornata a Perugia; è stata esposta in Italia solo una volta alla Pinacoteca di Brera nel 2015. Torna nella città d’origine dopo due secoli. Saranno presenti anche altri artisti suoi contemporanei come Raffaello, Botticelli e Ghirlandaio. Ma l’obiettivo dell’esposizione è quello di far vedere il Perugino migliore: nei suoi cinquant’anni di carriera, gli ultimi 20 non sono di livello, quindi ci soffermiamo sui primi anni. Ci piaceva l’idea di rivalutare l’artista, non perché è stato un ottimo allievo di Verrocchio o il maestro di Raffaello, ma per quello che lui stesso ha realizzato. Negli ultimi 20 anni del ‘400 era molto richiesto: ha affrescato la Cappella Sistina, ha lavorato in Piemonte, in Lombardia, a Venezia, in Romagna, a Napoli, a Roma, a Siena, a Firenze e a Perugia, creando un vero linguaggio nazionale. L’esposizione rifletterà sul ruolo che ha effettivamente svolto nel panorama artistico contemporaneo e sul rapporto che lo ha legato ai protagonisti di quell’epoca, seguendo geograficamente gli spostamenti del pittore o delle sue opere attraverso l’Italia.

Mi piace molto il titolo: Il meglio maestro d’Italia. Perché questa scelta?

Il meglio maestro è una frase che il banchiere Agostino Chigi scrive il 7 novembre 1500 a suo padre Mariano quando viene a sapere che vuole commissionare un’opera al Perugino. Nella lettera indirizzata al padre dice: «Quando vuol far di sua mano è il meglio maestro d’Italia». Da un lato è un gran complimento, dall’altro lo accusa di far lavorare molto la bottega e di fare poco lui. Noi abbiamo eliminato la prima parte e lasciato il meglio maestro d’Italia perché – come le dicevo – per un certo periodo, dal Piemonte alla Calabria, tutti dipingevano come il Perugino. Negli ultimi vent’anni del ‘400 e non ce n’era per nessuno. Era il numero uno.

 

Pietro di Cristofori Vannucci detto il Perugino, Adorazione dei Magi, 1475. Credits Haltadefinizione®

Ci saranno altre iniziative organizzate della Galleria sempre per celebrare Vannucci?

È previsto un docufilm, che uscirà nelle sale cinematografiche ad aprile, prodotto dalla Ballandi e diretto da Giovanni Piscaglia, con Marco Bocci come protagonista, che anche noi abbiamo contribuito a produrre. Poi facciamo un podcast con Chora Media, uno speciale su Il Giornale dell’Arte e tante altre iniziative per promuovere quest’anno speciale. A settembre sono previste altre due esposizioni più piccole. Diciamo che il 2023 sarà un anno tutto dedicato a Pietro Vannucci!

Se pensi al Perugino pensi a Perugia e all’Umbria, ma nei suoi quadri si riscontrano realmente questi luoghi?

Di norma si dice che i suoi paesaggi sono paesaggi del Trasimeno, ma è vero fino a un certo punto. Sono soprattutto d’invenzione, con degli specchi d’acqua che possono richiamare anche il lago. Anche le architetture sono molto di fantasia, però chiaramente un po’ di Umbria c’è senz’altro. Soprattutto c’è la cultura del suo tempo e del suo territorio e i costumi dell’epoca.

 

Sala 20, Ductus. Roberto Paci Dalò. Credits Marco Giugliarelli

Il museo ha altri progetti in programma?

Faremo, insieme a Umbria Jazz, la mostra per il cinquantenario della manifestazione e i soliti due concerti al giorno con loro; poi c’è la stagione con l’Umbria che spacca e ovviamente la nostra programmazione musicale ad agosto. Quest’anno però vogliamo concentrarci in particolare sulle attività espositive visto il grande lavoro di restyling che abbiamo realizzato.

 


Galleria Nazionale dell’Umbria

«I miei clienti sono prevalentemente turisti inglesi, gente facoltosa che ha una seconda casa in Italia o che l’affitta per un breve periodo».

Alessio Berionni

Il giovane chef Alessio Berionni, classe 1991, ha le idee ben chiare su quello che vuole: «Non aprirò mai un ristorante». Partito da Gualdo Tadino dov’è nato, dopo varie esperienze in Inghilterra, è tornato in Italia per diventare un personal chef, uno chef privato che si affitta per un certo periodo di tempo o per un evento privato. «Penso a tutto io, dalla ricerca delle materie prime locali, alla pulizia dopo ogni pasto».

 

Ci spieghi come prima cosa, che cos’è un personal chef?

Si tratta di uno chef privato che lavora su chiamata e che è disponibile per tutto il periodo della vacanza del turista, sia italiano sia straniero. È un servizio a 360 gradi, dalla spesa alla pulizia finale della cucina e della tavola.

Chi sono i suoi clienti?

Prevalentemente sono turisti inglesi, gente abbastanza facoltosa che ha una seconda casa in Italia o che l’affitta per un breve periodo. Mi occupo della colazione, pranzo e cena; oppure semplicemente di preparare una cena per un particolare evento.

Ci può svelare qualche nome?

Da poco ho lavorato per l’attore Marco Filiberti, ma più che altro sono persone straniere del mondo della finanza e dell’imprenditoria.

Cosa racconta la sua cucina?

Racconta il mio viaggio dall’Italia – in particolare dall’Umbria e dalla Toscana – fino all’Inghilterra. Racconta la semplicità della cucina umbra rivisitata da incursioni inglesi.

 

Anatra e barbabietole

Qual è il piatto che la contraddistingue maggiormente?

Sicuramente il Pork belly (la pancia di maiale della cinta senese) preparato in stile britannico. È un piatto che faccio di frequente.

Si parla spesso di cucina moderna e tradizionale, quale predilige?

Il mio è uno stile contemporaneo,  ma rimango comunque fedele alle tradizioni che ogni territorio trasmette.

Ha mai pensato di aprire un ristorante tutto suo?

Assolutamente no, perché vedo tanti colleghi che passano l’intera giornata nel ristorante, trasformandolo nella loro prima casa. Nel mio caso decido come organizzarmi e sono più libero. Quando ho lavorato nei ristoranti ero lì 18 ore al giorno e vedevo pochissimo la mia famiglia.

Come si descriverebbe?

Sono una persona molto pignola e precisa, mi piace portare a termine velocemente quello che faccio. Ovviamente ho una grande passione per la cucina.

È una passione che ha fin da piccolo?

Ha preso vita nella cucina di mia nonna, dove ogni domenica la guardavo impastare e chiudere i cappelletti con assoluta precisione e attenzione ai sapori semplici e perfetti. Mi sono diplomato all’istituto alberghiero di Assisi e ho iniziato a lavorare nei migliori ristoranti della mia zona. Mi piaceva molto anche giocare a basket, ma ho deciso di lasciarlo per andare in Inghilterra: lì ho iniziato a lavorare in un ristorante italiano, dove ho fatto la gavetta, poi sono approdato in un ristorante inglese, fino ad arrivare in quelli stellati, come Gringling Gibbons (3 stelle Michelin) e Stapleford Park – luxury country house (2 stelle Michelin). Ho lavorato al fianco di Alaine Ducasse e Gordon Ramsay. Nel 2019 con in mio bagaglio culturale, lavorativo e una famiglia sono tornato in Italia e mi sono messo in gioco come personal chef.

 

Piccione affumicato con frutti di bosco

Cosa consiglierebbe alle nuove generazioni del settore?

Prima cosa di viaggiare e di vivere la cucina con passione senza trascurare la vita privata: è quella che ci permette di essere veramente realizzati. Il successo non è farsi conoscere dai media o dalle varie guide gastronomiche, ma è sentirsi soddisfatti dopo aver creato qualcosa che veramente rispecchia quello che sei e che fai!

Quali sono i suoi progetti futuri?

Quando ho iniziato il mio viaggio culinario mi ero promesso di scoprire ogni ingrediente, penso di essere al 60% e quel 40 che manca è il carburante che mi manda avanti. Quando cucino è come se avessi una tela bianca che cerco di riempire nel miglior modo possibile. Cucinare per me è un modo per viaggiare, rilassarsi e sparire allo stesso tempo; in futuro vorrei andare avanti come personal chef e migliorare in ogni aspetto, sia culinario sia di vita privata.

 


Per saperne di più

«Il settore turistico è in prima linea come beneficiario dell’intelligenza artificiale. Basti pensare a quanto sia determinante soddisfare le aspettative del cliente e le potenzialità che potrebbero emergere da guide virtuali completamente immersive».

«Chissà come Picasso rappresenterebbe la mia città natale? Così è nata Umbria Ecologia Artificiale – tuttora in fase di completamento – che prevede immagini di paesaggi umbri mozzafiato usciti fuori dalle mente più geniali dell’arte europea, da Leonardo Da Vinci a Pablo Picasso». Il progetto è nato dalla mente di Andrea Martina Tiberi, designer, nativa di Orvieto ma che vive e lavora a Londra come docente universitaria e ricercatrice in Tecnologie Emergenti dell’Architettura alla London South Bank University. Ci ha spiegato la sua idea e la sua utilità per rilanciare il turismo dell’Umbria.

 

Andrea Martina Tiberi, Architetto

Dottoressa, cosa s’intende per intelligenza artificiale applicata all’arte?

Parlando di intelligenza artificiale spesso ci immaginiamo robot e complicati sistemi informatici lontani dalla nostra vita quotidiana In realtà, questo mondo di algoritmi e funzioni è parte integrante della nostra routine, basta pensare ai social network e ai sensori di alcune automobili per parcheggiare. Non basterebbe un libro per esplorare il significato di intelligenza artificiale applicata all’arte, ma più comunemente lo possiamo intendere come il risultato di un’operazione informatica da parte di un algoritmo addestrato a produrre oggetti o immagini estraendo dati da un database secondo parametri predefiniti. Tutto questo si può riassumere in un atto di co-creazione tra artista e computazione. Tuttavia, la mia percezione sull’argomento è che, alludendo all’intelligenza artificiale, siamo combattuti tra il desiderio di scoprirne il potenziale e la paura di essere sopraffatti da uno strumento che potremmo non sapere utilizzare.

Com’è nata l’idea di Umbria Ecologia Artificiale?

L’idea è nata in maniera del tutto casuale. Il mio lavoro richiede un ricircolo continuo di idee e narrazioni e, quando mi confronto con un nuovo progetto, cerco ispirazione nelle gallerie d’arte londinesi. Mi ritrovai così di fronte al dipinto di Turner View of Orvieto, esposto alla Tate Britain. «Chissà come Picasso rappresenterebbe la mia città natale?», mi sono chiesta. Così è nata Umbria Ecologia Artificiale – tutt’ora in fase di completamento – che prevede immagini di paesaggi umbri mozzafiato usciti fuori dalle mente più geniali dell’arte europea, da Leonardo Da Vinci a Pablo Picasso. Nei giorni successivi, la mia mente era completamente assorbita dal pensiero di co-creare un qualcosa di inimmaginabile e, incuriosita dall’incredibile potenziale, ho incominciato immediatamente a sperimentare con i miei dati. In poco tempo ho costruito un archivio di immagini generate algoritmicamente dei miei progetti precedenti e questo mi ha dato modo di conoscere il comportamento dell’algoritmo e quindi di indirizzare al meglio le istruzioni per raggiungere il risultato che desideravo. Devo ammettere che il prodotto ha quasi sempre superato ogni aspettativa e non ne sono l’unica artefice. Questa opera è un atto di co-creazione tra grandi menti e un algoritmo, io l’ho solamente eseguita.

Come può intervenire concretamente questo tipo di intelligenza artificiale nei borghi umbri?

Siamo in un momento storico delicato nel quale gli architetti sono obbligati a tenere conto dell’impatto ambientale di un progetto. Questa tecnologia può soddisfare allo stesso tempo requisiti ambientali, funzionali ed estetici offrendoci una visione della soluzione ottimale ai requisiti di progetto. Per fare un esempio, la rigenerazione della Caserma Piave di Orvieto richiederebbe un processo di sviluppo organico invece che di assemblaggio meccanico. In questo, interrogare un algoritmo che si è nutrito precedentemente di tutte le informazioni utili per implementare la vivibilità e la sostenibilità dei luoghi, è sicuramente un carattere determinante nel successo del progetto di riqualificazione. In un futuro non molto lontano, avremo a disposizione un modello informatico che analizzerà la situazione urbana, identificherà i problemi legati a luogo e relazioni, e proporrà possibili soluzioni. Oggi, la psicologia ambientale è dettata da Evidence Based Design – Progettazione sulla Base di Evidenze – ed è il futuro della pianificazione urbana sostenibile. Quando si hanno determinati gruppi di dati, che siano demografici, topologici e economici, è possibile fare delle predizioni e dei calcoli in tempi così brevi che il cervello umano non può biologicamente sostenere. Questi dati servono per costruire una solida validità del progetto, in quanto la metodologia utilizzata è sistematica e già testata. Nel mio caso siamo ben lontani dal proporre un progetto di questo genere a 360 gradi: l’utilizzo di un programma che crea immagini da descrizioni ha una valenza prettamente concettuale ed estetica.

 

Orvieto top view Picasso Style

Quali sono i borghi umbri che si prestano meglio per questo progetto?

Sicuramente i borghi che hanno delle aree in disuso beneficerebbero di una tecnologia di questo genere. Il fattore determinante è porre all’algoritmo le giuste domande. Come ogni cosa generata dalla mente umana, anche l’intelligenza artificiale ha dei difetti, i cosiddetti bias: come esseri umani, nutriamo la macchina con preconcetti talvolta non etici e così la istruiamo a compiere i nostri stessi errori. Non sarà facile costruire un modello imparziale. Tutti i nostri borghi dell’Umbria possono beneficiare da un’analisi estetica e simbolica, specialmente i luoghi in disuso con alto potenziale economico e sociale. Orvieto, con la sua Caserma Piave in disuso, sarebbe un ottimo trampolino di lancio per sperimentare una progettazione dettata dall’intelligenza artificiale.

Qual è il vantaggio per la promozione turistica e il territorio?

Il settore turistico è in prima linea come beneficiario dell’intelligenza artificiale. Basti pensare a quanto sia determinante soddisfare le aspettative del cliente, ci riferiamo alla qualità della sua esperienza – User Experience – e le potenzialità che potrebbero emergere da guide virtuali completamente immersive, da contenuti digitali atti a promuovere i punti di attrazione, oppure – in termini di massa – da sistemi più pragmatici di cooperazione tra presenza economiche ed enti della regione per arricchire i meno abbienti. Determinante è chiedere alle persone che andranno a utilizzare quello spazio come lo vorrebbero, e con questo mi riferisco a tutte le presenze umbre che si occupano di attrarre forze socio-culturali ed economiche, dal settore enogastronomico ai musei, ai teatri, al consiglio all’urbanistica della regione. Uno dei vantaggi per il territorio sta nell’identificazione dei centri per lo sviluppo, e nella selezione degli investimenti da parte delle regioni e dei comuni. Se pensiamo alla scienza, questa converte informazioni in conoscenza, e l’intelligenza artificiale basata su dati scientifici ci permetterebbe di trasformare questa conoscenza in utilità. Parliamo di una tecnologia che ha preso piede ormai nelle nostre vite più di quanto realizziamo e continuerà a espandersi fino a che non avrà colpito tutte le sfere che richiedono una metodologia e delle istruzioni ben definite, come ad esempio in un macchinario da costruzione o nell’accuratezza di una stima per gli immobili.

 

Orvieto sketch, Ricardo Bofill Style

Lei è docente universitaria e ricercatrice in Tecnologie Emergenti dell’Architettura alla London South Bank University: come vi si arriva, partendo dall’Umbria?

Questo percorso è durato sette anni. Lasciare l’Italia non è mai stato un sogno nel cassetto, è stata più una necessità dettata dai miei interessi. Sono cresciuta tra le sale da ballo di mia madre e le falegnamerie di mio padre, e posso dire che l’arte ha sempre fatto parte della mia vita. Ho studiato Architettura al Politecnico di Milano, in cui ho compreso l’importanza di questa disciplina come scienza sociale, e costruito una base teorica solida per affrontare le ricerche che sto eseguendo. Londra mi ha aperto le porte dell’intuizione. In un ambiente culturale così poliedrico e internazionale, i concetti della progettazione dell’architettura sono definiti globalmente in nome del progresso scientifico. Terminato il Master in Architettura alla London South Bank University ho incominciato a lavorare come disegnatore freelance in Italia e nel Regno Unito e come docente nei laboratori di progettazione di LSBU, dove sto conducendo il mio dottorato di ricerca in integrazione di realtà virtuale nell’educazione e computazione per il sociale.

 


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«È stimolante lavorare in questa regione perché, oltre a essere un autentico paradiso di natura incontaminata, bellissimi borghi e cittadine affascinanti, è anche una regione ricca di storia, tradizioni e arte in tutte le sue espressioni».

Umbro di nascita, Armando Moriconi ha il suo atelier a Foligno, dove vive e lavora tra attrezzi del mestiere e calchi a cui dare forma e sostanza. È proprio nel suo studio, nel cuore dell’Umbria, che le sue sculture e installazioni prendono vita.

Alla scultura lei approda da giovanissimo, portavoce di uno stile scultoreo primitivo e istintuale, esperto conoscitore di tutte le tecniche nella lavorazione dei materiali. Ci racconta come nascono le sue opere?

Le mie opere nascono da visioni interiori; un po’ riflettendo come Henri Focillon: «la forma fintanto che non vive nella materia, è una visione dello spirito». Per me la scultura è pensiero, visione, segue poi il processo di lavorazione, ma è come respirare, c’è la gioia non la fatica. L’idea nella materia marmo vive di luce propria, respira, emana luce, comunica. All’inizio, circa nel 1995, dall’idea passavo direttamente alla lavorazione del blocco di marmo, tracciavo giusto qualche riferimento sulle facce del blocco avendo ben in mente la forma da cercare al suo interno. Si trattava di forme non articolate ma semplici, essenziali. Negli anni successivi, con l’evolversi della ricerca che mi portava a sviluppare forme organiche con più dinamismo plastico e tensioni, ho iniziato ad adottare un metodo diverso, andando dall’idea all’argilla e sviluppandola al meglio, per poi iniziare a trasferire il progetto sul blocco di marmo mediante la tecnica di cavar punti, con uno strumento particolare che ha degli snodi  in ottone. Su un’estremità scorre un’asta appuntita in acciaio che tocca i punti indicandone le loro rispettive profondità; questo viene ripetutamente trasferito dal bozzetto al blocco in fase di lavorazione per evidenziare la quantità di marmo da rimuovere in quel determinato punto, avendo cura di non andare oltre altrimenti si compromette l’esito dell’intero lavoro. Per quanto riguarda la creazione delle mie opere in bronzo, si entra nel magico e affascinante spazio della fusione a cera persa: viverla e attuarla in prima persona in tutte le sue fasi è un’esperienza unica. Si apprendono nuovi modi di operare, quelli che potrebbero sembrare errori tecnici in molti casi si rivelano fantastiche sorprese che stimolano la ricerca artistica e aprono nuove possibilità espressive. Attraverso l’esperienza di fonditore e formatore ho appreso tante cose utili per sviluppare nuovi progetti, come quello attuale sull’archeologia del tempo. Mentre i lavori in ceramica si concretizzano in modo più diretto rispetto al marmo e bronzo: lavorare l’argilla per me è fondamentale, sia come studio per generare poi opere in marmo o bronzo, sia per creare opere finite con smalti oppure trattate con procedimenti di ossidoriduzione e in terzo fuoco.

 

Quanto è fondamentale per lei lavorare nel suo atelier? Da dove trae ispirazione?

Il mio atelier è immerso nella natura, da un lato ci sono gli alberi di ulivo, dei vitigni di Trebbiano, Grechetto e Merlot, un orto grande dove si alternano vari ortaggi di stagione che coltivo insieme a mio padre. È fondamentale per me lavorare in questo contesto, dove la natura favorisce la mia ispirazione; blocchi di marmo, di onice, quando la luce del sole li coglie i loro spigoli si illuminano così da far sembrare che al loro interno ci sia un’anima. Lavorare nel proprio studio ti fa accorgere anche di progetti incompiuti e lasciati a metà strada o in attesa di ripresa. Ogni volta che finisco una scultura non vedo l’ora di fotografarla, in questo contesto la fotografia diventa uno strumento divulgativo ed espressivo che contribuisce ad accrescere il mito dell’arte, Mi piace fotografare lo sviluppo dei miei lavori e metterli in relazione con l’ambiente, spesso in situazioni di luce suggestiva.

 

Quanto è stato importante per lei e per la sua arte lavorare in questa regione?

È stimolante lavorare in questa regione perché, oltre a essere un autentico paradiso di natura incontaminata, bellissimi borghi e cittadine affascinanti, è anche una regione ricca di storia, tradizioni e arte in tutte le sue espressioni. In Umbria si può contemplare Giotto, Perugino, Beato Angelico, Piero della Francesca, Dottori, Leoncillo, Burri, Afro e musei e siti archeologici di grande importanza. L’Umbria è anche la regione di San Francesco, in particolare la mia città, Foligno, fu a lui la più cara e vicina dopo quella di Assisi.

Solitamente concludiamo questa chiacchierata con una domanda: se ci lascia con una parola su cui meditare che per lei rappresenti il connubio tra la sua arte e l’Umbria.

La parola armonia, intesa come connessione tra la mia energia creativa e il territorio in cui vivo e lavoro, ma anche come equilibrio plastico nelle mie opere.

Abbiamo incontrato in Redazione due donne, entrambe con il medesimo nome (un caso? Chissà). Le chiamiamo Valentina & Valentina; mamme con in testa un sogno ambizioso destinato, piano piano, a prendere forma.

Valentina Iacucci Ostini, presidente dell’associazione e Valentina Cimbali, vice presidente, mamme di ragazzi con disturbi dello spettro autistico, hanno dato vita a un’associazione di promozione sociale per aiutare i loro figli e chi ha analoghe caratteristiche. «Siamo La brigata indipendente, un’associazione nata dalla volontà di metterci in gioco e di cercare di aiutare l’emancipazione di questi ragazzi. Ne abbiamo notato le difficoltà per trovare un lavoro e diventare indipendenti: hanno tanta volontà di riuscire, di avere un proprio appartamento, un impiego, però il mondo del lavoro richiede una velocità troppo grande che loro non hanno».

 

Valentina Iacucci Ostini e Valentina Cimbali

 

Già, una velocità troppo grande a cui la società ci ha abituati, senza tenere conto di chi resta indietro, di chi non riesce a seguire ritmi inadatti alle peculiarità individuali. «Sono bravi, riescono a imparare quello che devono e lo fanno in modo preciso, però la loro velocità non è quella giusta per essere produttivi. Tuttavia questi ragazzi, in gruppo, diventano una forza: dove uno o più sono in difficoltà, gli altri sostengono, aiutano, insegnano. Insieme si sentono forti: per affrontare il mondo, per uscire di casa, per prendere l’autobus, per andare in pizzeria e affrontare anche viaggi più lunghi». «Sì, si aiutano tantissimo anche in viaggio» conferma l’altra Valentina. «Sono situazioni che noi reputiamo semplici, ma che per loro rappresentano sfide importanti».

Le due donne parlano – con la luce negli occhi – dei loro ragazzi, figli, ma anche di chi, col tempo, sentono altrettanto vicini. I racconti si alternano e restituiscono immagini emozionati. Come la volta in cui hanno preso il treno per accompagnare il gruppo a Milano, a PizzAut, pizzeria che lotta per l’inclusione, dove «giovani ragazzi autistici o nello spettro dell’autismo lavorano e lavorano per davvero!». Sì perché, la vera sfida di questi detentori di caratteristiche particolari è conquistare quel mondo del lavoro apparentemente precluso. La Regione Umbria ha istituito i SAL, i Servizi di accompagnamento al lavoro, ma al termine dell’esperienza di qualche mese, le aziende non confermano i contratti e i ragazzi si trovano di nuovo in casa. Valentina & Valentina evidenziano quanto l’idea di lavorare sia appagante e motivante per loro, ma di come intervengano delusione e senso di sconfitta al volgere di tali percorsi che, sistematicamente, si rivelano a termine. «Siamo voluti andare fino a Milano per vedere quello che succedeva dentro quella pizzeria, ma soprattutto per far vedere ai nostri ragazzi che esiste un luogo dove ci sono altre persone come loro che lavorano e se la cavano benissimo anche in momenti di piccole difficoltà. È stato emozionante e sicuramente ha dato loro speranza. Nel video dell’Associazione i ragazzi esprimono la volontà di lavorare e di vivere da soli, di poter fare una vita da noi reputata normale, ma che per loro è difficile arrivare a ottenere. Quindi vedere altri che l’hanno fatto è stato molto stimolante».

 

La brigata indipendente, pertanto, ha un sogno: «creare un ostello dove un gruppo di questi amici possa vivere e ospitare tutti, da famiglie con persone con disabilità a ragazzi soli. E anche quanti desiderano staccare dalla frenesia di tutti i giorni per respirare la loro aria, fatta di tranquillità e serenità. Perché chi si avvicina ne acquisisce il ritmo e si arricchisce, riuscendo a recuperare quanto la frenesia del quotidiano sottrae». Un progetto che prospetta a tante famiglie una speranza nel dopo di noi, mostrando un futuro possibile per i propri figli, fatto di accoglienza, supporto reciproco, realizzazione. «Sì, al momento a me dà molta tranquillità» afferma una delle due Valentine «So che ci sarà un percorso per arrivare a questo traguardo grandissimo, ma so anche che stiamo costruendo qualcosa. Non lo faccio solo per mia figlia, perché ovviamente ce ne sono tanti di questi ragazzi, e so che in questo luogo saranno sereni e autonomi… potranno avere una vita».
«E soprattutto saranno insieme» aggiunge l’altra «perché quello che abbiamo capito osservandoli è che veramente la forza viene dal fatto di essere in gruppo. Il nostro pensiero va a quando noi non ci saremo più, però loro ci saranno per sé stessi».

 

 

Grazie all’assessore Cicchi, l’Associazione ha potuto incontrare il sindaco di Perugia Andrea Romizi, che ha offerto tutto l’appoggio del Comune a questo progetto. Il sostegno delle Istituzioni sarà fondamentale per poter raggiungere quest’ambizioso obiettivo. In questo momento, ci raccontano, ci sono due ragazze che stanno già facendo l’esperienza del cohousing e si spera che a breve si possa attivarla anche per i ragazzi. Grazie all’appoggio del Comune si stanno avviando all’indipendenza, quindi in un certo senso il percorso è iniziato.
Nel frattempo La brigata indipendente, forte del contributo di tanta gente messasi a disposizione e che Valentina & Valentina tengono a ringraziare, porta avanti il suo messaggio pure attraverso l’organizzazione di eventi destinati ai ragazzi, ma capaci di fare da cassa di risonanza per quanti vogliono avvicinarsi e comprenderli. Questo lo spirito di Halloween inclusivo svoltosi a Colombella, la prima festa pubblica de La Brigata. Una serata nata in sordina, per dare la possibilità ai ragazzi di ritrovarsi e di festeggiare, diventata invece una festa con 300 persone, molte delle quali cosiddette normali. Tutti si sono divertiti tantissimo a testimonianza che l’inclusione non solo è possibile, ma è divertente.
«I nostri ragazzi volevano vivere una festa di Halloween, ma questo tipo di feste inizia in orari troppo tardi per loro, che sono abituati a non fare notte. E allora abbiamo deciso di organizzarla: una festa di Halloween inclusiva, che tenesse conto dei ritmi dei nostri ragazzi. Pensavamo a pochissime persone, 50- 60; siamo arrivati a 300 ed è stato fantastico. Grazie alla Pro Loco di Colombella che ci ha accolto come una famiglia, i ragazzi sono stati felicissimi».

 

La festa di Halloween

 

E il prossimo evento? «Ve lo anticipiamo! Faremo il Capodanno inclusivo!» svelano Valentina & Valentina. Un’idea meravigliosa che – siamo certi – sarà un altro grande successo. I progetti dell’associazione posso essere seguiti sul sito www.labrigataindipendente.it (da cui è possibile effettuare donazioni) e tramite le pagine social (Facebook e Instagram). Concludiamo con il messaggio che queste meravigliose donne – permetteteci di definirle così per la forza e l’entusiasmo con cui stanno portando avanti il loro sogno – hanno lasciato: «A noi piacerebbe arrivare il più possibile nelle case delle famiglie che hanno ragazzi con caratteristiche simili ai nostri, per dar loro una speranza di futuro. Perché molti genitori non vedono nulla per i loro figli. Noi vorremo farli conoscere e formare altri gruppi di amici, permettendo loro di scegliersi per affinità di interessi e passioni. Sono puri di cuore, non hanno pregiudizi, amano la vita per quello che è… e va bene così. Sono felici. Sì, fortunatamente sono felici».

Al Ristorante Dèco di Ponte San Giovanni a Perugia – un luogo dove l’arte è di casa poiché ha sempre ospitato eventi artistici e vanta una interessante collezione d’arte contemporanea – fino a gennaio 2024 Teresa Chiaraluce espone i suoi dipinti negli ambienti interni e Daniele Covarino ha portato le sue sculture in terracotta nel giardino che circonda i locali. L’esposizione è curata da Antonella Pesola, storica e critica dell’arte.

L’artista Chiaraluce vive e lavora a Corciano (PG). Dopo aver conseguito la maturità artistica all’Istituto d’Arte Bernardino di Betto, nella sezione Disegnatori di Architettura e Arredamento, ha frequentato il corso di nudo del Maestro Franco Venanti, all’Accademia di Belle Arti, e il corso di Arte della Stampa all’Istituto d’Arte. Dal 2007 ha esposto i suoi lavori in innumerevoli mostre collettive in Umbria e all’estero.

 

Opere di Teresa Chiaraluce

 

La pittura di Teresa Chiaraluce si ispira alla quotidianità e alla natura, in una visione fantastica e trasfiguratrice. Le opere dell’artista parlano un linguaggio comune, ma in accostamenti di scene dell’assurdo: non c’è fuga dalla realtà ma rappresentazioni di una concretezza più profonda indagata dalla categoria del contrasto. Daniele Covarino, artista nato a Roma, vive e lavora a Perugia. Diplomatosi all’Istituto d’Arte di Deruta nel 1996, sezione ceramica, successivamente si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Perugia, sezione scultura, dove si diploma nel 2004. Lo scultore ha iniziato un percorso di ricerca legato allo studio delle forme primarie in relazione all’utilizzo dell‘argilla, specializzandosi nella scultura in ceramica. Le sue prime esposizioni si svolgono fra Perugia e Deruta, e in seguito, su invito e selezione, partecipa a numerose collettive. Le sculture dell’artista sono lavorate con l’argilla e ambientate in un luogo che le riconduce al loro elemento naturale, come la terra. Dalle caratteristiche forme organiche e biomorfe, esse evocano processi formativi biologici come fossili primitivi, forgiati dalle mani dell’artista con l’antica sapienza del ceramista.

 

Opere di Daniele Covarino

Intervista ad Antonella Pesola, curatrice della mostra

Una mostra è a tutti gli effetti un progetto e un sistema di rappresentazione in cui lo spazio espositivo diventa il luogo in cui convergono e dialogano tra loro opere d’arte e lavori, che vengono ricollocati e riconfigurati. Ci può raccontare come è nata l’idea della mostra di Teresa Chiaraluce e Daniele Covarino?

Apparentemente non esiste un filo conduttore che unisce le esperienze dei due artisti. Il mio intento era di proporre un linguaggio espressivo diversificato, dopo la mostra inaugurale della stagione svoltasi in estate dedicata a Danilo Fiorucci, che ha esposto bellissime opere astratte sia in pittura che in scultura. L’immediatezza dei dipinti di Teresa Chiaraluce mi è sembrata adatta per offrire un altro punto di vista. L’idea inoltre era sempre quella di affiancare opere di scultura accanto alla pittura e ho pensato alle opere di Covarino, che si possono apprezzare al meglio nell’immediato spazio esterno del ristorante.

Quali sono state le principali difficoltà, se ci sono state, nella realizzazione ed esposizione della mostra?

Trovare un giusto equilibrio nell’esposizione dei dipinti: gli ambienti interni offrono spazi vissuti con molti elementi di arredo che possono renderne difficile l’apprezzamento, tenendo conto che ci sono due inamovibili e impegnative opere di Domenico Bruschi di fine XIX secolo.

Com’è articolata la mostra essendo esposta presso il Ristorante Déco?

Teresa Chiaraluce espone dipinti della sua ultima produzione che sono raggruppati in temi, riguardanti la natura, gli animali e la musica. La natura è l’elemento preponderante di opere come Giardino interiore, che invade stanze e case abbandonate, in un gioco di rimandi di geometrie visionarie alla Escher, un procedimento adottato anche per opere che trattano di animali e musica, o meglio strumenti musicali. In un divertito contrasto, gli strumenti musicali sono raffigurati in un paradosso, diventando abitazioni o stanze dove rifugiarsi, spesso dalle dimensioni giganti fanno da sfondo a paesaggi immaginari. L’animale più raffigurato è il gatto, presenza costante nei suoi dipinti, dalla vivida coscienza di essere parte di rappresentazioni. Ecco la caratteristica più spiccata della pittrice, la teatralità, per raccontare infatti rappresenta in un chiaro intento scenografico. Covarino invece allestisce sculture in simbiosi con la natura, perfette nell’ambiente naturale dove sono messe, quasi ad indicare la strada al visitatone nell’avvicinarsi all’ingresso. La semplicità delle forme evoca archetipi di immagini biomorfe, sono animali o rifugi, o bozzoli o larve o vasi veri propri, che armoniosamente si collocano naturalmente, associazioni offerte anche dalla tecnica del colombino adottata dall’artista e l’illuminazione notturna non fa che esaltarne le forme.

Una mostra si presenta agli occhi del visitatore come una visione d’insieme, in cui collaborano più artisti, in questo caso Teresa Chiaraluce e Daniele Covarino. Il percorso fisico che lo spettatore compie è un percorso narrativo che il curatore pensa. Come si lavora a questo?

Sin dall’esterno con le sculture di Covarino, lo spettatore scopre man mano un percorso che lo introduce gradualmente verso gli ambienti interni, quasi possa essere un bosco o giardino animato da strane, ma familiari presenze che nella loro semplicità ci riportano a immagini primordiali dell’inconscio comune, infatti riuniscono esperienze della specie umana e della vita animale che la precedette, costituendo elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei sogni. Gli spazi interni dell’ingresso, le due sale principali e la parete di fondo della scalinata ospitano i dipinti di Chiaraluce che allestisce vere e proprie rappresentazioni che esprimono stati d’animo, impressioni, o riflessioni in vere e proprie scene teatrali, sempre improntate ad una pittura di verità. Accomuna questi artisti così diversi, il desiderio di alludere alla soglia, all’attraversamento, infatti c’è sempre un pertugio, una ferita, uno spiraglio, una porta, una finestra che non fa che simboleggiare che c’è un oltre che può essere in ognuno superamento della realtà.

A colloquio con il presidente dei Borghi più Belli d’Italia in Umbria, tra futuro e soluzione per evitare lo spopolamento di questi territori.

In questi ultimi anni, i borghi e le piccole realtà stanno vivendo una nuova giovinezza. Sono tornati – soprattutto a livello turistico – molto di moda. La riscoperta del loro territorio, dell’enogastronomia e della vita slow attraggono turisti,ma anche persone che decidono di abbandonare la città e trasferirsi in questi luoghi di pace e tranquillità. Tanti i vip – italiani e stranieri – che hanno scelto l’Umbria come rifugio dal caos cittadino. Ralph Fiennes, Daniele Bossari e la moglie Filippa Lagerback, Colin Firth, Ed Sheeran, Paolo Genovese, Susanna Tamaro, Mario Draghi, Luca Argentero… e tanti altri. Di queste realtà abbiamo parlato con Alessandro Dimiziani, vicesindaco di Lugnano in Teverina e, dal 2020, presidente del Borghi più belli d’Italia in Umbria. L’associazione – nata nel 2001- ha come obiettivo quello di proteggere, promuovere e sviluppare i comuni riconosciuti con tale denominazione; l’Umbria è la regione italiana che ne ha di più, ben 30, e rappresentano un vanto e un’attrattiva turistica anche dall’estero. Un patrimonio da salvare e promuovere.

 

Alessandro Dimiziani

Presidente come prima cosa: quali sono i requisiti per entrare nell’associazione dei Borghi più belli d’Italia?

La popolazione nel centro storico o nella frazione non deve superare i 2.000 abitanti, mentre nell’intero comune non si può andare oltre i 15.000 abitanti. Il borgo inoltre deve avere una presenza di almeno il 70% di edifici storici anteriore al 1939 e offrire qualità urbanistica, architettonica e promozione del territorio. Va detto che sono gli stessi borghi che fanno la richiesta e poi un comitato scientifico valuta gli oltre 90 parametri e delibera l’entrata del paese nell’associazione.

Con Stroncone – entrato da poco – nella regione si contano 30 borghi. Un record italiano che fa superare le Marche, ferme a 29…

Proprio alcuni giorni fa c’è stata l’ufficializzazione di Stroncone con la consegna della bandiera dell’associazione. Se consideriamo la grandezza del nostro territorio e il numero dei comuni inferiore rispetto alle Marche, la percentuale di borghi più belli è molto alta. Oltre a Stroncone gli ultimi entrati sono Monteleone d’Orvieto nel 2019 e Nocera Umbra nel 2020.

La rivista americana “The Travel” ha pubblicato da poco la classifica dei dieci borghi italiani preferiti dai turisti internazionali: al 9° posto c’è Monteleone d’Orvieto (unico umbro). Serve più marketing internazionale per l’Umbria?

Sicuramente, anche se non siamo messi male. I nostri social sono tra i primi in Europa per visualizzazione. Da poco abbiamo anche realizzato un video promozionale che presenteremo il 7 dicembre a Citerna, in cui sono riuniti e illustrati tutti i borghi: questo verrà utilizzato durante le presentazioni fuori regione.

 

Monteleone d’Orvieto. Foto by Enrico Mezzasoma

Quanto è importante il turismo di ritorno?                   

È importantissimo e da poco abbiamo creato un tavolo di lavoro per capire tutte le tappe da seguire e i vari passaggi da mettere in pratica.

Concretamente, come si svolge?

Abbiamo iniziato a lavorare sui registri comunali, chiedendo a ogni Comune di inviare i nomi dei concittadini residenti all’estero: si è visto che la maggior parte si trovano negli Stati Uniti, in Brasile, in Belgio e in Lussemburgo, sono circa 2000 persone. Con un protocollo, l’intervento del Ministero del Turismo e dell’associazione Italiani nel Mondo cercheremo di contattarli. A gennaio poi verrà organizzato un evento ad hoc a New York in cui sarà presente la nostra associazione e quella degli Italiani nel Mondo. È il primo passo per iniziare a capire come muoversi.

Il turismo nei borghi, in questi anni, è tanto di moda: come se lo spiega?

È inutile negarlo, la pandemia ha dato una grossa mano. Nel 2020 c’è stata un’invasione, ovviamente positiva, che ha premiato il lavoro di valorizzazione fatto negli anni precedenti. Oltre all’Italia turistica e famosa che tutti conoscono, c’è un’Italia da scoprire e da vivere, tra sentieri, prodotti tipici e cucina. Questo attira molto il turista, anche straniero; tra l’altro l’Umbria è l’unica destinazione italiana entrata nella lista Best in travel 2023 stilata dalla Lonely Planet. Per il nostro Paese il turismo è una risorsa importantissima sulla quale si deve puntare al massimo.

Se avesse a disposizione un tesoretto, quali sono le prime cose che farebbe?

I primi interventi sarebbero rivolti al miglioramento dei servizi: sociali, sanitari, alle infrastrutture, ma anche alla connessione internet per lo smart working. Un borgo non può essere escluso da questo; il turista, ma soprattutto chi decide di restare, chiede navette o bus di collegamento con la stazione più vicina. Molto di questo ancora manca. A Lungano in Teverina, ad esempio, molti americani e danesi si sono innamorati del luogo, dei paesaggi e, grazie a uno statuto comunale, hanno avuto in dotazione degli uliveti e quest’anno per la prima volta hanno raccolto l’oliva. Tutto questo è sicuramente un incentivo per restare nel territorio, ma i servizi devono essere presenti.

Ciò serve ad arginare lo spopolamento…

Combattere lo spopolamento – che è una vera piaga – è tra gli obiettivi dell’associazione. Per noi è come una lenta morte, dovuta al decremento demografico e alla mancanza di lavoro che porta i giovani a lasciare il borgo per trasferirsi in città o all’estero. È per questo che cerchiamo di bilanciare con il turismo di ritorno o con i nuovi residenti. Riallacciandomi alla domanda precedente, gli investimenti sarebbero fondamentali anche per la creazione di lavoro, in modo da incentivare i giovani a restare.

Potremmo raccontare l’Umbria attraverso i borghi: ce n’è uno che la rappresenta di più?

Tutti i borghi rappresentano l’Umbria, poi ci sono quelli che attirano più come Trevi e Spello, ma ultimamente anche quelli meno conosciuti si stanno facendo notare. L’Italia, ripeto, deve puntare su queste piccole realtà che sono un patrimonio fondamentale per il turismo, da nord a sud. In questo modo può primeggiare nel mondo.

 

Spello. Foto Enrico Mezzasoma

Ci sono in cantiere dei nuovi progetti?

Nel 2023 uscirà la nuova brochure con tutte le informazioni sui borghi – edita da Corebook – anche in lingua cinese. Stiamo lavorando anche con le comunità energetiche per installare le colonnine di ricarica per auto e biciclette. Si punta a promuovere e portare avanti interventi a 360° con attività, eventi e festival, cercando di coinvolgere tutti.

Facciamo un gioco: per ogni borgo mi dica un aggettivo e una caratteristica che lo contraddistingue.

Acquasparta (Rinascimento umbro), Allerona (la porta del sole), Arrone (Valnerina), Bettona (etrusco-romana), Bevagna (le Gaite), Castiglion del Lago (il Trasimeno), Citerna (Borgo dei Borghi. Nel 2023 parteciperà al programma di Rai3), Corciano (la costola di Perugia), Deruta (ceramica), Lugnano in Teverina (archeologia e biodiversità), Massa Martana (riscatto architettonico), Monte Castello di Vibio (il teatro più piccolo del mondo), Montecchio (olio e archeologia), Montefalco (Sagrantino), Monteleone d’Orvieto (balcone su tre regioni: Umbria, Toscana e Lazio), Monteleone di Spoleto (altezza e bellezza), Montone (storia e architettura), Nocera Umbra (la rinascita della bellezza), Norcia (norcineria e tartufo), Paciano (vista sul lago Trasimeno), Panicale (arte e bellezza), Passignano sul Trasimeno (oasi di bellezza), Preci (scuola chirurgica), Sangemini (il bello sopra l’industria), Sellano (le acque della Valnerina), Spello (colori), Stroncone (olio e architettura), Torgiano (vino), Trevi (fascia olivata), Vallo di Nera (enogastronomia ad alta quota).

 


Per saperne di più

L’attrice di Foligno promuove la regione negli Usa, dove vive dal 2012. Da poco ha recitato nell’ultimo film di Pupi Avati e con nostalgia racconta la sua amicizia con Ivana Trump.

Eleonora Pieroni

La potremmo definire la nostra italiana in America, anche se è ben lontana dal personaggio di Alberto Sordi nel film del 1967. Eleonora Pieroni infatti è un’attrice, modella e presentatrice nata a Foligno, da cui è scappata a 20 anni per rincorre il sogno americano – e ce l’ha fatta – e ora si trova dopo 10 anni a essere il volto dell’Umbria e dell’Italia negli USA, la Madrina internazionale della Quintana di Foligno e la Madrina dei Borghi più Belli d’Italia per la nostra regione. «Alla fine tutto torna, sapevo che prima o poi avrei amato e promosso l’Umbria. A 20 anni mi stava stretta, dovevo e volevo fare un mio percorso» ci dice durante una lunga chiacchierata via zoom dalla sua casa di New York. Nonostante le bizze dalla connessione – Perugia-New York non sono proprio vicine – abbiamo parlato di tante cose. Non solo di Umbria, ma anche di progetti passati e futuri e della grande amicizia che aveva con Ivana Trump. Ne parla con un filo di commozione: «Era la mia mamma americana. Rimarrà sempre nel mio cuore. Sogno di essere come Ivana un giorno, di riuscire a fare anche solo la metà delle cose che ha fatto lei». 

 

Eleonora qual è il suo rapporto con l’Umbria, visto che dal 2012 vive negli Stati Uniti?

Ho lasciato l’Umbria e Foligno 10 anni fa perché in quel momento odiavo questi luoghi, non mi vergogno a dirlo. L’Umbria non mi permetteva di raggiungere i miei obiettivi, di arrivare dove volevo, in primis nel mondo della moda e dello spettacolo. Dicevo sempre: «L’Umbria è bellissima e si vive bene, ma è una regione per vecchi». Il mio sogno si poteva realizzare solo tra Roma e Milano, avevo paura di restare intrappolata qui. A 20 anni non apprezzavo la mia regione; ha iniziato a mancarmi quando sono andata a fare la modella a Miami: lì era tutto meraviglioso però sentivo la nostalgia delle mie origini. Devo dire che l’amore per l’Umbria è venuto crescendo.

Quindi è un amore nato con il tempo…

Sì. Oggi se chiudo gli occhi e mi immagino un posto dove stare serena e tranquilla sicuramente è un prato, dove guardare il cielo, nella campagna umbra. Per ritrovare in qualche modo questo, ogni giorno vado a fare una passeggiata a Central Park: ho proprio il bisogno di stare in mezzo al verde, agli alberi e alla natura. A casa mia a New York c’è Umbria dappertutto, ci sono dei paesaggi verdi, ho sempre una piantina di basilico o di aloe a portata in mano, e nella credenza tengo le lenticchie di Castelluccio, che considero l’elisir di lunga vita. E proprio in America è partito il desiderio di raccontare le mie origini, di raccontare la Quintana, di raccontare Foligno e l’Umbria. 

Come si parte da Foligno alla volta degli Stati Uniti?

Si parte con tantissima paura, con tanto coraggio, adrenalina, un pizzico di pazzia e con una dose incredibile di ambizione. Ho avuto la visione di vedere me stessa proiettata nel mondo che volevo e questo mi ha spinto a partire. Inoltre, fondamentale è saper prendere il treno che passa in quel momento.

Il suo treno quand’è passato?

È passato una mattina mentre ero a scuola a Spoleto come maestra di sostegno: mi ero appena laureata e avevo accettato un incarico a tempo determinato, soprattutto per la gioia dei miei genitori. Era un periodo un po’ particolare della mia vita e dopo tanti anni in giro per l’Europa come modella, il lavoro a scuola era il coronamento dei miei anni di studio e poi, volevo vivere il mestiere dell’insegnante, che devo dire, è uno dei più belli al mondo. Era novembre e a metà mattina mi è arrivata una telefonata: «Pronto Eleonora ricordi quel meeting? Ti hanno scelta come modella per un progetto a Miami! Devi partire tra 20 giorni! Pronto Ele ci sei? Sei ancora lì?». Sono rimasta in silenzio per 3 minuti poi ho balbettato: «Wow grazie, ma ci devo pensare». Ero frastornata e mi confidai coi miei colleghi, in primis col maestro Francesco. È stato lui a dirmi che dovevo prendere al volo quel treno e che se non lavessi preso lui stesso mi avrebbe cacciato a calci nel sedere dalla porta. E così fu! Devo dire però che sono stati diversi i fattori che si sono allineati come sostiene la legge dell’attrazione dell’universo che è la mia filosofia di vita. Tutto è iniziato a 15 anni quando ho iniziato a sfilare per grandi marchi nazionali e internazionali tra cui: Ferragamo, Scervino, Roberto Cavalli, Cruciani, Brunello Cucinelli e Fendi che era prodotta dall’azienda Roscini a Spello. In contemporanea mi sono laureata all’Università in Scienze della Formazione con specialistica in psicologia – la mia famiglia, molto tradizionalista, ci teneva che mi laureassi – e ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo tra Roma e Milano. Non mi fermavo mai. Ho sempre perseguito con passione e grande determinazione i miei obiettivi: volevo sfilare e raggiungere la moda a livelli internazionali. Volevo che la mia esistenza avesse un significato al di là dei confini nazionali, o nella moda o nello spettacolo, ma questo volevo! Alla proposta di Miami ho saltato dalla gioia perché era il mio sogno, però allo stesso tempo avevo anche tanta paura: era la mia grande occasione quindi ho preso e sono partita, sono rimasta in Florida anche dopo che il progetto era terminato e da lì tante altre nuove conoscenze e opportunità sono arrivate, tra cui l’uomo della mia vita, Domenico.

Modella, attrice, presentatrice e anche cantante: qual è il lavoro che preferisce?

Quello che mi dà più soddisfazione è sicuramente il cinema, ma anche la conduzione. Sono due parti del mio lavoro che mi piacciono tantissimo. La modella fa parte di un periodo importante della mia vita che mi ha dato tante soddisfazioni… tutto è iniziato lì. Per quanto riguarda la musica, non mi definisco una cantante: ho inciso la canzone Volare perché rientra un po’ nell’immaginario dell’italiano in America, è stato un gioco, incentivata da un produttore italiano.

Ci racconti…

Nel 2016 a Miami e a New York iniziavo a essere riconosciuta agli eventi e ai party del jet set americano, era il momento in cui iniziavo a condurre i primi Festival, ero identificata come la bella italiana in America. Ricordo che a una festa di italo-americani iniziai a ballare il mambo emulando Sofia Loren e così da lì si è creato il cliché di Elleonora Lora the Italian beauty (gli americani non pronunciano bene il mio nome). L’idea di Volare è stata lanciata da un amico produttore musicale italiano e da mio marito Domenico Vacca, che è il mio mentore e una grande fucina di idee, poi è stata post prodotta da Ben DJ e distribuita da un’etichetta di Las Vegas.  

 

Eleonora Pieroni durante la Quintana di Foligno

È Ambasciatrice d’arte Made in Italy e della cultura italiana negli Stati Uniti per aver portato una delegazione della Quintana a sfilare a New York in occasione del Columbus Day del 2017…

È un titolo che mi è stato conferito dal sindaco di New York, Eric Leroy Adams ed è collegato a quest’evento del 2017 e anche all’evento di promozione della regione Puglia, che è la mia seconda terra, avvenuto nel 2018. Non lo devo dire io, però credo che non ci siano altri personaggi che si sono così impegnati a promuovere l’Umbria all’estero; ho fatto e faccio una promozione volontaria voluta e ideata da me. Il mio obiettivo è quello di raccontare agli americani la mia terra, Foligno e la Quintana. 

Ora è anche madrina dei Borghi più Belli d’Italia per la regione Umbria, lei che dai borghi in qualche modo è scappata. È una bella coincidenza…

È verissimo. La vita è un circolo e secondo la legge dell’universo se tu visualizzi delle cose alla fine le attiri. Io avevo visualizzato il mio ritorno in Umbria, me lo aveva predetto anche un veggente, perché, diciamoci la verità, ci si sta bene, ma volevo tornare dopo aver fatto un mio percorso. È il suggerimento che do a tutti i giovani. Comunque sono felicissima di questa nomina perché richiama un po’ la mia natura e stiamo lavorando a dei progetti molto interessanti dedicati anche al turismo di ritorno, ossia invitando gli italiani che vivono fuori Italia (più di 80 milioni) a riscoprire i borghi e le loro città natali ormai dimenticate. In pratica promuovere un turismo sostenibile e delle proprie radici.

Da occhio umbro ma che vive all’estero: c’è qualcosa che manca alla regione e ai suoi borghi per fare quel passo in più e diventare famosa come la Toscana?

In realtà c’è quasi tutto, vanno migliorate solo alcune cose, come ad esempio le infrastrutture, i collegamenti ferroviari e alcuni servizi. Inoltre, andrebbero più approfonditi il marketing e la comunicazione per il turismo. Qualcosa si sta muovendo – Paola Agabiti e la presidente Donatella Tesei stanno facendo un ottimo lavoro – è stato creato anche un nuovo logo, ma occorre una visione più internazionale per puntare sul turismo di lusso che cerca sempre posti esclusivi e di nicchia. Non solo per i clienti italiani, ma anche provenienti dall’estero, per questo già anni fa avevo puntato sull’Umbria poiché è come una piccola Svizzera con paesaggi bellissimi e una qualità della vita altissima, l’evento della Quintana a NY è stato in fondo un evento precursore del turismo delle radici. A proposito del turismo delle radici e del ritorno, ti anticipo che il 2024 sarà l’anno del turismo del ritorno.

Parliamo ora del suo ultimo film “Dante” di Pupi Avati dove interpreta una suora: le scene del suo personaggio sono state girate proprio a Foligno. È stato emozionante?

Assolutamente sì. È stata una grande gioia. Pensa al caso: sono scappata da Foligno e poi a distanza di anni la vita mi ha portato a girare un film proprio lì, a Palazzo Trinci. Sono la suora che accompagna Dante a incontrare Papa Bonifacio VIII. È stato un piccolo ruolo che però mi ha dato grande gioia, perché è una partecipazione in un film importante che rimarrà nella storia, diretto da un maestro del cinema come Pupi Avati e che racconta la Divina Commedia e Dante Alighieri, due capisaldi della letteratura italiana. È stata una grande esperienza, abbiamo girato molto in Umbria, il 90% delle scene sono ambientate tra Foligno, Bevagna, Perugia, Spoleto e tanti borghi dell’Umbria. Inoltre, è stato bello aver rincontrato il costume designer Andrea Sorrentino e Sergio Castellitto, che avevo premiato durante il Festival Italy on screen Today che ho condotto a New York qualche anno fa.

Ce l’ha un aneddoto su Pupi Avati da raccontare?  

La prima volta che l’ho incontrato sono rimasta sbalordita perché nel suo ufficio ha appesa la bandiera americana e sulla scrivania tiene la fotografia della sua casa americana. Era destino. Poi durante un meeting mi disse: «Andiamo a girare in Umbria e mi dicono che tu sei la madrina dell’Umbria e che la rappresenti anche in America». Insomma, è stato molto carino ed è stato per me una fonte di saggezza da cui imparare.

Come si descriverebbe in tre parole?

Sensibile, generosa e solare: amo la vita in tutte le sue sfumature!

Ha dei progetti in cantiere?

Ne ho diversi, sia nel cinema sia per quanto riguarda il mio ruolo di Ambasciatrice dei Borghi italiani. Come dicevo prima ci sono in campo progetti culturali che puntano sul turismo di ritorno e sulla promozione dei Borghi più belli d’Italia e li sto seguendo per quanto riguarda i due mondi: Italia e America. A gennaio 2023 a New York riceverò una nomina molto importante dalla CIM-Confederazione italiani nel mondo.

 

La Quintana a New York

Ha ancora il sogno nel cassetto di aprire una masseria?

Sì, ce l’ho ancora. Vedo che si è informata bene su di me! (ride). Per ora ho comprato una masseria in Puglia e ho iniziato a fare dei lavori di ristrutturazione, a Trani invece stiamo realizzando un hotel di lusso. Sto mettendo in atto il turismo di ritorno anche nella mia vita! Vorrei anche un agriturismo in Umbria dove fare il vino, l’olio, il miele e i prodotti naturali che a me piacciono tanto.

Non posso non chiederle di Ivana Trump: com’è nata la vostra amicizia? 

La incontrai per la prima volta a Saint Tropez. Poi la vera conoscenza avvenne durante una cena a Miami alla quale andai con mio marito Domenico Vacca. Domenico è stato il suo stilista personale per anni, ed erano legati da una grande amicizia; pensa che tutte le foto che si trovano di Ivana sul web sono quelle in cui indossa i tailleur coloratissimi di Domenico. Teneva molto a farmi conoscere Ivana perché voleva in qualche modo la sua approvazione. Da quel momento abbiamo iniziato a frequentarci.

Cosa ha rappresentato per lei?

Per me Ivana è stata veramente tanto importante. Era una fonte d’ispirazione e di grande motivazione. La guardavo e pensavo: «Voglio essere come lei». È stata la mia mamma americana nei momenti di solitudine e quando ancora non conoscevo nessuno a New York, lei c’era sempre. Non era solo una donna bellissima, ma anche una donna rigorosa, intelligente, una businesswoman, una campionessa di sci; ha scritto tre libri, aveva una sua linea di moda e degli alberghi col marito Donald Trump. Una vera icona degli anni 80.

Cosa facevate insieme?

Pranzavamo insieme almeno una volta alla settimana da Cipriani, il ristorante vicino a Central Park. Ci incontravamo a casa sua, facevamo una passeggiata e andavamo a pranzo insieme e poi la riaccompagnavo. Questa era la nostra routine. Stavamo ore e ore a parlare, io spesso prendevo appunti, ho un diario dove conservo tutti i suoi consigli e le sue frasi. Quando penso a lei mi si scatena un turbinio di emozioni, giusto qualche giorno fa mentre sistemavo la casa ho ritrovato delle foto e, sotto le note alla radio di Franck Sinatra, sono scoppiata in un pianto ininterrotto, mi fa tanto male pensare che non ci sia più, ha creato in me una rottura incredibile, mi aveva promesso tante cose, avrebbe dovuto essere presente a tanti nostri momenti belli. Ivana rimarrà sempre nel mio cuore, e se lascerò un segno nella storia di New York sarà anche grazie a lei.

«L’Umbria mi ha catturato. Qui con il panorama sulle colline, in mezzo ai miei ulivi, con questa luce e questi colori, mi sento a casa più che in qualsiasi altro posto». Questo ha detto il regista Renzo Martinelli mentre, seduti dietro a una vetrata, ci godevamo il panorama delle colline umbre sotto una pioggia battente.

Renzo Martinelli

Lui, milanese, uomo di pianura che ha girato il mondo e filmato in tanti Paesi è stato catturato dai panorami corti e ondulati e dai mille colori dell’Umbria. Dice che questo è il posto ideale per concentrarsi, scrivere una sceneggiatura e per vivere. Renzo Martinelli adesso sta scrivendo un nuovo film dal titolo L’uomo che scalava le dighe focalizzato sullo scandalo silenzioso che lo Stato ha attuato dopo il disastro del Vajont. Il film che sta preparando è il seguito di Vajont che uscì nel 2001 e portò sullo schermo l’insieme di noncuranze di comodo che causarono quel disastro: una valanga d’acqua spazzò via quattro paesi, ricoprendoli di fango e lasciando dietro di sé 2018 morti. Come se questa tragedia non bastasse, lo Stato ha lasciato che si truffassero i sopravvissuti. I fondi per la ricostruzione furono ampiamente manipolati e dirottati, lasciando i sopravvissuti qualche spicciolo ridicolo. I soldi furono impiegati altrove, sempre nel Nord-Est. Un’oscenità di cui non si è mai parlato. Martinelli invece ha avuto la voglia di portare in luce lo squallore che si cela dietro il dramma. Tutti i suoi film affrontano temi scottanti, temi che volutamente sono stati nascosti sotto una coperta di retorica e che lui ha sollevato. Film come Porzus, Ustica, Piazza delle cinque lune, Vajont e molti altri lasciano l’amaro in bocca e molte domande senza risposta.

Martinelli, regista per vocazione

Andava ancora a scuola quando ha visto il film di Truffaut, Effetto notte. Una rivelazione! Il film racconta quello che accade mentre si gira un film, con tutti i problemi che insorgono durante la lavorazione. Attori che non vogliono recitare o che fanno i capricci, problemi con i tecnici e le maestranze e gli effetti che si mettono in scena. Dirigere un film vuol dire avere polso fermo ed essere a capo di una comunità di circa 300 persone. Fu lì, seduto in una sala buia, che decise che quella sarebbe stata la sua strada.

 

Una scena del film “Vajont”

Mentre ha smesso di piovere e il panorama si è schiarito, sorseggiando una tazza di tè va avanti con il racconto del suo percorso per arrivare a essere regista. Il primo passo è stato quello di guardare i film con occhio critico e commentarli davanti al pubblico nei Cine Forum del circuito CCC di Milano. Poi ci fu l’Università e la specializzazione in cinematografia. Insomma, il ragazzo mise delle basi solide prima di iniziare. Le prime regie le fece girando documentari d’arte che piacquero alla Rai, tanto da convocarlo per affidargli la regia delle sigle introduttive degli spettacoli televisivi. Suoi sono stati i filmati dello Zecchino d’oro o di Piccoli Fans.
Lasciate le sigle televisive è la volta dei video musicali. Tutti gli artisti famosi sono passati davanti alla sua macchina da presa. Solo per citarne alcuni: Dalla, Cuccarini, Tozzi, Pino Daniele, Battiato molti altri. Poi ancora un cambio e passa dai video musicali alla pubblicità; con la Film Master si è occupato principalmente di pubblicità di whisky. Catturare l’attenzione dello spettatore in 30 secondi erano le regole ferree della pubblicità di quegli anni ed è quello che Martinelli ha fatto per 10 anni. Stare però così a lungo in mezzo ai superalcolici per un astemio è troppo, era arrivato il momento di fare il grande salto e di passare al cinema e riportare sullo schermo quello che lui desiderava comunicare al pubblico. Finito il tè e finita la pioggia era arrivato il momento di salutarci, restava un’ultima curiosità.
Volevo sapere cosa amasse particolarmente dell’Umbria e lui ha detto: «Il profumo del primo getto verde dell’olio che esce dal frantoio e poi gustarlo sulla bruschetta». Ci siamo trovati d’accordo.

«Come sempre sto lavorando alla pittura ma anche a dei progetti paralleli, forse è più esatto dire intrecciati, in cui le riflessioni sullo spazio, sul tempo, sulla natura della visione vengono assunte anche attraverso le istallazioni, la scultura, la scrittura».

Fog olio e bitume su tela

Danilo Fiorucci è nato a Perugia dove vive e lavora. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia con i docenti Nuvolo, Antonio Gatto, Bruno Corà e Aldo Iori. Nel 1989 ha fondato l’Associazione Arti Visive Trebisonda insieme a Moreno Barboni, Lucilla Ragni e Robert Lang. Intraprende poi un’intensa attività espositiva e organizzativa con mostre in Italia, Germania, Stati Uniti e Israele tra cui ricordiamo: Premio del Golfo 2006 Biennale Europea Arti Visive Camec La Spezia; XV Quadriennale di Roma Palazzo delle Esposizioni; Stemperando Biennale di pittura su carta Biblioteca Nazionale di Roma e Padiglione Italia Biennale di Venezia, Sala Nervi, Torino. Oggi collabora alla realizzazione di numerose esposizioni curate dall’Associazione Trebisonda presso l’omonimo centro per l’arte contemporanea.

I suoi dipinti sono evanescenti ed eterei, dalle pennellate fluide e veloci. Qual è stata la spinta che l’ha avvicinata al mondo dell’arte?

È difficile rintracciare un momento preciso. Non c’è dubbio che la mia infanzia – e credo valga per tutti – era pervasa da questa capacità di costruire mondi, attribuire alle cose una propria vita, una inesauribile spinta generatrice; poi c’è stato l’incontro con il colore, il segno, la forma. Da questa condizione iniziale è scaturita una curiosità inesauribile nei confronti dell’arte, un assorbimento continuo d’immagini, di storia, di pensiero; successivamente la formazione e l’incontro con compagni sodali con cui scambiare e confrontarsi.

Nelle sue opere è spesso presente il colore nero, il bitume corposo degli sfondi che guida costantemente lo sguardo nella profondità, in cui la luce è la forza generatrice. Ci racconta come nascono le sue opere?

La mia pratica nella pittura, fiume sotterraneo e continuo, si muove da un’originaria necessità di evidenziare la profondità dello sguardo. I primi lavori apparentemente monocromi erano ottenuti da un susseguirsi di velature per produrre addensamenti e punti di luce; una visione in immersione, ho cercato di essere dentro la pittura e non di fronte superando il modello prospettico. Questa modalità è andata avanti per anni, lo scarto è avvenuto ribaltando il processo, partendo quindi da una oscurità abissale (progetto cosmico) per rintracciare la luce originaria. Tecnicamente il lavoro procede sempre per velature e sovrapposizioni che producono non solo spazio ma temporalità.

 

Lo spazio assente

Se posso chiederlo, a cosa sta lavorando in questo periodo?

Come sempre sto lavorando alla pittura ma anche a dei progetti paralleli, forse è più esatto dire intrecciati, in cui le riflessioni sullo spazio, sul tempo, sulla natura della visione vengono assunte anche attraverso le istallazioni, la scultura, la scrittura. Sto sviluppando per esempio un progetto, Lo Spazio assente, che ragiona sul vuoto, sulla centralità di questa tematica nell’arte contemporanea. Credo di aver aperto il vaso di Pandora tali e tante sono le direzioni percorribili…

Vorrei concludere chiedendole di lasciarci con una parola su cui meditare, che per lei rappresenti il connubio tra la sua arte e l’Umbria.

Se tra queste colline intermedie tra Toscana, Umbria e Marche è nato il Rinascimento credo che la parola giusta sia armonia.

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