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La giovane è partita dall’Umbria Dance School di Marsciano e, per tre anni, studierà in Germania le diverse discipline della danza.

È trascorso un mese da quando Irene Lanzanò (22 anni), ha lasciato Marsciano per trasferirsi ad Amburgo nella prestigiosa CDSH – Contemporary Dance School.

Irene Lanzanò, 22 anni

Qui, per tre anni, studierà danza e diverse discipline che la porteranno a raggiungere una formazione completa per inseguire il suo sogno di ballerina: «Mi piacerebbe continuare questo lavoro in qualche compagnia di danza e se dovessi puntare al massimo, penso alla Nederlands Dans Theater. Tutto sta andando bene, le lezioni sono interessanti: sto provando nuove tecniche di danza contemporanea, sto approfondendo il floorwork (n.d.r. si tratta di movimenti eseguiti sul pavimento) e tante altre discipline così da avere una formazione il più completa possibile» racconta la giovane ballerina.

Irene ha iniziato a prendere lezioni di danza classica quando aveva solo 3 anni, dopo aver assistito ai saggi della sorella maggiore; poi, a 11 è approdata all’Umbria Dance School di Marsciano. «Volevo approcciarmi a nuovi stili: se la danza classica ha sempre fatto parte della mia vita, la danza contemporanea e l’hip hop mi hanno conquistata piano piano col tempo. A queste si è aggiunta anche la danza modern jazz» prosegue Irene.

Umbria Dance School è nata nel 2011 a Marsciano (da quest’anno una sede è stata aperta anche a Perugia) dall’idea di Barbara Formica, per creare un luogo di crescita per bambini e giovani ragazzi con l’obiettivo di educarli all’arte della danza, in un percorso che premia la qualità e la professionalità. Un luogo a 360 gradi per la preparazione artistica, fin dai primi passi.

 

Irene Lanzanò

 

Proprio la direttrice Barbara, due anni fa, ha incoraggiato Irene a sostenere un’audizione per un corso di alta formazione a Reggio Emilia: «Sono stata presa e da lì ho capito che era la strada che volevo proseguire per diventare una ballerina. Lo scorso anno sono entrata all’A.E.D. Associazione Europea Danza di Livorno, dove ho avuto la possibilità di fare il provino per l’Accademia di Amburgo. Per preparare l’esibizione di presentazione ho lavorato per un mese intero: il provino avviene tramite un video da inviare, per questo tutto deve essere perfetto, perché, se in un’esibizione dal vivo le imprecisioni possono sfuggire, un video può essere rivisto più volte, quindi non ci devono essere sbavature. A metà di luglio poi mi è arrivata l’email con la mia ammissione. E ora eccomi qui, entusiasta di questa nuova esperienza, ma con un po’ di nostalgia per la vita tranquilla di Marsciano. In accademia è tutto più frenetico.» conclude la giovane. Irene non è la sola ballerina che dalla scuola umbra è partita per studiare in accademie prestigiose. Due anni fa Gianmaria Angeloni è stato preso all’Opera di Roma, dove tuttora studia.

La giovanissima perugina è stata ammessa alla prestigiosa scuola di danza dove, dal 4 settembre, inizierà le lezioni.

Sta prendendo lezioni di francese e si prepara a partire con la sua bambola preferita, La Cocca (così la chiama), dalla quale non si separa mai. Perché, Giorgia Aquilanti, 11 anni, da Perugia andrà a Parigi per frequentare la prestigiosa Scuola di danza dell’Opéra.
Forse è la prima umbra, forse la prima perugina: poco importa. Quello che importa è che il 4 settembre, in punta di piedi, inizierà i corsi e porterà l’Umbria tra le mura della più antica scuola di danza del mondo, fondata nel 1713 da Luigi XIV (il Re Sole, per intenderci) e che è un vero trampolino di lancio per le future étoiles.

Giorgia Aquilanti

Giorgia balla da quando ha 3 anni (due lezioni al giorno, dal lunedì al venerdì) nella scuola Studio Danza Arabesque della mamma Daria Ermakova, già ballerina del teatro Bolshoi di Mosca. Un bel pedigree, non c’è che dire!
Con l’aiuto del papà Maurizio ci siamo fatti raccontare come si arriva – anche solo – a essere presi in considerazione dall’Opéra di Parigi. Figuriamoci a farsi ammettere.
«A maggio Giorgia ha partecipato al Teatro Morlacchi di Perugia al concorso Italian Dance Award, lì è stata notata e segnalata alla direttrice dell’Opéra, Élisabeth Platel. Alla fine di quel mese l’hanno chiamata per sostenere un’audizione in presenza a Parigi, e a giugno è arrivata la conferma dell’ammissione nella sesta divisione – le divisioni sono otto – quindi in sei anni dovrebbe riuscire a diplomarsi. Il provino è stato una vera e propria lezione di danza, in cui hanno valutato le sue doti tecniche e fisiche (peso, altezza e corporatura). Anche l’età è rilevante: più si è piccoli, meglio è; prediligono infatti insegnare ad alunni ancora non pienamente formati artisticamente. Inoltre, a parità di candidati la precedenza viene data a ballerini francesi – ad oggi nella scuola, oltre a Giorgia, ci sono solo altri due italiani. Per questo siamo ancora più orgogliosi della sua ammissione» racconta il papà.

 

 

Giorgia ha confessato candidamente di non essere stata più di tanto emozionata durante l’audizione – dopotutto ha già partecipato in passato a stage e concorsi di livello – e d’ispirarsi a Nina Kaptsova, prima ballerina del Teatro Bolshoi. Le sue idee sono sicuramente chiare.
Nell’accademia frequenterà la scuola paritaria la mattina, mentre il pomeriggio sarà dedicato alle lezioni di danza. Tutto avverrà all’interno del campus. «È una prova molto importante per lei, si dovrà integrare con le compagne che non parlano nemmeno italiano. Vediamo come andrà, nella peggiore delle ipotesi si torna indietro; però non si può dire di no a un’occasione del genere senza nemmeno provare» conclude Maurizio.

ANGSA è l’Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici che, dal 1985, difende i diritti delle persone con autismo e delle loro famiglie.

Costituita inizialmente da genitori, familiari, tutori e persone nello spettro autistico è un’Associazione di Promozione Sociale e un’Organizzazione non lucrativa di utilità sociale. ANGSA ha anche una sede in Umbria, in Piazza Mazzini a Bastia Umbria. Ce ne parla la dottoressa Eleonora Spalloni, responsabile regionale per la raccolta fondi, che mi spiega anche l’evoluzione ventennale di quella che prima era un’associazione di genitori e ora conta più di trenta dipendenti.
«In realtà dagli anni Ottanta le cose sono un po’ cambiate: per fare un esempio, anche il termine soggetti è stato superato in favore della parola persone, che è più rispettoso» ci tiene subito a sottolineare.

 

Dottoressa Paola Carnevali Valentini

 

L’associazione nazionale si suddivide in settori regionali o provinciali. In Umbria, ANGSA esiste da circa vent’anni ed è da allora che la dottoressa Paola Carnevali Valentini la guida, portando avanti attività di formazione, di sensibilizzazione e di informazione sul territorio attraverso seminari, convegni, interventi nelle scuole e sensibilizzazione delle famiglie attraverso i pediatri.

«In questo modo andiamo ad abbracciare anche i primi anni di vita del bambino, quando l’autismo si manifesta. L’individuazione del disturbo pregiudica infatti la presa in carico e poi lo sviluppo del bambino stesso: è diverso iniziare un percorso a 18-20 mesi o oltre i due anni di età. Nel primo caso, infatti, si prende in carico il bambino nella fase dello sviluppo, quando cominciano a manifestarsi tutti quegli aspetti che, nel caso dell’autismo, risultano compromessi: la socialità, la comunicazione, il comportamento. Nei bambini autistici, la quasi impossibilità a comunicare sfocia in manifestazioni comportamentali che possono essere autolesive, eterolesive o non adatte al contesto» spiega E.S. «Bisogna comprendere che ancora sappiamo davvero poco dell’autismo, specie sulle cause scatenanti. Non si sa se sia un problema genetico. In ogni caso, quando la famiglia riceve la diagnosi, spesso si ritrova in un’impasse emotiva. È qui che entra in gioco la rete di supporto ANGSA, strutturata in centri di servizio che, al momento, si occupano di circa 80 famiglie e non solo umbre.» continua.

 

L’interno della struttura

I progetti dedicati agli adulti: le due anime de La Semente

Una volta però termina la scuola dell’obbligo, insorgono nuove difficoltà, una delle quali è legata alla gestione della quotidianità. Proprio per aiutare i ragazzi a trovare il proprio posto nel mondo, favorendo l’integrazione e la socializzazione, nonché per garantirne l’occupazione, nel 2011 è nata La Semente, che consta di due anime. La prima è il centro diurno, una struttura socio-sanitaria accreditata al SSN che, al momento, ospita 17 ragazzi. In questo vecchio essiccatoio a Limiti di Spello (PG), ristrutturato con fedeltà storica e autosufficiente dal punto di vista energetico, i ragazzi vengono preparati al mondo del lavoro attraverso un ventaglio di attività che vanno dalla creazione della carta alla ginnastica, dalla musica alla ceramica. Vengono loro assegnati dei compiti più o meno semplici, attraverso un’agenda coloratissima e, in alcuni casi, persino illustrata. Vengono abituati a muoversi in ambienti che simulano un ufficio o una stanza privata, in cui dedicarsi alla lettura in solitudine: si tratta di ambienti creati e arredati con materiali insonorizzanti, in modo che i ragazzi non possano sentirsi infastiditi da echi o rumori indesiderati. Certo che la campagna spellana in cui si trova il complesso, alle pendici di quel Monte Subasio che regala panorami indimenticabili, sicuramente contribuisce a creare un locus amoenus in cui coltivare progetti e… intenti, così come dichiara lo slogan de La Semente.
La seconda anima è proprio quella commerciale, legata alla cooperativa agricola votata al turismo sociale, alla produzione e alla vendita. Il progetto abbraccia infatti l’ospitalità – con la struttura ricettiva affacciata sul Monte Subasio – la produzione di conserve biologiche, la creazione di regalie aziendali e l’attività di catering per gli eventi mensili.
«La cooperativa è proprio figlia di ANGSA e ciò è evidente nella sua gestione, nel suo statuto e nel suo CDA. Finora abbiamo avuto 4 inserimenti lavorativi, sia come utenti sia come soci lavoratori della cooperativa» dichiara E.S.

 

Tra i progetti, anche il Centro Up!

Tra i progetti di ANGSA Umbria si annovera anche il Centro UP di Assisi, un centro socio-educativo per minori attivo dal lunedì al sabato, che si occupa del supporto scolastico e di attività socio-educative dedicate a minori con autismo. L’intervento, all’interno del Centro, prevede l’impiego di tecniche cognitivo-comportamentali che si rifanno ai principi dell’ABA e del metodo Denver. Gli educatori del Centro svolgono le loro sessioni principalmente all’interno del centro, ma la presa in carico del minore è globale. Sono pertanto previsti anche interventi scolastici e assistenza domiciliare. In particolare, vengono offerti:

  • intervento precoce mediato dai genitori e dagli insegnanti;
  • intervento cognitivo comportamentale presso il Centro Up;
  • intervento di supporto in ambito scolastico;
  • intervento mediato dai pari in scuole medie inferiori e superiori;
  • lavoro di gruppo per implementazione di abilità sociali;
  • parent training.

A sostegno delle attività

Si può sostenere ANGSA Umbria attraverso donazioni come il 5×1000, l’erogazione liberale classica (con bonifico) o partecipando alle iniziative che vengono organizzate periodicamente. Si possono anche sostenere le attività de la Cooperativa La Semente attraverso l’acquisto dei prodotti della cooperativa o alloggiando presso la struttura ricettiva.

 


www.angsaumbria.org

www.lasemente.it

Da novembre 2022 il museo è passato sotto la Direzione Regionale musei dell’Umbria e il mese scorso ha riaperto al pubblico.

Un viaggio nel Pleistocene Inferiore (circa 1,5 milioni di anni fa) è quello che aspetta il visitatore del Museo Paleontologico Luigi Boldrini di Pietrafitta, riaperto al pubblico e passato sotto la gestione della Direzione Regionale musei dell’Umbria.
Un luogo, senza dubbio, tra i più significativi, non solo del territorio ma d’Europa, sia per l’abbondanza dei fossili rinvenuti, sia per il loro valore scientifico, riconosciuto a livello internazionale. La collezione – rinvenuta nel bacino di Tavernelle-Pietrafitta inizialmente dallo stesso Luigi Boldrini, assistente di miniera e dipendente Enel, e poi dei ricercatori dell’Università di Perugia – offre migliaia di resti fossili di piante (36 specie identificate mediante frutti e semi, 11 specie mediante pollini), molluschi d’acqua dolce (5 specie), insetti (almeno 6 ordini) e soprattutto vertebrati (ben 40 specie tra pesci dulciacquicoli, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi). Sono proprio questi ultimi a rendere unica la fauna di Pietrafitta.

 

Mammut. Foto di Philms

Gli ospiti del museo

Il mammut è sicuramente la maggiore attrazione, ma spettacolari sono anche gli scheletri del rinoceronte Stephanorhinus etruscus e i resti di cavallo. Ricca e variegata la collezione di artiodattili, con almeno due specie di cervi (tra cui la forma gigante Praemegaceros obscurus) e con una delle testimonianze più antiche d’Europa per il gruppo dei bisonti, rappresentati dalla specie arcaica Eobison degiulii; degna di nota la presenza di un primate, la bertuccia Macaca sylvanus, e del castoro Castor fiber, entrambi presenti con i resti tra i più ricchi d’Europa.
Non mancano i carnivori, che compaiono con un ghepardo gigante (Acinonyx pardinensis), un orso di medio-piccola taglia (Ursus etruscus) e un mustelide semiacquatico (Pannonictis nesti). Gli uccelli – generalmente rari nei fossili – sono invece abbondanti con circa 200 ritrovamenti scheletrici identificati: la maggior parte è riferibile a specie acquatiche o semiacquatiche simili a quelle oggi presenti nell’area mediterranea.
«I vertebrati a sangue freddo sono stati oggetto recentemente di studi approfonditi. Tra i ritrovamenti di maggior interesse, ancora sotto la lente della squadra guidata dal professor Marco Cherin con il professor Roberto Rettori, entrambi del dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università degli Studi di Perugia, c’è una rana gigante del genere Latonia, che si credeva estinta milioni di anni prima. Sono anche in programma approfondimenti e studi che porteranno diverse novità e nuovi allestimenti» spiega Tiziana Caponi, direttrice del Museo paleontologico.

 

Rinoceronte Stephanorhinus. Foto by Philms

Un nuovo corso

«Da novembre 2022 il museo è passato sotto la Direzione Regionale musei dell’Umbria e il mese scorso ha riaperto al pubblico. Siamo ancora in una fase di assestamento e di rodaggio con il nuovo personale e la nuova organizzazione. Sperimentiamo e impariamo a conoscere la struttura, ma soprattutto aspettiamo di vedere qual è la risposta dei visitatori. Per ora è possibile visitarci tre volte a settimana (martedì, giovedì e domenica), ma l’obiettivo è quello di ampliare: il museo finora non aveva un’apertura continuativa, anche questa è una novità da gestire» prosegue la direttrice.
Il nuovo percorso della struttura apre anche a importanti collaborazioni con le realtà del territorio, tra cui Enel, che ha realizzato un impianto fotovoltaico da 32 kW sulla copertura dell’edificio per favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili, la sostenibilità e ridurre i consumi energetici del museo, con benefici economici e ambientali. Insomma, la Preistoria che guarda al futuro!
«La collaborazione con Enel si sviluppa anche con la possibilità di ammirare nella vicina centrale elettrica le macchine scavatrici – di loro proprietà – che hanno permesso il recupero di questi fossili» conclude la dottoressa Tiziana Caponi.
Un tuffo nel passato, in un luogo che era fondamentale recuperare non solo per l’Umbria, ma per tutto il patrimonio paleontologico europeo.

 

Foto by Philms

 


Per saperne di più

«Nei nostri territori c’è stato un profondo cambiamento generazionale, sociale e anche politico. Sono cambiati i protagonisti della vita pubblica ed è mutato l’orizzonte culturale; tuttavia è rimasto intatto il cuore verde e spirituale di questa regione».

Cardinale Gualtiero Bassetti

Il cardinale Gualtiero Bassetti è andato in pensione la scorsa primavera, ma è rimasto arcivescovo emerito della sede metropolitana di Perugia – Città della Pieve, che ha guidato dal 2009 al 2022. Nato in Toscana ma umbro d’adozione, dal 2017 al 2022 è stato anche presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Abbiamo avuto la possibilità di fargli alcune domande su Perugia e sull’Umbria, ma anche sulla situazione mondiale e su aspetti della sua vita privata come il recente pensionamento: «Farò il sacerdote a tempo pieno, con la stessa passione di prima ma con minori impegni. Se ce ne sarà l’opportunità, darò il mio contributo per valorizzare il patrimonio culturale e religioso del territorio».

 

Eminenza, come sono cambiate Perugia e l’Umbria in questi tredici anni in cui è stato vescovo dell’arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve?

In tredici anni sono cambiate molte cose sia a Perugia sia in Umbria. Del resto è profondamente mutata la società nella sua interezza. Il passaggio d’epoca a cui ha fatto spesso riferimento Papa Francesco è una questione reale, concreta e visibile. Nei nostri territori c’è stato un profondo cambiamento generazionale, sociale e anche politico. Sono cambiati i protagonisti della vita pubblica ed è mutato l’orizzonte culturale, tuttavia è rimasto intatto il cuore verde e spirituale di questa regione: i paesaggi e i borghi sono rimasti gli stessi, non hanno perso le loro peculiarità storiche e sono indubbiamente tra i più belli d’Italia; i luoghi sacri più famosi, ma anche quelli meno noti, continuano inoltre a essere frequentati, non solo dal turismo religioso, ma da molti fedeli che si abbeverano alla sorgente della fede che qui in Umbria sgorga ormai incessantemente da secoli.

È diventato cittadino onorario di Perugia: si sente ora un po’ perugino? Le ha fatto piacere questo riconoscimento?

Mi ha fatto molto piacere questo riconoscimento perché significa che forse ho lasciato non solo qualcosa di buono, ma anche qualcosa di mio in questa città. Le parole delle autorità civili, a partire da quelle del sindaco, mi hanno veramente commosso e fatto sentire parte di una storia cittadina antica e prestigiosa. È proprio vero, come diceva La Pira, che le città hanno un’anima. E adesso anch’io mi sento compartecipe di quest’anima.

C’è qualcosa che vorrebbe dire ai perugini che ancora non ha detto loro o che non “poteva” dire per il ruolo che ricopriva?

Non ho nascosto assolutamente nulla al mio popolo. Piuttosto, ai perugini vorrei aggiungere: siate sempre voi stessi coltivando con premura e amore la nostra città. Siate accoglienti perché ogni giorno che passa crescono nelle persone le lacrime da asciugare e le piaghe da fasciare. I primi difensori della città sono infatti gli stessi abitanti che la vivono quotidianamente investendo energie, risorse e idee. In questi anni ho visto alcuni borghi della città risorgere in modo eccezionale. Questa mi sembra la strada per il presente e per il futuro.

Stiamo vivendo, e abbiamo vissuto, anni molto difficili: pandemia, guerra e ora l’ombra della carestia. Il ruolo della Chiesa e i numerosi appelli del Papa quanto sono importanti? Si potrebbe fare qualcosa di più? 

Il Papa e tutta la Chiesa si stanno impegnando alacremente per far cessare il terribile conflitto in Ucraina, cercando di dar vita a un negoziato, portando aiuti materiali dove è necessario e assistendo migliaia di rifugiati. Parlo della guerra in Ucraina perché è quella più vicina a noi, ma la Chiesa cattolica è presente, non da ora, in tutte le zone di crisi del mondo. Lo stesso impegno è stato profuso inoltre durante la pandemia, cercando di aiutare in ogni circostanza gli ammalati, le persone sole, le famiglie e gli anziani. Tutti i canali a nostra disposizione – diplomatici, sociali e spirituali – sono sempre aperti per prendersi cura dell’uomo ferito. Tuttavia, da sempre, lo sforzo più importante della Chiesa non è propriamente visibile ma è sicuramente quotidiano, costante e incessante: ed è la preghiera. D’altronde come diceva La Pira, la preghiera è la forza motrice della storia.

Ha vissuto la pericolosità del Covid in prima persona: un po’ questa esperienza l’ha cambiato?

È stata un’esperienza, al tempo stesso, durissima e preziosissima. Sono stato a un passo dalla morte e ho sentito la vita che mi stava abbandonando. In quei momenti ho sperimentato l’abbandono nelle braccia di Dio. Un abbandono totale e pieno di speranza. Sul letto della terapia intensiva inoltre ho sperimentato la sofferenza della malattia ma anche l’amore dei medici e degli infermieri che si sono presi cura di me. Sono stati per me una sorta di angeli in camice bianco che vivevano il loro lavoro come una missione. Li porterò sempre nel mio cuore. E condividere le sofferenze del Covid nell’Ospedale della Misericordia, accanto alla mia gente, è stata per me una grazia di Dio.

 

Il Cardinale con i bambini di una scuola perugina

Nella sua nuova residenza nel palazzo vescovile di Città della Pieve porterà la sua grande biblioteca: c’è un volume al quale è più affezionato?

Ci sono molti volumi a cui sono legato, a partire da quelli della mia formazione. Penso per esempio ai libri di Maritain e Mounier, molti dei quali in lingua francese, che hanno caratterizzato la mia gioventù. Ai tantissimi libri di e su Giorgio La Pira, da cui ho spesso tratto ispirazione e che ho citato molte volte nei miei interventi pubblici. Oppure a quelli di don Mazzolari e di don Milani. Inoltre sono anni che sul mio tavolo ci sono diverse edizioni della Divina Commedia, mi esercito nell’imparare a memoria le terzine più significative. Ci sono però anche alcuni volumi più personali che contengono una dedica e che mi ricordano una parte importante della mia vita. Penso per esempio al libro di Giuliano Agresti, Vita nuova di San Francesco del 1978. Un libro bellissimo di una persona che, non solo è stata Rettore del Seminario di Firenze e poi vescovo di Spoleto, Norcia e Lucca, ma anche segnato la mia vita come uomo e come sacerdote.

In molti se lo chiederanno: cosa fa un cardinale in pensione?

Farò il sacerdote a tempo pieno, con la stessa passione di prima ma con minor impegni. Laddove ci sarà bisogno del mio aiuto, compatibilmente con la mia salute, io ci sarò. E magari, se ce ne sarà l’opportunità, darò il mio contributo per valorizzare il patrimonio culturale e religioso del territorio.

A Città della Pieve è di casa anche il premier Mario Draghi, magari vi incontrerete per la città…

E sarà l’occasione per confrontarci su tanti problemi vitali…

«Vivere a Deruta significa vivere in Umbria e a essere altrettanto importante per me è l’eredità artistica che ci hanno lasciato Perugino, Alberto Burri e Leoncillo Leonardi».

Nato a Terni e cresciuto a Deruta, Attilio Quintili si forma come artigiano ceramista, ma fin da subito orienta la sua ricerca artistica verso un linguaggio contemporaneo. Ciò che lo affascina è la materia e le reazioni che si possono generare dall’incontro con altre forze; in particolare, dal 2012 l’artista inizia ad applicare cariche esplosive nel blocco di argilla, rileggendo in maniera fortemente personale la ricerca dell’informale verso nuovi modi di trattare la materia. Anche se studia la precisa collocazione delle cariche per orientarne l’esplosione, l’argilla si squarcia e si plasma con risultati imprevedibili: il risultato finale è una scultura complessa che si presenta come un’analisi allo stesso tempo sul pieno e sul vuoto, sul frammento e l’assenza, spingendo la conversazione su un piano più concettuale.

 

 

Lei è umbro di nascita. Si forma a Deruta come artigiano e ceramista e poi orienta la sua ricerca artistica verso il linguaggio contemporaneo. Quanto è stata importante per la sua formazione la città di Deruta, da secoli impregnata di arte?

Sono nato a Terni, mi sono trasferito pochi anni dopo a Deruta, ho imparato l’arte della ceramica nella fabbrica di mia madre, che proviene da una famiglia derutese di lunga tradizione ceramica. Mi sono specializzato nella tecnica del Lustro che ho lasciato – anche se non definitivamente – nel 2012 per intraprendere un personale percorso artistico. Per rispondere alla domanda: Deruta con la sua storia e la sua tradizione mi hanno influenzato molto. Vivere qui però significa anche vivere in Umbria e a essere altrettanto importante per me è l’eredità artistica che ci hanno lasciato Perugino, Alberto Burri e Leoncillo Leonardi. Credo comunque che nel mio percorso artistico l’influenza maggiore sia arrivata dalla grande spiritualità che l’Umbria e suoi santi emanano.

Le sue opere ceramiche spesso si aprono dall’interno: è la materia che accetta lo squarcio. Fontana spesso dichiarava “la mia arte è portata sulla filosofia del niente, che non è un niente di distruzione, ma un niente di costruzione”. Anche lei, tramite la materia “costruisce” nuovi possibili spazi? Ci racconta come “costruisce” le sue opere?

Le mie sculture prendono forma attraverso un’esplosione: è la deflagrazione a disegnare la forma. In nessun modo vengono toccate dalle mie mani, il risultato è una forma che la mente non può nemmeno immaginare. Ogni scultura è una nascita – o meglio una rinascita – dando vita a un nuovo ciclo vitale. L’apporto e la volontà dell’artista, e prima ancora dell’uomo, è insignificante nel mio lavoro. La forma che si genera nelle sculture rimanda direttamente a una nuova vita senza alcun legame apparente con la precedente. L’assenza di una forma riconosciuta predispone il fruitore ad abbandonare le certezze apparenti della mente in favore delle apparenti incertezze di altri livelli di percezione, che possono coincidere con il niente che però, per rispondere alla sua domanda, non prevede né costruzione né distruzione.

 

 

Attraverso la lavorazione della ceramica e attraverso l’utilizzo del lustro, nel tempo le sue opere sono state realizzate con tecniche non ceramiche, perfettamente espressive del suo pensiero. Inoltre, nelle sue opere è forte il connubio tra spiritualità e materia. Da dove trae ispirazione per la loro realizzazione?

La ceramica è una tecnica che utilizzo perché funzionale al mio percorso artistico. Trovo la ceramica, con le sue implicazioni, perfettamente significativa a esprimere la relazione, che è l’obiettivo della mia ricerca, fra spiritualità e materia. Il percorso di conoscenza, in vita, è una costante mediazione fra gli opposti e di conseguenza un lavoro costante fra la spiritualizzazione della materia e la materializzazione dello spirito.

Vorrei concludere chiedendole di lasciarci con una parola su cui meditare, che per lei rappresenti il connubio tra la sua arte e l’Umbria.

Il silenzio.

«La pellicola ci presenta un territorio – quello dell’Alta Umbria – in un prossimo futuro dalle vesti post-apocalittiche, quindi gli scenari che vedremo saranno stravolti dalla realtà e condurranno lo spettatore alla scoperta di location conosciute, ma viste sotto una luce diversa, creando una distopia interessante».

“Alla ricerca di Rose” backstage

Potremmo già considerarlo un Guinness World Record il film Alla ricerca di Rose scritto e diretto dai due registi umbri Lorenzo Lombardi e Nicola Santi Amantini e prodotto dalla Whiterose Pictures nell’ambito del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola promosso da MiC e Ministero dell’Istruzione.
I protagonisti sono oltre 60 bambini under 10 e solo un adulto: l’attrice Valentina Lodovini. Il film – interamente girato in Umbria e che ha coinvolto le scuole del territorio, precisamente quelle del Comune di San Giustino (PG) sotto la Direzione Didattica Statale F.T. Bufalini – gioca su un mondo senza adulti composto da soli bambini e sul rispetto verso l’ambiente e la natura.
Alla ricerca di Rose narra di un ipotetico futuro prossimo (il 2029), dove un gruppo di bambini, dopo un evento misterioso, si ritrova a fare i conti con un mondo senza adulti, elettricità e tecnologia, e parte alla ricerca di colei che sembra essere l’unica donna rimasta in vita: Rose. I protagonisti della storia intraprenderanno un viaggio alla scoperta di loro stessi, di una natura incontaminata e alla ricerca di una figura materna. Il regista Lorenzo Lombardi ci svela il dietro le quinte e soprattutto com’è andata l’esperienza di dirigere un cast composto da piccoli attori emergenti.

Dirigere dei bambini è più o meno difficile rispetto agli adulti?

È una situazione completamente diversa. Veniamo da numerosi cortometraggi realizzati con bambini, ma questa è la prima volta che ci cimentiamo in un film vero e proprio con un cast completamente composto da bambini di 9 anni. È sicuramente molto più difficile, anche considerando il fatto che non sono dei veri attori e hanno un’esperienza della vita piuttosto breve. D’altro canto devo riconoscere che la loro spensieratezza, il loro mettersi in gioco completamente e l’impegno che hanno apportato durante le riprese sono stati impareggiabili. Si sono fidati delle nostre indicazioni, affidandosi completamente. Molti di loro si sono ritrovati in situazioni estranianti, come l’essere a capo di una spedizione o addirittura di una comunità. Hanno sperimentato esperienze nuove, che magari non avrebbero avuto modo di fare e in alcuni casi, la forza di volontà gli ha fatto superare anche alcune paure. Ad esempio, le vertigini quando hanno attraversato un vecchio ponte ferroviario a picco sul fiume, o imparato ad andare in bicicletta (per alcuni era la prima volta) durante le scene di raccordo fra una location e l’altra.

 

Backstage del film

Sono più disciplinati?

Sono stati molto ubbidienti, anche quando hanno dovuto recitare per numerose ore al giorno, magari in condizioni climatiche fredde, sempre cercando di rimanere sul pezzo per non perdere la concentrazione a ritmi di vere star.

Il film è anche un manifesto per l’Umbria?

Il film vuole essere anche questo: far conoscere i nostri paesaggi naturalisti, anche quelli meno battuti. Scenari che secondo noi sono affascinanti e perfetti per un film. Abbiamo girato anche un’intera sequenza di scene all’interno di Castello Bufalini di San Giustino e lo abbiamo scenografato in una chiave più unica che rara, perché nel film è il quartier generale di una banda di bambini detti Gli Orfani.

In che modo la racconta?

La pellicola ci presenta un territorio – in particolar modo quello dell’Alta Umbria – in un prossimo futuro dalle vesti post-apocalittiche, quindi gli scenari che vedremo saranno stravolti dalla realtà e condurranno lo spettatore alla scoperta di location conosciute, ma viste sotto una luce diversa creando una distopia interessante.

I bambini hanno partecipato anche alla stesura della sceneggiatura?

Con i bambini abbiamo realizzato lezioni teoriche e pratiche in classe, perché il progetto era volto anche all’insegnamento e alla conoscenza del cinema. Grazie a questo hanno scoperto cosa c’è dietro la realizzazione di un film, attraverso analisi di lungometraggi, backstage, lo studio della grammatica delle inquadrature e dei movimenti di camera, per poi arrivare anche ai casting. Tutto ciò li ha resi attori consapevoli sul set. Per quanto riguarda la sceneggiatura era impensabile realizzarla totalmente con loro, ma tramite laboratori creativi hanno dato gli incipit per il concept del film: un mondo senza adulti e perché? Sono quindi gli autori dell’idea che poi è stata, da me e N. Santi Amantini, elaborata in una vera e propria sceneggiatura, la cui stesura ha richiesto più di 2 mesi.

“Alla ricerca di Rose” richiama un po’ “Alla ricerca di Nemo”: c’è qualche legame o è solo coincidenza?

Il titolo del film prende senz’altro spunto da titoli blasonati come appunto Alla ricerca di Nemo o La ricerca della felicità o Alla fine arriva Polly, ma solo ed esclusivamente come sonorità e gioco di parole. La storia narrata in Alla ricerca di Rose è totalmente diversa da questi film, sia per contenuti sia per genere.

 

Il regista Lorenzo Lombardi con Valentina Lodovini

La presenza di Valentina Lodovini è sicuramente la ciliegina sulla torta…

La presenza di Valentina Lodovini è la torta! A parte gli scherzi… È stata una sorpresa inaspettata. Perché proprio il primo giorno di riprese ho avuto modo di parlare con lei e spiegarle il nostro progetto. Per noi sarebbe stato un sogno poterle regalare il ruolo di Rose. Sarà stata l’enfasi dell’inizio riprese o il fatto che alle volte i sogni si avverano, ma la storia le è piaciuta molto, e i temi toccati dal film li ha sentiti sin da subito molto vicini. Ha quindi accettato di partecipare e la torta è diventata così di sicuro molto più bella e buona!

C’è già una data d’uscita?

In questo momento siamo ancora in fase di post-produzione e non abbiamo una data confermata per l’anteprima del film. Stiamo lavorando sodo, ma non avverrà prima di ottobre/novembre 2023.

«In Umbria ci sono 26.000 persone che ricevono il nostro cibo e rappresentano il 2,5% della popolazione regionale; un numero in aumento – nel 2019 erano 20.000 – ma in linea con i dati nazionali».

Massimiliano Avogadri, da settembre 2022 è il direttore della sezione umbra del Banco Alimentare. In Italia ci sono 22 sedi regionali che sono nate nel corso degli anni a partire dal 1989, anno della costituzione della Fondazione Banco Alimentare nel nostro Paese. In Umbria la filiale è stata creata nel 1996.

Massimiliano Avogadri

La mission della Fondazione Banco Alimentare e di tutte le Food Bank in Europa è quella di contribuire ad attenuare il problema della fame, dell’emarginazione e della povertà, promuovendo la lotta allo spreco alimentare, in collaborazione con le istituzioni nazionali ed europee. Per raggiungere l’obiettivo coordina le donazioni e contribuisce al recupero delle eccedenze della filiera agroalimentare verso le Organizzazioni Banco Alimentare (OBA), le quali le distribuiscono gratuitamente alle strutture caritative. Sono 1.700.000 persone in Italia (dati 2021) che hanno ricevuto il cibo tramite la rete delle 7.600 strutture convenzionate. Ma qual è la situazione in Umbria? Ne abbiamo parlato con il direttore Avogadri.

Direttore, come prima cosa, per chi non lo sapesse: che cos’è il Banco Alimentare?

È un’organizzazione non profit di secondo livello che supporta l’operato delle strutture caritative convenzionate a cui spetta il contatto diretto con le persone indigenti e che si rivolgono a loro per chiedere aiuto. Noi in pratica ci occupiamo di recuperate il cibo, portando avanti la lotta contro lo spreco alimentare e contro la povertà alimentare.

Da dove lo recuperate?

Dalla grande distribuzione organizzata, dall’industria alimentare e dalla ristorazione; cibo che altrimenti andrebbe buttato, ma che è ancora buono per essere consumato. Faccio un esempio: i prodotti che la grande distribuzione – soprattutto quelli con scadenza breve – non riesce a smaltire, vengono recuperati da noi per essere poi distribuiti fra gli enti caritatevoli della regione. In Italia, ogni anno oltre 5.300.000 tonnellate di alimenti vengono sprecati, di cui oltre 3.600.000 gli sprechi di filiera. Il recupero delle eccedenze alimentari dà ai prodotti ancora buoni un nuovo valore.

Quali sono i dati dell’Umbria?

Nel 2022 sono stati recuperati, raccolti e distribuiti oltre 1.500 tonnellate di alimenti, suddivisi per le 206 strutture caritative.

Chi si rivolge a voi?

Forniamo il cibo alla Caritas, alla Croce Rossa, alla comunità di Sant’Egidio, al Volontariato Vincenziano e a tanti altri enti caritatevoli e strutture benefiche minori, come parrocchie e monasteri. La persona singola non si rivolge a noi. Ci potremmo definire come dei grossisti.

C’è un aumento di soggetti che usufruiscono del cibo del Banco Alimentare?

In Umbria ci sono 26.000 persone che ricevono il nostro cibo e rappresentano il 2,5% della popolazione regionale; un numero in aumento – nel 2019 erano 20.000 – ma in linea con i dati nazionali. Il dato italiano si aggira intorno a 1 milione e 7 mila persone.

 

Ci sono anche semplici cittadini che vengono a portarvi il cibo?

Dei piccoli donatori ci sono, ma chiaramente sono una minoranza. Però il singolo può farlo grazie alla Giornata Nazionale della Colletta Alimentare (organizzata per la prima volta nel 1997) comprando al supermercato e donando direttamente al Banco Alimentare. Questo rappresenta il 10% delle nostre entrate. Nel 2021 sono stati quasi 5 milioni gli italiani che hanno partecipato alla Colletta e sono state raccolte 7 mila tonnellate di alimenti.

Che tipo di cibo raccogliete?

Prodotti a lunga conservazione e prodotti in scatola: olio, pasta, zucchero, pelati, legumi, carne in scatola e molto altro. Nella nostra sede in Umbria abbiamo celle frigorifere per alimenti freschi e congelati, siamo un vero e proprio magazzino alimentare ben attrezzato e in media smistiamo dalle 1.500 alle 2 mila tonnellate di cibo all’anno, per un valore di quasi 7 milioni di euro.

Quello che fate ha anche un forte impatto ambientale in positivo…

Assolutamente. Il recupero degli alimenti impedisce che questi diventino rifiuti, permettendo così un risparmio in risorse energetiche e un conseguente abbattimento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Nel 2021 le emissioni salvate ed evitate dal Banco Alimentare sono state di 97.118,7 tonnellate di CO2. Quindi, oltre a una riduzione dei costi di smaltimento, c’è anche una riduzione in termini di inquinamento.

 

I volontari all’opera

Come si diventa volontari? Lei come lo è diventato?

Di solito ci si presenta in sede spontaneamente. Così ho fatto io. Ad agosto 2021 sono tornato in Italia dopo quasi vent’anni all’estero; quando sono rientrato mi sono offerto volontario. Ho lavorato per vent’anni nel mondo del food in Cina, negli Stati Uniti e in Nord Africa, quindi conosco bene questo settore. Visto il mio curriculum mi hanno proposto di diventare direttore operativo della filiale dell’Umbria, ruolo che ricopro da settembre 2022.

Quanti sono i volontari in Umbria?

Sono circa 80 persone, a questi si aggiungono 4 dipendenti.

Portate avanti altri progetti oltre alla Colletta Alimentare?

Ci sono progetti più piccoli come il Siticibo, cioè il recupero di prodotti dai punti vendita della Grande Distribuzione Organizzata (GDO). In pratica il Banco Alimentare mette in contatto direttamente le strutture caritative e i supermercati più vicini, sviluppando la raccolta a chilometro zero: ciò consente di ridurre sensibilmente i costi. Collaboriamo anche con il tribunale per far svolgere lavori socialmente utili a persone che hanno ricevuto condanne leggere: vengono qui e prestano servizio gratuito; e grazie all’ufficio del Welfare del Comune di Perugia è possibile fare da noi anche tirocini formativi retribuiti per il reintegro lavorativo. Inoltre siamo parte della rete europea dei Banchi Alimentari (Food Banks) e per questo riceviamo prodotti anche dalla Comunità Europea. L’Europa produce cibo per essere utilizzato in caso d’emergenza o catastrofi, una parte di questo viene destinata anche ai banchi alimentari; la gestione di questi prodotti spetta a noi, tutto deve essere trasparente e tracciato, vengono verificati gli enti e l’utente finale che riceve la merce. Merce che ovviamente non è rivendibile e per questo ha un packaging particolare proprio per evitare il commercio privato.

 


Per maggiori informazioni e per sostenere il Banco Alimentare: www.bancoalimentare.it/it/umbria

«Un mio sogno è quello di partecipare alle Olimpiadi con la pole dance. Ancora non è uno sport olimpico, ma ci stiamo piano piano avvicinando».

Francesca Cesarini ha 16 anni, vive a Magione (Perugia) ed è una stella dello sport paralimpico. Ha conquistato – volteggiando con la pole dance, una performance art che di danza e ginnastica con una pertica – il primo premio al World Pole and Aerial Championship 2022 ed è anche salita sul podio più alto della federazione Posa Pole Sports & Arts World Federation.
Francy, come la chiama la mamma Valeria, è nata senza gli avambracci e una gamba e ha scelto questa disciplina un po’ per caso – forse a causa di un sogno – nemmeno lei lo sa con certezza. Quello che sa invece, è che è un animale da palcoscenico. «Me lo dicono tutti!».
Lo ha dimostrato anche durante le riprese del docufilm Come una piuma (in uscita prossimamente), per la regia di Daniele Suraci e promosso dall’associazione perugina MenteGlocale, che racconta la sua storia sportiva e personale. E in qualche modo anche durante la nostra chiacchierata dove, senza nessun tipo di timidezza adolescenziale, ha risposto alle mie domande con molta schiettezza. Oltreché in palestra si allena con il palo piantato in salotto e questo la fa sentire libera. «Quando volteggio posso essere chi voglio!».

 

L’atleta Francesca Cesarini

Francesca, come mai a 11 anni hai scelto questa disciplina?

Non mi ricordo di preciso. Ricordo solamente che un giorno sono andata dalla mamma e le ho detto: «Mamma, voglio fare la pole dance». Forse l’ho visto sui social, forse me lo sono sognato, però sta di fatto che da quel giorno – dopo aver trovato una palestra – ho iniziato questa disciplina.

Quante ore ti alleni?

Tre volte alla settimana per circa un’ora e mezza.

Facci capire cosa di prova a volteggiare in aria…

Un po’ d’ansia c’è per il rischio di cadere, ma quando sono in alto sul palco posso fare ciò che voglio. Mi fa sentire libera. È una sensazione che provo ancora, anche dopo tanto tempo. È sempre bello!

Cosa consiglieresti a una giovane che vuole iniziare la pole dance?

Prima cosa le consiglierei di fare una prova e di continuare a provarci anche se da subito non la coinvolge, perché comunque è un sport molto bello.

Segui una dieta particolare?

No. Io mangio tutto. Non faccio nessuna dieta (ride).

Hai mai pensato di dire “basta, smetto”?

È successo a luglio 2022. Ho dovuto cambiare allenatrice, per questo ho rischiato di non poter partecipare al Mondiale. Per due settimane ho detto: «Basta, non continuo!». Poi mia mamma si è messa alla ricerca di altre scuole di pole: abbiamo conosciuto Giulia Lupattelli, insegnante di pole alla Mov’it di Perugia e alla scuola Altrove danza di Magione, la quale mi ha messo in contatto con l’attuale allenatrice di Firenze, Iliana Ciccarello. Quindi mi divido con gli allenamenti tra Magione (con Giulia) e Firenze (con Iliana).

Chi è Francesca quando è fuori dalla palestra?

Mi piace tanto stare con i miei amici, uscire con loro il sabato sera e andare a ballare. Spesso ci organizziamo e si va in centro, al cinema o in qualche centro commerciale. D’estate invece il posto che più frequentiamo è il lago Trasimeno. Amo molto anche ascoltare la musica.

Che musica ascolti?

Musica americana di qualsiasi genere. Adoro anche guardare film e serie tv. Ne vedo tantissime.

Quali sono le ultime serie che hai visto?

Con mia mamma sto guardando Grey’s Anatomy, poi guarderemo Stazione 19. Da poco ho terminato Mercoledì e The Vampire Diaries.

Ho letto che sei appassionata di Harry Potter: si sta parlando della realizzazione di una serie tv, che ne pensi?

Sarà bellissimo avere una serie su Harry Potter, però gli attori non saranno quelli dei film, quindi non so se sarà bella lo stesso!

 

Durante le riprese di “Come una piuma”

Quali sono i tuoi prossimi impegni sportivi?

 Le prossime gare saranno alla fine dell’anno. Per ora mi alleno soltanto.

Già sai cosa vorrai fare da grande? Qual è il tuo sogno?

Vorrei continuare a esibirmi con la pole dance. Mi piacerebbe anche lavorare in ambito medico: sto studiando Biotecnologie sanitarie all’ITAS Giordano Bruno e il mondo della medicina mi affascina molto. Fare il medico sarebbe bellissimo… ancora però non ho pensato la specializzazione. Ho tempo! Un altro sogno è quello di partecipare alle Olimpiadi con la pole dance. Ancora non è uno sport olimpico, ma ci stiamo piano piano avvicinando; si spera di farlo rientrare già nelle prossime Olimpiadi. Sarebbe fichissimo!

Oramai la pole dance è diventata anche molto di moda…

Sì. Negli ultimi anni è cresciuta tantissimo, questo si vede anche durante le gare dove partecipano molti più atleti.

In autunno uscirà il docufilm “Come una piuma” con la regia di Daniele Suraci e promosso dall’associazione perugina MenteGlocale, che si occupa dal 2001 di progetti di comunicazione sociale. Come sono andate le riprese?

Mi sono divertita tantissimo, anche a girare con i miei amici che sono presenti in alcune scene. Stare davanti alla telecamera mi piace, mi hanno detto che sono un animale da palcoscenico. Non provo mai ansia. Anche alle gare sono un po’ agitata qualche minuto prima di salire sul palco, poi quando sono lì divento tranquilla e faccio la mia esibizione.

Hai qualche piccolo rito scaramantico?

Faccio un saltello e un passo quando chiamano il mio nome prima dell’esibizione. Tutto qui.

 


 

 

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