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«Con la mia battaglia ho fatto cambiare la legge per l’esame di Stato d’avvocato. Chi soffre di DSA partiva svantaggiato e venivano violati i principi di uguaglianza della Costituzione».

L’avvocato Antonio Caterino

Antonio Caterino, avvocato trentaseienne di Perugia che ora vive e lavora a Milano, è un piccolo grande eroe. Si è battuto per anni per rendere l’esame di Stato per iscriversi all’albo degli avvocati accessibile anche alle persone con DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), introducendo la possibilità di richiedere tempo aggiuntivo e strumenti compensativi. Antonio ce l’ha fatta, sia per lui sia per tutti. «Sono molto orgoglioso. Iniziative di questo tipo contribuiscono a sovvertire il significato negativo connesso ai disturbi specifici di apprendimento, infondono coraggio e questo consente di vivere meglio, perché capisci che non c’è nulla di cui vergognarsi». Nella nostra lunga chiacchierata – da vero avvocato – ci ha raccontato e spiegato tutta la sua storia, iniziata nel 2012.

Ora vivi a Milano, ma qual è il tuo legame con l’Umbria? 

Ho un forte legame con questa regione. Sono nato, ho studiato e mi sono formato a Perugia. Per un periodo della mia vita – quando facevo l’università – sono stato un giornalista sportivo e ho fatto politica. Mi informo sempre su quello che accade e sto cercando anche di creare un ponte tra l’Università di Perugia e Milano per accogliere e aiutare chi volesse trasferirsi qui – in particolar modo i laureati in Giurisprudenza.

Partiamo dalla tua scoperta di essere dislessico. Quando è avvenuta? 

Il disturbo specifico di apprendimento mi è stato diagnosticato molto tardi – avevo più o meno 25 anni – per la precisione due giorni prima di discutere la mia tesi di laurea in Giurisprudenza. La prima ad accorgersene è stata la sorella medico di una collega di università con la quale studiavo. Poi c’è stata la diagnosi ufficiale. Ho fatto tutto il mio percorso scolastico sapendo di essere diverso rispetto agli altri, ma non conoscendo i motivi del perché ero più lento nell’apprendimento, il mio studio richiedeva tempi più lunghi. Questo mi ha consentito però di sviluppare una capacità che tutti i dislessici hanno, ovvero quella di trovare sempre dei modi, anche non convenzionali, per raggiungere l’obiettivo.

Quali metodi di studio hai adottato?

Ho chiesto ai migliori studenti del mio corso di laurea se potevano diventare i miei docenti personali, ripetendomi gli esami a voce: questo in primis ti insegna a lavorare con le persone e in particolar modo a sospendere il giudizio sugli altri. I dislessici hanno la capacità di non lasciarsi andare a sentenze affrettate, diventando dei grandi osservatori. La realtà è complessa, e dato che noi siamo sempre giudicati negativamente a causa di un pregiudizio, scegliamo di non giudicare e di osservare. Questo ci mette in una condizione di vantaggio perché diventiamo degli analisti lucidi anche nelle situazioni di difficoltà.

Come viene vissuta oggi la dislessia nel mondo del lavoro?

La dislessia è ancora vissuta in modo negativo, a cominciare dai genitori dei bambini che ne soffrono. È un tema che, nella maggior parte dei casi, viene riservato alla sfera privata; è molto difficile che uno studente ne parli con un coetaneo. Il mercato del lavoro sta facendo passi da gigante per recuperare, visto che spesso era una condizione che veniva nascosta nei colloqui. Nel 2011/2012, quando io ho iniziato a lavorare, le aziende – e gli studi legali – non sapevano davvero da dove cominciare. Ti faccio un esempio: le grandi multinazionali – che sono la prima tappa di molti neo laureati – non avevano nei propri moduli di preselezione la possibilità di indicare se il candidato fosse dislessico o meno.

Tu non lo hai nascosto, l’hai scritto nel curriculum… 

Eh sì. Io l’ho indicato. L’ho fatto perché avevo subito discriminazioni nel mondo del lavoro, quindi ho deciso che, se nessuno prima di me non lo aveva mai fatto presente, io potevo essere il primo. In molti vedevano questa scelta come una scelta coraggiosa, invece per me è stata una cosa naturale – dopotutto senza la DSA non sarei la persona che sono diventato. Oggi lavoro in un’importante studio di Milano, il LCA studio legale, l’unico che mi ha concesso un’opportunità e per il quale sono entusiasta di lavorare.

Quando è iniziata la tua “rivoluzione”, che ha portato poi dei cambiamenti notevoli per le persone con DSA?

Tutto è partito in occasione della mia pratica legale, che ho svolto a Perugia. Sono andato a vedere se ci fossero leggi in Italia che disciplinavano i disturbi specifici d’apprendimento e ho scoperto che c’era la legge 170 del 2010, però si concentrava sul percorso scolastico e universitario, individuando quattro tipologie di disturbi: la dislessia, la disgrafia, discalculia e la disortografia. In presenza di questi disturbi certificati da una diagnosi, lo studente poteva richiedere l’applicazione di alcune misure specifiche, così da avere le condizioni ottimali per lo svolgimento delle prove. La legge però aveva dei vuoti normativi.

Tu sei intervenuto per colmarli… 

Sì. Non erano regolamentati nemmeno i concorsi pubblici e tutti gli esami di abilitazione. Ho iniziato così – era il 2012 – a lavorare con il Consiglio Nazionale Forense e in particolar modo con l’avvocato Alarico Mariani Marini di Perugia, per capire come la legge 170 potesse applicarsi anche all’esame di Stato d’avvocato. Ho fatto così la richiesta per avere misure compensative durante l’esame: sono stato il primo in Italia, probabilmente, perché al Consiglio Nazionale Forense non risultavano altre richieste di questo tipo. Senza queste misure sarei partito in svantaggio rispetto agli altri esaminandi e veniva così violato il principio di eguaglianza espresso dalla Costituzione. Questa mia iniziativa ha posto un precedente a livello nazionale, un precedente che però non era regolamentato.

Quali sono state le misure compensative richieste?

In realtà erano aiuti che già venivano concessi durante l’esame scritto: per esempio, se un candidato ha un braccio rotto, la Commissione gli assegna un dipendente della Corte d’Appello che scriva il compito su dettatura. Questa è stata una delle misure di cui io ho chiesto l’applicazione grazie alla quale ho neutralizzato uno degli effetti della dislessia, ovvero la lentezza nello scrivere a mano. In più ho superato la disgrafia, cioè la grafia non perfetta dal punto di vista estetico – l’ordine del compito è un criterio di valutazione. Infine, una concessione fatta ai candidati ipovedenti è quella di avere a fianco qualcuno che lo supporti nella lettura: questa è un’altra misura molto utile per un dislessico. Quindi, con la possibilità di avere un lettore della traccia che poi ti aiuta nella stesura del compito, l’esame da avvocato diventa semplice. Io sono riuscito a superarlo al primo colpo! Questo è accaduto a tutti i candidati dislessici negli anni successivi, perché il Consiglio Nazionale Forense aveva reso noto sul proprio sito queste possibilità d’aiuto. Serviva però una regolamentazione scritta, che si potesse applicare anche ai concorsi pubblici dove non era prevista nessuna concessione.

 

Qual è stato il passo successivo?

Nel 2017 sono arrivato a Milano e ho iniziato a lavorare con il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, i quali, conoscendo la mia storia, hanno voluto completare quello che avevo iniziato: è stato così sottoscritto nel 2019, dall’Ordine degli Avvocati di Milano e dalla Corte d’Appello di Milano, un protocollo che disciplina le misure che possono essere applicate per un candidato con DSA, garantendo così pari chances di successo in sede di esame. La pandemia poi ha cambiato la modalità dell’esame, che è diventato solo orale, ma abbiamo fatto in modo che il protocollo sia applicabile anche al nuovo esame – la persona con DSA ha il 30% in più di tempo rispetto agli altri candidati nella prima prova orale, un assistente alla lettura e l’uso di computer non connesso a Internet. Per la seconda prova, la possibilità di sostenerla l’ultimo giorno del calendario. C’è stato poi un terzo passaggio con l’intervento dalla Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ex professoressa di diritto e molto sensibile ai diritti costituzionali: con lei il protocollo è diventato a ottobre Decreto Legge (il 139 del 2021) ed è stato esteso a tutte le Corti di Appello italiane.

Quando potrà essere allargato anche ad altri esami di abilitazione?

Stiamo lavorando per rendere il protocollo applicabile a tutti gli esami. Stiamo discutendo con l’Ordine dei giornalisti, con quello degli psicologi, dei commercialisti e degli architetti, ma naturalmente è un processo lento perché ci vuole coraggio e innovazione, nonostante il 4% degli italiani soffra di DSA.

E per i concorsi pubblici?

Da agosto 2021 c’è anche nei concorsi pubblici la possibilità di fare la richiesta (legge 113/2021). Si tratta di una svolta storica, lungamente attesa. Per la prima volta una legge dello Stato prevede l’applicazione delle misure compensative e dispensative ai concorsi pubblici, ma non si applica agli esami di abilitazione di una professione e al settore privato.

Quanto sei orgoglioso di tutto questo? 

Moltissimo. Iniziative di questo tipo contribuiscono a sovvertire il significato negativo tradizionalmente connesso ai disturbi specifici di apprendimento, infondono coraggio e questo consente di vivere meglio, perché capisci che non c’è nulla di cui vergognarsi.

 

Il premio: il Sigillo di San Girolamo

Hai mai pensato di mollare? 

No, mai.

Per questo hai ricevuto anche un premio…

Ho ricevuto, dall’Ordine degli Avvocati di Milano, il Sigillo di San Girolamo nel 2020. È un premio che viene consegnato solitamente ad avvocati anziani che hanno avuto meriti nel corso della loro vita professionale o che si sono distinti nella loro attività. Con mia sorpresa il Consiglio ha voluto assegnarlo anche a me, un giovane avvocato.

«L’Olimpiade è stata la gioia più grande e la gara più importante della mia vita. Già esserci è un traguardo, portare a casa una medaglia è un’emozione grandissima».

Agnese Duranti

«Pronto Agnese, sono Agnese!». È iniziata così – in modo buffo – la telefonata con Agnese Duranti (21 anni), Primo Aviere Scelto dell’Aeronautica militare e campionessa della Nazionale italiana di Ginnastica Ritmica. Abbiamo fatto una bella chiacchierata mentre da Roma tornava in treno a Desio, dove vive e si allena 11 mesi l’anno. La Farfalla azzurra ha spiccato il volo in questa disciplina nel 2009 a Spoleto – dov’è nata – alla polisportiva La Fenice. Nel 2017 è entrata a far parte della squadra nazionale ottenendo ottimi risultati e conquistando numerosi e prestigiosi titoli internazionali come l’oro ai Mondiali del 2017, le medaglie d’oro e di bronzo agli Europei di Guadalajara del 2018 e nuovamente ai Mondiali di Sofia sempre lo stesso anno, salendo sul podio in tutte le categorie. Da ultimo ci sono il bronzo ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 e l’argento ai Mondiali in Giappone 2021. Ma queste sono solo alcune delle numerose medaglie vinte, il suo palmares è lunghissimo e ben fitto. Agnese vola come quest’anno ha volato lo sport italiano. Dopotutto è un aviere e una farfalla: e lei farfalla ci si sente davvero: «Mi rappresenta sotto tanti punti di vista».

Agnese, la prima domanda è di rito: qual è il tuo legame con l’Umbria?

L’Umbria è la regione dove sono nata, cresciuta e dove ho mosso i primi passi di ginnastica ritmica, ci sono molto affezionata. Per me è la regione della pace, quando ci torno sento sempre tanta tranquillità.

Ora dove vivi?

Sono 7 anni che vivo a Desio in un hotel, dove mi alleno 11 mesi l’anno, all’Accademia Internazionale di Ginnastica ritmica, una palestra costruita esclusivamente per noi. È una vita molto impegnativa che ti toglie molto, ma poi ti ridà tutto indietro con le vittorie e i risultati.

Quando hai iniziato a fare ginnastica ritmica?

A 9 anni. Ero una bambina molto vivace e i miei genitori volevano trovarmi un’attività per tenermi occupata. Sono andata un giorno a vedere una mia amica che faceva ginnastica ritmica, ho provato ed è stato amore a prima vista.

C’è una vittoria alla quale sei particolarmente legata, indipendentemente dal valore della medaglia?

L’Olimpiade è stata la gioia più grande e la gara più importante della mia vita; ma anche la gara agli Europei di Guadalajara nel 2018 ha avuto un bell’impatto emotivo: eravamo in Spagna ma il palazzetto era pieno di gente che tifava per noi. Poi c’è stato il mondiale a Kitakyushu in Giappone nel 2021, dove abbiamo vinto la medaglia d’oro e chiuso il quinquennio in bellezza. Dopo tanti sacrifici è stato un traguardo molto importante.

Quali sono le prossime gare che hai in programma?

Le prime gare di Coppa del Mondo saranno ad aprile, poi a settembre iniziano le qualificazioni per l’Olimpiade di Parigi 2024.

C’è un attrezzo che preferisci?

In realtà no. Il nastro devo dire che è quello che preferisco meno. È il più difficile, perché è lungo e molle e va sempre tenuto in movimento altrimenti si formano i nodi, e questa è una gravissima penalità durante le gare.

Parliamo dell’Olimpiade, come ci si prepara?

È un traguardo che ho sempre sognato, fin da bambina. Per un’atleta è il punto massimo da raggiungere. Anche semplicemente esserci è una vittoria; è una cosa che non ha eguali. La preparazione è stata lunga e l’abbiamo costruita col tempo, anche se poi quando sei lì non ti senti mai pronta. Salire su quella pedana non è stato così diverso rispetto ad altre gare, ci sono solo i cerchi olimpici che ti guardano e proprio loro hanno attirato la mia attenzione quando sono entrata. Mi sono guardata intorno ed era pieno di cerchi olimpici (ride).

Cosa hai pensato in quel momento?

Ho avuto un mix di emozioni uniche: ero concentrata sull’esercizio però allo stesso tempo ero consapevole che stavo facendo la gara della vita. È una sensazione bellissima, indescrivibile… con un pizzico di ansia ovviamente.

 

Le farfalle azzurre

Sei scaramantica? Hai qualche rituale prima di una gara?

Anni addietro ero più scaramantica. Ora ho solo delle piccole cose… indosso sempre le stesse mutande, preparo gli attrezzi e la borsa in un certo modo e porto sempre con me un asciugamano che mi accompagna dalla mia prima gara nel 2015.

Tu, Alessia Maurelli, Martina Centofanti, Daniela Mogurean e Martina Santandrea riuscite a fare esercizi che la maggior parte delle persone non crede siano nemmeno possibili: siete consapevoli di questo?

Facciamo delle cose che sembrano effettivamente irrealizzabili. Per riuscirci c’è un lavoro minuzioso e preciso al centimetro. Passiamo 8/9 ore in palestra e lavoriamo sui dettagli tante tante volte, fino allo sfinimento. La nostra allenatrice Emanuela Maccarani vuole che l’esercizio, oltre a contenere i codici di punteggio, sia bello, quindi tutto è studiato e preparato alla perfezione.

Per realizzare tutto questo, fare squadra per voi è fondamentale: litigate mai?

Grazie al cielo siamo una squadra che non ha mai litigato, forse discusso una volta in 5 anni. Siamo molto unite, ci capiamo al volo, ognuna sa quali sono i punti di forza dell’altra, sappiano perfettamente come gestirci. Siamo sorelle, amiche anche fuori della palestra, questo non è per niente scontato. È il nostro vero punto di forza.

Ce lo puoi confessare: quanto sono scomodi i vestiti che indossate?

Pesano tantissimo, in effetti, sono pieni di perline e Swarovski. Poi dipende dai body, alcuni sono meno scomodi, ma in generale non sono comodissimi.

Ho una curiosità: come vengono scelti?

Sono disegnati da una ragazza che viene in palestra, sente la musica e vede l’esercizio che abbiamo in programma, si ispira e disegna il vestito. Ci fa delle proposte che noi scegliamo. In pratica sono creati ad hoc e difficilmente vengono rimessi per altre gare. Restano nell’archivio della squadra nazionale.

 

Per tutti siete le Farfalle azzurre: ti senti una “farfalla”? 

Sì, è il nostro marchio di fabbrica, ci sentiamo completamente farfalle. È un animale che ci rappresenta sotto tanti punti di vista: siamo simili, ci muoviamo a gruppo, siamo leggiadre e la nostra vita (sportiva) è intensa ma breve. La ginnastica ritmica è uno sport molto giovane: io ho 21 anni e Parigi 2024 sarà la mia ultima Olimpiade.

C’è un consiglio che vorresti dare a una bambina che vuole iniziare questo sport?

Le direi che non è un percorso semplice e non sempre le cose vanno come si desidera, ma con gli errori e le difficoltà ci si fortifica, viene fuori il carattere e si imparano i veri valori dello sport. Bisogna credere nei propri sogni perché si possano realizzare.

A livello sportivo il 2021 è stato un anno fantastico per l’Italia: cosa manca però, secondo te, allo sport italiano?

L’Italia è sempre concentrata sul calcio e quest’anno c’è stata la rivincita di tutti gli altri sport, grazie alle Olimpiadi. Spero che questo possa rilanciare le altre discipline e che l’attenzione e l’interesse – anche a livello mediatico – si focalizzino più su di esse e non solo sul calcio, perché siamo un gruppo di atleti che se lo merita.

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Bella, pacifica, preziosa.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

La natura.

«Ancora, a distanza di mesi, non mi rendo conto. Finché uno non si trova lì non comprende cosa sia un’Olimpiade».

Alessandra Favoriti con la coppa e la medaglia di Campione d’Europa

La dottoressa Alessandra Favoriti è un medico sportivo di Terni, fa parte dello staff della Ternana Calcio e – da anni – di quello dell’Italvolley femminile, fresco di titolo europeo. Fieramente umbra e ternana, ex pallavolista e super tifosa delle Fere, è riuscita a unire il lavoro con la passione per lo sport. Chiacchierare con lei è stato molto divertente, nonostante le nostre fedi calcistiche opposte. Ci siamo promesse di risentirci dopo Perugia-Ternana del 18 dicembre: «Gli sfottò sono il bello dello sport. È una delle parti più divertenti» dice schiettamente. Io non potrei essere più d’accordo!

 

Alessandra, la prima domanda è d’obbligo: qual è il tuo legame con l’Umbria?

Sono nata a Terni, sono fieramente umbra. Sono molto legata alla mia terra: mi piace girarla, scoprirla ed esplorarla.

Perché hai scelto di diventare un medico sportivo?

Ho scelto questa specializzazione probabilmente perché sono nata in una famiglia di sportivi che mi ha sempre avvicinato a questo mondo. È quello che mi piace! Ho unito passione e lavoro.

Anche tu hai giocato a pallavolo: che emozione è stata vincere l’Europeo?

Seguo la Nazionale da 7 anni, ho visto queste ragazze crescere e vincere anche nelle competizioni giovanili. Se fossi stata a casa sarei comunque stata una loro super tifosa, ma trovarmi lì in panchina come membro dello staff è una cosa che non riesco ancora a realizzare. Un’emozione grandissima.

La prima cosa che hai pensato…

Oh, finalmente! Vincere contro la Serbia a casa loro… è proprio bello!

Una soddisfazione anche per rispondere alle critiche post Olimpiche…

Sì, è stato il giusto epilogo di un’estate in cui abbiamo lavorato molto bene. Nello sport si vince e si perde e le critiche ci stanno, però questa è una vittoria meritata, se non altro per tutto l’impegno che c’è stato.

Cosa vuol dire per uno sportivo (o ex sportivo) partecipare alle Olimpiadi?

Ancora, a distanza di mesi non me ne rendo conto. È stata un’Olimpiade surreale, vissuta in modo molto intenso, forse perché non c’era il pubblico o per il periodo storico che viviamo. Finché non sei lì non ti rendi conto di quello che è realmente: vedere atleti di tutto il mondo, culture di tutto il mondo, abitudini alimentari di tutto il mondo. Incontrare campioni che hai sempre visto in tv e sentirsi parte del team Italia genera un senso di appartenenza molto grande. Forse anche per questo le delusioni e le vittorie sono amplificate, le percepisci maggiormente.

Sei mai andata nel panico in campo durante un intervento?

No, non è mai accaduto. Ci sono tutti i mezzi per fare gli accertamenti e tutelare la salute degli atleti.

Il tuo passato da sportiva ti ha aiuta in questo mondo?

Indubbiamente lavorare nello sport che conosco e che ho praticato fa sì che io abbia un approccio migliore con le problematiche che devo affrontare. Chi si vuole affacciare alla medicina dello sport deve essere in grado di lavorare all’interno di uno staff e non è facile, soprattutto quando si sta con le nazionali: si vive insieme 24 ore su 24, questo è bello, ma c’è anche uno sforzo maggiore.

Qual è la cosa che da medico ripeti sempre ai tuoi pazienti sportivi?

Devo essere sincera, ho due gruppi ai quali non devo dire molte cose, sono dei professionisti. Forse la nutrizione, in particolare quando si cambia fuso orario e si va dall’altra parte del mondo, va tenuta sotto controllo. La cura dell’alimentazione diventa fondamentale, soprattutto in competizioni molto lunghe e con ritmi serrati. Ripeto sempre: mangiare bene e riposarsi.

 

Penso alla Ternana. Una donna in campo con soli uomini: è più facile comandarli o farsi rispettare?

Mi trovo bene in entrambi gli ambienti, tra l’altro anche nella Nazionale di pallavolo sono l’unica donna nello staff. Sia le pallavoliste sia i calciatori sono dei professionisti e ascoltano i consigli del medico. Il rapporto più importante è quello con il resto dello staff: fondamentale è ottenere la fiducia, mantenerla e soprattutto entrare nelle dinamiche dei due sport che, ovviamente sono differenti.

C’è molta differenza tra i due approcci?

No, è solo diversa l’esperienza. In Nazionale convivi 24 ore su 24 con gli altri e ci sono dinamiche più intense. Ho la fortuna di essermi integrata bene in entrambe le squadre.

Potremmo parlare di calcio per ore, ma non so se finiremmo questa intervista (scherzo!): io tifosa del Perugia e del Milan, tu della Ternana e della Roma…

Benissimo! Sullo sport sono molto campanilista, lo sfottò è un divertimento. Ho già segnato la data del derby contro il Perugia. Ce l’ho stampata in testa (scherza! ndr). Il prendersi in giro è una parte divertente dello sport. Allora ci risentiamo dopo la partita!

Il tuo sogno è la Ternana che vince lo scudetto?

Eh, magari!

Lo scambieresti con la medaglia dell’Europeo di volley?

È un’altra cosa. Le metterei entrambe sullo stesso piano. Vincere contro la Serbia a Belgrado equivale a vincere un derby in trasferta.

Ma nel derby non c’è un trofeo in palio?

Non importa, basta la gloria!

Svelaci una curiosità accaduta durante gli Europei…

Ne sono successe tante. Ti posso dire che io e il preparatore atletico siamo andati in fissa con le canzoni di Will Smith. È stata la nostra colonna sonora.

E nello spogliatoio della Ternana?

Con la Ternana abbiamo dei gesti scaramantici che però non vanno detti, altrimenti perderebbero la loro efficacia!

Parliamo di sport in Umbria: cosa andrebbe migliorato?

Da persona che ha praticato attività sportiva da tutta la vita, spero che l’Umbria e lo sport facciano pace. Il calcio è un movimento molto forte, ma le altre realtà lo sono meno, tra queste penso alla pallavolo. Non tanto ad alto livello, ma nel movimento giovanile ci sono società in crisi che questo periodo storico ha aggravato. Mancano inoltre le strutture, penso ad esempio all’atletica a Terni che aveva una grande tradizione e che ora non ha più nemmeno una casa dove allenarsi. Servono grossi investimenti soprattutto nelle strutture: lo sport è importante, fa bene alla salute e dobbiamo appoggiarlo in ogni modo. Come Ternana Calcio abbiamo fatto qualcosa ma non basta, ci vuole l’intervento della Regione. Occorre dare spazio a tutti gli sport e il primo passo è avere impianti adeguati. Lo sport è salute, movimento, integrazione, unione, lavoro…

Per concludere, come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Verde, mistica, affascinante.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

Terni. Casa mia.

La giornalista domenica sarà a Umbrialibri: «Sono contenta di tornare in Umbria, sono quattro o cinque anni che non vengo».

Abbiamo scambiato alcune battute con la giornalista e scrittrice Daria Bignardi che, domenica 10 ottobre, sarà a Perugia (ore 12 presso l’Aula Magna del Complesso Monumentale di San Pietro a Perugia) in occasione di Umbrialibri per presentare il suo ultimo romanzo Oggi faccio azzurro. Una storia irresistibile – a tratti comica e a tratti struggente – che mescola leggerezza e profondità, grazia e tenerezza, esplorando il dolore e il rapporto con noi stessi.
«Oggi faccio azzurro è un modo di dire tedesco che significa Oggi non vado a lavorare. Viene dal Medioevo quando gli artigiani vedevano il cielo azzurro solo un giorno alla settimana, quando appunto non andavano a lavorare» spiega l’autrice.

Daria Bignardi, foto di Claudio Sforza

Il libro (edito da Mondadori) ci fa conoscere il dolore e l’umanità, attraverso gli occhi di Gabriele, «come l’arcangelo», che però «in Germania è un nome da donna», e di Galla. Lei, da quando è stata lasciata dal marito, senza una ragione, passa le giornate a fissare dal suo divano la grande magnolia nel cortile, fantasticando di porre fine a quel dolore insopportabile del quale si dà la colpa. Se esce di casa è solo per incontrare la psicanalista Anna Del Fante o per andare in carcere, dove canta con altre dieci volontarie in un coro di detenuti tossicodipendenti. Durante un viaggio a Monaco di Baviera entra per caso in un museo dove è allestita la mostra della pittrice tedesca Gabriele Münter, amante del pittore Vasilij Kandinskij. Galla si sente ipnotizzata dalle sue opere e da quel momento la voce di Gabriele entra nella sua vita, tormentandola, prendendola in giro, raccontandole la sua lunga storia d’amore con Kandinskij, così simile a quella di Galla con l’ex marito Doug. Galla incrocia sulla sua strada altri due pazienti della psicanalista: Bianca, un’adolescente che non riesce più ad andare a scuola, e Nicola, un seduttore compulsivo, vittima di attacchi di panico, in un incontro a sorpresa che potrebbe stravolgere le esistenze di tutti e tre.

Le storie d’amore di Galla e Gabriele sono molto simili anche se vissute in due epoche lontane: la sofferenza d’amore non ha tempo. Cento anni fa si soffriva come oggi…

È vero! Infatti la pittrice Gabriele Münter, il fantasma che parla con Galla e che nell’iperuranio è diventata una femminista radicale, è indignata e le dice: «Non posso credere che cento anni dopo stiamo ancora messe così!».

La pittrice è un alter ego di Galla?

Secondo me Gabriele Münter è una delle voci interiori di Galla: quella che fa più fatica a esprimere.

Gabriele “mangia” pure i Baci Perugina… 

Mi sono divertita a far parlare quest’artista nata alla fine dell’Ottocento in modo spiccio e diretto, come se fosse la sorella un po’ brusca ma divertente che Galla non ha mai avuto.

Tutti i personaggi sono a loro modo imprigionati da qualcosa: amore, carcere, paure, ansia, droga. Qual è la prigione più grande della società di oggi?

Eh, ce ne sono parecchie di prigioni e ognuno ha la sua: la cosa più difficile, oggi come un tempo, è proprio essere liberi.

Ha qualche ricordo legato all’Umbria?

A Perugia era venuta ad abitare una delle mie migliori amiche del liceo, Maria Rita Albertini, e ho passato con lei e la sua meravigliosa famiglia diverse Pasque. Poi ci sono stata parecchie volte al Festival del Giornalismo. Una volta ne ho approfittato per fare un sopralluogo a Cascia perché stavo scrivendo un mio libro intitolato Santa degli impossibili, che in qualche modo è stato ispirato dalla figura di Santa Rita. Sono contenta di tornare in Umbria, sono quattro o cinque anni che non vengo: vi aspetto domenica a mezzogiorno, tra l’altro mi presenterà uno scrittore che stimo moltissimo, Giancarlo De Cataldo, che è con me anche nella giuria del Premio Severino Cesari, carissimo amico umbro.

«Quando mi hanno detto del riconoscimento pensavo che si fossero sbagliati. Non c’ho creduto finché non è arrivata la mail ufficiale».

Jacopo Costantini, Nastri d’Argento 2021

Jacopo Costantini è un giovane attore perugino che sta muovendo – con successo – i primi passi nel mondo del cinema. Da poco ha ricevuto un’importate riconoscimento: è stato segnalato dai giornalisti cinematografici, tra i protagonisti di domani in occasione dei Nastri d’Argento 2021. In questa lista di giovani del futuro (sei in tutto) figura Jacopo, protagonista, assieme a Lodo Guenzi (Lo Stato Sociale) e Matteo Gatta, del film Est – Dittatura last minute di Antonio Pisu, presentato come film d’apertura della sezione non competitiva delle Giornate degli Autori della 77a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un road-movie ambientato alla vigilia della caduta del muro di Berlino, tratto da una storia vera. «Domani sera il film sarà proiettato al Frontone Cinema all’Aperto a Perugia e io sarò presente per parlarne» ci spiega Costantini.
La nostra chiacchierata è stata molto piacevole: abbiamo parlato di cinema, di mestieri difficili da portare avanti e di Umbria. Alla fine non ho resisto e gli ho fatto notare che ha un accento più bolognese che perugino: «Forse perché questi giorni sono stato con Lodo, ma basta qualche ora con i miei amici di Perugia e torna il mio accento».

Jacopo, a noi puoi dirlo: hai sempre voluto fare l’attore?

Sì, fin da quando ero bambino. Mi piaceva intrattenere e far ridere. Dopo una piccola recita mio fratello venne da me e mi disse: «Se ti piace tanto, perché non provi a farlo come mestiere?» Lui oggi sostiene di non averlo mai detto. Forse l’ho sognato! Comunque la mia famiglia mi ha sempre incoraggiato. Finito il liceo sono partito per Bologna per frequentare la Scuola di teatro Alessandra Galante Garrone e in seguito sono andato a Roma all’Accademia Internazionale d’Arte Drammatica del Teatro Quirino. Poi è arrivata la prima tournée teatrale con Lello Arena, che considero il mio maestro, dal quale ho appreso tanto tra cui la passione per questo mestiere. Perché è un mestiere dove si deve studiare e applicarsi.

La passione non basta…

No, ci vuole tanta dedizione e pazienza. È un mestiere che ti forma e ti abitua al rifiuto: di 10 provini, se ne azzecchi uno è già tanto. Il mio obiettivo è campare con questo lavoro, quindi non mi arrendo.

Meglio cinema o teatro?

Il teatro ha una condizione più abbordabile rispetto alla televisione o al cinema, dove inserirsi è molto difficile se non sei figlio di qualcuno, se non hai alle spalle forti agenzie o se non hai fatto determinate scuole.

 

Una scena del film Est – Dittatura last minute

Sei protagonista, assieme a Lodo Guenzi e Matteo Gatta, del film Est – Dittatura last minute con la regia di Antonio Pisu. Si tratta del tuo terzo film…

Sì. Avevo già girato due film indipendenti: nel 2018 la commedia Te lo dico pianissimo e nel 2019 Prossimo Tuo, entrambi diretti del regista Pasquale Marrazzo.

Quanto è vicino a te il personaggio di Bibi che interpreti in Est-Dittatura last minute?

Per realizzarlo ho estremizzato delle parti del mio carattere, che spesso freno. Ho aperto i rubinetti della bontà, dell’ingenuità e tutto è uscito naturalmente. Nel set non era un recitare… era uno stare. Noi tre siamo diventati veramente tre amici.

Il film ti è valso il riconoscimento Protagonisti di domani: qual è stata la prima cosa che hai pensato quando l’hai saputo? 

Oddio! Prima ho pensato che si fossero sbagliati, sono stato 10 ore nel dubbio. Poi è arrivata la mail ufficiale e quindi tutto è diventato vero. In più l’ho ricevuto insieme a Lodo (Guenzi) e Matteo (Gatta), quindi è stato ancora più piacevole e speciale.

 

Jacopo Costantini e Matteo Gatta ai Nastri d’Argento 2021

Sognando: da chi vorresti essere diretto?

Poter fare un provino per Paolo Sorrentino o Matteo Garrone sarebbe bellissimo.

Un attore a cui ti ispiri…

Il dio per me, è Gian Maria Volonté.

Dal 2019 vivi a New York: com’è stato il passaggio da Perugia alla Grande Mela?

A Perugia sto benissimo, ho la mia famiglia e gli amici che mi sostengono sempre. Il passaggio è stato naturale, è dove volevo andare… è quello che volevo fare. C’ho passato tutta la pandemia. Ora, il mio obiettivo è concentrarmi più sull’Italia e sfruttare al meglio questo momento di visibilità.

Sento che hai perso l’accento perugino e hai preso quello bolognese…

Forse perché questi giorni sono stato molto con Lodo, ma basta che frequento qualche ora i miei amici di Perugia e torna tutto come prima (ride!).

Un po’ d’informazioni su di te: chi è Jacopo?

Sono uno che crede che il miglior divertimento sia divertire gli altri.

Cosa leggi, che musica ascolti?

Di musica non ne ascolto moltissima, ma leggo tanto. Sono un appassionato di Marcel Proust, in questo periodo sto leggendo Alla ricerca del tempo perduto.

E per quanto riguarda i film?

Cerco di guardare tanto, soprattutto prodotti che non si trovano facilmente, un cinema più ricercato e di nicchia. Che poi è il cinema che vorrei fare io!

Quindi una mega produzione hollywoodiana la rifiuteresti?

No, assolutamente no (ride!). Non rifiuterei nulla, basta che non intacchi la mia dignità.

Hai mai pensato di passare dall’altra parte della macchina da presa?

Lungi da me farlo. Mi piace più scrivere, ho infatti dei progetti di scrittura in ballo.

Le ultime due domande di rito: qual è il tuo rapporto con l’Umbria?

Quando sono all’estero mi piace tanto dire che sono umbro e di Perugia e mi inorgoglisce molto quando scopro che le conoscono e che gli piacciono.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Ruvida, selvaggia, accogliente.

Una dimora storica tutta da scoprire e che, per la sua fama e per i suoi bellissimi giardini, venne visitata dall’Imperatore d’Austria Francesco I di passaggio a Perugia nel 1819. Un luogo che risorge e vuole tornare protagonista nella scena culturale umbra.

I giardini. Foto di Jacopo Meniconi

 

La Villa del Colle del Cardinale sta vivendo una seconda vita. Edificata nel 1575 come residenza estiva per volere del porporato Fulvio della Corgna su progetto dell’architetto Galeazzo Alessi, nel corso dei secoli ha attraversato varie vicissitudini: nell’Ottocento divenne un fervente luogo d’incontro culturale, nel Novecento vi soggiornarono Giuseppe Ungaretti, Vincenzo Cardarelli e Ardengo Soffici, per poi passare nel 1996 nelle mani del Ministero della Cultura.
Un intervento di restauro, sia del complesso monumentale sia di quello naturalistico, condotto della Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio dell’Umbria e recepito attualmente dal Polo Museale dell’Umbria, ha portato la Villa (ubicata alle porte di Perugia) a una rinascita che le permetterà di tornare – e già ha iniziato a farlo – un luogo di cultura, d’incontri e di svago. È proprio questo, quello che vuole fortemente e per cui si batte la sua direttrice, Ilaria Batassa.

 

Ilaria Batassa, direttrice della Villa

Dottoressa Batassa, prima di parlare della Villa parliamo di lei: nonostante la giovane età ha un curriculum di tutto rispetto. Dal 2020 è responsabile dell’Ufficio promozione e comunicazione della Galleria Nazionale dell’Umbria e direttrice della Villa del Colle del Cardinale. Come si conciliano due incarichi così importanti su realtà così diverse?

Come dico spesso, ho un pizzico d’incoscienza (ride). Parlando seriamente, i due incarichi si conciliano perché hanno un comune denominatore che è la passione per quello che faccio. Sono comunque due ruoli diversi: alla Galleria Nazionale dell’Umbria mi occupo della comunicazione con l’aiuto di Jacopo Meniconi, mentre alla Villa dirigo la struttura; c’è però un approccio simile, cioè quello di comunicare che l’arte è sempre attuale. Ho alle spalle poi una grande squadra che mi aiuta e mi supporta.

La Villa del Cardinale è tornata al suo antico splendore. Da quanto tempo era chiusa?

La Villa dal 1996 è di proprietà del Ministero della Cultura ed è stata riaperta al pubblico in maniera stagionale nel 2018. Io sono diventata direttrice nel dicembre 2020 e ad aprile di quest’anno è diventata visitabile nei weekend e lo sarà per tutto l’anno. Inoltre, grazie a delle collaborazioni come ad esempio quella con il Post – Museo della Scienza di Perugia e con l’associazione Equilibrio apriremo degli spazi per la didattica anche nel corso della settimana.

Quali sono stati gli interventi effettuati per rimetterla a nuovo?

In primis è stato reso fruibile tutto il parco e ogni fine settimana apriamo un pezzetto di percorso completamente sistemato. A settembre partiranno i lavori di consolidamento strutturale del cosiddetto bagno del cardinale e i lavori per la messa in sicurezza dell’edificio e nel giardino storico. Sono stati portati a termine invece i lavori di sanificazione e stabilizzazione degli infissi e la messa in sicurezza la cisterna presente nel giardino. In più, nel sito di Art Bonus, ci sono tanti progetti ai quali i mecenati possono partecipare per contribuire al restauro e al mantenimento di piccoli e grandi pezzi della villa.

Il suo obiettivo è quello di far diventare la Villa un punto di riferimento culturale per il territorio: in che modo?

Un modo è quello di creare, ad esempio, una rete tra le comunità locali che possano così aprire la Villa ad attività didattiche o iniziative di vario genere. Fondamentale è anche far conoscere questi spazi che ancora non tutti apprezzano: deve diventare un attrattore non solo locale, ma a livello nazionale.

Serve un grande lavoro…

Siamo chiamati a fare questo.

 

Interno della Villa del Cardinale. Foto di Filippo Fagioli

Cosa può offrire in più questo luogo rispetto ad altri?

La Villa ha vissuto un momento di crisi ed è stata spogliata di tutto, anche del suo mobilio e questa sua fluidità la rende unica e perfetta per accogliere l’arte di ogni genere; anche perché è proprio la sua genesi quella di essere un luogo di delizie, d’incontro e di diletto. Arte, sport, musica, danza, folklore… tutto può essere accolto nei suoi spazi e nelle sue stanze. Non solo arte alta, ma soprattutto arte quale espressione dell’uomo. Vogliamo essere pop e rivolgerci a tutti. In più c’è il parco che è vero biglietto da visita, il suo cavallo di battaglia.

Parlando di biglietto da visita, proprio in questi giorni avete presentato il nuovo logo, realizzato da Corebook, che è un primo passo importante verso il restyling…

È stato sicuramente il primo step e ora passeremo alla nuova pannellistica. Per il resto non ci saranno grandi cambiamenti.

 

Logo realizzato da Corebook – L’Arte di comunicare. Foto di Filippo Fagioli

L’evento più imminente, che potrà essere un’ottima vetrina, è L’Umbria che spacca (2-4 luglio): com’è nata l’idea di accogliere questa manifestazione?

Nasce dal fatto che nei sogni dell’organizzazione dell’evento c’era la Villa. In più è un progetto al quale credo fortemente, può dare visibilità non solo alla Villa, ma a tutto il territorio circostante. La struttura ha una forte vocazione allo svago (come dicevo) e quindi questo evento è perfetto, la musica dopotutto è arte! Inoltre lo spettacolo dal vivo in questo periodo ha subito grandi stop e quindi noi mettiamo a disposizione gli spazi perché avvenga una ripartenza, perché le maestranze tornino a lavorare e i cantanti a esibirsi. È giusto per tornare a tutti a lavorare.

Ci sono altri eventi in cantiere?

Ce ne sono diversi, il più imminente è un progetto didattico ed educativo rivolto alle scuole e agli adulti realizzato insieme al territorio per creare una rete di eccellenze locali. Qui Corebook avrà un ruolo importante, ma non voglio ancora dire molto! Poi nei prossimi giorni inizieranno i campi estivi per i più piccoli, ci saranno eventi serali in collaborazione con entità locali, momenti di svago e d’incontro con i produttori ed escursioni nelle zone circostanti, per far conoscere anche quello che c’è al difuori del cancello. Un altro progetto, fatto in collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia e con le scuole di specializzazione in Beni storico-artistici e in Beni antropologici, prevede la mappatura della popolazione presente sul territorio e la realizzazione d’istallazioni artistiche che verranno inaugurate nel giardino a settembre.

 

Ingresso. Foto di Jacopo Meniconi

 


Per maggiori informazioni.

«C’è chi vuole preservare le pietre, chi le tradizioni, chi le ricette. Io vorrei conservare le persone e le loro vite, soprattutto se le persone in questione sono esempi incredibili di vite da romanzo, di esistenze uniche, indimenticabili: delle piccole opere d’arte».

Simone Zaccagni con Gigino Menichetti

Quaranta biografie romanzate. Quaranta eugubini normalmente eccezionali. Quaranta personaggi le cui gesta sono passate alla storia e i loro aneddoti raccontati a distanza di anni. Una vera squadra di top player raccolti nel libro Eugubini Fantastici scritto da Simone Zaccagni (edito da Alter Erebus press & label) che verrà presentato a Gubbio nel chiostro di San Pietro nelle serate di sabato 26 giugno (18.30) e domenica 27 giugno (21.00).
Abbiamo incontrato Simone in anteprima per farci svelare i segreti di quest’opera, che non vuol essere solo goliardica ma anche – a suo modo – storica: «Ho voluto rendere immortali persone che, con la sola tradizione orale, rischiavano di scomparire. Gubbio ha un Pantheon di questi personaggi, ha una pletora di campioni, un po’ come la serie A degli anni Ottanta e io, come Roberto Mancini, ho selezionato i migliori. Stiamo parlando di personaggi degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta; ancora vivi ce ne sono soltanto 5-6. Proprio per questo ho voluto omaggiarli e conservarli per evitare che si perdessero tra i ricordi: c’è l’imprenditore di successo e il disoccupato, l’artigiano e l’avvocato, il maestro e la casalinga, quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare. Personalità semplici e personalità più complesse, tutti diversi ma uguali nell’essere ricordati da una città intera» spiega Zaccagni.

 

Gli immortali

Se Alì Babà aveva i 40 ladroni, Zaccagni ha i suoi 40 personaggi che hanno fatto, a loro modo, la storia di Gubbio e che tenta di preservare come dei veri monumenti storici. «Alcuni di loro è d’obbligo menzionarli perché, come gli artisti del Rinascimento, occorre solo il nome o il soprannome per indentificarli. A Gubbio tutti li conoscono. Penso a Luigi Allegrucci (Guerciolo) e Antonio Farneti (Cioceri) – entrambi hanno fatto anche incursioni nei programmi tivù nazionali – al commendator Pietro Barbetti, a cui hanno intitolato lo stadio, a Giorgio Gini (L’avvocato) che è stato il primo umbro a scalare il Monte Bianco e il primo eugubino a donare il sangue – a Gubbio ancora non si poteva e quindi si recò a Perugia. Tra le donne non potevo non ricordare La Penella (Penelope Banano) che negli anni dopo la Guerra inventò una sala da ballo dentro il salotto di casa sua. Tutti i sabati sera e le domeniche pomeriggio la vallata andava a ballare lì; poi – visto che l’idea funzionava – spostò la sala sopra la stalla, da vera innovatrice della green economy, così da farla scaldare dal calore del bestiame che passava attraverso le assi del pavimento, certo non passava solo il calore! Sono tutte persone che nella loro semplicità sono state innovative per l’epoca che hanno vissuto. All’interno del libro spesso s’incontrano e interagiscono fra di loro, entrando l’uno nella storia dell’altro: una specie di crossing-over letterario» prosegue l’autore.

I 40 personaggi

Una ricerca lunga 20 anni

Per scrivere Eugubini Fantastici – un chiaro omaggio al film Animali fantastici e dove trovarli – l’autore ha fatto un lungo e meticoloso lavoro di ricerca, parlando con parenti, amici o semplici conoscenti di questi personaggi, ma l’idea ha iniziato a prendere corpo una ventina di anni fa, quando con il fratello Francesco, in un sito, ha scritto e riunito le storie di 20 eugubini. «Era stata fatta anche una raccolta uscita in allegato con il giornale Gubbio Oggi: a questi ne ho aggiunti altri 20 ed ecco il libro: un volume prettamente dedicato agli umbri, ma non è detto! Al suo interno ci sono anche delle illustrazioni di Eugenio Rotondi realizzate a carboncino. Posso dire che si aggiunge al Dizionario Eugubino – Italiano che ho scritto nel 2016. Lì cercavo di salvare il dialetto, qui salvo i personaggi che hanno fatto una vita normale, ma che per vari motivi è diventata eccezionale e piena di aneddoti da raccontare e conservare» conclude Simone Zaccagni.

 


Ecco l’elenco completo dei 40 personaggi:

  1. Luigi Allegrucci (Guerciolo)
  2. Lanfranco Amedei (Panìco)
  3. Armando Baldelli (Anghiga)
  4. Michelangelo Bellini (Baleani)
  5. Penelope Banano (La Penella)
  6. Pietro Barbetti (Il Commendatore)
  7. Ermete Bedini (Il Dottore)
  8. Giancarlo Bellucci (Carlinga)
  9. Mario Bianconi (Balenella)
  10. Franco Brandelli (Mago Sanguinetti)
  11. Filippo Braccini (Sciùpete)
  12. Bruno Capannelli (Baratieri)
  13. Alessandro Casagrande (Sandro Del Forno)
  14. Aurelio Casagrande (Checco)
  15. Franco Casagrande Fioretti (Paquito)
  16. Adalgisa Cerbella (La Gisa)
  17. Giuseppe Cerri (Peppe ‘L Capelaro)
  18. Corrado Codignoni
  19. Antonio Farneti (Ciòceri)
  20. Pietrangelo Farneti (Pacio)
  21. Umbro Filippetti
  22. Enzo Gambini
  23. Mario Gillosi (Marietto Dei Vecchi)
  24. Giorgio Gini (L’avvocato)
  25. Mario Marcheggiani (Marullo)
  26. Giambattista Mazzacrelli (Tito)
  27. Mauro Mengoni (Mauro De Baldone)
  28. Luigi Menichetti (Gigino)
  29. Cecilia Morotti (La Cìa)
  30. Enrico Nicchi (Pittino)
  31. Aurelio Passeri (Elio)
  32. Natale Stefano Pauselli (Baffino)
  33. Walter Piccotti (Strizze)
  34. Claudio Pierini (Classe)
  35. Iole Poggi (La Iole)
  36. Luca Signoretti
  37. Astorre Spogli (Bacelone)
  38. Onelio Tosti (Lolly)
  39. Filippo Uccellani
  40. Piero Vispi (Pierino ‘L Ciclista)

«Rinunciare al dialetto significa ripudiare secoli di cultura locale, di tradizioni orali, di sapienza gnomica trasmessa dagli antenati. Significa perdere un inestimabile patrimonio di metafore, similitudini, modi di dire, frutto della fantasia popolare che quando crea le sue immagini, pittoresche e folgoranti, le crea in dialetto». Cesare Marchi

«Lo spoletino è un dialetto simpatico, divertente e immediato, con un vero e proprio marchio di fabbrica che lo contraddistingue: la cantilena nel parlare. È una nostra prerogativa, che diventa quasi inesistente quando parliamo correttamente italiano» spiega Riccardo Bocali che, con Mauro Piccioni, forma il duo Pere Cotogne, (se ve lo state chiedendo, il nome non ha nessun significato particolare!) una collaborazione nata per caso una decina di anni fa con lo scopo di doppiare in dialetto spoletino film e video, ma soprattutto divertirsi e far divertire.

Mauro Piccioni e Riccardo Bocali

«Un giorno ci siamo detti: Vogliamo provare a fare un doppiaggio in dialetto? Abbiamo caricato il primo video su Youtube e in poche ore è stato visualizzato da tantissime persone, richiamando anche l’attenzione della stampa locale. Così tutto è partito!».

In questa quinta puntata di Di(a)lettiamoci – forse lo avrete già capito – siamo arrivati a Spoleto, dove il dialetto cambia dal centro alla periferia e dove, in un comune di 30.00 abitanti,. possono esserci 5 o 6 varianti della stessa parola.

«In periferia si utilizzano termini che nel centro storico vengono pronunciati meno e viceversa. Laddello (laggiù), jemo laddello (andiamo laggiù), quaddecco (qui), ad esempio sono parole più da periferia. Anche la costruzione della frase può essere diversa da zona a zona, nascono pure delle diatribe per le traduzioni più corrette. È un dialetto molto complesso, basti pensare che a Trevi, Montefalco, Campello sul Clitunno, Castel Rinaldi, che sono cittadine molto vicine, ha piccole sfaccettature e diversità. A tal proposito mi viene in mente miole (tenaglie) che in periferia non si dice frequentemente» prosegue Riccardo.

Tra un colpo e un’esclamazione!

Diciamo la verità, lo spoletino insieme al folignate sono i dialetti che rappresentano l’Umbria fuori regione. Gli umbri per il resto d’Italia parlano come loro, con quest’accento e con questa cadenza.
Come ogni dialetto ha delle caratteristiche ben precise che lo contraddistinguono: la I finale usata come rafforzativo alla fine delle parole (jemo ì, forza ì); l’articolo lu e le U nelle finali (il gatto è il gattu) e la I che diventa R se impura (mordo per molto), senza dimenticare le parole che vengono troncate, prerogativa di un po’ tutta la regione. «Un’espressione tipicamente spoletina è: Uah! Lo diciamo sempre quando c’incontriamo, mentre il ciao è sostituito da: Oh… commmm’è?! rigorosamente con innumerevoli emme. Oppure quando ci salutiamo lo facciamo in modo molto fantasioso e originale, è una nostra caratteristica: Che te pija un corbu, come stai?, Che te pij n’corbu bisestile così dura quattr’anni!, Che te pija un corbo a tracolla cuscì non te lo perdi!, oppure quando qualcuno fa una sciocchezza si dice: Quando inauguri lu cervellu dimmelo che te regalo ‘na coccia!. Tra le parole più usate non possiamo non citare pollai (sbrigati), jemo (andiamo), issu, essa (lui, lei) quisto, quista (questo, questa)» specificano le Pere Cotogne.

 

Spoleto, foto by Enrico Mezzasoma

Un tesoro da non perdere

Questo dialetto ha sicuramente delle influenze marchigiane e diverse caratteristica simili al folignate e al ternano: «Abbiamo fatto spettacoli nella zona di Roma e veniamo tranquillamente capiti, mentre da Spello in su faticano a comprenderci. Con i nostri spettacoli e doppiaggi cerchiamo anche di coinvolgere i giovani, che purtroppo, non vogliono più parlare il dialetto perché ritenuto volgare e motivo di vergogna, per questo tendono a parlarlo in modo molto soft. Diciamo, che siamo un po’ tutti cresciuti con questa convinzione, invece è importate mantenerlo e conoscerlo, dopotutto sono le nostre radici, la nostra storia. Ovviamente nei luoghi consoni» conclude (ridendo) Riccardo Bocali.

 


Le puntate precedenti

Perugino
Eugubino
Castellano
Folignate

Ho fatto qualche domanda al mio amico Lorenzo Barbetti sul suo romanzo d’esordio, Una balena bianca non volerà mai (Giovane Holden Edizioni, 2021) perché incuriosita da una vicenda che ci vede un po’ tutti protagonisti, che si svolge in luoghi in cui vivo e sono cresciuta: una storia che potrebbe essere quella di ognuno di noi.

 

Lorenzo Barbetti

Una balena bianca non volerà mai: un titolo accattivante coadiuvato da una copertina che non passa inosservata. La storia però è ambientata a Perugia, capoluogo di una regione in cui non c’è nemmeno il mare. Che significato ha il titolo, dunque?

Il titolo originale – Loser, che faceva riferimento tanto alla figura del perdente quanto alla canzone omonima di Beck che ritorna varie volte all’interno del romanzo – non mi convinceva. Un mio amico, al quale ho fatto leggere il manoscritto, mi ha allora suggerito la figura della balena bianca, che appare al protagonista in un momento cruciale della storia come una sorta di visione e si porta dietro delle considerazioni che possono in un certo senso essere applicate all’intero romanzo. In ogni vicenda che il protagonista vive, infatti, si ritrovano dei concetti, legati al suo sentire, suggeriti proprio da quella bianca balena. Questo mio amico – Leonardo Zaroli – ha ideato conseguentemente anche la copertina, che poi è stata disegnata con la collaborazione di Anna Scatolini e di Thea Corpora: già dopo un primo sguardo si riesce a entrare perfettamente nel mood del libro. Il fatto che l’ideatore del titolo abbia realizzato anche la copertina dona al volume una continuità eccezionale.

Nel caso della narrativa, quasi mai un autore scrive una storia solo per il gusto di raccontarla. Spesso c’è dietro un’esigenza, un impulso viscerale, il bisogno di mettere le carte in tavola e di fare i conti con qualcosa o con qualcuno. È davvero così?

Il libro nasce da un racconto che scrissi nel 2017 per un concorso. Concorso che vinsi, ma la cosa più importante è che per la prima volta mi ero approcciato nella scrittura vera e propria. Fino a quel momento, infatti, avevo raccontato storie fini a sé stesse e senza la logica universale che solitamente permette di accomunare lettori diversi. Quel racconto mi mise nella testa l’idea che potevo scrivere qualcosa con una logica, con un senso, che potesse essere apprezzato anche da altre persone. Una balena bianca non volerà mai nasce quindi non solo dall’esigenza di raccontare delle storie, ma anche dal cambiamento che stavo avendo in quel periodo. Ho inserito eventi del mio vissuto, di quello dei miei amici, racconti che avevo ideato in precedenza e che volevo riutilizzare, così come citazioni dal cinema e dalla musica (c’è anche una playlist su Spotify ispirata al libro che vi consiglio di ascoltare, nda), in modo da creare un mix che potesse piacere anche a qualcuno all’infuori di me. Un conto è scrivere per sé stessi, un altro è farlo per qualcuno che non ti conosce e che non sa quali sono i tuoi gusti: naturalmente a me piace quello che scrivo – come penso succeda a chiunque si approcci alla scrittura – però la vera sfida è farlo con l’idea che qualcuno con un retroterra diverso possa comunque leggere con piacere quello che hai prodotto.

Insomma, scrivere qualcosa che possa accomunare lettori diversi, magari perché emblematico di una generazione. Penso in particolare alla nostra, cioè quella dei nati negli anni Novanta…

Sì, senza dubbio, anche perché i riferimenti fanno proprio capo alla cultura pop di quegli anni. Però devo dire – e lo affermo con estrema soddisfazione – che i primi riscontri che ho ricevuto sul romanzo sono venuti da persone che non sono di quella generazione, ma che, leggendo, hanno potuto rivivere certe vicende della propria vita. Si sono identificate con alcune scelte del protagonista, con i suoi pensieri, con alcuni eventi che egli si trova a gestire. E questo mi fa molto piacere perché significa che Una balena bianca non volerà mai ha una portata più ampia, che nasce dagli stilemi di una generazione ma non si ferma solo a quella.

Nel caso della narrativa, le vicende sono piuttosto plausibili. Non hai pensato che la gente potesse credere che tutto quello che leggeva fosse una biografia romanzata di Lorenzo Barbetti? Se sì, questo ti ha in qualche modo frenato nel farlo leggere a conoscenti e amici? E, ancor prima, ha interferito nel processo di scrittura?

Sicuramente partire dalla propria esperienza è quasi fisiologico – non credo che esistano autori, nemmeno maestri della letteratura fantastica mondiale, che non inseriscano la propria esperienza in quello che scrivono – ma tutto viene comunque rielaborato. Nel caso di Una balena bianca non volerà mai non mancano delle parti completamente inventate che però sono funzionali alla storia. Parafrasando una massima piuttosto famosa, non bisogna mai fidarsi di uno scrittore perché tutto quello che si dice potrà essere riutilizzato: che sia una notizia di cronaca o un racconto altrui, va tutto a stimolare l’immaginazione. Molti mi hanno chiesto se fossi io il protagonista della storia e se avessi trascritto pari pari la mia vita. Diciamo che il protagonista è quello che Henry Chinaski è per Charles Bukowski: la sua versione romanzata. Questo mi diverte, più che spaventare, perché è come un gioco per me come credo per chi mi conosce almeno un po’. D’altro canto il protagonista non fa niente di scabroso o di illegale, ma solo esperienze che chiunque ha fatto almeno una volta nella vita. Ancora non ho motivo di essere preoccupato, ho in mente di scrivere cose ben peggiori! (ride, nda).

C’è stata qualche trasformazione dall’inizio della stesura al momento in cui hai scritto la parola “fine”? Non parlo solo dei personaggi, ma anche dell’autore…

Ho scritto il libro nel corso di un anno, facendo tre stesure diverse, limando e aggiustando, perciò alcuni elementi sono cambiati per forza. Naturalmente ce ne sono stati alcuni tecnici – ispessimento di alcuni personaggi, descrizioni più ricche, nuove vicissitudini, aggiustamenti nella forma e nell’agilità di alcuni passaggi. E poi sono cambiato io, tanto che, rileggendo, ho sentito di dover modificare alcune cose, specie quelle che mi era costato più mettere su carta. Però mi sono detto che quei passaggi cruciali li avevo scritti in un momento in cui nella mia testa c’era un’idea ben precisa e che quindi dovevo tenervi fede per evitare di snaturare il libro e la storia dal quale era scaturito. Quindi la struttura è stata sempre la stessa, dalla bozza alla terza stesura, anche perché l’avevo studiata molto bene ed ero sicuro che funzionasse. Alla fine mi sono sentito quasi liberato: ero riuscito a finire il libro e, rileggendolo, alcune cose funzionavano. Stesso discorso per i personaggi: hanno compiuto un percorso, sia esso vincente o perdente non conta, l’importante è che siano cambiati, che siamo cambiati insieme.

Nel libro c’è un chiaro riferimento a Perugia e alla sua provincia, vista però in maniera completamente opposta rispetto a un filone molto noto della letteratura contemporanea dove essa è l’emblema del non-luogo, dove tutte le ambizioni si perdono, dove tutto si appiattisce e dove la noia prende il sopravvento. È stato difficile ambientarvi i personaggi e fare i conti con le peculiarità di luoghi in cui vivi la tua vita quotidiana?

Ho imparato, anche grazie alla fotografia, ad apprezzare quello che abbiamo in Umbria, non solo tracciando le rotte turistiche più canoniche, ma anche quelle più inaspettate. È sempre possibile meravigliarsi della bellezza che si ha intorno. Quindi ambientare la storia a Perugia e, soprattutto, nella sua provincia, offre degli spunti inediti: se infatti per un giovane tra i 20 e 30 anni potrebbe apparire stretta, in realtà la provincia offre la possibilità di essere cullati da una realtà accessibile e familiare, piccola e molto accogliente. Io ne sono stato sempre affascinato, in particolare dalla sua non vivacità, dal suo avere luoghi desueti e anche un po’ desolati, dai suoi bar fermi agli anni Settanta. La trovo poetica. Per Una balena bianca non volerà mai questo tipo di ambientazione era l’ideale – il sottotitolo iniziale del libro era, appunto, Ovvero la mediocre storia di giovani di provincia – perché essa è un luogo in cui le cose piatte prendono vita, dove la noia diventa quotidianità, dove o emergi per scappare o impari a nuotare.

Nel libro il protagonista racconta le vicende in prima persona con uno stile che potremmo definire, senza troppe remore, cinematografico: un modo di scrivere che, nella sua disarmante semplicità, nasconde però regole ben precise e non lascia nulla all’improvvisazione. Ce ne puoi parlare? 

Sono sempre stato affascinato dal mondo dietro al cinema, ovvero dalla sceneggiatura. In questo senso ho potuto fare varie esperienze non solo grazie al mio percorso di studi, ma anche a Penumbria Studio, il collettivo di videomaking di cui faccio parte. Quello cinematografico è uno stile in cui bisogna asciugare e asciugare, raccontando anche cose molto personali e complesse con pochissime parole. Per non parlare di tutto il corollario di gesti e movimenti che caratterizzano i vari personaggi e le interazioni tra di essi. Si tratta di uno stile che è molto visivo, senza orpelli; il protagonista stesso – che vorrebbe diventare uno sceneggiatore – pensa per immagini. E il lettore, ascoltando il racconto in prima persona del protagonista, non solo sperimenta esattamente le stesse cose, ma ha anche un punto di vista molto parziale, come con l’occhio di una cinepresa. Al tempo stesso, è soggetto a una serie di espedienti narrativi che fanno capo al linguaggio cinematografico, come il montaggio serrato, il piano sequenza e così via.

Forse è un po’ presto per parlarne – visto che Una balena bianca non volerà mai è uscito da soli pochi giorni – ma c’è già qualche altro progetto all’orizzonte?

Ho diverse idee che riguardano sia la scrittura, sia la seconda stagione di _lobba_, la storia a fumetti che pubblico a puntate su Instagram. Insomma, ho diversi progetti artistici all’orizzonte, in cui ancora una volta cinema, scrittura, fotografia, disegno e musica si compenetrano. Ma non voglio svelare troppo!

 


Una balena bianca non volerà mai

Lorenzo Barbetti

Giovane Holden Edizioni, Viareggio (LU), 2021

Pagine 163

«Il dialetto non si salva solo con le poesie, le commedie e i festival. Si tramanda anche infilandolo nel discorso, come un cetriolino in un panino. È un po’ snob, lo ammetto. Ma mica possiamo parlare tutti inglese». Beppe Severgnini

Con la quarta puntata di #Di(a)lettiamoci – il tour che vi porta alla scoperta dei dialetti umbri – ci spostiamo a Foligno: città in cui il patriottismo locale regna sovrano, dove non amano particolarmente Perugia – vorrebbero avere una provincia tutta loro – e dove l’attaccamento al territorio e il dialetto sono molto sentiti. Dopotutto sono sempre lu centru de lu munnu!
Giovanni Ruiu folignate D.O.C. che fa parte della redazione della rivista Stuzzicadenti  – che racconta il territorio e le storie di Foligno – senza pensarci troppo, ha scritto l’articolo e me lo ha inviato bell’e pronto: «Pur di non farci mettere mano a una perugina, hai fatto tutto tu!» ho esclamato. «Dovrei dire che non è così, però un pochetto sì, via!». Quindi vi lascio condurre da Giovanni alla scoperta del dialetto folignate, delle sue parole e dell’essenza di Foligno.

Facemo a capisse…

Giovanni Ruiu

Semo jente de Fulignu, semo fatti cuscì: queste le parole cantate da Massimo Bagnato di cui ogni folignate un po’ si risente, sia quelli che non je sta vene (non gli sta bene) – la j la mettemo dappertutto – sia a quelli che je sta vene (gli sta bene). Perché semo fatti realmente cuscì, un po’ incazzosi e un po’ rompi scatole, ma tanto socievoli. Il patriottismo folignate ci contraddistingue, basta chiedere anche a un solo vecchietto che trovi in piazza da dove viene e lui ti risponderà da Fulignu, al massimo forse dalla zona de appartenenza. Eh già perché, noi ce litigamo le zone, Prato Smeraldo e Sportella Marini se possono vedé poco, Cave e Maceratola non so stati mai troppo amici, li Vurruni – un paesino che si chiama Borroni – e limitrofi non ne parliamo.
Comunque, in qualsiasi zona tu ti trovi, sentirai le parole finire sempre e solo con una lettera: la U, infatti, approposito de esse incazzusu, basta pocu pe pià focu.

Né capoluogo né marchigiani

E quello che non sopportiamo più di tutto è quando i nostri meriti li associano agli altri: perché non ci nascondiamo dietro a un dito, a noi il capoluogo non ci piace, non ce la facemo a sentì parlà co ‘n gatto nta la vocca – la B e la V per noi sono uguali – i folignati pensano che i perugini parlano con un gatto in bocca, il famoso donca.
E quando ci dicono di essere simili ai marchiciani (marchigiani) io vorrei far notare questo: la storia insegna che il popolo degli Umbri insediò i territori dall’attuale Lazio, arrivando a Foligno e dirigendosi verso il mare, quindi diciamo la verità, non semo noi quelli fori luogo, ecco. E se questa può sembrare una magra consolazione, pacenza (pazienza) a noi ce basta, e come se dice da noi, chi spizzica non digiuna (meglio poco che niente, l’importante è accontentarsi).

 

La cattedrale di San Feliciano. Foto di Enrico Mezzasoma

Velli e impossibili

E non posso non dedicare due parole ai paesetti de montagna, perché so il nostro collegamento al mare, il nostro motore agricolo, l’origine delle parole più strane, e poi perché me sentirei rinfaccià la frase chi fiji chi fijiastri? (Alcuni sì e alcuni no?). Quindi o tutti o nessuno. Foligno è questo e molto di più: ma d’altronde non basterebbe un articolo per spiegare quanto semo velli (siamo belli) ma anche quanto semo intoccabili, praticamente come una bella donna che però è accompagnata; ma d’altronde, come direbbe un mio caro amico de Cifo: «Li rigori se tirano da lu portiere, mica a porta vota» (non è sempre facile fare delle cose…). Per concludere: forza Foligno sempre!

 


Le puntate precedenti

Perugino

Eugubino

Castellano

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