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Intervista con l’ex calciatore perugino, un vero idolo per tanti tifosi degli anni ‘90. Perugia e Juventus le sue squadre del cuore.

Erano diversi anni che cercavo di intervistare Fabrizio Ravanelli, e alla fine ci sono riuscita. Poche domande ma molto dirette, alle quali ha risposto in modo schietto.
L’ex calciatore, a Perugia (città in cui è nato e vive), in Umbria, in Italia e anche in Europa non ha bisogno di presentazioni; la sua carriera – iniziata nei primi anni ’80 con il Grifo e proseguita con Juve, Lazio, Middlesbrough e Olympique Marsiglia, per citarne alcune – parla da sola. Un palmarès che conta scudetti, Supercoppe, una Champions League e una Coppa UEFA, ma soprattutto è stato un idolo per tanti tifosi di calcio negli anni ’90, quando le magliette erano più larghe e le esultanze non avevano il copyright.
Oggi lo troviamo spesso in televisione come opinionista o in giro con la sua amata bici. «Attualmente la bicicletta è la mia grande passione, le dedico molto del mio tempo libero: mi fa sentire un ventenne e mi fa star bene fisicamente». Chissà se un giorno lo vedremo anche sulla panchina del Perugia? Ma andiamo con ordine…

 

Fabrizio Ravanelli. Foto da Instagram

 

Fabrizio, qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Per me l’Umbria è un luogo speciale: ci sono nato, sono qui le mie radici e Perugia – che è bellissima – è la mia città. L’Umbria è il cuore verde d’Italia, e non credo ci sia un posto più bello in cui vivere.

 

La maglia della Juve, della Nazionale o del Perugia: quale tra queste l’ha sentita più sua?

Non c’è una classifica. Tutte e tre sono state importanti, fondamentali per la mia carriera e l’hanno rappresentata appieno. Il Perugia è la squadra della mia città, la squadra che mi ha lanciato, quella da dove sono partito (nel settore giovanile) e dove ho chiuso la carriera. La Juventus invece è la squadra del mio cuore, ho sempre tifato Juve sin da piccolo e arrivare a essere protagonista e a vincere tutto con la sua maglia è stato qualcosa di straordinario. La Juve mi ha lanciato nel grande calcio, mi ha dato l’opportunità di mettermi in mostra e con lei ho vinto tantissimo: dalla Champions League all’Europa League (all’epoca Coppa UEFA) dagli scudetti alla Supercoppa italiana, fino alla Supercoppa UEFA. Infine, indossare la maglia azzurra è stato un onore, perché rappresentare il tuo Paese nel mondo, credo sia il sogno di qualsiasi sportivo.

 

Come diceva, ha concluso la sua carriera con il Perugia, è un po’ un cerchio che si è chiuso…

Esatto. Terminare la mia carriera calcistica con il Perugia è stata la chiusura del cerchio. Era il sogno del mio povero papà che si è avverato. È stato bellissimo iniziare e finire a Perugia, perché comunque il Grifo è – e sarà – sempre una parte importante di me.

 

Ravanelli con la maglia del Perugia. Foto da Instagram

 

Le hanno mai proposto di allenarlo? Lo farebbe?

C’è stato un momento in cui ci sono andato vicino, ma mai in maniera concreta. Oggi sicuramente è un’utopia per me, è impossibile. Se dovesse accadere in futuro, avverrà sicuramente con un’altra società, non con questa attuale.

 

Kylian Mbappé ha messo il copyright sulla sua esultanza. Lei quando segnava si copriva la faccia con la maglia, un’immagine iconica degli anni ‘90: non l’ha messa sotto copyright?

La mia esultanza non ha assolutamente il copyright (ride). È nata dopo un gol contro il Napoli, è stato un gesto istintivo.

 

La sua iconica esultanza

 

Porta avanti dei progetti di solidarietà insieme a degli ex compagni: Juventus Legends e Azzurri Stars. Di cosa si tratta?

Con Juventus Legends e Azzurri Stars portiamo avanti dei progetti benefici: quando veniamo chiamati rispondiamo sempre presente. Con la nostra presenza e i nostri progetti possiamo aiutare chi ha veramente bisogno.

 

È un grande appassionato di bicicletta, ha altri hobby?

Attualmente la bicicletta è la mia grande passione, le dedico molto del mio tempo libero: mi fa sentire ancora un ventenne e mi fa star bene fisicamente. Il lavoro mi porta spesso lontano, ma quando sono a casa sto con i miei figli – anche loro giocano a calcio – e con mia moglie: loro sono la parte più importante della mia vita.

 

Questa domanda non posso non fargliela. È stata la “sua Juventus” nel 1996 – con un suo gol – ad alzare l’ultima Coppa dei Campioni/Champions League… poi questa impresa non è si più verificata. Ciò la inorgoglisce?

Alzare la Champions League è qualcosa di unico, è il sogno di tutti i calciatori. È la competizione più importante d’Europa e dà la possibilità di farsi conoscere nel mondo. Vincerla con la Juve nel 1996 (il 22 maggio) con un mio gol è stato bellissimo e indimenticabile: questo ancora oggi mi riempie d’orgoglio e credo che tutti i tifosi juventini si ricordino di quella grandissima squadra. Poi certo, se la Juve ha perso le successive finali è stata veramente sfortuna; mi dispiace molto e vorrei vederla rivincere la Champions il prima possibile.

 

Ultima domanda: la prima cosa che le viene in mente pensando all’Umbria…

Penso sicuramente alla campagna, alla qualità della vita e a tutte quelle cose che ho vissuto in gioventù in maniera spensierata come il lago Trasimeno, Perugia e le vasche fatte in corso Vannucci. Lo ribadisco: penso che l’Umbria sia uno dei posti più belli d’Italia.

Per la rubrica ChiacchierArte abbiamo incontrato l’artista perugino Sergio Cavallerin, un grafico, un illustratore, un fumettista e molto di più. Un vero innovatore del settore.

Sergio Cavallerin è un artista perugino con un’innata vocazione all’immagine. Una vocazione tale da portarlo fin da giovane a non cercare altra realizzazione al di fuori del mondo dell’espressione visiva. Inizia così la sua collaborazione con prestigiose agenzie pubblicitarie, quotidiani e riviste italiane e straniere come grafico, illustratore, vignettista umoristico e disegnatore di fumetti. Da subito è portato a indagare e approfondire tutti i risvolti della rappresentazione artistica, sia con le tecniche pittoriche, sia con l’obiettivo fotografico, senza trascurare felici combinazioni multimediali, utilizzando la musica e l’immagine cinematografica.

Ama definirsi divulgatore dell’arte disegnata ed è proprio per questo che negli anni ‘80, dopo aver dato vita alla rivista umoristica Tratto di cui è anche direttore, è stato tra i fondatori della Casa Editrice Star Comics. Nello stesso periodo inizia il suo impegno per la diffusione dei fumetti esteri in Italia (in particolare i comics americani e i manga giapponesi) che lo porterà, nei primi anni ‘90, a fondare l’azienda di distribuzione di libri e fumetti Star Shop, a tutt’oggi leader del settore distributivo italiano.

 

Sergio Cavallerin

 

Lei è un disegnatore, imprenditore e artista a tutto tondo. Ama definirsi divulgatore dell’arte disegnata. Come è nata la sua passione per il fumetto e l’arte?

Fin da giovanissimo in me ha sempre vissuto un’urgenza, un fuoco creativo: potrei dire che son nato con la matita in mano. Sono cresciuto nel mondo dei fumetti, da bambino leggevo avidamente Topolino, Cocco Bill, Linus… e poi da ragazzo divoravo le storie degli eroi della Marvel. Mi calavo negli universi di quei personaggi e trovavo nel disegno la possibilità di crearne di nuovi. Iniziai lavorando come grafico, editor, disegnatore, approdando alla pittura su tela seguito di una naturale inclinazione e per il desiderio di sperimentazione. Parallelamente mi accorgevo delle lacune esistenti nel settore fumettistico in Italia e in me è nata anche una forte vocazione volta al miglioramento: ho dato quindi spazio alla mia doppia natura, cercando di far coesistere la vita di artista e di imprenditore. Di giorno mi occupavo della mia attività come divulgatore e distributore, e di notte dipingevo. Non è stato facile, ma i sacrifici sono stati ampiamente ripagati.

 

Gatti seduti. 2007, acrilici su cartone

 

Importante e significativo è il suo impegno per la diffusione dei fumetti in Italia; in particolare i comics americani e manga giapponesi, che l’ha portata, nei primi anni ’90, a fondare l’azienda di distribuzione di fumetti Star Shop, tutt’oggi leader del settore distributivo italiano. Come è cambiata la percezione e la diffusione dei fumetti in Italia in questi anni?

Sicuramente vive oggi una consapevolezza maggiore e l’approccio al fumetto è maturato, sia dal punto di vista del pubblico fruitore sia degli addetti alla produzione: artisti, sceneggiatori e distributori hanno saputo adeguarsi alla nuova era. Il fumetto comincia ad avere i suoi anni: la sua traiettoria di arte popolare cambia andamento insieme ai mutamenti sociali e antropologici, esattamente come altre correnti artistiche. Pensiamo a Maus di Art Spiegelman, realizzato nel 1986: un fumetto del genere sarebbe stato inconcepibile cinquant’anni prima. Casi come questo fanno riflettere sulla valenza culturale del fumetto. È un prodotto che rispecchia la società e le sue esigenze, e può raggiungere lettori di diverse carature, da quelli più eruditi ai giovani, che necessitano di qualcuno che parli per loro e personaggi in cui rispecchiarsi: penso ovviamente a Zerocalcare e al suo esaustivo modo di raccontare i problemi dei giovani nell’epoca contemporanea. Questi cambiamenti non sarebbero stati possibili senza adeguati luoghi di distribuzione. Quando iniziai la mia avventura nel settore vi erano enormi ostacoli: i comics erano banditi dalle librerie, reperibili solo presso i giornalai e senza il servizio arretrati. Non c’erano leggi né burocrazia a regolarne la vendita e i diritti, nonostante intellettuali come Umberto Eco già negli anni Settanta ne avessero riconosciuto il valore sociale e antropologico (si prenda ad esempio il testo Apocalittici e integrati). Partecipando alla nascita di Star Comics, contribuii a portare in Italia fumetti americani e giapponesi, e poi, nel 1992, fondai Star Shop per regolare e incrementare la distribuzione, garantendo agli appassionati luoghi dedicati dove incontrarsi: le fumetterie. Nel contempo crebbero, anche grazie al nostro sostegno, le fiere di settore, ormai numerose in tutto il paese: eppure anche Lucca Comics, prima di essere l’odierna meta internazionale per produttori e amatori, era una piccola rassegna per pochi interessati. Ce n’è voluto di tempo, ma oggi il fumetto ha raggiunto uno status quo che non ha pari: è al contempo arte, letteratura, divulgazione culturale e intrattenimento.

 

Us Army. 2005, acrilici su tela

 

Alcune opere sono state esposte, fino a qualche giorno fa, alla mostra “Le icone audaci. Le sue creazioni”. Selezionate da un corpus nutrito e variegato, svelano le fasi che ha attraversato nel corso della sua pluridecennale produzione, insieme alle tavole originali dei grandi maestri del fumetto. Inoltre la mostra si inserisce in un contesto di rivalutazione su scala nazionale del genere. Ci racconta come è nata questa mostra?

La mostra si è allineata alle numerose iniziative internazionali che puntano l’attenzione sulla valenza artistica del genere: pensiamo all’iniziativa ministeriale Fumetti nei musei, o alle mostre dedicate ai grandi fumettisti in musei come gli Uffizi e il Louvre. Inoltre, la crescita del valore sul mercato delle tavole d’autore è un chiaro segnale che questi maestri sono da considerarsi al pari di grandi artisti universalmente riconosciuti. Accanto a ciò vive la potenza dei comics nel loro valore di icone: i personaggi e i loro simboli sono specchi della nostra società, ne riflettono i cambiamenti e si modulano ad essa. L’attenzione agli emblemi della contemporaneità in campo artistico è prerogativa della Pop Art, che io interpreto con i quadri della serie Love for Comics: le icone vengono estraniate dal mondo reale e trasposte nella dimensione, talvolta ironica, dell’arte. Alla luce di queste considerazioni, grazie alla collaborazione con Giulia Ciacci e l’Agenzia Generali Perugia Settevalli, abbiamo creato per i visitatori un percorso di scoperta, includendo anche visite guidate per le classi del liceo artistico. La storia del fumetto, con tavole di Frederick Burr Opper, Al Taliaferro, Jacovitti, Milo Manara, Crepax, è stata posta in dialogo con i miei dipinti a tema comics, in cui le grandi icone di carta possono vivere finalmente sulla dimensione della tela, sia dipinta che estroflessa. Nelle mie Superfici Dinamiche, estroflessioni monocromatiche, i comics sono innalzati a simboli di un secolo, audaci proprio perché hanno saputo superare il corso della storia e imporsi nel nostro bagaglio culturale.

 

Dov’è l’igloo. 2006, acrilici su tela, igloo in argento

 

Solitamente chiudiamo le interviste con una domanda di rito. Vorrei chiederle una parola che per lei rappresenti il connubio tra la sua arte, il suo impegno imprenditoriale e l’Umbria, sua terra d’origine.

Credo che la parola più calzante possa essere sfida. Nella sua accezione positiva ovviamente. L’Umbria è una terra meravigliosa, capace con i suoi paesaggi, il silenzio delle colline e l’aria buona che vi si respira, di ispirare i più alti pensieri e le migliori intenzioni. Ma è anche una regione problematica da un punto di vista ricettivo per l’accoglimento e lo sviluppo delle innovazioni. Ci vuole molto coraggio, amore per il rischio e gusto per la scommessa per competere con certe resistenze, sia in campo imprenditoriale sia artistico. Io ho sempre amato le sfide. Con la mia arte, specialmente con la realizzazione dei Polimeri, ho voluto sfidare luoghi comuni e tematiche calde dal punto di vista sociale e ideologico, provocando lo spettatore per fuoriuscire dalla passività di pensiero: con quadri come Dov’è l’igloo e Dov’è l’Antartide, per esempio, già dieci anni fa puntavo l’attenzione sul riscaldamento globale; con Dov’è l’uomo sottolineavo la problematica della violenza sulle donne; con Dov’è la mosca bianca sfidavo l’omologazione imperante nella nostra epoca. Ci vuole coraggio per essere diversi, avere un ideale e perseguirlo è una meravigliosa prova di audacia: l’ho dimostrato anche dal punto di vista imprenditoriale, scegliendo di restare in Umbria per creare una realtà che è tra le più solide economicamente e che ancora ha del potenziale da sviluppare. Ogni giorno mi scontro con le resistenze, ma la sfida si fa sempre più interessante.

Intervista con il giornalista esperto di olio e di enogastronomia e autore del libro “L’olio e gli altri ingredienti della nostra vita”.

Maurizio Pescari, giornalista e scrittore, nativo di Città di Castello, ha un’esperienza trentennale nel settore dell’olio, dell’enogastronomia e dell’enoturismo ed è una firma autorevole dell’informazione dedicata all’olivicoltura. Ma è soprattutto autore di L’olio e gli altri ingredienti della nostra vita (edito da Rubettino), un libro dedicato all’olio, ma che non parla di olio. Pescari segue un filo conduttore ideale lungo il quale costruisce una storia completa e complessa, quasi romanzata, toccando gli argomenti più svariati: dal valore del tempo alla mezzadria, dalle tradizioni alle consuetudini, dalla spesa alla tavola quotidiana, dalla valutazione del passato alla costruzione del futuro. Il racconto è intervallato da storie di persone e di territori, che finiscono con una prima colazione, con l’olio protagonista e conseguente ricetta.
Durante la nostra chiacchierata è emersa tutta la passione nel parlare di questo prodotto, in particolar modo degli olivi: «Non bisogna parlare di olio, ma di olivi. Stiamo perdendo gli olivi e senza di loro l’olio non si fa».

 

Maurizio Pescari

Maurizio la prima domanda è di rito: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Sono nato a Città di Castello, a sinistra del Tevere. Con l’Umbria ho un rapporto che mi porta a rispettare le diversità, non solo dialettali, ma anche di carattere. Gli umbri dal punto di vista caratteriale hanno tanto da imparare, la loro chiusura è una forma di autodifesa. Siamo stati sempre sottomessi e questo ci ha portato spesso a farci gli affari nostri. Da 50 anni vivo a Perugia e la cosa che mi manca di più è l’improvvisata: a Perugia se si fanno le improvvisate si rischiano faide familiari e sparatorie (ride). A Perugia l’improvvisata va anticipata di una settimana… poi forse, si può fare! Mentre a Città di Castello è molto più comune, è una forma culturale diversa. Detto questo, ritengo che non esista un posto più bello dove vivere.

 

È considerato uno dei maggiori esperti di olivicoltura: come e quando è nata questa sua passione?

La mia passione è nata circa 27 anni fa quando con Marco Caprai abbiamo iniziato a organizzare eventi di valorizzazione e promozione dei prodotti umbri in giro per il mondo. Marco Caprai inventò (c’ero anche io con lui) Frantoi Aperti e siamo stati i primi a portare Cantine Aperte in Umbria nel 1995. Il mio interesse per questo mondo è legato anche all’incontro con una persona: Alfredo Mancianti (aveva un frantoio a San Feliciano sul Trasimeno, ma viveva sul lago Maggiore), con i suoi racconti che giravano intorno all’olio, ma che non parlavano mai di olio, mi ha appassionato alla cultura dell’olivo più che a quella dell’olio stesso. Poi il caso ha voluto che iniziassi a collaborare con il Corriere della Sera, dove curavo una rubrica su questo prodotto. Da qui tutto è iniziato.

 

Quanto è importante l’economia dell’olio, in particolare in Umbria? Come può migliorarsi?   

Il giro d’affari nel modo dell’olio non lo fa la natura, ma la testa della gente. Occorre utilizzare il territorio e caratterizzarlo; serve fare comunicazione e creare un profilo identitario per rendere il prodotto unico. L’olio è olio per tutti. Non bisogna limitarsi a vendere la bottiglia, ma si deve coinvolge l’acquirente raccontando la storia, è favorevole essere simpatici e ben disposti, e creare un brand: in questo modo il prodotto diventa unico e si può stabilire il prezzo. Poi è compito del produttore andare a cercare chi è disposto a pagare quel prezzo, non si può stare sulla porta del frantoio e aspettare che qualcuno passi. Gli olivicoltori devono capire che non possono essere solo agricoltori, devono diventare imprenditori, come è accaduto con il vino. I viticoltori si sono evoluti. Se non in rarissimi casi, nel mondo dell’olio parliamo soltanto di agricoltori: loro vogliono vendere il prodotto il prima possibile, mentre l’imprenditore lo incarta, lo cura, lo abbellisce e crea un’identità. Tutti compriamo un vino perché vogliamo quel vino (il Sagrantino di Caprai o il Sangiovese di Lungarotti) con l’olio questo spesso non avviene.

 

“L’olio e gli altri ingredienti della nostra vita” (edito da Rubettino) è il titolo del suo libro uscito nel 2021: quali sono gli ingredienti della sua vita?

La famiglia, il cane, il gatto e ovviamente l’olio.

 

È un libro dedicato all’olio dove non si parla mai di olio: ci spieghi meglio.

È un libro dedicato all’olio, ma non c’è scritto una varietà o un sistema di estrazione, non nomino un nome, né un profumo. Non bisogna parlare di olio, ma di olivi. Stiamo perdendo gli olivi e senza di loro l’olio non si fa. In Umbria il 50% di questi alberi è abbandonato perché i proprietari non sanno dare redditività alla loro produzione, non sanno fare gli imprenditori e quindi, visto che la gestione costa cara, preferiscono comprare olio da altre parti per poi imbottigliarlo. In questo modo le piante muoiono e con loro muore anche il nostro paesaggio. L’Umbria è ricoperta da olivi, sono una bellezza che va oltre il prodotto alimentare e per questo è fondamentale preservarli e valorizzarli. Lo ripeto: quello che manca è il rispetto per l’olivo.

 

Questo perché accade?

Perché costa caro mantenere queste piante e spesso chi le possiede non è capace di fare l’imprenditore. Prima cosa dobbiamo dire che l’olivo non fa olio, perché se lo facesse, l’albicocco farebbe la marmellata. L’olivo ci mette a disposizione dei frutti, che se finiscono in mani capaci, danno un buon prodotto.

 

Pensa ancora che manchi una cultura dell’olio?

In Italia manca l’insegnamento dell’olivicoltura e dell’elaiotecnica; anche nelle scuole superiori specializzate e nelle Università di Agraria questi corsi sono molto rari o del tutto assenti. Non c’è una cultura dell’olio nonostante questo sia un prodotto molto presente: in Umbria basta aprire una finestra per vedere un albero di olivo. Scommetto che anche lei ne vede uno da casa sua! Inoltre, l’olio, che viene prodotto a livello domestico, è spesso realizzato secondo le consuetudini della mezzadria, presente in Italia fino a 60 anni fa. I nostri padri e i nostri nonni raccoglievano le olive a novembre o dicembre perché puntavano ad alte rese, la priorità era il profitto, questo purtroppo è rimasto ancora oggi. All’epoca aveva senso, oggi no. Questo va a discapito della qualità.

 

È per questo che secondo lei l’olio buono occupa oggi solo il 3% del mercato in Italia?

Non è del tutto vero. In casa tutti abbiamo una bottiglia di olio, ma il 90% di noi compra quello che costa meno, solo il 10% va alla ricerca delle caratteristiche di fondo. L’olio non è tutto uguale, ogni prezzo corrisponde a una qualità. Il prodotto che si acquista al supermercato è meno caro, ma non vuol dire che sia cattivo: sfido chiunque a fare un olio migliore e farlo pagare a quel prezzo.

 

Che voto dà alla produzione umbra?

Quella buona è buona.

 

 

Dia dei suggerimenti a noi comuni mortali per riconoscere un buon olio.

L’odore. Un buon olio ha un buon odore. Va specificato però che ogni olio è diverso: in Italia ci sono 538 varietà di olive e ognuna dà vita a un prodotto differente. Non dico che si deve saper riconoscere qual è il più buono o il meno buono, ma si deve capire che sono diversi tra loro. Poi entra in gioco il gusto personale che ci orienta verso quello più adatto al nostro palato. Dico sempre: quando si va in giro per il mondo, invece di riportare a casa una calamita da attaccare al frigorifero, riportate una bottiglia d’olio.

 

Dopotutto è un compagno molto presente nella vita degli italiani…

Assolutamente. Non esiste una casa dove non c’è una bottiglia d’olio. Mi arrabbio quando sento dire in televisione: «Usate poco olio». Usate poco olio scadente… quello buono mettetelo.

 

Per concludere la nostra chiacchierata: qual è la prima cosa che le viene in mente pensando all’Umbria? Non mi dica l’olivo…

Piazza di Sopra a Città di Castello, ma anche Assisi: tutti pensano che sia bella ammirata da sotto – ed è vero – ma avete mai guardato l’Umbria da Assisi? È bellissima!

Narni è il grazioso borgo che ha dato i natali al condottiero Gattamelata, che all’età di quarant’anni e nel bel mezzo della sua professione nei campi di battaglia, desiderò tanto prendere moglie e metter su famiglia.

L’Umbria è stata una regione ricca di condottieri, basti ricordare Braccio da Montone, Ascanio della Corgna, Baldo degli Ubaldi, Boldrino da Panicale, Bartolino da Terni, Bartolomeo d’Alviano.

I condottieri erano delle vere e proprie guide carismatiche, capi illuminati e talvolta feroci. Spesso guidati da sete di potere o dall’amor di patria erano tutti dotati di una prepotente forza suggestiva abbracciata a innegabili capacità tattiche, strategiche e logistiche. I loro valori erano, inoltre, l’onestà, il coraggio, la forza e la fedeltà presso il proprio signore. Se chiudo gli occhi e provo a immaginare l’azione di un condottiero, altro non vedo che un campo di battaglia su cui spicca un uomo solo al comando padrone delle vite ai suoi ordini.

Erasmo Stefano da Narni, detto il Gattamelata

Erasmo da Narni detto il Gattamelata

Senza dubbio, uno dei condottieri e capitani di ventura umbri più famosi e più abili, fu Erasmo Stefano da Narni, detto il Gattamelata. Nato a Narni nel 1370 gli fu attribuito il nomignolo Gattamelata per «la dolcezza dei suoi modi insieme a grande astuzia e furberia», come ricorda il biografo narnese Giovanni Eroli, «e pel suo parlare accorto e mite dolce e soave». Si formò alla scuola di Braccio da Montone e durante la sua intensa carriera di uomo d’armi partecipò a numerose e importanti azioni che lo videro protagonista soprattutto in Lombardia e in Veneto. Rimasto infermo nel 1440, si ritirò a Padova dove morì il 16 gennaio 1443. Trentatré anni prima si era sposato con Giacoma da Leonessa.

Sentimenti contrastanti

Leggendo Erasmo Gattamelata da Narni – Suoi monumenti e sua famiglia del biografo Giovanni Eroli, possiamo immergerci nei sentimenti e nell’atmosfera che spinsero il nostro condottiero a prendere moglie. Interessante la descrizione della sua fidanzata, i costumi per le nozze e tutto quanto ruotò intorno al matrimonio.
Nel capitolo II del suddetto libro, Giovanni Eroli descrive la vita del guerriero: «…sempre agitata, tempestosa, piena di fatica, di disagi, di amarezze e dolori». Queste caratteristiche, associate alle vittorie e al guadagno economico, rallegrano e lusingano il condottiero, ma contemporaneamente hanno un risvolto negativo che così viene descritto: «…il continuo nutrirsi di odio e di sangue avvelena facilmente la contentezza dell’animo suo».
Così inizia a germogliare, nelle mente e nel cuore del Gattamelata, il bisogno di amare e di essere amato, la necessità di avere un rapporto autentico e profondo. In lui si fa strada sempre più forte il bisogno di ricevere attenzione, cura e gentilezza, più in generale amore.
Ha desiderio di sperimentare l’opposto della battaglia, del sangue, della morte, ha voglia di coinvolgersi nei sentimenti di pace, serenità e quiete. Scrive Eroli: «A niuno meglio che a lui conviensi una donna di cuor gentile, dilicato, sensibile, buono».

 

Monumento equestre a Padova in bronzo raffigurante il condottiero

Il matrimonio

Questo bisogno si concretizzò nel 1410, anno in cui il Gattamelata sposò Giacoma da Leonessa. Suggestiva la descrizione di quella comunanza di sentimenti che possiamo intendere come empatia, come capacità di comprendere i processi psichici dell’altro: «Aveva adescato una giovane avvenente ingegnosa, di gentile stirpe, fornita d’ogni bel costume, nomata Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori da Leonessa. […] ella aveva qué medesimi sentimenti di religione e di virtù, che governavano l’animo dell’amante, perciò piacque a costui quale compagna, la desiderò, la chiese e la ottenne facilmente. Stante la bellezza reciproca, l’indole e virtù conforme, tutti presagiron felice questo nodo; e lo fu in realtà, perché un amore intimo animò sempre e fiorì loro vita».
Il matrimonio fu celebrato in modo solenne, gli invitati, tutti di alto grado sociale, gareggiarono in magnificenze e lusso. Gli addobbi furono sfarzosi e i banchetti opulenti con tanto di paggi e menestrelli vari a far da cornice alla cerimonia. Giovanni Eroli descrive così anche la partecipazione, discreta e di lato, del popolo: «Alle nozze dei Signori prendea volentieri parte anche il popolo, il quale dà suoi festosi plausi ed auguri traeva qualche guadagno o in doni di confetture o denaro, e talvolta divertivasi in pubblici spettacoli, come sarebbero giostre, corse, tornei, balli, commedie e che so io».
Giacoma era meravigliosa ed emozionata nel ricevere da parenti e amici complimenti, auguri, dolci parole, fiori, doni, canti e suoni. Tutti gli invitati «brillavano per fulgide gioie, per aurei vezzi, per abiti di broccato di tocca d’oro o di argento, o veramente di raso e velluto di colore vario garbatamente recamati a studio in oro argento e seta».

Un altro aspetto importante del matrimonio e in particolare per la sposa e per la casa dove entrava erano rappresentati dal corredo e dalla dote. Il Gattamelata ebbe ricco il primo ma misera la seconda quantificata in 500 ducati in oro. Questa era un po’ la regola del tempo, dove conveniva mantenere una dote povera per non impoverire la famiglia. «Da due belli robusti virtuosi giovani, caldissimi d’amore», narra il biografo «non potean nascere che figli belli vigorosi e buoni. In fatti al Gattamelata ne vennero da Giocoma sei, l’uno più bello e virtuoso dell’altro, cioè un maschio e cinque femmine». Verrebbe da dire che tutti vissero felici e contenti; e così fu!
Due artisti del calibro dello scultore Donatello e del pittore Giorgione ci hanno lasciato due opere di immenso valore raffiguranti Il Gattamelata. In piazza del Santo a Padova è posto un monumento equestre in bronzo raffigurante il condottiero, mentre presso il museo degli Uffizi a Firenze è presente Ritratto di guerrierio con scuderio.

 

Veduta di Narni

Narni: brevi cenni storici

Intorno al 300 a.C., l’antica Nequinum degli Umbri fu conquistata dai Romani che ne fecero, col tempo, un importante Municipio con il nome di Narnia. In latino nequeo significava non posso e per i Romani ciò era di cattivo auspicio, e così fu cambiato il nome anche per la presenza del fiume Nera, Nar (in latino), Nahar (in antico umbro).

Dopo un periodo turbolento dell’Alto Medioevo, la città, nell’XI secolo, visse un periodo di potenza e ricchezza fino a quando non fu sottomessa nel 1174 da Federico Barbarossa. Nei secoli successivi Narni è protagonista di turbolente vicende che videro protagonisti anche il Ducato di Spoleto, il cardinale Albornoz, il re di Sicilia Ladislao e Carlo V. L’instabilità durerà fino al XVII secolo quando entrò a far parte dello Stato Pontificio sotto il cui dominio, salvo la parentesi napoleonica, rimase fino al 2 ottobre del 1860, giorno dell’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II.

 

Narni sotterranea

Perché visitare Narni

Narni conserva un ricchissimo patrimonio accumulato in secoli e secoli di storia. La sua posizione, strategica nei secoli passati per la buona navigabilità del fiume Nera, la rende oggi un po’ fuori mano, ma nonostante ciò è un borgo umbro tutto da scoprire. Dell’epoca romana rimangono il grandioso ponte di Augusto, il ponte Cardona e l’acquedotto della Formina.
Del periodo medievale abbiamo la cattedrale di San Giovenale, le chiese di San Domenico e di Santa Maria Impensole. Interessanti anche le chiese di Sant’Agostino e di San Francesco. Una delle piazze più belle dell’Umbria la troviamo proprio a Narni ed è la piazza dei Priori: situata nella parte più alta della città, è incantevole con il suo palazzo dei Priori, la torre civica con la loggia del banditore e il Palazzo del Podestà. Oltre che in superficie la città riserva sorprese emozionanti anche nel sottosuolo con il percorso della Narni sotterranea, un insieme di ipogei, scoperti soltanto recentemente, come acquedotti, cisterne, cunicoli e anche una sala delle torture risalente al periodo dell’Inquisizione. Da non dimenticare, per le buone forchette, che Narni si trova nel cuore della zona del tartufo nero.

Intervista con la docente e ricercatrice ternana, inserita tra le 1000 scienziate del mondo e nominata nel 2022 Foreign Adjunct Professor in geriatria traslazionale presso il Karolinska Institutet di Stoccolma.

Le eccellenze che rendono l’Umbria eccellente nel mondo. La professoressa Patrizia Mecocci, ternana DOC, è una di queste. Per scrivere il suo curriculum servirebbero pagine e pagine, tanti sono i riconoscimenti, le ricerche e le pubblicazioni realizzate. Proverò a riassumere per voi. La professoressa è una scienziata esperta degli aspetti clinici e biologici dell’invecchiamento; è autrice, anche in collaborazione con prestigiosi centri di ricerca internazionali, di oltre 350 articoli scientifici e 30 monografie e capitoli di libri.

Oggi è a capo della Struttura Complessa di Geriatria dell’Azienda Ospedaliera di Perugia ed è direttrice del Dipartimento di Medicina Interna e Medicina Specialistica 1, oltre a essere Professore Ordinario di Gerontologia e Geriatria dell’Università degli Studi di Perugia.
Nel 2022 il Comitato Scientifico del Karolinska Institutet di Stoccolma l’ha nominata Foreign Adjunct Professor in geriatria traslazionale, titolo attribuito a ricercatori con pubblicazioni di alto livello e riconosciuti come leader nel loro settore.
A fine 2023 è stata riconosciuta fra le mille migliori scienziate del mondo (26esima tra le ricercatrici italiane e 925 esima a livello mondiale) nella classifica stilata da Researach.com, una delle principali piattaforme accademiche che valuta i migliori ricercatori sulla base delle loro pubblicazioni. «È un riscontro concreto del tanto lavoro fatto in questi anni. Inoltre, è anche una rivincita per le donne». Una carriera e un percorso di vita che fanno impallidire molti e che l’hanno resa una figura di spicco, sia in Italia sia all’estero.
Abbiamo parlato con lei di tanti argomenti, alcuni anche un po’ fuori dagli schemi – dalla musica allo sport, dalle sue passioni ai diversi incarichi, fino ai suoi ultimi studi e al ruolo che le donne hanno nel mondo accademico – per conoscere Patrizia, non solo la professoressa Mecocci.

 

Professoressa Patrizia Mecocci

 

Professoressa la prima domanda è di routine: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Penso che sia la regione più bella d’Italia. Amo molto l’Umbria, la sua storia e la sua arte. È stata la bellezza del panorama di Assisi – che vedevo dal mio vecchio studio quando l’ospedale era ancora a Monteluce – a farmi lasciare gli Stati Uniti: lavoravo all’Università di Harvard e mi era stato offerto un contratto, però il richiamo di questo territorio è stato più forte. Forse il mio rapporto con l’Umbria mi ha un po’ tarpato le ali, magari la mia carriera sarebbe stata ancora più brillante se fossi rimasta negli Stati Uniti. Oppure no. Nella vita bisogna convincersi che le decisioni che si prendono sono quelle giuste, non serve avere rimpianti.

 

È stata inserita tra le 1000 scienziate del mondo. La prima cosa che ha pensato quando ha ricevuto la notizia?

Non lo immaginavo assolutamente e per questo sono stata molto felice. È un riscontro concreto del tanto lavoro fatto in questi anni, perché nella vita non sempre l’impegno viene riconosciuto dagli altri e dalla società. Inoltre, è anche una rivincita per le donne.

 

A tal proposito il suo commento dopo la nomina è stato: “Questo risultato mi porta a sperare che ci siano in futuro sempre più donne coinvolte come leader nell’attività di ricerca e che possano ottenere un sempre maggiore e meritato riconoscimento al loro impegno”. Siamo ancora lontani dal renderlo normalità?

Siamo un po’ meno lontani di quando ho iniziato la mia carriera. Ancora oggi purtroppo – ciò mi fa ridere e allo stesso tempo arrabbiare – articoli pubblicati su prestigiose riviste scientifiche come Science o Nature hanno molto spesso la firma finale di un uomo, nonostante il lavoro di ricerca e il laboratorio sia stato portato avanti interamente da donne. Il senior, il capoprogetto, ancora oggi è quasi sempre un uomo; ci dovrebbero essere più donne a ricoprire questo incarico.

 

Secondo lei perché accade questo?

Perché gli uomini stanno in cima alla piramide, poi sotto ci sono le donne. Il vertice è ancora maschile. Penso però che diventerà presto femminile perché, nell’area biomedica le donne prevalgono come numero. Per cui sono convinta che – visto che i numeri sono dalla nostra parte – si romperà il famoso tetto di cristallo.

 

In quanto donna si è dovuta impegnare maggiormente rispetto a un uomo per raggiungere i risultati che ha ottenuto? Ha avuto mai questa sensazione?

Assolutamente sì. Se un uomo deve dimostrare di essere bravo, una donna deve dimostrare di essere molto brava: occorre sempre qualcosa in più. Quello che posso dire di positivo è che, nel mio percorso lavorativo, ho avuto pochi intralci, penso ai miei maestri che mi hanno lasciato libera di andare a fare ricerca dove volevo. Sono stata molto autonoma e questo è stato un grande vantaggio. Non tutte le mie colleghe hanno avuto – e hanno – queste possibilità.

 

C’è lo studio di cui è più orgogliosa? Un traguardo di cui va più fiera?

Sicuramente lo studio che ho realizzato negli Stati Uniti: una ricerca veramente innovativa. Ho studiato una molecola che all’epoca – parliamo del 1992/93 – non si trovava in commercio, quindi l’ho sintetizzata da sola come fossi un chimico. Mi sono dovuta arrangiare, mi sembravo Maga Magò (ride). Però alla fine, dopo mesi di fallimenti, ci sono riuscita, e questo per me è stato motivo d’orgoglio. Ricordo ancora che, per 4-5 mesi, durante gli incontri con i ricercatori e con il professore referente, non riuscivo a presentare nessun risultato, mi sentivo umiliata e incapace; poi quando le cose hanno cominciato a funzionare e ho concluso lo studio è stata per me una grande soddisfazione, soprattutto perché avevo fatto tutto da sola.

 

Ha avuto sviluppi concreti questa ricerca?

Si è sviluppata nello studio del ruolo dello stress ossidativo nell’invecchiamento cerebrale, nell’invecchiamento in genere e nelle demenze. Da lì poi sono partiti diversi studi.

 

A che punto è oggi la ricerca sull’invecchiamento cerebrale e sulle malattie degenerative?

In questo momento ci stiamo focalizzando sugli aspetti legati alla senescenza che è il nucleo base di tante patologie cronico-degenerative come l’Alzheimer, i tumori, l’insufficienza respiratoria o lo scompenso cardiaco. Queste patologie si manifestano maggiormente con l’invecchiamento, quindi il nostro scopo è quello di studiare dei marcatori attraverso il sangue per individuare i soggetti che avranno un invecchiamento più rapido (di conseguenza un elevato rischio di patologie cronico-degenerative) per provarne a fermare o rallentare lo sviluppo con farmaci già presenti in commercio o con molecole naturali.

 

Nessuno vuole invecchiare. Esistono pratiche quotidiane per ritardare l’invecchiamento cerebrale?

Ci sono degli studi e dei gruppi di ricerca svedesi e finlandesi, con i quali collaboriamo, che stanno portando avanti dei progetti fondati sulla prevenzione della fragilità. Si basano su esercizi di attività fisica e di attività di stimolazione cognitiva, come i giochi che tengono attivo il cervello. Inoltre, è importante favorire la socializzazione e la socialità, bisogna stare in compagnia, e occorre optare per un’alimentazione ricca di frutta, verdura, pesce e bere molta acqua. Una dieta il più equilibrata possibile perché spesso, invecchiando, le persone tendono ad alimentarsi male: penso agli anziani che la sera mangiano caffè d’orzo, latte e biscotti, e questo non è salubre.

 

La professoressa con il suo gruppo di lavoro

 

Preferisce il laboratorio, la corsia o le aule universitarie?

Il top per me è la ricerca, mi dà tanta soddisfazione. Mi piace anche la corsia perché ti mette in relazione con le persone e s’impara tanto; il difficile però è soddisfare le aspettative dei pazienti e dare loro le risposte giuste di cui hanno bisogno. Trovo interessante anche la didattica, solo che negli ultimi anni si percepisce molto un atteggiamento di diffidenza verso i docenti e si è creata un’atmosfera molto basata sui giudizi, dei professori verso gli studenti e degli studenti verso i professori. Si ha la sensazione di vivere sempre sotto esame che svaluta quello che è il vero ruolo dell’Università. Mi spiego. Il nucleo non è solo superare test o verifiche, ma creare un rapporto fra studenti e docente, in modo tale che quest’ultimo trasmetta e condivida ciò che ha imparato nel corso della sua vita; invece nell’aria spesso si respira solo l’incubo dell’esame, di finire il corso nel più breve tempo possibile, del rapporto con il docente spesso percepito solo come un esaminatore. Ciò impoverisce tutto, mentre l’Università deve essere un luogo dove le diverse generazioni si relazionano e scambiano idee. Mi piacerebbe tanto che docenti e studenti sentissero l’Università come un luogo di cultura e non un esamificio.

 

Chi è Patrizia quando si toglie il camice? Cosa le piace fare?

Mi piace leggere romanzi, studiare storia e storia dell’arte, visitare musei, mostre, andare al cinema e a teatro. Apprezzo tutto ciò che è artistico anche se non so assolutamente disegnare o dipingere. Adoro anche viaggiare, scoprire altri Paesi e altre persone.

 

Nella sua vita non può fare a meno di…

Della musica e degli amici.

 

Ora sono curiosa: che musica ascolta?

Di tutto: dalla classica al rock degli anni ’80-’90. Mi piace il cantautorato italiano, mentre tra le nuove generazioni rock apprezzo i Greta Van Fleet: a luglio saranno in concerto a Mantova, se ce la faccio mi piacerebbe andare.

 

La professoressa Mecocci durante un viaggio in Bolivia

 

Ho letto che è anche appassionata di calcio: per che squadra tifa?

Tifo Ternana e Inter, ma le seguo meno perché il calcio di oggi è deludente. I giocatori cambiano continuamente casacca per cui non sai mai se quel giocatore gioca con la tua squadra o con la squadra avversaria, ascoltare una partita alla radio diventa difficile. È un mondo gonfiato e pieno di soldi, per questo non mi diverte più, però fino a una decina di anni fa mi piaceva molto.

 

È vero che da piccola era la mascotte della Ternana?

Fino alla terza media sono stata una mascotte delle Fere e ho continuato a seguire la Ternana anche per tutto il periodo del liceo, andavo allo stadio. Poi, durante l’università ho rallentato. Ora seguo molto la pallavolo e il rugby.

 

Tifa per la Sir, anche se è di Perugia?

Sì, se vince sono contenta. Quando una squadra è forte le si deve comunque riconoscere i meriti (ride).

 

Lo fa ancora l’album delle figurine?

Adesso non più, ma da ragazzina facevo l’album dei calciatori.

 

Ha realizzato i suoi sogni? Quando era bambina già si immaginava medico?  

Già a quattro anni dicevo a tutti che da grande avrei fatto il medico, mentre non pensavo assolutamente alla carriera accademica. Quella è iniziata in modo casuale con l’opportunità di fare un dottorato di ricerca subito dopo la laurea, prima in Svezia e poi negli Stati Uniti. Questo mi ha svoltato la vita. Tutti dovrebbero provare ciò che gli piace, per questo non trovo giusto il test d’ingresso alla facoltà di Medicina, che spesso blocca i sogni di un diciottenne. Un giovane dovrebbe iniziare gli studi, poi se capisce che non è la strada giusta, smette o cambia facoltà.

 

Non crede che i test possano fare una scrematura?

I test d’ingresso non selezionano i migliori, lo dico da docente che ha visto arrivare alla laurea anche persone mediocri. Spesso mi chiedo come abbiano fatto a superare l’ammissione: questo dimostra che il test non seleziona i migliori, la meritocrazia è ben altro.

 

Quale consiglio darebbe ai ragazzi, in particolar modo alle giovani donne, che vogliono intraprendere il suo mestiere?

Di avere costanza, di non farsi sottomettere da nessuno. Se si ha un’idea buona va portata avanti, non avere paura di sbagliare e non mollare alla prima difficoltà. Bisogna andare avanti con competenza e studiare. Inoltre, smetterla di pensare sempre che ci sono quelli più fortunati o più raccomandati.

 

Proprio come faceva Pietro Mennea. È ancora lui il suo mito o è cambiato?

No, è sempre lui. Mennea aveva una struttura fisica alla quale non avresti dato un soldo di fiducia. Lui però si è allenato con costanza e tenacia, e ha trasformato il suo fisico mingherlino. È una persona che ha detto: «Se io voglio, posso». Non è sempre detto che questo riesca a tutti, però lui ha dimostrato che se si vuole qualcosa si può ottenere. Era anche una persona molto intelligente perché ha conseguito – se non sbaglio – quattro o cinque lauree.

 

Lei si è rivista in questo atteggiamento?

Lui è un livello molto superiore (ride). Pensi, ogni volta che rivedo le sue gare mi commuovo.

 

Ultima domanda: qual è la prima cosa che le viene in mente pensando all’Umbria?

L’Umbria è una regione bellissima, straordinaria e unica, ma si visita con difficoltà perché non ha buoni collegamenti stradali e ferroviari e su questo si deve impegnare di più. I turisti che vengo qui, vedono dei posti unici, ma compiono un’impresa titanica. Va resa più fruibile.

L’attore ternano Stefano de Majo ci ha regalato la sua interpretazione della poesia “Lu martirio de S. Valentinu” scritta da Antonio Pecorelli nel 1969.

Stefano de Majo nelle vesti di Valentino

Frustatu a morte come San Callistu 

e ammanettatu a tutte due le mano,

San Valentinu vescu, tutto pistu,

annò avanti a la corte d’Aureliano.

 

“Chi sête voi?” je chiese in siciliano

un prefettacciu menzu sangue mistu. 

Dice: “Come chi sò, io sò un ternano

che cià ‘na Fede e crede in Gesù Cristu”.

 

“Portàtemelo via, quistu me scoccia”, 

fece quillu a li sbirri, a intendimentu 

che ‘jj èssero tajjata la capoccia…

 

… la testa rotolò, e novanta inverni 

su la Flaminia accesero ‘n gran ventu. 

Lu Santu, ‘ncò guardava versu Terni.

 

 

 

 

 


Per gentile concessione di Stefano de Majo

Felice Fatati fu pittore della Scuola Ternana dalla poliedrica personalità, nato ad Arrone il 23 febbraio del 1908 da una famiglia di medici e farmacisti (fu lui stesso medico pediatra); ereditò probabilmente la sua vena creativa dal nonno materno, il pittore Giuseppe Fontana.

La sua formazione scientifica si sviluppò, dopo la maturità, presso la Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Perugia e, in seguito, a Roma dove, oltre a proseguire i suoi studi universitari, cominciò a frequentare i cenacoli artistici della capitale.
Nel 1936 sposò Maddalena Sigismondi da cui ebbe Viviana, l’amata figlia che chiamerà spesso con il nomignolo Kytta.
Partecipò a mostre regionali e in una personale a Roma, dove un suo dipinto venne acquistato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
La morte della moglie, nel 1959, rappresentò un doloroso spartiacque e un cambiamento radicale nella vita di Fatati. Da quel momento in poi si chiuse in una sorta di isolamento spirituale dedicandosi maggiormente alla sua attività di pediatra senza comunque abbandonare la sua vena creativa che lo vide autore di moltissime opere non solo grafico-pittoriche, ma anche letterarie, con poesie ed epigrammi.
La sua attività poetica è stata ricordata dal nipote Giuseppe Fatati nella pubblicazione del 2022 Novecento a fil di penna. La poesia di Felice Fatati che mira appunto ad approfondire l’aspetto meno conosciuto della poliedrica personalità dell’artista.
Proprio come poeta infatti, Fatati ricevette premi importanti e nel 1975 le sue poesie vennero inserite nell’antologia Poeti Umbri, mentre nello stesso periodo alcune sue opere vennero esposte al Museo Nazionale di Varsavia.
Morì il 21 dicembre 1977 a Terni, dopo 2 mesi dalla morte dell’adorata figlia Viviana.
Felice Fatati fu artista lontano dalla linea accademica, il suo linguaggio innovativo aderente alla Scuola Ternana lo portò alla ricerca di nuove modalità espressive.
I suoi dipinti e acquerelli testimoniano una pittura appassionata proiettata nel panorama artistico e letterario nazionale e internazionale del Novecento.
Attraverso i suoi disegni riuscì a fare emergere la sua interiorità e religiosità: tratti sottili alternati a chiazze d’inchiostro svelano figure umane dalla grande plasticità.

 

Figura maschile, inchiostro su carta beige, 630x560

Figura maschile; inchiostro su carta beige, 630×560

 

Amò molto la sua terra che ricorre spesso nelle sue rappresentazioni (“Amo la terra, l’aria che respiro, i nostri bellissimi laghi, la nostra cascata”) e in diverse opere si soffermò sull’Umbria francescana e medievale che trova il suo apice nella serie di litografie dedicata al Cantico delle Creature (Biblioteca Tinarelli).

 

Ex modella, ora si occupa di eventi legati al mondo della moda ed è la presidente di Un’idea per la vita onlus, associazione che sta accanto alle donne che affrontano la malattia.

«Se non ho da fare, me lo invento!». Questa frase descrive alla perfezione Laura Cartocci, ex modella, organizzatrice di eventi e sfilate di moda, e presidente dell’associazione Un’idea per la vita onlus. Toscana, ma residente in Umbria da 25 anni – «Oramai mi sento parte di questa regione» – collabora come consulente con le scuole di moda dell’Umbria e con il Love Film Festival; organizza il Fashion show con l’Accademia di Belle Arti ed è la direttrice artistica del concorso di bellezza Miss Blumare per la Regione. Nel 2023 ha creato il format Umbria Fashion, un contenitore che vuole mettere al centro i giovani del mondo della moda. «Il mio lavoro principale però è quello di essere un manichino vivente: in pratica faccio prove di vestibilità per la taglia M per Luisa Spagnoli». In una lunga chiacchierata ci ha raccontato tutte le sue attività e i progetti futuri.

 

Laura Cartocci

 

Laura, iniziamo da “Un’idea per la vita Onlus”: quando e perché è nata?

L’associazione è nata a fine 2019 da un’idea mia e di Nicoletta Utzeri con la volontà di donare carezze e di stare vicino alle donne che affrontano il difficile percorso della malattia.

 

Ho letto che si è avvicinata all’attività di volontariato grazie a Leonardo Cenci… in che modo?

Ho conosciuto Leonardo a marzo 2016. Lo seguivo sui social e – vivendo da vicino la malattia di una mia amica che accompagnavo a fare la chemioterapia – ho deciso di contattarlo per proporgli una raccolta fondi e l’organizzazione di una sfilata di moda: ho coinvolto aziende umbre e toscane anche di livello e, tra l’asta e la cena, abbiamo portato a casa 4.600 euro con un primo evento e oltre 2.000 con un secondo. Questi soldi hanno contribuito all’acquisto di nuovi lettini per la chemio per il reparto di oncologia dell’ospedale di Perugia. Ho collaborato con Leonardo per una decina di mesi e ho ricevuto molto da lui: lui ha saputo dare speranza e dignità ai malati. Ho organizzato eventi anche per altre associazioni come il Comitato Chianelli e, spinta da una giovane donna malata, ho fatto nascere Un’idea per la vita onlus, proprio per realizzare qualcosa di concreto: mi sono avvicinata al volontariato per donare, ma alla fine sono io che ricevo molto in cambio.

 

La vostra mission è promuovere la prevenzione delle malattie oncologiche femminili: quanto è importante? A che età è consigliato iniziare?

È molto importante. Il nostro motto è: La diagnosi precoce salva la vita. Si deve iniziare a circa 12 anni facendo il vaccino – maschi e femmine – contro l’HPV. Già questo è importantissimo. Poi è bene controllarsi regolarmente anche da giovani.

 

Cosa fate concretamente come associazione?

Diamo supporto e realizziamo progetti, ma soprattutto – come dicevo prima – sensibilizziamo sulla prevenzione e sulla diagnosi precoce. A tal proposito ho ideato degli incontri informativi che si svolgono nei diversi comuni umbri – ne abbiamo già toccati 12 – dove cerchiamo di seminare l’importanza della prevenzione attraverso la partecipazione di medici e di associazioni sociali: ogni sindaco riceve il Passaporto del cuore e tramite i social, la stampa e il passa parola diffondiamo il più possibile l’idea che la diagnosi precoce salva la vita. A questo si aggiungono le raccolte fondi per realizzare i nostri progetti: il progetto di cui siamo più orgogliose è la Banca della parrucca, idea già presente in altre regioni d’Italia, che ci ha consentito di essere presenti alla Breast Unit dell’oncologia medica all’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia per dare sostegno alle donne.

 

Ci spieghi cos’è la Banca della parrucca…

È un progetto in cui vengono offerte parrucche igienizzate in comodato d’uso gratuito. Mi spiego meglio. La Regione Umbria dà, in caso di patologie, 300 euro per l’acquisto di una parrucca, ma alcune possono arrivare a costare anche 2mila euro (dipende dalle caratteristiche); è qui che interveniamo, fornendole gratuitamente. Chi invece decide di comprarla, finito l’utilizzo può donarla a noi: la facciamo rivivere e la prestiamo a un’altra donna. Quando i capelli ricrescono, la parrucca si lega a un brutto ricordo quindi, invece di buttarla o tenerla in un cassetto, può essere donata a chi in quel momento ne ha bisogno. Il nostro è un servizio gratuito e completamente anonimo, a cui si aggiunge la consulenza dei nostri hair stylist. Le donne devono sapere che possono contare su di noi.

 

È importante sentirsi e vedersi belle anche in periodi della vita non semplicissimi…

È fondamentale, per questo abbiamo parrucchieri e makeup artist che danno consigli. In questi momenti tornare alla vita sociale è importantissimo. Nonostante i cambiamenti del corpo queste donne, che hanno una forza incredibile, vogliono sentirsi tali ed essere viste belle, soprattutto dai mariti/compagni. I capelli, la pelle e il trucco sono importanti e forniamo loro delle carezze (così le chiamo) grazie alle tante figure professionali che collaborano con noi. È un lavoro di squadra… senza una squadra non si va da nessuna parte!

 

Quali sono i prossimi eventi organizzati dall’associazione?

Oltre agli appuntamenti fissi come La sfilata del cuore o la Charity dinner, di recente abbiamo creato Lo Spazio del cuore. Si tratta di incontri, per ora quindicinali nella nostra sede (presso l’Istituto Superiore Paritario Leonardi – zona Broletto) a cui si potrà accedere gratuitamente e su prenotazione. In questi appuntamenti – sia pazienti oncologiche che non – potranno ritrovarsi per alleggerire il peso del percorso di malattia, ma anche per avere consigli e per condividere qualsiasi problematica perché, quando il peso che hai lo racconti, sembra più leggero! Insomma, uno spazio di ritrovo, aggregazione e confronto aperto a tutte le donne. Ogni appuntamento vedrà la presenza di medici specialisti coinvolti nella gestione delle patologie oncologiche, oltre a esperti e professionisti di altrettante discipline con l’obiettivo di organizzare anche attività di piacere e svago: dal trucco alla cucina, dalla musica al portamento. Tutto comunque sarà illustrato nei nostri canali social.

 

In genere il fare gruppo è una prerogativa maschile, ma in alcune circostanze l’unione delle donne è una risorsa infallibile e preziosa: questo, quanto è importante per chi deve svolgere il percorso oncologico?

Condividere le stesse esperienze, soprattutto negative, fa sentire meno sole. Si può ironizzare anche nei momenti peggiori e con le sfilate o il calendario, che organizziamo, ci si mette in gioco a qualsiasi età.

 

È difficile in Umbria accedere al sistema di screening?

Tutte le donne, in diverse fasi della vita, vengono chiamate dalla regione per degli screening gratuiti, il problema è che molte non ci vanno, rimandano e si trascurano. Questo è sbagliatissimo: una volta all’anno i controlli vanno fatti (mammografia, pap test, feci occulte).

 

Laura, lei è anche un’organizzatrice di eventi nel mondo della moda, la sua ultima creazione è “Umbria Fashion”, nata nel 2023. Ci può anticipare qualcosa della prossima edizione?

La seconda edizione si svolgerà a Perugia il 19-20 ottobre: già ho bloccato le date! (ride). Non posso anticipare nulla perché ancora ci sto lavorando. Il format nella prima edizione ha funzionato molto bene, ora va solo perfezionato per focalizzarsi al meglio sui giovani. È stato creato principalmente per loro, per la loro formazione e per mantenere vive tutte le maestranze che ruotano attorno al mondo della moda. Tanti grandi marchi si rivolgono alle aziende umbre per realizzare i loro capi perché trovano eccellenti realtà tessili: questo va mantenuto e portato avanti dalle nuove generazioni. L’obiettivo di Umbria Fashion è fare ciò.

 

Laura Cartocci, la presidente Donatella Tesei e l’assessore Luca Merli

 

Nella prima edizione ha fatto sfilare un robot: pensa che questo sia il futuro? Le modelle potranno essere sostituite?

La tecnologia ormai fa parte del mondo della moda, ma le modelle non potranno mai essere sostituite dai robot, così come i lavori manuali. La sarta ad esempio potrà essere coadiuvata dalla tecnologia, ma la maestria delle sue mani resta fondamentale.

 

Il mondo della moda lo ha vissuto (lo vive) in tutti gli ambiti, in passerella e lavorando dietro le quinte: quale dei due preferisce?

Tutto ha il suo tempo. Mi sono avvicinata al mondo della moda abbastanza tardi, avevo 23 anni e ho lavorato fino a 34. La modella non si può fare per sempre e così sono andata a scuola da due organizzatrici di eventi per imparare questo mestiere. Devo dire che come modella ho lavorato molto: avevo in agenda anche 2-3 appuntamenti al giorno. Oggi con le influencer – che non giudico perché fanno parte della realtà attuale – sarei stata meno richiesta. All’epoca servivano delle misure e delle caratteristiche fisiche ben precise, ora una ragazza carina con l’aiuto dei filtri, diventa una modella. Comunque devo dire che entrambi i mondi mi hanno dato – e mi danno – grande soddisfazioni.

 

Che consiglio darebbe a una ragazza che vuole entrare in questo mondo?

Dico sempre che c’è tanto da lavorare, si deve avere curiosità, si deve voler apprendere e avere tanta umiltà. In passerella a parlare è il corpo, con le movenze e il sorriso, ma quando si scende bisogna essere umili, educate, rispettose, puntuali e sorridenti. Un sorriso non costa nulla, è un’arma fondamentale per mettere a proprio agio le altre persone.

 

Certo, nelle sfilate di alta moda le modelle sono sempre imbronciate…

Sembrano sempre arrabbiate… glielo consiglieranno (ride).

«La mia formazione artistica è stata da autodidatta, studio intenso e approfondimenti sui maestri contemporanei e del passato, lavoro serrato sulle tecniche e soprattutto l’innamoramento per alcuni pittori storici ha inevitabilmente influenzato il mio modo di dipingere».

In questo appuntamento abbiamo chiacchierato con Lauretta Barcaroli, artista che vive e opera a Terni. Autodidatta nella sua formazione ma con una grande passione, negli ultimi anni è passata gradualmente da una pittura di impronta figurativa a composizioni di gusto astratto e con connotazioni fortemente materiche, in cui anche la luce concorre a essere elemento indispensabile per la fruizione dell’opera. Alcune sue opere sono state pubblicate nel 2019 nel nostro magazine WHITE | AboutUmbria Collection (N. 4), un numero dedicato alle eccellenze umbre viste attraverso il colore bianco.

Lauretta Barcaroli

Lauretta, la passione per l’arte e in particolare per la pittura è sempre stata viva e presente in lei. Ci racconta come è nata?

Posso quasi dire che la passione per l’arte è nata insieme a me. Avevo sì e no dieci anni quando presi in mano la prima tela per dipingervi un mazzo di fiori. La mia vicina di casa, insegnante di scuola elementare, di pomeriggio si dilettava a dipingere dalla finestra del suo studio il paesaggio che le si mostrava davanti e io ero lì a passare ore, incantata dagli effetti di luce e sfumature che il pennello riusciva a produrre con i colori a olio. Finché un giorno mi disse che invece di stare a guardare forse mi sarei più divertita a dipingere. E così cominciò la mia avventura artistica. In seguito, alle scuole medie, i professori delle materie tecniche mi avviarono all’uso della creta e dei materiali. Apprezzavano molto i miei lavori tant’è che me ne commissionarono un bel numero per l’esposizione di fine anno! Piccoli episodi ma di grande stimolo per mettere in luce il talento! Ma i miei dicevano che con l’arte non si mangia, quindi la vita ha fatto il suo corso e mi sono ritrovata diplomata e, giovanissima, impiegata in un ente pubblico. L’arte sembrava ormai chiusa in un cassetto ma sarebbe stato soltanto per poco…

 

La sua arte è una pittura di impronta figurativa, con un gusto fortemente astratto, dove la materia è fondamentale, in cui anche la luce è un elemento indispensabile. Oggetti come stoffe, legni e parti di ferro creano opere di forte impatto emotivo. Come nascono le sue composizioni?

La mia formazione artistica è stata da autodidatta, studio intenso e approfondimenti sui maestri contemporanei e del passato, lavoro serrato sulle tecniche di pittura e soprattutto all’inizio l’innamoramento per alcuni pittori storici ha inevitabilmente influenzato il mio modo di dipingere. Per circa venti anni ho prodotto opere a olio con impronta figurativa. Non amavo rappresentare il paesaggio, ma un mondo fatto di oggetti quotidiani che richiamassero l’atmosfera del passato e della tradizione, volti di donne con gli occhi disegnati dalle ombre, il colore più che la forma era il protagonista delle mie tele, era il mezzo per evocare sentimenti e stati d’animo. Queste opere ebbero un grande apprezzamento in Francia, con le innumerevoli mostre che dal 1999 al 2006 mi portarono in molte località della Costa Azzurra. A tutti gli effetti la Francia è stata per me una sorta di madrina spirituale. Poi il blocco, e per circa un anno ho smesso di dipingere perché la mia vena sembrava ormai esaurita. L’aver poi frequentato a Roma un corso di pittura alla RUFA – Rome University of Fine Arts mi è stato di grande stimolo per approfondire le tematiche dell’arte informale e materica e di nuovo ripartire nella mia ricerca. Gli oggetti a cui si riferisce, stoffe, legni e parti di ferro appartengono a un periodo per me particolarmente emozionante e fertile, in cui ho potuto mettere a frutto gli stimoli e gli apprendimenti accademici acquisiti e dare vita ad alcuni lavori della serie Derive (2008/2010) sensibili della tradizione informale italiana che proprio in Umbria pone le sue fondamenta. Nei miei lavori tutto comincia da una forte emozione che pressa. Nel caso di Derive bastava un oggetto trovato magari nella sabbia o eroso e sepolto nella terra, a divenire punto di partenza. Tutto il lavoro a seguire sarebbe orbitato intorno ad esso. La luce concorre a essere elemento indispensabile per la fruizione dell’opera, le stratificazioni sulla tela diventano soggette al modo in cui la luce colpisce la materia.

 

Ogni possibile mondo 2022

 

Alcune sue opere sono state esposte – fino a qualche giorno fa – ad Assisi nell’evento “Spatium Lucis-Artisti contemporanei” a cura dell’Associazione La Casa degli Artisti: ci può raccontare i suoi lavori?

Esporre le proprie opere al pubblico è un po’ come mettersi a nudo e chi guarda spesso aiuta l’artista a fare chiarezza sul proprio mondo interiore. Questa è l’alchimia e il vero senso del fare arte. Ho partecipato a questa mostra con una scultura e con alcune opere pittoriche. La scultura, una lampada verticale dal titolo Lama di luce, è stata realizzata nel 2019 e fa parte della serie Work in progress. Le altre opere pittoriche dal titolo Ogni possibile mondo sono state invece elaborate durante la pandemia. Dopo un iniziale spaesamento, mi sono attrezzata per vivere in arte il mio isolamento, benedicendo l’opportunità di vivere in campagna. Sono stati due anni di intenso lavoro che hanno prodotto tra le altre anche 11 formelle su tela (cm 30×30) che sono andate a comporre un’opera la Croce del Cristo risorto, esposta a Terni nella Chiesa di San Francesco in occasione del Cavourart Festival. Di dimensioni più importanti sono le singole opere che ho esposto ad Assisi, ma lo stile e la tematica sono le stesse. Anche qui la materia continua a essere l’oggetto della mia ricerca, in un rapporto dialettico il cui intento è quello di dare forma a espressioni universali e senza tempo. La superficie delle tele è scabra, segnata da impronte lasciate da oggetti o da stoffe che rimandano a sudari, a umili resti di vita quotidiana, da tagli, incisioni, segni di umane vicende. Un Pathos, in cui il dramma comune si fa timida luce di speranza e compassione.

 

Ogni possibile mondo 2023

 

Le nostre interviste si chiudono sempre con una domanda. Vorrei chiederle una parola che per lei rappresenti il connubio tra la sua arte e l’Umbria.

L’Umbria è terra di grandi artisti e di santi. La parola è spiritualità.

Andrea Camassei ha amato molto Bevagna, la sua patria. Famoso ai suoi tempi, oggi è un pittore oscuro ai più e dimenticato dai suoi concittadini.

«Nelle belle arti può con gloria non comune vantare fra i suoi figli Andrea Camassei Pittore illustre. La cappella dedicata a Maria Vergine del Carmine, nella Chiesa Collegiata di S. Michele, fu dipinta dal Camassei nella sua prima gioventù». (Giuseppe Bragazzi. Rosa dell’Umbria, Ediclio Foligno 1973).

Andrea Camassei nacque a Bevagna da Lorenzo e Angelina Angeli il 30 novembre del 1602 e fu battezzato il 1° dicembre nella chiesa collegiata di S. Michele Arcangelo. Sia il padre sia il fratello maggiore esercitavano l’arte dei canapai, tessitori di tele pregiate, per le quali Bevagna allora andava famosa (le famose Tele Bevagne).

Iniziò a dipingere sotto la guida di Ascensidonio Spacca, più noto con il nomignolo di Fantino di Bevagna. Ben presto, desideroso di progredire nell’arte, si trasferì a Roma, dove entrò a far parte della bottega del celebre pittore Domenico Zampieri, detto il Domenichino. Il Domenichino lo incoraggiò a riprodurre alcune sue opere e quelle di Raffaelo.
Tornato a Bevagna nel 1626, affrescò un Miracolo di san Domenico nel refettorio dei frati Predicatori, opera purtroppo andata perduta. Per un altare della chiesa dello stesso convento eseguì una tela rappresentante La Madonna, Santa Caterina e la Maddalena mostrano un’immagine di San Domenico. Sempre a Bevagna, negli stessi anni, completò la sua prima opera di una certa consistenza: la decorazione di una intera cappella, dedicata alla Madonna del Carmine, nella chiesa di San Michele Arcangelo, commissionatagli dalla famiglia nobile locale dei conti Spetia. Nel 1628 di nuovo a Roma, eseguì dipinti nella galleria del casale Sacchetti, in collaborazione con Pietro da Cortona e con altri pittori sconosciuti che non ebbero poi un avvenire, e soprattutto con un coetaneo di maggiori promesse, Andrea Sacchi.

 

L’Immacolata Concezione

 

A questo periodo sono anche assegnate opere eseguite a Bevagna, una grande tela con L’Immacolata concezione l’Eterno e santi e un’altra tela con l’Estasi di san Filippo Neri: entrambe destinate alla chiesa del monastero agostiniano di Santa Margherita. A Roma ottenne il primo notevole incarico decorativo: dipingere la volta della galleria del palazzo del marchese Enzo Bentivoglio (che poi sarà dei Rospigliosi Pallavicini). Vi dipinse la Favola di Amore e Psiche, opera purtroppo andata perduta, ma che gli aprì la strada a successi più lusinghieri. Infatti, entrò in contatto con i più grandi mecenati della Roma papale barocca, i Barberini e in particolare con Taddeo Barberini, nipote di papa Urbano VIII. Nel 1628 decorò le volte di due sale del rinnovato palazzo Barberini: in particolare decorò una volta con una scena rappresentante Apollo e le muse sul Parnaso, opera purtroppo andata perduta; in un’altra sala dipinse pure a fresco la volta con la Creazione degli angeli, l’opera giovanile più importante tra quelle pervenute.
Nel 1630 ottenne l’incarico più prestigioso della sua carriera, quello ambitissimo di dipingere in San Pietro in Vaticano un affresco con San Pietro mentre battezza i santi Processo e Martiniano, altra opera andata perduta. Nel 1631 il suo nome comincia ad apparire tra quelli della prestigiosa Accademia romana di San Luca.

Nel 1633 dipinse il Martirio di San Sebastiano, commissionatogli direttamente da papa Urbano VIII per la chiesa omonima sul Palatino, fatta restaurare da Taddeo Barberini. Nel 1635, insieme agli artisti più quotati del momento ebbe l’incarico di dipingere una Pietà per uno degli altari della nuova chiesa della Concezione dei padri Cappuccini, fatta edificare dal cardinale Antonio Barberini, fratello del papa. Fecero seguito diverse altre commissioni barberiniane che procurarono all’artista notevoli guadagni, per cui si trovò ben presto in condizioni di poter investire somme di denaro considerevoli in proprietà immobiliari nella nativa Bevagna.
Una consolidata celebrità gli permise il fatto che diverse famiglie romane ambirono ad avere suoi quadri con cui ornare le loro gallerie: gli Altieri, i Colonna, i Costaguti, i Farnese, i Rospigliosi, i Rondanini. Nel 1647, la sua ultima potente protettrice, donna Olimpia Pamphili, gli commissionò la decorazione del grande salone centrale del proprio palazzo a piazza Navona, con un fregio in cui furono rappresentate le Storie di Bacco e Arianna. Nel 1640 nacque il figlio Giuseppe, che continuerà la discendenza e a cui seguirono Maddalena e Claudia. Nella Pasqua del 1649 ritroviamo il Camassei riunito con tutta la sua famiglia a Bevagna, non nella sua casa in vaita San Giorgio, ma in casa della suocera. Il 18 agosto 1649, all’improvviso, a soli quarantasette anni, Andrea Camassei morì, ricordato nell’atto parrocchiale di morte come insigni pictor. Il giorno dopo fu sepolto nella chiesa di Sant’Agostino, nella tomba dei Barattelli. Molte sono le opere conservate, quelle perdute o disperse e di dubbia attribuzione; molti i disegni e le incisioni.

 


Bibliografia

SILVESTRO NESSI, Andrea Camassei. Un pittore del Seicento tra Roma e l’Umbria, Quattroemme 2005.

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