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Solamente una sua opera è stata inclusa nel 1997 nell’antologia Le scrittrici dell’Ottocento. Di chi sto parlando? Di Anna Guendalina Lipparini, nata nel 1862 a Terni e morta a Pisa nel 1914.

Anna Guendalina Lipparini, di benestante famiglia borghese, sposò nel 1881 il diplomatico fiorentino Alberto Roti. Alcuni la conoscevano anche come Anna Roti, avendo acquisito il cognome del marito, altri come Guendalina Roti e lei per fare le cose semplici e mettere tutti d’accordo scelse per sé uno pseudonimo, Regina di Luanto, anagramma di Guendalina Roti.

Anna Guendalina Lipparini

Il matrimonio non fu felice e presto fu seguito dalla separazione. Il marito le rimproverava spesso i suoi atteggiamenti ribelli nei rapporti sociali e la sua indole a scandalizzare i benpensanti di turno. In realtà lei aveva bisogno solo di più libertà. Successivamente, stabilitasi a Pisa, conobbe il gioielliere Alberto Gatti con cui, dopo molti anni di convivenza, si sposò nel 1911. Regina di Luanto morì a Pisa nel 1914.
È ricordata come una donna bella, con grandi occhi dolci, viso ovale e un’espressione maliziosa che accresceva il suo fascino. Non era molto alta, aveva movenze aggraziate miste a pose e atteggiamenti scaltri e furbi. Si dice che studiasse molto trascorrendo il tempo tra i libri, la musica e la cura dei suoi cani.

Dimenticata e incompresa

Regina di Luanto è senza dubbio una delle scrittrici attive a cavallo tra Otto e Novecento più dimenticate. Una scrittrice fondamentalmente scomparsa dai libri di critica letteraria e della quale abbiamo poche notizie. Una scrittrice incompresa, forse perché le sue opere sono state estremamente innovative e provocatrici e per questo poco apprezzate dalle riviste culturali del tempo. Le sue opere sono piene di spunti di modernità e per questo osteggiate dai perbenisti borghesi del periodo che le definivano (come ad esempio nelle riviste Civiltà cattolica e La tavola rotonda): «sbagliate da cima a fondo e scuole di mal costume», invitando perfino il libraio a ritirarle dalle vetrine come merce appestata. Già il suo esordio letterario nel 1890, con Acque forti, suscitò un certo rumore e così sarà per tutta la sua vita e la sua produzione letteraria.

Una scrittrice moderna

La realtà è che il tempo è stato benigno per lei, seppur colpevolmente tardi. È così divenuta famosa per i temi affrontati usando un linguaggio crudo ed esplicito nel descrivere una collettività mondana sessista e corrotta, ambigua e ipocrita. Pubblica i suoi libri in un arco di tempo che va dal 1890 al 1912, tutte opere cariche di idee moderne. I temi trattati, principalmente la donna, la sua condizione e il matrimonio, sono incredibilmente attuali e descritti con personaggi e descrizioni ambientali meravigliose.

Il rifiuto del perbenismo borghese

Questa autrice abbandona il perbenismo borghese tipico di quegli anni e rovescia la mentalità secondo cui una donna doveva essere soprattutto pudica e devota, costretta a vivere in casa e sopportare le leggi che la società imponeva loro. Crea, nei suoi romanzi, figure femminili disinvolte, disinibite, anticonformiste e senza pregiudizi, dando così voce a nuove abitudini e a nuove esigenze. Tratta di tematiche relative alla condizione femminile denunciando una società sessista e maschilista, rompe i rigidi schemi del periodo e racconta senza farsi prendere dalla paura di essere troppo schietta e troppo forte. La sua non è una ribellione, sarebbe stato forse più semplice, ma una presa di posizione e soprattutto di coscienza.

I suoi romanzi

Nei suoi romanzi viene rovesciata l’idea di amore romantico al femminile, s’impone una nuova mentalità, un nuovo sguardo sulla condizione femminile, le donne non sono più raccontate come innamorate ingenue, sognatrici e devote a mariti e famiglia.
Nella sua attività di scrittrice, Regina di Luanto sembra non dare peso alla forma in termine di stile e linguaggio, ma solamente alla sostanza e quindi al messaggio che vuol dare. Le protagoniste dei suoi racconti, presentate con linguaggio esplicito e diretto, sono spesso vittime di vicende drammatiche che non giungevano mai a un lieto fine.

Nei suoi romanzi compare il desiderio e la sessualità, insomma tutto quello che fino ad allora era stato oscurato dal perbenismo e dal maschilismo. Nel primo romanzo, Salamandra del 1892, la nobile protagonista Eva e il marito banchiere rappresentano il matrimonio di convenienza fallito. Lui la tradisce sistematicamente e lei ricambia cercando l’amore fisico e spirituale in altri uomini.
In Martirio del 1894, la protagonista è una giovane sposa che racconta la sua delusione del matrimonio: il suo uomo, egoista e noncurante, verrà da lei stessa ucciso per difendersi. In questo lavoro evidente è la forte condanna del matrimonio, visto essenzialmente come un legame dannoso per il sentimento sincero di due persone. La scuola di Linda del 1894 punta l’attenzione sul mondo degli artisti considerato come intellettuale e libero in contrapposizione alla negatività dell’aristocrazia.
Nel romanzo Gli Agonizzanti del 1900 la protagonista è Isabella rimasta incinta di Giulio, un uomo irresponsabile dedito solamente a una vita superficiale. Isabella decide così di farsi una vita propria e indipendente per mantenere se stessa e il figlio. Il messaggio è chiaro: il diritto della donna di essere libera e autonoma!

Apprezzamento

Concludo nel dire che a fronte di molte critiche venne anche fortemente apprezzata per l’audacia nel pubblicare temi controcorrente. Così riporta una rivista dei primi del ‘900: “I romanzi di Regina di Luanto sono sempre un avvenimento letterario. L’audacia di questa scrittrice, che affronta impavidamente i problemi più ardui della società contemporanea e sa rivestirli di una forma d’arte veramente affascinante, è ormai nota a tutti i lettori”. Nel suo necrologio dell’8 settembre 1914, pubblicato su Il Nuovo Giornale, viene così definita: «la scrittrice più audace, più avanzata, più arrischiata che abbia avuto l’Italia negli ultimi venti anni».

Il dentista ha riportato in auge il protocollo di implantologia di scuola italiana e ora, con un master all’Università internazionale per la pace dell’ONU, lo spiega ai professionisti del settore.

Il professor Giuseppe Maria Famà si presenta con un bel sorriso che colpisce, e non può essere altrimenti. Insegna alla scuola italiana di implantologia all’Università Internazionale per la Pace dell’ONU a Roma e in giro per il mondo (dalla Cina a Cuba, dal Brasile al Marocco, dagli USA all’Ungheria e in molti altri Paesi); è anche consulente in diversi studi (Nizza, Budapest e Bucarest). Presidente della Società Italiana di Odontoiatria Operativa (SIOO) e vicepresidente della Società Italiana di Estetica Dentale (SIED) ci confessa che, dopo la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Perugia, avrebbe voluto specializzarsi in chirurgia estetica, un mondo che lo affascinava molto.
«A causa di varie vicissitudini della vita cambiai e mi specializzai in odontostomatologia, ma nel mio studio di Perugia ci occupiamo anche di chirurgia estetica perché sono convito che un bel sorriso debba essere incorniciato anche da un bel viso».

 

Dottor Giuseppe Maria Famà

 

Professor Famà, lei è un umbro d’adozione, è nato a Grottaglie (Taranto): qual è però il suo rapporto con questa regione?

Non sono nato in Umbria, ma è come se lo fossi. Mio padre era un militare e per i primi sei anni della mia vita ho vissuto in diverse città italiane; poi siamo arrivati in questa regione dove ho messo radici. Ho girato – e giro – molto per lavoro, ma l’Umbria è il posto dove tornare, anche se mi sento un po’ figlio del mondo.

 

Da quanto tempo vive qui?

Da oltre 60 anni, ho passato quasi tutta la mia vita in Umbria. Spoleto, Foligno e poi Perugia dove ho frequentato l’università e dove mi sono fermato anche professionalmente.

 

Per lavoro è stato in tante parti del mondo (Cina, Giappone, America, Marocco, Ungheria, Uruguay, Brasile, Argentina…): c’è un posto che le è rimasto nel cuore?

Sicuramente Miami dove ha studiato mio figlio e dove mi reco spesso. Poi l’Ungheria, in cui nel 2005-2006 ho lavorato e vissuto; tuttora ho un appartamento a Budapest. Proprio all’Università di Budapest sono stato relatore e tutor in corsi teorico-pratici per medici italiani e stranieri.

 

Oggi è direttore del master di implantologia di scuola italiana presso l’Università Internazionale per la Pace dell’ONU: ci spieghi brevemente di cosa si tratta.

Ci proverò. Nel 2015 fui invitato a una conferenza a Madrid: lì diversi colleghi spagnoli, durante una cena, iniziarono a parlare degli impianti di scuola italiana. Si trattava di impianti dentali nati in Italia tantissimi anni prima, che però commercialmente erano stati presto sostituiti da nuove filosofie, come l’implantologia svedese. Decisi allora di riattivare quella metodologia che oggi è tornata molto in auge, grazie anche a questo master. Il master – che è terminato proprio qualche settimana fa – quest’anno ha avuto un grande successo: hanno partecipato colleghi arrivati dalla Russia, dall’Iraq, dall’Albania, dalla Francia, dal Lussemburgo, dalla Spagna e dalla Germania. Abbiamo già iscrizioni per quello che partirà a febbraio 2024. Il tutto si svolge all’interno dell’Università Internazionale per la Pace dell’ONU costituita nel dicembre del 1980 grazie a una risoluzione dell’ONU che voleva premiare il Costa Rica (in cui c’è la sede principale) per aver demilitarizzato la nazione. Lo scopo di questa università è fornire l’umanità di un istituto internazionale di istruzione superiore per la Pace per promuovere lo spirito di comprensione, la tolleranza e la convivenza pacifica tra tutti gli esseri umani. È presente in diversi Paesi; la sede di Roma – dove insegno – è responsabile per tutto il bacino del Mediterraneo e rilascia un titolo valido nei 193 paesi dell’ONU.

 

Partecipanti del master

 

Qual è la differenza tra le due metodologia d’impianto?

La scuola italiana prevede la sostituzione immediata dei denti mancanti con un elemento artificiale: un paziente arriva senza denti o toglie un dente e, nella maggioranza dei casi, esce dallo studio, lo stesso giorno, con un nuovo impianto. Questo è molto importante in una società veloce e dove si mira a essere sempre perfetti. La scuola svedese invece aveva un iter più lungo perché prevedeva l’inserimento di una vite nell’osso che rimaneva nascosta e poi, a distanza di 4/5 mesi, veniva funzionalizzata. Con gli anni però anche questa metodologia si è più sveltita, ma con tecniche sicuramente molto impegnative e più lunghe rispetto alla scuola italiana. Il mondo dell’implantologia sta andando verso risultati sempre più rapidi e si cercano soluzioni meno invasive: in questo la metodologia italiana ha fatto scuola. Inoltre parliamo di impianti particolari, di spessore ben definito e che si adattano anche alle gravi perdite di osso. Insomma, la disputa tra queste due scuole è ripartita.

 

Quanto è importate avere una dentatura sana?

È molto importante perché il sorriso è il biglietto di presentazione di ognuno di noi. Spesso una persona non sorride o ha difficoltà a farlo per la mancanza di denti o perché ha denti non curati: questo condiziona anche il suo atteggiamento sociale. Un bel sorriso apre il mondo, a qualsiasi età. Proprio per questo, circa 15 anni, fa ho studiato questo protocollo – pubblicato anche a livello internazionale – rivolto anche a persone molto anziane e portatrici di dentiere. Con degli impianti molto piccoli, che in pochissimo tempo vengono inseriti all’interno dell’osso, si può rendere stabile la protesi mobile. Grazie a questa tecnica poco costosa e poco invasiva una persona cambia vita anche a un’età più avanzata. Ho presentato questo protocollo nel 2010 a Cuba, ed è stato accolto benissimo anche perché parliamo di protesi a basso costo e accessibili.

 

È stato presidente regionale in Umbria di judo-lotta-karate-arti marziali dal 2004 al 2012: pratica ancora questo sport?

Lo pratico meno rispetto a prima, ma avendo una scuola di arti marziali a Spello, che gestisco con mio fratello, ancora faccio parte di questo mondo. Provo ad allenarmi e avrei ancora voglia di competere: non è detta che il prossimo anno non mi presenti a qualche gara. La scuola è stata aperta da mio padre nel 1971 – uno dei pionieri del judo in Italia – che ci ha lasciato questa eredità, anche emotiva. Da qui sono usciti tanti campioni che si sono affermati in gare ufficiali e molti sono arrivati in Nazionale.

 

Ha ricoperto anche la carica di presidente del Lions Club Perugia Host: cosa ha significato per lei questa esperienza?

La presidenza dei Lions per me è stata una grande sfida. Mi piacciono molto le sfide: prendere qualcosa che non esiste e cercare di dargli un senso e un valore; è una competizione che faccio con me stesso, non è certamente per dimostrare agli altri quanto sono bravo. Mio padre mi ha sempre insegnato che la sfida più importante è superare sé stessi. Oggi sono arrivato a questo traguardo, domani riuscirò a fare meglio? Anche da presidente dei Lions ho cercato di dare il massimo: l’anno scorso eravamo tra i club più importanti d’Italia e anche tra i più numerosi, e questo era uno obiettivo che mi ero prefissato. Abbiamo portato a termine grandi cose, eventi e service importanti. Ricoprire questo ruolo mi ha dato molta soddisfazione, ho avuto la possibilità di coinvolgere anche le istituzioni così da raggiungere ottimi obiettivi: è stato un anno molto impegnativo ma, quando l’impegno è ripagato dalla soddisfazione, la fatica non si sente. Ovviamente il mio coinvolgimento non è terminato con la fine del mandato: si è Lions per sempre e si può abbracciare questa filosofia di vita anche se non si è iscritti al club. Credo che aiutare gli altri fa stare bene, quindi, quando ci riesco mi sento meglio.

 

Per concludere, come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

L’Umbria è una bellissima regione, ha dei luoghi stupendi che sono sotto i nostri occhi, ma che spesso non apprezziamo o addirittura non conosciamo. È una continua scoperta e credo sia importante pubblicizzarla ancora di più e far conoscere i suoi luoghi e il suo cibo. Occorre dare valore a queste eccellenze.

Il progetto – che celebra il pittore, scultore, intellettuale e politico spellano nell’anno del centenario della sua morte – vede coinvolti i Comuni di Spello, Bastia Umbra, Foligno e Magione e gode del patrocinio della Regione Umbria.

Una conferenza stampa presenterà il progetto Benvenuto Crispoldi. Tra arte e rivoluzione da Spello all’Europa. Un nostos attraverso i Comuni di Bastia Umbra, Foligno e Magione, il 6 dicembre 2023 alle ore 11.00 alla Sala Fiume di Palazzo Donini a Perugia.

 

 

Nel corso della mattinata interverranno:

  • Paola Agabiti, assessore Regione Umbria
  • Moreno Landrini, Sindaco di Spello
  • Paola Lungarotti, Sindaco di Bastia Umbra
  • Stefano Zuccarini, Sindaco di Foligno
  • Giacomo Chiodini, Sindaco di Magione
  • Irene Falcinelli, Assessore alla cultura del Comune di Spello
  • Stelvio Catena, Curatore della mostra di Spello
  • Massimo Duranti, Coordinatore del Comitato scientifico
  • Coordina Simone Aramini

Una cena nella residenza dell’ambasciatore italiano e uno show cooking: protagonista sarà l’olio extravergine di oliva.

Sarà lo chef Lorenzo Cantoni a rappresentare l’Italia gourmet alla Settimana della Cucina italiana nel Mondo in Norvegia, ad Oslo. Sarà protagonista, con i suoi piatti, all’ottava edizione della rassegna annuale dedicata alla promozione dei prodotti agroalimentari e alla cucina di qualità, incentrata quest’anno sul tema A tavola con la cucina italiana: il benessere con gusto. 

 

Lorenzo Cantoni, foto Andrea Fongo

 

L’appuntamento voluto dall’Ambasciata d’Italia in Norvegia e Islanda e realizzata in sinergia con l’Istituto italiano di Cultura a Oslo, l’Agenzia Ice e l’associazione Ambasciatori del Gusto, si è concretizzato attraverso l’agenzia creativa transdisciplinare Brand Culturale, che si è fatta promotrice della valorizzazione della tradizione gastronomico-culturale dell’Umbria nella capitale norvegese, dal 14 al 16 novembre prossimi. Per l’occasione, l’Ambasciata italiana ha scommesso tutto sull’oro verde dell’Umbria: l’olio extravergine di oliva. Da qui la scelta dello chef umbro Lorenzo Cantoni, ambasciatore dell’Olio e Migliore Chef dell’Olio per Airo 2021.

L’evento prevede momenti dedicati alle degustazioni, alle lezioni di cucina, agli show culinari che si alterneranno a momenti un po’ più teorici come conferenze e mostre fotografiche riguardanti i prodotti enogastronomici della regione Umbria, per promuoverne le eccellenze. 

Dalla cena di gala allo show cooking. Allo chef Cantoni del ristorante Il Frantoio di Assisi, di Elena Angeletti, è stata affidata la preparazione della cena di gala nella residenza dell’ambasciatore italiano, Stefano Nicoletti, dove realizzerà piatti della tradizione umbra in chiave rivisitata, che avranno come ingrediente principale l’olio extra vergine d’oliva. Il menu prevede: lumache, tartufo e patate di Pietralunga; tortello 36 tuorli, fagiolina del lago, rapi del Trasimeno, tinca affumicata; filetto di cervo, porcini, frutti rossi marinati alla rapa; “minestrone” & namelaka vaniglia e olio extravergine di oliva. Nella preparazione dei piatti, anche durante lo show cooking, sarà supportato dallo chef Piergiorgio Cianci.

Chef portavoce dell’Umbria gourmet. Lorenzo Cantoni, sulla cresta dell’onda della ristorazione umbra fine dining, ne ha fatta di strada: finito l’alberghiero inizia la sua carriera nei ristoranti della riviera adriatica e dopo interessanti esperienze in Italia, in Francia, Belgio e Olanda torna in Altotevere, dove inizia un percorso che lo porta a costruire una cucina improntata a valorizzare i produttori d’eccellenza umbri. L’imprenditrice Elena Angeletti scommette sul suo food concept: creare un “lab del gusto”. Gli affida il ristorante Il Frantoio di Assisi per dare vita ad una “cucina emozionale”. Nasce così la filosofia di Cantoni dove l’olio extravergine di oliva diventa un ingrediente, non più un condimento. Uno dietro l’altro arrivano subito i primi riconoscimenti: viene eletto Miglior Chef Airo 2021, l’associazione che successivamente lo proclama ambasciatore dell’olio; il Frantoio entra in Guida Michelin e diventa Miglior ristorante 2022 e 2023 per l’Associazione Città dell’olio.

Che Veronica Giuliani fosse la santa di Città di Castello lo sapevo fin da adolescente, ma non ricordo per quali vie ero giunto a tale conoscenza.

La ritrovai, Veronica, in un dipinto nel monastero della Clarisse sul Lago d’Iseo, ormai adulto, e me ne innamorai: la pensai assiduamente, fino a dover scrivere un libro su di lei quasi per placare questa sete di contatto. Nonostante fosse più grande di me di ben 290 anni (nacque a Mercatello sul Metauro, nelle Marche, il 27 dicembre 1660, e io sono del 1950) qualcosa mi legò a lei. Qualcosa di spirituale? Sì, ma non solo; credo che tra noi – e capisco che l’espressione sia del tutto impropria – esisteva un elemento erotico.

La storia

Nel 1678, all’età di 18 anni, Veronica arriva a Città di Castello, dove conosce le Clarisse Cappuccine, monache francescane di stretta clausura fondate nel 1535 dalla nobildonna spagnola Maria Requenses Longo, vedova dell’italiano Giovanni Longo. Il nome della congregazione, in esteso, è Ordine di Santa Chiara delle Cappuccine. Nell’inverno del 2006 giunsi a Città di Castello. Un’occasione imprevista di lavoro (o forse un’energia arcana) mi aveva condotto nella cittadina umbra. Là gli anni più oscuri del tardo Medioevo riverberano dalle mura dei palazzi nobiliari e degli antichi conventi. L’anacronismo religioso è cultura dominante, una mescola di devozione e superstizione. La magia nera, fatta di bamboline trafitte da spilli e chiodi arrugginiti, si incontra facilmente nei rapporti con le persone, nei racconti di vita e nel dolore delle famiglie tifernati.

Veronica Giuliani

Il piccolo albergo dove solitamente alloggiavo era ubicato nel centro storico, a pochi passi da un crocicchio di quattro strade dove si affacciano ben tre conventi di monache di clausura. Una vecchia leggenda, ormai poco nota agli stessi abitanti del borgo, narra che in quell’incrocio – dove la via Dei Lanari si immette nella via Fucci intersecando Corso XI Settembre – si trovasse il punto di convergenza delle Linee del Male. Cosa esse fossero non è chiaro, ma si dice che lì venissero a condensarsi particolari energie negative e diaboliche provenienti dai quattro punti cardinali. Il Monastero delle Murate, la cui struttura perimetrale costituisce l’intera via dei Lanari, dovrebbe essere stato il primo baluardo sorto in opposizione alle nefaste influenze del Maligno; dalla parte opposta, in via Fucci, si trova il Monastero delle Clarisse di Santa Cecilia e, su Corso XI Settembre, quello delle Cappuccine, in cui Veronica Giuliani trascorse l’intera vita claustrale.

In un vicoletto, retrostante il complesso di Santa Cecilia, adiacente a un portone di legno marcio che introduceva a un piccolo orto, c’era, appesa al muro, una sorta di bacheca composta da vecchie assi, probabilmente di proprietà di un mago o di una fattucchiera. Erano esposti, in bella mostra, gli affatturamenti e le malie che questi sinistri personaggi compivano per i loro clienti: rospi trafitti da spilloni, ciocche di capelli annodati da nastrini rossi, bamboline di stoffa inchiodate a un cuore di cartone con un grosso ago. Sul far della sera spesso passavo per quella stradina per cenare in una trattoria poco distante e a volte scorgevo le sagome di individui che sostavano di fronte all’insolito altarino, quasi assorti in preghiera. Il clima, certamente tetro e inquietante, soprattutto d’inverno, col venire avanti delle prime ombre della notte, scoraggiava il passaggio dei viandanti comprensibilmente timorosi: qualcuno transitava rapidamente e senza guardare, altri sceglievano un tragitto più lungo al fine di evitare quel luogo. Io non avvertii mai sentimenti di paura, quanto piuttosto di pena, quasi che il dolore di cui era intrisa quella porzione di vicolo si facesse palpabile e divenisse la trama di storie di amori disperati, di speranze infrante e di fallimenti, di rancori mai sopiti e di non placati desideri di vendetta; povera gente, pensavo, mentre diveniva nitida la consapevolezza di come la condizione umana sia sempre drammatica. Da lì, in meno di trecento passi, si arriva al Monastero di Santa Veronica. La Santa mi aspettava chiusa nella teca di vetro, dentro alla piccola cappella sotto la grata ferrea che separa il coro delle monache dalla parte di chiesa riservata ai laici. Era bella anche da morta, col suo corpo esile mummificato avvolto dall’abito religioso delle Clarisse.

Veronica Giuliani è certamente una grande mistica cattolica, proclamata dottore della Chiesa e resa agli onori degli altari da Papa Gregorio XVI nel 1839. Trascorse una vita di intensissima penitenza; stese un diario di migliaia di pagine per 34 anni, in un italiano confuso e sgrammaticato, descrivendo il proprio percorso di unione con Dio e le relative, incredibili esperienze sovrannaturali. Molti passi del diario mettono in luce una relazione col Cristo intrisa di un amore profondo, travolgente, passionale, che in certi tratti sembra avere addirittura una valenza erotica e risvolti sadomasochisti. Nel venerdì santo del 1697 riceve le stigmate e viene indagata dal Sant’Uffizio, da cui subisce ripetute umiliazioni, anche messa alla prova da mortificanti punizioni corporali. Nel 1703 è pienamente assolta e le vengono restituiti i diritti capitolari. Diviene Badessa del monastero di Città di Castello il 5 aprile 1716 e qui morirà, già in odore di santità, il 19 luglio del 1727.

Il mio breve saggio, il cui sottotitolo è Introduzione ad un’analisi realistica della personalità di Veronica Giuliani, la Santa di Città di Castello (Cf. Veronica – Ed. EVA, 2008, prefaz. del Prof. Gianangelo Palo) è prevalentemente finalizzato a indagare se le eccezionali esperienze mistiche di Veronica Giuliani siano il frutto di una personalità schizoide e autolesionista o abbiano una loro dignità ontologica e sovrannaturale. Pongo la domanda, ma mi astengo dal dare una risposta definitiva.

Il volumetto di cui sono il principale autore (due capitoli sono stati scritti da Lucia Barbagallo e da Michela Collina, con prefazione dello psicanalista Gianangelo Palo) non fu ben accolto a Città di Castello. Il metodo d’indagine con cui provai a studiare la personalità della Santa fu quello cosiddetto psicostorico, ideato dallo psicologo e teologo canadese Jean Marc Charon, autore della pregevolissima opera Da Narciso a Gesù: la ricerca dell’identità in Francesco d’Assisi (Ed. Messaggero, Padova 1995), con la quale fonda il metodo. Era prevedibile comunque che un tentativo di intromissione delle discipline psicologiche e cliniche del mondo del sacro fosse mal visto dal bigottismo di certi storici clericali. Di fatto alla presentazione del libro c’era pochissima gente ed alcune persone addentro agli studi veronichiani non mi risparmiarono i loro strali. Inviai qualche copia del saggio alle religiose dei tre monasteri, ma non ricevetti né un ringraziamento, né un commento: col Maligno è meglio non dialogare. Ebbi tuttavia la soddisfazione di trovare citato il mio lavoro nell’enciclopedia multimediale Wikipedia, senza che avessi promosso alcuna azione a tal fine.

Le Clarisse Cappuccine

Il monastero della Clarisse Cappuccine di Città di Castello nacque su un fondo acquistato dalle monache nel 1630. La costruzione dell’intero complesso durò 13 anni. Al tempo in cui Veronica fece domanda come postulante (1677) era tradizione della maggior parte degli Ordini religiosi femminili richiedere alla famiglia della probanda una dote, di solito abbastanza cospicua, da portare in offerta alla comunità.

Questa consuetudine non era applicata nella congregazione delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello, dove il voto di povertà veniva considerato, sia in senso individuale sia collettivo, in maniera radicale. La giornata di una monaca di clausura del XVII secolo non era molto diversa da quella che vive una religiosa di oggi: certo, i rigori della vita claustrale sono stati mitigati soprattutto dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II; in molti conventi sono comparsi il riscaldamento, l’acqua calda, gli elettrodomestici, fin anche gli strumenti informatici, ma le ore di preghiera, le pratiche devozionali e penitenziali, i silenzi, sono rimasti più o meno quelli, retaggio di una tradizione secolare. Ma ciò che non è cambiato e mai cambierà è la strana commistione di santità e debolezza umana, di umiltà e orgoglio, di audacia e viltà, di anelito alla trascendenza e invischiamento nella materialità più meschina, di tenacia psicologica e fragilità, che sempre ho trovato in queste comunità femminili (forse non da meno sono quelle maschili), dove il fervore spirituale si mescola sovente a sentimenti assai meno nobili. D’altra parte convivere per anni e anni nel contesto della vita cenobitica, fianco a fianco, con penuria di stimolazioni esterne, investimento libidico nullo (fosse anche per innocui oggetti di desiderio) costringe a fenomeni di amplificazione della realtà interiore, delle proiezioni, che non di rado aprono l’accesso alla dimensione psicopatologica. Invidie, rancori e dispettucci sono altrettanto frequenti degli slanci d’abnegazione, dei nascosti ed eroici sacrifici, delle notti di fervida preghiera.

 

Monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello.

 

La giornata delle monache di Santa Chiara inizia ben prima delle luci dell’alba con la recita del Mattutino. Seguono le Lodi, l’Ora Terza, poi Sesta e Nona, fino ai Vespri e alla Compieta: con quest’ultima inizia il grande silenzio. Due volte alla settimana, dopo il canto del Vespro le monache Cappuccine si dedicano alle pratiche di mortificazione corporale. Lo strumento penitenziale più in uso è la disciplina, una serie di corde annodate o catenelle metalliche con cui le religiose si percuotono le spalle nude. Spesso indossano anche il cilicio, cintura con punte aguzze che si infliggono nella pelle. Oggi le queste pratiche hanno ormai una valenza simbolica e non arrivano a produrre vere ferite o importate dolore fisico. Veronica Giuliani, invece, con esse si martoriava, si massacrava l’esile corpo, memore della sofferenza patita dal suo amato Sposo Gesù sul Calvario. Come racconta nel diario fu proprio Gesù di Nazareth a proporle di divenire sua sposa in una visione del 1693; lei accetto, aveva 33 anni, come il suo maestro e amante che, come narra la tradizione, alla stessa età salì il patibolo della Croce. Questo amore la divorerà letteralmente per il resto della vita, così ogni penitenza, ogni dolore, ogni sofferenza, ogni silenzio suggelleranno l’unione col suo Cristo-Dio: Deus meus et omnia, recitava di continuo San Francesco, e in questo Tutto si lasciò sprofondare Veronica.

Ancor oggi, affacciandoci nella piccola chiesa dove riposa il corpo della Santa, al numero 21 di Via XI Settembre, un’atmosfera solenne e cupa ci avvolge, mentre il silenzio e la vibrazione di quel luogo vengono a regalarci qualche prezioso momento di lontananza dal frastuono del mondo. Mi sorge la domanda: perché una suora di clausura si fa suora di clausura? Quel silenzio è la risposta.

«Fin da ragazzo ho capito che la pallavolo poteva rappresentare qualcosa d’importante, anche se non mi aspettavo questi risultati. Guardavo la “Generazione dei fenomeni” e volevo essere come loro.»

Quando intervisti l’allenatore italiano più vincente della pallavolo, fresco di Supercoppa con la Imoco Volley di Conegliano e del titolo europeo con la nazionale femminile turca, tutto ti aspetti meno che finire a parlare di calcio. Con Daniele Santarelli, nato a Foligno 42 anni fa e cresciuto sportivamente in diverse parti d’Italia, è andata così. Ma prima del Milan (la squadra che entrambi tifiamo) abbiamo chiacchierato anche di molto altro: delle sue vittorie (tante), dell’Umbria (che porta sempre con sé), delle donne che allena e persino di Carlo Ancelotti. «È il mio idolo, ho letto tre libri su di lui. Magari fossi come Ancelotti, mi manca però qualche Champions.» Daniele è ancora giovane e il tempo per vincerle ce l’ha.
Santarelli, con la sua bacheca ricchissima di trofei, è l’allenatore più vincente della pallavolo italiana: un Mondiale con la nazionale femminile della Serbia, cinque scudetti, quattro Coppe Italia, due Mondiali per club, una Champions League e sei Supercoppe italiane, l’ultima conquistata pochi giorni fa. Nello stesso anno (2022) ha vinto due medaglie d’oro: la prima sulla panchina della Serbia, la seconda pochi mesi dopo guidando la Imoco Volley. Con la Turchia nel 2023 ha portato a casa una medaglia d’oro alla Volleyball Nations League e un Campionato Europeo.

 

Daniele Santarelli con la coppa del Campionato Europeo 2023

 

Daniele, qual è il suo rapporto con l’Umbria?

L’Umbria è casa mia. Ogni volta che torno respiro un’aria familiare. È il luogo in cui sono nato e cresciuto, dove abitano i miei parenti e i miei amici. Mi manca sempre.

 

Da quanto tempo vive fuori regione?

Da 15 anni.

 

Che ricordi ha dei suoi inizi a Foligno?

Ho dei ricordi meravigliosi. La pallavolo da professionista era solo un sogno; giocavamo alle Commerciali, eravamo quattro gatti. Il volley non era uno sport molto diffuso all’epoca, né a Foligno né in Umbria. Da subito però ho capito che poteva rappresentare qualcosa d’importante, anche se non mi aspettavo questi risultati. All’inizio era solo un gioco, una passione, un sogno: guardavo la famosa Generazione di fenomeni – l’Italia di Julio Velasco che in quegli anni vinceva tutto – e volevo essere come loro. Tutto ciò che aveva a che fare con questo sport era qualcosa di magico.

 

È proprio di queste ore la nomina di Velasco come nuovo ct della nazionale femminile di volley. Chissà se saprà ricreare una squadra all’altezza di quella maschile degli anni ‘90?    

Me lo auguro, ma non è nemmeno confrontabile.

 

Torniamo a lei. La sua strada sportiva com’è proseguita?

Ho girato molto. Sono stato a giocare a Vicenza per due anni, per poi trasferirmi a Terracina. Da allenatore ho iniziato a Pesaro, poi sono andato a Urbino e a Casalmaggiore. Da 9 anni sono a Conegliano (Treviso).

 

Ha dichiarato: “Conegliano è casa mia, e ormai lo è da tanto tempo”: tornerà, magari a fine carriera, a vivere in Umbria?

Non ci voglio pensare alla fine della mia carriera, mi mette tristezza. (ride)

 

 

È fresco della vittoria del Campionato Europeo con la Turchia: se lo aspettava questo risultato?

C’era qualcosa che mi portava verso la Turchia. Sapevo di fare un cambiamento strano, quasi pazzo, perché lasciavo la Serbia, una squadra che aveva vinto gli ultimi due Mondiali, un bronzo olimpico e un argento europeo, però qualcosa mi diceva che questa nuova scommessa era per me una sfida da accettare. Ero convinto che avremmo fatto bene, nessuno però si aspettava un’estate come quella trascorsa: la vittoria della Volleyball Nations League, il Campionato Europeo e la qualificazione alla World Cup. Tutto questo mi inorgoglisce tantissimo e sono molto felice, anche se ora sono salite le aspettative.

 

Questo la spaventa?

No. Le pressioni fanno parte del mio lavoro, sin da quando ho iniziato. Sono io stesso, a volte, a mettermele addosso ma non mi preoccupo, perché in realtà ho ben chiaro quello che voglio.

 

Parliamo della partita giocata all’Europeo contro l’Italia: il suo cuore era diviso a metà?

L’Italia è il mio Paese, è ovvio che cantare l’inno e conoscere tutti dall’altra parte della rete fa un certo effetto, però è il mio lavoro e, a prescindere dalla nazionale o dal club che alleno, io voglio vincere. Ho sempre pensato questo, anche quando giocavo a bassi livelli: se gioco a carte con mia mamma faccio di tutto per vincere e sto malissimo se perdo! (scherza). Quando giocavo al campetto coi miei amici non accettavo la sconfitta: la competizione sportiva fa parte di me.

 

È considerato l’allenatore più vincente nella storia della pallavolo italiana. Vista la sua risposta precedente: quanto ne è orgoglioso?

Molto, però non ci penso. Non voglio guardare quello che è stato, ma quello che sarà. Finora ho fatto un bel cammino, ma il mio viaggio è ancora lungo e me lo voglio godere appieno. Forse lo farò – come diceva lei prima – quando tornerò in Umbria e sarò in pensione, ora non è il momento di fermarmi a pensare.

 

Il suo prossimo obiettivo?

Le Olimpiadi del 2024.

 

Santarelli con alcuni dei tanti trofei vinti

 

Leggendo il suo palmarès mi è venuto in mente Carlo Ancelotti, l’allenatore di calcio italiano tra i più vincenti. Si arrabbia se faccio questo parallelismo?

No, assolutamente. È il mio idolo, ho letto tre libri su di lui. Magari fossi come Ancelotti, mi manca però qualche Champions (ride). Mi piace tanto per la personalità, per il carisma, la simpatia, la pacatezza e il modo di fare. È davvero un personaggio, forse il migliore. Antonio Conte e José Mourinho per me sono degli esempi e mi affascinano, però mi avvicino molto più ad Ancelotti, anche per il rapporto che ha con i giocatori, con la stampa e per il suo modo di festeggiare.

 

Ha fumato anche lei il sigaro per festeggiare?

Qualche volta sì. (ride)

 

Qual è il segreto per creare un gruppo vincente?

Senza il talento delle giocatrici non si va da nessuna parte. È ovvio però che ci vuole qualcosa in più: lo spirito, le motivazioni, l’ambiente, l’atmosfera e anche una buona dose di fortuna. Tutto si deve incastrare. Quando ho scelto di allenare la Turchia sapevo che era una nazionale con del potenziale; ho fatto subito capire alle giocatrici quali fossero le mie idee e le mie motivazioni e ho cercato di farle stare bene. Non è facile creare una squadra vincente: ci vuole tempo e si deve lavorare giorno dopo giorno, non è un interruttore che si accende e si spegne. Ma soprattutto si deve essere sinceri con chi si allena.

 

Ha qualche rito prima di una gara?

Non sono scaramantico per niente. Intorno ho persone scaramantiche che cercano di contagiarmi, ma non ci riescono.

 

Ha allenato sempre squadre femminili?

No. Ho iniziato allenando gli uomini partendo dalle categorie più basse poi si è aperta la possibilità di lavorare con le donne, per le squadre femminili c’è maggiore richiesta.

 

C’è molta differenza?

Assolutamente sì. La pallavolo femminile è molto più adatta a me. Sono predisposto a gestire la loro complessità e la loro mente: le donne hanno bisogno di attenzioni, di essere ascoltate, capite e danno molto più degli uomini. Hanno degli apici incredibili, sia in positivo sia in negativo: quando l’apice è positivo arrivano ad altissimi livelli.

 

Una curiosità su Daniele che in pochi conoscono…

Ora su due piedi non mi viene in mente. Posso dire che sono fissato con l’alimentazione e cerco di mantenermi in forma, non sgarro mai. Sono anche molto quadrato e precisino, a volte divento fastidioso. Non sopporto il disordine, la confusione e la disorganizzazione. Questo si manifesta sia nella vita lavorativa sia in quella privata.

 

 

Santarelli sulla panchina della Serbia

 

Segue altri sport?

Sono molto appassionato di calcio.

 

Per quale squadra tifa? L’avverto che la sua risposta decreterà l’esito dall’intervista (scherzo).

Sono un milanista sfegatato. Lo seguo sempre e leggo tutto.

 

Ottima risposta…

Ah, è andata bene!

 

È sposato con Monica De Gennaro, che gioca nella Imoco Volley e che lei allena: il pallone resta fuori o anche in casa si parla di volley?

Spesso resta fuori anche se, essendo il nostro lavoro, è normale che a volte se ne parli.

 

Per concludere, la prima cosa che le viene in mente pensando all’Umbria?

Sicuramente il palazzo grigio a Sportella Marini, il quartiere di Foligno dove sono cresciuto. Lì vive ancora mia mamma e lì ho passato la mia infanzia: ho dei ricordi sia belli sia brutti. I giochi, il terremoto del ’97, tutto è riconducibile a quel palazzo, per me è un qualcosa di incredibile.

 

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

È una terra magica, naturale e molto semplice: me ne sono accorto quando sono andato via, è solo a quel punto che ho capito dov’ero cresciuto. È anche un luogo fuori dal mondo – sia in positivo sia in negativo. Quando la criticano la difendo a spada tratta come se fosse la mia famiglia. L’Italia è bella, ma l’Umbria ha qualcosa di unico.

Lo storico Fabio Alberti (Bevagna 1719- 1803) nel suo libro “Notizie antiche e moderne riguardanti Bevagna città dell’Umbria”, così scriveva nel 1786: «Ed ecco quanto ho saputo porre insieme a memoria de’ posteri rapporto all’antica, e moderna Bevagna. Ne lascierò la cura, ed il pensiero a quei veri, ed illuminati Cittadini, che verranno dopo di me; sperando, che sull’esempio altrui, si animeranno ad impiegare gloriosamente qualche parte dell’anno nel rintracciare, e pubblicare le memorie, ed i fasti della comune Patria.»

Nonna Iside di Bevagna ha raccolto l’invito. Bevanate DOC – così si definisce – nata nel 1939 nel paese del Mercato delle Gaite, casalinga appassionata di cucina (passione trasmessa da sua mamma Ida), dei piatti della tradizione, del suo orto e delle sue galline.

Nonna Iside con le sue preparazioni

Grazie a suo figlio Aristide (in realtà di nome Osiride, ma Bevagna è famosa anche per i suoi nomi che raccontano la storia) e a sua nipote Sara è diventata una star dei social con la sua pagina Facebook La cucina di nonna Iside, raggiungendo in pochissimi anni (tutto è iniziato il 1 aprile 2021, con la prima diretta) 49.000 follower; 101.000 follower sono invece quelli di Instagram e Sara, con i suoi reel è arrivata a coinvolgere circa 15 milioni di persone di tutte le età, giovani e meno giovani.

La sua storia è bellissima. Dopo la morte dell’amato marito Marzio, avvenuta nel 2020 in tempo di Covid, Aristide decise di non lasciare sua madre in preda alla depressione e iniziò a riprenderla mentre preparava e cucinava i piatti tipici della tradizione culinaria bevanate. Nacque così il primo video su Facebook, che mostrava nonna Iside, la figlia Luisa e la nipote Benedetta intente a preparare le tipiche pizze di Pasqua al formaggio fatte rigorosamente a mano e senza l’aiuto di tecnologie moderne. Il video fu un successo. Raggiunse ben 1.029.797 persone, con 619.183 visualizzazioni e 5051 commenti e condivisioni. A distanza di una settimana (il 7 aprile 2021), arrivò la seconda video-ricetta di un altro piatto tipico, la pizza sotto la brace, ricetta bizzarra che solo nonna Iside sa realizzare: anche in questo caso i numeri furono altissimi, ben 1.847.466 persone raggiunte, con 953.615 visualizzazioni e 10.943 reazioni, condivisioni e commenti.

La nipote Sara, studentessa di Scienze della Comunicazione all’Università di Perugia nel corso di Laurea in Comunicazione pubblica, digitale e d’impresa, decide – visto il successo – di prendere in mano la situazione e gestire i social della nonna. Si laurea anche con una tesi magistrale dal titolo: Analisi del fenomeno di Granfluencer: il caso “La cucina di Nonna Iside”, nell’anno accademico 2020/2021. Nel giro di pochi giorni arrivano richieste di collaborazione con i ristoranti e le botteghe del paese; con due giovani cuochi bevanati, Monir Eddardary e Francesco Paccoi, realizza un video che spiega come si fa la polenta. Il 13 aprile 2021 viene aperto il canale YouTube La Cucina di Nonna Iside dove sono inseriti alcuni dei video relativi alle dirette della pagina Facebook.

 

Nonna Iside con le nipoti

 

Dopo essere arrivata sulle reti nazionali (Rai2 e Rai3 Umbria), nel 2022 – nel giorno del Pasta Day – viene eletta come la nonna delle Tagliatelle fatte in casa (il reel realizza 15.000.000 di visualizzazioni). Oggi viene chiamata per cooking show in paesi vicini (come La Sagrantina) e nel cassetto c’è anche la richiesta di Antonella Clerici per la partecipazione al suo programma. Intanto viene raccontata nei quotidiani regionali e riceve telefonate da bambini e da tantissime persone. Il 23 novembre sarà a Firenze, alla Leopolda, tra i semifinalisti degli Italy Ambassador Awards, (premio italiano dedicato ai migliori influencer e content creator di tutto il mondo), in nomination nella categoria Food&Beverage, unica umbra.

Sottolinea, con orgoglio, che lo scopo di tutto è quello di promuovere i piatti della tradizione locale (le ricette sono scritte sui fogli di un ricettario, naturalmente a mano) e della cucina anti-spreco; ma anche di raccontare e dimostrare come si possono ridurre i passaggi che vanno dalla terra alla tavola e di trasmettere alle nuove generazioni le antiche ricette.
Nelle sue dirette racconta e mostra, in dialetto bevanate come preparare i facioli con erba campagnola, i frascarelli con gli asparagi, le roccette di San Niccolò, il pane casareccio o il pancaciato. Il tutto dalla cucina di casa, circondata dalla sua famiglia (tre figli: Aristide, Roberto, Maria Luisa; cinque nipoti: Daniele, Sara, Camilla, Benedetta, Edoardo) e accogliendo talvolta ospiti famosi e non, divulgando loro – senza prepotenza – il suo sapere e diffondendo positività e buonumore. Nel paese del Medioevo e del Mercato delle Gaite sorge spontanea la riflessione su quanto scritto in un suo libro da Massimo Montanari, professore di Storia Medievale e Storia dell’alimentazione all’Università di Bologna e più volte presente a Bevagna: «Il cibo è cultura perché ha inventato e trasformato il mondo. È cultura quando si produce, quando si prepara, quando si consuma. È il frutto della nostra identità e uno strumento per esprimerla e comunicarla.»

 

Nonna Iside che scrive nel suo ricettario

 

Nardi Cesira, poetessa dialettale beanata, le ha dedicato una poesia.

 

Evviva Nonna Iside!

Ha passato li confini der Fossatìllo

e… manco a dìllo,

è rinomata in tutt’er Mónno!

La cara, semprice e umile Nonna Iside

è ormai diventata la più famosa Beanata!

Ma va’!

Nonna Iside, se sveja la matina quannoché canta er gallo,

lìa a tutto penza, como la Pruìdenza!

Stéte tranquilli che Iside ghjà ha preparato l’occorrente

pe’ fa’ dù ova de tajatèlle

e ‘n sughetto co ‘lle pummitorélle.

Con arte e semprice fantasia,sforna ghjornalmente

pane, biscotti, pizze e roccette varie!

Ma… ha parlato con Sanniccolò?

Poèsse ‘nco’!

‘Stu Santo gh’javrà lasciato la farina e la ricetta de ‘lle famose pastarèlle!

E ‘ntanto la TV c’jha piato spizzico a faje le Dirette!

È proprio vero che a Beagne se bée e se magna!

Fra fregnàcce e frittèlle

gnocchi, frascarélli, quadrucci e martajati

la pizza ‘ncénnerata sott’ar foco

nóantre beanati

con Nonna Iside non tremàmo più!

Sémo nati furtunati!

La regista romana di origini umbre chiude la sua trilogia cinematografica con la Santa di Assisi, una donna che lotta per ottenere quello che vuole e rompe gli schemi dell’epoca.

La storia di una ragazza che ha rivoluzionato il mondo. La storia di una ragazza che è diventata santa. Susanna Nicchiarelli, romana di nascita ma umbra di origine, ha portato sullo schermo la vita della Santa d’Assisi con il film Chiara.
La pellicola – la quinta della regista – conclude una trilogia dedicata a tre donne «disturbanti», come lei stessa le definisce; tre donne legate a degli uomini dai quali faticano a emanciparsi: Nico (vero nome di Christa Päffgen ex musa di Andy Warhol e cantante dei Velvet Underground), Eleanor Marx (figlia di Karl Marx), e appunto Chiara – l’eccellenza femminile più importante dell’Umbria – legata a Francesco.
Non potendo intervistare Chiara (per ovvie ragioni), ho parlato di lei con Susanna, che nello scrivere la sceneggiatura l’ha studiata e scoperta in ogni suo aspetto. Il film racconta la storia di una diciottenne ribelle che lascia la famiglia per unirsi al suo amico Francesco: da quel momento la sua vita cambia per sempre, non si piegherà alla violenza dei famigliari, e si opporrà persino al Papa: lotterà con tutto il suo carisma per sé e per le donne che si uniranno a lei, per vedere realizzato il suo sogno di libertà.

 

Susanna Nicchiarelli. Foto di Matteo Vieille

 

Susanna, come prima domanda le chiedo: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Mio padre è originario di Tavernelle. Io torno spesso in Umbria, ho una casa e sono molto legata a questa terra. Ho un ottimo rapporto anche con tutta la rete dei cinema e dei festival umbri. Spesso li sento, quando sono nei paraggi passo a trovarli e presento i miei film; è una realtà molto bella, con persone che amano veramente il cinema.

 

In Umbria – a Bevagna – ha girato anche alcune scene del suo ultimo film “Chiara”…

Nella piazza di Bevagna è ambientata la scena in cui le donne vengono chiamate da Chiara. Il resto del film, per motivi scenici, è stato girato a Tuscania: lì si è potuto ricreare il paesaggio medioevale e le chiese pre-francescane. Ad Assisi tutto questo non era possibile.

 

“Chiara” fa parte di una trilogia di donne da lei raccontate – insieme a “Nico 1988” e a “Miss Marx” – che si scontrano con gli uomini che hanno nelle loro vite: ce la fanno veramente a staccarsi da loro?

Più che emanciparsi, rivendicano un posto in una società di uomini. Tutti e tre i film raccontano il loro rapporto con loro: Nico con il figlio, Miss Marx con il padre e il marito e Chiara con Francesco e il Papa. Quello di Chiara è forse il rapporto più politico con un potere maschile.

 

“Chiara”. Foto by Emanuela Scarpa. Vivo film, Tarantula

 

È una donna che ha saputo portare avanti le sue idee e ha sempre ragionato con la propria testa, non così scontato nel 1200…

Lei, come Francesco, vuole restare dentro la Chiesa, quindi modula la sua battaglia in modo da poter fare ciò, ma allo stesso tempo cambiare le cose. Il centro della loro lotta è la povertà, e Chiara riesce nel suo obiettivo, creando un ordine di donne povere: una cosa senza precedenti. Quello che ottiene è molto importante dal punto di vista simbolico, perché fino ad allora gli ordini femminili erano protetti e dovevano avere possedimenti; i monasteri erano luoghi di ricchezza e gerarchizzati, lei invece fa nascere un ordine dove tutte sono uguali e ugualmente povere. Per arrivare a questo però è costretta ad accettare la clausura che lei non voleva.

 

Si è fatta un’idea del rapporto che c’era tra Chiara e Francesco?

Trovo che sia stato un rapporto molto femminile. Lui a un certo punto è costretto ad abbandonarla perché non può creare un ordine misto, ma poi torna a morire fra le sue braccia. C’è stata sempre una forte dipendenza di Francesco nei confronti di Chiara, perché lei era solida. Una solidità che si manifesta anche nella comunità che costruisce, che è molto unita e compatta, a differenza di quella dei francescani che si falda. Vivono due sviluppi diversi di una stessa idea.

 

“Chiara”. Foto by Emanuela Scarpa. Vivo film, Tarantula

 

Che penserebbe dell’Italia del 2023?

Chiara sarebbe sicuramente orgogliosa della posizione che hanno conquistato le donne nella società di oggi, anche se c’è ancora tanta strada da percorrere. Lei chiedeva semplicemente una parità, di poter fare quello che era concesso a Francesco, indipendentemente dal suo essere donna. Era una richiesta molto semplice, a tal punto da essere spiazzante. Sicuramente però, l’abbondanza e il consumismo sarebbero le prime cose che criticherebbe, sia lei sia Francesco. Così come il nostro rapporto con il denaro, con la ricchezza e con il superfluo: loro hanno dimostrato come si può andare all’essenziale e si può aiutare l’altro, il diverso. Francesco è stato il primo a parlare di un rapporto inclusivo e di ascolto con le altre culture, di confrontarsi con lo straniero non per convertirlo, ma per un dialogo e uno scambio di idee. E anche Chiara era in quella linea. C’è ancora tanta strada da fare per le battaglie che hanno iniziato a combattere loro.

 

Per certi versi sembra che dal 1200 non sia passato troppo tempo, anche per quanto riguarda l’immagine della donna…

Ancora oggi nel cinema, nella televisione, nella pubblicità e nella società l’immagine della donna che viene promossa è un’immagine che non deve disturbare. Quando diventa disturbante, quando rompe gli schemi, viene accettata con fatica. Penso ad esempio alle donne che non vogliono figli. Chiara, come Eleanor Marx e Nico sono figure femminili disturbanti anche per il femminismo, perché hanno difficoltà a staccarsi dagli uomini e quindi ci costringono a uno sguardo critico anche sullo stesso processo di emancipazione. Posso dire che non sono certo film celebrativi, anzi sono molto problematici.

 

Ha in programma altre pellicole che raccontano figure femminili?

Essendo una donna è ovvio che quando scrivo le sceneggiature i miei occhi e il mio punto di vista sul mondo ci sono e ci saranno sempre, ora però mi voglio dedicare a qualcosa di diverso. Con loro credo di aver chiuso un discorso. Magari più avanti chissà.

 

“Miss Marx” by Emanuela Scarpa – Vivo film, Tarantula

 

In “Chiara” si parla in dialetto, come mai questa scelta?

Ho voluto tantissimo il dialetto per rendere i personaggi più reali. Tante volte nei film ambientati nel passato, gli attori parlano un italiano molto forbito, che però non è veritiero. In Chiara si parla un codice molto simile a quello usato da Francesco nel Cantico delle Creature. L’elemento linguistico fondamentale della rivoluzione francescana e per me era importante che fosse rispettato.

 

Con Marco Bellocchio ha scritto il film “Rapito”: aveva già scritto qualcosa con lui? Com’è andata?

Lo conoscevo, ma non avevo mai lavorato con lui. Mi sono molto divertita perché è stato un lavoro di ricerca ed è stato bellissimo poter entrare nella testa di Marco e scrivere il film che lui si immaginava. Ho imparato tantissimo.

 

Ha vinto un David di Donatello come sceneggiatrice per “Nico” e un Nastro d’Argento sempre come sceneggiatrice per “Rapido”: due premi molto importanti. Di quale è più orgogliosa?

Il David per Nico è stato un riconoscimento molto importante. È una sceneggiatura poco tradizionale che ho scritto da sola, ci tengo particolarmente.

 

“Nico, 1988”. Foto by Dominique Houcmant

 

Quali sono i suoi progetti futuri? 

Sto lavorando a una serie che andrà in onda su Rai Uno. Racconta la storia di alcuni bambini che aiutano i partigiani in montagna. L’ho girata questa estate in Val di Susa, e posso dire che la montagna non fa per me – sono più tipo da campagna (ride). È stata comunque una bellissima esperienza: girare in quei paesaggi è difficile ma molto affascinante, così come lo è stato raccontare la Resistenza.

 

Per concludere, come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Sincera, schietta e ironica.

Diviso in quattro atti che ricalcano le fasi della vita umana – nascita, realizzazione, relazione e decadenza – Storie Ombra è l’opera prima di Elisa Manenti, autrice umbra che esordisce con una storia allegorica e visionaria per interpretare e raccontare nientemeno che la vita.

Elisa nasce nella periferia di Foligno sul volgere degli anni Ottanta e nei personaggi di Storie Ombra inocula le controverse emozioni – le tensioni, le insicurezze, le paure, le scelte, le gioie – con cui non solo la sua generazione, ma anche l’uomo contemporaneo si trova a fare i conti, personificandole. In questo modo, ha potuto finalmente creare un dialogo con quei sentimenti che, pur facendo parte della condizione umana, spesso rimangono incomprensibili.

 

 

A ben vedere, è il titolo stesso dell’opera a sintetizzare l’operazione. «Per spiegare Storie Ombra bisogna partire proprio dal titolo, anche perché è collegato a un aneddoto curioso.» spiega Elisa «Quando ero una ragazzina, a Sant’Eraclio, frazione di Foligno in cui sono nata e cresciuta, viveva un personaggio un po’ bizzarro. Uno di quelli che tutti i paesi hanno, in un modo o nell’altro. Lui camminava trascinandosi dietro un carretto pieno di ferraglia e parlava con la sua ombra (con il maltempo parlava con le strisce pedonali, ma questa è un’altra storia!). Ovviamente noi lo prendevamo in giro – la lapidaria crudeltà dei bambini nei confronti della diversità è nota a tutti – ma mi è rimasta in testa quest’immagine: il confronto con la proiezione di sé, proiezione che assume forme sempre diverse. Un po’ come i personaggi dei miei racconti, tutti differenti, alcuni più umani di altri nelle sembianze, ma tutti frutto di una luce creatrice, che ho identificato nel “sentire”, ovvero il percepire inteso come approccio conoscitivo al mondo. Una modalità sconosciuta all’Intelligenza Artificiale.»

È proprio all’IA che, negli intenti, è provocatoriamente destinato Storie Ombra. Un piccolo manuale attraverso il quale l’Intelligenza Artificiale potrebbe riuscire a interpretarci come esseri umani, carpendo la nostra essenza più pura e scavalcando le sovrastrutture che noi stessi creiamo attraverso i milioni di domande che le poniamo. Proprio per questo, il libro si conclude con una conversione parziale del racconto in codice binario: un vero e proprio atto di cortesia nei confronti dell’IA, fatto utilizzando un linguaggio più conforme alle sue caratteristiche, per avvicinarci umanamente al nostro interlocutore.

Purtroppo però è la modalità a restare, per l’IA, inintelligibile: «Visto che all’IA non interessa “conoscerci”, perlomeno non in questi termini, Storie Ombra è in realtà destinato a tutti noi, che talvolta siamo reduci dalla nostra umanità.» chiarisce Elisa. E aggiunge: «Io, come tante altre persone, trascorro in media un paio di ore al giorno a cercare nel web cosa voglio acquistare, cosa voglio cucinare, cosa voglio conoscere, e così via; quotidianamente faccio ricerche che mi danno un risultato immediato, e non sento mai il bisogno di dire “grazie”. Questo processo, a lungo andare, potrebbe mutare il nostro modo di interagire, anche tra noi umani. Viviamo in un tempo veloce nel quale tutto diventa immediato, schematico, privo di convenevoli o abbellimenti lessicali, quali una battuta o una divagazione sul tempo che fa». A rendere la nostra condizione unica è dunque l’empatia, che sembra essere cominciata a svanire già da prima dell’avvento dell’IA. Dunque, nonostante al momento le potenzialità dell’IA e i suoi usi siano molto dibattuti, prima di pensare a scenari apocalittici dobbiamo prendere coscienza di quale sia davvero la causa di questi tempi sempre più disumanizzati.

«Non sono un’esperta nel campo dell’IA e molto umilmente penso che quello che potremmo fare in qualità di umani, è non sentire l’esigenza di metterci in competizione con essa. L’IA è un agente che, in un ambiente regolare, tramite un sistema di filtraggio di informazioni, può prevedere alcune cose.» aggiunge Elisa. «Da persona comune che fa quotidianamente ricerche nel web, al massimo posso cercare di capire questi meccanismi e avere delle accortezze – come per esempio il controllo delle fonti d’informazione utilizzate dall’IA per elaborare la sua previsione o raccomandazione – ma, piuttosto che avere la presunzione di voler arginare questo avanzamento tecnologico, quello che mi sta a cuore è che noi esseri umani, dotati di una spiccata capacità di ricerca di ciò che reputiamo “vero” basata sulla conoscenza esperienziale ed emotiva della realtà, rimaniamo tali

Viene da chiedersi se la contingenza – il fatto di non essere una nativa digitale, di essere figlia degli anni d’oro, di essere cresciuta in una regione come l’Umbria che ancora oggi conserva dei tratti piuttosto lontani dell’immagine quasi futuristica evocata dall’IA – abbia in qualche modo influenzato il modo in cui l’autrice di Storie Ombra abbia interpretato questa trasformazione senza precedenti della società e delle relazioni umane.

«Sicuramente la mia percezione della realtà è diversa da quella dei nativi digitali.» ammette Elisa. «Ad oggi non saprei dire se è un bene o un male, ma posso assicurare che mi reputo molto fortunata di aver vissuto la maggior parte della mia vita a contatto con delle tradizioni che facevano da collante tra le persone senza il bisogno della fibra. Non sono una nostalgica – ci si evolve ed è giusto così – e i giovani di oggi avranno una percezione diversa dalla mia ma, altrettanto valevole. Quello che conta è, a mio avviso, che la gentilezza sia il vero trait d’union tra le relazioni, indipendentemente dall’età che si ha e dalle modalità con cui i rapporti si creano. Magari ho una visione un po’ troppo romantica, capisco che in una società di massa come la nostra, il successo sembri essere l’unico modo per far vedere al mondo che si esiste, ma poi è il perseverare nella gentilezza ciò che rende le relazioni realmente umane e libere. E per gentilezza non intendo il galateo o porgere l’altra guancia, intendo basare un rapporto sul riconoscersi e il riconoscere.»

 


Storie Ombra, preordinabile su Bookabook, sarà consegnato ai lettori nel corso di giugno 2024.

L’influencer perugina è ambasciatrice di Compassion, oltre a essere una donna super attiva, sia nella vita reale sia nei social. È promotrice anche dell’evento che si terrà il 14 ottobre a Perugia: la proiezione del docufilm “Imperdonabile” in cui si racconta il genocidio in Ruanda del 1994.

Oggigiorno siamo circondati da influencer più o meno popolari, più o meno interessanti, tutti intenti a illuminarci la strada della vita. Riuscire però ad andare oltre la semplice apparenza glamour e modaiola, per comunicare e promuovere progetti sociali, o semplicemente per affrontare temi che possono far riflettere chi sta dietro lo schermo dello smartphone, non riesce a tutti, anzi veramente a pochi.
A Ilaria Di Vaio questo riesce, e pure bene. Nei suoi spazi social (blog e profilo Instagram, in cui ha 158.000 follower) va oltre, parla di tutto con chiarezza ed empatia: dal suo ruolo di mamma di tre bambine (Matilde, Adelaide e Dorotea) al rapporto profondo con la fede, da ciò che vive nella quotidianità al suo essere testimonial di Compassion Italia (una onlus internazionale che opera da 70 anni per sostenere i bambini più poveri) fino al promuovere iniziative in cui crede profondamente, come l’evento che si terrà il 14 ottobre (ore 18) alla Sala dei Notari a Perugia. Verrà trasmesso il docufilm Imperdonabile, che racconta il genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994. «L’ho sentito subito mio e invito tutti a vederlo per darsi l’occasione di mettersi in discussione nella propria intimità e analizzare le cose da un punto di vista diverso. La proiezione è gratuita, previa prenotazione». L’etichetta di semplice influencer le va stretta e sfrutta la sua popolarità per parlare di progetti meritevoli e valori in cui crede. Dopotutto… si può influenzare in diversi modi e su diversi argomenti.

 

Ilaria Di Vaio

Ilaria, la prima domanda è di rito: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Che bella domanda! L’Umbria non è solo il cuore verde d’Italia, ma è il mio cuore. Mio padre ha origini campane, mio nonno sarde e mio marito pugliesi, per questo mi considero italiana nel senso più esteso del termine, però l’Umbria mi ha dato i natali. Sono nata ad Assisi, non a caso: mia mamma ci teneva che venissi al mondo nella città più conosciuta della regione. Ho sempre vissuto a Perugia e sono cresciuta con influenze di altre regioni, ma allo stesso tempo con un profondo amore per le mie origini umbre. Ho un rapporto molto intenso e particolare con mia nonna materna che è di Casalalta (una frazione del Comune di Collazzone): mi ha sempre stimolata a vivere la vita contadina e ad avere un rapporto viscerale con la terra. Il mio amore per questa regione si evidenzia anche dal fatto che sono rimasta a vivere qui, sebbene, per il lavoro che faccio, altri luoghi mi avrebbero avvantaggiato.

Perché ha scelto di restare?

Per la pace, i ritmi tranquilli e gli spazi percorribili con facilità, oltre ovviamente per i paesaggi. Io vivo immersa nella campagna, circondata da ulivi e colline, e quando apro gli occhi la mattina vedo la vera Umbria.

Oltre a essere una influencer molto conosciuta è anche ambasciatrice di Compassion Italia: quando è iniziato questo incarico?

Conosco Compassion da quando sono piccola, perché con la mia famiglia abbiamo sempre sostenuto dei bambini a distanza. L’incarico di ambasciatrice è nato due anni fa quando mi sono resa conto di avere qualcosa d’importante in mano e che potevo sfruttare la mia popolarità nel mondo social in modo concreto e significativo. Ho sempre sentito questa responsabilità, anche perché nella vita ho ricevuto molto. Inoltre, non c’è nulla di più bello che essere utili per qualcun altro. Compassion per me è l’occasione per poter donare ed essere utile, sfruttando quello che ho grazie al mio lavoro. È veramente una missione.

 

Ilaria con le figlie Matilde e Adelaide nella Repubblica Dominicana

Questa estate è stata con la sua famiglia nella Repubblica Dominicana come testimonial di Compassion per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla povertà e il disagio sociale dei minori che vivono lì: ci racconta quest’esperienza?

È la prima volta che ne parlo in un’intervista. È stato un viaggio incredibile che mi ha cambiato la vita. Sembra una frase retorica, ma è reale. Sono partita con la consapevolezza che non sarei più tornata uguale a prima; è stato un percorso molto formativo, sia dal punto di vista spirituale sia emotivo e allo stesso tempo anche impegnativo. Siamo stati lì un mese: ho portato con me le mie tre figlie e mia mamma, lo rifarei altre mille volte.

Come mai questa scelta?

Rendo le mie figlie sempre molto partecipi nel mio lavoro, loro sanno quello che faccio e sanno i miei impegni. Devo dire che sono per me delle grandi motivatrici. Inoltre, è giusto che conoscano delle diverse realtà anche distanti e incredibili.

Cosa ha fatto di concreto in quel mese?

La Repubblica Dominicana è tra i primi Paesi nel mondo per il turismo sessuale minorile, oltre alla grande presenza di droga: è un contesto molto pesante. Ci sono però delle piccole isole felici realizzate da Compassion che operano nel territorio: è importante che le persone conoscano queste realtà e si rendano conto che il loro aiuto economico si concretizza portando dei risultati. Nella prima parte del viaggio ho conosciuto altre associazioni e organizzazioni internazionali presenti lì; mentre nella seconda parte, come ambasciatrice, ho girato e utilizzato la mia popolarità per accendere una luce su tutto questo.

Ha in previsione altri viaggi?

Certo, sono solo all’inizio. Fra qualche settimana andrò a Madrid. Il mio compito in Occidente è quello di raccogliere fondi, investitori e far conoscere Compassion e le sue attività.

Possiamo dire che è una influencer social, ma anche molto sociale…

Quella della influencer è solo un’etichetta che banalizza tutto. Ognuno utilizza la propria popolarità in base alle sue peculiarità e ai suoi interessi. Nel mio profilo Instagram e nel mio blog (Crumbs of Life) racconto chi sono in tutte le mie sfaccettature. Quando nel 2018 Il Sole 24 ore mi ha nominato tra le mamme più influenti d’Italia, in qualche modo mi ha attaccato un’etichetta, anche se, ovviamente, mi ha aperto tantissime porte a livello lavorativo. I brand con cui collaboro, ad esempio, sanno bene chi sono e come vivo i social, per questo mi capita spesso anche di rifiutare dei lavori, se non sono in linea con quello in cui credo e con il messaggio che voglio trasmettere.

Per lei le parole sono importanti tanto quanto le azioni e, per questo, come diceva, “usa” la sua popolarità e le sua parole per sensibilizzare e far conoscere temi importanti…

Sì. Non mi tiro mai indietro quando c’è l’occasione di portare valore. Nel mio canale Instagram ho anche una rubrica in cui intervisto persone per me rilevanti e affronto tematiche importanti, proprio per arricchirmi e arricchire gli altri. Il mio profilo è uno spazio comune, un salotto in cui entrare e trovare spazio. Credo che come personaggi popolari abbiamo una responsabilità nei confronti delle persone che ci seguono, è importante proporre qualcosa e spronare a riflettere.

 

È con questo spirito che promuove la proiezione del docufilm “Imperdonabile”, che si terrà il 14 ottobre alla Sala dei Notari di Perugia (ore 18). So che tiene molto a questo evento…

Assolutamente sì, lo sento proprio mio. Sono stati i responsabili di Compassion a parlarmi di questo docufilm, che racconta il genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994. Sarà trasmesso per la prima volta a Perugia, il 14 ottobre. È stato girato da un giovane regista, Giosuè Petrone: l’ho voluto conoscere perché il film mi ha colpito nel profondo e volevo capire da che testa e da che persona fosse partito, questo notevole prodotto. Trae origine da un articolo giornalistico che racconta la storia del percorso di riconciliazione tra due famiglie, di etnia diversa, rispettivamente vittime e carnefici durante il genocidio ruandese. È un invito alla riflessione su alcuni temi di grande attualità e contiene un messaggio potente, rivoluzionario e di grande impatto. Imperdonabile ci aiuta a considerare quanto male si annida perfino nelle parole, oltre che negli atti crudeli e violenti. Ecco perché oltre che denunciare bisogna anche imparare a perdonare e questo documentario evidenzia quanto sia notevole il potere delle parole. Lo sento proprio mio e invito tutti a vederlo per darsi l’occasione di mettersi in discussione nella propria intimità e analizzare le cose da un punto di vista diverso.

È mamma di tre bambine, su Instagram e sul blog Crumbs of Life parla di loro e racconta la “vita da mamma”: c’è un consiglio che vuol dare alle neo o future mamme? 

Nessuno nasce preparato per questo ruolo. Quello che posso consigliare è – se abbiamo la grazia di ricevere questo dono – di affrontarlo con tranquillità, giorno per giorno. Non ha senso riempirsi di paure. È sicuramente un viaggio complesso che può provarti e toglierti le forze – ciò è indiscutibile – ma dopotutto le cose più belle della vita prevedono sacrificio. Nel mio libro Ho bisogno di amare scrivo proprio che: «sacrificare significa rendere sacro». Noi abbiamo un’accezione negativa di questo termine, in realtà vuol dire prendere qualcosa di sé e renderla sacra. Essere mamma è un lavoro costante anche su sé stessi ed è un’occasione per migliorarsi; tutto questo impegno però viene ripagato con un amore sconfinato, probabilmente molte volte anche immeritato. È un’avventura bellissima che va vissuta serenamente con la consapevolezza che non è scontata, e per questo va apprezzata nonostante la fatica. Noi mamme ne usciamo sicuramente migliori.

Non crede che oggi siamo un po’ invasi da “mamme social”?

Non posso dire se sono troppe o poche, ognuno cerca la sua strada o ne crea un lavoro. Oramai i social sono a disposizione di tutti, ed è giusto così. La differenza però la fa il motivo per il quale si realizza una determinata cosa e qual è il messaggio che si vuol trasmettere. Se tutto è solo legato alla pubblicità e ai brand, non resisti, e col tempo sparisci. La differenza – che cerco di fare io – non è tanto nell’essere mamma, ma nel messaggio che trasmetto.

Spesso si discute dell’esposizione dei figli nei social media: per lei è non certo un problema…

Le mie figlie sono consapevoli di quello che faccio e le coinvolgo quotidianamente in ciò di cui mi occupo. Sanno che ho un lavoro che mi dà visibilità, che mi fa riconoscere per strada. Inoltre, mio marito è un avvocato esperto di proprietà intellettuale, per questo siamo ancora più tutelate. Forse un giorno mi rimprovereranno di questo, ma come di tante altre scelte che ora faccio per loro. La cosa fondamentale – ribadisco – è di come si utilizzano i social.

 

Ilaria con le figlie Adelaide, Dorotea e Matilde

È decisamente multitasking: quante ore hanno le sue giornate?

Per sfruttare la giornata al meglio mi sveglio molto presto, verso le 5.45-6. In questo modo riesco a ritagliarmi del tempo per me stessa: leggo, faccio gli esercizi di logopedia e inizio la giornata. Ho anche ridotto al minimo il tempo che passo al telefono e mi organizzo per incastrare tutto. Cerco di ritagliarmi del tempo anche per me e andare in palestra, è un modo per scaricarmi.

C’è qualcosa di Ilaria che in pochi conoscono?

Il rapporto che ho con mia mamma. Vado sempre da lei quando ho bisogno di avere dei consigli, la sua opinione conta molto. Poi c’è la mia fede, che è qualcosa di profondamente intimo, ma di cui parlo tranquillamente anche nei miei canali.

Di cosa non potrebbe mai fare a meno?

Come dice mia nonna: «Uscire di casa senza rossetto è come uscire senza mutande!» (ride)

Lei è la sorella maggiore di Mariano Di Vaio, un influencer molto popolare: questo l’ha aiutata nel suo lavoro o in qualche modo l’ha ostacolata?  

So chi è mio fratello e quanto si è impegnato per arrivare dov’è. Siamo stati cresciuti come dei soldatini, ligi alle regole e all’impegno. Ovviamente il cognome ha un richiamo che non mi ha certo ostacolato, ma nemmeno aiutato come si potrebbe pensare. Sono molto orgogliosa di lui e degli obiettivi che ha raggiunto e per me è solo motivo di vanto essere accostata a Mariano.

C’è stato mai un momento in cui ha pensato di abbandonare i social?

Lo scorso anno mi hanno hackerato il profilo Instagram per la terza volta e con mio marito ci siamo detti: «Forse deve andare così! Farò altro».

Per concludere, come descriverebbe l’Umbria in tre parole?        

Lussureggiante, tranquilla, a misura di persona.

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