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«La mia cucina parte dai colori, dai profumi e dai sapori della terra in cui vivo. L’Umbria è in tutti i miei piatti come espressione del mio legame con il territorio, con le sue tradizioni e con le materie. Proporre un menu significa per me far percorrere un viaggio multisensoriale tra i paesaggi e i sentori di questa regione».

«Se mi assegnano la Stella Michelin faccio una festa che dura tre giorni. Devi venire anche tu!» (scherza). Paolo Trippini, classe 1979, top  chef umbro di Civitella del Lago (Terni), deve attendere solo fino al 25 novembre per sapere se lui e il suo Ristorante Trippini saranno insigniti di questo ambito riconoscimento. «È l’Oscar della cucina?» chiedo. «Esatto, è inutile far finta che non interessi. A me interessa eccome». Nel frattempo lo chef è stato nominato Ambasciatore Italiano del Gusto, primo e unico umbro entrato a far parte della prestigiosa associazione italiana che promuove, sostiene e valorizza, nel mondo, il patrimonio agroalimentare ed enogastronomico di eccellenza made in Italy e made in Umbria. Dal 2015 è membro dei Jeunes Restaurateurs d’Europe, associazione che riunisce i migliori e i più giovani rappresentanti dell’alta gastronomia; è, inoltre, docente della scuola del Gambero Rosso e partner della famiglia Eataly, per cui, nel food district Eataly di Roma, ha portato il suo Bosco Umbro.
Trippini, stagione dopo stagione, racconta il suo territorio attraverso il menu e regala aneddoti – tramandati di padre in figlio – come fosse un diario di bordo, per un viaggio alla scoperta di un’intera regione, dei suoi usi e costumi, del suo tessuto sociale, economico e culturale.

È forse troppo facile farle questa domanda: qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame viscerale. Sono nato e cresciuto in Umbria e ho un amore spassionato per tutto quello che è umbro: dal cibo ai panorami fino alla cultura.

Ritroviamo i sapori dell’Umbria anche nei suoi piatti e nella sua filosofia in cucina…

Assolutamente. Negli ultimi anni abbiamo fatto un percorso per portare nel piatto tutti gli ingredienti tipici umbri, anche contaminati con altre cucine.

Diventare chef è stato quasi un passo obbligato – visto il ristorante di famiglia – oppure è quello che ha sempre sognato di fare fin da piccolo?

Ho sempre sognato di fare questo lavoro e non penso di essere capace di farne un altro. Non ho mai avuto dubbi a riguardo, per me è il lavoro più bello del mondo! Sono una persona fortunata, faccio ciò che mi piace e non è un lusso che tutti possono avere.

 

Paolo Trippini, 41 anni

È il primo e unico umbro nominato Ambasciatore Italiano del Gusto: cosa significa per lei questo riconoscimento?

Per me è un bellissimo riconoscimento di cui sono molto orgoglioso, ancora di più perché sono l’unico umbro. Essere Ambasciatore del Gusto vuol dire far conoscere al mondo quali sono le proprie tradizioni e la propria cultura del cibo. È una bella responsabilità.

E cosa significa per la regione?

Avere un umbro che si può sedere al tavolo con i rappresentati delle altre regioni è molto importante. Così com’è importante confrontarsi con altri chef e presentare loro tutti i sapori dell’Umbria: parlo di Antonino Cannavacciuolo, Carlo Cracco, di top chef o stellati.

A proposito di stellati, la stella Michelin è un obiettivo?

Le stelle le vedo tutte le sere! (scherza). È ovviamente un obiettivo, ogni anno lavoriamo anche per questo e se arrivasse saremmo felicissimi, anche per l’Umbria. Sono onesto, se la ottengo faccio una festa che dura tre giorni. È il riconoscimento più importante per un cuoco, è inutile far finta che non interessi. I risultati di quest’anno escono il 25 novembre. Chissà! Vedremo!

Allora, incrociamo le dita…

Ve lo faremo sapere. Vi invito alla festa!

La ristorazione è uno dei tanti settori colpiti dal lockdown localizzato: come affronta questo periodo? Pensa che sia una giusta precauzione?

Finora abbiamo fatto tutto ciò che c’era da fare. Sicuramente non vorrei essere nei panni di chi ci governa in questo periodo, sai a livello nazionale sia regionale. Il problema c’è ed è inutile nascondersi: il DPCM che ha ufficializzato la chiusura dei ristoranti ci ha lasciato un po’ amareggiati; avevamo fatto tanto: distanziato i tavoli e istallato le varie protezioni per scaglionare la gente. Questa chiusura andava gestita in maniera diversa, magari con la prenotazione e un’autocertificazione avremmo potuto continuare a lavorare come prima. I bar e i ristornati sono due realtà distinte e si potevano gestire in modo diverso: nel ristorante gira meno gente, l’apertura è ridotta – non più di tre ore – e tutto si controlla più facilmente.

Ci racconti la sua Umbria a tavola…

È una regione genuina. La sua cucina è molto radicata nel territorio e fonda tutto il suo gusto sui prodotti del bosco, sia a livello vegetale sia animale. Un giornalista una volta mi disse: «L’autunno è la primavera umbra», in effetti questo periodo è il più bello, per l’Umbria. Abbiamo funghi, tartufi, castagne…

Se l’Umbria fosse un piatto, quale sarebbe?

Senza dubbio il Bosco umbro. È una mia specialità vegetale che si rinnova con le stagioni, ma sempre inconfondibilmente legata al cuore dell’Umbria. Oppure, se vogliamo pensare alla tradizione, il piatto che più ci rappresenta è il piccione, uno dei più ambiti nei ristoranti gourmet di tutto il mondo. Ho un aneddoto legato a questa cucina: ancora oggi non sono riuscito a cucinare un piccione in salmì buono come quello che fa mio padre. Il piccione in salmì rappresenta proprio l’Umbria, in tutto e per tutto.

La nostra regione non è molto famosa per il cibo: come mai?

È vero. In pochi sanno che in Umbria si mangia bene. Al di fuori non viene mani riconosciuta per questa peculiarità; ad esclusione dei romani, che vengono qui per mangiar bene. Inoltre, ci sono tanti chef famosi e stellati che comprano nelle aziende umbre che garantiscono prodotti eccellenti, ma anche questo è poco conosciuto. È un vero peccato: a volte non abbiamo la consapevolezza del potenziale che c’è qui, dobbiamo presentarci al di fuori con il vestito migliore. Questo è un mio obiettivo da ambasciatore.

Nella sua cucina non manca mai…

Come ingrediente, nella mia cucina, non manca mai la ricotta. Come status, non deve mancare mai il rispetto e la voglia di scoprire e conoscere.

C’è un piatto o un ingrediente che odia cucinare o mangiare?

Uno in particolare no, cerco di assaggiare tutto e mangio di tutto, ma direi che i cachi non mi danno nessun gusto quando li mangio. È un frutto che non utilizzo nemmeno in cucina. Non mi dà soddisfazione.

Facciamo un gioco: panpepato o pinoccate?

Panpepato.

Norcina o umbricelli al tartufo?

Norcina.

Rocciata o ciaramicola?

Rocciata.

Castagnole o torcolo di San Costanzo?

Castagnole.

Lenticchie o cicerchiata?

Cicerchiata.

Per finire, come descriverebbe l’Umbria con tre prodotti locali?

Legumi, ricotta, piccione.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione?

Burbera.

«La rivalità tra Terni e Perugia è divertente e fa parte del gioco, basta che non si esageri altrimenti diventa stupido. Il Perugia in C? Beh, sì che ho goduto!».

Francesco Lancia è uno che lavora dietro le quinte come autore di numerose trasmissioni televisive per Rai, La7, Sky, Mediaset, DeejayY Tv e Comedy Central. È anche autore e voce di Radio Deejay, nel programma Chiamate Roma Triuno Triuno con il Trio Medusa e proprio quest’estate, durante la trasmissione radiofonica, ha fatto uno spot divertente e decisamente efficace, per incentivare il turismo in Umbria. Lui, umbro di Terni, è molto legato alla regione e alla sua città: qualche giorno fa, in dialetto ternano, ha lanciato un appello da influencer per incentivare l’uso della mascherina. «Appena posso nei miei spettacoli e testi cerco sempre di inserire l’Umbria. Ho citato persino Perugia!» (scherza). «Vorrei vedere!» gli rispondo di getto. Nel corso della nostra chiacchierata via Skype, la rivalità tra Perugia e Terni è venuta fuori – non poteva essere altrimenti: un sano sfottò, quello che ti fa fare una risata. Ma l’obiettivo dell’intervista è far conoscere Francesco, diventato famoso ai più per «Venite in Umbria, str…».

Visto l’appello che hai fatto quest’estate non posso che chiederti: qual è il tuo legame con l’Umbria?

È un legame molto forte: sono nato a Terni, ho vissuto a Terni fino a 18 anni poi sono andato a studiare a Roma e, a causa del mio lavoro, ora vivo qui, ma i miei genitori abitano ancora a Terni e appena posso vado a trovarli. Le feste comandate (come si dice) le passo sempre lì. Inoltre, nei miei spettacoli cerco sempre di citare la città o la regione proprio per evidenziare il mio attaccamento.

Informatico, autore televisivo, speaker radiofonico, attore, doppiatore: di preciso chi è Francesco?

Non lo so ancora! Posso dire che il mio mestiere principale è quello di autore radiotelevisivo, poi dall’autoraggio radiofonico sono diventato anche una voce, ma la mia grande passione è quella dell’improvvisazione teatrale. Ovviamente oggi è difficile vivere solo di teatro, ma è una bellissima passione che cerco di portare avanti. Sono uno a cui piace fare un sacco di cose e cambiare spesso, magari tornerò a fare l’informatico, mai dire mai!

Quindi l’improvvisazione è la tua passione?

Sì, sono disposto a fare chilometri e chilometri anche gratis. Gli altri sono anch’essi divertenti, ma rimangono lavoro. Scrivere mi piace tantissimo, lavorare in radio anche, ma è dall’improvvisazione che è nato tutto, sono partito da lì.

 

Francesco Lancia, ph Elisa Pìzza

Sei anche uno dei fondatori della compagnia teatrale de I Bugiardini che fa proprio teatro d’improvvisazione…  

Esatto. Saliamo sul palco senza avere nulla di pronto e chiediamo al pubblico cosa vuole vedere. Riusciamo a realizzare uno spettacolo con una storia e delle canzoni, così, creato dal nulla. È molto divertente sia per il pubblico sia per noi attori. Non sai mai quello che succede. Devo dire che è utile anche per la vita di tutti i giorni: se arriva un imprevisto sai come affrontarlo e come reagire al meglio. Un corso d’improvvisazione lo consiglierei a tutti.

C’è un programma che hai scritto di cui sei più orgoglioso?

Tanti. Ho sempre avuto la fortuna di lavorare in programmi che mi sono piaciuti, fin dal primo realizzato col Trio Medusa. Poi da autore ho scritto il programma per La7 la Gaia Scienza, se potessi lo rifarei domani, mi sono divertito moltissimo. Non posso non nominare anche Zero e lode andato in onda su RaiUno. Sono molti i programmi che ho voluto fare e pochi quelli che ho dovuto fare. Mi sento un privilegiato!

Partendo da Terni, come si arriva a fare tutto questo? Come hai cominciato?

Ho rinunciato a un contratto a tempo indeterminato per iniziare seriamente la carriera di autore… immagina la reazione dei miei genitori! Passo dopo passo, per ora è andata bene…

La tua promozione dell’Umbria su Radio Deejay quest’estate ha avuto un grande successo…

Sì, me lo hanno detto in tanti e alcuni sostengono che sia anche un po’ merito mio il turismo di quest’estate. Io non penso: l’Umbria è meravigliosa ed è facile da raggiungere. Io posso aver messo il tarlo in testa a qualcuno, ma il grosso lo fa il territorio.

Com’è nato il pezzo?

Quel pezzo l’ho scritto al volo, la mattina stessa e l’ho fatto con molta leggerezza. Sono contentissimo che sia diventato virale! Quando posso, cerco sempre di valorizzare la regione: non si può restare attaccati al solo passato industriale – parlo di Terni – si deve puntare su altro come ad esempio l’enogastronomia. «Ma quando se magna bene in Umbria?!» Ma in pochi lo sanno. Inoltre, ti do una notizia in anteprima: per Comedy Central ho girato una puntata particolare (andrà in onda tra diversi mesi) e tutto quello che serviva lo abbiamo trovato in Umbria. Siamo stati al Caos di Terni, all’Abbazia di San Pietro in Valle e al museo delle mummie di Ferentillo. È una regione tutta da scoprire.

Per il turismo natalizio cosa potremmo dire? Venite in Umbria a Natale…

Intanto ci sono io, in Umbria a Natale, che mangio il panpepato – lo faccio anche a Roma con la mia ricettina e poi lo regalo. In Umbria non c’è il mare, quindi quale migliore occasione se non d’inverno, poi non nevica o nevica poco, ci sono un sacco di cose da vedere: l’albero di Gubbio, la Stella di Miranda a Terni… una buona meta a basso costo per il Natale! Situazione Covid permettendo.

Hai fatto il liceo scientifico Galileo Galilei di Terni… io quello di Perugia! Da qui ti chiedo: l’ha mai sentita la rivalità tra le due città?

Avoja! Ci gioco spessissimo sulla rivalità tra le due città, ovviamente in modo goliardico, non farei mai nulla di male ai cugini biancorossi. Ho una carissima amica perugina e ce le diciamo di tutti i colori, perché è divertente. Come hai sentito, nello spot ho nominato anche Perugia e ci sono tante persone intelligenti perugine – (scherza) – che in radio mi scrivono per prendermi in giro per l’accento ternano. Lo fanno simpaticamente. Fa parte del gioco. Da ragazzo poi, vivevo la rivalità anche a livello calcistico.

Quindi sei tifoso?

Della Ternana sarò sempre tifoso. Da ragazzo andavo in curva, in trasferta… ora seguo molto poco il calcio, però: «Che ha fatto la Ternana?» lo devo sapere ogni domenica. Finché il campanilismo è divertimento va bene, quando esagera diventa stupido.

Dì la verità: hai goduto della retrocessione in serie C del Perugia?

Beh, per forza! Un po’ sì (ride). In questo momento è una guerra tra poveri, ma fa godere lo stesso! Vediamo cosa succede quest’anno.

Sei un appassionato di giochi da tavolo: qual è il tuo preferito?

Ne ho più di 400. Non sono i classici giochi, sono i giochi da tavolo di ultima generazione, quando li ho scoperti mi si è aperto un mondo. È complicato sceglierne uno.

Se l’Umbria fosse un gioco da tavolo, quale sarebbe?

È una bellissima domanda. Potrebbe essere Indovina chi? Tipo: «C’è la metropolitana?» si butta giù tutto e finisce, oppure «Ci sono Santi famosi?» «Sì» allora si lasciano alzati Terni, Assisi, Cascia. Ci si potrebbe pensare.

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Natura, cibo, Natale.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

Il verde, la cascata delle Marmore.

«La Terra dall’alto è semplicemente stupenda. Ho avuto la fortuna di lanciarmi su zone con panorami mozzafiato. Auguro a tutti di vedere ciò che noi vediamo da lassù!»

«Uno dei più grandi sogni dell’uomo è sempre stato quello di volare: lanciarsi con il paracadute a più di 4.000 metri credo che sia uno dei modi più intensi per realizzare quel sogno». Il Caporal Maggiore Capo Marco Soro, di Passaggio di Bettona, realizza questo sogno ogni giorno. Da 15 anni veste la divisa della Brigata Paracadutisti Folgore dell’Esercito Italiano e fa parte del gruppo di Paracadutismo Indoor dell’Esercito. Allenamento, preparazione e tanta passione gli hanno fatto raggiungere con la sua squadra degli importanti traguardi nazionali e internazionali, come il podio mondiale ottenuto nel 2019, la medaglia d’oro al Belgian Open o l’argento ai Wind Games 2020 – tanto per citare i più recenti. In questa chiacchierata ci ha svelato tutti i segreti di questo sport e la bellezza del paracadutismo. «È stato amore a prima vista». Io mi sono fatta prendere la mano e l’ho tempestato di domande!

 

Caporal Maggiore Capo Marco Soro

Caporal Maggiore, la prima domanda è di rito: qual è il suo legame con lUmbria?

Circa quindici anni fa ho scelto la divisa dell’Esercito e la mia vita professionale è in Toscana, ma l’Umbria è la mia terra natia e di certo non la dimentico. Sono nato ad Assisi, abito a Passaggio di Bettona e la mia fidanzata è di Papiano. Direi proprio che il mio è un legame indissolubile.

Ci spieghi: cos’è il Paracadutismo Indoor?

Il paracadutismo indoor è un’attività sportiva molto recente, che nasce grazie all’invenzione dei simulatori di caduta libera, ovvero i tunnel del vento verticali. Permette a chiunque, anche a un non paracadutista, di realizzare quello che è sempre stato il sogno di ogni essere umano, ovvero il desiderio volare. Un forte flusso d’aria proveniente dal basso fa si che il corpo umano riesca a sollevarsi da terra, simulando così la caduta libera che si ha con il lancio da un aereo. La sensazione che si prova è identica. Con il passare degli anni è diventato uno sport a tutti gli effetti, con un proprio circuito ufficiale di competizioni nazionali e internazionali.

Quali sono i prerequisiti per praticare questa disciplina?

Il paracadutismo indoor prevede varie discipline. Per poter praticare la nostra –  che è di squadra ed esattamente si chiama VFS 4-way (Vertical Formation Skydiving a 4 elementi) – si deve prima raggiungere un avanzato livello di volo individuale. Sono fondamentali una buona preparazione fisica e un costante allenamento di volo presso un tunnel.

 

Esibizione di Paracadutismo Indoor

In pratica in cosa consiste?

L’obiettivo della nostra specialità consiste nel formare, durante la caduta libera, il più alto numero di figure possibili nel tempo massimo di 35 secondi. Per figura si intende una prestabilita e determinata posizione dell’intera squadra che deve essere eseguita in assetto verticale, head-up (testa in su) e/o head-down (testa in giù). Questo tipo di posizione, che espone poco della figura del corpo umano all’aria, comporta il raggiungimento di altissime velocità di caduta libera che sfiorano i 300 km/h. Ovviamente per provare semplicemente un simulatore di caduta libera non serve essere degli atleti, lo fanno normalmente anche i bambini, basta affidarsi a un preparato istruttore e il gioco è fatto!

Come si svolge una gara?

Una gara si svolge normalmente in tre giorni. I round di gara sono 10, della durata di 35 secondi ciascuno. Le figure da riproporre in ogni round vengono estratte a sorte dai giudici di gara. Per ogni figura eseguita correttamente si guadagna un punto. Alla fine del decimo round, la squadra che ha totalizzato il maggior numero di punti, vince.

Quante ore vi allenate?

Quotidianamente e per almeno due ore pratichiamo delle attività di allenamento a terra pensate appositamente per migliorare la resistenza e la forza fisica specifiche, in modo tale da incrementare le prestazioni individuali durante gli allenamenti di squadra. Per quanto riguarda l’addestramento al tunnel, siamo impegnati mediamente due settimane al mese.

Avete delle gare prossimamente?

A fine ottobre, presso il tunnel di Charleroi in Belgio, la Squadra dell’Esercito parteciperà al Campionato Europeo e Coppa del Mondo di Indoor Skydiving 2020, attualmente una delle competizioni indoor più importanti al mondo.

 

La squadra: Alessandro Binello, Andrea Cardinali, Marco Soro e Stefano Falagiani

Ci può descrivere in poche parole cosa si prova a lanciarsi col paracadute?

Il paracadutismo è uno sport che, praticato nel pieno rispetto delle regole di sicurezza, regala emozioni indescrivibili. Come già detto, uno dei più grandi sogni dell’uomo è sempre stato quello di volare: lanciarsi con il paracadute da un velivolo a più di 4.000 metri credo che sia uno dei modi più intensi per realizzare quel sogno.

C’è stato un momento, quando era ragazzino, in cui ha deciso d’intraprendere la carriera militare? O è accaduto per caso?

Non ho un ricordo ben preciso di quando ho maturato questa decisione, ma sono cresciuto rinforzando di giorno in giorno il desiderio di arruolarmi nell’Esercito e di entrare nella Brigata Paracadutisti Folgore.

Il primo lancio non si scorda mai: ci racconti il suo…

È proprio vero, è una sensazione assolutamente indimenticabile! Il mio primo lancio l’ho fatto a Reggio Emilia nel 2005 e avevo poco più di 18 anni. Come tutti i diciottenni non vedevo l’ora di mettermi alla prova. Ricordo benissimo di aver provato delle fortissime emozioni, completamente nuove, mai provate fino a quel momento. Uno strano mix adrenalinico fatto di paura ed entusiasmo. Con il paracadutismo fu amore a prima vista! Da lì in poi non ho mai più smesso di praticare questo sport e ho sempre e solo cercato di migliorarmi.

Qual è l’ultima cosa che pensa prima di un salto?

Ora che il paracadutismo, oltre che passione e divertimento, è per me attività agonistica, prima di ogni salto ripasso mentalmente gli esercizi da eseguire durante il lancio. Mi concentro su quanto discusso pochi minuti prima con i miei compagni di squadra in fase di briefing pre-lancio visto che i momenti precedenti all’uscita dal velivolo sono fondamentali per la perfetta riuscita degli esercizi. Non ci si può permettere di distrarsi o di pensare ad altro. Bisogna essere concentrati sul lavoro da eseguire e naturalmente sulle procedure di sicurezza da rispettare.

Com’è la Terra vista dall’alto?

Può sembrare una risposta scontata, ma è semplicemente stupenda. Ho avuto la fortuna di lanciarmi su zone con panorami mozzafiato. Auguro a tutti di vedere ciò che noi vediamo da lassù!

Fa dei gesti scaramantici… anche prima di una gara?

Più che di gesti caramantici parlerei di routine. Prima di ogni lancio e prima di ogni round di gara io e i miei tre compagni di squadra ci mettiamo in cerchio e ci diamo la giusta carica effettuando il nostro saluto di squadra. Ogni squadra ha il suo modo per augurarsi buona fortuna!

 

I paracadutisti della Folgore sono, nell’immaginario collettivo, i più audaci e fighi: ne siete consapevoli?

L’immaginario collettivo talvolta rappresenta la realtà in modo un po’ approssimativo. Sicuramente la Brigata Paracadutisti Folgore è uno dei reparti più famosi dell’Esercito Italiano ed è connotato da altissime capacità, ma la professionalità di tutti i miei colleghi delle altre specialità non è sicuramente da meno. I reparti paracadutisti hanno una storia di sacrificio e di dedizione che, come ha detto lei, si racconta da sola e non ha bisogno di commenti. Sono assolutamente contento della mia scelta e se tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto! Soprattutto la mia scelta di entrare nella Sezione di Paracadutismo Sportivo dell’Esercito.

C’è un luogo o un panorama dell’Umbria in cui le piacerebbe lanciarsi?

Certamente, sono i luoghi a cui sono più affezionato. Il mio paese, Passaggio di Bettona. Poi sicuramente anche Assisi dove sono nato e Castelluccio di Norcia, perché secondo me paesaggisticamente è una delle zone più belle di tutta l’Umbria.

Come descriverebbe lUmbria in tre parole?

Bellezza, natura, tradizione.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione.

Quando penso all’Umbria è inevitabile pensare alla parola Casa.

«Scrivo da quando ero piccola e in alcuni momenti mi ha salvato la vita. La scrittura è stata una vera medicina».

Sara Allegrini, classe 1978, si definisce una tipica umbra, chiusa inizialmente ma poi accogliente. Durante l’intervista l’ho trovata simpatica e amichevole fin da subito. Sarà che tra umbre ci si capisce al volo. Sara è un’insegnante e una scrittrice: nel 2014 ha pubblicato La ragazza in bottiglia (PCE) e nel 2018 con il suo secondo libro Mina sul davanzale (Itaca) è stata finalista al Bancarellino e ha vinto il Premio Selezione. Poco più di un mese fa invece si è portata a casa il Premio Orbil – assegnato da librai indipendenti – nella categoria Young Adult con il romanzo La rete, storia di tre ragazzi che si ritrovano in un bosco senza cibo, senza acqua e senza cellulare per chiedere aiuto.

 

Sara Allegrini

Sara, qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono un’umbra D.O.C. e ho tutte le caratteristiche tipiche: chiusa all’inizio ma poi accogliente. Amo Perugia, per me è un gioiello. Questa regione è un posto meraviglioso per vivere e soprattutto è a misura mia.

È un’insegnante che fa la scrittrice o viceversa?

Sono i due lavori che ho sempre voluto fare ma se dovessi scegliere, sceglierei di fare l’insegnante. Mi piace il contatto diretto con i ragazzi, anche se poi con i miei libri riesco a raggiungerne di più.

Quando ha deciso di diventare scrittrice?

Scrivo da quando ero piccola, già dalla scuola media, tutti però mi scoraggiavano – professori, genitori – allora io mi sono intestardita e ho continuato. Il primo libro, La ragazza in bottiglia, è stato pubblicato da una casa editrice senza sapere chi fossi: è una roba abbastanza strana. Poi piano piano sono cresciuta fino ad arrivare alla Mondadori. Con il secondo libro Mina sul davanzale sono stata finalista del Bancarellino, una cosa che proprio non mi aspettavo.

Il mese scorso ha vinto il Premio Orbil, nella categoria Young Adult, col suo romanzo La rete (Mondadori): quanto è stato importante?

È stato un super riconoscimento e non mi aspettavo assolutamente di vincere: ero una pivellina tra mostri sacri. La notizia mi è arrivata in piena quarantena e in un periodo personale non facile, per questo non ho granché esultato come avrei dovuto, però è stato un bellissimo riconoscimento. Ne sono orgogliosa.

 

Da dove arriva l’ispirazione per raccontare una storia?

Le prime storie sono nate dall’urgenza: ho avuto dei lutti dolorosissimi e se non avessi scritto sarei morta, scrivere è stata una medicina. Gli altri due libri sono stati ispirati da alcuni alunni a cui insegnavo in una scuola abbastanza difficile. I ragazzi si sono riconosciuti nei personaggi e anche i genitori hanno ritrovato i loro figli: questo spero li abbia fatti sentire meno soli.

Perché racconta storie di giovani per i giovani?

Perché i ragazzi sono un pubblico decisamente critico e questo mi piace, in più non ho ancora superato i traumi della mia adolescenza (ride). Ricordo perfettamente come ci si sente a quell’età e quali sono le emozioni che si provano.

Visto che la racconta e la vive grazie al suo ruolo di insegnante: che pensa della generazione Z? 

È una generazione un po’ sfortunata, perché non può vedere il mondo senza telefoni, rispetto ai nati nelle generazioni precedenti e non hanno gli strumenti che servono per selezionare il fiume di notizie che gli arrivano. Però quando sono stimolati e devono usare la fantasia per raccontare e scrivere vengono fuori dei giovani che non sono poi così distanti dalle altre generazioni.

Dei suoi tre libri, a quale è più legata? O, come i figli, è difficile scegliere?

Mi piace questa domanda (ride). Devo dire che non posso scegliere, perché ogni libro è legato a un momento della mia vita.

L’Italia sappiamo che è un paese che legge poco: secondo lei perché?

Le famiglie con bambini piccoli leggono tanto, poi quando crescono c’è un calo. Va detto che è difficile trovare bei libri. Gli stessi insegnanti leggono poco e per questo non trasmettano la passione ai loro alunni. Basta consigliare le giuste letture e indirizzare i ragazzi verso bei libri, che poi si appassionano: gli servono solo dei consigli. Ci vuole la febbre del libro, è impareggiabile vivere con la fantasia, affezionarsi ai personaggi…

Se dovesse raccontare l’Umbria, come descriverebbe la sua essenza?

Una delle storie che sto scrivendo è ambientata in Umbria, nel paesino di cui è originario mio padre: Lisciano Niccone. Di quel luogo mi ricordo le sensazioni, l’odore della terra bagnata, la caccia alle lumache, le more colte e mangiate. È la mia infanzia, fatta di odori e rumori, che sto cercando di trasportare nelle pagine.

Ha in cantiere un nuovo romanzo?

Sto lavorando a tante cose contemporaneamente: alcune sono finite e devo solo trovare chi può pubblicarle, altre si sono fermate a causa della didattica a distanza e del fare la mamma a tempo pieno. Fatico a trovare dei momenti di tranquillità, ma va bene così.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Verde, antica, profumata.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

I campi.

 L’Associazione Via dei Priori e il progetto Donna vede Donna insieme a Perugia, nella manifestazione Priorità Donna, dove arte, cultura, turismo e commercio si incontrano con uno sguardo positivo verso il futuro.

Dal 18 giugno al 4 luglio Via dei Priori a Perugia diventerà una galleria a cielo aperto, che ospiterà la mostra fotografica corredata da versi Donna vede Donna e numerosi altri appuntamenti artistici e culturali, dove gli artigiani, i commercianti e gli artisti della storica e centralissima strada perugina, accoglieranno i visitatori della manifestazione Priorità Donna, organizzata dall’Associazione Via dei Priori in sinergia con ARS Cultura, Trasimeno in Dialogo, in collaborazione con Tangram con il patrocinio del Comune di Perugia.
Si incontreranno all’aria aperta arte, turismo ed economia, nel rispetto delle distanze e in linea con le indicazioni istituzionali in tempo di COVID.
L’idea è nata dall’incontro tra Maria Antonietta Taticchi, Presidente dell’Associazione Via dei Priori e Marco Pareti e Stefano Fasi, rispettivamente coordinatore e direttore artistico del Progetto Donna vede Donna che ha trovato grandi consensi tra gli esercenti della via. Le vetrine dei negozi diventeranno gli espositori della mostra fotografica corredata da versi Donna vede Donna. Le finalità del Progetto Donna vede Donna, giunto al suo quarto appuntamento, sono quelle di descrivere, con foto e versi, le varie sfaccettature femminili e di mettere in risalto la dolcezza, la bellezza e la centralità sociale delle donne, aborrendo ogni forma di violenza.
Si potrà passeggiare lungo via dei Priori ammirando le opere fotografiche di nove fotografe tra italiane, russe e albanesi e leggendo i versi di cinque poetesse tra italiane, russe e giapponesi, accolte dai suoi negozianti.
Il programma della manifestazione non si ferma alla mostra ma è nutrito e vario, concentrato in tre Week.

 

Week 1

Giovedì 18 giugno

Ore 17,00  presso lo slargo di via dei Priori, adiacente la Chiesa di Santo Stefano

Inaugurazione di Prorità Donna Interverranno gli assessori comunali Leonardo Varasano e Clara Pastorelli e il consigliere regionale Eugenio Rondini. Nell’occasione saranno letti i versi delle poetesse del progetto Donna vede Donna da parte di Caterina Martino.

Ore 19,00 in via S. Agata 1

Siamo nuvole  inaugurazione esposizione dei lavori di arteterapia creati da donne in tempo di pandemia durante il corso condotto da Monica Grelli.

 

Venerdì 19

Ore 17,30  presso la Chiesa di S. Agata

Violenza di genere, conferenza con Lorena Pesaresi, esperta di politiche di genere e Marco Pareti, autore del libro La ragazza del canneto edito da Armando.

 

Sabato 20

ore 17,30

Appuntamento sotto l’arco di via dei Priori

Storie di Donne – visita guidata con Caterina Martino attraverso luoghi e racconti al femminile (necessaria prenotazione presso IAT 075 5736458 – ass. Priori 393 5145793 contributo di 5 euro)

 

Week 2

Venerdì 26

Ore 17,30 presso la chiesa di S. Agata

Fiabe nell’essenza al femminile conferenza con Maria Pia Minotti, psicologa-psicoterapeuta.

 

Ore 18 in via dei gatti

AMABIE- be Amabie- sii Amabie – disegna l’Amabie che è in te –

Esposizione a cura dell’ass. Tangram

Dalle ore 19 lungo via dei Priori

OUTfit for dinner

Enogastronomia, performance musicali, flash moda, cena da 15 a 35 euro (prenotazione obbligatoria 392 8419955/ 392 5041258 scegli il menù su www.visitaperugia.it)

 

Sabato 27

Dalle  ore 14,30, lungo via dei Priori

Donna… a Priori, estemporanea di pittura curata dalla Casa degli Artisti di Perugia di Francesco Minelli e Carla Medici. Alle 19,00 la premiazione e i saluti.

Ore 15:30

Appuntamento sotto l’arco di via dei Priori

Fede e storia lungo la via “sacra” visita guidata con Monia Minciarelli

(necessaria prenotazione presso IAT 075 5736458 –  Monia 3476379795 contributo di 5 euro)

Dalle 18 lungo via dei Priori

Donna dolce contagio Guasconate, performance itinerante a cura del Circolo Guascone

 

Week 3

Venerdì 3

Ore 18 in via dei gatti

AMABIE- be Amabie- sii Amabie – disegna l’Amabie che è in te –

Esposizione a cura dell’ass. Tangram

Dalle ore 19 lungo via dei Priori

OUTfit for dinner

Enogastronomia, performance musicali, flash moda, cena da 15 a 35 euro (prenotazione obbligatoria 392 8419955/ 392 5041258 scegli il menù su www.visitaperugia.it)

 

Sabato 4

 Ore 15:30

Appuntamento sotto l’arco di via dei Priori

Fede e storia lungo la via “sacra” visita guidata con Monia Minciarelli

(necessaria prenotazione presso IAT 075 5736458 –  Monia 3476379795 contributo di 5 euro)

Ore 18:30 in piazzetta Santo Stefano

Musica in DO(nna)

rinascimento e barocco in musica. gruppo vocale I madrigalisti di Perugia. Direttore Mauro Presazzi

 

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Via dei Priori accoglierà, in un nuovo modo replicabile in altri luoghi, arte e cultura in sinergia con turismo e commercio, per favorire il rilancio economico e culturale, dopo il tempo sospeso del coronavirus. Vale la pena andare in Via dei Priori, se ne vedranno e sentiranno delle belle.

 

Si ringraziano per la disponibilità e collaborazione:

La Casa degli Artisti di Perugia

Ass.TRA

Il Circolo dei Guasconi

I Madrigalisti di Perugia

Lorena Pesaresi

Maria Pia Minotti

Caterina Martino

Monia Minciarelli

La violenza di genere è una situazione complessa, dove il contesto sociale può facilitare o condizionare ogni singolo episodio. Ci sono donne e giovani che subiscono violenza psicologica, fisica e sessuale e non hanno la forza di denunciare.

Nel periodo di emergenza sanitaria legata al COVID-19, dove si è dovuti stare a casa, la convivenza forzata nello stesso luogo per lungo tempo potrebbe aver innescato discussioni e litigi e portato ad atti di violenza. Per molti la propria casa vuol dire protezione e sicurezza, in particolar modo in questo periodo, in cui bisogna stare lontani dal contagio del Coronavirus. Purtroppo, in alcuni casi, le mura domestiche rappresentano un inferno e una prigione dove regnano paura, isolamento, abusi e maltrattamenti e le donne, gli anziani e i bambini sono le figure maggiormente esposte a violenze. Ne parliamo con la Dottoressa Lucia Magionami, psicologa e psicoterapeuta, esperta in violenza di genere. Lucia è un’umbra che opera a Perugia e a Firenze e collabora con le forze dell’ordine e con le associazioni che si occupano di casi specifici di violenza. Nell’intervista, con la sua consueta pacatezza, ci racconta questo tema molto delicato.

 

Dott.ssa Lucia Magionami

Che cos’è la violenza nelle relazioni intime? C’è differenza con la violenza di genere?

La violenza nelle relazioni intime è caratterizzata da una serie di azioni ripetute nel tempo, fisiche, sessuali e psicologiche che hanno luogo all’interno di una relazione affettiva attuale o passata. Proprio in questi giorni l’Ungheria ha bocciato la Convenzione di Istanbul ritenendo il trattato pericoloso nello sviluppare le ideologie di genere, ritenute perfino distruttive. La bocciatura risulta quantomeno sorprendente. La Convenzione infatti è il primo strumento giuridico internazionale che crea, dopo una lunga e meditata gestazione, un quadro completo per proteggere la vittima e perseguire l’abuser. Mentre per violenze di genere s’intendono tutti quegli atti di violenza compiuti dagli uomini sulle le donne.

In questo periodo di lockdown c’è stato un maggior numero di violenze domestiche? 

Sicuramente il confinamento di questo periodo ha reso ancora più difficile il rapporto di coppia in cui sia già presente violenza. Mentre nei primi giorni di lockdown i dati riferiti dai centri antiviolenza hanno evidenziato un calo di richieste di aiuto da parte delle donne del 55%, dopo alcuni giorni sono nuovamente risalite al 75%. Questa oscillazione va imputata alla difficoltà delle vittime di chiedere aiuto telefonico al numero 1522 poiché sottoposte al controllo incessante del partner durante il confinamento. Inoltre, credo che nei primi giorni di pandemia l’abuser abbia vissuto una specie di altra realtà in cui, potendo esercitare il massimo controllo sulla sua partner, ha sentito abbassarsi le tensioni interiori. Poi, con il passare del tempo trascorso a casa, i meccanismi sono mutati e, come ci insegna E. Walker nel Ciclo della violenza, la tensione è risalita, e senza una reale giustificazione è scoppiato l’episodio di violenza. Anche i femminicidi sono stati numerosi: ben 11, da marzo a oggi, le donne uccise per mano di uomini che dicevano di amarle. Per cercare di fermare questo fenomeno, che è l’ultimo atto di un rapporto malato, la soluzione ci viene dalla Spagna, dove basta andare in farmacia e chiedere una Mascherina 19; in Italia invece si deve chiedere una Mascherina 1522 indicando cioè il numero di telefono nazionale contro la violenza. Un modo strategico per denunciare cosa si vive all’interno delle mura domestiche e chiedere aiuto.

Perché le donne rimangono in una relazione violenta?

Non tutte le donne, ovviamente. Quando accade, la donna tende a restare nella relazione violenta non solo in forza della spirale del ciclo della violenza, ma anche per l’incapacità di vedersi e riconoscersi vittima di violenza dovuta a una lettura culturale che la società prevalentemente maschilista le ha inculcato. Vi sono comunque anche motivi molto concreti, spesso, come la presenza dei figli e la paura di vederseli sottrarre, la mancanza di una rete sociale cui affidarsi e di risorse finanziarie come il lavoro; questi sono tutti fattori che legano e trattengono la donna incatenata alla coppia. Non va mai dimenticato che la violenza sulle donne nasce all’interno di una storia che credevano d’amore, e rompere quel pensiero romantico non è mai facile, anche se sarebbe indispensabile per avviare un percorso di uscita dalla violenza.

Chi sono i maltrattanti?

Gli uomini che agiscono maltrattando. Sono definiti insospettabili. Non si tratta di persone malate, ma di persone che vivono una forte fragilità, una scarsa educazione emotiva, una debolissima o perfino assente empatia. Vivono un complesso di frustrazioni mai risolte e mai gestite; l’incapacità di elaborare le frustrazioni gli impedisce di contenere l’impulso ad assoggettare la partner e a punirla violentemente per qualsiasi fantomatica colpa. Perciò sono soggetti molto controllanti, provano una dilaniante gelosia nei confronti della donna, sono convinti che la partner sia di loro proprietà, tanto da poter disporre di lei, in qualsiasi modo, fino a toglierle la vita. Un’altra caratteristica da tenere presente è quella della de-responsabilizzazione delle loro azioni: “non è colpa mia” è l’affermazione tanto più ricorrente nei maltrattamenti.

Le parole di Lucia Magionami, mi fanno venire in mente un pensiero espresso da Martin Luther King: Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni.

«A livello culturale e musicale, secondo me, l’Umbria è una delle regioni più avanzate in Italia».

Il pianista umbro Giovanni Guidi, pupillo di Enrico Rava, è tra i più apprezzati jazzisti europei under 40. Folignate D.O.C., in questo periodo di quarantena forzata utilizza il web e i suoi canali social per allietare il pubblico: dal sito del musicista è possibile seguire, al costo di un caffè, i suoi concerti originali e inediti. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui, per scoprire il suo talento e il suo attaccamento all’Umbria, ma soprattutto i suoi nuovi progetti online. «Per chi fa il mio lavoro l’interazione con chi ascolta non può essere sostituita da niente e per questo non vedo l’ora di poter tornare a suonare. Ma, visto il momento, la rete rappresenta l’unica soluzione per poter continuare a lavorare. Ho deciso di strutturare la mia attività sul web in modo da rendere la fruizione qualitativamente migliore, offrendo contenuti esclusivi a chi vorrà seguirmi».

 

Giovanni Guidi, foto di Roberto Cifarelli

La prima domanda è d’obbligo: Giovanni qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nato a Foligno. Sono umbro di nascita e penso che non ci sia legame più forte di questo.

Quando ha iniziato a suonare il piano?

Ho iniziato intorno agli 8-9 anni, senza un particolare motivo, solo per curiosità e perché mi piaceva questo strumento.

Perché il piano e non un altro strumento?

Volendo fare una battuta, perché quando si va in tour il pianoforte è uno strumento che non ti devi portare dietro, quindi è molto meno faticoso di altri. Per la mia pigrizia è perfetto.

Quanto è stato importante l’incontro con Enrico Rava?

Un incontro fondamentale. Mi ha notato mentre frequentavo i seminari estivi di Siena Jazz: mi ha inserito nel gruppo Rava Under 21, trasformatosi in seguito in Rava New Generation.

Il suo impegno sociale è molto forte: a livello culturale e soprattutto musicale, cosa manca in Umbria, cosa funziona e cosa andrebbe migliorato?

A livello culturale e musicale l’Umbria, secondo me, è una delle regioni più avanzate in Italia. Non dimentichiamo che vanta due dei più importanti Festival del Paese (Umbria Jazz e il Festival dei Due Mondi), oltre a tantissime altre iniziative importanti. Se dovessi dire, dovremmo forse migliorare e adeguarci sempre di più alla contemporaneità.

Un’orchestra sinfonica, ad esempio, se la meriterebbe…

Sì, penso proprio di sì.

I lavoratori dello spettacolo sono tra i più colpiti dal lockdown: cosa servirebbe per un’immediata ripartenza del settore?

Purtroppo dobbiamo essere consapevoli che, per come stanno adesso le cose, una ripartenza del settore così come lo abbiamo conosciuto fino a pochi mesi fa, è impensabile. Dobbiamo prenderne atto e capire tutti insieme come affrontare questa sfida nel migliore dei modi.

I social ora sono diventati il nuovo palco e lei ne fa largo uso: lo faceva anche prima della pandemia?

Sì. Uso da sempre i miei canali social per condividere la mia musica, le mie idee e riflessioni. Negli anni si è creata una bella e nutrita comunità con cui ho il piacere di confrontarmi e che mi supporta nelle mie attività. Recentemente, poi, ho promosso un vero e proprio Digital Tour, suonando in diretta streaming su Facebook – gratuitamente – dalle pagine dei festival e dei club in cui avrei dovuto tenere dei concerti in questo periodo. Il progetto è andato molto bene e mi ha convinto a proseguire in questa direzione anche nei prossimi mesi, almeno finché non si potrà tornare a suonare dal vivo.

 

Se potesse sognare: con chi le piacerebbe duettare?

Senza dubbio Paul McCartney.

Se l’Umbria fosse una melodia, una canzone, quale sarebbe?

Semo gente de Foligno!

Quali sono i suoi progetti futuri?

Da pochi giorni sono partito con due nuovi progetti digitali. Sulla piattaforma Patreon (www.patreon.com/GiovanniGuidiJazz) sottoscrivendo un piccolo abbonamento, è possibile avere accesso a tanti contenuti originali ed esclusivi pubblicati periodicamente. Brani registrati, concerti in streaming, guide all’ascolto. E su youtube si può seguire una rassegna tematica di quattro concerti originali ispirati ai colori, che si possono vedere con una piccola donazione. Per chi volesse, nel mio sito e nei miei canali social ci sono tutte le informazioni utili per seguire la mia attività concertistica anche in questo periodo così particolare (sito: giovanniguidi.it/digital-tour/ e canali social www.facebook.com/GiovanniGuidiJazz/).

Per finire: come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

L’associazione più immediata: cuore verde d’Italia.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Mamma e papà, che sono umbri e mi hanno fatto umbro.

«Ero un’anima in pena e non sapevo che fare della mia vita, poi è arrivato Dio e mi ha aperto il mondo social, come un vero miracolo».

Nei giorni scorsi ho avuto una (video)chiamata da Dio. Non è una cosa da tutti i giorni, ma ero pronta, mi ero persino truccata. Era più di un mese che non lo facevo! Dio, alias Alessandro Paolocci da Foligno, ha oltre un milione di follower tra Facebook, Twitter e Instagram e chi frequenta i social non può non conoscerlo. Creare questo profilo gli ha cambiato la vita ed è stata come una vera chiamata, un segno che gli ha aperto orizzonti e possibilità. La nostra chiacchierata – al limite tra il serio e l’ironico, tra il sacro e il profano – inizia con una mia incertezza che prontamente chiarisco: «Come la devo chiamare: Dio, Altissimo, Divino o Alessandro?», «Dio va benissimo». Avvertenza per il lettore: a volte risponderà Alessandro, a volte Dio. La differenza è molto sottile.

 

Alessandro Paolucci

Lei più che il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe è il Dio di Facebook, Twitter e Instagram: come si fa a diventare così popolari sui social?

Dopo aver ho creato il profilo social di Dio, ho visto che ci hanno provato anche altri – con altre figure religiose – ma non hanno avuto lo stesso ritorno di pubblico. Forse, a differenza di me hanno una vita e ci passano meno tempo, oppure hanno sbagliato il momento. Ho aperto il profilo Twitter nel 2011, Facebook 2013 e Instagram un anno dopo: erano gli anni del boom dei social e gli algoritmi erano più generosi, oggi non sarebbe così facile. Inoltre è stata una vera novità, ancora non esistevano profili simili.

Mi perdoni il gioco di parole: com’è nata l’idea di creare Dio?

Era il 2011 ed ero disoccupato. La realtà non andava benissimo, mentre sui social tutto era perfetto. Avevo visto che c’era il profilo Twitter del Papa, ovviamente era finto – ancora il Papa vero non aveva aperto il suo. Ho pensato, spariamola grossa e creiamo il profilo di Dio. A quel punto dovevo farmi seguire e farmi leggere, così mi sono messo a ricercare tutti i tweet che parlavano di Dio e sono andato a rispondere a tutti. Questa cosa, apparentemente scema, ha dato il via e nel giro di poche ore ho ricevuto tanti messaggi di gente esaltata perché gli aveva risposto Dio. (ride!) All’epoca non avevo capito il potenziale, ma era un gioco divertente e ho continuato a farlo.

Siamo oramai a Pasqua… come affronta questi giorni, anche in virtù della situazione che si sta vivendo?

La mia vita è cambiata poco, anche prima stavo sempre al computer e al telefono. Abbiamo superato un mese e la situazione comincia un po’ a pesare.

Vuol dire qualcosa a tutti i suoi fedeli?

La Pasqua quest’anno si fa in casa, non andate a trovare i nonni, compratevi l’uovo di Pasqua da soli e la benedizione va benissimo anche in streaming. Il Papa e le chiese si sono organizzati per trasmettere le messe, non serve riaprire le chiese: sono oltre 2.000 anni che la preghiera viene fatta a distanza e ha sempre funzionato bene.

Nel mondo social le fake news sono il male di questo periodo…

È un periodo meraviglioso, ogni giorno ce n’è una. Non gli si sta dietro. In questi giorni va di moda quella sul 5G e non sono gli italiani quelli che più ci stanno cascando, ma gli inglesi che hanno iniziato a bruciare le antenne 5G. I complottisti inglesi sono più avanti di quelli italiani, non è da sottovalutare.

 

Io che ascolto la parola di Dio!

Alessandro Paolucci è la mano materiale di Dio in qualche modo: chi ha scelto chi?

Alessandro è l’incarnazione. Le religioni sono così, ogni tanto le divinità si reincarnano in un corpo. Certo potevano scegliere meglio. Comunque, è stato lui a scegliere me, io nella vita volevo fare l’insegnante e invece sono diventato Dio. Capita! (ride!)

È laureato in Filosofia, forse la scelta non è stata poi così casuale?

Dopo aver studiato per anni i pensieri su come nei secoli veniva immaginato Dio, in effetti si è più preparati. Dopotutto Dio, nella scelta delle risorse umane è sempre stato bravo.

Alessandro è umbro: anche la scelta dell’Umbria non è casuale?

L’Umbria è una regione santa. Prendere uno di Roma sarebbe stato banale, quindi Dio ha pensato: Prendiamo uno di Foligno, che non c’entra nulla… nemmeno di Assisi (anche in questo caso sarebbe stato banale), ma di Foligno. Prevedo poi un boom turistico ad Assisi, in quel caso Foligno verrà spianata e ne diventerà il parcheggio.

Cosa farebbe Dio se potesse fare un miracolo per l’Umbria?

Ci porterei il mare.

Dalle Marche o dalla Toscana?

Dalle Marche, che verranno completamente sommerse. A qualcosa, purtroppo, bisogna rinunciare. Rinunciamo alle Marche.

Da poco è uscito il suo libro Cercasi Dio, punta a raggiungere le copie che ha venduto col primo, quello che tutti noi – più o meno – conosciamo?

È presto per dirlo, è uscito da pochi mesi.

Di cosa parla?

È un romanzo, un po’ autobiografico, un po’ inventato. La vita vera è poco avventurosa, quindi l’ho farcita con la fantasia. È una storia dedicata ai giovani nati negli anni Ottanta, quelli che sono stati cresciuti con l’idea che sarebbe andato tutto bene e invece no, è andata diversamente. Non è che abbiamo avuto una vita difficile, ma ci avevano talmente illuso che la disillusione è stata pesante e siamo ancora provati. Io stesso devo dire che, in un periodo difficile della mia vita, Dio mi ha salvato. Aprire questo profilo mi ha aperto una strada che mai avrei immaginato. Tutto questo viene raccontato nel libro. C’è anche mia mamma, che è una coprotagonista involontaria.

Quindi possiamo dire che il tocco divino c’è stato davvero…

Sì. È stata un’esperienza mistica, tipo San Paolo. Ero un’anima in pena e non sapevo che fare della mia vita, poi è arrivato Dio e mi ha aperto il mondo social, come un vero miracolo.

In concreto cosa è successo?

Ad esempio, mi contattano aziende per tenere corsi sui social network, perché vedono che la mia pagina cresce, ha successo e quindi vogliono sapere i tutti segreti. Mi pagano per questo. Ho lavorato a Milano in aziende dove non sono entrato per il mio curriculum, ma perché ero Dio. Volevano Dio in azienda. Una cosa incredibile!

Alessandro è credente?

Credo in me stesso.

Per finire faccia un augurio ai suoi fedeli… e anche a chi non è proprio un suo fan.

Più che un augurio ci vuole un incoraggiamento. Gli economisti dicono che ci sarà la ripresa dopo il grande crollo. È sempre stato così e così sarà. Bisogna però fare dei cambiamenti, basta essere solo più igienici e più responsabili dei nostri germi. Non è difficile, sono cose che la mamma ci insegna a 5 anni… ce la possiamo fare!

«L’ispirazione per scrivere una canzone arriva da un’idea, ma poi c’è tanto lavoro in studio di registrazione per fare in modo che l’idea prenda forma».

In questi giorni d’isolamento abbiamo fatto con Giorgia Bazzanti, cantautrice marscianese, una bella chiacchierata – ovviamente telefonica – in cui si è parlato di musica, di determinazione nel raggiungere i propri obiettivi e ovviamente di Umbria.
Giorgia, classe 1987, è entrata nel mondo della musica da piccola: la sua prima esibizione in pubblico avviene all’età di 6 anni a La Banda dello Zecchino d’Oro, dove non canta, ma suona il pianoforte. Nel 2014 vince Palco Aperto Roma e viene scelta da Eugenio Finardi per aprire alcuni suoi concerti: duetta con lui durante il tour; nel 2017 è finalista ad Area Sanremo e rientra nei Top 20 di Area Sanremo Tour Videoclip. Solo lo scorso anno è stata semifinalista nazionale al Premio Pierangelo Bertoli, ha aperto un concerto dei New Trolls, ha vinto il Premio Terza Classificata e il Premio della Critica al Pop Rock Music Fest e il Premio Seconda Classificata al
Premio Valentina Giovagnini ed è stata finalista nazionale al Premio Mimì Sarà.
Fondamentale l’incontro e la collaborazione con Guido Guglielminetti (n.d.r. compositore, produttore e bassista di Francesco De Gregori) che ha prodotto il suo primo album, Non eri prevista.

 

Giorgia Bazzanti, cantante

Giorgia Bazzanti

Giorgia, la prima domanda è d’obbligo: qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono un’umbra e una marscianese D.O.C. e sono molto legata a questo territorio. Per questo, durante la promozione del mio disco ho scelto luoghi e borghi insoliti della regione, così da riscoprirli e rivalutarli. Voglio portare la musica nei posti dove in genere non entra.

Quando ha deciso di voler fare la cantante?

Il primo passo nel mondo della musica l’ho fatto suonando il pianoforte, poi ho capito che la mia strada era più legata alla voce. A 9-10 anni ho iniziato a cantare e mi sono perfezionata studiando canto in diverse accademie. Nel 2016, grazie alla collaborazione con Giudo Guglielminetti, è partita una nuova fase di maturità artistica e professionale.

Il suo primo disco, uscito nell’autunno del 2019, si chiama Non eri prevista: qual è la sua essenza più profonda?

Nelle dieci tracce c’è una femminilità che si esprime in varie forme, con coraggio e libertà, nel rispetto delle identità e che ci svincola da ogni pregiudizio e luogo comune.

È anche un po’ femminista?

Forse sì, ma non ha bisogno di un’etichetta specifica. Racchiude in sé un senso di libertà che va oltre i confini prestabiliti.

Canta anche dell’Umbria all’interno del suo disco?

Non c’è un riferimento diretto, ma la canzone Famme giocà – che è arrivata in semifinale al Premio Pierangelo Bertoli – è in dialetto umbro, mentre il brano Le finestre non dormono mai – finalista di Area Sanremo 2017 – è stato scritto proprio davanti a una finestra che si affaccia sul panorama e sulle colline umbre. In qualche modo c’è un pezzetto d’Umbria.

Guido Guglielminetti, Ivano Fossati, Gianmaria Testa e tanti altri… quanto sono importanti queste collaborazioni? Cosa le hanno insegnato?

Sono importantissime perché, a livello professionale e umano, mi hanno arricchito tanto e regalato momenti conviviali e chiacchierate uniche e indimenticabili. Guido per me è veramente una guida!

Lei scrive anche le sue canzoni: come nasce l’ispirazione per un pezzo?

Giro sempre con carta e penna o mi appunto pensieri sul cellulare. Ci sono idee che nascono da un’ispirazione o dalla mia fantasia; però credo che l’ispirazione vada disciplinata e che dietro ci sia un lavoro di concentrazione e di esercizio, che in studio di registrazione prende forma.

Quali sono i cantanti che hanno segnato la sua crescita?

Amo ascoltare generi diversi, ma la musica d’autore italiana mi ha segnato molto e la sento vicina come sensibilità, mondo e scrittura. Tra i tanti potrei dire: Lucio Dalla, Ivano Fossati, Gianmaria Testa, Luigi Tenco e Fabrizio De André.

E le canzoni?

Ne dico solo una: A muso duro di Pierangelo Bertoli.

Ha mai pensato di partecipare a un talent musicale?

No, ma non voglio demonizzare i talent. Credo che abbiano una funzione, ma chi partecipa deve avere un background fatto di studi, gavetta ed esperienza, non può essere solo una scorciatoia per bruciare le tappe. Se ci sono questi requisiti, perché no! Devo dire che non sono mai stati la mia priorità: ho fatto Area Sanremo, che si avvicina un po’ a questo mondo, e sono arrivata in finale. Per me ora è importante aver inciso questo album e crearmi una mia identità.

Se proprio dovesse partecipare, a quale andrebbe?

Forse X-Factor.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Sono molto concentrata sul presente e sui progetti attuali.

Se potesse sognare in grande, cosa vorrebbe?

È cambiato un po’ il mio punto di vista e già diverse soddisfazione le ho avute. Per me è gratificante quello che faccio, il fatto di portare la musica in luoghi nella quale non sarebbe mai entrata e in posti non scontati è un bel traguardo. Sono sempre andata avanti con tenacia e sacrificio, fondamentale è stato anche l’aiuto di Guido Guglielminetti e dei miei compagni di viaggio e collaboratori, senza i quali non sarei arrivata a questo punto.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Suggestiva, da scoprire, verde brillante.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il paesaggio.

 


Se volete ascoltare la musica di Giorgia ecco il link

«L’Umbria è uno scrigno che contiene un gran tesoro, ma bisogna farlo conoscere anche fuori questo tesoro altrimenti rimane chiuso nello scrigno per sempre».

Io e Alessandro Zaccaro ci siamo conosciuti durante un pranzo, decisamente informale, all’interno di un garage. Tra una mangiata e l’altra abbiamo deciso di fare quest’intervista: Alessandro è un giovane creativo – un «content-creator» come ama definirsi – ha un blog di successo, ha partecipato a un programma tivù su LA7, ma ha deciso di restare a vivere in Umbria, d’investire nel suo futuro qui e di puntare sulla sua regione. Viaggi e cibo sono la sua grande passione e li racconta in Fancy Factory, tra foto, ricette e consigli: “Ha tutti piace viaggiare e mangiar bene!”. La sua storia mi ha incuriosito, per questo ho voluto fare quattro chiacchiere con lui… magari è la volta buona che mi appassiono alla cucina!

 

Alessandro_Zaccaro_foodblogger

Alessandro Zaccaro

Alessandro, qual è il suo legame con l’Umbria?

Amo l’Umbria, credo che sia una tra le regioni d’Italia in cui si viva meglio! Reduce da diverse esperienze in giro per il mondo – sono stato diversi mesi a Londra per studio, alcuni mesi in America per lavoro e alcuni anni a Roma sempre per lavoro – ho deciso di tornare per vivere e lavorare nella mia regione. Non ho mai concepito uno stile di vita nelle grandi città dove per fare il tragitto casa-lavoro si impiega fino a due ore per colpa del traffico. Ho quindi preferito tornare ai ritmi di vita lenti ma sani! Le mie origini sono però meridionali, entrambi i miei genitori infatti sono nati e cresciuti in Calabria. Hanno poi deciso di costruirsi una vita in Umbria, provando a dare un futuro migliore a me e ai miei fratelli.

Quando è nato il blog Fancy Factory?

Ho da sempre avuto un forte legame con il cibo, con lo stare insieme a tavola e la condivisione. Nel 2012, spinto dagli amici, un po’ per gioco, ho decido di aprire il mio blog il cui punto focale era proprio il cibo. Ho quindi iniziato a riempire questo contenitore-digitale di ricette della mia famiglia, ricette rielaborate e con un taglio quasi esclusivamente dolce.

Da dove deriva il nome?

Il nome Fancy Factory vuole raccontare quello che sarebbe poi diventato il mio lavoro e cioè una fabbrica della fantasia, dell’immaginazione, si perché oltre a essere blogger ho acquisito con il tempo diverse competenze creative, tecniche fotografiche e di post-produzione. Oggi amo definirmi un content-creator, cioè un creatore di contenuti che vanno dal copy, allo studio di scatti fotografici basati sulle esigenze dei miei clienti in linea con il mio stile e con il imo mood.

Come ha iniziato a fare questo lavoro?

Questa mia passione si è trasformata in lavoro dopo diversi anni di sacrifici, dedizione, studio e sperimentazioni. Non si apre un blog per fare soldi, lo si apre perché si ha qualcosa da raccontare, perché si ha la voglia di condividere le proprie passioni, nel mio caso legate proprio al cibo e al viaggiare! Le prime collaborazioni con aziende e agenzie di comunicazione sono arrivate nel 2016, da lì a poco ho deciso di intraprendere questo percorso, dedicandomi quasi a tempo pieno esclusivamente a questo lavoro.

Fare questo lavoro oggi sembra facile ma non lo è: i suoi genitori come l’hanno presa?

I miei genitori mi hanno sempre supportato nel mio percorso formativo aiutandomi anche economicamente a seguire dei corsi di formazione fotografica specifici del settore food (foodphotography) e glie ne sarò sempre grato: dopotutto sono l’unico figlio a non aver intrapreso la strada universitaria e che si è voluto subito formare per fare quello che da sempre gli riusciva meglio, il creativo nel senso più ampio del termine.

Si definisce un semplice amante del cibo e dei viaggi: quanto sono importanti per lei queste due cose?

Ho costruito praticamente su queste due tematiche il mio lavoro. Quando le tue passioni si trasformano nel tuo lavoro devi stare però molto attento a non perdere l’entusiasmo iniziale e soprattutto a non perdere il tuo stile, che ti contraddistinguerà poi in maniera inequivocabile tra tanti altri tuoi competitor. Ho deciso di puntare su questi due settori perché, oltre a essere di interesse comune (a chi non piace viaggiare o mangiar bene?) sono strettamente collegate. Qual è infatti la prima cosa che facciamo una volta scesi dall’aereo durante i nostri viaggi? Sicuramente andare in hotel e cercare qualcosa da mangiare! È impressionante poi come dalla cucina locale si riesca a scoprire davvero la cultura e la tradizione di un luogo. Questo è quello che mi affascina di più.

Sostiene che il cibo “non è solo sostanza nutritiva ma uno stile di vita”: come convincerebbe del contrario qualcuno – tipo me – che “mangia solo per nutrirsi” nella maggior parte dei casi…

Oggi giorno siamo davvero presi da mille situazioni, pensieri, lavori e ci scordiamo facilmente di quanto invece sia fondamentale un pasto sano ed equilibrato. Mangiare in maniera sregolata tutti i giorni, a lungo andare può effettivamente crearci problematiche più o meno seri. Il che non vuol dire doversi mettere ai fornelli tutti i giorni, due volte al giorno anzi, vuol dire potersi organizzare anche dal punto di vista nutrizionale per cui riuscire a programmarsi magari due giorni alla settimana da dedicare alla preparazione dei nostri pasti da consumare durante le pause pranzo in ufficio ad esempio. La frase: «Non ho tempo di cucinare» è davvero entrata nei nostri vocabolari troppo frequentemente, dobbiamo invece imparare a riscoprire quelle che sono le nostre tradizioni, la nostra cultura culinaria. Dopotutto, ricordiamoci che siamo sempre la culla della Dieta Mediterranea studiata per anni da Ancel Keys e ancora oggi tema attuale tra i nutrizionisti di tutto il mondo.

Qual è il piatto umbro che proferisce?

Abbiamo la fortuna di trovarci su un territorio ricchissimo di cereali e legumi. Dalle lenticchie di Castelluccio alla fagiolina del lago Trasimeno, dalla quasi dimenticata Roveja di Cascia al fagiolo secondo del Piano di Orvieto: una miriade di varietà autoctone che vengono oggi riscoperte anche dagli chef più famosi! Oltre a essere una fonte proteica vegetale, di fibre, vitamine e sali minerali i legumi hanno davvero molte proprietà benefiche per il nostro organismo. I miei piatti preferiti sono sicuramente le zuppe della cultura contadina fatte con ingredienti semplici e umili.

Il suo cavallo di battaglia in cucina?

Sicuramente le zuppe di legumi e cereali. Amo le lente cotture perché riescono a tirar fuori tutti i sapori da ogni singolo ingrediente!

 

Alessandro Zaccaro

Lei è uno di quelli che pensa che la cucina italiana è la migliore del mondo?

Io sono uno di quelli che pensa che si possa mangiar bene davvero ovunque, sono quello che appena atterra in un paese straniero pensa subito a sperimentare e provare la cucina locale, possibilmente anche street-food, dove si nasconde la vera anima di una città!

In autunno ha realizzato un programma per LA7D: di cosa si trattava?

Ho avuto il piacere di partecipare insieme ad altri food-blogger provenienti da tutta Italia a un reality girato in montagna, nei pressi di Belluno. Il format Vado a Vivere in Montagna prevedeva una serie di prove da superare per poter accedere alle puntate successive. Le prove si dividevano in singole o a squadra dove bisognava davvero tirar fuori i denti e rimboccarsi le maniche. Per citarne alcune: ranghinare manualmente il fieno, zappare la vigna, spalare letame, costruire pollai…

Il suo prossimo viaggio dove sarà?

Mentre mi preparo per un viaggio di famiglia a Malta, sto pianificando proprio uno dei viaggi che sogno da troppo tempo: La Giordania! Sto cercando di includere varie tappe da Amman fino alla scoperta del sito archeologico di Petra per scoprire il territorio nella maniera più local possibile.

Qual è il suo sogno nel cassetto?

Poter lavorare sempre di più per il mio territorio e per la mia regione che, purtroppo, non mi sembra ancora molto aperta a nuove attività o figure professionali lanciate verso il futuro. Come sono solito dire, l’Umbria è uno scrigno che contiene un gran tesoro, ma bisogna farlo conoscere anche fuori questo tesoro altrimenti rimane chiudo in quello scrigno per sempre.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Tradizioni, cultura, natura.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le dolci colline verdi che ospitano incantevoli borghi medievali, questa è l’immagine che ho sempre nella mente quando penso alla mia casa e soprattutto quando cerco di spiegare la mia regione alle persone che incontro nei miei viaggi e che provengono da diverse parti del mondo.

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