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La città umbra – legata a doppio filo a Santa Rita – conserva anche tanti altri luoghi che valgono una visita: dalle chiese ai palazzi, fino al museo civico.

Panorama di Cascia. Foto di Enrico Mezzasoma

 

Quando si parla di Cascia si pensa subito a Santa Rita – la più illustre cittadina che si celebra il 22 maggio – e a tutta la spiritualità e il misticismo che ne concerne. Ma questa città umbra – che ha la forma tipica del castello di pendio medievale e si adagia sul colle di Sant’Agostino da dove controlla la vallata del fiume Corno – ha molto altro da regalare al visitatore che decida di scoprirla.
Le testimonianze archeologiche raccontano una presenza fin dall’età preromana e il borgo, l’ager Cassianus dei diplomi medievali, potrebbe essere l’erede di un piccolo insediamento rurale frequentato già all’epoca. Conquistata nel 553 dal bizantino Narsete, venne poi annessa al Ducato Longobardo di Spoleto e nel X secolo divenne una repubblica indipendente con una propria moneta. Dopo il dominio della Signoria dei Trinci di Foligno, nel 1228 fu occupata da Federico II di Svevia; nel 1300 un terremoto la rase al suolo, così fu ricostruita e fortificata, ma nel 1516 fu nuovamente conquistata e distrutta. Nel XVI secolo passò sotto il controllo dello Stato Pontificio e ci rimase fino al 1860.

 

Statua di Santa Rita

 

Il tour alla scoperta della città non può non iniziare dalla sontuosa statua dedicata a Santa Rita raffigurata con i suoi simboli: le api, le rose e la spina. Commissionata da un mecenate libanese e realizzata dallo scultore Nayef Alwan, è stata benedetta in piazza San Pietro da Papa Francesco e installata a Cascia nell’ottobre del 2015.
Alzando lo sguardo sulla sommità del colle, troviamo la Rocca (voluta da Papa Paolo II nel 1465) dove si erge la chiesa di Sant’Agostino: costruita agli inizi del Trecento su un oratorio eremitico dedicato a San Giovanni Battista, è uno dei simboli spirituali e culturali della città. Scendendo si arriva all’edificio più importante: la Basilica di Santa Rita. Costruita per custodire il corpo della Santa, la struttura risale agli anni ’30 del secolo scorso e fu eretta sul luogo dell’antica chiesa agostiniana annessa al monastero dove Rita morì nel 1457. Per raggiungerla si cammina lungo un viale porticato che accompagna fino ai piedi della scalinata. Accanto alla Basilica si trova il Monastero dove la Santa visse per quarant’anni: qui è possibile ammirare alcune reliquie e oggetti che raccontano la sua vita; da non perdere la Cassa Solenne che per tre secoli ha contenuto il suo corpo.

 

Basilica di Santa Rita

 

Girovagando poi per i vicoli si incontrano palazzetti gentilizi del XVII e XVIII secolo come Palazzo Santi, sede del Museo Civico, Palazzo Frenfanelli e Palazzo Carli (antica residenza nobiliare, oggi sede della Biblioteca, dell’Archivio Storico e degli Uffici Culturali) che, insieme agli scorci caratteristici del centro storico raccontano il glorioso passato della città.
La piazza principale, Piazza Garibaldi, collega la chiesa monumentale di San Francesco – un vero esempio di architettura gotica – con la chiesa di Santa Maria della Visitazione, antica pieve romanica riedificata varie volte a causa dei terremoti che colpirono il territorio. Poco distante, nei pressi della Porta Leonina, una tra le antiche porte d’accesso, si erge la chiesa di Sant’Antonio Abate, antico complesso benedettino riedificato sul finire del XV secolo e modificato nel 1707. Questa chiesa, insieme a Palazzo Santi, fa parte del Circuito Museale Urbano e conserva due pregevoli cicli di affreschi: gli Episodi della vita di Sant’Antonio Abate, opera del Maestro della Dormitio di Terni (inizi del XV secolo), e le Storie della Passione di Cristo, tra le più impegnative testimonianze di Nicola da Siena (1461).

 

chiese a cascia perugia umbria

Casa Maritale di Santa Rita

 

Merita sicuramente una visita il centro di Roccaporena, paese natale di Santa Rita, ricco di ricordi legati alla sua vita: la Casa Maritale, l’orto del miracolo (un gruppo bronzeo realizzato dello scultore Rodolfo Maleci), lo scoglio (si innalza a 120 metri sul borgo) e il roseto. Nei dintorni di Cascia si trova anche il tempio romano (località Villa San Silvestro) che si estende nell’area della chiesa di San Silvestro: l’edificio templare, da collegare alla colonizzazione della Sabina nel 290 a.C., è ancora in fase di scavo.

Cascia però non offre solo il sacro, ma anche il profano: si possono infatti gustare svariati prodotti locali come lo zafferano, il farro, i legumi, il tartufo, la roveja (presidio slow food) e una raffinata lavorazione di carni e salumi. A questo si aggiunge un calendario ricco di eventi e manifestazioni legati alla storia, alla cultura e alle tradizioni: la festa di Sant’Antonio, le Pasquarelle, il Focone della Venuta e la Mostra mercato dello Zafferano.

Dal 4 al 7 aprile 2024 San Valentino sarà New York per Artexpo come testimonial dell’Umbria e Ambasciatore nel mondo d’amore e di pace all’interno del catalogo espositivo del Menotti Art Festival.

Il San Valentino Pop nella versione multisensoriale dell’attore Stefano de Majo sarà a New York, dal 4 al 7 aprile, grazie al catalogo del Menotti Art Festival, dopo aver già partecipato dal 14 al 18 febbraio scorso alla expo di Los Angeles, consolidando il legame tra i due mondi nel segno del maestro Menotti. Già in precedenza la versione multisensoriale pop di de Majo aveva rappresentato in seno al Menotti Art Festival una testimonianza artistica e culturale della regione Umbria e della sua vocazione all’amore e alla pace nel mondo.

 

Stefano de Majo

 

Lo scorso anno l’attore si è esibito in varie manifestazioni del Menotti Art Festival – a Spoleto, Venezia e Bruxelles – ove ha rappresentato la sua pièce a monologo teatrale sul protettore degli innamorati universalmente riconosciuto nel mondo in un’originale versione pop, tra sacro e profano, ponendo in evidenza aspetti artistici e culturali dell’Umbria.

«Lo spettacolo gioca sulla trasversalità del Santo innamorato, tracciandone un ritratto, non solo religioso ma anche popolare, tra sacro e profano, tra storia reale e mera leggenda. Si alternano così spunti storici attinenti alla figura del martire ternano realmente esistito, tratti dal saggio pubblicato da Giuseppe Cassio e Edoardo D’Angelo con la collaborazione di Paolo Cicchini, ad altri spunti del tutto leggendari, ripresi da autori come Chaucer, Shakespeare e persino Edgar Allan Poe, i quali furono i primi a parlare in letteratura di San Valentino. Ma vi sono persino rimandi alla storia pre romana e dunque pagana, che evidenziano le antiche radici culturali dell’Umbria come terra di pace e di amore, con l’antica tradizione migratoria del Ver Sacrum, attestata da autori quali Strabone, Scilace, Plinio il Vecchio e Dionigi d’Alicarnasso, che testimoniano come i popoli umbri conquistarono territori senza alcun uso di armi, ma attraverso migrazioni di coppie di innamorati alla ricerca di nuove terre da coltivare. Da questo lavoro teatrale è stato realizzato anche un cortometraggio in lingua inglese per veicolare il messaggio di pace di San Valentino nel mondo attraverso l’arte, nello spirito caro al Maestro Menotti, per il quale l’arte deve essere un gesto d’amore» spiega il regista.

Narni è il grazioso borgo che ha dato i natali al condottiero Gattamelata, che all’età di quarant’anni e nel bel mezzo della sua professione nei campi di battaglia, desiderò tanto prendere moglie e metter su famiglia.

L’Umbria è stata una regione ricca di condottieri, basti ricordare Braccio da Montone, Ascanio della Corgna, Baldo degli Ubaldi, Boldrino da Panicale, Bartolino da Terni, Bartolomeo d’Alviano.

I condottieri erano delle vere e proprie guide carismatiche, capi illuminati e talvolta feroci. Spesso guidati da sete di potere o dall’amor di patria erano tutti dotati di una prepotente forza suggestiva abbracciata a innegabili capacità tattiche, strategiche e logistiche. I loro valori erano, inoltre, l’onestà, il coraggio, la forza e la fedeltà presso il proprio signore. Se chiudo gli occhi e provo a immaginare l’azione di un condottiero, altro non vedo che un campo di battaglia su cui spicca un uomo solo al comando padrone delle vite ai suoi ordini.

Erasmo Stefano da Narni, detto il Gattamelata

Erasmo da Narni detto il Gattamelata

Senza dubbio, uno dei condottieri e capitani di ventura umbri più famosi e più abili, fu Erasmo Stefano da Narni, detto il Gattamelata. Nato a Narni nel 1370 gli fu attribuito il nomignolo Gattamelata per «la dolcezza dei suoi modi insieme a grande astuzia e furberia», come ricorda il biografo narnese Giovanni Eroli, «e pel suo parlare accorto e mite dolce e soave». Si formò alla scuola di Braccio da Montone e durante la sua intensa carriera di uomo d’armi partecipò a numerose e importanti azioni che lo videro protagonista soprattutto in Lombardia e in Veneto. Rimasto infermo nel 1440, si ritirò a Padova dove morì il 16 gennaio 1443. Trentatré anni prima si era sposato con Giacoma da Leonessa.

Sentimenti contrastanti

Leggendo Erasmo Gattamelata da Narni – Suoi monumenti e sua famiglia del biografo Giovanni Eroli, possiamo immergerci nei sentimenti e nell’atmosfera che spinsero il nostro condottiero a prendere moglie. Interessante la descrizione della sua fidanzata, i costumi per le nozze e tutto quanto ruotò intorno al matrimonio.
Nel capitolo II del suddetto libro, Giovanni Eroli descrive la vita del guerriero: «…sempre agitata, tempestosa, piena di fatica, di disagi, di amarezze e dolori». Queste caratteristiche, associate alle vittorie e al guadagno economico, rallegrano e lusingano il condottiero, ma contemporaneamente hanno un risvolto negativo che così viene descritto: «…il continuo nutrirsi di odio e di sangue avvelena facilmente la contentezza dell’animo suo».
Così inizia a germogliare, nelle mente e nel cuore del Gattamelata, il bisogno di amare e di essere amato, la necessità di avere un rapporto autentico e profondo. In lui si fa strada sempre più forte il bisogno di ricevere attenzione, cura e gentilezza, più in generale amore.
Ha desiderio di sperimentare l’opposto della battaglia, del sangue, della morte, ha voglia di coinvolgersi nei sentimenti di pace, serenità e quiete. Scrive Eroli: «A niuno meglio che a lui conviensi una donna di cuor gentile, dilicato, sensibile, buono».

 

Monumento equestre a Padova in bronzo raffigurante il condottiero

Il matrimonio

Questo bisogno si concretizzò nel 1410, anno in cui il Gattamelata sposò Giacoma da Leonessa. Suggestiva la descrizione di quella comunanza di sentimenti che possiamo intendere come empatia, come capacità di comprendere i processi psichici dell’altro: «Aveva adescato una giovane avvenente ingegnosa, di gentile stirpe, fornita d’ogni bel costume, nomata Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori da Leonessa. […] ella aveva qué medesimi sentimenti di religione e di virtù, che governavano l’animo dell’amante, perciò piacque a costui quale compagna, la desiderò, la chiese e la ottenne facilmente. Stante la bellezza reciproca, l’indole e virtù conforme, tutti presagiron felice questo nodo; e lo fu in realtà, perché un amore intimo animò sempre e fiorì loro vita».
Il matrimonio fu celebrato in modo solenne, gli invitati, tutti di alto grado sociale, gareggiarono in magnificenze e lusso. Gli addobbi furono sfarzosi e i banchetti opulenti con tanto di paggi e menestrelli vari a far da cornice alla cerimonia. Giovanni Eroli descrive così anche la partecipazione, discreta e di lato, del popolo: «Alle nozze dei Signori prendea volentieri parte anche il popolo, il quale dà suoi festosi plausi ed auguri traeva qualche guadagno o in doni di confetture o denaro, e talvolta divertivasi in pubblici spettacoli, come sarebbero giostre, corse, tornei, balli, commedie e che so io».
Giacoma era meravigliosa ed emozionata nel ricevere da parenti e amici complimenti, auguri, dolci parole, fiori, doni, canti e suoni. Tutti gli invitati «brillavano per fulgide gioie, per aurei vezzi, per abiti di broccato di tocca d’oro o di argento, o veramente di raso e velluto di colore vario garbatamente recamati a studio in oro argento e seta».

Un altro aspetto importante del matrimonio e in particolare per la sposa e per la casa dove entrava erano rappresentati dal corredo e dalla dote. Il Gattamelata ebbe ricco il primo ma misera la seconda quantificata in 500 ducati in oro. Questa era un po’ la regola del tempo, dove conveniva mantenere una dote povera per non impoverire la famiglia. «Da due belli robusti virtuosi giovani, caldissimi d’amore», narra il biografo «non potean nascere che figli belli vigorosi e buoni. In fatti al Gattamelata ne vennero da Giocoma sei, l’uno più bello e virtuoso dell’altro, cioè un maschio e cinque femmine». Verrebbe da dire che tutti vissero felici e contenti; e così fu!
Due artisti del calibro dello scultore Donatello e del pittore Giorgione ci hanno lasciato due opere di immenso valore raffiguranti Il Gattamelata. In piazza del Santo a Padova è posto un monumento equestre in bronzo raffigurante il condottiero, mentre presso il museo degli Uffizi a Firenze è presente Ritratto di guerrierio con scuderio.

 

Veduta di Narni

Narni: brevi cenni storici

Intorno al 300 a.C., l’antica Nequinum degli Umbri fu conquistata dai Romani che ne fecero, col tempo, un importante Municipio con il nome di Narnia. In latino nequeo significava non posso e per i Romani ciò era di cattivo auspicio, e così fu cambiato il nome anche per la presenza del fiume Nera, Nar (in latino), Nahar (in antico umbro).

Dopo un periodo turbolento dell’Alto Medioevo, la città, nell’XI secolo, visse un periodo di potenza e ricchezza fino a quando non fu sottomessa nel 1174 da Federico Barbarossa. Nei secoli successivi Narni è protagonista di turbolente vicende che videro protagonisti anche il Ducato di Spoleto, il cardinale Albornoz, il re di Sicilia Ladislao e Carlo V. L’instabilità durerà fino al XVII secolo quando entrò a far parte dello Stato Pontificio sotto il cui dominio, salvo la parentesi napoleonica, rimase fino al 2 ottobre del 1860, giorno dell’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II.

 

Narni sotterranea

Perché visitare Narni

Narni conserva un ricchissimo patrimonio accumulato in secoli e secoli di storia. La sua posizione, strategica nei secoli passati per la buona navigabilità del fiume Nera, la rende oggi un po’ fuori mano, ma nonostante ciò è un borgo umbro tutto da scoprire. Dell’epoca romana rimangono il grandioso ponte di Augusto, il ponte Cardona e l’acquedotto della Formina.
Del periodo medievale abbiamo la cattedrale di San Giovenale, le chiese di San Domenico e di Santa Maria Impensole. Interessanti anche le chiese di Sant’Agostino e di San Francesco. Una delle piazze più belle dell’Umbria la troviamo proprio a Narni ed è la piazza dei Priori: situata nella parte più alta della città, è incantevole con il suo palazzo dei Priori, la torre civica con la loggia del banditore e il Palazzo del Podestà. Oltre che in superficie la città riserva sorprese emozionanti anche nel sottosuolo con il percorso della Narni sotterranea, un insieme di ipogei, scoperti soltanto recentemente, come acquedotti, cisterne, cunicoli e anche una sala delle torture risalente al periodo dell’Inquisizione. Da non dimenticare, per le buone forchette, che Narni si trova nel cuore della zona del tartufo nero.

È curioso che una delle feste più sentite e festeggiate del mondo sia collegata non solo alla misteriosa agiografia del santo da cui trae il nome, ma che la figura stessa del martire sia ancora, in larga parte, confusa con quella di altri santi omonimi, generando una confusione non trascurabile sull’origine della festa e sulla diffusione fino ai giorni nostri. Ma andiamo per ordine.

Le fonti ci dicono che un certo vescovo Valentino, nato a Interamna Nahars (l’odierna Terni), venne convocato a Roma dal filosofo greco Cratone affinché ne curasse il figlio Cerimone, affetto da una grave patologia neurologica. Sembra che Valentino godesse della fama di taumaturgo perché, qualche tempo prima, aveva curato con successo un giovane nelle stesse identiche condizioni.

La guarigione di Cerimone spinge tutta la sua famiglia a convertirsi al Cristianesimo; si convertono anche alcuni discepoli di Cratone, tra cui Abbondio, figlio del Prefetto Furioso Placido. A quel punto interviene il Senato, che fa arrestare nel bel mezzo della notte Valentino e, di nascosto, lo fa giustiziare. La stessa fine fanno tre dei suoi discepoli che, nel riportarne le spoglie a Terni, vengono fatti arrestare e giustiziare dal Magistrato locale.

 

chiese di terni

Basilica di San Valentino

 

Altri dettagli, come la data della morte (14 febbraio) e la città di sepoltura (Terni), si ritrovano in un documento ufficiale della Chiesa chiamato Martyrologium hieronymianum (V-VI secolo), mentre nella Passio Sancti Valentini episcopi et martiri (VI sec.) si indugia sui dettagli relativi alla tortura e alla morte per decapitazione. Le fonti ci permettono di ricostruire l’epoca in cui avviene la vicenda, presumibilmente tra il 346 e il 347, in piena età post-costantiniana. Questo spiegherebbe anche l’agire di nascosto: i magistrati non avevano più la facoltà di perseguire legalmente i cristiani. Il vescovo e suoi discepoli furono poi sepolti sulla collina di Terni, al LXIII miglio della via Flaminia; qui sorse in seguito una basilica che, dopo essere stata distrutta e ricostruita più volte, è ricordata per aver ospitato l’incontro, nel 792, tra Papa Zaccaria e il re longobardo Liutprando, che così donò alla Chiesa di Roma numerose città, tra cui Sutri. Il luogo fu scelto proprio perché i Longobardi tenevano in grande considerazione le capacità taumaturgiche che avevano accompagnato la figura del santo in vita come nella morte.

La basilica, così come la vediamo oggi, è frutto di una ricostruzione seicentesca fatta a seguito della rivalutazione delle figure dei primi martiri fatta da Papa Paolo V. Vennero infatti promossi degli scavi per recuperare le spoglie di Valentino, che riposarono per circa tredici anni nella cattedrale di Terni, in attesa che i lavori di ristrutturazione venissero terminati. Oggi sono conservate in un’urna posta sotto l’altare.

 

San Valentino

La storia d’amore tra Sabino e Serapia

Non lontano dalla basilica, vi è anche una necropoli, detta delle Acciaierie. Nel 1909 vi fu ritrovato un sarcofago bisomo, cioè con due corpi, il cui corredo funerario presentava, tra le altre cose, anche due braccialetti intrecciati. Qualcuno lo interpretò come il simbolo dell’amore eterno di due figure molto apprezzate dalla tradizione popolare, ovvero Sabino e Serapia che, con la benedizione di Valentino, si sarebbero amati per sempre. Da qui qualcuno ha fatto derivare l’associazione tra il Santo e la festa degli innamorati. In realtà le analisi hanno dimostrato che si tratta dei corpi di due bambine, antecedenti di 8 secoli rispetto a San Valentino: la loro tomba è stata ricreata completamente all’interno della sezione archeologica del CAOS (Centro Arti Opificio Siri).

L’altro Valentino

In realtà della figura di Valentino sappiamo davvero poco, soprattutto se pensiamo ai casi di omonimia e alle tante e controverse teorie secondo cui sarebbe diventato il patrono degli innamorati. Si è parlato infatti anche di un altro Valentino, martirizzato sempre il 14 febbraio, che però era un prete di Roma. Le date però non corrisponderebbero: sembra che la vicenda del Valentino romano si sia svolta sotto l’impero di Gallieno, tra il 253 e il 268, e che il suo corpo sia stato inumato ai piedi dell’attuale collina dei Parioli. Così, per diverso tempo, gli studiosi hanno ritenuto che si trattassero semplicemente di due persone diverse.

Per altri, invece, l’appellativo di santo sarebbe stato dato al finanziatore della basilica soprastante la catacomba di San Valentino, a Roma: era prassi comune, infatti, ringraziare i benefattori con appellativi altisonanti, come nel caso di Santa Prassede o di Santa Cecilia. Solo recentemente è stata accolta l’idea che i due Valentino siano stati in realtà la stessa persona, il cui culto si sarebbe diffuso da Roma fino alla città natale del santo, non così distante, dove i concittadini lo avrebbero tributato del titolo di episcopus.

Lo zampino degli inglesi

Questo però non spiega come abbia fatto un santo, famoso per le sue capacità di guaritore, a diventare il patrono degli innamorati. Per alcuni la Festa di San Valentino deriverebbe dai Lupercalia, festeggiamenti sfrenati afferenti alla venerazione del dio pagano della fertilità Luperco, che cadevano il 15 di febbraio. Nel 496 d.C. Papa Gelasio decise di trasformare la connotazione dei festeggiamenti in modo da renderla più aderente alla morale cristiana e di anticipare tutto al 14, così che coincidessero con il giorno dedicato a San Valentino. Questa tradizione venne rinforzata dai Benedettini, i primi custodi della basilica ternana, ma fu consacrata da una cultura che potremmo definire di massa – sebbene ante litteram – da Geoffrey Chaucher. Il poeta inglese, nella sua opera Il Parlamento degli Uccelli, associa la ricorrenza di Valentino al fidanzamento di Riccardo II d’Inghilterra con Anna di Boemia e chiama il santo a sovrintendere alla «festa dell’amore» che a febbraio inoltrato s’impadronisce di tutte le creature disseminate sulla Terra da madre Natura, uccelli compresi. La stessa immagine viene poi ripresa da Shakespeare e da alcuni poeti francesi, che la traghettarono verso i tempi moderni sempre più simile alla forma in cui la conosciamo oggi.

San Valentino in Umbria

Al Santo, in Umbria, sono dedicati diversi edifici e luoghi di culto, nonché numerosi toponimi. Uno di questi è San Valentino della Collina, frazione del Comune di Marsciano citata già nel 1163 nel diploma imperiale concesso da Federico I al vescovo di Perugia.

Chiesa di San Valentino, Casteldilago

La chiesa principale del borgo è dedicata proprio a Valentino. In Valnerina, a Scheggino, vi è invece il castello di San Valentino – sempre arricchito dall’omonima chiesa – sorto come villa dipendente dal feudo abbaziale di San Piero in Valle. Nella chiesa sono conservati degli affreschi votivi in cui San Valentino ora compare ai piedi della croce con Santa Caterina d’Alessandria e ora attornia la Beata Vergine assieme a San Biagio.

Scendendo verso Terni, una chiesa dedicata a San Valentino si trova anche a Casteldilago, piccolo borgo posto nel Comune di Arrone. Qui una statua del santo tiene tra le mani, con fare protettivo, una riproduzione in miniatura del borgo.

Felice Fatati fu pittore della Scuola Ternana dalla poliedrica personalità, nato ad Arrone il 23 febbraio del 1908 da una famiglia di medici e farmacisti (fu lui stesso medico pediatra); ereditò probabilmente la sua vena creativa dal nonno materno, il pittore Giuseppe Fontana.

La sua formazione scientifica si sviluppò, dopo la maturità, presso la Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Perugia e, in seguito, a Roma dove, oltre a proseguire i suoi studi universitari, cominciò a frequentare i cenacoli artistici della capitale.
Nel 1936 sposò Maddalena Sigismondi da cui ebbe Viviana, l’amata figlia che chiamerà spesso con il nomignolo Kytta.
Partecipò a mostre regionali e in una personale a Roma, dove un suo dipinto venne acquistato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
La morte della moglie, nel 1959, rappresentò un doloroso spartiacque e un cambiamento radicale nella vita di Fatati. Da quel momento in poi si chiuse in una sorta di isolamento spirituale dedicandosi maggiormente alla sua attività di pediatra senza comunque abbandonare la sua vena creativa che lo vide autore di moltissime opere non solo grafico-pittoriche, ma anche letterarie, con poesie ed epigrammi.
La sua attività poetica è stata ricordata dal nipote Giuseppe Fatati nella pubblicazione del 2022 Novecento a fil di penna. La poesia di Felice Fatati che mira appunto ad approfondire l’aspetto meno conosciuto della poliedrica personalità dell’artista.
Proprio come poeta infatti, Fatati ricevette premi importanti e nel 1975 le sue poesie vennero inserite nell’antologia Poeti Umbri, mentre nello stesso periodo alcune sue opere vennero esposte al Museo Nazionale di Varsavia.
Morì il 21 dicembre 1977 a Terni, dopo 2 mesi dalla morte dell’adorata figlia Viviana.
Felice Fatati fu artista lontano dalla linea accademica, il suo linguaggio innovativo aderente alla Scuola Ternana lo portò alla ricerca di nuove modalità espressive.
I suoi dipinti e acquerelli testimoniano una pittura appassionata proiettata nel panorama artistico e letterario nazionale e internazionale del Novecento.
Attraverso i suoi disegni riuscì a fare emergere la sua interiorità e religiosità: tratti sottili alternati a chiazze d’inchiostro svelano figure umane dalla grande plasticità.

 

Figura maschile, inchiostro su carta beige, 630x560

Figura maschile; inchiostro su carta beige, 630×560

 

Amò molto la sua terra che ricorre spesso nelle sue rappresentazioni (“Amo la terra, l’aria che respiro, i nostri bellissimi laghi, la nostra cascata”) e in diverse opere si soffermò sull’Umbria francescana e medievale che trova il suo apice nella serie di litografie dedicata al Cantico delle Creature (Biblioteca Tinarelli).

 

“La fiamma dell’arte vinca l’inerte materia, i sogni siano fermati sulle bianche carte e sulle tele illuminate di quello stesso sole che sorrise alla bellezza” (Benvenuto Crispoldi).

La figura di Benvenuto Crispoldi, artista eclettico e combattivo politico si lega indissolubilmente alla città di Spello, che gli dà i natali il 17 giugno 1886 e ora lo celebra con la mostra Benvenuto Crispoldi. Tra arte e rivoluzione (visibile fino al 20 aprile – Sale Espositive, II piano Palazzo Comunale) e con una serie di manifestazioni, eventi e attività che ricordano e valorizzano le opere e il movimentato percorso biografico.

 

 

L’esposizione

 

I movimenti artistici e politici cui Benvenuto Crispoldi aderisce ci accompagnano in un lungo percorso intellettuale che attraversa il periodo tra Ottocento e Novecento. Crispoldi da giovanissimo abbandona le scuole statali per iniziare un percorso di studi da autodidatta che termina con l’iscrizione all’Accademia di Belle Arti di Perugia nel 1904.
Fin da giovane è affascinato dagli scavi della Spello romana; un forte amore lo lega alla sua città, così da spingerlo ad approfondirne la storia attraverso lo studio di documenti conservati presso l’archivio storico del comune: matura grande interesse per periodo romano, quando la città di Spello diventa municipio, fornendo truppe a Scipione nella Seconda Guerra Punica.

 

 

In questo periodo Spello occupa una posizione importante nel territorio umbro, acquisendo importanza anche come centro religioso e termale; tale periodo è ben descritto in una sala della mostra in cui sono esposti alcuni bozzetti realizzati dall’artista raffiguranti l’evoluzione della cinta muraria della città, la planimetria della Spello romana e alcuni reperti architettonici dell’epoca.

Caricatura

Crispoldi si trasferisce poi a Roma, dove conosce Gerardo Dottori, amico che lo accompagnerà per il resto della vita. Nel 1910 si reca a Parigi, culla dell’arte moderna, per confrontarsi con le numerose tendenze artistiche, come le Avanguardie; nella capitale francese trova alloggio in un atelier in Rue Premiere 9, nel quartiere di Montparnasse, frequentato da artisti provenienti da tutto il mondo.

Nella seconda sala della mostra si evince l’aspetto che contribuisce a far comprendere la complessità del personaggio e il suo status di artista poliedrico e versatile: si racconta che in alcuni pomeriggi assolati l’artista si concedesse alcune pause dal lavoro divertendosi a immortalare, nel suo taccuino, alcune riproduzioni caricaturali di concittadini; in alcune teche sono, infatti, esposti alcuni bozzetti realizzati a matita.

Tornato a Spello, si impegna in politica iscrivendosi al PSI, presiedendo l’Associazione Anticlericale Ispellese. Non abbandona mai la sua vocazione artistica: nella mostra sono esposti vari disegni dell’artista su carta, tra i quali il progetto della decorazione per la camera da letto di Agostino Salmareggi e un bellissimo bozzetto su carta raffigurante il prospetto per la restaurazione e la decorazione della chiesa di Sant’Andrea Apostolo, entrambe situate a Spello. Procede anche nel lavoro di scultore intervenendo nella decorazione di residenze sia pubbliche sia private.

 

Progetto decorazione camera di Agostino Salmareggi a Spello

 

Gerardo Dottori lo vuole tra i promotori dell’Esposizione Umbra d’Arte Moderna tenutasi a Perugia nel 1920. L’anno successivo è impegnato nella decorazione della Nuova Sala Consiliare del comune di Bastia Umbra, dove riceve l’attestato di Accademico di Merito Residente. La tubercolosi che lo affligge da diversi anni procede inesorabile; muore l’11 agosto 1923 a soli 37 anni. Crispoldi nel corso degli anni espone le sue teorie sull’arte in modo sempre rinnovato e aperto al cambiamento. Vive nel periodo storico in cui i suoi amici futuristi sperimentano un’arte di avanguardia; la mostra si conclude proprio omaggiando l’eclettico artista con una serie di dipinti dei primi anni del 1900 di Gerardo Dottori, Enrico Cagianelli e Renato Profeta.

 


Calendario delle aperture 2024 (ingresso gratuito)

febbraio: 3, 4, 10, 11, 17, 18, 24, 25

marzo: 2, 3, 9, 10, 16, 17, 23, 24, 30, 31

dalle 10.00 alle 17.00

aprile: 1, 2, 6, 7, 13, 14, 20, 21

dalle 10.00 alle 18.00

Andrea Camassei ha amato molto Bevagna, la sua patria. Famoso ai suoi tempi, oggi è un pittore oscuro ai più e dimenticato dai suoi concittadini.

«Nelle belle arti può con gloria non comune vantare fra i suoi figli Andrea Camassei Pittore illustre. La cappella dedicata a Maria Vergine del Carmine, nella Chiesa Collegiata di S. Michele, fu dipinta dal Camassei nella sua prima gioventù». (Giuseppe Bragazzi. Rosa dell’Umbria, Ediclio Foligno 1973).

Andrea Camassei nacque a Bevagna da Lorenzo e Angelina Angeli il 30 novembre del 1602 e fu battezzato il 1° dicembre nella chiesa collegiata di S. Michele Arcangelo. Sia il padre sia il fratello maggiore esercitavano l’arte dei canapai, tessitori di tele pregiate, per le quali Bevagna allora andava famosa (le famose Tele Bevagne).

Iniziò a dipingere sotto la guida di Ascensidonio Spacca, più noto con il nomignolo di Fantino di Bevagna. Ben presto, desideroso di progredire nell’arte, si trasferì a Roma, dove entrò a far parte della bottega del celebre pittore Domenico Zampieri, detto il Domenichino. Il Domenichino lo incoraggiò a riprodurre alcune sue opere e quelle di Raffaelo.
Tornato a Bevagna nel 1626, affrescò un Miracolo di san Domenico nel refettorio dei frati Predicatori, opera purtroppo andata perduta. Per un altare della chiesa dello stesso convento eseguì una tela rappresentante La Madonna, Santa Caterina e la Maddalena mostrano un’immagine di San Domenico. Sempre a Bevagna, negli stessi anni, completò la sua prima opera di una certa consistenza: la decorazione di una intera cappella, dedicata alla Madonna del Carmine, nella chiesa di San Michele Arcangelo, commissionatagli dalla famiglia nobile locale dei conti Spetia. Nel 1628 di nuovo a Roma, eseguì dipinti nella galleria del casale Sacchetti, in collaborazione con Pietro da Cortona e con altri pittori sconosciuti che non ebbero poi un avvenire, e soprattutto con un coetaneo di maggiori promesse, Andrea Sacchi.

 

L’Immacolata Concezione

 

A questo periodo sono anche assegnate opere eseguite a Bevagna, una grande tela con L’Immacolata concezione l’Eterno e santi e un’altra tela con l’Estasi di san Filippo Neri: entrambe destinate alla chiesa del monastero agostiniano di Santa Margherita. A Roma ottenne il primo notevole incarico decorativo: dipingere la volta della galleria del palazzo del marchese Enzo Bentivoglio (che poi sarà dei Rospigliosi Pallavicini). Vi dipinse la Favola di Amore e Psiche, opera purtroppo andata perduta, ma che gli aprì la strada a successi più lusinghieri. Infatti, entrò in contatto con i più grandi mecenati della Roma papale barocca, i Barberini e in particolare con Taddeo Barberini, nipote di papa Urbano VIII. Nel 1628 decorò le volte di due sale del rinnovato palazzo Barberini: in particolare decorò una volta con una scena rappresentante Apollo e le muse sul Parnaso, opera purtroppo andata perduta; in un’altra sala dipinse pure a fresco la volta con la Creazione degli angeli, l’opera giovanile più importante tra quelle pervenute.
Nel 1630 ottenne l’incarico più prestigioso della sua carriera, quello ambitissimo di dipingere in San Pietro in Vaticano un affresco con San Pietro mentre battezza i santi Processo e Martiniano, altra opera andata perduta. Nel 1631 il suo nome comincia ad apparire tra quelli della prestigiosa Accademia romana di San Luca.

Nel 1633 dipinse il Martirio di San Sebastiano, commissionatogli direttamente da papa Urbano VIII per la chiesa omonima sul Palatino, fatta restaurare da Taddeo Barberini. Nel 1635, insieme agli artisti più quotati del momento ebbe l’incarico di dipingere una Pietà per uno degli altari della nuova chiesa della Concezione dei padri Cappuccini, fatta edificare dal cardinale Antonio Barberini, fratello del papa. Fecero seguito diverse altre commissioni barberiniane che procurarono all’artista notevoli guadagni, per cui si trovò ben presto in condizioni di poter investire somme di denaro considerevoli in proprietà immobiliari nella nativa Bevagna.
Una consolidata celebrità gli permise il fatto che diverse famiglie romane ambirono ad avere suoi quadri con cui ornare le loro gallerie: gli Altieri, i Colonna, i Costaguti, i Farnese, i Rospigliosi, i Rondanini. Nel 1647, la sua ultima potente protettrice, donna Olimpia Pamphili, gli commissionò la decorazione del grande salone centrale del proprio palazzo a piazza Navona, con un fregio in cui furono rappresentate le Storie di Bacco e Arianna. Nel 1640 nacque il figlio Giuseppe, che continuerà la discendenza e a cui seguirono Maddalena e Claudia. Nella Pasqua del 1649 ritroviamo il Camassei riunito con tutta la sua famiglia a Bevagna, non nella sua casa in vaita San Giorgio, ma in casa della suocera. Il 18 agosto 1649, all’improvviso, a soli quarantasette anni, Andrea Camassei morì, ricordato nell’atto parrocchiale di morte come insigni pictor. Il giorno dopo fu sepolto nella chiesa di Sant’Agostino, nella tomba dei Barattelli. Molte sono le opere conservate, quelle perdute o disperse e di dubbia attribuzione; molti i disegni e le incisioni.

 


Bibliografia

SILVESTRO NESSI, Andrea Camassei. Un pittore del Seicento tra Roma e l’Umbria, Quattroemme 2005.

Proiezione in anteprima del docufilm Luca Signorelli e Perugino: Rinascimento Universale – immagini Divine, prodotto dal GAL Trasimeno Orvietano nell’ambito delle iniziative promosse per il 500esimo anniversario dalla morte dei due artisti e realizzato dalla Flypix di Roma.

L’evento si svolgerà a Orvieto giovedì 14 dicembre alle ore 17 presso la Sala dei Quattrocento di Palazzo del Capitano del Popolo (piazza del Popolo, 1). Nel corso dell’incontro il giornalista e conduttore televisivo Osvaldo Bevilacqua sarà il protagonista delle “interviste impossibili” a Pietro Vannucci detto il “Perugino”, impersonato da Giorgio Gobbi, l’indimenticabile Ricciotto de Il Marchese del Grillo, e Luca Signorelli, nelle cui vesti si è cimentato Pino Ammendola, volto noto del cinema e della televisione.

Interverranno, tra gli altri, anche il regista del docufilm Rosario Montesanti, il Presidente del Gal Trasimeno-Orvietano Gionni Moscetti e il Direttore del Gal Trasimeno-Orvietano Francesca Caproni.

«Fin da ragazzo ho capito che la pallavolo poteva rappresentare qualcosa d’importante, anche se non mi aspettavo questi risultati. Guardavo la “Generazione dei fenomeni” e volevo essere come loro.»

Quando intervisti l’allenatore italiano più vincente della pallavolo, fresco di Supercoppa con la Imoco Volley di Conegliano e del titolo europeo con la nazionale femminile turca, tutto ti aspetti meno che finire a parlare di calcio. Con Daniele Santarelli, nato a Foligno 42 anni fa e cresciuto sportivamente in diverse parti d’Italia, è andata così. Ma prima del Milan (la squadra che entrambi tifiamo) abbiamo chiacchierato anche di molto altro: delle sue vittorie (tante), dell’Umbria (che porta sempre con sé), delle donne che allena e persino di Carlo Ancelotti. «È il mio idolo, ho letto tre libri su di lui. Magari fossi come Ancelotti, mi manca però qualche Champions.» Daniele è ancora giovane e il tempo per vincerle ce l’ha.
Santarelli, con la sua bacheca ricchissima di trofei, è l’allenatore più vincente della pallavolo italiana: un Mondiale con la nazionale femminile della Serbia, cinque scudetti, quattro Coppe Italia, due Mondiali per club, una Champions League e sei Supercoppe italiane, l’ultima conquistata pochi giorni fa. Nello stesso anno (2022) ha vinto due medaglie d’oro: la prima sulla panchina della Serbia, la seconda pochi mesi dopo guidando la Imoco Volley. Con la Turchia nel 2023 ha portato a casa una medaglia d’oro alla Volleyball Nations League e un Campionato Europeo.

 

Daniele Santarelli con la coppa del Campionato Europeo 2023

 

Daniele, qual è il suo rapporto con l’Umbria?

L’Umbria è casa mia. Ogni volta che torno respiro un’aria familiare. È il luogo in cui sono nato e cresciuto, dove abitano i miei parenti e i miei amici. Mi manca sempre.

 

Da quanto tempo vive fuori regione?

Da 15 anni.

 

Che ricordi ha dei suoi inizi a Foligno?

Ho dei ricordi meravigliosi. La pallavolo da professionista era solo un sogno; giocavamo alle Commerciali, eravamo quattro gatti. Il volley non era uno sport molto diffuso all’epoca, né a Foligno né in Umbria. Da subito però ho capito che poteva rappresentare qualcosa d’importante, anche se non mi aspettavo questi risultati. All’inizio era solo un gioco, una passione, un sogno: guardavo la famosa Generazione di fenomeni – l’Italia di Julio Velasco che in quegli anni vinceva tutto – e volevo essere come loro. Tutto ciò che aveva a che fare con questo sport era qualcosa di magico.

 

È proprio di queste ore la nomina di Velasco come nuovo ct della nazionale femminile di volley. Chissà se saprà ricreare una squadra all’altezza di quella maschile degli anni ‘90?    

Me lo auguro, ma non è nemmeno confrontabile.

 

Torniamo a lei. La sua strada sportiva com’è proseguita?

Ho girato molto. Sono stato a giocare a Vicenza per due anni, per poi trasferirmi a Terracina. Da allenatore ho iniziato a Pesaro, poi sono andato a Urbino e a Casalmaggiore. Da 9 anni sono a Conegliano (Treviso).

 

Ha dichiarato: “Conegliano è casa mia, e ormai lo è da tanto tempo”: tornerà, magari a fine carriera, a vivere in Umbria?

Non ci voglio pensare alla fine della mia carriera, mi mette tristezza. (ride)

 

 

È fresco della vittoria del Campionato Europeo con la Turchia: se lo aspettava questo risultato?

C’era qualcosa che mi portava verso la Turchia. Sapevo di fare un cambiamento strano, quasi pazzo, perché lasciavo la Serbia, una squadra che aveva vinto gli ultimi due Mondiali, un bronzo olimpico e un argento europeo, però qualcosa mi diceva che questa nuova scommessa era per me una sfida da accettare. Ero convinto che avremmo fatto bene, nessuno però si aspettava un’estate come quella trascorsa: la vittoria della Volleyball Nations League, il Campionato Europeo e la qualificazione alla World Cup. Tutto questo mi inorgoglisce tantissimo e sono molto felice, anche se ora sono salite le aspettative.

 

Questo la spaventa?

No. Le pressioni fanno parte del mio lavoro, sin da quando ho iniziato. Sono io stesso, a volte, a mettermele addosso ma non mi preoccupo, perché in realtà ho ben chiaro quello che voglio.

 

Parliamo della partita giocata all’Europeo contro l’Italia: il suo cuore era diviso a metà?

L’Italia è il mio Paese, è ovvio che cantare l’inno e conoscere tutti dall’altra parte della rete fa un certo effetto, però è il mio lavoro e, a prescindere dalla nazionale o dal club che alleno, io voglio vincere. Ho sempre pensato questo, anche quando giocavo a bassi livelli: se gioco a carte con mia mamma faccio di tutto per vincere e sto malissimo se perdo! (scherza). Quando giocavo al campetto coi miei amici non accettavo la sconfitta: la competizione sportiva fa parte di me.

 

È considerato l’allenatore più vincente nella storia della pallavolo italiana. Vista la sua risposta precedente: quanto ne è orgoglioso?

Molto, però non ci penso. Non voglio guardare quello che è stato, ma quello che sarà. Finora ho fatto un bel cammino, ma il mio viaggio è ancora lungo e me lo voglio godere appieno. Forse lo farò – come diceva lei prima – quando tornerò in Umbria e sarò in pensione, ora non è il momento di fermarmi a pensare.

 

Il suo prossimo obiettivo?

Le Olimpiadi del 2024.

 

Santarelli con alcuni dei tanti trofei vinti

 

Leggendo il suo palmarès mi è venuto in mente Carlo Ancelotti, l’allenatore di calcio italiano tra i più vincenti. Si arrabbia se faccio questo parallelismo?

No, assolutamente. È il mio idolo, ho letto tre libri su di lui. Magari fossi come Ancelotti, mi manca però qualche Champions (ride). Mi piace tanto per la personalità, per il carisma, la simpatia, la pacatezza e il modo di fare. È davvero un personaggio, forse il migliore. Antonio Conte e José Mourinho per me sono degli esempi e mi affascinano, però mi avvicino molto più ad Ancelotti, anche per il rapporto che ha con i giocatori, con la stampa e per il suo modo di festeggiare.

 

Ha fumato anche lei il sigaro per festeggiare?

Qualche volta sì. (ride)

 

Qual è il segreto per creare un gruppo vincente?

Senza il talento delle giocatrici non si va da nessuna parte. È ovvio però che ci vuole qualcosa in più: lo spirito, le motivazioni, l’ambiente, l’atmosfera e anche una buona dose di fortuna. Tutto si deve incastrare. Quando ho scelto di allenare la Turchia sapevo che era una nazionale con del potenziale; ho fatto subito capire alle giocatrici quali fossero le mie idee e le mie motivazioni e ho cercato di farle stare bene. Non è facile creare una squadra vincente: ci vuole tempo e si deve lavorare giorno dopo giorno, non è un interruttore che si accende e si spegne. Ma soprattutto si deve essere sinceri con chi si allena.

 

Ha qualche rito prima di una gara?

Non sono scaramantico per niente. Intorno ho persone scaramantiche che cercano di contagiarmi, ma non ci riescono.

 

Ha allenato sempre squadre femminili?

No. Ho iniziato allenando gli uomini partendo dalle categorie più basse poi si è aperta la possibilità di lavorare con le donne, per le squadre femminili c’è maggiore richiesta.

 

C’è molta differenza?

Assolutamente sì. La pallavolo femminile è molto più adatta a me. Sono predisposto a gestire la loro complessità e la loro mente: le donne hanno bisogno di attenzioni, di essere ascoltate, capite e danno molto più degli uomini. Hanno degli apici incredibili, sia in positivo sia in negativo: quando l’apice è positivo arrivano ad altissimi livelli.

 

Una curiosità su Daniele che in pochi conoscono…

Ora su due piedi non mi viene in mente. Posso dire che sono fissato con l’alimentazione e cerco di mantenermi in forma, non sgarro mai. Sono anche molto quadrato e precisino, a volte divento fastidioso. Non sopporto il disordine, la confusione e la disorganizzazione. Questo si manifesta sia nella vita lavorativa sia in quella privata.

 

 

Santarelli sulla panchina della Serbia

 

Segue altri sport?

Sono molto appassionato di calcio.

 

Per quale squadra tifa? L’avverto che la sua risposta decreterà l’esito dall’intervista (scherzo).

Sono un milanista sfegatato. Lo seguo sempre e leggo tutto.

 

Ottima risposta…

Ah, è andata bene!

 

È sposato con Monica De Gennaro, che gioca nella Imoco Volley e che lei allena: il pallone resta fuori o anche in casa si parla di volley?

Spesso resta fuori anche se, essendo il nostro lavoro, è normale che a volte se ne parli.

 

Per concludere, la prima cosa che le viene in mente pensando all’Umbria?

Sicuramente il palazzo grigio a Sportella Marini, il quartiere di Foligno dove sono cresciuto. Lì vive ancora mia mamma e lì ho passato la mia infanzia: ho dei ricordi sia belli sia brutti. I giochi, il terremoto del ’97, tutto è riconducibile a quel palazzo, per me è un qualcosa di incredibile.

 

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

È una terra magica, naturale e molto semplice: me ne sono accorto quando sono andato via, è solo a quel punto che ho capito dov’ero cresciuto. È anche un luogo fuori dal mondo – sia in positivo sia in negativo. Quando la criticano la difendo a spada tratta come se fosse la mia famiglia. L’Italia è bella, ma l’Umbria ha qualcosa di unico.

La scoperta grazie al lavoro di ricostruzione della predella della grandiosa Ascensione di Cristo in mostra fino al 7 gennaio nella Galleria Tesori d’Arte del Complesso monumentale di Borgo XX Giugno a Perugia.

Il Perugino di San Pietro rivela dopo secoli i veri ritratti di San Costanzo e Sant’Ercolano: è stato l’importante lavoro di ricostruzione della predella della grandiosa Ascensione di Cristo che Pietro Vannucci aveva dipinto per la Basilica – in mostra fino al 7 gennaio nella Galleria Tesori d’Arte del Complesso monumentale di Borgo XX Giugno – a permettere di attribuire finalmente in maniera corretta le vere identità alle due opere dedicate ai due patroni di Perugia.

Sant’Ercolano, Ph. D’ARRIGO-BELLU

“Grazie al nostro lavoro di ricerca – spiega Laura Teza, professoressa associata di Storia dell’Arte moderna dell’Università degli Studi di Perugia e curatrice della mostra – siamo arrivati a una conclusione che ribalta la corrente consuetudine di riconoscere San Costanzo nel vescovo che, assorto, legge il libro aperto, e Sant’Ercolano in quello che guarda verso l’esterno”.

Il santo che legge, in un contesto perugino di fine Quattrocento, “evoca la posa di un altro famoso ritratto di vescovo proposto da Luca Signorelli in una prestigiosa pala cittadina. Si tratta del Sant’Ercolano assorto in lettura della pala Vagnucci che il pittore dispose nella omonima cappella per tramandare la fisionomia del vescovo Jacopo Vagnucci che, per circa quarant’anni, aveva governato la diocesi perugina. Tale rilievo è stato confermato, indirettamente, da una nota dello storico Francesco Piagnani che, trattando della copia del dipinto in questione da parte di Sassoferrato, accennava rapidamente a un’incisione sul frontespizio del libro di Cesare Brancadoro Atti di S. Costanzo vescovo e martire di Perugia protettore della cattedrale di Orvieto, presente negli archivi della Biblioteca comunale Augusta di Perugia”. A un riscontro diretto tra l’incisione e la tavoletta corrispondente “la coincidenza è totale e certificata dalla nota in calce – prosegue Teza – in cui si specifica che l’immagine è tratta dalla pala di Perugino presso i monaci cassinesi di Perugia, e quindi si può effettivamente optare per un’inversione iconografica tra i due santi protettori”.

San Costanzo, Ph. D’ARRIGO-BELLU

La mostra Il Perugino di San Pietro per la prima volta riporta a Perugia e riunifica tutti e undici gli scomparti della predella dell’Ascensione di Cristo dipinta per la basilica: tra questi, l’Adorazione dei Magi, la Resurrezione e il Battesimo vengono dal Museo di Rouen, e sono tra i dipinti più spettacolari dell’intera carriera di Perugino, con colori e una resa delle forme e del paesaggio, sorprendenti per luminosità e modernità. L’esposizione – in programma fino al 7 gennaio 2024 – è promossa dalla Fondazione per l’Istruzione Agraria e dall’Università degli Studi di Perugia, con il contributo del Comitato promotore delle celebrazioni per il quinto centenario dalla morte del Perugino, main sponsor Brunello Cucinelli spa, il sostegno del GAL Media Valle del Tevere, la partecipazione del Musée des Beaux-Arts di Rouen e i Musei Vaticani, il patrocinio della Regione Umbria, del Comune di Perugia, dell’Ambasciata di Francia e del Consolato Onorario di Francia a Perugia, la collaborazione di Isola San Lorenzo, Comune di Città della Pieve e Fondazione Ranieri di Sorbello, la Basilica di San Paolo fuori le Mura, il Centro di Studi Storici Benedettini.

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