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«È troppo naturale in ciascuno l’amore verso la Patria. Questo amore sì giusto, e sì naturale deve spronare ogni Cittadino a soccorrere la madre Patria in tutte le sue indigenze, a difenderla nei suoi pericoli, e nei suoi diritti; a procurarne i vantaggi, e gli avanzamenti, e finalmente a esaltarla, abbellirla, e a esporre al pubblico ogni suo pregio, e ornamento». (Fabio Alberti).

 Giuseppe Corradi

Nasce a Bevagna il 21 ottobre 1830, da Innocenzo Corradi che in quel periodo esercitava la chirurgia come condotto, proprio in questa città. Il padre Innocenzo vinse la condotta chirurgica di Bevagna nel 1829 e vi si stabilisce con la moglie Vincenza Moreschini, abitando in Palazzo Ciccoli (ora Nalli- Fraolini).
Dopo aver compiuto gli studi di filosofia a Jesi e frequentato le scuole degli Scopoli a Firenze, studiò Medicina nell’Università di Pisa e all’Istituto di Studi Superiori di Firenze. Manifestò fin da principio la sua passione per la Chirurgia, seguendo l’esempio del padre. Nel 1854 entrò nella Clinica Chirurgica di Firenze diretta da C. Burci che lo scelse quale allievo prediletto e gli affidò l’insegnamento di Medicina Operatoria e Patologia Chirurgica. In questi anni perfezionò le proprie capacità tecniche e si dedicò in particolare allo studio sugli organi genito urinari. Nel 1869 a Parigi l’Acadèmie Imperiale de Mèdicine gli attribuì l’ambito premio d’Argenteuil per un lavoro sui restringimenti d’uretra.

Nel 1870 vinse il Primo Premio al Concorso Riberi indetto dalla R. Accademia di Medicina di Torino, presentando un trattato sulle malattie degli organi genito urinari. Nell’ottobre del 870 fu chiamato a fondare e a dirigere a Roma la I Clinica Chirurgica di cui gli fu riconsegnata la Cattedra di professore ordinario nel 1873. Contemporaneamente aveva vinto anche il concorso per la cattedra di Firenze e, con una decisione mediata anche da alcune sventure familiari, volle tornare alla Clinica dove aveva svolto le prime tappe della sua carriera. Prima di tornare a Firenze, in perfetto accordo con lo spirito che animò tutta la sua opera di chirurgo moderno, progressista e innovatore, ma anche di attento osservatore delle altrui esperienze, si recò a Vienna e a Berlino per frequentare le cliniche dirette da Billroth e da Langenbeck. Nel 1874, dopo tanti anni di esperienza in chirurgia urologica, pubblicò il primo volume del Trattato sule malattie degli organi orinari. Nel 1884 compare sulla rivista medica Lo sperimentale la sua dotta monografia Sui progressi della Litotripsia. Nel 1882 fu uno dei 7 fondatori della Società Italiana di Chirurgia. L’opera scientifica del Corradi fu attiva e gloriosa perché si devono a lui lavori pregevolissimi e la modifica e realizzazione di nuovi strumenti atti a migliorare continuamente la tecnica chirurgica. Scrisse molto sui restringimenti uretrali e fece costruire un uretrotomo dilatatore con pregi incontrastabili e molteplici; a lui si deve la cura degli angiomi con la compressione e la galvanocaustica; fu l’iniziatore dell’asepsi facendo costruire delle cassette di rame, dentro cui depositava il necessario per le medicazioni, le quali messe in stufe apposite, le portava ad alta temperatura; propugnò quale metodo di cura dei calcoli, la litotrisia rapida facendo costruire apparecchi appositi, fra i quali una comune siringa metallica a becco, che poteva diventare eretta, ben fenestrata, da poter permettere il passaggio anche di grossi calcoli. Dopo la perdita della moglie avvenuta nel 1887, ridusse le proprie attività, finché nel 1893 affidò al suo allievo Colzi la gestione dell’Istituto, lasciando definitivamente la Direzione nel 1897 e divenendo professore emerito. Si spense a Firenze il 9 maggio 1907 dopo anni di gravi infermità. Nel 1989, a Bevagna, fu fondata su iniziativa del prof. Andrea Trenti e del dott. Leonello Petasecca Donati, chirurgo bevanate, l’associazione Giuseppe Corradi che di anno in anno ha conferito premi a medici e scienziati di indubbio valore, creando un appuntamento importante sul piano nazionale e internazionale. Nel 1990 l’Amministrazione di Bevagna fece apporre nella casa natale del Corradi una lapide con su scritto: A Giuseppe Corradi, insigne scienziato, fondatore della Società Italina di Chirurgia, primo clinico chirurgo di Roma Italiana, a eterno ricordo, i cittadini posero. Bevagna 8 maggio 1990.

Domenico Bertini

Nato a Bevagna il 24 febbraio 1924, da Leonardo e Domenica. Laureatosi a Perugia all’inizio degli anni Cinquanta, entrò a far parte dell’Istituto di Patologia Chirurgica di quell’Università, diretto da Luigi Tonelli che seguì poi a Pisa e a Firenze. Sotto la guida del maestro fu rapida la sua formazione culturale e professionale, dotato di grande capacità lavorativa e di una propensione alla chirurgia, tanto da rendere semplici gli interventi più complessi. All’inizio degli anni Settanta, quando ancora erano rari in Itala gli interventi di chirurgia vascolare arteriosa ricostruttiva e si erano appena formate le scuole di chirurgia vascolare milanese, con Edmondo Malan, e romana, con Paride Stefanini, Luigi Tonelli volle che anche Firenze avesse un centro universitario dedicato a tale specialità. Iniziò così l’attività di Domenico Bertini come chirurgo vascolare, dapprima accanto al maestro, poi autonomamente con sempre maggior fervore ed entusiasmo. Nel 1971 gli venne conferito l’incarico dell’insegnamento di Chirurgia vascolare il 1° novembre 1975 fu nominato professore straordinario e poi ordinario di questa disciplina nell’Ateneo fiorentino, posizione che mantenne fino al suo collocamento fuori ruolo nel 1996. Nel 1980 fondò anche la Scuola di specializzazione in Chirurgia vascolare. A partire da quegli anni ebbero inizio gli interventi di chirurgia dei tronchi sopraortici e furono messe a punto le tecniche di monitoraggio dell’attività cerebrale durante i clampaggi mediante lo studio dei potenziali evocati. Tale approccio rappresentò una razionale metodica per una chirurgia sempre più scevra da complicanze. Altrettanto importante fu la semplificazione degli interventi sull’aorta addominale, i cui tempi operatori sotto le sue mani esperte e sicure si accorciarono significativamente. Raggiunse un ruolo di primissimo piano a livello toscano e nazionale grazie agli ottimi risultati dell’impressionante numero di interventi che lui e la sua scuola hanno eseguito: più di 7000 disostruzioni carotidee e oltre 6000 rivascolarizzazioni aortoiliache, per patologia aneurismatica e obliterante. Morto a Firenze il 4 giugno 1997 e sepolto nella sua Bevagna.
I modi gentili e l’atteggiamento umile esaltavano ancor di più le sue grandi doti umane e chirurgiche. Pur vivendo a Firenze le visite e le soste nella sua Bevagna erano frequenti. Aveva un ambulatorio in cui, insieme alla moglie, pediatra, ha visitato quasi tutti i bevenati. Molti bevanati si recavano, invece, a Firenze accompagnati dal tassista Brandi Luigi.
Nel 1989 è stato premiato dall’ Associazione Giuseppe Corradi appena sorta a Bevagna e che negli anni ha conferito premi a medici e scienziati di indubbio valore.
L’Università di Firenze ha instituito, per commemorare la sua figura, il Premio di laurea Prof. Domenico Bertini attribuito alla miglior tesi di specializzazione in Chirurgia vascolare. L’Amministrazione Comunale di Bevagna gli ha intitolato una via del paese.

 


Riferimenti bibliografici

Andrea Trenti, Leonello Petasecca Donati.  Giuseppe Corradi. Il clinico chirurgo di Roma

Giovanni Spampatti. Giuseppe Corradi ed il suo contributo alla chirurgia delle vie urinarie

Carlo Pratesi. Domenico Bertini. La razionalizzazione della Chirurgia vascolare

Non risultano evidenze storiche o letterarie a sostegno di questa domanda: è difficile stabilirlo, facevano lo stesso lavoro e, per questo motivo, probabilmente si conoscevano anche se non erano proprio coetanei. Ma chi erano Vitellozzo e Naso di Patata e di cosa si occupavano?

Vitellozzo e Naso di Patata

Il suono di questi due nomi, non c’è dubbio, suona un po’ irreverente e sembra rimandare a protagonisti immaginari di qualche fumetto o cartone animato. Si potrebbe pure pensare a due personaggi dei Muppet Show o addirittura a due avventori di locali non proprio alla moda. Ma non è così, è qualcosa di molto più serio! È una storia, o meglio un insieme di vicende che vede artefici, anche del proprio destino, due condottieri umbri: Vitellozzo Vitelli di Città di Castello e Bartolino da Terni detto Naso di Patata.

 

Naso di Patata

La figura del condottiero

La figura del condottiero, dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 fino agli albori dell’anno 1000, divenne spesso simbolo di leggende e racconti popolari. Infatti questa nuova figura si trasformò nel cavaliere errante alla continua ricerca di nemici da sconfiggere e belle donne da proteggere. I suoi valori erano l’onestà, il coraggio, la forza e la fedeltà presso il proprio signore. Due esempi, tra storia e leggenda, di questo periodo furono Rolando e Artù.

Le compagnie di ventura

A partire dal XIV secolo, complici i rivolgimenti e i tumulti dell’epoca, si assiste negli stati italiani alla formazione di scuole militari. Tali scuole vengono definite compagnie di ventura, ognuna di loro ha a capo un capitano di ventura e i soldati che ne facevano parte erano per la maggior parte mercenari. La compagnia era guidata da un condottiero, comunque sottoposto al capitano di ventura. Il termine condottiero prende il nome dalla condotta cioè dal contratto che veniva stipulato con un governo. Un mercenario a tutti gli effetti con tanto di contratto. Non di rado il condottiero era sia letteralmente sia praticamente il capitano di ventura.

Condottieri famosi

Tra i più noti condottieri e capitani di ventura scevri da qualsiasi aspetto leggendario si ricordano Farinata degli Uberti, Uguccione della Faggiola, Giovanni Acuto il cui vero nome era John Hawkwood essendo inglese, Jacopo Dal Verme, Braccio da Montone, Cesare Borgia, il Gattamelata, Malatesta Baglioni. Molti di questi sono umbri.

Vitellozzo Vitelli

Vitellozzo Vitelli

Vitellozzo Vitelli nacque a Città di Castello nel 1458. È stato un cavaliere di ventura, condottiero e politico. Ha vissuto in un periodo storico particolarmente complesso ed è rimasto, forse anche per questo, tra i più conosciuti e valorosi combattenti del suo tempo. A 36 anni, nel 1494, due anni dopo la scoperta dell’America, passa sotto il comando del Re Carlo VIII di Francia dando sfoggio della propria abilità militare. Successivamente passa agli stipendi di Pisa e poi al soldo dei fiorentini proprio contro Pisa; un vero mercenario! Nel 1497 ottiene la signoria su Città di Castello. L’anno successivo abbandonò i campi di battaglia perché ammalato di sifilide ma appena guarito partì da Città di Castello per Milano, dove si mise al servizio di Cesare Borgia. Nel 1500 lo troviamo a fianco di Giampaolo Baglioni per riprendere il dominio su Perugia e nel 1501 si reca nel regno di Napoli con i francesi contro gli aragonesi. Vitellozzo continua a vagare e combattere per molte città del centro Italia e ottiene nel 1502 la nomina di conte di Montone. Preoccupato per la crescente ambizione di Cesare Borgia, cerca di distaccarsene ideando una congiura, ma invitato, il 31 dicembre 1502, dallo stesso Cesare ad un banchetto di riconciliazione, verrà strangolato da Michelotto Corella. Vitellozzo, prima di morire, invoca il perdono del Papa, Alessandro VI, per le sue azioni.

La strage di Senigallia

Questo assassinio, che vide coinvolti anche altri personaggi, è uno dei tanti e famosi fatti di sangue che hanno costellato il Cinquecento in Italia ed è conosciuto come la strage di Senigallia. La strage fu ordita da Cesare Borgia, detto il duca Valentino, ai danni di quattro uomini d’arme già suoi alleati: Oliverotto Signore di Fermo, Vitellozzo Vitelli, Paolo e Francesco Orsini. Vitellozzo e Oliverotto furono tra gli ideatori di una congiura ai danni del Borgia, desideroso di ampliare i suoi territori. Dopo aver trucidato alcuni funzionari del Valentino e fomentato ribellioni nel Ducato di Urbino, i congiurati accettarono l’invito per un incontro di riappacificazione dal celebre uomo politico con cui si incontrarono a Senigallia il 31 dicembre del 1502. Qui questi furono imprigionati dopo aver ricevuto dal Borgia un bacio in segno di riconciliazione e venuta la notte vennero uccisi da un sicario. Successivamente anche altri congiurati furono uccisi su iniziativa dello stesso Cesare Borgia.

Bartolino da Terni – Naso di Patata

Quando Vitellozzo morì a 45 anni, Bartolino da Terni, detto Naso di Patata, aveva 72 anni e si trovava a Cremona dove era stato nominato custode della Rocca. Bartolino da Terni-Naso di Patata fu un condottiero sulla cui persona si hanno poche notizie. Fu devoto alla Repubblica di Venezia che dominava Crema, città che riuscì a difendere da bande provenienti da Milano all’epoca in mano agli spagnoli e ai francesi. Nel giugno del 1484 i milanesi misero sotto assedio Crema, ma Naso di Patata riuscì a liberarla dall’accerchiamento e salvarla. La stessa Bergamo fu difesa con forza, fierezza e orgoglio da Naso di Patata, il ternano pluripremiato per lealtà e coraggio nelle sue vincenti dinamiche belligeranti. Divenne il simbolo di due terre lontane, Terni e Bergamo, ma amiche ancora oggi all’interno del mondo calcistico.
La sua dedizione alla Repubblica di Venezia non fu solo di carattere militare, si distinse anche in fatto di donazioni come quando elargì 3.000 ducati al mercenario Renzo de Ceri al servizio della Serenissima. Si occupò anche di amministrazione quando fu incaricato di ripristinare le decorazioni e i simboli della repubblica veneta che i francesi avevano distrutto.
Alla sua morte, avvenuta il 1° luglio 1518, l’artista Lorenzo Bregno fu incaricato di realizzare un monumento funebre che risulterà il più importante esempio di scultura rinascimentale in marmo presente nel territorio cremasco.
Lo scultore realizzò il volto del condottiero esattamente come gli fu descritto, con un grosso, abbondante e prominente naso a modo di patata. Pochissime sono le conoscenze della sua vita privata e anche per questo non sappiamo se Vitellozzo e Naso di Patata si conoscessero o se fossero amici. Di sicuro, una volta incontrati, considerate le loro forti e taglienti personalità, si sarebbero derisi a vicenda con un semplice dialogo: «Vitellozzo ti vedo un po’ appesantito!», «Appesantito sarà il tuo naso, caro Bertolino».

Conclusioni

Spesso si parla dell’Umbria attraverso la storia dei suoi santi (San Francesco, Santa Chiara, Santa Rita da Cascia, San Benedetto da Norcia, San Valentino da Terni) per colmare un bisogno di spiritualità. Culla del monachesimo benedettino e del movimento francescano l’Umbria si è meritata l’appellativo di Terra di Santi.
Ma l’Umbria è anche stata terra di condottieri le cui gesta vengono ancora oggi ricordate con rievocazioni storiche, musei, volumi e pubblicazioni. I condottieri che hanno fatto grande la nostra regione sono molti e Vitellozzo Vitelli con Bartolino da Terni Naso di Patata sono un esempio splendente di questo nobile lavoro di altri tempi.

I due calciatori lasciano le rispettive squadre – Inter e Sassuolo – dopo decenni. Ora pensano al futuro e, perché no, a un ritorno in Umbria.

Dicono che le bandiere nel calcio non ci sono più, che le ultime si sono ammainate con l’addio di Maldini, Zanetti e Totti. Ma ci sono bandiere e giocatori simbolo più silenziosi, meno da copertina e più da spogliatoio. Domenica due di loro hanno lasciato le loro squadre dopo esserne stati capitani per anni. Sono Francesco Magnanelli da Città di Castello e Andrea Ranocchia da Bastia Umbra che non hanno solo questo in comune, ma anche il fatto di essere entrambi due umbri DOC.

Magnanelli lascia il Sassuolo dopo 17 anni con 520 partite giocate, partendo dalla serie C fino all’Europa League, sempre con la maglia neroverde. «Sono orgoglioso di essere rimasto a Sassuolo per 17 anni. Qui sono diventato uomo. Nessuno mi ha dato la serie A. Sono io che me la sono presa. Eppure all’inizio mi sbagliavano il cognome: mi chiamavano Massimo Manganelli. Sia tecnicamente sia fisicamente non ero baciato dalla sorte e poi venivo dal Gubbio, ero l’ultimo arrivato e non ero certo di continuare col calcio». Ma le cose nella vita cambiano decisamente.

 

Francesco Magnanelli, foto by Facebook

 

Noi di AboutUmbria lo avevamo intervistato qualche anno fa e, oltre ad averci svelato il suo amore per l’Umbria: «È la mia terra, la mia famiglia d’origine, gli amici di sempre. Ho un legame molto forte con questa terra e, per questo, torno appena posso. Ci passo le vacanze, è un luogo molto particolare e affascinante. In più, quando vivi fuori lo apprezzi maggiormente, vedi i suoi pregi ma anche i suoi difetti», aveva accennato al suo futuro incerto una volta lasciato il calcio: «Non so bene cosa farò. Per ora vivo alla giornata». Futuro che oggi vede con più chiarezza: «Si chiude un capitolo e se ne apre un altro, spero altrettanto bello, in un mondo in cui non so minimamente niente. La società mi ha proposto qualcosa di bello, per me questo è una grandissima soddisfazione».

 

Andrea Ranocchia, foto by Facebook

 

C’è poi Andrea Ranocchia, partito dalle giovanili del Bastia e del Perugia e arrivato a essere per alcuni anni capitano dell’Inter e poi uomo spogliatoio, vincere trofei e vestire la maglia azzurra. Dopo 11 stagioni, 226 partite e 14 gol si toglie la maglia nerazzurra. In un veloce scambio di battute di due anni fa ci aveva confessato che voleva sicuramente tornare a vivere in Umbria una volta lasciata la squadra milanese e: «Se un giorno andrò via dall’Inter mi piacerebbe finire la carriera a Perugia, ma non so quanto sia fattibile. Vedremo!». Non ci resta che aspettare il calciomercato! Ranocchia salutato dai tifosi di San Siro con lo striscione: Andrea Ranocchia orgoglio della Nord, ha ringraziato tutti: «Ringrazio i tifosi, chi mi è stato vicino, i miei compagni, la mia famiglia, i miei figli. Personalmente sono contento e appagato di tutto quello che ho fatto e che ho dato. Quando sono arrivato all’Inter ero un ragazzo giovane con tante ambizioni, speranze e voglia di divertirsi. Ora sono diventato un po’ più vecchio, ma la voglia di divertirsi c’è ancora. Adesso mi riposerò un po’ e poi penseremo al futuro».

Storia del pievese che con la sua invenzione brevettò il primo cambio automatico

Elio Trenta

Se oggi guidiamo comodamente con il cambio automatico lo dobbiamo in parte a Elio Trenta di Città della Pieve. La sua storia – sconosciuta ai più – ci porta nella provincia italiana dei primi anni del Novecento. Lì un giovanissimo Elio – nemmeno ventenne – senza laurea né esperienza ma animato da una visionaria intelligenza e passione, nel 1932 inventò e brevettò, presso il Ministero delle Corporazioni del Regno d’Italia con il nome di rapportatore di velocità per macchine in genere, il primo cambio automatico della storia.
Figlio del meccanico del paese – Peppe della luce, perché aveva aiutato il comune a sostituire i lampioni a gas con la moderna elettricità – Elio era affascinato sin da piccolissimo da motori, ingranaggi e meccanismi e così, per genio e per passione, intuì il futuro: la rivoluzione dell’auto moderna e del viaggiare sicuri sta nella possibilità di guidare senza dover intervenire manualmente sulla leva del cambio.
Decisivo per il suo percorso fu l’incontro con un’altra eccellenza della storia di Città della Pieve, quell’ingegner Achille Piazzai che aveva progettato il mitico transatlantico Rex, immortalato anche da Federico Fellini nel suo film Amarcord.
Ma l’industria automobilistica italiana non era ancora pronta per questa invenzione. Infatti quando Trenta la presentò alla FIAT e non solo, la sua idea venne bocciata. Le case di produzione di auto, con l’azienda di Torino in testa, erano al lavoro per spingere al limite le prestazioni dei nuovi motori, come l’ottica del tempo richiedeva, e il cambio automatico penalizzava la potenza del motore, oltre a essere troppo costoso per l’epoca. Quindi il progetto del giovane pievese venne scartato e dimenticato. Elio morì poco tempo dopo, nel 1934, appena ventunenne, e non ebbe la possibilità di veder concretizzarsi il suo dispositivo, che oggi la maggior parte dei nuovi veicoli monta di serie. Ma non fu l’unico.
La storia ci racconta, infatti, anche il progetto del canadese Alfred Horner Munro e soprattutto quello di Oscar H. Banker, al secolo Asatour Sarafian, che nel 1932 studiò una soluzione per General Motors che fu applicato dalla Oldsmobile sul Model Year 1940 del gruppo di Detroit. Da quel momento il cambio automatico si impose sul mercato americano come un elemento indispensabile nell’auto mentre in Europa si diffuse quasi mezzo secolo dopo.

 

Luigi Diberti

Il geniale umbro però fu sicuramente il più giovane inventore e il suo racconto a lungo dimenticato e sconosciuto è stato riportato alla luce dal celebre attore Luigi Diberti – torinese di nascita ma ormai da anni pievese di adozione – che nel settembre del 2021 l’ha portato sul palco del Festival di Todi e che ora, grazie allo scrittore e autore teatrale Gianmario Pagano, è diventato un libro: E.T. L’incredibile storia di Elio Trenta.

Si svolgerà sabato 2 aprile alle ore 17.00 l’intitolazione di uno spazio pubblico cittadino situato nei pressi del Centro socio-culturale San Francesco in ricordo di Ebe Igi, giovane e talentuosa violinista umbertidese deceduta prematuramente nel 1930 di cui quest’anno si celebrano i 110 anni dalla nascita.

La proposta di intitolare lo spazio pubblico a Ebe Igi è stata avanzata dall’assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Umbertide, dalla Commissione Pari Opportunità del Comune di Umbertide e dal Chorus Fractae Ebe Igi che con il proprio talento porta alto il nome della città e della giovane violinista umbertidese in giro per l’Umbria e per l’Italia.

 

 

Alla cerimonia di intitolazione parteciperanno il sindaco Luca Carizia, la vicesindaco con delega alle Pari Opportunità Annalisa Mierla, la presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Umbertide Gloria Volpi insieme ai membri dell’organismo e la presidente del Chorus Fractae Ebe Igi, Elvira Monni. A seguito della cerimonia istituzionale si svolgerà una esibizione del coro cittadino diretto dal maestro Paolo Fiorucci accompagnata dalle note del violino della maestra Sara Bonucci.

Lo spazio che viene dedicato alla virtuosa umbertidese del violino è quello retrostante il Centro socio-culturale San Francesco. È una zona strettamente legata alla musica, contornata da edifici che hanno una forte attinenza con questa arte tra cui l’ingresso principale proprio su tale area, oltre all’adiacente piazza San Francesco nella quale il Museo di Santa Croce è spesso sede di concerti.

Gli interrogativi che si pongono Don Abbondio e Renato Zero sono gli stessi di quando camminiamo per le strade della città.

«Carneade! Chi era costui?» è la domanda che, nell’ottavo capitolo dei Promessi Sposi, Don Abbondio si fa a proposito del filosofo greco Carneade. Carneade fu un seguace del Probabilismo, vissuto tra il 213 e il 129 a.C., e considerato un personaggio minore tra i filosofi della sua epoca. Di qui il detto di una persona priva di fama. «Lui chi è? E loro, dico loro chi sono?». Qui si tratta di tutta un’altra storia ed è evidente anche la forzatura di questa citazione, presente in un brano di Renato Zero che racconta l’incontro organizzato con una donna che non è sola. La domanda che si pone è capire chi è l’uomo che sta con lei.
Spesso, viaggiando in macchina, passeggiando in bicicletta o semplicemente camminando mi tornano in mente proprio Don Abbondio e Renato Zero e non di rado esclamo: «Chi era costui? Lui chi è?» e, se si tratta di una via con doppio nome mi viene proprio da dire: «E loro, dico loro, chi sono?».
Fino ad alcuni anni fa utilizzavamo una mappa cartacea, oggi ricorriamo sempre più frequentemente al navigatore satellitare. A me non dispiace chiedere informazioni direttamente alle persone con la classica domanda: «Scusi, sa mica dov’è via…?» La risposta è quasi sempre labirintica con «la prima a destra, poi tutto a dritto, alla rotonda a sinistra, passata l’edicola ancora a sinistra, dopo 300 metri vede un distributore, passa il ponte ed è arrivato». Le strade di una città spesso sono legate a personaggi noti della storia, dell’arte, della letteratura, della scienza. Che si tratti di paese o città non mancano certo Via Garibaldi, Corso Cavour, Via Dante Alighieri, Via Papa Giovanni XXIII, Via Verdi. Però, oltre ai personaggi più popolari, ci sono anche i cosiddetti personaggi minori spesso dimenticati e che hanno un nome che sinceramente ci dice poco o nulla. Spesso si tratta di uomini e donne legati al passato della città che si sono distinti per valori e attività poste in vita.

Augusto Ciuffelli

Come si assegna il nome a una via o a una piazza?

La normativa che stabilisce come dare un nome a una strada nuova è la legge 1188/27; invece, quella che indica come cambiare nome a una strada già esistente è il Rdl 1158/23. Per attribuire una denominazione a una strada nuova o piazza pubblica è necessario che il Comune chieda l’autorizzazione del Prefetto. Si può dare il nome di una persona a una strada o a una piazza a condizione che questa sia morta da almeno 10 anni a meno che non si tratti di un caduto in guerra o di una persona deceduta per la causa nazionale. È facoltà del Ministero per l’Interno derogare quando si tratta di persone che abbiano benemeritato della Nazione. Il Comune può cambiare nome a una strada, ma solo dietro autorizzazione della Prefettura e sentito il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e la Soprintendenza. La Soprintendenza valuta gli aspetti di ordine storico e culturale, il Ministero dell’Interno valuta solo invece l’opportunità di derogare alla norma che impone un intervallo di dieci anni dalla scomparsa del personaggio illustre. Il cambio di nome della strada deve essere motivato in modo specifico.

Personaggi meno illustri di Foligno

Ecco allora una breve guida di toponomastica folignate riguardante le strade intitolati a personaggi, immagino, poco noti ai cittadini di Foligno. Una via ricorda Augusto Ciuffelli nato a Massa Martana nel 1856. Ciuffelli, di modeste estrazioni sociali, appena ventenne fu nominato segretario particolare di Zanardelli, lanciandosi così nella carriera politica. Nel 1898 venne nominato prefetto e nel 1904 venne eletto deputato nel collegio di Todi. Dal 1910 al 1916 fu ministro nei governi Luzzatti, Orlando e Salandra. Fu inoltre presidente di sezione del Consiglio di Stato. Morì a Roma il 6 gennaio 1921.

Caterina Scarpellini

A pochi metri dal Laboratorio di Scienze Sperimentali, nel cuore della città una via è intitolata a Caterina Scarpellini. Nata a Foligno nel 1808 si trasferì a diciotto anni a Roma come assistente dello zio, lo scienziato Feliciano Scarpellini. A Roma sposò Erasmo Fabri e insieme a lui continuò a lavorare alla stazione astronomica della Sapienza – Università di Roma. Caterina Scarpellini aveva una solida formazione e una profonda conoscenza del sistema solare e per divulgare i dati delle sue indagini fondò con suo marito la rivista La Corrispondenza scientifica in Roma.

Nel 1856 la scienziata istituì presso l’osservatorio capitolino una stazione meteorologica e ozonometrica. Inoltre documentò l’osservazione della grande cometa dell’aprile del 1854, oggi nota come C/1854 F1,e quella del giugno 1861, l’eclissi solare del 1860 e i passaggi di sciami di meteore  tra il 1861 e il 1868. Fu eletta membro della Società dei Georgofili di Firenze e dell’Accademia dei Quiriti a Roma, così come dell’Accademia di Dresda e della Società imperiale dei naturalisti di Mosca. Oggi uno dei crateri di Venere porta il suo nome. Morì a Roma il 28 novembre 1873.

Vicino all’area verde del Parco dei Canapè troviamo via Pier Antonio Mezzastris nato a Foligno intorno alla prima metà del Quattrocento (1430 ca.) da una famiglia di artisti. Mezzastris fu un pittore e decoratore che lavorò su soggetti di genere sacro, svolgendo attività prevalentemente nella città di Foligno e nelle zone limitrofe. La sua abilità tecnica ed eleganza nel dipingere la troviamo ad Assisi sulle pareti dell’oratorio dell’ospedale dei Pellegrini. Morì a Foligno nel 1506.

Nei pressi di Porta Romana si trova viale Luigi Chiavellati. Nato a Terni nel 1902, Chiavellati conseguì la laurea in medicina presso l’università di Perugia e successivamente ricoprì il ruolo di sottotenente medico di complemento. Mentre era medico condotto a Foligno, fu richiamato alle armi nell’ottobre del 1935 e con il grado di capomanipolo medico raggiunse l’Africa orientale. Cadde in combattimento nel gennaio del 1936 a Passo Uarieu. Fu decorato con la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

A Orazio Antinori è dedicata una via nella frazione di Borroni di Foligno. Orazio Antinori nacque a Perugia ed è stato un esploratore e tra i più stimati conoscitori italiani del continente africano sia centrale che orientale. Iniziò fin da piccolo a interessarsi all’ornitologia per poi studiare storia naturale a Perugia e Roma. Caduta la repubblica romana (1849) si dedicò ai viaggi in Grecia, Egitto e Sudan. Nel 1853 iniziò la sua attività di esploratore in Africa e nel 1876 guidò la Grande Spedizione avendo come meta i laghi equatoriali dell’Africa Orientale. Un fortuito ma grave incidente di caccia lo privò della mano destra e dopo una breve malattia morì nel 1882 a Lèt-Marefià in Etiopia.

 

Orazio Antinori

 

Nella zona di Prato Smeraldo troviamo via Petronio Barbati. Discendente da una nobile famiglia nacque a Foligno verso la fine del 1400 o all’inizio del 1500. Petronio Barbati si laureò in diritto civile e canonico, professò l’avvocatura ma soprattutto si dedicò agli studi letterari e alla poesia. Una sua commedia fu recitata nel 1549. Verso gli ultimi anni della sua vita, amareggiato da certi fastidiosi intrighi familiari che gli fecero venire in odio la sua città, si trasferì a Roma dove ottenne un posto da segretario presso un cardinale. Le poesie del Barbati furono raccolte e pubblicate col titolo: Rime di Petronio Barbati gentiluomo di Foligno estratte da varie raccolte del secolo XVI e dai suoi manoscritti originali. Si sa che restò privo di un occhio, e che morì a Foligno, mentre era segretario del cardinale Caetani il 22 novembre 1554.

Sempre nella solita zona di Foligno troviamo via Tignosi. Niccolò Tignosi nacque il 30 marzo 1402 a Foligno da una famiglia eminente. Studiò arti e medicina a Perugia, Siena e Bologna. Già negli anni accademici 1424-25 e 1425-26 è attestato come docente nell’università di Perugia nel settore disciplinare di arti e medicina. Si stabilì temporaneamente a Firenze intorno al 1440 per un incarico diplomatico ricevuto dal governo perugino e proprio agli anni fiorentini risalgono le opere di Tignosi che ci sono conservate. Nel 1471 lo troviamo a Todi dove esercita la pratica medica al servizio del Comune. Morì nel 1474 a Pisa dove continuava a insegnare; fu sepolto nel locale convento di S. Croce in Fossabanda.

Vicinissimo a via Tignosi è dedicata una via allo storico e notaio Durante Dorio. Nato a Leonessa nell’attuale provincia di Rieti intorno al 1571 (non è certa la sua data di nascita) lavorò come cancelliere e notaio. All’età di 30 anni fu raccomandato per un lavoro presso la cancelleria criminale di Foligno. Sempre a Foligno ricoprì il ruolo di cancelliere della Curia, e proprio a Foligno iniziò la sua attività di ricercatore e storico. La città gli diede la cittadinanza nel 1632 e Durante Dorio vi acquistò una casa dove costruì una piccola cappella. Malgrado le sue tante ricerche e i suoi tanti scritti, la sola opera pubblicata fu Istoria della famiglia Trinci pubblicata nel 1638. La morte lo raggiunse la vigilia di Natale del 1645 a Foligno.
È emerso dunque un mosaico di biografie non comuni, di vicende personali, di differenti estrazioni sociali e professioni. Sono piccole storie di personaggi minori ma che comunque hanno lasciato traccia nell’identità della città di Foligno.

«L’ispirazione mi viene da dentro, non c’è un momento preciso. Ora l’obiettivo è lanciare il marchio MR». 

Monia Romanelli

Monia Romanelli è un’artista che si esprime attraverso la tela, ma anche attraverso abiti e accessori. Un’arte astratta e contemporanea che vive di colore ed estro: «Ho iniziato a 19 anni, ma la pittura è nel mio DNA da sempre. Ora voglio affermarmi con il marchio MR e magari portare i miei lavori a New York».    

 

Chi è Monia Romanelli?

Sono una pittrice, un’artista. Ho realizzato diverse opere, poi nel 2015, partendo dai miei quadri, ho pensato di unire arte e moda creando dei foulard in seta stampati con i miei disegni. Ho fuso, in questo modo, due settori che amo.  

 

L’arte è una passione che hai fin da bambina?

Ho iniziato a 19 anni, circa. Ma l’arte c’è nel DNA della mia famiglia, perché mio zio, mia zia e mia cugina, sono artisti e sto coinvolgendo anche le mie figlie.

Come definiresti i tuoi lavori?

Faccio molta ricerca in chiave contemporanea. Una mia produzione sono I mosaici dell’anima, una finestra dove guardare i sogni e le ambizioni con una geometria molto pensata e tridimensionale. Ogni tessera della tela è una finestra sul mondo e nell’insieme è proprio il mondo con la sua complessità che vuole essere rappresentato. Ogni tessera è diversa dall’altra, ha un suo cuore, una sua luce pura e uno suo stile.

 

I mosaici dell’anima

Moda o arte: qual è il settore che preferisci? 

A me piace creare, quindi amo sia l’arte sia la moda. In questo momento sto puntando a lanciare il marchio MR, anche se ovviamente non tralascio l’arte, perché è proprio dalle mie creazioni che nascono le stampe per i capi. Con molta fatica e impegno cerco di coniugare i due settori.

Come avviene la realizzazione?

La stoffa e la pelle – per foulard e borse – le faccio stampare dopo aver scelto tra le mie opere; ora sto creando anche una linea di magliette dipinte a mano, come dipinti a mano sono gli orecchini. Parto sempre da un mio quadro per creare il prodotto.   

C’è un momento preciso in cui arriva la tua ispirazione?

Vado molto a periodi. Come ogni artista ci sono momenti che non creo e altri più intensi che magari in tre mesi faccio anche 50 opere. Realizzando opere astratte l’ispirazione viene da dentro di me, devo sentire l’opera interiormente, quindi non c’è un momento preciso.

C’è un’opera a cui sei particolarmente legata?

Sì, ce n’è una in particolare che sento molto vicina: è un mosaico dell’anima con uno sfondo nero.

Hai di recente aperto una boutique in centro a Perugia…

Esatto, ho rilevato da circa un mese una boutique che era un’attività già avviata in cui ho inserito il mio brand MR – vendendo foulard, camicie, borse e altro – ma ho anche mantenuto le altre marche già presenti in negozio. Mi sto impegnando al massimo in questo nuovo progetto.

Se l’Umbria fosse un’opera d’arte, come la rappresenteresti?

La rappresenterei con mosaico che ha poche aperture ed esprime molta chiusura. Amo l’Umbria perché ci sono nata e ci vivo, ma è una regione molto chiusa, in netta contrapposizione con la mia arte che è aperta e all’avanguardia. Quindi realizzerei un mosaico abbastanza chiuso.

 

I mosaici dell’anima

Il tuo sogno?

Come prima cosa sviluppare il marchio MR, creando anche una serie di abiti. Se devo sognare in grande, vorrei portare a New York la mia arte e poi andarci a vivere.

Quali sono le tue riflessioni sul mercato dell’arte oggi in Italia?

È un mercato molto difficile. Un artista deve farsi valere e far valere le proprie idee e le proprie opere. Questo, in Italia e nel mondo in generale, è molto complicato. Però, chi fa arte, la fa a prescindere dal mercato o dai vantaggi che ne può ricavare; la fa per un’esigenza personale interiore, per un desiderio innato.

 


Per saperne di più

Durante la celebrazione di S. Andrea, il patrono dei pescatori, è avvenuto l’incontro con alcuni pescatori del Trasimeno, dove si sono raccontati con aneddoti e ricordi. Gente “tosta”, che continua quest’antica arte millenaria con grande sacrificio e passione. I pescatori sono di poche parole ma quando parlano sono concreti. Durante l’incontro hanno presentato diverse problematiche del loro mestiere, tra cui quella inerente al trasferimento del loro sapere alle generazioni future, che sono esigue e difficili da reperire rispetto alle possibilità che questo lavoro offre.

Andrea era un discepolo di Gesù e faceva il pescatore sul lago di Tiberiade. I pani e i pesci del miracolo della moltiplicazione furono indicati da Andrea a Gesù, come si racconta nella descrizione riportata nel Vangelo di Giovanni. Il 30 novembre è la sua ricorrenza religiosa e molte comunità di pescatori, non solo italiane, festeggiano il loro Sant’Andrea.

 

Pescatori del Trasimeno, foto di Andrea Pagnotta

 

Sul lago Trasimeno, i pescatori della costa Ovest, come quelli incontrati a Castiglione del Lago, riconoscono in Sant’Andrea il loro Santo, mentre quelli della costa Est riconoscono i loro protettori in San Spiridione e San Feliciano.
Il Trasimeno è speciale anche per questo. Il raduno in occasione della ricorrenza patronale è stato voluto fortemente da Guido Materazzi, pescatore/ristoratore nonché presidente dell’ARBIT (Associazione Recupero Barche Interne Tradizionali) che recentemente ha varato una tipica barca in legno da pesca del Trasimeno, datata nella seconda metà del secolo scorso. La barca è stata ripristinata con un lavoro certosino di Guido Materazzi stesso e di Andrea Sedini e, per l’occasione, i due restauratori l’hanno denominata La Dotta. Complimenti all’ARBIT, per la missione onorevole che svolge.
Dopo la celebrazione del Patrono ci si è ritrovati in un momento conviviale, proprio presso il ristorante La Capannina di Guido, dove molti pescatori hanno sottolineato alcune questioni sia complesse sia preoccupanti, ma hanno anche espresso dei suggerimenti per affrontare e superare i costanti momenti difficili del loro nobile lavoro.
Presenti, tra gli altri, oltre a un nutrito e ben rappresentato gruppo di pescatori, il sindaco di Castiglione del Lago, Matteo Burico, il presidente della Cooperativa Pescatori del Trasimeno di San Feliciano, Aurelio Cocchini, il presidente dell’altra Cooperativa del Trasimeno Stella del Lago con sede a Panicarola, Ivo Bianconi, e poi Niccolò Bacoccola di Confagricoltura.

Pescatori, foto di Andrea Pagnotta

Si è ribadito più volte, durante l’incontro, che il basso livello idrometrico del lago mette in evidenza moltissime difficoltà e necessità. Come l’annoso problema dell’adduzione dell’acqua al bacino lacustre, l’eccessiva differenza rispetto allo zero idrometrico, l’accesso difficoltoso nei varchi portuali dovuto all’interramento e relativo innalzamento del fondale, il clima sempre più caldo e la scarsa piovosità, i dragaggi mancati da anni, l’arretramento e la scarsità del canneto, il mancato supporto economico o finanziamento verso chi vorrebbe principiare a fare questo mestiere, il sostegno per una formazione istituzionale iniziale e continua per gli operatori del settore; manca la tutela economica della coppia di pescatori che stanno sempre insieme in barca se uno dei due dovesse assentarsi per malattia o infortunio, il riconoscimento previdenziale ancora lontano da essere tale come lavoro usurante.
Stiamo parlando dell’importanza antropologica della pesca al Trasimeno, in particolare dei suoi pescatori e delle loro famiglie che, con il loro lavoro, il loro sapere e le tradizioni, per secoli hanno dettato i tempi delle comunità lacustri e continuano ad armonizzarsi con i periodi attuali, imperterriti nella cattura e lavorazione del pesce. Un’attività di sacrifici quella del pescatore, che viene tuttora perpetrata con metodi ancestrali che giungono immutati da epoche remote e che attualmente, purtroppo, non viene ancora sufficientemente valorizzata e tutelata.
Intorno al mondo della pesca ruotano tutta una serie di attività connesse che vanno da chi fa le reti alla riparazione dei motori, dalla trasformazione al commercio del pesce e molto altro. Ormai, da qualche tempo, alcuni pescatori hanno preso vie innovative per l’integrazione reddituale, come la Cooperativa Pescatori di San Feliciano e alcuni singoli altri, rappresentate dall’ittiturismo e dal pescaturismo.
I pescatori sono i veri guardiani del lago, conoscono bene i suoi umori, solcandolo tutti i giorni con i loro barchini, e percepiscono le energie che esso sprigiona. A volte il lago ti accoglie e a volte ti respinge e come dice saggiamente Guido Materazzi: «È facile amare il Trasimeno ma è molto difficile farsi amare da lui».

 

Il frutto del loro lavoro, foto di Andrea Pagnotta

 

Si conosce poco del mondo dei pescatori, che è ricco di storia, natura, tradizioni e cultura… ma di certo essi sono un fondamentale simbolo del Trasimeno. L’invito è quello di conoscerli meglio, nel loro silenzioso e incessante lavoro fatto da mani che strigano, tirano, arsettano, gettano, remano, vanno a muscolare, pescano, paitellano, scanellano, vanno a puntone, giacchiano.
Va salvaguardato il pescatore professionista che ogni giorno se la deve vedere con un gran numero di problemi, a partire dai cambiamenti indesiderati dell’ambiente lacustre, anche perché rappresenta l’ultimo custode indefesso delle radici lacustri con storie, segreti, tradizioni e aneddoti da preservare e raccontare.

Probabilmente non tutti sanno che uno dei padri della grafica italiana era umbro, in particolare orvietano.

Si tratta di Piergiorgio Maoloni, un designer visionario che è stato in grado di anticipare i tempi e di realizzare, grazie al suo talento e alle sue intuizioni, il restyling di alcuni fra i più importanti giornali italiani fra cui, per citarne alcuni, «La Stampa», «Il Messaggero», «L’Unità», «Avvenire».

Piergiorgio Maoloni, foto di Orvietosi.it

Questo personaggio, che è stato in grado come pochi altri di dare forma alle notizie, nacque a Orvieto il 9 giugno del 1938. Definito l’architetto dei giornali, amò molto Vienna e New York e fu in grado di guardare con attenzione a ciò che accadeva nel resto del mondo, annotando evoluzioni ed esperienze e traendovi ispirazione per il suo lavoro.
Con la sua opera è stato in grado di elaborare un nuovo equilibrio fra contenuti e spazi, ha esaltato l’utilizzo delle immagini, ha dato respiro alle pagine dei giornali che, insieme a lui, si sono liberate da schemi opprimenti e antiquati. Il suo contributo all’evoluzione della grafica editoriale è stato determinante, la capacità di mettersi in ascolto delle esigenze comunicative delle redazioni, ha fatto sì che la grafica diventasse un elemento fondamentale nella valorizzazione ed enfatizzazione dei contenuti, assumendo così un ruolo da protagonista nella divulgazione della notizia.

 

Scomparso Maoloni nel 2005, il suo importante e ricchissimo archivio professionale, costituito in anni di lavoro, raccolta e ricerca, è stato donato dalla famiglia di Maoloni al Comune di Orvieto che nel 2018 ha avviato il progetto Da Orvieto al mondo. Piergiorgio Maoloni a 80 anni dalla nascita per valorizzare lo straordinario lascito. Il percorso per rendere fruibile l’archivio – attualmente conservato al secondo piano di Palazzo dei Sette – e metterlo a disposizione della comunità non si è ancora concluso, ma è intenzione dell’amministrazione comunale spostarlo al Centro Studi per aprirlo finalmente al pubblico.
In occasione della serata di quel 22 dicembre 2018, data di presentazione del progetto Da Orvieto al mondo. Piergiorgio Maoloni a 80 anni dalla nascita, Angelo Rinaldi, art director de «La Repubblica», dichiarò: «Il piccolo passo fatto dall’Amministrazione Comunale di Orvieto, ovvero una serata in ricordo di Piergiorgio Maoloni in cui si presenta l’idea di un progetto che valorizzi un Maestro della grafica italiana, è una cosa che trasformerà questo settore professionale in quanto Piergiorgio era molto conosciuto e apprezzato a livello mondiale, quindi rendere fruibile il suo lascito culturale al grande mondo di studenti, professionisti e appassionati non solo italiani ma anche stranieri è una intuizione felice».
Aspettiamo allora con ansia di poter visitare questo tesoro per rendere ulteriore merito a un umbro che, con il suo lavoro, ha fatto davvero la differenza e che può ancora regalare spunti e ispirazione alle giovani generazioni di grafici.

Giulio Gigli, giovane chef di successo che dell’uso della materia prima, della stagionalità e dei prodotti tipici del territorio, ha fatto il suo credo: la tradizione viene abbinata alle sapienti tecniche culinarie apprese durante le sue importanti esperienze fatte in ristoranti stellati internazionali e in varie parti del mondo.

Aglione, foto di Andrea Di Lorenzo

Qualche tempo fa ho incontrato Giulio a casa mia e, durante un’amabile chiacchierata sull’aglione, ce ne siamo raccontate sui pregi e sulle caratteristiche di questa eccellenza da poco riconosciuta come risorsa genetica autoctona di interesse agrario inscritta nel registro della Regione Umbria, grazie alle pratiche istruite dal Parco 3A-PTA, in particolare dall’ufficio gestito da Luciano Concezzi, con protagoniste Livia Polegri e Marta Gianpiccolo che hanno istruito la domanda di richiesta, in aggiunta a un contributo del vostro inviato lacustre, che è stato coinvolto in merito.
La premessa è dovuta, anche perché la chef nonché produttrice di grani antichi Valentina Dugo, ha innescato il contatto con Giulio Gigli, a proposito dell’aglione. E da qui nasce l’interesse di chef Giulio, che venne a casa mia prima di andare in Slovenia per una sua consulenza destinata a un noto ristorante stellato, dove portò anche l’aglione come prodotto tipico da utilizzare in quel luogo. Per dare un seguito e condivisione al nostro incontro, preparai a Giulio la mia ricetta della pasta all’aglione, che ha molto apprezzato e non solo a parole.
Successivamente ci sono stati altri incontri, dove Giulio mi fece degustare una bontà unica, quella dei fiori d’aglione preparati secondo la sua tradizione familiare… una squisitezza.
Giulio, durante le nostre amabili conversazioni, mi ha raccontato del suo progetto, della sua filosofia di proporre piatti della tradizione con l’innovazione a fargli da spalla e di realizzare un orto per la stagionalità dei prodotti da usare nelle sue ricette.

Tutto molto bello e suggestivo… e Giulio ce l’ha fatta! Bravo! L’uso dell’aglione, della roveja, della fagiolina del lago Trasimeno, del sambuco viene affiancato dai frutti della terra del periodo che produce il suo orto, che Giulio ha realizzato negli spazi adiacenti il suo ristorante che apre alla stagionalità, tipicità, unicità dei prodotti che, dal vicino campo, porta in tavola. Il tutto arricchito dalle tecniche culinarie che lui utilizza con gran maestria, dopo averle fatte sue dalle cucine dei ristoranti famosi e stellati dove ha lavorato.

Lo chef Giulio Gigli, foto di Andrea Di Lorenzo

La sua nuova fucina culinaria si trova a Capodacqua di Foligno, è il ristorante UNE, un antico mulino ad acqua del Quattrocento, la sua struttura è visibile all’interno dei locali, ristrutturato in modo molto capace e accogliente che fa sentire subito a proprio agio e captare il messaggio che Giulio con il suo progetto, ha voluto imprimere e donare ai suoi visitatori/degustatori. Infatti UNE significa acqua in antico umbro e qui di acque ne siamo circondati oltre che di sapori, profumi, tradizione e innovazione.
Il progetto di Giulio Gigli, chef d’avanguardia in nome della tradizione, ha come mission quella di deliziare nel palato e nella mente i degustatori che vorranno apprezzare i prodotti tipici stagionali trattati con eccellenti tecniche culinarie stellate. Un’ottima scelta di vini da abbinare ai piatti, completa l’intrigante offerta gustativa.
La mia visita presso il ristorante di Giulio, ben conferma quanto scritto. Vale la pena andare a Capodacqua di Foligno, al ristorante UNE, dove le stagionalità dei prodotti alimentari vi aspettano sui tavoli del ristorante, provenienti direttamente dall’orto di Giulio Gigli, chef di successo, che parla con nuovi e incantevoli linguaggi d’arte culinari, tutti da percorrere per straordinarie e indimenticabili esperienze di gusto!

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