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Il 24 settembre comincia la seconda edizione di “Orvieto, Città del Gusto, dell’Arte e del Lavoro”, evento promosso da Fondazione Cotarella e Consorzio Orvieto Way of Life, realizzato con il contributo del Gal Trasimeno Orvietano e con il Patrocinio del Comune di Orvieto, che prevede cene con chef stellati, meeting di approfondimento e di assaggio con prodotti e vini del territorio, workshop, incontri sul tema dell’alimentazione, passeggiate culturali ed enogastronomiche, mostre dedicate all’arte del merletto e della ceramica, immersi tra le mura di Orvieto e la natura umbra.

È stata presentata la seconda edizione di Orvieto, Città del Gusto, dell’Arte e del Lavoro che avrà luogo dal 24 settembre al 2 ottobre, un omaggio al Rinascimento Umbro dove la bellezza incontra l’enogastronomia e il mondo del lavoro. Momento clou di questa edizione sarà il primo weekend di ottobre che vedrà tre convegni e le passeggiate gastronomiche tra le vie medievali della città dove si potranno gustare piatti tipici e vini del territorio. Presenti sul palco istituzioni e partner dell’evento che hanno evidenziato la necessità di raccontare non solo la città di Orvieto, ma tutta l’Umbria con le sue tante bellezze artistiche ed enogastronomiche. L’obiettivo della manifestazione è voler diventare un punto di riferimento per la politica, le imprese, le istituzioni che devono fare sistema e creare sinergie per valorizzare il territorio in tutte le sue forme e sfaccettature.

 

 

Questa Regione infatti ha dato i natali ad artisti del calibro di Bernardino Pinturicchio, Raffaello Sanzio (urbinate di nascita ma umbro di formazione), Pietro Perugino e Luca Signorelli. È proprio di questi ultimi che Orvieto e la Regione Umbria vogliono festeggiare i 500 anni dalla loro morte, che si celebrerà nel 2023.

La presentazione è stata aperta da Dominga Cotarella, founder, insieme alle sorelle Marta ed Enrica di Fondazione Cotarella, e Giuseppe Santi, presidente del Consorzio Orvieto Way of Life e Confcommercio Orvieto. Quest’ultimo ha sottolineato «l’importanza di avere idee chiare e fare squadra per creare un sistema dove le esigenze delle imprese e le scelte di chi amministra siano sinergiche e orientate allo sviluppo dei nostri territori. Uno dei pilastri della manifestazione sarà la passeggiata enogastronomica per le vie e piazze della nostra Orvieto, lungo le quali oltre a degustare le nostre eccellenze, sarà possibile percepire il totale coinvolgimento dei giovani grazie all’importante collaborazione con l’istituto per l’istruzione superiore artistica, classica e professionale della nostra città». Dominga Cotarella ha proseguito evidenziando come «la bellezza non sia sufficiente per promuovere un territorio dall’enorme potenziale di cui ancora non si ha piena consapevolezza. Sono sempre più convinta che si debba lavorare sul territorio e con il territorio. Non esiste niente di più redditizio che vivere il territorio come una risorsa a cui prestare estrema attenzione, creando un rapporto di complicità e sinergia con le imprese e contribuendo a rafforzare il genius loci». Una premessa condivisa dall’importante parterre di relatori, moderati dal giornalista televisivo Bruno Vespa, che hanno fornito molti spunti interessanti.

 

 

La città, dotata di un patrimonio storico ed artistico unico nel suo genere, sarà la protagonista dell’evento, come ha spiegato la sindaca di Orvieto, Roberta Tardani. «Ho sostenuto con entusiasmo questa iniziativa, che coniuga le ricchezze storico, artistiche e culturali di Orvieto con quella della nostra tavola, che rappresenta senza dubbio uno dei punti di forza della nostra città, che nella cucina e nei prodotti tipici trova un grande veicolo di promozione. Particolarmente importante aver inserito nel programma i temi della sana alimentazione e soprattutto del lavoro e della formazione. Conosciamo i problemi dei nostri operatori che faticano a trovare personale adeguato e preparato e sappiamo quanto sia importante la formazione e gli investimenti dei privati per elevare la qualità dell’accoglienza sul nostro territorio e quindi puntare anche a un turismo di qualità. Questo progetto sarà importante anche per la candidatura di Orvieto a Capitale italiana della cultura per il 2025».

«La Bellezza nella Bellezza» spiega Francesca Caproni, Direttore Gal Trasimeno Orvietano che ha anche sottolineato che «una delle motivazioni che ci ha spinto con fierezza a sostenere questa edizione è la capacità di portare la manifestazione anche oltre i confini locali, coinvolgendo il pubblico delle aree limitrofe, come la zona del Trasimeno. Il progetto ha anche un’importante ricaduta economica sul territorio e sui giovani, grazie al lavoro di squadra tra le istituzioni e le imprese». Concetto, quello di un sistema tra pubblico e privato, confermato da Donatella Tesei, Presidente della Regione Umbria, che ha sottolineato l’importanza del potenziamento delle infrastrutture che permettano un collegamento più agevole anche con i luoghi più nascosti e straordinari della nostra Regione. Proprio per questo stiamo continuando a lavorare alla confluenza di alcune importanti linee aeree sull’aeroporto di Perugia, così da potenziare e rafforzare il flusso del turismo in Umbria. «Un turismo la cui promozione è assegnata a ogni singola regione e non a un unico ente nazionale non può funzionare» spiega Marina Lalli, Presidente di Federturismo, «per cui il confronto con la Francia è talvolta schiacciante. Il turismo è un’industria che crea un indotto. Dobbiamo imparare a vendere la bellezza e far innamorare gli stranieri del nostro stile di vita e della nostra gastronomia, raccontando la forza del sistema Paese ma enfatizzando le peculiarità di ogni singola Regione e Borgo».

 

 

Con il suo intervento il Presidente Coldiretti Ettore Prandini ribadisce che «dobbiamo vendere l’Italia e la sua biodiversità, un patrimonio di immenso valore di cui non siamo abbastanza consapevoli, ma che ci rende unici al mondo. L’Italia è il paese più sostenibile d’Europa, ma questo non ci esclude dalla grande crisi energica che colpisce tutti i settori, in particolare l’agroalimentare». Concetti espressi anche da Silvio Barbero, vice presidente dell’Università delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Slow Food: «un territorio che vuole guardare al futuro deve farlo con un approccio interdisciplinare e olistico, con una transizione ecologica anche sui temi legati al cibo e all’arte e sviluppare progetti virtuosi di formazione, sensibilità culturale, e relazioni con il territorio dove un alimento ha messo radici».

«Il turismo è un asset strategico” chiarisce Giorgio Mancaroni, Presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, sempre più attiva nella promozione delle tante bellezze, paesaggistiche, storiche, culturali, che assieme alle eccellenze enogastronomiche e a spettacoli di caratura internazionale rendono unica la nostra Regione». «La ristorazione è il principale motore del turismo italiano, ma manca una politica industriale di settore ed è giunto il momento di una riforma del sistema della formazione continua” precisa Roberto Calugi, Direttore Generale F.I.P.E. “La ristorazione, gestita da imprenditori sempre più consapevoli, è o può diventare una vera e propria agenzia di tutela e valorizzazione del territorio, ma non ci si può improvvisare». «L’investimento in scienza e tecnologia è uno degli elementi chiave per lo sviluppo economico, sociale e culturale. Un Paese che cresce è un Paese che investe sui giovani e sul futuro, ossia sulla Ricerca, che dello sviluppo e del futuro è il motore principale» commenta Gino Nicolais, Professore Emerito dell’Università di Napoli Federico II e Presidente Materias.

«A Orvieto si possono respirare tanti segni del bello» sottolinea Giuseppe Cerasa, Direttore delle Guide di Repubblica. «È una terra con un immenso patrimonio architettonico, culturale, paesaggistico, enogastronomico; l’arte trova proprio sulla rupe e il suo territorio un ventaglio ricco di sfumature, di tradizioni, di linguaggi diversi: dall’arte dei merletti alle ceramiche, dagli ingredienti gastronomici al vino. In particolare quest’ultimo, così importante per il nostro paese Italia, ma soprattutto per una città come la nostra che al vino concede il proprio nome, Orvieto Doc, così come altre città italiane diventate famose per le proprie produzioni enologiche».

«Come il territorio deve essere consapevole del proprio potenziale, è altrettanto giusto che questa consapevolezza accompagni chi scrive e racconta da anni, con grande passione, dedizione e professionalità, uno degli ingredienti più importanti del made in Italy italiano, la cucina Italiana» commenta Paolo Marchi, giornalista e ideatore di Identità Golose. «Il giornalismo gastronomico italiano deve essere orgoglioso e conscio del proprio valore comunicativo e della propria identità». In conclusione, Dominga Cotarella ha sottolineato come «dalle parole bisogna passare ai fatti. Da qui al maggio 2023 ogni mese faremo un evento, con protagonista la ristorazione del territorio e uno chef stellato, perché dai più bravi bisogna imparare e non averne paura. Se il territorio è concepito come azienda, con identità sempre più chiara e fatta di persone, diventa intuitiva la necessità di formare il capitale umano che vi opera, per permettere uno sviluppo concreto e coerente. Nasce da questa considerazione il Master in Turismo sostenibile, organizzato da Luiss Business School in collaborazione con l’Accademia di alta formazione Intrecci, che inizierà il 24 ottobre prossimo e che avrà proprio l’obiettivo di formare i futuri Manager del Territorio». In chiusura della presentazione si è svolta una degustazione presso il Palazzo dei Congressi con i prodotti tipici di Campagna Amica, l’Amatriciana dello chef Gianfranco Vissani in abbinamento ai vini del Consorzio Orvieto Doc, e tutti gli ospiti sono stati omaggiati con una copia della Guida di Repubblica dedicata a orvieto. Organizzatori della manifestazione Fondazione Cotarella e quattro imprenditori lungimiranti del Consorzio Way of Life (Giuseppe Santi, Giuliano Portarena, Alfredo Branca e Riccardo Cristorori).

 

Programma di Orvieto, Città del Gusto, dell’Arte e del Lavoro

Tre le cene stellate del mese di settembre si comincia lunedì 26 settembre con la famiglia Iaccarino del “Don Alfonso” (2 stelle Michelin), martedì 27 settembre sarà la volta della famiglia Cerea del Ristorante “Da Vittorio” (3 stelle Michelin), giovedì 29 settembre il protagonista sarà l’enfant prodige della pizza napoletana Ciro Oliva con la sua pizzeria “Concettina ai tre Santi”.
Tra i workshop segnaliamo quello sull’olio il 24 settembre “L’olio extravergine di oliva: se lo conosci ti cambia la vita!” con Nicola Di Noia, Direttore Generale UNAPROL e AD Evooschool e il 26 “L’Orvieto allo specchio”, tavola rotonda con i produttori del Consorzio Vini Orvieto.
Per il primo week end di ottobre ci saranno tre worshop: il 30 settembre alle ore 17.00 “A tavola con la scienza: la salute dell’uomo passa anche dal legame con la natura e i suoi prodotti” a cui seguirà degustazione di presidi Slow Food del territorio presso i Giardini dell’Opera del Duomo; il 1 ottobre alle ore 11 “Giovani, formazione ed enogastronomia come leve per lo sviluppo dei nostri territori” e infine il 2 ottobre alle ore 10:30 “Alimentarsi di vita: il rapporto con l’ambiente, con la natura e con il cibo” e alle ore 16:00 il laboratorio di a cura di Valentina Dallari, autrice dei libri “Non mi sono mai piaciuta” e “Uroboro”. Questo fine settimana avrà come protagonista la passeggiata eno-gastronomica che darà visibilità alle piccole imprese locali e ai loro prodotti, legandoli alle bellezze paesaggistiche e artistiche di Orvieto. La formula è quella del pranzo itinerante che attraverserà le principali vie e piazza per fare tappa al palazzo del Capitano del Popolo, il complesso del San Giovanni dove ha sede l’enoteca provinciale e ancora quello di San Francesco e Santa Chiara, la chiesa di Sant’Andrea con i suoi sotterranei fino al Duomo, simbolo della città nel mondo.


Per maggiori informazioni:

https://www.facebook.com/orvietogustoearte
https://www.instagram.com/orvieto_gusto_e_arte/
http://orvietogustoearte.it

Ingredienti per 4 persone:

  • 800 gr. di frattaglie di vitello (cuore, fegato, polmone)
  • 1/2 cipolla
  • mezzo bicchiere scarso d’olio
  • mezzo bicchiere di vino bianco
  • sale
  • pepe
  • 300 gr. di pomodoro.

 

Preparazione

Lavate bene le frattaglie, tagliatele a pezzi regolari e ponetele in una teglia; aggiungete cipolla tritata ed affettata sottile e condite con olio. Fate rosolare per 5 minuti a fuoco vivo, sfumate con il vino e aggiungete il pomodoro, il sale e il pepe; quindi portate lentamente a cottura, se necessario allungate con acqua calda.

 


da Un secolo di cucina umbra di Guglielma Corsi.

Ingredienti

  • 2 palombe
  • due spicchi d’aglio
  • due rametti di rosmarino
  • un ciuffo di salvia
  • due fette di cipolla
  • tre cucchiai di olive nere essiccate al forno e snocciolate
  • circa mezzo litro di vino rosso
  • una spruzzata di aceto di vino
  • olio extravergine di oliva
  • sale

 

 

Preparazione

Una volta che le palombe sono spennate e private del gozzo vanno sviscerate e le interiora ben pulite. Sminuzzare poi sul tagliere gli odori, l’aglio, la cipolla, le olive e le interiora delle palombe. Chi ha un camino e tempo a disposizione, potrà rinnovare un rituale secolare mettendo il preparato a cuocere sul fuoco in un tegame di rame allungato (la leccarda) con dell’olio, vino rosso di buon corpo, sale e una manciata di pepe nero. Sopra disporre le palombe allo spiedo e spennellate frequentemente con il sughetto della leccarda dove, una volta filtrato il composto, le palombe finiranno di cuocersi. Chi non ha il fuoco si accontenterà di una cottura al passo con il tempo, ma non per questo meno appetitosa. Allora niente leccarda ma un tegame in alluminio dove far soffriggere olio extravergine, con sale e pepe, quando prima era stato preparato. Poi una spruzzata di aceto e di vino rosso, lasciar cuocere finché non si sarà ristretto di circa la metà, provvedendo quindi a passare il tutto. Nel frattempo mettere le palombe, dopo averle untate, salate e pepate, in una teglia. Infornare a 180 gradi per 30 minuti abbondanti.

 


da Orvieto in ricette a cura de Lo Sportello del Cittadino, Italian Edition.

Riconosciuti dalla Regione i primi due distretti del cibo nati in Umbria, area sud-ovest Orvietano e Trasimeno-Corcianese.

È con grande soddisfazione che il Presidente del Gal Trasimeno-Orvietano, Gionni Moscetti, annuncia che è arrivata comunicazione ufficiale che i due distretti del cibo promossi dal Gruppo di Azione Locale, sono stati riconosciuti dalla Regione dell’Umbria e trasmessi al Ministero delle Politiche Agricole per essere annoverati nell’elenco nazionale.
Si tratta del Distretto del Cibo Agroalimentare delle produzioni certificate e tutelate dell’Area Sud Ovest Orvietano e del Distretto del Cibo Agroalimentare delle produzioni certificate e tutelate Trasimeno – Corcianese, entrambe con un territorio più ampio rispetto a quello del Gal stesso, infatti l’area Orvietana comprende oltre i comuni soci Gal anche i comuni di Todi, Montecchio, Baschi e Castiglione in Teverina arrivando a coinvolgere quindi anche un comune della Regione Lazio, mentre il secondo è comprensivo degli otto Comuni del Trasimeno soci Gal, più il Comune di Corciano. Due aree con una forte identità sotto l’aspetto agroalimentare e delle produzioni tipiche di qualità e biologiche, molte le aziende che hanno aderito ai due distretti ed eccellenti centri di ricerca, quali l’Università degli Studi di Perugia e il CNR.
«Un ringraziamento sincero all’assessore alle Politiche Agricole della Regione dell’Umbria Roberto Morroni, primo per aver definito la legislazione regionale in merito non appena insediato e anche per esserci stato vicino e aver creduto nel nostro lavoro che, tra animazione e attività amministrative operative, è durato poco più di un anno. Siamo in attesa dell’uscita del bando nazionale che, quest’anno ricco di risorse, ben 120 milioni di euro a livello nazionale che, auspichiamo possano sostenere anche l’economia umbra, nel settore primario» spiega Gionni Moscetti, Presidente del Gal Trasimeno-Orvietano.
I dettagli delle iniziative saranno presentati in una conferenza stampa che a breve sarà organizzata dalla Regione dell’Umbria insieme al Gal e ai due distretti.

«…Per questo, nei programmi delle feste, le proposte culinarie tendono all’attualizzazione. Gustosi piatti a tema medievale con l’utilizzo di ingredienti semplici e genuini potranno essere serviti da locandieri in costume d’epoca ma questa cucina calata nel passato, come per darle più sapore, sarà disegnata secondo i parametri d’oggi. Il Medioevo che si rievoca è sospeso tra realtà e fantasia, ma la fantasia fatica ad entrare in cucina: il Medioevo fantastico si esaurisce nei costumi e nelle scene; le ricette sono, nella maggior parte dei casi, quelle di oggi, appena mascherate da un ingrediente insolito o da un nome curioso, ma ben riconoscibili, così da suggerire un viaggio nel passato, però tranquillizzando i commensali che questo viaggio non li porterà troppo distanti da casa». Massimo Montanari, “Gusti del Medioevo. II prodotti, la cucina, la tavola”. Editori Laterza 2012.

Massimo Montanari insegna Storia Medievale all’Università di Bologna, dove è anche direttore del Master in Storia e cultura dell’alimentazione. È considerato uno dei maggiori specialisti di storia dell’alimentazione a livello internazionale. È stato giudice delle nostre gare (Gastronomica e Mercato) e ha partecipato a numerose conferenze organizzate dall’Associazione Mercato delle Gaite. La cucina medievale, nella festa, ricopre un ruolo notevole e negli anni ha appassionato alcuni volontari delle gaite, facendone bravi cuochi ed esperti importanti. E si estrinseca in:

La gara gastronomica

Una delle quattro gare in cui le gaite si sfidano è la gara gastronomica, che impone alle quattro gaite la preparazione di un piatto di carne o pesce (il nostro secondo). Il regolamento prevede, infatti, la preparazione di una vivanda di epoca medievale (periodo 1250-1350) appartenente al territorio europeo. Oggi conosciamo oltre un centinaio di manoscritti di cucina tre-quattrocenteschi, una decina di questi appartengono all’area culturale francese, e altrettanti all’area italiana. Il Liber de coquina di Anonimo trecentesco alla corte angioina, il Libro della cocina di Anonimo trecentesco toscano, il Libro per cuoco di Anonimo trecentesco veneziano, il Libro della cucina del secolo XIV e il Libro de arte coquinaria di Maestro Martino sono i testi a cui abbiamo attinto per affrontare il nostro percorso gastronomico non sempre facile perché le ricette trascurano gran parte della procedura, dando scontato che il lettore già le conosca. Da qui la necessità di provare e riprovare, poiché la cucina medievale è sì una cucina semplice, ma i suoi ingredienti devono essere sapientemente combinati e dosati.  In realtà non è affatto detto che la fedeltà filologica al testo sia il modo migliore per ricostruire la sensazione di un tempo: gli ingredienti non sono più quelli di un tempo e anche noi siamo profondamente diversi dagli uomini e dalle donne di settecento anni fa. Ricostruire la ricetta autentica sarebbe un controsenso, contrario non solo all’arte della cucina che è innanzitutto arte dell’invenzione, ma contrario anche allo spirito più autentico del Medioevo a cui stiamo cercando di dare forma. La quantità incredibile di varianti che si trovano nei ricettari medievali per vivande del medesimo titolo rappresenta la metafora del principio base che ogni bravo cuoco dovrebbe osservare: un testo italiano del Trecento afferma «il discreto cuoco potrà in tutte le cose essere dotto, secondo le diversità dei regni, e potrà i mangiari variare o colorare secondo che a lui parrà». Ogni gaita presenta, dunque, un piatto che verrà a essere giudicato da tre esperti di cucina medievale e di storia dell’alimentazione secondo questi criteri: aderenza del piatto alla ricetta storicamente documentata: ingredienti, tecniche di esecuzione ed eventuale mise en place; la ricetta e la sua fonte; attinenza storica dell’animazione scenica e della scenografia complessive. Questi alcuni piatti gara: Per far pavoni vestiti con tutte le sue penne che cocto parrà vivo, sardamone di carne, daino arrosto in sapore, farinata con carne di cinghiale, spalle de castron implite, Del coppo di castrone, manza e agliata, a empire una gallina, del pastello di capretti.

Questi alcuni giudici: Massimo Montanari, Allen Grieco, Alex Revelli, Rosella Omicciolo Valentini, Maria Salemi, Irma Naso, Galoppini Laura, Isabelle Chabot, Antonella Salvatico, Maria Giuseppina Muzzarelli, Antonella Campanini.

 

Il banchetto medievale

Rappresenta l’evento di apertura del Mercato delle Gaite ed è allestito, dal 2010, nello splendido scenario della piazza medievale, la platea comunis, delimitata dalle chiese romaniche di San Silvestro, San Michele, San Domenico e dal gotico Palazzo dei Consoli. Dal 1989 al 2009 il banchetto veniva allestito nel bellissimo Chiostro di San Domenico. Ogni anno, una gaita è addetta alla preparazione dei piatti, all’allestimento della tavola e all’animazione, seguendo regole precise.
Nella grande abbondanza della cucina medievale c’erano alcune assenze che oggi considereremmo clamorose e che la scoperta dell’America avrebbe colmato. Non esisteva il tacchino, non esisteva il mais, né le patate, né i pomodori, né il peperoncino.
Il servizio della tavola inizia a prendere forma alla seconda metà del Trecento. È a quel punto che si fissano e si codificano alcuni comportamenti che regolano gli atti del personale di servizio. Regista di questo complesso cerimoniale è lo scalco, al quale è affidata la responsabilità dell’organizzazione generale: cura l’andamento della cucina, il servizio, l’allestimento del banchetto; presente pure un trinciante per tagliare la carne e un coppiere che si occupa del rito di lavare le mani all’inizio e alla fine del banchetto e di servire acqua e vino. Il pasto si articola in numerosi servizi successivi, ognuno composto da più vivande, presentate sopra semplici taglieri di legno calcolato per due persone. Presentato il primo servizio sulla tavola i commensali attingono dai piatti di portata posti dinanzi a loro direttamente con le dita, selezionando i bocconi preferiti e posandoli sopra il proprio tagliere e così di seguito servizio dopo servizio. Il pasto si doveva aprire con insalata di erbe, lattuga e frutta dal potere lassativo come mele, ciliegie, prugne. Seguivano minestre e zuppe classificate calde e umide, per la loro funzione di aprire lo stomaco; quindi le carni leggere (polli, capretti); le carni pesanti (manzo, maiale); i pasticci che con la loro crosta temperano gli alimenti che racchiudono; il formaggio; la frutta astringente come castagne, mele cotogne, melograni acerbi; vino speziato e spezie confette, in un percorso alimentare ideale dove lo stomaco deve presentarsi all’inizio libero di accogliere il cibo e alla fine del pasto venir sigillato da sostanze costipanti affinché la digestione si svolga in ambiente perfettamente chiuso. La caratteristica saliente della cucina trecentesca è rappresentata dall’uso costante di spezie: pepe, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, coriandolo, zenzero, galanga, zafferano, cumino. Infatti uno dei caratterizzanti è l’agro sposato al dolce in un connubio espressamente voluto dai cuochi del tempo. Sempre nell’intento di stupire e meravigliare i commensali il cuoco inventa preparazioni multicolori nel tentativo di promuovere l’immagine di una cucina attenta anche alla presentazione e non solo al contenuto: così dal giallo di zafferano e tuorli d’uovo, al blu di more e mirtilli; dal verde scuro del prezzemolo al rosso delle fragole; e poi, ancora, oro, argento, nero (di spezie). Così i cuochi medievali facevano della tavola un vero acquerello di sapori da gustare con gli occhi e il palato. Alcuni dei piatti proposti: fructa fresca et vinum dolci, porrata, raffioli di carne, rosto de castrone cum salsa viridis, Cormary, fritatem de pomeranciis, nucato, ypocras, brodo de ciceri rossi, raffioli gialli, insaleggiata di cipolle, chireseye, gnocchi de cascio fresco, manza e agliata, fava franta, frustello, mostaccioli, chiarea.

 

Le Taverne

Ogni Gaita possiede una taverna dove i visitatori possono gustare i tradizionali cibi medievali, alla luce delle fiaccole e al suono di liuti e vielle. Tratte dagli antichi ricettari del Trecento, gustose immissioni sono servite, profumate di spezie e innaffiate con i vini della più antica tradizione umbra. Le taverne frequentate, ogni sera, da 300, 600, 800 avventori rappresentano l’unica fonte di guadagno che permette alle gaite di affrontare le spese con cui finanziare i loro numerosi progetti, una sorta quindi di autofinanziamento.
Come nel Medioevo, le taverne delle gaite sono un vero e proprio centro di vita sociale, dove gli scambi avvengono sia tra le persone del posto, sia con i forestieri che portano notizie da lontano. Come nel Medioevo ci si ritrova con viaggiatori diversi, mercanti, pellegrini, clerici vagantes, e magari donne di malaffare. Come nel Medioevo l’imperativo è dimenticare le incertezze del mondo e lasciarsi andare al divertimento.  Il poeta Cecco Angiolieri, famoso per la sua vita dissoluta, scrisse in un sonetto: «Tre cose solamente mi so’ in grado…ciò è la donna, la taverna e ‘l dado/ queste mi fanno ‘l cuor lieto sentire». Ogni taverna è gestita dai volontari della gaita: cuochi e cuoche, camerieri e cameriere. La scelta del menu è chiaramente circoscritta a prodotti da taverna, a eccezione del fatto che, come da regolamento, è obbligatorio servire il piatto gara della manifestazione in corso.
Alcuni piatti identificano la gaita: così si possono trovare antipasti e dolcetti de Sancto Giorgio, de Sancto Pietro, de Santo Giovanni e de Sancta Maria; e poi: torta de herbe e cacio, crema di fave e cacio, coratella, zuppa di ceci, zuppa di farro e ortiche, torta bianca con salsicce, lasagne, limonia di pollo, strozzapreti dello speziale, porcona de mastro luca, acqua, vino e cervogia.

 

Cene medievali a tema. Incontri gastronomico-culturali

Nell’ambito della manifestazione, la Gaita Santa Maria si è impegnata fin dall’inizio a conoscere a fondo le abitudini alimentari del Medioevo così da presentare, ogni anno, pietanze che fossero espressione non solo del gusto ma anche della cultura della civiltà medievale: il tutto frutto di una accurata ricerca storico-bibliografica e di una scrupolosa sperimentazione pratica. In questi ultimi anni si sono moltiplicate anche in Italia, le ricerche in chiave antropologica e storica, psicologica e sociologica sul significato della cultura della tavola. Basti pensare a ciò che offre il mercato dell’editoria e quello televisivo in materia di pratica culinaria; una offerta che trova sempre un suo posto in edicola, in libreria e in una trasmissione televisiva. Nella prospettiva, quindi, del fruitore del ventunesimo secolo, attratto dalle cose riguardanti la tavola – e in chiave pratica e in chiave di gusto e comprensione della storia e delle curiosità della cucina – la Gaita organizza dal 2005 delle cene a tema, nel corso delle quali vengono fornite ai fruitori informazioni in merito e che fungono da sfondo a manifestazioni quali conversazioni e seminari. Alle cene, organizzate con il patrocinio dell’Accademia Italiana della Gastronomia Storica e animate da musici e giullari, gli avventori indossano i nostri abiti medievali.

Il Tacuinum sanitatis di Bevagna

Il Tacuinum sanitatis è un manoscritto di medicina medievale che ebbe un grande successo in Italia e in Europa a partire dal XIII secolo. Il testo è la traduzione latina dell’originale arabo redatto intorno alla fine del XI secolo da Ibn Butlan, filosofo e medico di Bagdad. A oggi sono rimasti 16 manoscritti non miniati in Italia (4 a Roma, 1 a Venezia, Bevagna, Pisa, Firenze). Il Tacuinum di Bevagna si presenta come volume di ottima fattura. Sono 40 fogli in carta pergamena, con chiara scrittura italica del XIV secolo, lettere capitali rubricate rosso e azzurro e arricchite di fregi filiformi. Ci appare come un’opera molto moderna per il suo tempo, un testo medico pratico che ha in sé anche uno scopo sociale, quello di comunicare a un pubblico vasto le buone pratiche mediche attraverso dettami semplici e campi di applicazione comuni: dagli alimenti, alle bevande, all’igiene, al riposo e al tempo libero, ai sentimenti, all’arte, alla musica. La trascrizione e la traduzione di questo manoscritto si presenta quindi, per questa sua ampiezza di trattazione, come un’approfondita conoscenza della dietetica e della alimentazione medievale e al contempo come un grande affresco sulle abitudini e stili di vita del tempo.

 «Esiste un problema chiave nel fare cucina storica ed è quello di individuare il corretto confine tra comprensione del passato e adattamento dell’oggi, ricostruzione e rielaborazione, studio filologico (per i libri di ricette) e restituzione pratica (in cucina). Se la cultura gastronomica di una data epoca si può studiare e decodificare con sufficiente esattezza e credibilità, il passaggio a livello sperimentale rimane in larga misura velleitaria. Il fatto è che il soggetto e l’oggetto non sono più gli stessi e la loro educazione sensoriale è diversa; i prodotti sono anch’essi certamente cambiati anche se portano lo stesso nome. Avviciniamoci alle culture, ai personaggi, e agli eventi del passato con impegno e curiosità, ricordando sempre di documentarci in modo preciso e senza presunzione di superiorità. Solo in questo modo ci sarà possibile capire e al tempo stesso divertirci». Massimo Montanari

Volendo scrivere un articolo sulle tradizioni natalizie umbre di una volta, non si trova nulla che non abbia a che fare con il cibo. Avrei dovuto aspettarmelo, considerato quanta importanza diamo alle occasioni di festa: per lo scambio di auguri, certo, ma anche per poter finalmente mangiare delle golosità attese tutto l’anno.

Ho pensato allora di riportarvi la mia esperienza, incuriosita dalle piccole discrepanze nei rituali, nelle preparazioni e nelle modalità di accoglienza di quella che forse è la festa più amata e attesa. Lo spunto proviene dall’osservazione della mia famiglia, nemmeno troppo conservatrice né attaccata alle tradizioni, che pure ha incamerato delle usanze di provenienza sconosciuta che, ripetute nel tempo, hanno finito per cancellare tutte le domande possibili sulla loro origine. Insomma, si seguono certi rituali senza nemmeno chiedersi il perché. Eppure già tra i miei genitori c’era un abisso in fatto di abitudini: mia madre proveniva da una famiglia che aveva vissuto l’incontro epifanico e abbagliante con il progresso tecnico in un periodo in cui lei e le sue sorelle ancora si lavavano in tre dentro un bacile per i vestiti, mentre mio padre, nato in una famiglia di campagna di stampo ottocentesco, conosceva soltanto la fatica della terra e del duro lavoro nei campi. Forse ad accomunarli c’era solo il fatto che c’era poco da mangiare.

 

Cappelletti in brodo

 

Forse è per questo che mia nonna – la mamma di mia madre – quando ci invitava a pranzo per Natale sembrava avesse conservato la crème de la crème delle sue scorte solo per noi, come se tutte le privazioni dell’anno appena trascorso avessero portato a quell’unico momento. Erano finiti da un pezzo i tempi di magra, come c’erano già stati il boom economico degli anni Ottanta e il progresso, ma certe modalità erano rimaste le stesse. Certe cose si trovavano solo a Natale, non si era abituati a soddisfare ogni voglia che si aveva semplicemente mettendo piede in un supermercato: richiederle fuori periodo era impensabile. Da noi la cosa era talmente radicata che il menu natalizio era sempre lo stesso e, se da adolescente confesso di essere diventata irrequieta di fronte a quella proposta sempre uguale, ora non so che darei per riassaggiare il pollo disossato di mia nonna.

Ma andiamo con ordine. La tavola si presentava già apparecchiata, con la tovaglia rossa delle feste e i piattini con gli antipasti già pronti per essere saccheggiati: c’era sempre un crostino con paté di fegatini, una fetta di torta di Pasqua con il prosciutto crudo, una fettina di capocollo e un triangolino di pane da tramezzini con salsa alla maionese e sottaceti, piccolo strappo alla tradizione umbra che, inconsapevolmente, veniva servita ogni anno su quella tavola imbandita.

Dopodiché arrivava lei, la zuppiera fumante ripiena di cappelletti, arrivati lì al termine di una lavorazione dai connotati quasi rituali. Mia nonna e le sue amiche, infatti, durante le due settimane prima di Natale si radunavano ora a casa di una, ora a casa dell’altra per fare i cappelletti, senza i quali la festa non sarebbe stata tale. È vero, ogni anno quelle povere donne dalle mani piegate dall’artrite faticavano sempre di più, borbottando a gran voce e minacciando di smettere con quell’impegnativa pratica, eppure le ritrovavi sempre lì, riunite intorno al tavolo a spettegolare mentre, con una manualità invidiabile acquisita in oltre mezzo secolo di attività, creavano senza sosta tanti piccoli cappelli della stessa misura e dimensione. Il lavoro andava avanti per ore e spesso serviva più di un appuntamento per assicurare alle famiglie delle cinque signore una scorta accettabile. Scorta che poi sarebbe durata fino a Pasqua.

Dopo i cappelletti era il turno del famigerato pollo disossato. La lavorazione era lunga e certosina: nonna disossava un pollo ruspante comprato dal suo amico allevatore con una maestria che a noi nipoti faceva rabbrividire – per le sorti del pollo, è chiaro – e poi lo riempiva con macinato, salsiccia, mortadella, Parmigiano, uovo e pan grattato. Una volta tagliato a fette, veniva ripassato in padella e servito. Inutile dire che facevamo a gara per aggiudicarci le fette più ricche di ripieno. Oggi sono convinta che il pollo disossato di mia nonna fosse una variante della classica galantina umbra, dove però le uova che entrano nel ripieno vengono lessate e il preparato ottenuto va servito freddo, previa cottura in acqua salata in un involucro di alluminio.

Qualche volta aveva fatto la sua comparsa anche la parmigiana di gobbi, altra preparazione tradizionale umbra che aveva affiancato la più tranquilla e imperitura erba cotta – solitamente spinaci – ma la prima regola da seguire durante questi ricchi pranzi di famiglia era lasciare sempre uno spazietto per il dolce, per cui spesso il contorno lo saltavamo a piedi pari.

 

dolci natalizi umbri

Le pinoccate bianche e nere

 

Il dessert era composito come l’antipasto: c’erano il pandoro e il panettone, ma anche i tozzetti fatti a mano dalla nonna, il torciglione e il panpepato. Non mancava niente a parte le pinoccate, con cui mi ero già deliziata nei giorni precedenti grazie a mio padre, grande appassionato di questi dolcetti dalla lunghissima storia. Oggi sempre più rare, per me le pinoccate sancivano l’inizio delle feste, con quella forma da dolcetto stregato, quegli incarti pieni di ghirigori e quell’inconfondibile sapore di pinoli e zucchero.

Dopo il brindisi di auguri, ci si scambiavano i doni e non era insolito sentirsi chiedere: «Che ti ha portato il Bambino?». Sì, perché non tanto tempo fa – parliamo degli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso – non era Babbo Natale a portare i doni ai miei genitori, ma Gesù Bambino.

Erano più che altro i parenti di mio padre a rivolgerci questa domanda, perché loro stessi, da piccoli, erano soliti addobbare un ramo reciso con mandarini e frutta secca per propiziare la venuta del Bambino. È curiosa la crasi fatta, almeno dai miei parenti, tra il Christkind che porta i doni di Natale nel sud della Germania, nella Repubblica Ceca, in Svizzera, in Austria, in Liechtenstein, in Slovenia e in Croazia con San Nicola e Santa Lucia, festeggiati rispettivamente il 5-6 dicembre e il 12-13 dicembre, in Italia come in alcuni Paesi d’Europa. La tipologia dei doni, in particolare gli agrumi, richiama infatti sia le tradizionali offerte che i bambini di alcune regioni del nord Italia lasciano a Santa Lucia (appunto arance, biscotti, caffè, mezzo bicchiere di vino rosso e il fieno per l’asino) sia la storia di carità di San Nicola, che donò tre palle d’oro (molto simili, in effetti, alle più umili arance o ai mandarini) a tre povere fanciulle che rischiavano di essere vendute come schiave.
Non so se questa crasi sia stata fatta consapevolmente, probabilmente vi sono confluiti echi diversi, i cui percorsi si sono smarriti nel tempo. La mia opinione è che i mandarini fossero considerati dei frutti esotici pregiati, adatti a un’occasione speciale o addirittura come regalo. Spesso, infatti, gli stessi agrumi che avevano decorato l’albero erano i regali per i bambini, da sbucciare (e mangiare!) la mattina di Natale.

 


Fonti

www.umbriatourism.it
www.corriere.it
https://www.rivistastudio.com/arance-natale-storia/

L’areale sottendente il lago Trasimeno e le adiacenti Chiane, è ricco di eccellenze enogastronomiche e rappresenta un serbatoio prezioso per una serie di prodotti agroalimentari tipici e unici, che caratterizzano e fanno conoscere questi luoghi a molte latitudini del mondo e sono amati da chi ha avuto la possibilità di apprezzarli. Mi riferisco a tutti quei prodotti che tipicizzano questo meraviglioso territorio, quali il pesce lacustre, i vini, gli oli, le carni, i cereali, i legumi, gli ortaggi che hanno dato vita a piatti tipici, riconoscibili, caratterizzanti e ambasciatori mondiali indiscutibili di bontà e gusto.

Partendo da questi presupposti, con Livia Polegri, l’agronoma del Parco 3A-PTA della Regione Umbria, abbiamo voluto raccontare su queste pagine la ricchezza genetica agroalimentare del comprensorio lacustre che parte dai tempi lontani, in luoghi già antropizzati fin dal Paleolitico, per poi transitare dagli Etruschi e antichi Romani.
Il Trasimeno e la Valdichiana hanno rappresentato un serbatoio alimentare prezioso, variegato e ambito, che nei secoli hanno visto queste terre di confine sotto le costanti mire di possesso e gestione dei poteri politici, amministrativi e militari, anche con lotte e scontri per la supremazia territoriale. Prodotti alimentari dimenticati, sottovalutati e poi ritrovati ce ne sono una miriade e il lavoro di ricerca e di valorizzazione è partito qualche tempo fa.
I semi conservati dentro vecchi barattoli, abitudini mantenute da generazioni e la semina nella terra natia hanno contrastato la coltivazione di alcune specie ormai abbandonate anche a seguito dell’esodo dalle campagne del secolo scorso. In seguito, queste ricchezze genetiche sono state di nuovo individuate, recuperate e poste a disposizione della comunità. I presupposti sono corretti, ma la conoscenza della disponibilità di alcune di queste varietà non è nota ai più; quindi vorremmo approfittare di queste pagine affinché i semi tipici restino in zona, disponibili sul territorio per la sua gente.
Comunque in modo spontaneo e quasi inconsapevole, sono state conservate dagli orticoltori del Trasimeno molte varietà autoctone di fagioli, pomodori, meloni, cocomeri, zucche, cetrioli, cipolle, aglione, sorgo, cavoli, broccoli, broccoletti, rapi, olivo, vite, oltre a specie ittiche come il luccio del Trasimeno, da poco iscritto al Registro regionale delle Risorse Genetiche Autoctone. Alcune di queste varietà hanno rischiato di andare perdute per sempre.

 

legumi tipici umbriLa Fagiolina del Trasimeno

Iniziamo questa carrellata con la Fagiolina del Trasimeno, un legume antichissimo conosciuto dagli antichi Greci, citato da Plinio il Vecchio e poi da Alberto Magno, che lo descrive con semi dai molti colori e con il caratteristico occhio. La prima testimonianza scritta della coltivazione della Fagiolina del Trasimeno risale al 1876, sul Giornale Agrario Italiano.
Riviste specializzate, nel secolo scorso, hanno scritto che la Fagiolina del lago, composta da piccoli fagioli biancastri con occhio bruno, è di facile cottura e molto saporita. Si tratta di una specie diversa da quella del fagiolo, introdotto in Europa dal Nuovo Mondo nel ‘500, e che tra l’altro le ha rubato il suo antico nome phaseolus. La fagiolina viene dall’Africa, ed è giunta in Italia probabilmente grazie agli scambi commerciali che si svolgevano nel Mediterraneo in tempi antichi, sicuramente in epoca preromana.
È noto che la Fagiolina del Trasimeno è stata da sempre prevalentemente destinata all’autoconsumo, ma nel secolo scorso ha rischiato l’estinzione perché, a causa della maturazione scalare, doveva esser raccolta manualmente e quindi occorreva, per la raccolta, un’intensa e costante presenza in campo.

La dottoressa Polegri, a proposito della situazione attuale della Fagiolina del Trasimeno, ha dichiarato: «Ora si coltivano sostanzialmente due tipi, quella tutta bianca e quella di colorazioni miste, mentre prima della riscoperta ogni agricoltore aveva la sua, quindi ci sono accessioni dai semi tutti rossi, o tutti color crema con occhio rosso, o crema con occhio nero, ecc., oppure di due tipi di colorazione (crema con occhio nero e con occhio marrone, oppure grigi con occhio nero e crema con occhio nero, ecc.). La forma bianca senza occhio, rarissima e pressoché assente altrove in Italia, era preferita da alcuni orticoltori, e per il suo aspetto veniva talvolta chiamata risina, ad esempio sul mercato della vicina Perugia. Ma il fortissimo legame che la fagiolina aveva con la cultura locale era indipendente dalla colorazione del seme, ogni famiglia aveva il suo tipo preferito, tanto che a mia conoscenza in Italia non esiste una tale variabilità di una stessa specie, per di più negletta, in un territorio così limitato. Poche altre varietà locali di questa specie sono conosciute in Italia, sopravvissute in maniera spesso puntiforme e con una o poche colorazioni. Al Trasimeno sono invece state censite dall’Università di Perugia e dal Parco Tecnologico una ventina di accessioni con semi di 12 colorazioni diverse, conservate da anziani orticoltori su tutte le sponde del lago. Questo è avvenuto perché era parte importante della cultura rurale, i mezzadri la coltivavano dopo il grano, per avere un doppio raccolto che sfuggiva al padrone, talvolta arrampicata al mais, di cui ha lo stesso ciclo colturale. Della stessa specie fa parte il fagiolo dal metro, che veniva coltivato per i baccelli lunghissimi, di cui sono state trovate al lago un paio di accessioni. Tradizionalmente si mangiavano anche i baccelli freschi, ma questo è un uso che non è stato più riproposto, forse perché conviene produrre seme, più particolare e più facile da commercializzare, però i ristoranti potrebbero riprenderne l’uso, anche perché esiste anche una certa diversità nei baccelli. Ricordo che le accessioni bianche hanno il baccello tutto verde, mentre quelle con semi scuri avevano (oltre al fiore, viola anziché bianco) anche il baccello leggermente macchiato di rosso. L’obiettivo è quello di coltivare le biodiversità presso la Casa dei Semi del Trasimeno e rendere disponibili le varietà a chi ne facesse richiesta».
I semi vengono utilizzati come i fagioli comuni, lessati o per zuppe e grazie alle loro piccole dimensioni, e non è necessario l’ammollo prima della cottura.
In gastronomia la Fagiolina del Trasimeno viene lessata e poi condita con olio EVO oppure, qualche chef in cerca di nuove proposte culinarie, ne accompagna piatti a base di carne o pesce di lago sia come condimento sia come ripieno alle paste. Il modo classico per degustare la Fagiolina prevede, dopo averla lessata in acqua salata per 45 minuti, di servirla come una zuppa insieme a fette bruschettate di pane tipico umbro, con olio EVO e pepe. In alcuni casi si può accompagnare anche con il pesce di lago in umido, come i filetti di persico reale.

Giulio Gigli, giovane chef di successo che dell’uso della materia prima, della stagionalità e dei prodotti tipici del territorio, ha fatto il suo credo: la tradizione viene abbinata alle sapienti tecniche culinarie apprese durante le sue importanti esperienze fatte in ristoranti stellati internazionali e in varie parti del mondo.

Aglione, foto di Andrea Di Lorenzo

Qualche tempo fa ho incontrato Giulio a casa mia e, durante un’amabile chiacchierata sull’aglione, ce ne siamo raccontate sui pregi e sulle caratteristiche di questa eccellenza da poco riconosciuta come risorsa genetica autoctona di interesse agrario inscritta nel registro della Regione Umbria, grazie alle pratiche istruite dal Parco 3A-PTA, in particolare dall’ufficio gestito da Luciano Concezzi, con protagoniste Livia Polegri e Marta Gianpiccolo che hanno istruito la domanda di richiesta, in aggiunta a un contributo del vostro inviato lacustre, che è stato coinvolto in merito.
La premessa è dovuta, anche perché la chef nonché produttrice di grani antichi Valentina Dugo, ha innescato il contatto con Giulio Gigli, a proposito dell’aglione. E da qui nasce l’interesse di chef Giulio, che venne a casa mia prima di andare in Slovenia per una sua consulenza destinata a un noto ristorante stellato, dove portò anche l’aglione come prodotto tipico da utilizzare in quel luogo. Per dare un seguito e condivisione al nostro incontro, preparai a Giulio la mia ricetta della pasta all’aglione, che ha molto apprezzato e non solo a parole.
Successivamente ci sono stati altri incontri, dove Giulio mi fece degustare una bontà unica, quella dei fiori d’aglione preparati secondo la sua tradizione familiare… una squisitezza.
Giulio, durante le nostre amabili conversazioni, mi ha raccontato del suo progetto, della sua filosofia di proporre piatti della tradizione con l’innovazione a fargli da spalla e di realizzare un orto per la stagionalità dei prodotti da usare nelle sue ricette.

Tutto molto bello e suggestivo… e Giulio ce l’ha fatta! Bravo! L’uso dell’aglione, della roveja, della fagiolina del lago Trasimeno, del sambuco viene affiancato dai frutti della terra del periodo che produce il suo orto, che Giulio ha realizzato negli spazi adiacenti il suo ristorante che apre alla stagionalità, tipicità, unicità dei prodotti che, dal vicino campo, porta in tavola. Il tutto arricchito dalle tecniche culinarie che lui utilizza con gran maestria, dopo averle fatte sue dalle cucine dei ristoranti famosi e stellati dove ha lavorato.

Lo chef Giulio Gigli, foto di Andrea Di Lorenzo

La sua nuova fucina culinaria si trova a Capodacqua di Foligno, è il ristorante UNE, un antico mulino ad acqua del Quattrocento, la sua struttura è visibile all’interno dei locali, ristrutturato in modo molto capace e accogliente che fa sentire subito a proprio agio e captare il messaggio che Giulio con il suo progetto, ha voluto imprimere e donare ai suoi visitatori/degustatori. Infatti UNE significa acqua in antico umbro e qui di acque ne siamo circondati oltre che di sapori, profumi, tradizione e innovazione.
Il progetto di Giulio Gigli, chef d’avanguardia in nome della tradizione, ha come mission quella di deliziare nel palato e nella mente i degustatori che vorranno apprezzare i prodotti tipici stagionali trattati con eccellenti tecniche culinarie stellate. Un’ottima scelta di vini da abbinare ai piatti, completa l’intrigante offerta gustativa.
La mia visita presso il ristorante di Giulio, ben conferma quanto scritto. Vale la pena andare a Capodacqua di Foligno, al ristorante UNE, dove le stagionalità dei prodotti alimentari vi aspettano sui tavoli del ristorante, provenienti direttamente dall’orto di Giulio Gigli, chef di successo, che parla con nuovi e incantevoli linguaggi d’arte culinari, tutti da percorrere per straordinarie e indimenticabili esperienze di gusto!

Eccoci al nostro primo appuntamento culinario con una delle quattro paste tipiche della cucina romana: la pasta alla Gricia.

Come abbiamo raccontato in precedenza su queste pagine, i pastori dell’Appennino Centrale, durante la transumanza con le loro greggi verso la campagna circondante Roma, si portavano dietro, tra le altre cose, il formaggio, il pepe e il guanciale, gli ingredienti tipici per la preparazione della pasta alla Gricia. Usavano la pasta essiccata oppure la tiravano fresca, con farina e acqua, poggiandosi sui loro grembiuli da lavoro fatti in cuoio e realizzavano una specie di maltagliati. L’ipotesi del nome è quella derivante da Gricio, il termine con cui venivano chiamati i numerosi panettieri che, dal Cantone dei Grigioni, giungevano fino a Roma e indossavano il Griscium, lo spolverino da lavoro. Altra ipotesi è quella che il piatto sia nato a Grisciano, un piccolo paesino reatino del Comune di Accumoli, al confine con Umbria, Marche e Abruzzo.

 

Pasta alla Gricia

Ma vediamo la ricetta tradizionale per preparare una buona Gricia:

Ingredienti per 4 persone:

  • 400 grammi di pasta (a scelta tra spaghetti, umbricelli, mezze maniche, rigatoni);
  • 280 grammi di guanciale di maiale;
  • 100 grammi di pecorino romano;
  • Pepe;
  • Sale per la pasta

 

Preparazione:

  • In una pentola con acqua salata, fate cuocere la pasta;
  • Nel frattempo tagliare il guanciale a listarelle sottili;
  • In una padella, far rosolare il guanciale tagliato che rilascerà il suo grasso in forma liquida;
  • Togliere il guanciale rosolato e metterlo da parte;
  • Versare la pasta al dente e umida nella padella, dove è rimasto il grasso liquido del guanciale;
  • Aggiungere pochissima acqua di cottura e amalgamare;
  • A giusta cottura della pasta, spegnere la fiamma della padella, versare il pecorino grattugiato e continuare a mantecare;
  • Aggiungere il guanciale rosolato messo da parte;
  • Spolverare con pepe nero macinato e mescolare appena per armonizzare il tutto;
  • Impiattare, aggiustando con altro pecorino grattugiato e pepe nero macinato.

 

La pasta alla Gricia è un piatto molto gustoso e saporito, dove la grassezza del guanciale e la sapidità del pecorino devono armonizzarsi al profumo e al palato, con un buon vino. Se hai voglia di un vino bianco puoi abbinare la tua pasta alla Gricia con un Trebbiano Umbro servito fresco, dove la sua acidità sarà tua complice. Se hai voglia di vino rosso, un Montefalco Rosso, sarà di sostegno alla valorizzazione dei sapori decisi del piatto. A volte un peccato di gola, come quello per la Gricia e un bicchiere di buon vino, può farti sentire beato… provare per credere!

 


La prima puntata

Il “Gamay del Trasimeno”, è un vino umbro di eccellenza che ha una storia un po’ particolare: infatti per molto tempo è stato frainteso e scambiato per un altro vitigno a cui deve il suo attuale nome. Un errore, a volte, può scatenare problemi o creare un capolavoro.

Immaginiamo per esempio il celebre dolce milanese che ha preso il nome dal garzone Toni, che si adoperò per rimediare a un guaio culinario e da qui nacque il Pan de Toni, oggi Panettone. Lo stesso vale per la nascita del gorgonzola, dovuto a un errore di un casaro che per una dimenticanza diede vita al celebre e amatissimo formaggio. Così come il ghiacciolo che nacque involontariamente dopo aver lasciato un bicchiere, contenente una bevanda con un bastoncino per girarla, per una notte all’influenza delle gelide temperature esterne.
Così come per la scoperta di alcuni vaccini, nati quasi per caso o per il risultato casuale di alcune scoperte o sperimentazioni scientifiche che hanno, inavvertitamente, sovvertito certe tesi conclamate o ipotizzate: solo per fare alcuni esempi, le scoperte di Cristoforo Colombo, Sobrero, Nobel, Rontgen, Curie, Fleming per quanto riguarda nuove terre, la nitroglicerina, i raggi X, la penicillina, oppure i fiammiferi, la penna biro…

 

Gamay del Trasimeno, foto via Facebook

La storia del nome

Ma torniamo al nostro straordinario vino Gamay del Trasimeno e alla sua storia del nome sbagliato. Fin dal suo arrivo sulle sponde lacuali nel XVI secolo, il vitigno veniva allevato con la tecnica ad alberello e chiamato Vitigno Francese e perciò denominato erroneamente, fin dai suoi albori di piantumazione nelle terre circondanti il Trasimeno, Gamay, come il vitigno francese coltivato ad alberello e che da origine al vino Beaujolais. Nella dote che portò la nobildonna spagnola Eleonora de Mendoza quando convolò a nozze a Castiglione del Lago con il duca Fulvio della Corgna, c’erano alcune viti di provenienza spagnola portate in Umbria come buon auspicio per un felice matrimonio.
Da allora quelle viti sono state da sempre chiamate Gamay, ma in realtà appartengono alla famiglia della Grenache, vitigno che dà origine, tra gli altri vini, all’Alicante e al Cannonau.
L’errore persiste ancora oggi e nell’immaginario collettivo, quel superbo vino, viene ancora chiamato Gamay a cui, per differenziarsi da quello che da origine al Beaujolais francese, qualcuno ha ben pensato di abbinare la parola Trasimeno. Quindi il Gamay del Trasimeno non è un Gamay ma una Grenache con il nome sbagliato.
Per le sue caratteristiche possiamo dire che è un vino che nasce da una bacca rossa, alla vista è di colore rosso rubino, dal profumo intenso con sentori di frutta secca e rossa e a volte di cacao.

 

Vini del Trasimeno, foto by Facebook

 

Come ci ha evidenziato Valentina Clemente, la Strada del Vino Colli del Trasimeno ha potuto segnalare con orgoglio che nel concorso internazionale Grenaches du Monde 2021, il Gamay del Trasimeno ha ricevuto 5 medaglie d’oro con 4 cantine lacustri: Madrevite, Coldibetto, Duca della Corgna e Casaioli. I viticoltori del Trasimeno hanno lavorato con dedizione e passione e il Gamay del Trasimeno conferma, con i premi ricevuti, il suo riconoscimento e apprezzamento a livello mondiale. Siamo certi che questa eccellenza enologica umbra continuerà a dare altre soddisfazioni ai suoi produttori e ai suoi crescenti estimatori. Assaggiare questo fantastico vino, magari ammirando il paesaggio lacustre e nel contempo degustando la tipica zuppa di pesce di lago, il tegamaccio, è certamente un’occasione da non perdere anzi da provare e soprattutto… da ri-provare.

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