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Bambin Gesù delle Mani. Così la Fondazione Guglielmo Giordano, con sede nella cinquecentesca Villa Spinola di Perugia, ha chiamato questo dipinto in cui, oltre alle mani di Gesù Bambino benedicente, si contano altri tre arti. Due sono chiaramente della Madonna che lo sorregge, ma il terzo?

Bambin Gesù delle Mani, Pinturicchio, 1492. Ca. Fondazione Guglielmo Giordano, Perugia

La passione di un papa libertino

1492: mentre Colombo scopriva l’America, nelle corti italiane si consumavano intrighi, passioni, giochi di potere. Persino in quella papale, soprattutto se a sedere sul soglio è papa Alessandro VI, il controverso papa Borgia, quel Rodrigo dal temperamento focoso famoso per la sua inclinazione al libertinismo e al nepotismo. Non ci sono segreti nelle corti, tantomeno se i diretti interessati non danno segno di voler mantenere il riserbo: si sa che il papa ha delle amanti, ma ce ne sono alcune che sono le sue favorite. Prima Vannozza Cattanei, cui si lega per ben 15 anni e da cui ha quattro figli (Cesare, Giovanni, Lucrezia e Goffredo) e poi Giulia Farnese, Giulia La Bella, rinomata appunto per la sua bellezza di stampo mediterraneo.
Quando la quindicenne Giulia, sposata con Orsino Orsini di Bassanello (Viterbo), va a fare visita alla figlia del papa, Rodrigo rimane talmente ammaliato dalla sua bellezza che chiede ad Adriana de Mila, madre di Orsino, di poterla avere vicino a sé, a Roma. Con il beneplacito della suocera, Giulia raggiunge allora l’amica Lucrezia a Santa Maria in Portico, un palazzo attiguo al Vaticano, dove riceve i postulanti del papa. Da qui comincia a tessere una serie di relazioni che, appena un anno dopo il suo insediamento, porteranno il fratello Alessandro a essere eletto cardinale (diventerà poi papa, col nome di Paolo III, nel 1534).
Nel frattempo la relazione con Alessandro VI diventa di pubblico dominio, al punto che il papa, noto mecenate, chiede a Bernardino di Betto – nientemeno che il Pinturicchio – di affrescargli gli appartamenti privati.
Apparentemente, niente di strano: Alessandro VI, orante, sarà inginocchiato davanti a una Madonna con un Bambino benedicente. Lo stile dovrà essere quello che già da tempo caratterizza l’opera del Pinturicchio, degno erede del Perugino: resa anatomica aggraziata, incarnato chiaro, dovizia di dettagli, lumeggiature dorate sullo sfondo. Ma allora perché, morto Alessandro VI e puntata la fortuna della famiglia Farnese sui Della Rovere, del dipinto si sarebbe persa ogni traccia?

Il volto della Madonna

Il dipinto condannato all’oblio

A pesare sulla bilancia sono stati i dettagli. Il primo è il volto della Madonna, che la tradizione vuole che fosse proprio quello di Giulia Farnese, chiamata con scherno sponsa Christi per la sua relazione col papa.
Vasari, artista e celebre biografo dei suoi colleghi, parlando dei lavori svolti dal Pinturicchio in Vaticano in effetti aveva riferito: «Ritrasse sopra la porta di una camera la signora Giulia Farnese per il volto di Nostra Donna e, nel medesimo quadro, la testa d’esso papa Alessandro che l’adora». Ma non era stato creduto, si pensò che avesse solo condensato le tante dicerie che giravano sulla coppia.
Determinante è stato anche l’atto in cui è stato immortalato Alessandro VI: toccare il piede del Bambino era considerato un gesto quasi blasfemo. Gli studiosi ritengono probabile che il papa si sia concesso questa licenza perché il dipinto era destinato ai suoi appartamenti privati, ma non è difficile credere che una persona di tale facilità di costumi abbia semplicemente dato poco peso a questioni così trascendentali. Fatto sta che l’affresco subisce una vera e propria damnatio memoriae, tanto che, nel 1655, il neoeletto papa Alessandro VII decide di staccarlo e di smembrarlo, dando persino adito al dubbio che sia mai esistito.
Fino al 1940, almeno. Il caso vuole che Giovanni Incisa di Rocchetta, noto appassionato d’arte, in visita presso una famiglia patrizia mantovana posi lo sguardo su un dipinto in cui un papa è inginocchiato ai piedi di una Madonna con un Bambino. Ma a colpirlo sono i particolari, perché riconosce – nell’atteggiamento benedicente del Bambino e nelle fattezze della Vergine – i dettagli al centro di due quadri in possesso della sua famiglia. Giovanni è infatti il figlio della principessa Eleonora Chigi Albani Della Rovere, inconsapevole depositaria di una lunga storia di intrighi e giochi di potere.

Il giallo nel giallo

Come ogni storia che si rispetti, c’è sempre un elemento pronto a scombinare le carte in tavola. In questo caso sono state le macchinazioni, di inizio 1600, di Francesco IV Gonzaga.
Il duca di Mantova era venuto infatti a conoscenza, grazie al suo legato a Roma, di un famigerato dipinto in cui la Vergine Maria era stata rappresentata come la sponsa Christi Giulia Farnese. Gonzaga andò in sollucchero perché non esisteva un’occasione migliore per screditare i Farnese che, grazie alle trame ordite tempo prima da Giulia, godevano di grandi privilegi. Però gli servivano le prove: chiese allora al pittore mantovano Pietro Facchetti di realizzare una copia dell’affresco.
I dettagli su come Facchetti sia riuscito a vedere il dipinto incriminato meriterebbero una storia a parte. A fronte di un bel paio di calze di seta, un guardarobiere addetto agli appartamenti papali gli mostrò infatti la scena del Pinturicchio, celata da un taffetà inchiodato.
Quella su cui mette gli occhi Giovanni Incisa di Rocchetta è proprio la riproduzione di Facchetti, la prova richiesta da Francesco Gonzaga per screditare i Farnese. Ma è grazie a questa testimonianza che Giovanni capisce che il Gesù benedicente e il volto di Madonna – racchiusi in due cornici diverse e poi  inventariate a oltre 100 numeri di distanza – dovevano aver fatto parte di un progetto più grande. Ed è sempre grazie a questa che oggi abbiamo potuto rimettere a posto tutti i frammenti di questo intricato puzzle.

 

Copia di Pietro Facchetti

Il puzzle che non potrà mai essere completato

La storia del Bambin Gesù delle Mani non finisce qui, però. Nel 2004 lo storico dell’arte Franco Ivan Nucciarelli lo avvista nel mercato antiquario: il frammento viene intercettato e diventa la punta di diamante della Fondazione Guglielmo Giordano, che l’ha restituita alla collettività.
E il volto di Madonna? Il presunto ritratto di Giulia Farnese, ritenuto scomparso, è riemerso recentemente a seguito di una segnalazione di una famiglia romano-svizzera imparentata con i Chigi, che tuttora ne detiene il possesso. Del papa orante, invece, si è persa da tempo ogni traccia.

 


Fonti:

Sky Arte racconta la storia di Listone Giordano, https://www.youtube.com/watch?v=XPqaGiIN6qU
Storia del Bambin Gesù delle Mani di Pinturicchio, https://one.listonegiordano.com/cultura/storia-del-bambin-gesu-delle-mani-del-pinturicchio/
Intervista Andrea Margaritelli, https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2017/04/dipinto-pinturicchio-intervista-andrea-margaritelli-fondazione-giordano/attachment/pinturicchio-bambin-gesu-delle-mani-1492-ca-fondazione-guglielmo-giordano-perugia/
Bambin Gesù delle Mani, https://it.wikipedia.org/wiki/Bambin_Ges%C3%B9_delle_mani
Papa Alessandro VI, https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Alessandro_VI
Giulia Farnese, https://it.wikipedia.org/wiki/Giulia_Farnese
Orsino Orsini, https://it.wikipedia.org/wiki/Orsino_Orsini_(1473-1500)
Vannozza Cattanei, https://it.wikipedia.org/wiki/Vannozza_Cattanei
Il Bambin Gesù delle Mani, http://www.fondazionegiordano.org/italia/pinturicchio_bambin_gesu_delle_mani.html

Capire un’opera d’arte significa chiedersi cosa, in quel momento, abbia spinto l’artista a crearla in quel modo e non in un altro. Dietro a ogni opera si nasconde un mondo di sentimenti e di informazioni da scoprire. Così è successo quando ho visitato la Casa Dipinta a Todi.

La Casa Dipinta, Todi, 2015 – photo Todiguide.com

Avevo ospiti due amici che già conoscevano Todi, ma non avevamo mai visitato la Casa Dipinta. La casa antica è nel centro storico della città e si raggiungere dopo aver sceso e salito diverse scalette. Siamo entrati, abbiamo mostrato i greenpass e, in attesa della guida, ci siamo guardati attorno: pareti dipinte con disegni geometrici, colori chiari, righe, parole. “Carino” abbiamo pensato, nulla di più. È solo dopo le avvincenti spiegazioni della signora Vilma Lucaroni, la guida, che abbiamo iniziato a capire il significato di ogni tratto: quelli che ci erano sembrati semplici disegni geometrici erano invece la rappresentazione grafica dell’alfabeto OGHAM, ricreato dall’artista irlandese-americano Brian O’Doherty.
Il linguaggio OGHAM (leggi oam) è l’alfabeto inventato dai celti d’Irlanda nella notte dei tempi come scrittura rituale, incisa sulla corteccia degli alberi o su pietra: un linguaggio fatto di righe e spazi e apprezzato da O’Doherty per il suo minimalismo unito alla ricchezza di significati. L’artista ha quindi tradotto l’alfabeto latino nei 20 segni dall’alfabeto oghamico e ha dipinto su un architrave, ben visibile entrando nella casa, queste parole: ONE HERE NOW (uno, adesso, qui) nel doppio linguaggio. I segni sono dipinti con i colori acrilici delicati del verde, dell’azzurro, del bianco, dell’arancio e del giallo. Quando i segni prendono significato diventano intriganti e acquistano fascino.

 

Un’immersione di colori

La Casa Dipinta si compone di tre stanze su tre piani: entrando si è accolti dalla cucina-sala da pranzo, poi al piano superiore si trova il soggiorno e più su la camera da letto. Tutte le pareti sono dipinte con forme geometriche.
Si sale la prima scala ripida e si entra nel soggiorno, e si è subito attratti da un affresco particolare dipinto sopra il divano: la forma è quella di un’edicola votiva umbra del 1300, ma senza immagine sacra all’interno. Davanti si intrecciano tanti cordini che servono a ricordare gli studi prospettici di quel periodo. Sulla parete di fronte all’edicola, O’Doherty si è divertito a dipingere Il canto delle vocali. Le vocali, per l’artista, sono alla base del linguaggio e dei sentimenti, e ha espresso la sua ammirazione disegnandole sempre in maniera geometrica, una volta in quadrato e una volta in tondo. Ha dipinto anche un grande quadrato formato da tanti quadratini 5×5, dipinti con colori diversi, che rappresenta tutte le vocali insieme.
Salendo ancora le scale ripidissime si arriva al terzo piano dove i colori si fanno più intensi e dove c’è la camera da letto. Questa stanza è tutta un omaggio alla moglie. Qui O’Doherty ha dipinto delle finestre dalle quali si vedono le fasi della giornata: l’alba, il mezzogiorno, il tramonto e la notte; a dominare la stanza è però la finestra aperta sul mare, con accanto le silhouette sua e di sua moglie.

Il pensiero di Brian O’Doherty

Nella Casa Dipinta non si trova solo la pittura, ma anche il pensiero di Brian O’Doherty sull’arte. Nel 1976 scrisse Inside the white cube (Dentro il cubo bianco) per offrire una visione chiara di quello che è e che deve essere uno spazio espositivo. O’Doherty spiega che le pareti bianche, dove vengono esposte le opere d’arte, assumono la funzione di «Camera di Trasformazione», di conseguenza qualunque cosa venga posizionata lì, diventa opera d’arte. Per capire il significato di questa affermazione basta pensare al Ferro da stiro con i chiodi o all’Orinatoio di Duchamp. Gli stessi oggetti al di fuori dello spazio espositivo ritornano oggetti di uso comune.
Brian O’Doherty, critico d’arte, scrittore e artista di fama internazionale, ha fatto della casa nel centro di Todi il palinsesto del suo pensiero artistico e delle sue origini irlandesi. Questa vecchia casa oltre a essere un inno all’arte è testimone del profondo legame tra O’Doherty e la moglie, entrambi ultranovantenni e ancora insieme.

 


Per la prenotazione telefonare a Vilma Lucaroni – 347 8050817

La Casa Dipinta

È stata inaugurata la mostra “Leandra Angelucci Cominazzini. Una donna futurista” a palazzo Trinci, residenza della nobile famiglia che governò la città di Foligno tra il 1305 e il 1439; la mostra, promossa da CoopCulture in collaborazione con il Comune di Foligno, è dedicata alla pittrice futurista folignate per la ricorrenza dei quarant’anni dalla sua morte.

 

La mostra, occasione imperdibile per ricordare e far meglio conoscere l’artista folignate, sarà visibile fino al 24 gennaio 2022. Curata da Massimo Duranti e Andrea Baffoni, allestita nelle sale di palazzo Trinci e al piano terra della biblioteca comunale, è divisa per sezioni con circa novanta opere, fra dipinti, arazzi e manufatti in ceramica che documentano l’attività di Leandra Angelucci Cominazzini e da cui si ricavano interessanti notizie sul rapporto intercorso con Filippo Tommaso Marinetti e con i personaggi di spicco del panorama culturale italiano del periodo futurista.
La mostra è arricchita da una sezione documentaria dedicata all’artista, alle sue esposizioni e ai contatti che strinse lungo tutta la sua operosa vita, e una sezione bibliografica dedicata all’editore folignate dedito alla pubblicazione di opere futuriste Franco Campitelli, a cura di Antonella Pesola e Domenico Cialfi.

 

Le opere

La sua vita

Leandra Cominazzini (Foligno, 5 settembre 1890 – Foligno, 24 gennaio 1981), è stata un’artista di primo piano nella cultura futurista italiana: nasce nella città dei Trinci da una famiglia dell’alta borghesia e trascorre tutta la sua infanzia a Foligno. Fin da giovanissima fu mandata dalla famiglia, come era previsto per le donne, presso il Collegio Santo Spirito a Perugia, per continuare gli studi all’istituto magistrale, anche se il suo desiderio era quello di frequentare i corsi dell’Accademia.[1]
Iniziò a dedicarsi all’arte, la sua passione, appena diplomata, spaziando dal pannello murale, ai vetri dipinti a smalto e a olio, alle tele e alle mattonelle; sperimentò il campo della pittura non tradizionale con la creazione di arazzi, riprendendo un’antica tecnica usata dalle donne di Spello. Grazie all’esposizione dei suoi arazzi, vinse una medaglia d’argento, alla Prima mostra internazionale di Arte sacra a Valle Giulia a Roma nel 1930.

 

 

Il 1932 fu un anno fondamentale per l’artista, poiché questa data segnò l’incontro con Gerardo Dottori, firmatario del manifesto dell’Aeropittura e figura di punta del futurismo a Perugia. Profondamente legato a Dottori fu Tommaso Marinetti, fondatore del movimento futurista e ideatore della mostra Premio Golfo della Spezia, presso la quale Leandra Cominazzini presentò un suo dipinto. Dopo tale successo l’artista partecipò alle più importanti esposizioni italiane: la XX e la XXIII Esposizione internazionale d’arte di Venezia, nel 1936 e nel 1942, alle Quadriennali di Roma nel 1939 e nel 1943; espose inoltre a Napoli, Terni, Roma, Orvieto, Milano, Cremona, Bologna, Firenze e Foligno, inviando sempre le sue creazioni e non andando mai di persona.[2]
Fu un’artista poliedrica, non si dedicò solo alla pittura ma, nel 1939, si cimentò anche nella poesia, dedicando a Marinetti la raccolta di Aeropoesia futurista umbra, pubblicata poi postuma nel 1983.
La sua pittura subì un cambiamento radicale, quando, all’inizio degli anni Cinquanta, rimase vedova del marito Ottorino Angelucci, un industriale perugino; la sua arte mutò radicalmente, prediligendo soggetti come il cosmo, i satelliti e gli astri.[3] L’artista si spense nella sua città natale il 24 gennaio 1981.

L’affetto di Leandra alla città è dimostrato da un’opera raffigurante la pittura astrale del 1970, donata al Comune di Foligno e conservata nel deposito del museo di palazzo Trinci, ora esposta al pubblico.
L’artista donò, alla Biblioteca comunale Dante Alighieri della sua città nel 1979, il suo archivio, raccogliendo l’invito fatto dall’amministrazione di voler costituire un fondo documentario sugli artisti umbri, che si è arricchito poi di altre pubblicazioni entrate a far parte del patrimonio librario nell’aprile del 1981. La documentazione ricopre un periodo molto ampio: dal 1900 al 1981, che testimonia la varietà di stili e generi dell’artista poliedrica, dalle iniziali prove di disegni scolastici, all’Autobiografia manoscritta. Fondamentali sono le lettere di Gerardo Dottori, l’artista con il quale si è sempre confrontata dal 1932, quando iniziò a frequentare il gruppo futurista umbro con Alessandro Bruschetti, Vittorio Meschini e Giuseppe Preziosi.
La vita e la storia dell’artista è delineate nella mostra attraverso il materiale facente parte dell’Archivio Cominazzini, oggi digitalizzato. Dopo la seconda guerra mondiale infatti Leandra nella volontà di tenere desto lo spirito del​ Futurismo, cercò continui legami con gli artisti con cui condivise le rassegne espositive e l’idealità del movimento marinettiano; sono presenti infatti molti carteggi con alcuni esponenti, spicca infatti il forte legame di stima e amicizia con Giovanni Acquaviva ed Enzo Benedetto. Diversi documenti riguardano anche l’ultimo segretario di Marinetti, Luigi Scrivo con il quale Leandra ebbe un epistolario dal 1968 al 1975. Accompagnano il lungo percorso artistico numerosi ritagli di stampa, fotografie, un diploma di partecipazione e cataloghi delle esposizioni più significative; il ricco materiale testimonia la volontà di Leandra di aggiornarsi e per continuare a esprimere la propria arte. La mostra si completa con un catalogo edito da Coopculture con saggi dei curatori, approfondimenti di Emanuela Cecconelli e Lucia Bertoglio ed un aggiornato apparato scientifico a cura di Antonella Pesola composto da una dettagliata cronologia e bibliografia. Leandra Angelucci Cominazzini fu tra le poche personalità femminili che aderirono al Futurismo; il suo ruolo all’interno del movimento appare molto interessante se si considera che tale movimento aveva una visione dell’arte basata su valori come la forza, la velocità, la guerra, da cui il genere femminile era generalmente escluso; le donne allora reagirono ampliando gli spazi del movimento, diventando artiste a tutto tondo, impegnate così su più fronti artistici.

 

L’orbo veggente, 1936

 


[1] Massimo Duranti, Enrico Crispolti, Leandra Angelucci Cominazzini Futurista Onirica, Perugia, 1983.
[2] Mirella Bentivoglio, Le futuriste italiane nelle arti visive, De Luca, 2008.
[3]Voce Cominazzini Leandra in Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.

Archeologia è una parola altamente evocativa. Quando, negli anni Cinquanta Ceram pubblicò un libro di grande successo dal titolo “Civiltà Sepolte”, migliaia di persone scoprirono il fascino dell’archeologia.

Tutti sognarono di ritrovare civiltà remote, come fece Schliemann riportando in luce Troia, oppure rischiare la maledizione del faraone, come Howard Carter che entrò nella tomba di Tutankhamen, o ancora immaginare l’emozione di Evans che individuò il labirinto di Cnosso.

Archeologia però non è solo sinonimo di pietre sepolte o antiche iscrizioni perché esiste anche un’archeologia legata alle piante. Non stiamo parlando di foreste fossili, bensì di alberi e di frutta. E non parliamo neppure della meravigliosa frutta di cera di Francesco Garnier che si vede a Torino. Qui si tratta di alberi vivi e di frutti commestibili. Ci troviamo davanti a un luogo di archeologia botanica dove vengono coltivate molte varietà di frutta che non sono più sul mercato e che se si perdono lo sarà per sempre.

Dr. ssa Isabella Dalla Ragione

Il luogo in questione è Archeologia Arborea onlus: un frutteto a San Lorenzo di Lerchi, al confine tra Umbria e Toscana, coltivato e studiato dalla ricercatrice dottoressa Isabella Dalla Ragione che dice: «Dalla lunga ricerca è stato creato a San Lorenzo di Lerchi, in un paesaggio agricolo storico, il frutteto da collezione, straordinario patrimonio genetico e culturale».
In questo frutteto che, per inciso, è anche un angolo di Umbria molto romantico, sono riunite e curate 600 piante da frutto di 150 varietà. Ci sono pere, prugne, mele, ciliegie, mandorle e anche i merangoli, cioè arance amare, e le prugne mirabolane, tanto usate nella farmacia rinascimentale.

Le usanze passate

Pomi e peri coti, si sentiva gridare d’inverno per le calli di Venezia, in Piemonte e in Val d’Aosta in autunno si mangiavano le pere cotte Martin Sec, a Roma quelli che andavano il giro con il calderone della frutta cotta li chiamavano Peracottari. E non era un complimento. Cambiava la città ma il problema era lo stesso: d’inverno la frutta era poca e si mangiavano cotti solo i frutti che resistevano. Era un modo per mangiare e scaldarsi le mani. Arance e mandarini erano solo al sud, e non ovunque, il resto del Paese si accontentava di mele e pere che si potevano conservare. Il boom economico ha fatto sparire i venditori di mele e pere cotte, sostituendoli con le merendine confezionate. Nemmeno nei ristoranti si trova più la frutta, né fresca né cotta.

 

Archeologia Arborea

Visitando il giardino di Archeologia Arborea si incontra una quantità insospettabile di varietà di frutta e si scopre che ogni frutto ha un’indicazione precisa. Noi, condannati ad andare per supermercati, entriamo in contatto al massimo con 5/6 varietà di mele, mentre fino agli anni Cinquanta del secolo scorso erano molte decine e ogni orto aveva la sua specialità.
Le mele che crescono nel meleto archeologico sono varietà che provengono dalla zona di Città di Castello, dalla vicina Toscana e dalla Romagna, hanno tutti i colori della tavolozza e le forme più svariate: quelle Nasone e quelle Muso di Bue, oppure schiacciate, oppure tonde. Ogni mela ha un’indicazione precisa. La mela Pagliaccia o rotolona (il nome indica la sua forma) è una mela autunnale che si poteva conservare in inverno; la mela Muso di Bue, si mangiava fresca o come confettura; le mele Nasone erano solo verdi e croccanti; la mela Rosona si cucinava invece con le carni. Quando non c’era il frigorifero la frutta era legata ai cicli delle stagioni e, se si poteva, andava conservata.

 

 

Fino alla prima metà del ‘900 la frutta raramente veniva consumata a tavola mentre era molto gradita cotta assieme con le carni, per assorbire i grassi. L’arista di maiale con le prugne o il vitello con le mele o la cacciagione con i lamponi sono dei must della cucina italiana. Tutte le piante che crescono in Archeologia Arborea erano già coltivate nel tardo Medioevo e nel Rinascimento, come verificato personalmente dalla dr.ssa Dalla Ragione.
Invece di servirsi della macchina del tempo, Isabella Dalla Ragione è scesa a valle e ha fatto uno studio approfondito degli affreschi nei palazzi signorili dell’Alta Valle del Tevere, ritrovando dipinta la frutta che lei coltiva. Gli artisti, in particolare i pittori, hanno sempre lavorato copiando dal vero perché la natura ha offerto tutti i colori e le forme che cercavano. Cornici fiorite o canestri di frutta o giardini trompe l’œil, sono stati dipinti basandosi sempre su modelli reali. Perché lavorare di fantasia quando basta guardare fuori dalla finestra per avere una gamma infinita di colori e forme?
Visitare l’arboreto di San Lorenzo equivale quindi a tuffarsi con salto carpiato e con avvitamento in un mare profondo e pieno di curiosità, ma per fortuna, la dottoressa Dalla Ragione ci aiuta a stare a galla. L’arboreto è visitabile e si può anche adottare una pianta.

 


Indirizzo: San Lorenzo di Lerchi (Città di Castello).  tel + 39 335 61284 info@archeologiaarborea.org

Archeologia Arborea

La bellissima città Orvieto, fino a domenica 3 ottobre, è animata dall’evento “Orvieto Città del Gusto e dell’Arte”, manifestazione pensata in omaggio al Rinascimento Umbro, dove l’arte incontra l’enogastronomia.

L’Umbria infatti è stata terra di ispirazione e formazione per molti artisti come Bernardino Pinturicchio, Pietro Perugino, Luca Signorelli, Raffaello Sanzio (urbinate di nascita ma umbro di formazione).

Palazzo del Capitano del Popolo, foto di Eleonora Cesaretti

In particolare al Perugino e al Signorelli Orvieto dedica questa manifestazione per festeggiare i 500 anni dalla loro morte e rendere omaggio al genio artistico di questi due giganti dell’arte rinascimantale, vanto indiscusso per la nostra regione.
I principali obiettivi di Orvieto Città del Gusto e dell’Arte sono:

  • contaminare la cucina orvietana con la cucina stellata italiana;
  • comunicare e rafforzare sul mercato il vino del territorio;
  • valorizzare le piccole imprese locali e i prodotti del territorio;
  • far scoprire le meraviglie artistiche di Orvieto.

La formula scelta è quella del pranzo itinerante, che coinvolgerà 24 ristoranti e attraverserà le principali vie e piazze, con tappa al palazzo del Capitano del Popolo, il complesso del San Giovanni dove ha sede l’enoteca provinciale e ancora quello di San Francesco e Santa Chiara, la chiesa di Sant’Andrea con i suoi sotterranei fino al Duomo.
In questo modo, oltre a gustare prelibatezze gastronomiche, i partecipanti saranno deliziati dal patrimonio artistico della città, famosa in tutto il mondo per il suo Duomo – impreziosito dagli affreschi di Luca Signorelli – ma anche per altre perle uniche quali il Pozzo di San Patrizio e la Orvieto sotterranea.
Alla conferenza stampa tenutasi il 18 ottobre scorso erano presenti istituzioni e partner dell’evento: tutti hanno convenuto sull’importanza e la necessità di raccontare la città e le sue tante bellezze artistiche ed enogastronomiche.
In quest’occasione la sindaca di Orvieto Roberta Tardani ha sottolineato come «Orvieto Città del Gusto e dell’Arte riprende e rinnova lo spirito e il brand di Orvieto con Gusto, la manifestazione ideata dal Comune di Orvieto che alla fine degli anni Novanta, grazie anche alla collaborazione con Slow Food, aveva dato una vetrina internazionale alle eccellenze enogastronomiche del nostro territorio». Quella manifestazione, nelle ultime edizioni – sottolinea la sindaca – «aveva perso via via smalto e la carica innovativa delle origini. Oggi, grazie all’interessamento attivo degli imprenditori del settore e alla rinnovata collaborazione da parte di questa amministrazione comunale, questo evento cambia pelle puntando sulla qualità. È infatti di assoluta rilevanza che accanto alla tradizionale passeggiata, che ora sottolinea ancora di più l’abbinamento tra il cibo e le splendide location di Orvieto, si affianchi la novità introdotta dalle cene con gli chef stellati chiamati a esaltare i nostri prodotti tipici e soprattutto il nostro vino, tratto distintivo e di identità della nostra città.»

 

Duomo di Orvieto, foto di Eleonora Cesaretti

 

Peculiarità della manifestazione e grande motivo di attrazione è proprio la presenza di chef stellati che, a partire da lunedì 27 Settembre, offrirà esperienze culinarie da non perdere:

  • lunedi 27 settembre saranno protagonisti gli chef Riccardo Monco e Alessandro Della Tommasina di Enoteca Pinchiorri (3 stelle Michelin – Firenze)
  • martedì 28 Settembre sarà la volta di Anthony Genovese del Ristorante Il Pagliaccio (2 stelle Michelin – Roma),
  • giovedì 30 Settembre il protagonista sarà Franco Pepe, uno tra i migliori pizzaioli al mondo con la sua pizzeria Pepe in Grani (Caiazzo).

Appuntamento importante sarà anche la passeggiata eno-gastronomica che si terrà  il primo weekend di ottobre e che darà visibilità alle piccole imprese locali e ai loro prodotti, legandoli alle bellezze paesaggistiche e artistiche di Orvieto.
La manifestazione vede in prima linea la Famiglia Cotarella, storica azienda vitivinicola della zona, fortemente impegnata anche sul fronte sociale, insieme a numerose realtà locali e istituzioni, tra cui Consorzio Orvieto Way of Life, Gal Trasimeno Orvietano, Comune di Orvieto, Regione Umbria, Fondazione Campagna Amica, Unione regionale cuochi umbri, Università dei Sapori, Confcommercio.
Dominga Cotarella ha spiegato come «questo progetto nasce da un incontro tra quattro amici, quattro imprenditori lungimiranti del Consorzio Way of Life con un traguardo lontano, che va oltre il 2023 e parte da Orvieto ma vuole toccare anche altri comuni, compresi quelli del Trasimeno e in questo il Gal ha avuto un ruolo fondamentale, di collante: è un progetto inclusivo, che vuole legare, raccontando la bellezza e dando voce alla ristorazione, che anch’essa è una forma di arte e ha tanto bisogno di essere tutelata».
Il presidente del Consorzio Way of Life, Giuseppe Santi, ha spiegato che, per superare le difficoltà ed emergere sui mercati, occorre valorizzare quello che abbiamo e sicuramente la nostra enogastronomia unita al grande patrimonio artistico è un valore da “sfruttare” al meglio facendo squadra, come ha sottolineatoanche  Vincenzo Cecci, presidente del Consorzio di tutela vini di Orvieto.

 

Vie di Orvieto, foto di Eleonora Cesaretti

Insomma, puntare sulla gastronomia e sul territorio – che si legano ai distretti del cibo con molte aziende locali e non – risulta ancora una volta la chiave vincente e questa manifestazione si conferma su questa scia come sottolineato da Gionni Moscetti, presidente del Gal Trasimeno Orvietano, fra i sostenitori dell’iniziativa.
Francesca Caproni, direttrice del Gal, ha sottolineato che «questa idea di mettere insieme arte e gusto è vincente, ma c’è ancora molto da lavorare: è importante valorizzare la cultura accanto all’economia».
Alla presentazione sono intervenuti anche Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, il quale ha ricordato che «l’Italia è un paese dalle potenzialità straordinarie, ma troppo spesso non valorizzate in termini di ricadute economiche» e il senatore Luca Briziarelli, che ha chiarito come «con questa iniziativa si è scoperto qualcosa che già c’era. Noi abbiamo unito due personaggi del rinascimento (periodo storico della ripartenza dopo secoli bui, ndr) e stiamo riscoprendo la consapevolezza della nostra cultura dell’Italia di mezzo, che diventa un modello per poter guardare al futuro per interpretare e vivere qualcosa di nuovo».

 


Qui trovate il programma completo

 

Un Festival che ha sempre rivendicato dinamismo, novità e freschezza e che conferma e rafforza il suo indirizzo verso opere ineditedebutti nazionali ed esclusive regionali con la contaminazione tra generi quali teatro, musica, letteratura e arte contemporanea.

Ultimi giorni del Todi Festival – si concluderà il 5 settembre – che propone spettacoli e incontri concepiti appositamente per determinati contenitori culturali cittadini. Sempre nell’intento di costruire un’offerta quanto più ampia e variegata, Todi Festival anche quest’anno non prevede repliche di spettacoli, presentando ogni giorno un programma diverso.

Un dialogo costante tra passato e futuro, quindi, perfettamente rappresentati nel Manifesto di quest’anno: è infatti lo scultore Arnaldo Pomodoro a firmare l’immagine che accompagna lo svolgimento della XXXV edizione. Il proficuo incontro tra Todi Festival e l’opera del Maestro è frutto della collaborazione con la Fondazione Progetti Beverly Pepper di Todi e la Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano.

 

Il programma degli ultimi giorni

In prima nazionale, Mercoledì 1 Settembre sarà la volta di Emigranti di Sławomir Mrożek, in scena alle ore 21.00 al Teatro Comunale di Todi, con la regia di Claudio Jankowski e il testo di uno dei maggiori drammaturghi della Polonia e dell’Europa Orientale affidato all’interpretazione di Riccardo Barbera e Roberto D’Alessandro. Sławomir Mrożek scrive il suo capolavoro nel 1974 e in parte racconta la sua personale vicenda di emigrato nella dura Parigi. Questa biografia drammaturgica riporta in scena due personaggi senza nome, AA, XX, con evidenti richiami all’accattivante Teatro dell’Assurdo.

Giovedì 2 Settembre ancora un debutto nazionale, in programma alle ore 21 sul palco del Teatro Comunale, con E.T._ L’incredibile storia di Elio Trenta firmata Luigi Diberti e Gianmario Pagano, con la regia

di Francesco Frangipane. Sul palco Luigi Diberti, accompagnato dalle musiche dal vivo di Raffaele Toninelli. Un’occasione doverosa per conoscere questo sconosciuto ragazzino umbro, vissuto un secolo fa e scomparso troppo presto; giovanissimo sognatore, curioso e intraprendente emblema della genialità italiana. Nato a Città della Pieve nel 1913 e morto all’età di 21 anni, Elio Trenta ebbe comunque il tempo di inventare e registrare il primo brevetto del “rapportatore di velocità per macchine in genere” ovvero del popolarissimo cambio automatico.

Venerdì 3 Settembre, spazio alla valorizzazione dello splendido Chiostro di San Fortunato dove alle ore 21.00 andrà in scena, in esclusiva regionaleGola e altri pezzi brevi di Mattia Torre, letti da Valerio Aprea. I tre monologhi dell’affermato autore, GolaColpa di un altro e Yes I can oltre a uno stralcio di In mezzo al mare, verranno proposti da Aprea in un assolo spietato ed esilarante al tempo stesso, che fotografa un paese votato inesorabilmente al raggiro, alla menzogna, al disperato inseguimento di un lusso sfrenato e delirante. Il tutto sulle musiche di Giuliano Taviani e Carmelo Travia composte per Figli, l’ultimo film scritto da Torre.

Si torna al Teatro Comunale Sabato 4 Settembre con lo spettacolo, in esclusiva regionaleStorie della buonanotte per bambine ribelli. Tratto dall’omonimo best-seller di Elena Favilli e Francesca Cavallo, vede in scena Margherita Vicario accompagnata dalle musiche dal vivo dell’Orchestra Multietnica di Arezzo, diretta dal Maestro Enrico Fink. C’era una volta… una principessa? Macché! C’era una volta una bambina che voleva andare su Marte. Ce n’era un’altra che diventò la più forte tennista al mondo e un’altra ancora che scoprì la metamorfosi delle farfalle. L’attrice e cantautrice Margherita Vicario dà voce a scienziate, pittrici, astronaute, sollevatrici di pesi, musiciste, giudici, chef… Esempi di coraggio, determinazione e generosità per tutti i giovani sognatori.

Grande chiusura, Domenica 5 Settembre alle ore 21, nella splendida cornice di Piazza del Popolo, con Loredana Bertè e il suo Figlia di… Summer Tour 2021, in esclusiva regionale. Dopo l’apprezzatissima esibizione sul palco dell’Ariston a Sanremo e il lancio del singolo “Che sogno incredibile” che la vede protagonista con Emma Marrone, l’artista è felicissima di tornare sul palco con un selezionatissimo tour che attraverserà tutta la penisola e impaziente di rimettere in moto l’intera macchina della musica dal vivo per assaporare, insieme alla sua band e a tutti i tecnici, l’abbraccio del pubblico.

 


Il programma completo

La bellezza di Perugia non deriva da maestosi monumenti e imponenti piazze, ma dall’intima esperienza che si prova camminando per i vicoli del centro storico.

Chiesa di Sant’Ercolano

Immergendosi per le vie della città è possibile ritrovarsi in angoli magnifici con panorami sensazionali che vengono puntualmente immortalati dai turisti, spinti a venire ad ammirare Perugia proprio per questa peculiarità. Come un’irripetibile caccia al tesoro di straordinari e unici scorci, ispirazione per quadri di artisti di tutti i secoli.
Negli affreschi della Cappella dei Priori, una cappella interna alla Galleria Nazionale dell’Umbria, è raffigurato il ciclo pittorico della vita di San Ludovico da Tolosa e di Sant’Ercolano, ad opera dell’artista perugino Benedetto Bonfigli. Gli episodi della vita di Sant’Ercolano, uno dei tre santi patroni di Perugia, ci regalano una rappresentazione della Perugia quattrocentesca, con le innumerevoli torri non ancora distrutte. Anche se, a oggi, il panorama appare differente, vi sono comunque degli elementi riconoscibili.

 

La presa di Perugia da parte di Totila, Benedetto Bonfigli (1461-1480). Affresco Cappella dei Priori, Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia

 

L’episodio La presa di Perugia da parte di Totila raffigura la conquista da parte dei Goti della città di Perugia e il martirio di Sant’Ercolano, le cui esequie sono rappresentate in basso a destra, di fronte alla ben individuabile facciata della omonima chiesa.

Prima traslazione del corpo di Sant’Ercolano dalla prima sepoltura alla Basilica di San Pietro, Benedetto Bonfigli, Galleria Nazionale dell’Umbria.

L’episodio successivo, Prima traslazione del corpo di Sant’Ercolano dalla prima sepoltura alla Basilica di San Pietro, raffigura lo spostamento delle esequie del santo dalla chiesa di Sant’Ercolano alla basilica di San Pietro, con tanto di processione cittadina. In questo affresco è ben visibile, in primo piano sulla destra, la Chiesa di San Pietro, con la facciata bianca e rossa e l’imponente campanile, ma anche, al centro in secondo piano, il retro della Chiesa di San Domenico, con la sua famosa vetrata e il campanile, la cui parte superiore venne demolita in seguito alla costruzione della Rocca Paolina.
Un altro esempio di rappresentazione rinascimentale di Perugia, ci viene proposta dal Perugino nella tavola Gonfalone della Giustizia. In questo quadro, conservato alla Galleria Nazionale dell’Umbria, è presente sullo sfondo una veduta del rione di Porta Eburnea, uno dei cinque rioni perugini, che si presenta come una cinquecentesca cartolina della città.

Gonfalone della Giustizia, Perugino (1501). Galleria Nazionale dell’Umbria.

Uno dei simboli di Perugia è la Rocca Paolina. Realizzata per volere di Papa Paolo III Farnese, da cui prende il nome, venne realizzata tra il 1540 e il 1543, come emblema del dominio papale sulla città. In seguito all’annessione di Perugia nel Regno d’Italia, venne progressivamente demolita, fino ad arrivare alla minima parte oggi visibile. Due piccoli dipinti del pittore perugino Giuseppe Rossi, conservati alla Galleria Nazionale dell’Umbria, ci mostrano la maestosità e imponenza della Rocca che, prima della sua demolizione, inglobava tutta la parte meridionale della città. Interessante è notare come sia rimasto ben poco della struttura originale: il Palazzo Papale, in alto a destra, è oggi sostituito da Piazza Italia, dal Palazzo della Prefettura e dai Giardini Carducci, mentre la cosiddetta Tenaglia, in basso a sinistra, sorgeva nel punto in cui oggi è presente Piazza Partigiani.
La rappresentazione pittorica delle bellezze di Perugia non è una prerogativa esclusiva di artisti perugini, ma si riscontra anche in artisti stranieri o di altre zone italiane che, dopo un soggiorno prolungato, si sono innamorati della città e l’hanno ritratta in suggestivi dipinti.

Arco Etrusco, Luigi Marzo. (Stampa su carta – 1998).

Il pittore Luigi Marzo, nato nel Salento ma perugino di adozione, affascinato dalla città che lo ha accolto durante il suo percorso universitario, decide di legarsi indissolubilmente a Perugia, città nella quale vive tutt’oggi. Nel piccolo quadro intitolato Arco Etrusco, dal sapore espressionista, il pittore rappresenta uno dei luoghi simbolo della città, la porta nord della cinta muraria etrusca. La scelta di Marzo è di ritrarre l’Arco focalizzandosi non su una fedele e oggettiva rappresentazione, ma comunicando con la pittura le sue sensazioni ed emozioni riguardo il luogo raffigurato. Il risultato è un’opera intima e personale.

 

Dipinto Rocca Paolina, Giuseppe Rossi. Olio su tavola. Galleria Nazionale dell’Umbria.

Il piccolo quadro dell’artista tedesco Christian Seebauer mostra una veduta della città dalla zona del Pincetto. Paragonando il dipinto ad una fotografia, il confronto è sorprendente. La puntualità e l’accortezza con cui il pittore ha ritratto i particolari è veramente notevole e testimonia l’amore di Seebauer per Perugia, coltivato durante gli studi all’Università per Stranieri.

 

Perugia, Christian Seebauer (Olio su tela, 2009).

L’ultimo quadro proposto appartiene all’artista pesarese Valerio Lombardelli, in arte Wallas. La stampa, intitolata Perugia, Quando Scende La Notte, Si Accendono Le Luci E Inizia Lo Spettacolo Dell’amore, raffigura il luogo più emblematico della città, Piazza IV Novembre, con la Fontana Maggiore e la scalinata del Palazzo dei Priori. L’opera, facente parte di una serie di quadri dedicati alla città, presenta le caratteristiche tipiche dello stile del pittore, con colori accesi e innaturali e una veduta luminosa nonostante la notte stellata. Una rappresentazione duale, intima ed esplosiva, che si propone come un invito a visitare Perugia.

Perugia, Quando Scende La Notte, Si Accendono Le Luci E Inizia Lo Spettacolo Dell’amore. Wallas (stampa glicée ritoccata a mano).

La raffigurazione di monumenti e vedute di Perugia non si esaurisce con questo minimo racconto, vi sono innumerevoli quadri e disegni di artisti più o meno famosi, che ogni anno si cimentano nella rappresentazione della città. Un puro e semplice gesto d’amore, un ringraziamento nei confronti di una città che li ha ospitati e fatti sentire a casa. Infatti, che sia scrittura, musica o pittura, l’arte è una necessaria espressione di sentimenti, e non c’è niente che ispiri di più di un intimo e tranquillo panorama.

Partecipazione di artisti e di pubblico per Cartoline dal Trasimeno, che si è concluso con la serata di sabato 14 agosto dedicata alla premiazione dell’opera vincitrice della mostra d’arte contemporanea, con la partecipazione del direttore dell’Accademia di Belle Arti di Perugia, Prof. Emidio De Albentiis.

serata dedicata alle fiabe a cartoline dal trasimeno

31 luglio, Rocca di Passignano sul Trasimeno: Maria Pia Minotti racconta e commenta le fiabe

 

libro ignora l'ordine alieno

Ignora l’ordine alieno di Andrea Dejana (Bertoni Editore)

La manifestazione, organizzata da Giuliana Baldoni e Marco Pareti, in collaborazione con il Comune di Passignano sul Trasimeno, il Gal Trasimeno-Orvietano e la ProLoco locale, si è snodata in diversi appuntamenti. Dopo la serata inaugurale del 30 agosto, durante la quale si è tenuto il vernissage della mostra, sabato 31 luglio si è aperto il ciclo di appuntamenti paralleli, con la serata dedicata alle fiabe raccontate e spiegate dalla prof.ssa Maria Pia Minotti.

baccarelli

7 agosto, Passignano sul Trasimeno: I Baccarelli

 

Venerdì 6 agosto, l’appuntamento è stato dedicato alla letteratura, con la presentazione del libro Ignora l’ordine alieno di Andrea Dejana (Bertoni Editore) a cura del critico d’arte Andrea Baffoni. Sabato 7 è stata la volta dei Baccarelli: le vie di Passignano si sono animate di artisti che hanno realizzato opere utilizzando come colori i Vini dei Colli del Trasimeno.
Al termine della serata è stata eletta e premiata la vincitrice Fabiola Lazzarini che ha ricevuto in premio un soggiorno presso il B&B La Rocca di San Feliciano.

 

 

La serata di domenica 8 agosto si è aperta con la presentazione del numero GREEN di AboutUmbria Collection, la rivista da collezione dedicata alle eccellenze umbre. Presenti, oltre al presidente dell’associazione AboutUmbria Sonia Bagnetti e al direttore responsabile Monica Rosati, il presidente dell’Associazione de I borghi più belli d’Italia Fiorello Primi e il presidente di Italia nostra Perugia, l’arch. Luigi Fressoia.
A seguire Momento musicale in mostra, un concerto sotto le stelle del musicista e cantautore Freddy Wales.

 

 

Martedì 10 agosto la notte di San Lorenzo è stata festeggiata con la performance Amanti sotto le stelle con la Compagnia Teatrale Aetherium a cura di Dharma Eventi.

 

13 agosto, Rocca di Passignano: Trasimeno in poesia. Bruno Mohorovich e Diletta Capannini

 

Venerdì 13 agosto è stata la volta di Trasimeno in poesia, note poetiche sussurrate al lago, evento curato da Bruno Mohorovich che ha visto Diletta Capannini declamare le poesie abbinate ai dipinti della mostra.
La manifestazione si è conclusa sabato 14 agosto con la proclamazione delle opere vincitrici fra quelle esposte: al primo posto si è classificata l’opera scultorea di Valfrido Gazzetti, al secondo posto il dipinto di Lolita Venturini e al terzo posto il dipinto di Luciano Vetturini.
La giuria che ha valutato le opere era composta da Emidio de Albentiis, Direttore dell’Accademia Belle Arti di Perugia, e dai critici d’arte Andrea Baffoni e Luciano Lepri.
Il vincitore ha ricevuto in premio un soggiorno offerto dal B&B Isole e Tramonti di Montecolognola e a tutti i partecipanti al concorso sono stati donati vini della Via del Vino Colli del Trasimeno, nella persona della sua presidente Sabina Cantarelli.

 

 

 

14 agosto, Rocca di Passignano: premiazione del concorso Cartoline dal Trasimeno


Cartoline dal Trasimeno è l’evento dell’estate di Passignano sul Trasimeno, il caratteristico borgo, che oltre a offrire scorci meravigliosi sul più importante bacino lacustre umbro, cela un centro storico incantevole in cui la Rocca rappresenta l’elemento dominante che sovrasta e caratterizza in modo unico e inconfondibile la bellissima cittadina medievale.

Mostra “Cartoline dal Trasimeno”, foto by Facebook MEP Radio Umbria

 

L’evento è organizzato da Giuliana Baldoni – artista originaria di Montefalco ma particolarmente legata al lago Trasimeno – e da Marco Pareti – scrittore, organizzatore di eventi e profondo conoscitore del territorio lacustre – e vede la collaborazione e il sostegno del Gal Trasimeno Orvietano, del Comune di Passignano e della pro-loco locale.

Si tratta di una mostra di pittura contemporanea il cui protagonista e principale soggetto è il lago Trasimeno. I dipinti esposti, realizzati da una ventina di pittori provenienti dall’Umbria e da altri punti della Penisola, vogliono essere ambasciatori delle bellezze del territorio anche al di fuori dei confini regionali. Le opere sono affiancate da poesie create per l’occasione da diversi poeti, sia indipendenti sia della Bertoni Editore.

Dalle opere pittoriche sono state riprodotte delle cartoline postali da conservare o spedire, oggetti comunicativi nostalgici e romantici, sicuramente ormai desueti e forse per questo dal fascino immortale. Intenzione degli organizzatori è quella di puntare sull’effetto sorpresa di un mezzo di comunicazione un po’ retrò che proprio perché inatteso, suscita maggiore interesse e curiosità (“è come veder passare per strada un’auto d’epoca… tutti si fermano a guardarla!”).

 

Mostra “Cartoline dal Trasimeno”, foto by Facebook MEP Radio Umbria

 

Cartoline dal Trasimeno oltre alla mostra vuole rappresentare un contenitore d’arte a tutto tondo; infatti nelle due settimane in cui svilupperà la manifestazione, si susseguiranno numerosi eventi e appuntamenti che vedranno protagoniste tutte le arti: ancora pittura – sabato 7 agosto saranno protagonisti i Baccarelli con pittori che creeranno la propria opera utilizzando i vini dei Colli del Trasimeno – ma anche musica, letteratura, poesia e fiaba.

 

 

Dal 31 luglio al 14 agosto, il visitatore di Cartoline dal Trasimeno, potrà godere delle varie forme nei linguaggi d’arte proposte nel programma, ammirando il panorama mozzafiato del bellissimo lago e dell’antica Rocca passignanese.

 

 

«Tuoro sul Trasimeno riparte dall’arte, con pittura, musica e letteratura. E proprio alla letteratura noir è dedicato il festival Giallo Trasimeno».

Tuoro sul Trasimeno e l’Isola Maggiore di tingono di giallo. Dal 23 al 25 luglio andrà in scena Giallo Trasimeno, il Festival Letterario Nazionale dedicato ai libri noir e al crime in genere. L’evento da brividi è organizzato da Bertoni Editore e Marco Pareti, con la fondamentale collaborazione del Comune di Tuoro sul Trasimeno, del GAL Trasimeno-Orvietano, delle ProLoco di Tuoro e di Isola Maggiore.
«Quando ci hanno proposto la realizzazione di questo festival abbiamo subito sposato l’idea, perché è qualcosa di originale, infatti non esisteva ancora in Italia un evento dedicato esclusivamente ai libri gialli. Fondamentale è ripartire dalla cultura e ci aspettiamo un grande successo anche se – essendo la prima edizione – un po’ di preoccupazione c’è, ma era importante provarci! Inoltre, è un onore e un piacere ospitare autori del calibro di Piergiorgio Pulixi, Livia Sambrotta, Mirko Zilahy, Enrico Luceri e Stefano de Majo. A loro, e non solo, possiamo far conoscere il nostro territorio e le nostre bellezze paesaggistiche» spiega la sindaca di Tuoro, Maria Elena Minciaroni.

 

Piazza del Municipio di Tuoro, foto di Proloco di Tuoro sul Trasimeno

 

Proprio le location – Isola Maggiore e Tuoro – sono un vero punto di forza coi panorami meravigliosi, che faranno da cornice alle presentazioni e agli eventi, regalando un fascino unico. Tre giorni dedicati al giallo, nei suoi generi poliziesco, fantascienza, storico, spionaggio, noir o thriller e ce ne saranno per tutti i gusti e tutte le età, per adulti e per ragazzi.
Gli appassionati potranno godere di un programma fitto e variegato e della presenza di illustri ospiti che, con la loro partecipazione, impreziosiranno la kermesse lacustre. «Tutti gli eventi sono imperdibili, io però aspetto con particolare attenzione la presentazione del libro Non Salvarmi di Livia Sambrotta» ci confessa la Sindaca.

 

Non solo libri

Oltre alle circa 60 presentazioni autoriali, disseminate tra Isola e Tuoro, non mancheranno spettacoli teatrali, estemporanee di pittura, animazioni per bambini, performance di body painting e proiezioni cinematografiche. Scopriremo, infine, i vincitori del concorso letterario, che verranno premiati durante i tre giorni di Festival.

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