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Prenderà il via oggi alle 17.30, e durerà fino a domenica 27 presso la Sala Cannoniera della Rocca Paolina (Perugia) l’evento “Donna al femminile”, la manifestazione che propone una serie di appuntamenti riguardanti l’arte, la cultura, la pittura, presentazioni di libri, fotografie, poesie, moda, cucina e tanto altro, dove la donna è assoluta protagonista.

Il programma è nutrito e imperniato sulla centralità della figura femminile nella quotidianità e vuole renderle omaggio come assoluta interprete di primo piano della vita e come musa ispiratrice in molti ambiti. Presenti all’inaugurazione, che avverrà alle 17,30 di venerdì 18 novembre presso la Sala Cannoniera della Rocca Paolina, l’Assessore per la Cultura del Comune di Perugia, Leonardo Varasano, il consigliere regionale, Eugenio Rondini e il direttore del GAL Trasimeno Orvietano, Francesca Caproni.

Ci saranno le due mostre fotografiche, Donne nel Sociale e Un amore, dal Grigio al Colore, altresì saranno esposte le sculture di Fernando Fabbroni, le opere pittoriche del maestro Fabrizio Fabbroni e delle artiste Marisa Mari Mantovani e Chiara Musio e un incontro con Marine Arena e i suoi gioielli/spezia.

 

Inoltre, si potranno ammirare alcuni modelli di abiti della sezione Design della Moda del Liceo Artistico di Perugia Bernardino di Betto, quelli del corteo storico di Spina, curati da Asia Treggiari, ed alcuni abiti storici del Magnifico Rione di Porta Eburnea di Perugia. Un incontro denominato Narrativa e Poesia organizzato da Bertoni Editore, la presentazione del progetto e del catalogo di Vivo a Colori, del libro Voci e ricette del lago Trasimeno. Sapori e arte tra gusto e amore di Marco Pareti, Caterina Betti e Diana Capodicasa, edito da Morlacchi e del volume Asellaco di Michele Chierico, Era Nuova l’editore.

“La manifestazione Donna al femminile – hanno dichiarato gli organizzatori – è piena di significati e di valori che attraverso l’arte e la cultura mettono in risalto il mondo femminile nelle sue varie declinazioni. L’evento è nato sotto l’egida della gioia, del rispetto e della voglia di apprezzare le cose belle della vita, con la forza di riuscire a farcela nelle continue sfide che ogni giorno siamo chiamati ad affrontare e che, ovviamente, supereremo con il sorriso”. La manifestazione è stata organizzata da Marco Pareti, Claudia Maggiurana e Paola Musio, con il Patrocinio del Comune di Perugia, del GAL Trasimeno-Orvietano e in collaborazione con Bertoni Editore, Vivo a Colori, Galleria A+A, Cucinare Catering Eventi, RTN Radio, AboutUmbria Magazine, l’Istituto Omnicomprensivo Bernardino di Betto di Perugia, del Corteo Storico di Spina e del Magnifico Rione di Porta Eburnea e il Progetto Donna nel Sociale.

Bastia Umbra è un comune di circa 20.000 abitanti in provincia di Perugia, situato nella piana tra il capoluogo e Assisi, lungo le sponde del fiume Chiascio.

Insediamento di epoca romana, Bastia Umbra era originariamente denominato Insula Romanaisola romana – essendo circondato come un’isola dalle acque di un lago. In seguito al prosciugamento di qust’ultimo, la città cominciò a essere fortificata con la creazione di grosse mura e bastioni, da cui deriva il nome attuale. Del suo passato di importante borgo medievale vi è la testimonianza di Porta Sant’Angelo. Risalente al XIII secolo e rivolta verso ovest è, tra le porte dell’antico borgo, quella meglio conservata. Nella parte superiore alla volta sono visibili due fenditure laterali, nelle quali venivano inseriti i meccanismi di manovra del ponte levatoio. Attorno alla città era infatti presente un fossato, alimentato dal fiume Chiascio, che venne interrato nei primi decenni del Novecento.

 

Chiesa di San Michele Arcangelo

Entrando nel borgo attraverso Porta Sant’Angelo ci si ritrova di fronte alla Chiesa di Sant’Angelo. Chiesa più antica della città, venne riedificata nel XV secolo nella zona precedentemente occupata da un altro edificio di culto dedicato a San Michele Arcangelo. La facciata a capanna è stata realizzata con la pietra rosa e bianca del Monte Subasio. Attualmente la chiesa è sconsacrata ed è stata riconvertita in un auditorium.
Procedendo a sinistra verso Piazza Umberto I si arriva alla Rocca Baglionesca, testimonianza del passato medievale di Bastia, a lungo contesa tra Assisi e Perugia, le quali si sono alternate il dominio sulla città fino all’annessione allo Stato Pontificio nel 1580. La Rocca venne edificata nel 1431 dalla famiglia perugina dei Baglioni che ne fece la sua dimora durante gli anni di governo della città. Sotto lo Stato Pontificio venne poi, nel XVII secolo, trasformata in un convento benedettino femminile.
Nei pressi della Rocca, in Piazza Giuseppe Mazzini, sono presenti due importanti chiese della città, la Chiesa Parrocchiale di San Michele Arcangelo e la Chiesa Collegiata di Santa Croce. La Chiesa di San Michele Arcangelo è stata edificata tra il 1955 e il 1962, su progetto dell’architetto perugino Antonio Bindelli. La facciata a capanna è realizzata con lastre di pietra a corsi regolari ed è composta nella parte superiore da un rosone con dieci nicchie sottostanti e, nella parte inferiore, da un portico a sette arcate leggermente rialzato dalla piazza. Mentre l’interno, a pianta basilicale a tre navate, presenta il presbiterio rialzato rispetto alle navate e un’abside decorata con vetrate colorate raffiguranti le Storie di San Michele Arcangelo. Adiacente alla Chiesa di San Michele Arcangelo vi è la Chiesa Collegiata di Santa Croce. Venne edificata nel 1295 dall’ordine francescano e realizzata con la pietra bianca e rosa del Monte Subasio. L’interno presenta una pianta a croce latina e dipinti murali a tempera a opera dell’artista perugino Domenico Bruschi.
Fuori dalle mura cittadine è situata l’Abbazia di San Paolo della Abbadesse. La notorietà della chiesa è correlata alla storia di Santa Chiara. Si narra che la Santa, dopo essere fuggita dalla famiglia per seguire gli insegnamenti di San Francesco, sia stata portata dal Santo proprio in questa chiesa. Costruita nell’XI secolo è stata per alcuni secoli adibita a convento benedettino, fino a quando venne quasi totalmente distrutto dai perugini nel 1389. L’unico elemento rimasto intatto è la chiesa, attorno alla quale nel 1862 venne costruito il cimitero comunale, che funge oggi da cappella del cimitero.

 

Rocca baglionesca, foto di Enrico Mezzasoma

 

A unire le due parti della città, vi è il ponte sul fiume Chiascio. Voluto da Papa Paolo III Farnese, è stato realizzato sulla confluenza del torrente Tescio nel fiume Chiascio tra il 1546 e il 1548 su progetto dell’architetto perugino Galeazzo Alessi. I sostegni delle tre arcate sono stati decorati da due oculi che contengono le insegne raffiguranti Papa Paolo III e Papa Gregorio XIII, che lo ha rinforzato tra il 1579 e il 1581. Da non perdere la piccola Chiesa di San Rocco. Situata all’angolo tra via Roma e via Veneto, venne edificata nel XVI secolo come ex voto dagli abitanti del paese, grati al Santo per aver preservato la città di Bastia dalla pestilenza. Ogni anno, il 16 agosto, si svolge la festa dedicata al Santo e si porta in processione una statua lignea raffigurante San Rocco, realizzata dal Mastro di Magione.
Curiosità: la campagna attorno Bastia è fin dall’Ottocento luogo di ritrovo e di scambio per commercianti di tutto il centro Italia. L’attività fieristica si è andata consolidandosi nel corso del XX secolo, fino all’edificazione di un centro fieristico e alla creazione dell’ente Umbriafiere S.p.A.

 


Per saperne di più su Bastia Umbra

Quattro giorni all’insegna dell’arte, con oltre 15.000 opere in mostra su 28.000 mq di superficie, la partecipazione di oltre 300 espositori e una media di 26.000 visitatori per anno, in uno dei distretti fieristici più produttivi d’Europa dalla forte risonanza nazionale e internazionale.

 

 

ArtePadova non è solo un importante palcoscenico per artisti affermati o che si stanno affermando, ma anche per talenti emergenti che saranno presenti nella sezione Contemporary Art Talent Show, riservata a gallerie, associazioni, artisti indipendenti e collettivi che presentino opere d’arte dal costo inferiore ai 5000 euro, arricchita i due premi dedicati alle migliori opere d’arte accessibile: il Premio C.A.T.  e il Premio Banca Mediolanum, che confermano ancora una volta il primato di ArtePadova nella promozione del domani dell’arte. Glia artisti umbri presenti sono: Giuliana Baldoni, Silvana Bompadre, Massimo Capezzali, Donatella Chiocchi, Filomena Reale, Luciano Vetturini. Voluti con forte interesse alla mostra mercato Internazionale Arte Padova scelti dal critico e storico dell’arte professoressa Mattea Micello.

 


Per maggiori informazioni

Foligno (PG) e Gibellina (TP) apparentemente non hanno niente da condividere, ma in realtà un cubo e una sfera unisce queste due località.

Foligno e Gibellina sono due comuni italiani che distano fra loro 1.246 km. La distanza è notevole, non solo da un punto di vista geografico, ma anche storico, culturale, di dialetto e di cucina. Eppure, Lu centru de lu munnu e la Valle del Belice sono molto più vicine di quello che si può pensare. Infatti un evento naturale e due opere architettoniche, pur con tempi e forme diverse, hanno unito e uniscono questi due luoghi. L’obiettivo di rinascita spesso passa anche attraverso l’arte e i valori simbolici che essa esprime.
Tutto ha inizio nel gennaio del 1968 quando un forte terremoto colpì la Valle del Belice distruggendo Gibellina, paesino dell’entroterra trapanese. Poi nel settembre del 1997 un sisma di intensità leggermente inferiore a quello siciliano fece piombare nel dramma le popolazioni a cavallo tra Umbria e Marche. Nonostante le perdite umane e le pesanti ripercussioni su un territorio disastrato, la voglia di rinascita e di riscatto sociale si fece strada anche con i contributi dell’architetti Massimiliano Fuksas e Ludovico Quaroni.

Gibellina e l’architetto Ludovico Quaroni

Per la ricostruzione edilizia si pensò a una Nuova Gibellina distante una quindicina di km dal vecchio borgo. Per la rinascita delle coscienze e per la memoria storica si fece strada, da parte dell’amministrazione del Comune, l’idea di una ricostruzione culturale, dove l’arte e l’architettura avrebbero garantito un futuro a questa zona.

Chiesa di Gibellina

Nel 1970 l’architetto romano Ludovico Quaroni ricevette l’incarico per la progettazione della Chiesa parrocchiale nel punto più alto del paese. Il progetto fu completato nel 1972 ma i lavori iniziarono clamorosamente tardi e non furono completati fin quando nel 2002 ripresero i passaggi ultimativi, terminati poi nel 2010. Nel mese di marzo di quell’anno la chiesa fu inaugurata e consegnata ai fedeli.
La chiesa presenta una peculiarità che ritroviamo nelle architetture metafisiche, nel Cenotafio di Newton di Boullèe, nei connotati utopici di altri progetti contemporanei e che in sostanza si materializza nella forma perfettamente sferica dell’abside.
La Chiesa Madre, questo il suo nome, ha una geometria inusuale per una costruzione ecclesiastica: ha una pianta a base quadrata di 50 metri per lato, un anfiteatro scoperto dominato da una sfera centrale.

Foligno e l’architetto Massimiliano Fuksas

La Chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno è una chiesa parrocchiale progettata dall’architetto Massimiliano Fuksas e inaugurata nel 2009. Simbolo della rinascita dopo il terremoto del 1997 sorge su un’area che aveva ospitato un campo container per gli sfollati. L’edificio è costruito prevalentemente in cemento armato ed è come una scatola nella scatola, essendo frutto della composizione di due parallelipipedi, uno interno e uno esterno dove sono presenti finestre di forma irregolare.

Chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno

Non è, come qualcuno sofferma, una monolitica gettata di cemento, ma molto di più per l’importante rapporto che si crea fra l’edificio e il cielo e che rimanda al trascendente. La lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali e perciò di tratta esattamente di un cubo. Interessante è la leggerezza del cubo sospeso all’interno che si contrappone all’architettura massiva del volume esterno. Alla Chiesa si accede attraverso un vasto sagrato in salita dove si innalza una stele alta 13 metri in cemento e marmo di Carrara.
Accanto alla chiesa sorge un altro parallelepipedo, più basso e allungato dove trovano spazio la Sagrestia, il Ministero Pastorale e la Casa Canonica. Infine, un piccolo volume vetrato accoglie la cappella feriale. La facciata dell’ingresso, posta a sud, è attraversata in tutta la sua lunghezza da una bassa vetrata e numerose sono le fonti di luce che illuminano scenograficamente gli elementi di maggiore importanza.

Aspetti geometrici e rappresentativi

La Chiesa Madre di Gibellina rappresenta un luogo chiaramente simbolico, il centro gravitazionale degli spazi per la liturgia intorno a essa disposti. La sfera è una superficie liscia e candida che incarna la ricerca di purezza. È memoria della chiesa originaria riletta in chiave moderna e sintetizza il trascendente con la razionalità umana, è un’opera unica e un osservatorio privilegiato. Ludovico Quaroni ha sperimentato a Gibellina una sintesi fra arte, architettura e urbanistica tralasciando in parte gli aspetti liturgici.
Massimiliano Fuksas definisce così il senso del suo progetto per il Complesso Parrocchiale San Paolo a Foligno: «Vedere attraverso il cemento il cielo, dall’interno, dall’esterno, all’esterno». L’elemento luce in questo progetto è fondamentale per creare un ambiente favorevole alla spiritualità. La geometria minimalista dell’ingresso, al quale si arriva attraversando il sagrato, è in perfetta sintonia con tutta l’opera. Il cubo di Fuksas si rifà a un’estetica di essenzialità indicando ai fedeli la via della spiritualità. Il progetto, ispirato da un’idea di modernità, è di interesse, per il suo spirito d’innovazione, internazionale. La valenza simbolica è molto forte: opporsi alla distruzione ricostruendo un edificio forte e stabile.

La critica e la paura verso il nuovo

 La prima critica nei confronti della Chiesa Madre di Gibellina, a nome degli anziani del posto, è che è «troppo lontana, raggiungerla a piedi è impossibile», trovandosi nella parte più alta del paese. Inoltre, per i gibellinesi è moderna e con una forma bizzarra tanto che è stata soprannominata la chiesa palla.

Chiesa di Gibellina

Gli abitanti del posto erano abituati a cose ordinarie e capire questa nuova chiesa non è stato semplice. La Chiesa Madre di Quaroni per la gente è semplicemente un monumento da far vedere ai turisti e i fedeli vanno nella Chiesa Madre perché poi in fondo non hanno altre alternative, ma l’idea di appartenenza a una piccola comunità religiosa è ormai perduta.
Sintetizzando possiamo affermare che l’obiettivo di rinascita non ha funzionato del tutto e che la chiesa palla è troppo lontana e troppo moderna per essere accettata. Per quanto riguarda Foligno, sebbene la Conferenza Episcopale Italiana abbia scelto il progetto di Fuksas per il suo forte carattere d’innovazione, vi è stato chi ha mosso dure critiche al risultato finale. I detrattori sostengono che l’edificio risulta troppo d’impatto con il contesto circostante richiamando l’idea di un magazzino o semplicemente l’idea di un cubo gigantesco. Un volume troppo imponente che non si integra con il paesaggio umbro e la sacralità del luogo. È così che l’estetica contemporanea come tema di rinascita si è trasformata pure in tema di polemica. Come la chiesa palla non è entrata nel cuore dei gibellinesi, anche la chiesa cubo non fa impazzire i folignati. Probabilmente queste due opere architettoniche moderne hanno fatto emergere, in parte della popolazione, la neofobia intesa come il timore per tutto ciò con cui non abbiamo familiarità. Spesso non si ha paura del nuovo come tale, ma delle sue conseguenze. La paura della modernità e del cambiamento è uno stato d’animo che esiste da sempre, perfino Socrate era diffidente di quell’astruseria moderna che era la scrittura.

 

Chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno

Uno sguardo oltre

Molti sono gli esempi a livello internazionale di centri parrocchiali progettati in chiave moderna nell’ambito dell’architettura sacra. La chiesa del centro parrocchiale di Iesu a San Sebastian in Spagna, progettata da L.R. Moneo Valles, si contraddistingue per lo spazio astratto e cubico e per lo slancio verticale. La chiesa del complesso parrocchiale di Ka Don in Vietnam, si caratterizza per la semplicità e il rigore. Si tratta di un’opera poetica capace di rispondere a uno spazio di preghiera dimensionalmente grande. La chiesa invece progettata dagli architetti Ansgar e Benedikt Shulz a Lipsia in Germania ha un significativo spazio liturgico capace di trasmettere una trascendente esperienza spaziale intensificata dall’alto lucernario.

Un cenno al simbolismo geometrico

Concludo facendo un breve cenno al simbolismo geometrico e se questo può essere utile ad aiutare gli scettici a scoprire la bellezza delle chiese di Foligno e Gibellina. La sfera è la forma primordiale perché è simile a se stessa in tutte le direzioni ed è la forma più universale essendo il simbolo della perfezione. L’assenza di angoli simboleggia l’armonia e rinvia a una immagine di totalità.
Il cubo è la forma più immobile di tutte, è il solido per eccellenza e simboleggia la stabilità la forza e l’integrità. Con le dovute modifiche, certamente Quaroni e Fuksas hanno applicato ai loro progetti il valore del simbolismo e mentre il primo asseriva che: «senza possibilità di sperimentare non è possibile fare niente», l’altro ha affermato: «Io inizio a disegnare, intuisco una cosa, che poi non è mai quella vera o quella che mi era richiesta».

«Come sempre sto lavorando alla pittura ma anche a dei progetti paralleli, forse è più esatto dire intrecciati, in cui le riflessioni sullo spazio, sul tempo, sulla natura della visione vengono assunte anche attraverso le istallazioni, la scultura, la scrittura».

Fog olio e bitume su tela

Danilo Fiorucci è nato a Perugia dove vive e lavora. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia con i docenti Nuvolo, Antonio Gatto, Bruno Corà e Aldo Iori. Nel 1989 ha fondato l’Associazione Arti Visive Trebisonda insieme a Moreno Barboni, Lucilla Ragni e Robert Lang. Intraprende poi un’intensa attività espositiva e organizzativa con mostre in Italia, Germania, Stati Uniti e Israele tra cui ricordiamo: Premio del Golfo 2006 Biennale Europea Arti Visive Camec La Spezia; XV Quadriennale di Roma Palazzo delle Esposizioni; Stemperando Biennale di pittura su carta Biblioteca Nazionale di Roma e Padiglione Italia Biennale di Venezia, Sala Nervi, Torino. Oggi collabora alla realizzazione di numerose esposizioni curate dall’Associazione Trebisonda presso l’omonimo centro per l’arte contemporanea.

I suoi dipinti sono evanescenti ed eterei, dalle pennellate fluide e veloci. Qual è stata la spinta che l’ha avvicinata al mondo dell’arte?

È difficile rintracciare un momento preciso. Non c’è dubbio che la mia infanzia – e credo valga per tutti – era pervasa da questa capacità di costruire mondi, attribuire alle cose una propria vita, una inesauribile spinta generatrice; poi c’è stato l’incontro con il colore, il segno, la forma. Da questa condizione iniziale è scaturita una curiosità inesauribile nei confronti dell’arte, un assorbimento continuo d’immagini, di storia, di pensiero; successivamente la formazione e l’incontro con compagni sodali con cui scambiare e confrontarsi.

Nelle sue opere è spesso presente il colore nero, il bitume corposo degli sfondi che guida costantemente lo sguardo nella profondità, in cui la luce è la forza generatrice. Ci racconta come nascono le sue opere?

La mia pratica nella pittura, fiume sotterraneo e continuo, si muove da un’originaria necessità di evidenziare la profondità dello sguardo. I primi lavori apparentemente monocromi erano ottenuti da un susseguirsi di velature per produrre addensamenti e punti di luce; una visione in immersione, ho cercato di essere dentro la pittura e non di fronte superando il modello prospettico. Questa modalità è andata avanti per anni, lo scarto è avvenuto ribaltando il processo, partendo quindi da una oscurità abissale (progetto cosmico) per rintracciare la luce originaria. Tecnicamente il lavoro procede sempre per velature e sovrapposizioni che producono non solo spazio ma temporalità.

 

Lo spazio assente

Se posso chiederlo, a cosa sta lavorando in questo periodo?

Come sempre sto lavorando alla pittura ma anche a dei progetti paralleli, forse è più esatto dire intrecciati, in cui le riflessioni sullo spazio, sul tempo, sulla natura della visione vengono assunte anche attraverso le istallazioni, la scultura, la scrittura. Sto sviluppando per esempio un progetto, Lo Spazio assente, che ragiona sul vuoto, sulla centralità di questa tematica nell’arte contemporanea. Credo di aver aperto il vaso di Pandora tali e tante sono le direzioni percorribili…

Vorrei concludere chiedendole di lasciarci con una parola su cui meditare, che per lei rappresenti il connubio tra la sua arte e l’Umbria.

Se tra queste colline intermedie tra Toscana, Umbria e Marche è nato il Rinascimento credo che la parola giusta sia armonia.

L’inaugurazione si terrà venerdì 23 settembre alle ore 18.00 e la rassegna sarà visibile fino al 12 ottobre 2022.

L’associazione arti visive Trebisonda, con il patrocinio del comune di Perugia, per l’anno in corso organizza una rassegna di cinque mostre sotto il titolo generale di Drawing as concept. Il tema analizzato fa riferimento alle modalità di intuizione, elaborazione e stesura iniziale dell’idea delineando i percorsi attraverso i quali l’intuizione si manifesta. Le mostre saranno accompagnate di volta in volta da un testo a carattere generale sulla tematica, per questo numero il catalogo sarà corredato dai contributi di Maila Buglioni e Aldo Iori.

Artisti: Paolo Assenza,  Peter Bartlett, Franca Bernardi, Arianna Bonamore, Anja Capocci, Lea Contestabile, Elfrida Gubbini, Clara Luiselli, Serenella Lupparelli, Giulia Manfredi,  Saverio Mercati, Laura Palmieri, Diego Randazzo, Nicola Rotiroti, Dafne Tafuri, ScAle architects.

 


Centro per l’Arte Contemporanea Trebisonda, via Bramante 26, 06122, Perugia.

Con un‘estate così torrida la siccità è in agguato. Da tutte le parti si sono levate voci che invitavano a non sprecare l’acqua, che è il bene fondamentale per la vita.

Il totem di Fabrizio Plessi

L’artista Fabrizio Plessi ha capito il problema, ma non ha voluto rinunciare all’acqua, anzi a tanta acqua, a una cascata d’acqua. Fabrizio Plessi vive sull’acqua perché la sua città è Venezia. A Venezia incontri l’acqua ogni momento, ma a Venezia l’acqua è orizzontale e stranamente non ci sono fontane, mentre Plessi ama le fontane. Certo questa è una parola che ai romani evoca le fontane monumentali del barocco: fontana di Trevi, quella dei Quattro Fiumi o quella piccina delle tartarughe. I romani sono abituati a veder scorrere l’acqua a vederla scendere dall’alto, con mille schizzi e con l’arcobaleno che l’attraversa. L’acqua di Plessi è diversa perché l’artista ha creato l’acqua elettronica verticale.

Il sindaco di Todi, Antonino Ruggiano, da molti anni accarezza il sogno di far diventare Todi la capitale dell’arte contemporanea e ogni anno viene invitato un artista famoso in occasione del Festival delle Arti (organizzato dalla Fondazione Beverly Pepper) che si svolge in contemporanea al Todi Festival proprio perché chi viene ad assistere al Festival, può godere anche di altre forme d’arte.

Fabrizio Plessi è presente in tre luoghi diversi: sulla piazza del Popolo con il totem Todi Today, nelle cisterne romane con Secret water e nella Sala delle Pietre con la mostra Progetti del Mondo.

Il totem elettronico è installato nella piazza del Popolo, dove cinquant’anni fa Beverly Pepper aveva installato le sue Todi Columns, quelle che adesso si trovano sulla collina che sovrasta la città. Plessi ha voluto installare la sua opera elettronica nello stesso posto. L’artista ha ripreso l’idea che Pepper e Pomodoro avevano iniziato, perché vedevano nelle loro opera la continuità verticale dei campanili.

 

 

Il totem ha due lati neri e due elettronici dove scorre l’acqua. L’acqua sale adagio, come una marea, sale per 12 metri, poi, come la marea comincia a ritirarsi fino a sparire e prosciugarsi; quindi il ciclo ricomincia ininterrottamente sulla piazza e nei sotterranei. Plessi ha riportato l’acqua anche nelle cisterne romane che attraversano il sottosuolo della piazza, con tre installazioni corrispondenti a quella di sopra. Quest’acqua, come quella reale, non sta mai ferma e ha un suo rumore che di notte si sente meglio, mentre il totem si illumina. Plessi è stato un antesignano dell’elettronica usata come arte e come collegamento tra i materiali. Noi vediamo tutti i giorni questi collegamenti senza percepirli come arte. Abbiamo il televisore attaccato al muro, il computer posato sulla scrivania e il telefonino in mano. Materiali diversi che hanno un unico collegamento: l’elettronica che solo nelle mani di Plessi diventa forma d’arte.

Secret Water rappresenta l’acqua che sogni, che vedi scorrere ma questa è acqua che non bagna, che non schizza, che non puoi toccare, non ci sono arcobaleni che l’attraversano, è solo acqua da vedere per immaginare un mondo ideale. L’installazione resterà sulla Piazza del Popolo di Todi fino al 25 settembre.

Fino al 3 settembre si terrà a Perugia, presso la suggestiva cornice dell’Abbazia di San Pietro (Borgo XX Giugno, 74), l’International Festival of Art Therapies for Psychosis Healing Spaces. 

Il Festival, a ingresso gratuito, è organizzato dal Dipartimento di Filosofia Scienze Sociali Umane e della Formazione dell’Università di Perugia e dall’ISPS (International Society for Psychological and Social Approaches to Psychosis).

 

 

Il Festival raccoglie mostre, installazioni, performance artistiche, e sarà possibile sperimentare in vari workshop, condotti da terapeuti provenienti da vari continenti del mondo, innovative forme di arte terapia per la salute psichica. Il festival Healing Spaces ha anche l’intento di ricordare che cinquant’anni fa un gruppo di operatori sanitari, pazienti e artisti iniziò un movimento trasformativo che portò alla chiusura degli ospedali psichiatrici. In particolare l’Umbria fu all’avanguardia di questo movimento. Infatti, la nostra regione fu la prima nel mondo a offrire ai pazienti liberati dal manicomio una rete completa di servizi operanti in tutta l’Umbria. Questo evento ha segnato una pietra miliare nella storia dell’umanità. Al festival si accompagna la 22ma International Conference dell’International Society for Psychological and Social Approaches to Psychosis.

 


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«Il mio modo di manifestare l’Arte è per me una profonda riflessione sull’umanità dell’artista; dico spesso che è l’opera che fa l’artista»

Bruno Ceccobelli

 

Bruno Ceccobelli, allievo di Toti Scialoja, è un artista spirituale che ha sviluppato un linguaggio formale del tutto autonomo e scevro dalle influenze dettate dalla moda. Dalla seconda metà degli anni ’70 fa parte degli artisti che si insediarono nell’ex pastificio Cerere a Roma, nel quartiere san Lorenzo, gruppo poi divenuto noto come Nuova scuola Romana o Officina san Lorenzo. L’artista tiene la sua personale nel 1976 presso la Galleria Spazio Alternativo di Roma; successivamente espone a Parigi e New York. Nel 1984 e nel 1986 è invitato alla Biennale di Venezia ed espone in diverse mostre in Europa, Canada e Stati Uniti.

C’è stato un momento in cui ha capito che l’arte avrebbe fatto parte della sua vita e che lei sarebbe diventato un artista?

Beh, era il 1959 e frequentavo la prima elementare, vinsi un premio di pittura promosso dall’I.N.A.- Istituto Nazionale Assicurativo, un libretto di risparmio a mio nome; vivevo in campagna e i miei erano contadini: fu uno sconvolgimento per tutto il circondario. Dipinsi un pastorello che conduceva le pecore, prendendo spunto dalla raffigurazione pubblicitaria della scatola dei colori Giotto che avevano per icona emblematica Cimabue, il quale guardava con entusiasmo il piccolo Giotto, che diverrà poi suo allievo, mentre disegnava una pecora su una roccia. Mi ero così impressionato da quel romanzato episodio artistico che credetti nel sogno totalmente… e come Giotto anch’io stavo con le pecore, in fondo mi mancava solo un futuro maestro: già, d’altronde non si racconta anche nella Bibbia che «quello che credi ti sarà dato»?

Lei è stato un allievo di Toti Scialoja: questa relazione quanto ha influito sulla sua arte? Se vuole, ci può raccontare un aneddoto che ricorda con piacere?

Quattordici anni dopo aver vinto quel mio primo premio, all’Accademia di Belle Arti di Roma, Sezione Scenografia, arrivò il mio primo maestro, Toti Scialoja, un uomo coltissimo, pittore, poeta, già famoso per aver avuto allievi importanti come Pino Pascali, Jannis Kounellis, Giosetta Fioroni e Carlo Battaglia. Toti era un istrione, un perfetto narratore, un rigoroso insegnante e infine un bonario amico. Ricordo con piacere l’ultima sua lezione, che fece anni dopo la sua uscita dall’Accademia; per il suo ottantesimo compleanno organizzammo una festa di reincontro: lui e i suoi allievi più affezionati, pranzammo a San Lorenzo, al ristorante Pommidoro, per poi scegliere il mio studio all’ex Pastificio Cerere per un ulteriore saluto. Toti, emozionato, non si trattenne e si caricò per darci una sua definitiva prolusione sulla gnoseologia dell’arte; finito il discorso con applausi e commozione, io rimasi scosso perché, ancora una volta, non solo lo ritrovai empatico, ma quello che il prof. aveva appena detto era esattamente il mio pensiero sull’arte. Dunque, non ero io allievo che avevo un pensiero artistico originale, ma si ergeva in me lo spirito del maestro e ne fui felice.

 

”Motore Universale”, 2011, tecnica mista su legno

L’arte è quindi il saper rappresentare la visione olistica-filosofica e ontologica dell’umana esistenza; infatti nelle sue opere è molto forte e preponderante l’aspetto spirituale, il modo di ricercare l’essenza attraverso l’arte. Ci può raccontare?

A diciassette anni, a Roma, incontrai il mondo della Teosofia grazie a Emma Cusani della L.U.T. – Logge Unite Teosofiche, così approfondii il pensiero filosofico di Madame Helen Blavatsky che tanto aveva influenzato pittori del Novecento come Hilmaaf Klint, Kazimir Malevic, Vasilij Kandinskij, Paul Klee e Piet Mondrian. Poi, nel 1985 fui uno dei pochi artisti italiani viventi a partecipare al Los Angeles County Museum of Art, quell’esposizione storica itinerante dall’America all’Europa dal titolo The Spiritual artabstract painting 1890-1985. Il mio modo di manifestare l’Arte è per me una profonda riflessione sull’umanità dell’artista; dico spesso che è l’opera che fa l’artista. Senza dubbio i miei dipingere e scolpire sono iconico-simbolici e i miei temi sono le profondità del cosmo e dell’anima.

Vorrei concludere chiedendole di lasciarci con una parola su cui riflettere; una parola che per lei rappresenti il connubio tra la sua arte e l’Umbria.

Sono nato a Todi, nel cuore dell’Umbria che è il cuore d’Italia. Mi sento fortunato, vorrei abbinare all’Umbria i miei quadri fatti con la parola cuore.

L’evento “L’Umbria: il giardino di Roma”, organizzato dall’architetto Simona Bonini e da Saberogi Property, si terrà nella Capitale dal 26 al 31 luglio.

L’architetto Simona Bonini

Un salotto informativo dove si incontreranno professionisti del settore immobiliare che affronteranno tematiche come l’assistenza all’acquisto da parte di stranieri, il tipo di strutture ricettive presenti in Umbria e i loro legami giuridici e contrattuali, ma anche l’arte e gli immobili storici, la fattibilità e le ristrutturazioni mirate al riuso, partendo da una visione inusuale in un particolare momento storico. Questo e molto altro è L’Umbria: il giardino di Roma, l’evento organizzato dall’architetto Simona Bonini insieme a Saberogi Property, con la collaborazione di AboutUmbria e Corebook Multimedia & Editoria, che si terrà nella Capitale dal 26 al 31 luglio.

Numerosi gli interventi da non perdere durante la sei giorni, come quello di Debora Mendolicchio, art advisor, consulente d’arte e investimenti che parlerà de L’immobiliare e i patrimoni d’arte: punti di contatto sinergie e presenterà una pillola inerente la criptovaluta immobiliare; o quello dell’avvocato Giovanni Imbergamo che lavora da anni con gli stranieri e presta assistenza agli americani che acquistano in Italia. L’avvocato Gianluca Ciurnelli invece racconterà le tipologie di strutture ricettive e spiegherà l’ospitalità dell’Umbria, mentre l’avvocato Matteo Falchetti illustrerà Ospitality e Food. Infine, Massimo Sacco, coach e consulente per la ristorazione, si occuperà della giornata dedicata all’enogastronomia umbra.

 

Palazzotto a Tuoro

 

«Saranno degli incontri – o meglio – dei salotti in movimento per informare sulle potenzialità dell’Umbria, che spesso non sono conosciute e che restano fuori dai circuiti più battuti. Ci vogliamo rivolgere agli investitori, a chi vuole acquistare una seconda casa o a chi vuol fare delle operazioni immobiliari assistite e ben definite. L’Umbria – come recita il titolo dell’evento – è il giardino di Roma, infatti, oltre a essere verde e vicina alla Capitale, è un luogo che spesso viene scelto dai romani per l’evasione e per acquistare la seconda casa. Inoltre, dopo il Covid la mentalità è completamente cambiata. Ora si va alla ricerca di una slow life e l’Umbria per questo è un luogo perfetto: ha mantenuto nel tempo quel vivere interiore e quell’intimismo che oggi sono molto ricercati. Offe anche un patrimonio immobiliare che va dalla casa nel verde e dal casale all’appartamento nel borgo. Ha delle strutture antiche da fare rivivere e da reinterpretare con delle ristrutturazioni mirate» spiega l’architetto Bonini.

 

La limonaia

 

L’Umbria non vuol essere considerata la sorella povera della Toscana e attira nel suo territorio acquirenti sia italiani che stranieri, che investono non solo nell’immobiliare residenziale, ma anche in quello ricettivo. «I prezzi della Toscana sono pazzeschi e ora si trova veramente poco a livello immobiliare, l’Umbria ha molto più da offrire in questo momento. Quando ristrutturi e vendi un immobile non vendi solo quello, ma anche il territorio e tutto ciò che lo circonda, in questo la visione dell’architetto è fondamentale. Io da architetto ho la mia visione iniziale e ho subito l’idea di cosa può diventare quell’immobile, di come posso trasformarlo in funzione di e usarlo in base alle esigenze di…» conclude Simona Bonini.

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