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Domenica 14 aprile, presso la residenza storica Posta Donini 1579, si è svolto il concerto Sheherazade e altre fiabe organizzato dal Comitato Madonnuccia Insieme.

Il concerto è stato preceduto da una illustrazione storico artistica del Prof. Enrico Battistoni avente per oggetto la descrizione della Chiesa della Madonnuccia e i suoi affreschi. Protagonista della serata è stato il duo pianistico composto dall’italiana Gabriella Rivelli e dall’ucraina Maria Ponomaryova che ha eseguito brani musicali tratti da Sheherazade di Rimsky e Korsanov e da Lo Schiaccianoci di Tchaikovsky.

 

 

Nel corso dell’esecuzione musicale si è esibita la scuola di musica Aquilon Vivereladanza, con la partecipazione di Yevheniia Korshunova, prima ballerina solista del teatro dell’Opera di Kiev. Durante la serata sono state esposte opere pittoriche di Fabiola Mengoni. Alla fine del concerto si sono svolte visite guidate alla Chiesa della Madonnuccia.

Il concerto, pensato per far conoscere questa realtà artistica, ha avuto anche l’obiettivo di sensibilizzare possibili sponsor per la valorizzazione e il restauro del pregevole ciclo pittorico custodito al suo interno.

Domenica 14 aprile alle ore 17:00 alla residenza storica Posta Donini 1579 si terrà il concerto Sheherazade e altre fiabe organizzato dal comitato Madonnuccia Insieme.

Il concerto che ha l’obiettivo di far conoscere al grande pubblico l’Oratorio della Madonnuccia, al fine di sensibilizzare possibili sponsor per la valorizzazione e il restauro del pregevole ciclo pittorico custodito al suo interno, vedrà protagonista il duo pianistico composto dall’italiana Gabriella Rivelli e dall’ucraina Maria Ponomaryova. A impreziosire l’evento le opere pittoriche, ispirate alle musiche, di Fabiola Mengoni. Le coreografie saranno curate da Aquilon Vivereladanza, con la partecipazione di Yevheniia Korshunova, prima ballerina solista del teatro dell’Opera di Kiev.

 

Chiesa della Madonnuccia

 

La Chiesa della Madonnuccia (nota come Oratorio della Madonnuccia) si trova a San Martino in Campo lungo la strada che costeggia le mura dietro “la Posta dei Donini” e prosegue verso la provinciale in direzione S. Andrea d’Agliano.

La Chiesa è attualmente una piccola porzione dell’edificio esistente fin dalla metà del ‘400, e custodisce un ciclo di affreschi attribuiti per lungo tempo ad Andrea Aloigi (o Andrea d’Assisi) detto l’Ingegno, ritenuto dal Vasari il miglior allievo del Perugino. Attualmente alcuni studiosi, come il prof. Elvio Lunghi, attribuiscono gli affreschi direttamente a Pietro Vannucci, Il Perugino.

 

Gli affreschi

 

Per la conservazione e valorizzazione dell’Oratorio, il Comitato Madonnuccia Insieme si impegna da diversi anni, promuovendo iniziative ed eventi ed ha già conseguito un notevole risultato: con il finanziamento ottenuto partecipando a un bando della Fondazione Perugia e la compartecipazione di alcune imprese e associazioni del luogo, è stato infatti possibile realizzare alcuni lavori strutturali indispensabili per scongiurare il rischio di perdere definitivamente il ciclo di affreschi.

Il passo successivo sarebbe proprio il restauro degli affreschi che, nel corso degli anni, hanno subito un certo logoramento. Questo evento rappresenta un ulteriore contributo per far conoscere e apprezzare questo piccolo scrigno che ha destato l’attenzione e l’apprezzamento di diversi studiosi.

 


L’ingresso all’evento è libero. Per informazioni 339 8501337.

Andrea Sbarretti lo aveva anticipato a giugno 2023, nella storica sala cinematografica Mario Monicelli di Narni al termine dell’anteprima del docufilm Su queste Montagne. Tra i prossimi impegni, aveva quello di un sequel del suo quinto film Il Lento Inverno. «Piuttosto una denuncia, Norcia sei anni dopo – aveva precisato il regista del dopo terremoto raccontato nel film, la Norcia ancora incompleta nella ricostruzione».

Titolato Il terremoto di Norcia il nuovo lungometraggio sarà proiettato il 12 aprile 2024, alle ore 21.00, sempre al Monicelli di Narni. Occasione per ripercorrere la storia di un regista indipendente umbro. Della sua scelta stilistica di raccontare quei paesaggi che il cinema attuale, ormai, relega sempre più in pochissime inquadrature e di preferire protagonisti che nel film interpretano se stessi.

 

Castelluccio di Norcia. Photo courtesy Andrea Sbarretti

 

Al tempo della mia prima intervista ad Andrea Sbarretti del 2017 stavano andando forti i 33 capitoli di Io Rifletto un docufilm la cui prima puntata era stata girata a Civitella del lago, Guardea e Montecchio, 3 paesi poco conosciuti dell’Orvietano. «L’idea era proprio quella di raccontare piccole realtà dell’Umbria, attraverso la vita dei protagonisti». Il filo conduttore di quel documentario itinerante Sbarretti lo spiegò come una «maniacale presentazione della topografia dei luoghi. Perché i luoghi sono sempre i veri protagonisti e influenzano i comportamenti della popolazione». Molti altri borghi sono stati ripresi dal regista in quella serie, con storie di profondo legame col territorio.  

Nel frattempo il regista ternano aveva girato altri 4 film: Il muro del passato, La sella del vento, Don Pierino e Lontano da tutti.  La scelta del genere documentaristico gli garantisce una libertà assoluta nel creare emozioni attraverso momenti particolari, un tramonto, una nevicata, il silenzio delle montagne. Apparente semplicità di racconto della Valnerina umbra, location sempre al centro delle sue riprese. E attori che non sono i soliti volti del cinema che fanno sembrare i film tutti simili ma interpreti locali. «Suppongo che gli spettatori» spiega «si siano stufati di vedere sempre le solite commedie italiane o gli stessi film stereotipati americani. Credo che abbiano voglia anche di vedere attori nuovi, sguardi nuovi, espressioni diverse su volti che non siano sempre le stesse maschere».

Per il film Su queste montagne – premiato al XIX Terni Film Festival per la miglior produzione – le inquadrature lente, minuziose, girate spesso nella dorata controluce di fine serata disegnano un tempo scandito dalle attività quotidiane di lavoro, fuori dagli artifici della città: la cura degli animali, il pascolo, la raccolta delle olive, le riparazioni e anche la preghiera, quando ai pochi abitanti di Castellonalto e Colleolivo si aggiunge l’eremita Pietro che abita, su, ai mille metri. Unici rumori i motori lenti dei trattori, sembra aspettare una soluzione. Ma nulla accade se non l’esercizio ripetuto che tempra, lo sguardo acuto sul sacrificio che mantiene ancora integro un mondo. Per questo sono maestri Dante e Pietro. I due protagonisti che interpretano se stessi. Uno consolidato dal vissuto, l’altro per vocazione.

Un fine esistenzialismo tra essere e tempo che Sbarretti evoca tramite la voce della natura, di quel mondo nido dell’uomo, dell’aquila che vi vola bassa  senza intervenire, come è suo stile di solitario osservatore e medium del messaggio. Assenza di copioni strutturati e di sceneggiatura, di una trama vera e propria, dialoghi liberi che assumono in modo quasi impensabile il senso di un oracolo; una timeline di produzione senza rigore di scadenza. Iniziato a girare nell’agosto del 2021, Sbarretti lascia parlare, a oggi, voci cristalline che seguono previsioni naturali e ci rendono la bellezza, la coerenza e perseveranza del soggetto e oggetto delle riprese di una cinematografia indipendente. 

 

Castelluccio di Norcia, la Piana. Photo courtesy Alessandro Moscetti

 

Allen Ginsberg diceva “considero l’immagine, non il completamento della parola, ma la parola stessa che realizza lo sguardo” . «Ecco, mi sono avvicinato alla regia perché attratto dalle immagini, dalle prospettive, dalla luce» aggiunge Sbarretti.

I primi di ottobre 2017 Andrea Sbarretti mi presenta un trailer girato a Castelluccio di Norcia, messo in ginocchio dal terremoto del 2016. Ci si arriva a fatica, le strade sono compromesse. Dal 15 ottobre sarà sul luogo, con la sua Sony HD e Sennheiser MKH 70, a raccontare le zone terremotate attraverso lo sguardo dei loro abitanti e della loro gran voglia di ricominciare. Di una famiglia di allevatori di lumache. Poi sarà inverno. Il Lento Inverno. Il 18 ottobre aveva già premontato le prime due scene con gli attori vestiti da ottobre a un picnic sui campi di Castelluccio, il plaid, il cibo, l’auto, la casa. La casa lasciata. Il tempo che se fosse stato possibile, lo avrebbero fermato al 29 ottobre 2016 prima del sisma che scarica ancora il paese di Castelluccio e Norcia stessa.

Ad anticipare il suo inverno, esce La botta grossa un road movie girato tra Umbria e Marche del dopo terremoto di Sandro Baldoni con il sostegno di Lombardia Film Commission, distribuito nelle sale da Luce Cinecittà e presentato con un’anteprima evento da Nanni Moretti al Nuovo Sacher di Roma a novembre 2017. Un successo per un film d’inchiesta, Baldoni da questo punto di vista realizza una magia, ma la distribuzione resta ugualmente limitata. La domanda sorge spontanea anche per il Cinema indipendente, praticamente impossibile farlo vedere a un pubblico consistente. Arte cinematografica, di spessore che resta nell’ombra; ci si sarebbe potuto aspettare intanto una maggiore attenzione a queste produzioni che sperano e sollecitano la ricostruzione dei propri territori?

 

Castelluccio di Norcia, la Piana. Photo courtesy Alessandro Moscetti

 

Chiedo ad Andrea di raccontarmi Il lento inverno. «È un film ambientato a Norcia, dopo il terremoto. Un film molto riflessivo, non triste e non indugia sulle disgrazie e sul dolore degli abitanti. Racconta la vita di una famiglia che alleva lumache, Maurizio e sua moglie. Il loro figlio Pier decide di abbandonare Norcia in cerca di un lavoro fisso. Il cognato di Maurizio, Benedetto, si innamora di una ragazza più giovane di lui, come a voler esorcizzare l’incognita del futuro. Sono cresciuto in Valnerina, lungo il Fiume Nera che ha scandito i tempi della mia adolescenza. Sono molto legato a questi luoghi. Durante le riprese del film Lontano da tutti, già meditavo di ambientare il futuro film nell’alta Valnerina, nelle zone comprese tra Borgo Cerreto, Cerreto di Spoleto, Preci e Norcia. In questi territori, le montagne travestono di luce ogni cosa e regalano sensazioni uniche. Io volevo riportare in un film queste sensazioni. Il terremoto ancora non c’era stato e dopo il sisma ho messo fortemente in dubbio il progetto, perché temevo di strumentalizzare la disgrazia. Poi un bel giorno, tornando a Castelluccio di Norcia, le emozioni sono state talmente forti che mi sono deciso a girare il film, modificando un po’ la sceneggiatura originaria, per adeguarla ai nuovi fatti. Un film vero e proprio, con i movimenti di macchina, con gli attori stavolta che recitano una parte e con tutte le invenzioni, la fantasia e le emozioni che può trasmettere l’arte della cinematografia».

Il 20 novembre Il lento inverno è a 17 minuti pronti e il 20 dicembre il film è montato per metà. Quasi pronto per partecipare ai festival ed essere proiettato in sala. Accade al Mario Monicelli di Narni, nel maggio del 2019 dopo una serata di presentazione al Politeama Cityplex di Terni, dove il film, con la presenza del regista e i protagonisti Paolo Dimarco Brunelli (Benedetto nel film) e Pierluigi Bernardini, «fa più spettatori che il film Stanlio e Ollio (distribuito in quell’anno)» – dice il regista Andrea Sbarretti. Pubblico che conferma il valore del film sul dramma girato a Norcia, e il cui incasso andrà agli abitanti di Norcia, in un dopo terremoto tutto da superare.

Uno dei trenta siti più belli d’Europa secondo il New York Times

Viene voglia di fuggire dai luoghi devastati dal Terremoto  in cui la vita si è arrestata nel bozzolo dell’inverno e la primavera e la rinascita stentano ad arrivare. Un lungo tempo di letargo come un’apnea: Il tempo? Se fosse stato possibile Giacomo lo avrebbe fermato il 29 ottobre 2016. Il lungo Inverno. 

 

Ora il nuovo film. Il terremoto di Norcia. E dopo una ricostruzione che stenta a concludersi, il tempo, forse, si è fermato davvero su quelle macerie. Norcia chi resta e lotta.

 

[…]

Il ventre della terra trema.

Quel luogo si sbriciola,
custodisce rovine,
e un germoglio d’amore.

Dio, quanto sei bella.

 

poesia A.M

Festival della Cucina Umbra, dei Borghi più Belli e dei Maestri Artigiani 4.0.

Nel cuore verde dell’Italia, tra colline che si fondono con il cielo e borghi incantati che raccontano storie millenarie, sorge un’iniziativa che promette di far brillare ancora di più la luce dell’Umbria nel firmamento turistico nazionale e internazionale: nasce Umbriamoci.

L’Associazione di promozione sociale Umbriamoci si propone il compito di celebrare e diffondere l’enogastronomia umbra, gioiello culinario spesso sottovalutato al di là dei confini regionali. Guidata da un gruppo di appassionati insegnanti e preside dell’Istituto Alberghiero di Assisi, l’associazione mira a coniugare la tradizione gastronomica umbra con l’innovazione e la sostenibilità, promuovendo i cammini lenti che consentono di scoprire la bellezza e il gusto della regione in modo autentico e rispettoso dell’ambiente.

 

 

Il cuore pulsante dell’azione di Umbriamoci risiede nel suo impegno a favorire l’incontro e il dialogo tra tutti gli attori della ristorazione e dell’offerta turistica ricettiva. Questo ambizioso obiettivo mira a fare emergere l’identità culinaria unica dell’Umbria, fin troppo dispersa tra tanti localismi che hanno impedito il diffondersi di una riconosciuta e riconoscibile identità culinaria persino dentro gli stessi confini regionali. L’obiettivo è riunire attorno ad un tavolo i principali protagonisti dell’offerta ristorativa umbra affinché dalla loro competenza, sensibilità e cultura possano emergere i piatti identitari capaci di caratterizzare l’intera Regione e non solamente le sue microzone.

La scommessa è ardua. Cosa si mangia in Umbria? La risposta dovrà diventare finalmente univoca. Ciò non vuol dire che le microzone cesseranno di caratterizzarsi con i loro piatti tipici, anzi, gli stessi verranno proposti come ulteriore ricchezza attrattiva e distinguente ma dentro la cornice di una Regione che finalmente ha elevato a piatti regionali quelli che fino a quel momento sono stati considerati prettamente territoriali.

 

prodotti tipici umbri

Umbricelli

 

Grazie alla passione e alla competenza dei suoi fondatori, l’associazione si pone come catalizzatore di idee e iniziative che possono trasformare l‘Umbria in una meta turistica di eccellenza, capace di offrire esperienze autentiche e indimenticabili. Con il suo impegno nel promuovere un turismo esperienziale e sostenibile, Umbriamoci candida la regione ad essere ancor più una perla nel panorama italiano e internazionale, dove il viaggiatore diventa parte integrante della cultura e del paesaggio che visita.

A partire dal 2025, nel mese di aprile di ogni anno, Umbriamoci si unisce con la Regione Umbria, il Comune di Assisi, Coldiretti, Federalberghi, Confcommercio, Associazione Borghi più Belli Umbria, Unpli e numerosi altri soggetti pubblici e privati per promuovere il Festival della Cucina Umbra, dei Borghi più Belli e dei Maestri Artigiani 4.0. Una vetrina meravigliosa in cui raccontare l’Umbria sotto tre aspetti:

 

1)        i suoi piatti più significativi che, valorizzando l’identità territoriale, possano esprimere la variegata, originale e unica ricchezza gastronomica;

2)        i suoi borghi più belli capaci di offrire, accanto alle perle del turismo conosciute in tutto il mondo, una dimensione più intima ed emozionale;

3)        i maestri artigiani le cui arti, dalla ceramica al legno, dal ferro alla tessitura e dal ricamo a mano all’oreficeria, affondano le origini in un lontano passato ma che ancora oggi rappresentano un giacimento di ricchezza anche lavorativa da valorizzare e rilanciare. L’idea che i nostri ragazzi terminati i percorsi scolastici possano andare a bottega ad apprendere arti e mestieri è particolarmente suggestiva.

 

Ceramica di Deruta

 

In un mondo sempre più globalizzato, l’Associazione di promozione sociale Umbriamoci vuole rappresentare un faro di autenticità e tradizione, un invito a rallentare e assaporare ogni istante, ogni piatto, ogni passo lungo i cammini che solcano l’Umbria, terra di storia, tradizioni, emozioni e sapori da scoprire.

Volgono al termine le celebrazioni dedicate a Benvenuto Crispoldi con tre appuntamenti da non perdere: la Giornata di Studio “Crispoldi Sindaco”, presentazione del volume “La Spello della Benvenuto Crispoldi. Fotografie fra Otto e Novecento” ed evento di chiusura.

Si parte sabato 13 aprile alle 10.30 presso la Sala Petrucci del Palazzo Comunale di Spello con la giornata di studio dedicata a Crispoldi Sindaco. Coordinato dall’Assessora alla Cultura Irene Falcinelli, il dibattito sarà animato da Stelvio Catena, Storico e Presidente del Comitato Scientifico del Progetto, Antonio Luna, membro del Comitato Scientifico de I Borghi più Belli d’Italia e Roberto Segatori, Professore ordinario di Sociologia dei fenomeni politici all’Università di Perugia. I lavori saranno introdotti dai saluti del Sindaco di Spello Moreno Landrini.

 

 

Giovedi 18 aprile alle ore 17.00, presso la Sala Petrucci del Palazzo Comunale di Spello, ci sarà invece la presentazione del volume La Spello della Benvenuto Crispoldi. Fotografie fra Otto e Novecento a cura del Circolo Cine Foto Amatori Hispellum.

Domenica 21 aprile 2024 alle ore 17.00, invece, ci sarà l’evento di chiusura delle celebrazioni in collaborazione con l’Istituto Comprensivo G. Ferraris presso la Sala dell’Editto (I piano Palazzo Comunale).

«Volgiamo al termine delle celebrazioni di Benvenuto Crispoldi» afferma l’assessora Falcinelli «da una parte chiudiamo il ciclo delle conferenze con il Benvenuto Crispoldi sindaco, proprio per mettere in evidenza quelle che sono state delle scelte importanti che lui coraggiosamente ha messo in atto in un momento difficilissimo della storia di Spello, della regione e dell’Italia; dall’altra presentiamo il volume fotografico che mette in evidenza come la città in quel momento storico fosse molto ben conservata anche grazie all’azione del Crispoldi, grazie alle scelte compiute da sindaco, da studioso, da attento ricercatore delle aree sensibili dal punto di vista archeologico. Chiudiamo il 21 con il coinvolgimento dell’Istituto Comprensivo con tutto il percorso che è stato fatto con le scuole, attraverso un’attività di studio e ricerca che ha portato alla realizzazione di un percorso sia cittadino sia intercomunale, lascito importante a tutta la comunità».

 

 

Falcinelli afferma inoltre che questo progetto ha rappresentato un contributo importante ad un percorso che potremmo definire “crispoldiano” e che continuerà anche al termine di quest’esperienza che ha portato alla luce documentazioni e foto inedite, lavori e molto altro, a testimonianza che l’azione di Crispoldi è stata instancabile nella sua breve vita.

Ricordiamo che è ancora possibile visitare la mostra antologica Crispoldi e gli amici futuristi presso le Sale Espositive al II piano del Palazzo Comunale.

Parallelamente sono state allestite presso la Sala dell’Editto (I piano, Palazzo Comunale), la Mostra La Spello di Benvenuto Crispoldi. Fotografie tra Otto e Novecento, a cura del Circolo Cine Foto Animatori Hispellum e le Mostre Benvenuto… dal pensiero alla via dell’espressione dell’anima e Le immagini nascoste – un gioco di osservazione con proiezione video Se volete fare colpo studiate la mia storia a cura di I.C. G. Ferraris (Prof.ssa Manola Trabalza e Prof.ssa Sabina Guiducci classe 3B a.s. 2022-2023).

 


Calendario delle aperture APRILE 2024: 1, 2, 6, 7, 13, 14, 20, 21 dalle 10.00 alle 18.00.

Il duecento italiano è stato un secolo magnifico. Secondo la tradizione storiografica la modernità nasce nel Rinascimento. Elisabeth Crouzet-Pavan, docente di storia medievale alla Sorbona, sostiene una tesi differente: nel Duecento italiano – il secolo di Federico II e di Francesco d’Assisi – avviene la prima vera rivoluzione che porterà alla formazione della coscienza moderna. L’Italia del Duecento è un’Italia in cui ogni cosa freme.

 

Anche per l’Umbria il Duecento rappresenta un periodo di grande splendore. Periodo che ha segnato in modo indelebile la fisionomia artistica, culturale e religiosa della regione. Periodo che non ha conosciuto e visto solo guerre, sottomissioni, alleanze, scambi commerciali. Ha anche avuto Francesco d’Assisi e Jacopone da Todi e tante altre sante come Chiara d’Assisi, Angela da Foligno e Chiara da Montefalco. L’hanno amata papi e imperatori, l’hanno popolata personaggi di eccezionale levatura politica e religiosa. L’importanza dell’Umbria nell’Italia del Duecento è stata di primissimo piano. A conferma di ciò è la bellissima mostra presente alla Galleria Nazionale dell’Umbria visibile fino al 9 giugno 2024 dal titolo: L’enigma del Maestro di Francesco e lo stil nuovo del Duecento umbro.

 

Affreschi della Basilica Inferiore di Assisi

 

La mostra raccoglie 60 opere, alcune provenienti da musei importanti come il Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra, il Metropolitan Museum di New York e da numerose città italiane, umbre e non, come: Perugia, Assisi, Gubbio, Gualdo Tadino, Deruta, Cosenza, Pisa, Città del Vaticano, Torino, Salerno, Orte, Macerata, Bologna, Siena.

 

 

L’esposizione intende celebrare e far conoscere il Maestro di Francesco, dal nome sconosciuto, considerato uno dei più grandi pittori del Duecento italiano, attivo ad Assisi dopo Giunta Pisano e prima di Cimabue, in quanto incaricato dai frati minori di eseguire le vetrate della Chiesa superiore della Basilica e poi di affrescare l’intera chiesa inferiore. L’artista, seguendo le indicazioni di Bonaventura di Bagnoregio, eseguì nel 1260 il primo ciclo delle storie di Francesco in parallelo a quelle di Cristo, individuando per la prima volta nel santo di Assisi l’Alter Christus.

Maestro di San Francesco, Croce dipinta, 1272, datato, tempera su tavola

La mostra rientra nell’ambito delle celebrazioni per l’ottavo centenario dell’impressione delle stigmate a San Francesco ed espone 60 capolavori di una bellezza sorprendente. Una delle opere più significative è la tavola con l’immagine del Santo, tavola che secondo la tradizione Francesco utilizzò come giaciglio nei suoi soggiorni alla Porziuncola e dove fu deposto, come da sua richiesta, al momento della sua morte e proveniente da Museo della Porziuncola di Santa Maria degli Angeli. Altro capolavoro è la Croce datata 1272 proveniente dalla Chiesa di San Francesco al Prato e oggi conservata alla Galleria Nazionale dell’Umbria e che è ritenuto il capolavoro del Maestro di San Francesco e fra le opere più belle del Duecento.

Veruska Picchiarelli, curatrice della mostra, insieme a Andrea De Marchi ed Emanuele Zappasodi, così scrive nel catalogo: «Il Maestro di Francesco, chiamato negli anni cinquanta del Duecento a ratificare con la viva testimonianza della narrazione figurata la verità delle stimmate, compie ora un passo ulteriore in questo suo ruolo di vero e proprio inventore dell’immagine del santo di Assisi, proiettando il significato del prodigio nell’ottica della visione escatologica di Bonaventura, che nella rilettura in termini profetici e serafici del Poverello lo trasportava lontano abbastanza da escludere possibili forme di emulazione, con l’obiettivo di giungere a una vera normalizzazione nel percorso dell’ordine minoritico».

Per la rubrica ChiacchierArte abbiamo incontrato l’artista perugino Sergio Cavallerin, un grafico, un illustratore, un fumettista e molto di più. Un vero innovatore del settore.

Sergio Cavallerin è un artista perugino con un’innata vocazione all’immagine. Una vocazione tale da portarlo fin da giovane a non cercare altra realizzazione al di fuori del mondo dell’espressione visiva. Inizia così la sua collaborazione con prestigiose agenzie pubblicitarie, quotidiani e riviste italiane e straniere come grafico, illustratore, vignettista umoristico e disegnatore di fumetti. Da subito è portato a indagare e approfondire tutti i risvolti della rappresentazione artistica, sia con le tecniche pittoriche, sia con l’obiettivo fotografico, senza trascurare felici combinazioni multimediali, utilizzando la musica e l’immagine cinematografica.

Ama definirsi divulgatore dell’arte disegnata ed è proprio per questo che negli anni ‘80, dopo aver dato vita alla rivista umoristica Tratto di cui è anche direttore, è stato tra i fondatori della Casa Editrice Star Comics. Nello stesso periodo inizia il suo impegno per la diffusione dei fumetti esteri in Italia (in particolare i comics americani e i manga giapponesi) che lo porterà, nei primi anni ‘90, a fondare l’azienda di distribuzione di libri e fumetti Star Shop, a tutt’oggi leader del settore distributivo italiano.

 

Sergio Cavallerin

 

Lei è un disegnatore, imprenditore e artista a tutto tondo. Ama definirsi divulgatore dell’arte disegnata. Come è nata la sua passione per il fumetto e l’arte?

Fin da giovanissimo in me ha sempre vissuto un’urgenza, un fuoco creativo: potrei dire che son nato con la matita in mano. Sono cresciuto nel mondo dei fumetti, da bambino leggevo avidamente Topolino, Cocco Bill, Linus… e poi da ragazzo divoravo le storie degli eroi della Marvel. Mi calavo negli universi di quei personaggi e trovavo nel disegno la possibilità di crearne di nuovi. Iniziai lavorando come grafico, editor, disegnatore, approdando alla pittura su tela seguito di una naturale inclinazione e per il desiderio di sperimentazione. Parallelamente mi accorgevo delle lacune esistenti nel settore fumettistico in Italia e in me è nata anche una forte vocazione volta al miglioramento: ho dato quindi spazio alla mia doppia natura, cercando di far coesistere la vita di artista e di imprenditore. Di giorno mi occupavo della mia attività come divulgatore e distributore, e di notte dipingevo. Non è stato facile, ma i sacrifici sono stati ampiamente ripagati.

 

Gatti seduti. 2007, acrilici su cartone

 

Importante e significativo è il suo impegno per la diffusione dei fumetti in Italia; in particolare i comics americani e manga giapponesi, che l’ha portata, nei primi anni ’90, a fondare l’azienda di distribuzione di fumetti Star Shop, tutt’oggi leader del settore distributivo italiano. Come è cambiata la percezione e la diffusione dei fumetti in Italia in questi anni?

Sicuramente vive oggi una consapevolezza maggiore e l’approccio al fumetto è maturato, sia dal punto di vista del pubblico fruitore sia degli addetti alla produzione: artisti, sceneggiatori e distributori hanno saputo adeguarsi alla nuova era. Il fumetto comincia ad avere i suoi anni: la sua traiettoria di arte popolare cambia andamento insieme ai mutamenti sociali e antropologici, esattamente come altre correnti artistiche. Pensiamo a Maus di Art Spiegelman, realizzato nel 1986: un fumetto del genere sarebbe stato inconcepibile cinquant’anni prima. Casi come questo fanno riflettere sulla valenza culturale del fumetto. È un prodotto che rispecchia la società e le sue esigenze, e può raggiungere lettori di diverse carature, da quelli più eruditi ai giovani, che necessitano di qualcuno che parli per loro e personaggi in cui rispecchiarsi: penso ovviamente a Zerocalcare e al suo esaustivo modo di raccontare i problemi dei giovani nell’epoca contemporanea. Questi cambiamenti non sarebbero stati possibili senza adeguati luoghi di distribuzione. Quando iniziai la mia avventura nel settore vi erano enormi ostacoli: i comics erano banditi dalle librerie, reperibili solo presso i giornalai e senza il servizio arretrati. Non c’erano leggi né burocrazia a regolarne la vendita e i diritti, nonostante intellettuali come Umberto Eco già negli anni Settanta ne avessero riconosciuto il valore sociale e antropologico (si prenda ad esempio il testo Apocalittici e integrati). Partecipando alla nascita di Star Comics, contribuii a portare in Italia fumetti americani e giapponesi, e poi, nel 1992, fondai Star Shop per regolare e incrementare la distribuzione, garantendo agli appassionati luoghi dedicati dove incontrarsi: le fumetterie. Nel contempo crebbero, anche grazie al nostro sostegno, le fiere di settore, ormai numerose in tutto il paese: eppure anche Lucca Comics, prima di essere l’odierna meta internazionale per produttori e amatori, era una piccola rassegna per pochi interessati. Ce n’è voluto di tempo, ma oggi il fumetto ha raggiunto uno status quo che non ha pari: è al contempo arte, letteratura, divulgazione culturale e intrattenimento.

 

Us Army. 2005, acrilici su tela

 

Alcune opere sono state esposte, fino a qualche giorno fa, alla mostra “Le icone audaci. Le sue creazioni”. Selezionate da un corpus nutrito e variegato, svelano le fasi che ha attraversato nel corso della sua pluridecennale produzione, insieme alle tavole originali dei grandi maestri del fumetto. Inoltre la mostra si inserisce in un contesto di rivalutazione su scala nazionale del genere. Ci racconta come è nata questa mostra?

La mostra si è allineata alle numerose iniziative internazionali che puntano l’attenzione sulla valenza artistica del genere: pensiamo all’iniziativa ministeriale Fumetti nei musei, o alle mostre dedicate ai grandi fumettisti in musei come gli Uffizi e il Louvre. Inoltre, la crescita del valore sul mercato delle tavole d’autore è un chiaro segnale che questi maestri sono da considerarsi al pari di grandi artisti universalmente riconosciuti. Accanto a ciò vive la potenza dei comics nel loro valore di icone: i personaggi e i loro simboli sono specchi della nostra società, ne riflettono i cambiamenti e si modulano ad essa. L’attenzione agli emblemi della contemporaneità in campo artistico è prerogativa della Pop Art, che io interpreto con i quadri della serie Love for Comics: le icone vengono estraniate dal mondo reale e trasposte nella dimensione, talvolta ironica, dell’arte. Alla luce di queste considerazioni, grazie alla collaborazione con Giulia Ciacci e l’Agenzia Generali Perugia Settevalli, abbiamo creato per i visitatori un percorso di scoperta, includendo anche visite guidate per le classi del liceo artistico. La storia del fumetto, con tavole di Frederick Burr Opper, Al Taliaferro, Jacovitti, Milo Manara, Crepax, è stata posta in dialogo con i miei dipinti a tema comics, in cui le grandi icone di carta possono vivere finalmente sulla dimensione della tela, sia dipinta che estroflessa. Nelle mie Superfici Dinamiche, estroflessioni monocromatiche, i comics sono innalzati a simboli di un secolo, audaci proprio perché hanno saputo superare il corso della storia e imporsi nel nostro bagaglio culturale.

 

Dov’è l’igloo. 2006, acrilici su tela, igloo in argento

 

Solitamente chiudiamo le interviste con una domanda di rito. Vorrei chiederle una parola che per lei rappresenti il connubio tra la sua arte, il suo impegno imprenditoriale e l’Umbria, sua terra d’origine.

Credo che la parola più calzante possa essere sfida. Nella sua accezione positiva ovviamente. L’Umbria è una terra meravigliosa, capace con i suoi paesaggi, il silenzio delle colline e l’aria buona che vi si respira, di ispirare i più alti pensieri e le migliori intenzioni. Ma è anche una regione problematica da un punto di vista ricettivo per l’accoglimento e lo sviluppo delle innovazioni. Ci vuole molto coraggio, amore per il rischio e gusto per la scommessa per competere con certe resistenze, sia in campo imprenditoriale sia artistico. Io ho sempre amato le sfide. Con la mia arte, specialmente con la realizzazione dei Polimeri, ho voluto sfidare luoghi comuni e tematiche calde dal punto di vista sociale e ideologico, provocando lo spettatore per fuoriuscire dalla passività di pensiero: con quadri come Dov’è l’igloo e Dov’è l’Antartide, per esempio, già dieci anni fa puntavo l’attenzione sul riscaldamento globale; con Dov’è l’uomo sottolineavo la problematica della violenza sulle donne; con Dov’è la mosca bianca sfidavo l’omologazione imperante nella nostra epoca. Ci vuole coraggio per essere diversi, avere un ideale e perseguirlo è una meravigliosa prova di audacia: l’ho dimostrato anche dal punto di vista imprenditoriale, scegliendo di restare in Umbria per creare una realtà che è tra le più solide economicamente e che ancora ha del potenziale da sviluppare. Ogni giorno mi scontro con le resistenze, ma la sfida si fa sempre più interessante.

La celebre rivista Special Café, rinomata tra gli appassionati di moto per il suo stile inconfondibile, con distribuzione nazionale e nel Canton Ticino, si fa portavoce del talento dell’artista poliedrica di Città di Castello, Moira Lena Tassi.

In un articolo dedicato viene messa in luce la performance di Moira Lena Tassi in omaggio all’indimenticabile Lucio Dalla, così come la sua opera L’Ultima Luna, un tributo pittorico che cattura l’essenza del leggendario musicista, rappresentato sulla sua amatissima Ducati Scrambler 250.
Tassi rivela l’ispirazione dietro la sua visione artistica, descrivendo il desiderio di immaginare Lucio Dalla in sella alla sua Ducati Scrambler, simbolo di libertà e avventura: “Lucio Dalla non solo come straordinario artista libero, ma anche come spirito che continua a percorrere le strade della musica, sorridente e in pace, nella sua amata Bologna, sotto una luna piena che promette speranza e prospettive future, proprio come nelle parole delle sue canzoni”.

 

 

L’artista esprime la sua gioia per la diffusione del suo lavoro anche oltre i confini nazionali: “Sono davvero molto soddisfatta per la vasta risonanza che ha avuto il mio lavoro artistico ispirato a Dalla. La sua musica mi ha sempre accompagnato fin dall’adolescenza. Ho dipinto il suo ritratto ascoltando unicamente le sue canzoni, cercando di catturare la sua anima. Il pensiero che anche in Svizzera conosceranno la mia arte mi emoziona profondamente. Un ringraziamento speciale – conclude l’artista –  va a Stefano Caracchi, ex pilota e team manager Ducati, e alla moglie Michela Morellato, entrambi proprietari della galleria Dueunodue per avermi dato una bellissima opportunità e aperto un mondo nuovo, quello delle leggendarie moto”.

Alla scoperta della città umbra e dei suoi monumenti: un luogo di confine tra Perugia e Terni.

Adagiata su di un colle che si affaccia sulla media valle del Tevere, Todi (da Tutere che significa confine) racchiude, all’interno delle sue mura, tesori e bellezze antiche. La leggenda narra che sia nata (nel VIII – VII secolo a.C.) per volere dei Veii Umbri e di un’aquila: gli Umbri volevano costruire la città ai piedi del colle, sulla riva sinistra del Tevere, ma la tovaglia con cui stavano facendo colazione fu rubata da un’aquila che la portò via, lasciandola cadere sulla cima del colle. Questo venne interpretato come un segno divino; fu così che i fondatori decisero di costruire Todi in cima al colle. Il legame con l’uccello rapace è resistito nel tempo: ancora oggi è presente nello stemma cittadino.

La storia invece vuole che Todi sia stata fondata dagli Etruschi tra il III e il I secolo a.C. che costruirono la prima cerchia di mura della città. Nel I secolo a.C. Todi diventa Municipio Romano e di questo periodo sono rimasti alcuni resti come le imponenti cisterne (seconda metà del secolo) che si trovano proprio sotto Piazza del Popolo. Con la caduta dell’Impero Romano, Todi affronta il periodo delle invasioni barbariche e della guerra gotica, dopo la quale viene annessa all’Impero Bizantino. Passato l’anno mille prospera e si espande, diventa libero Comune e poi Signoria sotto la famiglia degli Atti, per poi essere assorbita dallo Stato Pontificio.

 

Tempio di Santa Maria della Consolazione. Foto di Luca Seccaroni

 

Proprio in questo periodo storico (nel 1236) la città dà i natali al suo più celebre cittadino: Jacopone De Benedetti (meglio conosciuto come Jacopone da Todi), poeta ed ecclesiastico che è passato alla storia per le sue quasi cento laudi in volgare e per essere stato un acerrimo nemico di Papa Bonifacio VIII.

Nel XIV secolo per Todi inizia un periodo di lenta decadenza, ma grazie al vescovo Angelo Cesi la città ha un nuovo impulso e torna a rifiorire: sotto la sua guida vengono effettuati importanti lavori urbanistici e architettonici come la costruzione della Fontana della Rua o Cesia, la Chiesa del Crocifisso e il Tempio di Santa Maria della Consolazione, completato dopo la sua morte. Quest’ultimo si trova fuori le mura della città e costituisce uno degli edifici simbolo dell’architettura rinascimentale: la costruzione, iniziata nel 1508, si concluse solo un secolo più tardi e per la sua architettura si contrappone al centro storico in pieno stile medievale.

Passeggiando per l’acropoli ci si imbatte nel Tempio di San Fortunato, un edificio gotico iniziato alla fine del XII secolo e terminato nel 1465. Nella cripta della chiesa si trovano le tombe di quattro santi (tra cui San Cassiano) e, su una parete, un ovale con l’immagine ad affresco del beato Jacopone da Todi. Di particolare interesse è il portone centrale decorato da bassorilievi, molti dei quali realizzati dall’architetto dell’opera Giovanni da Santuccio di Fiorenzola e da suo nipote Bartolo.

Tempio di San Fortunato

 

La chiesa più importante è senza dubbio il Duomo, intitolato a Maria SS. Annunziata: un edificio in stile lombardo a croce latina edificato nel XII secolo nel luogo di un preesistente edificio romano. La facciata ha subito, nei secoli, numerosi restauri e rifacimenti a causa di un incendio nel 1190, di un terremoto nel 1246 e infine del crollo del tetto nel 1322. All’interno è conservato Il Giudizio universale di Ferraù da Faenza, d’ispirazione michelangiolesca. Nella cripta vi è un museo.

 

Palazzo del Popolo

 

Il centro storico si snoda tra vie strette e ampie piazze: le principali sono Piazza Garibaldi – dove svetta la statua del condottiero – e Piazza Vittorio Emanuele –  conosciuta con il nome di Piazza del Popolo. Quest’ultima è senza dubbio il cuore della città sin dall’epoca romana. Poggia le sue fondamenta su grandi cisterne romane, ancora ben conservate e visitabili: non erano solo un’enorme riserva idrica, ma avevano molteplici funzioni come sostruzione, drenaggio e contenimento delle acque. La Piazza è circondata dai monumenti più insigni di Todi, testimonianza dell’epoca dei liberi comuni (il Palazzo del Capitano che ospita il Museo Civico, il Palazzo del Popolo, sede del Comune e Palazzo dei Priori).

È impossibile non notare anche i tre cerchi di mura che abbracciano Todi e che ne hanno definito l’espansione urbana: al primo cerchio etrusco (III sec. a.C.) segue quello romano e poi quello di epoca medievale. Lungo questi perimetri si aprono ancora oggi le porte di accesso: Porta Perugina, Porta Romana, Porta Fratta (già Amerina) e Porta Orvietana (di cui rimangono pochi resti), i cui nomi si riferiscono ai principali collegamenti viari). Altre porte sono: Porta Libera, Porta Aurea, Porta Catena o di Sant’Antonio.

Per una veduta panoramica di Todi e della Valle Umbra si può salire sul Parco della Rocca (411 m s.l.m.), il punto più elevato della città. La rocca, edificata da papa Gregorio XI nel 1373, dopo essere stata abbattuta è stata ricostruita nel 1395.

 

Museo Lapidario

 

Da non perdere anche i Nicchioni romani in travertino (nel piazzale del Mercato Vecchio): secondo alcune ipotesi si tratterebbe di resti di un tempio dedicato a Marte; Santa Maria in Camuccia, una chiesa a due piani fondata nel VII-VIII secolo e oggetto di interventi e rifacimenti nel XIII secolo; le Fontane di Scannabecco (1241): vasche d’acqua sovrastate da un elegante portico sostenuto da sette colonne; e il Museo Lapidario, inaugurato nel 2009 presso il Polo Museale delle Lucrezie, dove è conservata una raccolta – tra le più antiche dell’Umbria – di materiali lapidei di età romana, medievale e moderna.

Infine, non si può non visitare il Teatro comunale di Todi che si trova in pieno centro, a significare l’importanza del luogo per la società tuderte dell’Ottocento. Nel 1894 ospitò per la prima volta il cinematografo con un filmato intitolato Un bagno di ragazzi. Dopo una fase di declino, il teatro e i locali sono stati restaurati a partire dal 1982 e dal 1992 è stato riaperto al pubblico, con una capienza di 499 spettatori.

 

Panorama dal Museo Lapidario

 

Todi, volò dal Tevere sul colle

l’Aquila ai tuoi natali e il rosso Marte

ti visitò, se il marzio ferro or parte

con la forza de’ buoi l’acclivi zolle.

 

Ebbro de’ cieli Iacopone, il folle

di Cristo, urge ne’ cantici; in disparte

alla sua Madre Dolorosa l’arte

del Bramante serena il Tempio estolle.

 

Ma passa, ombra d’amor su la tua fronte

che infoscan gli evi, la figlia d’Almonte,

il fior degli Atti, Barbara la Bella.

 

E l’inno del Minor si rinnovella;

Amor amor lo cor sì me se spezza!

Amor amor tramme la tua bellezza!

 

Gabriele D’Annunzio

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