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In occasione della Giornata della Memoria raccontiamo storie e testimonianze di chi ha vissuto sulla propria pelle le leggi razziali e le deportazioni. Voci che ancora oggi vanno ascoltate, proprio per non dimenticare.

Al di fuori delle commemorazioni ufficiali, siamo convinti che i fatti avvenuti dovrebbero essere rievocati tutti i giorni, in modo che ciò che è stato non accada più, neanche sotto altre e nuove forme che, con delirio nostalgico, possano riproporre o suggerire comportamenti contro il rispetto dell’essere umano e della vita stessa.
C’è ancora qualcuno che non si distacca o non prende le distanze da quello che è successo. Questo qualcuno dovrebbe fare i conti almeno con la propria coscienza, aiutandosi nella comprensione della gravità dei fatti, immaginando se fosse successo a lui/lei. In qualche occasione, taluni hanno giustificato certi atti terribili, ipotizzando spavaldamente una personale e vergognosa sentenza: Avranno fatto qualcosa di male se sono stati trattati in questo modo! Inoltre è inammissibile e imbarazzante chi guarda altrove o rimane in silenzio o fa finta di non sapere o di non capire.
Ciascuna persona di buon animo, di profondo senso civico e civile e orientata pacificamente verso gli altri, in questa vicenda si prenda allora la responsabilità di conservare ma soprattutto trasferire, in modo empatico e coinvolgente, la memoria della tragedia a chi è malinformato o negazionista o ignaro o marginalmente coinvolto.

Auschwitz-Birkenau

Le storie dei sopravvissuti

In quest’ottica abbiamo ascoltato alcune delle ultime dirette testimonianze di chi ha vissuto direttamente la terribile esperienza, o l’ha ascoltata senza intermediari, proprio per aiutarci a dare quel simbolico pugno allo stomaco. L’auspicio è quello di un mondo migliore, dove si insegni a rispettare qualsiasi diversità e a formare credenze e convinzioni resistenti e protette da vergognose ignominie, così che rimagano salde, ferme e respingenti di fronte a forme di bullismo, impertinenza, arroganza, razzismo, insolenza, crudeltà, malvagità, strafottenza, violenza, spacconeria, tutte forme perverse genitrici dei pensieri e comportamenti che hanno portato alle barbarie vissute.

 

Emanuele Di Porto

Per questi motivi abbiamo raccolto la preziosa testimonianza di chi c’era e vissuto quei momenti drammatici: Emanuele Di Porto, 90 anni e dodicenne all’epoca dei fatti, sopravvissuto al rastrellamento nazista avvenuto il 16 ottobre 1943 nel Ghetto Ebraico di Roma, da cui furono deportate 1022 persone verso il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Alla fine della guerra, da questo campo, torneranno solo 16 persone (15 uomini e 1 donna)! Emanuele Di Porto ci racconta la sua esperienza di allora, quando fu prelevato dai nazisti e messo sui camion da trasporto, ma riuscì rocambolescamente – con l’aiuto della madre, poi uccisa all’arrivo a Birkenau – a sottrarsi alla deportazione, e poi fu protetto e celato da alcuni tranvieri romani.
Anche Attilio Lattes ha raccontato la sua storia di infante ebreo e della sua famiglia, occorsa al tempo del rastrellamento nazista a Roma del 16 ottobre ‘43, in parte ricordata direttamente e in parte prelevata dai ricordi delle narrazioni di suo padre.
Insieme a loro, ci ha portato il suo sapiente contributo il prof. Amedeo Osti Guerrazzi, storico del periodo e ricercatore presso la Fondazione Museo della Shoah di Roma.
Un ringraziamento per la disponibilità ai tre intervistati, a David Di Consiglio della Fondazione che ha organizzato accuratamente l’incontro, ad Alberto Forti, amico fraterno, e ad Anna Marcheria che hanno favorito tutto ciò.
Nell’occasione ci piace ricordare una frase di uno dei sopravvissuti ai campi nazisti, Sami Modiano, deportato ad Auschwitz-Birkenau, ricordando quando fu espulso dalla sua scuola perché ebreo a causa delle leggi razziali del ‘38: «Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino, la notte mi addormentai come un ebreo».
Le interviste realizzate con Emanuele Di Porto, Attilio Lattes e il prof. Amedeo Osti Guerrazzi, sono avvenute all’interno della Fondazione Museo della Shoah di Roma. A breve saranno disponibili anche le videointerviste.

 

Emanuele Di Porto intervistato dall’autore.

 

Altresì è stata raccolta la testimonianza, avvenuta a Canale di Orvieto in provincia di Terni, con Mirella Stanzione, 94 anni e 17 all’epoca dei fatti, arrestata il 2 luglio ’44 a La Spezia dai tedeschi per motivi politici legati al fratello partigiano. Fu deportata insieme a sua madre nel lager nazista per sole donne di Ravensbrück. Durante il racconto, la signora Mirella ha narrato la sua drammatica testimonianza e a volte, quando non era in grado di raccontare, la figlia Ambra Laurenzi è intervenuta per sostenerla, riportando fedelmente quanto ascoltato negli anni. A breve saranno disponibili anche le videointerviste.

 

 

Mirella Stanzione e Ambra Laurenzi intervistate dall’autore.

Un gentile ringraziamento alle due intervistate e alla sig.ra Maria Pizzoni, Presidente dell’ANED Umbria, che ha favorito l’incontro per l’intervista. Non si può non rinnovare la sottolineatura dell’atto di coraggio di Don Ottavio Posta, il parroco di Isola Maggiore nel Trasimeno che, insieme a 15 pescatori, liberò 22 confinati ebrei detenuti presso il Castello Guglielmi, salvandoli dall’imminente deportazione nei lager nazisti e da una morte certa.

Agostino Piazzesi

L’accaduto è raccontato da uno dei protagonisti dell’atto eroico, il pescatore Agostino Piazzesi, scomparso qualche anno fa, in un’intervista riportata da Giacomo Del Buono, nonché dal dott. Gianfranco Cialini, lo storico che ha argomentato in modo circonstanziato il fatto, a seguito dei suoi lunghi studi sulla vicenda. Gli ebrei confinati, tratti in salvo dall’iniziativa concepita da Don Ottavio Posta insieme ai pescatori isolani ha portato, dietro istanza composta dal dott. Gianfranco Cialini, al riconoscimento del sacerdote lacustre come Giusto tra le Nazioni dallo Stato di Israele.
Ascoltare, dire, raccontare, dibattere, pacare e far riflettere sono gli strumenti civili più consoni a tener viva la coscienza sui fatti che hanno distrutto vite, ideali e i sogni di tutti quei bambini che poi si sono risvegliati dentro un incubo.

 


Leggi la prima parte

«L’Olimpiade è stata la gioia più grande e la gara più importante della mia vita. Già esserci è un traguardo, portare a casa una medaglia è un’emozione grandissima».

Agnese Duranti

«Pronto Agnese, sono Agnese!». È iniziata così – in modo buffo – la telefonata con Agnese Duranti (21 anni), Primo Aviere Scelto dell’Aeronautica militare e campionessa della Nazionale italiana di Ginnastica Ritmica. Abbiamo fatto una bella chiacchierata mentre da Roma tornava in treno a Desio, dove vive e si allena 11 mesi l’anno. La Farfalla azzurra ha spiccato il volo in questa disciplina nel 2009 a Spoleto – dov’è nata – alla polisportiva La Fenice. Nel 2017 è entrata a far parte della squadra nazionale ottenendo ottimi risultati e conquistando numerosi e prestigiosi titoli internazionali come l’oro ai Mondiali del 2017, le medaglie d’oro e di bronzo agli Europei di Guadalajara del 2018 e nuovamente ai Mondiali di Sofia sempre lo stesso anno, salendo sul podio in tutte le categorie. Da ultimo ci sono il bronzo ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 e l’argento ai Mondiali in Giappone 2021. Ma queste sono solo alcune delle numerose medaglie vinte, il suo palmares è lunghissimo e ben fitto. Agnese vola come quest’anno ha volato lo sport italiano. Dopotutto è un aviere e una farfalla: e lei farfalla ci si sente davvero: «Mi rappresenta sotto tanti punti di vista».

Agnese, la prima domanda è di rito: qual è il tuo legame con l’Umbria?

L’Umbria è la regione dove sono nata, cresciuta e dove ho mosso i primi passi di ginnastica ritmica, ci sono molto affezionata. Per me è la regione della pace, quando ci torno sento sempre tanta tranquillità.

Ora dove vivi?

Sono 7 anni che vivo a Desio in un hotel, dove mi alleno 11 mesi l’anno, all’Accademia Internazionale di Ginnastica ritmica, una palestra costruita esclusivamente per noi. È una vita molto impegnativa che ti toglie molto, ma poi ti ridà tutto indietro con le vittorie e i risultati.

Quando hai iniziato a fare ginnastica ritmica?

A 9 anni. Ero una bambina molto vivace e i miei genitori volevano trovarmi un’attività per tenermi occupata. Sono andata un giorno a vedere una mia amica che faceva ginnastica ritmica, ho provato ed è stato amore a prima vista.

C’è una vittoria alla quale sei particolarmente legata, indipendentemente dal valore della medaglia?

L’Olimpiade è stata la gioia più grande e la gara più importante della mia vita; ma anche la gara agli Europei di Guadalajara nel 2018 ha avuto un bell’impatto emotivo: eravamo in Spagna ma il palazzetto era pieno di gente che tifava per noi. Poi c’è stato il mondiale a Kitakyushu in Giappone nel 2021, dove abbiamo vinto la medaglia d’oro e chiuso il quinquennio in bellezza. Dopo tanti sacrifici è stato un traguardo molto importante.

Quali sono le prossime gare che hai in programma?

Le prime gare di Coppa del Mondo saranno ad aprile, poi a settembre iniziano le qualificazioni per l’Olimpiade di Parigi 2024.

C’è un attrezzo che preferisci?

In realtà no. Il nastro devo dire che è quello che preferisco meno. È il più difficile, perché è lungo e molle e va sempre tenuto in movimento altrimenti si formano i nodi, e questa è una gravissima penalità durante le gare.

Parliamo dell’Olimpiade, come ci si prepara?

È un traguardo che ho sempre sognato, fin da bambina. Per un’atleta è il punto massimo da raggiungere. Anche semplicemente esserci è una vittoria; è una cosa che non ha eguali. La preparazione è stata lunga e l’abbiamo costruita col tempo, anche se poi quando sei lì non ti senti mai pronta. Salire su quella pedana non è stato così diverso rispetto ad altre gare, ci sono solo i cerchi olimpici che ti guardano e proprio loro hanno attirato la mia attenzione quando sono entrata. Mi sono guardata intorno ed era pieno di cerchi olimpici (ride).

Cosa hai pensato in quel momento?

Ho avuto un mix di emozioni uniche: ero concentrata sull’esercizio però allo stesso tempo ero consapevole che stavo facendo la gara della vita. È una sensazione bellissima, indescrivibile… con un pizzico di ansia ovviamente.

 

Le farfalle azzurre

Sei scaramantica? Hai qualche rituale prima di una gara?

Anni addietro ero più scaramantica. Ora ho solo delle piccole cose… indosso sempre le stesse mutande, preparo gli attrezzi e la borsa in un certo modo e porto sempre con me un asciugamano che mi accompagna dalla mia prima gara nel 2015.

Tu, Alessia Maurelli, Martina Centofanti, Daniela Mogurean e Martina Santandrea riuscite a fare esercizi che la maggior parte delle persone non crede siano nemmeno possibili: siete consapevoli di questo?

Facciamo delle cose che sembrano effettivamente irrealizzabili. Per riuscirci c’è un lavoro minuzioso e preciso al centimetro. Passiamo 8/9 ore in palestra e lavoriamo sui dettagli tante tante volte, fino allo sfinimento. La nostra allenatrice Emanuela Maccarani vuole che l’esercizio, oltre a contenere i codici di punteggio, sia bello, quindi tutto è studiato e preparato alla perfezione.

Per realizzare tutto questo, fare squadra per voi è fondamentale: litigate mai?

Grazie al cielo siamo una squadra che non ha mai litigato, forse discusso una volta in 5 anni. Siamo molto unite, ci capiamo al volo, ognuna sa quali sono i punti di forza dell’altra, sappiano perfettamente come gestirci. Siamo sorelle, amiche anche fuori della palestra, questo non è per niente scontato. È il nostro vero punto di forza.

Ce lo puoi confessare: quanto sono scomodi i vestiti che indossate?

Pesano tantissimo, in effetti, sono pieni di perline e Swarovski. Poi dipende dai body, alcuni sono meno scomodi, ma in generale non sono comodissimi.

Ho una curiosità: come vengono scelti?

Sono disegnati da una ragazza che viene in palestra, sente la musica e vede l’esercizio che abbiamo in programma, si ispira e disegna il vestito. Ci fa delle proposte che noi scegliamo. In pratica sono creati ad hoc e difficilmente vengono rimessi per altre gare. Restano nell’archivio della squadra nazionale.

 

Per tutti siete le Farfalle azzurre: ti senti una “farfalla”? 

Sì, è il nostro marchio di fabbrica, ci sentiamo completamente farfalle. È un animale che ci rappresenta sotto tanti punti di vista: siamo simili, ci muoviamo a gruppo, siamo leggiadre e la nostra vita (sportiva) è intensa ma breve. La ginnastica ritmica è uno sport molto giovane: io ho 21 anni e Parigi 2024 sarà la mia ultima Olimpiade.

C’è un consiglio che vorresti dare a una bambina che vuole iniziare questo sport?

Le direi che non è un percorso semplice e non sempre le cose vanno come si desidera, ma con gli errori e le difficoltà ci si fortifica, viene fuori il carattere e si imparano i veri valori dello sport. Bisogna credere nei propri sogni perché si possano realizzare.

A livello sportivo il 2021 è stato un anno fantastico per l’Italia: cosa manca però, secondo te, allo sport italiano?

L’Italia è sempre concentrata sul calcio e quest’anno c’è stata la rivincita di tutti gli altri sport, grazie alle Olimpiadi. Spero che questo possa rilanciare le altre discipline e che l’attenzione e l’interesse – anche a livello mediatico – si focalizzino più su di esse e non solo sul calcio, perché siamo un gruppo di atleti che se lo merita.

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Bella, pacifica, preziosa.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

La natura.

Il nostro viaggio nell’accoglienza e nell’ospitalità prosegue con la seconda puntata di Home staging – Umbria da valorizzare. Questa volta il protagonista è il turismo enogastronomico, vero fiore all’occhiello del territorio umbro.

Foto di Muriel Plombin

 

Partiamo da un dato molto importante: nel 2017 viene istituzionalizzato in Italia il binomio agroalimentare-turismo, ossia viene ufficializzato il turismo enogastronomico. Ciò significa che viene riconosciuto il forte legame tra prodotti agroalimentari, territorio e declinazioni dell’accoglienza nel Bel Paese. Il turismo ovviamente ha molto a che fare con il patrimonio archeologico, storico, ambientale, architettonico e con la cultura.

 

Foto di Muriel Plombin

 

Si sta verificando esattamente quello che si prospettava da qualche mese, ossia un turismo infra-regionale, e aumenterà la voglia di scoprire e riscoprire la bellezza e l’autenticità della nostra regione attraverso la qualità dei suoi prodotti: legumi, tartufi, vino, olio… Questi valori possono anche intercettare i viaggiatori motivati che vanno in cerca di esperienze sul territorio umbro, anche online. Perché non coinvolgere realtà locali, piccoli produttori o chef per creare sinergie e contestualizzare la propria struttura ricettiva e così valorizzare l’identità della nostra Umbria?

 

 

Foto di Muriel Plombin

Ripensare le zone dedicate al consumo pasti

L’ospite potrebbe preferire, almeno per un certo periodo, di limitare l’uscita al ristorante o al bar. La cucina diventa allora criterio di ricerca della casa vacanza ideale e non solo per gli appassionati…
Potrebbero anche essere incentivate o consigliate le consegne a domicilio o l’asporto da parte dei ristoranti di zona. Un’attenzione particolare potrà essere data alla valorizzazione di spazi comodi e ben attrezzati per cucinare e/o per consumare i pasti, che siano in esterno e/o all’interno della propria struttura, facendo in modo che siano dotati di tutti i criteri di comfort, per gustare una colazione, un pranzo, un semplice aperitivo oppure la cena appena consegnata.

 

Foto di Muriel Plombin

Le persone sono abitudinarie: infatti, la metà delle nostre azioni quotidiane vengono fatte senza pensarci perché ricorrenti e i comportamenti sequenziali e ripetuti non ci fanno vedere la vita da un altro punto di vista.

Avere lo stesso reiterato atteggiamento vuol dire evitare il problema e la fatica di come risolverlo, mentre le cattive abitudini possono essere modificate. Basta avere forza di volontà e motivazione. Sembra facile a dirsi!
Era verissimo fino a qualche tempo fa, fin quando non è arrivato lui e siamo stati costretti al confinamento casalingo. Sì, proprio lui! Il COVID-19 ci ha costretto, in modo subdolo e forzato e non per scelta, a cambiare molti dei nostri comportamenti e delle nostre abitudini, così come le consuetudini personali e collettive.
Mutare un’abitudine non è semplice – come cambiare lavoro o città – figuriamoci quanto è stato difficile accettare il momento in cui il Coronavirus ci ha costretto a limitazioni e privazioni anche delle cose più semplici e che fino a poco tempo prima erano impensabili: non prendere più il caffè al bar o non uscire per mangiare la solita pizza, non fare la consueta e piacevole passeggiata lungo il Corso o non vedersi la sera con gli amici. Il Covid ci ha fatto male, molto male, in termini di incolumità personale o addirittura a scapito della nostra attività, della salute o della vita.
Un periodo sospeso che ha fatto riflettere sui valori e sulle considerazioni della nostra identità. Un tempo forzatamente dedicato ai propri affetti, che ci ha fatto rivedere la classifica personale dei principi e delle priorità.

 

 

Ci ha fatto rivalutare le cose che davamo per scontate e acquisite per diritto.
Ci ha fatto conoscere nuove paure e incertezze.
Ci ha fatto tremare per il lavoro e ancora lo fa.
Ci ha messo ansia per il nostro futuro.
Ci ha tolto il sonno e la tranquillità.
Ci ha fatto temere per i nostri figli e non ha smesso di farlo.
Ci ha fatto pensare.
Ci ha fatto riflettere su noi stessi.
Ci ha fatto ricredere su alcune persone.
Ci ha convinto su altre.
Ci ha fatto allontanare da talune.
Ci siamo chiesti il perché, senza avere risposte che forse solo nel nostro intimo dimorano.
Ci siamo abituati a fare la fila.
Ci siamo calmati e frenati.
Ci siamo presi dei ritmi più lenti e imparato ad attendere.
Ci siamo maggiormente sensibilizzati alla solidarietà.
Ci siamo prima persi e dopo abbiamo provato a ritrovarci.
Ci siamo arrabbiati poi tranquillizzati e infine rassegnati.
Ci siamo nuovamente arrabbiati e talvolta spossati.
Ora che ci siamo abituati a nuovi comportamenti, quando potremmo sentirci di nuovo liberi di agire e muoverci, non dimentichiamoci di certi momenti trascorsi. Riflettiamo e non dimentichiamo. Perdiamo l’abitudine di perdere le buone abitudini.
Il COVID-19 ce l’ha forzatamente e terribilmente insegnato. Cancelliamo i cattivi comportamenti che siamo riusciti ad abbandonare in questo periodo sospeso. Pensiamo con gratitudine e ammirazione a chi ha combattuto per gli altri, a scapito della propria incolumità. Non dimentichiamolo. Rimembriamo il COVID-19 per quello che ci ha fatto passare come stati d’animo, con tutte le sue drammatiche implicazioni e conseguenze sanitarie, sociali ed economiche.
Innalziamo un vessillo morale e ideologico, di quanto ognuno di noi rappresenta e vale, sia nello spazio terreno sia nel tempo, rispetto al cosmo e all’eternità.
…e forse diventeremo migliori… nel ricordo del tempo che fu e nella speranza di quello che sarà, dove il sorriso per il futuro nasce dalle lacrime del passato.

La luce esalta la particolare cromia del corbezzolo, le cui foglie, fiori e frutti l’hanno reso uno dei simboli della nostra Madre Patria.

Tra l’autunno e l’inverno, quando si fa una passeggiata sui panoramici sentieri collinari del Trasimeno, l’attenzione può essere attratta dai vividi e intensi colori espressi dalla pianta del corbezzolo.
Il corbezzolo o lellarone o arbutus unedo è una ericacea sempreverde e possiede una caratteristica che la rende unica: i fiori e i frutti vi si trovano contemporaneamente, creando un contrasto cromatico di grande impatto. Quando gli antichi Greci, che lo chiamavano Kòmaros, arrivarono nei pressi di Ancona, battezzarono il suo promontorio ricco di corbezzoli Monte Conero.

 

Il corbezzolo

 

Il corbezzolo è considerato uno dei simboli della nostra Madre Patria: i suoi frutti, infatti, sono di un bel rosso acceso, mentre i fiori sono di un bianco candido che, uniti al verde intenso delle foglie, rimandano al Tricolore italiano.
A fare l’accostamento fra il corbezzolo e la nostra bandiera è stato anche Giovanni Pascoli, che ha reso la pianta un simbolo dell’unità nazionale: nella sua ode Al Corbezzolo fa riferimento alla mitologia romana secondo cui Pallante, un giovane coraggioso, fu ucciso per difendere di Enea, che secondo l’Eneide di Virgilio è stato il fondatore di Roma. Il feretro di Pallante fu costruito con rami di corbezzolo e da qui nasce l’accostamento tra la pianta e il nostro Tricolore: il bianco, il rosso e il verde avvolsero il corpo del primo eroe italico.
Le bacche del corbezzolo hanno una buona azione diuretica, astringente e dissetante e sono la materia prima per confetture, bevande e canditi. Il miele e l’aceto sono molto apprezzati. Chi avesse la fortuna di trovare delle bacche o corbezzole (delicate ma facilmente deperibili), dovrebbe assaggiarle utilizzando delle vecchie ricette o magari, con un po’ di fantasia, crearne delle nuove.

Tre giganti verdi vivono in Umbria. Se pensate all’incredibile Hulk o a Shrek e Fiona siete sulla cattiva strada. I tre giganti non si sono mai mossi da quando li hanno piantati.

«Belli come noi / ben pochi sai» cantava Celentano di un albero di trenta piani soffocato dall’aria insalubre della grande città. I tre giganti umbri invece hanno sempre respirato aria pura e salutare.
I tre, insieme, sfiorano mille anni: seicentoil tiglio, duecento il leccio, centosessanta il cipresso. Tre alberi che narrano la storia di Todi e della campagna. La chiamano la verde Umbria perché i boschi sono ovunque si posi lo sguardo; aria, acqua, luce, vento, terra sono gli ingredienti che ogni tanto creano una magia. Solo ogni tanto, esattamente come ogni tanto nasce una Marlyn Monroe, una Monica Bellucci, una Sofia Loren.

Il leccio

Il leccio

Cominciamo dal leccio che si trova nella campagna vicino al castello di Ceralto. All’Agriturismo Monte Ceralto si gira a sinistra sulla strada bianca, si parcheggia e si procede a piedi. Superata la sbarra si percorrono ancora 400/500 metri in mezzo agli olivi finché a sinistra si nota una montagna verde scuro. Quello è il leccio. La circonferenza del tronco supera i 4 metri, la sua chioma copre una grandissima superficie. Si dice che abbia duecento anni. L’albero era lì quando i castelli del tuderte erano abitati, quando la terra era lavorata a mano da centinaia di miseri contadini, era lì quando lo Stato Pontificio fece piantare nelle sue terre 362.000 olivi. Era già lì quando sono arrivate le prime macchine agricole. Forse era ancora giovane quando sotto la sua ombra si sono seduti a riposare i garibaldini che lasciavano Todi. Garibaldi invece è rimasto in città e se ne sta sopra un piedistallo, sulla piazza che porta il suo nome e presidia il suo cipresso.

Il cipresso

Era il 1849, anno di grandi rivolgimenti. Caduta la Repubblica romana, Garibaldi e Anita scappano verso nord e si fermano a Todi. Un cittadino tuderte, grande ammiratore del generale, decide di piantare un albero a perenne memoria. Sarà un cipresso e sarà degno dell’eroe. È alto trentasei metri come un palazzo di dodici piani e la circonferenza del tronco è adeguata, supera i due metri. Non si può non vederlo quando si entra in piazza Garibaldi. Anche lui ne ha viste tante. Prima la fine dello stato Pontificio, poi il regno d’Italia e poi due guerre e le invasioni: non sarebbe degno dell’eroe dei Due Mondi se si fosse fatto sopraffare.

 

Il cipresso

Il tiglio

L’ultimo gigante è il tiglio di Todi, grande e grosso, con una chioma che da seicento anni fa ombra al convento di Montesanto. È conosciuto come il tiglio di San Bernardino e si dice che lo abbia piantato lo stesso santo nel 1436, prima della sua predicazione a Todi.
Parecchi documenti attestano la sua presenza nei secoli ed è sorprendente che abbia passato indenne le tante vicissitudini del monastero.
Nel 1235 le monache clarisse vollero fortemente quel terreno, appena fuori Todi, per costruire un monastero. Poi fu proprietà dei Domenicani e ospitò Jacopone da Todi quando era bizzoco[1] francescano, poi nel 1367 il cardinale Albornoz sloggiò le religiose e trasformò il monastero in rocca fortificata; poi l’abbandono, poi nuovamente le monache, poi Napoleone che fece svuotare tutto, poi i frati francescani. Con l’Unità d’Italia, nel 1866, i frati vennero cacciati malamente e deventò orfanotrofio. Nuovo cambio nel 1895, quando i francescani ricomprarono il loro convento e s’insediano nel monastero. Adesso sono lì e lì resteranno fino a nuovi rivolgimenti.

 

Il tiglio

 

I tre giganti verdi sopravvivranno? Chi lo sa. Hanno superato la piccola glaciazione e altri cambi climatici, forse sono così temprati da superare anche i caldi attuali, raggiungere i mille anni e andare oltre.

 


[1] Bizzoco: chiamati così nel XIII e XIV secolo uomini e donne appartenenti al 3° ordine francescano, che conducevano vita povera in protesta contro il lusso dell’alto clero. – Enciclopedia Treccani

«È un vero piacere essere intervistati da un magazine umbro elegante come il vostro. Mi chiedevo poco tempo fa: “Chissà quando farò un’intervista in Umbria!” Ed eccoci qua».

Raimondo Rossi, in arte Ray Morrison, è un fotografo e direttore artistico perugino che vive fra Perugia, Roma e Los Angeles. Dopo aver maturato diverse esperienze in numerose sfilate e backstage, oggi si dedica a lavori di styling, direzioni creative o fotogiornalismo.
«In questo periodo seguo due progetti che sono volti a rompere alcuni stereotipi di bellezza. Purtroppo nella moda molte riviste propongono sempre la stessa zuppa». Per la sua eleganza è stato inserito fra le 10 icone di stile su NZZ Magazine.
Per questo e per molto altro, non poteva non finire tra le nostre eccellenze umbre!

 

Raimondo Rossi, foto by Alessandro Amico

Raimondo qual è il suo legame con l’Umbria?

Il mio legame con l’Umbria è molto forte, è quel luogo dove sono a casa anche in una strada che non conosco o in un bosco in piena notte. È un legame che ricorda la forza degli arbusti o degli alberi della nostra regione: anche dopo un taglio, tornano con più energia di prima. Di certo non svanirà mai.

Com’è passato dalla laurea in matematica all’Università di Perugia al mondo della moda?

È stato casuale. Mi è stato chiesto di indossare dei capi di uno stilista per degli eventi a Firenze e dopo quella settimana mi è stato detto da una giornalista: «Ray ti vedo bene nel mondo della moda, sei semplice e interessante. Perché non inizi a far qualche foto e a prendere i pass per i backstage?». Da lì son partito, prima con un semplice blog e poi con collaborazioni per Asbo e FabUK, due riviste londinesi. Poi è stato un po’ un crescendo, anche a livello interiore e di conoscenza delle mie attitudini e capacità.

Vive tra Perugia, Roma e Los Angeles: dov’è che si sente a casa?

A Los Angeles vado due volte l’anno, ma mi fermo sempre un po’ e mi sento molto a casa. Ormai sono sei anni che vado. Perugia è Perugia… quindi, fra le tre, forse Roma è quella che ancora non sento mia.

Blogger, fotografo di reportage, modello e styling: quale di questi lavori preferisce? Cosa vorrà fare “da grande”?  

Modello lo sono stato solo all’inizio o per qualche collaborazione e non è una cosa che mi piace. Ora sto facendo lavori che si possono restringere a tre: fotogiornalismo, styling e direzione artistica (mi viene affidato un team che guido nella realizzazione del progetto fotografico o video, o per un evento). In questo periodo seguo due progetti che sono volti a rompere alcuni stereotipi di bellezza. Purtroppo nella moda molte riviste propongono sempre la stessa zuppa, c’è bisogno di cose nuove ma valide.

Ha cambiato nome in Ray Morrison per essere più appetibile all’estero? Ho letto che l’Italia le va un po’ stretta…

Ho cambiato nome all’inizio semplicemente per un omaggio a Jim Morrison, anima travagliata ma complessa, e perché sono abbastanza affascinato dalla musicalità di alcuni nomi e cognomi anglofoni. Nell’ultimo anno sono tornato anche a usare il nome vero. Ma capita a tutti, no? Abbiamo parti di noi che a volte non riusciamo a collegare, poi tutto si unisce e prende forma. Chissà quante parti di me ancora devo capire e poi far lavorare con le altre. (ride)

C’è qualche personaggio a cui rifarebbe volentieri il look?

Tantissimi! (ride) Mi scoccia fare nomi, ma ce ne sono. Posso dire questo: qualunque persona famosa o no che vedo vestire sempre allo stesso modo, pur bello, non ha la mia stima. Credo che lo stile nel vestire sia un po’ come per la bravura di un attore: un certo trasformismo che porti ogni volta a creare nuove armonie, siano esse hip hop style o un classico dandy style.

Quando era ragazzino e andava a scuola a Perugia era già un tipo attento alle mode?   

Assolutamente no. Zero. Non mi interessavano. Tutt’ora non sono la mia principale passione, è un po’ un gioco, che è soprattutto volto a dare un messaggio: tutti voi – tutti noi – possiamo creare dei modi di vestire interessanti, non importa l’età, il peso o l’altezza. Ricordiamoci che anche nella moda a volte non sanno che inventarsi e fanno cavolate inguardabili.

Ci dia qualche consiglio: cos’è che un uomo non dovrebbe mai indossare? E invece cosa è indispensabile nel suo guardaroba?

Non esistono regole, ogni guardaroba dovrebbe cambiare a seconda del peso, altezza ed età, come ho detto prima. Un completo di Dior può essere disastroso per un red carpet, se su un corpo sbagliato o su un modo di camminare non giusto, o può essere il top. Comunque, a livello personale, nel mio guardaroba non mancano mai vari tipi di cappelli, anche sportivi, e occhiali. Riguardo a cosa un uomo non dovrebbe mai indossare, forse direi i collant (ma ci può essere qualche eccezione). Anche cose tradizionalmente poco usate, quali le gonne lunghe, posso dire che, in tipi alla Tiziano Terzani, sono okay. Una cosa che a me non piace sono anche le bretelle, ma a certi tipi possono star bene.

 

Raimondo Rossi, foto by Alessandro Amico

Da fotografo, se dovesse scattare una foto dell’Umbria o di Perugia come la rappresenterebbe? 

Assisi, in una foto con una composizione importante. Via Maestà delle Volte, in centro a Perugia, a ritrarre più elementi curvilinei possibili. E una composizione di volti di varie etnie, che peraltro ho fatto, a Umbria Jazz, per un magazine inglese. Perugia e la sua immagine devono rimanere più internazionali possibile.

Nel futuro di Raimondo cosa c’è?

Nessun programma preciso, sicuramente un po’ più di Los Angeles per lavorare in quell’area che sta a metà fra moda e costume. Mi piace la moda che rompe i volumi e nel cinema succede spesso. Voglio comunque rimanere indipendente e fare pochi lavori ma giusti. Non classici e che siano molto miei.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Quiete, natura e buon cibo. Ma non vorrei descriverla solo così, come in parte appare nel Sensational Umbria di Steve McCurry. Metterei ancora più in evidenza l’internazionalità.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

San Francesco e Assisi. Tutto il mondo, California compresa, deve qualcosa a lui. E questo è bellissimo.

«Mi ricordò la mia povera Anita che era anch’essa si calma in mezzo al fuoco». Con queste parole attribuite a Giuseppe Garibaldi, con una frase a lei dedicata dal poeta Giosuè Carducci[1] e un’iscrizione del professor Isidoro Del Lungo[2] il monumento al centro di Bastia Umbria così la commemora[3].

Colomba Antonietti

Pochissime sono le notizie riguardanti la vita di Colomba Antonietti e forse non esistono immagini del suo vero aspetto, se si eccettua forse quella pubblicata da Giustiniano degli Azzi Vitelleschi a corredo della voce a lei dedicata nel Dizionario del Risorgimento Nazionale, di cui però si ignora la provenienza e che pecca in verosimiglianza nell’assoluta mancanza della matassa di riccioli neri che le contornavano il viso[4]. Del suo aspetto esistono almeno due descrizioni di prima mano: quella del nipote – nonché suo primo biografo, Claudio Sforza – e quella della sorella Gertrude. Doveva essere se non bella certamente molto affascinante. Di lei la sorella dice: «Era snella, alta di persona, aveva il profilo greco, la fronte alta e spaziosa, gli occhi e i capelli, ricci, nerissimi». Parole che corrispondono alla descrizione che ne fa il nipote: «Aveva il naso aquilino, bocca piuttosto larga con denti bianchi e regolari, occhi e capelli nerissimi e questi ultimi tanto ricciuti, che, ribelli a qualunque acconciatura, le rimanevano in grazioso disordine in testa»[5].

La vita per l'Italia

Colomba Antonietti era nata a Bastia Umbra da Michele e Diana Trabalza, ancora bambina si trasferì a Foligno dove il padre aveva ottenuto la privativa per il forno situato sotto al Palazzo comunale. Insieme alle numerose sorelle e ai fratelli Feliciano e Luigi nella casa contigua al forno ricevette l’educazione «civile e religiosa propria dei tempi e della sua condizione»[6] e un giorno proprio a Foligno dove era di stanza la guarnigione pontificia conobbe l’uomo al quale legare il suo destino: il conte Luigi Porzi di Imola che lì come ufficiale prestava servizio[7]. «I due giovani si dissero con gli occhi il nascente affetto, che si cangiò ben presto in passione ardente e dominante. Colomba non aveva amato mai, l’amore dunque pel Porzi germogliò nel suo vergine cuore qual pianta rigogliosa in fertile terreno e, come questa ne assorbe ogni succo vitale, così quello si impossessò d’ogni facoltà della fanciulla e divenne lo scopo supremo della sua vita»[8].
Data la differenza di ceto sociale fu fin dall’inizio una storia contrastata e difficile che vide opporsi all’unione entrambe le famiglie: Luigi Porzi venne trasferito a Senigallia e Colomba rinchiusa in casa dal padre. Ma questo non servì a far spegnere il loro amore, che si espresse in un fitto colloquio epistolare finché, di nascosto, si sposarono all’una di notte del 13 dicembre del 1846 nella Chiesa della Misericordia di Foligno con l’assenza di tutti i parenti a eccezione del fratello di lei, Feliciano. Una carrozza aspettava gli sposi fuori dalla chiesa per condurli immediatamente a Bologna, dove risiedeva la madre del Porzi. Ma il matrimonio era stato celebrato senza la prescritta autorizzazione governativa dello Stato Pontificio per cui lo sposo viene richiamato a Roma e condannato a tre mesi di arresti da scontarsi a Castel Sant’Angelo e ad avere lo stipendio dimezzato[9].

 

Monumento dedicato a Colomba Antonietti

 

Per speciale concessione del comandante della prigione, il conte Cenci Bolognetti, Colomba riuscì a far visita all’amato ogni giorno. Vivere a Roma consente inoltre a Colomba, durante quei tre mesi, di conoscere una città dove fervevano grandi speranze e con grande probabilità il cugino di Colomba, Luigi Masi, introdusse lei e il marito negli ambienti patriottici. Non sappiamo con certezza dove militò, uscito dal carcere, Luigi Porzi, se nelle reparti regolari o nella divisione di volontari, ma sappiamo – e lo dice lui stesso in una lettera – che Colomba fu sempre al suo fianco: «mi seguì tutta la campagna del ’48, vestita da ufficiale con un mio uniforme cortandosi i capelli, e companiando suo marito; sempre mi diceva che desiderava vedere libera la cara e bella Italia»[10]. E mentre Colomba era intenta nel chiudere una breccia aperta dalle armate francesi di Oudinot sui bastioni di Porta San Pancrazio, fu colpita al fianco destro e spirò tra le braccia del marito gridando Viva Italia. Era il 13 giugno 1949.

 

Girolamo Induno, morte di Colomba Antonietti

 


[1] La frase del Carducci recita “Non ricordate Colomba Antonietti sposa ventenne travolta morta dalle palle francesi, a piè delle mura di S. Pancrazio, mentre porgeva l’arme carica al marito?”.

[2] “Colomba Antonietti contessa Porzi eroina della crociata italiana per l’indipendenza e la libertà della patria il 13 giugno 1849 sulle mura di Roma combattendo accanto al marito esalava la pia forte anima nel grido Viva l’Italia che la sua Bastia vuole qui sotto l’effigie di lei in memoria degna perpetuato”.

[3] Il monumento attuale rielaborato ed arricchito dai quattro pannelli bronzei che ne raccontano la vita realizzati dallo scultore Artemio Giovagnoni venne inaugurato nel 1964 nei giardinetti antistanti il Municipio. Del precedente monumento conserva però il mezzobusto che lo scultore Vincenzo Rosignoli esemplificò nei primissimi anni del Novecento sui ricordi dei congiunti ancora in vita e sulla nipote Michelina che a detta di tutti era la più somigliante alla defunta zia.

[4] Per l’iconografia relativa a Colomba Antonietti si rinvia a F. Guarino, Iconografia di Colomba Antonietti: 1826-1849, in «Subasio», a. XIX, n. 3 (1 set. 2011), pp. 13-19.

[5] Le due descrizioni sono riportate da C. Minciotti Tsoukas, Colomba Antonietti. Un’esperienza di vita tra mito e realtà, Bastia Umbra, Comune di Bastia Umbra, 1990, p. 9.

[6] C. Bordoni, Una martire del 1849. Colomba Antonietti. Unicamente per la verità, Foligno, [s.n.], 1910, p. 6.

[7] In realtà Luigi Porzi era nato ad Ancona nel 1822, ma da un’antica e nobile famiglia di Imola.

[8] C. Sforza, Ricordi della vita di Colomba Antonietti, Bologna, Nicola Zanichelli, 1899, p. 3 testo riportato integralmente da C. Minciotti Tsoukas, cit., p. 10.

[9] Lo stipendio gli verrà poi reintegrato grazie all’intercessione di uno zio.

[10] Lettera di Luigi Porzi a Claudio Sforza del 15 ottobre 1866. Il linguaggio in un italiano non perfetto si deve al suo lungo soggiorno in Brasile dove egli morì nel 1900 senza alcuna donna al suo fianco: l’amore per Colomba non poteva essere sostituito.

«È successo! Semplicemente meraviglioso! Siamo Campioni d’Italia! E mettiamo in bacheca questo triplete!» (Safety Conad Perugia)

sir

Il capitano Luciano De Cecco , foto via Facebook

 

Le eccellenze umbre si esprimono in tanti modi, uno di questi è lo sport. In questo coso la pallavolo. La Sir Safety Conad Perugia, per la prima volta nella sua storia, vince il tricolore e sale di diritto sul tetto d’Italia, dove nessuna squadra maschile umbra era mai arrivata.
Dopo cinque partite avvincenti, batte la Lube Civitanova – campione in carica – e si cuce sul petto lo scudetto. L’ultimo punto decisivo è proprio dell’umbro Ivan Zaytsev, che con il suo attacco manda in delirio il PalaEvangelisti e fa realizzare ai Block Devils un’impresa storica: il tanto agognato triplete, dopo le vittorie in Supercoppa e Coppa Italia. Un momento storico, per la pallavolo maschile, difficile da dimenticare.
Un’impresa costruita mattone dopo mattone, partita dopo partita, set dopo set. Costruita da mister Lorenzo Bernardi e dal suo staff, che hanno reso consapevole questo gruppo della propria forza. Costruita soprattutto da questo gruppo di atleti, eccellenti atleti, ma soprattutto atleti di cuore.
Atanasijevic, il migliore in campo; lo Zar, l’umo più atteso; capitan De Cecco e tutta la squadra sono stati capaci di far avvicinare e appassionare a questo sport anche i perugini meno tifosi, creando in città e nei social un clima di attesa e speranza, come non succedeva da anni. E alla fine non hanno deluso: dovevano vincere e hanno vinto.
«Questa è una grande vittoria, fortemente voluta, anche se forse a inizio stagione non tutti ci credevano. Dalla Supercoppa abbiamo dimostrato di avere la nostra identità e abbiamo iniziato a impensierire le altre squadre. Devo fare i complimenti alla Lube che è una grande squadra e ci ha portati fino a questa gara 5. Sarebbe davvero bello ritrovarsi la prossima settimana in un’altra finale, questa volta europea», ha dichiarato Simone Anzani.
Le sfide e le coppe da portare a casa, infatti, non sono finite: c’è la Final Four di Champions League, che potrebbe rendere esaltante una stagione già indimenticabile. Perché come si dice: il primo scudetto non si scorda mai!

 

Sir Perugia

Lorenzo Bernardi sale sul seggiolone dell’arbitro, come fece 28 anni quando vinse il primo oro mondiale

La storia: dalla serie C al triplete

Il 2001 è l’anno dell’esordio della Sir e di Gino Sirci nella pallavolo in serie C. Alla seconda stagione i Block Devils fanno subito il primo salto, conquistando la promozione in B2. Nel 2005 approdano in B1, dove restano fino all’estate 2010 facendo campionati di vertice terminati con il meritato ripescaggio, per meriti sportivi, in serie A2. Alla prima stagione in categoria la squadra, passata nel frattempo da Bastia Umbra a Perugia, paga lo scotto del noviziato. Nel 2012 il salto nella massima serie. I Block Devils di Kovac disputano una stagione esemplare, a Corigliano arriva la certezza del primo posto finale e della conseguente promozione in A1. Nel 2012-13 arriva la colonia serba, con Magnum Atanasijevic su tutti: finalissima in Coppa Italia, terzo posto in Regular Season e Play Off che si fermano a un soffio dal Tricolore, con la ciliegina della qualificazione alla Champions League.
Il 2015 inizia in salita per Daniel Castellani, sostituito da Boban Kovac. La squadra arriva ancora una volta fino alla semifinale di Coppa Italia e ferma la sua corsa europea in Cev Cup nei quarti di finale contro la Dinamo Mosca. Il capolavoro avviene ai Play Off scudetto quando i Block Devils superano prima Verona e poi Civitanova, giungendo fino alla finalissima, dove cedono a Modena.
Con il 2017 ecco il libero Colaci, il palleggiatore statunitense Shaw, i centrali Ricci e Anzani, il libero Cesarini e il centrale finlandese Siirila. Dal torneo polacco, invece, è arrivato il giovane opposto Leo Andric. Confermata l’artiglieria pesante, a partire dalla diagonale delle meraviglie De Cecco-Atanasijevic, e gli schiacciatori di posto 4: lo Zar Zaytsev, lo statunitense Russell e all’austriaco Berger. Arrivano così i primi trofei: la Coppa Italia, la Supercoppa e il Campionato italiano.