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«L’Olimpiade è stata la gioia più grande e la gara più importante della mia vita. Già esserci è un traguardo, portare a casa una medaglia è un’emozione grandissima».

Agnese Duranti

«Pronto Agnese, sono Agnese!». È iniziata così – in modo buffo – la telefonata con Agnese Duranti (21 anni), Primo Aviere Scelto dell’Aeronautica militare e campionessa della Nazionale italiana di Ginnastica Ritmica. Abbiamo fatto una bella chiacchierata mentre da Roma tornava in treno a Desio, dove vive e si allena 11 mesi l’anno. La Farfalla azzurra ha spiccato il volo in questa disciplina nel 2009 a Spoleto – dov’è nata – alla polisportiva La Fenice. Nel 2017 è entrata a far parte della squadra nazionale ottenendo ottimi risultati e conquistando numerosi e prestigiosi titoli internazionali come l’oro ai Mondiali del 2017, le medaglie d’oro e di bronzo agli Europei di Guadalajara del 2018 e nuovamente ai Mondiali di Sofia sempre lo stesso anno, salendo sul podio in tutte le categorie. Da ultimo ci sono il bronzo ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 e l’argento ai Mondiali in Giappone 2021. Ma queste sono solo alcune delle numerose medaglie vinte, il suo palmares è lunghissimo e ben fitto. Agnese vola come quest’anno ha volato lo sport italiano. Dopotutto è un aviere e una farfalla: e lei farfalla ci si sente davvero: «Mi rappresenta sotto tanti punti di vista».

Agnese, la prima domanda è di rito: qual è il tuo legame con l’Umbria?

L’Umbria è la regione dove sono nata, cresciuta e dove ho mosso i primi passi di ginnastica ritmica, ci sono molto affezionata. Per me è la regione della pace, quando ci torno sento sempre tanta tranquillità.

Ora dove vivi?

Sono 7 anni che vivo a Desio in un hotel, dove mi alleno 11 mesi l’anno, all’Accademia Internazionale di Ginnastica ritmica, una palestra costruita esclusivamente per noi. È una vita molto impegnativa che ti toglie molto, ma poi ti ridà tutto indietro con le vittorie e i risultati.

Quando hai iniziato a fare ginnastica ritmica?

A 9 anni. Ero una bambina molto vivace e i miei genitori volevano trovarmi un’attività per tenermi occupata. Sono andata un giorno a vedere una mia amica che faceva ginnastica ritmica, ho provato ed è stato amore a prima vista.

C’è una vittoria alla quale sei particolarmente legata, indipendentemente dal valore della medaglia?

L’Olimpiade è stata la gioia più grande e la gara più importante della mia vita; ma anche la gara agli Europei di Guadalajara nel 2018 ha avuto un bell’impatto emotivo: eravamo in Spagna ma il palazzetto era pieno di gente che tifava per noi. Poi c’è stato il mondiale a Kitakyushu in Giappone nel 2021, dove abbiamo vinto la medaglia d’oro e chiuso il quinquennio in bellezza. Dopo tanti sacrifici è stato un traguardo molto importante.

Quali sono le prossime gare che hai in programma?

Le prime gare di Coppa del Mondo saranno ad aprile, poi a settembre iniziano le qualificazioni per l’Olimpiade di Parigi 2024.

C’è un attrezzo che preferisci?

In realtà no. Il nastro devo dire che è quello che preferisco meno. È il più difficile, perché è lungo e molle e va sempre tenuto in movimento altrimenti si formano i nodi, e questa è una gravissima penalità durante le gare.

Parliamo dell’Olimpiade, come ci si prepara?

È un traguardo che ho sempre sognato, fin da bambina. Per un’atleta è il punto massimo da raggiungere. Anche semplicemente esserci è una vittoria; è una cosa che non ha eguali. La preparazione è stata lunga e l’abbiamo costruita col tempo, anche se poi quando sei lì non ti senti mai pronta. Salire su quella pedana non è stato così diverso rispetto ad altre gare, ci sono solo i cerchi olimpici che ti guardano e proprio loro hanno attirato la mia attenzione quando sono entrata. Mi sono guardata intorno ed era pieno di cerchi olimpici (ride).

Cosa hai pensato in quel momento?

Ho avuto un mix di emozioni uniche: ero concentrata sull’esercizio però allo stesso tempo ero consapevole che stavo facendo la gara della vita. È una sensazione bellissima, indescrivibile… con un pizzico di ansia ovviamente.

 

Le farfalle azzurre

Sei scaramantica? Hai qualche rituale prima di una gara?

Anni addietro ero più scaramantica. Ora ho solo delle piccole cose… indosso sempre le stesse mutande, preparo gli attrezzi e la borsa in un certo modo e porto sempre con me un asciugamano che mi accompagna dalla mia prima gara nel 2015.

Tu, Alessia Maurelli, Martina Centofanti, Daniela Mogurean e Martina Santandrea riuscite a fare esercizi che la maggior parte delle persone non crede siano nemmeno possibili: siete consapevoli di questo?

Facciamo delle cose che sembrano effettivamente irrealizzabili. Per riuscirci c’è un lavoro minuzioso e preciso al centimetro. Passiamo 8/9 ore in palestra e lavoriamo sui dettagli tante tante volte, fino allo sfinimento. La nostra allenatrice Emanuela Maccarani vuole che l’esercizio, oltre a contenere i codici di punteggio, sia bello, quindi tutto è studiato e preparato alla perfezione.

Per realizzare tutto questo, fare squadra per voi è fondamentale: litigate mai?

Grazie al cielo siamo una squadra che non ha mai litigato, forse discusso una volta in 5 anni. Siamo molto unite, ci capiamo al volo, ognuna sa quali sono i punti di forza dell’altra, sappiano perfettamente come gestirci. Siamo sorelle, amiche anche fuori della palestra, questo non è per niente scontato. È il nostro vero punto di forza.

Ce lo puoi confessare: quanto sono scomodi i vestiti che indossate?

Pesano tantissimo, in effetti, sono pieni di perline e Swarovski. Poi dipende dai body, alcuni sono meno scomodi, ma in generale non sono comodissimi.

Ho una curiosità: come vengono scelti?

Sono disegnati da una ragazza che viene in palestra, sente la musica e vede l’esercizio che abbiamo in programma, si ispira e disegna il vestito. Ci fa delle proposte che noi scegliamo. In pratica sono creati ad hoc e difficilmente vengono rimessi per altre gare. Restano nell’archivio della squadra nazionale.

 

Per tutti siete le Farfalle azzurre: ti senti una “farfalla”? 

Sì, è il nostro marchio di fabbrica, ci sentiamo completamente farfalle. È un animale che ci rappresenta sotto tanti punti di vista: siamo simili, ci muoviamo a gruppo, siamo leggiadre e la nostra vita (sportiva) è intensa ma breve. La ginnastica ritmica è uno sport molto giovane: io ho 21 anni e Parigi 2024 sarà la mia ultima Olimpiade.

C’è un consiglio che vorresti dare a una bambina che vuole iniziare questo sport?

Le direi che non è un percorso semplice e non sempre le cose vanno come si desidera, ma con gli errori e le difficoltà ci si fortifica, viene fuori il carattere e si imparano i veri valori dello sport. Bisogna credere nei propri sogni perché si possano realizzare.

A livello sportivo il 2021 è stato un anno fantastico per l’Italia: cosa manca però, secondo te, allo sport italiano?

L’Italia è sempre concentrata sul calcio e quest’anno c’è stata la rivincita di tutti gli altri sport, grazie alle Olimpiadi. Spero che questo possa rilanciare le altre discipline e che l’attenzione e l’interesse – anche a livello mediatico – si focalizzino più su di esse e non solo sul calcio, perché siamo un gruppo di atleti che se lo merita.

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Bella, pacifica, preziosa.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

La natura.

Un evento di portata internazionale si svolgerà sabato, presso la Sala dei Notari

«Passione e amore per il mare, unito al rispetto e alla cultura dell’ambiente». È la filosofia del Premio Atlantide che verrà assegnato sabato 23 ottobre a Perugia (ore 11.00 presso la Sala dei Notari).

Giampaolo Consoli

Un premio, che da alcuni anni, vuole portare alla luce e far emergere – nel vero senso del termine – persone di scienza e di cultura che hanno dedicato la loro vita (e ancora oggi lo fanno) alla scoperta, alla ricerca e alla cura del mare e degli oceani. Far conoscere, attraverso i racconti e le storie dei protagonisti, tutte le bellezze e le diverse forme di vita che popolano le nostre acque, per conoscere e rispettare consapevolmente. L’esperienza più che trentennale degli organizzatori rende l’evento di portata internazionale e può vantare collaborazioni con Università, organizzazioni ambientaliste, con l’Agenzia Spaziale Europea e con il mondo dello sport.

L’appuntamento, che si svolge annualmente in uno scenario speciale, quest’anno premierà autorevoli personaggi come: Giampaolo Consoli, Paolo Ferraro, Paola Catapano, Massimo Scarpati, Angela Bandini e Pippo Cappellano. Interverrà il prof. Gerardo Bosco, presidente del SIMSI, Società Italiana di Medicina Subacquea e Iperbarica.

Gli ospiti

Giampaolo Consoli è comandante del gruppo Operativo Subacquei del Raggruppamento Subacquei e incursori di La Spezia con il grado di Capitano di Vascello. Per venti anni è stato delegato italiano al gruppo di lavoro permanente della NATO per le attività subacquee, oltre ad aver partecipato a numerosi interventi di soccorso, è accompagnatore di subacquei disabili e consulente per le scene di esplosioni subacquee nel cinema.

Paolo Ferraro

Sarà presente poi Paolo Ferraro, 75 anni, 50 dei quali dedicati al mondo subacqueo in particolare sul versante dell’industria: è infatti stato presidente della Technisub per 25 anni e presidente delle filiali tedesche e spagnole dell’Aqua Lung. Ha fatto parte del Consiglio Direttivo della CMAS ed è stato fra i promotori e primo presidente del Gruppo Sub Confinsub Genova, che riuniva le aziende del settore subacqueo aderenti a Confindustria. Insignito del Tridente d’Oro 2011 dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee ne è da quell’anno direttore.

Da più di 25 anni comunicatrice scientifica al CERN di Ginevra e giornalista scientifica, Paola Catapano è stata definita invece: «emblema della contemporaneità capace di coniugare ad alti livelli il sapere scientifico con lo spirito di avventura». Alterna pubblicazioni a spedizioni nei più remoti angoli del globo in condizioni estreme (Artico e Antartico in particolare). Nella sua ultima avventura – lo scorso agosto – è stata capoprogetto di Polarquest, una spedizione a vela nell’Artico finalizzata a stimare la quantità di legname e plastica presenti nelle acque e a monitorare l’impatto del cambiamento climatico sulla biodiversità.

Paola Catapano

Il team ha attraversato l’80esimo parallelo Nord e ha mappato per la prima volta via mare e via aria diverse aree di costa e mare a cavallo dell’80°parallelo, testimoniando lo stato dell’ambiente artico in una delle regioni più a nord del Pianeta.

Con più di 2.300 immersioni oltre i cento metri e quasi 10.000 ore d’immersione autonoma ad alto fondale, vincitore di vari campionati mondiali per l’attività in apnea Massimo Scarpati è tra i più competenti e accreditati conoscitori del mare. Inventore della pinna lunga, ha dato vita a una linea commerciale che porta il suo nome. Inoltre, è stato il primo a usare autorespiratori a miscela a base di elio per la pesca del corallo, a fare decompressioni con gas di aria arricchita da ossigeno, a utilizzare tecnologia ROV per l’esplorazione dei fondali e il monitoraggio degli ambienti e a segnalare l’attività sonora degli scogli, riuscendo a percepire dalla superficie la presenza di formazioni rocciose di notte o in condizioni di acque torbide.

 

Massimo Scarpati

 

Non mancherà anche Angela Bandini che nel 1989 ha raggiunto il record mondiale di uomini e donne in apnea profonda assetto variabile di -111 metri, battendo così due leggende come Enzo Maiorca e Jacques Mayol. Angela mentre danzava da ragazzina con i delfini nel delfinario di Rimini ha incontrato Jacques Mayol che è rimasto colpito dal suo talento e l’ha ingaggia per girare film e documentari e realizzare spedizioni scientifiche in giro per il mondo nei posti più remoti della Terra e solcando tutti gli oceani.

 

Angela Bandini

 

Infine riceverà il premio Pippo Cappellano – giornalista, regista e autore di documentari – nel corso della sua carriera ha diretto oltre 300 documentari in tutto il mondo, tra questi diverse serie per la Rai sull’esplorazione marina e sull’archeologia subacquea.

Pippo Cappellano

Ha ricevuto il Tridente d’Oro e la Cittadinanza Onoraria di Ustica nel 1983, con la seguente motivazione: «Ha realizzato sin dal 1967 filmati subacquei di altissimo interesse scientifico e divulgativo per la televisione italiana, riscuotendo ovunque notevoli consensi».

Nel 2006 per la trasmissione Ulisse di Alberto Angela ha realizzato il primo documentario archeologico in Italia con riprese a oltre 100 metri di profondità: L’enigma del Polluce, vincitore del premio Pinna d’Oro di Antibes come Migliore Film Storico. Dal 2013 al 2020 è stato vice presidente vicario dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee.

 


Per maggiori informazioni

«Ancora, a distanza di mesi, non mi rendo conto. Finché uno non si trova lì non comprende cosa sia un’Olimpiade».

Alessandra Favoriti con la coppa e la medaglia di Campione d’Europa

La dottoressa Alessandra Favoriti è un medico sportivo di Terni, fa parte dello staff della Ternana Calcio e – da anni – di quello dell’Italvolley femminile, fresco di titolo europeo. Fieramente umbra e ternana, ex pallavolista e super tifosa delle Fere, è riuscita a unire il lavoro con la passione per lo sport. Chiacchierare con lei è stato molto divertente, nonostante le nostre fedi calcistiche opposte. Ci siamo promesse di risentirci dopo Perugia-Ternana del 18 dicembre: «Gli sfottò sono il bello dello sport. È una delle parti più divertenti» dice schiettamente. Io non potrei essere più d’accordo!

 

Alessandra, la prima domanda è d’obbligo: qual è il tuo legame con l’Umbria?

Sono nata a Terni, sono fieramente umbra. Sono molto legata alla mia terra: mi piace girarla, scoprirla ed esplorarla.

Perché hai scelto di diventare un medico sportivo?

Ho scelto questa specializzazione probabilmente perché sono nata in una famiglia di sportivi che mi ha sempre avvicinato a questo mondo. È quello che mi piace! Ho unito passione e lavoro.

Anche tu hai giocato a pallavolo: che emozione è stata vincere l’Europeo?

Seguo la Nazionale da 7 anni, ho visto queste ragazze crescere e vincere anche nelle competizioni giovanili. Se fossi stata a casa sarei comunque stata una loro super tifosa, ma trovarmi lì in panchina come membro dello staff è una cosa che non riesco ancora a realizzare. Un’emozione grandissima.

La prima cosa che hai pensato…

Oh, finalmente! Vincere contro la Serbia a casa loro… è proprio bello!

Una soddisfazione anche per rispondere alle critiche post Olimpiche…

Sì, è stato il giusto epilogo di un’estate in cui abbiamo lavorato molto bene. Nello sport si vince e si perde e le critiche ci stanno, però questa è una vittoria meritata, se non altro per tutto l’impegno che c’è stato.

Cosa vuol dire per uno sportivo (o ex sportivo) partecipare alle Olimpiadi?

Ancora, a distanza di mesi non me ne rendo conto. È stata un’Olimpiade surreale, vissuta in modo molto intenso, forse perché non c’era il pubblico o per il periodo storico che viviamo. Finché non sei lì non ti rendi conto di quello che è realmente: vedere atleti di tutto il mondo, culture di tutto il mondo, abitudini alimentari di tutto il mondo. Incontrare campioni che hai sempre visto in tv e sentirsi parte del team Italia genera un senso di appartenenza molto grande. Forse anche per questo le delusioni e le vittorie sono amplificate, le percepisci maggiormente.

Sei mai andata nel panico in campo durante un intervento?

No, non è mai accaduto. Ci sono tutti i mezzi per fare gli accertamenti e tutelare la salute degli atleti.

Il tuo passato da sportiva ti ha aiuta in questo mondo?

Indubbiamente lavorare nello sport che conosco e che ho praticato fa sì che io abbia un approccio migliore con le problematiche che devo affrontare. Chi si vuole affacciare alla medicina dello sport deve essere in grado di lavorare all’interno di uno staff e non è facile, soprattutto quando si sta con le nazionali: si vive insieme 24 ore su 24, questo è bello, ma c’è anche uno sforzo maggiore.

Qual è la cosa che da medico ripeti sempre ai tuoi pazienti sportivi?

Devo essere sincera, ho due gruppi ai quali non devo dire molte cose, sono dei professionisti. Forse la nutrizione, in particolare quando si cambia fuso orario e si va dall’altra parte del mondo, va tenuta sotto controllo. La cura dell’alimentazione diventa fondamentale, soprattutto in competizioni molto lunghe e con ritmi serrati. Ripeto sempre: mangiare bene e riposarsi.

 

Penso alla Ternana. Una donna in campo con soli uomini: è più facile comandarli o farsi rispettare?

Mi trovo bene in entrambi gli ambienti, tra l’altro anche nella Nazionale di pallavolo sono l’unica donna nello staff. Sia le pallavoliste sia i calciatori sono dei professionisti e ascoltano i consigli del medico. Il rapporto più importante è quello con il resto dello staff: fondamentale è ottenere la fiducia, mantenerla e soprattutto entrare nelle dinamiche dei due sport che, ovviamente sono differenti.

C’è molta differenza tra i due approcci?

No, è solo diversa l’esperienza. In Nazionale convivi 24 ore su 24 con gli altri e ci sono dinamiche più intense. Ho la fortuna di essermi integrata bene in entrambe le squadre.

Potremmo parlare di calcio per ore, ma non so se finiremmo questa intervista (scherzo!): io tifosa del Perugia e del Milan, tu della Ternana e della Roma…

Benissimo! Sullo sport sono molto campanilista, lo sfottò è un divertimento. Ho già segnato la data del derby contro il Perugia. Ce l’ho stampata in testa (scherza! ndr). Il prendersi in giro è una parte divertente dello sport. Allora ci risentiamo dopo la partita!

Il tuo sogno è la Ternana che vince lo scudetto?

Eh, magari!

Lo scambieresti con la medaglia dell’Europeo di volley?

È un’altra cosa. Le metterei entrambe sullo stesso piano. Vincere contro la Serbia a Belgrado equivale a vincere un derby in trasferta.

Ma nel derby non c’è un trofeo in palio?

Non importa, basta la gloria!

Svelaci una curiosità accaduta durante gli Europei…

Ne sono successe tante. Ti posso dire che io e il preparatore atletico siamo andati in fissa con le canzoni di Will Smith. È stata la nostra colonna sonora.

E nello spogliatoio della Ternana?

Con la Ternana abbiamo dei gesti scaramantici che però non vanno detti, altrimenti perderebbero la loro efficacia!

Parliamo di sport in Umbria: cosa andrebbe migliorato?

Da persona che ha praticato attività sportiva da tutta la vita, spero che l’Umbria e lo sport facciano pace. Il calcio è un movimento molto forte, ma le altre realtà lo sono meno, tra queste penso alla pallavolo. Non tanto ad alto livello, ma nel movimento giovanile ci sono società in crisi che questo periodo storico ha aggravato. Mancano inoltre le strutture, penso ad esempio all’atletica a Terni che aveva una grande tradizione e che ora non ha più nemmeno una casa dove allenarsi. Servono grossi investimenti soprattutto nelle strutture: lo sport è importante, fa bene alla salute e dobbiamo appoggiarlo in ogni modo. Come Ternana Calcio abbiamo fatto qualcosa ma non basta, ci vuole l’intervento della Regione. Occorre dare spazio a tutti gli sport e il primo passo è avere impianti adeguati. Lo sport è salute, movimento, integrazione, unione, lavoro…

Per concludere, come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Verde, mistica, affascinante.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

Terni. Casa mia.

Difficilmente su AboutUmbria parliamo di calcio, ma oggi è un giorno particolare, non si parla solo di calcio giocato ma di Storia del Calcio.

Ci sono calciatori che diventano eroi, che resistono al tempo e che non moriranno mai. Almeno nella testa dei bambini (poi uomini o donne) che li hanno visti giocare. Io a Perugia ho visto giocare Paolo Rossi da dentro la pancia di mia mamma, abbonata allo stadio non perdeva una partita! Non ho ricordi nemmeno del Mondiale’82 – la generazione anni 80 ha questa lacuna – ma i racconti, le foto e i video lo hanno reso talmente nitido che è come se lo avessi vissuto in diretta. Così è stato anche per Paolo Rossi, che ha rappresentato un pezzo di storia sia italiana sia perugina.

Paolo Rossi con la maglia del Perugia

L’attaccante toscano – che si è spento oggi a 64 anni per un male incurabile – ha vestito entrambe le maglie ed è stato il calciatore più importante a indossare quella biancorossa. Proprio il suo trasferimento a Perugia segnò una sorta di spartiacque nel panorama calcistico nazionale: infatti, per finanziare l’oneroso arrivo dell’attaccante, Franco D’Attoma ideò la prima sponsorizzazione di maglia. Fu un debutto assoluto poiché mai prima d’allora, in Italia, una divisa da gioco era stata firmata da un marchio commerciale (la pasta Ponte); Rossi e il Perugia furono i primi a rompere questo tabù. Era il campionato 1979-80. In questa sua unica stagione umbra realizzò 13 gol in 28 gare di campionato e 1 rete in 4 partite di Coppa UEFA; il giocatore fu a lungo il capocannoniere della Serie A (chiudendo poi terzo).

Ma per tutti Paolo Rossi è Pablito, l’eroe dell’Italia Campione del Mondo del 1982, quella che battè il Brasile di Zico, l’Argentina di Maradona, la Polonia di Boniek e in finale la Germania di Rummenigge. L’Italia di Bearzot e dell’urlo in corsa di Marco Tardelli – per molti più famoso di quello di Munch. Fu lui il protagonista di quel mondiale, che dopo la squalifica per calcio scommesse e un brutto inizio, decollò – tre gol al Brasile, due alla Polonia, uno alla Germania – e portò l’Italia a conquistare il terzo titolo di campione del mondo. Quell’anno vinse anche il Pallone d’Oro.

Dopo l’esperienza perugina andò alla Juve dove vinse due scudetti, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Uefa e una Coppa dei Campioni per poi giocare nel Milan e nel Verona, dove chiuse la sua carriera.

Il suo legame con Perugia è sempre vivo, infatti la sua seconda moglie, la giornalista Federica Cappelletti da cui ha avuto due figlie, è perugina.

«La Terra dall’alto è semplicemente stupenda. Ho avuto la fortuna di lanciarmi su zone con panorami mozzafiato. Auguro a tutti di vedere ciò che noi vediamo da lassù!»

«Uno dei più grandi sogni dell’uomo è sempre stato quello di volare: lanciarsi con il paracadute a più di 4.000 metri credo che sia uno dei modi più intensi per realizzare quel sogno». Il Caporal Maggiore Capo Marco Soro, di Passaggio di Bettona, realizza questo sogno ogni giorno. Da 15 anni veste la divisa della Brigata Paracadutisti Folgore dell’Esercito Italiano e fa parte del gruppo di Paracadutismo Indoor dell’Esercito. Allenamento, preparazione e tanta passione gli hanno fatto raggiungere con la sua squadra degli importanti traguardi nazionali e internazionali, come il podio mondiale ottenuto nel 2019, la medaglia d’oro al Belgian Open o l’argento ai Wind Games 2020 – tanto per citare i più recenti. In questa chiacchierata ci ha svelato tutti i segreti di questo sport e la bellezza del paracadutismo. «È stato amore a prima vista». Io mi sono fatta prendere la mano e l’ho tempestato di domande!

 

Caporal Maggiore Capo Marco Soro

Caporal Maggiore, la prima domanda è di rito: qual è il suo legame con lUmbria?

Circa quindici anni fa ho scelto la divisa dell’Esercito e la mia vita professionale è in Toscana, ma l’Umbria è la mia terra natia e di certo non la dimentico. Sono nato ad Assisi, abito a Passaggio di Bettona e la mia fidanzata è di Papiano. Direi proprio che il mio è un legame indissolubile.

Ci spieghi: cos’è il Paracadutismo Indoor?

Il paracadutismo indoor è un’attività sportiva molto recente, che nasce grazie all’invenzione dei simulatori di caduta libera, ovvero i tunnel del vento verticali. Permette a chiunque, anche a un non paracadutista, di realizzare quello che è sempre stato il sogno di ogni essere umano, ovvero il desiderio volare. Un forte flusso d’aria proveniente dal basso fa si che il corpo umano riesca a sollevarsi da terra, simulando così la caduta libera che si ha con il lancio da un aereo. La sensazione che si prova è identica. Con il passare degli anni è diventato uno sport a tutti gli effetti, con un proprio circuito ufficiale di competizioni nazionali e internazionali.

Quali sono i prerequisiti per praticare questa disciplina?

Il paracadutismo indoor prevede varie discipline. Per poter praticare la nostra –  che è di squadra ed esattamente si chiama VFS 4-way (Vertical Formation Skydiving a 4 elementi) – si deve prima raggiungere un avanzato livello di volo individuale. Sono fondamentali una buona preparazione fisica e un costante allenamento di volo presso un tunnel.

 

Esibizione di Paracadutismo Indoor

In pratica in cosa consiste?

L’obiettivo della nostra specialità consiste nel formare, durante la caduta libera, il più alto numero di figure possibili nel tempo massimo di 35 secondi. Per figura si intende una prestabilita e determinata posizione dell’intera squadra che deve essere eseguita in assetto verticale, head-up (testa in su) e/o head-down (testa in giù). Questo tipo di posizione, che espone poco della figura del corpo umano all’aria, comporta il raggiungimento di altissime velocità di caduta libera che sfiorano i 300 km/h. Ovviamente per provare semplicemente un simulatore di caduta libera non serve essere degli atleti, lo fanno normalmente anche i bambini, basta affidarsi a un preparato istruttore e il gioco è fatto!

Come si svolge una gara?

Una gara si svolge normalmente in tre giorni. I round di gara sono 10, della durata di 35 secondi ciascuno. Le figure da riproporre in ogni round vengono estratte a sorte dai giudici di gara. Per ogni figura eseguita correttamente si guadagna un punto. Alla fine del decimo round, la squadra che ha totalizzato il maggior numero di punti, vince.

Quante ore vi allenate?

Quotidianamente e per almeno due ore pratichiamo delle attività di allenamento a terra pensate appositamente per migliorare la resistenza e la forza fisica specifiche, in modo tale da incrementare le prestazioni individuali durante gli allenamenti di squadra. Per quanto riguarda l’addestramento al tunnel, siamo impegnati mediamente due settimane al mese.

Avete delle gare prossimamente?

A fine ottobre, presso il tunnel di Charleroi in Belgio, la Squadra dell’Esercito parteciperà al Campionato Europeo e Coppa del Mondo di Indoor Skydiving 2020, attualmente una delle competizioni indoor più importanti al mondo.

 

La squadra: Alessandro Binello, Andrea Cardinali, Marco Soro e Stefano Falagiani

Ci può descrivere in poche parole cosa si prova a lanciarsi col paracadute?

Il paracadutismo è uno sport che, praticato nel pieno rispetto delle regole di sicurezza, regala emozioni indescrivibili. Come già detto, uno dei più grandi sogni dell’uomo è sempre stato quello di volare: lanciarsi con il paracadute da un velivolo a più di 4.000 metri credo che sia uno dei modi più intensi per realizzare quel sogno.

C’è stato un momento, quando era ragazzino, in cui ha deciso d’intraprendere la carriera militare? O è accaduto per caso?

Non ho un ricordo ben preciso di quando ho maturato questa decisione, ma sono cresciuto rinforzando di giorno in giorno il desiderio di arruolarmi nell’Esercito e di entrare nella Brigata Paracadutisti Folgore.

Il primo lancio non si scorda mai: ci racconti il suo…

È proprio vero, è una sensazione assolutamente indimenticabile! Il mio primo lancio l’ho fatto a Reggio Emilia nel 2005 e avevo poco più di 18 anni. Come tutti i diciottenni non vedevo l’ora di mettermi alla prova. Ricordo benissimo di aver provato delle fortissime emozioni, completamente nuove, mai provate fino a quel momento. Uno strano mix adrenalinico fatto di paura ed entusiasmo. Con il paracadutismo fu amore a prima vista! Da lì in poi non ho mai più smesso di praticare questo sport e ho sempre e solo cercato di migliorarmi.

Qual è l’ultima cosa che pensa prima di un salto?

Ora che il paracadutismo, oltre che passione e divertimento, è per me attività agonistica, prima di ogni salto ripasso mentalmente gli esercizi da eseguire durante il lancio. Mi concentro su quanto discusso pochi minuti prima con i miei compagni di squadra in fase di briefing pre-lancio visto che i momenti precedenti all’uscita dal velivolo sono fondamentali per la perfetta riuscita degli esercizi. Non ci si può permettere di distrarsi o di pensare ad altro. Bisogna essere concentrati sul lavoro da eseguire e naturalmente sulle procedure di sicurezza da rispettare.

Com’è la Terra vista dall’alto?

Può sembrare una risposta scontata, ma è semplicemente stupenda. Ho avuto la fortuna di lanciarmi su zone con panorami mozzafiato. Auguro a tutti di vedere ciò che noi vediamo da lassù!

Fa dei gesti scaramantici… anche prima di una gara?

Più che di gesti caramantici parlerei di routine. Prima di ogni lancio e prima di ogni round di gara io e i miei tre compagni di squadra ci mettiamo in cerchio e ci diamo la giusta carica effettuando il nostro saluto di squadra. Ogni squadra ha il suo modo per augurarsi buona fortuna!

 

I paracadutisti della Folgore sono, nell’immaginario collettivo, i più audaci e fighi: ne siete consapevoli?

L’immaginario collettivo talvolta rappresenta la realtà in modo un po’ approssimativo. Sicuramente la Brigata Paracadutisti Folgore è uno dei reparti più famosi dell’Esercito Italiano ed è connotato da altissime capacità, ma la professionalità di tutti i miei colleghi delle altre specialità non è sicuramente da meno. I reparti paracadutisti hanno una storia di sacrificio e di dedizione che, come ha detto lei, si racconta da sola e non ha bisogno di commenti. Sono assolutamente contento della mia scelta e se tornassi indietro non cambierei nulla di quello che ho fatto! Soprattutto la mia scelta di entrare nella Sezione di Paracadutismo Sportivo dell’Esercito.

C’è un luogo o un panorama dell’Umbria in cui le piacerebbe lanciarsi?

Certamente, sono i luoghi a cui sono più affezionato. Il mio paese, Passaggio di Bettona. Poi sicuramente anche Assisi dove sono nato e Castelluccio di Norcia, perché secondo me paesaggisticamente è una delle zone più belle di tutta l’Umbria.

Come descriverebbe lUmbria in tre parole?

Bellezza, natura, tradizione.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione.

Quando penso all’Umbria è inevitabile pensare alla parola Casa.

Sylvester Stallone in Over the Top – forse il film in cui si racconta meglio il mondo del braccio di ferro – dichiara: «Vedete… a me non interessa diventare campione di braccio di ferro: a me serve il premio».

Non è certo questo il pensiero di Chiara Acciaio, trentenne di Gubbio che dal 2014 al 2019 ha sempre vinto il Campionato Italiano di braccio di ferro categoria 50 kg.
La braccioferrista umbra ha iniziato a praticare questo sport nel 2013, ottenendo subito un secondo posto, per poi non lasciare più la testa della classifica e vincere il campionato anche negli anni successivi. Buoni risultati li ha avuti anche in campo internazionale: nel 2014 ha partecipato al primo Mondiale arrivando settima, poi nel 2016 ha raggiunto il quinto posto e nel 2017 un sesto.
Proprio ieri è tornata dalla Romania dove si è disputato l’ultimo Mondiale: «Non è andata benissimo, mi sono fatta prendere dall’emotività, soprattutto nella gara con il braccio destro dove avevo riposto molte aspettative. Quando l’ansia prevale è difficile da gestite. Andrà meglio la prossima volta».
Chiara, aspetto e fisico più da modella che da braccioferrista, non si arrende e ci fa scoprire la bellezza di questo sport, sconosciuto ai più e spesso banalizzato. Lei non è certo Olivia… lei è Braccio di Ferro!

 

Chiara Acciaio

La prima domanda è forse un po’ scontata, ma non posso non farla: un nome, un destino?

Sì, è vero! Acciaio di nome e di fatto. (ride)

La seconda domanda è più seria: come e quando ha iniziato a praticare questo sport? 

Fin da piccola mi è sempre piaciuto giocare a braccio di ferro e fare prove di forza con i bambini: quando dovevo competere con i maschi non mi sono mai tirata indietro. La maggior parte delle volte vincevo io: già allora avevo molta forza. Poi, per caso –  in palestra nel 2013 – ho conosciuto un ragazzo che praticava questo sport e da quel momento ho iniziato, scoprendo che è completamente diverso da quello che si fa nei bar o dall’idea che ne hanno tutti.

Come si svolge il vero braccio di ferro?

C’è un tavolino specifico dove avviene la gara. La forza è importante, ma è fondamentale imparare anche la tecnica: tanti braccioferristi che vincono non hanno così tanti muscoli come si potrebbe immaginare. Non è solo uno sport di forza, ma anche di tecnica.

Qual è la tecnica giusta e come avviene una gara?

Prima cosa si gareggia in piedi e il gomito appoggia su dei cuscinetti dai quali non ci si può staccare. C’è un arbitro che dà il via dicendo: «Ready, go!», a quel punto gli atleti partono; dopo il «go», non prima, altrimenti viene fischiato fallo. Per vincere occorre sia forza reattiva sia esplosiva. Poi se si sganciano le mani, vengono legate con una cinghia per evitare che si ripeta l’accaduto.

Quanto dura una gara?

Può durare dai due secondi in poi.

Quante volte si allena in una settimana?

Tre volte a settimana più gli allenamenti tecnici, che svolgo anche con il mio allenatore. Faccio parte del Team Marche-Umbria.

Per affrontare un Mondiale come ci si prepara?

C’è ovviamente una preparazione particolare. Mi segue mio marito Mirko Ramacci per la preparazione atletica: conosce i miei difetti e sa come farmi lavorare al meglio, il nostro è un lavoro di squadra. Poi mi alleno anche ad Ancona con Renato Corsalini per la parte tecnica.

 

A destra Chiara Acciaio durante una gara

Nell’immaginario collettivo il braccio di ferro è sempre stata un’attività maschile per stabilire chi è il più forte: voi donne come lo vivete?

Siamo un po’ svantaggiate a livello numerico soprattutto in Italia; questo ci porta spesso a doverci allenare con gli uomini. Molte ragazze ci provano, ma il braccio di ferro è uno sport molto selettivo e, per mancanza di risultati, spesso abbandonano.

Si reputa una donna fuori dagli schemi per lo sport che pratica?

Sicuramente! Ma in questo mondo molte donne sono come me. Nell’idea di tutti le donne che praticano questo sport sono mascoline e muscolose – ovviamente ci sono – ma la maggior parte sono donne e ragazze aggraziate, filiformi e madri. Poi dipende dalla categoria, sopra i 90 kg ovviamente sono ben piazzate e super muscolose.

Qual è il suo legame con l’Umbria?

L’Umbria è bellissima, come anche la mia città. Io ci sto bene, amo il verde… è proprio il mio posto. Anche se Gubbio è una realtà piccola e per certi versi un po’ chiusa, si respira ancora l’aria di unione che c’è nei piccoli paesi. Si mantiene forte il legame tra le persone.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Armonia, libertà e serenità.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Gubbio!

«A sei anni ho iniziato a praticare scherma e da allora non ho più smesso. Da ragazzino mi volevo sempre allenare, mi dovevano tirare via a forza dalla palestra».

Andrea Santarelli – secondo nel ranking mondiale di spada – è un giovane folignate con le idee ben chiare e con in mano la spada con cui lancia stoccate vincenti. Il suo palmarès annovera un argento a squadre alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, un bronzo individuale conquistato quest’anno nel Mondiale di Budapest, due argenti – di cui uno nel 2019 – e un bronzo ai Campionati europei.
«È stato un anno quasi perfetto e vorrei fare un ringraziamento speciale al mio sponsor UmbraGroup: è una realtà umbra eccellente che mi ha sostenuto fin dall’inizio e che ha sempre creduto in me. Infine, voglio dire grazie anche al gruppo sportivo Fiamme Oro della Polizia di Stato di cui faccio parte». Lo schermitore ventiseienne guarda avanti, si allena a Milano, ma porta l’Umbria sempre nel cuore.

 

Andrea Santarelli in gara al Mondiale 2019

Qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame importante. Avrei voluto restare in Umbria, allenarmi qui, ma per motivi sportivi da due anni vivo a Milano: è stato necessario per compiere un passo successivo nella mia carriera. L’Umbria resta nel mio cuore, mi piace tantissimo, adoro girarla e scoprirla e viverla in modo naturale. Va detto però che è una regione chiusa sotto molti aspetti: questo lo percepisco di più da quando vivo a Milano. È una realtà ancora un po’ campagnola.

Questa chiusura l’ha notata anche sulle persone?

Siamo un popolo chiuso: io stesso volevo rimanere qui a tutti i costi, non mi sarei mai voluto trasferire. Ora sono soddisfatto, porto avanti i miei obiettivi a Milano e quando voglio torno a Foligno.

Quando ha iniziato a praticare scherma?

Mio cugino praticava scherma e durante una cena di famiglia a casa dei nonni, mentre riponeva le armi nel portabagagli, ho voluto provarle – avrò avuto circa sei anni. Da quel giorno non ho più smesso di praticare questo sport. Mi dovevano portare via a forza dalla palestra: mi allenavo tutti i giorni al Club Scherma Foligno. Ricordo che prima di un Campionato italiano under 14 il mio maestro mi vietò di andare in palestra la settimana prima della gara perché mi ero allenato troppo: aveva ragione, infatti vinsi quel titolo. Io mi volevo sempre allenare (ride!).

Perché la scherma e non il calcio?

Ho giocato a calcio solo un giorno perché mia madre mi ha costretto.

Quest’anno ha vinto un argento europeo e il bronzo mondiale: non male come stagione!

Devo dire che è stato un anno quasi perfetto. Individualmente non posso dire nulla, ho perso la Coppa del Mondo per otto punti. La prima parte della stagione è stata sottotono, poi c’è stata la svolta a Budapest: ho ritrovato una stabilità e una solidità che finora non avevo mai avuto nella mia carriera.

Cosa passa per la testa quando si è sulla pedana e si gareggia per un Mondiale?

Come per il corpo, anche per la mente c’è una lunga preparazione. Io ero molto altalenante, ma ora ho trovato una stabilità. Per la testa passano una miriade di pensieri: si ragiona su quello che farà l’avversario, se sei in svantaggio pensi a come recuperare, se sei invece in vantaggio pensi a come resistere…

A livello psicologico è meglio essere in vantaggio o in svantaggio?

L’essere in svantaggio ti stimola a pensare a come recuperare e quindi a come assestare le stoccate giuste. Ovviamente il campione deve essere in grado di gestire il vantaggio e non pensare al possibile recupero dell’avversario. Io ho una mental coach che mi ha aiutato tanto a gestire questi fattori e a pensare solo a mettere la stoccata successiva senza farsi distrarre da altro.

 

Ha vinto anche un argento a squadre alle Olimpiadi di Rio de Janeiro nel 2016; ora l’ha aspetta Tokyo?

Sì, ma prima bisogna qualificarsi come squadra. Ad oggi lo siamo, ma occorre mantenere un certo standard di risultati. Tutto dipende da noi, basta continuare a fare quello che abbiamo fatto negli ultimi anni. Poi ovviamente tutta la prossima stagione verterà su Tokyo, anche se prima ci sarà da affrontare un Europeo.

Come ci si prepara per il Mondiale e per un’Olimpiade?

Prima cosa si rinuncia a essere in forma in alcune gare per dare poi il 100% in queste competizioni. Anche i carichi di lavoro e gli allenamenti sono rivolti a obiettivi precisi. Ad esempio quest’anno non ho disputato un ottimo Campionato italiano perché volevo essere pronto per l’Europeo e il Mondiale.

Ci racconti un aneddoto privato… c’è qualcosa di cui non può fare a meno?

Non posso fare a meno della musica! La uso per allenarmi e per passare il tempo. Per l’allenamento mi piace ascoltare Eminem o i Muse, invece per il tempo libero prediligo i Pink Floyd, i Radiohead o i Dire Straits. Non posso fare a meno nemmeno dei dolci, ma a ridosso di una gara riesco a trattenermi e a fare sacrifici.

Cosa fa nel tempo libero?

Strimpello la chitarra. Mi diverto molto anche a fare video e montarli – e perché no – finita la carriera sportiva mi piacerebbe orientarmi in questo settore. Devo dire che me la cavo bene!

Fa dei gesti scaramantici?

Ne avevo tantissimi, ma ora li ho eliminate. Ora per non ricaderci faccio sempre cose diverse prima di una gara e mi dimentico quello che avevo fatto nella gara precedente. Ero in fissa con le viti della spada, che controllavo tante volte, o col pensiero di andare in bagno o no prima del match. Questo e altro mi portava a non concentrarmi sulle stoccate, quindi ho deciso di eliminare tutto.

Quanto dura la carriera nella scherma?

Dipende, si può arrivare anche a quarant’anni.

Lei e Alessio Foconi siete due rappresentanti eccellenti della scherma umbra: c’è qualche altro giovane all’orizzonte?

Io conosco solo i ragazzi di Foligno, tra loro c’è Alessandro Cini che è un’ottima promessa.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Naturale, un po’ chiusa, solitaria.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

La sua parte naturalistica.

La manifestazione ferragostana Trasiremando è giunta alla sua ottava edizione e anche quest’anno ha attratto a Passignano sul Trasimeno un gran numero di imbarcazioni a remi di tutti i tipi, in un raduno non competitivo dedicato agli amanti della natura e delle attività outdoor.

Quando Matteo dall’Isola, precettore e letterato lacustre del XVI secolo, nel suo poema mitologico La Trasimenide descrive dettagliatamente le barche in uso sul lago Trasimeno in quegli anni, correda le parole con dei disegni e così ci ha tramandato una serie di importantissime informazioni storiche sulla pesca, i suoi metodi e le attrezzature utilizzate. Sulle barche, in particolare, racconta che erano tutte costruite attorno a una zattera centrale detta uscio, dalla quale prendevano forma tutte le tipiche imbarcazioni in legno del Trasimeno.
La particolarità che ha dato origine alla remata tipica del Trasimeno è la posizione degli scalmi o cavijoni – lo scalmo rappresenta l’elemento di appoggio del remo sull’imbarcazione. Troviamo uno scalmo a destra verso la poppa (parte posteriore), che serve per spingere e direzionare la barca, e uno centrale a sinistra, utilizzato solo per spingere. Nelle imbarcazioni di Passignano e Isola Maggiore, gli scalmi si trovano a specchio rispetto alle barche delle altre zone del lago.

 

Le barche di Trasiremando

 

Matteo dall’Isola ci racconta di una serie di barche utili per la pesca, così come ha scritto anche Giannantonio de Theolis, detto Il Campano, nella sua Thrasimeni descriptio del XV secolo, dove i nomi barchino, barca, barchetto, barcone, navigiolo e nave ci fanno capire quanti tipi di imbarcazioni venissero usate e che gran traffico navale ci fosse in quel periodo sul lago.
Anche in quest’ultimo ferragosto c’è stato un gran via vai di barche sul lago, esattamente a Passignano sul Trasimeno: nei pressi del vecchio pontile ce n’erano alcune tipiche del Trasimeno, simili a quelle descritte da Matteo dall’isola e da Giannantonio il Campano. A queste se ne sono aggiunte molte altre, tipo kayak, sup, canoe, canotti gonfiabili che, tutte insieme, all’esplodere di un potente mortaretto, hanno dato inizio alla Trasiremando 2019. Si tratta di un raduno non competitivo aperto a tutte le imbarcazioni a remi, che si svolge ogni anno il 15 agosto sul lago Trasimeno.
In questa edizione si sono iscritti più di cento tra mono e pluri equipaggi, di svariata provenienza e tipologia. Ha fatto scalpore la presenza di un partecipante in canoa munito di un elmo da antico romano, un vezzo distintivo del maturo e simpatico rematore. Non ci sono ambizioni agonistiche durante il raduno, come previsto da programma, ma, nel prepartenza, tra stesse tipologie di galleggianti è nato un silente e spontaneo gareggiamento per chi avesse spinto più forte. In aggiunta si è notata qualche canzonatura, che rimbalzava non solo tra differenti equipaggi, ma anche all’interno dello stesso: come avviene di consueto in ogni manifestazione non agonistica… in attesa del via. Anche questo rende tipica la Trasiremando.

 

Partenza. Via!

Boom! Partiti! Meraviglioso vedere oltre cento equipaggi lanciarsi dalla stessa linea di partenza, tutti diretti verso l’Isola Maggiore, taluni scegliendo il percorso di 10 chilometri, altri quello di 22. Chi è partito di gran carriera, chi secondo le proprie forze e chi ancora si sta attardando, mentre si fa un selfie; l’antico romano è partito di buona lena.
Tutto meravigliosamente vero! La quasi totalità dei partecipanti ha scelto il percorso da 10 chilometri e si è notato quando in lontananza gli equipaggi sono spariti alla vista, coperti dal sinuoso profilo dell’Isola Maggiore. Dopo aver compiuto mezzo giro intorno a essa, hanno fatto capolino dal lato di uscita e hanno decisamente puntato, come fossero una flotta di cannoniere da guerra, verso Passignano e non verso San Feliciano, tappa obbligata per il percorso più lungo. Tutti bravi e simbolicamente tutti vincitori! A dir la verità c’è stato anche chi ha vinto concretamente: una bella canoa in premio, sorteggiata tra i soli iscritti! Gli esperti che l’hanno vista, hanno confidato – con leggera e sana invidia – che è di ottima qualità!
A dare il via è stata la vicesindaco di Passignano, Paola Cipolloni, che ha dichiarato: «La Trasiremando si conferma una manifestazione rappresentativa per la promozione del territorio e del turismo in genere, in una sana e amichevole compagnia tra i partecipanti e in onore di un’impegnativa prestazione sportiva anche se non agonistica; l’evento viene accolto con curiosità partecipativa da chi è visitatore o iscritto al raduno».

 

 

Al termine della remata, gli organizzatori hanno previsto un momento conviviale che è sfociato in un gustoso e simpatico pranzo di Ferragosto, con tutti i partecipanti e i loro accompagnatori.
La manifestazione è nata qualche anno fa da un’idea di Luca Briziarelli, Marco Martinelli, Alessandro Bigerna e Daniele Giappichelli. L’organizzazione dell’evento è affidata all’A.s.d. Centro Rematori Passignano con la collaborazione del Circolo Rematori di San Feliciano, che la sera prima, sul lungolago felizianese, ha dato il via all’anteprima di Trasiremando con una buonissima e allegra Cena sotto le stelle e la presentazione del romanzo giallo La ragazza del canneto, scritto dal vostro inviato lacustre ed edito da Armando Editore.
È successo tutto sotto il buon occhio del generoso Tarsminass, il nome etrusco del benamato lago, mentre ci è sembrato di sentire Matteo dall’Isola che ci raccontasse, leggendo un passo della sua Trasimenide, la struggente storia d’amore del principe etrusco Trasimeno con la bellissima ninfa Agilla.

#MeuAyrton – Ayrton Senna alla velocità del cuore è la mostra fotografica inaugurata a Todi durante il Todi Festival, visibile dal 24 agosto al 9 settembre 2019.

La mostra è stata allestita nel Nido dell’Aquila, anzi nel Torcolarium, l’ambiente dove le monache lucrezie presiedevano alla torchiatura delle olive e dell’uva. È un luogo magico legato alla leggenda dell’aquila tuderte.

 

La sconosciuta leggenda della fondazione di Todi

Lo stemma di Todi, quello che si trova anche sulle porte di tutti i castelli che sono stati sotto la sua giurisdizione, è rappresentato da un’aquila ad ali spiegate che regge un drappo tra le zampe. La presenza di un drappo è insolita e non ci sono tracce storiche che lo giustifichino. Nel XVII secolo hanno elaborato una leggenda, che purtroppo non ha avuto un cantore come Virgilio e si è limitata a essere immortalata in due affreschi che si trovano nella sala grande del Palazzo dei Priori a Todi.
La leggenda narra che un giorno di 2.700 anni fa, più o meno quando veniva fondata Roma, un gruppo di uomini Veii-Umbri capeggiati da Tudero si riunirono per fare un picnic. Dovevano prendere una decisione importante: volevano fondare una città, la loro città.
Questi uomini sapevano già allora che se pranzi sul prato ti devi difendere dalle formiche che amano appassionatamente partecipare ai pranzi campestri. Questo gruppetto di uomini di un mondo remoto, prima di iniziare a discutere e a mangiare, distesero sul prato una tovaglia. Gli storici non dicono se portava già i disegni tipici della tessitura umbra, ma questo esula dal racconto. Mangiarono, discussero e presero la decisione di costruire la città ai piedi della ripida collina che li sovrastava.
Si stavano concedendo un momento di relax quando sopra di loro apparve l’ombra di un’aquila. Il grande uccello cominciò a girare in tondo tenendo d’occhio la scena, poi scese in picchiata, afferrò la tovaglia e riprese il volo verso la collina, portandosela dietro.
Gli uomini rimasero stupefatti, «Un’aquila che ruba una tovaglia deve avere un significato», si dissero. Tudero e i suoi seguirono le evoluzioni dell’aquila e ritrovarono la tovaglia in un punto estremo della collina, dove nidificava. Era un segno evidente degli dei. La città andava costruita lassù. E lassù si trova ancora oggi. All’inizio la chiamarono Tuder, come il fondatore, ma nel tempo è diventata Todi e conserva il ricordo dell’aquila con il drappo nel suo stemma.

 

Mostra dedicata a Senna

Il nido dell’aquila e la mostra su Ayrton Senna

«E il nido?», vi chiederete.
Il luogo del nido c’è ancora.
Richiede di essere trovato perché nessuna aquila nidifica in un luogo accessibile. Se salite la collina a piedi, vi accorgerete subito di quanto sia ripida; poi, arrivati in cima, mettetevi davanti al Duomo, girate a sinistra poi ancora a sinistra e poi a destra, seguite la strada in discesa fino a una porta con tettoia. Siete arrivati al monastero delle Lucrezie: entrate e vi troverete nel Nido dell’Aquila.
L’uccello maestoso se n’è andato via, lasciando al suo posto un luogo che è stato di preghiera e adesso è di cultura. Varcata la porta, vi troverete nel chiostro delle Lucrezie e sarete attratti dal panorama che domina la valle del Tevere, e dal prato del picnic. È un chiostro anomalo perché la parte porticata è piccola, mentre al primo piano si apre un grande loggiato. Se riuscirete a trovare lo stemma dell’aquila, lì troverete anche il nido e la mostra con le foto del pilota brasiliano.
Ayrton Senna è stato fotografato per anni da Paola Ghirotti, che l’ha seguito attorno al mondo cogliendo le sfumature delle emozioni di un uomo che stava per diventare un mito. I numerosi primi piani del pilota mostrano un viso bello, serio, concentrato. Mai sorridente. Dicono che fosse allegro, ma in pista dominava la concentrazione.
Forse portava in sé la saudade brasiliana. Ayrton ha sentito profondamente la responsabilità della ricchezza e in un’intervista disse: «I ricchi non possono vivere su un’isola circondata di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti la stessa possibilità».
La Fondazione che porta il suo nome in 30 anni ha fatto studiare a 25 milioni di bambini.
«Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota
e corro veloce la mia strada
anche se non è più la stessa strada».

 

«Per diventare un bodybuilder è fondamentale la determinazione e una grande forza di volontà. Si deve unire allenamento e sana alimentazione».

Riccardo Masi è campione del mondo! Il bodybuilder di Città di Castello ha conquistato il primo posto nelle categorie Over 50 e X-talle al Wabba World 2019, nonché il titolo assoluto, stracciando i vincitori delle diverse categorie. Riccardo è tornato a gareggiare dopo 30 anni di stop, con una carica e una determinazione da far invidia ai più giovani: «In questa disciplina serve tanta forza di volontà, non solo forza fisica. I giovani di oggi purtroppo non hanno pazienza… vogliono tutto e subito».

Riccardo, la prima domanda è di rito: qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nato a Città di Castello e ho sempre vissuto in Umbria, perciò il mio è un legame che dura da tutta la vita. Sono un umbro puro e mi piace molto la mia terra.

Il titolo appena conquistato è stata la sua prima vittoria?

Ho ricominciato a gareggiare lo scorso anno dopo 30 anni di stop. Due anni fa ho pensato: “Per i miei 50 anni mi piacerebbe tornare in gara” così ho ripreso gli allenamenti e lo scorso anno ho vinto i Campionati Italiani, che mi hanno dato l’accesso al Mondiale al quale però, per motivi familiari, non ho partecipato; inoltre mi sembrava troppo presto prendere parte a un evento del genere dopo tutti quegli anni di stop. Quest’anno però ci ho riprovato e sono riuscito a qualificarmi di nuovo per i Mondiali e così sono partito per Cipro. Lì ho vinto il Campionato del Mondo categoria Over 50 e X -talle (peso massimo), in più sono arrivato primo anche nella sfida tra tutti i vincitori delle diverse categorie, aggiudicandomi il titolo assoluto.

È stata una grande soddisfazione?

Sì, molto. Sono partito con la mia modestia e con l’idea di gareggiare solo per la categoria over 50, poi ho preso coscienza della mia forma e ho partecipato anche all’X-talle.

Come mai per 30 anni non ha gareggiato?

Non c’è stato un motivo preciso. Avevo partecipato ai Campionati Regionali, non ottenendo grandi risultati. Poi sono stato assorbito dal lavoro, aspettavo il momento opportuno per ricominciare… finalmente è arrivato!

 

Riccardo Masi, 52 anni, con i trofei appena vinti

Come ci si prepara per un Campionato del Mondo di Body Building?

Ci si prepara con costanza. Il nostro non è solo uno sport, ma un vero e proprio stile di vita: c’è un profondo legame tra alimentazione, allenamento e vita vissuta. Per partecipare a questo campionato mi sono allenato sei giorni a settimana e ho portato avanti una dieta equilibrata e controllata: un’alimentazione sana è fondamentale per la preparazione di una gara, non solo a questi livelli. Mangiare sano è per tutti importante, noi siamo quello che mangiamo.

C’è un cibo non propriamente sano al quale non riesce a rinunciare?

Una volta a settimana mi concedo il lusso di un pasto libero – un pranzo o una cena – però quando la gara è alle porte elimino pure quello. Sono una persona molto determinata, se mi impongo una cosa la porto avanti: se non devo mangiare alcuni cibi, lo faccio senza problemi. Certo, poi delle volte diventa dura… i sacrifici ci sono! Fondamentale è la forza di volontà perché lo sforzo mentale è più difficile di quello fisico.

Viste le limitazioni che ha, si è mai pentito di aver scelto questo sport e questo stile di vita?

No, anzi. Io faccio quello che mi piace, per questo non mi pesa affatto. Inoltre, il mio stile di vita è legato anche al mio lavoro: sono un personal trainer e sono proprietario di una palestra a Città di Castello. È una passione che ho fin da quando ero un ragazzino, quando gli attrezzi di oggi erano solo agli albori. Tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto finora, però – ripeto – per arrivare a certi livelli si deve essere determinati, convinti e sicuri, ma soprattutto servono delle motivazioni valide che compensino le rinunce. Infine, è bene circondarsi di persone che capiscano e sostengano le tue esigenze.

Come si vince un campionato del mondo di Body Building, quali sono i parametri per la vittoria?

Ci sono diversi parametri che la giuria prende in considerazione: le proporzioni del corpo, la qualità, la definizione e i volumi del muscolo e come uno si pone con essa e con il pubblico.

Non c’è il rischio che il culturismo diventi un’ossessione?

Sì, come per tutto quello che diventa esagerato. La forza mentale è importante nella vita e ci vuole sempre il giusto equilibrio. Nel nostro sport si rischia di esagerare e di perdere la visione della realtà. Voglio precisare che questa disciplina e questa filosofia fanno parte della mia vita, ma non sono la mia vita; ho la mia famiglia e il mio lavoro che sono molto più importanti.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole iniziare a fare Body Building?

Consiglierei due cose fondamentali: la prima è avere pazienza – non si può ottenere tutto e subito – la seconda è affidarsi a persone competenti perché il rischio di farsi male è elevato.

L’Umbria in questa disciplina è all’avanguardia?

Insomma. A livello di palestre siamo messi bene – ce ne sono molte – mentre per quanto riguarda il livello agonistico siamo indietro. Non siamo in molti a raggiungere certi livelli, ne arrivano pochi, perché non tutti sono disposti a fare i sacrifici che servono. Purtroppo i giovani d’oggi vogliono tutto e subito.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Cuore verde d’Italia, tranquilla, poco sviluppata.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il verde.

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