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Intervista con l’ex calciatore perugino, un vero idolo per tanti tifosi degli anni ‘90. Perugia e Juventus le sue squadre del cuore.

Erano diversi anni che cercavo di intervistare Fabrizio Ravanelli, e alla fine ci sono riuscita. Poche domande ma molto dirette, alle quali ha risposto in modo schietto.
L’ex calciatore, a Perugia (città in cui è nato e vive), in Umbria, in Italia e anche in Europa non ha bisogno di presentazioni; la sua carriera – iniziata nei primi anni ’80 con il Grifo e proseguita con Juve, Lazio, Middlesbrough e Olympique Marsiglia, per citarne alcune – parla da sola. Un palmarès che conta scudetti, Supercoppe, una Champions League e una Coppa UEFA, ma soprattutto è stato un idolo per tanti tifosi di calcio negli anni ’90, quando le magliette erano più larghe e le esultanze non avevano il copyright.
Oggi lo troviamo spesso in televisione come opinionista o in giro con la sua amata bici. «Attualmente la bicicletta è la mia grande passione, le dedico molto del mio tempo libero: mi fa sentire un ventenne e mi fa star bene fisicamente». Chissà se un giorno lo vedremo anche sulla panchina del Perugia? Ma andiamo con ordine…

 

Fabrizio Ravanelli. Foto da Instagram

 

Fabrizio, qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Per me l’Umbria è un luogo speciale: ci sono nato, sono qui le mie radici e Perugia – che è bellissima – è la mia città. L’Umbria è il cuore verde d’Italia, e non credo ci sia un posto più bello in cui vivere.

 

La maglia della Juve, della Nazionale o del Perugia: quale tra queste l’ha sentita più sua?

Non c’è una classifica. Tutte e tre sono state importanti, fondamentali per la mia carriera e l’hanno rappresentata appieno. Il Perugia è la squadra della mia città, la squadra che mi ha lanciato, quella da dove sono partito (nel settore giovanile) e dove ho chiuso la carriera. La Juventus invece è la squadra del mio cuore, ho sempre tifato Juve sin da piccolo e arrivare a essere protagonista e a vincere tutto con la sua maglia è stato qualcosa di straordinario. La Juve mi ha lanciato nel grande calcio, mi ha dato l’opportunità di mettermi in mostra e con lei ho vinto tantissimo: dalla Champions League all’Europa League (all’epoca Coppa UEFA) dagli scudetti alla Supercoppa italiana, fino alla Supercoppa UEFA. Infine, indossare la maglia azzurra è stato un onore, perché rappresentare il tuo Paese nel mondo, credo sia il sogno di qualsiasi sportivo.

 

Come diceva, ha concluso la sua carriera con il Perugia, è un po’ un cerchio che si è chiuso…

Esatto. Terminare la mia carriera calcistica con il Perugia è stata la chiusura del cerchio. Era il sogno del mio povero papà che si è avverato. È stato bellissimo iniziare e finire a Perugia, perché comunque il Grifo è – e sarà – sempre una parte importante di me.

 

Ravanelli con la maglia del Perugia. Foto da Instagram

 

Le hanno mai proposto di allenarlo? Lo farebbe?

C’è stato un momento in cui ci sono andato vicino, ma mai in maniera concreta. Oggi sicuramente è un’utopia per me, è impossibile. Se dovesse accadere in futuro, avverrà sicuramente con un’altra società, non con questa attuale.

 

Kylian Mbappé ha messo il copyright sulla sua esultanza. Lei quando segnava si copriva la faccia con la maglia, un’immagine iconica degli anni ‘90: non l’ha messa sotto copyright?

La mia esultanza non ha assolutamente il copyright (ride). È nata dopo un gol contro il Napoli, è stato un gesto istintivo.

 

La sua iconica esultanza

 

Porta avanti dei progetti di solidarietà insieme a degli ex compagni: Juventus Legends e Azzurri Stars. Di cosa si tratta?

Con Juventus Legends e Azzurri Stars portiamo avanti dei progetti benefici: quando veniamo chiamati rispondiamo sempre presente. Con la nostra presenza e i nostri progetti possiamo aiutare chi ha veramente bisogno.

 

È un grande appassionato di bicicletta, ha altri hobby?

Attualmente la bicicletta è la mia grande passione, le dedico molto del mio tempo libero: mi fa sentire ancora un ventenne e mi fa star bene fisicamente. Il lavoro mi porta spesso lontano, ma quando sono a casa sto con i miei figli – anche loro giocano a calcio – e con mia moglie: loro sono la parte più importante della mia vita.

 

Questa domanda non posso non fargliela. È stata la “sua Juventus” nel 1996 – con un suo gol – ad alzare l’ultima Coppa dei Campioni/Champions League… poi questa impresa non è si più verificata. Ciò la inorgoglisce?

Alzare la Champions League è qualcosa di unico, è il sogno di tutti i calciatori. È la competizione più importante d’Europa e dà la possibilità di farsi conoscere nel mondo. Vincerla con la Juve nel 1996 (il 22 maggio) con un mio gol è stato bellissimo e indimenticabile: questo ancora oggi mi riempie d’orgoglio e credo che tutti i tifosi juventini si ricordino di quella grandissima squadra. Poi certo, se la Juve ha perso le successive finali è stata veramente sfortuna; mi dispiace molto e vorrei vederla rivincere la Champions il prima possibile.

 

Ultima domanda: la prima cosa che le viene in mente pensando all’Umbria…

Penso sicuramente alla campagna, alla qualità della vita e a tutte quelle cose che ho vissuto in gioventù in maniera spensierata come il lago Trasimeno, Perugia e le vasche fatte in corso Vannucci. Lo ribadisco: penso che l’Umbria sia uno dei posti più belli d’Italia.

Intervista con il giornalista esperto di olio e di enogastronomia e autore del libro “L’olio e gli altri ingredienti della nostra vita”.

Maurizio Pescari, giornalista e scrittore, nativo di Città di Castello, ha un’esperienza trentennale nel settore dell’olio, dell’enogastronomia e dell’enoturismo ed è una firma autorevole dell’informazione dedicata all’olivicoltura. Ma è soprattutto autore di L’olio e gli altri ingredienti della nostra vita (edito da Rubettino), un libro dedicato all’olio, ma che non parla di olio. Pescari segue un filo conduttore ideale lungo il quale costruisce una storia completa e complessa, quasi romanzata, toccando gli argomenti più svariati: dal valore del tempo alla mezzadria, dalle tradizioni alle consuetudini, dalla spesa alla tavola quotidiana, dalla valutazione del passato alla costruzione del futuro. Il racconto è intervallato da storie di persone e di territori, che finiscono con una prima colazione, con l’olio protagonista e conseguente ricetta.
Durante la nostra chiacchierata è emersa tutta la passione nel parlare di questo prodotto, in particolar modo degli olivi: «Non bisogna parlare di olio, ma di olivi. Stiamo perdendo gli olivi e senza di loro l’olio non si fa».

 

Maurizio Pescari

Maurizio la prima domanda è di rito: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Sono nato a Città di Castello, a sinistra del Tevere. Con l’Umbria ho un rapporto che mi porta a rispettare le diversità, non solo dialettali, ma anche di carattere. Gli umbri dal punto di vista caratteriale hanno tanto da imparare, la loro chiusura è una forma di autodifesa. Siamo stati sempre sottomessi e questo ci ha portato spesso a farci gli affari nostri. Da 50 anni vivo a Perugia e la cosa che mi manca di più è l’improvvisata: a Perugia se si fanno le improvvisate si rischiano faide familiari e sparatorie (ride). A Perugia l’improvvisata va anticipata di una settimana… poi forse, si può fare! Mentre a Città di Castello è molto più comune, è una forma culturale diversa. Detto questo, ritengo che non esista un posto più bello dove vivere.

 

È considerato uno dei maggiori esperti di olivicoltura: come e quando è nata questa sua passione?

La mia passione è nata circa 27 anni fa quando con Marco Caprai abbiamo iniziato a organizzare eventi di valorizzazione e promozione dei prodotti umbri in giro per il mondo. Marco Caprai inventò (c’ero anche io con lui) Frantoi Aperti e siamo stati i primi a portare Cantine Aperte in Umbria nel 1995. Il mio interesse per questo mondo è legato anche all’incontro con una persona: Alfredo Mancianti (aveva un frantoio a San Feliciano sul Trasimeno, ma viveva sul lago Maggiore), con i suoi racconti che giravano intorno all’olio, ma che non parlavano mai di olio, mi ha appassionato alla cultura dell’olivo più che a quella dell’olio stesso. Poi il caso ha voluto che iniziassi a collaborare con il Corriere della Sera, dove curavo una rubrica su questo prodotto. Da qui tutto è iniziato.

 

Quanto è importante l’economia dell’olio, in particolare in Umbria? Come può migliorarsi?   

Il giro d’affari nel modo dell’olio non lo fa la natura, ma la testa della gente. Occorre utilizzare il territorio e caratterizzarlo; serve fare comunicazione e creare un profilo identitario per rendere il prodotto unico. L’olio è olio per tutti. Non bisogna limitarsi a vendere la bottiglia, ma si deve coinvolge l’acquirente raccontando la storia, è favorevole essere simpatici e ben disposti, e creare un brand: in questo modo il prodotto diventa unico e si può stabilire il prezzo. Poi è compito del produttore andare a cercare chi è disposto a pagare quel prezzo, non si può stare sulla porta del frantoio e aspettare che qualcuno passi. Gli olivicoltori devono capire che non possono essere solo agricoltori, devono diventare imprenditori, come è accaduto con il vino. I viticoltori si sono evoluti. Se non in rarissimi casi, nel mondo dell’olio parliamo soltanto di agricoltori: loro vogliono vendere il prodotto il prima possibile, mentre l’imprenditore lo incarta, lo cura, lo abbellisce e crea un’identità. Tutti compriamo un vino perché vogliamo quel vino (il Sagrantino di Caprai o il Sangiovese di Lungarotti) con l’olio questo spesso non avviene.

 

“L’olio e gli altri ingredienti della nostra vita” (edito da Rubettino) è il titolo del suo libro uscito nel 2021: quali sono gli ingredienti della sua vita?

La famiglia, il cane, il gatto e ovviamente l’olio.

 

È un libro dedicato all’olio dove non si parla mai di olio: ci spieghi meglio.

È un libro dedicato all’olio, ma non c’è scritto una varietà o un sistema di estrazione, non nomino un nome, né un profumo. Non bisogna parlare di olio, ma di olivi. Stiamo perdendo gli olivi e senza di loro l’olio non si fa. In Umbria il 50% di questi alberi è abbandonato perché i proprietari non sanno dare redditività alla loro produzione, non sanno fare gli imprenditori e quindi, visto che la gestione costa cara, preferiscono comprare olio da altre parti per poi imbottigliarlo. In questo modo le piante muoiono e con loro muore anche il nostro paesaggio. L’Umbria è ricoperta da olivi, sono una bellezza che va oltre il prodotto alimentare e per questo è fondamentale preservarli e valorizzarli. Lo ripeto: quello che manca è il rispetto per l’olivo.

 

Questo perché accade?

Perché costa caro mantenere queste piante e spesso chi le possiede non è capace di fare l’imprenditore. Prima cosa dobbiamo dire che l’olivo non fa olio, perché se lo facesse, l’albicocco farebbe la marmellata. L’olivo ci mette a disposizione dei frutti, che se finiscono in mani capaci, danno un buon prodotto.

 

Pensa ancora che manchi una cultura dell’olio?

In Italia manca l’insegnamento dell’olivicoltura e dell’elaiotecnica; anche nelle scuole superiori specializzate e nelle Università di Agraria questi corsi sono molto rari o del tutto assenti. Non c’è una cultura dell’olio nonostante questo sia un prodotto molto presente: in Umbria basta aprire una finestra per vedere un albero di olivo. Scommetto che anche lei ne vede uno da casa sua! Inoltre, l’olio, che viene prodotto a livello domestico, è spesso realizzato secondo le consuetudini della mezzadria, presente in Italia fino a 60 anni fa. I nostri padri e i nostri nonni raccoglievano le olive a novembre o dicembre perché puntavano ad alte rese, la priorità era il profitto, questo purtroppo è rimasto ancora oggi. All’epoca aveva senso, oggi no. Questo va a discapito della qualità.

 

È per questo che secondo lei l’olio buono occupa oggi solo il 3% del mercato in Italia?

Non è del tutto vero. In casa tutti abbiamo una bottiglia di olio, ma il 90% di noi compra quello che costa meno, solo il 10% va alla ricerca delle caratteristiche di fondo. L’olio non è tutto uguale, ogni prezzo corrisponde a una qualità. Il prodotto che si acquista al supermercato è meno caro, ma non vuol dire che sia cattivo: sfido chiunque a fare un olio migliore e farlo pagare a quel prezzo.

 

Che voto dà alla produzione umbra?

Quella buona è buona.

 

 

Dia dei suggerimenti a noi comuni mortali per riconoscere un buon olio.

L’odore. Un buon olio ha un buon odore. Va specificato però che ogni olio è diverso: in Italia ci sono 538 varietà di olive e ognuna dà vita a un prodotto differente. Non dico che si deve saper riconoscere qual è il più buono o il meno buono, ma si deve capire che sono diversi tra loro. Poi entra in gioco il gusto personale che ci orienta verso quello più adatto al nostro palato. Dico sempre: quando si va in giro per il mondo, invece di riportare a casa una calamita da attaccare al frigorifero, riportate una bottiglia d’olio.

 

Dopotutto è un compagno molto presente nella vita degli italiani…

Assolutamente. Non esiste una casa dove non c’è una bottiglia d’olio. Mi arrabbio quando sento dire in televisione: «Usate poco olio». Usate poco olio scadente… quello buono mettetelo.

 

Per concludere la nostra chiacchierata: qual è la prima cosa che le viene in mente pensando all’Umbria? Non mi dica l’olivo…

Piazza di Sopra a Città di Castello, ma anche Assisi: tutti pensano che sia bella ammirata da sotto – ed è vero – ma avete mai guardato l’Umbria da Assisi? È bellissima!

Narni è il grazioso borgo che ha dato i natali al condottiero Gattamelata, che all’età di quarant’anni e nel bel mezzo della sua professione nei campi di battaglia, desiderò tanto prendere moglie e metter su famiglia.

L’Umbria è stata una regione ricca di condottieri, basti ricordare Braccio da Montone, Ascanio della Corgna, Baldo degli Ubaldi, Boldrino da Panicale, Bartolino da Terni, Bartolomeo d’Alviano.

I condottieri erano delle vere e proprie guide carismatiche, capi illuminati e talvolta feroci. Spesso guidati da sete di potere o dall’amor di patria erano tutti dotati di una prepotente forza suggestiva abbracciata a innegabili capacità tattiche, strategiche e logistiche. I loro valori erano, inoltre, l’onestà, il coraggio, la forza e la fedeltà presso il proprio signore. Se chiudo gli occhi e provo a immaginare l’azione di un condottiero, altro non vedo che un campo di battaglia su cui spicca un uomo solo al comando padrone delle vite ai suoi ordini.

Erasmo Stefano da Narni, detto il Gattamelata

Erasmo da Narni detto il Gattamelata

Senza dubbio, uno dei condottieri e capitani di ventura umbri più famosi e più abili, fu Erasmo Stefano da Narni, detto il Gattamelata. Nato a Narni nel 1370 gli fu attribuito il nomignolo Gattamelata per «la dolcezza dei suoi modi insieme a grande astuzia e furberia», come ricorda il biografo narnese Giovanni Eroli, «e pel suo parlare accorto e mite dolce e soave». Si formò alla scuola di Braccio da Montone e durante la sua intensa carriera di uomo d’armi partecipò a numerose e importanti azioni che lo videro protagonista soprattutto in Lombardia e in Veneto. Rimasto infermo nel 1440, si ritirò a Padova dove morì il 16 gennaio 1443. Trentatré anni prima si era sposato con Giacoma da Leonessa.

Sentimenti contrastanti

Leggendo Erasmo Gattamelata da Narni – Suoi monumenti e sua famiglia del biografo Giovanni Eroli, possiamo immergerci nei sentimenti e nell’atmosfera che spinsero il nostro condottiero a prendere moglie. Interessante la descrizione della sua fidanzata, i costumi per le nozze e tutto quanto ruotò intorno al matrimonio.
Nel capitolo II del suddetto libro, Giovanni Eroli descrive la vita del guerriero: «…sempre agitata, tempestosa, piena di fatica, di disagi, di amarezze e dolori». Queste caratteristiche, associate alle vittorie e al guadagno economico, rallegrano e lusingano il condottiero, ma contemporaneamente hanno un risvolto negativo che così viene descritto: «…il continuo nutrirsi di odio e di sangue avvelena facilmente la contentezza dell’animo suo».
Così inizia a germogliare, nelle mente e nel cuore del Gattamelata, il bisogno di amare e di essere amato, la necessità di avere un rapporto autentico e profondo. In lui si fa strada sempre più forte il bisogno di ricevere attenzione, cura e gentilezza, più in generale amore.
Ha desiderio di sperimentare l’opposto della battaglia, del sangue, della morte, ha voglia di coinvolgersi nei sentimenti di pace, serenità e quiete. Scrive Eroli: «A niuno meglio che a lui conviensi una donna di cuor gentile, dilicato, sensibile, buono».

 

Monumento equestre a Padova in bronzo raffigurante il condottiero

Il matrimonio

Questo bisogno si concretizzò nel 1410, anno in cui il Gattamelata sposò Giacoma da Leonessa. Suggestiva la descrizione di quella comunanza di sentimenti che possiamo intendere come empatia, come capacità di comprendere i processi psichici dell’altro: «Aveva adescato una giovane avvenente ingegnosa, di gentile stirpe, fornita d’ogni bel costume, nomata Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori da Leonessa. […] ella aveva qué medesimi sentimenti di religione e di virtù, che governavano l’animo dell’amante, perciò piacque a costui quale compagna, la desiderò, la chiese e la ottenne facilmente. Stante la bellezza reciproca, l’indole e virtù conforme, tutti presagiron felice questo nodo; e lo fu in realtà, perché un amore intimo animò sempre e fiorì loro vita».
Il matrimonio fu celebrato in modo solenne, gli invitati, tutti di alto grado sociale, gareggiarono in magnificenze e lusso. Gli addobbi furono sfarzosi e i banchetti opulenti con tanto di paggi e menestrelli vari a far da cornice alla cerimonia. Giovanni Eroli descrive così anche la partecipazione, discreta e di lato, del popolo: «Alle nozze dei Signori prendea volentieri parte anche il popolo, il quale dà suoi festosi plausi ed auguri traeva qualche guadagno o in doni di confetture o denaro, e talvolta divertivasi in pubblici spettacoli, come sarebbero giostre, corse, tornei, balli, commedie e che so io».
Giacoma era meravigliosa ed emozionata nel ricevere da parenti e amici complimenti, auguri, dolci parole, fiori, doni, canti e suoni. Tutti gli invitati «brillavano per fulgide gioie, per aurei vezzi, per abiti di broccato di tocca d’oro o di argento, o veramente di raso e velluto di colore vario garbatamente recamati a studio in oro argento e seta».

Un altro aspetto importante del matrimonio e in particolare per la sposa e per la casa dove entrava erano rappresentati dal corredo e dalla dote. Il Gattamelata ebbe ricco il primo ma misera la seconda quantificata in 500 ducati in oro. Questa era un po’ la regola del tempo, dove conveniva mantenere una dote povera per non impoverire la famiglia. «Da due belli robusti virtuosi giovani, caldissimi d’amore», narra il biografo «non potean nascere che figli belli vigorosi e buoni. In fatti al Gattamelata ne vennero da Giocoma sei, l’uno più bello e virtuoso dell’altro, cioè un maschio e cinque femmine». Verrebbe da dire che tutti vissero felici e contenti; e così fu!
Due artisti del calibro dello scultore Donatello e del pittore Giorgione ci hanno lasciato due opere di immenso valore raffiguranti Il Gattamelata. In piazza del Santo a Padova è posto un monumento equestre in bronzo raffigurante il condottiero, mentre presso il museo degli Uffizi a Firenze è presente Ritratto di guerrierio con scuderio.

 

Veduta di Narni

Narni: brevi cenni storici

Intorno al 300 a.C., l’antica Nequinum degli Umbri fu conquistata dai Romani che ne fecero, col tempo, un importante Municipio con il nome di Narnia. In latino nequeo significava non posso e per i Romani ciò era di cattivo auspicio, e così fu cambiato il nome anche per la presenza del fiume Nera, Nar (in latino), Nahar (in antico umbro).

Dopo un periodo turbolento dell’Alto Medioevo, la città, nell’XI secolo, visse un periodo di potenza e ricchezza fino a quando non fu sottomessa nel 1174 da Federico Barbarossa. Nei secoli successivi Narni è protagonista di turbolente vicende che videro protagonisti anche il Ducato di Spoleto, il cardinale Albornoz, il re di Sicilia Ladislao e Carlo V. L’instabilità durerà fino al XVII secolo quando entrò a far parte dello Stato Pontificio sotto il cui dominio, salvo la parentesi napoleonica, rimase fino al 2 ottobre del 1860, giorno dell’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II.

 

Narni sotterranea

Perché visitare Narni

Narni conserva un ricchissimo patrimonio accumulato in secoli e secoli di storia. La sua posizione, strategica nei secoli passati per la buona navigabilità del fiume Nera, la rende oggi un po’ fuori mano, ma nonostante ciò è un borgo umbro tutto da scoprire. Dell’epoca romana rimangono il grandioso ponte di Augusto, il ponte Cardona e l’acquedotto della Formina.
Del periodo medievale abbiamo la cattedrale di San Giovenale, le chiese di San Domenico e di Santa Maria Impensole. Interessanti anche le chiese di Sant’Agostino e di San Francesco. Una delle piazze più belle dell’Umbria la troviamo proprio a Narni ed è la piazza dei Priori: situata nella parte più alta della città, è incantevole con il suo palazzo dei Priori, la torre civica con la loggia del banditore e il Palazzo del Podestà. Oltre che in superficie la città riserva sorprese emozionanti anche nel sottosuolo con il percorso della Narni sotterranea, un insieme di ipogei, scoperti soltanto recentemente, come acquedotti, cisterne, cunicoli e anche una sala delle torture risalente al periodo dell’Inquisizione. Da non dimenticare, per le buone forchette, che Narni si trova nel cuore della zona del tartufo nero.

Intervista con la docente e ricercatrice ternana, inserita tra le 1000 scienziate del mondo e nominata nel 2022 Foreign Adjunct Professor in geriatria traslazionale presso il Karolinska Institutet di Stoccolma.

Le eccellenze che rendono l’Umbria eccellente nel mondo. La professoressa Patrizia Mecocci, ternana DOC, è una di queste. Per scrivere il suo curriculum servirebbero pagine e pagine, tanti sono i riconoscimenti, le ricerche e le pubblicazioni realizzate. Proverò a riassumere per voi. La professoressa è una scienziata esperta degli aspetti clinici e biologici dell’invecchiamento; è autrice, anche in collaborazione con prestigiosi centri di ricerca internazionali, di oltre 350 articoli scientifici e 30 monografie e capitoli di libri.

Oggi è a capo della Struttura Complessa di Geriatria dell’Azienda Ospedaliera di Perugia ed è direttrice del Dipartimento di Medicina Interna e Medicina Specialistica 1, oltre a essere Professore Ordinario di Gerontologia e Geriatria dell’Università degli Studi di Perugia.
Nel 2022 il Comitato Scientifico del Karolinska Institutet di Stoccolma l’ha nominata Foreign Adjunct Professor in geriatria traslazionale, titolo attribuito a ricercatori con pubblicazioni di alto livello e riconosciuti come leader nel loro settore.
A fine 2023 è stata riconosciuta fra le mille migliori scienziate del mondo (26esima tra le ricercatrici italiane e 925 esima a livello mondiale) nella classifica stilata da Researach.com, una delle principali piattaforme accademiche che valuta i migliori ricercatori sulla base delle loro pubblicazioni. «È un riscontro concreto del tanto lavoro fatto in questi anni. Inoltre, è anche una rivincita per le donne». Una carriera e un percorso di vita che fanno impallidire molti e che l’hanno resa una figura di spicco, sia in Italia sia all’estero.
Abbiamo parlato con lei di tanti argomenti, alcuni anche un po’ fuori dagli schemi – dalla musica allo sport, dalle sue passioni ai diversi incarichi, fino ai suoi ultimi studi e al ruolo che le donne hanno nel mondo accademico – per conoscere Patrizia, non solo la professoressa Mecocci.

 

Professoressa Patrizia Mecocci

 

Professoressa la prima domanda è di routine: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Penso che sia la regione più bella d’Italia. Amo molto l’Umbria, la sua storia e la sua arte. È stata la bellezza del panorama di Assisi – che vedevo dal mio vecchio studio quando l’ospedale era ancora a Monteluce – a farmi lasciare gli Stati Uniti: lavoravo all’Università di Harvard e mi era stato offerto un contratto, però il richiamo di questo territorio è stato più forte. Forse il mio rapporto con l’Umbria mi ha un po’ tarpato le ali, magari la mia carriera sarebbe stata ancora più brillante se fossi rimasta negli Stati Uniti. Oppure no. Nella vita bisogna convincersi che le decisioni che si prendono sono quelle giuste, non serve avere rimpianti.

 

È stata inserita tra le 1000 scienziate del mondo. La prima cosa che ha pensato quando ha ricevuto la notizia?

Non lo immaginavo assolutamente e per questo sono stata molto felice. È un riscontro concreto del tanto lavoro fatto in questi anni, perché nella vita non sempre l’impegno viene riconosciuto dagli altri e dalla società. Inoltre, è anche una rivincita per le donne.

 

A tal proposito il suo commento dopo la nomina è stato: “Questo risultato mi porta a sperare che ci siano in futuro sempre più donne coinvolte come leader nell’attività di ricerca e che possano ottenere un sempre maggiore e meritato riconoscimento al loro impegno”. Siamo ancora lontani dal renderlo normalità?

Siamo un po’ meno lontani di quando ho iniziato la mia carriera. Ancora oggi purtroppo – ciò mi fa ridere e allo stesso tempo arrabbiare – articoli pubblicati su prestigiose riviste scientifiche come Science o Nature hanno molto spesso la firma finale di un uomo, nonostante il lavoro di ricerca e il laboratorio sia stato portato avanti interamente da donne. Il senior, il capoprogetto, ancora oggi è quasi sempre un uomo; ci dovrebbero essere più donne a ricoprire questo incarico.

 

Secondo lei perché accade questo?

Perché gli uomini stanno in cima alla piramide, poi sotto ci sono le donne. Il vertice è ancora maschile. Penso però che diventerà presto femminile perché, nell’area biomedica le donne prevalgono come numero. Per cui sono convinta che – visto che i numeri sono dalla nostra parte – si romperà il famoso tetto di cristallo.

 

In quanto donna si è dovuta impegnare maggiormente rispetto a un uomo per raggiungere i risultati che ha ottenuto? Ha avuto mai questa sensazione?

Assolutamente sì. Se un uomo deve dimostrare di essere bravo, una donna deve dimostrare di essere molto brava: occorre sempre qualcosa in più. Quello che posso dire di positivo è che, nel mio percorso lavorativo, ho avuto pochi intralci, penso ai miei maestri che mi hanno lasciato libera di andare a fare ricerca dove volevo. Sono stata molto autonoma e questo è stato un grande vantaggio. Non tutte le mie colleghe hanno avuto – e hanno – queste possibilità.

 

C’è lo studio di cui è più orgogliosa? Un traguardo di cui va più fiera?

Sicuramente lo studio che ho realizzato negli Stati Uniti: una ricerca veramente innovativa. Ho studiato una molecola che all’epoca – parliamo del 1992/93 – non si trovava in commercio, quindi l’ho sintetizzata da sola come fossi un chimico. Mi sono dovuta arrangiare, mi sembravo Maga Magò (ride). Però alla fine, dopo mesi di fallimenti, ci sono riuscita, e questo per me è stato motivo d’orgoglio. Ricordo ancora che, per 4-5 mesi, durante gli incontri con i ricercatori e con il professore referente, non riuscivo a presentare nessun risultato, mi sentivo umiliata e incapace; poi quando le cose hanno cominciato a funzionare e ho concluso lo studio è stata per me una grande soddisfazione, soprattutto perché avevo fatto tutto da sola.

 

Ha avuto sviluppi concreti questa ricerca?

Si è sviluppata nello studio del ruolo dello stress ossidativo nell’invecchiamento cerebrale, nell’invecchiamento in genere e nelle demenze. Da lì poi sono partiti diversi studi.

 

A che punto è oggi la ricerca sull’invecchiamento cerebrale e sulle malattie degenerative?

In questo momento ci stiamo focalizzando sugli aspetti legati alla senescenza che è il nucleo base di tante patologie cronico-degenerative come l’Alzheimer, i tumori, l’insufficienza respiratoria o lo scompenso cardiaco. Queste patologie si manifestano maggiormente con l’invecchiamento, quindi il nostro scopo è quello di studiare dei marcatori attraverso il sangue per individuare i soggetti che avranno un invecchiamento più rapido (di conseguenza un elevato rischio di patologie cronico-degenerative) per provarne a fermare o rallentare lo sviluppo con farmaci già presenti in commercio o con molecole naturali.

 

Nessuno vuole invecchiare. Esistono pratiche quotidiane per ritardare l’invecchiamento cerebrale?

Ci sono degli studi e dei gruppi di ricerca svedesi e finlandesi, con i quali collaboriamo, che stanno portando avanti dei progetti fondati sulla prevenzione della fragilità. Si basano su esercizi di attività fisica e di attività di stimolazione cognitiva, come i giochi che tengono attivo il cervello. Inoltre, è importante favorire la socializzazione e la socialità, bisogna stare in compagnia, e occorre optare per un’alimentazione ricca di frutta, verdura, pesce e bere molta acqua. Una dieta il più equilibrata possibile perché spesso, invecchiando, le persone tendono ad alimentarsi male: penso agli anziani che la sera mangiano caffè d’orzo, latte e biscotti, e questo non è salubre.

 

La professoressa con il suo gruppo di lavoro

 

Preferisce il laboratorio, la corsia o le aule universitarie?

Il top per me è la ricerca, mi dà tanta soddisfazione. Mi piace anche la corsia perché ti mette in relazione con le persone e s’impara tanto; il difficile però è soddisfare le aspettative dei pazienti e dare loro le risposte giuste di cui hanno bisogno. Trovo interessante anche la didattica, solo che negli ultimi anni si percepisce molto un atteggiamento di diffidenza verso i docenti e si è creata un’atmosfera molto basata sui giudizi, dei professori verso gli studenti e degli studenti verso i professori. Si ha la sensazione di vivere sempre sotto esame che svaluta quello che è il vero ruolo dell’Università. Mi spiego. Il nucleo non è solo superare test o verifiche, ma creare un rapporto fra studenti e docente, in modo tale che quest’ultimo trasmetta e condivida ciò che ha imparato nel corso della sua vita; invece nell’aria spesso si respira solo l’incubo dell’esame, di finire il corso nel più breve tempo possibile, del rapporto con il docente spesso percepito solo come un esaminatore. Ciò impoverisce tutto, mentre l’Università deve essere un luogo dove le diverse generazioni si relazionano e scambiano idee. Mi piacerebbe tanto che docenti e studenti sentissero l’Università come un luogo di cultura e non un esamificio.

 

Chi è Patrizia quando si toglie il camice? Cosa le piace fare?

Mi piace leggere romanzi, studiare storia e storia dell’arte, visitare musei, mostre, andare al cinema e a teatro. Apprezzo tutto ciò che è artistico anche se non so assolutamente disegnare o dipingere. Adoro anche viaggiare, scoprire altri Paesi e altre persone.

 

Nella sua vita non può fare a meno di…

Della musica e degli amici.

 

Ora sono curiosa: che musica ascolta?

Di tutto: dalla classica al rock degli anni ’80-’90. Mi piace il cantautorato italiano, mentre tra le nuove generazioni rock apprezzo i Greta Van Fleet: a luglio saranno in concerto a Mantova, se ce la faccio mi piacerebbe andare.

 

La professoressa Mecocci durante un viaggio in Bolivia

 

Ho letto che è anche appassionata di calcio: per che squadra tifa?

Tifo Ternana e Inter, ma le seguo meno perché il calcio di oggi è deludente. I giocatori cambiano continuamente casacca per cui non sai mai se quel giocatore gioca con la tua squadra o con la squadra avversaria, ascoltare una partita alla radio diventa difficile. È un mondo gonfiato e pieno di soldi, per questo non mi diverte più, però fino a una decina di anni fa mi piaceva molto.

 

È vero che da piccola era la mascotte della Ternana?

Fino alla terza media sono stata una mascotte delle Fere e ho continuato a seguire la Ternana anche per tutto il periodo del liceo, andavo allo stadio. Poi, durante l’università ho rallentato. Ora seguo molto la pallavolo e il rugby.

 

Tifa per la Sir, anche se è di Perugia?

Sì, se vince sono contenta. Quando una squadra è forte le si deve comunque riconoscere i meriti (ride).

 

Lo fa ancora l’album delle figurine?

Adesso non più, ma da ragazzina facevo l’album dei calciatori.

 

Ha realizzato i suoi sogni? Quando era bambina già si immaginava medico?  

Già a quattro anni dicevo a tutti che da grande avrei fatto il medico, mentre non pensavo assolutamente alla carriera accademica. Quella è iniziata in modo casuale con l’opportunità di fare un dottorato di ricerca subito dopo la laurea, prima in Svezia e poi negli Stati Uniti. Questo mi ha svoltato la vita. Tutti dovrebbero provare ciò che gli piace, per questo non trovo giusto il test d’ingresso alla facoltà di Medicina, che spesso blocca i sogni di un diciottenne. Un giovane dovrebbe iniziare gli studi, poi se capisce che non è la strada giusta, smette o cambia facoltà.

 

Non crede che i test possano fare una scrematura?

I test d’ingresso non selezionano i migliori, lo dico da docente che ha visto arrivare alla laurea anche persone mediocri. Spesso mi chiedo come abbiano fatto a superare l’ammissione: questo dimostra che il test non seleziona i migliori, la meritocrazia è ben altro.

 

Quale consiglio darebbe ai ragazzi, in particolar modo alle giovani donne, che vogliono intraprendere il suo mestiere?

Di avere costanza, di non farsi sottomettere da nessuno. Se si ha un’idea buona va portata avanti, non avere paura di sbagliare e non mollare alla prima difficoltà. Bisogna andare avanti con competenza e studiare. Inoltre, smetterla di pensare sempre che ci sono quelli più fortunati o più raccomandati.

 

Proprio come faceva Pietro Mennea. È ancora lui il suo mito o è cambiato?

No, è sempre lui. Mennea aveva una struttura fisica alla quale non avresti dato un soldo di fiducia. Lui però si è allenato con costanza e tenacia, e ha trasformato il suo fisico mingherlino. È una persona che ha detto: «Se io voglio, posso». Non è sempre detto che questo riesca a tutti, però lui ha dimostrato che se si vuole qualcosa si può ottenere. Era anche una persona molto intelligente perché ha conseguito – se non sbaglio – quattro o cinque lauree.

 

Lei si è rivista in questo atteggiamento?

Lui è un livello molto superiore (ride). Pensi, ogni volta che rivedo le sue gare mi commuovo.

 

Ultima domanda: qual è la prima cosa che le viene in mente pensando all’Umbria?

L’Umbria è una regione bellissima, straordinaria e unica, ma si visita con difficoltà perché non ha buoni collegamenti stradali e ferroviari e su questo si deve impegnare di più. I turisti che vengo qui, vedono dei posti unici, ma compiono un’impresa titanica. Va resa più fruibile.

Dal 10 marzo al 9 giugno 2024 la Galleria Nazionale dell’Umbria dedica una grande mostra al Maestro di San Francesco, figura misteriosa dell’arte italiana di cui ancora oggi si ignora l’identità.

L’enigmatico Maestro che ha lavorato nel Centro Italia è fra gli artisti più emblematici del Duecento, dopo Giunta Pisano e prima di Cimabue.

La mostra, L’enigma del Maestro di San Francesco. Lo stil novo del Duecento umbro, ne rivela il talento e l’ascendente attraverso una preziosa collezione di sessanta opere, molte di ritorno in Umbria per la prima volta da prestigiose istituzioni museali italiane ed estere come il Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra, il Metropolitan Museum di New York e la National Gallery di Washington. Attraverso una suggestiva esposizione la GNU invita i suoi visitatori a compiere un affascinante viaggio nello stil novo del Duecento umbro.

 

Il percorso espositivo include anche molte altre opere dello stesso periodo e di autori comprimari a testimoniare l’influenza del Maestro e la ricca polifonia creativa di un secolo di rivoluzioni culturali e religiose che proprio nella terra di San Francesco trova una zona d’elezione per esprimersi.

 


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È curioso che una delle feste più sentite e festeggiate del mondo sia collegata non solo alla misteriosa agiografia del santo da cui trae il nome, ma che la figura stessa del martire sia ancora, in larga parte, confusa con quella di altri santi omonimi, generando una confusione non trascurabile sull’origine della festa e sulla diffusione fino ai giorni nostri. Ma andiamo per ordine.

Le fonti ci dicono che un certo vescovo Valentino, nato a Interamna Nahars (l’odierna Terni), venne convocato a Roma dal filosofo greco Cratone affinché ne curasse il figlio Cerimone, affetto da una grave patologia neurologica. Sembra che Valentino godesse della fama di taumaturgo perché, qualche tempo prima, aveva curato con successo un giovane nelle stesse identiche condizioni.

La guarigione di Cerimone spinge tutta la sua famiglia a convertirsi al Cristianesimo; si convertono anche alcuni discepoli di Cratone, tra cui Abbondio, figlio del Prefetto Furioso Placido. A quel punto interviene il Senato, che fa arrestare nel bel mezzo della notte Valentino e, di nascosto, lo fa giustiziare. La stessa fine fanno tre dei suoi discepoli che, nel riportarne le spoglie a Terni, vengono fatti arrestare e giustiziare dal Magistrato locale.

 

chiese di terni

Basilica di San Valentino

 

Altri dettagli, come la data della morte (14 febbraio) e la città di sepoltura (Terni), si ritrovano in un documento ufficiale della Chiesa chiamato Martyrologium hieronymianum (V-VI secolo), mentre nella Passio Sancti Valentini episcopi et martiri (VI sec.) si indugia sui dettagli relativi alla tortura e alla morte per decapitazione. Le fonti ci permettono di ricostruire l’epoca in cui avviene la vicenda, presumibilmente tra il 346 e il 347, in piena età post-costantiniana. Questo spiegherebbe anche l’agire di nascosto: i magistrati non avevano più la facoltà di perseguire legalmente i cristiani. Il vescovo e suoi discepoli furono poi sepolti sulla collina di Terni, al LXIII miglio della via Flaminia; qui sorse in seguito una basilica che, dopo essere stata distrutta e ricostruita più volte, è ricordata per aver ospitato l’incontro, nel 792, tra Papa Zaccaria e il re longobardo Liutprando, che così donò alla Chiesa di Roma numerose città, tra cui Sutri. Il luogo fu scelto proprio perché i Longobardi tenevano in grande considerazione le capacità taumaturgiche che avevano accompagnato la figura del santo in vita come nella morte.

La basilica, così come la vediamo oggi, è frutto di una ricostruzione seicentesca fatta a seguito della rivalutazione delle figure dei primi martiri fatta da Papa Paolo V. Vennero infatti promossi degli scavi per recuperare le spoglie di Valentino, che riposarono per circa tredici anni nella cattedrale di Terni, in attesa che i lavori di ristrutturazione venissero terminati. Oggi sono conservate in un’urna posta sotto l’altare.

 

San Valentino

La storia d’amore tra Sabino e Serapia

Non lontano dalla basilica, vi è anche una necropoli, detta delle Acciaierie. Nel 1909 vi fu ritrovato un sarcofago bisomo, cioè con due corpi, il cui corredo funerario presentava, tra le altre cose, anche due braccialetti intrecciati. Qualcuno lo interpretò come il simbolo dell’amore eterno di due figure molto apprezzate dalla tradizione popolare, ovvero Sabino e Serapia che, con la benedizione di Valentino, si sarebbero amati per sempre. Da qui qualcuno ha fatto derivare l’associazione tra il Santo e la festa degli innamorati. In realtà le analisi hanno dimostrato che si tratta dei corpi di due bambine, antecedenti di 8 secoli rispetto a San Valentino: la loro tomba è stata ricreata completamente all’interno della sezione archeologica del CAOS (Centro Arti Opificio Siri).

L’altro Valentino

In realtà della figura di Valentino sappiamo davvero poco, soprattutto se pensiamo ai casi di omonimia e alle tante e controverse teorie secondo cui sarebbe diventato il patrono degli innamorati. Si è parlato infatti anche di un altro Valentino, martirizzato sempre il 14 febbraio, che però era un prete di Roma. Le date però non corrisponderebbero: sembra che la vicenda del Valentino romano si sia svolta sotto l’impero di Gallieno, tra il 253 e il 268, e che il suo corpo sia stato inumato ai piedi dell’attuale collina dei Parioli. Così, per diverso tempo, gli studiosi hanno ritenuto che si trattassero semplicemente di due persone diverse.

Per altri, invece, l’appellativo di santo sarebbe stato dato al finanziatore della basilica soprastante la catacomba di San Valentino, a Roma: era prassi comune, infatti, ringraziare i benefattori con appellativi altisonanti, come nel caso di Santa Prassede o di Santa Cecilia. Solo recentemente è stata accolta l’idea che i due Valentino siano stati in realtà la stessa persona, il cui culto si sarebbe diffuso da Roma fino alla città natale del santo, non così distante, dove i concittadini lo avrebbero tributato del titolo di episcopus.

Lo zampino degli inglesi

Questo però non spiega come abbia fatto un santo, famoso per le sue capacità di guaritore, a diventare il patrono degli innamorati. Per alcuni la Festa di San Valentino deriverebbe dai Lupercalia, festeggiamenti sfrenati afferenti alla venerazione del dio pagano della fertilità Luperco, che cadevano il 15 di febbraio. Nel 496 d.C. Papa Gelasio decise di trasformare la connotazione dei festeggiamenti in modo da renderla più aderente alla morale cristiana e di anticipare tutto al 14, così che coincidessero con il giorno dedicato a San Valentino. Questa tradizione venne rinforzata dai Benedettini, i primi custodi della basilica ternana, ma fu consacrata da una cultura che potremmo definire di massa – sebbene ante litteram – da Geoffrey Chaucher. Il poeta inglese, nella sua opera Il Parlamento degli Uccelli, associa la ricorrenza di Valentino al fidanzamento di Riccardo II d’Inghilterra con Anna di Boemia e chiama il santo a sovrintendere alla «festa dell’amore» che a febbraio inoltrato s’impadronisce di tutte le creature disseminate sulla Terra da madre Natura, uccelli compresi. La stessa immagine viene poi ripresa da Shakespeare e da alcuni poeti francesi, che la traghettarono verso i tempi moderni sempre più simile alla forma in cui la conosciamo oggi.

San Valentino in Umbria

Al Santo, in Umbria, sono dedicati diversi edifici e luoghi di culto, nonché numerosi toponimi. Uno di questi è San Valentino della Collina, frazione del Comune di Marsciano citata già nel 1163 nel diploma imperiale concesso da Federico I al vescovo di Perugia.

Chiesa di San Valentino, Casteldilago

La chiesa principale del borgo è dedicata proprio a Valentino. In Valnerina, a Scheggino, vi è invece il castello di San Valentino – sempre arricchito dall’omonima chiesa – sorto come villa dipendente dal feudo abbaziale di San Piero in Valle. Nella chiesa sono conservati degli affreschi votivi in cui San Valentino ora compare ai piedi della croce con Santa Caterina d’Alessandria e ora attornia la Beata Vergine assieme a San Biagio.

Scendendo verso Terni, una chiesa dedicata a San Valentino si trova anche a Casteldilago, piccolo borgo posto nel Comune di Arrone. Qui una statua del santo tiene tra le mani, con fare protettivo, una riproduzione in miniatura del borgo.

Felice Fatati fu pittore della Scuola Ternana dalla poliedrica personalità, nato ad Arrone il 23 febbraio del 1908 da una famiglia di medici e farmacisti (fu lui stesso medico pediatra); ereditò probabilmente la sua vena creativa dal nonno materno, il pittore Giuseppe Fontana.

La sua formazione scientifica si sviluppò, dopo la maturità, presso la Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Perugia e, in seguito, a Roma dove, oltre a proseguire i suoi studi universitari, cominciò a frequentare i cenacoli artistici della capitale.
Nel 1936 sposò Maddalena Sigismondi da cui ebbe Viviana, l’amata figlia che chiamerà spesso con il nomignolo Kytta.
Partecipò a mostre regionali e in una personale a Roma, dove un suo dipinto venne acquistato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
La morte della moglie, nel 1959, rappresentò un doloroso spartiacque e un cambiamento radicale nella vita di Fatati. Da quel momento in poi si chiuse in una sorta di isolamento spirituale dedicandosi maggiormente alla sua attività di pediatra senza comunque abbandonare la sua vena creativa che lo vide autore di moltissime opere non solo grafico-pittoriche, ma anche letterarie, con poesie ed epigrammi.
La sua attività poetica è stata ricordata dal nipote Giuseppe Fatati nella pubblicazione del 2022 Novecento a fil di penna. La poesia di Felice Fatati che mira appunto ad approfondire l’aspetto meno conosciuto della poliedrica personalità dell’artista.
Proprio come poeta infatti, Fatati ricevette premi importanti e nel 1975 le sue poesie vennero inserite nell’antologia Poeti Umbri, mentre nello stesso periodo alcune sue opere vennero esposte al Museo Nazionale di Varsavia.
Morì il 21 dicembre 1977 a Terni, dopo 2 mesi dalla morte dell’adorata figlia Viviana.
Felice Fatati fu artista lontano dalla linea accademica, il suo linguaggio innovativo aderente alla Scuola Ternana lo portò alla ricerca di nuove modalità espressive.
I suoi dipinti e acquerelli testimoniano una pittura appassionata proiettata nel panorama artistico e letterario nazionale e internazionale del Novecento.
Attraverso i suoi disegni riuscì a fare emergere la sua interiorità e religiosità: tratti sottili alternati a chiazze d’inchiostro svelano figure umane dalla grande plasticità.

 

Figura maschile, inchiostro su carta beige, 630x560

Figura maschile; inchiostro su carta beige, 630×560

 

Amò molto la sua terra che ricorre spesso nelle sue rappresentazioni (“Amo la terra, l’aria che respiro, i nostri bellissimi laghi, la nostra cascata”) e in diverse opere si soffermò sull’Umbria francescana e medievale che trova il suo apice nella serie di litografie dedicata al Cantico delle Creature (Biblioteca Tinarelli).

 

“La fiamma dell’arte vinca l’inerte materia, i sogni siano fermati sulle bianche carte e sulle tele illuminate di quello stesso sole che sorrise alla bellezza” (Benvenuto Crispoldi).

La figura di Benvenuto Crispoldi, artista eclettico e combattivo politico si lega indissolubilmente alla città di Spello, che gli dà i natali il 17 giugno 1886 e ora lo celebra con la mostra Benvenuto Crispoldi. Tra arte e rivoluzione (visibile fino al 20 aprile – Sale Espositive, II piano Palazzo Comunale) e con una serie di manifestazioni, eventi e attività che ricordano e valorizzano le opere e il movimentato percorso biografico.

 

 

L’esposizione

 

I movimenti artistici e politici cui Benvenuto Crispoldi aderisce ci accompagnano in un lungo percorso intellettuale che attraversa il periodo tra Ottocento e Novecento. Crispoldi da giovanissimo abbandona le scuole statali per iniziare un percorso di studi da autodidatta che termina con l’iscrizione all’Accademia di Belle Arti di Perugia nel 1904.
Fin da giovane è affascinato dagli scavi della Spello romana; un forte amore lo lega alla sua città, così da spingerlo ad approfondirne la storia attraverso lo studio di documenti conservati presso l’archivio storico del comune: matura grande interesse per periodo romano, quando la città di Spello diventa municipio, fornendo truppe a Scipione nella Seconda Guerra Punica.

 

 

In questo periodo Spello occupa una posizione importante nel territorio umbro, acquisendo importanza anche come centro religioso e termale; tale periodo è ben descritto in una sala della mostra in cui sono esposti alcuni bozzetti realizzati dall’artista raffiguranti l’evoluzione della cinta muraria della città, la planimetria della Spello romana e alcuni reperti architettonici dell’epoca.

Caricatura

Crispoldi si trasferisce poi a Roma, dove conosce Gerardo Dottori, amico che lo accompagnerà per il resto della vita. Nel 1910 si reca a Parigi, culla dell’arte moderna, per confrontarsi con le numerose tendenze artistiche, come le Avanguardie; nella capitale francese trova alloggio in un atelier in Rue Premiere 9, nel quartiere di Montparnasse, frequentato da artisti provenienti da tutto il mondo.

Nella seconda sala della mostra si evince l’aspetto che contribuisce a far comprendere la complessità del personaggio e il suo status di artista poliedrico e versatile: si racconta che in alcuni pomeriggi assolati l’artista si concedesse alcune pause dal lavoro divertendosi a immortalare, nel suo taccuino, alcune riproduzioni caricaturali di concittadini; in alcune teche sono, infatti, esposti alcuni bozzetti realizzati a matita.

Tornato a Spello, si impegna in politica iscrivendosi al PSI, presiedendo l’Associazione Anticlericale Ispellese. Non abbandona mai la sua vocazione artistica: nella mostra sono esposti vari disegni dell’artista su carta, tra i quali il progetto della decorazione per la camera da letto di Agostino Salmareggi e un bellissimo bozzetto su carta raffigurante il prospetto per la restaurazione e la decorazione della chiesa di Sant’Andrea Apostolo, entrambe situate a Spello. Procede anche nel lavoro di scultore intervenendo nella decorazione di residenze sia pubbliche sia private.

 

Progetto decorazione camera di Agostino Salmareggi a Spello

 

Gerardo Dottori lo vuole tra i promotori dell’Esposizione Umbra d’Arte Moderna tenutasi a Perugia nel 1920. L’anno successivo è impegnato nella decorazione della Nuova Sala Consiliare del comune di Bastia Umbra, dove riceve l’attestato di Accademico di Merito Residente. La tubercolosi che lo affligge da diversi anni procede inesorabile; muore l’11 agosto 1923 a soli 37 anni. Crispoldi nel corso degli anni espone le sue teorie sull’arte in modo sempre rinnovato e aperto al cambiamento. Vive nel periodo storico in cui i suoi amici futuristi sperimentano un’arte di avanguardia; la mostra si conclude proprio omaggiando l’eclettico artista con una serie di dipinti dei primi anni del 1900 di Gerardo Dottori, Enrico Cagianelli e Renato Profeta.

 


Calendario delle aperture 2024 (ingresso gratuito)

febbraio: 3, 4, 10, 11, 17, 18, 24, 25

marzo: 2, 3, 9, 10, 16, 17, 23, 24, 30, 31

dalle 10.00 alle 17.00

aprile: 1, 2, 6, 7, 13, 14, 20, 21

dalle 10.00 alle 18.00

L’arte umbra di Luca Signorelli conferisce identità e memoria a tutta la regione, ampiamente valorizzata attraverso le sue opere, le quali sono state fondamenta indispensabili per affermare il senso di appartenenza a un territorio promuovendone, al contempo, lo sviluppo culturale.

La valorizzazione dell’arte del maestro ha favorito lo studio e la riscoperta nel cuore dell’Umbria non solo dei suoi eccelsi capolavori, ma anche delle opere dei collaboratori e degli allievi del grande artista, accendendo nuovi riflettori su un territorio costellato da numerosi motivi di interesse. Le orme di Luca Signorelli si possono ancora oggi ripercorrere nei luoghi più rappresentativi dell’Umbria anche a distanza di cinquecento anni dalla sua morte, avvenuta il 16 ottobre 1523. Il cuore verde d’Italia conserva e salvaguarda il paesaggio verdeggiante che è stato fonte di ispirazione per le sue opere, le quali legano varie città dell’Umbria: Citerna, Città di Castello, Morra, Umbertide, Perugia e Orvieto.

Raccontare l’arte del Signorelli non significa semplicemente descriverla ma, è di fondamentale importanza divulgarla per accrescere la capacità di comunicare il senso della cultura umbra. Luca Signorelli è stato un insigne artista nell’Italia centrale, eccelso pittore antesignano della crisi che colpirà la Chiesa con l’avvento della riforma luterana. La luce vibrante che traspare dalle sue opere, il tratto nitido e preciso della muscolatura dei corpi sono le caratteristiche principali che lo hanno elevato a essere uno dei principali protagonisti del rinascimento umbro.

 

Martirio di San Sebastiano. Pinacoteca di Città di Castello

 

Luca d’Egidio di Ventura, passato alla storia con lo pseudonimo di Luca Signorelli, scelse l’Umbria come terra di adozione nel pieno vigore della propria attività artistica e all’apice della notorietà: è a Citerna, borgo di origine medievale, in posizione predominante sulla Valle Tiberina, che il maestro, nella chiesa di San Francesco, realizzò l’affresco raffigurante la Vergine con il Bambino tra i santi Michele Arcangelo e Francesco, effettuato con l’aiuto della sua bottega. Il piccolo ma delizioso borgo, fu conteso tra la ghibellina Arezzo e la guelfa Città di Castello; a quest’ultima si sottomise nel 1221. È proprio nella città tifernate governata dalla famiglia Vitelli, ricca e potente signoria umbra, che al pittore furono conferite notevoli cariche che gli permisero di instaurare relazioni con celebri personalità; inoltre nel 1488, Città di Castello nominò il pittore cittadino onorario. Nella città sono conservati i frammenti dell’affresco raffigurante la Vergine, il bambino e i santi Girolamo e Paolo del 1474, tradizionalmente considerata una delle prime opere dell’artista. Nelle sale della Pinacoteca Comunale si può ammirare anche il Martirio di san Sebastiano, opera rappresentativa e con straordinari scenari prospettici: lo sfondo teatrale vede una chiesa rinascimentale sul lato destro del dipinto, gli arcieri con archi e balestre, alla base della croce, contribuiscono a creare un immaginario triangolo di morte.

L’arte del Signorelli è formata anche da leggende, come quella in cui si narra che per far fronte alle innumerevoli commissioni, l’artista spesso soggiornava a Morra, borgo umbro non molto distante da Città di Castello, abituale luogo di sosta dei viandanti. Poco distante dal centro abitato sorge l’Oratorio di san Crescentino, decorato da un ciclo di affreschi del Signorelli: la Crocifissione è ritenuta opera del maestro, differentemente dalle altre attribuite agli allievi.

 

Pala di sant’Onofrio. Museo dell’Opera del Duomo di Perugia

 

Seguendo le orme del maestro, spostandosi verso il centro dell’Umbria, si raggiunge Umbertide, dove nella chiesa di Santa Croce, oggi adibita a museo, è conservata la Deposizione dalla Croce. Colori brillanti, quasi metallici, sono i protagonisti della ricchissima tavola composta da numerosi personaggi in atteggiamenti tragici e concitati, le mani si muovono in modo incalzante e nervoso, le espressioni sono amplificate; il dolore è il sentimento che accomuna tutti i personaggi mentre due uomini sopra due scale, con cura, calano il corpo di Cristo dalla croce. Signorelli entrò in contatto diretto con i committenti dell’opera: presso l’Archivio di Stato di Perugia si conserva un atto rogato l’8 luglio 1515, in cui alcuni abitanti del borgo di Fratta, antico nome dell’odierna Umbertide, nominarono alcuni procuratori per accordarsi con il pittore e ricevere le promesse «pro pingendo per ipsum unam tabulam sive cunam». Nel capoluogo della regione Signorelli realizzò un’opera a tempera e olio che decretò il raggiungimento della maturità del pittore: la Pala di sant’Onofrio, oggi conservata al Museo dell’Opera del Duomo. L’opera fu commissionata nel 1484 da Jacopo Vagnucci, concittadino del maestro: l’iconografia richiama una sacra conversazione tra la Vergine, Giovanni Battista, Lorenzo e i santi Onofrio ed Ercolano, protettori di Perugia.

 

Cappella di San Brizio. Duomo di Orvieto. La predica dell’Anticristo. Foto di Giulia Venturini

 

Luca Signorelli è fortemente legato a Orvieto, città nella quale realizzò il suo capolavoro indiscusso: il Giudizio Universale. Un ciclo di affreschi che prefigura l’arte del Cinquecento, opera che lo eleva alla memoria eterna, lasciandoci un’eredità immensa che ispirò una successiva raffigurazione tra le più importanti nella storia dell’arte: il Giudizio Universale di Michelangelo Buonarroti; Vasari stesso scrisse: “Michelangelo imitò l’andare di Luca, come può vedere ognuno”.

Il ciclo di affreschi che si trova all’interno della cappella di San Brizio nella cattedrale di Orvieto, rivela una complessa macchina scenografica, iniziata dal Beato Angelico e poi terminata dal Signorelli: “Nella Madonna di Orvieto […] finì di sua mano la cappella, che già aveva cominciato Giovanni da Fiesole, nella quale fece tutte le storie della fine del mondo con bizzarra e capricciosa invenzione[1]. Nel lavoro del Beato Angelico tutte le figure sono equilibrate, Signorelli esprime invece conflittualità e complessità, il suo stile, forte, potente e apocalittico, mette in evidenza una grande attenzione all’anatomia e al movimento, tutto è materiale, dalla luce al paesaggio, la corporeità è drammatica e il terrore è intrinseco nel corpo e nell’anima. I due artisti si raffigurano in disparte, come spettatori della scena: il primo con gli abiti domenicani, il secondo vitale e possente come lo descrive Vasari che lo aveva personalmente conosciuto.

 

Cappella San Brizio. Duomo di Orvieto. Foto di Giulia Venturini

 

Nell’opera sono raffigurati personaggi umbri come Vitellozzo Vitelli, Orazio e Paolo Baglioni, presenti nella folla che circonda l’Anticristo, il quale ha le sembianze di Gesù ma viene fatto parlare dal demonio. Grazie a toni apocalittici prendono vita demoni alati e mostruosi: nei Dannati all’Inferno e nel Finimondo i corpi degli uomini sono arrossati da fiamme e paura, Caronte traghettatore di anime porta i dannati al giudizio di Minosse. Dalla parte opposta si contrappone invece la tranquillità degli arcangeli, che guardano la scena teatrale con occhi vittoriosi: la Salita al Paradiso appare come un luogo ameno, con rose e camelie, nel quale gli uomini sono raffigurati sereni attorniati da angeli musicanti. Luca Signorelli, maestro di corporeità e poesia è l’ideatore di una complessa macchina scenografica che mostra nelle sue trame l’arte, la storia e i sapori di una regione culturalmente vivace e profondamente legata alle sue antiche tradizioni.

 


[1] Giorgio Vasari, Vita di Luca Signorelli da Cortona Pittore.

Il progetto – che celebra il pittore, scultore, intellettuale e politico spellano nell’anno del centenario della sua morte – vede coinvolti i Comuni di Spello, Bastia Umbra, Foligno e Magione e gode del patrocinio della Regione Umbria.

Una conferenza stampa presenterà il progetto Benvenuto Crispoldi. Tra arte e rivoluzione da Spello all’Europa. Un nostos attraverso i Comuni di Bastia Umbra, Foligno e Magione, il 6 dicembre 2023 alle ore 11.00 alla Sala Fiume di Palazzo Donini a Perugia.

 

 

Nel corso della mattinata interverranno:

  • Paola Agabiti, assessore Regione Umbria
  • Moreno Landrini, Sindaco di Spello
  • Paola Lungarotti, Sindaco di Bastia Umbra
  • Stefano Zuccarini, Sindaco di Foligno
  • Giacomo Chiodini, Sindaco di Magione
  • Irene Falcinelli, Assessore alla cultura del Comune di Spello
  • Stelvio Catena, Curatore della mostra di Spello
  • Massimo Duranti, Coordinatore del Comitato scientifico
  • Coordina Simone Aramini
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