fbpx
Home / Posts Tagged "eccellenze umbre"

«Con la mia battaglia ho fatto cambiare la legge per l’esame di Stato d’avvocato. Chi soffre di DSA partiva svantaggiato e venivano violati i principi di uguaglianza della Costituzione».

L’avvocato Antonio Caterino

Antonio Caterino, avvocato trentaseienne di Perugia che ora vive e lavora a Milano, è un piccolo grande eroe. Si è battuto per anni per rendere l’esame di Stato per iscriversi all’albo degli avvocati accessibile anche alle persone con DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), introducendo la possibilità di richiedere tempo aggiuntivo e strumenti compensativi. Antonio ce l’ha fatta, sia per lui sia per tutti. «Sono molto orgoglioso. Iniziative di questo tipo contribuiscono a sovvertire il significato negativo connesso ai disturbi specifici di apprendimento, infondono coraggio e questo consente di vivere meglio, perché capisci che non c’è nulla di cui vergognarsi». Nella nostra lunga chiacchierata – da vero avvocato – ci ha raccontato e spiegato tutta la sua storia, iniziata nel 2012.

Ora vivi a Milano, ma qual è il tuo legame con l’Umbria? 

Ho un forte legame con questa regione. Sono nato, ho studiato e mi sono formato a Perugia. Per un periodo della mia vita – quando facevo l’università – sono stato un giornalista sportivo e ho fatto politica. Mi informo sempre su quello che accade e sto cercando anche di creare un ponte tra l’Università di Perugia e Milano per accogliere e aiutare chi volesse trasferirsi qui – in particolar modo i laureati in Giurisprudenza.

Partiamo dalla tua scoperta di essere dislessico. Quando è avvenuta? 

Il disturbo specifico di apprendimento mi è stato diagnosticato molto tardi – avevo più o meno 25 anni – per la precisione due giorni prima di discutere la mia tesi di laurea in Giurisprudenza. La prima ad accorgersene è stata la sorella medico di una collega di università con la quale studiavo. Poi c’è stata la diagnosi ufficiale. Ho fatto tutto il mio percorso scolastico sapendo di essere diverso rispetto agli altri, ma non conoscendo i motivi del perché ero più lento nell’apprendimento, il mio studio richiedeva tempi più lunghi. Questo mi ha consentito però di sviluppare una capacità che tutti i dislessici hanno, ovvero quella di trovare sempre dei modi, anche non convenzionali, per raggiungere l’obiettivo.

Quali metodi di studio hai adottato?

Ho chiesto ai migliori studenti del mio corso di laurea se potevano diventare i miei docenti personali, ripetendomi gli esami a voce: questo in primis ti insegna a lavorare con le persone e in particolar modo a sospendere il giudizio sugli altri. I dislessici hanno la capacità di non lasciarsi andare a sentenze affrettate, diventando dei grandi osservatori. La realtà è complessa, e dato che noi siamo sempre giudicati negativamente a causa di un pregiudizio, scegliamo di non giudicare e di osservare. Questo ci mette in una condizione di vantaggio perché diventiamo degli analisti lucidi anche nelle situazioni di difficoltà.

Come viene vissuta oggi la dislessia nel mondo del lavoro?

La dislessia è ancora vissuta in modo negativo, a cominciare dai genitori dei bambini che ne soffrono. È un tema che, nella maggior parte dei casi, viene riservato alla sfera privata; è molto difficile che uno studente ne parli con un coetaneo. Il mercato del lavoro sta facendo passi da gigante per recuperare, visto che spesso era una condizione che veniva nascosta nei colloqui. Nel 2011/2012, quando io ho iniziato a lavorare, le aziende – e gli studi legali – non sapevano davvero da dove cominciare. Ti faccio un esempio: le grandi multinazionali – che sono la prima tappa di molti neo laureati – non avevano nei propri moduli di preselezione la possibilità di indicare se il candidato fosse dislessico o meno.

Tu non lo hai nascosto, l’hai scritto nel curriculum… 

Eh sì. Io l’ho indicato. L’ho fatto perché avevo subito discriminazioni nel mondo del lavoro, quindi ho deciso che, se nessuno prima di me non lo aveva mai fatto presente, io potevo essere il primo. In molti vedevano questa scelta come una scelta coraggiosa, invece per me è stata una cosa naturale – dopotutto senza la DSA non sarei la persona che sono diventato. Oggi lavoro in un’importante studio di Milano, il LCA studio legale, l’unico che mi ha concesso un’opportunità e per il quale sono entusiasta di lavorare.

Quando è iniziata la tua “rivoluzione”, che ha portato poi dei cambiamenti notevoli per le persone con DSA?

Tutto è partito in occasione della mia pratica legale, che ho svolto a Perugia. Sono andato a vedere se ci fossero leggi in Italia che disciplinavano i disturbi specifici d’apprendimento e ho scoperto che c’era la legge 170 del 2010, però si concentrava sul percorso scolastico e universitario, individuando quattro tipologie di disturbi: la dislessia, la disgrafia, discalculia e la disortografia. In presenza di questi disturbi certificati da una diagnosi, lo studente poteva richiedere l’applicazione di alcune misure specifiche, così da avere le condizioni ottimali per lo svolgimento delle prove. La legge però aveva dei vuoti normativi.

Tu sei intervenuto per colmarli… 

Sì. Non erano regolamentati nemmeno i concorsi pubblici e tutti gli esami di abilitazione. Ho iniziato così – era il 2012 – a lavorare con il Consiglio Nazionale Forense e in particolar modo con l’avvocato Alarico Mariani Marini di Perugia, per capire come la legge 170 potesse applicarsi anche all’esame di Stato d’avvocato. Ho fatto così la richiesta per avere misure compensative durante l’esame: sono stato il primo in Italia, probabilmente, perché al Consiglio Nazionale Forense non risultavano altre richieste di questo tipo. Senza queste misure sarei partito in svantaggio rispetto agli altri esaminandi e veniva così violato il principio di eguaglianza espresso dalla Costituzione. Questa mia iniziativa ha posto un precedente a livello nazionale, un precedente che però non era regolamentato.

Quali sono state le misure compensative richieste?

In realtà erano aiuti che già venivano concessi durante l’esame scritto: per esempio, se un candidato ha un braccio rotto, la Commissione gli assegna un dipendente della Corte d’Appello che scriva il compito su dettatura. Questa è stata una delle misure di cui io ho chiesto l’applicazione grazie alla quale ho neutralizzato uno degli effetti della dislessia, ovvero la lentezza nello scrivere a mano. In più ho superato la disgrafia, cioè la grafia non perfetta dal punto di vista estetico – l’ordine del compito è un criterio di valutazione. Infine, una concessione fatta ai candidati ipovedenti è quella di avere a fianco qualcuno che lo supporti nella lettura: questa è un’altra misura molto utile per un dislessico. Quindi, con la possibilità di avere un lettore della traccia che poi ti aiuta nella stesura del compito, l’esame da avvocato diventa semplice. Io sono riuscito a superarlo al primo colpo! Questo è accaduto a tutti i candidati dislessici negli anni successivi, perché il Consiglio Nazionale Forense aveva reso noto sul proprio sito queste possibilità d’aiuto. Serviva però una regolamentazione scritta, che si potesse applicare anche ai concorsi pubblici dove non era prevista nessuna concessione.

 

Qual è stato il passo successivo?

Nel 2017 sono arrivato a Milano e ho iniziato a lavorare con il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, i quali, conoscendo la mia storia, hanno voluto completare quello che avevo iniziato: è stato così sottoscritto nel 2019, dall’Ordine degli Avvocati di Milano e dalla Corte d’Appello di Milano, un protocollo che disciplina le misure che possono essere applicate per un candidato con DSA, garantendo così pari chances di successo in sede di esame. La pandemia poi ha cambiato la modalità dell’esame, che è diventato solo orale, ma abbiamo fatto in modo che il protocollo sia applicabile anche al nuovo esame – la persona con DSA ha il 30% in più di tempo rispetto agli altri candidati nella prima prova orale, un assistente alla lettura e l’uso di computer non connesso a Internet. Per la seconda prova, la possibilità di sostenerla l’ultimo giorno del calendario. C’è stato poi un terzo passaggio con l’intervento dalla Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ex professoressa di diritto e molto sensibile ai diritti costituzionali: con lei il protocollo è diventato a ottobre Decreto Legge (il 139 del 2021) ed è stato esteso a tutte le Corti di Appello italiane.

Quando potrà essere allargato anche ad altri esami di abilitazione?

Stiamo lavorando per rendere il protocollo applicabile a tutti gli esami. Stiamo discutendo con l’Ordine dei giornalisti, con quello degli psicologi, dei commercialisti e degli architetti, ma naturalmente è un processo lento perché ci vuole coraggio e innovazione, nonostante il 4% degli italiani soffra di DSA.

E per i concorsi pubblici?

Da agosto 2021 c’è anche nei concorsi pubblici la possibilità di fare la richiesta (legge 113/2021). Si tratta di una svolta storica, lungamente attesa. Per la prima volta una legge dello Stato prevede l’applicazione delle misure compensative e dispensative ai concorsi pubblici, ma non si applica agli esami di abilitazione di una professione e al settore privato.

Quanto sei orgoglioso di tutto questo? 

Moltissimo. Iniziative di questo tipo contribuiscono a sovvertire il significato negativo tradizionalmente connesso ai disturbi specifici di apprendimento, infondono coraggio e questo consente di vivere meglio, perché capisci che non c’è nulla di cui vergognarsi.

 

Il premio: il Sigillo di San Girolamo

Hai mai pensato di mollare? 

No, mai.

Per questo hai ricevuto anche un premio…

Ho ricevuto, dall’Ordine degli Avvocati di Milano, il Sigillo di San Girolamo nel 2020. È un premio che viene consegnato solitamente ad avvocati anziani che hanno avuto meriti nel corso della loro vita professionale o che si sono distinti nella loro attività. Con mia sorpresa il Consiglio ha voluto assegnarlo anche a me, un giovane avvocato.

«L’Olimpiade è stata la gioia più grande e la gara più importante della mia vita. Già esserci è un traguardo, portare a casa una medaglia è un’emozione grandissima».

Agnese Duranti

«Pronto Agnese, sono Agnese!». È iniziata così – in modo buffo – la telefonata con Agnese Duranti (21 anni), Primo Aviere Scelto dell’Aeronautica militare e campionessa della Nazionale italiana di Ginnastica Ritmica. Abbiamo fatto una bella chiacchierata mentre da Roma tornava in treno a Desio, dove vive e si allena 11 mesi l’anno. La Farfalla azzurra ha spiccato il volo in questa disciplina nel 2009 a Spoleto – dov’è nata – alla polisportiva La Fenice. Nel 2017 è entrata a far parte della squadra nazionale ottenendo ottimi risultati e conquistando numerosi e prestigiosi titoli internazionali come l’oro ai Mondiali del 2017, le medaglie d’oro e di bronzo agli Europei di Guadalajara del 2018 e nuovamente ai Mondiali di Sofia sempre lo stesso anno, salendo sul podio in tutte le categorie. Da ultimo ci sono il bronzo ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 e l’argento ai Mondiali in Giappone 2021. Ma queste sono solo alcune delle numerose medaglie vinte, il suo palmares è lunghissimo e ben fitto. Agnese vola come quest’anno ha volato lo sport italiano. Dopotutto è un aviere e una farfalla: e lei farfalla ci si sente davvero: «Mi rappresenta sotto tanti punti di vista».

Agnese, la prima domanda è di rito: qual è il tuo legame con l’Umbria?

L’Umbria è la regione dove sono nata, cresciuta e dove ho mosso i primi passi di ginnastica ritmica, ci sono molto affezionata. Per me è la regione della pace, quando ci torno sento sempre tanta tranquillità.

Ora dove vivi?

Sono 7 anni che vivo a Desio in un hotel, dove mi alleno 11 mesi l’anno, all’Accademia Internazionale di Ginnastica ritmica, una palestra costruita esclusivamente per noi. È una vita molto impegnativa che ti toglie molto, ma poi ti ridà tutto indietro con le vittorie e i risultati.

Quando hai iniziato a fare ginnastica ritmica?

A 9 anni. Ero una bambina molto vivace e i miei genitori volevano trovarmi un’attività per tenermi occupata. Sono andata un giorno a vedere una mia amica che faceva ginnastica ritmica, ho provato ed è stato amore a prima vista.

C’è una vittoria alla quale sei particolarmente legata, indipendentemente dal valore della medaglia?

L’Olimpiade è stata la gioia più grande e la gara più importante della mia vita; ma anche la gara agli Europei di Guadalajara nel 2018 ha avuto un bell’impatto emotivo: eravamo in Spagna ma il palazzetto era pieno di gente che tifava per noi. Poi c’è stato il mondiale a Kitakyushu in Giappone nel 2021, dove abbiamo vinto la medaglia d’oro e chiuso il quinquennio in bellezza. Dopo tanti sacrifici è stato un traguardo molto importante.

Quali sono le prossime gare che hai in programma?

Le prime gare di Coppa del Mondo saranno ad aprile, poi a settembre iniziano le qualificazioni per l’Olimpiade di Parigi 2024.

C’è un attrezzo che preferisci?

In realtà no. Il nastro devo dire che è quello che preferisco meno. È il più difficile, perché è lungo e molle e va sempre tenuto in movimento altrimenti si formano i nodi, e questa è una gravissima penalità durante le gare.

Parliamo dell’Olimpiade, come ci si prepara?

È un traguardo che ho sempre sognato, fin da bambina. Per un’atleta è il punto massimo da raggiungere. Anche semplicemente esserci è una vittoria; è una cosa che non ha eguali. La preparazione è stata lunga e l’abbiamo costruita col tempo, anche se poi quando sei lì non ti senti mai pronta. Salire su quella pedana non è stato così diverso rispetto ad altre gare, ci sono solo i cerchi olimpici che ti guardano e proprio loro hanno attirato la mia attenzione quando sono entrata. Mi sono guardata intorno ed era pieno di cerchi olimpici (ride).

Cosa hai pensato in quel momento?

Ho avuto un mix di emozioni uniche: ero concentrata sull’esercizio però allo stesso tempo ero consapevole che stavo facendo la gara della vita. È una sensazione bellissima, indescrivibile… con un pizzico di ansia ovviamente.

 

Le farfalle azzurre

Sei scaramantica? Hai qualche rituale prima di una gara?

Anni addietro ero più scaramantica. Ora ho solo delle piccole cose… indosso sempre le stesse mutande, preparo gli attrezzi e la borsa in un certo modo e porto sempre con me un asciugamano che mi accompagna dalla mia prima gara nel 2015.

Tu, Alessia Maurelli, Martina Centofanti, Daniela Mogurean e Martina Santandrea riuscite a fare esercizi che la maggior parte delle persone non crede siano nemmeno possibili: siete consapevoli di questo?

Facciamo delle cose che sembrano effettivamente irrealizzabili. Per riuscirci c’è un lavoro minuzioso e preciso al centimetro. Passiamo 8/9 ore in palestra e lavoriamo sui dettagli tante tante volte, fino allo sfinimento. La nostra allenatrice Emanuela Maccarani vuole che l’esercizio, oltre a contenere i codici di punteggio, sia bello, quindi tutto è studiato e preparato alla perfezione.

Per realizzare tutto questo, fare squadra per voi è fondamentale: litigate mai?

Grazie al cielo siamo una squadra che non ha mai litigato, forse discusso una volta in 5 anni. Siamo molto unite, ci capiamo al volo, ognuna sa quali sono i punti di forza dell’altra, sappiano perfettamente come gestirci. Siamo sorelle, amiche anche fuori della palestra, questo non è per niente scontato. È il nostro vero punto di forza.

Ce lo puoi confessare: quanto sono scomodi i vestiti che indossate?

Pesano tantissimo, in effetti, sono pieni di perline e Swarovski. Poi dipende dai body, alcuni sono meno scomodi, ma in generale non sono comodissimi.

Ho una curiosità: come vengono scelti?

Sono disegnati da una ragazza che viene in palestra, sente la musica e vede l’esercizio che abbiamo in programma, si ispira e disegna il vestito. Ci fa delle proposte che noi scegliamo. In pratica sono creati ad hoc e difficilmente vengono rimessi per altre gare. Restano nell’archivio della squadra nazionale.

 

Per tutti siete le Farfalle azzurre: ti senti una “farfalla”? 

Sì, è il nostro marchio di fabbrica, ci sentiamo completamente farfalle. È un animale che ci rappresenta sotto tanti punti di vista: siamo simili, ci muoviamo a gruppo, siamo leggiadre e la nostra vita (sportiva) è intensa ma breve. La ginnastica ritmica è uno sport molto giovane: io ho 21 anni e Parigi 2024 sarà la mia ultima Olimpiade.

C’è un consiglio che vorresti dare a una bambina che vuole iniziare questo sport?

Le direi che non è un percorso semplice e non sempre le cose vanno come si desidera, ma con gli errori e le difficoltà ci si fortifica, viene fuori il carattere e si imparano i veri valori dello sport. Bisogna credere nei propri sogni perché si possano realizzare.

A livello sportivo il 2021 è stato un anno fantastico per l’Italia: cosa manca però, secondo te, allo sport italiano?

L’Italia è sempre concentrata sul calcio e quest’anno c’è stata la rivincita di tutti gli altri sport, grazie alle Olimpiadi. Spero che questo possa rilanciare le altre discipline e che l’attenzione e l’interesse – anche a livello mediatico – si focalizzino più su di esse e non solo sul calcio, perché siamo un gruppo di atleti che se lo merita.

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Bella, pacifica, preziosa.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

La natura.

Quando guido verso Tuoro arrivando dall’alta valle del Tevere, corro sempre in bilico tra il confine dell’Umbria e la Toscana. Attraverso la valle e la strada del Niccone, dove a volte incontro auto lussuose che scendono dal castello di Reschio, dirette chissà dove in questa bella e misteriosa terra umbra. Allo stesso modo posso incontrare trattori con rimorchi carichi di tabacco appena raccolto: emergono da quei campi sterminati che in estate sono verdi e in autunno tutti gialli. La mia road map passa per Lisciano Niccone, si arrampica poi per un po’ di curve fino alla Cima, ai Gosparini e lì, wow!, si apre la vista sul lago.

Tuoro sul Trasimeno, che mi aspetta qualche curva più giù, è un piccolo borgo che si affaccia sulle sponde settentrionali del Lago; è a cavallo tra Umbria e Toscana alle pendici del Monte Castelluccio. Il borgo attuale, formatosi in età medievale – non prima del XIV secolo – subì le vicende e le lotte legate alla conquista della posizione strategica al confine tra Perugia e la Toscana. Tuoro è uno dei borghi più belli del Trasimeno, forse però uno dei meno conosciuti; ha una vista dritta dritta sull’Isola Maggiore, che fa parte del suo stesso comune. Passeggiando per le sue vie, si percepisce un’atmosfera calma da Umbria slow life: c’è il caffè nella piazza, la farmacia, la pescheria, i tabacchi, il panettiere e vari posti dove mangiare bene e in santa pace.

Un tour virtuale

Il nostro Palazzotto del Novecento si scorge già da Piazza Municipio: è un palazzo elegante, contraddistinto da due palme sofferenti che incorniciano l’ingresso principale. Mi avvicino al suo cancello, mi guardo intorno e vedo che la sua posizione è veramente di pregio, è in un’intersezione di strade e svetta su Tuoro quasi a volermi dire io sono importante e sono imponente.
Abituatevi, se continuerete a leggermi, a sentir parlare le case; per me non sono solo pietre, mattoni, calce o cemento, sono la storia di chi l’ha progettata e abitata, di chi l’ha vissuta, aprendo quel portone felice o triste. Quanti pensieri avranno fatto i suoi abitanti affacciandosi alle finestre e ammirando il lago, ognuno ad ogni piano, con una diversa riflessione.
È singolare trovare così centrale un edificio così ben collocato e soprattutto con un giardino tanto vasto; mi diletto a contare gli ulivi, che sono quaranta. Il giardino ha una bella estensione anche se rimane un po’ basso per la vista sul lago, ma una parte è presente anche vicino a un ingresso secondario ribassato rispetto alla strada. Questa parte è suggestiva, immagino signore con abiti d’epoca sedute ai tavolini sorseggiando un tè. La proprietà è tutta recintata e gli ingressi quindi sono 3, quello principale, poco più sotto un altro che conduce a dei gradoni che accompagnano al giardino e un altro ne scorgo camminando lungo il suo perimetro; questo è un grande cancello che potrebbe oggi essere usato come ingresso per le auto. Mi sembra di vederlo con una parte dedicata allo spazio piscina e un’altra per la sosta delle auto.

 

 

Entro dall’ingresso secondario in basso: è la parte dedicata alle cantine, ci sono soffitti a volta e le pareti con pietra a vista, caratteristiche che oggi sono ricercate per locali di degustazione e intrattenimento.
La casa è caratterizzata da una scala centrale e ampia in pietra serena e ferro battuto, ma l’elemento più particolare è il corridoio, che ne costituisce la spina dorsale attorno alla quale si svolgono tutte le stanze e, penso, anche tutte le storie di chi nel corso degli anni l’ha abitata. Sono due i piani strutturati così, mentre l’ultimo ha un’influenza più moderna perché ha avuto un abbozzo di ristrutturazione; insomma stando dentro e percorrendola, ho la sensazione di un edificio che è stato modificato, cambiato e forse poco rispettato nella sua identità. Il fattore magico però sono le vedute da ogni singola finestra che affaccia verso il lago, sembra quasi di poter toccare l’Isola Maggiore e questo mai nessuno ha potuto cambiarlo e mai potrà farlo. Il Palazzotto merita di rivivere, per la sua struttura, per la sua location, per il valore aggiunto che potrebbe rappresentare nell’economia torreggiana. Quasi lo vedo, finalmente ristrutturato in modo armonico e congruo alla sua essenza.

«Sono onorato ed emozionato di essere presente in questa sala, nella quale mia madre ha dato molto. Penso che sia stata un modello per molte donne, la quale ha lavorato in questo luogo non solo con grande senso del dovere, ma con grande passione. Vorrei ricordare mia madre attraverso le parole di William Shakespeare: “Tu sei di tua madre lo specchio ed ella in te rivive”». Giovanni Zazzerini

L’archivio di Stato di Perugia ha dedicato l’inaugurazione della Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica alla Dott.ssa Clara Cutini, che per lunghi anni, dal 1994 al 2009, è stata direttrice dell’istituto dopo esserne stata reggente a partire dal 1990; l’Archivio di Stato ha così dedicato una targa commemorativa a Clara Cutini, posta nell’aula della Scuola da lei diretta fin dal lontano 1972; il luogo è un silenzioso portavoce delle persone che lo hanno vissuto, legando così il nome di Clara e la sua personalità all’importante e prestigiosa istituzione.

 

 

Clara Cutini (Perugia 30 aprile 1942-24 novembre 2019) laureatasi con lode in Scienze politiche presso l’Università degli Studi di Perugia inizia la carriera come archivista di stato nel 1968; è reggente ad interim della Sovrintendenza archivistica per l’Umbria dal 1975 al 1978; dal 1990 al 1994 è reggente dell’Archivio di Stato e delle sezioni dipendenti divenendone direttrice con la qualifica di primo dirigente dal 1994 fino 2009, anno del suo pensionamento. Grazie alla sua autorevolezza, al suo innato senso di responsabilità, conciliato da un lungo operato e da una grande e duratura professionalità, le è stato possibile individuare e acquisire le sedi monumentali per l’Archivio di Stato e per le quattro sezioni dipendenti: Spoleto nel complesso di San Matteo (1990), Foligno a Palazzo Deli (1998), Gubbio nel complesso di San Francesco (1999) ed Assisi nel Palazzo ex GIL (2005). Dalle commosse parole di chi la conosceva, Clara Cutini fu una donna di forte carattere e competenza, tali caratteristiche le consentirono di restaurare la sala, presso l’Archivio di Stato, dove si è svolta l’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola.

La figlia, Laura Zazzerini

Gli archivi sono la base della nostra memoria, devono essere protetti, tutelati, salvaguardati, valorizzati e Clara, grande appassionata di storia, vedeva quest’ultima come un punto di partenza e non come un nostalgico ricordo, è per tale motivo che ha sempre lavorato in questa direzione, sottolineando giorno dopo giorno, l’importanza di documenti e archivi, poiché la sfida dei nostri giorni risiede nel riuscire a innescare un processo di viva usabilità in modo che diventino fonte di nuova linfa in termini di approfondimenti, conoscenze, studio e creatività; sotto la guida della Dott.ssa Cutini, l’Archivio infatti si è aperto alla città, diventando da luogo esclusivo per pochi, ad ambiente vivo e facilmente accessibile, sede di mostre, convegni scientifici e iniziative culturali. La sua raffinata intelligenza la portava a orientarsi verso il futuro e aveva sempre nutrito grande stima e speranza nei giovani.

La Dott.ssa Cutini è stata direttrice dell’Archivio di Stato di Firenze, membro del comitato scientifico della Fondazione Aldo Capitini, del consiglio di amministrazione del Nobile Collegio del Cambio e del Nobile Collegio della Mercanzia. Vicenzo Ansidei di Catrano, Rettore del Nobile Collegio del Cambio e Giuseppe Severini, Rettore del Nobile Collegio della Mercanzia hanno ricordato il suo costante impegno in questi nobili e antichi collegi, nei quali non ha mai mancato di esprimere la propria opinione in modo pacato e puntale, solo dopo attente ricognizioni e precise perizie.

Fu inoltre socio ordinario della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, dell’Accademia di Belle Arti e della Società di Mutuo Soccorso.

L’amore per la sua città e la grande passione per il lavoro, vissuto sempre con il massimo impegno e onestà, ne hanno fatto una fine studiosa e autrice di importanti pubblicazioni; gli anni della sua attività infatti si sono contraddistinti da abbondanti occasioni di ricerca dando luoghi a numerose pubblicazioni edite con precisione e raffinatezza; tra i suoi scritti vanno ricordati i volumi: Uno schedato politico: Aldo Capitini (1998), Archivio del Collegio del Cambio di Perugia. Inventario (1992) dedicato a sua figlia Laura, Domus Misericordiae. Settecento anni di storia dell’Ospedale di Perugia (2006), Breve dell’Arte dei Calzolai di Gubibio (2012) dedicato ai suoi adorati nipoti Guido, Gloria e Claudia.

 

Un momento della cerimonia

 

Clara Cutini è stata insignita della Croce con corona dell’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta nel 2002 ed è stata Presidente del Club Soroptimist di Perugia dal​ 2004 al 2006; Gabriella Agnusdei, Presidente Soroptimist Club di Perugia, la ricorda attraverso commosse parole: «La sua eleganza e il suo profondo impegno nelle istituzioni le è valso l’affetto di molte persone. Clara è stata sempre innamorata della sua famiglia, del suo lavoro, della sua città, è stata sempre innamorata della vita. Concludo con le stesse parole con le quali abbiamo aperto questa giornata. Io auguro a tutti voi di specchiarsi in Clara».

Probabilmente non tutti sanno che uno dei padri della grafica italiana era umbro, in particolare orvietano.

Si tratta di Piergiorgio Maoloni, un designer visionario che è stato in grado di anticipare i tempi e di realizzare, grazie al suo talento e alle sue intuizioni, il restyling di alcuni fra i più importanti giornali italiani fra cui, per citarne alcuni, «La Stampa», «Il Messaggero», «L’Unità», «Avvenire».

Piergiorgio Maoloni, foto di Orvietosi.it

Questo personaggio, che è stato in grado come pochi altri di dare forma alle notizie, nacque a Orvieto il 9 giugno del 1938. Definito l’architetto dei giornali, amò molto Vienna e New York e fu in grado di guardare con attenzione a ciò che accadeva nel resto del mondo, annotando evoluzioni ed esperienze e traendovi ispirazione per il suo lavoro.
Con la sua opera è stato in grado di elaborare un nuovo equilibrio fra contenuti e spazi, ha esaltato l’utilizzo delle immagini, ha dato respiro alle pagine dei giornali che, insieme a lui, si sono liberate da schemi opprimenti e antiquati. Il suo contributo all’evoluzione della grafica editoriale è stato determinante, la capacità di mettersi in ascolto delle esigenze comunicative delle redazioni, ha fatto sì che la grafica diventasse un elemento fondamentale nella valorizzazione ed enfatizzazione dei contenuti, assumendo così un ruolo da protagonista nella divulgazione della notizia.

 

Scomparso Maoloni nel 2005, il suo importante e ricchissimo archivio professionale, costituito in anni di lavoro, raccolta e ricerca, è stato donato dalla famiglia di Maoloni al Comune di Orvieto che nel 2018 ha avviato il progetto Da Orvieto al mondo. Piergiorgio Maoloni a 80 anni dalla nascita per valorizzare lo straordinario lascito. Il percorso per rendere fruibile l’archivio – attualmente conservato al secondo piano di Palazzo dei Sette – e metterlo a disposizione della comunità non si è ancora concluso, ma è intenzione dell’amministrazione comunale spostarlo al Centro Studi per aprirlo finalmente al pubblico.
In occasione della serata di quel 22 dicembre 2018, data di presentazione del progetto Da Orvieto al mondo. Piergiorgio Maoloni a 80 anni dalla nascita, Angelo Rinaldi, art director de «La Repubblica», dichiarò: «Il piccolo passo fatto dall’Amministrazione Comunale di Orvieto, ovvero una serata in ricordo di Piergiorgio Maoloni in cui si presenta l’idea di un progetto che valorizzi un Maestro della grafica italiana, è una cosa che trasformerà questo settore professionale in quanto Piergiorgio era molto conosciuto e apprezzato a livello mondiale, quindi rendere fruibile il suo lascito culturale al grande mondo di studenti, professionisti e appassionati non solo italiani ma anche stranieri è una intuizione felice».
Aspettiamo allora con ansia di poter visitare questo tesoro per rendere ulteriore merito a un umbro che, con il suo lavoro, ha fatto davvero la differenza e che può ancora regalare spunti e ispirazione alle giovani generazioni di grafici.

Archeologia è una parola altamente evocativa. Quando, negli anni Cinquanta Ceram pubblicò un libro di grande successo dal titolo “Civiltà Sepolte”, migliaia di persone scoprirono il fascino dell’archeologia.

Tutti sognarono di ritrovare civiltà remote, come fece Schliemann riportando in luce Troia, oppure rischiare la maledizione del faraone, come Howard Carter che entrò nella tomba di Tutankhamen, o ancora immaginare l’emozione di Evans che individuò il labirinto di Cnosso.

Archeologia però non è solo sinonimo di pietre sepolte o antiche iscrizioni perché esiste anche un’archeologia legata alle piante. Non stiamo parlando di foreste fossili, bensì di alberi e di frutta. E non parliamo neppure della meravigliosa frutta di cera di Francesco Garnier che si vede a Torino. Qui si tratta di alberi vivi e di frutti commestibili. Ci troviamo davanti a un luogo di archeologia botanica dove vengono coltivate molte varietà di frutta che non sono più sul mercato e che se si perdono lo sarà per sempre.

Dr. ssa Isabella Dalla Ragione

Il luogo in questione è Archeologia Arborea onlus: un frutteto a San Lorenzo di Lerchi, al confine tra Umbria e Toscana, coltivato e studiato dalla ricercatrice dottoressa Isabella Dalla Ragione che dice: «Dalla lunga ricerca è stato creato a San Lorenzo di Lerchi, in un paesaggio agricolo storico, il frutteto da collezione, straordinario patrimonio genetico e culturale».
In questo frutteto che, per inciso, è anche un angolo di Umbria molto romantico, sono riunite e curate 600 piante da frutto di 150 varietà. Ci sono pere, prugne, mele, ciliegie, mandorle e anche i merangoli, cioè arance amare, e le prugne mirabolane, tanto usate nella farmacia rinascimentale.

Le usanze passate

Pomi e peri coti, si sentiva gridare d’inverno per le calli di Venezia, in Piemonte e in Val d’Aosta in autunno si mangiavano le pere cotte Martin Sec, a Roma quelli che andavano il giro con il calderone della frutta cotta li chiamavano Peracottari. E non era un complimento. Cambiava la città ma il problema era lo stesso: d’inverno la frutta era poca e si mangiavano cotti solo i frutti che resistevano. Era un modo per mangiare e scaldarsi le mani. Arance e mandarini erano solo al sud, e non ovunque, il resto del Paese si accontentava di mele e pere che si potevano conservare. Il boom economico ha fatto sparire i venditori di mele e pere cotte, sostituendoli con le merendine confezionate. Nemmeno nei ristoranti si trova più la frutta, né fresca né cotta.

 

Archeologia Arborea

Visitando il giardino di Archeologia Arborea si incontra una quantità insospettabile di varietà di frutta e si scopre che ogni frutto ha un’indicazione precisa. Noi, condannati ad andare per supermercati, entriamo in contatto al massimo con 5/6 varietà di mele, mentre fino agli anni Cinquanta del secolo scorso erano molte decine e ogni orto aveva la sua specialità.
Le mele che crescono nel meleto archeologico sono varietà che provengono dalla zona di Città di Castello, dalla vicina Toscana e dalla Romagna, hanno tutti i colori della tavolozza e le forme più svariate: quelle Nasone e quelle Muso di Bue, oppure schiacciate, oppure tonde. Ogni mela ha un’indicazione precisa. La mela Pagliaccia o rotolona (il nome indica la sua forma) è una mela autunnale che si poteva conservare in inverno; la mela Muso di Bue, si mangiava fresca o come confettura; le mele Nasone erano solo verdi e croccanti; la mela Rosona si cucinava invece con le carni. Quando non c’era il frigorifero la frutta era legata ai cicli delle stagioni e, se si poteva, andava conservata.

 

 

Fino alla prima metà del ‘900 la frutta raramente veniva consumata a tavola mentre era molto gradita cotta assieme con le carni, per assorbire i grassi. L’arista di maiale con le prugne o il vitello con le mele o la cacciagione con i lamponi sono dei must della cucina italiana. Tutte le piante che crescono in Archeologia Arborea erano già coltivate nel tardo Medioevo e nel Rinascimento, come verificato personalmente dalla dr.ssa Dalla Ragione.
Invece di servirsi della macchina del tempo, Isabella Dalla Ragione è scesa a valle e ha fatto uno studio approfondito degli affreschi nei palazzi signorili dell’Alta Valle del Tevere, ritrovando dipinta la frutta che lei coltiva. Gli artisti, in particolare i pittori, hanno sempre lavorato copiando dal vero perché la natura ha offerto tutti i colori e le forme che cercavano. Cornici fiorite o canestri di frutta o giardini trompe l’œil, sono stati dipinti basandosi sempre su modelli reali. Perché lavorare di fantasia quando basta guardare fuori dalla finestra per avere una gamma infinita di colori e forme?
Visitare l’arboreto di San Lorenzo equivale quindi a tuffarsi con salto carpiato e con avvitamento in un mare profondo e pieno di curiosità, ma per fortuna, la dottoressa Dalla Ragione ci aiuta a stare a galla. L’arboreto è visitabile e si può anche adottare una pianta.

 


Indirizzo: San Lorenzo di Lerchi (Città di Castello).  tel + 39 335 61284 info@archeologiaarborea.org

Archeologia Arborea

La Festa toreggiana ha messo in risalto un’eccellenza umbra tra le tante, quella dell’olio di oliva, per cui l’Umbria e il Trasimeno sono conosciuti in tutto il mondo.

Questa prelibatezza era apprezzata fin dal tempo degli Etruschi, che utilizzavano soprattutto le olive, mentre l’olio era impiegato sia per le lampade sia come prodotto alimentare. Ma soprattutto veniva usato come unguento e cosmetico.
In Umbria e in particolare nella zona del Trasimeno l’andamento produttivo dell’olio di oliva, per la raccolta del 2021, è stato influenzato dagli eventi meteorologici: sia le forti gelate primaverili sia le alte temperature estive con la mancanza di pioggia hanno fatto sì che sia stato un altro anno difficile per l’olivicoltura in termini di quantità. Ma non nella qualità, che risulta avere caratteristiche elevate.
Negli ultimi anni gli eventi atmosferici hanno condizionato i flussi produttivi e qualche produttore avveduto si è ingegnato a rendere il proprio oliveto irriguo con sistemi innovativi, superando il problema della siccità. Per le parassitosi olearie e la specifica mosca, bisogna sempre tenere la guardia alta e avveduta.

 

 

Questo erano le prevalenti riflessioni di alcuni olivicoltori che hanno partecipato alla Festa dell’Olio che si è tenuta a Tuoro sul Trasimeno il 30 e 31 ottobre. La manifestazione ha avuto inizio presso la Casina del Sodo, con una conferenza tenuta dal maestro potatore, Luc Feliziani.
A seguire c’è stata la consegna del premio Ramoscello d’Olivo, destinato a chi si è distinto per meriti sportivi o culturali portando il nome di Tuoro nel mondo. I vincitori del premio sono stati i toreggiani Enzo e Paolo Coloni, che hanno partecipato e si sono distinti in F1, particolarmente negli anni ’80 con la loro scuderia automobilistica. Tuttora sono in corsa.
Il mercatino ha adornato il centro del paese e, dopo l’apertura serale degli stand gastronomici dove si sono potute assaggiare delle grandi prelibatezze preparate dal team dell’energica ProLoco locale, guidata da Fabrizio Magara, la serata si è chiusa con lo spettacolo dedicato allo swing con le note della Trasimeno Big Band, diretta in modo impeccabile dal maestro Emanuele Ragni. La piazza si è trasformata in una pista da ballo densa di ballerini più o meno provetti che si sono cimentati in evoluzioni danzanti a tempo di rock roll o swing.

La domenica si è aperta, nel corso della mattinata, con una panoramica camminata tra gli oliveti nella zona di Vernazzano. Al termine della piacevole passeggiata naturistica, si è potuto godere di una bruschetta con l’olio nuovo per tutti i camminatori.
La ProLoco toreggiana ha anche organizzato un originale pranzo tra gli olivi presso il piccolo ma celebre borgo di Sanguineto, da cui prende nome il torrente che, si racconta, diventò color sangue durante la celebre battaglia tra Romani e Cartaginesi. Al pranzo hanno partecipato numerosi turisti e locali, divertiti nella tipica location, ascoltando la musica popolare suonata dalla fisarmonica di Giacomo Tosti e cantata da Chiara Pettirossi, ovviamente apprezzando l’ottimo cibo preparato per l’occasione.

Nel pomeriggio la Festa dell’Olio è continuata in paese, nella piazza del Municipio, con Olioween, momento dedicato ai più piccoli. Prendendo spunto dalla celebre festa, i bambini si sono divertiti nel nome di bruschetto o scherzetto.
La sera ci si è potuti deliziare il palato ancora presso le taverne e i ristoranti toreggiani, accompagnati dalla musica in piazza eseguita dai bravi componenti della band Freddy and The B Lovers. La manifestazione, presso la Casina del Sodo, ha accolto una mostra fotografica collettiva dal titolo Un lago dentro di me, a cura dei fotografi Paolo Cirmia, Paolo Barboni e Antonella Piselli.
Il Presidente della Proloco di Tuoro, Fabrizio Magara, ha dichiarato: «La manifestazione ha riscosso un grande successo di pubblico locale e forestiero, aiutata da una buona forma promozionale. Nel ponte di Ognissanti, durante il quale le persone hanno approfittato per venire a visitare il nostro borgo lacustre, ad attrarre è stato il variegato programma che abbiamo realizzato. La manifestazione è stata organizzata con impegno da parte di tutta la nostra ProLoco e, vedendo i risultati, ci siamo sentiti appagati dal sacrificio fatto. Dopo varie edizioni di questa festa, il prossimo anno ci vedrà impegnati a organizzare una Festa dell’Olio con maggior slancio». L’evento dedicato all’olio di oliva è stato organizzato dalla ProLoco toreggiana in collaborazione con l’Amministrazione comunale.

L’areale sottendente il lago Trasimeno e le adiacenti Chiane, è ricco di eccellenze enogastronomiche e rappresenta un serbatoio prezioso per una serie di prodotti agroalimentari tipici e unici, che caratterizzano e fanno conoscere questi luoghi a molte latitudini del mondo e sono amati da chi ha avuto la possibilità di apprezzarli. Mi riferisco a tutti quei prodotti che tipicizzano questo meraviglioso territorio, quali il pesce lacustre, i vini, gli oli, le carni, i cereali, i legumi, gli ortaggi che hanno dato vita a piatti tipici, riconoscibili, caratterizzanti e ambasciatori mondiali indiscutibili di bontà e gusto.

Partendo da questi presupposti, con Livia Polegri, l’agronoma del Parco 3A-PTA della Regione Umbria, abbiamo voluto raccontare su queste pagine la ricchezza genetica agroalimentare del comprensorio lacustre che parte dai tempi lontani, in luoghi già antropizzati fin dal Paleolitico, per poi transitare dagli Etruschi e antichi Romani.
Il Trasimeno e la Valdichiana hanno rappresentato un serbatoio alimentare prezioso, variegato e ambito, che nei secoli hanno visto queste terre di confine sotto le costanti mire di possesso e gestione dei poteri politici, amministrativi e militari, anche con lotte e scontri per la supremazia territoriale. Prodotti alimentari dimenticati, sottovalutati e poi ritrovati ce ne sono una miriade e il lavoro di ricerca e di valorizzazione è partito qualche tempo fa.
I semi conservati dentro vecchi barattoli, abitudini mantenute da generazioni e la semina nella terra natia hanno contrastato la coltivazione di alcune specie ormai abbandonate anche a seguito dell’esodo dalle campagne del secolo scorso. In seguito, queste ricchezze genetiche sono state di nuovo individuate, recuperate e poste a disposizione della comunità. I presupposti sono corretti, ma la conoscenza della disponibilità di alcune di queste varietà non è nota ai più; quindi vorremmo approfittare di queste pagine affinché i semi tipici restino in zona, disponibili sul territorio per la sua gente.
Comunque in modo spontaneo e quasi inconsapevole, sono state conservate dagli orticoltori del Trasimeno molte varietà autoctone di fagioli, pomodori, meloni, cocomeri, zucche, cetrioli, cipolle, aglione, sorgo, cavoli, broccoli, broccoletti, rapi, olivo, vite, oltre a specie ittiche come il luccio del Trasimeno, da poco iscritto al Registro regionale delle Risorse Genetiche Autoctone. Alcune di queste varietà hanno rischiato di andare perdute per sempre.

 

legumi tipici umbriLa Fagiolina del Trasimeno

Iniziamo questa carrellata con la Fagiolina del Trasimeno, un legume antichissimo conosciuto dagli antichi Greci, citato da Plinio il Vecchio e poi da Alberto Magno, che lo descrive con semi dai molti colori e con il caratteristico occhio. La prima testimonianza scritta della coltivazione della Fagiolina del Trasimeno risale al 1876, sul Giornale Agrario Italiano.
Riviste specializzate, nel secolo scorso, hanno scritto che la Fagiolina del lago, composta da piccoli fagioli biancastri con occhio bruno, è di facile cottura e molto saporita. Si tratta di una specie diversa da quella del fagiolo, introdotto in Europa dal Nuovo Mondo nel ‘500, e che tra l’altro le ha rubato il suo antico nome phaseolus. La fagiolina viene dall’Africa, ed è giunta in Italia probabilmente grazie agli scambi commerciali che si svolgevano nel Mediterraneo in tempi antichi, sicuramente in epoca preromana.
È noto che la Fagiolina del Trasimeno è stata da sempre prevalentemente destinata all’autoconsumo, ma nel secolo scorso ha rischiato l’estinzione perché, a causa della maturazione scalare, doveva esser raccolta manualmente e quindi occorreva, per la raccolta, un’intensa e costante presenza in campo.

La dottoressa Polegri, a proposito della situazione attuale della Fagiolina del Trasimeno, ha dichiarato: «Ora si coltivano sostanzialmente due tipi, quella tutta bianca e quella di colorazioni miste, mentre prima della riscoperta ogni agricoltore aveva la sua, quindi ci sono accessioni dai semi tutti rossi, o tutti color crema con occhio rosso, o crema con occhio nero, ecc., oppure di due tipi di colorazione (crema con occhio nero e con occhio marrone, oppure grigi con occhio nero e crema con occhio nero, ecc.). La forma bianca senza occhio, rarissima e pressoché assente altrove in Italia, era preferita da alcuni orticoltori, e per il suo aspetto veniva talvolta chiamata risina, ad esempio sul mercato della vicina Perugia. Ma il fortissimo legame che la fagiolina aveva con la cultura locale era indipendente dalla colorazione del seme, ogni famiglia aveva il suo tipo preferito, tanto che a mia conoscenza in Italia non esiste una tale variabilità di una stessa specie, per di più negletta, in un territorio così limitato. Poche altre varietà locali di questa specie sono conosciute in Italia, sopravvissute in maniera spesso puntiforme e con una o poche colorazioni. Al Trasimeno sono invece state censite dall’Università di Perugia e dal Parco Tecnologico una ventina di accessioni con semi di 12 colorazioni diverse, conservate da anziani orticoltori su tutte le sponde del lago. Questo è avvenuto perché era parte importante della cultura rurale, i mezzadri la coltivavano dopo il grano, per avere un doppio raccolto che sfuggiva al padrone, talvolta arrampicata al mais, di cui ha lo stesso ciclo colturale. Della stessa specie fa parte il fagiolo dal metro, che veniva coltivato per i baccelli lunghissimi, di cui sono state trovate al lago un paio di accessioni. Tradizionalmente si mangiavano anche i baccelli freschi, ma questo è un uso che non è stato più riproposto, forse perché conviene produrre seme, più particolare e più facile da commercializzare, però i ristoranti potrebbero riprenderne l’uso, anche perché esiste anche una certa diversità nei baccelli. Ricordo che le accessioni bianche hanno il baccello tutto verde, mentre quelle con semi scuri avevano (oltre al fiore, viola anziché bianco) anche il baccello leggermente macchiato di rosso. L’obiettivo è quello di coltivare le biodiversità presso la Casa dei Semi del Trasimeno e rendere disponibili le varietà a chi ne facesse richiesta».
I semi vengono utilizzati come i fagioli comuni, lessati o per zuppe e grazie alle loro piccole dimensioni, e non è necessario l’ammollo prima della cottura.
In gastronomia la Fagiolina del Trasimeno viene lessata e poi condita con olio EVO oppure, qualche chef in cerca di nuove proposte culinarie, ne accompagna piatti a base di carne o pesce di lago sia come condimento sia come ripieno alle paste. Il modo classico per degustare la Fagiolina prevede, dopo averla lessata in acqua salata per 45 minuti, di servirla come una zuppa insieme a fette bruschettate di pane tipico umbro, con olio EVO e pepe. In alcuni casi si può accompagnare anche con il pesce di lago in umido, come i filetti di persico reale.

Un evento di portata internazionale si svolgerà sabato, presso la Sala dei Notari

«Passione e amore per il mare, unito al rispetto e alla cultura dell’ambiente». È la filosofia del Premio Atlantide che verrà assegnato sabato 23 ottobre a Perugia (ore 11.00 presso la Sala dei Notari).

Giampaolo Consoli

Un premio, che da alcuni anni, vuole portare alla luce e far emergere – nel vero senso del termine – persone di scienza e di cultura che hanno dedicato la loro vita (e ancora oggi lo fanno) alla scoperta, alla ricerca e alla cura del mare e degli oceani. Far conoscere, attraverso i racconti e le storie dei protagonisti, tutte le bellezze e le diverse forme di vita che popolano le nostre acque, per conoscere e rispettare consapevolmente. L’esperienza più che trentennale degli organizzatori rende l’evento di portata internazionale e può vantare collaborazioni con Università, organizzazioni ambientaliste, con l’Agenzia Spaziale Europea e con il mondo dello sport.

L’appuntamento, che si svolge annualmente in uno scenario speciale, quest’anno premierà autorevoli personaggi come: Giampaolo Consoli, Paolo Ferraro, Paola Catapano, Massimo Scarpati, Angela Bandini e Pippo Cappellano. Interverrà il prof. Gerardo Bosco, presidente del SIMSI, Società Italiana di Medicina Subacquea e Iperbarica.

Gli ospiti

Giampaolo Consoli è comandante del gruppo Operativo Subacquei del Raggruppamento Subacquei e incursori di La Spezia con il grado di Capitano di Vascello. Per venti anni è stato delegato italiano al gruppo di lavoro permanente della NATO per le attività subacquee, oltre ad aver partecipato a numerosi interventi di soccorso, è accompagnatore di subacquei disabili e consulente per le scene di esplosioni subacquee nel cinema.

Paolo Ferraro

Sarà presente poi Paolo Ferraro, 75 anni, 50 dei quali dedicati al mondo subacqueo in particolare sul versante dell’industria: è infatti stato presidente della Technisub per 25 anni e presidente delle filiali tedesche e spagnole dell’Aqua Lung. Ha fatto parte del Consiglio Direttivo della CMAS ed è stato fra i promotori e primo presidente del Gruppo Sub Confinsub Genova, che riuniva le aziende del settore subacqueo aderenti a Confindustria. Insignito del Tridente d’Oro 2011 dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee ne è da quell’anno direttore.

Da più di 25 anni comunicatrice scientifica al CERN di Ginevra e giornalista scientifica, Paola Catapano è stata definita invece: «emblema della contemporaneità capace di coniugare ad alti livelli il sapere scientifico con lo spirito di avventura». Alterna pubblicazioni a spedizioni nei più remoti angoli del globo in condizioni estreme (Artico e Antartico in particolare). Nella sua ultima avventura – lo scorso agosto – è stata capoprogetto di Polarquest, una spedizione a vela nell’Artico finalizzata a stimare la quantità di legname e plastica presenti nelle acque e a monitorare l’impatto del cambiamento climatico sulla biodiversità.

Paola Catapano

Il team ha attraversato l’80esimo parallelo Nord e ha mappato per la prima volta via mare e via aria diverse aree di costa e mare a cavallo dell’80°parallelo, testimoniando lo stato dell’ambiente artico in una delle regioni più a nord del Pianeta.

Con più di 2.300 immersioni oltre i cento metri e quasi 10.000 ore d’immersione autonoma ad alto fondale, vincitore di vari campionati mondiali per l’attività in apnea Massimo Scarpati è tra i più competenti e accreditati conoscitori del mare. Inventore della pinna lunga, ha dato vita a una linea commerciale che porta il suo nome. Inoltre, è stato il primo a usare autorespiratori a miscela a base di elio per la pesca del corallo, a fare decompressioni con gas di aria arricchita da ossigeno, a utilizzare tecnologia ROV per l’esplorazione dei fondali e il monitoraggio degli ambienti e a segnalare l’attività sonora degli scogli, riuscendo a percepire dalla superficie la presenza di formazioni rocciose di notte o in condizioni di acque torbide.

 

Massimo Scarpati

 

Non mancherà anche Angela Bandini che nel 1989 ha raggiunto il record mondiale di uomini e donne in apnea profonda assetto variabile di -111 metri, battendo così due leggende come Enzo Maiorca e Jacques Mayol. Angela mentre danzava da ragazzina con i delfini nel delfinario di Rimini ha incontrato Jacques Mayol che è rimasto colpito dal suo talento e l’ha ingaggia per girare film e documentari e realizzare spedizioni scientifiche in giro per il mondo nei posti più remoti della Terra e solcando tutti gli oceani.

 

Angela Bandini

 

Infine riceverà il premio Pippo Cappellano – giornalista, regista e autore di documentari – nel corso della sua carriera ha diretto oltre 300 documentari in tutto il mondo, tra questi diverse serie per la Rai sull’esplorazione marina e sull’archeologia subacquea.

Pippo Cappellano

Ha ricevuto il Tridente d’Oro e la Cittadinanza Onoraria di Ustica nel 1983, con la seguente motivazione: «Ha realizzato sin dal 1967 filmati subacquei di altissimo interesse scientifico e divulgativo per la televisione italiana, riscuotendo ovunque notevoli consensi».

Nel 2006 per la trasmissione Ulisse di Alberto Angela ha realizzato il primo documentario archeologico in Italia con riprese a oltre 100 metri di profondità: L’enigma del Polluce, vincitore del premio Pinna d’Oro di Antibes come Migliore Film Storico. Dal 2013 al 2020 è stato vice presidente vicario dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee.

 


Per maggiori informazioni

«Ancora, a distanza di mesi, non mi rendo conto. Finché uno non si trova lì non comprende cosa sia un’Olimpiade».

Alessandra Favoriti con la coppa e la medaglia di Campione d’Europa

La dottoressa Alessandra Favoriti è un medico sportivo di Terni, fa parte dello staff della Ternana Calcio e – da anni – di quello dell’Italvolley femminile, fresco di titolo europeo. Fieramente umbra e ternana, ex pallavolista e super tifosa delle Fere, è riuscita a unire il lavoro con la passione per lo sport. Chiacchierare con lei è stato molto divertente, nonostante le nostre fedi calcistiche opposte. Ci siamo promesse di risentirci dopo Perugia-Ternana del 18 dicembre: «Gli sfottò sono il bello dello sport. È una delle parti più divertenti» dice schiettamente. Io non potrei essere più d’accordo!

 

Alessandra, la prima domanda è d’obbligo: qual è il tuo legame con l’Umbria?

Sono nata a Terni, sono fieramente umbra. Sono molto legata alla mia terra: mi piace girarla, scoprirla ed esplorarla.

Perché hai scelto di diventare un medico sportivo?

Ho scelto questa specializzazione probabilmente perché sono nata in una famiglia di sportivi che mi ha sempre avvicinato a questo mondo. È quello che mi piace! Ho unito passione e lavoro.

Anche tu hai giocato a pallavolo: che emozione è stata vincere l’Europeo?

Seguo la Nazionale da 7 anni, ho visto queste ragazze crescere e vincere anche nelle competizioni giovanili. Se fossi stata a casa sarei comunque stata una loro super tifosa, ma trovarmi lì in panchina come membro dello staff è una cosa che non riesco ancora a realizzare. Un’emozione grandissima.

La prima cosa che hai pensato…

Oh, finalmente! Vincere contro la Serbia a casa loro… è proprio bello!

Una soddisfazione anche per rispondere alle critiche post Olimpiche…

Sì, è stato il giusto epilogo di un’estate in cui abbiamo lavorato molto bene. Nello sport si vince e si perde e le critiche ci stanno, però questa è una vittoria meritata, se non altro per tutto l’impegno che c’è stato.

Cosa vuol dire per uno sportivo (o ex sportivo) partecipare alle Olimpiadi?

Ancora, a distanza di mesi non me ne rendo conto. È stata un’Olimpiade surreale, vissuta in modo molto intenso, forse perché non c’era il pubblico o per il periodo storico che viviamo. Finché non sei lì non ti rendi conto di quello che è realmente: vedere atleti di tutto il mondo, culture di tutto il mondo, abitudini alimentari di tutto il mondo. Incontrare campioni che hai sempre visto in tv e sentirsi parte del team Italia genera un senso di appartenenza molto grande. Forse anche per questo le delusioni e le vittorie sono amplificate, le percepisci maggiormente.

Sei mai andata nel panico in campo durante un intervento?

No, non è mai accaduto. Ci sono tutti i mezzi per fare gli accertamenti e tutelare la salute degli atleti.

Il tuo passato da sportiva ti ha aiuta in questo mondo?

Indubbiamente lavorare nello sport che conosco e che ho praticato fa sì che io abbia un approccio migliore con le problematiche che devo affrontare. Chi si vuole affacciare alla medicina dello sport deve essere in grado di lavorare all’interno di uno staff e non è facile, soprattutto quando si sta con le nazionali: si vive insieme 24 ore su 24, questo è bello, ma c’è anche uno sforzo maggiore.

Qual è la cosa che da medico ripeti sempre ai tuoi pazienti sportivi?

Devo essere sincera, ho due gruppi ai quali non devo dire molte cose, sono dei professionisti. Forse la nutrizione, in particolare quando si cambia fuso orario e si va dall’altra parte del mondo, va tenuta sotto controllo. La cura dell’alimentazione diventa fondamentale, soprattutto in competizioni molto lunghe e con ritmi serrati. Ripeto sempre: mangiare bene e riposarsi.

 

Penso alla Ternana. Una donna in campo con soli uomini: è più facile comandarli o farsi rispettare?

Mi trovo bene in entrambi gli ambienti, tra l’altro anche nella Nazionale di pallavolo sono l’unica donna nello staff. Sia le pallavoliste sia i calciatori sono dei professionisti e ascoltano i consigli del medico. Il rapporto più importante è quello con il resto dello staff: fondamentale è ottenere la fiducia, mantenerla e soprattutto entrare nelle dinamiche dei due sport che, ovviamente sono differenti.

C’è molta differenza tra i due approcci?

No, è solo diversa l’esperienza. In Nazionale convivi 24 ore su 24 con gli altri e ci sono dinamiche più intense. Ho la fortuna di essermi integrata bene in entrambe le squadre.

Potremmo parlare di calcio per ore, ma non so se finiremmo questa intervista (scherzo!): io tifosa del Perugia e del Milan, tu della Ternana e della Roma…

Benissimo! Sullo sport sono molto campanilista, lo sfottò è un divertimento. Ho già segnato la data del derby contro il Perugia. Ce l’ho stampata in testa (scherza! ndr). Il prendersi in giro è una parte divertente dello sport. Allora ci risentiamo dopo la partita!

Il tuo sogno è la Ternana che vince lo scudetto?

Eh, magari!

Lo scambieresti con la medaglia dell’Europeo di volley?

È un’altra cosa. Le metterei entrambe sullo stesso piano. Vincere contro la Serbia a Belgrado equivale a vincere un derby in trasferta.

Ma nel derby non c’è un trofeo in palio?

Non importa, basta la gloria!

Svelaci una curiosità accaduta durante gli Europei…

Ne sono successe tante. Ti posso dire che io e il preparatore atletico siamo andati in fissa con le canzoni di Will Smith. È stata la nostra colonna sonora.

E nello spogliatoio della Ternana?

Con la Ternana abbiamo dei gesti scaramantici che però non vanno detti, altrimenti perderebbero la loro efficacia!

Parliamo di sport in Umbria: cosa andrebbe migliorato?

Da persona che ha praticato attività sportiva da tutta la vita, spero che l’Umbria e lo sport facciano pace. Il calcio è un movimento molto forte, ma le altre realtà lo sono meno, tra queste penso alla pallavolo. Non tanto ad alto livello, ma nel movimento giovanile ci sono società in crisi che questo periodo storico ha aggravato. Mancano inoltre le strutture, penso ad esempio all’atletica a Terni che aveva una grande tradizione e che ora non ha più nemmeno una casa dove allenarsi. Servono grossi investimenti soprattutto nelle strutture: lo sport è importante, fa bene alla salute e dobbiamo appoggiarlo in ogni modo. Come Ternana Calcio abbiamo fatto qualcosa ma non basta, ci vuole l’intervento della Regione. Occorre dare spazio a tutti gli sport e il primo passo è avere impianti adeguati. Lo sport è salute, movimento, integrazione, unione, lavoro…

Per concludere, come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Verde, mistica, affascinante.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

Terni. Casa mia.

  • 1