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Ottico, astronomo e meccanico italiano, è stato uno dei primi ad aver sviluppato la tecnologia necessaria per produrre strumenti ottici scientifici e ad aver inventato la prima smerigliatrice e lucidatrice per lenti.

Grazie a Giuseppe Campani – nome sicuramente sconosciuto ai più – furono individuati e visti per la prima volta gli anelli di Saturno. Nato a Castel San Felice (vicino a Spoleto) nel 1635, in gioventù si trasferì a Roma, dove si distinse come orologiaio, meccanico e ottico. Inizialmente lavorò con i fratelli maggiori Matteo, parroco e cultore di meccanica, e Pier Tommaso, orologiaio del Vaticano. Negli oltre cinquant’anni di attività, Giuseppe produsse molti strumenti ottici che portarono grandi rivoluzioni.

 

Telescopio attribuito a Campani

 

Su tutti ci furono i microscopi composti e i cannocchiali dotati di lenti di eccellente fattura. I suoi cannocchiali infatti si rivelarono più lunghi e potenti di quelli costruiti da Christiaan Huygens (1629-1695) e da Eustachio Divini (1610-1685). Nel 1663-1664 inventò uno speciale oculare per cannocchiali, il cosiddetto oculare di Campani. Fra gli acquirenti dei suoi strumenti c’erano personalità di spicco come i cardinali Francesco Barberini e Flavio Chigi, il principe Agostino Chigi, il Granduca di Toscana Ferdinando II (1610-1670) e Jean-Baptiste Colbert (1619-1683). Alcuni suoi telescopi, utilizzati anche da Giovanni Domenico Cassini (1625-1712), furono acquistati da Luigi XIV per l’Osservatorio di Parigi, inaugurato nel 1667 e diretto dallo stesso Cassini.

Orologio notturno di Giuseppe Campani

Campani si dedicò anche alle osservazioni astronomiche, rilevando – forse prima di Cassini – la rotazione di Giove e la suddivisione degli anelli di Saturno. Inoltre, si deve a Giuseppe e ai suoi fratelli Matteo e Pier Tommaso anche l’invenzione della clessidra a mercurio e dell’orologio notturno. Secondo alcuni esperti infatti i fratelli Campani diedero vita al miglior orologio a pendolo notturno (detto della morte), silenzioso e illuminato grazie a una lampada a olio: il re di Spagna e il granduca di Toscana furono tra i loro committenti e la presentazione a papa Alessandro VII, gli procurò grande notorietà: alcuni degli orologi prodotti all’epoca sono ancora conservati in Vaticano, nel palazzo reale di Dresda e nel museo municipale di Ginevra.
Giuseppe Campani nel 1953 venne definito, dalla National Association of watch and clock collectors, il principale inventore europeo e i suoi strumenti sono oggi conservati, oltre che presso il Museo Galileo di Firenze, anche presso il Conservatoire des Arts et Métiers di Parigi, l’Observatoire National di Parigi, il Medical Museum of the Armed Forces Institute of Pathology di Washington e in altri importanti centri.

Oltre 150 eventi gratuiti in tre giorni tra laboratori, convegni e incontri.

Torna per la settima volta Fa’ la cosa giusta! Umbria, la fiera del consumo consapevole, in programma dal 18 al 20 novembre all’Umbriafiere di Bastia Umbra. Le novità di questa edizione sono state presentate nel corso della conferenza stampa alla quale sono intervenuti Michela Sciurpa, Amministratore unico Sviluppumbria; Michele Zappia, direttore generale Dipartimento Territoriale Umbria nord Arpa Umbria; Paola Lungarotti, Sindaco di Bastia Umbra; Gabriele Giottoli, assessore allo sviluppo economico e marketing territoriale del Comune di Perugia; Stefano Ansideri, presidente Umbriafiere Spa; Anna Rita Cosso, presidente nazionale Cittadinanzattiva; Roberto Di Filippo, Cia Umbria e Nicoletta Gasbarrone, Fa’ la cosa giusta! Umbria. In conferenza tutte e tutti, a vario titolo, hanno ribadito la necessità di una manifestazione come questa nella nostra regione. Un evento necessario, che mette in rete imprese e progetti virtuosi, oggi più che mai attuali e necessari, e offre ai consumatori la possibilità di trovare prodotti e servizi buoni, certificati e che fanno bene a comunità e ambiente. Un vetrina importante per le realtà innovative, tipiche, sostenibili e di qualità dell’Umbria e che ospita anche molte aziende che arrivano dalle altre regioni italiane.

 

 

Anche in questa edizione 2022 gli organizzatori confermano la formula che vede per tre giorni all’interno dei padiglioni prodotti e contenuti, commercio ma anche cultura, laboratori e incontri e che si rivolge ai cittadini consumatori proponendo soluzioni sostenibili. In programma appuntamenti gratuiti tra convegni e momenti pratici per parlare e mostrare esperienze e modelli di sviluppo sostenibile, economia circolare, qualità e innovazione. In un unico spazio, culturale e commerciale, 140 stand con prodotti buoni e naturali divisi in 10 aree tematiche: dall’abbigliamento alla cosmesi, dai servizi al food, dall’arredamento al mondo dell’infanzia.

In tre giorni saranno oltre 150 i momenti gratuiti tra seminari, workshop, dibattiti, educazione e didattica, dimostrazioni, presentazioni, mostre, convegni, degustazioni, laboratori pratici, qualità della vita, benessere del corpo e della mente, un programma riservato alle famiglie e alle scuole.

Molte le sinergie e le adesioni confermate da parte di istituzioni e associazioni di categoria che saranno presenti in fiera. La Regione Umbria interverrà con alcuni progetti dedicati a sostenibilità, innovazione e agricoltura sostenibile. In particolare, ad aprire la fiera ci sarà una challenge, promossa da Sviluppumbria, presentata in conferenza da Michela Sciurpa, e Arpa Umbria, dedicata agli studenti delle scuole secondarie dell’Umbria per la presentazione di progetti di impresa riguardanti l’economia circolare, l’efficientamento energetico, la sostenibilità. Un’iniziativa concreta che prevede percorsi di formazioni di alto livello per le classi vincitrici. Sviluppumbria e l’Assessorato regionale allo Sviluppo economico e Innovazione (Michele Fioroni) saranno presenti in fiera anche con un’iniziativa volta alla promozione delle aziende innovative dell’Umbria. Momenti pensati per presentare esperienze di imprese e territori, in un’ottica di condivisione di modelli e processi virtuosi e innovativi. Presente in fiera anche uno spazio dedicato all’agricoltura sostenibile con l’Assessorato regionale alle Politiche agricole (Roberto Morroni) che incontra consumatori e imprese agricole per condividere azioni, opportunità e progetti. Cia Umbria interviene con una grande area pensata per dare spazio alle sua aziende eccellenti e per condividere con i consumatori progetti e modelli di filiera a tutela della qualità di prodotti e ambiente. Ci saranno anche aree informative e laboratoriali con un ricco programma di iniziative dedicato ai temi della cittadinanza, della salute, della finanza e dei servizi etici, dell’agricoltura sociale e biologica con Cittadinanzattiva, Società Nazionale di Mutuo Soccorso Cesare Pozzo, Banca Etica, Cesvol Umbria, La Semente, NaturaSì, UNC Umbria, VUS – Valle Umbra Servizi.

 

 

AREE SPECIALI 2022

– Economia carceraria

In fiera si potrà trovare un’intera area (con ben 10 realtà presenti che producono birra, caffè, dolci e tanto altro) dedicata alle imprese e alle cooperative che lavorano per offrire una “seconda opportunità”, quelle dell’Economia Carceraria.

-Hand Made

Spazio dedicato all’esposizione di prodotti fatti a mano, fra i migliori e i più originali del centro Italia. Artigiani, makers, piccoli brand, che attraverso l’uso di nuove tecnologie e delle proprie capacità manuali, sono riusciti a esprimere al meglio il proprio talento.

-Numinosa. Tra le proposte culturali ed espositive, questa edizione vede la presenza dell’Associazione culturale Numinosa, che presenta il primo Boot Camp del Benessere Olistico, un calendario non-stop di appuntamenti divulgativi teorici e pratici. Il Boot Camp vedrà la partecipazione di ospiti nazionali e internazionali che parleranno di alimentazione, filosofia, simbolismo, archetipi. Molti gli appuntamenti pratici per provare lo shiatsu, la riflessologia plantare, lo yoga e la meditazione.

LE AREE DELLA FIERA: tanti stand con prodotti dell’Abitare sostenibile, Buono da mangiare, Mobilità nuova, Ethical fashion, Cosmesi naturale e benessere, Viaggiare, Prodotti culturali e tempo libero, Servizi sostenibili, Pianeta dei piccoli, Cittadinanza e partecipazione.

Arpa Umbria torna a Fa’ la cosa giusta! Umbria partecipando non solo con uno spazio istituzionale nel quale i cittadini potranno conoscere meglio il lavoro di controllo/conoscenza al servizio di un ambiente pulito e salubre, ma anche raccogliendo la sfida di essere partner scientifici della manifestazione per poter approfondire i grandi temi dell’ecologia e dell’economia sostenibile. L’Agenzia terrà una serie di incontri rivolti agli studenti, il venerdì mattina, e diversi momenti informativi a carattere divulgativo rivolti ai cittadini durante la tre giorni di fiera. E Arpa Umbria sarà presente anche con Isola Prossima, il progetto artistico che dal 2021 porta avanti sull’isola Polvese in collaborazione con l’Associazione ART MONSTERS.

Una mostra di arte contemporanea nei padiglioni di Umbriafiere centrata su tre parole chiave: arte, ambiente, futuro. Cittadinanzattiva presenterà la Carta civica della Salute globale, 19 novembre, ore 11.30. La Carta civica della Salute globale nasce dall’esperienza della Carta europea dei diritti del malato, promossa da Cittadinanzattiva circa 20 anni fa, nella prospettiva dell’Agenda 2030 e della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo. Cesvol Umbria e Stargate: tre giorni di convegni, workshop e momenti di confronto tra studenti e imprenditori del territorio. Fa tappa anche a Fa’ la cosa giusta! il progetto Stargate – Passaggio al futuro, selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e coordinato da Cesvol Umbria.

 

 

Fa’ la cosa giusta! Umbria nasce da un’idea di Terre di mezzo Editore ed è organizzata da Fair Lab srls e dall’Associazione culturale Il Colibrì. Partner scientifico dell’iniziativa è Arpa Umbria; partner tecnico Umbriafiere Spa. L’evento è patrocinato dalla Regione Umbria, dal Comune di Perugia e dal Comune di Bastia Umbra. Fa’ la cosa giusta! Umbria è sostenuta e promossa da Cia Umbria e Cittadinanzattiva. Sponsor: Società Nazionale di Mutuo Soccorso Cesare Pozzo. Main partner della fiera: Banca Etica, Cesvol Umbria, Economia Carceraria, La Semente, NaturaSì, UNC Umbria, VUS – Valle Umbra Servizi.

 


Il programma completo delle iniziative è online sul sito falacosagiustaumbria.it

Bastia Umbra è un comune di circa 20.000 abitanti in provincia di Perugia, situato nella piana tra il capoluogo e Assisi, lungo le sponde del fiume Chiascio.

Insediamento di epoca romana, Bastia Umbra era originariamente denominato Insula Romanaisola romana – essendo circondato come un’isola dalle acque di un lago. In seguito al prosciugamento di qust’ultimo, la città cominciò a essere fortificata con la creazione di grosse mura e bastioni, da cui deriva il nome attuale. Del suo passato di importante borgo medievale vi è la testimonianza di Porta Sant’Angelo. Risalente al XIII secolo e rivolta verso ovest è, tra le porte dell’antico borgo, quella meglio conservata. Nella parte superiore alla volta sono visibili due fenditure laterali, nelle quali venivano inseriti i meccanismi di manovra del ponte levatoio. Attorno alla città era infatti presente un fossato, alimentato dal fiume Chiascio, che venne interrato nei primi decenni del Novecento.

 

Chiesa di San Michele Arcangelo

Entrando nel borgo attraverso Porta Sant’Angelo ci si ritrova di fronte alla Chiesa di Sant’Angelo. Chiesa più antica della città, venne riedificata nel XV secolo nella zona precedentemente occupata da un altro edificio di culto dedicato a San Michele Arcangelo. La facciata a capanna è stata realizzata con la pietra rosa e bianca del Monte Subasio. Attualmente la chiesa è sconsacrata ed è stata riconvertita in un auditorium.
Procedendo a sinistra verso Piazza Umberto I si arriva alla Rocca Baglionesca, testimonianza del passato medievale di Bastia, a lungo contesa tra Assisi e Perugia, le quali si sono alternate il dominio sulla città fino all’annessione allo Stato Pontificio nel 1580. La Rocca venne edificata nel 1431 dalla famiglia perugina dei Baglioni che ne fece la sua dimora durante gli anni di governo della città. Sotto lo Stato Pontificio venne poi, nel XVII secolo, trasformata in un convento benedettino femminile.
Nei pressi della Rocca, in Piazza Giuseppe Mazzini, sono presenti due importanti chiese della città, la Chiesa Parrocchiale di San Michele Arcangelo e la Chiesa Collegiata di Santa Croce. La Chiesa di San Michele Arcangelo è stata edificata tra il 1955 e il 1962, su progetto dell’architetto perugino Antonio Bindelli. La facciata a capanna è realizzata con lastre di pietra a corsi regolari ed è composta nella parte superiore da un rosone con dieci nicchie sottostanti e, nella parte inferiore, da un portico a sette arcate leggermente rialzato dalla piazza. Mentre l’interno, a pianta basilicale a tre navate, presenta il presbiterio rialzato rispetto alle navate e un’abside decorata con vetrate colorate raffiguranti le Storie di San Michele Arcangelo. Adiacente alla Chiesa di San Michele Arcangelo vi è la Chiesa Collegiata di Santa Croce. Venne edificata nel 1295 dall’ordine francescano e realizzata con la pietra bianca e rosa del Monte Subasio. L’interno presenta una pianta a croce latina e dipinti murali a tempera a opera dell’artista perugino Domenico Bruschi.
Fuori dalle mura cittadine è situata l’Abbazia di San Paolo della Abbadesse. La notorietà della chiesa è correlata alla storia di Santa Chiara. Si narra che la Santa, dopo essere fuggita dalla famiglia per seguire gli insegnamenti di San Francesco, sia stata portata dal Santo proprio in questa chiesa. Costruita nell’XI secolo è stata per alcuni secoli adibita a convento benedettino, fino a quando venne quasi totalmente distrutto dai perugini nel 1389. L’unico elemento rimasto intatto è la chiesa, attorno alla quale nel 1862 venne costruito il cimitero comunale, che funge oggi da cappella del cimitero.

 

Rocca baglionesca, foto di Enrico Mezzasoma

 

A unire le due parti della città, vi è il ponte sul fiume Chiascio. Voluto da Papa Paolo III Farnese, è stato realizzato sulla confluenza del torrente Tescio nel fiume Chiascio tra il 1546 e il 1548 su progetto dell’architetto perugino Galeazzo Alessi. I sostegni delle tre arcate sono stati decorati da due oculi che contengono le insegne raffiguranti Papa Paolo III e Papa Gregorio XIII, che lo ha rinforzato tra il 1579 e il 1581. Da non perdere la piccola Chiesa di San Rocco. Situata all’angolo tra via Roma e via Veneto, venne edificata nel XVI secolo come ex voto dagli abitanti del paese, grati al Santo per aver preservato la città di Bastia dalla pestilenza. Ogni anno, il 16 agosto, si svolge la festa dedicata al Santo e si porta in processione una statua lignea raffigurante San Rocco, realizzata dal Mastro di Magione.
Curiosità: la campagna attorno Bastia è fin dall’Ottocento luogo di ritrovo e di scambio per commercianti di tutto il centro Italia. L’attività fieristica si è andata consolidandosi nel corso del XX secolo, fino all’edificazione di un centro fieristico e alla creazione dell’ente Umbriafiere S.p.A.

 


Per saperne di più su Bastia Umbra

L’attrice di Foligno promuove la regione negli Usa, dove vive dal 2012. Da poco ha recitato nell’ultimo film di Pupi Avati e con nostalgia racconta la sua amicizia con Ivana Trump.

Eleonora Pieroni

La potremmo definire la nostra italiana in America, anche se è ben lontana dal personaggio di Alberto Sordi nel film del 1967. Eleonora Pieroni infatti è un’attrice, modella e presentatrice nata a Foligno, da cui è scappata a 20 anni per rincorre il sogno americano – e ce l’ha fatta – e ora si trova dopo 10 anni a essere il volto dell’Umbria e dell’Italia negli USA, la Madrina internazionale della Quintana di Foligno e la Madrina dei Borghi più Belli d’Italia per la nostra regione. «Alla fine tutto torna, sapevo che prima o poi avrei amato e promosso l’Umbria. A 20 anni mi stava stretta, dovevo e volevo fare un mio percorso» ci dice durante una lunga chiacchierata via zoom dalla sua casa di New York. Nonostante le bizze dalla connessione – Perugia-New York non sono proprio vicine – abbiamo parlato di tante cose. Non solo di Umbria, ma anche di progetti passati e futuri e della grande amicizia che aveva con Ivana Trump. Ne parla con un filo di commozione: «Era la mia mamma americana. Rimarrà sempre nel mio cuore. Sogno di essere come Ivana un giorno, di riuscire a fare anche solo la metà delle cose che ha fatto lei». 

 

Eleonora qual è il suo rapporto con l’Umbria, visto che dal 2012 vive negli Stati Uniti?

Ho lasciato l’Umbria e Foligno 10 anni fa perché in quel momento odiavo questi luoghi, non mi vergogno a dirlo. L’Umbria non mi permetteva di raggiungere i miei obiettivi, di arrivare dove volevo, in primis nel mondo della moda e dello spettacolo. Dicevo sempre: «L’Umbria è bellissima e si vive bene, ma è una regione per vecchi». Il mio sogno si poteva realizzare solo tra Roma e Milano, avevo paura di restare intrappolata qui. A 20 anni non apprezzavo la mia regione; ha iniziato a mancarmi quando sono andata a fare la modella a Miami: lì era tutto meraviglioso però sentivo la nostalgia delle mie origini. Devo dire che l’amore per l’Umbria è venuto crescendo.

Quindi è un amore nato con il tempo…

Sì. Oggi se chiudo gli occhi e mi immagino un posto dove stare serena e tranquilla sicuramente è un prato, dove guardare il cielo, nella campagna umbra. Per ritrovare in qualche modo questo, ogni giorno vado a fare una passeggiata a Central Park: ho proprio il bisogno di stare in mezzo al verde, agli alberi e alla natura. A casa mia a New York c’è Umbria dappertutto, ci sono dei paesaggi verdi, ho sempre una piantina di basilico o di aloe a portata in mano, e nella credenza tengo le lenticchie di Castelluccio, che considero l’elisir di lunga vita. E proprio in America è partito il desiderio di raccontare le mie origini, di raccontare la Quintana, di raccontare Foligno e l’Umbria. 

Come si parte da Foligno alla volta degli Stati Uniti?

Si parte con tantissima paura, con tanto coraggio, adrenalina, un pizzico di pazzia e con una dose incredibile di ambizione. Ho avuto la visione di vedere me stessa proiettata nel mondo che volevo e questo mi ha spinto a partire. Inoltre, fondamentale è saper prendere il treno che passa in quel momento.

Il suo treno quand’è passato?

È passato una mattina mentre ero a scuola a Spoleto come maestra di sostegno: mi ero appena laureata e avevo accettato un incarico a tempo determinato, soprattutto per la gioia dei miei genitori. Era un periodo un po’ particolare della mia vita e dopo tanti anni in giro per l’Europa come modella, il lavoro a scuola era il coronamento dei miei anni di studio e poi, volevo vivere il mestiere dell’insegnante, che devo dire, è uno dei più belli al mondo. Era novembre e a metà mattina mi è arrivata una telefonata: «Pronto Eleonora ricordi quel meeting? Ti hanno scelta come modella per un progetto a Miami! Devi partire tra 20 giorni! Pronto Ele ci sei? Sei ancora lì?». Sono rimasta in silenzio per 3 minuti poi ho balbettato: «Wow grazie, ma ci devo pensare». Ero frastornata e mi confidai coi miei colleghi, in primis col maestro Francesco. È stato lui a dirmi che dovevo prendere al volo quel treno e che se non lavessi preso lui stesso mi avrebbe cacciato a calci nel sedere dalla porta. E così fu! Devo dire però che sono stati diversi i fattori che si sono allineati come sostiene la legge dell’attrazione dell’universo che è la mia filosofia di vita. Tutto è iniziato a 15 anni quando ho iniziato a sfilare per grandi marchi nazionali e internazionali tra cui: Ferragamo, Scervino, Roberto Cavalli, Cruciani, Brunello Cucinelli e Fendi che era prodotta dall’azienda Roscini a Spello. In contemporanea mi sono laureata all’Università in Scienze della Formazione con specialistica in psicologia – la mia famiglia, molto tradizionalista, ci teneva che mi laureassi – e ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo tra Roma e Milano. Non mi fermavo mai. Ho sempre perseguito con passione e grande determinazione i miei obiettivi: volevo sfilare e raggiungere la moda a livelli internazionali. Volevo che la mia esistenza avesse un significato al di là dei confini nazionali, o nella moda o nello spettacolo, ma questo volevo! Alla proposta di Miami ho saltato dalla gioia perché era il mio sogno, però allo stesso tempo avevo anche tanta paura: era la mia grande occasione quindi ho preso e sono partita, sono rimasta in Florida anche dopo che il progetto era terminato e da lì tante altre nuove conoscenze e opportunità sono arrivate, tra cui l’uomo della mia vita, Domenico.

Modella, attrice, presentatrice e anche cantante: qual è il lavoro che preferisce?

Quello che mi dà più soddisfazione è sicuramente il cinema, ma anche la conduzione. Sono due parti del mio lavoro che mi piacciono tantissimo. La modella fa parte di un periodo importante della mia vita che mi ha dato tante soddisfazioni… tutto è iniziato lì. Per quanto riguarda la musica, non mi definisco una cantante: ho inciso la canzone Volare perché rientra un po’ nell’immaginario dell’italiano in America, è stato un gioco, incentivata da un produttore italiano.

Ci racconti…

Nel 2016 a Miami e a New York iniziavo a essere riconosciuta agli eventi e ai party del jet set americano, era il momento in cui iniziavo a condurre i primi Festival, ero identificata come la bella italiana in America. Ricordo che a una festa di italo-americani iniziai a ballare il mambo emulando Sofia Loren e così da lì si è creato il cliché di Elleonora Lora the Italian beauty (gli americani non pronunciano bene il mio nome). L’idea di Volare è stata lanciata da un amico produttore musicale italiano e da mio marito Domenico Vacca, che è il mio mentore e una grande fucina di idee, poi è stata post prodotta da Ben DJ e distribuita da un’etichetta di Las Vegas.  

 

Eleonora Pieroni durante la Quintana di Foligno

È Ambasciatrice d’arte Made in Italy e della cultura italiana negli Stati Uniti per aver portato una delegazione della Quintana a sfilare a New York in occasione del Columbus Day del 2017…

È un titolo che mi è stato conferito dal sindaco di New York, Eric Leroy Adams ed è collegato a quest’evento del 2017 e anche all’evento di promozione della regione Puglia, che è la mia seconda terra, avvenuto nel 2018. Non lo devo dire io, però credo che non ci siano altri personaggi che si sono così impegnati a promuovere l’Umbria all’estero; ho fatto e faccio una promozione volontaria voluta e ideata da me. Il mio obiettivo è quello di raccontare agli americani la mia terra, Foligno e la Quintana. 

Ora è anche madrina dei Borghi più Belli d’Italia per la regione Umbria, lei che dai borghi in qualche modo è scappata. È una bella coincidenza…

È verissimo. La vita è un circolo e secondo la legge dell’universo se tu visualizzi delle cose alla fine le attiri. Io avevo visualizzato il mio ritorno in Umbria, me lo aveva predetto anche un veggente, perché, diciamoci la verità, ci si sta bene, ma volevo tornare dopo aver fatto un mio percorso. È il suggerimento che do a tutti i giovani. Comunque sono felicissima di questa nomina perché richiama un po’ la mia natura e stiamo lavorando a dei progetti molto interessanti dedicati anche al turismo di ritorno, ossia invitando gli italiani che vivono fuori Italia (più di 80 milioni) a riscoprire i borghi e le loro città natali ormai dimenticate. In pratica promuovere un turismo sostenibile e delle proprie radici.

Da occhio umbro ma che vive all’estero: c’è qualcosa che manca alla regione e ai suoi borghi per fare quel passo in più e diventare famosa come la Toscana?

In realtà c’è quasi tutto, vanno migliorate solo alcune cose, come ad esempio le infrastrutture, i collegamenti ferroviari e alcuni servizi. Inoltre, andrebbero più approfonditi il marketing e la comunicazione per il turismo. Qualcosa si sta muovendo – Paola Agabiti e la presidente Donatella Tesei stanno facendo un ottimo lavoro – è stato creato anche un nuovo logo, ma occorre una visione più internazionale per puntare sul turismo di lusso che cerca sempre posti esclusivi e di nicchia. Non solo per i clienti italiani, ma anche provenienti dall’estero, per questo già anni fa avevo puntato sull’Umbria poiché è come una piccola Svizzera con paesaggi bellissimi e una qualità della vita altissima, l’evento della Quintana a NY è stato in fondo un evento precursore del turismo delle radici. A proposito del turismo delle radici e del ritorno, ti anticipo che il 2024 sarà l’anno del turismo del ritorno.

Parliamo ora del suo ultimo film “Dante” di Pupi Avati dove interpreta una suora: le scene del suo personaggio sono state girate proprio a Foligno. È stato emozionante?

Assolutamente sì. È stata una grande gioia. Pensa al caso: sono scappata da Foligno e poi a distanza di anni la vita mi ha portato a girare un film proprio lì, a Palazzo Trinci. Sono la suora che accompagna Dante a incontrare Papa Bonifacio VIII. È stato un piccolo ruolo che però mi ha dato grande gioia, perché è una partecipazione in un film importante che rimarrà nella storia, diretto da un maestro del cinema come Pupi Avati e che racconta la Divina Commedia e Dante Alighieri, due capisaldi della letteratura italiana. È stata una grande esperienza, abbiamo girato molto in Umbria, il 90% delle scene sono ambientate tra Foligno, Bevagna, Perugia, Spoleto e tanti borghi dell’Umbria. Inoltre, è stato bello aver rincontrato il costume designer Andrea Sorrentino e Sergio Castellitto, che avevo premiato durante il Festival Italy on screen Today che ho condotto a New York qualche anno fa.

Ce l’ha un aneddoto su Pupi Avati da raccontare?  

La prima volta che l’ho incontrato sono rimasta sbalordita perché nel suo ufficio ha appesa la bandiera americana e sulla scrivania tiene la fotografia della sua casa americana. Era destino. Poi durante un meeting mi disse: «Andiamo a girare in Umbria e mi dicono che tu sei la madrina dell’Umbria e che la rappresenti anche in America». Insomma, è stato molto carino ed è stato per me una fonte di saggezza da cui imparare.

Come si descriverebbe in tre parole?

Sensibile, generosa e solare: amo la vita in tutte le sue sfumature!

Ha dei progetti in cantiere?

Ne ho diversi, sia nel cinema sia per quanto riguarda il mio ruolo di Ambasciatrice dei Borghi italiani. Come dicevo prima ci sono in campo progetti culturali che puntano sul turismo di ritorno e sulla promozione dei Borghi più belli d’Italia e li sto seguendo per quanto riguarda i due mondi: Italia e America. A gennaio 2023 a New York riceverò una nomina molto importante dalla CIM-Confederazione italiani nel mondo.

 

La Quintana a New York

Ha ancora il sogno nel cassetto di aprire una masseria?

Sì, ce l’ho ancora. Vedo che si è informata bene su di me! (ride). Per ora ho comprato una masseria in Puglia e ho iniziato a fare dei lavori di ristrutturazione, a Trani invece stiamo realizzando un hotel di lusso. Sto mettendo in atto il turismo di ritorno anche nella mia vita! Vorrei anche un agriturismo in Umbria dove fare il vino, l’olio, il miele e i prodotti naturali che a me piacciono tanto.

Non posso non chiederle di Ivana Trump: com’è nata la vostra amicizia? 

La incontrai per la prima volta a Saint Tropez. Poi la vera conoscenza avvenne durante una cena a Miami alla quale andai con mio marito Domenico Vacca. Domenico è stato il suo stilista personale per anni, ed erano legati da una grande amicizia; pensa che tutte le foto che si trovano di Ivana sul web sono quelle in cui indossa i tailleur coloratissimi di Domenico. Teneva molto a farmi conoscere Ivana perché voleva in qualche modo la sua approvazione. Da quel momento abbiamo iniziato a frequentarci.

Cosa ha rappresentato per lei?

Per me Ivana è stata veramente tanto importante. Era una fonte d’ispirazione e di grande motivazione. La guardavo e pensavo: «Voglio essere come lei». È stata la mia mamma americana nei momenti di solitudine e quando ancora non conoscevo nessuno a New York, lei c’era sempre. Non era solo una donna bellissima, ma anche una donna rigorosa, intelligente, una businesswoman, una campionessa di sci; ha scritto tre libri, aveva una sua linea di moda e degli alberghi col marito Donald Trump. Una vera icona degli anni 80.

Cosa facevate insieme?

Pranzavamo insieme almeno una volta alla settimana da Cipriani, il ristorante vicino a Central Park. Ci incontravamo a casa sua, facevamo una passeggiata e andavamo a pranzo insieme e poi la riaccompagnavo. Questa era la nostra routine. Stavamo ore e ore a parlare, io spesso prendevo appunti, ho un diario dove conservo tutti i suoi consigli e le sue frasi. Quando penso a lei mi si scatena un turbinio di emozioni, giusto qualche giorno fa mentre sistemavo la casa ho ritrovato delle foto e, sotto le note alla radio di Franck Sinatra, sono scoppiata in un pianto ininterrotto, mi fa tanto male pensare che non ci sia più, ha creato in me una rottura incredibile, mi aveva promesso tante cose, avrebbe dovuto essere presente a tanti nostri momenti belli. Ivana rimarrà sempre nel mio cuore, e se lascerò un segno nella storia di New York sarà anche grazie a lei.

Quattro giorni all’insegna dell’arte, con oltre 15.000 opere in mostra su 28.000 mq di superficie, la partecipazione di oltre 300 espositori e una media di 26.000 visitatori per anno, in uno dei distretti fieristici più produttivi d’Europa dalla forte risonanza nazionale e internazionale.

 

 

ArtePadova non è solo un importante palcoscenico per artisti affermati o che si stanno affermando, ma anche per talenti emergenti che saranno presenti nella sezione Contemporary Art Talent Show, riservata a gallerie, associazioni, artisti indipendenti e collettivi che presentino opere d’arte dal costo inferiore ai 5000 euro, arricchita i due premi dedicati alle migliori opere d’arte accessibile: il Premio C.A.T.  e il Premio Banca Mediolanum, che confermano ancora una volta il primato di ArtePadova nella promozione del domani dell’arte. Glia artisti umbri presenti sono: Giuliana Baldoni, Silvana Bompadre, Massimo Capezzali, Donatella Chiocchi, Filomena Reale, Luciano Vetturini. Voluti con forte interesse alla mostra mercato Internazionale Arte Padova scelti dal critico e storico dell’arte professoressa Mattea Micello.

 


Per maggiori informazioni

«Come sempre sto lavorando alla pittura ma anche a dei progetti paralleli, forse è più esatto dire intrecciati, in cui le riflessioni sullo spazio, sul tempo, sulla natura della visione vengono assunte anche attraverso le istallazioni, la scultura, la scrittura».

Fog olio e bitume su tela

Danilo Fiorucci è nato a Perugia dove vive e lavora. Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia con i docenti Nuvolo, Antonio Gatto, Bruno Corà e Aldo Iori. Nel 1989 ha fondato l’Associazione Arti Visive Trebisonda insieme a Moreno Barboni, Lucilla Ragni e Robert Lang. Intraprende poi un’intensa attività espositiva e organizzativa con mostre in Italia, Germania, Stati Uniti e Israele tra cui ricordiamo: Premio del Golfo 2006 Biennale Europea Arti Visive Camec La Spezia; XV Quadriennale di Roma Palazzo delle Esposizioni; Stemperando Biennale di pittura su carta Biblioteca Nazionale di Roma e Padiglione Italia Biennale di Venezia, Sala Nervi, Torino. Oggi collabora alla realizzazione di numerose esposizioni curate dall’Associazione Trebisonda presso l’omonimo centro per l’arte contemporanea.

I suoi dipinti sono evanescenti ed eterei, dalle pennellate fluide e veloci. Qual è stata la spinta che l’ha avvicinata al mondo dell’arte?

È difficile rintracciare un momento preciso. Non c’è dubbio che la mia infanzia – e credo valga per tutti – era pervasa da questa capacità di costruire mondi, attribuire alle cose una propria vita, una inesauribile spinta generatrice; poi c’è stato l’incontro con il colore, il segno, la forma. Da questa condizione iniziale è scaturita una curiosità inesauribile nei confronti dell’arte, un assorbimento continuo d’immagini, di storia, di pensiero; successivamente la formazione e l’incontro con compagni sodali con cui scambiare e confrontarsi.

Nelle sue opere è spesso presente il colore nero, il bitume corposo degli sfondi che guida costantemente lo sguardo nella profondità, in cui la luce è la forza generatrice. Ci racconta come nascono le sue opere?

La mia pratica nella pittura, fiume sotterraneo e continuo, si muove da un’originaria necessità di evidenziare la profondità dello sguardo. I primi lavori apparentemente monocromi erano ottenuti da un susseguirsi di velature per produrre addensamenti e punti di luce; una visione in immersione, ho cercato di essere dentro la pittura e non di fronte superando il modello prospettico. Questa modalità è andata avanti per anni, lo scarto è avvenuto ribaltando il processo, partendo quindi da una oscurità abissale (progetto cosmico) per rintracciare la luce originaria. Tecnicamente il lavoro procede sempre per velature e sovrapposizioni che producono non solo spazio ma temporalità.

 

Lo spazio assente

Se posso chiederlo, a cosa sta lavorando in questo periodo?

Come sempre sto lavorando alla pittura ma anche a dei progetti paralleli, forse è più esatto dire intrecciati, in cui le riflessioni sullo spazio, sul tempo, sulla natura della visione vengono assunte anche attraverso le istallazioni, la scultura, la scrittura. Sto sviluppando per esempio un progetto, Lo Spazio assente, che ragiona sul vuoto, sulla centralità di questa tematica nell’arte contemporanea. Credo di aver aperto il vaso di Pandora tali e tante sono le direzioni percorribili…

Vorrei concludere chiedendole di lasciarci con una parola su cui meditare, che per lei rappresenti il connubio tra la sua arte e l’Umbria.

Se tra queste colline intermedie tra Toscana, Umbria e Marche è nato il Rinascimento credo che la parola giusta sia armonia.

«Avevo l’opportunità di lavorare in Inghilterra, ma uno dei motivi che mi ha spinto a tornare è stato il legame che ho con l’Umbria».

«Nemo propheta in patria, per me non vale». Scherza così il professor Brunangelo Falini – ex direttore (in pensione dallo scorso anno per limite d’età) della Struttura Complessa di Ematologia e Trapianto di Midollo Osseo dell’Azienda ospedaliera di Perugia e Professore Ordinario di Ematologia dell’Università degli Studi di Perugia – che tra i tanti premi e riconoscimenti ricevuti per le sue attività di ricerca vanta anche i Sigilli della Città di Perugia e l’iscrizione nell’Albo d’oro del Comune.

Professor Brunangelo Falini

Ematologo e ricercatore di fama mondiale, con il suo importante lavoro ha fatto numerose scoperte nel campo degli anticorpi monoclonali per scopi diagnostici e terapeutici, oltre agli studi genomici sulla leucemia acuta mieloide (LAM) e leucemia a cellule capellute (HCL). Le sue ricerche sulle mutazioni di NPM1 nell’AML e BRAF-V600E nell’HCL hanno identificato nuovi meccanismi di leucemogenesi e hanno portato a un miglioramento della diagnosi, del monitoraggio molecolare e della terapia di queste neoplasie ematologiche. Ma non finisce qui. Come lui stesso ci ha raccontato ancora ha in piedi vari dei progetti ai quali sta lavorando con un gruppo di giovani ricercatori. Per tutto questo il professor Falini ha ricevuto numerosi e importanti premi internazionali: il Josè Carreras Award (il massimo riconoscimento in ematologia in Europa), il Karl Lennert Medal (prestigioso riconoscimento mondiale per la patologia dei tumori del sangue) e il Prize for Excellence in Medicine dell’American Italian Cancer Foundation (AICF), l’Henry Stratton Medal, dell’American Society of Hematology (ASH) uno dei riconoscimenti più prestigiosi al mondo nel campo delle malattie ematologiche, il Premio Celgene 2017 alla carriera per la ricerca clinica in ematologia e il Premio del Presidente della Repubblica Italiana, dell’Accademia Nazionale dei Lincei. E questi sono solo alcuni!

Professore, la prima domanda è d’obbligo: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

È un rapporto strettissimo, tant’è vero che, quando lavoravo a Oxford nei primi anni Ottanta, ho avuto l’opportunità di rimanere in Inghilterra, ma uno dei motivi che mi ha spinto a tornare è stato proprio il legame con la mia terra.

Chi è il professor Falini quando toglie il camice?

Sono una persona normale, come sono una persona normale quando ho il camice. Mi piace lo sport, nel tempo libero pratico sci, tennis e nuoto. Inoltre sono un amante dell’arte: amo molto la pittura e la scultura.

Dipinge?

No, ma mi piacciono i quadri e cerco di acquistarli quando ne trovo qualcuno interessante.

Ora è in pensione per quanto riguarda l’azienda ospedaliera, però ancora non ha abbandonato la ricerca…

Per limiti d’età ho dovuto lasciare le mie responsabilità dal punto di vista assistenziale. Non sono più un medico di corsia, però ho un contratto con l’Università di Perugia e sono titolare di alcuni progetti di ricerca e lavoro all’interno del CREO (Centro di Ricerca Emato-Oncologico) con un gruppo di giovani ricercatori.

Su cosa state lavorando?

In questo momento stiamo coinvolti in vari progetti: continuiamo lo studio della mutazione del gene NPM1 nella leucemia acuta mieloide per quanto riguarda i meccanismi molecolari che stanno alla base della trasformazione leucemica. Ci stiamo anche occupando dell’identificazione di nuovi farmaci intelligenti che vadano a interferire con la mutazione di NPM1. Un altro progetto riguarda le cellule CAR-T: sono cellule del sistema immunitario che vengono prelevate dal paziente per essere ingegnerizzate, cioè armate con tecniche molecolari in modo da esprimere una molecola di superficie in grado di riconoscere le cellule tumorali e attaccarle. Una volta completato il processo di ingegnerizzazione, le cellule vengono reinfuse nel paziente così che possano espletare la loro funzione antitumorale. Si tratta di una delle terapie più avanzate disponibili al momento contro i tumori ematologici, specialmente i linfomi B aggressivi e alcune forme di leucemia acuta linfoblastica.

Qual è la scoperta di cui va più fiero? Quella che è stata una vera svolta…

Il punto di svolta c’è stato nel 2005, quando il gruppo da me coordinato ha scoperto la mutazione del gene NPM1 detto anche gene della Nucleofosmina di cui parlavo prima. È l’alterazione genetica più frequente nell’ambito delle leucemie acute mieloidi, che sono la forma che colpisce di più l’adulto. Questa scoperta ha avuto una rilevanza incredibile, sia dal punto di vista biologico che clinico. Basti pensare che, proprio partendo da questa scoperta, siamo riusciti a mettere a punto un test genetico che permette di monitorare il paziente dopo la terapia e di valutare quante cellule leucemiche residue sono rimaste dopo il trattamento chemioterapico o dopo il trapianto con una sensibilità che è circa un milione di volte superiore alla semplice osservazione al microscopio. Questo ci permette di prevedere non soltanto se il paziente guarirà, ma, in caso di recidiva, anche di intervenire tempestivamente dal punto di vista terapeutico, prima che la malattia si manifesti nuovamente.

A che punto è la ricerca in Italia per quanto riguarda i tumori?

L’Italia soffre da decenni della mancanza di finanziamenti da parte delle istituzioni pubbliche e di enti governativi, tant’è vero che il PIL dedicato alla ricerca è circa la metà di quello della Germania, per non parlare di quello della Cina che è cinque volte tanto. Fortunatamente ci sono delle organizzazioni e degli enti di solidarietà come l’Associazione Italiana della Ricerca contro il Cancro (AIRC) – per quanto riguarda in nostro territorio – il Comitato Chianelli che finanziano più dell’80% della nostra attività o l’AULL; usufruiamo anche di fondi della Comunità Europea (grant ERC). La situazione italiana non cambia da decenni e non sono sicuro che cambi nemmeno con il piano PNRR se i soldi non verranno distribuiti in maniera razionale e secondo criteri meritocratici.

Ha mai pensato di mollare?

I momenti di sconforto e le sconfitte esistono per tutti, però ho sempre cercato di convertirli in carica per portare avanti le cose, tant’è vero che alcune scoperte importanti che ho fatto sono state precedute proprio da una sconfitta. Per cui, non sempre la sconfitta fa male. Non bisogna scoraggiarsi, lo dico sempre anche alle mie figlie, occorre armarsi e andare avanti.

Da ragazzo sognava di fare questo lavoro?

Fin da giovane ho sempre avuto passione per la ricerca, mi è venuto naturale fare questo lavoro, come naturale è stato collegare l’attività di laboratorio con l’attività clinica. In particolare, mi sono sempre dedicato alla ricerca traslazionale che potesse avere delle ricadute pratiche per i pazienti. Ecco, questa è una caratteristica centrale del mio lavoro.

Tra le due quale ha preferito, la corsia o il laboratorio?

Entrambe. Come dicevo, c’è sempre stata una sinergia tra le due attività: in corsia ho imparato cose che ho utilizzato in laboratorio e viceversa. I pazienti mi hanno insegnato ciò che mi è servito anche nella mia attività di ricerca, per cui c’è sempre stato uno scambio tra questi i due mondi.

 

Il Professor Falini riceve l’Henry Stratton Medal

Grazie al suo lavoro ha ricevuto tantissimi riconoscimenti: qual è il premio al quale tiene di più?

Ce ne sono un paio a cui sono particolarmente affezionato. Uno è l’Henry Stratton Medal, che mi ha assegnato l’American Society of Hematology ed è uno dei maggiori riconoscimenti a livello internazionale; un altro è il Leopold Griffuel dell’Associazione Francese per la Ricerca sul Cancro che è il premio europeo più importante in questo settore.

È anche Cavaliere di Gran Croce…

Si, anche questo riconoscimento, che mi ha conferito il Presidente della Repubblica, mi ha fatto molto piacere.

Ha anche i Sigilli della Città di Perugia ed è iscritto nell’Albo d’oro del Comune di Perugia: i massimi riconoscimenti per un perugino…

Sì, ho avuto entrambi ed è stato un onore. Direi che nemo propheta in patria per me fondamentalmente non vale.

Insomma, le manca solo il Premio Nobel. Ci ha mai pensato?

Ora non esageriamo! (ride) Mi accontento di quello che ho ricevuto. Nel mio ramo – l’ematologia – ho portato a casa i maggiori riconoscimenti che ci sono.

Da poco migliaia di ragazzi hanno fatto il test per entrare alla Facoltà di Medicina: che consiglio darebbe per affrontare la carriera universitaria e poi quella medica?

Quello che consiglio a un giovane, sia che scelga la strada del ricercatore o sia che scelga quella del medico, è di fare il proprio lavoro con passione e dedizione, altrimenti le cose non riescono come dovrebbero. Fondamentale è mettere dentro qualcosa di proprio, essere innovativi, perché non è detto che quello che viene insegnato sia sempre giusto. È importante abituarsi a pensare in maniera critica, sia nell’attività di corsia sia in quella di ricerca, perché aiuta a crescere. Una parte importante di questo percorso è anche fare un’esperienza all’estero, perché apre la mente – almeno per me è stato così. Tutto questo, combinato insieme è la migliore ricetta per aspirare a diventare, una persona, un medico e un ricercatore di alto livello.

Il 24 settembre comincia la seconda edizione di “Orvieto, Città del Gusto, dell’Arte e del Lavoro”, evento promosso da Fondazione Cotarella e Consorzio Orvieto Way of Life, realizzato con il contributo del Gal Trasimeno Orvietano e con il Patrocinio del Comune di Orvieto, che prevede cene con chef stellati, meeting di approfondimento e di assaggio con prodotti e vini del territorio, workshop, incontri sul tema dell’alimentazione, passeggiate culturali ed enogastronomiche, mostre dedicate all’arte del merletto e della ceramica, immersi tra le mura di Orvieto e la natura umbra.

È stata presentata la seconda edizione di Orvieto, Città del Gusto, dell’Arte e del Lavoro che avrà luogo dal 24 settembre al 2 ottobre, un omaggio al Rinascimento Umbro dove la bellezza incontra l’enogastronomia e il mondo del lavoro. Momento clou di questa edizione sarà il primo weekend di ottobre che vedrà tre convegni e le passeggiate gastronomiche tra le vie medievali della città dove si potranno gustare piatti tipici e vini del territorio. Presenti sul palco istituzioni e partner dell’evento che hanno evidenziato la necessità di raccontare non solo la città di Orvieto, ma tutta l’Umbria con le sue tante bellezze artistiche ed enogastronomiche. L’obiettivo della manifestazione è voler diventare un punto di riferimento per la politica, le imprese, le istituzioni che devono fare sistema e creare sinergie per valorizzare il territorio in tutte le sue forme e sfaccettature.

 

 

Questa Regione infatti ha dato i natali ad artisti del calibro di Bernardino Pinturicchio, Raffaello Sanzio (urbinate di nascita ma umbro di formazione), Pietro Perugino e Luca Signorelli. È proprio di questi ultimi che Orvieto e la Regione Umbria vogliono festeggiare i 500 anni dalla loro morte, che si celebrerà nel 2023.

La presentazione è stata aperta da Dominga Cotarella, founder, insieme alle sorelle Marta ed Enrica di Fondazione Cotarella, e Giuseppe Santi, presidente del Consorzio Orvieto Way of Life e Confcommercio Orvieto. Quest’ultimo ha sottolineato «l’importanza di avere idee chiare e fare squadra per creare un sistema dove le esigenze delle imprese e le scelte di chi amministra siano sinergiche e orientate allo sviluppo dei nostri territori. Uno dei pilastri della manifestazione sarà la passeggiata enogastronomica per le vie e piazze della nostra Orvieto, lungo le quali oltre a degustare le nostre eccellenze, sarà possibile percepire il totale coinvolgimento dei giovani grazie all’importante collaborazione con l’istituto per l’istruzione superiore artistica, classica e professionale della nostra città». Dominga Cotarella ha proseguito evidenziando come «la bellezza non sia sufficiente per promuovere un territorio dall’enorme potenziale di cui ancora non si ha piena consapevolezza. Sono sempre più convinta che si debba lavorare sul territorio e con il territorio. Non esiste niente di più redditizio che vivere il territorio come una risorsa a cui prestare estrema attenzione, creando un rapporto di complicità e sinergia con le imprese e contribuendo a rafforzare il genius loci». Una premessa condivisa dall’importante parterre di relatori, moderati dal giornalista televisivo Bruno Vespa, che hanno fornito molti spunti interessanti.

 

 

La città, dotata di un patrimonio storico ed artistico unico nel suo genere, sarà la protagonista dell’evento, come ha spiegato la sindaca di Orvieto, Roberta Tardani. «Ho sostenuto con entusiasmo questa iniziativa, che coniuga le ricchezze storico, artistiche e culturali di Orvieto con quella della nostra tavola, che rappresenta senza dubbio uno dei punti di forza della nostra città, che nella cucina e nei prodotti tipici trova un grande veicolo di promozione. Particolarmente importante aver inserito nel programma i temi della sana alimentazione e soprattutto del lavoro e della formazione. Conosciamo i problemi dei nostri operatori che faticano a trovare personale adeguato e preparato e sappiamo quanto sia importante la formazione e gli investimenti dei privati per elevare la qualità dell’accoglienza sul nostro territorio e quindi puntare anche a un turismo di qualità. Questo progetto sarà importante anche per la candidatura di Orvieto a Capitale italiana della cultura per il 2025».

«La Bellezza nella Bellezza» spiega Francesca Caproni, Direttore Gal Trasimeno Orvietano che ha anche sottolineato che «una delle motivazioni che ci ha spinto con fierezza a sostenere questa edizione è la capacità di portare la manifestazione anche oltre i confini locali, coinvolgendo il pubblico delle aree limitrofe, come la zona del Trasimeno. Il progetto ha anche un’importante ricaduta economica sul territorio e sui giovani, grazie al lavoro di squadra tra le istituzioni e le imprese». Concetto, quello di un sistema tra pubblico e privato, confermato da Donatella Tesei, Presidente della Regione Umbria, che ha sottolineato l’importanza del potenziamento delle infrastrutture che permettano un collegamento più agevole anche con i luoghi più nascosti e straordinari della nostra Regione. Proprio per questo stiamo continuando a lavorare alla confluenza di alcune importanti linee aeree sull’aeroporto di Perugia, così da potenziare e rafforzare il flusso del turismo in Umbria. «Un turismo la cui promozione è assegnata a ogni singola regione e non a un unico ente nazionale non può funzionare» spiega Marina Lalli, Presidente di Federturismo, «per cui il confronto con la Francia è talvolta schiacciante. Il turismo è un’industria che crea un indotto. Dobbiamo imparare a vendere la bellezza e far innamorare gli stranieri del nostro stile di vita e della nostra gastronomia, raccontando la forza del sistema Paese ma enfatizzando le peculiarità di ogni singola Regione e Borgo».

 

 

Con il suo intervento il Presidente Coldiretti Ettore Prandini ribadisce che «dobbiamo vendere l’Italia e la sua biodiversità, un patrimonio di immenso valore di cui non siamo abbastanza consapevoli, ma che ci rende unici al mondo. L’Italia è il paese più sostenibile d’Europa, ma questo non ci esclude dalla grande crisi energica che colpisce tutti i settori, in particolare l’agroalimentare». Concetti espressi anche da Silvio Barbero, vice presidente dell’Università delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Slow Food: «un territorio che vuole guardare al futuro deve farlo con un approccio interdisciplinare e olistico, con una transizione ecologica anche sui temi legati al cibo e all’arte e sviluppare progetti virtuosi di formazione, sensibilità culturale, e relazioni con il territorio dove un alimento ha messo radici».

«Il turismo è un asset strategico” chiarisce Giorgio Mancaroni, Presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, sempre più attiva nella promozione delle tante bellezze, paesaggistiche, storiche, culturali, che assieme alle eccellenze enogastronomiche e a spettacoli di caratura internazionale rendono unica la nostra Regione». «La ristorazione è il principale motore del turismo italiano, ma manca una politica industriale di settore ed è giunto il momento di una riforma del sistema della formazione continua” precisa Roberto Calugi, Direttore Generale F.I.P.E. “La ristorazione, gestita da imprenditori sempre più consapevoli, è o può diventare una vera e propria agenzia di tutela e valorizzazione del territorio, ma non ci si può improvvisare». «L’investimento in scienza e tecnologia è uno degli elementi chiave per lo sviluppo economico, sociale e culturale. Un Paese che cresce è un Paese che investe sui giovani e sul futuro, ossia sulla Ricerca, che dello sviluppo e del futuro è il motore principale» commenta Gino Nicolais, Professore Emerito dell’Università di Napoli Federico II e Presidente Materias.

«A Orvieto si possono respirare tanti segni del bello» sottolinea Giuseppe Cerasa, Direttore delle Guide di Repubblica. «È una terra con un immenso patrimonio architettonico, culturale, paesaggistico, enogastronomico; l’arte trova proprio sulla rupe e il suo territorio un ventaglio ricco di sfumature, di tradizioni, di linguaggi diversi: dall’arte dei merletti alle ceramiche, dagli ingredienti gastronomici al vino. In particolare quest’ultimo, così importante per il nostro paese Italia, ma soprattutto per una città come la nostra che al vino concede il proprio nome, Orvieto Doc, così come altre città italiane diventate famose per le proprie produzioni enologiche».

«Come il territorio deve essere consapevole del proprio potenziale, è altrettanto giusto che questa consapevolezza accompagni chi scrive e racconta da anni, con grande passione, dedizione e professionalità, uno degli ingredienti più importanti del made in Italy italiano, la cucina Italiana» commenta Paolo Marchi, giornalista e ideatore di Identità Golose. «Il giornalismo gastronomico italiano deve essere orgoglioso e conscio del proprio valore comunicativo e della propria identità». In conclusione, Dominga Cotarella ha sottolineato come «dalle parole bisogna passare ai fatti. Da qui al maggio 2023 ogni mese faremo un evento, con protagonista la ristorazione del territorio e uno chef stellato, perché dai più bravi bisogna imparare e non averne paura. Se il territorio è concepito come azienda, con identità sempre più chiara e fatta di persone, diventa intuitiva la necessità di formare il capitale umano che vi opera, per permettere uno sviluppo concreto e coerente. Nasce da questa considerazione il Master in Turismo sostenibile, organizzato da Luiss Business School in collaborazione con l’Accademia di alta formazione Intrecci, che inizierà il 24 ottobre prossimo e che avrà proprio l’obiettivo di formare i futuri Manager del Territorio». In chiusura della presentazione si è svolta una degustazione presso il Palazzo dei Congressi con i prodotti tipici di Campagna Amica, l’Amatriciana dello chef Gianfranco Vissani in abbinamento ai vini del Consorzio Orvieto Doc, e tutti gli ospiti sono stati omaggiati con una copia della Guida di Repubblica dedicata a orvieto. Organizzatori della manifestazione Fondazione Cotarella e quattro imprenditori lungimiranti del Consorzio Way of Life (Giuseppe Santi, Giuliano Portarena, Alfredo Branca e Riccardo Cristorori).

 

Programma di Orvieto, Città del Gusto, dell’Arte e del Lavoro

Tre le cene stellate del mese di settembre si comincia lunedì 26 settembre con la famiglia Iaccarino del “Don Alfonso” (2 stelle Michelin), martedì 27 settembre sarà la volta della famiglia Cerea del Ristorante “Da Vittorio” (3 stelle Michelin), giovedì 29 settembre il protagonista sarà l’enfant prodige della pizza napoletana Ciro Oliva con la sua pizzeria “Concettina ai tre Santi”.
Tra i workshop segnaliamo quello sull’olio il 24 settembre “L’olio extravergine di oliva: se lo conosci ti cambia la vita!” con Nicola Di Noia, Direttore Generale UNAPROL e AD Evooschool e il 26 “L’Orvieto allo specchio”, tavola rotonda con i produttori del Consorzio Vini Orvieto.
Per il primo week end di ottobre ci saranno tre worshop: il 30 settembre alle ore 17.00 “A tavola con la scienza: la salute dell’uomo passa anche dal legame con la natura e i suoi prodotti” a cui seguirà degustazione di presidi Slow Food del territorio presso i Giardini dell’Opera del Duomo; il 1 ottobre alle ore 11 “Giovani, formazione ed enogastronomia come leve per lo sviluppo dei nostri territori” e infine il 2 ottobre alle ore 10:30 “Alimentarsi di vita: il rapporto con l’ambiente, con la natura e con il cibo” e alle ore 16:00 il laboratorio di a cura di Valentina Dallari, autrice dei libri “Non mi sono mai piaciuta” e “Uroboro”. Questo fine settimana avrà come protagonista la passeggiata eno-gastronomica che darà visibilità alle piccole imprese locali e ai loro prodotti, legandoli alle bellezze paesaggistiche e artistiche di Orvieto. La formula è quella del pranzo itinerante che attraverserà le principali vie e piazza per fare tappa al palazzo del Capitano del Popolo, il complesso del San Giovanni dove ha sede l’enoteca provinciale e ancora quello di San Francesco e Santa Chiara, la chiesa di Sant’Andrea con i suoi sotterranei fino al Duomo, simbolo della città nel mondo.


Per maggiori informazioni:

https://www.facebook.com/orvietogustoearte
https://www.instagram.com/orvieto_gusto_e_arte/
http://orvietogustoearte.it

«Tutti i dialetti sono metafore e tutte le metafore sono poesia». (Gilbert Keith Chesterton)

Città della Pieve è una città di confine. Per questo il suo dialetto risente delle influenze delle terre vicine: dalla Toscana orientale al nord del Lazio, fino a contaminazioni ternane e perugine. Insomma, un mix di linguaggi che si fondono per dare vita alla parlata pievese. Con l’ultima tappa (forse!) di Dialettiamoci andiamo alla scoperta della lingua di Città della Pieve e a guidarci è Ario Acquarelli, pievese doc e curioso appassionato dell’argomento.

Ario Acquarelli

«Oramai il dialetto si sta perdendo, è legato prevalentemente a una cultura contadina e a una popolazione anziana o che non c’è più. I giovani lo parlano poco, molti termini sono scomparsi e spesso loro nemmeno li conoscono» spiega il signor Acquarelli.
Se girando per la cittadina umbra vi diranno: «Che te pijàsse ‘n colpo… quanto tempo che ‘n te vedo» o «Che te pijàsse ‘na paralisi!», tranquilli l’insulto è a scopo amichevole, perché qui si salutano – come in altre zone dell’Umbria – mandandosi non proprio degli auguri. Te pijasse sonno invece è una frase bonaria di rimprovero.
I rimproveri appunto e le male parole sono tradizionali nel vernacolo e quindi se sei un perditempo ti diranno: ‘nte sudà oppure aspetta maggio che giugno vene o se’ lungo come la messa cantata.
I babbani per i pievesi sono gli abitanti della vicina Toscana, mentre un cacanizzolo è una persona piccola di statura e fastidiosa, invece quando è solo fastidiosa è gnòrgna. Se cerchi di barare ma non ci riesci sei uno che: sapélla giusta ma ‘n sapélla raccontà.
A Città della Pieve sono curiosi come le cecche (gazza ladra) e gli impiccioni formano una chiucchiurlàia (gruppo di persone che sparla) che spesso tra trippole e trappole (tra una cosa e un’altra) te rimagnàno co’ panni addosso (ti rimproverano), soprattutto se fe nisdèa (fai un disastro), ma occhio a non aver il can guasto (sei arrabbiato), anche se c’è un baldresco (gruppo di persone che fa confusione). Inoltre mi raccomando stà ‘al balzello (stare a controllare, aspettare al varco).

 

Palazzo Bandini

 

Purtroppo, come ci spiega Ario Acquarelli, i frègni (ragazzi: frègno – ragazzo, frègna – ragazza. Il fregnòne invece è un burlone) non conoscono molti termini che si usavano anticamente: «Non diranno mai abbiricchià (attorcigliare. Come facevano le donne quando attorcigliavano i panni per strizzarli), addòpio (sonnolenza – doppo ave’ magnato me pija sempre l’addòpio) oppure m’ha preso il pujàno (preso sonno) così come m’ha preso ‘na starna o m’ha preso ‘na stoppa (mi sono ubriacato). Meno ancora lippe lappe (quando c’è qualcosa che fa gola, che piace)».
Se corri forte a Città della Pieve fai le lute (le scintille del camino), quando balugina vuol dire che sta per arrivare un temporale, mentre acciuetà si traduce con acchiappare; puoi essere arronchettato (piegato) o appindolone (appeso), ma attenti a non sguillà (scivolare).
E poi… quando le cose vanno veramente male: Piovessero gli incudini co le falce fienaie a vento.

 


Le puntate precedenti

Perugino
Eugubino
Castellano
Folignate
Spoletino
Ternano
Orvietano

Con un‘estate così torrida la siccità è in agguato. Da tutte le parti si sono levate voci che invitavano a non sprecare l’acqua, che è il bene fondamentale per la vita.

Il totem di Fabrizio Plessi

L’artista Fabrizio Plessi ha capito il problema, ma non ha voluto rinunciare all’acqua, anzi a tanta acqua, a una cascata d’acqua. Fabrizio Plessi vive sull’acqua perché la sua città è Venezia. A Venezia incontri l’acqua ogni momento, ma a Venezia l’acqua è orizzontale e stranamente non ci sono fontane, mentre Plessi ama le fontane. Certo questa è una parola che ai romani evoca le fontane monumentali del barocco: fontana di Trevi, quella dei Quattro Fiumi o quella piccina delle tartarughe. I romani sono abituati a veder scorrere l’acqua a vederla scendere dall’alto, con mille schizzi e con l’arcobaleno che l’attraversa. L’acqua di Plessi è diversa perché l’artista ha creato l’acqua elettronica verticale.

Il sindaco di Todi, Antonino Ruggiano, da molti anni accarezza il sogno di far diventare Todi la capitale dell’arte contemporanea e ogni anno viene invitato un artista famoso in occasione del Festival delle Arti (organizzato dalla Fondazione Beverly Pepper) che si svolge in contemporanea al Todi Festival proprio perché chi viene ad assistere al Festival, può godere anche di altre forme d’arte.

Fabrizio Plessi è presente in tre luoghi diversi: sulla piazza del Popolo con il totem Todi Today, nelle cisterne romane con Secret water e nella Sala delle Pietre con la mostra Progetti del Mondo.

Il totem elettronico è installato nella piazza del Popolo, dove cinquant’anni fa Beverly Pepper aveva installato le sue Todi Columns, quelle che adesso si trovano sulla collina che sovrasta la città. Plessi ha voluto installare la sua opera elettronica nello stesso posto. L’artista ha ripreso l’idea che Pepper e Pomodoro avevano iniziato, perché vedevano nelle loro opera la continuità verticale dei campanili.

 

 

Il totem ha due lati neri e due elettronici dove scorre l’acqua. L’acqua sale adagio, come una marea, sale per 12 metri, poi, come la marea comincia a ritirarsi fino a sparire e prosciugarsi; quindi il ciclo ricomincia ininterrottamente sulla piazza e nei sotterranei. Plessi ha riportato l’acqua anche nelle cisterne romane che attraversano il sottosuolo della piazza, con tre installazioni corrispondenti a quella di sopra. Quest’acqua, come quella reale, non sta mai ferma e ha un suo rumore che di notte si sente meglio, mentre il totem si illumina. Plessi è stato un antesignano dell’elettronica usata come arte e come collegamento tra i materiali. Noi vediamo tutti i giorni questi collegamenti senza percepirli come arte. Abbiamo il televisore attaccato al muro, il computer posato sulla scrivania e il telefonino in mano. Materiali diversi che hanno un unico collegamento: l’elettronica che solo nelle mani di Plessi diventa forma d’arte.

Secret Water rappresenta l’acqua che sogni, che vedi scorrere ma questa è acqua che non bagna, che non schizza, che non puoi toccare, non ci sono arcobaleni che l’attraversano, è solo acqua da vedere per immaginare un mondo ideale. L’installazione resterà sulla Piazza del Popolo di Todi fino al 25 settembre.

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