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Todi è una piccola città ricca di storia, con una splendida piazza e ripide stradine medievali, con il nido dell’aquila e tanto altro, ma è pure ricca di bellezze nascoste.

Todi possiede infatti un gioiello purtroppo non più aperto al pubblico: la galleria dipinta e la sala del trono dell’Arcivescovado. Il palazzo vescovile fu costruito alla fine del 1500 per volere del vescovo Angelo Cesi, inviato lì da Papa Paolo V per prendere saldamente in mano le redini della diocesi che entrava definitivamente sotto il dominio dello Stato della Chiesa. Era da poco finito il Concilio di Trento e le operazioni della Controriforma erano iniziate ovunque affidando le redini del governo ai vescovi, che le tenevano saldamente in mano. Angelo Cesi proveniva da una nobile famiglia romana che già aveva dei possedimenti in Umbria, tra cui un castello nel borgo con il suo stesso nome: Cesi. Una famiglia particolare, dove tutti i maschi furono ordinati cardinali e solo Angelo rimase vescovo fino alla morte nel 1606. Per Todi Cesi fece molto: con lui anche l’acqua arrivò in cima alla collina e la fonte prese, guarda caso, il nome di Fonte Cesia.

 

Arcivescovado di Todi costruito da Angelo Cesi

Palazzo Cesi

Angelo Cesi si comportò come un vero signore rinascimentale, facendo costruire subito la sua dimora sul luogo di un palazzo vescovile considerato troppo modesto e poi dette l’impulso per costruire in città altri palazzi rinascimentali. L’epoca dei palazzi fortezza era finita, non era più necessario mostrare la forza; adesso i signori volevano abitare in palazzi eleganti dove potere e ricchezza si mostravano attraverso l’arte. Grandi artisti venivano chiamati a costruire e abbellire le nuove dimore. In quell’epoca Venezia, Firenze e Roma si arricchirono a dismisura di palazzi principeschi e Angelo Cesi non volle essere da meno. Il suo palazzo si trova accanto al Duomo ed è collegato alla chiesa da un passaggio segreto.

Affreschi all’interno del palazzo

La facciata si presenta semplice e austera, il portone d’ingresso, forse disegnato dal Vignola – l’architetto dello splendido palazzo Farnese a Caprarola e del palazzo di Todi detto del Vignola – è un portone elegante e di linee sobrie, tanto da non lasciar presagire come sarà l’interno. Chiaramente Angelo Cesi doveva essere entusiasta del suo ruolo e lo volle esaltare nella sala del trono. Prima fece dipingere dal Faenzone un fregio che gira attorno alla stanza, con i ritratti dei vescovi di Todi che si sono succeduti nel tempo. Poi, per mostrare la sua apertura verso la popolazione, ha voluto che fossero ritratte delle persone colte in vari atteggiamenti: chi chiacchiera, chi si sistema una scarpa, chi suona il liuto, chi indica l’uscita.
Per fugare ogni dubbio sul luogo dove si trovava il suo trono, fece dipingere sul muro un ricco baldacchino entro una cornice architettonica importante. Vent’anni dopo la morte del Cesi, subentrò un altro romano dal nome importante: il vescovo Lodovico Cenci. Lui volle abbellire ulteriormente il palazzo e chiamò Andrea Polinori, noto pittore barocco umbro, per affrescare il corridoio di passaggio accanto alla sala del trono. Solitamente i palazzi rinascimentali e barocchi venivano affrescati con storie mitologiche oppure con storie desunte dalla Bibbia o dai Vangeli, a maggior ragione se il palazzo in questione apparteneva a dei religiosi. Qui invece abbiamo un’eccezione: il corridoio che affaccia sulla città è il trionfo dei vescovi di Todi, reali o mitologici, e ai lati del corridoio sono rappresentate le virtù indispensabili a un vescovo per governare: giustizia, benignità, vigilanza, intelletto, origine di amore, orazione e meditazione. Nella galleria è stata dipinta, con lo stesso stile delle carte geografiche vaticane, tutta la diocesi di Todi: un capolavoro di cartografia che riporta tutti i castelli, i borghi, i monasteri e le chiesette presenti sul territorio, si possono inoltre vedere sia il Tevere sia i piccoli fiumi.

 

Carta topografica del territorio tudertino

 

È una Google map molto grande, con la differenza che la visione è orizzontale, cioè Ovest/Est e non Nord/Sud come siamo abituati. Una mappa affascinante che sorprende per la precisa descrizione geografica e per il numero sterminato di castelli, quasi uno per ogni collina. La galleria è riportata anche sulla guida di Todi pubblicata nel 2019 da La Repubblica ma purtroppo resta sempre chiusa al pubblico… e chissà fino a quando!

«Pedalare come un criceto attorno a casa non fa per me, così a giugno del 2019 ho iniziato ad allenarmi per partire a gennaio del 2020».

Lorenzo Barone a Pokrovsk

Abbiamo scoperto le imprese di Lorenzo Barone, ventitreenne di San Gemini, tramite i suoi canali social – Facebook e Instagram – e lo abbiamo contattato. Non credevo che avrebbe risposto, dopotutto è a Pokrovsk, nella Russia nord-orientale, non proprio dietro l’angolo. E invece, dopo uno scambio di messaggi, ho avuto la possibilità di fargli qualche domanda. Conoscere la sua impresa mi stuzzicava parecchio!
Lorenzo è un biker estremo – così potremmo definirlo – che in sella alla sua bici non si ferma davanti a nulla. Ha visitato 37 paesi nel mondo, percorrendo 57.000 chilometri: Corea, Giappone, Marocco, India, Lapponia, Kirghizistan e Tagikistan, per citarne alcuni. Ora si trova immerso nel ghiaccio e nel freddo più estremo della Siberia, a pochi chilometri da Yakutsk, la città più fredda del mondo, dove in inverno si raggiungono i -50°C.
È partito proprio un anno fa da Magadan e, con il suo inseparabile mezzo di trasporto bello carico (65 kg di peso), ha percorso 5.000 km in tre mesi, dormendo in tenda e cucinando con un fornello da campo. L’obiettivo era  quello di percorrere la Siberia in bicicletta, poi però la pandemia lo ha bloccato lì.
«Dopo quasi un anno qui il mio punto di vista riguardo al freddo è cambiato radicalmente. Nelle ultime settimane la temperatura media a Pokrovsk, nel villaggio dove vivo, è stata di -50° C e la temperatura minima di -57.5° C; quando è salita a -39° C mi è sembrato relativamente caldo». Questa avventura gli ha regalato anche l’amore, e venerdì scorso si è sposato con Aygul, una ragazza siberiana. «Ho pedalato per il mondo in lungo e in largo con la mia bici e mai avrei pensato di incontrare l’amore proprio qui, in uno dei luoghi più freddi del mondo».

Lorenzo, in questo momento di preciso dove sei?
Mi trovo a Pokrovsk – nella Russia nord-orientale – un villaggio/cittadina di circa 10.000 abitanti sulla costa del fiume Lena, a 70 km dalla città più fredda del mondo, Yakutsk.

Quanti gradi?
Al momento ci sono -45° C ed è una giornata calda, dato che da più di un mese la temperatura non saliva sopra i -40° C ed è stata spesso sotto i -50°C, con una minima di -59° C tre giorni fa (di notte ha sicuramente raggiunto i -60° C). Sembra essere l’inverno più freddo degli ultimi 10 anni.

Nel 2019 hai attraversato il deserto del Sahara ora sei immerso nel ghiaccio: è una notevole escursione termica…
Avevo da un po’ l’idea di voler superare i 100° C di escursione termica viaggiando in bici e così ho conosciuto i due estremi, dai -56° C dello scorso inverno dormendo in tenda ai +50° C, trasportando 24 litri di acqua nello zaino e cercando di arrivare in tempo ai pozzi perché bevevo 12 litri al giorno.

È più difficile sopportare il caldo estremo o il freddo estremo?
Il freddo estremo (dai -40° C in giù) è pericoloso perché anestetizza la carne in poco tempo e, se non si sta attenti, si rischia di venire amputati. Però io, con il giusto equipaggiamento, lo preferisco al caldo, anche se è molto molto più difficile, soprattutto accamparsi, montare la tenda cucinare e tutto il resto. Tutto diventa rigido come il cemento, dal cibo ai materiali.

 

Lorenzo a Yakutsk

Come ci si prepara fisicamente e psicologicamente a una sfida del genere?
Bisogna sicuramente avere esperienze con le basse temperature: io prima di venire qui avevo già passato cinque mesi al freddo, nei quali avevo percorso 7.000 km tra Lapponia ed est Europa, più Kirghizistan e Tagikistan, pedalando sul Pamir in inverno.

Dove ti sei allenato?
Pedalare come un criceto attorno a casa non fa per me, così a giugno del 2019 ho iniziato ad allenarmi per partire a gennaio del 2020. Il tutto dopo essermi ripreso da un tuffo in cui mi ero rotto una vertebra cervicale, che mi aveva tenuto fermo per 8 mesi.
Ho pedalato prima 2.700 km in Marocco, poi mi è stato offerto un biglietto per la Corea quattro giorni dopo il mio ritorno in nave dal Marocco: lì ho fatto 3.100 km tra Corea e Giappone, poi a fine agosto sono volato in India risparmiando i soldi per tornare in Italia – dato che era alta stagione – e mi sono fatto 4.000 km in India e Himalaya, tornando poi a casa a fine ottobre con un volo molto più economico.

Parlaci del progetto che hai per l’inizio di febbraio.
Voglio tentare la strada più a nord del mondo. Partendo da qui sono 2.770 km da Pokrovsk fino a Yuryung Khaya: è un percorso solo invernale, dato che in parte viene usato un fiume ghiacciato come strada.

Qual è stato il momento più difficile di questa impresa?
Lo scorso inverno il momento più difficile è stato quando iniziava a congelarmisi il naso, diventando bianco e perdendo sensibilità. Era la mia paura più grande: ma questo inverno ho risolto costruendomi da solo, con la macchina da cucire, delle maschere, già testate a -51°C.

 

E in altri viaggi c’è stata una situazione veramente difficile?
Ogni avventura ha situazioni impegnative. Per esempio, quando pedalavo in Himalaya oltre i 5.000 metri, all’inizio ero uno straccio, vomitavo e avevo un mal di testa fortissimo con sangue dal naso. Ma continuavo a pedalare per raggiungere un villaggio, perché altrimenti avrei finito il cibo… Ho avuto senza dubbio altre situazioni impegnative anche negli altri viaggi.

Come riesci a curare i tuoi canali social e, al tempo stesso, continuare l’avventura?
Prima di questo viaggio usavo davvero poco i social e viaggiavo soltanto; ora mi ci sto dedicando e, quando viaggio, un mio amico ha le credenziali per accedere al mio account e pubblica le foto e i video che gli mando in anticipo.

 

Lorenzo e Aygul

Ora è arrivato anche l’amore e la scorsa settimana ti sei sposato: quand’è che la porterai in Umbria?
Spero di tornare in Umbria prima dell’estate, ma bisogna vedere la situazione alle frontiere come sarà.

La prima cosa che le farai fare qui in Umbria?
La prima cosa credo sarà andare a trovare i miei amici che non vedo da oltre un anno; poi magari andremo a fare una bella passeggiata sul Terminillo o sul Gran Sasso ma, chissà, magari anche qualche bel giro in kayak a al lago di Piediluco o in qualche fiume.

Manda un saluto alla tua Umbria…
Un saluto all’Umbria! Spero di vedervi tutti presto!

 


Qui trovate i suoi canali social per seguirlo e sostenerlo: Facebook, Instagram

Un importante traguardo è stato raggiunto da alcuni prodotti agricoli e agroalimentari umbri, che sono stati inseriti nel Registro Regionale delle Risorse Genetiche Autoctone di Interesse Agrario, grazie all’interessamento del 3A-PTA, il Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria, insieme alla sintonica e determinata perseveranza di alcuni avveduti operatori del mondo dell’agricoltura e della pesca.

Olivo Ornellona

I prodotti agricoli e agroalimentari di una volta possono rappresentare un’importante opportunità per la filiera delle aziende coinvolte a livello di produzione, trasformazione, commercializzazione e somministrazione. Nel processo sono ovviamente coinvolti tutti coloro i quali ne fanno parte e con particolari ricadute nei settori: agricoltura, pesca, commercio, artigianato, cultura, enogastronomia e turismo. È fondamentale, per le specie iscritte, aver ricevuto questo ambito riconoscimento, in quanto attorno a questi prodotti certificati si possono costruire strategie di business e di marketing, innescando importanti implicazioni economiche per tutti quelli che partecipano al percorso di valorizzazione e commerciale della singola eccellenza, che come una cassa di risonanza può ampliare l’attrattività e la promozione dell’areale sotteso, al fine di cogliere una maggiore opportunità anche economica all’interno dei contesti coinvolti.
I prodotti agricoli e agroalimentari che hanno una presenza certa e continuativa su un territorio da più di 50 anni potrebbero essere definiti come Risorse Genetiche Autoctone di Interesse Agrario e iscrivibili al Registro Regionale.
L’iscrizione avviene a seguito di un’approfondita analisi del dossier presentato, dove i membri del Comitato Tecnico-scientifico esprimono il loro parere per l’inserimento nell’agognato registro.

 

Aglione

 

A oggi, nel Registro Regionale Umbro, sono iscritte 69 risorse genetiche tra varietà erbacee, arboree e animali. È evidente che un prodotto iscritto al registro certifica un passo fondamentale per la sua tutela e la sua valorizzazione e ha immediati vantaggi sugli operatori che coltivano o allevano o commercializzano la specifica risorsa genetica che, altresì, ha la ghiotta possibilità di entrare a far parte della rete di Conservazione e Sicurezza regionale e della Rete Nazionale della Biodiversità.
Recentemente, il Registro Regionale Umbro, si è arricchito di sei risorse genetiche:

  • L’Aglione, da alcuni chiamato anche l’aglio del bacio, per la delicatezza del sapore e la morbidezza del profumo, che è una specie diversa dall’aglio comune. È presente da più di 50 anni nella Val di Chiana sia umbra (detta romana) sia toscana, dove gli agricoltori hanno tramandato nei secoli la sua coltivazione e le casalinghe le ricette (es. umbricelli o pici all’aglione). In questo caso l’Aglione Umbro è stato iscritto qualche giorno prima di quello toscano e ovviamente ciascuno nei rispettivi registri regionali.
  • Il Luccio del Trasimeno: specie a forte rischio di erosione in tutta Italia per l’inquinamento genetico dovuto all’immissione di altre specie, che invece, grazie all’attività del Centro Ittiogenico e della Cooperativa dei Pescatori, al Trasimeno ha mantenuto, unico caso in Italia, le sue caratteristiche originarie.
  • Il Cardo Gobbo della Media Valle del Tevere: varietà locale conservata da un agricoltore di Papiano, residuo di una vecchia, molto apprezzata, varietà tipica della Media Valle del Tevere.
  • L’Olivo Limona, ad Assisi chiamata Cimignolo: varietà presente nell’Umbria centro-occidentale e centro-settentrionale con esemplari di età ragguardevole, coltivata sporadicamente anche in alcuni areali di regioni limitrofe.
  • L’Olivo Pocciolo: presente in pochi vecchi esemplari nella fascia olivata Assisi-Spoleto, dove ha dimostrato una notevole adattabilità a difficili condizioni di clima e terreno.
  • L’Olivo Ornellona: varietà presente con soli due esemplari molto vecchi nel comune di Narni, dalle olive piuttosto grandi che danno un olio di qualità.

Luccio del Trasimeno

Il 3A-PTA

Il 3A-PTA (Parco Tecnologico Agroalimentare) della Regione Umbria è stato il fulcro sviluppatore delle 6 new entry nel registro regionale, come peraltro per tutte le altre risorse genetiche regionali. Il 3A-PTA, opera da più di due decenni per garantire il miglioramento e il mantenimento della qualità dei prodotti agricoli e agroalimentari, tramite certificazioni per la sicurezza e la tutela del consumatore, la formazione, la ricerca a sostegno delle imprese, i progetti internazionali, l’informazione e il marketing; questi sono alcuni dei servizi e delle attività che fornisce l’Ente regionale guidato dal dott. Marcello Serafini, Amministratore Unico del 3A-PTA con sede a Pantalla (PG).
Tra le persone del 3A-PTA, fautrici di questi importanti ingressi nel registro regionale, ricordiamo il dott. Luciano Concezzi, responsabile dell’Area Innovazione e Ricerca e i suoi collaboratori, il dott. Mauro Gramaccia, il dott. Marco Caffarelli, la dott.ssa Livia Polegri e la dott.ssa Marta Giampiccolo. Oltre alle eccellenze agricole e agroalimentari umbre conosciute e apprezzate in tutto il mondo, si tenga presente che il 3A-PTA della Regione Umbria viene annoverato tra gli Enti istituzionali di indiscusso prestigio e di notevole vanto regionale.

«La passione per la dispositio è il filo rosso che lega i miei interessi. L’organizzazione degli spazi, degli oggetti e soprattutto delle informazioni in sistemi complessi esercita su di me un fascino irresistibile – dal gioco dei Lego all’urbanistica, dal testo letterario al web».

Luca Rosati fa un lavoro che in pochi conoscono, ma che in molti usano. Luca è un architetto dell’informazione: semplifica l’interazione tra le persone e l’informazione, sia in spazi digitali (web, app o banche dati) sia in quelli fisici (musei, negozi). In pratica, se un sito, dopo una tua ricerca, ti consiglia anche altro è perché dietro c’è il suo lavoro.
Dopo la laurea in Lettere all’Università di Perugia e un master in tecnologia e comunicazione multimediale al Politecnico di Torino, inizia il suo percorso lavorativo, che lo ha portato a essere uno dei fondatori di Architecta – l’associazione italiana degli architetti dell’informazione – a scrivere quattro libri, l’ultimo è Sense-making: Organizzare il mare dell’informazione e creare valore con le persone e a insegnare dal 2015 allo IULM di Milano – oltre a essere richiesto da aziende pubbliche e private per facilitare il loro lavoro. In questa chiacchierata abbiamo parlato di tante cose, ma soprattutto abbiamo cercato di farci spiegare come funziona la sua professione, oggi più importante che mai.

 

Luca Rosati

Qual è il suo rapporto con l’Umbria?

È la mia terra, una terra che amo. Sono nato a Perugia e ho scelto di rimanere ad abitare in città nonostante il mio lavoro mi porta spesso in giro per l’Italia. È un luogo che mi piace, che ha contribuito anche alla mia formazione e ha alimentato le mie passioni.

In che modo?

Le città piccole a misura d’uomo, il contatto con la natura che ho avuto fin da piccolo e il suo modo di essere appartata – peculiarità che però a volte la penalizza perché non viene adeguatamente valorizzata e non si esaltano le sue potenzialità – mi hanno reso quello che sono.

Lei è un architetto dell’informazione: cosa significa in concreto?

L’etichetta che si usa è architettura dell’informazione e design dell’esperienza. Come un architetto progetta edifici fatti di mattoni, io progetto edifici fatti di informazioni. L’obiettivo è quello di organizzare le informazioni per renderle a misura di persona e per essere facilmente individuate. Progetto ambienti – fisici o digitali – affinché siano confortevoli e consultabili agevolmente, in modo che la gente non si perda. Oggi esistono spazi digitali molto complessi che spesso si fondono con il reale: ad esempio, i musei hanno entrambi gli ambienti. Ecco, con il mio lavoro cerco di rendere tutto questo accessibile.

Quanto è importante il suo lavoro, vista la mole d’informazioni che riceviamo ogni giorno?

Oggi diventa strategico. La grande informazione che abbiamo è una ricchezza ma può causare anche un effetto boomerang. Siamo sopraffatti, e fondamentale è filtrarla per usufruire solo di quella che ci occorre in quel momento o scartare quella dannosa. 10-20 anni fa era un lavoro più di nicchia, oggi è diventato molto importante.

Chi è che richiede i suoi servizi?

Aziende digitali, musei, enti pubblici, grande distribuzione. Negli spazi fisici faccio sì che le persone non si perdano, personalizzando i percorsi su misura. Intervengo sul web, sulle app… dove c’è una grossa mole di informazioni, così chi ne usufruisce riesce facilmente a trovare quello che sta cercando.

Netflix e Spotify – per fare due esempi – utilizzano, quando ti consigliano film e musica in base alle scelte fatte in precedenza, una raffinata architettura informativa. Ci spieghi meglio…

Noi vediamo l’esito finale – il film consigliato – ma perché questo avvenga in modo mirato c’è un’organizzazione, fatta in base a delle specifiche caratteristiche. C’è dietro un lavoro… il mio.

Ci racconti: come sia arriva, dai mattoncini Lego, al suo lavoro?

Dai mattoncini Lego al linguaggio il passo è stato breve. Fin da piccolo ero molto affascinato da quello che era organizzazione: guardavo i negozi di giocattoli per capire com’erano sistemati e restavo affascinato dalle cassettiere delle farmacie. Per me era un mondo perfetto, perché tutto era ordinato. È arrivata poi la laurea in Lettere, con la tesi in linguistica generale e del linguaggio: il salto successivo verso l’architettura dell’informazione è stato quasi scontato. I mattoncini Lego li puoi montare e smontare: così faccio nel mondo del web per avere la casa perfetta.

Quindi i suoi cassetti della biancheria sono ordinati?  

Non arrivo a questi estremi (ride).

Mentre parlava mi è venuto in mente il film di Christopher Nolan, Inception, in cui c’è l’architetto dei sogni, che crea scenari nei quali i personaggi si muoveranno durante l’esperienza onirica. Un po’ le due cose si avvicinano…

Sì, è un accostamento azzeccatissimo. Anche il film in sé è perfetto per raccontare il mio lavoro. perché è strutturato a più livelli come i sogni della pellicola che si incastrano. I princìpi con cui lavoro sono trasversali e si collegano tra loro: li puoi ritrovare nel web, ma anche in un film, in un libro, in una serie tv o nella musica.

Insegna all’università IULM: cosa consiglia ai suoi studenti?

Consiglio la capacità di saltare tra mondi apparentemente distanti: dal digitale alla musica o alla letteratura. C’è bisogno, in questo momento, di figure ibride – come lo sono io – per unire appunto diversi mondi. Spesso mi capita di fare da collante tra figure specializzate in un settore, che però non riescono a comunicare tra loro. Oggi questo è fondamentale!

Seguendo il suo lavoro, come riorganizzerebbe l’Umbria se ne avesse la possibilità?

L’Umbria ha una base di partenza eccellente, però i percorsi per far scoprire le sue potenzialità non vengono sufficientemente spinti, ci sono tesori che spesso restano nascosti. Cercherei di rilanciare le strade – non parlo solo di quelle fisiche – per far scoprire questo mondo. Ci sono esperienze come il Sagrantino che lo ha fatto, l’esclusività è diventata un’eccellenza; questo andrebbe realizzato su più parti del territorio anche creando dei consorzi. Manca una visione completa e unita per incentivare anche altri percorsi. In concreto: chi visita Assisi o Spoleto dovrebbe non fermarsi lì e scoprire altri luoghi, e questo è possibile non solo valorizzando il singolo ma la completezza. Un po’ come fanno i siti di e-commerce: se compri questo ti può interessare anche quest’altro.

Come definirebbe l’Umbria in tre parole?

Appartata, aerea, inclusiva.

La prima cosa che le viene in mente pensando alla regione?

La stratificazione dei borghi costruiti sulle colline.

La Galleria vaticana delle Carte Geografiche è di grande interesse artistico e geografico e attualmente viene attraversata per andare a visitare la Cappella Sistina.

 

Fu istituita, sul finire del XVI secolo, da Papa Gregorio XIII, il pontefice noto soprattutto per la riforma del calendario e vi hanno lavorato diversi artisti come Girolamo Muziano, Cesare Nebbia, i due fratelli fiamminghi Matthijs e Paul Bril, Giovanni Antonio Vanosino da Varese e Antonio Danti, che la decorarono e affrescarono tra il 1580 e il 1585, seguendo le indicazioni del monaco e geografo perugino Ignazio Danti.
La galleria, lunga centoventi metri e larga sei, contiene quaranta carte geografiche, affrescate sulle pareti, raffiguranti le regioni italiane, i possedimenti papali del tempo e in aggiunta gli affreschi dei quattro principali porti italiani dell’epoca (Genova, Civitavecchia, Venezia e Ancona) e di due episodi fondamentali della storia della cristianità, l’assedio di Malta da parte dei Turchi (1565) e la battaglia di Lepanto (1571).

 

La Battaglia del Trasimeno

 

L’appennino è considerato l’elemento divisorio. Infatti Ignazio Danti, nella progettazione, ha immaginato di camminare su di esso e di raffigurare su una parete le regioni a ovest bagnate dal mar Tirreno e Ligure e, sull’altra, quelle a est corrispondenti al versante Adriatico. La galleria costituisce una grande testimonianza delle conoscenze geografiche dell’epoca e sul soffitto sono dipinti alcuni episodi religiosi in corrispondenza della mappa regionale dove sono avvenuti.
È interessante vedere le zone d’Italia poste lungo il percorso della via Romea Germanica e, in particolare, quelle a ridosso del lago Trasimeno che si sono mantenute pressoché inalterate rispetto a quelle descritte tre secoli prima negli Annales redatti dal Monaco Alberto di Stade.
In uno degli affreschi si può vedere la rappresentazione mappale del territorio della Val di Chiana e del comprensorio dell’antico lago Tarsminass, chiamato così dagli Etruschi e un particolare, aggiunto nel 1597 dal pittore Pietro Oldrado, sull’affresco dei territori di Perugia e Città di Castello di Ignazio Danti, che richiama la Battaglia del Trasimeno del 217 a.C. avvenuta tra gli antichi Romani e i Cartaginesi.

«Quando cantiamo è fondamentale andare a tempo e andare nella stessa direzione, e ciò dipende da due elementi: la guida del direttore e la sintonia tra di noi. Il direttore per noi è come un faro che ci guida e ci illumina la strada».

L’amicizia sta alla base del gruppo vocale Trìtonus, nato a Perugia nel 2016 con l’intento di dar vita a una realtà musicale in grado di trasmettere quell’intensità e quei valori, sia artistici sia umani, propri del canto corale. L’organico di voci, guidate e dirette dal Maestro Franco Radicchia con la collaborazione del Maestro Mauro Presazzi, comprende cantori di diverse età, di differente formazione artistica e con un considerevole ed eterogeneo bagaglio di esperienza corale alle spalle: Francesca Maraziti (soprano), Costanza Mignini (soprano), Sabrina Alunni (contralto), Emilio Seri (tenore), Luca Rondini (tenore), Riccardo Forcignanò (basso) e Alessandra Ligori (contralto). «Prima è nata l’amicizia poi il gruppo, non il contrario» spiega Riccardo Forcignanò, che si è fatto portavoce del coro per farci scoprire tutti i segreti e la storia dei Trìtonus.
Sebbene di recente formazione, la corale si è già esibita in vari contesti sia a livello locale sia nazionale, come la rievocazione storica Perugia 1416 o la Sagra Musicale Umbra nelle edizioni 2016, 2017 e 2018; ha tenuto concerti a Montepulciano, a Cortona e durante la 2° Rassegna Corale G. Costi a Crema. Nel maggio 2019 è arrivata la prima esperienza internazionale che li ha portati in Ungheria per la 30° edizione del Festival Corale Internazionale Miskolci Kamarakórus Fesztivál a Miskolc. «È stata un’esperienza fantastica e molto importante dal punto di vista formativo».

 

Trìtonus in esibizione nella Basilica di San Francesco ad Assisi. Foto di Claudia Ioan per gentile concessione del gruppo vocale.

Riccardo, qual è il vostro legame con l’Umbria?

Siamo nati e cresciuti qui e proveniamo da diversi quartieri di Perugia.

Raccontaci in breve la vostra storia…

Il gruppo è nato nel 2016 da una mia iniziativa: volevo tornare a cantare e conoscevo le persone giuste per farlo. Durante il liceo avevamo partecipato a un progetto corale col maestro Franco Radicchia: da quel momento il canto ci è entrato dentro e non lo abbiamo abbandonato più. C’è un detto che circola nell’ambiente: «Quando inizi a cantare in un coro o lo abbandoni subito perché non ti piace, oppure non lo abbandoni più». Così è stato anche per noi!

È sicuramente una realtà diversa rispetto al cantare da solista…

Assolutamente sì. Ci teniamo a sottolinearlo.

Qual è la differenza?

La cosa più bella nel cantare in un coro è la sensazione di inclusione che ti dà. È un gioco di squadra, soprattutto quando il gruppo è piccolo come il nostro: non sei solo una voce, ma sei un supporto anche per gli altri.

C’è una parte difficile del cantare in coro a più voci?

Durante un concerto è importante andare a tempo e andare nella stessa direzione, e ciò dipende da due elementi: la guida del direttore che sincronizza il lavoro e la sintonia tra di noi, e per questo l’essere amici è fondamentale. Con il direttore formiamo un triangolo in cui il lui sta al vertice ed è il faro che illumina e ci guida.

Avete mai litigato?

No. Ci sono stati dei momenti di confronto, ma litigi veri e propri assolutamente mai.

 

Trìtonus. Foto di Claudia Ioan per gentile concessione del gruppo vocale.

Da dove arriva la scelta di questo nome? Ha un significato?

Il Trìtonus – l’accento è sulla i – è l’intervallo di tre toni tra una nota e l’altra: nel Medioevo, siccome è un suono fastidioso e tetro, veniva definito il diavolo fatto musica e molti compositori dell’epoca evitavano di inserirlo nelle loro musiche. Questo ci ha sempre molto affascinato e ci ha convinto per la scelta del nome. In più si discosta dalla nostra filosofia, che è quella della cura del suono anche dove ci sono contrasti. Abbiamo appunto giocato su questa opposizione.

Perché avete scelto di cantare musica medievale e rinascimentale?

La scelta risale fin dai tempi del liceo. Il Maestro Radicchia, che è tra i più esperti in Italia di musica medievale e rinascimentale, ce l’ha fatta scoprire e con il tempo ha attecchito dentro di noi, ci ha appassionato e dunque abbiamo intrapreso questo percorso.

Eseguite anche altri generi musicali?

Il genere musicale è sempre quello, musica vocale a cappella in prevalenza, anche se ci è capitato di cantare accompagnati da musicisti. Il repertorio invece cambia: passiamo dalla musica sacra a quella profana, e anche se eseguiamo brani più contemporanei manteniamo sempre la vocalità che ci contraddistingue. Ci stiamo anche affacciando al vocal pop. Di recente un compositore ha scritto per noi un madrigale, che lo scorso ottobre abbiamo eseguito durante un concerto nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi. È stata una vera emozione e un onore poter cantare qualcosa scritto appositamente per noi.

Come avvengono le vostre prove?

In condizioni normali proviamo in media una volta a settimana per un paio di ore. Sono prove molto intense e faticose. Studiamo le note, la contestualizzazione e la storia del brano; il Maestro ci guida, ma aspetta sempre che il dettaglio per l’esecuzione esca da noi, fa sì che ci maturi in testa.

Ora con il distanziamento come fate?

Come durante il precedente lockdown, abbiamo deciso di sospendere le prove perché non possono prescindere dalla convivenza, ma ci siamo incontrati online per studiare e parlare di progetti futuri. Abbiamo sospeso, ma non interrotto.

E quali sono i vostri progetti futuri?

L’idea è quella di incidere un cd, vedremo cosa si potrà fare. È prevista anche una collaborazione con un compositore e chitarrista francese per fare dei concerti: è ancora un progetto embrionale.

Cosa sognate? Dove vorreste arrivare?

Il gruppo è nato da un’amicizia e non il contrario e ognuno di noi ha un lavoro extra coro. Per ora è una passione anche se l’atteggiamento e l’impegno sono a livello professionistico. È un hobby, ma è vissuto come un vero lavoro. Il nostro intento è mantenerlo come un qualcosa che duri per sempre e abbiamo in cantiere bellissimi progetti, non ci siamo dati un limite. Vediamo come andrà! Non escludiamo nulla.

In questo periodo spesso avete fatto esibizioni da remoto, ognuno a casa sua: cosa vi manca dei concerti dal vivo?

Il contatto con il pubblico e cantare dal vivo ci manca tantissimo. Il concerto di ottobre ci ha dato una boccata di ossigeno visto che venivamo da mesi di isolamento; inoltre, ci siamo esibiti all’interno della rassegna internazionale di musica sacra Assisi Pax Mundi in cui erano presenti tanti direttori d’orchestra e questo è stato davvero emozionante.

Quanto è difficile oggi il mondo della musica?

Molto. Ci vuole coraggio, talento e fortuna per vivere in questo mondo. È un mondo difficile soprattutto per noi che siamo nati spontaneamente senza un’impostazione predefinita per arrivare da qualche parte. Il nostro obiettivo è quello di non compromettere la vera essenza della nostra musica.

Ingredienti

  • 40 g di tartufo nero di Norcia o bianco di Gubbio
  • 6 uova
  • 6 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • Sale

 

Preparazione

Fare a scaglie il tartufo; rompere in una terrina le uova, salarle e sbatterle leggermente. Versare l’olio in una padella per friggere, aspettare che sia ben caldo e versarvi le uova sbattute. Lasciar rapprendere la frittata in modo che sotto sia leggermente dorata e rimanga morbida in superficie. Togliere la padella dal fuoco, cospargrte rapidamente la superficie morbida con le scagliette di tartufo e ripiegare la frittata su sé stessa. Servire subito.

 

 

Molti mescolano il tartufo alle uova sbattute, ma questo era il modo in cui un tempo a Norcia e Gubbio preparavano la frittata di tartufi; la tecnica usata, è di fatto, quella delle omelettes ma mi pare più giusto il termine frittata, che era quello usato in queste due cittadine umbre del tartufo.

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci.

I perugini che videro nascere nel 1478 Giovan Battista Danti non immaginavano di certo che qualche anno più tardi quel ragazzo universitario pieno di talento li avrebbe fatti stare con il naso all’insù per ammirare le sue evoluzioni aeree, per la prima volta in assoluto effettuate con un mezzo ad ala fissa (simile all’attuale deltaplano).

Questo Dedalo umbro– chiamato anche il perugino volante – dopo approfonditi studi e ricerche da precoce e illuminato ventenne, realizzò una struttura alare con un telaio di legno e superfici in pelle. Siamo negli anni dove l’altro scienziato, il ben noto e stimato Leonardo da Vinci, era convinto che l’uomo potesse volare con macchine che imitassero il volo degli uccelli, per lo sbattere delle ali, oppure con una macchina a volo elicoidale, tipo l’elicottero odierno. Danti, dal canto suo era, invece convinto che l’uomo potesse volare grazie a una macchina ad ala fissa, sfruttando il vento e le correnti ascensionali.

Giovan Battista Danti

I due si incontrarono nel 1502 a Castiglione del Lago, dove Leonardo stava ipotizzando opere di ingegneria idraulica per realizzare una rete di comunicazione tra la Chiana, il Trasimeno, l’Arno e il Tevere. Grazie a Giampaolo Baglioni, il signore di Perugia, si confrontarono sui loro studi, teorie e imprese riguardo il volo. Al termine dell’incontro ognuno rimase della propria idea, ma Leonardo, qualche anno più tardi, si ricredette sul volo ad ala fissa proposto da Danti.
Il perugino volante, al momento dell’incontro con Leonardo, aveva già volato con la sua macchina e quindi non solo teorizzato quello che riteneva il miglior metodo di volo umano. Infatti Danti si sperimentò per la prima volta nel 1498, lanciandosi dalla sommità di Isola Maggiore con la sua macchina di legno, tessuto e pelli e, dopo un breve volo, planò sulle acque del Trasimeno. Provò più volte nel tempo, perfezionando il suo sistema, e ogni volta veniva recuperato, dalle acque del lago, da un suo fedele assistente.

Il volo su Perugia

L’occasione ufficiale per presentare la sua macchina volante fu nel 1498 (per alcuni il 1503), durante la celebrazione delle nozze tra Pantasilea Baglioni e Bartolomeo d’Alviano, capitano di ventura.
Durante la festa, quando la Piazza Grande perugina (oggi Piazza IV Novembre) era gremita di festante gente, Danti iniziò a volare, lanciandosi da un tetto e volteggiando sulle teste della folla incredula e stupita, tra applausi, silenzi apprensivi e grida di stupore. A un tratto, un supporto del telaio ebbe un cedimento e il Dedalo perugino cadde violentemente su un tetto, rompendosi malamente una gamba e rimanendo offeso per sempre da una zoppia. Da allora non riuscì più a volare, ma l’onore e la gloria lo accompagnarono a seguito dell’impresa. In seguito andò a lavorare come ingegnere a Venezia, dove morì a soli 39 anni, nel 1517.
Il Dedalo umbro, colui che effettuò per la prima volta il volo umano con una macchina ad ala fissa sulle acque del Trasimeno, fu come precursore di altri fatti aereonautici che accaddero qualche secolo più tardi sempre sul vecchio Tarminass: l’istituzione della prima Scuola di Guerra per Piloti di Idrovolanti d’Italia a San Feliciano, inaugurata nel 1914 dal tenente Anselmo Cesaroni, l’inaugurazione del campo per aerei terrestri nel 1918, poi aeroporto, a Castiglione del Lago e l’avvento nel 1931 della Scuola Caccia e l’istituzione dell’azienda aeronautica SAI Ambrosini a Passignano sul Trasimeno nel 1934. Quella di Giovan Battista Danti è un primato di orgogliosa eccellenza per il Trasimeno, per Perugia e per l’Umbria. Se il perugino volante avesse potuto osservare le conseguenze di ciò a cui aveva dato inizio…

«La mia cucina parte dai colori, dai profumi e dai sapori della terra in cui vivo. L’Umbria è in tutti i miei piatti come espressione del mio legame con il territorio, con le sue tradizioni e con le materie. Proporre un menu significa per me far percorrere un viaggio multisensoriale tra i paesaggi e i sentori di questa regione».

«Se mi assegnano la Stella Michelin faccio una festa che dura tre giorni. Devi venire anche tu!» (scherza). Paolo Trippini, classe 1979, top  chef umbro di Civitella del Lago (Terni), deve attendere solo fino al 25 novembre per sapere se lui e il suo Ristorante Trippini saranno insigniti di questo ambito riconoscimento. «È l’Oscar della cucina?» chiedo. «Esatto, è inutile far finta che non interessi. A me interessa eccome». Nel frattempo lo chef è stato nominato Ambasciatore Italiano del Gusto, primo e unico umbro entrato a far parte della prestigiosa associazione italiana che promuove, sostiene e valorizza, nel mondo, il patrimonio agroalimentare ed enogastronomico di eccellenza made in Italy e made in Umbria. Dal 2015 è membro dei Jeunes Restaurateurs d’Europe, associazione che riunisce i migliori e i più giovani rappresentanti dell’alta gastronomia; è, inoltre, docente della scuola del Gambero Rosso e partner della famiglia Eataly, per cui, nel food district Eataly di Roma, ha portato il suo Bosco Umbro.
Trippini, stagione dopo stagione, racconta il suo territorio attraverso il menu e regala aneddoti – tramandati di padre in figlio – come fosse un diario di bordo, per un viaggio alla scoperta di un’intera regione, dei suoi usi e costumi, del suo tessuto sociale, economico e culturale.

È forse troppo facile farle questa domanda: qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame viscerale. Sono nato e cresciuto in Umbria e ho un amore spassionato per tutto quello che è umbro: dal cibo ai panorami fino alla cultura.

Ritroviamo i sapori dell’Umbria anche nei suoi piatti e nella sua filosofia in cucina…

Assolutamente. Negli ultimi anni abbiamo fatto un percorso per portare nel piatto tutti gli ingredienti tipici umbri, anche contaminati con altre cucine.

Diventare chef è stato quasi un passo obbligato – visto il ristorante di famiglia – oppure è quello che ha sempre sognato di fare fin da piccolo?

Ho sempre sognato di fare questo lavoro e non penso di essere capace di farne un altro. Non ho mai avuto dubbi a riguardo, per me è il lavoro più bello del mondo! Sono una persona fortunata, faccio ciò che mi piace e non è un lusso che tutti possono avere.

 

Paolo Trippini, 41 anni

È il primo e unico umbro nominato Ambasciatore Italiano del Gusto: cosa significa per lei questo riconoscimento?

Per me è un bellissimo riconoscimento di cui sono molto orgoglioso, ancora di più perché sono l’unico umbro. Essere Ambasciatore del Gusto vuol dire far conoscere al mondo quali sono le proprie tradizioni e la propria cultura del cibo. È una bella responsabilità.

E cosa significa per la regione?

Avere un umbro che si può sedere al tavolo con i rappresentati delle altre regioni è molto importante. Così com’è importante confrontarsi con altri chef e presentare loro tutti i sapori dell’Umbria: parlo di Antonino Cannavacciuolo, Carlo Cracco, di top chef o stellati.

A proposito di stellati, la stella Michelin è un obiettivo?

Le stelle le vedo tutte le sere! (scherza). È ovviamente un obiettivo, ogni anno lavoriamo anche per questo e se arrivasse saremmo felicissimi, anche per l’Umbria. Sono onesto, se la ottengo faccio una festa che dura tre giorni. È il riconoscimento più importante per un cuoco, è inutile far finta che non interessi. I risultati di quest’anno escono il 25 novembre. Chissà! Vedremo!

Allora, incrociamo le dita…

Ve lo faremo sapere. Vi invito alla festa!

La ristorazione è uno dei tanti settori colpiti dal lockdown localizzato: come affronta questo periodo? Pensa che sia una giusta precauzione?

Finora abbiamo fatto tutto ciò che c’era da fare. Sicuramente non vorrei essere nei panni di chi ci governa in questo periodo, sai a livello nazionale sia regionale. Il problema c’è ed è inutile nascondersi: il DPCM che ha ufficializzato la chiusura dei ristoranti ci ha lasciato un po’ amareggiati; avevamo fatto tanto: distanziato i tavoli e istallato le varie protezioni per scaglionare la gente. Questa chiusura andava gestita in maniera diversa, magari con la prenotazione e un’autocertificazione avremmo potuto continuare a lavorare come prima. I bar e i ristornati sono due realtà distinte e si potevano gestire in modo diverso: nel ristorante gira meno gente, l’apertura è ridotta – non più di tre ore – e tutto si controlla più facilmente.

Ci racconti la sua Umbria a tavola…

È una regione genuina. La sua cucina è molto radicata nel territorio e fonda tutto il suo gusto sui prodotti del bosco, sia a livello vegetale sia animale. Un giornalista una volta mi disse: «L’autunno è la primavera umbra», in effetti questo periodo è il più bello, per l’Umbria. Abbiamo funghi, tartufi, castagne…

Se l’Umbria fosse un piatto, quale sarebbe?

Senza dubbio il Bosco umbro. È una mia specialità vegetale che si rinnova con le stagioni, ma sempre inconfondibilmente legata al cuore dell’Umbria. Oppure, se vogliamo pensare alla tradizione, il piatto che più ci rappresenta è il piccione, uno dei più ambiti nei ristoranti gourmet di tutto il mondo. Ho un aneddoto legato a questa cucina: ancora oggi non sono riuscito a cucinare un piccione in salmì buono come quello che fa mio padre. Il piccione in salmì rappresenta proprio l’Umbria, in tutto e per tutto.

La nostra regione non è molto famosa per il cibo: come mai?

È vero. In pochi sanno che in Umbria si mangia bene. Al di fuori non viene mani riconosciuta per questa peculiarità; ad esclusione dei romani, che vengono qui per mangiar bene. Inoltre, ci sono tanti chef famosi e stellati che comprano nelle aziende umbre che garantiscono prodotti eccellenti, ma anche questo è poco conosciuto. È un vero peccato: a volte non abbiamo la consapevolezza del potenziale che c’è qui, dobbiamo presentarci al di fuori con il vestito migliore. Questo è un mio obiettivo da ambasciatore.

Nella sua cucina non manca mai…

Come ingrediente, nella mia cucina, non manca mai la ricotta. Come status, non deve mancare mai il rispetto e la voglia di scoprire e conoscere.

C’è un piatto o un ingrediente che odia cucinare o mangiare?

Uno in particolare no, cerco di assaggiare tutto e mangio di tutto, ma direi che i cachi non mi danno nessun gusto quando li mangio. È un frutto che non utilizzo nemmeno in cucina. Non mi dà soddisfazione.

Facciamo un gioco: panpepato o pinoccate?

Panpepato.

Norcina o umbricelli al tartufo?

Norcina.

Rocciata o ciaramicola?

Rocciata.

Castagnole o torcolo di San Costanzo?

Castagnole.

Lenticchie o cicerchiata?

Cicerchiata.

Per finire, come descriverebbe l’Umbria con tre prodotti locali?

Legumi, ricotta, piccione.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione?

Burbera.

«La rivalità tra Terni e Perugia è divertente e fa parte del gioco, basta che non si esageri altrimenti diventa stupido. Il Perugia in C? Beh, sì che ho goduto!».

Francesco Lancia è uno che lavora dietro le quinte come autore di numerose trasmissioni televisive per Rai, La7, Sky, Mediaset, DeejayY Tv e Comedy Central. È anche autore e voce di Radio Deejay, nel programma Chiamate Roma Triuno Triuno con il Trio Medusa e proprio quest’estate, durante la trasmissione radiofonica, ha fatto uno spot divertente e decisamente efficace, per incentivare il turismo in Umbria. Lui, umbro di Terni, è molto legato alla regione e alla sua città: qualche giorno fa, in dialetto ternano, ha lanciato un appello da influencer per incentivare l’uso della mascherina. «Appena posso nei miei spettacoli e testi cerco sempre di inserire l’Umbria. Ho citato persino Perugia!» (scherza). «Vorrei vedere!» gli rispondo di getto. Nel corso della nostra chiacchierata via Skype, la rivalità tra Perugia e Terni è venuta fuori – non poteva essere altrimenti: un sano sfottò, quello che ti fa fare una risata. Ma l’obiettivo dell’intervista è far conoscere Francesco, diventato famoso ai più per «Venite in Umbria, str…».

Visto l’appello che hai fatto quest’estate non posso che chiederti: qual è il tuo legame con l’Umbria?

È un legame molto forte: sono nato a Terni, ho vissuto a Terni fino a 18 anni poi sono andato a studiare a Roma e, a causa del mio lavoro, ora vivo qui, ma i miei genitori abitano ancora a Terni e appena posso vado a trovarli. Le feste comandate (come si dice) le passo sempre lì. Inoltre, nei miei spettacoli cerco sempre di citare la città o la regione proprio per evidenziare il mio attaccamento.

Informatico, autore televisivo, speaker radiofonico, attore, doppiatore: di preciso chi è Francesco?

Non lo so ancora! Posso dire che il mio mestiere principale è quello di autore radiotelevisivo, poi dall’autoraggio radiofonico sono diventato anche una voce, ma la mia grande passione è quella dell’improvvisazione teatrale. Ovviamente oggi è difficile vivere solo di teatro, ma è una bellissima passione che cerco di portare avanti. Sono uno a cui piace fare un sacco di cose e cambiare spesso, magari tornerò a fare l’informatico, mai dire mai!

Quindi l’improvvisazione è la tua passione?

Sì, sono disposto a fare chilometri e chilometri anche gratis. Gli altri sono anch’essi divertenti, ma rimangono lavoro. Scrivere mi piace tantissimo, lavorare in radio anche, ma è dall’improvvisazione che è nato tutto, sono partito da lì.

 

Francesco Lancia, ph Elisa Pìzza

Sei anche uno dei fondatori della compagnia teatrale de I Bugiardini che fa proprio teatro d’improvvisazione…  

Esatto. Saliamo sul palco senza avere nulla di pronto e chiediamo al pubblico cosa vuole vedere. Riusciamo a realizzare uno spettacolo con una storia e delle canzoni, così, creato dal nulla. È molto divertente sia per il pubblico sia per noi attori. Non sai mai quello che succede. Devo dire che è utile anche per la vita di tutti i giorni: se arriva un imprevisto sai come affrontarlo e come reagire al meglio. Un corso d’improvvisazione lo consiglierei a tutti.

C’è un programma che hai scritto di cui sei più orgoglioso?

Tanti. Ho sempre avuto la fortuna di lavorare in programmi che mi sono piaciuti, fin dal primo realizzato col Trio Medusa. Poi da autore ho scritto il programma per La7 la Gaia Scienza, se potessi lo rifarei domani, mi sono divertito moltissimo. Non posso non nominare anche Zero e lode andato in onda su RaiUno. Sono molti i programmi che ho voluto fare e pochi quelli che ho dovuto fare. Mi sento un privilegiato!

Partendo da Terni, come si arriva a fare tutto questo? Come hai cominciato?

Ho rinunciato a un contratto a tempo indeterminato per iniziare seriamente la carriera di autore… immagina la reazione dei miei genitori! Passo dopo passo, per ora è andata bene…

La tua promozione dell’Umbria su Radio Deejay quest’estate ha avuto un grande successo…

Sì, me lo hanno detto in tanti e alcuni sostengono che sia anche un po’ merito mio il turismo di quest’estate. Io non penso: l’Umbria è meravigliosa ed è facile da raggiungere. Io posso aver messo il tarlo in testa a qualcuno, ma il grosso lo fa il territorio.

Com’è nato il pezzo?

Quel pezzo l’ho scritto al volo, la mattina stessa e l’ho fatto con molta leggerezza. Sono contentissimo che sia diventato virale! Quando posso, cerco sempre di valorizzare la regione: non si può restare attaccati al solo passato industriale – parlo di Terni – si deve puntare su altro come ad esempio l’enogastronomia. «Ma quando se magna bene in Umbria?!» Ma in pochi lo sanno. Inoltre, ti do una notizia in anteprima: per Comedy Central ho girato una puntata particolare (andrà in onda tra diversi mesi) e tutto quello che serviva lo abbiamo trovato in Umbria. Siamo stati al Caos di Terni, all’Abbazia di San Pietro in Valle e al museo delle mummie di Ferentillo. È una regione tutta da scoprire.

Per il turismo natalizio cosa potremmo dire? Venite in Umbria a Natale…

Intanto ci sono io, in Umbria a Natale, che mangio il panpepato – lo faccio anche a Roma con la mia ricettina e poi lo regalo. In Umbria non c’è il mare, quindi quale migliore occasione se non d’inverno, poi non nevica o nevica poco, ci sono un sacco di cose da vedere: l’albero di Gubbio, la Stella di Miranda a Terni… una buona meta a basso costo per il Natale! Situazione Covid permettendo.

Hai fatto il liceo scientifico Galileo Galilei di Terni… io quello di Perugia! Da qui ti chiedo: l’ha mai sentita la rivalità tra le due città?

Avoja! Ci gioco spessissimo sulla rivalità tra le due città, ovviamente in modo goliardico, non farei mai nulla di male ai cugini biancorossi. Ho una carissima amica perugina e ce le diciamo di tutti i colori, perché è divertente. Come hai sentito, nello spot ho nominato anche Perugia e ci sono tante persone intelligenti perugine – (scherza) – che in radio mi scrivono per prendermi in giro per l’accento ternano. Lo fanno simpaticamente. Fa parte del gioco. Da ragazzo poi, vivevo la rivalità anche a livello calcistico.

Quindi sei tifoso?

Della Ternana sarò sempre tifoso. Da ragazzo andavo in curva, in trasferta… ora seguo molto poco il calcio, però: «Che ha fatto la Ternana?» lo devo sapere ogni domenica. Finché il campanilismo è divertimento va bene, quando esagera diventa stupido.

Dì la verità: hai goduto della retrocessione in serie C del Perugia?

Beh, per forza! Un po’ sì (ride). In questo momento è una guerra tra poveri, ma fa godere lo stesso! Vediamo cosa succede quest’anno.

Sei un appassionato di giochi da tavolo: qual è il tuo preferito?

Ne ho più di 400. Non sono i classici giochi, sono i giochi da tavolo di ultima generazione, quando li ho scoperti mi si è aperto un mondo. È complicato sceglierne uno.

Se l’Umbria fosse un gioco da tavolo, quale sarebbe?

È una bellissima domanda. Potrebbe essere Indovina chi? Tipo: «C’è la metropolitana?» si butta giù tutto e finisce, oppure «Ci sono Santi famosi?» «Sì» allora si lasciano alzati Terni, Assisi, Cascia. Ci si potrebbe pensare.

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Natura, cibo, Natale.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

Il verde, la cascata delle Marmore.

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