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Nella straordinaria scenografia naturale del vecchio molo alla Darsena di Passignano sul Trasimeno domenica 13 settembre Coralium, il Coro Lirico dell’Umbria, ha realizzato open air un evento mai proposto neppure dai grandi teatri: ha allestito e portato in scena al calar del sole di una giornata di grecale nientemeno che Il Tabarro, una delle tre opere del Trittico Pucciniano del 1918.

Tra il respiro impetuoso del vento che agitava la superficie delle acque e lo sfilare silenzioso dei battelli illuminati che rientravano in darsena, è andata in scena una delle opere più passionali del grande Maestro.

Grazie alla sensibilità del Comune di Passignano e al solido sostegno del Club Velico locale, il Trasimeno è stato sacro testimone e proscenio di una grande suggestione. La più completa delle arti, l’Opera Lirica, con la musica e il canto ha compiuto ancora una volta il prodigio di rendere vera per un pubblico attento e partecipe una vicenda d’amore di sangue e di poesia.

 

 

Michele, impersonato dal famoso baritono Andrea Sari, Giorgetta dalla preziosa voce del soprano Paola Stafficci, Luigi dalla voce drammatica e potente del tenore Claudio Rocchi, la Frugola con la forte caratterizzazione di Rosalba Petranizzi: sono stati protagonisti di una vicenda complessa e lacerante piena di sentimenti forti e situazioni psicologicamente intriganti. Un’ambientazione sociale ricca di spunti di modernità, che riguarda personaggi riconoscibili tra le file della gente comune, già in qualche modo definibile come sottoproletariato urbano, in un’atmosfera tra il noir e l’intrigo.

Grandi le emozioni assicurate dalla regia di Stefano Rinaldi Miliani, che giocava sulla liason dell’elemento acqua tra il Trasimeno e la Senna, dove si svolge la vicenda, qui riportata ai nostri anni ’50, dove le midinettes, le allegre sartine della Parigi inizio ‘900, diventano le merlettaie del lago, appassionate di intrecci e di canzoni d’amore.

Il Coro Lirico era diretto dal deciso gesto di Sergio Briziarelli e l’intensità musicale della partitura era affidata al raffinato tocco del pianista Ettore Chiurulla.  Il Coro Lirico dell’Umbria con questo nuovo appuntamento dà seguito e senso al Progetto Opera Trasimeno iniziato già dal 2016, che vorrebbe eleggere il Trasimeno a lago pucciniano: legittimamente, dal momento che il grande compositore amava assai frequentare le sue sponde in compagnia del suo ospite Riccardo Schnabl.

Un progetto ambizioso e avvincente che tutti gli artisti del coro contribuiscono a far crescere anche con le rispettive competenze, come quella di sarta teatrale del soprano Noemi Marroni creatrice del paradigmatico Tabarro, il grande mantello a ruota di Michele da cui l’opera prende il nome. Il successo decretato dalla presenza di un folto pubblico – sia pur disciplinato e distanziato – entusiasta della novità dell’evento ma soprattutto felice di assistere in un simile luogo a questa opera poco rappresentata, ha rafforzato i propositi del sindaco Sandro Pasquali, dell’assessore Christian Gatti e di tutta l’amministrazione comunale, di continuare insieme a Coralium con il Progetto Opera Trasimeno per dare appuntamento a cittadini e turisti nella bella stagione a un’altra opera nei meravigliosi scenari del nostro lago.

Conclusa la quarantena del Coronavirus sono uscita e sono andata in giro per la mia città: Roma. Vuota. Nessun turista e nessun cittadino in giro, solo io.

Camminando adagio attraverso il centro ho riscoperto la sua maestosa bellezza, di solito velata da strati sovrapposti di turisti che fotografano qualsiasi cosa a qualsiasi ora, anche mentre stanno mangiando. Allora ho pensato che fare un salto indietro nel tempo e immedesimarsi nelle vesti ingombranti di una viaggiatrice del Grand Tour sarebbe stato interessante.

 

Todi, Piazza del Popolo

 

Mentre mangio un gelaro seduta al bar, cerco di immaginare le emozioni di una fantomatica viaggiatrice ottocentesca come Madame de Staël e di vedere con occhi curiosi e ammirati una piazza italiana. Non ho scelto una piazza a caso, ma Piazza del Popolo a Todi, piccola e perfetta. C’è tutto quello che ci deve essere e niente stona, nemmeno gli ombrelloni.
Non passano macchine e oggi non ci sono neppure i bambini che corrono e lanciano gridolini. La piazza è il cuore pulsante di ogni piccola città e di ogni borgo italiano: ne è il centro politico, commerciale e religioso. È così da quando le città sono state fondate e i centri commerciali non avevano ancora sostituito la piazza. Piazza del Popolo è la piazza dei tuderti e dei molti popoli che si sono succeduti nei millenni, che l’hanno attraversata parlando e mangiando.
Mentre sono seduta qui al bar, considero che i miei piedi, così come quelli della de Staël prima di me, poggiano dove hanno passeggiato Etruschi e Romani che, mentre facevano politica, si muovevano tra i monumenti della piazza, di cui non vi è più traccia poiché sono stati incorporati o riutilizzati. Mi guardo attorno e cerco di catturare la bellezza di ciò che vedo.

Palazzo dei Priori con l’aquila di bronzo

Laggiù a destra, sul muro del palazzo dei Priori, c’è l’aquila di bronzo con la sua tovaglia tra gli artigli; le faccio un sorriso, se è un’aquila lo vedrà. Io ho con me uno zainetto, ma se fossi una dama dei primi dell’Ottocento avrei un ombrellino da sole, una grande borsa di tappeto come quella di Mary Poppins e un blocco da disegno con matite e acquerelli. Il blocco da disegno era un must che non poteva mancare a nessuna persona colta mentre era in viaggio: era l’unico modo per fissare i ricordi. Paesaggi e monumenti si tracciavano sulla carta; i tramonti, così fotogenici, non si prestavano a schizzi e acquarelli, e nessuno si sarebbe sognato di disegnare i piatti con le pietanze.
Il pezzo forte della piazza di Todi sono due palazzi in travertino chiarissimo: il palazzo del Capitano e quello del Popolo, maestosi e leggeri, con quelle finestre gotiche che sembrano merletti. Sono due palazzi che, essendo uniti da una scala, danno l’impressione di essere uno solo, ma, se si osservano attentamente, si nota che anche le loro finestre sono diverse.
Il popolo che viveva in capanne o tuguri doveva estasiarsi davanti a tanta bellezza. Mi lascio prendere dal suo fascino mentre mi godo il gelato. Penso che se fossi stata Madame de Staël avrei notato subito le differenze e avrei iniziato a disegnare ogni minimo particolare.
All’epoca non si potevano fare selfie e non si poteva fotografare a raffica tutto quello che entrava nell’obbiettivo dicendo: «poi lo guardo a casa!». Chi disegna assorbe i particolari, anche i più minuti, mentre oggi, quando si fotografa, ci si chiede se sia meglio una foto oppure un video: ma facciamoli tutti due! Come viaggiatrice avrei ammirato il palazzo del Capitano, ma non mi sarei meravigliata più di tanto, poiché a una svizzera che ha conosciuto tutta l’Europa il gotico è familiare.
Mi lascerei invece sorprendere dal Duomo, lassù in cima alla scala: mi affascinerebbe il colore rosa della pietra umbra, la pietra del Subasio, la pietra dell’altopiano e la pietra con cui hanno costruito Spello, che mi riprometteri di andare a vedere quando il sole tramonta e batte sulle mura e sulle case e tutta la città diventa rosa come un confetto. Il Duomo, con la sua facciata rosa e bianca, il portale scolpito e il rosone vetrato, è una chiesa molto italiana anzi, molto centro-italiana.

 

Palazzo del Capitano

 

Poi farei anche un giro della piazza per vedere i palazzi privati che la circondano e scoprire dettagli per me inediti. Se fossi stata Madame de Staël mi sarei incantata davanti ai quei palazzi antichi modificati mille volte. Le vecchie porte medievali sono state murate oppure trasformate da arco tutto sesto a porta rettangolare. Anche le finestre sono state modificate: le ogive, così romantiche, sono state infatti squadrate e vi sono stati aggiunti i vetri e le persiane. Sicuramente mi sarei seduta a disegnarle. L’Italia è il paese dove passato e presente convivono, mi sarei detta.
Tutto cambia e niente si elimina completamente. Todi è una città fatta di pietra, una montagna di pietre assemblate per creare un gioiello e, se fossi stata Madame de Staël, avrei probabilmente scritto nel mio diario: «Oggi sono salita sulla collina di Todi, mi sono seduta sulla piazza e mentre osservavo quelle pietre ho sentito pulsare la vita degli italiani presenti e passati».

La luce è scintilla vitale per ogni essere vivente, invisibile e immateriale, eppure origine di ogni cosa. Penetra silenziosa all’interno di vetrate e finestre, illuminando le navate e gli altari di chiese e cattedrali, rivelando così lo spazio costruito.

Fin dall’antichità i fasci di luce avevano un valore funzionale: il loro scopo era infatti quello di consentire un uso ottimale degli spazi. In seguito, soprattutto all’interno dei luoghi sacri, la luce cominciò ad assumere un altro significato, più simbolico: la presenza del divino.
Con la diffusione dell’arte bizantina, le pareti delle chiese si ricoprirono di mosaici con fondo oro; su di essi la luce si riflette provocando spettacolari riflessi dorati. Infine, giochi di luce si ottennero grazie a grandi e preziosi rosoni realizzati interamente con vetrate colorate. I fasci di luce colorano le navate, rendendo visibile, anche internamente, il ricamo di vetro, vera e propria opera d’arte realizzata dall’estro di maestri vetrai.
In una regione mistica come quella umbra, terra di Santi e Beati, la spiritualità si cela nei grandi rosoni che campeggiano sulle facciate delle chiese. Nella chiesa di Santa Giuliana a Perugia il rosone domina la facciata, anche se la sua struttura risulta molto semplice: due giri di ruota con colonnine e archetti trilobati che ruotano intorno a un perno centrale.

 

Chiesa di Santa Maria a Monteluce. Perugia

La luce che invece penetrava all’interno della chiesa di San Francesco al Prato mostrava, agli occhi dei fedeli e dei visitatori, le straordinarie opere d’arte lì conservate, come la Pala Baglioni e la Pala degli Oddi di Raffaello, la Resurrezione del Perugino e tante suppellettili sacri. Il grande rosone, realizzato con un morbido disegno a griglia, si distacca da quelli classici, rivelando un tema iconografico inusuale.
Anche nella chiesa di Santa Maria di Monteluce la navata centrale è illuminata da un magnifico rosone, posto nel registro superiore della facciata a capanna. Il rosone è interamente composto da una griglia traforata con un motivo circolare.

Chiesa di San Costanzo

Nella chiesa di San Costanzo, elevata nell’ottobre del 2008 da papa Benedetto XVI a basilica minore e dedicata al primo vescovo di Perugia, è visibile un rosone fiancheggiato da altorilievi allegorici che rappresentano i quattro Evangelisti. Oltre il rosone è inoltre presente un portale costituito da due stipiti in marmo ornati da tralci e animali fantastici, mentre nell’architrave è raffigurato Cristo benedicente tra i simboli degli evangelisti, unesempio di scultura romanica di fine del XII secolo.

Il principale edificio religioso a Perugia è indubbiamente la cattedrale di San Lorenzo. Presenta una complessa stratificazione di fasi costruttive. Venne iniziata il 20 agosto 1345 come narrato dalle cronache dei Baglioni: «Adì 20 de agosto nel dicto millesimo se comenzó a fondare la chiesa nuova S. Lorenzo». [1]

Diversamente dalle maggiori cattedrali, quella di Perugia ha la fiancata laterale rivolta verso la piazza principale della città. Tale lato è caratterizzato dalla Loggia di Braccio, commissionata da Braccio da Montone. La navata centrale è interamente illuminata dalla vetrata del rosone, simbolo per eccellenza dell’estro di maestri vetrai.

 

Cattedrale di San Lorenzo

 

In questo straordinario mondo luminoso celebre è l’attività dello Studio Moretti Caselli, che ebbe inizio nel 1858, con il lavoro svolto da Francesco Moretti; esecutore e maestro, ha legato il suo nome e quello di tutto lo studio al merito di aver ripreso, continuato e reso prestigiosa l’arte vetraia in Italia. Nel 1861 fu installato un vero e proprio laboratorio tecnico, prima nel complesso di San Domenico, poi trasferito nell’ex convento di San Francesco al Prato e infine nell’attuale via Fatebenefratelli.[2] Oggi lo studio-laboratorio è diventato un magnifico museo.

Vetrata. Natività

Nella cattedrale di Perugia il primo intervento fu curato proprio da Moretti, che realizzò la Natività o L’adorazione dei pastori da porre nel finestrone della cappella. La magnifica vetrata impressionò talmente tanto i perugini per la sua bellezza che fu lodata da due poeti: Giovanni Bini Cima e Alinda Bonacci Brunamonti.
Il successivo intervento fu di Ludovico Caselli, che tra il 1917-1920 realizzò il Martirio di San Lorenzo. Anche questa vetrata fu accolta e descritta con parole poetiche.[3] Le vetrate dello studio rappresentano una sorta di pittura di luce e i fasci diretti e puri, colorati e sfumati filtrano dalla sottile rete degli elementi metallici, diventando simbolo terreno della presenza divina.

 


[1] Cronaca della Città di Perugia  dal 1309 al 1491. Nota col nome di Diario del Graziani secondo un codice appartenente ai conti Baglioni supplita ne’ luoghi mancanti con escerti di altre inedite cronache perugine e pubblicate per cura di Ariodante Fabretti con annotazioni del medesimo di F. Bonaini e F. Polidori, p. 18.
[2] La carta, il fuoco e il vetro. Lo studio-laboratorio Moretti-Caselli di Perugia attraverso i documenti, disegni e le vetrate artistiche. Catalogo della mostra, a cura di G. Giubbini, R. Santola Mazza, Edimond Editore, 2001, p. 60.
[3] La carta, il fuoco e il vetro. Lo studio-laboratorio Moretti-Caselli di Perugia attraverso i documenti, disegni e le vetrate artistiche. Catalogo della mostra, a cura di G. Giubbini, R. Santola Mazza, Edimond Editore, 2001, pp. 68-69.

Nella bella cornice offerta dall’agriturismo Il Poggiolo (Pilonico Materno, Perugia), il 12 settembre 2020 si terrà la prima edizione di Umbria BIOdiversity 2020, un’intera giornata dedicata alla biodiversità umbra.

Aperta al pubblico, la manifestazione ha come scopo l’avvicinamento alla conoscenza dei prodotti, dei produttori e i loro territori e nasce da un’idea di Valentina Dugo di Consorzio AVO in collaborazione con 3A-Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria.

La manifestazione si apre con una mostra-mercato di aziende produttrici di biodiversità alimentare autoctona e di eccellenze del territorio, a entrata libera, con allestimento diffuso nel parco dell’agriturismo, dove i visitatori potranno conoscere e acquistare l’offerta agro-alimentare regionale, garanzia in fatto di qualità dei prodotti e di salute del consumatore.

La giornata prosegue con interessanti appuntamenti di riflessione sulla biodiversità, ad accesso limitato per garantire sicurezza e distanziamento, come l’Incontro interattivo con la Nutrizionista: Cereali e legumi, questi sconosciuti a cura della biologa nutrizionista Melissa Finali, il Consumer test delle varietà di pomodoro della Casa dei Semi del Trasimeno, a cura di 3A-Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria (3A-PTA), e la Sinfonia Vespertina del trio jazz Hobby Horses, a cura di Chiara Ryan Izzo & Radio Safari, un esperimento musicale di comunione fra l’attività umana e quella sempre presente, e spesso ignorata, della Natura.

 

 

Umbria BIOdiversity 2020 rappresenterà anche un appuntamento importante per gli addetti ai lavori, che potranno confrontarsi sul tema della costruzione di una filiera dedicata all’agro-biodiversità regionale, in occasione della tavola rotonda, organizzata da 3A-PTA, Per una filiera delle eccellenze dell’agrobiodiversità regionale.

All’incontro, moderato da Marco Pareti di AboutUmbria, dopo i saluti da parte del sindaco di Marsciano Francesca Mele, dell’Amministratore Unico di 3APTA Marcello Serafini e del Responsabile del Servizio Sviluppo rurale e Agricoltura sostenibile Franco Garofalo, interverranno: Luciano Concezzi – 3A-PTA, Giordano Mainò – azienda agraria La Valle dell’Oasi, Matteo Ciucci società agricola Il Poggiolo, Marta Rinaldi azienda agricola L’Orto di Marta, Marco Caffarelli – 3A-PTA , Valentina Dugo – Consorzio AVO, Moreno Peccia – Cantina Moreno Peccia, Manuel Vaquero Dipartimento di Scienze Politiche – UNIPG, Filippo Antonelli – Cantina Antonelli San Marco. Dopo le conclusioni a cura dell’Assessore alle politiche agricole e agroalimentari della Regione Umbria Roberto Morroni, verrà proposta una degustazione dei prodotti dell’agro-biodiversità regionale.

 


Ingresso libero dalle 10.30 alle 19.30.

Garantite le norme di sicurezza anti Covid19.

Un viaggio lungo 7.000 km, 2 anni e mezzo e 354 tappe: i ragazzi di Va’ Sentiero riprendono il loro percorso attraverso il sentiero più lungo del mondo, il Sentiero Italia. Prima tappa: Visso-Norcia.

Definito dalla CNN «Il più grande tra i grandi cammini», il Sentiero Italia è l’alta via che percorre le catene montuose dello Stivale, collegando tutte le regioni (comprese quelle insulari) e oltre 350 borghi montani. Un percorso, lungo otto volte il Cammino di Santiago, è stato realizzato circa una trentina di anni fa dall’Associazione omonima e dal Club Alpino Italiano, ma è stato, col passare del tempo, pressoché dimenticato. Fino al 2018, quando il CAI ne annuncia il progetto di restauro, attraverso non solo interventi di ripristino del tracciato e della segnaletica, ma anche tramite una serrata campagna di promozione.

 

Il percorso, courtesy of www.vasentiero.org

Il progetto Va’ Sentiero

È proprio nel tratto centrale di questo percorso che sfiora i 7.000 km che incontriamo i ragazzi di Va’ Sentiero, la spedizione che, nel maggio 2019, è partita da Muggia (TS) per attraversare prima tutto l’arco alpino e poi discendere verso le estremità dello stivale, in nome dell’amore per la montagna e del turismo lento, nonché della volontà di rispettare le peculiarità locali e di contribuire al sostegno del tessuto socio-economico di aree interne in via di spopolamento. Il progetto, nato dalle menti dei fondatori Yuri Basilicò, Giacomo Riccobono e Sara Furlanetto, è basato su due principali sfumature del termine condivisione, quella digitale – attraverso il racconto in tempo reale sui social (Facebook, Instagram) e di media partner di primo livello (Touring Club Italiano, Radio Francigena, Gazzetta dello Sport) – e quella fisica. Chi vuole, infatti, può aggregarsi per una o più tappe, così da creare spazi di condivisione per idee, progetti e storie di vita, nonché per camminare qualche ora in compagnia circondati dalla bellezza autentica dei paesaggi italiani.

 

I ragazzi di Va’ Sentiero sulla cima del monte Patino (Norcia)

Il collante dei luoghi spezzati

In apertura del secondo anno di progetto – sebbene slittato di qualche mese a causa del Covid-19 – si sono poste tappe a cavallo tra Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio, in zone che recano ancora gli evidenti segni di un terremoto devastante e dove la presenza umana sembra sia stata quasi sopraffatta dalla natura. Norcia, Castelluccio di Norcia, Arquata del Tronto, Accumoli, Colle d’Accumoli e Campotosto sono luoghi in cui l’unica forma di turismo possibile è ormai quello lento, che permette di stare a contatto con la natura, di mangiare buon cibo e di fare esperienza di rapporti umani più genuini.

E allora il passaggio dei ragazzi di Va’ SentieroYuri Basilicò, guida del team sul sentiero e coordinatore del progetto; Sara Furlanetto, fotografa e responsabile della comunicazione; Giacomo Riccobono, ufficiale logistico; Andrea Buonpane,  videomaker; Francesco Sabatini, cambusiere e responsabile della ricerca culturale; Martina Stanga, social media manager, Giovanni Tieppo, driver del furgone – assume qui un valore ancora maggiore, tanto da coinvolgere anche sezioni locali del CAI e associazioni come Trekkify (Perugia), Arquata Potest e Monte Vector (Arquata del Tronto, AP), Il Cammino delle Terre Mutate (Roma) e Discover Sibillini (Macerata).

 

Parco Nazionale Monti Sibillini, foto di Sara Furlanetto

Una sfida su più fronti

Si tratta senza ombra di dubbio di un’enorme sfida. Non solo fisica – i ragazzi hanno già affrontato forti nevicate, uragani, pioggia, zecche, tendiniti, infiammazioni e vesciche – ma anche personale, data dalla difficoltà del percorso e dal fatto di trovarsi sotto i riflettori, tutti insieme, per almeno sette mesi all’anno. Di grande aiuto, in questo senso, sono l’accoglienza data dalle comunità locali e il sostegno della community di oltre 40.000 followers, nonché quello della campagna di crowdfunding e degli sponsor (Montura, Ferrino, Oxeego, Lenovo, Motorola, Fondazione Cariplo, F. Carispezia, Wonderful Outdoor Week, F. di Venezia, F. Agostino De Mari, F. CariLucca, F. dei Monti Uniti di Foggia ed EOM Italia).

Ma c’è anche un’altra sfida, forse la più grande: far conoscere un percorso unico al mondo, capace di unire l’Italia nonostante le sue differenze, godibile attraverso un punto di vista privilegiato, quello della montagna. «Il nostro sogno è che il progetto sia il seme per una svolta nell’approccio dei giovani alla montagna. Siamo consapevoli si tratti di un percorso impegnativo: la montagna stessa è una strada in salita. Ma Walter Bonatti, cui dedichiamo il progetto, disse che “chi più in alto sale, più lontano vede”. E noi proprio là puntiamo, in alto!» dichiara Sara Furlanetto, co-founder di Va’ Sentiero.

E noi, vedendo quanto coinvolgimento, quanta speranza e quanto senso comunitario ha scatenato tale impresa, non possiamo che essere d’accordo con lei.

Tra i mestieri tradizionali della Bevagna medievale, il più caratteristico è legato alla lavorazione della canapa, per la fabbricazione di tele e cordami.

Nel suo Saggio georgico sulla proprietà dell’acque del torrente Lattone e commercio delle tele in Bevagna del 1782, Alessandro Aleandri scrive: «Fra tutte per altro le arti, che quivi a perfezione son giunte, verun’ altra avvenne, che possa in elevazione contendere coll’arte di tessere e imbiancare d’ogni specie le Tele. Buona parte del territorio di Bevagna è attivissimo alla produzione e cresciuta della Canape, di cui si raccoglie quantità considerabile. Raccolta in Bevagna la Canape v’è tutto il modo di macerarla in alcuni Fossi a ciò destinati, chiamati perciò Maceratori, cinquecento passi in circa lungi dall’abitato. Compiuta la macerazione, ed incigliata dai Contadini la Canape, passa alle Botteghe dei Canapari, delle quali se ne contano nell’abitato in gran numero, vivendo perciò la maggior parte della Plebe coll’esercizio di quest’arte. Ridotta all’opportuno lavoro viene poi consegnata alle Filatrici, dalle Filatrici passa all’Orditrici, e Tessitrici, dalle quali si lavorano le Tele di diversa qualità, giusta il desiderio di chi ne fa l’ordinazione. In Bevagna si conta un numero infinito di Telari, sicché ascendono a migliaia le Tele che in ciascun mese si lavorano. La tela si divide in quattro pezze, e ciascuna pezza in ventisette braccia, o sia in nove Canne Romane. Lavorate le tele resterebbe di imbiancarle e dovrebbesi mandarle altrove, se non vi fosse anche qui la maniera d’eseguirlo non solo però evvi tal comodo; ma egli è tale che non evvi luogo in tutta l’Europa, ove le tele naturalmente riducansi a più perfetto biancheggio, quanto da noi e il cui perfetto biancheggio proviene soltanto dalle acque del nostro Lattone. Questo torrente denominato Lattone rimane lungi circa due miglia da Bevagna, sotto un Castello denominato la Torre del Colle. Sebbene dagli Abitanti della Torre non si usi alcuna particolarità né segreto per biancheggiare, con tutto ciò è infallibile che l’acque del detto Lattone bianchiscono più di tutte l’altre acque, benché non si usi né calce, né sapone, né si raddoppino tanti bucati, quanti se ne usano in altri luoghi di biancheggio. Giunte finalmente al grado del desiderato biancheggio, le genti della Torre del Colle le stendono in vari prati, presi in affitto per asciugarle. Indi a perfezione purgate le riportano a’ rispettivi mercadanti in Bevagna, incontrandosi di continuo per la strada che conduce colà Uomini e Donne, Giovanotti e fanciulle, di fresca, di adulta, di virile e ancor di vecchia etade portar sopra la testa chi tre, chi quattro e chi per fine sei di quelle Tele. Fra le tele dunque, che si mandano a curare al Lattone vi sono le Cortinelle, che si fabbricano in tutta la Germania; la loro tirata è di circa canne 20 Romane, e si paga per curarle baj.25 la pezza. Le tele di Cento fabbricate in Baviera di tirata canne 25, e pagansi per curarle baj.30 la pezza. Le tele Navine fabbricate similmente in Baviera simili nella tirata e nel prezzo alle tele di Cento. Le tele di Bevagna di tirata canne 9, si paga per biancheggio baj.10. Vengono finalmente anche le tele di Bologna e d’altre parti, il cui biancheggio si paga più o meno secondo la loro maggiore o minor tirata ed altezza».
Aleandri così conclude il saggio: «Finché sussisterà quest’arte, non mancherà popolazione, girerà il denaro e fiorirà in Bevagna la ricchezza e l’abbondanza; ma trascurandosi si vedrà il popolo in povertà e decadenza. Si dovrebbe quindi custodire la medesima con somma gelosia e usare ogni mezzo possibile per mantenerla e accrescerla, senza frapporvi il menomo ostacolo, anche in riflesso di qualunque pubblica gravezza, potendosi in caso di bisogno aumentare gli aggravi personali, non mai però il traffico o delle canape o delle Tele, unico mezzo che ci resta in oggi per sperare la sussistenza ed aumento del Popolo di Bevagna».

 

Telaio in lavorazione

Un’antica tradizione

Da un documento di proprietà dei Conti Spetia risulta che, ancora nel XIX secolo, gran parte della popolazione vive dell’esercizio di questa arte: 2404 sono le filatrici che, dalle frazioni e dai comuni limitrofi, vengono quotidianamente a Bevagna per prendere e riportare i filati; 36 sono le botteghe per la raffinazione della canapa: 376 le donne del capoluogo impegnate nella tessitura e 381 le persone impiegate nel biancheggio delle famose Tele di Bevagna e di quelle straniere. Sembra che anche Caterina De’ Medici, andando in sposa ad Enrico II, re di Francia, porti nel suo corredo finissime camicie di canapa, tessute e confezionate a Bevagna.
In realtà, verso il Mille, la coltivazione della canapa è diffusissima su tutto il territorio pianeggiante e ricco di acque e pertanto adatto, per la sua configurazione, a questo tipo di coltura da cui contadini e artigiani traggono il loro sostentamento, contribuendo alla notorietà del borgo con la produzione di tele pregiate e cordami resistentissimi. Lo stesso Statuto documenta l’importanza che a Bevagna aveva la coltivazione della canapa e la tessitura. Nel libro terzo si vieta l’importazione della canapa di Foligno a Bevagna e nel suo distretto; è fatto obbligo al Podestà di inviare il proprio notaio ogni martedì, giorno di mercato, a controllare il Forum Canipae perché non si contravvenisse alla norma. La pena per coloro che erano stati trovati colpevoli era stabilita in decem solidis pro manna qualibet, cioè per ciascuna matassa. Veniva stabilita l’ubicazione del mercato della canapa: da porta Giuntula fino a Porta S. Vincenzo, e in nessun altro luogo e anche in questo caso il notaio del Podestà doveva esercitare un severo controllo. Si stabiliva anche che nessuno potesse passare attraverso i campi coltivati a canapa, cioè le canapine, per andare a lavare i panni ed era compito del Notaio ai Danni Dati controllare e indagare su coloro che non avessero rispettato la norma. Infine lo Statuto considerava lecito per chiunque macerare la canapa, il canapone e il lino in qualsiasi maceratoio di Bevagna e del suo distretto con il consenso degli eventuali proprietari. Il capitolo 178 definisce il salario delle tessitrici dei panni canapati in base ai nodi con precisione estrema: il compenso va da tre soldi per sei nodi e a otto soldi per quindici nodi.  Textrices, seu texentes panni canapatii accipiant pro stesa panni facti in sex legaminibus tres solidos: et pro stesa panni facti a sex usque in decem legaminibus quinque solidos, et pro stesa panni facti in undecima, et in duodecim legaminus sex solidos, et pro stesa panni facti in quatordecim legaminibus septem solidos et sex denarios, et pro stesa panni facti in quindecim legaminibus octo solidos denariorum.

 

Mercato delle Gaite

La lavorazione durante le Gaite

Per rispetto di questa antica tradizione della Bevagna medievale, nell’ambito della manifestazione del Mercato delle Gaite, una delle quattro, la Gaita Santa Maria, si è impegnata fin dall’inizio a far rivivere nei gesti e nei suoni i diversi momenti della lavorazione della canapa, ripercorrendone con fedeltà i complessi passaggi, secondo le antiche tecniche. Nel 1993 la Gaita ha pensato di arricchire il suo angolo originario dando vita alla ars guarnellariorum o arte dei cascami pesanti che lega insieme, in una stessa corporazione, gli artigiani che tessono la canapa e la lana, nonché i cordari. In un accogliente e suggestivo angolo verde i visitatori hanno modo di seguire contemporaneamente le fasi della scavezzatura e quelle della scardezzatura dei due cascami pesanti. In un angolo, Osvaldo il pastore tosa con mani esperte una grossa pecora belante, da cui ricava la lana che alcuni giovani donne lavano ripetutamente alla fonte d’acqua corrente. Mentre Cinzia e Manuela sono impegnate in questo lavoro, Maria e Gina stendono al sole la lana lavata, disponendola su camorcanne. Quella già imbiancata viene invece scardazzata a mano da Marisa e Peppinella, che la allargano in fiocchi, con gesti veloci, dopo averla unta con olio di oliva. Al centro del giardino si susseguono le fasi della stigliatura: le mannelle di canapa che stanno a essiccare al sole, vengono prese e sottoposte ai colpi ripetuti e ritmati del bastone e della maciulla, con cui Cesare e Angelo spezzano gli steli in frammenti, facilmente separabili dalla filaccia. La fibra, che ne risulta, viene passata poi al pettine; Tarsavio e Silvio, con gesti lenti ma costanti, allungano e tirano ripetutamente le fibre di canapa e lana sopra i due grossi pettini, legati stabilmente ad un tavolaccio, così da eliminare la parte più grossolana della filaccia e del fiocco e disporre le fibre in un’unica direzione, preparandole per la filatura. Ogni tanto una ragazza, Simona, preleva i fiocchi di lana e canapa, appena pettinati, per riportarli alle filatrici. Dina, Letizia e Maria su pesanti banchetti incappucciano le rocche, fatte da loro con grosse canne, con u batuffolo di fibra di canapa e lana. Le tengono strette sotto l’ascella, oppure infilate nella cintura delle lunghe sottane, così da avere entrambe le mani libere per tirare e torcere il filo che si avvolge attorno al fuso. Giacomina e Giustina fanno ruotare i naspi con sorprendente rapidità e lasciano poi cadere nel cesto, ai loro piedi, le matasse appena allacciate. Caroletta gira lentamente il filarino e il rocchetto si riempie di filo, Ope ed Elia, girano le piccole ruote che avvolgono il filo della matassa intorno ai rocchetti. Su antichi telai, con gesti precisi e ritmo cadenzato, Angela ed Elide lanciano la spoletta sopra e sotto, a destra e a sinistra, tra i fili tesi dell’ordito. La trama cresce, si allunga e la tela splende bianca e resistente. Donne in abiti succinti e coloratissimi si danno un gran daffare intorno ad alcune vasche di pietra. Stanno tingendo. Michela, Anna, Laura, Ilena, Assunta, Francesca e Pia, tingono le matasse di lana e i teli di canapa, utilizzando le tradizionali le tradizionali sostanze vegetali: il nero ottenuto dalla daphne gnidium, il giallo dalle foglie di ontano o dallo scotano, il turchino dal guado, il marrone dalla galla, il rosso dalla rubia tinctoria. Un giovane scalzo pesta le tele tessute al telaio in un grosso catino di terracotta, pieno di un liquido composto di acqua, sapone, sabbia, calce e orina, che ha il potere di conferire al panno grezzo una particolare lucentezza e resistenza.
Lungo il muro che delimita per tutta la sua lunghezza il vicoletto, rivive con fedeltà l’antica arte dei cordai: Gigi gira con pazienza e solerzia la ruota dell’antica tornetta, rallentando o accelerando, secondo le richieste degli esperti cordai, Olivo e Attadio, che per lunghi anni hanno fabbricato corde per una infinità di usi, torcendo con gesti rapidi ed esperti la fibra di canapa. Il passato, come d’incanto, si è fatto presente.

 

Mestieri delle Gaite

La canapa, una fibra versatile

Ne La Divina Villa del perugino Corniolo della Corna, che scrive nella prima metà del Quattrocento, la canapa viene al primo posto nella fabbricazione di funi, corde, reti e sartiami. Piero de Crescenzi parla dell’impiego della canapa per fare panni, camicie, lenzuola. Sempre nel Quattrocento, due grandi trattati di gastronomia e dietetica, come il Libro de arte coquinaria di Maestro Martino da Como e il De honesta vuluptade et valetitudine di Bartolomeo Platina, parlano ampiamente della canapa. Dall’antichità fino all’inizio del XIX secolo il 90% delle vele delle navi era in canapa. Fino agli anni venti del Novecento circa l’80% dei prodotti tessili e delle stoffe per vestiti, tappeti, tende, coperte, asciugamani ecc., era in fibre di canapa, considerati più caldi del cotone e tre volte più resistenti a strappi e conservabili più a lungo. Quasi fino alla fine del XIX secolo, una percentuale stimata tra il 75% e il 90% della carta fabbricata nel mondo era prodotta con fibre di canapa: oltre alla Bibbia di Gutenberg risalente al 1455, anche le opere di M. Twain, V. Hugo, A. Dumas furono stampate su carta di canapa, come la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. Essendo una fibra forte e lucida in grado di resistere al calore, alla muffa, agli insetti e non venendo danneggiata dalla luce, pitture a olio dipinte su tele di canapa si sono conservate in buone condizioni attraverso i secoli: i quadri di Rembrandt, di Van Gogh e di altri famosi artisti erano dipinte su tessuti di canapa. Per almeno 3000 anni gli estratti di canapa (cime, foglie, radici) hanno costituito i farmaci più diffusi per il trattamento della maggior parte di malattie. Si trovano citati per la prima volta per il trattamento di disordini femminili, gotta, reumatismo, malaria, stipsi e debolezza mentale in un testo di medicina cinese del III millennio a.C. Senza dimenticare l’utilizzo per la produzione di prodotti cosmetici; per la produzione di tavole molto robuste per l’edilizia e la falegnameria; per la produzione di mattoni in cemento impastato con legno di canapa.

 


Bibliografia

Opere scelte di Alessandro Aleandri, a cura di T. Sediari e C. Vinti, Fabrizio Fabbri Editore, 1999
Un viaggio attraverso i secoli: Il mercato delle Gaite, a cura della Gaita Santa Maria, Tipolitografia Recchioni,1994
La canapa in Italia dal Medioevo al Novecento, a cura di C. Poni e S. Fronzoni, Clueb, 2005

Un evento di rete che si colloca in maniera convinta e importante all’interno del panorama culturale non solo regionale, ma anche nazionale, vista la caratura degli ospiti presenti.

Il Festival delle Corrispondenze – giunto alla sua nona edizione – possiamo definirlo un festival in evoluzione e in costante crescita. Anno dopo anno ha aggiunto un tassello importante e si è costruito una veste unica, miscelando in maniera inedita dibattiti sull’attualità, analisi storico-sociologica e letteratura, attraverso lettere e corrispondenze. Oltre 20 appuntamenti in 4 giornidal 3 al 6 settembre a Monte del Lago nel Comune di Magione – tutti a ingresso gratuito: tra reading, seminari, tavole rotonde, presentazioni di libri, serate teatrali, lezioni, approfondimenti ed eventi dedicati ai bambini, racconta uno spaccato storico e culturale attraverso le suggestioni della comunicazione epistolare. «Un evento per tutti i palati e tutte le sensibilità», così ama definirlo Vanni Ruggeri, Assessore alla Cultura del Comune di Magione, che promuove il Festival con il sostegno del GAL Trasimeno-Orvietano.

 

Lo staff del Festival con Piergiorgio Odifreddi, l’ospite d’onore dello scorso anno

 

«Nonostante l’emergenza sanitaria, non sarà un’edizione ridotta: il format salotto letterario ben si adatta alla situazione che dobbiamo affrontare e verranno prese tutte le precauzioni del caso. Le location – Piazzetta Sant’Andrea e Villa Aganoor – ci consentono di svolgere tutto in sicurezza e al meglio; inoltre l’intero programma verrà trasmesso in streaming sulle piattaforme social del Festival. L’unico aspetto di cui abbiamo dovuto far a meno è stato quello conviviale, gestito negli anni passati dalla Proloco di Monte del Lago che ci ha comunque fornito un ottimo supporto nell’organizzazione» illustra l’Assessore.

Arte, crisi e anniversari

Sarà un’edizione che non rinuncia a confrontarsi con i temi di attualità, pur trovando sempre un fil rouge che lega lettere e arte. Verranno celebrati, con degli eventi ad hoc, anniversari di respiro nazionale e internazionale come i 500 anni dalla morte di Raffaello con la lezione di Paolo Francesco Di Teodoro, storico dell’arte e saggista, dal titolo Lettera a Leone X di Raffaello e Baldassarre Castiglione (6 settembre ore 11); i 40 anni della strage di Bologna con la conferenza La strage alla stazione di Bologna attraverso le lettere ricevute dal Sindaco, con la professoressa di Storia contemporanea Cinzia Venturoli (6 settembre ore 17.00), l’anniversario di Amedeo Modigliani e i 100 anni di Gianni Rodari con la presentazione del libro 100 anni di Rodari, di e con Vanessa Roghi (4 settembre ore 17.30).
Tra gli appuntamenti da segnare in agenda ci sono l’incontro con il violinista Uto Ughi, che ripercorrerà la propria carriera attraverso le corrispondenze (5 settembre ore 21.30); l’intervista del giornalista Fausto Biloslavo, al giornalista e scrittore Toni Capuozzo (in collegamento skype, 5 settembre ore 18.00) e la presentazione del libro Il vento attraversa le nostre anime. Marcel Proust e Reynaldo Hahn. Una storia d’amore e d’amicizia, di e con la giornalista e scrittrice Lorenza Foschini (4 settembre ore 19.00). La chiusura dell’edizione 2020 è affidata alla redazione di Lercio.it, con la serata Lercio live 2020, alle ore 21.30.

 

Monte del Lago

 

«Quest’anno il festival è dedicato a due diverse e complesse relazioni che segnano e narrano importanti fasi della nostra storia: quella tra lettere e arte e tra lettere e crisi. È inevitabile affrontare il periodo storico che stiamo vivendo e che rimarrà ben impresso nella memoria collettiva. Un’importante riflessione su questo verrà fatta – venerdì 4 ore 21.30 – con lo storico e saggista Franco Cardini e la sua lectio magistralis dal titolo: 1348/2020. L’annus horribilis tra crisi e rinascita (un appuntamento in collaborazione con il Festival del Medioevo di Gubbio). Inoltre, abbiamo voluto fortemente unire l’attualità della comunicazione contemporanea con le lettere, che sembrano un sistema comunicativo lontano, vecchio e polveroso, ma che in realtà tutti i giorni utilizziamo: post, chat, Tik Tok sono sempre modi epistolari per interagire. Cambia la piattaforma ma non la dinamica comunicativa. Il Festival, oramai da diverse edizione, tiene anche alta la guardia sul linguaggio impoverito e violento che viene utilizzato spesso nei social. Quest’anno lo farà con la tavola rotonda L’odio corre sulla rete: hate speach, violenza verbale e uso dei social con Mario Morcellini, Massimo Arcangeli e Stefano Andreoli, fondatore del blog satirico collettivo Spinoza.it» conclude Vanni Ruggeri.

 


Gli appuntamenti sono gratuiti ma con prenotazione telefonica (o tramite whatsapp) al numero 335 6871130.

Programma completo su: www.festivaldellecorrispondenze.it

Un trionfo già realizzato al Morlacchi si ripeterà questa sera (ore 21) nell’arena del Frontone.

Confermato l’entusiasmo di coloro che avevano chiesto una replica del grande evento dello scorso febbraio, e che e lucevan le stelle lo ascolteranno sotto il firmamento che fa da scenografia naturale al grande spettacolo portato a Perugia da Ermanno Fasano e la Solti snc.

Una Gabrielle Mouhlen altera ed elegante, nello stesso tempo appassionata, è la Floria Tosca che incanterà il pubblico perugino. Una grande artista sorretta da un cast di esperienza per recitare i tre atti di una delle più belle opere di Puccini, la stessa con cui il Teatro La Scala ha aperto la stagione. Il soprano, che ha già interpretato lo stesso personaggio al Festival Pucciniano di Torre del Lago e al Musikthetaer di Essen, si è già detta innamorata di Perugia, ed è bene lieta di tornare, e magari fare anche qualche giro da turista. Lo stesso vale per Davi Ryu che ha interpreterà con intensità Mario Cavaradossi, un personaggio che può dare spazio alla sua potenza vocale e al suo impeto interpretativo.

 

 

Ermanno Fasano, l’impresario, ci aveva promesso per questa data la Boheme, ma l’emergenza sanitaria ha ristretto i tempi di preparazione, e riferisce: “Siccome siamo abituati a una certa qualità cui non vogliamo rinunciare, abbiamo deciso di trasformare il limite in virtù, e accontentare tutti coloro che a febbraio non erano riusciti a entrare al Morlacchi per il veloce sold out e per l’impossibilità di realizzare una replica”. Ho Joun Lee impersonerà il terribile Scarpia è un baritono ormai riferimento per spettacoli lirici in tutto il mondo.

Nell’intervista al Direttore e Maestro Concertatore, Lorenzo Castriota Skanderbeg ci regala alcune chicche ricordando che non a caso Tosca era l’opera preferite e dirette da Gustav Mahler, ed è una delle opere più amate anche da altri direttori per la genialità della musica pucciniana da cui sono nati gli stessi Musical americani, da cui discendono e a cui si sono ispirati molti altri compositori successivi, anche di musica Pop.

La regia è affidata a Guido Zamara che nel rispetto della tradizione riesce sempre a sorprenderci con qualche particolare innovativo che coinvolge il pubblico con la ricerca del significato che generalmente nello stile zamarese si svela nel finale.

La presenza dell’orchestra sinfonica della città di Grosseto insieme al Coro Lirico dell’Umbria ha creato un connubio artistico toscoumbro sperimentato ormai da tre anni e che si rinnova e rafforza in ogni evento, confermato anche nelle tournée fuori regione.

Una menzione speciale a Stefano Rinaldi Miliani, che nella sua lunga carriera ha interpretato molti ruoli, e ha calcato le scene di teatri di tutto il mondo, e dopo averlo già rappresentato all’Arena di Verona, anche domani interpreterà Angelotti ha offerto un’ottima interpretazione sia scenica che vocale.

Una presenza di freschezza fanciullesca comunque connotata da professionalità matura è stata portata dalla presenza del Coro delle Voci Bianche del Conservatorio di Perugia, con la direzione del Maestro Franco Radicchia, il quale riferisce che: “Il coro ha da tempo obiettivi artistiche ed educativi che portino i piccoli e i giovani alla conoscenza della musica di alto livello, come formazione del futuro fruitore del bello”. In un iter educativo che responsabilizza notevolmente i cantori e le famiglie a un senso di formazione e preparazione. Fra tutti emerge la figura del pastorello che sarà interpretato da Tommaso Tortoioli in un tripudio di sentimenti e passioni forti quale è Tosca, ha porterà con naturalezza e grande espressività la purezza dell’età novella.

Importanti collaboratori del Coro Lirico e in questo contesto di tutta l’opera messa in scena i maestri preparatori Sergio Briziarelli ed Ettore Chiurulla, che oltre alla preparazione degli artisti del coro, contribuiranno con grandi effetti sonori afferenti ai vari contesti musicali.

Lo stesso Ermanno Fasano, titolare della S.O.L.T.I , che già da oltre tre anni porta l’Opera Lirica nella nostra città, entusiasta dell’accoglienza e dalla calorosità del pubblico perugino promette che febbraio al Morlacchi sarà un appuntamento annuale con  l’Opera, dove ci incanterà con un altro importantissimo titolo, e facendo i dovuti scongiuri che sul palcoscenico sono doverosa consuetudine.

Il Comune di Tuoro sul Trasimeno, la ProLoco di Isola Maggiore, il GAL Trasimeno-Orvietano e il Progetto Donna vede Donna insieme nella suggestiva isola lacustre dove arte, cultura, turismo e commercio si incontrano con uno sguardo positivo verso il futuro.

Il 29 e 30 agosto 2020, la centrale via Guglielmi di Isola Maggiore diventerà una galleria a cielo aperto, che ospiterà la mostra fotografica corredata da versi Donna vede Donna. L’evento è organizzato dalla Proloco di Isola, ARS Cultura, Trasimeno in Dialogo, con il supporto del GAL Trasimeno-Orvietano e del Comune di Tuoro sul Trasimeno.

S’incontreranno all’aria aperta, arte, turismo ed economia, nel rispetto delle distanze e in linea con le indicazioni istituzionali in tempo di Covid. L’inaugurazione della mostra Donna vede Donna, è prevista sabato 29 agosto alle ore 11.00, davanti all’ingresso del Museo del Merletto.

 

La mostra

La mostra di Isola è nata da un incontro di idee e di intenti tra Silvia Silvi, Lorena Passeri e Marco Pareti, coordinatore del progetto Donna vede Donna, trovando grandi consensi: la centrale via Guglielmi di Isola Maggiore ospiterà la mostra fotografica corredata da versi, Donna vede Donna.

Le finalità della mostra, giunta al suo sesto appuntamento, sono quelle di descrivere, con foto e versi, le varie sfaccettature femminili e di mettere in risalto la dolcezza, la bellezza e la centralità sociale delle donne, aborrendo ogni forma di violenza. Si potrà passeggiare nella bellissima via centrale di Isola Maggiore ammirando le opere fotografiche e leggendo i versi a corredo.

Tra l’altro alcune foto della mostra, vedono come protagoniste proprio alcune signore isolane dedite all’arte del merletto, il tipico Pizzo d’Irlanda, caratteristico della Maggiore.

Le fotografe sono nove, amatoriali e professioniste, tra italiane, russe e albanesi: Sara Belia, Roberta Costanzi, Elena Kovtunova, Antonella Marzano, Lorena Passeri, Rita Peccia, Antonella Piselli, Anastasia Trofimova, Renilda Zajmi. Le cinque autrici sono di origine italiana, russa e giapponese: Sara Belia, Naoko Ishii, Graziella Mallamaci, Mariapia Scarpocchi e Marina Sereda. Il coordinatore fotografico e direttore artistico è Stefano Fasi.

Isola Maggiore accoglierà arte e cultura, in sinergia con turismo e commercio, per favorire il rilancio economico e culturale, dopo il tempo sospeso del coronavirus. Vale la pena andare a visitare Isola Maggiore, dove si può respirare una storia unica e suggestiva di uno dei luoghi più caratteristici e magici in assoluto. Si ringrazia per il supporto e la gentile collaborazione, la ProLoco di Isola e i suoi abitanti, il GAL Trasimeno-Orvietano e il Comune di Tuoro.

Sono nato a Pistoia, vivo a Pistoia e lavoro a Pistoia. Ho letto Dante e la sua Divina Commedia e ho fatto una scelta, ho preso una decisione: mi trasferirò in Umbria. E vi spiego il perché!

Descrizione della mia Umbria

Per noi beceri toscani l’Umbria è pace, tranquillità e spiritualità. Per noi polemici toscani l’Umbria è per essere tolleranti con gli altri. Per noi sbruffoni toscani l’Umbria è per appropriarsi del sentimento della commiserazione. Come avete notato ho sottolineato più volte e Pistoia e toscani perché poi alla fine siamo i più campanilisti di tutti. L’Umbria è per me la regione per far star bene il cuore e la mente; è la terra di San Francesco, Santa Chiara, Santa Rita da Cascia. Per me l’Umbria è la terra del Perugino e dell’arte grottesca di Pinturicchio e della piana più bella del mondo, la Piana di Castelluccio. Ma a darmi il La, la spinta definitiva è stato Dante Alighieri.

Pistoia

Toponomastica di Pistoia

Abito in via dell’Anguillara nei pressi della Volta del Pesce. Vicino alla mia abitazione c’è via Abbi Pazienza, nome che deriva dall’assassinio, per errore, di un uomo da parte della famiglia avversaria che pare si scusasse con un semplice: «Abbi pazienza». Nei dintorni c’è via delle Pappe, dove si gettavano l’avanzi del cibo dell’Ospedale del Ceppo. Ancora vicina è via dei Fuggiti, che si trova dietro il tribunale e deve l’appellativo a chi riusciva a sfuggire alla giustizia. Anche da questa toponomastica si evince un passato storico fatto di divisioni e parcellizzazioni persino all’interno di una stessa famiglia. Le contrapposizioni, peraltro comuni a tutte le città medievali, sembrano non finire mai e le ombre del passato non di rado abbracciano eventi contemporanei soprattutto su storie legate alla Massoneria.

Dante, l’Inferno e Pistoia

«Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi d’incenerarti sì che più non duri, poi che ‘n mal fare il seme tuo avanzi?» (Perché Pistoia non deliberi di non esistere più riducendoti in cenere?). Questa è l’invettiva che Dante scrive contro la città di Pistoia – patria di cittadini malvagi – dopo aver incontrato nel suo Inferno Vanni Fucci.
Vanni Fucci, detto Bestia, è un lestofante con cui Pistoia ha avuto a che fare verso la fine del 1200. Viene indicato come uomo di temperamento violento e predisposto alla rissa. Si rese protagonista di futili atrocità e scellerati comportamenti. Dopo aver depredato la cappella di San Jacopo durante le feste di Carnevale del 1293, fu condannato dal Comune di Pistoia anche per omicidio, ma di lui si persero le tracce. La sua fama è legata soprattutto all’essere stato citato proprio da Dante Alighieri, che probabilmente ebbe modo di conoscerlo.
Il pistoiese Vanni Fucci è forse il personaggio più negativo di tutto l’Inferno dantesco. È collocato nella bolgia dei ladri e si presenta così: «Io piovvi di Toscana, poco tempo è, in questa gola fiera. Vita bestial mi piacque e non umana, sì come a mul ch’ì fui; Vanni Fucci bestia, e Pistoia mi fu degna tana». Poi continua:«In giù son messo tanto perch’io fui ladro a la sagrestia d’ì belli arredi».
Nel canto successivo Vanni Fucci rincara la dose e con le mani rivolte verso al cielo, facendo il gesto delle fiche, dice: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!» (Tié, Dio, queste sono per te!).
Il Focaccia a dispetto del suo soprannome (buono come il pane, buono come una focaccia) è stato un altro dei più facinorosi personaggi pistoiesi. Il suo vero nome era Vanni de’ Cancellieri e nacque a Pistoia nella seconda metà del XIII secolo, siamo quindi in pieno Medioevo.
Nelle Storie Pistoiesi viene ricordato come violento e fazioso, nobile di parte bianca in mezzo alle lotte sanguinose in cui si manifestò la divisione tra bianchi e neri. Un anonimo autore delle Storie Pistoiesi dà di lui questo ritratto: «Prode e gagliardo molto di sua persona, del quale forte temeano quelli della parte nera per la sua pervesità, perché  none attendea ad altro che a uccisioni e ferite».
Nell’inferno dantesco il Focaccia non è immerso nel Flegetonte e tormentato dai Centauri (primo girone del settimo cerchio), proprio di chi ha commesso omicidi ma nel nono cerchio dove ci stanno i traditori dei parenti. Avrebbe meritato la contemporanea presenza nei cerchi danteschi!

 

Pagina della Divina Commedia

L’Umbria nella Divina Commedia

Innanzitutto c’é da sottolineare una data storica: 11 aprile 1472 quando viene stampata a Foligno la prima copia della Divina Commedia. Dante doveva conoscerla molto bene l’Umbria sia per i viaggi che vi ha fatto che per gli amici che lo ospitavano e anche per queste due righe dedicate a Perugia.
Dante nell’XXI canto (siamo nel Paradiso) infatti scrive: «Intra Tupino e l’acqua che discende del colle eletto del beato Ubaldo, fertile costa d’alto mondo pende, onde Perugia sente freddo da Porta Sole: e di rietro le piange per grave giogo Nocera con Gualdo». Si dice che questa parte fu scritta nel territorio eugubino all’interno del castello di Colmollaro dove risiedeva il Conte Bosone Novello Raffaelli, amico di Dante.

Dunque il primo momento di Dante con l’Umbria è il clima di Perugia e quello di immortalare e tramandare per sempre il ricordo del vescovo di Gubbio, Ubaldo Baldassini vissuto fra il 1085 e il 1160. Ubaldo nella sua vita terrena rinunciò alle ricchezze di famiglia e scelse un’esistenza improntata all’austerità e alla povertà anche quando ricoprì le vesti di vescovo.

E poi c’è San Francesco che Dante include ovviamente tra i beati del Paradiso, mostrandolo seduto nella rosa celeste illustrata nei Canti XXXI e XXXII. E ancora Oderisi da Gubbio, famoso miniaturista del XIII secolo. Dante lo include nella prima cornice del Purgatorio, quella dei superbi.

L’esilio proposto da un eugubino

L’unica nota dolente nel rapporto fra Dante e l’Umbria è Cante Gabrielli di Gubbio. Guardiamo brevemente cosa successe. Cante Gabrielli, detto il Gran Cantaccio, nacque a Gubbio in una famiglia tradizionalmente fedele alla Chiesa e apertamente schierata con il partito guelfo. Fin da giovane ricoprì incarichi politici e diplomatici per poi divenire podestà di Pistoia (1290) e podestà di Firenze (1298). In questa sua veste Cante Gabrielli emanò due sentenze di condanna contro Dante Alighieri. La prima lo condannò a una multa pecuniaria, al divieto a vita di partecipare al Governo di Firenze e all’esilio per due anni dalla Toscana. La seconda sentenza, non avendo il poeta ottemperato a quanto stabilito, lo condannò al rogo, alla distruzione delle sue case e alla confisca dei suoi beni; praticamente tutto ciò equivaleva all’esilio perpetuo. Il tutto fu scatenato per la lotta al potere tra guelfi e ghibellini e dalla infamante accusa di concussione e baratteria. All’eugobino Cante Gabrielli bisogna però dare un’attenuante; il fatto di aver ricoperto il ruolo di podestà di Pistoia per alcuni anni non gli deve aver fatto molto bene!

Fra verità ed esagerazioni la scelta è comunque fatta

Ho volutamente intervallato considerazioni personali, fatti storici e citazioni dantesche; ho forse esagerato sugli aspetti negativi di una città che in verità ha anche tanti aspetti positivi, fra cui quello di essere stata la capitale italiana della cultura 2017; ho tracciato un percorso che sto per iniziare.
La scelta è comunque fatta: mi trasferirò in Umbria e con me verrà anche mia moglie e qui scatta l’aggravante, in quanto lei è pisana. Dante infatti diceva (Inferno, canto XXXIII): «Ahi Pisa vituperio de le genti», augurando che le due isole di Capraia e Gorgona si muovano e blocchino l’Arno sulla foce sino a farlo straripare, portando all’annegamento tutti i cittadini della crudele città, definita appunto «vergogna degli italiani».

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