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«Quando cantiamo è fondamentale andare a tempo e andare nella stessa direzione, e ciò dipende da due elementi: la guida del direttore e la sintonia tra di noi. Il direttore per noi è come un faro che ci guida e ci illumina la strada».

L’amicizia sta alla base del gruppo vocale Trìtonus, nato a Perugia nel 2016 con l’intento di dar vita a una realtà musicale in grado di trasmettere quell’intensità e quei valori, sia artistici sia umani, propri del canto corale. L’organico di voci, guidate e dirette dal Maestro Franco Radicchia con la collaborazione del Maestro Mauro Presazzi, comprende cantori di diverse età, di differente formazione artistica e con un considerevole ed eterogeneo bagaglio di esperienza corale alle spalle: Francesca Maraziti (soprano), Costanza Mignini (soprano), Sabrina Alunni (contralto), Emilio Seri (tenore), Luca Rondini (tenore), Riccardo Forcignanò (basso) e Alessandra Ligori (contralto). «Prima è nata l’amicizia poi il gruppo, non il contrario» spiega Riccardo Forcignanò, che si è fatto portavoce del coro per farci scoprire tutti i segreti e la storia dei Trìtonus.
Sebbene di recente formazione, la corale si è già esibita in vari contesti sia a livello locale sia nazionale, come la rievocazione storica Perugia 1416 o la Sagra Musicale Umbra nelle edizioni 2016, 2017 e 2018; ha tenuto concerti a Montepulciano, a Cortona e durante la 2° Rassegna Corale G. Costi a Crema. Nel maggio 2019 è arrivata la prima esperienza internazionale che li ha portati in Ungheria per la 30° edizione del Festival Corale Internazionale Miskolci Kamarakórus Fesztivál a Miskolc. «È stata un’esperienza fantastica e molto importante dal punto di vista formativo».

 

Trìtonus in esibizione nella Basilica di San Francesco ad Assisi. Foto di Claudia Ioan per gentile concessione del gruppo vocale.

Riccardo, qual è il vostro legame con l’Umbria?

Siamo nati e cresciuti qui e proveniamo da diversi quartieri di Perugia.

Raccontaci in breve la vostra storia…

Il gruppo è nato nel 2016 da una mia iniziativa: volevo tornare a cantare e conoscevo le persone giuste per farlo. Durante il liceo avevamo partecipato a un progetto corale col maestro Franco Radicchia: da quel momento il canto ci è entrato dentro e non lo abbiamo abbandonato più. C’è un detto che circola nell’ambiente: «Quando inizi a cantare in un coro o lo abbandoni subito perché non ti piace, oppure non lo abbandoni più». Così è stato anche per noi!

È sicuramente una realtà diversa rispetto al cantare da solista…

Assolutamente sì. Ci teniamo a sottolinearlo.

Qual è la differenza?

La cosa più bella nel cantare in un coro è la sensazione di inclusione che ti dà. È un gioco di squadra, soprattutto quando il gruppo è piccolo come il nostro: non sei solo una voce, ma sei un supporto anche per gli altri.

C’è una parte difficile del cantare in coro a più voci?

Durante un concerto è importante andare a tempo e andare nella stessa direzione, e ciò dipende da due elementi: la guida del direttore che sincronizza il lavoro e la sintonia tra di noi, e per questo l’essere amici è fondamentale. Con il direttore formiamo un triangolo in cui il lui sta al vertice ed è il faro che illumina e ci guida.

Avete mai litigato?

No. Ci sono stati dei momenti di confronto, ma litigi veri e propri assolutamente mai.

 

Trìtonus. Foto di Claudia Ioan per gentile concessione del gruppo vocale.

Da dove arriva la scelta di questo nome? Ha un significato?

Il Trìtonus – l’accento è sulla i – è l’intervallo di tre toni tra una nota e l’altra: nel Medioevo, siccome è un suono fastidioso e tetro, veniva definito il diavolo fatto musica e molti compositori dell’epoca evitavano di inserirlo nelle loro musiche. Questo ci ha sempre molto affascinato e ci ha convinto per la scelta del nome. In più si discosta dalla nostra filosofia, che è quella della cura del suono anche dove ci sono contrasti. Abbiamo appunto giocato su questa opposizione.

Perché avete scelto di cantare musica medievale e rinascimentale?

La scelta risale fin dai tempi del liceo. Il Maestro Radicchia, che è tra i più esperti in Italia di musica medievale e rinascimentale, ce l’ha fatta scoprire e con il tempo ha attecchito dentro di noi, ci ha appassionato e dunque abbiamo intrapreso questo percorso.

Eseguite anche altri generi musicali?

Il genere musicale è sempre quello, musica vocale a cappella in prevalenza, anche se ci è capitato di cantare accompagnati da musicisti. Il repertorio invece cambia: passiamo dalla musica sacra a quella profana, e anche se eseguiamo brani più contemporanei manteniamo sempre la vocalità che ci contraddistingue. Ci stiamo anche affacciando al vocal pop. Di recente un compositore ha scritto per noi un madrigale, che lo scorso ottobre abbiamo eseguito durante un concerto nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi. È stata una vera emozione e un onore poter cantare qualcosa scritto appositamente per noi.

Come avvengono le vostre prove?

In condizioni normali proviamo in media una volta a settimana per un paio di ore. Sono prove molto intense e faticose. Studiamo le note, la contestualizzazione e la storia del brano; il Maestro ci guida, ma aspetta sempre che il dettaglio per l’esecuzione esca da noi, fa sì che ci maturi in testa.

Ora con il distanziamento come fate?

Come durante il precedente lockdown, abbiamo deciso di sospendere le prove perché non possono prescindere dalla convivenza, ma ci siamo incontrati online per studiare e parlare di progetti futuri. Abbiamo sospeso, ma non interrotto.

E quali sono i vostri progetti futuri?

L’idea è quella di incidere un cd, vedremo cosa si potrà fare. È prevista anche una collaborazione con un compositore e chitarrista francese per fare dei concerti: è ancora un progetto embrionale.

Cosa sognate? Dove vorreste arrivare?

Il gruppo è nato da un’amicizia e non il contrario e ognuno di noi ha un lavoro extra coro. Per ora è una passione anche se l’atteggiamento e l’impegno sono a livello professionistico. È un hobby, ma è vissuto come un vero lavoro. Il nostro intento è mantenerlo come un qualcosa che duri per sempre e abbiamo in cantiere bellissimi progetti, non ci siamo dati un limite. Vediamo come andrà! Non escludiamo nulla.

In questo periodo spesso avete fatto esibizioni da remoto, ognuno a casa sua: cosa vi manca dei concerti dal vivo?

Il contatto con il pubblico e cantare dal vivo ci manca tantissimo. Il concerto di ottobre ci ha dato una boccata di ossigeno visto che venivamo da mesi di isolamento; inoltre, ci siamo esibiti all’interno della rassegna internazionale di musica sacra Assisi Pax Mundi in cui erano presenti tanti direttori d’orchestra e questo è stato davvero emozionante.

Quanto è difficile oggi il mondo della musica?

Molto. Ci vuole coraggio, talento e fortuna per vivere in questo mondo. È un mondo difficile soprattutto per noi che siamo nati spontaneamente senza un’impostazione predefinita per arrivare da qualche parte. Il nostro obiettivo è quello di non compromettere la vera essenza della nostra musica.

Ingredienti

  • 40 g di tartufo nero di Norcia o bianco di Gubbio
  • 6 uova
  • 6 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • Sale

 

Preparazione

Fare a scaglie il tartufo; rompere in una terrina le uova, salarle e sbatterle leggermente. Versare l’olio in una padella per friggere, aspettare che sia ben caldo e versarvi le uova sbattute. Lasciar rapprendere la frittata in modo che sotto sia leggermente dorata e rimanga morbida in superficie. Togliere la padella dal fuoco, cospargrte rapidamente la superficie morbida con le scagliette di tartufo e ripiegare la frittata su sé stessa. Servire subito.

 

 

Molti mescolano il tartufo alle uova sbattute, ma questo era il modo in cui un tempo a Norcia e Gubbio preparavano la frittata di tartufi; la tecnica usata, è di fatto, quella delle omelettes ma mi pare più giusto il termine frittata, che era quello usato in queste due cittadine umbre del tartufo.

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci.

I perugini che videro nascere nel 1478 Giovan Battista Danti non immaginavano di certo che qualche anno più tardi quel ragazzo universitario pieno di talento li avrebbe fatti stare con il naso all’insù per ammirare le sue evoluzioni aeree, per la prima volta in assoluto effettuate con un mezzo ad ala fissa (simile all’attuale deltaplano).

Questo Dedalo umbro– chiamato anche il perugino volante – dopo approfonditi studi e ricerche da precoce e illuminato ventenne, realizzò una struttura alare con un telaio di legno e superfici in pelle. Siamo negli anni dove l’altro scienziato, il ben noto e stimato Leonardo da Vinci, era convinto che l’uomo potesse volare con macchine che imitassero il volo degli uccelli, per lo sbattere delle ali, oppure con una macchina a volo elicoidale, tipo l’elicottero odierno. Danti, dal canto suo era, invece convinto che l’uomo potesse volare grazie a una macchina ad ala fissa, sfruttando il vento e le correnti ascensionali.

Giovan Battista Danti

I due si incontrarono nel 1502 a Castiglione del Lago, dove Leonardo stava ipotizzando opere di ingegneria idraulica per realizzare una rete di comunicazione tra la Chiana, il Trasimeno, l’Arno e il Tevere. Grazie a Giampaolo Baglioni, il signore di Perugia, si confrontarono sui loro studi, teorie e imprese riguardo il volo. Al termine dell’incontro ognuno rimase della propria idea, ma Leonardo, qualche anno più tardi, si ricredette sul volo ad ala fissa proposto da Danti.
Il perugino volante, al momento dell’incontro con Leonardo, aveva già volato con la sua macchina e quindi non solo teorizzato quello che riteneva il miglior metodo di volo umano. Infatti Danti si sperimentò per la prima volta nel 1498, lanciandosi dalla sommità di Isola Maggiore con la sua macchina di legno, tessuto e pelli e, dopo un breve volo, planò sulle acque del Trasimeno. Provò più volte nel tempo, perfezionando il suo sistema, e ogni volta veniva recuperato, dalle acque del lago, da un suo fedele assistente.

Il volo su Perugia

L’occasione ufficiale per presentare la sua macchina volante fu nel 1498 (per alcuni il 1503), durante la celebrazione delle nozze tra Pantasilea Baglioni e Bartolomeo d’Alviano, capitano di ventura.
Durante la festa, quando la Piazza Grande perugina (oggi Piazza IV Novembre) era gremita di festante gente, Danti iniziò a volare, lanciandosi da un tetto e volteggiando sulle teste della folla incredula e stupita, tra applausi, silenzi apprensivi e grida di stupore. A un tratto, un supporto del telaio ebbe un cedimento e il Dedalo perugino cadde violentemente su un tetto, rompendosi malamente una gamba e rimanendo offeso per sempre da una zoppia. Da allora non riuscì più a volare, ma l’onore e la gloria lo accompagnarono a seguito dell’impresa. In seguito andò a lavorare come ingegnere a Venezia, dove morì a soli 39 anni, nel 1517.
Il Dedalo umbro, colui che effettuò per la prima volta il volo umano con una macchina ad ala fissa sulle acque del Trasimeno, fu come precursore di altri fatti aereonautici che accaddero qualche secolo più tardi sempre sul vecchio Tarminass: l’istituzione della prima Scuola di Guerra per Piloti di Idrovolanti d’Italia a San Feliciano, inaugurata nel 1914 dal tenente Anselmo Cesaroni, l’inaugurazione del campo per aerei terrestri nel 1918, poi aeroporto, a Castiglione del Lago e l’avvento nel 1931 della Scuola Caccia e l’istituzione dell’azienda aeronautica SAI Ambrosini a Passignano sul Trasimeno nel 1934. Quella di Giovan Battista Danti è un primato di orgogliosa eccellenza per il Trasimeno, per Perugia e per l’Umbria. Se il perugino volante avesse potuto osservare le conseguenze di ciò a cui aveva dato inizio…

«La mia cucina parte dai colori, dai profumi e dai sapori della terra in cui vivo. L’Umbria è in tutti i miei piatti come espressione del mio legame con il territorio, con le sue tradizioni e con le materie. Proporre un menu significa per me far percorrere un viaggio multisensoriale tra i paesaggi e i sentori di questa regione».

«Se mi assegnano la Stella Michelin faccio una festa che dura tre giorni. Devi venire anche tu!» (scherza). Paolo Trippini, classe 1979, top  chef umbro di Civitella del Lago (Terni), deve attendere solo fino al 25 novembre per sapere se lui e il suo Ristorante Trippini saranno insigniti di questo ambito riconoscimento. «È l’Oscar della cucina?» chiedo. «Esatto, è inutile far finta che non interessi. A me interessa eccome». Nel frattempo lo chef è stato nominato Ambasciatore Italiano del Gusto, primo e unico umbro entrato a far parte della prestigiosa associazione italiana che promuove, sostiene e valorizza, nel mondo, il patrimonio agroalimentare ed enogastronomico di eccellenza made in Italy e made in Umbria. Dal 2015 è membro dei Jeunes Restaurateurs d’Europe, associazione che riunisce i migliori e i più giovani rappresentanti dell’alta gastronomia; è, inoltre, docente della scuola del Gambero Rosso e partner della famiglia Eataly, per cui, nel food district Eataly di Roma, ha portato il suo Bosco Umbro.
Trippini, stagione dopo stagione, racconta il suo territorio attraverso il menu e regala aneddoti – tramandati di padre in figlio – come fosse un diario di bordo, per un viaggio alla scoperta di un’intera regione, dei suoi usi e costumi, del suo tessuto sociale, economico e culturale.

È forse troppo facile farle questa domanda: qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame viscerale. Sono nato e cresciuto in Umbria e ho un amore spassionato per tutto quello che è umbro: dal cibo ai panorami fino alla cultura.

Ritroviamo i sapori dell’Umbria anche nei suoi piatti e nella sua filosofia in cucina…

Assolutamente. Negli ultimi anni abbiamo fatto un percorso per portare nel piatto tutti gli ingredienti tipici umbri, anche contaminati con altre cucine.

Diventare chef è stato quasi un passo obbligato – visto il ristorante di famiglia – oppure è quello che ha sempre sognato di fare fin da piccolo?

Ho sempre sognato di fare questo lavoro e non penso di essere capace di farne un altro. Non ho mai avuto dubbi a riguardo, per me è il lavoro più bello del mondo! Sono una persona fortunata, faccio ciò che mi piace e non è un lusso che tutti possono avere.

 

Paolo Trippini, 41 anni

È il primo e unico umbro nominato Ambasciatore Italiano del Gusto: cosa significa per lei questo riconoscimento?

Per me è un bellissimo riconoscimento di cui sono molto orgoglioso, ancora di più perché sono l’unico umbro. Essere Ambasciatore del Gusto vuol dire far conoscere al mondo quali sono le proprie tradizioni e la propria cultura del cibo. È una bella responsabilità.

E cosa significa per la regione?

Avere un umbro che si può sedere al tavolo con i rappresentati delle altre regioni è molto importante. Così com’è importante confrontarsi con altri chef e presentare loro tutti i sapori dell’Umbria: parlo di Antonino Cannavacciuolo, Carlo Cracco, di top chef o stellati.

A proposito di stellati, la stella Michelin è un obiettivo?

Le stelle le vedo tutte le sere! (scherza). È ovviamente un obiettivo, ogni anno lavoriamo anche per questo e se arrivasse saremmo felicissimi, anche per l’Umbria. Sono onesto, se la ottengo faccio una festa che dura tre giorni. È il riconoscimento più importante per un cuoco, è inutile far finta che non interessi. I risultati di quest’anno escono il 25 novembre. Chissà! Vedremo!

Allora, incrociamo le dita…

Ve lo faremo sapere. Vi invito alla festa!

La ristorazione è uno dei tanti settori colpiti dal lockdown localizzato: come affronta questo periodo? Pensa che sia una giusta precauzione?

Finora abbiamo fatto tutto ciò che c’era da fare. Sicuramente non vorrei essere nei panni di chi ci governa in questo periodo, sai a livello nazionale sia regionale. Il problema c’è ed è inutile nascondersi: il DPCM che ha ufficializzato la chiusura dei ristoranti ci ha lasciato un po’ amareggiati; avevamo fatto tanto: distanziato i tavoli e istallato le varie protezioni per scaglionare la gente. Questa chiusura andava gestita in maniera diversa, magari con la prenotazione e un’autocertificazione avremmo potuto continuare a lavorare come prima. I bar e i ristornati sono due realtà distinte e si potevano gestire in modo diverso: nel ristorante gira meno gente, l’apertura è ridotta – non più di tre ore – e tutto si controlla più facilmente.

Ci racconti la sua Umbria a tavola…

È una regione genuina. La sua cucina è molto radicata nel territorio e fonda tutto il suo gusto sui prodotti del bosco, sia a livello vegetale sia animale. Un giornalista una volta mi disse: «L’autunno è la primavera umbra», in effetti questo periodo è il più bello, per l’Umbria. Abbiamo funghi, tartufi, castagne…

Se l’Umbria fosse un piatto, quale sarebbe?

Senza dubbio il Bosco umbro. È una mia specialità vegetale che si rinnova con le stagioni, ma sempre inconfondibilmente legata al cuore dell’Umbria. Oppure, se vogliamo pensare alla tradizione, il piatto che più ci rappresenta è il piccione, uno dei più ambiti nei ristoranti gourmet di tutto il mondo. Ho un aneddoto legato a questa cucina: ancora oggi non sono riuscito a cucinare un piccione in salmì buono come quello che fa mio padre. Il piccione in salmì rappresenta proprio l’Umbria, in tutto e per tutto.

La nostra regione non è molto famosa per il cibo: come mai?

È vero. In pochi sanno che in Umbria si mangia bene. Al di fuori non viene mani riconosciuta per questa peculiarità; ad esclusione dei romani, che vengono qui per mangiar bene. Inoltre, ci sono tanti chef famosi e stellati che comprano nelle aziende umbre che garantiscono prodotti eccellenti, ma anche questo è poco conosciuto. È un vero peccato: a volte non abbiamo la consapevolezza del potenziale che c’è qui, dobbiamo presentarci al di fuori con il vestito migliore. Questo è un mio obiettivo da ambasciatore.

Nella sua cucina non manca mai…

Come ingrediente, nella mia cucina, non manca mai la ricotta. Come status, non deve mancare mai il rispetto e la voglia di scoprire e conoscere.

C’è un piatto o un ingrediente che odia cucinare o mangiare?

Uno in particolare no, cerco di assaggiare tutto e mangio di tutto, ma direi che i cachi non mi danno nessun gusto quando li mangio. È un frutto che non utilizzo nemmeno in cucina. Non mi dà soddisfazione.

Facciamo un gioco: panpepato o pinoccate?

Panpepato.

Norcina o umbricelli al tartufo?

Norcina.

Rocciata o ciaramicola?

Rocciata.

Castagnole o torcolo di San Costanzo?

Castagnole.

Lenticchie o cicerchiata?

Cicerchiata.

Per finire, come descriverebbe l’Umbria con tre prodotti locali?

Legumi, ricotta, piccione.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione?

Burbera.

«La rivalità tra Terni e Perugia è divertente e fa parte del gioco, basta che non si esageri altrimenti diventa stupido. Il Perugia in C? Beh, sì che ho goduto!».

Francesco Lancia è uno che lavora dietro le quinte come autore di numerose trasmissioni televisive per Rai, La7, Sky, Mediaset, DeejayY Tv e Comedy Central. È anche autore e voce di Radio Deejay, nel programma Chiamate Roma Triuno Triuno con il Trio Medusa e proprio quest’estate, durante la trasmissione radiofonica, ha fatto uno spot divertente e decisamente efficace, per incentivare il turismo in Umbria. Lui, umbro di Terni, è molto legato alla regione e alla sua città: qualche giorno fa, in dialetto ternano, ha lanciato un appello da influencer per incentivare l’uso della mascherina. «Appena posso nei miei spettacoli e testi cerco sempre di inserire l’Umbria. Ho citato persino Perugia!» (scherza). «Vorrei vedere!» gli rispondo di getto. Nel corso della nostra chiacchierata via Skype, la rivalità tra Perugia e Terni è venuta fuori – non poteva essere altrimenti: un sano sfottò, quello che ti fa fare una risata. Ma l’obiettivo dell’intervista è far conoscere Francesco, diventato famoso ai più per «Venite in Umbria, str…».

Visto l’appello che hai fatto quest’estate non posso che chiederti: qual è il tuo legame con l’Umbria?

È un legame molto forte: sono nato a Terni, ho vissuto a Terni fino a 18 anni poi sono andato a studiare a Roma e, a causa del mio lavoro, ora vivo qui, ma i miei genitori abitano ancora a Terni e appena posso vado a trovarli. Le feste comandate (come si dice) le passo sempre lì. Inoltre, nei miei spettacoli cerco sempre di citare la città o la regione proprio per evidenziare il mio attaccamento.

Informatico, autore televisivo, speaker radiofonico, attore, doppiatore: di preciso chi è Francesco?

Non lo so ancora! Posso dire che il mio mestiere principale è quello di autore radiotelevisivo, poi dall’autoraggio radiofonico sono diventato anche una voce, ma la mia grande passione è quella dell’improvvisazione teatrale. Ovviamente oggi è difficile vivere solo di teatro, ma è una bellissima passione che cerco di portare avanti. Sono uno a cui piace fare un sacco di cose e cambiare spesso, magari tornerò a fare l’informatico, mai dire mai!

Quindi l’improvvisazione è la tua passione?

Sì, sono disposto a fare chilometri e chilometri anche gratis. Gli altri sono anch’essi divertenti, ma rimangono lavoro. Scrivere mi piace tantissimo, lavorare in radio anche, ma è dall’improvvisazione che è nato tutto, sono partito da lì.

 

Francesco Lancia, ph Elisa Pìzza

Sei anche uno dei fondatori della compagnia teatrale de I Bugiardini che fa proprio teatro d’improvvisazione…  

Esatto. Saliamo sul palco senza avere nulla di pronto e chiediamo al pubblico cosa vuole vedere. Riusciamo a realizzare uno spettacolo con una storia e delle canzoni, così, creato dal nulla. È molto divertente sia per il pubblico sia per noi attori. Non sai mai quello che succede. Devo dire che è utile anche per la vita di tutti i giorni: se arriva un imprevisto sai come affrontarlo e come reagire al meglio. Un corso d’improvvisazione lo consiglierei a tutti.

C’è un programma che hai scritto di cui sei più orgoglioso?

Tanti. Ho sempre avuto la fortuna di lavorare in programmi che mi sono piaciuti, fin dal primo realizzato col Trio Medusa. Poi da autore ho scritto il programma per La7 la Gaia Scienza, se potessi lo rifarei domani, mi sono divertito moltissimo. Non posso non nominare anche Zero e lode andato in onda su RaiUno. Sono molti i programmi che ho voluto fare e pochi quelli che ho dovuto fare. Mi sento un privilegiato!

Partendo da Terni, come si arriva a fare tutto questo? Come hai cominciato?

Ho rinunciato a un contratto a tempo indeterminato per iniziare seriamente la carriera di autore… immagina la reazione dei miei genitori! Passo dopo passo, per ora è andata bene…

La tua promozione dell’Umbria su Radio Deejay quest’estate ha avuto un grande successo…

Sì, me lo hanno detto in tanti e alcuni sostengono che sia anche un po’ merito mio il turismo di quest’estate. Io non penso: l’Umbria è meravigliosa ed è facile da raggiungere. Io posso aver messo il tarlo in testa a qualcuno, ma il grosso lo fa il territorio.

Com’è nato il pezzo?

Quel pezzo l’ho scritto al volo, la mattina stessa e l’ho fatto con molta leggerezza. Sono contentissimo che sia diventato virale! Quando posso, cerco sempre di valorizzare la regione: non si può restare attaccati al solo passato industriale – parlo di Terni – si deve puntare su altro come ad esempio l’enogastronomia. «Ma quando se magna bene in Umbria?!» Ma in pochi lo sanno. Inoltre, ti do una notizia in anteprima: per Comedy Central ho girato una puntata particolare (andrà in onda tra diversi mesi) e tutto quello che serviva lo abbiamo trovato in Umbria. Siamo stati al Caos di Terni, all’Abbazia di San Pietro in Valle e al museo delle mummie di Ferentillo. È una regione tutta da scoprire.

Per il turismo natalizio cosa potremmo dire? Venite in Umbria a Natale…

Intanto ci sono io, in Umbria a Natale, che mangio il panpepato – lo faccio anche a Roma con la mia ricettina e poi lo regalo. In Umbria non c’è il mare, quindi quale migliore occasione se non d’inverno, poi non nevica o nevica poco, ci sono un sacco di cose da vedere: l’albero di Gubbio, la Stella di Miranda a Terni… una buona meta a basso costo per il Natale! Situazione Covid permettendo.

Hai fatto il liceo scientifico Galileo Galilei di Terni… io quello di Perugia! Da qui ti chiedo: l’ha mai sentita la rivalità tra le due città?

Avoja! Ci gioco spessissimo sulla rivalità tra le due città, ovviamente in modo goliardico, non farei mai nulla di male ai cugini biancorossi. Ho una carissima amica perugina e ce le diciamo di tutti i colori, perché è divertente. Come hai sentito, nello spot ho nominato anche Perugia e ci sono tante persone intelligenti perugine – (scherza) – che in radio mi scrivono per prendermi in giro per l’accento ternano. Lo fanno simpaticamente. Fa parte del gioco. Da ragazzo poi, vivevo la rivalità anche a livello calcistico.

Quindi sei tifoso?

Della Ternana sarò sempre tifoso. Da ragazzo andavo in curva, in trasferta… ora seguo molto poco il calcio, però: «Che ha fatto la Ternana?» lo devo sapere ogni domenica. Finché il campanilismo è divertimento va bene, quando esagera diventa stupido.

Dì la verità: hai goduto della retrocessione in serie C del Perugia?

Beh, per forza! Un po’ sì (ride). In questo momento è una guerra tra poveri, ma fa godere lo stesso! Vediamo cosa succede quest’anno.

Sei un appassionato di giochi da tavolo: qual è il tuo preferito?

Ne ho più di 400. Non sono i classici giochi, sono i giochi da tavolo di ultima generazione, quando li ho scoperti mi si è aperto un mondo. È complicato sceglierne uno.

Se l’Umbria fosse un gioco da tavolo, quale sarebbe?

È una bellissima domanda. Potrebbe essere Indovina chi? Tipo: «C’è la metropolitana?» si butta giù tutto e finisce, oppure «Ci sono Santi famosi?» «Sì» allora si lasciano alzati Terni, Assisi, Cascia. Ci si potrebbe pensare.

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Natura, cibo, Natale.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

Il verde, la cascata delle Marmore.

L’Umbria, rappresentata da IdeattivaMente, alla scuola di Vò con la Parete della Creatività Digitale.

IdeattivaMente è protagonista nella scuola di Vò Euganeo, la località padovana che è stata una delle prime zone rosse della pandemia Covid-19. All’interno dell’edificio scolastico infatti è stata installata la Parete della Creatività Digitale, realizzata dalla startup umbra e presentata alla presenza della Ministra dell’Istruzione e della Ricerca, Lucia Azzolina, in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno scolastico avvenuta proprio a Vò Euganeo. Una cerimonia che ha visto partecipare le massime cariche dello Stato, un momento solenne presieduto dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella e dalla Ministra dell’Istruzione.

 

Lo staff di IdeAttivaMente insieme alla Ministra Azzolina

La parete di IdeattivaMente

IdeattivaMente era stata contatta dal Dirigente Scolastico, Alfonso D’Ambrosio, per portare nella scuola di Vò qualcosa di innovativo: una scuola all’avanguardia ora arricchita da una parete interattiva, frutto del progetto e della realizzazione dello staff di IdeAttivaMente.
La Parete della Creatività Digitale copre una superficie di circa sette metri quadrati ed è stata collocata su uno dei corridoi della scuola a ribadire come anche semplici spazi, fino a ora utilizzati per altri scopi, possano diventare ambienti di apprendimento. La parete si ispira all’ambiente dei Colli Eugani con il Monte Lozzo a farla da padrone, e si focalizza sulle eccellenze locali, come l’agricoltura, il vino e l’olio. Ogni elemento è reso interattivo grazie all’utilizzo di schede elettroniche, sensori, sintetizzatori musicali e barre led programmabili: si tratta di un esempio di come la didattica possa trasformarsi, aprendosi a nuove esperienze e inglobando il digitale come strumento innovativo capace di coinvolgere alunni e docenti. Un laboratorio aperto, accessibile e infinito, che inizia dalla parete, passa tra i banchi delle aule e si evolve continuamente, per dare vita a nuove applicazioni alimentate dalla fantasia di tutta la comunità scolastica e di ogni suo singolo componente.

 

Installazione completata e funzionante

 

Questo pannello interattivo è stato progettato e realizzato dell’interno nei laboratori di IdeAttivaMente da un gruppo di lavoro composto da maker con diverse competenze: Roberto Raspa, Francesco Repola, Giacomo Piccioni, Luca Berichillo (Progetto OpenTech) solo per citare coloro che sono stati in prima linea. Un supporto importante è arrivato anche da altri amici e collaboratori che si sono occupati della redazione dei testi (Arcangela Andreoli), dell’impaginazione e dei bozzetti grafici (Riccardo Raspa), della progettazione grafica e stampa del disegno (a cura di Grafiche 2G di Lozzo Atestino).

 


IdeAttivaMente ha sede nel territorio di Assisi e Bastia Umbra mentre a Santa Maria degli Angeli si trova IdeAttivaMente PLAY SHOP diventato oramai punto di riferimento per il territorio in tema di giochi educativi e innovazione applicata alla didattica.

Le arti e i mestieri al Trasimeno, con i loro saperi, si compenetrano, da tempo immemore, nelle varie attività che dimorano intorno all’antico lago Tarsminass, lo specchio d’acqua così chiamato dagli Etruschi.

La pesca, con i suoi antichi metodi e gli atti millenari dei suoi pescatori, ha rappresentato e rappresenta un volano per molte altre attività artigiane, agricole e commerciali. Immaginiamo chi costruiva le barche, chi ne faceva la ferramenta, chi le corde, chi gli accessori, chi le reti da pesca, chi pescava, chi trasformava il pesce e, ancora, chi merlettava o ricamava, chi faceva i cesti, chi lavorava le cannine e chi…

Antiche arti

Un mondo di mani capaci ed esperte che dava forma, vita e attribuzione, con le loro specialità o specializzazioni, a ciascun manufatto richiesto o necessario. Il cordaio, il maestro d’ascia, il cestaio o intrecciatore, lo stuoiaio, il cantastorie, il bottaio, il boscaiolo, lo scalpellino, l’arrotino, lo stagnino o calderaio, il materassaio, il fabbro, il falegname, il carradore, il casaro, il frantoiano, il seggiolaio, il mugnaio, il carbonaio, il sellaio, il vasaio o cocciaio, il sensale, la sfilettatrice, lo scrivano, la lavandaia, il pastore, l’orologiaio, il calzolaio, il sarto, la tessitrice, l’arellaia, il banditore, lo stracciaio, il castrino, il ceraiolo, il tintore, il maniscalco, lo scopettaio, il legatore, il conciapelli, il contadino, il ghiacciaiolo, il norcino, il chiodaio, il minatore, il selcino, il pettinaio e il decoratore, …
Molte di queste attività artigianali sono scomparse o sono in via di estinzione; alcune si sono confermate per passione e non certo per redditività, talune si sono trasformate e altre sopravvivono a fatica e solo con personale dedizione, amore e sacrificio.

 

Foto di Cooperativa dei Pescatori del Trasimeno

 

Come per i pescatori del Trasimeno, che sono ancora oggi i detentori del sapere della cattura del pesce, con metodi e strumenti rimasti ancora ancestrali, come il giacchio, il tufo e il martavello; le loro gesta sono tramandate oralmente e nella pratica dalle generazioni che perdono le proprie origini pescatorie nelle notti lontane.
Allo stesso modo il ricamo e il merletto delle donne, nell’utilizzazione della tecnica del Filet Modano di San Feliciano o dell’Ars Panicalensis di Panicale o del Pizzo d’Irlanda dell’Isola Maggiore o del Punto Umbro del Pischiello, hanno rappresentato la realizzazione di mirabili elaborati artistico-artigiani attraverso le trame e i filati avvolti nelle loro matassine, a integrazione economica familiare o nell’affrancata similitudine della lavorazione delle reti che gli uomini del lago usavano per la pesca.
Siamo di fronte a delle eccellenze umbre apprezzate a molte latitudini del globo, con delle tipiche unicità lacustri, tramandate gelosamente da molte generazioni, fino ad arrivare ai giorni nostri, dove sono residuali le poche testimonianze che portano avanti antichi e differenti saperi.

Il Barchetto del Trasimeno

Poco tempo fa è stata completamente riprodotta una vecchia imbarcazione lacustre, andata distrutta in un incendio, chiamata Il Barchetto del Trasimeno. Una volta terminata, è stata esposta agli occhi affascinati dei visitatori nel piazzale antistante il Museo della Pesca e del lago Trasimeno a San Feliciano di Magione.
Talvolta la barca si può ammirare in acqua, per le occasioni e ricorrenze importanti, dove la copia gemella dell’antico legno è attesa da protagonista. Alla sua ricostruzione ha partecipato un’intera comunità lacustre, in un afflato comune, dove le sinergie tra pubblico e privato hanno fatto sì che un’imbarcazione navigante sia stata riprodotta fedelmente sia nell’essenze lignee sia nelle forme, nelle dimensioni come negli antichi metodi costruttivi. Un vero capolavoro artigiano!

 

Barchetto del Trasimeno

 

Nell’occasione, gli artigiani hanno dato sfoggio ad antichi e ritrovati saperi, con la perizia e i suggerimenti di esperti e titolati artieri e storici che hanno donato un particolare, anche minimo, per la riproduzione fedele del Barchetto del Trasimeno.
La tipologia del modello Barchetto ha origine lontane, prima dell’anno mille, e veniva detto del Gorro: era usato per la pesca a strascico che si praticava sul lago più antico d’Italia. Nel secolo scorso, tale pesca è stata definitivamente vietata.
Il Barchetto del Trasimeno, nella sua omologazione, era stato costruito, nelle forme e dimensioni, come quello del Gorro, successivamente integrato da una cabina passeggeri e da un motore per divenire un piccolo traghetto privato che ha navigato sul Trasimeno fino a qualche decennio fa. Infatti con l’avvento di nuovi materiali, tecnologie e imbarcazioni di moderna concezione, il Barchetto fu accantonato e posizionato in bella mostra ma, purtroppo, dimenticato e disusato. Un recente incendio ha decretato la fine dell’imbarcazione originale ma ha dato l’abbrivio a un vento ispiratore che ha portato al suo rifacimento in un’identica e bella copia e, come l’araba fenice, è rinato a nuova vita. Alcuni fantastici e volenterosi artigiani, supportati dalla società civile locale, con passione, dedizione, collaborazione e pazienza, hanno fatto sì che tutto ciò accadesse e soprattutto che la manuale creatività artigiana trionfasse su quella seriale dei macchinari industriali.
Anche San Francesco si fermò al Trasimeno e con un tipico barchino lacustre dei pescatori, certamente realizzato da un artigiano, fu trasportato sull’Isola Maggiore. Nell’occasione prendiamo in prestito una frase di Francesco, il Santo Patrono d’Italia, sintonica e celebrativa sul tema: Un uomo che lavora con le sue mani è un operaio; un uomo che lavora con le sue mani e il suo cervello è un artigiano; ma un uomo che lavora con le sue mani, il suo cervello e il suo cuore è un artista.

«Sono appassionata di arte e in questo modo ho unito la mia passione con il mio lavoro di chimica, in più do un contribuendo alla salvaguardia di opere che fanno parte della nostra storia e cultura».

Essere una salvatrice di opere d’arte, fermare – o quantomeno rallentare –  il loro invecchiamento, unire passione e lavoro, amalgamare alla perfezione chimica e arte è il lavoro della dottoressa Letizia Monico (35 anni), ricercatrice perugina che lavora al CNR e fa parte di un team che collabora col Dipartimento di Chimica di Perugia per salvare quadri in fase di deterioramento. I Girasoli di Van Gogh e l’Urlo di Munch sono passati sotto la sua lente e, con studi curati e approfonditi, si è scoperto che i colori – in particolare il giallo – perdono la loro bellezza: la causa è l’umidità. Recuperare queste opere non si può, però si può prevenire. Vincitrice di diversi riconoscimenti e premi, Letizia vanta anche pubblicazioni in riviste internazionali come Analytical Chemistry.

Letizia, la prima domanda è d’obbligo per tutti: qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nata a Umbertide e cresciuta a Perugia, dove ho anche studiato. Mi considero una perugina D.O.C.

Come è avvenuta la scoperta del degrado dell’Urlo di Edvard Munch?

Faccio parte di un’équipe di chimici che fa indagini sui materiali e collaboriamo con conservatori e storici dell’arte. Proprio i conservatori si erano accorti del degrado in atto, per la precisione avevano notato degli sbiancamenti del colore giallo presente sul quadro e lo sfaldamento della pittura stessa.

Come si può intervenire per evitare il peggio?

Occorre capire quali sono le cause e cercare di prevenirle. Con i nostri studi abbiamo sia studiato l’opera sia ricreato in laboratorio dei pigmenti quanto più simili a quelli utilizzati da Munch. In questo modo si è arrivati a scoprire quale potesse essere la situazione ambientale migliore affinché questi pigmenti non subissero modificazioni. Le opere sono a stretto contatto con l’ambiente, in primis luce e umidità e abbiamo visto come i due fattori – separatamente – possono incidere sull’opera. La scoperta è che non è tanto la luce che incide, quanto l’umidità.

 

Letizia Monico mentre cura i Girasoli

Quindi cosa si può fare?

Si può rallentare il degrado di questa tipologia di pigmenti e tenere l’opera in condizioni di umidità controllata.

Questo studio può essere utilizzato anche per salvare altri quadri?

Ogni quadro ha una storia a sé ed è realizzato con altrettanti materiali. La prima cosa da fare è capire la storia dell’opera, come è stata conservata e quali sono i materiali che la compongono. In teoria lo studio può essere rivendibile per le opere che hanno il giallo di cadmio, sul quale abbiamo fatto lo studio.

In passato si era anche occupata dei Girasoli di Van Gogh…

Sì, ma in quel caso si trattava di un altro tipo di giallo, giallo di cromo, che tende a scurirsi avendo una chimica del pigmento diversa rispetto al giallo di cadmio. Il fenomeno a livello visivo è diverso. In entrambi i casi però, ora si può intervenire per rallentare o interrompere il peggioramento.

Per questo ha vinto il Premio Levi 2015, riconoscimento nazionale della Sezione Giovani della Società Chimica Italiana…

Sì, l’ho vinto con la pubblicazione legata proprio al lavoro sui Girasoli: questo studio nasce con la mia tesi di dottorato. Ma non è stato il primo: già nel 2013 avevo vinto altri premi – il Premio miglior tesi di dottorato e Eric Samuel Scholarship Award in America – sempre legati allo studio del giallo di cromo.

In questo momento si sta occupando di qualche altra opera d’arte?

Di recente abbiamo lavorato su opere di Rubens e continuiamo su Munch e su un’altra versione dei Girasoli di Van Gogh che si trova a Londra.

Ha mai lavorato su qualche dipinto umbro?

Ancora il lavoro è nelle fasi iniziali, ma mi sto occupando anche degli affreschi del Cimabue di Assisi, quelli danneggiati durante il terremoto del 1997.

Com’è arrivata da chimica a studiare le opere d’arte?

A Perugia c’è un gruppo di ricerca nel dipartimento di Chimica che lavora proprio sui beni culturali. Io ho iniziato con loro perché sono appassionata di arte. In questo modo sono riuscita a unire il lavoro con la passione. Sono molto fortunata!

Quanto è difficile essere ricercatori oggi?

È un lavoro molto difficile e faticoso, ci vuole pazienza. Ma se uno è attivo, pubblica e collabora a livello internazionale – che è fondamentale – si pongono le basi per un futuro, per fare concorsi e per riuscire a entrare nel mondo del lavoro. Certo, le posizioni sono poche. Ripeto, non è facile.

Qual è il bello di questo lavoro?

La possibilità – come detto – di unire due delle mie più grandi passioni: la chimica e l’arte; la grande opportunità di stare a stretto contatto con oggetti di straordinaria bellezza e la consapevolezza che, nel mio piccolo, sto contribuendo un po’ alla salvaguardia di opere che fanno parte della nostra storia e cultura.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Natura, arte e tartufo.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione?

Casa.

Il primo ottobre verrà presentata a Perugia la prima Guida dei 27 Borghi più belli d’Italia in Umbria.

 

Si tratta di un’opera di rilievo che racconta la bellezza della regione, attraverso i suoi piccoli comuni di eccellenze certificata. Gli è stato dedicato un anno di lavoro, intensificato durante la quarantena e continuato fino all’estate, grazie al prezioso contributo di tutte le amministrazioni comunali coinvolte, coordinate dall’associazione I Borghi più belli d’Italia e con la realizzazione grafica di qualificate imprese umbre. È un volume snello in formato tascabile, bilingue e gratuito, finanziato esclusivamente con i fondi associativi e messo a disposizione delle comunità e dei turisti.

Arriva l’autunno: stagione ideale per chi ama camminare, non fa troppo caldo e si cammina bene. Dedicato agli appassionati di trekking è Il cammino dei borghi silenti: un nuovo percorso di 86 km, aperto da poco.

Il Cammino si snoda nella zona poco conosciuta dei monti Amerini (cioè di Amelia) nell’Umbria meridionale e segue il profilo dei monti Croce di Serra e Melezzole. Siamo in un angolo remoto della regione, coperto di boschi di lecci e soprattutto di castagni, con resti di monasteri sulle parti più alte dei suoi rilievi e circondato da una vera corona di borghi poco abitati, da cui il nome silenti.
Il cammino dura 4 giorni e i camminatori hanno a disposizione B&B, agriturismi o strutture comunali tipo ostello per riposare dalle fatiche del percorso. A Santa Restituta è stata aperta il 25 agosto la nuova struttura comunale con letti, docce e cucina attrezzata.
Il punto di partenza e di arrivo del circuito è il borgo di Tenaglie, panoramico e bello: venne scelto dai Romani, quelli dell’impero, per costruirvi una villa, di cui restano tracce di mosaici. Comunque chi seguirà il percorso dei monti amerini godrà di panorami inattesi che abbracciano buona parte dell’Italia Centrale, si muoverà sui fianchi della montagna in mezzo a boschi di castagni che danno ottimi marroni e si immergerà nella civiltà del castagno.

 

Il percorso

 

«Del maiale non si butta niente» è un vecchio modo di dire che vale per l’animale, ma anche per l’albero del castagno. Se c’è un albero versatile quello è proprio questo. Le foglie secche servivano per riempire i materassi – meglio un materasso con le foglie secche che fanno rumore quando ti giri, piuttosto che dormire sulla nuda terra. E le traversine dei treni? Erano fatte di castagno perché resiste bene alle intemperie e all’usura. Poi si deve aggiungere la fame: intere popolazioni si sono salvate mangiando castagne e pane di farina di castagne, con aggiunta di farina di ghiande. Per non parlare dell’uso di quel bel legno per fare porte, finestre, tavoli e manici di attrezzi agricoli. I poveri devono la vita al castagno e… ai benedettini. I benedettini erano un mix tra i volontari di oggi e i missionari; ovunque andassero costruivano il loro monastero, ben isolato, e la loro legge era ora et labora, prega e lavora. Il lavoro li ha sempre portati fuori dal monastero a contatto con le popolazioni locali.

 

Il castagno

 

Nella zona di Avigliano Umbro, Santa Restituta, Melezzole, Toscolano e Morre, borghi attraversati dal Cammino dei Borghi Silenti, quei santi uomini venuti per costruire eremi e monasteri trovarono popolazioni che sopravvivevano a mala pena e che non sfruttavano adeguatamente i terreni. Loro, i monaci, vivevano sulla cima dei monti Amerini, mentre il popolo viveva nei borghi sottostanti. Tra i monasteri e i borghi c’erano, e ancora ci sono, interi fianchi di colline coperti di castagni. I benedettini si resero subito conto che quei terreni erano propizi alla crescita dei castagni così, rimboccandosi le maniche, si misero a insegnare ai villici l’arte di coltivare il castagno ma soprattutto l’arte di innestarlo. Un’arte sopraffina e delicata perché trasforma una pianta selvatica in un’ottima pianta da marroni. Purtroppo questa è un’attività che ormai sta sparendo: l’uso che si faceva del legno di castagno è stato soppiantato da altri materiali. Le traversine della ferrovia sono di cemento, gli infissi sono in alluminio o in PVC, i tavoli li produce l’IKEA con mescole diverse, gli attrezzi agricoli non si fanno più in casa.
Per i comuni della zona del circuito la Sagra della castagna è comunque un importante appuntamento annuale, una tradizione alla quale purtroppo quest’anno si dovrà rinunciare a causa del Coronavirus. Tuttavia, percorrendo quel circuito in autunno può capitare di trovare sul terreno dei marroni e si possono certamente gustare piatti a base di castagne nei vari ristoranti e locande sparse un po’ovunque.

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