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Mostra internazionale del merletto e del ricamo: a Panicale, dal 17 al 19 settembre, con stand, mostre e spettacoli.

Il borgo di Panicale, dal 17 al 19 settembre, si mette il suo vestito migliore fatto di pizzi, tulle e merletti per ospitare la nona edizione di Fili in Trama, che aspetta il suo pubblico per riscoprire le antiche tradizioni del ricamo, che rappresentano anche una vera risorsa economica per il territorio.

 

 

La Mostra internazionale del merletto e del ricamo, che quest’anno ospiterà 35 espositori provenienti dall’Umbria e da altre regioni italiane – a causa del Covid dall’estero non arriverà nessuno – è organizzata dal Gal Trasimeno-Orvietano per racchiudere nel borgo perugino le eccellenze delle scuole e delle tecniche di ricamo di tutto il mondo, forte della tradizione dell’Ars Panicalensis della scuola di Anita Belleschi Grifoni. Imponente anche la rete di associazioni del comprensorio che forniranno un contributo concreto, al pari delle istituzioni locali, per la riuscita dell’evento: da La Trama di Anita a TèathronMusikè, che si abbina, come di consuetudine, al Pan Opera Festival; dalla Casa degli Artisti di Perugia alla Fondazione Denis Cichi; dall’Arca di Pan a Polis Cooperativa Sociale; non ultime la Pro Loco, la Parrocchia, Il Centro sociale anziani e le Confraternite di Panicale.

«Per far sì che la manifestazione di svolga in totale sicurezza prenderemo tutte le dovute precauzioni per regolare il flusso di accesso e controlleremo il green pass all’entrata dei diversi locali. L’inaugurazione sarà domani alle ore 16» spiegano Marco Mannarelli, presidente dell’associazione La Trama di Anita, e Francesca Caproni, direttrice del Gal Trasimeno-Orvietano che ci hanno illustrato l’evento.
La piazza principale e i vicoli di Panicale – che saranno addobbati per celebrare i 700 anni dalla morte di Dante – ospiteranno stand, mostre fotografiche e di pittura e spettacoli (dal teatro all’opera, dai concerti alle rappresentazioni itineranti) e il ritorno della prestigiosa sfilata di moda dal titolo Vivi a colori, sabato sera nella cornice di piazza Umberto I, dove capi di abbigliamento interamente realizzati con pizzi, ricami e merletti saranno i veri protagonisti. Per la prima volta verranno esposti, in esclusiva, vecchi pizzi dell’Ars Panicalensis.
«Al Sommo Poeta renderemo omaggio anche con uno spettacolo e focalizzeremo l’attenzione sulle donne afghane, con una mostra fotografica a loro dedicata. Una vera chicca è il percorso per le vie del borgo in cui si potranno ammirare quadri – dal XIV al XX secolo – che ritraggono donne intente a ricamare. Da non perdere nemmeno le mostre di pittura (I doni di Denise dell’artista Denise De Visscher Cichi, Il filo è il mio pennello di Mauro Ottaviani e la mostra personale di Barbara Gallo), le mostre fotografiche (Donna vede Uomo e il contest fotografico Suggestioni in trama) e gli spettacoli teatrali, tra questi Accadde al Tramonto, domenica ore 20.30» illustra Mannarelli.

Qui il programma completo


 

Città della Pieve: successo e apprezzamenti per la presentazione del protocollo d’intesa tra istituzioni civili e religiose per i 500 anni dalla morte di Perugino e Signorelli, anche direttamente dal conduttore Bruno Vespa.

Si è svolta a Città della Pieve la conferenza stampa per la presentazione del protocollo d’intesa tra il Gal Trasimeno-Orvietano, i Comuni di Città della Pieve, Cortona, Orvieto e Todi e le relative Diocesi che sancisce la collaborazione di questi Enti per le celebrazioni, nel 2023, della ricorrenza dalla morte di Pietro di Cristoforo Vannucci detto il Perugino e di Luca Signorelli. L’appuntamento aperto dal Presidente del Gal Trasimeno- Orvietano Gionni Moscetti, che ha ringraziato i firmatari per aver individuato il Gal come Ente Capofila del Protocollo e salutato i presenti.

 

 

L’iniziativa, con il prestigioso coordinamento del noto conduttore televisivo Bruno Vespa ha visto la presenza della Presidente della Regione dell’Umbria Donatella Tesei, del Senatore Luca Briziarelli, della Prof. Laura Teza Università degli Studi di Perugia, dei Sindaci delle quattro città Firmatarie Fausto Risini, Luciano Meoni, Roberta Tardani e Antonino Ruggiano, di Riccardo Cotarella, Dominga Enrica e Marta Cotarella, Ruggero Parrotto della Fondazione, e del Presidente e del Direttore del Gal Trasimeno-Orvietano Gionni Moscetti e Francesca Caproni.

Apprezzamenti per l’iniziativa sono arrivati direttamente da Bruno Vespa che ha sottolineato come un evento di questo tipo è riuscito a mettere insieme una serie di istituzioni civili, religiose e due Regioni, nei tempi giusti, con due anni di anticipo, per costruire un progetto serio e credibile che valorizzi il territorio in modo integrato tra Arte, Enogastronomia e tante altre autenticità che hanno queste bellissime Regioni del Centro Italia.

La conferenza è iniziata con una domanda del noto saggista, al Senatore Luca Briziarelli, colui che ha ideato questo progetto ed e messo insieme i soggetti pubblici e privati coinvolti. Alla domanda come le è venuta questa idea, il Senatore ha risposto che è stato innanzitutto ispirato dalla necessità di passare dal concetto di territorio marginale a quello di area di confine tra Umbria e Toscana,  lavorando in sinergia a sostegno dell’offerta turistico-culturale, mettendo insieme il doppio evento di due personaggi che hanno lasciato un importante segno della loro opera artistica nei nostri territori, così da rappresentare una opportunità sul piano economico per riscoprire quell’Italia di mezzo, troppo spesso schiacciata dal dibattito Nord/Sud, che non si può certo perdere.

 

 

Anche la Presidente Donatella Tesei, ha plaudito all’iniziativa e garantito il sostegno della Regione dell’Umbria a questo Protocollo, che parte nei tempi giusti e che si coordinerà anche con altri eventi ed iniziative che si realizzeranno nell’intero territorio Umbro. Ha assunto inoltre l’impegno a mantenere e far crescere i rapporti istituzionali con tutte le regioni del centri Italia.

Condivisione e sostegno da tutti i Sindaci coinvolti e disponibilità da parte dell’Università degli Studi di Perugia, portate dalla Prof. Laura Tezi, a collaborare per la definizione del progetto che seguirà al protocollo di Intesa.

Riccardo e Dominga Cotarella hanno portato il contributo della partnership privata, sottolineando come la collaborazione tra istituzioni pubbliche e private attraverso l’impegno comune può creare valore aggiunto ad ogni progetto. Dominga ha ricordato il programma dell’evento Orvieto Città del Gusto e dell’Arte che si svolgerà ad Orvieto dal 27 settembre al 3 ottobre prossimi e, rappresenterà la prima occasione per presentare anche approfondimenti sul Protocollo d’intesa e sui progetti che ne seguiranno. I rappresentanti del Gal hanno inoltre assicurato impegno non solo nel coordinare l’accordo, ma anche per coinvolgere gli altri Gal in modo da farne un progetto di cooperazione interregionale che potrebbe supportare una importante azione di marketing territoriale.

La serata si è conclusa invitando gli intervenuti all’evento di Orvieto, ma anche annunciando a una prossima data per presentare il progetto a Roma, e comunicarlo a livello nazionale.

«Molta parte dell’anima nostra è dialetto…». (Benedetto Croce)

Con la nuova puntata di dialettiamoci siamo arrivati a Terni. Guarda che a Terni famo l’acciaio, mica li cioccolatini: vengono subito messe le cose in chiaro, dopotutto il ternano è un dialetto verace, schietto e tosto come l’acciaio.

Eleonora

A Terni mandarsi colpi e accidenti – in modo benevolo, anche come saluto – è una legge non scritta. Vengono inseriti in modo del tutto naturale, come un intercalare, nelle conversazioni quotidiane, da tutte le generazioni. Nessuno è immune.
Che pozzi fa l’urdima! (potessi fare l’ultima cosa o l’ultimo respiro). Ecco, prima di fare l’ultima, ho fatto una chiacchierata molto divertente con Eleonora e Carlo, appassionati di veracità ternana, che per gioco hanno realizzato adesivi e magliette con scritte dialettali: «Nzenzati (insensati) è il nostro nome e per gioco abbiamo stampato questi gadget che hanno avuto un discreto successo in città. I ternani infatti tengono molto al dialetto e a tutto il territorio che si trova dentro la conca della provincia: vorrebbero annettere Spoleto – che per parlata sentono molto vicino – e cedere Orvieto a Perugia (scherza!). Il ternano puro viene parlato in città e nella campagna circostante, ma basta spostarsi di pochi chilometri e cambia. Ad esempio, gli schiaffi da noi si chiamano sbarbazzoni, mentre in alcuni paesi limitrofi diventano le frappe. Per noi le frappe sono i dolci di Carnevale».

 

chiese di terni

Basilica di San Valentino

Tra un colpo e insulto

La vera peculiarità di questo dialetto è insultarsi o mandarsi gli accidenti: ne esiste una gamma così vasta che sarebbe difficile ricordarseli e scriverli tutti. Con Eleonora abbiamo provato a fare una carrellata dei più usati e più divertenti (ci scusiamo in anticipo perché qualcuno ci sarà sicuramente sfuggito!). «I colpi e gli insulti sono un’antica tradizione a Terni, vengono detti anche in modo benevolo. Le U molto presenti; la D al posto delle T, le R, la Z che sostituisce la S: tutto questo rende la pronuncia molto rude e aumenta l’aggressività dell’insulto, risultando tutto più verace» spiega Eleonora.
Ed ecco quindi gli immancabili nel vocabolario del ternano D.O.C.: Che te pozzano guardà e piagne, Che pozzi fa l’urdima (Che potessi fare l’ultima cosa o l’ultimo respiro), Agguastate quantu si bruttu (Guarda quanto sei brutto), Che te pozza pijà ‘n gorbu a tracolla cuscì non te lu perdi, È arrivatu penzace (È arrivato quello che capisce tutto), Quanno pozzo m’appallozzo, spessu pozzo (Quando posso mi rilasso, spesso posso), Cazzuvoli?, Ma che dormi da piedi? (Si dice quando una persona non è molto sveglia), Te svago li denti (Ti butto giù i denti con un cazzotto), Che pozzi fa la fiamma e te smorzano co la naffetta, (Che tu possa prendere fuoco e che ti vengano a spegnere con la nafta), Pozzi arnasce millepiedi co tutte l’ogne ‘ncarnite, (Che tu possa rinascere millepiedi con tutte le unghie incarnite), Che te pozza pija ncorbu e ‘na sassata… cuscì se non te pija lu corbu, te pija la sassata (Che ti possa prendere un colpo e una sassata, così se non ti arriva il colpo, ti arriva la sassata. Insomma, qualcosa ti succede sicuro) e N’gorbu chetteggeli.

Portamo a spasso li dolori

La parlata di Terni si contraddistingue anche per i modi di dire e per le parole che riassumono alla perfezione situazioni e caratteristiche. Non possiamo non ricordare: Non facessi lu muffo (Non fa lo gnorri), Guarda quillu che bajengo (Bajengo vuol dire cafone ed è riferito in genere ai reatini), Venemo facenno (lo faccio un po’ alla volta), S’è jitu Preci? (sei andato a Preci, in riferimento al terremoto del 1300. Si dice quando va tutto male), Si fattu co lu ronciu (Sei fatto con la falce, non sei cortese, educato), Magnace lu pane (Facci la scarpetta si usa quando si incontra una coppia di amici in atteggiamenti amorosi).

Palazzo Spada

«Non posso non citare anche Stago stago poi te dago (Aspetto aspetto e alla fine ti do addosso, ti meno, ti sbatto al muro) – che è tra i miei preferiti – e Ce sendi cerqua? (Ci senti – Hai capito come?). Oppure parole che sono nel nostro vocabolario quotidiano: come birrocchiu (tamarro, coatto), fiarati (gasati), bardascio (ragazzo), lu svejamammocci (una cosa che ti sveglia di soprassalto o un evento inaspettato), Che frasca! (quando una persona ha bevuto troppo), a ventogne (a venti unghie, a carponi quando si è troppo ubriachi) poro cillittu (poverino) e l’immancabile, scappamo? (usciamo?). Infine, un motto importantissimo per la provincia di Terni, un vero state of mind Portamo a spasso li dolori (un po’ così…), tornato di moda anche grazie a noi.
Il dialetto ternano e tutte le sue numerose sfaccettature sono un bagaglio culturale importante per la nostra città e per la provincia di Terni: mantenere vive le tradizioni ci rende parte di una storia che hanno scritto i nostri nonni, di una storia che forgia il nostro futuro come si forgia l’acciaio» conclude Eleonora.

 


Le puntate precedenti

Perugino
Eugubino
Castellano
Folignate
Spoletino

Il lago Trasimeno ha bisogno di essere sostenuto tramite attenzioni, premure e iniziative al fine di sopperire alle costanti sollecitazioni che subisce il suo naturale metabolismo, che spesso viene accelerato oltre i propri limiti e non riesce a tenere il passo ai crescenti coinvolgimenti.

Il lago sta dando più di quello che anatomicamente e fisiologicamente potrebbe dare. Diciamolo con chiarezza, il Trasimeno non è strutturato per rispondere in modo completo ed esaustivo alla quantità di richieste e aspettative antropoidi odierne. La consapevolezza di ciò è fondamentale per chiunque proponga, osservi o elabori. Il generoso e saggio lago, per quello che viene continuamente chiamato a dare, ha bisogno che l’essere umano sopperisca, integri, compensi, manutenga, gestisca, regolamenti, controlli; a loro volta le persone devono essere messe in grado di farlo. Soprattutto c’è necessità di istituire un unico interlocutore istituzionale a cui proporre e da cui essere autorizzati per innovare, costruire, realizzare, senza chiedere le varie autorizzazioni a una miriade di enti, come attualmente è previsto, con le conseguenti e infruttuose implicazioni dovute a un dilatamento esasperato dei tempi autorizzativi e quindi realizzativi. Infatti, l’eccessiva burocrazia e i tanti dovuti atti amministrativi, rallentano ogni processo innovativo.

 

Lago Trasimeno, foto di Roberta Costanzi

Un fronte comune

La rete di tutti quei soggetti pubblici e privati che ne hanno interesse dovrebbe cementarsi maggiormente senza fazioni o deterrenti campanilismi, sia per far fronte comune senza individuali posizioni autoreferenziali, sia nell’agire per il bene della res publica. Sarebbe conveniente tenere con costanza un atteggiamento consono e congruente, affinché il lago più antico d’Italia possa continuare a rappresentare un’intera comunità e proseguire a vivere come territorio altamente attrattivo per i viaggiatori, grazie alla sua cultura, storia, tradizione, pesca, agricoltura, turismo, ambiente, natura, paesaggio, enogastronomia e ai suoi splendidi borghi. Tra i tanti punti basilari, citati e a seguire, ce ne sono alcuni a cui non ci si può sottrarre in argomento! Il Trasimeno ha convissuto da sempre con il problema del livello delle acque: fin dai tempi antichi, sono accaduti forti alluvionamenti ed estese deformazioni dei margini lacuali, in altalena con le improvvise regressioni delle acque stesse.
Infatti le linee spondali del Trasimeno sono state sempre molto elastiche e flessibili, tant’è vero che la gente ha sempre sentenziato: «Il lago dà e il lago prende». Anche il nome Trasimeno, secondo una tesi tra le più accreditate, significa, nell’antica lingua degli Umbri, quello che si sta prosciugando.

 

Foto di Roberta Costanzi

È evidente che già nel periodo avanti Cristo ci fosse un problema sul livello delle acque, continuato poi nel periodo romano, medievale, papalino, monarchico, fino a oggi. Corsi e ricorsi storici sul livello idrometrico… quando troppo elevato e quando troppo poco. Torrenti deviati e rideviati, dighe, paratie, canalizzazioni, emissari, immissari. Le fonti e i dati storici non sono opinione. E, ancora oggi, non è stata trovata o almeno non realizzata, una soluzione adeguata, cioè quella che permetta di dire in merito, nulla quaestio. Nel tempo ci sono state tante lodevoli iniziative con buone intenzioni, ma senza un sistema integrato risolutivo che abbia portato ai risultati sperati.
I risultati contano eccome e la credibilità può essere solo misurata con la congruenza tra l’annunciato e il realizzato. Il livello di antropizzazione e le relative esigenze di un tempo, facevano sì che il lago non subisse condizionamenti. Semmai il contrario: era il lago a condizionare, almeno fino al mutar dei tempi e delle sempre maggiori richieste delle sue risorse, che sono state intaccate progressivamente e sempre più profondamente, per arrivare a un precario equilibrio tradotto in una preoccupante e repentina discesa della sostenibilità del suo ecosistema.

 

Trasimeno, foto di Roberta Costanzi

Il problema idrico

Da qualche buon decennio, uno dei grandi problemi lacustri è l’incertezza del raggiungimento dello zero idrometrico, che appare troppo spesso come una meta utopistica.
Il bisogno idrico del Trasimeno è in costante crescita e dobbiamo fare i conti anche con il clima attuale che ha portato verso l’innalzamento della temperatura, sia aerea sia dell’acqua, e soprattutto alla scarsa piovosità di questi anni. Consideriamo poi che gli adduttori d’acqua convogliati al lago sono, per diversi motivi, insufficienti all’istanze naturali del vecchio Tarsminass e ovviamente tutto ciò porta grandi problematiche agli operatori dei vari settori economici lacustri, in primis al settore della pesca e del turismo e non di meno all’equilibrio ecologico del lago stesso con fenomeni di eutrofizzazione e moria di pesci.
Anche perché, e dobbiamo ricordarlo, il Trasimeno è un bacino laminare di origine tettonica, con ridotta profondità (attualmente al massimo di circa 6 metri allo zero idrometrico) ed è un ecosistema molto delicato e precario, dove l’insieme composto da alte temperature climatiche, scarsa piovosità e vento, erode costantemente centimetri alla sua profondità così come inficiano la sua buona salute i dragaggi non più avvenuti per anni, la pulizia dei suoi fondali, la drastica riduzione e l’assente gestione del canneto, che da sempre è di fondamentale importanza per il suo ecosistema, l’inserimento umano irresponsabile di alcune specie animali e vegetali alloctone, l’efficienza dei depuratori, in modo particolare d’estate quando l’incremento turistico sposta notevolmente il numero delle presenze in avanti, l’eccessivo numero dei fastidiosi chironomidi e la scarsa manutenzione delle sue sponde. Tutto ciò incrina e mette in dubbio la certezza e i buoni propositi di imprenditorialità e di soggiorno turistico, corredato da una comunicazione promozionale dell’offerta talvolta vetusta, lacunosa, parcellizzata o insufficiente quando riferita agli attrattori turistici, che non sempre sono disponibili o restano chiusi alla visita del viaggiatore interessato ad ammirare le bellezze artistiche e culturali lacustri.
C’è da sottolineare che, da qualche mese, si è ripreso a far rimuovere le attrezzature ferme in darsena da oltre un decennio, per una manutenzione del lago che rimane al momento ancora insufficiente. Siamo nella speranza e nel convincimento delle istituzioni che sia incrementata nel breve periodo, così come che venga attuata la tanto sperata e imminente chiusura dell’incompleto anello ciclo-pedonale lacustre o la risoluzione della problematica legata all’adduzione idrica dalla diga del Montedoglio.
Desiderando poi che i desueti e vetusti battelli del trasporto pubblico, per dare un esempio responsabile e un modello da seguire e magari incentivando quelli da diporto privato, un giorno non lontano possano tutti convertirsi alla propulsione elettrica, per non caricare ulteriormente il nostro lago di fattori diametralmente opposti al decantato inno alla naturalità e all’ecologica sostenibilità. La Provincia di Perugia ha annunciato che acquisterà a breve l’Ippogrifo, un’imbarcazione elettrica per trasporto passeggeri, ottenuta grazie ai finanziamenti europei erogati dalla Regione Umbria e destinata al servizio di collegamento con l’Isola Polvese. L’Ippogrifo potrà navigare dopo aver ricevuto le certificazioni autorizzative previste. Mirabile esempio di una lungimirante visione green e per un favorevole abbrivio al cambiamento per la tipologia di navigazione a favore dell’ecosostenibilità!

 

Isola Maggiore, foto di Roberta Costanzi

Interventi utili e imminenti

Il lago rappresenta una grande ricchezza per la sua unicità e suggestiva bellezza. Andrebbe maggiormente valorizzato, tutelato e preservato, poiché un simile gioiello naturale, che ancora oggi riesce in parte a mimetizzare le problematiche, possa essere lasciato almeno in buona salute alle generazioni future. Ma non rimane molto tempo per intervenire!
Avere rimpianti, rancori e rimorsi o ancor peggio additare qualcuno per la responsabilità di non aver fatto o non aver fatto bene, significherebbe semplicemente direzionarsi verso un punto di non ritorno e sprecare le proprie risorse psico-fisiche per inconcludenti divagazioni non utili alla causa. Tutti, con le proprie responsabilità e senza attendere che qualcun altro faccia, in un atteggiamento propositivo e fattivo, tra pubbliche istituzioni e attività private, turisti e residenti, ognuno per la propria parte, piccola o grande che sia, stimoli e sia d’esempio agli altri, partendo semplicemente da una cicca di sigaretta non gettata a terra o da una plastica correttamente accantonata, dalla pulizia e la gestione dei confini terracquei di propria pertinenza, all’attenzione di tradurre in fatti quello che si sentenzia al bar. Facciamo sì che non sia troppo tardi per tracciare una nuova via che tenda a invertire una rotta già compromessa…
Bisogna sbrigarsi a trovare le risorse e le giuste soluzioni, prima di trovarci fuori tempo massimo, nel rimpianto di non aver agito velocemente e sufficientemente bene e nell’irreversibilità dei fatti. Nel contempo rispettiamo il nostro beneamato lago e non sfruttiamolo oltre quello che può dare e soppesiamo l’arrogarsi di prendere o ricevere le sue risorse come se non avesse limiti. È come andare a fare la spesa e prendere prodotti in grande quantità, senza tener conto dei soldi che abbiamo in tasca: se la spesa supera la nostra disponibilità economica, o restituiamo parte del preso o ci creiamo un debito… che prima o poi andrà pagato!

 

Foto di Roberta Costanzi

 

In tutto questo, nel 2021, la Cooperativa Pescatori del Trasimeno di San Feliciano ha chiuso la sua filiera: a Sant’Arcangelo è stata aperta al pubblico la loro locanda, con il motto di Pescato, Cotto e Mangiato. Esempio ammirevole e unico in Europa! Bravi Pescatori. Così come alla grande professionalità imprenditoriale dimostrata in questo difficile periodo dagli operatori della ristorazione e dell’accoglienza turistica lacuale per aver continuato a mantenere un’offerta di altissima qualità, vale un grande plauso e andrebbe meritatamente sostenuta.
Nel mentre, la Goletta Verde dei Laghi di Legambiente ha sentenziato che i 5 punti campionati sul lago Trasimeno con le analisi microbiologiche sono risultati tutti entro i limiti di legge e il meraviglioso vino Gamay del Trasimeno è stato premiato con 5 prestigiosi riconoscimenti al Concorso Internazionale Grenache du Monde, onorando quattro cantine lacustri sue produttrici.
Vogliamo bene al nostro beneamato lago Trasimeno, suggello di bellezza e testimone culturale di un patto di continuità e solidarietà da trasferirsi alle generazioni successive… meditate gente, meditate! Ma non troppo a lungo… il tempo stringe!

Una voce unica, graffiante e dal timbro inconfondibile. Dal Trasimeno e oltre i confini regionali e nazionali, ha ricevuto consensi ovunque. Fin da bambina, ha solcato parterre in modo confidenziale, senza paura e ha deliziato il pubblico con il suo canto trascendentale. Le seguitissime trasmissioni televisive di talent show, prima Saranno Famosi e poi X Factor, l’hanno fatta conoscere al grande pubblico come uno straordinario talento canoro e da allora ha continuato a ricevere consensi in modo crescente ed esponenziale, pur rimanendo una ragazza semplice e solare, senza mai montarsi la testa. Stiamo parlando della mirabile vocalist umbra, Annalisa Baldi.

Metti un giorno al lago Trasimeno…

Annalisa è una ragazza che ogni genitore vorrebbe avere come figlia. Riesce fin da subito a mettere l’interlocutore a proprio agio. Ha la faccia pulita e onesta e mentre parla ti guarda negli occhi, con il tipico atteggiamento delle persone intellettualmente oneste e leali. Non dice mai cose banali o di circostanza e il suo eloquio si arricchisce di concretezza e positività nel suo prosieguo. Ama parlare di tradizioni, della sua adorata Tuoro sul Trasimeno e dell’amata Umbria, della sua famiglia e dei suoi progetti. E lo fa con passione.

Dalle sue origini trae l’amore per il lavoro, per le cose che si ottengono con il sacrificio, con la perseveranza e la dedizione, il tutto nel segno dell’educazione, del rispetto e della sua innata eleganza. La musica è sempre stata nei suoi perché, nei suoi dove e nei suoi quando, e le note musicali l’hanno accompagnata continuamente, sia prima di addormentarsi sia al suo risveglio. Durante la sua giornata tipica adolescenziale, il pensiero era costantemente rivolto verso l’armonia musicale e la realizzazione dei desiderata canori.

E ce l’ha fatta! Annalisa Baldi, la cantante di successo che con la sua sana ambizione e voglia di lasciare al mondo un segno canoro importante, non si sente mai appagata e realizzata: è la strada giusta per continuare l’ascesa artistica. Brava Annalisa!

L’elegante vocalist umbra ha un pubblico eterogeneo che la segue. Piace proprio a tutti e seppur ancora molto giovane, vanta un’importante carriera, corredata da molti premi e riconoscimenti. Scrive i testi delle sue canzoni, da cui si possono assaporare i messaggi che vuol donare ai suoi ascoltatori; i fan si emozionano nel cantare i suoi brani, che sono uno più bello dell’altro.

Con la sua sintonica band ZeroInCondotta, composta da musicisti di consolidata bravura, regala sensazioni e note che danno carezze agli animi e portano piacevolezza e gioia. Annalisa ha dedicato molto tempo allo studio e alla ricerca, che le ha permesso di raggiungere una maturità musicale straordinaria. Ha cantato in manifestazioni ed eventi importanti, in televisioni e radio nazionali ed è apparsa anche in veste di ospite e presentatrice. Sul palco dimostra la sua coinvolgente presenza scenica.

È madrina di molte iniziative sociali, dove il suo animo generoso e altruista la fa da padrone, infatti fin dal suo debutto, a 14 anni, ha fatto capire che la musica è la migliore cura per l’umanità. Annalisa non si ferma mai, tanto è vero che ha in serbo molti progetti musicali e un paio sull’intrattenimento televisivo, come autrice e conduttrice.

Tra le sue molte canzoni e cover, che lei canta emozionando chi ascolta, ricordiamo A Prescindere, Ballo da sola, Mentre tutto cambia, Sospetto, Mentre Dormi, Bye Bye, Alice e il Blu, Un Domani, Sento solo il presente, Una Finestra tra le Stelle, Dimenticherai, Il Mondo Prima di Te, Se Avessi un Cuore, Le Parole non Mentono, Noi Siamo un’Isola, Diamante Lei e Luce Lui… e poi Minuetto, Rehab, Sally, Bohemian Rhapsody e tante altre.

La cantante umbra viene dal 2020 con il brano A Prescindere, che ha consacrato Annalisa in una nuova tappa del suo percorso musicale, dove i contatti, l’amore, l’amicizia nel periodo di lockdown e la bellezza della città di Perugia, sono i motivi conduttori che la fanno apprezzare. Ha continuato nel 2021 con Domani Verrà, il suo nuovo singolo che sta riscuotendo notevoli approvazioni e consensi e il video sta spopolando per la sua bellezza, dopo che Sky Tg24 l’ha mandato in anteprima.

 

 

Domani Verrà è un brano rivolto all’imprevedibilità della vita e a un nuovo personale Rinascimento. Il calamitante video è ambientato sul lago Trasimeno, sulla Piana di Castelluccio di Norcia e a Rasiglia, il borgo umbro circondato dalle acque. Tre luoghi che Annalisa adora.

«… passo dopo passo mentre ascolto il cuore sento… s’alza il vento ho foglie nuove e nuova luce adesso… e vedrai domani verrà…». Parole significative, note che conducono per mano nelle emozioni, fatte per chi vuole provare sensazioni belle e positive e chiudendo gli occhi, si è dentro a Domani Verrà! Siamo convinti sostenitori e certi che Annalisa continuerà a donare emozioni con la sua bellissima voce… nel mondo attuale occorrono messaggi affettivi come quelli contenuti nelle sue canzoni, che fanno bene ai cuori delle persone. C’è poco da aggiungere… Annalisa Baldi, spacca!

«Quando mi hanno detto del riconoscimento pensavo che si fossero sbagliati. Non c’ho creduto finché non è arrivata la mail ufficiale».

Jacopo Costantini, Nastri d’Argento 2021

Jacopo Costantini è un giovane attore perugino che sta muovendo – con successo – i primi passi nel mondo del cinema. Da poco ha ricevuto un’importate riconoscimento: è stato segnalato dai giornalisti cinematografici, tra i protagonisti di domani in occasione dei Nastri d’Argento 2021. In questa lista di giovani del futuro (sei in tutto) figura Jacopo, protagonista, assieme a Lodo Guenzi (Lo Stato Sociale) e Matteo Gatta, del film Est – Dittatura last minute di Antonio Pisu, presentato come film d’apertura della sezione non competitiva delle Giornate degli Autori della 77a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un road-movie ambientato alla vigilia della caduta del muro di Berlino, tratto da una storia vera. «Domani sera il film sarà proiettato al Frontone Cinema all’Aperto a Perugia e io sarò presente per parlarne» ci spiega Costantini.
La nostra chiacchierata è stata molto piacevole: abbiamo parlato di cinema, di mestieri difficili da portare avanti e di Umbria. Alla fine non ho resisto e gli ho fatto notare che ha un accento più bolognese che perugino: «Forse perché questi giorni sono stato con Lodo, ma basta qualche ora con i miei amici di Perugia e torna il mio accento».

Jacopo, a noi puoi dirlo: hai sempre voluto fare l’attore?

Sì, fin da quando ero bambino. Mi piaceva intrattenere e far ridere. Dopo una piccola recita mio fratello venne da me e mi disse: «Se ti piace tanto, perché non provi a farlo come mestiere?» Lui oggi sostiene di non averlo mai detto. Forse l’ho sognato! Comunque la mia famiglia mi ha sempre incoraggiato. Finito il liceo sono partito per Bologna per frequentare la Scuola di teatro Alessandra Galante Garrone e in seguito sono andato a Roma all’Accademia Internazionale d’Arte Drammatica del Teatro Quirino. Poi è arrivata la prima tournée teatrale con Lello Arena, che considero il mio maestro, dal quale ho appreso tanto tra cui la passione per questo mestiere. Perché è un mestiere dove si deve studiare e applicarsi.

La passione non basta…

No, ci vuole tanta dedizione e pazienza. È un mestiere che ti forma e ti abitua al rifiuto: di 10 provini, se ne azzecchi uno è già tanto. Il mio obiettivo è campare con questo lavoro, quindi non mi arrendo.

Meglio cinema o teatro?

Il teatro ha una condizione più abbordabile rispetto alla televisione o al cinema, dove inserirsi è molto difficile se non sei figlio di qualcuno, se non hai alle spalle forti agenzie o se non hai fatto determinate scuole.

 

Una scena del film Est – Dittatura last minute

Sei protagonista, assieme a Lodo Guenzi e Matteo Gatta, del film Est – Dittatura last minute con la regia di Antonio Pisu. Si tratta del tuo terzo film…

Sì. Avevo già girato due film indipendenti: nel 2018 la commedia Te lo dico pianissimo e nel 2019 Prossimo Tuo, entrambi diretti del regista Pasquale Marrazzo.

Quanto è vicino a te il personaggio di Bibi che interpreti in Est-Dittatura last minute?

Per realizzarlo ho estremizzato delle parti del mio carattere, che spesso freno. Ho aperto i rubinetti della bontà, dell’ingenuità e tutto è uscito naturalmente. Nel set non era un recitare… era uno stare. Noi tre siamo diventati veramente tre amici.

Il film ti è valso il riconoscimento Protagonisti di domani: qual è stata la prima cosa che hai pensato quando l’hai saputo? 

Oddio! Prima ho pensato che si fossero sbagliati, sono stato 10 ore nel dubbio. Poi è arrivata la mail ufficiale e quindi tutto è diventato vero. In più l’ho ricevuto insieme a Lodo (Guenzi) e Matteo (Gatta), quindi è stato ancora più piacevole e speciale.

 

Jacopo Costantini e Matteo Gatta ai Nastri d’Argento 2021

Sognando: da chi vorresti essere diretto?

Poter fare un provino per Paolo Sorrentino o Matteo Garrone sarebbe bellissimo.

Un attore a cui ti ispiri…

Il dio per me, è Gian Maria Volonté.

Dal 2019 vivi a New York: com’è stato il passaggio da Perugia alla Grande Mela?

A Perugia sto benissimo, ho la mia famiglia e gli amici che mi sostengono sempre. Il passaggio è stato naturale, è dove volevo andare… è quello che volevo fare. C’ho passato tutta la pandemia. Ora, il mio obiettivo è concentrarmi più sull’Italia e sfruttare al meglio questo momento di visibilità.

Sento che hai perso l’accento perugino e hai preso quello bolognese…

Forse perché questi giorni sono stato molto con Lodo, ma basta che frequento qualche ora i miei amici di Perugia e torna tutto come prima (ride!).

Un po’ d’informazioni su di te: chi è Jacopo?

Sono uno che crede che il miglior divertimento sia divertire gli altri.

Cosa leggi, che musica ascolti?

Di musica non ne ascolto moltissima, ma leggo tanto. Sono un appassionato di Marcel Proust, in questo periodo sto leggendo Alla ricerca del tempo perduto.

E per quanto riguarda i film?

Cerco di guardare tanto, soprattutto prodotti che non si trovano facilmente, un cinema più ricercato e di nicchia. Che poi è il cinema che vorrei fare io!

Quindi una mega produzione hollywoodiana la rifiuteresti?

No, assolutamente no (ride!). Non rifiuterei nulla, basta che non intacchi la mia dignità.

Hai mai pensato di passare dall’altra parte della macchina da presa?

Lungi da me farlo. Mi piace più scrivere, ho infatti dei progetti di scrittura in ballo.

Le ultime due domande di rito: qual è il tuo rapporto con l’Umbria?

Quando sono all’estero mi piace tanto dire che sono umbro e di Perugia e mi inorgoglisce molto quando scopro che le conoscono e che gli piacciono.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Ruvida, selvaggia, accogliente.

Il “Gamay del Trasimeno”, è un vino umbro di eccellenza che ha una storia un po’ particolare: infatti per molto tempo è stato frainteso e scambiato per un altro vitigno a cui deve il suo attuale nome. Un errore, a volte, può scatenare problemi o creare un capolavoro.

Immaginiamo per esempio il celebre dolce milanese che ha preso il nome dal garzone Toni, che si adoperò per rimediare a un guaio culinario e da qui nacque il Pan de Toni, oggi Panettone. Lo stesso vale per la nascita del gorgonzola, dovuto a un errore di un casaro che per una dimenticanza diede vita al celebre e amatissimo formaggio. Così come il ghiacciolo che nacque involontariamente dopo aver lasciato un bicchiere, contenente una bevanda con un bastoncino per girarla, per una notte all’influenza delle gelide temperature esterne.
Così come per la scoperta di alcuni vaccini, nati quasi per caso o per il risultato casuale di alcune scoperte o sperimentazioni scientifiche che hanno, inavvertitamente, sovvertito certe tesi conclamate o ipotizzate: solo per fare alcuni esempi, le scoperte di Cristoforo Colombo, Sobrero, Nobel, Rontgen, Curie, Fleming per quanto riguarda nuove terre, la nitroglicerina, i raggi X, la penicillina, oppure i fiammiferi, la penna biro…

 

Gamay del Trasimeno, foto via Facebook

La storia del nome

Ma torniamo al nostro straordinario vino Gamay del Trasimeno e alla sua storia del nome sbagliato. Fin dal suo arrivo sulle sponde lacuali nel XVI secolo, il vitigno veniva allevato con la tecnica ad alberello e chiamato Vitigno Francese e perciò denominato erroneamente, fin dai suoi albori di piantumazione nelle terre circondanti il Trasimeno, Gamay, come il vitigno francese coltivato ad alberello e che da origine al vino Beaujolais. Nella dote che portò la nobildonna spagnola Eleonora de Mendoza quando convolò a nozze a Castiglione del Lago con il duca Fulvio della Corgna, c’erano alcune viti di provenienza spagnola portate in Umbria come buon auspicio per un felice matrimonio.
Da allora quelle viti sono state da sempre chiamate Gamay, ma in realtà appartengono alla famiglia della Grenache, vitigno che dà origine, tra gli altri vini, all’Alicante e al Cannonau.
L’errore persiste ancora oggi e nell’immaginario collettivo, quel superbo vino, viene ancora chiamato Gamay a cui, per differenziarsi da quello che da origine al Beaujolais francese, qualcuno ha ben pensato di abbinare la parola Trasimeno. Quindi il Gamay del Trasimeno non è un Gamay ma una Grenache con il nome sbagliato.
Per le sue caratteristiche possiamo dire che è un vino che nasce da una bacca rossa, alla vista è di colore rosso rubino, dal profumo intenso con sentori di frutta secca e rossa e a volte di cacao.

 

Vini del Trasimeno, foto by Facebook

 

Come ci ha evidenziato Valentina Clemente, la Strada del Vino Colli del Trasimeno ha potuto segnalare con orgoglio che nel concorso internazionale Grenaches du Monde 2021, il Gamay del Trasimeno ha ricevuto 5 medaglie d’oro con 4 cantine lacustri: Madrevite, Coldibetto, Duca della Corgna e Casaioli. I viticoltori del Trasimeno hanno lavorato con dedizione e passione e il Gamay del Trasimeno conferma, con i premi ricevuti, il suo riconoscimento e apprezzamento a livello mondiale. Siamo certi che questa eccellenza enologica umbra continuerà a dare altre soddisfazioni ai suoi produttori e ai suoi crescenti estimatori. Assaggiare questo fantastico vino, magari ammirando il paesaggio lacustre e nel contempo degustando la tipica zuppa di pesce di lago, il tegamaccio, è certamente un’occasione da non perdere anzi da provare e soprattutto… da ri-provare.

«C’è chi vuole preservare le pietre, chi le tradizioni, chi le ricette. Io vorrei conservare le persone e le loro vite, soprattutto se le persone in questione sono esempi incredibili di vite da romanzo, di esistenze uniche, indimenticabili: delle piccole opere d’arte».

Simone Zaccagni con Gigino Menichetti

Quaranta biografie romanzate. Quaranta eugubini normalmente eccezionali. Quaranta personaggi le cui gesta sono passate alla storia e i loro aneddoti raccontati a distanza di anni. Una vera squadra di top player raccolti nel libro Eugubini Fantastici scritto da Simone Zaccagni (edito da Alter Erebus press & label) che verrà presentato a Gubbio nel chiostro di San Pietro nelle serate di sabato 26 giugno (18.30) e domenica 27 giugno (21.00).
Abbiamo incontrato Simone in anteprima per farci svelare i segreti di quest’opera, che non vuol essere solo goliardica ma anche – a suo modo – storica: «Ho voluto rendere immortali persone che, con la sola tradizione orale, rischiavano di scomparire. Gubbio ha un Pantheon di questi personaggi, ha una pletora di campioni, un po’ come la serie A degli anni Ottanta e io, come Roberto Mancini, ho selezionato i migliori. Stiamo parlando di personaggi degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta; ancora vivi ce ne sono soltanto 5-6. Proprio per questo ho voluto omaggiarli e conservarli per evitare che si perdessero tra i ricordi: c’è l’imprenditore di successo e il disoccupato, l’artigiano e l’avvocato, il maestro e la casalinga, quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare. Personalità semplici e personalità più complesse, tutti diversi ma uguali nell’essere ricordati da una città intera» spiega Zaccagni.

 

Gli immortali

Se Alì Babà aveva i 40 ladroni, Zaccagni ha i suoi 40 personaggi che hanno fatto, a loro modo, la storia di Gubbio e che tenta di preservare come dei veri monumenti storici. «Alcuni di loro è d’obbligo menzionarli perché, come gli artisti del Rinascimento, occorre solo il nome o il soprannome per indentificarli. A Gubbio tutti li conoscono. Penso a Luigi Allegrucci (Guerciolo) e Antonio Farneti (Cioceri) – entrambi hanno fatto anche incursioni nei programmi tivù nazionali – al commendator Pietro Barbetti, a cui hanno intitolato lo stadio, a Giorgio Gini (L’avvocato) che è stato il primo umbro a scalare il Monte Bianco e il primo eugubino a donare il sangue – a Gubbio ancora non si poteva e quindi si recò a Perugia. Tra le donne non potevo non ricordare La Penella (Penelope Banano) che negli anni dopo la Guerra inventò una sala da ballo dentro il salotto di casa sua. Tutti i sabati sera e le domeniche pomeriggio la vallata andava a ballare lì; poi – visto che l’idea funzionava – spostò la sala sopra la stalla, da vera innovatrice della green economy, così da farla scaldare dal calore del bestiame che passava attraverso le assi del pavimento, certo non passava solo il calore! Sono tutte persone che nella loro semplicità sono state innovative per l’epoca che hanno vissuto. All’interno del libro spesso s’incontrano e interagiscono fra di loro, entrando l’uno nella storia dell’altro: una specie di crossing-over letterario» prosegue l’autore.

I 40 personaggi

Una ricerca lunga 20 anni

Per scrivere Eugubini Fantastici – un chiaro omaggio al film Animali fantastici e dove trovarli – l’autore ha fatto un lungo e meticoloso lavoro di ricerca, parlando con parenti, amici o semplici conoscenti di questi personaggi, ma l’idea ha iniziato a prendere corpo una ventina di anni fa, quando con il fratello Francesco, in un sito, ha scritto e riunito le storie di 20 eugubini. «Era stata fatta anche una raccolta uscita in allegato con il giornale Gubbio Oggi: a questi ne ho aggiunti altri 20 ed ecco il libro: un volume prettamente dedicato agli umbri, ma non è detto! Al suo interno ci sono anche delle illustrazioni di Eugenio Rotondi realizzate a carboncino. Posso dire che si aggiunge al Dizionario Eugubino – Italiano che ho scritto nel 2016. Lì cercavo di salvare il dialetto, qui salvo i personaggi che hanno fatto una vita normale, ma che per vari motivi è diventata eccezionale e piena di aneddoti da raccontare e conservare» conclude Simone Zaccagni.

 


Ecco l’elenco completo dei 40 personaggi:

  1. Luigi Allegrucci (Guerciolo)
  2. Lanfranco Amedei (Panìco)
  3. Armando Baldelli (Anghiga)
  4. Michelangelo Bellini (Baleani)
  5. Penelope Banano (La Penella)
  6. Pietro Barbetti (Il Commendatore)
  7. Ermete Bedini (Il Dottore)
  8. Giancarlo Bellucci (Carlinga)
  9. Mario Bianconi (Balenella)
  10. Franco Brandelli (Mago Sanguinetti)
  11. Filippo Braccini (Sciùpete)
  12. Bruno Capannelli (Baratieri)
  13. Alessandro Casagrande (Sandro Del Forno)
  14. Aurelio Casagrande (Checco)
  15. Franco Casagrande Fioretti (Paquito)
  16. Adalgisa Cerbella (La Gisa)
  17. Giuseppe Cerri (Peppe ‘L Capelaro)
  18. Corrado Codignoni
  19. Antonio Farneti (Ciòceri)
  20. Pietrangelo Farneti (Pacio)
  21. Umbro Filippetti
  22. Enzo Gambini
  23. Mario Gillosi (Marietto Dei Vecchi)
  24. Giorgio Gini (L’avvocato)
  25. Mario Marcheggiani (Marullo)
  26. Giambattista Mazzacrelli (Tito)
  27. Mauro Mengoni (Mauro De Baldone)
  28. Luigi Menichetti (Gigino)
  29. Cecilia Morotti (La Cìa)
  30. Enrico Nicchi (Pittino)
  31. Aurelio Passeri (Elio)
  32. Natale Stefano Pauselli (Baffino)
  33. Walter Piccotti (Strizze)
  34. Claudio Pierini (Classe)
  35. Iole Poggi (La Iole)
  36. Luca Signoretti
  37. Astorre Spogli (Bacelone)
  38. Onelio Tosti (Lolly)
  39. Filippo Uccellani
  40. Piero Vispi (Pierino ‘L Ciclista)

Immaginiamo, qualche secolo fa, un pastore con le sue pecore e i suoi cani che porta i propri ovini a brucare in qualche pascolo lontano dalla propria casa: è il fenomeno della transumanza, le cui radici affondano nel III secolo a.C.

In Italia, la transumanza è stata sempre effettuata con regolarità, anche se in tempi recenti non è poi ancora così diffusa, per motivi legati a tecnologie e modalità di allevamento animale innovative: in alcuni casi viene fatta con camion e autotreni su cui vengono trasportati gli animali. La transumanza mediterranea – differente è quella alpina legata all’alpeggio in estate e alla custodia in stalle in inverno – è il trasferimento delle mandrie e delle greggi, in estate, verso i pascoli in quota e in inverno verso quelli a valle e in pianura, con spostamenti tra territori anche molto distanti tra di loro.

 

 

Lo spostamento degli animali, attraverso i tratturi – le vie della transumanza – è una ricorrenza antica utile ad avere condizioni climatiche favorevoli e sempre buoni pascoli; i pastori vi portavano le loro greggi, venendo accompagnati dai loro fedeli e operosi cani, che rappresentavano un imprescindibile aiuto per la gestione e la difesa delle pecore. Talvolta gli spostamenti stagionali riguardavano anche i cavalli, come per quelli bradi di Castelluccio di Norcia.
Questa usanza è stata praticata, fin dai tempi antichi, nelle regioni dell’appennino centro-meridionale, soprattutto nella parte meridionale di Umbria e Marche, nella maremma tosco-laziale, nell’alto Lazio, in Puglia, Lucania, Campania, Abruzzo e Molise. Tale tecnica pastorale ha innescato importanti e indissolubili conseguenze con scambi sociali, culturali e gastronomici.
Da questo punto di vista i pastori, nei loro percorsi di transumanza, transitavano perlopiù distanti dai luoghi antropizzati e dovevano cibarsi dove si trovavano e con quello che avevano a disposizione. Infatti si portavano dietro alimenti che rimanessero inalterati nonostante il clima e i lunghi tragitti, al fine di conservare le loro caratteristiche alimentari. Carni secche, formaggi, fiaschetta di vino e gallette venivano portati al seguito mentre scambiavano, con i contadini che incontravano, formaggi freschi e ricotta con uova, pane, farina, vino oppure con sale, pepe, tabacco e fiammiferi. Lo scambio di culture, di prodotti, di usi e costumi, fin da allora nasceva spontaneo tra popolazioni diverse.
Una fonte d’acqua era una sosta obbligata per far bere le greggi e qui i pastori s’incontravano tra di loro o con le genti locali che commerciavano o che esercitavano il baratto. In questi luoghi, costantemente frequentati, potevano nascere, sasso dopo sasso, o un ricovero o un luogo di culto e in seguito un agglomerato abitato.

I piatti della tradizione

Tra gli alimenti che un pastore transumante dell’appennino dell’areale prossimo al confine umbro-laziale-marchigiano-abruzzese e destinato con le sue greggi ai pascoli attorno a Roma poteva portare con sé, come scorta personale di derrate alimentari, erano farina o pasta essiccata, pecorino, guanciale, uova e dopo la scoperta dell’America, il pomodoro.
Da questi pochi elementi nascono dei piatti definiti storici e di culto che hanno origine dalla cucina tipica antica, conosciuti a tutte le latitudini del globo terrestre e che la città di Roma ha fatto si che siano divenuti tra i protagonisti della propria tipicità: Roma li ha fatti conoscere ai viaggiatori di tutto il mondo associandoli, come è corretto, a un binomio indissolubile costituito dalla bellezza della Città Eterna e dalla bontà degli antichi piatti.
Quindi la pasta cacio e pepe, la gricia, la carbonara e l’amatriciana sono piatti considerati tra i più autorevoli e apprezzati ambasciatori di romanità che ovunque non vengono tradotti nella lingua locale ma sono, a prescindere, riconosciuti e desiderati, riuscendo così ad abbattere qualsiasi tipo di barriera e mettere d’accordo tutti quelli che li hanno potuti apprezzare o solamente agognare di assaggiarli. Ma in tutto questo, i pastori transumanti dell’appennino e delle campagne dell’Italia centrale, sono stati i veri e inconsapevoli protagonisti per aver ispirato tali ricette nate da ingredienti, per loro necessari e che hanno donato un’unicità culinaria e tipicità che Roma ha avuto il pregio e la forza di diffondere ai palati di tutto il mondo.

 

Carbonara

 

Possiamo dire che la pasta alla gricia è la capostipite storica dei condimenti delle altre paste; schematicamente, mettendo in risalto gli ingredienti che compongono il piatto, potremmo così riassumere:

  • pasta, guanciale, pecorino e pepe = Pasta alla Gricia;
  • meno guanciale = Pasta Cacio e Pepe;
  • più uovo = Pasta alla Carbonara;
  • più pomodoro = Pasta all’Amatriciana.

Tutti e quattro i piatti sono composti da ingredienti molto semplici, ma la loro preparazione è talmente delicata e meticolosa nei vari passaggi culinari che richiede molta attenzione.
Ciascuno di questi quattro piatti ci aiuterà a fare un viaggio del gusto a ritroso nel tempo e con la mente potremmo immaginare di diventare un po’ pastori come quelli che preparavano e assaporavano la loro pasta in un’antica ricetta mentre, con le loro greggi, erano destinati ad arrivare a Roma e a portare le loro preziose testimonianze culinarie che sarebbero state destinate a divenire immortali come e insieme alla beltà della Città Eterna.
Non solo Roma ma visitare l’appennino umbro e laziale, n0ursino e amatriciano potrebbe essere un’occasione per scoprire nuove mete e territori e conoscere le comunità locali con le loro tradizioni secolari. Sicuramente, durante le nostre passeggiate sui sentieri tra un borgo e l’altro, incontreremo qualcuno che ci intratterrà piacevolmente con racconti e aneddoti sulla transumanza e magari essere accompagnati nella conversazione da un gustoso piatto di pasta preparato con una ricetta antica e un bicchiere di buon vino.
Rimanete sintonizzati su queste pagine, prossimamente vi racconteremo la preparazione originale delle quattro antiche ricette e allora si che ne scopriremo delle belle… vi avviso che saranno banditi aglio, olio, peperoncino, cipolla e ovviamente la panna, altrimenti non parleremo delle antiche e originali ricette ma delle loro, seppur apprezzate, fantasiose e irriverenti varianti. Evviva i pastori! Evviva la tradizione pastorale appenninica e italiana!

«Mille cause hanno concorso a fare dell’Italia una specie di museo generale, un deposito completo di tutti gli oggetti che servono allo studio delle arti. (…) Si compone di statue, di colossi, di templi, di stucchi, di affreschi (…) ma si compone altresì di luoghi, di paesaggi, di montagne, di strade, di vie antiche (…) di reciproche relazioni tra tutti i reperti, di memorie, di tradizioni locali, di usanze ancora in vita, di paragoni e di raffronti che non possono farsi che sul posto».
Quatrèmere de Quincy, Lettres à Miranda, 1796

In seguito alle prime spoliazioni napoleoniche perpetrate da Bonaparte in Umbria, ne seguirono altre, altrettanto sistematiche, che lacerarono il patrimonio regionale. Il 1815 non è solo l’anno della sconfitta di Napoleone a Waterloo e del congresso di Vienna, ma anche l’epoca in cui il famoso scultore Antonio Canova venne convocato da papa Pio VII con una missione: recuperare le opere d’arte requisite a Roma e negli altri centri culturali dalle truppe napoleoniche.
Fondamentali in questo clima furono le Lettere a Miranda del critico d’arte francese Antoine Chrysostome Quatremère de Quincy, pubblicate in piena Rivoluzione francese. Le lettere non solo rappresentano un atto politico di resistenza alle spoliazioni delle opere d’arte, ma esprimono concetti fondamentali quali la tutela dei beni culturali e la teoria di contestualità delle opere con il proprio ambiente. Grazie al Canova quasi tutte le opere tornarono in Italia: alcune confluirono nella Pinacoteca Vaticana incrementandone la collezione, altre invece tornarono ai loro legittimi proprietari.
Eccelsa opera requisita dai francesi fu il Polittico Guidalotti, capolavoro del Beato Angelico conservato presso la Galleria Nazionale dell’Umbria.[1]

Beato Angelico, Polittico Guidalotti, Galleria Nazionale dell’Umbria

 

Il polittico fu commissionato all’artista da Elisabetta Guidalotti per la cappella di famiglia, dedicata a san Nicola, presso la chiesa di S. Domenico a Perugia. L’impresa rispondeva alla necessità dei Guidalotti, famiglia perugina tra le più importanti ma caduta in disgrazia alla fine del Trecento, di riguadagnare prestigio in campo sociale e culturale.
La monumentale pala d’altare è composta da ben venti tavole dipinte. Sebbene la divisione a trittico dell’opera sia ancora di gusto tardogotico, la composizione risulta comunque unificata grazie all’impiego di espedienti spaziali di grande efficacia e modernità: la luce cristallina e puntuale bagna le figure e, impigliandosi nei tessuti e negli oggetti, conferisce verità materica. Eccelsi sono i riflessi delle superfici nei vasi ai piedi del trono o la morbidezza tattile del piviale di san Nicola e della veste azzurra della Madonna, definita da ampie pieghe capaci di far trapelare le forme del corpo sottostante. Al centro è dipinta la Madonna con il Bambino in trono circondata da quattro angeli, due dei quali tengono tra le mani canestri pieni di fiori. Affiancano la Vergine san Domenico, san Nicola da Bari, san Giovanni Battista e santa Caterina d’Alessandria.
Ad attirare l’attenzione dei francesi sull’opera furono, in particolare, le tavolette della predella: le prime due vennero spedite a Parigi nel 1812, ed oggi sono conservate nella Pinacoteca Vaticana, mentre la terza fu portata a Roma l’anno successivo da Agostino Tofanelli, conservatore del Museo Capitolino; quest’ultima riuscì a rientrare a Perugia nel 1817.
Altra eccelsa opera requisita dalle truppe napoleoniche fu la Deposizione Baglioni, di cui Orsini parla come «operette di singolar bellezza, uscite dal pennello del divin Raffaello». L’opera realizzata da Raffaello è datata e firmata 1507. La pala d’altare, stando alle notizie riportate da Vasari, venne commissionata da Atalanta Baglioni, appartenente alla celebre famiglia perugina. Il soggetto della pala centrale, la Deposizione di Cristo, venne probabilmente dettato dalla volontà di omaggiare il figlio della donna, Grifonetto, assassinato proprio in Corso Vannucci, nel corso di alcuni fatti di sangue interni alla stessa famiglia per il dominio di Perugia nel 1500. Fu proprio la madre Atalanta a pronunciare solennemente: «Che questo sia l’ultimo sangue che scorre su Perugia».

 

Sassoferrato, Deposizione, Basilica di San Pietro. Foto Fondazione per l’Istruzione Agraria di Perugia

 

La predella fu recuperata da Canova il 21 ottobre 1815 ma rimase a Roma nella Pinacoteca Vaticana. Il soggetto dell’opera però lo possiamo ammirare grazie a due copie: la prima realizzata da Giovanni Battista Salvi detto Sassoferrato nel 1639 ed oggi conservata nella Basilica di San Pietro a Perugia ed una seconda copia di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, che eseguì l’opera nel 1608 per volontà di Paolo V, dopo che l’originale era stata trafugata; quest’ultima opera è oggi conservata presso la Galleria Nazionale dell’Umbria.
I commissari napoleonici, in particolare, l’esperto d’arte Tinet e Denon denominato l’occhio di Napoleone, setacciarono per reperire capolavori non solo Perugia, ma anche molte altre città umbre, tra le quali Città di Castello. Presso la chiesa di San Francesco nella città tifernate, Filippo Albizzini commissionò a Raffaello lo Sposalizio della Vergine,  opera firmata Raphael Urbinas e datata MDIIII, è una delle opere più celebri dell’artista, che chiude il periodo giovanile e segna l’inizio della fase della maturità artistica.[2]
Per quest’opera l’Urbinate si ispirò a un’analoga tavola che proprio in quegli anni Perugino stava dipingendo per il Duomo di Perugia, vedendola in tutta probabilità in una fase ancora intermedia.[3]
Lo sposalizio di Maria e Giuseppe avviene in primo piano, con al centro un sacerdote che, tenendo le mani di entrambi, officia la funzione. Dal lato della Vergine è posto un gruppo di donne, da quello di Giuseppe sono presenti alcuni uomini, tra cui uno che spezza con la gamba il bastone che, non avendo fiorito, ha determinato la selezione dei pretendenti. Maria infatti, secondo i vangeli apocrifi, era cresciuta nel Tempio di Gerusalemme e quando giunse in età da matrimonio venne dato ad ognuno dei pretendenti un ramo secco, in attesa di un segno divino: l’unico che fiorì, fu quello di Giuseppe.
Le figure sono legate da una vaga e poetica malinconia in cui nessuna espressione è più caricata di altre, nemmeno quella del pretendente che spezza il ramo in segno di rancore, in alcun modo corrucciato o teso. La magnifica opera fu requisita e non ha fatto più ritorno nel suo luogo di origine, oggi è conservata presso la Pinacoteca di Brera. Nella chiesa tifernate è però possibile ammirare un perfetto clone della tavola: grazie a 4250 scatti fotografici è stata realizzata una copia così fedele da replicare anche le pennellate e le imperfezioni che il tempo ha lasciato sulla superficie dell’originale.
Le eccellenze artistiche tornate in Umbria, ricontestualizzate nel territorio o nel tessuto urbano che le ha generate, sono la testimonianza di come le opere d’arte acquisiscano valore di civiltà solo dalla profonda relazione con il paesaggio che l’ha suggerite, la cultura che le ha generate e i luoghi che l’hanno custodite.

 


Prima parte


[1] John Pope-Hennessy, Beato Angelico, Scala, Firenze 1981.
[2] Paolo Franzese, Raffaello, Mondadori Arte, Milano 2008.
[3] Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell’arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999.

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