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INGREDIENTI:
  • 300 g di pane raffermo
  • 1 pizzico di sale
  • 100 g di zucchero
  • 2 uova
  • Farina q.b.
  • Olio extravergine d’oliva per friggere
  • Zucchero per spolverizzare le frittelle

 

PREPARAZIONE:

Lavorate il pancotto con lo zucchero e le uova; unite la farina in quantità sufficiente a ottenere un composto né troppo molle né troppo duro. Versate in una padella per fritti abbondante olio d’oliva e, quando sarà ben caldo, gettatevi alcune cucchiaiate del composto. Lasciate rapprendere e dorare le frittelle; estrale e scolarle passandole poi su una carta che ne assorba l’olio in eccesso. Spolverizzarle con lo zucchero.

 

Queste frittelle erano tipiche delle colline di Panicale nel periodo della raccolta delle olive. Venivano sempre e solamente fritte nell’olio estratto dalle olive appena raccolte e avevano un significato che, se non proprio propiziatorio, era senz’altro di festa. È l’unico dolce umbro per la cui frittura si usava olio d’oliva anche nella ricetta originale.

 

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci editore.

A Pietralunga, il comune d’Italia con più raccoglitori di tartufi in rapporto ai suoi abitanti, si è svolta la trentaduesima edizione della Mostra Mercato del Tartufo e della Patata. Venti chef stellati e non hanno cucinato i loro piatti gourmet, devolvendo il ricavato in beneficenza. Stessa sorte per un tartufo di 364 grammi acquistato da un noto ristorante perugino.

Si è appena conclusa la manifestazione di Pietralunga dedicata al tartufo e alla patata, dove 70 espositori di prodotti enogastronomici e di artigianato locale hanno colorato e diffuso profumi nel delizioso borgo medievale umbro. Abbiamo intervistato alcuni rappresentanti istituzionali e privati e ci siamo fatti raccontare l’evento.
Il sindaco Mirko Ceci, che abbiamo incontrato tra le animate strade cittadine, ci ha detto: «Gli stand umbri e di fuori regione hanno arricchito le nostre vie insieme a venti chef di tutta Italia che hanno cucinato utilizzando i nostri prodotti. Per noi il tartufo è un volano di sviluppo: abbiamo infatti lanciato il marchio Tuber Turismo, in cui crediamo moltissimo. I turisti sono curiosi di conoscere e vivere il mondo del tartufo e desiderano entrare in contatto con il raccoglietore e il suo cane, andare nei posti di prelievo e vedere la lavorazione finale. Abbiamo nel nostro Comune oltre 400 cavatori e 120 addetti che operano in questo mondo, con due aziende del settore importantissime, che esportano in oltre 50 paesi. In questo event, abbiamo inaugurato una statua dedicata al raccoglitore e al suo cane, che riporta anche alcuni oggetti rappresentativi di questa attività. Inoltre, abbiamo ratificato una prima intesa per un rapporto in divenire di tipo culturale, turistico e commerciale con l’Associazione Russia in Umbria, in accordo con la sua presidente Larisa Gavrilova».

 

Statua dedicata al raccoglitore di tartufo e al suo cane

 

Nel borgo regnano suoni, musica e voci che, intrecciandosi tra di loro, armonizzano i residenti con i tanti forestieri intervenuti. Troviamo l’assessore Federica Radicchi, con delega al Turismo, Politiche Sociali e Scolastiche che, appena rientrata dall’importante manifestazione bolognese Fico Eataly World, ci ha confidato: «Abbiamo creato una sinergia con l’istituto alberghiero Cavallotti di Città di Castello i cui studenti hanno creato, con il tartufo e la nostra patata bianca DE.CO., due prodotti denominati il trifola finger food e il tortello al tartufo. Sono stati presentati a Bologna, dove abbiamo portato anche la visciola e la nocciola, che sono state apprezzate moltissimo. La nostra politica è quella di coinvolgere i giovani del territorio e i nostri prodotti, insieme ai paesi vicini per nuove e sinergiche collaborazioni».

 

Giuliano Martinelli

Dopo aver apprezzato il profumo di uno splendido tartufo, Luciano Bacchetta, presidente della Provincia di Perugia e Sindaco di Città di Castello, ci ha detto: «Nel comprensorio alto-tiberino, così come in tutta la Provincia, abbiamo potenzialità enogastroniche di altissimo livello ricercate in tutto il mondo; in particolare, il tartufo bianco altotiberino ci permette di proiettarci in una dimensione più ampia, anche dal punto di vista promozionale. Dobbiamo lavorare molto sulle strade e infrastrutture, perché se non sono adeguate frenano lo sviluppo; noi cerchiamo di incrementare sinergie con i sindaci di questi borghi, per valorizzare l’immagine del comprensorio».

Poco più in là Monica Panetti, socia fondatrice di Solidart, ci racconta: «Insieme a mio marito, lo chef Simone Ciccotti e a nostra figlia Benedetta Sofia, ho creato l’Associazione Solidart con finalità benefiche unendola al mondo della ristorazione, che è il nostro mestiere. Nell’associazione c’è un gruppo di chef che ha deciso di creare eventi a scopi benefici, come quello in seno a questa manifestazione, che ha voluto indirizzarsi verso la raccolta fondi per l’acquisto di un defibrillatore per una scuola e l’aiuto a una ragazza, Daniela, per favorire la pubblicazione del suo secondo libro. Abbiamo prossimi progetti similari, perché fare del bene fa bene». Le note e la voce di Simone e Selene hanno chiuso, con un tocco di musica soul, la magnifica manifestazione.

Al principio del XVI secolo, probabilmente nel 1537, l’umanista Matteo Dall’Isola Maggiore compone un poema eroico-didascalico in esametri latini intitolato al lago che gli aveva dato i natali.

La Trasimenide (Trasimenis), che citiamo nella bella traduzione di Daniele di Lorenzi, è conosciuta soprattutto per il suo secondo libro, dove sono descritte le diverse tecniche di pesca impiegate nel lago, nonché le tipologie, qualità e abitudini del «vario volgo dei pesci, non esperto del proprio nome».
Dall’Isola menziona complessivamente sei specie indigene – tinca, cavedano, lasca, scardola, luccio, anguilla – tre delle quali particolarmente rinomate: «Potrebbe cedere il luccio di fronte a quello che nuota nel Tevere? / Questi hanno saporita la coda, le menole sono lodate per il petto e per la testa. L’anguilla è un cibo da porre / sulle mense di uomini eletti, in inverno».

L’esportazione del pesce del Trasimeno

Nel secolo d’oro del pesce – come è stato definito il Cinquecento – Dall’Isola celebra il Trasimeno attraverso quel settore di mercato per il quale era conosciuto in tutta l’Italia centrale.
Questo lago – scriveva due secoli prima Fazio degli Uberti nel Dittamondo – è tanto ricco di buon pesce «Che assai ne manda fuor della sua terra». E non solo grazie alle tecniche di conservazione, in particolare la salagione e l’essiccamento. Nell’epistola Thrasimeni descriptio seu de felicitate Thrasimeni (1458), Giannantonio Campano descrive le modalità con cui il pesce fresco arriva da Perugia ai mercati ittici di Roma e della Toscana: quando arrivano i primi freddi e soffia il vento di tramontana le strade brulicano di carrettieri che trasportano ceste di vimini intrecciati ricolme d’acqua, dove il pesce si conserva vivo per diversi giorni.
Per comprendere l’importanza dell’esportazione del pesce del Trasimeno nella prima età moderna basti ricordare un dato: nel 1469 la città di Perugia stipulò con Siena un accordo in base al quale le avrebbe destinato 200.000 libbre di pesce all’anno, di cui 180.000 durante la Quaresima. A interessare l’esportazione sono soprattutto i pesci grossi e relativamente pregiati come quelli menzionati nei versi di Dall’Isola: i lucci, le tinche (per le quali usa il termine latino «menule») e soprattutto le prelibate anguille, quelle che, affogate nella vernaccia e abbrustolite, avrebbero provocato, secondo la voce raccolta da Dante, la morte per indigestione di Martino IV e, quindi, la sua collocazione in Purgatorio nel girone dei golosi (Pg. XXIV, 20-24). Secondo Dante e i suoi commentatori più antichi le anguille responsabili della morte del papa provenivano dal lago di Bolsena. Ma è probabile che arrivassero invece dal Trasimeno, considerando che Martino IV morì e fu sepolto a Perugia.
Del resto queste anguille erano davvero degne delle mense «degli uomini eletti». Buona prova ne è la scala dei prezzi del mercato ittico di Prato nell’autunno-inverno 1441: in dicembre le anguille del Trasimeno costano 8 soldi, per acquistare quelle provenienti dal lago di Bientina e dal Padule di Fucecchio, invece, ci vogliono dai 2,4 ai 5 soldi a seconda della grandezza e delle oscillazioni del valore di mercato in rapporto alle festività del calendario liturgico. Meno marcata (circa un dieci per cento) la differenza di prezzo per i lucci e per le tinche.

 

La tinca

La lasca, salubre per eccellenza

Tuttavia in età moderna il pesce più costoso e apprezzato è quello di mare. Nel suo trattato sui pesci romani del 1524, l’umanista e medico comasco Paolo Giovio scrive che il luccio «non ha mai avuto alcuna lode o pregio alle tavole dei signori». A fronte però della cattiva nomea dell’«hispida secchezza delle polpe», le sue proprietà organolettiche e curative sono considerevoli: «per parer di tutti i Medici, è riputato molto sano». Di più: le mascelle di luccio, abbrustolite e ridotte in polvere, miscelate nel vino, servono a sciogliere i calcoli renali e della vescica. Le proprietà dietetiche del pesce di lago sono esaltate anche da Bartolomeo Scappi che ricorda come i medici lombardi raccomandino ai malati la carne «bianchissima» del persico, proveniente dall’altopiano del Tesino e dal Lago Maggiore. Le carni della lasca – scrive invece Dall’Isola – non solo sono ottime, salvo che nel periodo successivo alla deposizione delle uova, ma «Aegris hoc pisciculorum genus modeste sumptum non interdicitur».
Forse allora non è un caso che, negli scrittori fiorentini, la lasca sia sinonimo per antonomasia di salute: «Ella è sana come una lasca», scrive Pietro Aretino nel Dialogo nel quale la Nanna insegna a la Pippa, «e le sue carni son più nimiche de le bruttezze che non è ella degli sgherri». La lasca indica a Firenze genericamente il pesce, come del resto appare dal celebre verso dantesco che allude alla costellazione dei Pesci in Pg XXXII 54 («la celeste lasca»). Tuttavia uno dei primi commentatori della Commedia, Francesco da Buti, precisa in una chiosa: «Lasca è una specie di pesci che si trova nel lago di Perogia». O almeno vi si trovava in abbondanza.

Il cavedano

Benessere dei cittadini e non solo

Dal Cinquecento al 1917, anno in cui fu soppressa, la pesca della lasca si svolgeva tramite impianti fissi di cattura costituiti da palizzate di tronchi d’albero che si estendevano dalla riva verso il centro del lago, tra le quali erano posizionati cumuli di fascine che offrivano riparo ai pesci durante l’inverno (la cosiddetta pesca-nave). Dalla seconda metà del Novecento, la lasca del Trasimeno è estinta, probabilmente anche a causa dell’abbassamento del livello idrico che ha causato l’impaludamento delle rive.
Questo rischio era stato previsto dal medico ed erudito perugino Annibale Mariotti in uno scritto, completato nell’anno della Rivoluzione francese, volto a confutare il progetto di prosciugamento del Lago Trasimeno presentato a Pio VI da alcuni nobili possidenti terrieri. Con l’abbassamento del livello dell’acqua – osserva Mariotti – le famiglie povere di Perugia e dei territori circostanti non potranno provvedersi del loro alimento principale: la lasca, «abbondantissimo pesce non men salubre, che di sapore squisito». Aumenterà l’importazione del pesce proveniente dall’Adriatico che, per la lunga percorrenza, «non pesce, ma peste a caro prezzo si compra». O, peggio, i cittadini dovranno sostituire quegli ottimi alimenti con i «pessimi, e perniciosissimi salumi, per la provvista de’ quali fuor d’ogni buono, ed economico regolamento tante migliaja escono da detta Città, e dallo Stato».
L’argomentazione centrava due questioni correlate: la salute dell’economia del governo perugino e quella dei suoi cittadini. In primo luogo la letteratura scientifica europea aveva dimostrato l’alto valore delle proteine del pesce anche in relazione all’aumento delle capacità riproduttive, come del resto osservava Montesquieu ne L’esprit des lois: «Peut-être même que le parties huileuses du poisson sont plus propres à fournir cette matière qui sert a la génération» (l. II, cap. 13). Ma soprattutto la preparazione dei prodotti di norcineria richiedeva l’uso del sale sul commercio, del quale pesava la forte tassazione imposta dalla Camera Apostolica. Nel 1540 l’aggravio della gabella del sale aveva provocato la nota insurrezione di Perugia con la conseguente sua sottomissione a Paolo III. Le ragioni mediche ed economiche addotte da Mariotti in difesa del lago e dei suoi abitanti appaiono, dunque, strettamente legate alla salvaguardia dell’autonomia politica della sua città.

PerSo – Perugia Social Film Festival: nove giorni di cinema del reale, concorsi e workshop. Dal 5 al 13 ottobre Perugia diventa capitale del documentario con cinque titoli in anteprima nazionale per il concorso principale e oltre quaranta film da tutto il mondo.

«Siamo un Festival che porta novità in campo cinematografico. Proiettiamo in sala film di qualità, che difficilmente si potrebbero vedere al cinema; inoltre lo spettatore può incontrare gli autori e vivere l’ambiente del festival come se fosse una vera comunità formata da registi, addetti ai lavori e volontari». Con queste parole di Luca Ferretti, direttore artistico del Festival insieme a Giacomo Caldarelli e Ivan Frenguelli, spiega l’evento perugino.

 

Buona fortuna di Alberto Brizioli. Categoria Umbria in celluloide

 

Tutto questo e molto di più è PerSo – Perugia Social Film Festival che, giunto alla quinta edizione, attraverso il linguaggio del documentario racconta la realtà e il mondo del sociale nel suo senso più ampio e nelle articolazioni più varie.
Differente, non indifferente e resistente sono le tre parole che meglio rappresentano l’evento, che vanta quaranta titoli selezionati divisi in sei categorie, tra cui cinque anteprime nazionali.
«Si tratta di un’edizione di resistenza per il poco budget a disposizione, rischiavamo anche di non fare l’evento, ma ce l’abbiamo fatta. Abbiamo deciso di mantenere la struttura del Festival nonostante le poche risorse, riuscendo a presentare un programma aperto a diversi generi e gusti. La selezione dei film è di altissimo livello, con anteprime nazionali, europee e internazionali che toccano temi e contenuti che attraversano il panorama del cinema del reale. Il criterio di selezione ha riguardato, sia la bellezza e l’innovazione cinematografica, sia l’attualità e l’importanza dei temi trattati: un festival di cinema sociale non può prescindere dal contenuto» prosegue Ferretti.

 

J’veux du soleil, di Gilles Perret e François Ruffin. Uno dei titoli in concorso.

Numeri e novità

Una città, tre sale cinematografiche, nove giorni di festival a ingresso gratuito, sei categorie di concorsi, una rassegna dei migliori documentari della stagione (i PerSo Masterpiece), oltre quaranta titoli nazionali e internazionali in programmazione, cinque anteprime italiane, un concorso cortometraggi e una residenza artistica dedicata ai giovani cineasti. Inoltre, il PerSo Lab per il finanziamento di nuove produzioni, laboratori e workshop: tutto questo offre al pubblico l’edizione 2019, organizzata dall’associazione RealMente in collaborazione con la Fondazione La Città del Sole-Onlus.
Uniche anche le giurie composte dai detenuti della Casa circondariale di Perugia-Capanne, da persone immigrate che vivono a Perugia, oltre a quella degli studenti di cinema dell’Università degli studi di Perugia e quella del pubblico. «In carcere faremo tre proiezioni e i detenuti incontreranno i registi e assegneranno un premio al miglior documentario. Questo progetto è senza dubbio quello che ci ha regalato più emozioni e più soddisfazioni. Oltre a tutte le categorie di concorso, siamo riusciti a riconfermare anche il Perso Lab, che sostiene nuovi progetti filmici di giovani autori, contribuendo a incentivare la produzione cinematografica della nostra regione, così come Umbria in celluloide. Tra le novità: gli Audio doc di Radio Tre, un racconto documentario senza immagini che siamo felici di poter ospitare, e la Residenza artistica (in collaborazione con la Siae e il Mibac) che permetterà a sei giovani film maker di realizzare un documentario di regia collettiva che racconterà l’Umbria e i suoi personaggi» conclude Luca Ferretti.

 

Selfie, di Agostino Ferrente. Nella categoria PerSo Masterpiece

Le categorie competitive

  • Concorso internazionale per documentari in anteprima italiana (PerSo Award)
  • Concorso per documentari di produzione italiana (PerSo Cinema Italiano)
  • Concorso internazionale di cortometraggi documentari (PerSo Short Award)
  • Premio Umbria in celluloide, storie di tematica sociale sull’Umbria e/o di autori umbri
  • Concorso Percorsi/Prospettive, dedicato ai cortometraggi (sia di finzione, che di animazione e documentari) di giovani cineasti nazionali
  • Premio di sostegno allo sviluppo per progetti di film (PerSo Lab) che, oltre ad offrire un premio in denaro per sostenere un progetto filmico ancora da realizzare, offrirà un tutoraggio tecnico con un’équipe di professionisti del settore.

 


Il programma di PerSo – Perugia Social Film Festival 2019

«È un vero piacere essere intervistati da un magazine umbro elegante come il vostro. Mi chiedevo poco tempo fa: “Chissà quando farò un’intervista in Umbria!” Ed eccoci qua».

Raimondo Rossi, in arte Ray Morrison, è un fotografo e direttore artistico perugino che vive fra Perugia, Roma e Los Angeles. Dopo aver maturato diverse esperienze in numerose sfilate e backstage, oggi si dedica a lavori di styling, direzioni creative o fotogiornalismo.
«In questo periodo seguo due progetti che sono volti a rompere alcuni stereotipi di bellezza. Purtroppo nella moda molte riviste propongono sempre la stessa zuppa». Per la sua eleganza è stato inserito fra le 10 icone di stile su NZZ Magazine.
Per questo e per molto altro, non poteva non finire tra le nostre eccellenze umbre!

 

Raimondo Rossi, foto by Alessandro Amico

Raimondo qual è il suo legame con l’Umbria?

Il mio legame con l’Umbria è molto forte, è quel luogo dove sono a casa anche in una strada che non conosco o in un bosco in piena notte. È un legame che ricorda la forza degli arbusti o degli alberi della nostra regione: anche dopo un taglio, tornano con più energia di prima. Di certo non svanirà mai.

Com’è passato dalla laurea in matematica all’Università di Perugia al mondo della moda?

È stato casuale. Mi è stato chiesto di indossare dei capi di uno stilista per degli eventi a Firenze e dopo quella settimana mi è stato detto da una giornalista: «Ray ti vedo bene nel mondo della moda, sei semplice e interessante. Perché non inizi a far qualche foto e a prendere i pass per i backstage?». Da lì son partito, prima con un semplice blog e poi con collaborazioni per Asbo e FabUK, due riviste londinesi. Poi è stato un po’ un crescendo, anche a livello interiore e di conoscenza delle mie attitudini e capacità.

Vive tra Perugia, Roma e Los Angeles: dov’è che si sente a casa?

A Los Angeles vado due volte l’anno, ma mi fermo sempre un po’ e mi sento molto a casa. Ormai sono sei anni che vado. Perugia è Perugia… quindi, fra le tre, forse Roma è quella che ancora non sento mia.

Blogger, fotografo di reportage, modello e styling: quale di questi lavori preferisce? Cosa vorrà fare “da grande”?  

Modello lo sono stato solo all’inizio o per qualche collaborazione e non è una cosa che mi piace. Ora sto facendo lavori che si possono restringere a tre: fotogiornalismo, styling e direzione artistica (mi viene affidato un team che guido nella realizzazione del progetto fotografico o video, o per un evento). In questo periodo seguo due progetti che sono volti a rompere alcuni stereotipi di bellezza. Purtroppo nella moda molte riviste propongono sempre la stessa zuppa, c’è bisogno di cose nuove ma valide.

Ha cambiato nome in Ray Morrison per essere più appetibile all’estero? Ho letto che l’Italia le va un po’ stretta…

Ho cambiato nome all’inizio semplicemente per un omaggio a Jim Morrison, anima travagliata ma complessa, e perché sono abbastanza affascinato dalla musicalità di alcuni nomi e cognomi anglofoni. Nell’ultimo anno sono tornato anche a usare il nome vero. Ma capita a tutti, no? Abbiamo parti di noi che a volte non riusciamo a collegare, poi tutto si unisce e prende forma. Chissà quante parti di me ancora devo capire e poi far lavorare con le altre. (ride)

C’è qualche personaggio a cui rifarebbe volentieri il look?

Tantissimi! (ride) Mi scoccia fare nomi, ma ce ne sono. Posso dire questo: qualunque persona famosa o no che vedo vestire sempre allo stesso modo, pur bello, non ha la mia stima. Credo che lo stile nel vestire sia un po’ come per la bravura di un attore: un certo trasformismo che porti ogni volta a creare nuove armonie, siano esse hip hop style o un classico dandy style.

Quando era ragazzino e andava a scuola a Perugia era già un tipo attento alle mode?   

Assolutamente no. Zero. Non mi interessavano. Tutt’ora non sono la mia principale passione, è un po’ un gioco, che è soprattutto volto a dare un messaggio: tutti voi – tutti noi – possiamo creare dei modi di vestire interessanti, non importa l’età, il peso o l’altezza. Ricordiamoci che anche nella moda a volte non sanno che inventarsi e fanno cavolate inguardabili.

Ci dia qualche consiglio: cos’è che un uomo non dovrebbe mai indossare? E invece cosa è indispensabile nel suo guardaroba?

Non esistono regole, ogni guardaroba dovrebbe cambiare a seconda del peso, altezza ed età, come ho detto prima. Un completo di Dior può essere disastroso per un red carpet, se su un corpo sbagliato o su un modo di camminare non giusto, o può essere il top. Comunque, a livello personale, nel mio guardaroba non mancano mai vari tipi di cappelli, anche sportivi, e occhiali. Riguardo a cosa un uomo non dovrebbe mai indossare, forse direi i collant (ma ci può essere qualche eccezione). Anche cose tradizionalmente poco usate, quali le gonne lunghe, posso dire che, in tipi alla Tiziano Terzani, sono okay. Una cosa che a me non piace sono anche le bretelle, ma a certi tipi possono star bene.

 

Raimondo Rossi, foto by Alessandro Amico

Da fotografo, se dovesse scattare una foto dell’Umbria o di Perugia come la rappresenterebbe? 

Assisi, in una foto con una composizione importante. Via Maestà delle Volte, in centro a Perugia, a ritrarre più elementi curvilinei possibili. E una composizione di volti di varie etnie, che peraltro ho fatto, a Umbria Jazz, per un magazine inglese. Perugia e la sua immagine devono rimanere più internazionali possibile.

Nel futuro di Raimondo cosa c’è?

Nessun programma preciso, sicuramente un po’ più di Los Angeles per lavorare in quell’area che sta a metà fra moda e costume. Mi piace la moda che rompe i volumi e nel cinema succede spesso. Voglio comunque rimanere indipendente e fare pochi lavori ma giusti. Non classici e che siano molto miei.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Quiete, natura e buon cibo. Ma non vorrei descriverla solo così, come in parte appare nel Sensational Umbria di Steve McCurry. Metterei ancora più in evidenza l’internazionalità.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

San Francesco e Assisi. Tutto il mondo, California compresa, deve qualcosa a lui. E questo è bellissimo.

A Tuoro sul Trasimeno e all’Isola Maggiore si è tenuta la VII edizione di Fiabando nell’isola che c’è, una manifestazione molto attesa e apprezzata dal pubblico di tutte le età.

C’era un tempo in cui le nonne e le mamme accompagnavano il sonno dei loro bambini con una bella fiaba, che li conduceva dolcemente tra le braccia di Morfeo. Racconti fantastici di origine popolare, elementi magici, antiche credenze, esseri benefici o malefici, orchi, diavoli, nani, streghe, maghi, fate, miti, eroi, principi e principesse, antagonisti, poteri soprannaturali e straordinari, personaggi caratteristici, il lieto fine sono alcuni passaggi caratterizzanti le fiabe che in due giorni, tra l’accogliente Teatro Comunale di Tuoro e la bellezza dell’Isola Maggiore hanno intrattenuto tutti gli intervenuti, sia grandi sia piccini.

 

 

Maria Pia Minotti, docente e psicoterapeuta, è stata la regista dell’evento e catalizzatrice delle energie positive dei tanti amici che si sono adoperati e prestati per il successo di questa attrattiva manifestazione sulla fiaba. Così ci ha spiegato l’evento: «Quest’anno abbiamo creato un programma intenso e variegato; debbo ringraziare gli amici e tutti quelli che hanno spinto e aiutato con fare positivo per la riuscita di questa edizione di Fiabando, in particolare il Comune di Tuoro con in testa il Sindaco Maria Elena Minciaroni e il suo vice Thomas Fabilli, la Pro Loco di Tuoro e di Isola Maggiore con i rispettivi presidenti Fabrizio Magara e Silvia Silvi, Francesca Caproni del GAL Trasimeno-Orvietano, tutti i relatori e gli artisti intervenuti che hanno reso questa edizione speciale».

A patrocinare la manifestazione, il GAL Trasimeno-Orvietano, la Provincia di Perugia, il Comune di Tuoro sul Trasimeno e di Magione, le Pro Loco di Tuoro e di Isola Maggiore, le Associazioni Nati per Leggere, Ars Cultura e La Casa degli Artisti di Perugia, Trasimeno in Dialogo, la Biblioteca dei Piccoli-AVIS di Passignano sul Trasimno, il Circolo dei Rematori di San Feliciano: si è conversato intorno alla fiaba, vivendo delle atmosfere magiche in uno speciale rapporto tra spazio e tempo.

Il vicepresidente della Provincia di Perugia e Sindaco di Passignano, Sandro Pasquali, ha detto: «Se il Trasimeno divide, le isole sono la chiave che unisce i Comuni lacustri. Complimenti a tutti quelli che hanno dato vita e supporto a questa bellissima manifestazione».
Francesca Caproni del GAL Trasimeno-Orvietano ha invece sottolineato come vivere due giorni immersi nella suggestione del mondo delle fiabe sia anche un modo per allontanarsi dalle preoccupazioni quotidiane.

 

 

Il programma di Fiabando ha riservato argomenti, spettacoli e laboratori molto interessanti e applauditi che hanno catturato facilmente l’attenzione degli intervenuti. Infatti, le due giornate, la prima titolata Conversazioni intorno alla fiaba a Tuoro e la seconda Vivere la fiaba a Isola Maggiore, sono state caratterizzate dalle letture, a opera dell’artista Diego Comodo, delle fiabe La donna delle erbe e il pescatore di F. Hausmann e S. Rauch, Il gabbiano cielo di Patrizia Marcaccioli e La perla magica di Letizia Gradassi, alle quali si sono aggiunte un racconto della nascita del progetto e la raccolta Fiabe a pelo d’acqua da parte di Serena Duchini Zullo, Silvia Rossi e Valentina Canocchi. Non sono mancate l’attrice Lucia Donati, che ha letto la sua fiaba Il re di vetro, le lettrici di Nati per Leggere di Tuoro e Sara Tintori e Marianna Di Mauro della Biblioteca dei piccoli-AVIS per la Scuola di Passignano, né il musicista Federico Valeri, Teresa Bruno del Teatro C’Art di Castelfiorentino, le illustrazioni fatte da Stella Lupo di A Mano Libera di Perugia e quelle di Uri Noy-meir e Ilaria Olimpico di Imagin Action. Non da meno le pittrici Marina Sereda, Maria Cristina Bigerna, Carla Medici e Teresa Chiaraluce dell’associazione culturale la Casa degli Artisti di Perugia e di Ars Cultura, cui si sono aggiunte Erika Maderna con Quando il mito abita la Fiaba e Paola Biato con Fiabe di Potere che hanno incantato tutti con i loro dipinti ispirati dalle fiabe. Silvia Balossi Restelli ha incantato tutti con la sua Kora, l’arpa africana, e ha narrato e interpretato l’epica fiaba La donna bufala.

 

Silvia Balossi Restelli con la sua Kora

 

Un apprezzato buffet organizzato dalla fantastica e collaborativa Pro Loco toreggiana, guidata dal suo Presidente Fabrizio Magara, ha permesso di trascorre dei piacevoli momenti di conversazione tra i partecipanti alla prima giornata.
Nella seconda giornata, causa maltempo, non si sono potute tenere alcune attività esterne, infatti non ha avuto luogo l’arrivo, a bordo del Barchetto del Trasimeno, dei personaggi epici di Trasimeno e Agilla, interpretati dagli attori della Compagnia Laboratorio teatrale del Martedì di Magione, così come non ha avuto luogo lo spettacolo L’uccello d’oro di Daniele Galanti, Cecilia Cosci e Mariano Mozzi della Compagnia GLAM.

 

Il clown Teresa Bruno

Nonostante l’inclemenza del tempo, durante seconda giornata sono comunque intervenuti molti curiosi e affezionati che hanno partecipato con entusiasmo alle varie attività. Sulla via principale dell’isola è avvenuta la costruzione della propria fiaba personale: i visitatori sono stati guidati, in ogni loro singola creazione, da Gianna Moretti, Diego Comodo, Valentina Canocchi, Daniele Marianello, Diana Fontanelli e ovviamente dall’onnipresente Maria Pia Minotti.
Teresa Bruno il clown, gli spettacoli Juliett di Stefano Marzuoli e Boris di Samuele Mariotti hanno tracciato dei caratterizzanti e divertenti momenti isolani. Erika Maderna che il giorno prima, a Tuoro, ha dimostrato di essere una brillante relatrice, il giorno dopo sull’Isola si è prestata con timida ma efficace tenacia a diffondere tra i visitatori il libro di Fiabando e alcuni ninnoli a ricordo della giornata.
Intanto lì vicino, continuava la lettura delle fiabe a opera delle lettrici di Nati per Leggere e della Biblioteca dei Piccoli-AVIS per la Scuola; ancora più in là si sentiva l’accattivante e melodiosa musica della Kora, l’arpa africana, suonata da Silvia Balossi Restelli.

Berto di Giovanni, pittore umbro, pur non essendo di alto respiro poetico, presenta un certo interesse sia per le fonti spesso illustri alle quali si ispira, sia per il variare di stile nelle sue opere e aiuta a comprendere come l’arte del Perugino e di Raffaello abbiano notevolmente influito anche sulle minori personalità umbre.

Berto di Giovanni è menzionato per la prima volta in un atto notarile del 3 gennaio 1488: il suo nome figura infatti nella Matricola dei pittori per Porta Sole, anche se alcuni documenti lo nominano come Alberto o Ruberto. Viene citato per la prima volta come camerlengo dell’arte e nel 1502 riceve vari pagamenti insieme a Eusebio da San Giorgio e Nicolò da Cesena per l’affresco, ora scomparso, di una camera destinata al vescovo nella canonica del duomo.

 

Berto di Giovanni. San Giovanni Evangelista scrive l’Apocalisse. Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria

Nella bottega del Perugino

Berto di Giovanni lavorò a bottega dal Perugino insieme ad altre notevoli personalità: Eusebio da San Giorgio, Sinibaldo Ibi, Ludovico d’Angelo e Lattanzio di Giovanni.
La bottega era una piccola realtà nella quale si condividevano i contrasti sociali, il proprio tempo e la propria esperienza. Questa comunità portò allo sviluppo di una Koiné linguistica; uno stile in cui diventa veramente difficile cercare di isolare in precisi contorni le zone d’ombra individuali, soffocate dalla necessità di aderire a uno stile comune e vincente.[1]
Una tra le maggiori opere del pittore è la Madonna con il Bambino tra i Santi Giacomo Maggiore e Francesco; prima a San Francesco del Monte e ora nella Galleria Nazionale dell’Umbria. La Vergine seduta in un ampio paesaggio tiene in grembo il Bambino, che stringe tra le mani una coroncina di fiori; i Santi sono inginocchiati accanto a lei, mentre due angeli in volo le pongono sul capo una corona. Il Bambino deriva dal cartone rovesciato utilizzato per la Madonna della collezione Kress, ora nella National Gallery di Washington, con opportune modifiche al visino e al braccio destro per fargli impugnare, ben visibilmente, la corona di fiori.
Il paesaggio che si apre alle spalle dei protagonisti rende la tavola ancora più affascinante. Il linguaggio figurativo della composizione sembra articolarsi su più registri: da una parte la calma di una composizione tipicamente peruginesca ormai arcaizzante, dall’altra un’evoluzione dei personaggi più moderna, visibile nella resa del chiaroscuro che avvolge San Giacomo; ciò porta a una difficile lettura della tavola.[2]
Datata 1507 è la Sacra conversazione, ora a Londra a Buckingham Palace, nella cui predella sono raffigurate la Natività della Vergine Assunta e lo Sposalizio della Madonna. La pala mostra un prevalente influsso peruginesco con qualche ricordo della Pala Ansidei di Raffaello.
Il pittore partecipò anche a un’eccelsa opera, ora conservata nella Pinacoteca Vaticana: l’Incoronazione della Vergine, realizzata da Raffaello, poi completata da Giulio Romano e Francesco Penni. Berto di Giovanni prese parte alla realizzazione della predella, ora nella Galleria Nazionale dell’Umbria.[3]

 

Berto di Giovanni, Gonfalone del duomo, Perugia, cattedrale di San Lorenzo

 

Nelle quattro scene della predella i forti contrasti di colore mostrano la netta influenza di Giulio Romano. Infatti, nell’ultimo periodo, Berto di Giovanni fu attratto dal grande pittore dei Gonzaga e si abbandonò a una tecnica manieristica di tocco duro, con forti risalti chiaroscurali, ben lungi dalla precedente morbidezza di colorito delle piccole tavole.
Percorrendo le sale della Galleria Nazionale dell’Umbria si possono ammirare altri capolavori del pittore: S. Giovanni Evangelista in Patmos con lunetta con l’Eterno e la predella con le Storie del santo, che venne eseguita per le cistercensi di Santa Giuliana a Perugia. Nella tavola si può notare la goffa rappresentazione dell’evangelista ripresa dalla figura di Pitagora nella Scuola di Atene; nella predella invece, si rileva un forte incupimento dei colori ravvivato solo da qualche lumeggiatura. L’ultima opera certa conservata nel duomo di Perugia è un gonfalone fatto dipingere nel 1526 in occasione della peste, posto sopra un altare nella navata sinistra.[4]

 


[1] Laura Teza, Un dipinto in società: Perugino, Berto di Giovanni e la Bottega del 1496, pp. 47-61, in Pietro Vannucci e i Pittori Perugini del Primo Cinquecento. I lunedì della Galleria. Atti delle Conferenze 23 febbraio-10 maggio 2004, a cura di Paola Mercurelli Salari, Soprintendenza per i Beni Architettonici, il Paesaggio, il Patrimonio Storico Artistico ed etnoantropologico dell’Umbria, Perugia, Ponte San Giovanni.
[2] F. Santi, Galleria Nazionale dell’Umbria. Dipinti, sculture e oggetti dei secoli XV-XVI, Roma, 1985, p. 140, la considera di Giannicola, mentre F. Todini, La pittura umbra dal Duecento al Cinquecento, Milano, 1989, I, p. 278 e Mercurelli Salari, Pittore di ambito peruginesco 9, Madonna con Bambino, due angeli, i santi Giacomo Maggiore e Francesco, in Perugino e il paesaggio, catalogo della mostra (Città della Pieve, 28febbraio-18 luglio 2004), Milano 2004, p.60 vicina a Berto di Giovanni.
[3] Dictionary of Painters and Engravers Biographical and Critical, by Michael Bryan, p. 119, New Edition Revised and Enlarged, Edit by Robert Edmund Graves B.A., of the British Museum. Volume I A-K, London 1886.
[4] Enciclopedia Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, Volume IX, 1967.

Un’atmosfera unica che fa bene al cuore e allo spirito: questo si respira a Bastia Umbra, dal 19 al 29 settembre, con la cinquantasettesima edizione del Palio de San Michele. Quattro rioni e un’intera cittadina pronti a gareggiare e a festeggiare il Santo Patrono. Chi vincerà quest’anno? Che la sfida abbia inizio!

Foto Ente Palio by FAPFOTO

 

Specifichiamo bene: il Palio de San Michele non è una rievocazione storica, ma un evento aggregativo e di coesione sociale. Con questo spirito, volto a unificare la cittadina di Bastia Umbra, don Luigi Toppetti, con alcuni giovani dell’epoca, lo creò nel 1962. Questa tradizione resiste ancora oggi, rendendolo uno dei pali più longevi e particolari dell’Umbria.
Dieci giorni di sfide tra i quattro rioni – Moncioveta, Portella, San Rocco e Sant’Angelo – e un anno di collaborazioni per organizzare eventi e attività in tutto il territorio bastiolo, dalle scuole agli enti benefici.

 

Federica Moretti, foto by FAPFOTO

Cuore, cultura e comunità sono le tre C che identificano la manifestazione, almeno secondo Federica Moretti, neopresidente dell’Ente Palio: «Sono stata nominata presidente lo scorso anno e ho voluto introdurre delle piccole novità: ho reinserito lo spettacolo di apertura – affidato, quest’anno, alla compagnia teatrale Accademia Creativa: andrà in scena questa sera e sarà ispirato a La Tempesta di Shakespeare – e ho puntato sul ritorno del Rion Mini Sport. È fondamentale il coinvolgimento dei più piccoli, perché saranno il futuro di questa festa. Un’altra novità dell’edizione 2019 è la mostra Visioni artistiche per raccontare il Palio: abbiamo coinvolto 27 artisti umbri che hanno realizzato opere ispirate proprio alla nostra manifestazione».

Un’atmosfera unica

Nei giorni del Palio, l’aria che si respira a Bastia è ottima: fa bene al cuore, ai polmoni e alla testa. Le taverne sono un luogo di ritrovo per gli amici dove bere e mangiare, ma soprattutto dove sostenere l’attaccamento alla maglia. Il rione di appartenenza si sceglie quando si viene al mondo; il colore è dalla nascita, è una simbiosi viscerale che resta per sempre: si può anche cambiar quartiere, ma se nasci a Sant’Angelo non potrai mai tifare San Rocco, Portella o Moncioveta. Ovviamente, stesso discorso vale per gli altri.
«Quella del Palio è un’aria che va respirata a pieni polmoni. Il Palio è Bastia. Il Palio è aggregazione. Tutti si dedicano a questo evento in maniera volontaria e vi lavorano l’intero l’anno. Il 20 agosto abbiamo aperto i cantieri per la realizzazione dei carri e per coreografare i balletti e la sfilata. Quest’ultima è sicuramente una nostra peculiarità: ogni rione decide liberamente il tema da portare in scena. Devo dire che si sono raggiunti livelli altissimi di scenografia e recitazione: dei veri quadri viventi che passano per le vie di Bastia» prosegue la presidente.
Quest’anno il rione Sant’Angelo realizzerà lo spettacolo dal titolo Somni Memor, il rione San Rocco presenterà invece Soltanto Uno, Portella si cimenterà su La grande fabbrica delle parole, mentre il rione Moncioveta porterà in scena Thestral M15. Di più non si può svelare!

 

La sfilata, foto by FAPFOTO

Tutti coinvolti… nessuno escluso

Tutto iniziò, come detto, cinquantasette anni fa con la sola lizza: una staffetta disputata da quattro atleti per ciascun rione; si sono aggiunti poi i giochi – corsa con i sacchi, tiro alla fune, albero della Cuccagna e un gioco di moderna invenzione – e le sfilate, delle vere e proprie rappresentazioni teatrali che trovano il loro apice davanti alla chiesa del patrono San Michele Arcangelo.

 

Una delle gare dei giochi, foto by FAPFOTO

 

«La nostra è una sana competizione che dura dieci giorni, ma durante il resto dell’anno i quattro rioni, seguiti dall’Ente Palio, lavorano insieme e si adoperano per portare avanti le attività nel territorio e nelle scuole di Bastia. Tutti sono coinvolti e se entri nel meccanismo e nell’atmosfera del Palio non ne esci più, è facile trovare un’attività che possa esaltare le tue doti e i tuoi interessi: sport, cucina, recitazione e allestimenti. Ce n’è per tutti! Anche i nuovi bastioli vengono facilmente risucchiati dall’entusiasmo e partecipano attivamente. È un’atmosfera contagiosa.» conclude Federica Moretti.
Direi che vale la pena fare un giro al Palio de San Michele a Bastia Umbra, assistere alle gare, sbalordirsi per le sfilate e gustare la cucina nelle taverne – unica entrata economica dell’evento. Se poi proprio non potete, incollatevi davanti alla diretta streaming… insomma, non viverlo è impossibile!

 

I rioni, foto by FAPFOTO

 


Per saperne di più, ecco la storia del Palio de San Michele

Il programma

Si è tenuta a Tuoro sul Trasimeno la Festa dell’Orto e la II edizione dello Street Food Vegan in Umbria, i cui programmi e stand presenti hanno rappresentato un’accattivante proposta all’insegna del salutare, del naturale e dell’ecosostenibile. Un’ottima cucina preparata a bordo di caravan e una taverna con il Vegan Master Chef Emanuele Di Biase ai fornelli sono state le proposte culinarie vegane che hanno deliziato i palati degli abitudinari e sorpreso favorevolmente i neofiti del settore.

 

L’orto, nel nostro immaginario collettivo, viene quasi sempre coltivato da un nonno sotto l’insegna della genuinità, garantita da prodotti vegetali che non sono soggetti a trattamenti di veleni o elementi chimici. Da qui il punto di partenza per un’agricoltura totalmente o parzialmente biologica, che risponde oggi a dettami precisi per la sua classificazione. Alla Festa dell’Orto di Tuoro partecipano degli operatori, come Patrizia e Alessio, che del biologico e della stagionalità hanno fatto una ragione di vita, coincidente con la loro attività agricola, la Terra di Jones.
Vegano è il termine che identifica una persona che ha deciso di eliminare dalla propria dieta quotidiana tutti gli alimenti di origine animale: carne, pesce, latte e suoi derivati, miele, sono aboliti, così come l’uso della lana, della seta e della pelle per l’abbigliamento. Inoltre, la persona vegana cerca di pesare il meno possibile sull’ambiente. Essere vegano è una scelta etica, uno stile di vita che, nel mondo di oggi, non è assolutamente facile seguire questo itinerario, in quanto è necessario fare uno slalom quotidiano tra alimenti, medicine e oggetti composti, totalmente o almeno in parte, da elementi provenienti dal mondo animale.

 

 

La strada vegana è stata scelta da una serie di persone, presenti a vario titolo in questa caratteristica e innovativa manifestazione. Abbiamo incontrato Francesca Ricci, la co-organizzatrice della festa insieme a suo marito Emanuele Di Biase e alla Pro Loco toreggiana, che ci ha detto: «Dopo il successo dello scorso anno, abbiamo riproposto la Festa dell’Orto, aggiungendo uno street food vegan. Sono una giornalista che fa parte di un comitato scientifico e posso dire, con la mia esperienza, che mangiando vegetale e integrale potremmo evitare tante malattie legate ai cibi che mangiamo». Continua Francesca: «Qui le persone scoprono che il vegano mangia pizza, pasta, pane e molto altro e conoscono il lato etico di questa filosofia di vita. Vorremmo che Tuoro diventasse un punto di riferimento vegano sia per l’Umbria sia per l’Italia intera. Il messaggio è anche di mettere i nostri figli a contatto con la natura e la terra; vorremmo essere degli educatori di pace, senza forzare nessuno. Vorrei ringraziare il presidente della Pro Loco Fabrizio Magara e tutto il suo staff, mio marito Emanuele, l’amministrazione comunale con in testa il sindaco Maria Elena Minciaroni, Luca Panichi lo scalatore in carrozzina, gli abitanti toreggiani e tutti gli operatori vegan intervenuti».
Nella piazza principale del paese notiamo una roulotte che porta una scritta laterale in bella vista, Girovegando. All’interno del truck ci sono Silvia, Raffaela e Monica tre ragazze di Roma che preparano gustose ricette vegane con panini, tempura, salse, burger di legumi, maionese, pizzette con crema di nocciola e cocco. Anche le bevande sono vegane. Tutto delizioso!

 

Silvia, Raffaela e Monica

 

Nei pressi c’è il sindaco, Maria Elena Minciaroni, che ci dice: «Tutta l’amministrazione comunale crede in questa bellissima manifestazione dedicata al prezioso orto con i suoi prodotti biologici e al mondo vegano. La natura, la vita sana e genuina sono alcune delle  peculiarità del nostro territorio che ci vengono riconosciute dai tanti visitatori. Debbo ringraziare Francesca Ricci, Emanuele Di Biase, Fabrizio Magara e le persone della Pro Loco per l’idea innovativa, la disponibilità, la collaborazione e l’organizzazione dell’evento».
Lì vicino, c’è un’altra roulotte con la scritta Ginger, che viene da Viareggio e propone senza alcun dubbio cibo vegano. All’interno una mamma, Fabiana Giovannotti, con i figli Giulia e Daniele, che preparano cucina vegana mediterranea a base di pasta fresca, primi piatti, panini e tanto altro, con ingredienti a km zero.

 

Fabiana Giovannotti con i suoi due figli, Giulia e Daniele

 

Incontriamo in una strada del paese, Francesco Magara, presidente della locale Pro Loco, co-organizzatrice dell’evento, che ci dice: «L’idea di questa manifestazione nasce per valorizzare i prodotti che abbiamo nell’orto sotto casa e portali sulle tavole della gente. Ne è venuta fuori, l’anno scorso, una prima edizione molto riuscita e quest’anno abbiamo replicato inserendo musica, spettacolo, natura, sport, Tai Chi, laboratori, pittura, un corteo di auto storiche e abbiamo un gran riscontro di presenze. La manifestazione ha una notevole ricaduta economica sul territorio, infatti le strutture ricettive e di ristorazione hanno notevoli e maggiori presenze rispetto al consueto andamento stagionale. Anche se io non sono vegano, apprezzo moltissimo la cucina di Emanuele e le proposte culinarie di Francesca, sono molto gustose».
Nel parco del Sodo vediamo che un gruppo di bambini è impegnato a disegnare e colorare con grande attenzione e concentrazione; intorno a loro, genitori e nonni parimenti coinvolti. La Casa degli Artisti di Perugia, con i sempre bravi Francesco Minelli e Carla Medici, hanno organizzato per la Festa il laboratorio per bambini e un’estemporanea di pittura.

 

Hyla Group

 

Francesca Montioni di Hyla Group, con sede a Tuoro, ci dice: «Hyla nasce con l’idea di mettere insieme più realtà che forniscono differenti servizi. Siamo naturalisti che si occupano di ricerca, didattica, divulgazione e consulenza e abbiamo anche un’azienda agricola dove cerchiamo di raccontare la possibilità di un’agricoltura sostenibile che possa dialogare con i pipistrelli, con gli uccelli, con gli anfibi o le api. La nostra azienda agricola sta creando una piccola linea di prodotti, oltre a un orto con frutta e ortaggi di stagione. Facciamo anche attività con le scuole e quest’anno i temi che abbiamo toccato sono la biodiversità e le sue dinamiche. Proponiamo anche laboratori specifici, uniti all’attività esperienziale con gli asini, con le canoe o le visite in apiario».
Notiamo lì accanto uno stand multicolore, con il bancone trabocca di frutta. Uno dei titolari di Fresssco di Perugia ci spiega la filosofia della sua offerta, mettere nel bicchiere i sapori della natura e creare gustosissimi succhi. Ananas con curcuma, una delizia!

 

 

Emanuele Di Biase, Vegan Master Chef e pluricampione internazionale, nonché titolare dell’azienda Sayve, è toscano di nascita ma toreggiano per amore della moglie Francesca. Ci racconta: «Il mio percorso è un po’ particolare, oltre che uno chef sono anche un tecnologo alimentar. Sono diventato cuoco da giovanissimo, ma vegano solo una ventina di anni fa per scelta etica: a questo si è unito il divertimento per la sperimentazione e così è nato il nostro formaggio vegano. Insieme al mio socio, abbiamo un caseificio vegano in Slovenia dove prepariamo formaggi vegetali con ceci, basici o aromatizzati con pepe, tartufo, peperoncino e altri. Qualcuno lo ha definito il nuovo formaggio».

Emanuele Di Biase, Vegan Master Chef

Continua lo chef Emanuele: «Qui a Tuoro sto benissimo, c’è un’aria salubre e gente fantastica. Con questa iniziativa abbiamo voluto dare, io e mia moglie Francesca, un contributo a questa comunità per la promozione di questo territorio. I miei progetti sono legati a far conoscere e diffondere una cucina più sana, naturale ed etica al fine di ritornare a mangiare come facevano i nostri nonni, come nella cucina vegetale di stagione che riproponiamo nel nostro home restaurant. Inoltre siamo in animo, sempre con Francesca, di aprire entro un anno la Veganok Accademy, una scuola vegana per far apprendere il lavoro della ristorazione in chiave totalmente vegetale. Debbo ringraziare, oltre alla Pro Loco e al Comune, anche i miei amici Marco Cucurnia e Matilde Celi, provenienti dal rinomato quartiere della Garbatella di Roma, dove ciascuno ha una propria attività di bar e pasticceria, e l’altro amico e consulente vegan Mario De Riccardis di Senigallia; loro mi hanno dato una grande mano durante tutta la Festa». Subito dopo la nostra conversazione, abbiamo potuto apprezzare una buonissima carbonara vegana, preparata direttamente dalle sapienti mani dello chef Emanuele Di Biase.

Incontriamo Sauro Martella, il fondatore della certificazione Veganok e Renata Balducci, presidente dell’associazione Vegani Italiani Onlus AssoVegan e madrina della Festa. Renata ci racconta che la sua vita da qualche anno ha cambiato direzione e da allora, ha abbracciato uno stile di vita etico ed è diventata vegana. Trasmette il suo messaggio con grande forza e passione a tutti quelli che transitano dalle sue parti, attratti dal suo accattivante sorriso. Renata è la dimostrazione che la volontà e la determinazione sono fondamentali per raggiungere gli obiettivi in cui si crede. Il pacato ma non di meno determinato Sauro ci informa, integrando i racconti di Renata, sulla difesa dell’ambiente, sul rispetto della vita e sulla cultura non violenta e vegana che cerca di diffondere.

 

Sauro Martella, Renata Balducci e Francesca Ricci

 

Presso uno stand troviamo Emanuela De Stefanis, che insieme a Paola Sticchi e ad Antonella Panciarola sono le protagoniste dell’Associazione Le Olivastre. Emanuela ci ha raccontato la loro mission: il recupero, la salvaguardia e la valorizzazione dei terreni incolti e abbandonati mediante le modalità dell’agricoltura sociale. Le Olivastre, dal 2014, hanno recuperato due ettari di oliveto secolare sulle colline del Trasimeno e un orto familiare, ora convertito a campo di zafferano. Dal 2017 curano l’organizzazione de L’Oro di Agilla, concorso itinerante per il miglior olio extravergine del Trasimeno. Emanuela, mentre ci parla della Dolce Agogia, la pianta di olivo tipica del bacino lacustre, ha gli occhi che brillano e, quando ne descrive il delicato profumo e aroma, tiene affettuosamente un rametto di Dolce Agogia tra le mani, come se fosse un bambino. L’amore di Emanuela per quest’attività traspare nei suoi racconti passionali e competenti che dona gentilmente a tutti i visitatori che si avvicinano alla sua postazione. Lì in bella mostra c’è l’olio extravergine d’oliva del Trasimeno, che ovviamente mette d’accordo tutti i palati, vegani e non.

 

Emanuela De Stefanis

Il 14 settembre sono iniziate le celebrazioni dei 70 anni di Maria Montessori a Perugia e avranno termine il 31 dicembre 2020. La manifestazione prende spunto dal fatto che nel 1950 Maria Montessori fu invitata a dirigere il Centro Studi Pedagogici presso l’Università per Stranieri di Perugia, inaugurando una serie di corsi di formazione per insegnanti anche a livello internazionale. Un evento di carattere mondiale che vede la Vetusta Perusia, con vari appuntamenti culturali e scientifici, catalizzatrice del mondo formativo e pedagogico nel nome universalmente riconosciuto della celeberrima ideatrice del metodo montessoriano. La giornata inaugurale ha testimoniato una grandissima partecipazione affettiva di pubblico composto da nonni, genitori e soprattutto da loro, i bambini.

«Dobbiamo essere educati se vogliamo educare». Questa è una delle frasi che Maria Montessori, istitutrice e pedagoga nata a Chiaravalle di Ancona, ha lasciato in eredità alle generazioni future. Nella sua attività formativa e pedagogica perugina ebbe a disposizione, come luoghi d’elezione, l’Università per Stranieri e la Scuola Santa Croce.
La Scuola Santa Croce ha iniziato la sua attività il 14 settembre 1861 con il nome di Asili infantili di Perugia e aveva sede nei locali dell’ex Convento del Carmine, edificato nel 1300. Nel 1950 Montessori venne a Perugia con la sua allieva prediletta, Maria Antonietta Paolini, a cui poi affidò la direzione dell’Istituto Santa Croce – Casa dei Bambini M. Montessori. Paolini proseguì l’opera della sua Maestra organizzando corsi per educatori montessoriani, facendo sì che il Santa Croce divenisse riferimento per i formatori pedagogici provenienti da tutto il mondo.

 

L’evento all’interno della Sala dei Notari

 

Alla conferenza stampa di presentazione dell’evento 70 anni di Maria Montessori a Perugia sono intervenuti il vicesindaco, Gianluca Tuteri, il presidente della Scuola Santa Croce Casa dei Bambini M. Montessori Sabina Orzella, la coordinatrice del comitato organizzatore delle celebrazioni Eva Rossi, il presidente della Fondazione eLand Matteo Ferroni, il rettore dell’Università per Stranieri di Perugia Giuliana Gergo Bolli, il dirigente dell’Istituto scolastico comprensivo 2 Luca Arcese, il presidente dell’Opera Nazionale Montessori Benedetto Scoppola, il direttore esecutivo dell’American Montessori Society Timothy Purnell e il direttore esecutivo dell’Association Montessori internazionale Lynne Lawrence.
In occasione delle celebrazioni è stato costituito un Comitato Promotore coordinato da Eva Rossi, che vede la partecipazione dell’Università di Perugia, dell’Ufficio scolastico regionale per l’Umbria, dell’Accademia di Belle Arti di Perugia, del Conservatorio di Musica di Perugia, dell’Opera Nazionale Montessori e di quella internazionale, l’A.M.I., dell’ANCI Umbria, della Fondazione Aldo Capitini e dell’Associazione Il Filo Rosso di Maria Montessori.

Una giornata di eventi

La giornata iniziale delle celebrazioni è avvenuta lo scorso sabato con l’indicazione generale di Tutti in piazza IV Novembre. E così è stato. Start alle 10,00 in punto quando, sulle scale della Sala dei Notari, un nutrito gruppo di bambini montessoriani, dietro la direzione e l’accompagnamento del maestro Enrico Bindocci, ha dispensato a una piazza gremita e festante canti e melodie con disciplinate voci fanciullesche. In supporto al giovane coro, una rappresentanza di quello dell’Università per Stranieri di Perugia e il contributo di Umbria Jazz. Un vero successo!

 

 

Al termine dei cori, mentre i bambini sfilavano attorno alla Fontana Maggiore e si dirigevano verso corso Vannucci, entrava in piazza l’originale Bandiera della Paceideata da Aldo Capitini nel 1961, in occasione della Marcia della Pace Perugia -Assisi, seguita dalle numerose delegazioni straniere del mondo Montessori che si sono poi dirette verso la Sala dei Notari insieme alle autorità civili, militari e religiose per i saluti alla cittadinanza e la continuazione delle celebrazioni (che termineranno a dicembre 2020). Questi sedici mesi di durata saranno costellati da eventi culturali e scientifici inerenti ai principi istruttivi di Maria Montessori.
Dopo il saluto degli ospiti, alla Sala dei Notari è stato proiettato un docu-film prodotto dalla sede Rai regionale e introdotto dal direttore Rai Umbria, Andrea Jengo. Il documentario è stato girato poco tempo fa nella Vetusta e traccia gli aspetti salienti del periodo perugino di Maria Montessori.
La responsabile del Comitato organizzativo per le celebrazioni, nonché direttrice amministrativa della Scuola Santa Croce Eva Rossi, ci ha detto: «Il documentario vuole rappresentare in maniera chiara le motivazioni per cui Maria Montessori scelse la nostra città: Perugia terra di pensatori di pace come San Francesco e Aldo Capitini, e sede della cosmopolita università italiana per stranieri. I luoghi interessati dalle riprese saranno l’Università per Stranieri di Perugia, luogo scelto da Maria Montessori per tenere il suo corso nel 1950 – luogo che la stessa Montessori definiva guardato con simpatia da tanti anni – e la Scuola Santa Croce, che la stessa scelse per tenere la parte di tirocinio del corso e luogo che custodisce ancora oggi l’aula da lei stessa pensata e progettata».

 

 

Al termine dei lavori svolti presso la Sala dei Notari, ci si è spostati presso la Scuola Santa Croce, dove i convenuti hanno potuto assaggiare alcune eccellenze tipiche umbre: dal Trasimeno, il gustoso paté di tinca affumicata presentato dalla Cooperativa Pescatori di San Feliciano e la delicata fagiolina del lago proposta dall’Azienda Agricola Orsini di Passignano; da Solfagnano, i profumati e soavi vini della Cantina G.B. Bennicelli, da Civitella d’Arna l’aromatico zafferano lavorato dall’Azienda Terre d’Arna, da Montaglioni di Preci i saporiti prodotti del Prosciuttificio Valle Oblita e la sempre apprezzata porchetta dell’azienda COAL.

 

 

Vere leccornie, che hanno pervaso ogni sensibilità olfattiva e gustativa nonché la vista, che è stata sapientemente appagata dalle cromie delle preparazioni frutto della professionalità artigiana di eccellenti conservatori della tradizione umbra, capace di valicare anche i confini nazionali. Stiamo parlando di eccellenze umbre, ambasciatrici universali della cultura enogastronomica. La degustazione è terminata con i dolci preparati dall’operatrice multifunzione della scuola stessa, Doriana Chianelli, supportata dalle sue colleghe Anna Verde e Filomena Ruggeri. Il curato giardino che ha ospitato il convivio e i locali affrescati della scuola hanno fatto da suprema cornice al piacevole e gradito incontro degustativo.

 

 

La giornata iniziale delle celebrazioni è stata organizzata in modo perfetto e siamo sicuri che il prosieguo delle celebrazioni riserverà, con costanza e certezza, interessanti appuntamenti montessoriani.
La manifestazione sarà anche l’occasione per fare il punto sull’attività futura e programmatica, in termini sociali e culturali, del Perugia Montessori District, formato dalla Scuola Santa Croce, dall’Università per Stranieri di Perugia, dalla Regione Umbria e dal Comune di Perugia, dalle associazioni e dagli istituti a indirizzo montessoriano del comune perugino. In previsione della mostra dedicata che si terrà nel maggio 2020, il Perugia Montessori District ha richiesto d’inviare una foto dello studente che ha frequentato le montessoriane scuole perugine agli indirizzi email previsti (www.montessorisantacroce.it  e associazioneilfilorosso@gmail.com) oppure segnalare il possedimento di giornali dell’epoca, materiale e documenti utili da esporre.

 

 

L’epitaffio sul sepolcro di Maria Montessori, recita: «Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo».
Queste parole sono testimonianza di quanto la traccia lasciata da Maria Montessori sia feconda, sempre attuale e orientata al bene umanitario e quanto il solco formativo e pedagogico che l’illuminata educatrice ha indicato sia pervasivo, profondo e riconosciuto universalmente.

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