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Presentato il progetto “Benvenuto Crispoldi. Tra arte e rivoluzione da Spello all’Europa. Un nostos attraverso i Comuni di Bastia Umbra, Foligno e Magione”.

Si è tenuta, presso la Sala Fiume di Palazzo Donini a Perugia, la conferenza stampa di presentazione di Benvenuto Crispoldi. Tra arte e rivoluzione da Spello all’Europa. Un nostos attraverso i Comuni di Bastia Umbra, Foligno e Magione, il progetto che celebra i 100 anni della morte del pittore, scultore, erudito, politico e Sindaco del Comune di Spello.

 

I protagonisti dell’evento

A introdurre la conferenza – coordinata da Simone Aramini del Servizio cultura e tutela beni culturali di Spello – è stata Antonella Pinna del Servizio valorizzazione risorse culturali, musei, archivi e biblioteche della Regione Umbria, seguita dal sindaco di Spello Moreno Landrini, da quello di Bastia Umbra Paola Lungarotti, dall’assessore alla Cultura di Magione Vanni Ruggeri, dal consigliere del Comune di Foligno Marco De Felicis e dall’assessore alla cultura e al turismo del Comune di Spello Irene Falcinelli.

 

 

Tutti gli interventi hanno sottolineato in primis la straordinarietà della figura di Benvenuto Crispoldi, per molto tempo dimenticata sebbene di prim’ordine nel panorama nazionale e internazionale tra Ottocento e Novecento. Una personalità, la sua, senza dubbio poliedrica che è da scoprire più che da riscoprire, specie nel suo dialogo con le Avanguardie artistiche, nel suo rapporto con l’amico Dottori, nel suo spirito rivoluzionario, nel suo impegno come sindaco, nelle sue rimostranze come socialista e nei suoi studi come archeologo. Il tutto in un quadro omogeneo capace di rappresentare le pulsioni, i sentimenti, le speranze, i valori che hanno impregnato un’intera epoca della storia d’Italia.

Un altro tratto su cui hanno concordato gli intervenuti è stato l’aspetto di intercomunalità che ha permesso la sinergia e la collaborazione di quattro Comuni – Spello, Bastia Umbra, Foligno e Magione – non solo nel portare alla luce le testimonianze lasciate da Crispoldi nei loro territori offrendone letture diverse e inedite, ma anche nella creazione di un itinerario da intendersi come infrastruttura permanente dedicata all’artista, all’archeologo, al sindaco e al rivoluzionario spellano.

 

Hanno poi preso la parola Stelvio Catena, presidente del Comitato scientifico e ideatore del progetto, e Massimo Duranti, coordinatore del Comitato scientifico, che hanno evidenziato l’uno la damnatio memoriae a cui è stato appunto soggetto questo affascinante personaggio e l’altro il particolare rapporto artistico con Dottori, a cui la mostra di Spello, tra le altre cose, rende omaggio.

Nel progetto sono infatti ricomprese una serie di iniziative culturali che prenderanno avvio il prossimo 16 dicembre a Spello. Aperta fino al 21 aprile 2024 la mostra Benvenuto Crispoldi tra Arte e Rivoluzione. Da Spello all’Europa – curata da Stelvio Catena, Massimo Duranti, Antonella Pesola e Andrea Baffoni – verrà inaugurata a seguito di un seminario sulla figura dell’artista, previsto per le ore 10.00 nella Sala dell’Editto (Piazza della Repubblica, 1).

 

Nel palazzo Comunale di Spello verranno esposte un’ottantina di opere fra dipinti, disegni, progetti in gran parte di proprietà comunale e un’ampia documentazione d’archivio e fotografica sulla vita e le opere dell’artista, nonché un gruppo significativo di opere di Gerardo Dottori, Renato Profeta e Enrico Cagianelli datate entro il primo ventennio del Novecento per omaggiare questo rapporto di Crispoldi con i primi futuristi umbri. Nella giornata inaugurale è prevista anche la visita guidata a numerosi luoghi, soprattutto privati, dove si potranno ammirare gli interventi pittorici dell’artista; visita che sarà ripetuta nel corso del periodo di apertura della mostra. Verrà anche presentato il catalogo Benvenuto Crispoldi tra Arte e Rivoluzione. Da Spello all’Europa. Un nostos attraverso i Comuni Di Bastia Umbra, Foligno e Magione.

Il programma delle iniziative:

SPELLO

  1. SABATO 13 GENNAIO 2024 Ore 17:00 – Spello Piazza della Repubblica 1 – Sala Petrucci:

Presentazione del volume Benvenuto Crispoldi. Scritti. Arte Politica Cultura.

  1. VENERDI’ 2 FEBBRAIO 2024 Ore 17:00 – Spello Piazza della Repubblica 1 – Sala Petrucci:

Giornata di Studio Crispoldi Archeologo.

  1. SABATO 6 APRILE 2024 Ore 17:00 – Spello Piazza della Repubblica 1 – Sala Petrucci:

Giornata di Studio Crispoldi Sindaco.

  1. SABATO 20 APRILE 2024 Ore 17:00 – Spello Piazza della Repubblica 1 – Sala Petrucci:

Evento di chiusura.

 

BASTIA UMBRA

  1. MERCOLEDI’ 20 DICEMBRE 2023 ORE 10.30 – PALAZZO COMUNALE SALA DELLA CONSULTA

Inaugurazione Mostra e presentazione del Catalogo Benvenuto Crispoldi tra Arte e Rivoluzione. Da Spello all’Europa. Un nostos attraverso i Comuni Di Bastia Umbra, Foligno e Magione.

  1. GIOVEDI’ 22 FEBBRAIO 2024 – PALAZZO COMUNALE

Presentazione del Volume Benvenuto Crispoldi. Scritti. Arte Politica Cultura

  1. GIOVEDI’ 25 MARZO ORE 10:00 SALA DELLA CONSULTA DEL MUNICIPIO

In occasione del Dante Dì, Giornata di Studio su Benvenuto Crispoldi.

  1. DOMENICA 31 MARZO 2024 – PALAZZO COMUNALE

Evento di chiusura Mostra.

 

FOLIGNO

  1. GIOVEDI 28 DICEMBRE 2023 ORE 11:00 – Palazzo Trinci

Inaugurazione mostra palazzo Trinci (sala degli Artisti e S. Messalina)

  1. VENERDI’ 9 FEBBRAIO 2024 dalle ore 9,30 alle 13,00 – Palazzo Trinci

giornata di studio su Crispoldi, artista del suo tempo.

  1. VENERDI’ 15 MARZO 2024 dalle ore 9,30 alle ore 13,00 – Palazzo Trinci

Presentazione del Volume Benvenuto Crispoldi. Scritti. Arte Politica Cultura e del Catalogo Benvenuto Crispoldi tra Arte e Rivoluzione. Da Spello all’Europa. Un nostos attraverso i Comuni Di Bastia Umbra, Foligno e Magione.

  1. DOMENICA 7 APRILE

Evento di chiusura mostra.

 

MAGIONE

  1. DOMENICA 17 DICEMBRE 2024 – Museo della Pesca di San Feliciano

Inaugurazione Mostra.

  1. SABATO 24 FEBBRAIO 2024

Giornata di Studi.

  1. DOMENICA 25 FEBBRAIO 2024

Presentazione del Volume Benvenuto Crispoldi. Scritti. Arte Politica Cultura e del Catalogo Benvenuto Crispoldi tra Arte e Rivoluzione. Da Spello all’Europa. Un nostos attraverso i Comuni Di Bastia Umbra, Foligno e Magione.

  1. DOMENICA 14 APRILE 2024

Evento di chiusura mostra.

“Immersi in due dei borghi più belli d’Italia, l’albero di Natale in acqua di Castiglione del Lago e quello in ceramica di Deruta, i più grandi del mondo con le rispettive specificità, con l’accensione congiunta dell’8 dicembre sono pronti a far vivere le prossime festività in modo unico e suggestivo a turisti e appassionati e questa sarà la migliore testimonianza delle sinergie e dell’opera dei tanti volontari delle nostre piccole ma orgogliose comunità”.

È uno spot da trampolino per l’Umbria, in vista del prossimo Natale: il Presidente dell’associazione I Borghi più belli d’Italia Fiorello Primi, il parlamentare umbro e Sindaco di Nocera Umbra Virginio Caparvi e l’Assessore regionale alla Cultura e Turismo Paola Agabiti hanno presentato Natale nei Borghi più belli d’Italia con particolare riferimento ai due maxi-eventi che renderanno Castiglione del Lago e Deruta autentici e originalissimi “Borghi delle Feste”. Alla presentazione non sono mancate le delegazioni delle due città con in testa il Sindaco Matteo Burico e il presidente dell’Associazione “Eventi Castiglione del Lago” Marco Cecchetti da una parte e il Sindaco Michele Toniaccini e la presidente della “Pro Deruta” Norma Lumaca, dall’altra. Presenti anche il vicepresidente del Consiglio Regionale Michele Bettarelli, il Direttore del Gal Trasimeno-Orvietano Francesca Caproni, l’assessore comunale di Deruta Piero Montagnoli e i fratelli Ricky e Gianmarco Tognazzi che terranno a battesimo l’accensione dell’albero derutese e la collegata mostra “Ugo di Noi”, dedicata al padre, celebre attore che ha lasciato un segno indelebile nel mondo dello spettacolo italiano.

 

 

Fiorello Primi, nel sostenere che i borghi sono una eccellenza, ha parlato delle criticità che li affliggono “a partire dallo spopolamento che è un problema grave e dalla ristrettezza di risorse sotto il profilo del recupero e della valorizzazione: aspetti che per fortuna vengono mitigati dalla grande forza di volontà impiegata nel realizzare iniziative così importanti come quelle in programma in Umbria. Castiglione del Lago e Deruta con i loro alberi magnifici, sono due esempi incoraggianti del migliore saper fare comunità”. Sulla stessa lunghezza d’onda l’onorevole Caparvi che ha favorito la vetrina romana: “E’ importante far conoscere e promuovere i borghi italiani, luoghi d’eccellenza in cui si può godere di uno stile di vita “slow” rispetto alle grandi città. I borghi non sono solo una “questione di bellezza”, ma sono veri luoghi da vivere e l’associazionismo gioca un ruolo fondamentale”.

 

Albero di Deruta

 

Si è poi entrati nello specifico delle due manifestazioni. Il sindaco castiglionese Matteo Burico non ha mancato di sottolineare l’opera dei volontari “che dura tutto l’anno e che con un “albero da miracolo” per come viene realizzato oltre a rappresentare un orgoglio cittadino da offrire ai visitatori crea i presupposti per porre l’attenzione anche sui problemi che attanagliano il nostro lago. Plaudo con soddisfazione, inoltre, alla collaborazione già instaurata dallo scorso anno con gli amici di Deruta”. E il sindaco della città della ceramica, Michele Toniaccini ha ricambiato l’unità di intenti evidenziando come la condivisione fra istituzioni, associazioni e il supporto dei cittadini rendano possibile esaltare i valori e principi dei nostri territori. Del resto, l’albero di Natale in ceramica ha una sua storia che racconta il lavoro delle sapienti mani di artigiani, maestri ceramisti e tornianti. Proprio per questo contribuisce a rafforzare l’identità della nostra città. Quest’anno, inoltre, ad accendere il nostro Natale sarà la magia del cinema, con la mostra dedicata ad Ugo Tognazzi, alla riscoperta del grande genio qual è stato”.

 

 

I dettagli tecnici sono invece stati illustrati dalle due Associazioni che hanno realizzato le maestose opere. Marco Cecchetti, presidente di “Eventi” ha ricordato come l’8 dicembre si riaccenderà il sogno di una comunità intera intorno al nostro albero realizzato da oltre cento volontari con 165 pali piantati sull’acqua del Trasimeno, 2.600 lampadine, 7.000 metri di cavi per una lunghezza di 1.080 metri e una larghezza di 50”. Per la presidente della “Pro Deruta”, Norma Lumaca, invece, “l’Albero di Natale rappresenta un pezzo della storia di Deruta e dell’associazione, del legame con il territorio e con gli artigiani ceramisti, rispecchiando le eccellenze di questa città e la sua essenza. Si tratta di una vera e propria opera d’arte alta 11 metri che poggia su due basamenti in ceramica con 16 file da quattro rami ciascuna anch’essi in ceramica, così come le 250 palle di Natale appese”. E proprio sulle quali si rifletteranno i migliori fotogrammi della vita artistica e privata di Ugo Tognazzi, come hanno spiegato, non senza una nutrita serie di gag ironiche, i figli Ricky e Gianmarco: “Il titolo Ugo di Noi rappresenta bene il suo essere popolare e amato e l’inaugurare la mostra l’8 dicembre, insieme all’accensione dell’albero, in un borgo come Deruta rispecchia l’essere  “uomo dei borghi” che aveva nostro padre, oltretutto grande amante delle ceramiche”.

A suggellare il lancio del Natale a Castiglione del Lago e Deruta con i loro alberi da record è stato l’Assessore regionale alla Cultura e Turismo Paola Agabiti, secondo la quale “pur nelle difficoltà che i piccoli borghi devono affrontare e che conosciamo bene avendoli a cuore, essi rappresentano un parte importantissima della promozione turistica della nostra regione, grazie alla quale far vivere esperienze uniche a quanti vorranno visitarla”.

Solamente una sua opera è stata inclusa nel 1997 nell’antologia Le scrittrici dell’Ottocento. Di chi sto parlando? Di Anna Guendalina Lipparini, nata nel 1862 a Terni e morta a Pisa nel 1914.

Anna Guendalina Lipparini, di benestante famiglia borghese, sposò nel 1881 il diplomatico fiorentino Alberto Roti. Alcuni la conoscevano anche come Anna Roti, avendo acquisito il cognome del marito, altri come Guendalina Roti e lei per fare le cose semplici e mettere tutti d’accordo scelse per sé uno pseudonimo, Regina di Luanto, anagramma di Guendalina Roti.

Anna Guendalina Lipparini

Il matrimonio non fu felice e presto fu seguito dalla separazione. Il marito le rimproverava spesso i suoi atteggiamenti ribelli nei rapporti sociali e la sua indole a scandalizzare i benpensanti di turno. In realtà lei aveva bisogno solo di più libertà. Successivamente, stabilitasi a Pisa, conobbe il gioielliere Alberto Gatti con cui, dopo molti anni di convivenza, si sposò nel 1911. Regina di Luanto morì a Pisa nel 1914.
È ricordata come una donna bella, con grandi occhi dolci, viso ovale e un’espressione maliziosa che accresceva il suo fascino. Non era molto alta, aveva movenze aggraziate miste a pose e atteggiamenti scaltri e furbi. Si dice che studiasse molto trascorrendo il tempo tra i libri, la musica e la cura dei suoi cani.

Dimenticata e incompresa

Regina di Luanto è senza dubbio una delle scrittrici attive a cavallo tra Otto e Novecento più dimenticate. Una scrittrice fondamentalmente scomparsa dai libri di critica letteraria e della quale abbiamo poche notizie. Una scrittrice incompresa, forse perché le sue opere sono state estremamente innovative e provocatrici e per questo poco apprezzate dalle riviste culturali del tempo. Le sue opere sono piene di spunti di modernità e per questo osteggiate dai perbenisti borghesi del periodo che le definivano (come ad esempio nelle riviste Civiltà cattolica e La tavola rotonda): «sbagliate da cima a fondo e scuole di mal costume», invitando perfino il libraio a ritirarle dalle vetrine come merce appestata. Già il suo esordio letterario nel 1890, con Acque forti, suscitò un certo rumore e così sarà per tutta la sua vita e la sua produzione letteraria.

Una scrittrice moderna

La realtà è che il tempo è stato benigno per lei, seppur colpevolmente tardi. È così divenuta famosa per i temi affrontati usando un linguaggio crudo ed esplicito nel descrivere una collettività mondana sessista e corrotta, ambigua e ipocrita. Pubblica i suoi libri in un arco di tempo che va dal 1890 al 1912, tutte opere cariche di idee moderne. I temi trattati, principalmente la donna, la sua condizione e il matrimonio, sono incredibilmente attuali e descritti con personaggi e descrizioni ambientali meravigliose.

Il rifiuto del perbenismo borghese

Questa autrice abbandona il perbenismo borghese tipico di quegli anni e rovescia la mentalità secondo cui una donna doveva essere soprattutto pudica e devota, costretta a vivere in casa e sopportare le leggi che la società imponeva loro. Crea, nei suoi romanzi, figure femminili disinvolte, disinibite, anticonformiste e senza pregiudizi, dando così voce a nuove abitudini e a nuove esigenze. Tratta di tematiche relative alla condizione femminile denunciando una società sessista e maschilista, rompe i rigidi schemi del periodo e racconta senza farsi prendere dalla paura di essere troppo schietta e troppo forte. La sua non è una ribellione, sarebbe stato forse più semplice, ma una presa di posizione e soprattutto di coscienza.

I suoi romanzi

Nei suoi romanzi viene rovesciata l’idea di amore romantico al femminile, s’impone una nuova mentalità, un nuovo sguardo sulla condizione femminile, le donne non sono più raccontate come innamorate ingenue, sognatrici e devote a mariti e famiglia.
Nella sua attività di scrittrice, Regina di Luanto sembra non dare peso alla forma in termine di stile e linguaggio, ma solamente alla sostanza e quindi al messaggio che vuol dare. Le protagoniste dei suoi racconti, presentate con linguaggio esplicito e diretto, sono spesso vittime di vicende drammatiche che non giungevano mai a un lieto fine.

Nei suoi romanzi compare il desiderio e la sessualità, insomma tutto quello che fino ad allora era stato oscurato dal perbenismo e dal maschilismo. Nel primo romanzo, Salamandra del 1892, la nobile protagonista Eva e il marito banchiere rappresentano il matrimonio di convenienza fallito. Lui la tradisce sistematicamente e lei ricambia cercando l’amore fisico e spirituale in altri uomini.
In Martirio del 1894, la protagonista è una giovane sposa che racconta la sua delusione del matrimonio: il suo uomo, egoista e noncurante, verrà da lei stessa ucciso per difendersi. In questo lavoro evidente è la forte condanna del matrimonio, visto essenzialmente come un legame dannoso per il sentimento sincero di due persone. La scuola di Linda del 1894 punta l’attenzione sul mondo degli artisti considerato come intellettuale e libero in contrapposizione alla negatività dell’aristocrazia.
Nel romanzo Gli Agonizzanti del 1900 la protagonista è Isabella rimasta incinta di Giulio, un uomo irresponsabile dedito solamente a una vita superficiale. Isabella decide così di farsi una vita propria e indipendente per mantenere se stessa e il figlio. Il messaggio è chiaro: il diritto della donna di essere libera e autonoma!

Apprezzamento

Concludo nel dire che a fronte di molte critiche venne anche fortemente apprezzata per l’audacia nel pubblicare temi controcorrente. Così riporta una rivista dei primi del ‘900: “I romanzi di Regina di Luanto sono sempre un avvenimento letterario. L’audacia di questa scrittrice, che affronta impavidamente i problemi più ardui della società contemporanea e sa rivestirli di una forma d’arte veramente affascinante, è ormai nota a tutti i lettori”. Nel suo necrologio dell’8 settembre 1914, pubblicato su Il Nuovo Giornale, viene così definita: «la scrittrice più audace, più avanzata, più arrischiata che abbia avuto l’Italia negli ultimi venti anni».

Il progetto – che celebra il pittore, scultore, intellettuale e politico spellano nell’anno del centenario della sua morte – vede coinvolti i Comuni di Spello, Bastia Umbra, Foligno e Magione e gode del patrocinio della Regione Umbria.

Una conferenza stampa presenterà il progetto Benvenuto Crispoldi. Tra arte e rivoluzione da Spello all’Europa. Un nostos attraverso i Comuni di Bastia Umbra, Foligno e Magione, il 6 dicembre 2023 alle ore 11.00 alla Sala Fiume di Palazzo Donini a Perugia.

 

 

Nel corso della mattinata interverranno:

  • Paola Agabiti, assessore Regione Umbria
  • Moreno Landrini, Sindaco di Spello
  • Paola Lungarotti, Sindaco di Bastia Umbra
  • Stefano Zuccarini, Sindaco di Foligno
  • Giacomo Chiodini, Sindaco di Magione
  • Irene Falcinelli, Assessore alla cultura del Comune di Spello
  • Stelvio Catena, Curatore della mostra di Spello
  • Massimo Duranti, Coordinatore del Comitato scientifico
  • Coordina Simone Aramini

Protagonista il trio Paradisi Pecci Berazzi. Appuntamento alle 12 con ingresso libero. L’evento, voluto e sostenuto da Fondazione Perugia, è organizzato da “Omaggio all’Umbria”.

Un concerto all’interno del Tempio della Minerva, nel centro di Assisi, per avvicinarsi alla magia del Natale. L’appuntamento è per sabato 2 dicembre 2023, alle ore 12.00. Voluto e sostenuto da Fondazione Perugia, l’evento è organizzato dal Progetto Omaggio all’Umbria e vedrà esibirsi il trio Paradisi Pecci Berazzi, specializzato nella grande musica popolare. L’ingresso è libero fino a esaurimento della capienza.

 

 

Il trio è formato dal fisarmonicista Sandro Paradisi, dalla cantante Mariangela Berazzi e dal batterista Jurj Pecci. In scaletta alcune fra le più celebri canzoni popolari dal mondo, con brani, fra gli altri, di Fabrizio De André e Astor Piazzolla.

La Chiesa di Santa Maria sopra Minerva, nota anche come Tempio della Minerva o di Minerva, si trova in Piazza del Comune, nel centro di Assisi, e fu realizzata all’interno di un antico tempio romano. Patrocinano l’iniziativa il Ministero della Cultura, la Regione Umbria, il Comune di Assisi, la Diocesi di Assisi, la Camera di Commercio dell’Umbria, l’Università per Stranieri di Perugia e Unicef Italia, di cui Omaggio all’Umbria è testimonial regionale.

Alla scoperta dell’artista toscano e della Pala di Sant’Onofrio conservata nel Museo del Capitolo della Cattedrale di San Lorenzo a Perugia.

Luca d’Egidio di Ventura, noto come Luca Signorelli, nacque nel 1450 a Cortona, piccolo ma ricco centro al confine tra Toscana e Umbria. Gli artisti fiorentini influenzarono la sua formazione fin da giovane, specialmente Piero della Francesca, di cui fu allievo. Da Piero Signorelli apprese le nozioni prospettico-matematiche, ma ben presto elaborò un proprio stile; Giovanni Santi, padre di Raffaello, descrisse l’animo del pittore in un’epigrafe: «el cortonese Luca de ingegno et spirto pelegrino», come sinonimo di eccentrico e ingegnoso.

Decisivo, per la sua maturazione artistica fu il contatto con Andrea del Verrocchio, titolare della bottega presso la quale si erano formati artisti come Leonardo, Botticelli, Ghirlandaio e Perugino. È proprio in questo periodo che il Signorelli instaurò con il Divin pittore uno stretto rapporto, tanto da condividere con lui il cantiere della Cappella Sistina.

 

Pala di Sant’Onofrio, olio su tavola di Luca Signorelli, 1484

 

Probabilmente fu proprio il Perugino a introdurlo a Perugia: qui il vescovo Jacopo Vagnucci, anche egli cortonese, gli commissionò la Pala di Sant’Onofrio, conservata nel Museo del Capitolo della Cattedrale di San Lorenzo. L’iconografia è quella della sacra conversazione: la Vergine seduta su un alto trono legge le Sacre Scritture, mentre il Bambino reca in mano un giglio simbolo di verginità e purezza, lo circondano due angeli, uno dei quali accorda un liuto, Sant’Onofrio e San Ercolano, protettori di Perugia.

Lo stile di Signorelli è caratterizzato da una grande attenzione all’anatomia e al movimento; nella sua arte tutto è corporeo, dalla rappresentazione dei personaggi al paesaggio reale. Le sue figure sembrano essere inserite in una rappresentazione teatrale e coreografica, soprattutto nelle raffigurazioni più complesse.

Il pittore ricevette importanti commissioni a Perugia e Firenze, ma si dovette allontanare da quest’ultima dopo la morte di Lorenzo il Magnifico avvenuta nel 1492. Nel 1502, secondo il racconto di Giorgio Vasari, perse suo figlio a causa della peste che infuriava a Cortona; sconvolto dalla perdita, il pittore ritrasse il corpo esanime del figlio: «con grandissima costanza d’animo senza piangere o gettar lacrima, per vedere sempre che volesse, mediante l’opera delle sue mani quella che la natura gli aveva dato e tolto». Secondo alcuni storici il corpo del figlio è stato ripreso per la raffigurazione del Cristo morto di Cortona.

Al pittore vennero riconosciuti importanti investiture nella politica cortonese, grazie alle quali poté instaurare rapporti con celebri e potenti famiglie come i Piccolomini e i Petrucci di Siena e i Vitelli di Città di Castello. Fatale gli fu una caduta da un ponteggio mentre stava lavorando che lo portò alla morte nel 1523.

 

 

 

La chiesa, da cui prese il nome una delle quattro gaite e che quindi lega le gaite del XII secolo a quelle di oggi, si trova in condizioni di completo degrado dovuto all’usura del tempo e all’abbandono da parte del proprietario e dell’amministrazione.

Eppure la sua storia è antichissima e travagliata. La Chiesa di Santa Maria Filiorum Comitis, edificata da Rainaldo I conte di Antignano, figlio di Monaldo e capitano di Federico I Barbarossa, oggi sconsacrata, è la più antica tra quelle conservate: se ne hanno notizie fin dal 1198.

 

Chiesa di Santa Maria Filiorum Comitis

 

Lo storico Fabio Alberti in Notizie antiche e moderne riguardanti Bevagna città dell’Umbria, 1786 scrive: «Trovo memoria di quella chiesa fin dall’anno 1198. Fu edificata da Ranaldo, padre del Conte Napoleone, e quindi fu sempre nominata Sancta Maria Filiorum Comitis. Tanto per la situazione, quanto per la struttura è una delle chiese inferiori di Bevagna, ne somministra cose speciali da riferirsi». Carlo Pietrangeli nella sua Guida di Bevagna, 1959 aggiunge: «La chiesetta di S. Maria Filiorum Comitis edificata da Rainaldo padre di Napoleone Rainaldi, nota fin dal 1198, attualmente è ridotta a bottega». Mentre, lo storico bevanate Giulio Spetia nel suo libro Studio su Bevagna, 1972 scrive: «Rainaldo volse il pensiero e il passo verso Bevagna, che ormai dotata di un regime comunale autonomo, fin dal 1187 eleggeva liberamente i propri consoli. Sull’esempio dei suoi predecessori volle dedicarsi ad opere di cristiana pietà. Fondò prima in Bevagna la chiesa di Santa Maria, che i posteri chiamarono, in omaggio al fondatore, santa Maria dei figli del conte, e venerarono per molti secoli, fino a quando il cattivo gusto dei nostri contemporanei non permise che il piccolo oratorio, dal quale aveva preso il nome una delle quattro GAITE della città, fosse tolto al culto per venir trasformato ora in una stalla ora in un’officina».

 

 

Le quattro gaite, quindi, prendono il nome dal nome delle chiese presenti nel proprio quartiere. Lo ribadisce Giulio Spetia, sempre nel suo libro: «Riguardo ai quartieri di Bevagna, essi erano quattro: li dividevano, in un verso, la via Flaminia e, in senso contrario, le due strade che allacciano la piazza principale con Porta Guelfa e Porta Molini. Essi conservarono lungamente l’antica denominazione di gaite, parola che l’uso aveva corrotto in guayte. Scendendo da Porta San Vincenzo a quella del Salvatore, si trovavano, prima della piazza, a sinistra la Gaita San Giorgio (dal nome dell’antica chiesa che fu, poi, sostituita da quella di San Domenico) e a destra a Gaita San Giovanni, dal nome della chiesa, cui doveva succedere San Francesco. Dal 1500, data la maggiore importanza assunta dall’attuale Collegiata, questo quartiere fu detto anche Gaita Sant’Angelo. Oltre la piazza, a sinistra della Flaminia, era la Gaita Santa Maria e a destra quella di San Pietro, dal nome dell’antica chiesa (oggi, forse, di S. Agostino)».

 

Affreschi interni

 

La chiesa di Santa Maria in contemporanea alle due chiese romaniche di Bevagna, quella di San Silvestro e quella di San Michele Arcangelo, ha acquistato un certo valore artistico e storico grazie all’affresco presente al suo interno quale preziosa testimonianza del suo passato religioso. Fu distrutta nel 1249 e in seguito riedificata grazie ad Astorello nipote di Orzellino dei Conti di Antignano, il quale aveva il padronato su di essa. Nel 1455, in seguito a una permuta, passò a Pietro Rainaldi. Sin dal XVI secolo la chiesa si trovava in condizioni di disagio documentate dalle visite a Bevagna di Silvio Orsini e Pietro De Lunello, rispettivamente nel 1563 e 1571. In tale periodo la chiesa non possedeva i parametri per ufficiare la santa messa e si trovava in una condizione di indecenza. Giulio Urbini, nella sua opera Bevagna illustrata del 1913, neanche la nomina, testimoniando così che la chiesa era ormai sconsacrata e dimenticata. L’affresco presente all’interno, incorniciato a mattoni sporgenti e raffigurante la Madonna del soccorso e della misericordia riconducibile alla prima metà del 1500, ma ritoccato in varie epoche – risulta notevolmente danneggiato. Un ingresso che si affaccia sull’orto e murato in un secondo tempo racchiude, dipinto sotto l’arco, un agnello con bandiera crocisignata. Oggi tutta la struttura è in uno stato di degrado avanzato, con il tetto interamente crollato e transennata da venti anni.

Due appuntamenti per conoscere meglio il dietro le quinte dell’esposizione insieme ai ricercatori che hanno lavorato alla sua realizzazione.

Due appuntamenti nella Galleria Tesori d’Arte del Complesso monumentale di San Pietro per conoscere meglio il dietro le quinte dell’esposizione Il Perugino di San Pietro, insieme ai ricercatori che hanno lavorato alla realizzazione della mostra – visitabile fino al 7 gennaio 2024 – che, per la prima volta, ha riportato a Perugia e riunificato tutti e undici gli scomparti della predella dell’Ascensione di Cristo dipinta per la basilica.

 

Si parte venerdì 24 novembre, alle 17, con Laura Teza, professoressa associata di Storia dell’Arte moderna dell’Università degli Studi di Perugia e curatrice della mostra, che parlerà della “storia di una grande tavola per una grande chiesa benedettina”, mentre Davide Tugliani, ricercatore del Dipartimento di Lettere, Lingue, Letterature e civiltà antiche e moderne dell’Ateneo perugino, insieme all’esperto restauratore Roberto Saccuman, analizzeranno la struttura e la ricostruzione della pala d’altare del Perugino. Giovedì 7 dicembre, sempre alle 17, dal Dipartimento di Ingegneria Civile ed Ambientale dell’Università degli Studi di Perugia interverranno Valeria Menchetelli e Francesco Cotana, per parlare dell’ipotesi ricostruttiva della macchina d’altare, mentre Francesca Funis e Camilla Sorignani approfondiranno il progetto cinquecentesco per la chiesa.

 

Battesimo di Cristo. Musée des Beaux Arts

 

L’esposizione è promossa dalla Fondazione per l’Istruzione Agraria e dall’Università degli Studi di Perugia, con il contributo del Comitato promotore delle celebrazioni per il quinto centenario dalla morte del Perugino, main sponsor Brunello Cucinelli spa, il sostegno del GAL Media Valle del Tevere, la partecipazione del Musée des Beaux-Arts di Rouen e i Musei Vaticani, il patrocinio della Regione Umbria, del Comune di Perugia, dell’Ambasciata di Francia e del Consolato Onorario di Francia a Perugia, la collaborazione di Isola San Lorenzo, Comune di Città della Pieve e Fondazione Ranieri di Sorbello, la Basilica di San Paolo fuori le Mura, il Centro di Studi Storici Benedettini.

“I dialetti sono eterni. Gesù parlava in dialetto. Dante scriveva in dialetto. Il Padreterno, in cielo, parla in dialetto”. (Libero Bovio)

Il dialetto di Gualdo Tadino è il risultato di un miscuglio tra la città e la campagna, tra il centro storico e le frazioni. La città è stato il centro della contesa essendo terra di confine tra i ducati di Urbino, Perugia, Spoleto. Fin dal terzo secolo a.C. il territorio gualdese è stato attraversato da una delle principali vie di comunicazione tra il Tirreno e l’Adriatico: la strada consolare Flaminia, che collegava Roma a Rimini.

Mario Pasquarelli, detto Feroce

Per questo motivo Gualdo Tadino ha subito varie contaminazioni linguistiche, a questo si aggiunge il valico di Valsorda, che era il naturale collegamento con la Marchia Anconetana. Federico II di Svevia nelle sue cronache racconta che era solito ascoltare per le stradine gualdesi una terminologia di derivazione celtica.

Per capirci qualcosa, abbiamo parlato con Mario Pasquarelli, detto Feroce: «Voglio specificare che tutti mi chiamano così a Gualdo, fin da bambino. Anche per mia mamma e a scuola ero il Feroce. L’ho ereditato dal mio babbo, ma soprattutto perché sono un tipo da sì o no senza tanti fronzoli. A Gualdo tutti hanno un soprannome, raramente ci chiamiamo per nome». Feroce con noi non lo è stato, anzi con disponibilità ci ha guidato – in collaborazione con Mario Anderlini – alla scoperta del suo vernacolo… ovviamente senza tanti giri di parole. Dopotutto è Feroce.
«Il nostro dialetto si sta perdendo. Il 90% dei gualdesi lo parla poco o utilizza solo qualche parola. I più giovani, ad esempio, faticano a capire i termini più antichi. Io cerco invece di promuoverlo e di tenerlo ancora in vita, è importante che venga studiato anche a scuola e non deve essere assolutamente un motivo di vergogna parlarlo, in molti invece pensano questo. Va detto che nel corso degli anni ha subito influenze da città vicine e c’è stato un mix tra il gualdese del centro e quello delle frazioni; basta pensare che spesso cambia da un rione all’altro, per non parlare di quello usato in campagna; tutto si è mischiato anche se restano, in alcuni casi, delle peculiarità tra un luogo e l’altro. Ad esempio, a Gualdo città le parole finiscono in itte: spaghitte, canitte (piccoli cani), faggiolitte, maghitte; oppure il que, che indica cosa?, di chiara derivazione francese, (que vo eque diche, que fae)).
Mentre nella frazione di Morano si concludono in ene e ane: lassune, tuquine, tolane, dilane, diquine, stane (stare), a mene (a me) o me sà. A Boschetto (altra frazione) c’è invece la U finale: quistu, quillu, per dire questo e quello» spiega il Feroce.

 

Rocca Flea. Foto Enrico Mezzasoma

Parole incomprensibili

Ci sono termini che sono proprio incomprensibili per chi non è del luogo. Qualche esempio per farvi un’idea: anniscola (altalena), ammaiata (rete di recinzione), friscolata, (prima spremuta d’uva), uccâ (urlare sguaiatamente), pioiccica (inizio di pioggia), spicicchia chi sbatte le palpebre (spicicchia ‘iocchie) o tartaglia (nun spicicchia ‘na parola), papataro (bugiardo), paccone (fanatico), mojica (mollica), bambino piccolo (na cria) figlio e bambino vivace si dice (biribisse) o boccia (fanciullo); gabbajotto (inganno), gammero (gambero o furbo), baoso (noioso), babetto (moneta) aé! (allora!), cegnera (cenere), a griccia (in aria). In ogni paese non manca mai il rugnicone, cioè una persona che parla alle spalle, che semina zizzania in modo silenzioso e rognica (rognicare significa brontolare in modo aggressivo); celebre l’espressione: sente commo rugnica… rugnica bruttamente. Ci sono poi il baccaione (brontolone) e lo sciapacchiotto (lo sprovveduto, il giullare inconsapevole) che viene tollerato per compassione: La… nun n’arfà lo sciapacchiotto, …sae ‘ngran sciapacchiotto…e finischetela…!

Viene usato anche il neologismo scorpellare che significa scorticare in maniera non grave ma molto fastidiosa: si nun te la finische te scortico la schina (se non la smetti ti scortico la schiena). Vi segnaliamo anche mastricciare (impastare, cercare con delicatezza): Tu guarda commo sta a mastriccià di lì…; smuginare (cercare con veemenza): aguarda commo smugina… ma que stae a cercà?! e sgarufare (scavare, cercare nel terreno): è il cane da tartufi che sgarufa. Mentre struginao ‘ntel cassetto vuol dire cercare nel cassetto.

 

Veduta di Gualdo Tadino. Foto di Enrico Mezzasoma

Giorni e famiglia

Una menzione va fatta per le parentele gualdesi che per praticità uniscono sostantivo e aggettivo. E quindi troviamo: zieso (suo zio), zieto (tuo zio), fratemo (mio fratello), frateto (tuo fratello), mammeta (tua madre), babbeto (babbo tuo), fijo (figlio), fiastra (nuora), fiastro (genero). Degni di nota anche per i giorni della settimana: domennica o mennica (domenica), mercoldì (mercoledì), venardì (venerdì), sabbeto (sabato) e ogge (oggi).

A scuola di grammatica

Non sai quando usare il condizionale o il congiuntivo? A Gualdo hanno risolto il problema unendo i due modi verbali. E allora si dice giressimo, faressimo, magnaressimo, arcaparessimo, arcapezzaressimo, aesse (avessi), gessimo (andammo). Quest’ultimo da non confondere con aesso, che vuol dire adesso. Per praticità la frase: Lo faremmo se potessimo si dice: el faressimo.
C’è poi il verbo avere che si declina in: aia (aveva), aio (avevo), aiamo (avevamo), aieno (avevano), ete (avete) e il verbo essere (esse) che va da ene (è) a enno (sono). Passiamo poi agli avverbi di luogo: tolâ (là), tulì (lì), toqui (qui), diquì, toquì (qua) e agli aggettivi dimostrativi: sta, sti, sto, ste, tiste, quiste (questa, questi, questo, queste). Quala o qualo per dire quale, quanno per quando, quasi per quasi, quelle si traduce in niente e qnente.

A scuola di imprecazioni

Una caratteristica dei dialetti è la massiccia presenza di modi di dire e di imprecazioni rivolte a chi in quel momento (sfortunatamente) si trova nei paraggi.  Posce murì abbrugiato o possa piatte ‘na pulmunite abbirata, ma anche che te piasse no sbocco de sangue o possa fa un travaso de sangue, o un gummito de sangue, posce cresce ‘n chilo al giorno. Tanto per essere gentili. Tra i modi di dire più significativi, che ci ha suggerito anche Feroce, vi segnaliamo: esse più sfortunati de i cani in piazza. «I cani che stanno in piazza non hanno una famiglia, non li vuole nessuno, per questo sono sfortunati e tutti li cacciano, oppure l’ae fatta su la latta per dire che uno se le va a cercare. Infine, se uno sente freddo, stae a fâ’ el cicolo».

 


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