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Non c’è nulla di scontato, soprattutto per chi in un solo giorno ha visto la propria vita drammaticamente cambiata per volere altrui. La crudeltà e la violenza sono le protagoniste di queste righe, che sono riportate nei racconti di chi le ha tragicamente trascorse, insieme a dei valorosi atti di coraggio. Le testimonianze sono state raccolte direttamente dalle loro voci o da chi ha vissuto con loro o da chi ne ha competenza. Questa è la prima parte di una raccolta di racconti, che si concluderà il 27 gennaio “Giorno della Memoria”.

La vita, nelle sue declinazioni e per sua conformazione, varia e dipende da situazioni che ci si trova improvvisamente ad affrontare. I piccoli gesti quotidiani, la ritualità, l’abitudine e le liturgie ci accompagnano e danno i tempi ai nostri comportamenti. Così come le generalizzazioni spingono verso giudizi comuni e vengono utilizzate per classificare, catalogare, etichettare individui includendoli superficialmente in una categoria di persone, senza che si conoscano realmente le loro specificità e identità.
Si fa presto a giudicare e a collocare le persone in ruoli e categorie di presunta appartenenza. Infatti la nostra vita ci potrebbe riservare delle sorprese… potrebbe cambiare da un momento all’altro, in modo perlopiù inaspettato e imprevedibile e talvolta non agognato. Come a chi, ed è accaduto drammaticamente qualche decennio fa, è andato a letto come bambino e si è svegliato deportato.
Storie successe e ripetute in un periodo storico che è lontano nei ricordi e nel tempo, ma pregno di insegnamenti e riflessioni di cui molti giovani dei tempi moderni non sono consapevoli, se non per sommi capi fatti di «mi pare», «mi sembra», «ho letto»… Queste sono alcune delle risposte ricevute da qualche giovane interpellato in merito ma, a dire il vero, ci sono state anche le dovute eccezioni. Dalle risposte dei ragazzi, immediatamente, si è avuta la sensazione di una superficiale consapevolezza e di una parziale conoscenza di quello che effettivamente è successo nel secolo scorso. Nelle generalizzazioni, senza utilizzare un linguaggio di precisione, le informazioni e le sensazioni appaiono smorzate o depotenziate del loro valore, slegate dal reale accadimento – basato sui fatti e non sulle opinioni.
Una persona si sente coinvolta quando prova e nutre dentro di sé l’argomento, facendolo proprio, anche se questo processo potrebbe essere mitigato dal mutare dei tempi e del coinvolgimento personale nel racconto. Questo è il punto: se le coscienze devono fremere e ribellarsi di fronte alle atrocità perpetrate da chi ha avuto un forte disprezzo della vita e delle opinioni altrui, allora bisogna andare diritti e decisi al punto, senza mediazioni, e superare la paura di offendere o di impressionare troppo impetuosamente le coscienze.

 

Cippo degli ebrei salvati sull’Isola Maggiore

 

Bisogna dare un messaggio forte, diretto, come se fosse un simbolico pugno allo stomaco delle persone, in particolare dei giovani; un messaggio che sia denso di emozioni, sensazioni, paure e disprezzo per ciò che si vuol dire e trasmettere, senza filtri di sorta.
Perché queste drammatiche vicende storiche sono nate senza filtri e gentilezze, come quando quel bambino la sera si addormenta tra le braccia di Morfeo e al mattino si risveglia in un mondo che gli dà un diabolico buongiorno. Un infinito e irreverentemente drammatico pugno allo stomaco, senza capire il perché l’abbia ricevuto.
Per esempio, con l’avvento delle leggi razziali italiane monarchico-fasciste nel 1938, i bambini e i giovani ebrei italiani furono esclusi dalle scuole e università; per non parlare del lavoro legato all’apparato statale, precluso alle persone ebree, così come tanti altri provvedimenti durissimi che negarono ai cittadini italiani di credo ebraico sia i diritti politici sia quelli civili. O ancora, si pensi alle due donne innocenti che avevano la sola colpa di avere un parente partigiano, che sono state arrestate e portate in un campo di concentramento nazista, vivendo tra sofferenze e crudeltà quotidiane.

I pescatori del Trasimeno

Due donne dall’animo umiliato e ferito, con la voglia di dimenticare la terribile esperienza vissuta.

Don Ottavio Posta

Così come bisogna mettere in risalto il coraggio e l’umanità di un sacerdote e di alcuni pescatori del lago Trasimeno che, a rischio della loro vita, misero in salvo, con un’iniziativa temeraria, ventidue prigionieri ebrei confinati sull’Isola Maggiore, che stavano per essere trasportati nei campi di concentramento nazisti. Il parroco isolano, Don Ottavio Posta, coadiuvato da 15 pescatori del luogo, riuscì a far evadere gli ebrei detenuti nel Castello Guglielmi.
Nelle notti del 19 e 20 giugno 1944, con cinque barche condotte da valorosi ed esperti pescatori e dopo una traversata di qualche ora, i prigionieri ebrei furono messi in salvo. Infatti sbarcarono presso la località di Sant’Arcangelo di Magione, dove erano da poco arrivati i militari inglesi e lì furono consegnati alle Forze Alleate, che avevano liberato quella parte di territorio lacustre dai soldati tedeschi. Qualche sera prima, un gruppo di partigiani della Brigata Risorgimento che operava nel territorio di Castiglione del Lago, durante un’incursione al Castello Guglielmi di Isola per prendere le armi al drappello di guardia, liberarono quelli disponibili a seguirli. A loro si unì una famiglia di religione ebraica, internata nel Castello.
Allora senza mezzi termini, proprio per consapevolizzare maggiormente i giovani d’oggi della loro identità, andiamo a dare questo pugno simbolico agli stomaci: per ricordare, per far riflettere, per magnificare il rispetto verso il cambiamento.
La premessa è doverosa proprio perché la testimonianza diretta di chi ha vissuto quel periodo si è voluta raccogliere in tutta la sua inclemente crudezza, affinché possa dare uno scossone alle coscienze.

Bambin Gesù delle Mani. Così la Fondazione Guglielmo Giordano, con sede nella cinquecentesca Villa Spinola di Perugia, ha chiamato questo dipinto in cui, oltre alle mani di Gesù Bambino benedicente, si contano altri tre arti. Due sono chiaramente della Madonna che lo sorregge, ma il terzo?

Bambin Gesù delle Mani, Pinturicchio, 1492. Ca. Fondazione Guglielmo Giordano, Perugia

La passione di un papa libertino

1492: mentre Colombo scopriva l’America, nelle corti italiane si consumavano intrighi, passioni, giochi di potere. Persino in quella papale, soprattutto se a sedere sul soglio è papa Alessandro VI, il controverso papa Borgia, quel Rodrigo dal temperamento focoso famoso per la sua inclinazione al libertinismo e al nepotismo. Non ci sono segreti nelle corti, tantomeno se i diretti interessati non danno segno di voler mantenere il riserbo: si sa che il papa ha delle amanti, ma ce ne sono alcune che sono le sue favorite. Prima Vannozza Cattanei, cui si lega per ben 15 anni e da cui ha quattro figli (Cesare, Giovanni, Lucrezia e Goffredo) e poi Giulia Farnese, Giulia La Bella, rinomata appunto per la sua bellezza di stampo mediterraneo.
Quando la quindicenne Giulia, sposata con Orsino Orsini di Bassanello (Viterbo), va a fare visita alla figlia del papa, Rodrigo rimane talmente ammaliato dalla sua bellezza che chiede ad Adriana de Mila, madre di Orsino, di poterla avere vicino a sé, a Roma. Con il beneplacito della suocera, Giulia raggiunge allora l’amica Lucrezia a Santa Maria in Portico, un palazzo attiguo al Vaticano, dove riceve i postulanti del papa. Da qui comincia a tessere una serie di relazioni che, appena un anno dopo il suo insediamento, porteranno il fratello Alessandro a essere eletto cardinale (diventerà poi papa, col nome di Paolo III, nel 1534).
Nel frattempo la relazione con Alessandro VI diventa di pubblico dominio, al punto che il papa, noto mecenate, chiede a Bernardino di Betto – nientemeno che il Pinturicchio – di affrescargli gli appartamenti privati.
Apparentemente, niente di strano: Alessandro VI, orante, sarà inginocchiato davanti a una Madonna con un Bambino benedicente. Lo stile dovrà essere quello che già da tempo caratterizza l’opera del Pinturicchio, degno erede del Perugino: resa anatomica aggraziata, incarnato chiaro, dovizia di dettagli, lumeggiature dorate sullo sfondo. Ma allora perché, morto Alessandro VI e puntata la fortuna della famiglia Farnese sui Della Rovere, del dipinto si sarebbe persa ogni traccia?

Il volto della Madonna

Il dipinto condannato all’oblio

A pesare sulla bilancia sono stati i dettagli. Il primo è il volto della Madonna, che la tradizione vuole che fosse proprio quello di Giulia Farnese, chiamata con scherno sponsa Christi per la sua relazione col papa.
Vasari, artista e celebre biografo dei suoi colleghi, parlando dei lavori svolti dal Pinturicchio in Vaticano in effetti aveva riferito: «Ritrasse sopra la porta di una camera la signora Giulia Farnese per il volto di Nostra Donna e, nel medesimo quadro, la testa d’esso papa Alessandro che l’adora». Ma non era stato creduto, si pensò che avesse solo condensato le tante dicerie che giravano sulla coppia.
Determinante è stato anche l’atto in cui è stato immortalato Alessandro VI: toccare il piede del Bambino era considerato un gesto quasi blasfemo. Gli studiosi ritengono probabile che il papa si sia concesso questa licenza perché il dipinto era destinato ai suoi appartamenti privati, ma non è difficile credere che una persona di tale facilità di costumi abbia semplicemente dato poco peso a questioni così trascendentali. Fatto sta che l’affresco subisce una vera e propria damnatio memoriae, tanto che, nel 1655, il neoeletto papa Alessandro VII decide di staccarlo e di smembrarlo, dando persino adito al dubbio che sia mai esistito.
Fino al 1940, almeno. Il caso vuole che Giovanni Incisa di Rocchetta, noto appassionato d’arte, in visita presso una famiglia patrizia mantovana posi lo sguardo su un affresco in cui un papa è inginocchiato ai piedi di una Madonna con un Bambino. Ma a colpirlo sono i particolari, perché riconosce – nell’atteggiamento benedicente del Bambino e nelle fattezze della Vergine – i dettagli al centro di due quadri in possesso della sua famiglia. Giovanni è infatti il figlio della principessa Eleonora Chigi Albani Della Rovere, inconsapevole depositaria di una lunga storia di intrighi e giochi di potere.

Il giallo nel giallo

Come ogni storia che si rispetti, c’è sempre un elemento pronto a scombinare le carte in tavola. In questo caso sono state le macchinazioni di inizio 1600, di Francesco IV Gonzaga.
Il duca di Mantova era venuto infatti a conoscenza, grazie al suo legato a Roma, di un famigerato dipinto in cui la Vergine Maria era stata rappresentata come la sponsa Christi Giulia Farnese. Gonzaga andò in sollucchero perché non esisteva un’occasione migliore per screditare i Farnese che, grazie alle trame ordite tempo prima da Giulia, godevano di grandi privilegi. Però gli servivano le prove: chiese allora al pittore mantovano Pietro Facchetti di realizzare una copia dell’affresco.
I dettagli su come Facchetti sia riuscito a vedere il dipinto incriminato meriterebbero una storia a parte. A fronte di un bel paio di calze di seta, un guardarobiere addetto agli appartamenti papali gli mostrò infatti la scena del Pinturicchio, celata da un taffetà inchiodato.
Quella su cui mette gli occhi Giovanni Incisa di Rocchetta è proprio la riproduzione di Facchetti, la prova richiesta da Francesco Gonzaga per screditare i Farnese. Ma è grazie a questa testimonianza che Giovanni capisce che il Gesù benedicente e il volto di Madonna – racchiusi in due cornici diverse e poi  inventariate a oltre 100 numeri di distanza – dovevano aver fatto parte di un progetto più grande. Ed è sempre grazie a questa che oggi abbiamo potuto rimettere a posto tutti i frammenti di questo intricato puzzle.

 

Copia di Pietro Facchetti

Il puzzle che non potrà mai essere completato

La storia del Bambin Gesù delle Mani non finisce qui, però. Nel 2004 lo storico dell’arte Franco Ivan Nucciarelli lo avvista nel mercato antiquario: il frammento viene intercettato e diventa la punta di diamante della Fondazione Guglielmo Giordano, che l’ha restituita alla collettività.
E il volto di Madonna? Il presunto ritratto di Giulia Farnese, ritenuto scomparso, è riemerso recentemente a seguito di una segnalazione di una famiglia romano-svizzera imparentata con i Chigi, che tuttora ne detiene il possesso. Del papa orante, invece, si è persa da tempo ogni traccia.

 


Fonti:

Sky Arte racconta la storia di Listone Giordano, https://www.youtube.com/watch?v=XPqaGiIN6qU
Storia del Bambin Gesù delle Mani di Pinturicchio, https://one.listonegiordano.com/cultura/storia-del-bambin-gesu-delle-mani-del-pinturicchio/
Intervista Andrea Margaritelli, https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2017/04/dipinto-pinturicchio-intervista-andrea-margaritelli-fondazione-giordano/attachment/pinturicchio-bambin-gesu-delle-mani-1492-ca-fondazione-guglielmo-giordano-perugia/
Bambin Gesù delle Mani, https://it.wikipedia.org/wiki/Bambin_Ges%C3%B9_delle_mani
Papa Alessandro VI, https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Alessandro_VI
Giulia Farnese, https://it.wikipedia.org/wiki/Giulia_Farnese
Orsino Orsini, https://it.wikipedia.org/wiki/Orsino_Orsini_(1473-1500)
Vannozza Cattanei, https://it.wikipedia.org/wiki/Vannozza_Cattanei
Il Bambin Gesù delle Mani, http://www.fondazionegiordano.org/italia/pinturicchio_bambin_gesu_delle_mani.html

Durante la celebrazione di S. Andrea, il patrono dei pescatori, è avvenuto l’incontro con alcuni pescatori del Trasimeno, dove si sono raccontati con aneddoti e ricordi. Gente “tosta”, che continua quest’antica arte millenaria con grande sacrificio e passione. I pescatori sono di poche parole ma quando parlano sono concreti. Durante l’incontro hanno presentato diverse problematiche del loro mestiere, tra cui quella inerente al trasferimento del loro sapere alle generazioni future, che sono esigue e difficili da reperire rispetto alle possibilità che questo lavoro offre.

Andrea era un discepolo di Gesù e faceva il pescatore sul lago di Tiberiade. I pani e i pesci del miracolo della moltiplicazione furono indicati da Andrea a Gesù, come si racconta nella descrizione riportata nel Vangelo di Giovanni. Il 30 novembre è la sua ricorrenza religiosa e molte comunità di pescatori, non solo italiane, festeggiano il loro Sant’Andrea.

 

Pescatori del Trasimeno, foto di Andrea Pagnotta

 

Sul lago Trasimeno, i pescatori della costa Ovest, come quelli incontrati a Castiglione del Lago, riconoscono in Sant’Andrea il loro Santo, mentre quelli della costa Est riconoscono i loro protettori in San Spiridione e San Feliciano.
Il Trasimeno è speciale anche per questo. Il raduno in occasione della ricorrenza patronale è stato voluto fortemente da Guido Materazzi, pescatore/ristoratore nonché presidente dell’ARBIT (Associazione Recupero Barche Interne Tradizionali) che recentemente ha varato una tipica barca in legno da pesca del Trasimeno, datata nella seconda metà del secolo scorso. La barca è stata ripristinata con un lavoro certosino di Guido Materazzi stesso e di Andrea Sedini e, per l’occasione, i due restauratori l’hanno denominata La Dotta. Complimenti all’ARBIT, per la missione onorevole che svolge.
Dopo la celebrazione del Patrono ci si è ritrovati in un momento conviviale, proprio presso il ristorante La Capannina di Guido, dove molti pescatori hanno sottolineato alcune questioni sia complesse sia preoccupanti, ma hanno anche espresso dei suggerimenti per affrontare e superare i costanti momenti difficili del loro nobile lavoro.
Presenti, tra gli altri, oltre a un nutrito e ben rappresentato gruppo di pescatori, il sindaco di Castiglione del Lago, Matteo Burico, il presidente della Cooperativa Pescatori del Trasimeno di San Feliciano, Aurelio Cocchini, il presidente dell’altra Cooperativa del Trasimeno Stella del Lago con sede a Panicarola, Ivo Bianconi, e poi Niccolò Bacoccola di Confagricoltura.

Pescatori, foto di Andrea Pagnotta

Si è ribadito più volte, durante l’incontro, che il basso livello idrometrico del lago mette in evidenza moltissime difficoltà e necessità. Come l’annoso problema dell’adduzione dell’acqua al bacino lacustre, l’eccessiva differenza rispetto allo zero idrometrico, l’accesso difficoltoso nei varchi portuali dovuto all’interramento e relativo innalzamento del fondale, il clima sempre più caldo e la scarsa piovosità, i dragaggi mancati da anni, l’arretramento e la scarsità del canneto, il mancato supporto economico o finanziamento verso chi vorrebbe principiare a fare questo mestiere, il sostegno per una formazione istituzionale iniziale e continua per gli operatori del settore; manca la tutela economica della coppia di pescatori che stanno sempre insieme in barca se uno dei due dovesse assentarsi per malattia o infortunio, il riconoscimento previdenziale ancora lontano da essere tale come lavoro usurante.
Stiamo parlando dell’importanza antropologica della pesca al Trasimeno, in particolare dei suoi pescatori e delle loro famiglie che, con il loro lavoro, il loro sapere e le tradizioni, per secoli hanno dettato i tempi delle comunità lacustri e continuano ad armonizzarsi con i periodi attuali, imperterriti nella cattura e lavorazione del pesce. Un’attività di sacrifici quella del pescatore, che viene tuttora perpetrata con metodi ancestrali che giungono immutati da epoche remote e che attualmente, purtroppo, non viene ancora sufficientemente valorizzata e tutelata.
Intorno al mondo della pesca ruotano tutta una serie di attività connesse che vanno da chi fa le reti alla riparazione dei motori, dalla trasformazione al commercio del pesce e molto altro. Ormai, da qualche tempo, alcuni pescatori hanno preso vie innovative per l’integrazione reddituale, come la Cooperativa Pescatori di San Feliciano e alcuni singoli altri, rappresentate dall’ittiturismo e dal pescaturismo.
I pescatori sono i veri guardiani del lago, conoscono bene i suoi umori, solcandolo tutti i giorni con i loro barchini, e percepiscono le energie che esso sprigiona. A volte il lago ti accoglie e a volte ti respinge e come dice saggiamente Guido Materazzi: «È facile amare il Trasimeno ma è molto difficile farsi amare da lui».

 

Il frutto del loro lavoro, foto di Andrea Pagnotta

 

Si conosce poco del mondo dei pescatori, che è ricco di storia, natura, tradizioni e cultura… ma di certo essi sono un fondamentale simbolo del Trasimeno. L’invito è quello di conoscerli meglio, nel loro silenzioso e incessante lavoro fatto da mani che strigano, tirano, arsettano, gettano, remano, vanno a muscolare, pescano, paitellano, scanellano, vanno a puntone, giacchiano.
Va salvaguardato il pescatore professionista che ogni giorno se la deve vedere con un gran numero di problemi, a partire dai cambiamenti indesiderati dell’ambiente lacustre, anche perché rappresenta l’ultimo custode indefesso delle radici lacustri con storie, segreti, tradizioni e aneddoti da preservare e raccontare.

Rinviata la manifestazione: “Passignano sul Trasimeno – Un Natale spettacolare tra Rocca e Leggenda”.

L’evento di Passignano sul Trasimeno è stato rinviato a data da destinarsi. La leggenda di Agilla e Trasimeno e della loro sfortunata e triste storia, raccontata attraverso la proiezione di un ologramma, non sarà visibile – almeno per ora – lungo la riva del lago. Il pubblico avrebbe dovuto assistere al racconto proiettato su un particolare schermo, di 9 metri di altezza per 18 di ampiezza, formato dalla nebulizzazione delle acque del lago. «Alla luce delle linee guida uscite con il Decreto Festività, che pongono numerose restrizioni e anche veri e propri divieti nei confronti di eventi e feste che prevedono aggregazione, ci troviamo tutti assieme, Amministrazione e Organizzatori, a dover prendere una decisione che abbiamo provato a non prendere fino all’ultimo: dobbiamo annullare l’evento previsto a Passignano. Una decisione sofferta che ci riempie di delusione, ma questo patrimonio di esperienza, collaborazione e laboriosità al servizio della comunità di Passignano non andrà dispersa. Lo spettacolo Tra Rocca e Leggenda potrà essere ripreso in qualsiasi momento appena la situazione lo permetterà, e insieme potremo progettare, ideare e creare eventi per il borgo e la sua comunità» ha spiegato il Comune di Passignano che, insieme alla Regione Umbria, alla Provincia di Perugia e al Gal – Trasimeno Orvietano promuovono l’evento ora rimandato.

Tutto questo e molto altro, prenderà vita nei prossimi mesi – forse in primavera – in base alle future direttive Covid. 

Gli aggiornamenti quotidiani e l’eventuale nuova data potranno essere seguiti sulle pagine Facebook e Instagram Natale a Passignano e nel sito internet www.nataleapassignano.it

 

“Lo scontro generazionale: la ricchezza delle imprese familiari” il primo libro di Andrea Zotti

La piccola e media impresa è il vero motore italiano, su di essa si basa una grande fetta dell’economia nazionale e per questo è un patrimonio da salvare, in particolar modo quando avviene il passaggio di testimone tra le diverse generazioni di imprenditori. È un processo che va studiato e pianificato con cura, senza lasciare nulla al caso perché, se alcune aziende approfittano di questo momento per rafforzarsi ed evolversi, altre si indeboliscono ed entrano in crisi.

Andrea Zotti

Perché avviene? Quanto incide la componente affettiva legata alla famiglia nelle dinamiche che si creano in azienda? Quando si avvia la fatidica fase del passaggio? Questi e altri sono i quesiti a cui Andrea Zotti risponde nel suo libro Lo scontro generazionale: la ricchezza delle imprese familiari (196 pagine) edito dalla casa editrice Cleup.
Il testo di Zotti – laureato in Economia e Management presso l’Università degli Studi di Bari, socio dell’azienda di famiglia e autore presso Osservatorio Globalizzazione – si basa su una sua ricerca accademica e si focalizza sull’organizzazione aziendale nelle PMI a conduzione familiare e approfondisce il tema del passaggio generazionale, una fase che ha vissuto in prima persona. Il suo obiettivo è quello di offrire una nuova concezione di tale passaggio che conduca a una maggiore consapevolezza dello stesso; il lettore inoltre trova una serie di analisi fatte da diversi punti di vista e finalizzate a delineare un approccio più edotto sul tema. Infine, attraverso una serie di interviste che rappresentano un piccolo campione di best practice, l’autore fornisce un duplice punto di osservazione: quello dell’imprenditore uscente e quello del successore designato, per spiegare al meglio anche le dinamiche sociali, psicologiche e relazionali di questo fenomeno; il tutto scritto con un linguaggio chiaro e lineare, di facile approccio per tutti.


«Ho deciso di scrivere un libro che trattasse l’incontro e lo scontro generazionale per esaminare e discutere come junior e senior si muovano all’interno del conflitto intergenerazionale nelle aziende, scientificamente è abbastanza provato che il passaggio generazionale presenti minacce e opportunità; ho ritenuto necessario focalizzarmi nell’individuare aree di miglioramento nel processo di ricambio, provando così a offrire una soluzione, anzi una sorta di visione personale, dando valore ai diversi momenti di tensione generati più dai tempi, ritmi e stili di vita che da dinamiche strettamente aziendali. Lo stile di vita dei figli, spesso, non corrisponde a quello dei padri: il senior, attivo e dinamico, trova naturale dedicare l’intera giornata al lavoro, il figlio, per quanto possa essere ambizioso e tenace, a fatica riesce ad adeguarsi ai ritmi serratissimi senza sentire la propria vita decurtata o frustrata negli interessi personali. Ho cercato di aprire un orizzonte in più su un tema molto dibattuto nella letteratura aziendalistica, ma anche tra gli studi sui processi organizzativi più complessi, con lo scopo finale di capire come si possa favorire la lettura della transizione generazionale nell’impresa a gestione familiare» spiega l’autore.

 


Editrice Cleup

Capire un’opera d’arte significa chiedersi cosa, in quel momento, abbia spinto l’artista a crearla in quel modo e non in un altro. Dietro a ogni opera si nasconde un mondo di sentimenti e di informazioni da scoprire. Così è successo quando ho visitato la Casa Dipinta a Todi.

La Casa Dipinta, Todi, 2015 – photo Todiguide.com

Avevo ospiti due amici che già conoscevano Todi, ma non avevamo mai visitato la Casa Dipinta. La casa antica è nel centro storico della città e si raggiungere dopo aver sceso e salito diverse scalette. Siamo entrati, abbiamo mostrato i greenpass e, in attesa della guida, ci siamo guardati attorno: pareti dipinte con disegni geometrici, colori chiari, righe, parole. “Carino” abbiamo pensato, nulla di più. È solo dopo le avvincenti spiegazioni della signora Vilma Lucaroni, la guida, che abbiamo iniziato a capire il significato di ogni tratto: quelli che ci erano sembrati semplici disegni geometrici erano invece la rappresentazione grafica dell’alfabeto OGHAM, ricreato dall’artista irlandese-americano Brian O’Doherty.
Il linguaggio OGHAM (leggi oam) è l’alfabeto inventato dai celti d’Irlanda nella notte dei tempi come scrittura rituale, incisa sulla corteccia degli alberi o su pietra: un linguaggio fatto di righe e spazi e apprezzato da O’Doherty per il suo minimalismo unito alla ricchezza di significati. L’artista ha quindi tradotto l’alfabeto latino nei 20 segni dall’alfabeto oghamico e ha dipinto su un architrave, ben visibile entrando nella casa, queste parole: ONE HERE NOW (uno, adesso, qui) nel doppio linguaggio. I segni sono dipinti con i colori acrilici delicati del verde, dell’azzurro, del bianco, dell’arancio e del giallo. Quando i segni prendono significato diventano intriganti e acquistano fascino.

 

Un’immersione di colori

La Casa Dipinta si compone di tre stanze su tre piani: entrando si è accolti dalla cucina-sala da pranzo, poi al piano superiore si trova il soggiorno e più su la camera da letto. Tutte le pareti sono dipinte con forme geometriche.
Si sale la prima scala ripida e si entra nel soggiorno, e si è subito attratti da un affresco particolare dipinto sopra il divano: la forma è quella di un’edicola votiva umbra del 1300, ma senza immagine sacra all’interno. Davanti si intrecciano tanti cordini che servono a ricordare gli studi prospettici di quel periodo. Sulla parete di fronte all’edicola, O’Doherty si è divertito a dipingere Il canto delle vocali. Le vocali, per l’artista, sono alla base del linguaggio e dei sentimenti, e ha espresso la sua ammirazione disegnandole sempre in maniera geometrica, una volta in quadrato e una volta in tondo. Ha dipinto anche un grande quadrato formato da tanti quadratini 5×5, dipinti con colori diversi, che rappresenta tutte le vocali insieme.
Salendo ancora le scale ripidissime si arriva al terzo piano dove i colori si fanno più intensi e dove c’è la camera da letto. Questa stanza è tutta un omaggio alla moglie. Qui O’Doherty ha dipinto delle finestre dalle quali si vedono le fasi della giornata: l’alba, il mezzogiorno, il tramonto e la notte; a dominare la stanza è però la finestra aperta sul mare, con accanto le silhouette sua e di sua moglie.

Il pensiero di Brian O’Doherty

Nella Casa Dipinta non si trova solo la pittura, ma anche il pensiero di Brian O’Doherty sull’arte. Nel 1976 scrisse Inside the white cube (Dentro il cubo bianco) per offrire una visione chiara di quello che è e che deve essere uno spazio espositivo. O’Doherty spiega che le pareti bianche, dove vengono esposte le opere d’arte, assumono la funzione di «Camera di Trasformazione», di conseguenza qualunque cosa venga posizionata lì, diventa opera d’arte. Per capire il significato di questa affermazione basta pensare al Ferro da stiro con i chiodi o all’Orinatoio di Duchamp. Gli stessi oggetti al di fuori dello spazio espositivo ritornano oggetti di uso comune.
Brian O’Doherty, critico d’arte, scrittore e artista di fama internazionale, ha fatto della casa nel centro di Todi il palinsesto del suo pensiero artistico e delle sue origini irlandesi. Questa vecchia casa oltre a essere un inno all’arte è testimone del profondo legame tra O’Doherty e la moglie, entrambi ultranovantenni e ancora insieme.

 


Per la prenotazione telefonare a Vilma Lucaroni – 347 8050817

La Casa Dipinta

In ogni vicolo e in ogni piazza di Bevagna si respira aria di Medioevo. Su questo sfondo ho immaginato le vicende di un giovane che voleva diventare un famoso pittore.

Vanni era un ragazzotto vivace, abitava in un’umile casa assieme alla madre, al padre e a sei fratelli. Aveva i capelli a tega e vestito con abiti passati e ripassati dai fratelli maggiori, andava sempre di corsa. Le scarpe erano un lusso e così in estate scorrazzava per i vicoli di Mevania a piedi scalzi. Caterina, sua mamma, era una donna gentile e molto religiosa, Ruggiero, il padre era anch’egli un brav’uomo ma quando beveva diventava spesso violento e aggressivo.

 

Vanni Da Mevania disegnato da Francesca Marchetti

 

Le botte che prendeva, Vanni se le ricordava tutte. La decisione presa dai genitori di mandarlo a imparare un mestiere gli era sembrata quasi una grazia di Dio. Finalmente se ne sarebbe andato da quella casa affollata e soprattutto non avrebbe più subito le percosse del padre.
Solamente sua madre lo chiamava con il suo vero nome, Giovanni. «Giovanni ricordati di ossequiare Maestro Pietro, non lo contraddire, sii umile e impara bene il mestiere». E ancora «Giovanni non menare gli altri tuoi compagni apprendisti, sii onesto e condividi la felicità che la vita ti ha donato». Vanni era stufo di questi consigli così come presto divenne stufo di sgobbare nella bottega di Maestro Pietro. Era un tipo ribelle ma non sedizioso, non rispettava mai gli orari ed era distratto da altre faccende. Non legava con i suoi compagni di lavoro, li vedeva troppo remissivi. Le sue aspettative di vita nel borgo di Mevania del 1477 erano ben diverse da quelle che gli si prospettavano. Mevania si sviluppava lungo il fiume Clitunno ed era caratterizzata da innumerevoli vicoli lastricati in pietra. La piazza principale era luogo di scambi commerciali. Vanni aveva la passione per la pittura, voleva trasferirsi a Pisa per perfezionare la sua arte acquisita con semplici tecniche da autodidatta. Aveva sentito parlare del Maestro Gianni Matto, è lì che voleva andare, sui lungarni pisani. Si immaginava un futuro da famoso pittore stimato e rispettato. Per realizzare questo suo sogno avrebbe avuto bisogno di tanti denari, ma lui certo non li aveva e di sicuro non li avrebbe accumulati lavorando in quella bottega del taccagno Maestro Pietro. Questi sì che i soldi sapeva farli e tenerli solo per sé. Li custodiva ben nascosti ma quello scaltro di Vanni aveva scoperto il nascondiglio e ogni volta che vi passava vicino gli ritornava alla mente la voce di sua mamma: «Giovanni comportati bene, sii onesto» e le sue tentazioni sfumavano immediatamente. Una sera come tante altre volte, finito di lavorare se ne andò alla locanda per dimenticare la brutta giornata tuffandosi nel solito bicchiere di acqua e vino. «Gaspare cosa c’è di nuovo? Niente come al solito?». «Ragazzo mio a dire il vero oggi abbiamo un ospite particolare. Non ti voltare, lo vedrai dopo. È seduto in fondo vicino al caminetto. È un mercante di stoffe, non so bene da dove provenga ma so per certo, me lo ha detto lui, che è diretto a Pisa. Pernotterà qui in locanda per qualche giorno». «Ah Pisa» esclama Vanni voltandosi verso il forestiero. «Molto interessante».

Il forestiero si chiama Ugolotto Anghieri ed è di bell’aspetto, alto e longilineo. I suoi occhi marroni riflettono sincerità e onestà, caratteri non sempre comuni ai mercanti di quel periodo. È seduto a una tavola assieme ad altri commensali che non conosce e alla stessa tavola va a sedersi Vanni. Erano divisi da un tale che la faceva da padrone in quella tavolata e non si guardarono neppure, ma Vanni decise che lo avrebbe incontrato di nuovo la sera successiva. L’idea di un mercante che era di transito per Pisa gli aveva stuzzicato il progetto di farsi accompagnare in quella città dove, magari, lo avrebbe introdotto nelle migliori botteghe d’arte dando inizio alla sua passione. Fu così che il giorno seguente Vanni e Ugolotto si ritrovarono seduti fianco a fianco e iniziarono a scambiare quattro chiacchiere mentre mangiavano una zuppa di verdure. «Messere il mio nome è Vanni e sono un povero garzone di bottega. I miei genitori hanno desiderio che impari il mestiere di calzolaio ma a me non piace».
«Chiamami pure Ugolotto, sono un semplice mercante di stoffe!». «Allora Vi chiamerò Ugolotto e per questo Vi ringrazio. A me piacciono le tele, i colori e i pennelli. Sento di avere la stoffa per diventare un pittore ma questo mio desiderio mi è ostacolato». «Vanni, cosa posso fare io per te? Non mi chiedere soldi perché quelli che ho sono appena sufficienti per me e per mantenere la mia famiglia. Al di là delle apparenze faccio una vita di sacrificio. Ci siamo appena incontrati e di solito sono molto cauto con le nuove conoscenze. Il mestiere di mercante mi ha fatto conoscere anche molti villani e non sempre ne sono uscito indenne». «Ugolotto, capisco le Vostre perplessità ma io non sono qui per chiederVi del denaro». «Allora cosa vuoi da me?».
«Vorrei sapere, se fosse possibile venire a Pisa con Voi».
«A fare cosa?».
«Di sicuro Voi conoscerete molte persone in quella città e per me potrebbe essere l’opportunità di entrare a far parte di una bottega d’arte». «In effetti conosco tanta gente, questo è vero e ho intrattenuto rapporti di lavoro anche con tanti artisti. Alcuni di loro hanno acquistato in passato i prodotti che vendo e uno in particolare, Maestro Strappino di Vallecupa, è un mio conoscente, e oltre a essere un rinomato scultore credo che faccia affari anche con i suoi dipinti». «Beh, questo potrebbe rappresentare per me un’occasione da non perdere. Come posso fare? Quanti denari mi occorrono per andare a Pisa con Voi e per rimanere là fin tanto che non ho trovato sistemazione degna per iniziare una nuova vita?». «Caro ragazzo di denari ce ne vogliono molti e mi dispiace dirtelo ma questo tuo progetto è destinato a morire ancor prima di nascere. Il consiglio che ti do è quello di continuare a imparare il mestiere di calzolaio, qualcosa dovrai pur fare per vivere».
La mattina seguente Vanni non andò al lavoro ma trascorse la mattinata in compagnia di Ugolotto a ripetergli la solita storia. Rientrò in bottega nelle prime ore del pomeriggio e il Maestro Pietro, appena lo vide, gli andò incontro aggredendolo verbalmente: «Disgraziato, dove diavolo sei stato tutto questo tempo? Lo sai che non ti devi assentare dal lavoro, tanto meno senza chiedermi il permesso?». «Ma io, Signore…». «Ma tu niente, devi stare in silenzio e lavorare. Io sono qua per insegnarti un mestiere. Ficcatelo bene in testa! Ciò comporta anche un percorso educativo che ho l’obbligo di perseguire come da accordi con i tuoi genitori. Ricordati che ti ho preso in questa bottega perché ho stima e rispetto per tua madre Caterina, quella povera donna». «Maestro, avevo un impegno, mi sono peritato a chiedervi il permesso perché ero certo che non me lo avreste accordato». «Cosa? Ora ti accordo io».
Dicendo così con la stecca che aveva in mano iniziò a menarlo talmente forte da fargli sanguinare le mani con le quali Vanni si stava proteggendo il viso.

«Basta Maestro, mi fate male, basta!». «Vai immediatamente a lavarti le ferite e mettiti subito a lavorare. Guarda i tuoi compagni come sono diligenti, cerca di imparare qualcosa anche da loro». «Va bene Maestro» disse Vanni con il volto chino e le lacrime che gli scendevano lungo il viso. Non erano lacrime di dolore ma di rabbia e rassegnazione. La sua anima ribelle e il suo progetto di andare a Pisa si rinvigorirono e si fecero sempre più forti. Lavorò il resto della giornata con il magone alla gola. Quella stessa sera ritornò alla locanda con l’auspicio di rivedere Ugolotto. Si trattenne a lungo ma del mercante nessuna traccia. «Gaspare, ma quel tipo, Ugolotto, non c’è stasera?». «È da questa mattina che non lo vedo, la sua stanza è vuota e in ordine e delle sue stoffe neanche l’ombra. Di certo se ne è andato senza neppure pagarmi il conto».
Il volto di Vanni si rabbuiò e dopo aver bevuto, questa volta un bicchiere di vino schietto, salutò Gaspare e si diresse verso il suo alloggio per dormire. Con i fumi dell’alcol e la temperatura torrida di quella sera Vanni non sembrava particolarmente lucido. Rientrò in bottega come al solito dal retro e passando davanti al nascondiglio, dove Maestro Pietro teneva i soldi, stavolta non esitò. Facendo piano piano, sollevò il mattone e prese la scatola contenente denari e preziosi. La svuotò e nel mentre che stava sistemando il malloppo nelle sue tasche ecco arrivare Maestro Pietro. Con un grosso candelabro in mano face luce su Vanni e cominciò a inveirgli contro: «Maledetto! Ladro! Non ti è bastata la lezione di stamani? Ora ti faccio vedere io!». Dicendo così fece per picchiarlo ma Vanni gli bloccò la mano e con uno scatto fulmineo lo colpì con il candelabro. Non si rese conto di ciò che aveva fatto, imbambolato e disorientato rimase immobile per qualche minuto con lo sguardo perso nel vuoto.
Il maestro Pietro era steso sul pavimento, Vanni, disorientato, salì velocemente le scale, prese il suo fagotto e ridiscese in bottega. Il maestro Pietro aveva ormai quel respiro affannoso che annuncia l’arrivo dell’ultima ora, Vanni in preda al panico uscì sul vicolo e fuori dai propri sensi ebbe la visione della cattedrale di Santa Maria Assunta. Il suo destino era là: Pisa.

Venerdì 10 dicembre alle ore 17.30 presso la Sala dei Notari di Palazzo dei Priori a Perugia, si terrà il secondo incontro del ciclo Le opere d’arte raccontano. Percorsi verso gli anniversari di Perugino e Signorelli in vista del 2023 anno in cui si celebreranno gli anniversari di questi due importanti artisti dell’età rinascimentale. Interverrà il professor Antonio Natali, storico dell’arte, già direttore degli Uffizi dal 2006 al 2015, che affronterà il tema Il pane dell’altare. Immagini dell’Eucarestia nel primo Cinquecento.

 

L’albero sull’acqua più grande del mondo è stato acceso. Ma chi sono i veri ideatori e realizzatori di quest’opera imponente e suggestiva? Si narra che siano un gruppo forte e unito di animali che vivono al Trasimeno, capitanati da Ascanio, un simpatico persico sole con un cappellino a forma di lampadina che s’accende ogni volta che ha un’idea geniale.

Dopo il cortometraggio d’animazione realizzato un anno fa a Luci sul Trasimeno è stato presentato il libro Ascanio, il pesciolino geniale, un libro per tutti, dedicato principalmente ai bambini delle materne e delle primarie. Il racconto, gioioso e accattivante, è ambientato sul lago Trasimeno e narra la storia dell’Albero di Natale fortemente desiderato dal protagonista Ascanio, un giovane pesciolino persico sole. Gliene succederanno di tutti i colori per realizzare un sogno condiviso da tutti i suoi amici animali del Trasimeno, che in squadra affronteranno una grande sfida non senza difficoltà. La storia è corredata da belle illustrazioni che attraggono e fanno incuriosire il giovane lettore. Il libro può essere utilizzato anche per una lettura assistita, tra nonni e nipoti, tra genitori e figli, tra insegnanti e alunni e si presta agevolmente a scopo didattico e formativo per i suoi contenuti naturalistici, informativi e sul territorio. Il font utilizzato nel testo è un carattere inclusivo, che agevola la lettura per i dislessici e facilita quelli che hanno leggere difficoltà visive.

 

 

Alla presentazione di domenica 5 dicembre hanno partecipato gli autori dei testi Marco Pareti, Sara Nuccioni e Luana Sacco, il giovane illustratore Filippo Paparelli, una delle voci del cartone animato Mirko Revoyera, il presidente di Eventi Castiglione del Lago Marco Cecchetti. Saluti istituzionali del sindaco di Castiglione del Lago Matteo Burico, della Direzione Didattica “Franco Rasetti” di Castiglione del Lago rappresentata dalla vicedirigente Roberta Becherini e dall’ex dirigente Stefania De Fazio.
Un ruolo importantissimo hanno avuto due realtà, una pubblica (per il cartone animato) come il GAL Trasimeno Orvietano, rappresentata dalla direttrice Francesca Caproni, e una privata, la Vitakraft Italia s.p.a. importante azienda castiglionese che produce oggetti per gli animali da compagnia, con l’amministratore delegato Claudio Sciurpa che ha subito sposato il progetto del libro, con l’entusiasmo di un vero amante del territorio e del suo ambiente. «Sono contentissimo – ha detto Sciurpa – di aver contribuito a questo libro. Appena mi hanno presentato il progetto ho aderito subito in quanto l’ho trovato bello e originale. Io faccio i complimenti a tutti quelli che ci hanno lavorato e colgo l’occasione per fare i complimenti a Eventi e a tutti i volontari che ne sono l’anima. Grazie con tutto il cuore».
«Questo libro, dopo il cartone animato, è un prodotto carino e utile per trasmettere la conoscenza della realtà del lago Trasimeno – ha spiegato Marco Cecchetti – per far capire ai nostri bambini, in modo simpatico e divertente, l’importanza del nostro ambiente naturale e delle nostre tradizioni. Noi vogliamo costruire qualcosa di importante per il futuro di questo territorio. Per noi è quindi naturale collaborare con le scuole: il ricavato netto delle vendite del libro, grazie alla copertura delle spese che ci ha regalato Vitakraft, andrà alle scuole del Trasimeno per progetti didattici».

 

La presentazione

L’idea di Ascanio il pesciolino geniale nasce dal desiderio di regalare ai bambini del lago Trasimeno una storia che possa farli incuriosire e appassionare al territorio in cui vivono. Quella che viene raccontata è la vera storia dell’albero di Natale più grande del mondo disegnato sull’acqua: il racconto di una sfida e di un’idea geniale che con il lavoro di squadra e tanto impegno, è diventata realtà, metafora di quello che è successo a Castiglione del Lago.
Ma chi sono gli amici di Ascanio? Ecco Louis e Tina: lui è un simpatico gambero di lago di rosso vestito mentre lei è una piccola tinca dalla verde livrea. Poi ci sono Vanda e Hanz che amano passare il tempo a chiacchierare sulle sponde del lago Trasimeno: Vanda è un castoro d’acqua dolce mentre Hanz il germano ha l’accento tedesco. Cassandra è una sinuosa anguilla mentre Martin è un ottimo pescatore e un provetto tuffatore. La Regina del lago è sicuramente lei: nuota imperiosa nei fondali insieme alla sua amica Sissi, una pescegatta dagli occhi graffianti con dei simpatici baffetti. E se il lago Trasimeno ha una sua Regina, di certo Lucio il luccio non può che essere il suo re: ad accompagnarlo in questa folle avventura la dinamica, iperattiva e frenetica Scheggia l’agoncella. Ci sono Giulio il gabbiano, Fabio l’airone e Filippo lo svasso e, a dirigere la realizzazione dell’albero, sarà il saggio gufo Cecè. Il progetto dell’associazione Eventi Castiglione del Lago è stato edito da Corebook Multimedia & Editoria.

 

 

«Un sincero ringraziamento – ha ricordato Marco Cecchetti – va a tutti quelli che hanno collaborato alla realizzazione di quest’opera, all’azienda Vitakraft e al suo amministratore delegato Claudio Sciurpa per aver creduto fin da subito in questo progetto contribuendo a sostenere la sua realizzazione».
Il libro è in vendita a Luci sul Trasimeno nei punti gadget e all’Info Point.

Nel borgo di Castel Rigone, si svolgono i Mercatini di Natale con l’esposizione nei locali, cantine e casette di legno di prodotti tipici, artigianali ed enogastronomici. Una festa gioiosa per grandi e piccini che si protrarrà fino al 6 gennaio 2022.

Babbo Natale nella sua casa

Un programma intenso quello dei Mercatini di Natale a Castel Rigone, dove il suggestivo Borgo medievale già incantevole per paesaggio e accoglienza, è diventato maggiormente attrattivo grazie a questa manifestazione. Tante le attrazioni proposte da tutta la squadra della vitale ed energica proloco locale che, insieme alla comunità intera, ha creato delle magiche atmosfere natalizie arricchendo con luminarie e addobbi le strade paesane e, i privati cittadini, le facciate delle proprie case. La casa di Babbo Natale, bellamente allestita, è la grande attrazione per i bambini.
Bracieri accesi nelle strade per riscaldarsi, musica natalizia vintage con i Casabei, melodie suonate dagli Zampognari di Pietrafitta, lo spettacolo itinerante de La Banda degli Onesti, i Musici folignati e la Soloband, il gruppo musicale degli Almost Jazz, la Banda Musicale e la Banda G. Verdi, entrambe di Castel Rigone, e il Coro Lirico dell’Umbria, sono le proposte musicali in programma che ammantano di note l’antico borgo. La Tombola della Befana, aperta a tutti, sugella la tradizione natalizia.
Gli artigiani espositori che hanno creato delle autentiche opere artistiche e che mettono in mostra, con orgoglio e fierezza, i ricami, le trine, i cappelli, gli scuri artistici, i presepi, gli addobbi natalizi, gli accessori e tanto altro. Delle vere ricercatezze artigiane che ti fanno andare indietro al tempo della tradizione, quando la manualità capace di cotanta bravura si oppone con maestria alla replica artificiale e copia dei manufatti industriali. Reali eccellenze artigiane!
Gli angoli enogastronomici diffusi nel borgo, accompagnano il visitatore che viene rapito dalle incantate atmosfere proposte, con un verso amicale al gusto: una buonissima torta al testo fatta dalle bravissime signore locali, la quale viene accompagnata da un buon bicchiere di vino o da un sidro di mele, che corroborano l’animo mentre il vin brûlé riscalda i momenti più freddi della visita. Proposto anche lo Street Food per gli amanti del genere.

Lorenzo Moretti, presidente della ProLoco

Il presidente della Proloco di Castel Rigone, Lorenzo Moretti, ha dichiarato: «Siamo felici di aver proposto questa ennesima edizione dei Mercatini di Natale, dopo un periodo difficile dovuto al Covid. È un segnale di speranza e con l’occasione, le persone hanno vissuto un evento da condividere insieme. Debbo ringraziare tutta la squadra della ProLoco e tutta la cittadinanza per la riuscita della manifestazione, così come il Comune di Passignano. La creazione del programma di quest’anno ci ha visti, ancora una volta, molto impegnati in blocco con gran passione e dovizia e siamo molto soddisfatti di quello che offriamo a chi ci viene a trovare».
Presente alla manifestazione, nella sua Castel Rigone, il consigliere regionale Eugenio Rondini che, con vanto e compiacimento per il successo della manifestazione, ci ha detto: «Ringrazio la ProLoco di Castel Rigone e tutta la Comunità, per la straordinaria organizzazione e riuscita dell’evento che tutti insieme si è riusciti a ottenere con una grande qualità per la valorizzazione delle tipicità locali. I Mercatini di Natale sono un importante attrattore turistico per Castel Rigone, insieme ad altri importanti eventi del Trasimeno, che tutti insieme forniscono un’offerta varia e speciale per il turista.

Eugenio Rondini, consigliere regionale

Insieme ai Mercatini di Natale di Castel Rigone, l’Albero di Natale più grande del mondo disegnato sull’acqua, a Castiglione del Lago, e quello della speranza di Isola Maggiore nel Comune di Tuoro sul Trasimeno fino al muro d’acqua di 200 mq circa innalzato sul lago a Passignano sul Trasimeno dove viene proiettato un corto animato sulla leggenda di Trasimeno e Agilla, insieme a tutte le altre iniziative degli altri borghi lacustri».
I mercatini di Natale sono in connubio con l’evento Tra Borgo e Leggenda di Passignano, anch’esso presenta un ricco programma di spettacoli, musica, arte, cultura, mostre, maghi, esibizioni e tanto altro, che si terrà dal 25 dicembre al 6 gennaio. I mercatini di Natale Castelrigonesi, sono organizzati dalla ProLoco locale con il supporto del Comune di Passignano sul Trasimeno.

 


Il programma è disponibile sulla pagina Facebook

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