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«La mia cucina parte dai colori, dai profumi e dai sapori della terra in cui vivo. L’Umbria è in tutti i miei piatti come espressione del mio legame con il territorio, con le sue tradizioni e con le materie. Proporre un menu significa per me far percorrere un viaggio multisensoriale tra i paesaggi e i sentori di questa regione».

«Se mi assegnano la Stella Michelin faccio una festa che dura tre giorni. Devi venire anche tu!» (scherza). Paolo Trippini, classe 1979, top  chef umbro di Civitella del Lago (Terni), deve attendere solo fino al 25 novembre per sapere se lui e il suo Ristorante Trippini saranno insigniti di questo ambito riconoscimento. «È l’Oscar della cucina?» chiedo. «Esatto, è inutile far finta che non interessi. A me interessa eccome». Nel frattempo lo chef è stato nominato Ambasciatore Italiano del Gusto, primo e unico umbro entrato a far parte della prestigiosa associazione italiana che promuove, sostiene e valorizza, nel mondo, il patrimonio agroalimentare ed enogastronomico di eccellenza made in Italy e made in Umbria. Dal 2015 è membro dei Jeunes Restaurateurs d’Europe, associazione che riunisce i migliori e i più giovani rappresentanti dell’alta gastronomia; è, inoltre, docente della scuola del Gambero Rosso e partner della famiglia Eataly, per cui, nel food district Eataly di Roma, ha portato il suo Bosco Umbro.
Trippini, stagione dopo stagione, racconta il suo territorio attraverso il menu e regala aneddoti – tramandati di padre in figlio – come fosse un diario di bordo, per un viaggio alla scoperta di un’intera regione, dei suoi usi e costumi, del suo tessuto sociale, economico e culturale.

È forse troppo facile farle questa domanda: qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame viscerale. Sono nato e cresciuto in Umbria e ho un amore spassionato per tutto quello che è umbro: dal cibo ai panorami fino alla cultura.

Ritroviamo i sapori dell’Umbria anche nei suoi piatti e nella sua filosofia in cucina…

Assolutamente. Negli ultimi anni abbiamo fatto un percorso per portare nel piatto tutti gli ingredienti tipici umbri, anche contaminati con altre cucine.

Diventare chef è stato quasi un passo obbligato – visto il ristorante di famiglia – oppure è quello che ha sempre sognato di fare fin da piccolo?

Ho sempre sognato di fare questo lavoro e non penso di essere capace di farne un altro. Non ho mai avuto dubbi a riguardo, per me è il lavoro più bello del mondo! Sono una persona fortunata, faccio ciò che mi piace e non è un lusso che tutti possono avere.

 

Paolo Trippini, 41 anni

È il primo e unico umbro nominato Ambasciatore Italiano del Gusto: cosa significa per lei questo riconoscimento?

Per me è un bellissimo riconoscimento di cui sono molto orgoglioso, ancora di più perché sono l’unico umbro. Essere Ambasciatore del Gusto vuol dire far conoscere al mondo quali sono le proprie tradizioni e la propria cultura del cibo. È una bella responsabilità.

E cosa significa per la regione?

Avere un umbro che si può sedere al tavolo con i rappresentati delle altre regioni è molto importante. Così com’è importante confrontarsi con altri chef e presentare loro tutti i sapori dell’Umbria: parlo di Antonino Cannavacciuolo, Carlo Cracco, di top chef o stellati.

A proposito di stellati, la stella Michelin è un obiettivo?

Le stelle le vedo tutte le sere! (scherza). È ovviamente un obiettivo, ogni anno lavoriamo anche per questo e se arrivasse saremmo felicissimi, anche per l’Umbria. Sono onesto, se la ottengo faccio una festa che dura tre giorni. È il riconoscimento più importante per un cuoco, è inutile far finta che non interessi. I risultati di quest’anno escono il 25 novembre. Chissà! Vedremo!

Allora, incrociamo le dita…

Ve lo faremo sapere. Vi invito alla festa!

La ristorazione è uno dei tanti settori colpiti dal lockdown localizzato: come affronta questo periodo? Pensa che sia una giusta precauzione?

Finora abbiamo fatto tutto ciò che c’era da fare. Sicuramente non vorrei essere nei panni di chi ci governa in questo periodo, sai a livello nazionale sia regionale. Il problema c’è ed è inutile nascondersi: il DPCM che ha ufficializzato la chiusura dei ristoranti ci ha lasciato un po’ amareggiati; avevamo fatto tanto: distanziato i tavoli e istallato le varie protezioni per scaglionare la gente. Questa chiusura andava gestita in maniera diversa, magari con la prenotazione e un’autocertificazione avremmo potuto continuare a lavorare come prima. I bar e i ristornati sono due realtà distinte e si potevano gestire in modo diverso: nel ristorante gira meno gente, l’apertura è ridotta – non più di tre ore – e tutto si controlla più facilmente.

Ci racconti la sua Umbria a tavola…

È una regione genuina. La sua cucina è molto radicata nel territorio e fonda tutto il suo gusto sui prodotti del bosco, sia a livello vegetale sia animale. Un giornalista una volta mi disse: «L’autunno è la primavera umbra», in effetti questo periodo è il più bello, per l’Umbria. Abbiamo funghi, tartufi, castagne…

Se l’Umbria fosse un piatto, quale sarebbe?

Senza dubbio il Bosco umbro. È una mia specialità vegetale che si rinnova con le stagioni, ma sempre inconfondibilmente legata al cuore dell’Umbria. Oppure, se vogliamo pensare alla tradizione, il piatto che più ci rappresenta è il piccione, uno dei più ambiti nei ristoranti gourmet di tutto il mondo. Ho un aneddoto legato a questa cucina: ancora oggi non sono riuscito a cucinare un piccione in salmì buono come quello che fa mio padre. Il piccione in salmì rappresenta proprio l’Umbria, in tutto e per tutto.

La nostra regione non è molto famosa per il cibo: come mai?

È vero. In pochi sanno che in Umbria si mangia bene. Al di fuori non viene mani riconosciuta per questa peculiarità; ad esclusione dei romani, che vengono qui per mangiar bene. Inoltre, ci sono tanti chef famosi e stellati che comprano nelle aziende umbre che garantiscono prodotti eccellenti, ma anche questo è poco conosciuto. È un vero peccato: a volte non abbiamo la consapevolezza del potenziale che c’è qui, dobbiamo presentarci al di fuori con il vestito migliore. Questo è un mio obiettivo da ambasciatore.

Nella sua cucina non manca mai…

Come ingrediente, nella mia cucina, non manca mai la ricotta. Come status, non deve mancare mai il rispetto e la voglia di scoprire e conoscere.

C’è un piatto o un ingrediente che odia cucinare o mangiare?

Uno in particolare no, cerco di assaggiare tutto e mangio di tutto, ma direi che i cachi non mi danno nessun gusto quando li mangio. È un frutto che non utilizzo nemmeno in cucina. Non mi dà soddisfazione.

Facciamo un gioco: panpepato o pinoccate?

Panpepato.

Norcina o umbricelli al tartufo?

Norcina.

Rocciata o ciaramicola?

Rocciata.

Castagnole o torcolo di San Costanzo?

Castagnole.

Lenticchie o cicerchiata?

Cicerchiata.

Per finire, come descriverebbe l’Umbria con tre prodotti locali?

Legumi, ricotta, piccione.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione?

Burbera.

«La rivalità tra Terni e Perugia è divertente e fa parte del gioco, basta che non si esageri altrimenti diventa stupido. Il Perugia in C? Beh, sì che ho goduto!».

Francesco Lancia è uno che lavora dietro le quinte come autore di numerose trasmissioni televisive per Rai, La7, Sky, Mediaset, DeejayY Tv e Comedy Central. È anche autore e voce di Radio Deejay, nel programma Chiamate Roma Triuno Triuno con il Trio Medusa e proprio quest’estate, durante la trasmissione radiofonica, ha fatto uno spot divertente e decisamente efficace, per incentivare il turismo in Umbria. Lui, umbro di Terni, è molto legato alla regione e alla sua città: qualche giorno fa, in dialetto ternano, ha lanciato un appello da influencer per incentivare l’uso della mascherina. «Appena posso nei miei spettacoli e testi cerco sempre di inserire l’Umbria. Ho citato persino Perugia!» (scherza). «Vorrei vedere!» gli rispondo di getto. Nel corso della nostra chiacchierata via Skype, la rivalità tra Perugia e Terni è venuta fuori – non poteva essere altrimenti: un sano sfottò, quello che ti fa fare una risata. Ma l’obiettivo dell’intervista è far conoscere Francesco, diventato famoso ai più per «Venite in Umbria, str…».

Visto l’appello che hai fatto quest’estate non posso che chiederti: qual è il tuo legame con l’Umbria?

È un legame molto forte: sono nato a Terni, ho vissuto a Terni fino a 18 anni poi sono andato a studiare a Roma e, a causa del mio lavoro, ora vivo qui, ma i miei genitori abitano ancora a Terni e appena posso vado a trovarli. Le feste comandate (come si dice) le passo sempre lì. Inoltre, nei miei spettacoli cerco sempre di citare la città o la regione proprio per evidenziare il mio attaccamento.

Informatico, autore televisivo, speaker radiofonico, attore, doppiatore: di preciso chi è Francesco?

Non lo so ancora! Posso dire che il mio mestiere principale è quello di autore radiotelevisivo, poi dall’autoraggio radiofonico sono diventato anche una voce, ma la mia grande passione è quella dell’improvvisazione teatrale. Ovviamente oggi è difficile vivere solo di teatro, ma è una bellissima passione che cerco di portare avanti. Sono uno a cui piace fare un sacco di cose e cambiare spesso, magari tornerò a fare l’informatico, mai dire mai!

Quindi l’improvvisazione è la tua passione?

Sì, sono disposto a fare chilometri e chilometri anche gratis. Gli altri sono anch’essi divertenti, ma rimangono lavoro. Scrivere mi piace tantissimo, lavorare in radio anche, ma è dall’improvvisazione che è nato tutto, sono partito da lì.

 

Francesco Lancia, ph Elisa Pìzza

Sei anche uno dei fondatori della compagnia teatrale de I Bugiardini che fa proprio teatro d’improvvisazione…  

Esatto. Saliamo sul palco senza avere nulla di pronto e chiediamo al pubblico cosa vuole vedere. Riusciamo a realizzare uno spettacolo con una storia e delle canzoni, così, creato dal nulla. È molto divertente sia per il pubblico sia per noi attori. Non sai mai quello che succede. Devo dire che è utile anche per la vita di tutti i giorni: se arriva un imprevisto sai come affrontarlo e come reagire al meglio. Un corso d’improvvisazione lo consiglierei a tutti.

C’è un programma che hai scritto di cui sei più orgoglioso?

Tanti. Ho sempre avuto la fortuna di lavorare in programmi che mi sono piaciuti, fin dal primo realizzato col Trio Medusa. Poi da autore ho scritto il programma per La7 la Gaia Scienza, se potessi lo rifarei domani, mi sono divertito moltissimo. Non posso non nominare anche Zero e lode andato in onda su RaiUno. Sono molti i programmi che ho voluto fare e pochi quelli che ho dovuto fare. Mi sento un privilegiato!

Partendo da Terni, come si arriva a fare tutto questo? Come hai cominciato?

Ho rinunciato a un contratto a tempo indeterminato per iniziare seriamente la carriera di autore… immagina la reazione dei miei genitori! Passo dopo passo, per ora è andata bene…

La tua promozione dell’Umbria su Radio Deejay quest’estate ha avuto un grande successo…

Sì, me lo hanno detto in tanti e alcuni sostengono che sia anche un po’ merito mio il turismo di quest’estate. Io non penso: l’Umbria è meravigliosa ed è facile da raggiungere. Io posso aver messo il tarlo in testa a qualcuno, ma il grosso lo fa il territorio.

Com’è nato il pezzo?

Quel pezzo l’ho scritto al volo, la mattina stessa e l’ho fatto con molta leggerezza. Sono contentissimo che sia diventato virale! Quando posso, cerco sempre di valorizzare la regione: non si può restare attaccati al solo passato industriale – parlo di Terni – si deve puntare su altro come ad esempio l’enogastronomia. «Ma quando se magna bene in Umbria?!» Ma in pochi lo sanno. Inoltre, ti do una notizia in anteprima: per Comedy Central ho girato una puntata particolare (andrà in onda tra diversi mesi) e tutto quello che serviva lo abbiamo trovato in Umbria. Siamo stati al Caos di Terni, all’Abbazia di San Pietro in Valle e al museo delle mummie di Ferentillo. È una regione tutta da scoprire.

Per il turismo natalizio cosa potremmo dire? Venite in Umbria a Natale…

Intanto ci sono io, in Umbria a Natale, che mangio il panpepato – lo faccio anche a Roma con la mia ricettina e poi lo regalo. In Umbria non c’è il mare, quindi quale migliore occasione se non d’inverno, poi non nevica o nevica poco, ci sono un sacco di cose da vedere: l’albero di Gubbio, la Stella di Miranda a Terni… una buona meta a basso costo per il Natale! Situazione Covid permettendo.

Hai fatto il liceo scientifico Galileo Galilei di Terni… io quello di Perugia! Da qui ti chiedo: l’ha mai sentita la rivalità tra le due città?

Avoja! Ci gioco spessissimo sulla rivalità tra le due città, ovviamente in modo goliardico, non farei mai nulla di male ai cugini biancorossi. Ho una carissima amica perugina e ce le diciamo di tutti i colori, perché è divertente. Come hai sentito, nello spot ho nominato anche Perugia e ci sono tante persone intelligenti perugine – (scherza) – che in radio mi scrivono per prendermi in giro per l’accento ternano. Lo fanno simpaticamente. Fa parte del gioco. Da ragazzo poi, vivevo la rivalità anche a livello calcistico.

Quindi sei tifoso?

Della Ternana sarò sempre tifoso. Da ragazzo andavo in curva, in trasferta… ora seguo molto poco il calcio, però: «Che ha fatto la Ternana?» lo devo sapere ogni domenica. Finché il campanilismo è divertimento va bene, quando esagera diventa stupido.

Dì la verità: hai goduto della retrocessione in serie C del Perugia?

Beh, per forza! Un po’ sì (ride). In questo momento è una guerra tra poveri, ma fa godere lo stesso! Vediamo cosa succede quest’anno.

Sei un appassionato di giochi da tavolo: qual è il tuo preferito?

Ne ho più di 400. Non sono i classici giochi, sono i giochi da tavolo di ultima generazione, quando li ho scoperti mi si è aperto un mondo. È complicato sceglierne uno.

Se l’Umbria fosse un gioco da tavolo, quale sarebbe?

È una bellissima domanda. Potrebbe essere Indovina chi? Tipo: «C’è la metropolitana?» si butta giù tutto e finisce, oppure «Ci sono Santi famosi?» «Sì» allora si lasciano alzati Terni, Assisi, Cascia. Ci si potrebbe pensare.

Come descriveresti l’Umbria in tre parole?

Natura, cibo, Natale.

La prima cosa che ti viene in mente pensando a questa regione…

Il verde, la cascata delle Marmore.

Passare una notte al museo adesso è possibile. Magari il Tirannosaurus Rex non si anima, ma voi dormirete negli stessi luoghi dove circa 3 milioni di anni fa vivevano le sequoie giganti e dove passeggiava la tigre con i denti sciabola.

 

Se incontrate un cinghiale guardatelo con rispetto: lui c’era anche 3 milioni di anni fa e passeggiava tra le piante che oggi si vedono nell’arboreto e scappava dagli ominidi che volevano farlo arrosto. Il mare si era ritirato da un milione di anni spargendo qui e là dei fossili.
Allora il clima era molto più caldo e più umido di oggi, la valle Tiberina era una grande lago e sulle sue rive crescevano le piante che MOFF’art (Museo Open della Foresta Fossile) ha piantato nell’arboreto, accanto alla Foresta Fossile di Dunarobba.
Quando si dice Foresta Fossile si immagina di penetrare in una vera foresta con tanti alberi di pietra ben dritti sulle loro radici. Alberi come colonne. La realtà è molto diversa. Degli alberi non restano che dei monconi di tronchi pietrificati, ma a Dunarobba essi hanno seguito una storia diversa e unica al mondo. Le sequoie che si vedono a Dunarobba sono mummie che si sono mummificate da sole. Non sono fasciate e non sono nei sarcofagi. Si devono aspettare oltre due milioni di anni prima che gli Egizi imballino mummie di persone e animali. Gli alberi fossili sono alberi che gli eventi hanno fatto crollare, che sono stati sepolti e lentamente la silice ha sostituito ogni molecola organica lasciando al posto del vecchio albero, la sua immagine in pietra.
Invece qui le sequoie sono state sepolte sotto l’argilla, che ha tolto l’ossigeno alla pianta così da non farla marcire. Poi, molto lentamente, il tronco si è disidratato. Milioni di anni sono passati e il legno è ancora là. A toccarlo non è freddo, è legno. Le sequoie erano giovani virgulti in un’epoca che si chiamava Pleistocene e che ha visto muovere i primi uomini.

 

Foresta Fossile

Un museo a cielo aperto

La Foresta Fossile di Dunarobba è parte integrante di MOFF’art, il museo a cielo aperto che la cooperativa Surgente ha ideato nel territorio di Avigliano Umbro per valorizzarlo da un punto di vista culturale e sportivo. Si arriva in macchina, ma l’ambiente è adatto a fare trekking e ci sono anche sentieri per le biciclette e si vive in mezzo alla storia dell’umanità: la Foresta Fossile è epoca di ominidi, mentre la via Amerina, che si incrocia, parla di Etruschi e Romani. Poi ci sono i borghi con i castelli medievali che ricordano che, mentre da una parte la gente si scannava, dall’altra c’era chi pregava e chi faceva arte.
Dopo una giornata ricca di emozioni si va a dormire. All’aperto? Non proprio. Per dormire ci si appoggia all’Acero Grande, che vuol dire ospitalità diffusa su un territorio di 50 km quadri, che va dal B&B all’agriturismo e all’albergo. Si spazia anche come qualità dell’ambiente: dalle colline dei castagni di Santa Restituta alle bellezze artistiche di Avigliano.
Massimo Manini, direttore della Cooperativa Surgente, mi spiegava che la Foresta di Dunarobba è stata in abbandono per decenni, mentre adesso la Cooperativa l’ha presa sotto la sua tutela e le ha impresso un indirizzo nuovo. Il centro di accoglienza ha un piccolo museo che illustra l’ambiente della Foresta e accanto c’è anche un laboratorio didattico. La visita è sempre guidata da esperti che ricostruiscono, con il racconto, la storia di quei tronchi che adesso, per preservarli dalle intemperie, sono sviliti da tetti verdi che fanno assomigliare il posto ad un accampamento indiano. Il centro di accoglienza ha in programma il Non Festival fino al 1 settembre, con spettacoli, laboratori ed escursioni. (www.acquamadrenonfestival.com) per celebrare l’acqua e il suo mito.

 


(FORESTA FOSSILE DUNAROBBA – COOPERATIVA SURGENTE 0744/940348)

Mercoledì 26 agosto, presso il Baraonda di Piediluco, si chiude la splendida stagione teatrale che ha visto Stefano de Majo protagonista di cinque diversi spettacoli che ogni due settimane, da inizio luglio a fine agosto, hanno portato il teatro al mercoledì sul lago di Piediluco.

Una rassegna che ha fatto sempre il tutto esaurito, a coronamento di tre anni di stagioni teatrali a cura dell’attore ternano, nate sul battello e ora per la grande richiesta, oltre al distanziamento Covid, sbarcate nel teatro sul lago.

 

 

Lo spettacolo su Rino Gaetano racconterà, nel consueto stile metateatrale e affabulatorio di Stefano de Majo, non solo la vita e l’opera del cantautore, che ha avuto contatti anche nel nostro territorio avendo frequentato le scuole medie a Narni, presso il collegio del locale seminario dei frati, ove emerse la sua vena poetica avendo scritto nel periodo narnese il suo poema E l’uomo volo un viaggio immaginifico in cui si palesano già tutti i temi che poi Rino Gaetano svilupperà nel corso della sua breve ma intensa carriera. Ma la piéce di de Majo rivelerà anche i tanti misteri che avvolgono la vita e soprattutto la morte del cantautore crotonese, nonché i tanti riferimenti a scandali, stragi, complotti e servizi segreti che sono celati dietro l’apparente nonsense delle sue canzoni. Il tutto come sempre accompagnato dalla musica dal vivo dei valentissimi musicisti, tutti di esperienza internazionale che hanno fatto da colonna sonora alle rappresentazioni teatrali di de Majo.

Il cast musicale ha visto infatti protagonisti l’eccellente contrabbassista Joy Grifoni, il violinista Gustavo Gasperini, il percussionista Tiziano Tetro e il pianista, trombettista e cantante Fabrizio Longaroni. Sono state così inseriti nel testo teatrale oltre dieci richiami alle più belle canzoni di Rino Gaetano da cui testi l’attore ternano estrapolerà incredibili rimandi a fatti inerenti la politica italiana che solo anni dopo quelle canzoni vennero alla luce.

Un Rino Gaetano che da giullaresco artista nonsense superficiale e disimpegnato si rivelerà dunque il più profondo e impegnato dei cantautori italiani, capace ancora oggi, a quarant’anni dalla morte di parlarci, facendoci sorridere e distrarre con il suo stile scanzonato ma al contempo di farci riflettere, come in fondo deve fare sempre il teatro.

 


Prenotazioni presso Baraonda 392.5445462

Far conoscere alla cittadinanza, attraverso la cultura, la storia dell’antica chiesa di San Giovenale a Cecalocco.

Questo l’obiettivo dell’iniziativa RecuperiAMO San Giovenale, in programma sabato primo agosto alle 18 nell’area picnic di Cecalocco, accanto alla chiesa di San Giovenale di Cecalocco. L’evento è organizzato dall’associazione culturale Porto di Narni, approdo d’Europa, che così torna in campo a pochi giorni dal riuscito evento MozarTiAmo, organizzato per celebrare i 250 anni del passaggio del grande musicista austriaco a Terni e inserito all’interno del cartellone del Terni Falls Festival, che ogni anno celebra il passaggio nel territorio ternano dei protagonisti del Grand Tour.

 

 

L’obiettivo – La chiesa di San Giovenale versa ormai nel degrado e l’obiettivo è quello di sensibilizzare la cittadinanza e le istituzioni in ottica di un recupero artistico e strutturale. L’evento punta a questo obiettivo tramite la cultura: verrà non solo presentata la storia della chiesa e dell’area di Cecalocco, anche attraverso le testimonianze dei residenti, ma anche proposta una performance teatrale di Stefano de Majo e Marialuna Cipolla, con la presentazione anche di una acquaforte del maestro Massimo Zavoli. “Come da consuetudine – spiega Christian Armadori, presidente dell’associazione Porto di Narni, approdo d’Europa – lo spirito è proporre un’occasione conviviale all’insegna della storia locale, il teatro, la musica, la pittura, il rispetto per l’ambiente e la voglia di stare insieme. L’idea nasce dalla volontà di coinvolgere la cittadinanza sulla necessità di salvare la deliziosa chiesa di San Giovenale, un edificio di culto costruito tra il XII e il XIII secolo, in precario stato di conservazione, che presenta all’interno dei pregevoli affreschi”. Il sito ricade sotto la giurisdizione ecclesiastica della Diocesi di Spoleto.

Il programma – L’incontro è previsto alle 18 nell’area picnic di Cecalocco, accanto alla chiesa di San Giovenale. Il presidente Armadori fornirà ai presenti informazioni storiche sull’edificio di culto, supportato dalle testimonianze degli abitanti di Cecalocco, che più volte hanno sollecitato un necessario intervento di recupero. Seguirà quindi l’artista Massimo Zavoli con la presentazione di un’acquaforte sui Protomartiri, nativi proprio di questa zona dell’Umbria meridionale, di cui ricorrono 800 anni dal martirio. Spazio poi al teatro, con l’attore Stefano de Majo che metterà in scena il suo spettacolo Francesco: allodola di Dio, accompagnato dalla voce e dalla chitarra di Marialuna Cipolla, nei panni di Santa Chiara. Sarà dunque richiamata la figura del Poverello di Assisi per invocare il restauro della chiesa.

Per chi volesse mangiare in loco, sarà in funzione un punto ristoro con panini e bibite gestito dall’agriturismo La Mela Rossa, sponsor dell’iniziativa. L’evento è aperto a tutte le associazioni del territorio che vorranno dare il loro supporto. Per informazioni: assportodinarni@gmail.com oppure 379-1380908 (Christian) o 328-8443594 (Anna).

Il Commissario straordinario, Gioacchino Napoleone Pepoli, il 15 dicembre 1860 con il decreto n. 197 istituiva la Provincia dell’Umbria: venivano in tal modo riunite le preesistenti quattro delegazioni pontificie di Orvieto, Perugia, Spoleto e Rieti e a esse veniva accorpato anche il mandamento di Gubbio, sottratto alla delegazione di Urbino e Pesaro, in cambio del mandamento di Visso che veniva invece ceduto a Camerino. La Provincia dell’Umbria si trovò dunque articolata in 6 circondari, suddivisi in 176 comuni e 143 appodiati per una superficie complessiva di 9702 km2.

 

La Provincia dell’Umbria nacque in mezzo a grandi polemiche e scontenti che il marchese Pepoli cercò di sedare sia con la parola, richiamando le popolazioni a dare prova di abnegazione «sacrificando al bene della patria le tradizioni e gli interessi municipali»[1], sia con la forza, sedando sul nascere possibili reazioni armate. Il Palazzo della Provincia, fin dalla scelta strategica del luogo della sua edificazione, ossia dove un tempo sorgeva la Rocca Paolina, odioso simbolo del potere papale, ha una forte valenza simbolica. La scelta di affidare a Domenico Bruschi l’impresa decorativa del Palazzo non risulta in quest’ottica certo casuale e, se da un lato deve essere stata favorita dall’aver egli lavorato in più occasioni a fianco dell’architetto Antonio Cipolla, a cui era stata affidata la perizia del nuovo palazzo, di sicuro essere stato il figlio di Carlo che aveva partecipato alla prima guerra di indipendenza diventa garanzia di adesione profonda alla modernità e di fedeltà all’Italia unita con le proprie istituzioni. Il ciclo degli affreschi del Bruschi, iniziato nell’estate del 1873 e terminato in occasione del primo Consiglio provinciale tenutosi il 10 settembre di quell’anno, ha pertanto un fortissimo valore simbolico volto a sancire l’ufficialità della nuova istituzione. Nella Sala del Consiglio il Bruschi rappresenta 8 figure allegoriche, personificazioni delle entità politiche di recente creazione. Colloca l’Italia e la Provincia dell’Umbria l’una di fronte all’altra, affiancate dalle città di Foligno, Orvieto, Perugia, Rieti, Spoleto e Terni «in una disposizione radiale e sostanzialmente agerarchica che sottolinea l’armonico concorso delle parti all’unità»[2]. La Provincia dell’Umbria viene collocata, e non a caso, in corrispondenza dello scranno del Presidente ed è rappresentata seduta su un trono di pietra che reca gli stemmi delle città di Perugia, Foligno, Terni, Spoleto, Rieti e Orvieto ed è sormontato dal gonfalone della Provincia dell’Umbria (un grifo azzurro passante su sfondo rosso).

 

Domenico Bruschi, Provincia dell’Umbria, 1873 (Perugia, Palazzo della Provincia)

 

Sullo sfondo un paesaggio collinare che, insieme ai rami di ulivo e di quercia che la donna sorregge con la mano destra e al grano e ai frutti che escono dalla cornucopia sulla sinistra, suggeriscono la vocazione agricola e al contempo la fecondità del territorio della Provincia dell’Umbria. La donna è vestita con un ricco abito di broccato azzurro e oro. I colori ribadiscono ancora, con la loro simbologia, l’immagine che si vuole trasmettere e, mentre il blu prefigura la lealtà e la pietà, l’oro garantisce la legittimità del potere, la gloria e la potenza. Non a caso l’aquila, che da sempre simboleggia la potenza cosmica e che viene scelta come animale per reggere il cartiglio con il nome Provincia dell’Umbria nella Camera n. 10 dello stesso Palazzo, è immersa in un cielo stellato eseguito con gli stessi identici colori.

 


[1] Citazione tratta da G.B. Furiozzi, La Provincia dell’Umbria dal 1861 al 1870, Perugia, Provincia di Perugia, 1987, p. 7 e n. 10.

[2] S. Petrillo, La decorazione pittorica tra nuovi simboli, storia e politica per immagini, in F.F. Mancini (a cura di), Il Palazzo della Provincia di Perugia, Perugia, Quattroemme, 2009, p. 218.

Ho sempre amato i film d’avventura. Quei film dove il protagonista trova una mappa del tesoro e parte alla scoperta di città fantastiche nascoste tra foreste o montagne.

Sono stato sempre attratto dalla voglia di scoprire e mi buttavo a capofitto nella visione di film come All’inseguimento della pietra verde o I
predatori dell’arca perduta. Ci metto di mezzo anche i videogiochi, e come non innamorarsi di Lara Croft che risolveva misteri tra le antiche rovine in Tomb Raider?
È un po’ così che mi sono sentito quando mi sono ritrovato per la prima volta in questo gigantesco complesso industriale di inizio Novecento, stretto e abbandonato tra le montagne dell’Appennino umbro. Ero Michael Douglas che si muoveva tra le piante della giungla e allo stesso tempo ero Harrison Ford che evitava una trappola con il suo fedele cappello. Mi ero immerso completamente nella parte perché, complice il mio divagare con la mente e l’atmosfera che si respirava appena entrati, la sensazione era proprio quella.

 

Papigno

Foto di Giulio Rosi

 

Quello che si mostrò davanti a me e ai miei amici era un alternarsi di piante ed edifici di inizio secolo che, scendendo, ci portavano nel cuore di quello che era il fulcro di tutta la centrale. Con quei vecchi ganci con le date in risalto – 1907 – funi d’acciaio e ponti, vasche e pozzi, edera e pietre, il complesso si allargava e mostrava tutti gli stabilimenti costruiti successivamente. Grandi, imponenti, abbandonati a se stessi. Ogni volta che entro in un posto così ho sempre la stessa sensazione: mi sembra che il tempo si sia fermato improvvisamente e che tutto ciò che c’era intorno sia fuggito all’improvviso. È per il fatto che sedie, tavoli, fogli di carta con date, numeri, nomi, sono lasciati lì come se un giorno io mi alzassi dalla mia scrivania e me ne andassi per sempre.

 

Foto di Giulio Rosi

Ed era così anche lì, con la potenza visiva che la stanza delle turbine riuscì a trasmettermi con la sua struttura a V, i macchinari spolpati dai ladri di metalli, i suoi inquietanti graffiti che perfettamente si incastonavano, rendendo il tutto una sorta di tempio decaduto della modernità.

 

Foto dell’autore

Papigno

Foto dell’autore

 

Ma lo stupore più grande, quello capace di disorientarmi completamente e di scuotermi, fu quando entrammo nei capannoni centrali. Questi, dei padiglioni giganteschi sicuramente più recenti rispetto al resto della centrale, ospitano da decenni diversi set cinematografici, tra
cui spiccano su tutti quelli della Vita è bella e Pinocchio. Per un appassionato di cinema come me trovare un intero paese dei balocchi, con le sue giostre, le sue case appariscenti, i volti dipinti di donne e uomini in vestiti sontuosi, le chiese vuote di legno e le case popolari dipinte a mano, è stato un immenso stupore. Un meccanismo svelato di quello che è il cinema, di quel cinema costruito a mano a cui normalmente non pensiamo. Le scenografie immense, come la stazione dei treni che arrivava fino in cima al capannone, alta oltre dieci metri e piena di polvere.

 

Foto dell’autore

Foto dell’autore

 

Girando lì e scattando le mie foto in un religioso silenzio, ho pensato alla storia di quel posto. Sapevo dell’esistenza di un progetto voluto da più parti che voleva un prestigioso studio cinematografico qua in Umbria. Ci si è provato per più anni: prima Benigni, poi la stessa Cinecittà, che ha investito per costruire gli Umbria Studios, ma ora avevamo tutto ciò di fronte a noi, tra polvere e incuria.
La sede degli studios è composta da palazzi nuovissimi, costruiti sempre all’interno del complesso. Entrando lì non si respirava la stessa aria decadente di prima, non c’erano macerie sparse o vetri rotti, solo mobili vuoti e fogli sparsi ovunque. Non è stato difficile imbattersi in sceneggiature lasciate lì, vestiti di scena o schede di gente che voleva fare l’attore. I loro visi, le loro esperienze pregresse, le loro speranze racchiuse in fogli gettati a terra all’interno di quel posto dimenticato.
Prima di andarmene chiesi agli altri di ripassare un attimo all’interno del paese dei balocchi. Ho ripensato di nuovo al sogno di creare qualcosa d’importante e poi ho visto l’edera che filtrava dalle fessure sul cemento.
Me ne sono andato così. Tornandomene a casa ho ripensato poi – sempre rimanendo in campo cinematografico – ai film d’avventura che tanto mi piacciono. Ho riflettuto sul fatto che anche loro, i grandi esploratori, ogni volta alla fine del film se ne tornano a casa con nulla.
Trovano la città fantastica e poi, una volta lì, devono fuggire e abbandonarla senza avere la possibilità di farla conoscere al mondo.
Un senso d’incompiuta meraviglia: era questo che, facendo le dovute proporzioni (mi manca il cappello di Indiana Jones), provavo anche io nella mia auto mentre me ne tornavo a casa.

 

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«La cercan qui, la cercan là. Dove si trovi, nessun lo sa».

Sono i versi famosi della Primula Rossa, l’eroe a doppia personalità come Superman, che ha sottratto tanti nobili al lavoro della ghigliottina durante la Rivoluzione Francese, dando filo da torcere a Robespierre e soci. Anche le strade possono dare filo da torcere se sono molto antiche e un po’ abbandonate.
La nostra Primula Rossa è una via a nord di Roma che ha più di 2.200 anni e che collegava la città di Faleri, capitale dell’antica popolazione laziale dei Falisci, con Amelia, poi Todi e Perugia, per finire a Chiusi. Attraversava la Tuscia andando verso Nord e scendeva a sud senza arrivare a Roma. Ci penseranno i Romani a farla arrivare in città. I Falisci avevano sottovalutato i rissosi vicini emergenti che, nel 214 a.C., uscirono da Roma e li spazzarono via. Del mondo Falisco non resta molto. Quello che i Romani non hanno distrutto è stato modificato nel tempo.

 

Via Amerina

Via Amerina

Che cos’è una strada?

La strada è una striscia di terra che collega due luoghi per motivi sociali e commerciali fin da quando Lucy ha lasciato l’Africa. Le strade sono state costruite anche per far muovere meglio gli eserciti, in particolare quello romano, tanto da creare una rete viaria che attraversava tutto l’impero. Doveva essere impressionante vedere l’esercito romano avanzare, compatto, ordinato, costruendo strade, ponti e trascinandosi dietro le macchine da guerra. Solo la pozione magica di Asterix è stata in grado di fermarlo.
La rete stradale romana è ancora percorribile, un po’ mutata ma non poi tanto, e ce lo confermano le mappe stradali di allora confrontate a quelle di oggi. I percorsi toccano le stesse città e i nomi delle vie consolari non sono cambiati: SS1 Aurelia, SS2 Cassia, SS3 Flaminia, SS7 Appia. Anche la nostra Primula Rossa ha un nome: via Amerina. È l’antico nome di Amelia, che si chiamava Ameria, ed è caduta in disuso un paio di secoli fa, ma adesso sta riemergendo dalle nebbie della storia per la volontà di un gruppo di ciclisti, storici, archeologi e passeggiatori. Ottima strada commerciale per i Falisci, ottima strada per i Romani che andavano a Nord, ottima strada per lo Stato della Chiesa che si collegava a Ravenna.
Qua e là lungo la strada sono sparse delle mansio che, per dirlo con parola moderna, sono Autogrill, posti di ristoro dove si mangiava, dove si trovava biada per i cavalli e, come si vede a Ostia Antica, c’era anche il lavaggio carri. In quei luoghi non mancavano mai le prostitute per sollevare i viandanti dalle fatiche del viaggio.

Luogo di tante lotte

La strada andava dritta fino al Tevere: lì si fermava per riprendere di là del fiume. Niente ponti, ma traghetti. Infatti, all’altezza di Orte, sono stati ritrovati i resti del porto di Seripola che accoglieva viaggiatori e merci. Passato il fiume, la via Amerina proseguiva in quella che oggi è la regione Umbria. Se guardate una carta stradale dell’Umbria, il percorso più evidente è quello della superstrada E45 che percorre tutta la valle del Tevere.
Nei tempi andati, una strada seria mai sarebbe passata a fondo valle. Troppo rischioso. Le strade passavano in alto o a mezza costa o, come in questo caso, sull’altopiano. Nel VII secolo d.C. fu chiaro che la zona era in pericolo e che andava difesa. Castelli fortificati e borghi spuntarono come funghi. Su ogni cocuzzolo è sorto un castello posizionato in modo da avvistare amici e nemici. Tutti si tenevano d’occhio. Alto Medioevo e Rinascimento hanno una storia cupa, violenta e cruenta. Le lotte tra Bizantini e Longobardi, tra Papato e Impero, tra Guelfi e Ghibellini, tra signorotti locali e principi romani sono state di una violenza inaudita e, è il caso di dire, la via Amerina ne ha viste di tutti i colori. Quello che è successo piacerebbe a Quentin Tarantino.
Anche il mite San Francesco, uomo di pace, che parlava agli uccelli e ai lupi e sperava di farsi ascoltare da chi praticava solo guerra e violenza, si è avventurato su questa strada. Le storie sono tante e cominceremo a svelarle piano piano, scoprendo assieme, tratto per tratto, la nostra nuova strada dal nome antico la Via Amerina.

Tre monumenti che raccontano la storia dell’Umbria, artisti che hanno lasciato il segno e una loro opera da ammirare.

Perugia

Perugia era in festa. Il tricolore sventolava ovunque. Viva l’Italia, viva Vittorio Emanuele II. In realtà i perugini facevano festa perché era stato spazzato via l’opprimente e asfissiante Stato Pontificio, che per 400 anni aveva dominato sulla città. L’avvenimento andava celebrato, allora i perugini pensarono che la cosa migliore sarebbe stata quella di dedicare una statua equestre al padre della Patria, cioè Vittorio Emanuele II – primo re d’Italia. Il delicato incarico fu affidato allo scultore Giulio Tadolini, nipote di quell’Adamo Tadolini che era stato l’allievo prediletto di Canova. Lo studio di Tadolini è diventato da qualche anno un simpatico caffè a Via del Babbuino a Roma dove il contratto di affitto tra Antonio Canova e Adamo Tadolini è in bella vista e i tavolini si mescolano alla gipsoteca. Sorprendentemente, entrando nel caffè, ci si trova sovrastati dalla statua del re a cavallo. È il gesso definitivo dell’opera di Perugia.
Lo scultore ha eseguito l’opera nei modi e nelle forme tipiche della fine dell’Ottocento che celebravano il mito di un re elegante e snello, mentre in realtà era piccoletto e grasso. Il monumento è stato messo al centro della piazza dal nome più ovvio: piazza Italia. Adesso giace in mezzo ai giardini ignorato da tutti. Un padre dimenticato.

 

Vittorio Emanuele II

Statua dedicata a Vittorio Emanuele II a Perugia

Terni

«L’acciaio e la ghisa sono il futuro» dicevano nel 1886. Un futuro di ponti e stazioni, con la Tour Eiffel come simbolo. Tutti parlavano di pace, tutti si armavano e i Krupp si arricchivano. L’Italia aveva molte guerre da combattere quindi si doveva armare. C’era urgenza di fare navi corazzate e armi da Marina. Il luogo ideale per installare l’industria di guerra e quindi le fonderie del ferro, doveva essere lontano dai confini e dalle coste.

Il Grande Maglio di Terni

La scelta è caduta su Terni, la città d’Italia più lontana dai confini. Le Alpi sono a 500 km, il mare è lontano sia a destra sia a sinistra. Quindi, nel 1886, era un luogo al riparo dalle invasioni, dai cannoneggiamenti dal mare e abbastanza vicino a Roma per difenderla. Gli aerei erano di là da venire.
E allora via con le fonderie, le più moderne ed efficienti del momento. Le fonderie di Terni sono il fiore all’occhiello dell’industria di settore. C’è bisogno di uomini, venite gente venite! A migliaia lasciano la campagna per andare a lavorare in fabbrica. Terni passa rapidamente da 10.000 a 25.000 abitanti. In acciaieria il lavoro però è durissimo. Si passa dalla temperatura altissima degli altiforni a quella gelida dei laminatoi. Si sprigionano vapori e fumi. Poi c’è il rumore possente del grande maglio. Il maglio è un enorme martello che appiattisce un lingotto di acciaio da 1000 tonnellate fino a spianarlo in lamina sottile. Quando il grande maglio scendeva, vibrava tutta la zona, il rumore risaliva anche le colline. Quel mostro da 500 tonnellate era venerato come un dio. Per lui avevano costruito un elegante padiglione a cupola, grande quanto il Pantheon, con una base speciale che poteva resistere ai colpi senza sprofondare. Si cercava l’eleganza anche nell’industria pesante. Poi è finito tutto. È rimasto solo un maglio, piccolino, che lavorava a fianco del grande collega e i ternani, per ricordare quel periodo entusiasmante, lo hanno conservato e collocato in città, dove lo vedono i cittadini e i viaggiatori di passaggio.
Chi arriva in treno, uscendo dalla stazione se lo trova davanti verde, giallo e grigio. Adesso non fa più impressione, il terreno non vibra, il maglio sta lì fermo in mezzo alla piazza e pochi sanno cosa ha rappresentato quella montagna di ferro.

 

Teodelapio di Spoleto

Spoleto

Dall’archeologia industriale passiamo all’ultramoderno che guarda al passato, ma sempre davanti alla stazione. La statua ha un nome particolare, si chiama Teodelapio. È un insieme di lastre d’acciaio e di ferro verniciato di nero e si ispira ai duchi longobardi che hanno dominato Spoleto per secoli e, in particolare, proprio al duca Teodelapio.
L’artefice è stato Calder, l’artista americano della leggerezza, l’artista dei mobile – le sculture in movimento – quelle che, con soffio leggero, girano su sé stesse. Questa volta non è la scultura a muoversi, ma il mondo che ha attorno. Si muovono i treni, si muovono le macchine, si muovono le persone, si agitano gli alberi, si muove il pensiero che segue a ritroso la storia. La scultura sembra un grande cavallo con freccia, ma rappresenta un cavallo longobardo con la corona irta di punte come quella che indossava Teodelapio. Calder ebbe l’incarico di creare una scultura per Spoleto nel 1962, quando il Festival era agli inizi e Giancarlo Menotti riuniva attorno a sé il meglio della cultura mondiale e lavorare per Spoleto era un privilegio. La scultura è stata realizzata con lastre d’acciaio per scafi che purtroppo non provenivano dalle acciaierie di Terni, ormai fuori gioco, bensì dall’Italsider di Savona. Tutto passa e tutto si trasforma.

 


Bibliografia

G. Papuli, Il grande maglio di Terni, 1980.

Continua il tour di eventi organizzati da AboutUmbria in giro per la regione per presentare i numeri della sua collana Collection. Questa volta tocca al colore White, ultimo numero dedicato appunto al colore bianco, occasione che porta AboutUmbria a Foligno.

Calamita Cosmica, foto by Claudia Iona

 

La rivista contiene infatti un interessante articolo dedicato alla Calamita Cosmica, l’opera di Gino De Dominicis conservata nell’ex chiesa della Santissima Trinità in Annunziata, e sarà proprio questo l’incipit che condurrà i presenti lungo un excursus tracciato da un’affascinante linea bianca.
Gli argomenti affrontati in questo numero coinvolgono al solito l’intero territorio regionale, partendo dalla Tela Umbra di Città di Castello, passando per il Trasimeno con l’albero più grande del mondo realizzato in acqua, arrivando a Todi e al suggestivo Tempio della Consolazione e a Terni, in piazza Tacito e alla sua bianca fontana. Si racconta della bianca e soffice torta al testo, del panpepato bianco di Narni, dei bianchi bozzoli della seta immortalati nella Gaita Santa Maria di Bevagna e del parco archeologico di Carsulae. Come di consueto l’arte riveste un ruolo di primo piano e fra gli artisti citati ci saranno la ternana Lauretta Barcaroli, che ha realizzato per l’occasione l’opera Avvento allegata in una riproduzione litografica alle prime 200 copie della rivista, e gli assisani Peducci & Savini, la cui opera Opinion Leaders è stata scelta per la copertina di White.
Diverse le realtà imprenditoriali raccontate in White: Cancelloni Food Service, il Castello di Montevibiano Vecchio, l’agriturismo Il Cantico di San Francesco, Listone Giordano, l’Oro di Spello e le Fonti di Sassovivo.
All’evento parteciperanno: Decio Barili, Assessore alla Cultura del Comune di Foligno, Sonia Bagnetti, presidente di AboutUmbria, Ludovica Cappelletti, grafica e web designer di Corebook, Claudia Ioan di Officine Creative Italiane, Antonella Pesola e Giulia Venturini, storiche dell’arte. Coordinerà Ugo Mancusi, direttore marketing di Corebook.

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