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Rinviata la manifestazione: “Passignano sul Trasimeno – Un Natale spettacolare tra Rocca e Leggenda”.

L’evento di Passignano sul Trasimeno è stato rinviato a data da destinarsi. La leggenda di Agilla e Trasimeno e della loro sfortunata e triste storia, raccontata attraverso la proiezione di un ologramma, non sarà visibile – almeno per ora – lungo la riva del lago. Il pubblico avrebbe dovuto assistere al racconto proiettato su un particolare schermo, di 9 metri di altezza per 18 di ampiezza, formato dalla nebulizzazione delle acque del lago. «Alla luce delle linee guida uscite con il Decreto Festività, che pongono numerose restrizioni e anche veri e propri divieti nei confronti di eventi e feste che prevedono aggregazione, ci troviamo tutti assieme, Amministrazione e Organizzatori, a dover prendere una decisione che abbiamo provato a non prendere fino all’ultimo: dobbiamo annullare l’evento previsto a Passignano. Una decisione sofferta che ci riempie di delusione, ma questo patrimonio di esperienza, collaborazione e laboriosità al servizio della comunità di Passignano non andrà dispersa. Lo spettacolo Tra Rocca e Leggenda potrà essere ripreso in qualsiasi momento appena la situazione lo permetterà, e insieme potremo progettare, ideare e creare eventi per il borgo e la sua comunità» ha spiegato il Comune di Passignano che, insieme alla Regione Umbria, alla Provincia di Perugia e al Gal – Trasimeno Orvietano promuovono l’evento ora rimandato.

Tutto questo e molto altro, prenderà vita nei prossimi mesi – forse in primavera – in base alle future direttive Covid. 

Gli aggiornamenti quotidiani e l’eventuale nuova data potranno essere seguiti sulle pagine Facebook e Instagram Natale a Passignano e nel sito internet www.nataleapassignano.it

 

In ogni vicolo e in ogni piazza di Bevagna si respira aria di Medioevo. Su questo sfondo ho immaginato le vicende di un giovane che voleva diventare un famoso pittore.

Vanni era un ragazzotto vivace, abitava in un’umile casa assieme alla madre, al padre e a sei fratelli. Aveva i capelli a tega e vestito con abiti passati e ripassati dai fratelli maggiori, andava sempre di corsa. Le scarpe erano un lusso e così in estate scorrazzava per i vicoli di Mevania a piedi scalzi. Caterina, sua mamma, era una donna gentile e molto religiosa, Ruggiero, il padre era anch’egli un brav’uomo ma quando beveva diventava spesso violento e aggressivo.

 

Vanni Da Mevania disegnato da Francesca Marchetti

 

Le botte che prendeva, Vanni se le ricordava tutte. La decisione presa dai genitori di mandarlo a imparare un mestiere gli era sembrata quasi una grazia di Dio. Finalmente se ne sarebbe andato da quella casa affollata e soprattutto non avrebbe più subito le percosse del padre.
Solamente sua madre lo chiamava con il suo vero nome, Giovanni. «Giovanni ricordati di ossequiare Maestro Pietro, non lo contraddire, sii umile e impara bene il mestiere». E ancora «Giovanni non menare gli altri tuoi compagni apprendisti, sii onesto e condividi la felicità che la vita ti ha donato». Vanni era stufo di questi consigli così come presto divenne stufo di sgobbare nella bottega di Maestro Pietro. Era un tipo ribelle ma non sedizioso, non rispettava mai gli orari ed era distratto da altre faccende. Non legava con i suoi compagni di lavoro, li vedeva troppo remissivi. Le sue aspettative di vita nel borgo di Mevania del 1477 erano ben diverse da quelle che gli si prospettavano. Mevania si sviluppava lungo il fiume Clitunno ed era caratterizzata da innumerevoli vicoli lastricati in pietra. La piazza principale era luogo di scambi commerciali. Vanni aveva la passione per la pittura, voleva trasferirsi a Pisa per perfezionare la sua arte acquisita con semplici tecniche da autodidatta. Aveva sentito parlare del Maestro Gianni Matto, è lì che voleva andare, sui lungarni pisani. Si immaginava un futuro da famoso pittore stimato e rispettato. Per realizzare questo suo sogno avrebbe avuto bisogno di tanti denari, ma lui certo non li aveva e di sicuro non li avrebbe accumulati lavorando in quella bottega del taccagno Maestro Pietro. Questi sì che i soldi sapeva farli e tenerli solo per sé. Li custodiva ben nascosti ma quello scaltro di Vanni aveva scoperto il nascondiglio e ogni volta che vi passava vicino gli ritornava alla mente la voce di sua mamma: «Giovanni comportati bene, sii onesto» e le sue tentazioni sfumavano immediatamente. Una sera come tante altre volte, finito di lavorare se ne andò alla locanda per dimenticare la brutta giornata tuffandosi nel solito bicchiere di acqua e vino. «Gaspare cosa c’è di nuovo? Niente come al solito?». «Ragazzo mio a dire il vero oggi abbiamo un ospite particolare. Non ti voltare, lo vedrai dopo. È seduto in fondo vicino al caminetto. È un mercante di stoffe, non so bene da dove provenga ma so per certo, me lo ha detto lui, che è diretto a Pisa. Pernotterà qui in locanda per qualche giorno». «Ah Pisa» esclama Vanni voltandosi verso il forestiero. «Molto interessante».

Il forestiero si chiama Ugolotto Anghieri ed è di bell’aspetto, alto e longilineo. I suoi occhi marroni riflettono sincerità e onestà, caratteri non sempre comuni ai mercanti di quel periodo. È seduto a una tavola assieme ad altri commensali che non conosce e alla stessa tavola va a sedersi Vanni. Erano divisi da un tale che la faceva da padrone in quella tavolata e non si guardarono neppure, ma Vanni decise che lo avrebbe incontrato di nuovo la sera successiva. L’idea di un mercante che era di transito per Pisa gli aveva stuzzicato il progetto di farsi accompagnare in quella città dove, magari, lo avrebbe introdotto nelle migliori botteghe d’arte dando inizio alla sua passione. Fu così che il giorno seguente Vanni e Ugolotto si ritrovarono seduti fianco a fianco e iniziarono a scambiare quattro chiacchiere mentre mangiavano una zuppa di verdure. «Messere il mio nome è Vanni e sono un povero garzone di bottega. I miei genitori hanno desiderio che impari il mestiere di calzolaio ma a me non piace».
«Chiamami pure Ugolotto, sono un semplice mercante di stoffe!». «Allora Vi chiamerò Ugolotto e per questo Vi ringrazio. A me piacciono le tele, i colori e i pennelli. Sento di avere la stoffa per diventare un pittore ma questo mio desiderio mi è ostacolato». «Vanni, cosa posso fare io per te? Non mi chiedere soldi perché quelli che ho sono appena sufficienti per me e per mantenere la mia famiglia. Al di là delle apparenze faccio una vita di sacrificio. Ci siamo appena incontrati e di solito sono molto cauto con le nuove conoscenze. Il mestiere di mercante mi ha fatto conoscere anche molti villani e non sempre ne sono uscito indenne». «Ugolotto, capisco le Vostre perplessità ma io non sono qui per chiederVi del denaro». «Allora cosa vuoi da me?».
«Vorrei sapere, se fosse possibile venire a Pisa con Voi».
«A fare cosa?».
«Di sicuro Voi conoscerete molte persone in quella città e per me potrebbe essere l’opportunità di entrare a far parte di una bottega d’arte». «In effetti conosco tanta gente, questo è vero e ho intrattenuto rapporti di lavoro anche con tanti artisti. Alcuni di loro hanno acquistato in passato i prodotti che vendo e uno in particolare, Maestro Strappino di Vallecupa, è un mio conoscente, e oltre a essere un rinomato scultore credo che faccia affari anche con i suoi dipinti». «Beh, questo potrebbe rappresentare per me un’occasione da non perdere. Come posso fare? Quanti denari mi occorrono per andare a Pisa con Voi e per rimanere là fin tanto che non ho trovato sistemazione degna per iniziare una nuova vita?». «Caro ragazzo di denari ce ne vogliono molti e mi dispiace dirtelo ma questo tuo progetto è destinato a morire ancor prima di nascere. Il consiglio che ti do è quello di continuare a imparare il mestiere di calzolaio, qualcosa dovrai pur fare per vivere».
La mattina seguente Vanni non andò al lavoro ma trascorse la mattinata in compagnia di Ugolotto a ripetergli la solita storia. Rientrò in bottega nelle prime ore del pomeriggio e il Maestro Pietro, appena lo vide, gli andò incontro aggredendolo verbalmente: «Disgraziato, dove diavolo sei stato tutto questo tempo? Lo sai che non ti devi assentare dal lavoro, tanto meno senza chiedermi il permesso?». «Ma io, Signore…». «Ma tu niente, devi stare in silenzio e lavorare. Io sono qua per insegnarti un mestiere. Ficcatelo bene in testa! Ciò comporta anche un percorso educativo che ho l’obbligo di perseguire come da accordi con i tuoi genitori. Ricordati che ti ho preso in questa bottega perché ho stima e rispetto per tua madre Caterina, quella povera donna». «Maestro, avevo un impegno, mi sono peritato a chiedervi il permesso perché ero certo che non me lo avreste accordato». «Cosa? Ora ti accordo io».
Dicendo così con la stecca che aveva in mano iniziò a menarlo talmente forte da fargli sanguinare le mani con le quali Vanni si stava proteggendo il viso.

«Basta Maestro, mi fate male, basta!». «Vai immediatamente a lavarti le ferite e mettiti subito a lavorare. Guarda i tuoi compagni come sono diligenti, cerca di imparare qualcosa anche da loro». «Va bene Maestro» disse Vanni con il volto chino e le lacrime che gli scendevano lungo il viso. Non erano lacrime di dolore ma di rabbia e rassegnazione. La sua anima ribelle e il suo progetto di andare a Pisa si rinvigorirono e si fecero sempre più forti. Lavorò il resto della giornata con il magone alla gola. Quella stessa sera ritornò alla locanda con l’auspicio di rivedere Ugolotto. Si trattenne a lungo ma del mercante nessuna traccia. «Gaspare, ma quel tipo, Ugolotto, non c’è stasera?». «È da questa mattina che non lo vedo, la sua stanza è vuota e in ordine e delle sue stoffe neanche l’ombra. Di certo se ne è andato senza neppure pagarmi il conto».
Il volto di Vanni si rabbuiò e dopo aver bevuto, questa volta un bicchiere di vino schietto, salutò Gaspare e si diresse verso il suo alloggio per dormire. Con i fumi dell’alcol e la temperatura torrida di quella sera Vanni non sembrava particolarmente lucido. Rientrò in bottega come al solito dal retro e passando davanti al nascondiglio, dove Maestro Pietro teneva i soldi, stavolta non esitò. Facendo piano piano, sollevò il mattone e prese la scatola contenente denari e preziosi. La svuotò e nel mentre che stava sistemando il malloppo nelle sue tasche ecco arrivare Maestro Pietro. Con un grosso candelabro in mano face luce su Vanni e cominciò a inveirgli contro: «Maledetto! Ladro! Non ti è bastata la lezione di stamani? Ora ti faccio vedere io!». Dicendo così fece per picchiarlo ma Vanni gli bloccò la mano e con uno scatto fulmineo lo colpì con il candelabro. Non si rese conto di ciò che aveva fatto, imbambolato e disorientato rimase immobile per qualche minuto con lo sguardo perso nel vuoto.
Il maestro Pietro era steso sul pavimento, Vanni, disorientato, salì velocemente le scale, prese il suo fagotto e ridiscese in bottega. Il maestro Pietro aveva ormai quel respiro affannoso che annuncia l’arrivo dell’ultima ora, Vanni in preda al panico uscì sul vicolo e fuori dai propri sensi ebbe la visione della cattedrale di Santa Maria Assunta. Il suo destino era là: Pisa.

Nel borgo di Castel Rigone, si svolgono i Mercatini di Natale con l’esposizione nei locali, cantine e casette di legno di prodotti tipici, artigianali ed enogastronomici. Una festa gioiosa per grandi e piccini che si protrarrà fino al 6 gennaio 2022.

Babbo Natale nella sua casa

Un programma intenso quello dei Mercatini di Natale a Castel Rigone, dove il suggestivo Borgo medievale già incantevole per paesaggio e accoglienza, è diventato maggiormente attrattivo grazie a questa manifestazione. Tante le attrazioni proposte da tutta la squadra della vitale ed energica proloco locale che, insieme alla comunità intera, ha creato delle magiche atmosfere natalizie arricchendo con luminarie e addobbi le strade paesane e, i privati cittadini, le facciate delle proprie case. La casa di Babbo Natale, bellamente allestita, è la grande attrazione per i bambini.
Bracieri accesi nelle strade per riscaldarsi, musica natalizia vintage con i Casabei, melodie suonate dagli Zampognari di Pietrafitta, lo spettacolo itinerante de La Banda degli Onesti, i Musici folignati e la Soloband, il gruppo musicale degli Almost Jazz, la Banda Musicale e la Banda G. Verdi, entrambe di Castel Rigone, e il Coro Lirico dell’Umbria, sono le proposte musicali in programma che ammantano di note l’antico borgo. La Tombola della Befana, aperta a tutti, sugella la tradizione natalizia.
Gli artigiani espositori che hanno creato delle autentiche opere artistiche e che mettono in mostra, con orgoglio e fierezza, i ricami, le trine, i cappelli, gli scuri artistici, i presepi, gli addobbi natalizi, gli accessori e tanto altro. Delle vere ricercatezze artigiane che ti fanno andare indietro al tempo della tradizione, quando la manualità capace di cotanta bravura si oppone con maestria alla replica artificiale e copia dei manufatti industriali. Reali eccellenze artigiane!
Gli angoli enogastronomici diffusi nel borgo, accompagnano il visitatore che viene rapito dalle incantate atmosfere proposte, con un verso amicale al gusto: una buonissima torta al testo fatta dalle bravissime signore locali, la quale viene accompagnata da un buon bicchiere di vino o da un sidro di mele, che corroborano l’animo mentre il vin brûlé riscalda i momenti più freddi della visita. Proposto anche lo Street Food per gli amanti del genere.

Lorenzo Moretti, presidente della ProLoco

Il presidente della Proloco di Castel Rigone, Lorenzo Moretti, ha dichiarato: «Siamo felici di aver proposto questa ennesima edizione dei Mercatini di Natale, dopo un periodo difficile dovuto al Covid. È un segnale di speranza e con l’occasione, le persone hanno vissuto un evento da condividere insieme. Debbo ringraziare tutta la squadra della ProLoco e tutta la cittadinanza per la riuscita della manifestazione, così come il Comune di Passignano. La creazione del programma di quest’anno ci ha visti, ancora una volta, molto impegnati in blocco con gran passione e dovizia e siamo molto soddisfatti di quello che offriamo a chi ci viene a trovare».
Presente alla manifestazione, nella sua Castel Rigone, il consigliere regionale Eugenio Rondini che, con vanto e compiacimento per il successo della manifestazione, ci ha detto: «Ringrazio la ProLoco di Castel Rigone e tutta la Comunità, per la straordinaria organizzazione e riuscita dell’evento che tutti insieme si è riusciti a ottenere con una grande qualità per la valorizzazione delle tipicità locali. I Mercatini di Natale sono un importante attrattore turistico per Castel Rigone, insieme ad altri importanti eventi del Trasimeno, che tutti insieme forniscono un’offerta varia e speciale per il turista.

Eugenio Rondini, consigliere regionale

Insieme ai Mercatini di Natale di Castel Rigone, l’Albero di Natale più grande del mondo disegnato sull’acqua, a Castiglione del Lago, e quello della speranza di Isola Maggiore nel Comune di Tuoro sul Trasimeno fino al muro d’acqua di 200 mq circa innalzato sul lago a Passignano sul Trasimeno dove viene proiettato un corto animato sulla leggenda di Trasimeno e Agilla, insieme a tutte le altre iniziative degli altri borghi lacustri».
I mercatini di Natale sono in connubio con l’evento Tra Borgo e Leggenda di Passignano, anch’esso presenta un ricco programma di spettacoli, musica, arte, cultura, mostre, maghi, esibizioni e tanto altro, che si terrà dal 25 dicembre al 6 gennaio. I mercatini di Natale Castelrigonesi, sono organizzati dalla ProLoco locale con il supporto del Comune di Passignano sul Trasimeno.

 


Il programma è disponibile sulla pagina Facebook

Quando guido verso Tuoro arrivando dall’alta valle del Tevere, corro sempre in bilico tra il confine dell’Umbria e la Toscana. Attraverso la valle e la strada del Niccone, dove a volte incontro auto lussuose che scendono dal castello di Reschio, dirette chissà dove in questa bella e misteriosa terra umbra. Allo stesso modo posso incontrare trattori con rimorchi carichi di tabacco appena raccolto: emergono da quei campi sterminati che in estate sono verdi e in autunno tutti gialli. La mia road map passa per Lisciano Niccone, si arrampica poi per un po’ di curve fino alla Cima, ai Gosparini e lì, wow!, si apre la vista sul lago.

Tuoro sul Trasimeno, che mi aspetta qualche curva più giù, è un piccolo borgo che si affaccia sulle sponde settentrionali del Lago; è a cavallo tra Umbria e Toscana alle pendici del Monte Castelluccio. Il borgo attuale, formatosi in età medievale – non prima del XIV secolo – subì le vicende e le lotte legate alla conquista della posizione strategica al confine tra Perugia e la Toscana. Tuoro è uno dei borghi più belli del Trasimeno, forse però uno dei meno conosciuti; ha una vista dritta dritta sull’Isola Maggiore, che fa parte del suo stesso comune. Passeggiando per le sue vie, si percepisce un’atmosfera calma da Umbria slow life: c’è il caffè nella piazza, la farmacia, la pescheria, i tabacchi, il panettiere e vari posti dove mangiare bene e in santa pace.

Un tour virtuale

Il nostro Palazzotto del Novecento si scorge già da Piazza Municipio: è un palazzo elegante, contraddistinto da due palme sofferenti che incorniciano l’ingresso principale. Mi avvicino al suo cancello, mi guardo intorno e vedo che la sua posizione è veramente di pregio, è in un’intersezione di strade e svetta su Tuoro quasi a volermi dire io sono importante e sono imponente.
Abituatevi, se continuerete a leggermi, a sentir parlare le case; per me non sono solo pietre, mattoni, calce o cemento, sono la storia di chi l’ha progettata e abitata, di chi l’ha vissuta, aprendo quel portone felice o triste. Quanti pensieri avranno fatto i suoi abitanti affacciandosi alle finestre e ammirando il lago, ognuno ad ogni piano, con una diversa riflessione.
È singolare trovare così centrale un edificio così ben collocato e soprattutto con un giardino tanto vasto; mi diletto a contare gli ulivi, che sono quaranta. Il giardino ha una bella estensione anche se rimane un po’ basso per la vista sul lago, ma una parte è presente anche vicino a un ingresso secondario ribassato rispetto alla strada. Questa parte è suggestiva, immagino signore con abiti d’epoca sedute ai tavolini sorseggiando un tè. La proprietà è tutta recintata e gli ingressi quindi sono 3, quello principale, poco più sotto un altro che conduce a dei gradoni che accompagnano al giardino e un altro ne scorgo camminando lungo il suo perimetro; questo è un grande cancello che potrebbe oggi essere usato come ingresso per le auto. Mi sembra di vederlo con una parte dedicata allo spazio piscina e un’altra per la sosta delle auto.

 

 

Entro dall’ingresso secondario in basso: è la parte dedicata alle cantine, ci sono soffitti a volta e le pareti con pietra a vista, caratteristiche che oggi sono ricercate per locali di degustazione e intrattenimento.
La casa è caratterizzata da una scala centrale e ampia in pietra serena e ferro battuto, ma l’elemento più particolare è il corridoio, che ne costituisce la spina dorsale attorno alla quale si svolgono tutte le stanze e, penso, anche tutte le storie di chi nel corso degli anni l’ha abitata. Sono due i piani strutturati così, mentre l’ultimo ha un’influenza più moderna perché ha avuto un abbozzo di ristrutturazione; insomma stando dentro e percorrendola, ho la sensazione di un edificio che è stato modificato, cambiato e forse poco rispettato nella sua identità. Il fattore magico però sono le vedute da ogni singola finestra che affaccia verso il lago, sembra quasi di poter toccare l’Isola Maggiore e questo mai nessuno ha potuto cambiarlo e mai potrà farlo. Il Palazzotto merita di rivivere, per la sua struttura, per la sua location, per il valore aggiunto che potrebbe rappresentare nell’economia torreggiana. Quasi lo vedo, finalmente ristrutturato in modo armonico e congruo alla sua essenza.

Un luogo dai tanti tesori nascosti e lontano dal turismo di massa.

Una domenica mattina di luglio sono stata con la mia famiglia a Vallo di Nera, per la prima volta. Nonostante sia un’umbra doc, in 34 anni di vita non mi è mai balenato per la testa di fare una passeggiata da quelle parti perché non conoscevo i tesori che si nascondono in questo borgo così affascinante. Non per altro è considerato uno dei Borghi più Belli d’Italia e Bandiera Arancione del Touring Club.

 

Chiesa di Santa Maria Assunta, foto dell’autrice

 

Abbiamo parcheggiato l’auto fuori le mura e siamo entrati in città dalla via che conduce alla Chiesa di Santa Maria Assunta. Alcune signore, in abiti domenicali, erano pronte ad assistere alla Messa. Sorridendoci, ci hanno invitato a entrare in chiesa per ammirare i favolosi interni affrescati da artisti di scuola giottesca. Siamo rimasti sbalorditi dalla bellezza di questo piccolo gioiello che conserva, tra gli altri, La Processione dei Bianchi di Cola di Pietro da Camerino, risalente al 1401.
Uscendo, ci siamo accorti che la porticina a sinistra della chiesa era aperta e dava su un piccolo chiostro tenuto magnificamente. Percorrendo una delle stradine di fronte alla piazza, ci siamo imbattuti in una targa con scritto Casa dei Racconti a fianco a un edificio chiuso. Incuriositi, abbiamo cercato informazioni su internet e abbiamo scoperto che si tratta di un centro di ricerca e documentazione sulla letteratura popolare, un luogo depositario della tradizione orale dell’intera comunità, soprattutto quella che si tramanda da generazioni e che contiene miti, leggende, favole, racconti e satire. Ci siamo quindi addentrati nei vicoli silenziosi, dove tutto riporta al passato e mi sono immaginata scene di vita medievale: cavalieri a cavallo, dame a passeggio e il correre dei bambini tra i banchi del mercato.

Chiesa di San Giovanni Battista

Tornata alla realtà, eravamo giunti di fronte alla Chiesa di San Giovanni Battista, che si trova nella parte alta della città. È stata costruita tra il 1200 ed il 1300, ma è stata in parte ricostruita nel 1575. Purtroppo era chiusa quel giorno e non abbiamo potuto visitarla: un motivo valido per tornarci. Tuttavia, ci ha colpito la facciata molto semplice che dà su una piazzetta che, al centro, ospita una cisterna e a lato un belvedere verso le verdi colline.
Abbiamo continuato la nostra visita salendo per le strette vie e, dopo aver percorso il perimetro del castello, siamo usciti dalle mura giungendo alla Cappella di San Rocco, che sorge sotto un porticato dove è presente anche un lavatoio e un abbeveratoio per animali. Quello che ci ha colpiti è l‘atmosfera tranquilla e rilassata di questo borgo. Vallo di Nera è un susseguirsi di stradine, mensole, portoni di legno e sottopassaggi angusti. Tutti si conoscono nel paese, una grande famiglia che ci ha accolti in casa propria con gentilezza e affabilità. Non c’è alcuna traccia del turismo di massa e intorno la natura è la vera protagonista del paesaggio. Questi sono solo alcuni dei validi motivi per visitarla. La posizione in cui si trova, inoltre, offre spunti per diverse attività, come il rafting lungo il fiume Nera e una piacevole passeggiata in bici lungo il tragitto dell’ex ferrovia Spoleto-Norcia. Senza dimenticare che Vallo di Nera è la città del tartufo.

Mostra internazionale del merletto e del ricamo: a Panicale, dal 17 al 19 settembre, con stand, mostre e spettacoli.

Il borgo di Panicale, dal 17 al 19 settembre, si mette il suo vestito migliore fatto di pizzi, tulle e merletti per ospitare la nona edizione di Fili in Trama, che aspetta il suo pubblico per riscoprire le antiche tradizioni del ricamo, che rappresentano anche una vera risorsa economica per il territorio.

 

 

La Mostra internazionale del merletto e del ricamo, che quest’anno ospiterà 35 espositori provenienti dall’Umbria e da altre regioni italiane – a causa del Covid dall’estero non arriverà nessuno – è organizzata dal Gal Trasimeno-Orvietano per racchiudere nel borgo perugino le eccellenze delle scuole e delle tecniche di ricamo di tutto il mondo, forte della tradizione dell’Ars Panicalensis della scuola di Anita Belleschi Grifoni. Imponente anche la rete di associazioni del comprensorio che forniranno un contributo concreto, al pari delle istituzioni locali, per la riuscita dell’evento: da La Trama di Anita a TèathronMusikè, che si abbina, come di consuetudine, al Pan Opera Festival; dalla Casa degli Artisti di Perugia alla Fondazione Denis Cichi; dall’Arca di Pan a Polis Cooperativa Sociale; non ultime la Pro Loco, la Parrocchia, Il Centro sociale anziani e le Confraternite di Panicale.

«Per far sì che la manifestazione di svolga in totale sicurezza prenderemo tutte le dovute precauzioni per regolare il flusso di accesso e controlleremo il green pass all’entrata dei diversi locali. L’inaugurazione sarà domani alle ore 16» spiegano Marco Mannarelli, presidente dell’associazione La Trama di Anita, e Francesca Caproni, direttrice del Gal Trasimeno-Orvietano che ci hanno illustrato l’evento.
La piazza principale e i vicoli di Panicale – che saranno addobbati per celebrare i 700 anni dalla morte di Dante – ospiteranno stand, mostre fotografiche e di pittura e spettacoli (dal teatro all’opera, dai concerti alle rappresentazioni itineranti) e il ritorno della prestigiosa sfilata di moda dal titolo Vivi a colori, sabato sera nella cornice di piazza Umberto I, dove capi di abbigliamento interamente realizzati con pizzi, ricami e merletti saranno i veri protagonisti. Per la prima volta verranno esposti, in esclusiva, vecchi pizzi dell’Ars Panicalensis.
«Al Sommo Poeta renderemo omaggio anche con uno spettacolo e focalizzeremo l’attenzione sulle donne afghane, con una mostra fotografica a loro dedicata. Una vera chicca è il percorso per le vie del borgo in cui si potranno ammirare quadri – dal XIV al XX secolo – che ritraggono donne intente a ricamare. Da non perdere nemmeno le mostre di pittura (I doni di Denise dell’artista Denise De Visscher Cichi, Il filo è il mio pennello di Mauro Ottaviani e la mostra personale di Barbara Gallo), le mostre fotografiche (Donna vede Uomo e il contest fotografico Suggestioni in trama) e gli spettacoli teatrali, tra questi Accadde al Tramonto, domenica ore 20.30» illustra Mannarelli.

Qui il programma completo


 

COVID 19 è la parola più pronunciata da un anno a questa parte, parola che ci ha tolto molto e che ci ha costretto a vivere in modo nuovo. I trekking in Nepal o in Patagonia sono stati sostituiti dal percorso casa-supermercato, andata e ritorno. Poi, per fortuna, nelle nostre menti si è accesa la lampadina della reazione.

Siamo italiani, viviamo in un Paese speciale. Allora perché non fare quello che finora abbiamo sottovalutato e anche un po’ disprezzato, come andare alla scoperta degli angoli minori del nostro Paese? L’Umbria si è attivata e ne ha rispolverati alcuni interessanti e numerosi. Accantonate le grandi basiliche, le città medievali e i capolavori della pittura, la natura è diventata il nuovo centro focale. Percorrendo i nuovi tracciati ciclabili e pedonabili si scopre, per esempio, che in Umbria abbondano le cascate.

 

 

Non imponenti come quella delle Marmore o quella del Toce, o impressionanti come quelle del Niagara, queste cascate sono nascoste nei boschi e precipitano in piccoli anfratti verdi circondate dalle rocce di tufo o travertino. Mettendosi nei panni dei nipotini di Indiana Jones, il più famoso archeologo del cinema, e cercando con sguardo attento, si riescono a scovare cascate, laghetti e pure qualche reperto di un passato molto remoto. Queste piccole cascate sono molto antiche, perché qui, in piccola scala, c’è stato il fenomeno delle doline come nel Carso. L’acqua ha eroso il terreno, ha scavato delle forre e lì, da qualche milione di anni, precipitano le acque. Cascate e archeologia vanno di pari passo: non bisogna infatti dimenticare che l’Umbria è stata sempre abitata, prima dagli autoctoni, poi dai Romani che hanno lasciato tracce ovunque e poi da altri a seguire.

Alla ricerca delle cascate

A giugno, prima del gran caldo e prima che di conseguenza le acque sparissero, con la mia amica Pina che ben conosce questi luoghi, sono andata a cercare i laghetti e le cascate di Castel Rinaldi, vicino a Massa Martana. Per nostra fortuna, scendendo nel bosco, abbiamo incontrato la signora Tiziana che passeggiava con il suo cane; dopo aver scambiato due chiacchiere, lei si è gentilmente offerta di accompagnarci a vedere quello che da sole non avremmo trovato, ovvero il ponte romano e la necropoli pagana che risale al III/II secolo a.C.
Raggiunto Castel Rinaldi, si lascia la macchina e si scende verso il bosco. Dopo 15 minuti si incontra la prima cascata. Ma per vederla bisogna andare in giù di qualche metro e arrivare fino a un laghetto di un bel colore verde, esaltato dalle pareti verdi delle rocce che lo circondano. Muschio, capelvenere, felci e altre piante tipiche delle zone molto umide hanno completamente ricoperto la parete tufacea da cui precipitano le acque. Grazioso. A giugno l’acqua era già poca ma mi dicono che in autunno quei 20 metri di salto facciano impressione. Poi, in inverno, dato che il sole non batte mai sulla parete, si formano anche delle stalattiti di ghiaccio. Risalite sul sentiero abbiamo piegato a sinistra e, proseguendo dritte, siamo arrivate al lago grande. È una passeggiata facile, bisogna solo fare attenzione al fango per non scivolare. Attorno alla cascata grande si è creato lo stesso ambiente della cascata piccola, a mio avviso però molto più suggestivo e romantico.

 

Parete di tufo della necropoli

 

Le grandi pareti verdi, la caduta d’acqua, il lago e il silenzio creano un’atmosfera sospesa dove ci si aspetta l’apparizione di un Elfo o di una Fata e si sogna un bacio romantico, proprio come in un film. Tornando indietro, Tiziana ci ha indicato il sito della necropoli, che però si vede poco. Abbiamo potuto scorgere una sola tomba, dal basso e da lontano, perché il terreno è franato e salire è pericoloso. Si vede solo l’ingresso a volta e la parete di tufo bianco col colombario. Ci sono altre quattro tombe simili nella zona, ma la stagione avanzata e le difficoltà dell’esplorazione ci hanno dissuaso dal proseguire. Mi riprometto però di tornare in autunno e di trasformarmi in una esploratrice d’epoca, perché la zona di Castel Rinaldi è piccola ma interessante in quanto, oltre a essere stata privilegiata dalla natura, porta le tracce di varie civiltà ed è stata abitata senza soluzione di continuità da più di 2500 anni.
Per completare la passeggiata abbiamo intravisto, proprio sotto il castello, il ponte romano che si presenta come un classico ponte di mattoni a schiena d’asino, sicuramente costruito dal diavolo in una notte tempestosa. L’erba, già troppo alta, ci ha tuttavia impedito di vederlo da vicino. Torneremo in autunno.

Nel Parco del Monte Subasio, a metà strada tra Armenzano e Collepino, esiste un borgo incantevole, sconosciuto a molti: San Giovanni di Collepino, “il paradiso di pietra rosa”.

Si tratta di un castello le cui mura, che cingevano il centro abitato, oggi non esistono più. Pare che qui San Francesco abbia compiuto uno dei suoi miracoli donando la vista a Beatrice, la sorella del custode del castello, la quale, in seguito, si fece suora presso il Monastero di Vallegloria.

 

San Giovanni di Collepino. Foto di Marta Alunni

 

San Giovanni è un luogo di pace e silenzio, il rifugio perfetto per staccare la spina dal traffico e dal caos delle grandi città. Non ha nulla di turistico: non ci sono negozi, generi alimentari, bar, ristoranti, nessun servizio. Ma si respira l’aria buona e si fanno quattro chiacchiere con le poche anime che ci vivono. In realtà gli abitanti di San Giovanni trascorrono qui solo una parte dell’anno, trattandosi per lo più di seconde case. Una signora che gestisce un b&b mi ha raccontato che molte persone anche dall’estero scelgono di passare qualche giorno nel borgo, proprio per rigenerarsi, consapevoli del fatto che è impossibile trovare una rete wi-fi a cui connettersi. Anzi, chi viene qui, cerca proprio questo: un po’ di tempo per disintossicarsi da tutto. Mi ha poi raccontato che sotto Natale, per festeggiare San Giovanni il 27 dicembre, il castello è avvolto da un’atmosfera ancor più affascinante, perché ogni sua viuzza è illuminata da candele e luci di ogni sorta. Tuttavia, la festa vera e propria si svolge a fine giugno, in occasione di San Giovanni Battista.
L’aspetto del borgo, come lo vediamo oggi, è dovuto ai lavori di restauro avvenuti dopo il terremoto del 1997. Le case in pietra, la piccola chiesa, i gatti che si riposano all’ombra delle siepi, i fiori sui davanzali, il cinguettio degli uccelli fanno di San Giovanni un gioiello di cui prendersi cura, che mi auguro rimanga così, autentico e solitario.

Come raggiungere San Giovanni di Collepino…

Da Assisi, si esce da Porta Perlici, percorrendo la SS. 444 e poi si svolta a destra in direzione Costa di Trex. A piedi è possibile percorrere invece uno dei numerosi sentieri del Monte Subasio, il numero 353 chiamato anche sentiero dei fossi che, dagli Stazzi, passa per Costa di Trex, Armenzano e infine giunge a San Giovanni.

Il lago Trasimeno ha bisogno di essere sostenuto tramite attenzioni, premure e iniziative al fine di sopperire alle costanti sollecitazioni che subisce il suo naturale metabolismo, che spesso viene accelerato oltre i propri limiti e non riesce a tenere il passo ai crescenti coinvolgimenti.

Il lago sta dando più di quello che anatomicamente e fisiologicamente potrebbe dare. Diciamolo con chiarezza, il Trasimeno non è strutturato per rispondere in modo completo ed esaustivo alla quantità di richieste e aspettative antropoidi odierne. La consapevolezza di ciò è fondamentale per chiunque proponga, osservi o elabori. Il generoso e saggio lago, per quello che viene continuamente chiamato a dare, ha bisogno che l’essere umano sopperisca, integri, compensi, manutenga, gestisca, regolamenti, controlli; a loro volta le persone devono essere messe in grado di farlo. Soprattutto c’è necessità di istituire un unico interlocutore istituzionale a cui proporre e da cui essere autorizzati per innovare, costruire, realizzare, senza chiedere le varie autorizzazioni a una miriade di enti, come attualmente è previsto, con le conseguenti e infruttuose implicazioni dovute a un dilatamento esasperato dei tempi autorizzativi e quindi realizzativi. Infatti, l’eccessiva burocrazia e i tanti dovuti atti amministrativi, rallentano ogni processo innovativo.

 

Lago Trasimeno, foto di Roberta Costanzi

Un fronte comune

La rete di tutti quei soggetti pubblici e privati che ne hanno interesse dovrebbe cementarsi maggiormente senza fazioni o deterrenti campanilismi, sia per far fronte comune senza individuali posizioni autoreferenziali, sia nell’agire per il bene della res publica. Sarebbe conveniente tenere con costanza un atteggiamento consono e congruente, affinché il lago più antico d’Italia possa continuare a rappresentare un’intera comunità e proseguire a vivere come territorio altamente attrattivo per i viaggiatori, grazie alla sua cultura, storia, tradizione, pesca, agricoltura, turismo, ambiente, natura, paesaggio, enogastronomia e ai suoi splendidi borghi. Tra i tanti punti basilari, citati e a seguire, ce ne sono alcuni a cui non ci si può sottrarre in argomento! Il Trasimeno ha convissuto da sempre con il problema del livello delle acque: fin dai tempi antichi, sono accaduti forti alluvionamenti ed estese deformazioni dei margini lacuali, in altalena con le improvvise regressioni delle acque stesse.
Infatti le linee spondali del Trasimeno sono state sempre molto elastiche e flessibili, tant’è vero che la gente ha sempre sentenziato: «Il lago dà e il lago prende». Anche il nome Trasimeno, secondo una tesi tra le più accreditate, significa, nell’antica lingua degli Umbri, quello che si sta prosciugando.

 

Foto di Roberta Costanzi

È evidente che già nel periodo avanti Cristo ci fosse un problema sul livello delle acque, continuato poi nel periodo romano, medievale, papalino, monarchico, fino a oggi. Corsi e ricorsi storici sul livello idrometrico… quando troppo elevato e quando troppo poco. Torrenti deviati e rideviati, dighe, paratie, canalizzazioni, emissari, immissari. Le fonti e i dati storici non sono opinione. E, ancora oggi, non è stata trovata o almeno non realizzata, una soluzione adeguata, cioè quella che permetta di dire in merito, nulla quaestio. Nel tempo ci sono state tante lodevoli iniziative con buone intenzioni, ma senza un sistema integrato risolutivo che abbia portato ai risultati sperati.
I risultati contano eccome e la credibilità può essere solo misurata con la congruenza tra l’annunciato e il realizzato. Il livello di antropizzazione e le relative esigenze di un tempo, facevano sì che il lago non subisse condizionamenti. Semmai il contrario: era il lago a condizionare, almeno fino al mutar dei tempi e delle sempre maggiori richieste delle sue risorse, che sono state intaccate progressivamente e sempre più profondamente, per arrivare a un precario equilibrio tradotto in una preoccupante e repentina discesa della sostenibilità del suo ecosistema.

 

Trasimeno, foto di Roberta Costanzi

Il problema idrico

Da qualche buon decennio, uno dei grandi problemi lacustri è l’incertezza del raggiungimento dello zero idrometrico, che appare troppo spesso come una meta utopistica.
Il bisogno idrico del Trasimeno è in costante crescita e dobbiamo fare i conti anche con il clima attuale che ha portato verso l’innalzamento della temperatura, sia aerea sia dell’acqua, e soprattutto alla scarsa piovosità di questi anni. Consideriamo poi che gli adduttori d’acqua convogliati al lago sono, per diversi motivi, insufficienti all’istanze naturali del vecchio Tarsminass e ovviamente tutto ciò porta grandi problematiche agli operatori dei vari settori economici lacustri, in primis al settore della pesca e del turismo e non di meno all’equilibrio ecologico del lago stesso con fenomeni di eutrofizzazione e moria di pesci.
Anche perché, e dobbiamo ricordarlo, il Trasimeno è un bacino laminare di origine tettonica, con ridotta profondità (attualmente al massimo di circa 6 metri allo zero idrometrico) ed è un ecosistema molto delicato e precario, dove l’insieme composto da alte temperature climatiche, scarsa piovosità e vento, erode costantemente centimetri alla sua profondità così come inficiano la sua buona salute i dragaggi non più avvenuti per anni, la pulizia dei suoi fondali, la drastica riduzione e l’assente gestione del canneto, che da sempre è di fondamentale importanza per il suo ecosistema, l’inserimento umano irresponsabile di alcune specie animali e vegetali alloctone, l’efficienza dei depuratori, in modo particolare d’estate quando l’incremento turistico sposta notevolmente il numero delle presenze in avanti, l’eccessivo numero dei fastidiosi chironomidi e la scarsa manutenzione delle sue sponde. Tutto ciò incrina e mette in dubbio la certezza e i buoni propositi di imprenditorialità e di soggiorno turistico, corredato da una comunicazione promozionale dell’offerta talvolta vetusta, lacunosa, parcellizzata o insufficiente quando riferita agli attrattori turistici, che non sempre sono disponibili o restano chiusi alla visita del viaggiatore interessato ad ammirare le bellezze artistiche e culturali lacustri.
C’è da sottolineare che, da qualche mese, si è ripreso a far rimuovere le attrezzature ferme in darsena da oltre un decennio, per una manutenzione del lago che rimane al momento ancora insufficiente. Siamo nella speranza e nel convincimento delle istituzioni che sia incrementata nel breve periodo, così come che venga attuata la tanto sperata e imminente chiusura dell’incompleto anello ciclo-pedonale lacustre o la risoluzione della problematica legata all’adduzione idrica dalla diga del Montedoglio.
Desiderando poi che i desueti e vetusti battelli del trasporto pubblico, per dare un esempio responsabile e un modello da seguire e magari incentivando quelli da diporto privato, un giorno non lontano possano tutti convertirsi alla propulsione elettrica, per non caricare ulteriormente il nostro lago di fattori diametralmente opposti al decantato inno alla naturalità e all’ecologica sostenibilità. La Provincia di Perugia ha annunciato che acquisterà a breve l’Ippogrifo, un’imbarcazione elettrica per trasporto passeggeri, ottenuta grazie ai finanziamenti europei erogati dalla Regione Umbria e destinata al servizio di collegamento con l’Isola Polvese. L’Ippogrifo potrà navigare dopo aver ricevuto le certificazioni autorizzative previste. Mirabile esempio di una lungimirante visione green e per un favorevole abbrivio al cambiamento per la tipologia di navigazione a favore dell’ecosostenibilità!

 

Isola Maggiore, foto di Roberta Costanzi

Interventi utili e imminenti

Il lago rappresenta una grande ricchezza per la sua unicità e suggestiva bellezza. Andrebbe maggiormente valorizzato, tutelato e preservato, poiché un simile gioiello naturale, che ancora oggi riesce in parte a mimetizzare le problematiche, possa essere lasciato almeno in buona salute alle generazioni future. Ma non rimane molto tempo per intervenire!
Avere rimpianti, rancori e rimorsi o ancor peggio additare qualcuno per la responsabilità di non aver fatto o non aver fatto bene, significherebbe semplicemente direzionarsi verso un punto di non ritorno e sprecare le proprie risorse psico-fisiche per inconcludenti divagazioni non utili alla causa. Tutti, con le proprie responsabilità e senza attendere che qualcun altro faccia, in un atteggiamento propositivo e fattivo, tra pubbliche istituzioni e attività private, turisti e residenti, ognuno per la propria parte, piccola o grande che sia, stimoli e sia d’esempio agli altri, partendo semplicemente da una cicca di sigaretta non gettata a terra o da una plastica correttamente accantonata, dalla pulizia e la gestione dei confini terracquei di propria pertinenza, all’attenzione di tradurre in fatti quello che si sentenzia al bar. Facciamo sì che non sia troppo tardi per tracciare una nuova via che tenda a invertire una rotta già compromessa…
Bisogna sbrigarsi a trovare le risorse e le giuste soluzioni, prima di trovarci fuori tempo massimo, nel rimpianto di non aver agito velocemente e sufficientemente bene e nell’irreversibilità dei fatti. Nel contempo rispettiamo il nostro beneamato lago e non sfruttiamolo oltre quello che può dare e soppesiamo l’arrogarsi di prendere o ricevere le sue risorse come se non avesse limiti. È come andare a fare la spesa e prendere prodotti in grande quantità, senza tener conto dei soldi che abbiamo in tasca: se la spesa supera la nostra disponibilità economica, o restituiamo parte del preso o ci creiamo un debito… che prima o poi andrà pagato!

 

Foto di Roberta Costanzi

 

In tutto questo, nel 2021, la Cooperativa Pescatori del Trasimeno di San Feliciano ha chiuso la sua filiera: a Sant’Arcangelo è stata aperta al pubblico la loro locanda, con il motto di Pescato, Cotto e Mangiato. Esempio ammirevole e unico in Europa! Bravi Pescatori. Così come alla grande professionalità imprenditoriale dimostrata in questo difficile periodo dagli operatori della ristorazione e dell’accoglienza turistica lacuale per aver continuato a mantenere un’offerta di altissima qualità, vale un grande plauso e andrebbe meritatamente sostenuta.
Nel mentre, la Goletta Verde dei Laghi di Legambiente ha sentenziato che i 5 punti campionati sul lago Trasimeno con le analisi microbiologiche sono risultati tutti entro i limiti di legge e il meraviglioso vino Gamay del Trasimeno è stato premiato con 5 prestigiosi riconoscimenti al Concorso Internazionale Grenache du Monde, onorando quattro cantine lacustri sue produttrici.
Vogliamo bene al nostro beneamato lago Trasimeno, suggello di bellezza e testimone culturale di un patto di continuità e solidarietà da trasferirsi alle generazioni successive… meditate gente, meditate! Ma non troppo a lungo… il tempo stringe!

«Tuoro sul Trasimeno riparte dall’arte, con pittura, musica e letteratura. E proprio alla letteratura noir è dedicato il festival Giallo Trasimeno».

Tuoro sul Trasimeno e l’Isola Maggiore di tingono di giallo. Dal 23 al 25 luglio andrà in scena Giallo Trasimeno, il Festival Letterario Nazionale dedicato ai libri noir e al crime in genere. L’evento da brividi è organizzato da Bertoni Editore e Marco Pareti, con la fondamentale collaborazione del Comune di Tuoro sul Trasimeno, del GAL Trasimeno-Orvietano, delle ProLoco di Tuoro e di Isola Maggiore.
«Quando ci hanno proposto la realizzazione di questo festival abbiamo subito sposato l’idea, perché è qualcosa di originale, infatti non esisteva ancora in Italia un evento dedicato esclusivamente ai libri gialli. Fondamentale è ripartire dalla cultura e ci aspettiamo un grande successo anche se – essendo la prima edizione – un po’ di preoccupazione c’è, ma era importante provarci! Inoltre, è un onore e un piacere ospitare autori del calibro di Piergiorgio Pulixi, Livia Sambrotta, Mirko Zilahy, Enrico Luceri e Stefano de Majo. A loro, e non solo, possiamo far conoscere il nostro territorio e le nostre bellezze paesaggistiche» spiega la sindaca di Tuoro, Maria Elena Minciaroni.

 

Piazza del Municipio di Tuoro, foto di Proloco di Tuoro sul Trasimeno

 

Proprio le location – Isola Maggiore e Tuoro – sono un vero punto di forza coi panorami meravigliosi, che faranno da cornice alle presentazioni e agli eventi, regalando un fascino unico. Tre giorni dedicati al giallo, nei suoi generi poliziesco, fantascienza, storico, spionaggio, noir o thriller e ce ne saranno per tutti i gusti e tutte le età, per adulti e per ragazzi.
Gli appassionati potranno godere di un programma fitto e variegato e della presenza di illustri ospiti che, con la loro partecipazione, impreziosiranno la kermesse lacustre. «Tutti gli eventi sono imperdibili, io però aspetto con particolare attenzione la presentazione del libro Non Salvarmi di Livia Sambrotta» ci confessa la Sindaca.

 

Non solo libri

Oltre alle circa 60 presentazioni autoriali, disseminate tra Isola e Tuoro, non mancheranno spettacoli teatrali, estemporanee di pittura, animazioni per bambini, performance di body painting e proiezioni cinematografiche. Scopriremo, infine, i vincitori del concorso letterario, che verranno premiati durante i tre giorni di Festival.

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