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La città di Assisi è attraversata da un senso quasi tangibile di universalità e di apertura al mondo esterno. La storia di Assisi è una storia antichissima: l’Asisium nell’antica e potente Roma era la città dei ricchi mercanti, delle ville lussuose e delle terme.

Rosone della Basilica di San Francesco

Visitare Assisi significa immergersi contemporaneamente nella storia di epoca romana e medievale, ma anche entrare nel cuore della spiritualità e nei luoghi dove due giovani cambiarono la storia del cristianesimo e quella dell’arte.
Le antiche e monumentali chiese guidano i fedeli e i pellegrini lungo i loro viaggi e i rosoni, gli elementi più suggestivi delle facciate, ammaliano i visitatori grazie a semplici giochi di luci. La Basilica di San Francesco, vera e propria meraviglia architettonica della storia italiana, rappresenta l’eredità fisica del Santo. Fu costruita nel 1228, proprio in suo onore, a soli due anni dalla morte e canonizzazione, su iniziativa di Papa Gregorio IX e dal frate Elia di Bombarone.
La basilica sorge sul Colle dell’Inferno, antico nome del luogo, poiché nel periodo medievale era teatro di esecuzioni capitali. Da quando San Francesco venne canonizzato, questo luogo cambiò nome in Colle del Paradiso: tutto intorno infatti regna la pace e la gioia che si percepisce ha una dimensione quasi sovrannaturale.
Il grande rosone della basilica guida i visitatori non solo all’interno della chiesa, con le sue altissime volte a crociera e con il famosissimo ciclo di Giotto sulla vita di San Francesco, ma è anche alla cripta e alla tomba del Santo.
Il rosone infatti, con i suoi 7.5 metri di diametro e 15 metri di altezza, è il più grande del centro Italia. Dalla ruota un caldo fascio di luce penetra all’interno della basilica illuminando la navata. Inoltre è contornato dall’immagine dei quattro elementi cosmici e funzionava anche come orologio solare.[1]

 

Santa Chiara

 

Un secondo eccelso rosone è quello presente nella facciata della Basilica di Santa Chiara, simbolo della potenza e dell’immensità di Dio. Rispetto a San Francesco, il rosone di Santa Chiara presenta una maggiore simmetria radiale, formato com’è da due perfetti cerchi che si allargano verso il bordo esterno. «Oh, donna, non temere, perché felicemente partorirai una chiara luce che illuminerà il mondo».
La madre della Santa, recatasi a pregare nella cattedrale di San Rufino alla vigilia del parto, udì queste parole. La bambina fu infatti chiamata Chiara e battezzata in quella stessa chiesa. Il grande rosone, quasi a protezione di tutta la basilica, sembra richiamare il nome della Santa, creando giochi di profondità e colorati fasci di luce. L’esterno della facciata è caratterizzato da tre grandi contrafforti poligonali a forma di ampi archi rampanti, che rinforzano il fianco sinistro; la facciata invece, è realizzata a filari di pietra locale bianca e rosa.

 

Rosone della Chiesa di San Rufino

 

I tre grandi rosoni della chiesa di San Pietro dominano la piazza antistante, dove sorgeva un’antica necropoli romana. La chiesa, costruita dai benedettini nel X secolo, è stata rimaneggiata più volte fino alla ricostruzione definitiva del XIII secolo. La facciata, realizzata in pietra rossa del monte Subasio, ha una forma rettangolare; all’origine culminava con un timpano che fu abbattuto dopo il terremoto del 1832.
Nel registro inferiore tre grandi portali d’ingresso accolgono i fedeli, a cui corrispondono, nella seconda fascia, i tre rosoni. Le due fasce della facciata sono tra loro divise da un cornicione ad archetti pensili. L’interno della chiesa è diviso in tre navate: quella centrale è molto alta e senza finestre proprie, ma interamente illuminata dai fasci di luce che penetrano dal rosone centrale.
Elaborati e antichi rosoni sono presenti in una chiesa che rappresenta uno dei massimi capolavori dell’architettura romanica in Italia centrale: la chiesa di San Rufino. Essa infatti si affaccia in una splendida piazza, punto nevralgico e luogo di incontro del popolo e della società feudale del tempo. Le lesene dividono la facciata in tre parti, sottolineando che anche nello spazio interno, vi sono tre navate. La facciata è quindi suddivisa in tre ordini, scanditi da un finto loggiato e da cornici con archetti ciechi e pensili.
Tutto nell’architettura rimanda al numero tre: tre sono infatti i portali e le lunette sovrastanti, tre i rosoni e tre i telamoni, le possenti figure maschili che sostengono, sulle loro spalle, tutto il peso del rosone.

 

Chiesa di San Pietro

 

Il bellissimo rosone, tanto grande da rappresentare tutto il popolo di Assisi, mostra delle caratteristiche decisamente particolari: composto da tre giri di ruota è circondato da una ghiera di fogliame. Il primo giro, composto da archetti a tutto sesto e da colonnine, è abbastanza comune, il secondo invece è assolutamente straordinario: un motivo floreale continuo ed estremamente dinamico, con calici stilizzati e con un andamento serpeggiante dei petali. A completare l’elaborato rosone è un terzo giro di ruota ad archetti di derivazione islamica.[2] Ai lati sono presenti i quattro Evangelisti con elementi naturali del cosmo, enfatizzazione del concetto di Cristo luce e centro del mondo.


[1] L. Lametti, V. Mazzasette, N. Nardelli, Il rosone della basilica di San Francesco in Assisi. Funzione luminosa e allusioni simboliche, Gangemi Editore, 2012.
[2] F. Santucci, La cattedrale di San Rufino in Assisi, Editore Silvana, 1999.

Dopo un giugno caratterizzato da timide prove generali di ripartenza svoltesi nella paura, nell’incertezza ma anche nella consapevolezza che da qualche parte bisognava ricominciare, ci attende un’estate di sicuro estremamente complessa dal punto di vista economico ma al contempo cruciale nelle scelte (e non scelte) che sapremo fare. Le prove ormai sono finite e, seppure non sia difficile immaginare gravissime difficoltà determinate da questo evento pandemico di cui non si intravede ancora un decorso certo e prevedibile, occorre agire a livello sistemico per scongiurare una crisi che si configura già come epocale.

In questo periodo di stop determinato dal Covid – abbiamo riscoperto laddove ce ne fosse stato bisogno – il ruolo cruciale dei territori, dei piccoli centri e dell’istituzione Comune che ha dovuto fronteggiare in prima linea la crisi sanitaria e quella economica che la prima si è inevitabilmente portata dietro. Sindaci e Amministrazioni locali, chiamati a gestire una situazione mai riscontrata precedentemente in epoca moderna, sono stati protagonisti di scelte difficili portate avanti, nella stragrande maggioranza dei casi, con dedizione e caparbietà, come ci si aspetta da buoni padri di famiglia. I piccoli centri sono riusciti meglio delle grandi città ad arginare la diffusione del virus, aiutati sicuramente da una minore concentrazione demografica, ma segno che il buon vivere che li caratterizza è riuscito a emergere anche, e soprattutto, in situazioni come questa.

 

by Claudia Ioan

Montone, foto by Claudia Ioan

Uno standard per la sicurezza dei borghi

Partendo da questo assunto e consapevole dell’importante ruolo che i Borghi possono rivestire nel rilancio del turismo nazionale, l’Associazione dei Borghi più Belli d’Italia ha coniato lo slogan La Bellezza in sicurezza e sta lavorando anche per redigere un protocollo standard proprio per la sicurezza del borgo. Fiorello Primi, presidente dell’Associazione, sottolinea come il turismo di prossimità possa rappresentare la chiave e la spinta propulsiva per questa ripartenza di cui tanto si sta dibattendo. Per questo è necessario valorizzare le peculiarità del borgo – tranquillità, rapporto con l’ambiente, sostenibilità e, naturalmente, sicurezza – ma è altresì fondamentale investire per il rilancio di questi piccoli centri, vittime di isolamento digitale, di carenza infrastrutturale, di grave impoverimento demografico. Serve quindi un grande programma nazionale per la salvaguardia e il rilancio di un’entità, il borgo, che può rappresentare, dicevamo, la vera chiave di volta per il rilancio dell’economia del turismo. In questo contesto si colloca la recente lettera inviata al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte dall’Associazione dei Borghi Umbri più belli d’Italia insieme a Legambiente, Uncem, Symbola, Unione delle Pro Loco Italiane, Anci, Touring Club Italiano e Borghi Autentici, attraverso la quale si sollecita il Governo a intervenire su cinque punti principali:

1) accelerare il Piano per la banda ultra larga;

2) sollecitare un’immediata attuazione di tutti quei dispositivi normativi, dalla legge 158/2017 a favore dei Piccoli Comuni ((con particolare riguardo e urgenza per il Piano straordinario della Didattica);

3) ridurre l’imposizione fiscale sugli interventi in campo ambientale e di natura idrogeologica;

4) avvio delle Zone Economiche Ambientali (ZEA);

5) sostenere la ripartenza del turismo dei borghi, dell’agroturismo, del turismo lento e del cicloturismo.

 

foto by Uliana Piro

Panicale

I borghi umbri e la riabilitazione della cultura

E in un periodo come questo, in cui la pandemia «sta rimettendo in discussione l’abitare» come afferma Antonio Luna, presidente dei Borghi più belli d’Italia in Umbria, è proprio dal borgo, espressione di bellezza e di cultura che potremmo imparare a «riabitare la cultura, perché torni a essere narrazione di identità mutanti, strumento di riequilibrio tra residenzialità e turismo, specchio nel rapporto con l’ambiente e con sé stessi, bussola verso nuove necessarie sicurezze». I borghi umbri in questo periodo lo hanno dimostrato continuando a coltivare cultura: basti pensare al progetto Il libro animato di Lugnano in Teverina e di Montecchio, alla serie tv Sara e Marti su Rai Gulp e Disney Channel che mette in mostra la bellezza di Bevagna, al Festival del Cinema Città di Spello e dei Borghi umbri previsto per agosto, alla creazione dei nuovi tour virtuali di Citerna, al progetto Come in Umbria di Montefalco o a quello Strade della ceramica di Deruta, alla realizzazione di un nuovo video promozionale a Monte Castello di Vibio. E questo solo per citare alcune delle tante iniziative che hanno animato i mesi del lockdown, insieme alla campagna di newsletter Facebook, La Bellezza in sicurezza dei Borghi Umbri più belli d’Italia, portata avanti con la collaborazione di 15 comuni associati che ne hanno riprodotto lo slogan attraverso post inseriti in rapida sequenza: Spello, San Gemini, Lugnano In Teverina, Allerona, Paciano, Deruta, Bevagna, Bettona, Montecchio, Massa Martana, Monte Castello di Vibio, Monteleone di Spoleto, Montefalco, Montone, Panicale.

Iniziative portate avanti da realtà che non si sono mai fermate, pronte oggi a ri-accogliere nei tanto attesi eventi in presenza, qualora l’evolversi della pandemia lo consenta. Partiamo intanto il 27 giugno con La Notte Romantica nei Borghi più belli d’Italia che, nel rispetto delle precauzioni legate al Covid-19, darà il via alla stagione turistica, festeggiando il solstizio d’estate.

Capolavoro di ingegneria idraulica e monumento-simbolo della civiltà etrusca, tanto studiata quanto misteriosa: questo è il Pozzo etrusco, meraviglia architettonica a perenne testimonianza del popolo che fondò Perugia, nonché oggi sito museale noto in tutto il mondo.

Pozzo etrusco in piazza Danti, foto di Fondazione Ranieri

L’ingresso della struttura è dato dal n. 18 della centralissima Piazza Danti, situata a pochi passi dalla ben più nota Piazza IV Novembre, salotto buono della città nota per la magnifica Fontana Maggiore, sulla quale si affacciano Palazzo dei Priori e la cattedrale di San Lorenzo. All’arrivo il visitatore è accolto in un ambiente di raro fascino, ricavato nei sotterranei di palazzo Sorbello, residenza storica cittadina, nonché sede della Fondazione Ranieri di Sorbello, ente culturale dedicato alla memoria di Uguccione V Ranieri di Sorbello, intellettuale cosmopolita, eroe di guerra, giornalista e studioso di storia locale. Fu proprio per volontà di Uguccione che, intorno al 1960, vennero condotti i primi rilievi archeologici su quello che per lui era un bene di famiglia da conoscere e preservare, studi che confermarono una realizzazione di mano etrusca, nozione della quale si era persa memoria malgrado l’uso continuativo da parte della popolazione locale nel corso dei secoli.
Nella sala d’accoglienza, un video introduttivo costituisce il vero biglietto d’accesso alle meraviglie dell’ingegneria idraulica etrusca: il Pozzo etrusco è un colosso millenario, risalente alla seconda metà del III secolo a. C., che pesca nel terreno per ben 37 metri a partire dall’attuale livello stradale. Ancora oggi il pozzo è attivo (anche se non più utilizzato come fonte di acqua potabile), alimentato dalle stesse tre sorgenti sotterranee da più di duemila anni.

 

Passerella interna del pozzo

Il pozzo appartiene una classe di opere di ingegneria diffuse ovunque, con la medesima finalità, anche se non sempre con le stesse forme che, nel caso specifico di questa struttura, assumono dimensioni ragguardevoli: dai vari rilievi speleologici svolti nel corso degli anni è stato appurato avere una dimensione, complessiva di 424 metri cubi arrivando a contenere (a massimo regime) fino a 424.000 litri di acqua.
L’opera è costituita da una canna cilindrica che si allarga a formare una grande cisterna per la raccolta dell’acqua, avente un diametro di 5,60 metri e un’altezza di 12. La parte superiore di questo ambiente è sicuramente uno dei punti forti della visita al Pozzo: la cisterna è infatti rivestita da grandi blocchi di travertino proveniente dalle cave di Ellera (8 km da Perugia), materiale utilizzato anche nella costruzione delle monumentali mura etrusche di Perugia.

 

pozzo etrusco_perugia

Travature, foto di Fondazione Ranieri

 

Anche la copertura superiore del pozzo, retta da grandi lastre collocate trasversalmente e sorrette da travature in pietra posizionate ad incastro senza uso di malta a formare due capriate del peso di 80 quintali l’una, è realizzata in travertino. Questa omogeneità di materiali e tecniche costruttive riscontrata tra il pozzo e le mura etrusche di Perugia, ha consentito di ipotizzare che questo sia stato realizzato fin dal principio come opera pubblica.
La presenza di scanalature rilevate sulla superficie dei blocchi di travertino della copertura superiore ha lasciato supporre che per la raccolta dell’acqua dovette essere inizialmente utilizzato un sistema piuttosto semplice come l’impiego di secchi legati a una fune. Un sistema a carrucola centrale sarebbe stato adottato solo in seguito, con la realizzazione della vera che ancora oggi indica il pozzo a livello stradale. Nel 1768, a chiusura dell’imboccatura della vera venne realizzata una graticciata di ferro, sulla quale vennero apposti due stemmi gentilizi, anch’essi in ferro, relativi a due delle famiglie nobili proprietarie di Palazzo Sorbello: i conti Eugeni e i marchesi Bourbon di Sorbello.

 

Sala Carlo III – Casa Museo di Palazzo Sorbello

 

La Fondazione Ranieri di Sorbello, che gestisce il Pozzo etrusco dal luglio 2016, ha nel tempo portato avanti una serie di operazioni volte a migliorare l’esperienza del visitatore mediante progetti mirati di restauro e miglioria, volti a potenziare tanto la narrazione quanto la fruizione della struttura; a questo si affianca una fruttuosa collaborazione con altre strutture museali cittadine dedicate all’archeologia etrusca, come il Museo del Capitolo di Perugia, punto di partenza del percorso alla scoperta della Perugia Sotterranea: viaggio all’interno delle stratificazioni architettoniche dell’acropoli dell’antica Perusna (nome etrusco di Perugia).
La storia a Perugia affonda le sue radici in profondità, proprio come il Pozzo etrusco: un monumento che, con la sua peculiarità costruttiva, ci parla di un’epoca lontana permettendo ancora oggi di coglierne l’atmosfera.

 


Per informazioni su giorni e orari d’apertura consultare il sito: www.pozzoetrusco.it
È stata aggiornata la voce Wikipedia relativa al Pozzo etrusco, consultabile all’indirizzo: https://it.wikipedia.org/wiki/Pozzo_etrusco

Ho sempre amato i film d’avventura. Quei film dove il protagonista trova una mappa del tesoro e parte alla scoperta di città fantastiche nascoste tra foreste o montagne.

Sono stato sempre attratto dalla voglia di scoprire e mi buttavo a capofitto nella visione di film come All’inseguimento della pietra verde o I
predatori dell’arca perduta. Ci metto di mezzo anche i videogiochi, e come non innamorarsi di Lara Croft che risolveva misteri tra le antiche rovine in Tomb Raider?
È un po’ così che mi sono sentito quando mi sono ritrovato per la prima volta in questo gigantesco complesso industriale di inizio Novecento, stretto e abbandonato tra le montagne dell’Appennino umbro. Ero Michael Douglas che si muoveva tra le piante della giungla e allo stesso tempo ero Harrison Ford che evitava una trappola con il suo fedele cappello. Mi ero immerso completamente nella parte perché, complice il mio divagare con la mente e l’atmosfera che si respirava appena entrati, la sensazione era proprio quella.

 

Papigno

Foto di Giulio Rosi

 

Quello che si mostrò davanti a me e ai miei amici era un alternarsi di piante ed edifici di inizio secolo che, scendendo, ci portavano nel cuore di quello che era il fulcro di tutta la centrale. Con quei vecchi ganci con le date in risalto – 1907 – funi d’acciaio e ponti, vasche e pozzi, edera e pietre, il complesso si allargava e mostrava tutti gli stabilimenti costruiti successivamente. Grandi, imponenti, abbandonati a se stessi. Ogni volta che entro in un posto così ho sempre la stessa sensazione: mi sembra che il tempo si sia fermato improvvisamente e che tutto ciò che c’era intorno sia fuggito all’improvviso. È per il fatto che sedie, tavoli, fogli di carta con date, numeri, nomi, sono lasciati lì come se un giorno io mi alzassi dalla mia scrivania e me ne andassi per sempre.

 

Foto di Giulio Rosi

Ed era così anche lì, con la potenza visiva che la stanza delle turbine riuscì a trasmettermi con la sua struttura a V, i macchinari spolpati dai ladri di metalli, i suoi inquietanti graffiti che perfettamente si incastonavano, rendendo il tutto una sorta di tempio decaduto della modernità.

 

Foto dell’autore

Papigno

Foto dell’autore

 

Ma lo stupore più grande, quello capace di disorientarmi completamente e di scuotermi, fu quando entrammo nei capannoni centrali. Questi, dei padiglioni giganteschi sicuramente più recenti rispetto al resto della centrale, ospitano da decenni diversi set cinematografici, tra
cui spiccano su tutti quelli della Vita è bella e Pinocchio. Per un appassionato di cinema come me trovare un intero paese dei balocchi, con le sue giostre, le sue case appariscenti, i volti dipinti di donne e uomini in vestiti sontuosi, le chiese vuote di legno e le case popolari dipinte a mano, è stato un immenso stupore. Un meccanismo svelato di quello che è il cinema, di quel cinema costruito a mano a cui normalmente non pensiamo. Le scenografie immense, come la stazione dei treni che arrivava fino in cima al capannone, alta oltre dieci metri e piena di polvere.

 

Foto dell’autore

Foto dell’autore

 

Girando lì e scattando le mie foto in un religioso silenzio, ho pensato alla storia di quel posto. Sapevo dell’esistenza di un progetto voluto da più parti che voleva un prestigioso studio cinematografico qua in Umbria. Ci si è provato per più anni: prima Benigni, poi la stessa Cinecittà, che ha investito per costruire gli Umbria Studios, ma ora avevamo tutto ciò di fronte a noi, tra polvere e incuria.
La sede degli studios è composta da palazzi nuovissimi, costruiti sempre all’interno del complesso. Entrando lì non si respirava la stessa aria decadente di prima, non c’erano macerie sparse o vetri rotti, solo mobili vuoti e fogli sparsi ovunque. Non è stato difficile imbattersi in sceneggiature lasciate lì, vestiti di scena o schede di gente che voleva fare l’attore. I loro visi, le loro esperienze pregresse, le loro speranze racchiuse in fogli gettati a terra all’interno di quel posto dimenticato.
Prima di andarmene chiesi agli altri di ripassare un attimo all’interno del paese dei balocchi. Ho ripensato di nuovo al sogno di creare qualcosa d’importante e poi ho visto l’edera che filtrava dalle fessure sul cemento.
Me ne sono andato così. Tornandomene a casa ho ripensato poi – sempre rimanendo in campo cinematografico – ai film d’avventura che tanto mi piacciono. Ho riflettuto sul fatto che anche loro, i grandi esploratori, ogni volta alla fine del film se ne tornano a casa con nulla.
Trovano la città fantastica e poi, una volta lì, devono fuggire e abbandonarla senza avere la possibilità di farla conoscere al mondo.
Un senso d’incompiuta meraviglia: era questo che, facendo le dovute proporzioni (mi manca il cappello di Indiana Jones), provavo anche io nella mia auto mentre me ne tornavo a casa.

 

Foto dell’autore

La passione e l’attenzione dei poeti e degli scrittori stranieri per il nostro paese è immutabile nel tempo. Basti pensare a Cechov, Gogol, Keats che hanno condiviso i loro successi  letterari con le maggiori città italiane.

Augustus Hare

I romantici inglesi preferirono la Toscana: spesso venivano apostrofati come gli anglobeceri per quel loro buffo accento inglese nel parlare il fiorentino. Anche l’Umbria è stata meta e soggiorno di illustri personaggi forestieri. Nel 1786 J.W. Von Goethe arrivò in Umbria da Firenze e ne rimase incantato. Lord Byron nel 1817 soggiornò a Foligno e a Campello sul Clitunno, di cui rimane entusiasta come per il lago Trasimeno e le cascate delle Marmore.

Ma c’è da dire che anche quelli considerati minori hanno avuto un feeling particolare con il nostro Paese. L’irascibile poeta W.S. Landor visitò Firenze e la Montagna pistoiese, il filologo tedesco Rudolf Borchardt, Lucca. Sua figlia Corona Borchardt coniugata Abbondanz,a tra l’altro è vissuta ed è morta a Perugia nel 1999.  Il filosofo francese Ernest Renan affermò che «l’Umbria è troppo trascurata nei viaggi e nella storia». Arriviamo così al semisconosciuto Augustus John Cuthbert Hare (1834-1903), scrittore e narratore inglese, considerato l’ultimo vittoriano. Autore nella seconda metà dell’Ottocento del libro Cities of Northern and Central Italy, fa una dettagliata descrizione di Spello che espongo in alcuni dei passi più significativi con traduzione non letterale.

Capitolo LXIV

«Spello may be made an excursion from Assisi or Perugia, or may be taken on the way to Foligno».
(Spello può essere un’escursione proveniendo da Assisi o Perugia, o come sosta sulla via per Foligno).

«There are 4 trains daily in 20 min».
(Ci sono 4 treni giornalieri e in 20 minuti arrivi a Foligno).

«We find this town in inscrptions bearing the titles of Colonia Julia Hispelli and Colonia Urbana Flavia».
(In questa città abbiamo trovato due scritte: Colonia Julia Hispelli e Colonia Urbana Flavia).

«There are remains of a Roman Amphitheatre in the plain below the town and one of the Roman gates».
(Ci sono resti di un Anfiteatro romano nella piana sottostante la città e una porta romana).

Veduta di Spello

«The chief interest of Spello arises from its connection with the history of art. In 1501 Pinturicchio was employed here on noble frescoes witch still remain».
(L’interesse principale di Spello è connesso con la storia dell’arte. Qui lavorò Pinturicchio nel 1501 su affreschi tuttora presenti).

«The collegiate Church of S. Maria Maggiore contains noblest work of the master».
(La chiesa collegiale di Santa Maria Maggiore contiene tra i più nobili lavori del maestro).

«The Franciscan Church of St. Andrea contains a noble picture of Pinturicchio 1508».
(La chiesa francescana di Sant’Andrea ospita un nobile dipinto di Pinturicchio del 1508).

«Steep and tortuose streets lead up to the hill top, whence there is a beautiful view».
(Strade ripide e tortuose conducono in cima alla collina dove c’è una bellissima vista).

«Spello was the seat of a bishopric till the 6th century, when it was removed to Foligno».
(Spello è stata sede di vescovado fino al VI secolo).

 

A parte la descrizione delle strade ripide che conducono a una bellissima vista dove sembra che Augustus Hare si lasci andare a una sensazione di benessere, quello che emerge è una descrizione forse un po’ troppo fotografata del viaggiatore. La descrizione oggettiva del luogo non dà sufficientemente spazio a quella soggettiva fatta di riflessioni, sentimenti e stati d’animo.
Maggiori emozioni le avrà avute durante la visita di Assisi o nella successiva di Foligno che inizia a descrivere come The town is walled now… ma questa è un’altra storia.

«In forma dunque di candida rosa che si mostrava la milizia santa (…) nel gran fiore discendeva che s’addorna di tante foglie, e quindi risaliva là dove ‘l suo amor sempre aggiorna». (Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXI, vv. 1- 2 e 10-12)

I rosoni, veri ricami di pietra posti sulle facciate delle chiese, attraverso i loro decori filtrano la luce divina, trasformandosi in fasci colorati che illuminano le navate.
Il rosone è una ruota a raggi che simboleggia, secondo la tradizione cristiana, il dominio di Cristo sulla terra. È presente sull’asse della navata principale, talvolta anche di quelle secondarie o in corrispondenza di cappelle o bracci trasversali. La forma circolare e la gamma cromatica hanno permesso ai maestri vetrai di creare opere d’arte sacra raffigurando, sotto forma di icona, i passi più significativi del Vangelo. Il rosone rappresenta la ruota della Fortuna: Dante stesso la definisce come un’Intelligenza angelica che ha sede nell’Empireo e che opera fra gli uomini attraverso un progetto divino. Il rosone «esplicita chiaramente la ciclicità della fortuna umana e confina il tempo degli uomini nell’incommensurabilità del tempo di Dio».[1]

 

Basilica di San Benedetto, Norcia, prima del terremoto.

 

Il suo nome, in uso dal XVII secolo, è un accrescitivo del termine di derivazione latina rosa, che ne suggerisce la somiglianza con la struttura del fiore. La rosa, la cui freschezza e bellezza suggerisce un simbolo etereo, richiama inoltre il calice di Cristo.[2]
Nella Divina Commedia, nel XXXI canto del Paradiso, Dante evoca la rosa celeste che raccoglie in paradiso la cerchia dei beati ammessi a contemplare Dio. Il rosone è in stretta relazione con il cerchio, simbolo di perfezione e quindi di Dio, ma allo stesso tempo è anche il simbolo del labirinto, il quale è creato dai tanti motivi vegetali presenti al suo interno. Il labirinto richiama la ricerca interiore e il viaggio iniziatico. Esso così rappresenta un anello di congiunzione tra il mondo umano e quello divino.

Chiesa di San Francesco. Norcia

Un percorso attraverso la Valnerina

L’Umbria, terra di profondo misticismo e spiritualità, cela nel suo territorio le orme dei santi che hanno cambiato il volto del Cristianesimo. Fu infatti, sulle verdi colline e altopiani di Norcia che trovò la fede San Benedetto. Nel centro storico della città sorge la Basilica di San Benedetto, costruita presso la casa natale del santo e poi ampliata nel XIII secolo. La facciata, con un profilo a capanna, presenta nella parte inferiore un portale strombato ed è arricchita nella parte superiore da un rosone, decorato con foglie di acanto e accompagnato dai simboli dei quattro evangelisti. Purtroppo la basilica è stata profondamente danneggiata durante il terremoto del 2016, ma facilmente si può intuire il suo antico splendore.
Di notevole interesse artistico e architettonico è la chiesa di San Francesco a Norcia, edificata interamente in pietra bianca e portata a termine dai francescani conventuali. Pregevole è il grande rosone che domina la facciata: una cornice realizzata con rosette e archi a tutto sesto, come un vero ricamo, trafora la dura pietra, rivelando il suo profondo significato attraverso il vuoto della materia ma pieno invece della luce divina.
A pochi chilometri dalla patria di San Benedetto, a Preci, si erge l’Eremo di Sant’Eutizio.

La parte più antica dell’abbazia risale al IX secolo e nel 1190 fu completata per volere dell’abate Tendini I. L’abbazia ammalia lo spettatore poiché è interamente edificata su un terrazzamento tra la scogliera e la vallata sottostante. Il rosone, vero gioiello della scultura, prevale sulla struttura della chiesa. È un grande cerchio contornato dai simboli degli evangelisti, tipico dell’architettura romanica, ma in se reca anche frammenti scultorei altomedievali.[3]

Abbazia Sant’Eutizio. Preci

Non molto distante da Norcia un altro eccelso rosone, più minuto dei precedenti, sovrasta e domina la facciata della chiesa di Santa Maria Assunta a Vallo di Nera. La chiesa risale al 1176 e presenta una facciata con pietre conce tipicamente romaniche. A contraddistinguerla è un portale gotico a ogiva ornato da capitelli e fregi e nella parte superiore un rosone scandito da dodici colonnine perfettamente in linea, il quale sembra essere riassorbito nel paramento murario.

Città profondamente legata alla spiritualità, ma anche al simbolo del rosone e quindi alla rosa è sicuramente la città di Cascia, centro religioso legato alla figura di Santa Rita. Si erge in questo borgo la chiesa di San Francesco, presso la quale nel 1270 fu sepolto il Beato Pace francescano. Elemento di spicco della facciata, opera di maestri comacini, è il raffinato rosone, molto particolare poiché è dato dall’ingranaggio delle due ruote contrapposte che creano un effetto dinamico di rotazione. È composto da diciotto colonne con capitelli e diciotto archetti trilobati, i quali convergono verso il centro nel quale è presente la Madonna con il Bambino. Tutto intorno foglie d’acanto richiamo motivi classici. La delicatezza

Chiesa di San Francesco, Cascia

dell’intarsio rende questo rosone un vero capolavoro dell’arte scultoree regionale.

L’Appennino umbro è il custode silenzioso delle tracce di santi e pellegrini fondatori di eremi e cenobi ispirati alle regole della povertà, solitudine e semplicità. A Sant’Anatolia di Narco la leggenda narra che passarono san Mauro, suo figlio Felice e la loro nutrice. Visto la loro condotta di vita, la popolazione gli chiese aiuto per essere liberati da un drago che infestava quei luoghi. San Mauro, grazie all’aiuto divino, affrontò e uccise il drago. L’episodio della liberazione è raffigurato nel fregio della facciata. In essa è presente anche il rosone, tra i più interessanti esempi di scultura romanica umbra, a due ordini di colonne, iscritto in un quadrato con i simboli apocalittici. Il quadrato è delimitato da una fascia a mosaico a stelle. La simbologia della facciata è esemplare: il rosone rappresenta Cristo che porta luce nel mondo, identificata con la Chiesa, attraverso la voce dei quattro evangelisti che ne hanno permesso la conoscenza.[4]

Infine, un rosone molto particolare è sicuramente quello della chiesa di San Salvatore di Campi di Norcia, una delle testimonianze più importanti del territorio della Valnerina. I tragici eventi sismici del 2016 hanno portato al crollo di gran parte dell’edificio e alla distruzione del campanile risalente al XVI secolo. Le pareti rimaste sono state consolidate per rimettere in sicurezza le porzioni di affreschi che verranno reintegrate nelle parti recuperate. La chiesa, immersa nelle colline umbre, è un raro esempio a due navate, con due porte di accesso e due rosoni, oltretutto non allineati rispetto alla linea del tetto. Particolarmente interessante è la grande ghiera esterna del rosone, scolpita con tralci d’acanto disposti secondo un sinuoso movimento rotatorio a spirale.

 

Chiesa San Salvatore. Campi

Basiliche, abbazie e piccole chiese, immerse in vallate verdeggianti tipicamente umbre, luoghi magici e mistici allo stesso tempo, ma anche guide essenziali che aiutano il visitatore, spettatore o eremita a cogliere la parte più pura e profonda dell’Umbria. Questi e tanti altri luoghi restituiscono gioielli preziosi di un tempo passato.
Purtroppo molti di essi sono stati profondamente colpiti dal sisma di alcuni anni fa, ma molto spesso l’arte e la bellezza vincono il silenzio che scende sulle macerie, riportando questi luoghi alla loro antica bellezza.

 


[1] Claudio Lanzi, Sedes Sapientiae: l’universo simbolico delle cattedrali, Simmetria edizioni, Roma, 2009, pag. 162.
[2] M. Feuillet, Lessico dei simboli cristiani, Edizioni Arkeios, Roma, 2006, p. 97-98.
[3] L. Zazzerini, Umbria Eremitica. Ubi silentium sit Deus, Edizioni LuoghInteriori, Città di Castello, 2019, pp. 124-131.
[4] L. Zazzerini, Umbria Eremitica. Ubi silentium sit Deus, Edizioni LuoghInteriori, Città di Castello, 2019, p. 109.

Prima del Coronavirus venne la peste. Veniva da est, era arrivata seguendo la via della Seta e giunse in tempo per essere raccontata da Boccaccio nel 1348. Poi si ripresentò nel 1630 per dare a Manzoni l’occasione di scrivere molte belle pagine.

Tra le due pesti letterarie ce ne fu un’altra nel 1527 che non ebbe cantori, ma che fece strage egualmente. Questa arrivò da nord, da quella zona che sarebbe diventata la Germania. Attraversò le Alpi con i lanzichenecchi, mercenari al seguito dell’imperatore Carlo V, che li aveva arruolati ma non sempre li pagava. Erano luterani, erano violenti e carichi d’odio verso i cattolici papisti e soprattutto verso Roma, dove c’era il Papa e, con il Papa, la corruzione della Chiesa. Poi – per inciso – era piena di ricchezze e di opere d’arte di valore. Entrati in città si abbandonarono a violenze e stupri, devastarono case e palazzi, rubarono tutto quello che riuscirono a rubare. Fu una strage.
Alla fiine se ne andarono. Erano entrati il 6 maggio 1527 quando Roma contava circa 100.000 abitanti. Se ne andarono a febbraio 1528 lasciando 30.00 morti. Non era finita lì.

 

strade romane

La via Amerina

L’epidemia passa per l’Umbria

Se ne andarono, ma a Roma lasciarono la peste, che si portò via altre 20.000 persone. Se ne andarono per tornare in Germania seguendo il percorso della via Amerina, che li avrebbe portati fino in Umbria. Loro risalivano e la peste li seguiva. Le persone morivano a migliaia e anche i lanzichenecchi si ammalavano e morivano, ma non abbastanza. Quelli rimasti hanno continuato a infierire e devastare. Le soldataglie germaniche sul loro percorso incontrarono Nepi ed entrarono da Porta Nica marciando sul basolato romano della via Amerina. Ai Nepesini fu riservato lo stesso trattamento che già aveva sperimentato Roma, peste inclusa.
Poi continuarono a risalire, attraversarono il Tevere; alcuni deviarono verso Narni e ne fecero scempio. Altri andarono verso Viterbo, ma poi tutti ripresero il percorso della via Amerina. La strada collegava Amelia, Todi e Perugia e sul suo percorso si affacciavano borghi e castelli di proprietà di due famiglie rivali: gli Atti guelfi, filoimperiali, e i Chiaravalle, ghibellini e sostenitori del papato. Collicello fu il primo. Le mura rimasero in piedi e ancora sfoggiano otto torri. Poi continuarono per Avigliano, che godeva di una posizione strategica a metà strada tra Todi e Amelia. Dopo toccò a Montecastrilli, che era sotto la diretta protezione del Papa. Ultima fu Casalina, di proprietà del monastero di San Pietro a Perugia.

 

Lanzichenecchi, mercenari al seguito dell’imperatore Carlo V

 

I lanzichenecchi infierirono sulla popolazione e portarono via tutto quello che li poteva sfamare e tutto quello che era di valore. Se ne andarono e fu la fame per i sopravvissuti. Poi cominciò la peste, che non si diffuse in maniera drammatica come a Roma. Il merito era dovuto all’involontario distanziamento sociale. Quei piccoli borghi erano lontani l’uno dall’altro, arroccati su colline e dossi che si guardavano a vista, per sicurezza e soprattutto per le rivalità politiche tra le due grandi famiglie. Gli abitanti erano pochi e, dopo il passaggio dei soldati, ne rimasero ancora meno. La peste ne portò via pochi: si può dire che fu più benevola dei lanzichenecchi.
Per i piccoli borghi non era ancora finita. Dopo i lanzichenecchi, dopo la fame e dopo la peste, li attendeva un’altra una terribile prova: la carestia. Se le pietre potessero parlare, quei borghi avrebbero storie terribili da raccontare. Adesso sono ancora lì con i loro castelli e le loro mura, immersi nel silenzio della vecchia via Amerina. Immersi nel verde dell’Umbria.

Beccati Questo e Beccati Quest’altro!

Sembra di ascoltare una canzonatura tra ragazzi che si prendono in giro durante le fasi di un loro gioco, in realtà sono i nomi un po’ bizzarri di due torri medievali di avvistamento che si trovano in Val di Chiana, nei pressi del confine umbro-toscano, tra il lago Trasimeno e quello di Chiusi.
La Torre di Beccati Questo, ottagonale, è stata costruita nel 1279 nel territorio del Comune di Chiusi (SI) in adiacenza al confine con il territorio umbro, a testimonianza di una forte presenza dei senesi in Val di Chiana.
Qualche anno dopo, i perugini costruirono la Torre di Beccati Quest’Altro o Quello a pianta quadrata, nel territorio del Comune di Castiglione del Lago (PG), contrapposta a quella dei rivali toscani.

 

torre_toscana

La Torre di Beccati Questo

 

I singolari nomi alle due roccaforti sono stati assegnati in memoria dei due drappelli militari delle opposte fazioni che le presiedevano e che, ogni giorno, si canzonavano dalle due torri dirimpettaie.
I due fortilizi non hanno mai partecipato direttamente a scontri militari, ma sono stati utilizzati soprattutto come stazioni di gabella per lo scambio di merci e il passaggio di persone.
Questo fatto mi riporta alla mente la scena del film Non ci resta che piangere, con i magnifici Roberto Benigni e Massimo Troisi che interpretano la celeberrima scena: «Chi siete? … Cosa portate? Si ma quanti siete?… Un fiorino!». Memorabile!

 

torre_umbria

Torre di Beccati Quest’Altro o Quello

Torri sommerse

Papa Sisto V nel XVI secolo fece deviare i torrenti Rio Maggiore e Tresa dal Trasimeno alla Val di Chiana, per cercare di attenuare le piene spondali del Lago e riversare le loro portate verso la Chiana, rendendola maggiormente paludosa e costituendo così un ulteriore baluardo difensivo contro le mire espansionistiche toscane.
Quindi il terreno dove fu eretta quella senese, fu soggetto nel tempo a impaludamento: ai giorni nostri, la torre emerge per meno di due terzi della sua altezza, perché una buona parte è rimasta sepolta dalle colmate per la bonifica chianina, iniziata verso la fine del 1700.
Le due Torri non sono visitabili internamente, ma nel loro complesso ambientale sono molto suggestive: aiutano a immaginare cosa succedeva lì qualche secolo fa e forse potremmo ancora sentire, con un po’ di fantasia, qualcuno che ci dirà «Chi siete? … Cosa portate? Si ma quanti siete?… Un fiorino!»

Il colle sul quale sorge Vallo di Nera, dominante sulla fertile valle irrigata dal Nera e protetto da monti boscosi, fu abitato sin da tempi remoti.

Chiesa di Santa Maria Assunta, foto di Enrico Mezzasoma

 

Agli inizi del III secolo avanti Cristo, dopo la conquista romana del territorio, l’ukar, l’antica arce umbra, divenne un uicus fortificato a guardia dell’importante via di comunicazione che segue il corso del fiume Nahar, l’attuale Nera: ne è la riprova il toponimo vallum, termine che letteralmente indica il fossato difensivo tipico delle antiche fortificazioni. Agli inizi del Duecento l’assetto urbanistico del borgo, chiuso nella cinta turrita, assunse la fisionomia che ancora oggi, in buon parte, conserva e che ha elevato Vallo di Nera al rango di borgo bandiera Arancione.
Tra le imponenti torri medioevali, nei silenzi arcani del colle Flenzano su cui sorge il castello, si cela uno dei santuari più suggestivi della Valnerina: la Chiesa di Santa Maria Assunta, di epoca imperiale. La facciata del tempio, sulla quale campeggia un rosone scandito da 12 colonnine, nasconde l’interno articolato in un’unica navata, originariamente coperto con volte a crociera. Sebbene il tempo e gli interventi succedutisi nel corso dei secoli ne abbiano, in parte, mutato la fisionomia, un recente restauro ha restituito agli affreschi il loro antico splendore. I committenti, i cui nomi accompagnano le pitture, sovrapponevano nuovi dipinti ai precedenti documentando l’intensità e la persistenza d’una devozione iniziata con le prime communitates cristiane insediatesi sul territorio. Preghiere plasmate in figure, invocazioni solidificate nelle terre delle tempere che chiedono a Dio, mediante i santi intercessori, la salute per il corpo – a fulgore et tempestate, a peste fame et bello, libera nos Domine – e implorano la salvezza per l’anima – e salutare tuum da nobis.

 

dipinto_chiesa Valnerina

Martirio di Santa Lucia

Un tour all’interno

L’interno della chiesa, partendo dalla parete sinistra della navata, ospita il Martirio di Santa Lucia, attribuito a Cola di Pietro da Camerino: la vergine è avvinta a due pariglie di buoi per essere trascinata in un postribolo, ma le bestie non riescono a smuoverla. Due aguzzini la tengono ferma per le spalle mentre il carnefice le affonda nella gola una daga. Dietro il magistrato Paschasius, una gamba sull’altra e in contrasto coi corrucciati personaggi che lo circondano, assiste divertito alla scena. A destra dall’altare – risalente agli inizi del Seicento – nel registro inferiore, da un affresco cinquecentesco che raffigura una Madonna del Latte tra San Gregorio Magno e un porporato, s’affacciano due Vergini col Bambino, una delle quali intenta ad allattare. A essa si rivolgevano le madri per implorare l’abbondanza del prezioso nutrimento.

 

Dormitio della Vergine

 

Indugiando ancora sulla destra dell’altare, campeggiano le figure di due martiri: Barbara, protettrice del fuoco celeste, e Caterina d’Alessandria. In prossimità del grande arco, nel registro inferiore, una piccola Madonna di scuola riminese sorregge il Figlio teneramente proteso a baciarle il volto. Sull’abside tuonano le figure austere dei Santi Antonio Abate e Cristoforo. Nell’abside, sulla parete di sinistra, in alto, la Dormitio della Vergine, attorniata dai 12 apostoli. Cinque angeli ne cantano le lodi, mentre altri quattro l’elevano al cielo circonfusa di luce. Particolare menzione merita la scena raffigurante la Fuga in Egitto: due angeli guidano Giuseppe che reca in spalla un bastone a cui sono appesi un otre e due pani, Maria cavalca un’asinella e un garzone sprona la bestia. Sullo sfondo, la pianta carica di frutti che, nella leggenda apocrifa volgarizzata da Jacopo da Voragine, abbassò i rami per rifocillare la Vergine.

 

Fuga in Egitto

 

Tornando alla navata, sulla parete di destra, sono affrescati undici santi, tra i quali San Giuliano in vesti militari e Sant’Antonio Abate: San Giuliano forte, liberaci da mala morte, da foco ardente e da acqua corrente, così recitano ancora nelle campagne i più vecchi. Sotto, la lunga processione dei Bianchi, movimento di penitenti sorto nel 1399 allo scopo di proclamare la pace universale e ottenere il perdono dei peccati: qui Mastro Cola di Pietro, nel 1401, li ritrae durante il loro passaggio alla volta di Roma, con i lunghi sai rossocrociati, intenti a scambiarsi il bacio della Pace, a cantare le lodi della Vergine o a implorare misericordia davanti al Crocifisso. Poco distante Sant’Antonio, protettore degli animali, con la campana il cui suono scacciava il demonio, il bordone e il lungo mantello segnato dal tau protettore; Gregorio Magno, coronato col triregnum, mostra un dipinto con i Santi Pietro e Paolo. Proseguendo, un’austera Madonna in trono, della metà del Quattrocento, porta sulle ginocchia il Bambino con un passerotto, allusivo al racconto apocrifo che narra come il piccolo Gesù si divertisse a plasmare con la creta uccellini e a vederli volar via dopo aver infuso in essi la vita.

 

Processione dei Bianchi

 

A fianco, le immagini di S. Chiara e S. Maria Egiziaca, coperta dai prolissi capelli: specchio di purezza, la prima; meretrice, poi eremita nel deserto, la seconda. Col capo nimbato da un’aureola, identica a quella di Chiara, l’ex prostituta testimonia la potenza catartica del pentimento e la vastità della misericordia divina. Nel registro più basso, la Trinità reca un libro su cui è scritto: Pater e Filius et Spiritus Sanctus et tres unum sunt. Due modi per enunciare il dogma trinitario dei quali il primo, dedicato a quelli che non sapevano leggere, nella sua rustica formulazione risulta non meno efficace.

 

Santa Chiara e Santa Maria Egiziaca

«La cercan qui, la cercan là. Dove si trovi, nessun lo sa».

Sono i versi famosi della Primula Rossa, l’eroe a doppia personalità come Superman, che ha sottratto tanti nobili al lavoro della ghigliottina durante la Rivoluzione Francese, dando filo da torcere a Robespierre e soci. Anche le strade possono dare filo da torcere se sono molto antiche e un po’ abbandonate.
La nostra Primula Rossa è una via a nord di Roma che ha più di 2.200 anni e che collegava la città di Faleri, capitale dell’antica popolazione laziale dei Falisci, con Amelia, poi Todi e Perugia, per finire a Chiusi. Attraversava la Tuscia andando verso Nord e scendeva a sud senza arrivare a Roma. Ci penseranno i Romani a farla arrivare in città. I Falisci avevano sottovalutato i rissosi vicini emergenti che, nel 214 a.C., uscirono da Roma e li spazzarono via. Del mondo Falisco non resta molto. Quello che i Romani non hanno distrutto è stato modificato nel tempo.

 

Via Amerina

Via Amerina

Che cos’è una strada?

La strada è una striscia di terra che collega due luoghi per motivi sociali e commerciali fin da quando Lucy ha lasciato l’Africa. Le strade sono state costruite anche per far muovere meglio gli eserciti, in particolare quello romano, tanto da creare una rete viaria che attraversava tutto l’impero. Doveva essere impressionante vedere l’esercito romano avanzare, compatto, ordinato, costruendo strade, ponti e trascinandosi dietro le macchine da guerra. Solo la pozione magica di Asterix è stata in grado di fermarlo.
La rete stradale romana è ancora percorribile, un po’ mutata ma non poi tanto, e ce lo confermano le mappe stradali di allora confrontate a quelle di oggi. I percorsi toccano le stesse città e i nomi delle vie consolari non sono cambiati: SS1 Aurelia, SS2 Cassia, SS3 Flaminia, SS7 Appia. Anche la nostra Primula Rossa ha un nome: via Amerina. È l’antico nome di Amelia, che si chiamava Ameria, ed è caduta in disuso un paio di secoli fa, ma adesso sta riemergendo dalle nebbie della storia per la volontà di un gruppo di ciclisti, storici, archeologi e passeggiatori. Ottima strada commerciale per i Falisci, ottima strada per i Romani che andavano a Nord, ottima strada per lo Stato della Chiesa che si collegava a Ravenna.
Qua e là lungo la strada sono sparse delle mansio che, per dirlo con parola moderna, sono Autogrill, posti di ristoro dove si mangiava, dove si trovava biada per i cavalli e, come si vede a Ostia Antica, c’era anche il lavaggio carri. In quei luoghi non mancavano mai le prostitute per sollevare i viandanti dalle fatiche del viaggio.

Luogo di tante lotte

La strada andava dritta fino al Tevere: lì si fermava per riprendere di là del fiume. Niente ponti, ma traghetti. Infatti, all’altezza di Orte, sono stati ritrovati i resti del porto di Seripola che accoglieva viaggiatori e merci. Passato il fiume, la via Amerina proseguiva in quella che oggi è la regione Umbria. Se guardate una carta stradale dell’Umbria, il percorso più evidente è quello della superstrada E45 che percorre tutta la valle del Tevere.
Nei tempi andati, una strada seria mai sarebbe passata a fondo valle. Troppo rischioso. Le strade passavano in alto o a mezza costa o, come in questo caso, sull’altopiano. Nel VII secolo d.C. fu chiaro che la zona era in pericolo e che andava difesa. Castelli fortificati e borghi spuntarono come funghi. Su ogni cocuzzolo è sorto un castello posizionato in modo da avvistare amici e nemici. Tutti si tenevano d’occhio. Alto Medioevo e Rinascimento hanno una storia cupa, violenta e cruenta. Le lotte tra Bizantini e Longobardi, tra Papato e Impero, tra Guelfi e Ghibellini, tra signorotti locali e principi romani sono state di una violenza inaudita e, è il caso di dire, la via Amerina ne ha viste di tutti i colori. Quello che è successo piacerebbe a Quentin Tarantino.
Anche il mite San Francesco, uomo di pace, che parlava agli uccelli e ai lupi e sperava di farsi ascoltare da chi praticava solo guerra e violenza, si è avventurato su questa strada. Le storie sono tante e cominceremo a svelarle piano piano, scoprendo assieme, tratto per tratto, la nostra nuova strada dal nome antico la Via Amerina.

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