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COVID 19 è la parola più pronunciata da un anno a questa parte, parola che ci ha tolto molto e che ci ha costretto a vivere in modo nuovo. I trekking in Nepal o in Patagonia sono stati sostituiti dal percorso casa-supermercato, andata e ritorno. Poi, per fortuna, nelle nostre menti si è accesa la lampadina della reazione.

Siamo italiani, viviamo in un Paese speciale. Allora perché non fare quello che finora abbiamo sottovalutato e anche un po’ disprezzato, come andare alla scoperta degli angoli minori del nostro Paese? L’Umbria si è attivata e ne ha rispolverati alcuni interessanti e numerosi. Accantonate le grandi basiliche, le città medievali e i capolavori della pittura, la natura è diventata il nuovo centro focale. Percorrendo i nuovi tracciati ciclabili e pedonabili si scopre, per esempio, che in Umbria abbondano le cascate.

 

 

Non imponenti come quella delle Marmore o quella del Toce, o impressionanti come quelle del Niagara, queste cascate sono nascoste nei boschi e precipitano in piccoli anfratti verdi circondate dalle rocce di tufo o travertino. Mettendosi nei panni dei nipotini di Indiana Jones, il più famoso archeologo del cinema, e cercando con sguardo attento, si riescono a scovare cascate, laghetti e pure qualche reperto di un passato molto remoto. Queste piccole cascate sono molto antiche, perché qui, in piccola scala, c’è stato il fenomeno delle doline come nel Carso. L’acqua ha eroso il terreno, ha scavato delle forre e lì, da qualche milione di anni, precipitano le acque. Cascate e archeologia vanno di pari passo: non bisogna infatti dimenticare che l’Umbria è stata sempre abitata, prima dagli autoctoni, poi dai Romani che hanno lasciato tracce ovunque e poi da altri a seguire.

Alla ricerca delle cascate

A giugno, prima del gran caldo e prima che di conseguenza le acque sparissero, con la mia amica Pina che ben conosce questi luoghi, sono andata a cercare i laghetti e le cascate di Castel Rinaldi, vicino a Massa Martana. Per nostra fortuna, scendendo nel bosco, abbiamo incontrato la signora Tiziana che passeggiava con il suo cane; dopo aver scambiato due chiacchiere, lei si è gentilmente offerta di accompagnarci a vedere quello che da sole non avremmo trovato, ovvero il ponte romano e la necropoli pagana che risale al III/II secolo a.C.
Raggiunto Castel Rinaldi, si lascia la macchina e si scende verso il bosco. Dopo 15 minuti si incontra la prima cascata. Ma per vederla bisogna andare in giù di qualche metro e arrivare fino a un laghetto di un bel colore verde, esaltato dalle pareti verdi delle rocce che lo circondano. Muschio, capelvenere, felci e altre piante tipiche delle zone molto umide hanno completamente ricoperto la parete tufacea da cui precipitano le acque. Grazioso. A giugno l’acqua era già poca ma mi dicono che in autunno quei 20 metri di salto facciano impressione. Poi, in inverno, dato che il sole non batte mai sulla parete, si formano anche delle stalattiti di ghiaccio. Risalite sul sentiero abbiamo piegato a sinistra e, proseguendo dritte, siamo arrivate al lago grande. È una passeggiata facile, bisogna solo fare attenzione al fango per non scivolare. Attorno alla cascata grande si è creato lo stesso ambiente della cascata piccola, a mio avviso però molto più suggestivo e romantico.

 

Parete di tufo della necropoli

 

Le grandi pareti verdi, la caduta d’acqua, il lago e il silenzio creano un’atmosfera sospesa dove ci si aspetta l’apparizione di un Elfo o di una Fata e si sogna un bacio romantico, proprio come in un film. Tornando indietro, Tiziana ci ha indicato il sito della necropoli, che però si vede poco. Abbiamo potuto scorgere una sola tomba, dal basso e da lontano, perché il terreno è franato e salire è pericoloso. Si vede solo l’ingresso a volta e la parete di tufo bianco col colombario. Ci sono altre quattro tombe simili nella zona, ma la stagione avanzata e le difficoltà dell’esplorazione ci hanno dissuaso dal proseguire. Mi riprometto però di tornare in autunno e di trasformarmi in una esploratrice d’epoca, perché la zona di Castel Rinaldi è piccola ma interessante in quanto, oltre a essere stata privilegiata dalla natura, porta le tracce di varie civiltà ed è stata abitata senza soluzione di continuità da più di 2500 anni.
Per completare la passeggiata abbiamo intravisto, proprio sotto il castello, il ponte romano che si presenta come un classico ponte di mattoni a schiena d’asino, sicuramente costruito dal diavolo in una notte tempestosa. L’erba, già troppo alta, ci ha tuttavia impedito di vederlo da vicino. Torneremo in autunno.

La bellezza di Perugia non deriva da maestosi monumenti e imponenti piazze, ma dall’intima esperienza che si prova camminando per i vicoli del centro storico.

Chiesa di Sant’Ercolano

Immergendosi per le vie della città è possibile ritrovarsi in angoli magnifici con panorami sensazionali che vengono puntualmente immortalati dai turisti, spinti a venire ad ammirare Perugia proprio per questa peculiarità. Come un’irripetibile caccia al tesoro di straordinari e unici scorci, ispirazione per quadri di artisti di tutti i secoli.
Negli affreschi della Cappella dei Priori, una cappella interna alla Galleria Nazionale dell’Umbria, è raffigurato il ciclo pittorico della vita di San Ludovico da Tolosa e di Sant’Ercolano, ad opera dell’artista perugino Benedetto Bonfigli. Gli episodi della vita di Sant’Ercolano, uno dei tre santi patroni di Perugia, ci regalano una rappresentazione della Perugia quattrocentesca, con le innumerevoli torri non ancora distrutte. Anche se, a oggi, il panorama appare differente, vi sono comunque degli elementi riconoscibili.

 

La presa di Perugia da parte di Totila, Benedetto Bonfigli (1461-1480). Affresco Cappella dei Priori, Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia

 

L’episodio La presa di Perugia da parte di Totila raffigura la conquista da parte dei Goti della città di Perugia e il martirio di Sant’Ercolano, le cui esequie sono rappresentate in basso a destra, di fronte alla ben individuabile facciata della omonima chiesa.

Prima traslazione del corpo di Sant’Ercolano dalla prima sepoltura alla Basilica di San Pietro, Benedetto Bonfigli, Galleria Nazionale dell’Umbria.

L’episodio successivo, Prima traslazione del corpo di Sant’Ercolano dalla prima sepoltura alla Basilica di San Pietro, raffigura lo spostamento delle esequie del santo dalla chiesa di Sant’Ercolano alla basilica di San Pietro, con tanto di processione cittadina. In questo affresco è ben visibile, in primo piano sulla destra, la Chiesa di San Pietro, con la facciata bianca e rossa e l’imponente campanile, ma anche, al centro in secondo piano, il retro della Chiesa di San Domenico, con la sua famosa vetrata e il campanile, la cui parte superiore venne demolita in seguito alla costruzione della Rocca Paolina.
Un altro esempio di rappresentazione rinascimentale di Perugia, ci viene proposta dal Perugino nella tavola Gonfalone della Giustizia. In questo quadro, conservato alla Galleria Nazionale dell’Umbria, è presente sullo sfondo una veduta del rione di Porta Eburnea, uno dei cinque rioni perugini, che si presenta come una cinquecentesca cartolina della città.

Gonfalone della Giustizia, Perugino (1501). Galleria Nazionale dell’Umbria.

Uno dei simboli di Perugia è la Rocca Paolina. Realizzata per volere di Papa Paolo III Farnese, da cui prende il nome, venne realizzata tra il 1540 e il 1543, come emblema del dominio papale sulla città. In seguito all’annessione di Perugia nel Regno d’Italia, venne progressivamente demolita, fino ad arrivare alla minima parte oggi visibile. Due piccoli dipinti del pittore perugino Giuseppe Rossi, conservati alla Galleria Nazionale dell’Umbria, ci mostrano la maestosità e imponenza della Rocca che, prima della sua demolizione, inglobava tutta la parte meridionale della città. Interessante è notare come sia rimasto ben poco della struttura originale: il Palazzo Papale, in alto a destra, è oggi sostituito da Piazza Italia, dal Palazzo della Prefettura e dai Giardini Carducci, mentre la cosiddetta Tenaglia, in basso a sinistra, sorgeva nel punto in cui oggi è presente Piazza Partigiani.
La rappresentazione pittorica delle bellezze di Perugia non è una prerogativa esclusiva di artisti perugini, ma si riscontra anche in artisti stranieri o di altre zone italiane che, dopo un soggiorno prolungato, si sono innamorati della città e l’hanno ritratta in suggestivi dipinti.

Arco Etrusco, Luigi Marzo. (Stampa su carta – 1998).

Il pittore Luigi Marzo, nato nel Salento ma perugino di adozione, affascinato dalla città che lo ha accolto durante il suo percorso universitario, decide di legarsi indissolubilmente a Perugia, città nella quale vive tutt’oggi. Nel piccolo quadro intitolato Arco Etrusco, dal sapore espressionista, il pittore rappresenta uno dei luoghi simbolo della città, la porta nord della cinta muraria etrusca. La scelta di Marzo è di ritrarre l’Arco focalizzandosi non su una fedele e oggettiva rappresentazione, ma comunicando con la pittura le sue sensazioni ed emozioni riguardo il luogo raffigurato. Il risultato è un’opera intima e personale.

 

Dipinto Rocca Paolina, Giuseppe Rossi. Olio su tavola. Galleria Nazionale dell’Umbria.

Il piccolo quadro dell’artista tedesco Christian Seebauer mostra una veduta della città dalla zona del Pincetto. Paragonando il dipinto ad una fotografia, il confronto è sorprendente. La puntualità e l’accortezza con cui il pittore ha ritratto i particolari è veramente notevole e testimonia l’amore di Seebauer per Perugia, coltivato durante gli studi all’Università per Stranieri.

 

Perugia, Christian Seebauer (Olio su tela, 2009).

L’ultimo quadro proposto appartiene all’artista pesarese Valerio Lombardelli, in arte Wallas. La stampa, intitolata Perugia, Quando Scende La Notte, Si Accendono Le Luci E Inizia Lo Spettacolo Dell’amore, raffigura il luogo più emblematico della città, Piazza IV Novembre, con la Fontana Maggiore e la scalinata del Palazzo dei Priori. L’opera, facente parte di una serie di quadri dedicati alla città, presenta le caratteristiche tipiche dello stile del pittore, con colori accesi e innaturali e una veduta luminosa nonostante la notte stellata. Una rappresentazione duale, intima ed esplosiva, che si propone come un invito a visitare Perugia.

Perugia, Quando Scende La Notte, Si Accendono Le Luci E Inizia Lo Spettacolo Dell’amore. Wallas (stampa glicée ritoccata a mano).

La raffigurazione di monumenti e vedute di Perugia non si esaurisce con questo minimo racconto, vi sono innumerevoli quadri e disegni di artisti più o meno famosi, che ogni anno si cimentano nella rappresentazione della città. Un puro e semplice gesto d’amore, un ringraziamento nei confronti di una città che li ha ospitati e fatti sentire a casa. Infatti, che sia scrittura, musica o pittura, l’arte è una necessaria espressione di sentimenti, e non c’è niente che ispiri di più di un intimo e tranquillo panorama.

Nel Parco del Monte Subasio, a metà strada tra Armenzano e Collepino, esiste un borgo incantevole, sconosciuto a molti: San Giovanni di Collepino, “il paradiso di pietra rosa”.

Si tratta di un castello le cui mura, che cingevano il centro abitato, oggi non esistono più. Pare che qui San Francesco abbia compiuto uno dei suoi miracoli donando la vista a Beatrice, la sorella del custode del castello, la quale, in seguito, si fece suora presso il Monastero di Vallegloria.

 

San Giovanni di Collepino. Foto di Marta Alunni

 

San Giovanni è un luogo di pace e silenzio, il rifugio perfetto per staccare la spina dal traffico e dal caos delle grandi città. Non ha nulla di turistico: non ci sono negozi, generi alimentari, bar, ristoranti, nessun servizio. Ma si respira l’aria buona e si fanno quattro chiacchiere con le poche anime che ci vivono. In realtà gli abitanti di San Giovanni trascorrono qui solo una parte dell’anno, trattandosi per lo più di seconde case. Una signora che gestisce un b&b mi ha raccontato che molte persone anche dall’estero scelgono di passare qualche giorno nel borgo, proprio per rigenerarsi, consapevoli del fatto che è impossibile trovare una rete wi-fi a cui connettersi. Anzi, chi viene qui, cerca proprio questo: un po’ di tempo per disintossicarsi da tutto. Mi ha poi raccontato che sotto Natale, per festeggiare San Giovanni il 27 dicembre, il castello è avvolto da un’atmosfera ancor più affascinante, perché ogni sua viuzza è illuminata da candele e luci di ogni sorta. Tuttavia, la festa vera e propria si svolge a fine giugno, in occasione di San Giovanni Battista.
L’aspetto del borgo, come lo vediamo oggi, è dovuto ai lavori di restauro avvenuti dopo il terremoto del 1997. Le case in pietra, la piccola chiesa, i gatti che si riposano all’ombra delle siepi, i fiori sui davanzali, il cinguettio degli uccelli fanno di San Giovanni un gioiello di cui prendersi cura, che mi auguro rimanga così, autentico e solitario.

Come raggiungere San Giovanni di Collepino…

Da Assisi, si esce da Porta Perlici, percorrendo la SS. 444 e poi si svolta a destra in direzione Costa di Trex. A piedi è possibile percorrere invece uno dei numerosi sentieri del Monte Subasio, il numero 353 chiamato anche sentiero dei fossi che, dagli Stazzi, passa per Costa di Trex, Armenzano e infine giunge a San Giovanni.

Il lago Trasimeno ha bisogno di essere sostenuto tramite attenzioni, premure e iniziative al fine di sopperire alle costanti sollecitazioni che subisce il suo naturale metabolismo, che spesso viene accelerato oltre i propri limiti e non riesce a tenere il passo ai crescenti coinvolgimenti.

Il lago sta dando più di quello che anatomicamente e fisiologicamente potrebbe dare. Diciamolo con chiarezza, il Trasimeno non è strutturato per rispondere in modo completo ed esaustivo alla quantità di richieste e aspettative antropoidi odierne. La consapevolezza di ciò è fondamentale per chiunque proponga, osservi o elabori. Il generoso e saggio lago, per quello che viene continuamente chiamato a dare, ha bisogno che l’essere umano sopperisca, integri, compensi, manutenga, gestisca, regolamenti, controlli; a loro volta le persone devono essere messe in grado di farlo. Soprattutto c’è necessità di istituire un unico interlocutore istituzionale a cui proporre e da cui essere autorizzati per innovare, costruire, realizzare, senza chiedere le varie autorizzazioni a una miriade di enti, come attualmente è previsto, con le conseguenti e infruttuose implicazioni dovute a un dilatamento esasperato dei tempi autorizzativi e quindi realizzativi. Infatti, l’eccessiva burocrazia e i tanti dovuti atti amministrativi, rallentano ogni processo innovativo.

 

Lago Trasimeno, foto di Roberta Costanzi

Un fronte comune

La rete di tutti quei soggetti pubblici e privati che ne hanno interesse dovrebbe cementarsi maggiormente senza fazioni o deterrenti campanilismi, sia per far fronte comune senza individuali posizioni autoreferenziali, sia nell’agire per il bene della res publica. Sarebbe conveniente tenere con costanza un atteggiamento consono e congruente, affinché il lago più antico d’Italia possa continuare a rappresentare un’intera comunità e proseguire a vivere come territorio altamente attrattivo per i viaggiatori, grazie alla sua cultura, storia, tradizione, pesca, agricoltura, turismo, ambiente, natura, paesaggio, enogastronomia e ai suoi splendidi borghi. Tra i tanti punti basilari, citati e a seguire, ce ne sono alcuni a cui non ci si può sottrarre in argomento! Il Trasimeno ha convissuto da sempre con il problema del livello delle acque: fin dai tempi antichi, sono accaduti forti alluvionamenti ed estese deformazioni dei margini lacuali, in altalena con le improvvise regressioni delle acque stesse.
Infatti le linee spondali del Trasimeno sono state sempre molto elastiche e flessibili, tant’è vero che la gente ha sempre sentenziato: «Il lago dà e il lago prende». Anche il nome Trasimeno, secondo una tesi tra le più accreditate, significa, nell’antica lingua degli Umbri, quello che si sta prosciugando.

 

Foto di Roberta Costanzi

È evidente che già nel periodo avanti Cristo ci fosse un problema sul livello delle acque, continuato poi nel periodo romano, medievale, papalino, monarchico, fino a oggi. Corsi e ricorsi storici sul livello idrometrico… quando troppo elevato e quando troppo poco. Torrenti deviati e rideviati, dighe, paratie, canalizzazioni, emissari, immissari. Le fonti e i dati storici non sono opinione. E, ancora oggi, non è stata trovata o almeno non realizzata, una soluzione adeguata, cioè quella che permetta di dire in merito, nulla quaestio. Nel tempo ci sono state tante lodevoli iniziative con buone intenzioni, ma senza un sistema integrato risolutivo che abbia portato ai risultati sperati.
I risultati contano eccome e la credibilità può essere solo misurata con la congruenza tra l’annunciato e il realizzato. Il livello di antropizzazione e le relative esigenze di un tempo, facevano sì che il lago non subisse condizionamenti. Semmai il contrario: era il lago a condizionare, almeno fino al mutar dei tempi e delle sempre maggiori richieste delle sue risorse, che sono state intaccate progressivamente e sempre più profondamente, per arrivare a un precario equilibrio tradotto in una preoccupante e repentina discesa della sostenibilità del suo ecosistema.

 

Trasimeno, foto di Roberta Costanzi

Il problema idrico

Da qualche buon decennio, uno dei grandi problemi lacustri è l’incertezza del raggiungimento dello zero idrometrico, che appare troppo spesso come una meta utopistica.
Il bisogno idrico del Trasimeno è in costante crescita e dobbiamo fare i conti anche con il clima attuale che ha portato verso l’innalzamento della temperatura, sia aerea sia dell’acqua, e soprattutto alla scarsa piovosità di questi anni. Consideriamo poi che gli adduttori d’acqua convogliati al lago sono, per diversi motivi, insufficienti all’istanze naturali del vecchio Tarsminass e ovviamente tutto ciò porta grandi problematiche agli operatori dei vari settori economici lacustri, in primis al settore della pesca e del turismo e non di meno all’equilibrio ecologico del lago stesso con fenomeni di eutrofizzazione e moria di pesci.
Anche perché, e dobbiamo ricordarlo, il Trasimeno è un bacino laminare di origine tettonica, con ridotta profondità (attualmente al massimo di circa 6 metri allo zero idrometrico) ed è un ecosistema molto delicato e precario, dove l’insieme composto da alte temperature climatiche, scarsa piovosità e vento, erode costantemente centimetri alla sua profondità così come inficiano la sua buona salute i dragaggi non più avvenuti per anni, la pulizia dei suoi fondali, la drastica riduzione e l’assente gestione del canneto, che da sempre è di fondamentale importanza per il suo ecosistema, l’inserimento umano irresponsabile di alcune specie animali e vegetali alloctone, l’efficienza dei depuratori, in modo particolare d’estate quando l’incremento turistico sposta notevolmente il numero delle presenze in avanti, l’eccessivo numero dei fastidiosi chironomidi e la scarsa manutenzione delle sue sponde. Tutto ciò incrina e mette in dubbio la certezza e i buoni propositi di imprenditorialità e di soggiorno turistico, corredato da una comunicazione promozionale dell’offerta talvolta vetusta, lacunosa, parcellizzata o insufficiente quando riferita agli attrattori turistici, che non sempre sono disponibili o restano chiusi alla visita del viaggiatore interessato ad ammirare le bellezze artistiche e culturali lacustri.
C’è da sottolineare che, da qualche mese, si è ripreso a far rimuovere le attrezzature ferme in darsena da oltre un decennio, per una manutenzione del lago che rimane al momento ancora insufficiente. Siamo nella speranza e nel convincimento delle istituzioni che sia incrementata nel breve periodo, così come che venga attuata la tanto sperata e imminente chiusura dell’incompleto anello ciclo-pedonale lacustre o la risoluzione della problematica legata all’adduzione idrica dalla diga del Montedoglio.
Desiderando poi che i desueti e vetusti battelli del trasporto pubblico, per dare un esempio responsabile e un modello da seguire e magari incentivando quelli da diporto privato, un giorno non lontano possano tutti convertirsi alla propulsione elettrica, per non caricare ulteriormente il nostro lago di fattori diametralmente opposti al decantato inno alla naturalità e all’ecologica sostenibilità. La Provincia di Perugia ha annunciato che acquisterà a breve l’Ippogrifo, un’imbarcazione elettrica per trasporto passeggeri, ottenuta grazie ai finanziamenti europei erogati dalla Regione Umbria e destinata al servizio di collegamento con l’Isola Polvese. L’Ippogrifo potrà navigare dopo aver ricevuto le certificazioni autorizzative previste. Mirabile esempio di una lungimirante visione green e per un favorevole abbrivio al cambiamento per la tipologia di navigazione a favore dell’ecosostenibilità!

 

Isola Maggiore, foto di Roberta Costanzi

Interventi utili e imminenti

Il lago rappresenta una grande ricchezza per la sua unicità e suggestiva bellezza. Andrebbe maggiormente valorizzato, tutelato e preservato, poiché un simile gioiello naturale, che ancora oggi riesce in parte a mimetizzare le problematiche, possa essere lasciato almeno in buona salute alle generazioni future. Ma non rimane molto tempo per intervenire!
Avere rimpianti, rancori e rimorsi o ancor peggio additare qualcuno per la responsabilità di non aver fatto o non aver fatto bene, significherebbe semplicemente direzionarsi verso un punto di non ritorno e sprecare le proprie risorse psico-fisiche per inconcludenti divagazioni non utili alla causa. Tutti, con le proprie responsabilità e senza attendere che qualcun altro faccia, in un atteggiamento propositivo e fattivo, tra pubbliche istituzioni e attività private, turisti e residenti, ognuno per la propria parte, piccola o grande che sia, stimoli e sia d’esempio agli altri, partendo semplicemente da una cicca di sigaretta non gettata a terra o da una plastica correttamente accantonata, dalla pulizia e la gestione dei confini terracquei di propria pertinenza, all’attenzione di tradurre in fatti quello che si sentenzia al bar. Facciamo sì che non sia troppo tardi per tracciare una nuova via che tenda a invertire una rotta già compromessa…
Bisogna sbrigarsi a trovare le risorse e le giuste soluzioni, prima di trovarci fuori tempo massimo, nel rimpianto di non aver agito velocemente e sufficientemente bene e nell’irreversibilità dei fatti. Nel contempo rispettiamo il nostro beneamato lago e non sfruttiamolo oltre quello che può dare e soppesiamo l’arrogarsi di prendere o ricevere le sue risorse come se non avesse limiti. È come andare a fare la spesa e prendere prodotti in grande quantità, senza tener conto dei soldi che abbiamo in tasca: se la spesa supera la nostra disponibilità economica, o restituiamo parte del preso o ci creiamo un debito… che prima o poi andrà pagato!

 

Foto di Roberta Costanzi

 

In tutto questo, nel 2021, la Cooperativa Pescatori del Trasimeno di San Feliciano ha chiuso la sua filiera: a Sant’Arcangelo è stata aperta al pubblico la loro locanda, con il motto di Pescato, Cotto e Mangiato. Esempio ammirevole e unico in Europa! Bravi Pescatori. Così come alla grande professionalità imprenditoriale dimostrata in questo difficile periodo dagli operatori della ristorazione e dell’accoglienza turistica lacuale per aver continuato a mantenere un’offerta di altissima qualità, vale un grande plauso e andrebbe meritatamente sostenuta.
Nel mentre, la Goletta Verde dei Laghi di Legambiente ha sentenziato che i 5 punti campionati sul lago Trasimeno con le analisi microbiologiche sono risultati tutti entro i limiti di legge e il meraviglioso vino Gamay del Trasimeno è stato premiato con 5 prestigiosi riconoscimenti al Concorso Internazionale Grenache du Monde, onorando quattro cantine lacustri sue produttrici.
Vogliamo bene al nostro beneamato lago Trasimeno, suggello di bellezza e testimone culturale di un patto di continuità e solidarietà da trasferirsi alle generazioni successive… meditate gente, meditate! Ma non troppo a lungo… il tempo stringe!

Per chi non è propriamente umbro sentir parlare di Brancaleone, Testanera e del Pellegrino suscita curiosità e rimanda sovente a ricordi storici legati al Medioevo. Ma non è così, è tutta un’altra storia.

Guardiamo dunque di cosa sto parlando. Chi scrive è umbro da qualche mese, esattamente dal novembre 2020, avendo scelto di vivere in un meraviglioso borgo medievale con tanto di Bandiera Arancione. Ho cercato di conoscere il paese e i comuni limitrofi non tanto per le loro peculiarità storiche, artistiche o architettoniche (prossimamente dedicherò loro parte del mio tempo), ma per le loro tipicità gastronomiche visitando vigneti, cantine, oliveti, frantoi, caseifici e macellerie. Una collettività e le sue caratteristiche vengono conosciute anche attraverso il cibo che viene prodotto e che viene consumato, senza scomodare troppo il filosofo tedesco Feuerbach famoso per la sua massima l’uomo è ciò che mangia.

Ospiti e cibus

Così, terminata la fase di lockdown, molti sono stati gli amici e i parenti che sono venuti a trovare me e mia moglie nel cuore verde d’Italia. Abbiamo cercato, credo con successo, di far assaggiare loro i prodotti tipici della regione mantenendo il nostro tipico intercalare toscano, da cui mai ci separeremo. Mangiando umbro ci siamo però sentiti tutti più vicini a questa regione che ha quel misterioso alone di spiritualità. Chi viene in Umbria torna a casa più buono.
Le lumache in umido, gli spiedini di fegato di maiale, pasta fresca alla norcina, grigliate di agnello, fette di porchetta, testina di agnello al forno, la tamanta (lombata di maiale con pancetta in taglio unico), la porcaccia (capocollo inpanato e cotto alla brace).
Poi fra negozi, norcinerie e caseifici ho iniziato a sentir nominare il Brancaleone, il Testanera e il Pellegrino. Non ho immediatamente chiesto di cosa si trattasse, ho voluto mantenere la curiosità alta senza scoprirla subito. A chi o cosa si riferiscono? Chi diavolo erano questi tipi? Ho fatto uno sforzo di memoria riaprendo quei cassetti chiusi una volta terminata la scuola e l’Università e ho provato a risolvere il mio mistero.

Storia e leggende intorno a questi nomi

Ho così ripercorso le vie dei ricordi tra villani, faccendieri, ordini cavallereschi, vecchi mestieri, personaggi immaginari e spunti di spiritualità.

 

L’armata Brancaleone e Brancaleone

Brancaleone

Quando sentiamo parlare di Brancaleone non possono non venirci in mente i film L’armata Brancaleone e Brancaleone alle crociate, magistralmente interpretati da Vittorio Gassman. Il personaggio principale è per l’appunto il cavaliere di ventura Brancaleone da Norcia, nato intorno all’anno 1000. Tale cavaliere ha rappresentato lo stereotipo dell’italiano sbruffone protagonista di rocambolesche disavventure. Ambientati nella società medievale narrano, fra altre situazioni, dell’incontro con la bellissima principessa Matelda, della cattura dei pirati saraceni, dell’ardua prova di camminare sui carboni ardenti e della ricerca di nuove avventure attraversando il deserto.

 

Testanera

Per Testanera è stato un percorso più difficile da fare, non ho ricordi specifici di personaggi storici o immaginari con questo tipico nome. Ho pensato a Giovanni dalle Bande nere, condottiero del Rinascimento, a Maschera Nera (Black Mask) personaggio dei fumetti disegnati da Tom Mandrake, al Corsaro Nero di Emilio Salgari e all’investigatore Nero Wolfe. Ho esaurito la mia ricerca con le Teste di Moro tipici vasi ornamentali siciliani, ma oltre non sono riuscito ad andare.

 

Il Pellegrino

Quando si parla di pellegrino e pellegrinaggio si fa generalmente riferimento a un viaggio compiuto per devozione, per una ricerca spirituale e perfino per una penitenza. La destinazione è un luogo considerato sacro. Il pellegrinaggio devozionale e quello penitenziale ha anch’oggi lo scopo di raggiungere il vantaggio spirituale e il perdono. Come non citare il Cammino di Santiago, che ha resistito nei secoli ai prolungati periodo di fame, di crisi economica e di pensiero nonché alla Guerra dei cento Anni e alla peste nera.

 

Ma non è così… è tutta un’altra storia

Ma tutto questo che ho esposto non c’entra niente con il vero Brancaleone, il vero Testanera e il vero Pellegrino. Ebbene sì, è tutta un’altra storia e parliamo di formaggio o meglio quell’alimento tipico, in queste tre specialità, che ti fanno pensare che qualcosa di divino c’è davvero: basta assaggiarli.
Il Brancaleone è un formaggio con una storia particolare, infatti si racconta che veniva fatto stagionare all’interno dei molini situati all’interno delle Marcite di Norcia, dove i prati sono molto umidi. Questa caratteristica del terreno permette al Brancaleone di formare delle muffe nobili permettendo al formaggio di restare molle. La pasta cremosa ha un sapore aromatico e gusto intenso, alcuni profumi richiamano il taleggio. È prodotto con 60% di latte vaccino e 40% di latte ovino proveniente da animali che pascolano in Valnerina a circa 600 metri di altezza. La lavorazione è quella classica dei misti. Dopo la cagliata, la posa in forma e la salatura si va per una stagionatura di circa sei mesi su tavole di legno.
Il Testanera è un pecorino prodotto con latte ovino del territorio di Norcia. Ha una crosta rossiccia dovuta al trattamento della stessa con pomodoro o concentrato di pomodoro. Raggiunge la sua maturazione dopo una stagionatura di circa un mese, questa è la variante Fresco, ha un sapore equilibrato e una consistenza friabile. Deve essere conservato in luogo fresco, a una temperatura che può oscillare fra + 6° e + 12°.
La variante Stagionato ha una stagionatura da 4 a 8 mesi con sapori intensi e consistenza granulosa. In generale possiamo affermare che il suo sapore, forte e deciso, specialmente nella versione stagionata, lo rende un formaggio unico nel suo genere e che, una volta in bocca, tende a sciogliersi rilasciando gli aromi tipici del latte di pecora.

Testanera

Il Pellegrino è un formaggio misto stagionato a pasta compatta. Presenta un colore avorio e un sapore aromatico e il suo tipico retrogusto rimanda al sapore di panna. Ha una stagionatura di oltre 16 mesi. Prodotto con latte vaccino e latte ovino, caglio, fermenti lattici e sale presenta una crosta non edibile. Una combinazione che sembra abbia molto successo è quella di fare la pasta fresca in casa e condirla con acciughe (lavate, diliscate, cotte in padella e passate al setaccio) e formaggio Pellegrino abbondantemente grattugiato.

Conclusioni

Concludo con una ricetta che ho personalmente provato in casa: mezze maniche con zucca e formaggio Brancaleone. Preparazione: cuocere la zucca a tocchetti in una padella con aglio e cipolla tritata, aggiungere il Brancaleone a cubetti e panna fresca. Scolare la pasta, tenendo da parte un po’ di acqua di cottura, e versarla in padella dove l’aspetta la salsa. Aver cura che non rimanga troppo asciutta, casomai aggiungete un po’ di acqua di cottura della pasta, mescolate e macinate al momento abbondante pepe nero. Un trebbiano o un grechetto penso che ci possano stare più che bene.

L’Umbria ha un porto, ma trovarlo è difficile. Indubbiamente, cercare un porto dove non c’è il mare non è facile, perché l’Umbria non si affaccia sul mare, ma non si è fatta mancare un porto!

Sono andata alla sua ricerca e l’ho trovato: è l’antico porto fluviale sul Tevere, davanti a Orte, vicino all’importante ponte di Augusto sparito da millenni. Per raggiungere il Porto di Seripola, fino a un certo punto ci si può affidare al navigatore, poi bisogna chiedere. Il paese più vicino è Penna in Teverina: da qui si imbocca la strada che conduce al Relais La Chiocciola, dove si parcheggia.

 

 

Finito l’asfalto, la strada prosegue sterrata per altri 400 metri passando attraverso il bosco. È una strada larga e comoda che porta a uno slargo da dove si vedono le tettoie dello scavo. Già avvicinandosi al cancello si capisce che si tratta di un luogo importante. Il porto ha funzionato per circa 1000 anni, prima con i Falisci, poi con i Romani e poi con tutti quelli venuti dopo.
Erano gli anni in cui il Tevere scorreva gonfio d’acqua e barche e chiatte andavano su e giù cariche di merci. Pietre e legna, grano e olive prendevano la direzione di Roma. Poi le barche risalivano navigando controcorrente. Forse erano trainate da uomini e pure da cavalli che camminavano sulla sponda come si faceva in Francia o in Russia. Una fatica terribile che spezzava la schiena a uomini e animali. Seripola era dunque importante: merci e viaggiatori che attraversavano l’Italia da nord a sud, seguendo la via Flaminia e la via Amerina, si fermavano per forza a Seripola prima di attraversare il Tevere. Chi andava a piedi o a cavallo passava sul ponte di Augusto, di cui resta qualche traccia. Se invece si trasportavano merci, Seripola era il porto sicuro per valicare il fiume e scendere a Roma seguendo la corrente.

Non si trattava solo di un paio di moli isolati, ma di un piccolo paese con strade molto trafficate. Infatti il decumano, cioè la strada che andava da ovest a est, era la via Amerina, mentre il cardo, da nord a sud, era la consolare via Flaminia, che dall’Adriatico si dirigeva a Roma.
Era un paese, quindi c’erano case e tante taberne, addirittura le terme, segno della sua importanza. Nei dintorni si trovano resti di fattorie e di ville eleganti. Gli archeologi hanno diviso il sito in 4 settori: quello delle abitazioni, quello dei servizi e delle botteghe, quello del porto con gli horrea (magazzini di stoccaggio) e quello delle terme. I Romani sapevano che durante i viaggi, allora molto faticosi, era importante riposare e rilassarsi per ritemprarsi e tornare in forma. Le terme infatti erano abbastanza grandi e sono stati ritrovati gli spogliatoi e una cisterna d’acqua che riforniva le piscine.
Si riconoscono gli ambienti tipici come il tepidarium (ambiente di mezzo con l’aria tiepida) e anche il calidarium (quasi una sauna) le cui pareti incorporano i famosi mattoni cavi dove passava il vapore che serviva a scaldare il pavimento, le acque e l’aria. Insomma Seripola era una piccola enclave dove non mancava niente.

Mi è stato detto che ci sono addirittura dei mosaici interessanti. Sarebbe stato bello vederli, peccato però che non si possano varcare i cancelli. Tutto chiuso e tutto in abbandono. Un pianto. Anche le note informative all’esterno dello scavo sono arrugginite e rotte.

Il porto di Seripola è rimasto sepolto e totalmente dimenticato fino alla costruzione dell’autostrada del Sole A1 nel 1962. Durante lo scavo per posizionare i piloni del ponte sul Tevere, sono emerse delle rovine inattese e insospettate. L’autostrada adesso passa sopra al porto e quando si scende laggiù si sente e si vede l’autostrada sulla testa. Sono ormai anni che questo luogo, unico nel suo piccolo, è stato abbandonato a sé stesso. Non ha la dimensione di Ostia antica, non ci sono solo Horrea come a Roma in zona Testaccio, ma è un gioiellino lasciato all’incuria e all’azione del tempo e della natura.

 

 

Se non si interverrà, a breve si vedranno solo le tettoie che coprono gli scavi. A causa della fitta vegetazione non si riesce a scorgere neppure il Tevere che però è lì vicino. In quest’ultimo anno così particolare che ci ha bloccati, tutte le regioni si sono attivate per valorizzare le bellezze del Paese fin qui trascurate. Ripristinare anche la visita al Porto di Seripola potrebbe essere un modo per attrarre turisti e incrementare l’economia di zona. Speriamo, così potrò e potrete vedere i mosaici.

«Tuoro sul Trasimeno riparte dall’arte, con pittura, musica e letteratura. E proprio alla letteratura noir è dedicato il festival Giallo Trasimeno».

Tuoro sul Trasimeno e l’Isola Maggiore di tingono di giallo. Dal 23 al 25 luglio andrà in scena Giallo Trasimeno, il Festival Letterario Nazionale dedicato ai libri noir e al crime in genere. L’evento da brividi è organizzato da Bertoni Editore e Marco Pareti, con la fondamentale collaborazione del Comune di Tuoro sul Trasimeno, del GAL Trasimeno-Orvietano, delle ProLoco di Tuoro e di Isola Maggiore.
«Quando ci hanno proposto la realizzazione di questo festival abbiamo subito sposato l’idea, perché è qualcosa di originale, infatti non esisteva ancora in Italia un evento dedicato esclusivamente ai libri gialli. Fondamentale è ripartire dalla cultura e ci aspettiamo un grande successo anche se – essendo la prima edizione – un po’ di preoccupazione c’è, ma era importante provarci! Inoltre, è un onore e un piacere ospitare autori del calibro di Piergiorgio Pulixi, Livia Sambrotta, Mirko Zilahy, Enrico Luceri e Stefano de Majo. A loro, e non solo, possiamo far conoscere il nostro territorio e le nostre bellezze paesaggistiche» spiega la sindaca di Tuoro, Maria Elena Minciaroni.

 

Piazza del Municipio di Tuoro, foto di Proloco di Tuoro sul Trasimeno

 

Proprio le location – Isola Maggiore e Tuoro – sono un vero punto di forza coi panorami meravigliosi, che faranno da cornice alle presentazioni e agli eventi, regalando un fascino unico. Tre giorni dedicati al giallo, nei suoi generi poliziesco, fantascienza, storico, spionaggio, noir o thriller e ce ne saranno per tutti i gusti e tutte le età, per adulti e per ragazzi.
Gli appassionati potranno godere di un programma fitto e variegato e della presenza di illustri ospiti che, con la loro partecipazione, impreziosiranno la kermesse lacustre. «Tutti gli eventi sono imperdibili, io però aspetto con particolare attenzione la presentazione del libro Non Salvarmi di Livia Sambrotta» ci confessa la Sindaca.

 

Non solo libri

Oltre alle circa 60 presentazioni autoriali, disseminate tra Isola e Tuoro, non mancheranno spettacoli teatrali, estemporanee di pittura, animazioni per bambini, performance di body painting e proiezioni cinematografiche. Scopriremo, infine, i vincitori del concorso letterario, che verranno premiati durante i tre giorni di Festival.

Ogni anno, tra giugno e la prima metà di luglio, migliaia di turisti si riversano nel piccolo paese di Castelluccio di Norcia, per assistere alla famosa “Fiorita”, cioè la fioritura di lenticchie e di “piante infestanti” che si sviluppano durante la crescita del legume.
Il costante aumento di turisti rappresenta certamente una grande opportunità per l’economia del territorio, ma deve contemplare anche il concetto di sostenibilità ambientale, in modo tale che gli ingenti flussi di visitatori non vadano a incidere negativamente sui delicati equilibri ecosistemici che caratterizzano il contesto ambientale.
Un turismo consapevole per uno sviluppo sostenibile che è l’obiettivo del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e del suo Presidente, il professore Andrea Spaterna.

Buongiorno professore, innanzitutto, secondo lei, che cosa è che spinge migliaia di persone, da ogni parte del mondo, a venire ad ammirare la fioritura di Castelluccio?

I Piani di Castelluccio di Norcia sono un contesto naturalistico di assoluto pregio, Sito di Interesse Comunitario, uno scenario di unica bellezza durante tutto l’arco dell’anno, che si esalta nei mesi di giugno e luglio con il ripetersi del suggestivo spettacolo della fioritura, che “colora” tale contesto, come una tavolozza di un pittore, regalando ai visitatori un’esperienza memorabile. Il segreto sono le cosiddette “piante infestanti”, che, grazie alla totale assenza di pesticidi nella coltivazione delle lenticchie, nascono e fioriscono in momenti differenti, andando a creare un grande mosaico colorato: dal giallo della senape selvatica al rosso del papavero e al blu del fiordaliso. I campi non seminati a lenticchia aggiungono poi ulteriori colori, come il verde del grano e il viola tenue della lupinella. Il risultato è un suggestivo scenario policromo.

 

fioritura_castelluccio

Piana di Castelluccio di Norcia, foto di Enrico Mezzasoma

Quest’anno si sono prese iniziative riguardo la gestione dei flussi turistici, bloccando l’accesso agli autoveicoli, esclusi i residenti, e favorendo un servizio di navette.  Qual è stata la ragione principale di questa decisione?

Innanzitutto, quest’anno è intervenuto un fattore di discontinuità con il passato, una sentenza della Corte di Appello di Roma per gli usi civici che, nel marzo scorso, ha confermato quanto già stabilito dalla sentenza del Commissario agli usi civici di Lazio, Umbria e Toscana e cioè il divieto di realizzare parcheggi per autoveicoli, anche solo temporanei, sul Pian Grande di Castelluccio. Questo ha indotto a ritenere che, con la fioritura di quest’anno, si sarebbe potuta aggravare la già critica situazione del flusso veicolare registrata negli anni precedenti, soprattutto nei fine settimana. Si è aperto pertanto un lungo confronto tra i diversi attori istituzionali dei due versanti, umbro e marchigiano, che ha visto l’Ente Parco svolgere un ruolo di mediazione per cercare di contemperare le diverse istanze. Purtroppo, malgrado i tanti incontri e l’impegno di tutte le Istituzioni, l’intento non è andato, almeno per il momento, a buon fine, in quanto non si è riusciti a fare sintesi delle diverse esigenze e aspettative, peraltro tutte più che comprensibili e legittime.
Quello che è seguito è l’ormai nota iniziativa, assunta dal versante umbro, di chiudere ad auto e camper l’accesso nei primi due fine settimana di luglio, lasciando libero transito solo ai mezzi a due ruote, alle auto di residenti e autorizzati, così come a navette e bus turistici, organizzando per gli altri mezzi un servizio di prenotazione on line presso i parcheggi di corona, con la possibilità di arrivare poi a Castelluccio attraverso un sistema di navette.
Certamente è di tutti la consapevolezza che la fioritura rappresenta un’opportunità straordinaria e attesa per l’economia locale, messa in ginocchio da tutta una serie di eventi avversi (tra gli ultimi, il terremoto del 2016 e l’emergenza pandemica), e quindi non solo riferita alla frazione di Castelluccio e dei tre Comuni porte di ingresso ai piani (Norcia, Castelsantangelo sul Nera, Arquata del Tronto), ma anche ai numerosi altri comuni che, ad anelli concentrici, beneficiano dell’impennata turistica che si registra in questo periodo.

 

Cresta del Monte Sibilla, Parco dei Monti Sibillini, foto di Eleonora Cesaretti

Un turismo sostenibile non si può scindere da una consapevolezza e responsabilità dei turisti. Come si può promuovere un turismo più consapevole e sostenibile?

 

Faggeta nei pressi dell’Eremo di San Leonardo, Parco dei Monti Sibillini, foto di Eleonora Cesaretti

Il Parco è ricco di siti bellissimi ma altrettanto fragili, che vanno pertanto tutelati e protetti. Uno scrigno di straordinaria biodiversità, con un inestimabile patrimonio naturalistico che impone rispetto e attenzione: è questa la consapevolezza che l’Ente Parco cerca di trasmettere ai turisti, attraverso le campagne di sensibilizzazione, le guide del Parco, gli addetti ai tanti centri di Educazione ambientale e di Informazione, ma anche attraverso accordi di collaborazione, come quello con il Club Alpino Italiano, finalizzato a trasmettere, soprattutto alle nuove generazioni, la cultura per la montagna e per l’ambiente. Tutto improntato a un turismo inteso non come una mera fruizione del territorio, ma come un’esperienza di intima connessione con il contesto naturale.
Tra le iniziative più recenti in ambito di sostenibilità vi sono quelle riferite alla mobilità dolce e a forme di fruizione alternativa.
Sulla mobilità dolce il Parco sta investendo, di comune accordo con le amministrazioni locali, risorse importanti, con la realizzazione di piste ciclabili, stazioni di scambio e di ricarica per e-bike, auto e navette elettriche: una modalità di fruizione in grado di non impattare negativamente sull’ambiente in termini di inquinamento e che consenta un’esperienza rispettosa e al contempo piacevole e suggestiva.
Vi è poi la fruizione alternativa, che coniuga l’amore per la natura e la montagna con aspetti salutari e culturali. Un esempio è l’iniziativa denominata “bagno di foresta”, camminate emozionali all’interno dei boschi del Parco, che, oltre a permettere di godere di sentieri di rara bellezza e di una straordinaria biodiversità animale e vegetale, possono avere un riscontro positivo sia a livello psichico, sia a livello fisico, grazie alla possibilità di respirare delle sostanze prodotte dalle piante, i terpeni, con acclarati effetti benefici sullo stato di salute. Altra iniziativa è la connessione tra la rete sentieristica e quella museale, che permette di trasformare un’esperienza naturalistica in una che sia anche culturale, facendo scoprire, ad esempio, come dei pregevoli manoscritti leopardiani, tra cui una delle due versioni originali della poesia l’Infinito, siano custoditi nel Museo di Visso.

In conclusione, qual è quindi l’obiettivo da raggiungere in ambito turistico?

Sicuramente quello di promuovere sempre più e sempre meglio il Parco dei Monti Sibillini, per raccontare le sue straordinarie bellezze, naturalistiche, paesaggistiche, architettoniche e culturali, al fine di incrementare, in un contesto di sicurezza e di sostenibilità ambientale, quel turismo lento, responsabile e consapevole, in grado anche di contribuire a rigenerare il tessuto socioeconomico del territorio di riferimento.

«Questo sito archeologico ci aiuta a capire dove erano piantate le radici più profonde della nostra civiltà».

Cunicolo

Sono queste le parole del cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti alla presentazione del progetto di valorizzazione del complesso monumentale della cattedrale di Perugia denominato Isola di San Lorenzo e il percorso nella Forma del Tempo. La storia di Perugia e del suo Colle Sacro, nella suggestiva cornice del chiostro superiore della Cattedrale perugina. Il progetto di valorizzazione nasce dal sodalizio tra alcuni professionisti del settore turistico-culturale e l’Arcidiocesi di Perugia e Città della Pieve, che hanno costituito Genesi, con l’obiettivo di valorizzare i beni culturali e di sviluppare itinerari per valorizzare al meglio il territorio umbro. Il progetto è stato presentato dal cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti, dal vescovo ausiliare mons. Marco Salvi, dal presidente del Capitolo dei Canonici mons. Fausto Sciurpa, dal vice sindaco di Perugia Gianluca Tuteri e dal presidente della società Genesi Giuseppe Capaccioni.

Il percorso

Proprio sotto il complesso della cattedrale si trova un meraviglioso sito storico-artistico e archeologico, la cui genesi risale a ventisei secoli fa. Percorrere gli scavi archeologici è come fare un tuffo nel passato e tornare indietro nei secoli; è così possibile vedere come la città di Perugia ha assunto il suo aspetto attuale attraverso la civiltà etrusca, quella romana, fino all’insediamento papale.
La Cattedrale di San Lorenzo sorge proprio dove anticamente si trovava l’acropoli della città antica, il luogo più alto nel quale spesso venivano edificati templi per le varie divinità; la posizione dell’acropoli non venne mai abbandonata, subì nel corso dei secoli varie distruzioni e successive ricostruzioni fino al suo aspetto attuale. I cunicoli sotterranei infatti rispecchiamo perfettamente questa antica struttura: proprio sotto il duomo si può ammirare un’antica area sacra dove venne edificato un tempio del VI secolo a.C.
I fianchi dell’acropoli erano molto ripidi così, per evitare instabilità, vennero realizzate spine di contenimento con grandi pietre in travertino messe in opera senza legante, cioè a secco, posizionate in file parallele. Il muro così costruito non risulta perpendicolare, ma è leggermente inclinato per contrastare al meglio le spinte esercitate dalla terra della collina. Intorno alla collina dell’acropoli si sviluppava l’antica città, dagli scavi è infatti ancora possibile percorrere il decumano, una via che correva in direzione est-ovest nella città.[1]

 

Cunicolo

 

Vicino al decumano inoltre è ancora oggi visibile una domus, della quale ancora si può vedere l’impluvium, ovvero il cortile interno e il pavimento di una stanza. Alzando lo sguardo è ben visibile il segno più scuro lasciato da un forte incendio avvenuto nel 40 a.C. Durante il periodo medievale, in questa strada vennero costruiti molti edifici a stretto contatto con la Cattedrale, come ad esempio il Salone dei Conclave, che la tradizione identifica come quello nel quale vennero celebrati cinque conclavi, che portarono all’elezione di: Onorio III (1216), Clemente IV (1265), Onorio IV (1285), Celestino V (1294) e Clemente V (1305).

 

Sala dei Conclave

 

Visitando la Perugia sotterranea si rimane affascinanti da un percorso composto da strade e muri monumentali stratificati per ben quindici metri sotto il piano stradale con circa un chilometro di percorso visitabile, tra vie e cunicoli, che collega tra loro quattro civiltà storiche: etrusca, romana, medioevale e rinascimentale.

 

 

 


[1] Enciclopedia online Treccani, voce Decumano.

 


Per saperne di più: Secretumbria

Le alte quote appenniniche di Abruzzo, Marche, Lazio e Umbria rappresentano un habitat del tutto peculiare per alcune specie di piante e animali che in quei luoghi hanno trovato rifugio nel corso della loro storia evolutiva.

Farfalle, uccelli, piccoli mammiferi ma anche rettili, e tra questi proprio una vipera, la più piccola vipera presente in Europa. Stiamo parlando della Vipera di Orsini (Vipera ursinii), un piccolo serpente che non supera i 50 cm di lunghezza che Carlo Luciano Bonaparte ha dedicato ad Antonio Orsini, un patriota e naturalista italiano vissuto tra il 1788 e il 1870.
La specie presenta un colore grigio-crema o brunastro con una striscia a zig-zag bruna o nera sul dorso, la testa poco distinta dal tronco e la coda corta. Vive sulle praterie di alta quota tra i 1.350 e i 2.300 m s.l.m. trovando rifugio nei pressi delle piante di ginepro nano (Juniperus nana); tra le vipere presenti in Italia è quella che presenta il veleno meno pericoloso; si nutre quasi esclusivamente di Ortotteri – Ordine di insetti di cui fanno parte, tra gli altri, grilli, locuste e cavallette – più raramente di piccoli vertebrati come lucertole e arvicole.

 

Vipera ursinii (Vipera di Orsini) Foto Matteo R. Di Nicola

 

Trattandosi di un animale eterotermo, cosiddetto a sangue freddo, e considerando l’ambiente di vita, presenta un periodo di attività estremamente limitato nel tempo: generalmente la specie è attiva tra la fine di aprile e la metà di ottobre, rappresentando la specie di serpente presente in Italia con il più breve ciclo di attività annuale. Gli accoppiamenti avvengono all’incirca alla metà del mese di maggio e i piccoli, perfettamente sviluppati e completamente autosufficienti, nascono verso la fine dell’estate.
La Vipera di Orsini è il serpente italiano a più elevato rischio di estinzione ed è tutelata da numerose normative nazionali e internazionali tra cui la Convenzione di Washington (CITES).
Le principali minacce sono rappresentate dall’eccessivo carico di pascolo determinato dal bestiame semibrado, l’elevata densità di ungulati selvatici – in particolare del cinghiale (Sus scrofa) – le uccisioni dirette a carico dell’uomo e causate dal traffico veicolare in quota, e l’alterazione e/o distruzione dell’ambiente naturale; è verosimile che anche i cambiamenti climatici costituiscano una potenziale minaccia per la specie.
Le popolazioni di Vipera ursinii, essendo costituite da un basso numero di individui riproduttivi con limitate capacità di dispersione e presenti in zone molto circoscritte, sono a forte rischio di impoverimento genetico e conseguente possibile rischio di estinzione locale.
La Vipera di Orsini è un ulteriore tassello della straordinaria biodiversità delle nostre montagne e se durante un’escursione in quota ci imbattiamo in questa magnifica specie lasciamola lì dov’è, magari fermiamoci a osservarla e riportiamo a casa il ricordo di aver avuto la fortuna di ammirare qualcosa di raro e prezioso.

 


Bibliografia

Di Nicola M. R, Caviglioli L., Luiselli L. & Andreone F., 2019. Anfibi & Rettili d’Italia. Edizioni Belvedere, Latina, “le scienze” (31), 568 pp.
Ragni B., Di Muro G., Spilinga C., Mandrici A., Ghetti L. (2006). Anfibi e Rettili dell’Umbria. Distribuzione geografica ed ecologica, Petruzzi Editore, Città di Castello, pp. 111.

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