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«Il mio sogno è presentare Sanremo, ma per ora ho in programma un tour tutto mio, che partirà a maggio».

Antonio Mezzancella è timido e riservato. Potrebbe sembrare strano, considerando la professione che ha scelto, ma è davvero così. Lo scopro durante la nostra chiacchierata e lui me lo conferma: «Nella vita di tutti i giorni sono un tipo timido, poi indosso una maschera e vado».
È partito da Perugia, sua città natale, per arrivare, passo dopo posso, a essere un imitatore tra i più apprezzati della televisione italiana. La sua carriera è iniziata nelle piazze umbre tra piano bar e cabaret, poi i villaggi turistici e nel 2004 la vittoria al Festival di Castrocaro. Da quel momento è stato un crescendo: radio, ospitate televisive, la fondazione del gruppo musicale Italian Disco Mafia, il secondo posto nel talent show Tú sí que vales, fino ad arrivare alla vittoria del programma Tale e Quale Show, che gli ha portato notorietà e apprezzamenti per le sue imitazioni canore: da Ermal Meta a Eros Ramazzotti, da Claudio Baglioni a Francesco Renga, da Edoardo Bennato a Nek.

 

Antonio Mezzancella, 39 anni

Antonio, qual è il suo legame con l’Umbria?

L’Umbria rappresenta la mia infanzia, oggi vivo a Roma ma torno sempre appena posso. Qui ho la mia famiglia e ci sono i luoghi dove sono cresciuto, per questo è sempre bello tornarci.

Imitatore, showman, cantante: chi è Antonio? Quale mestiere sente più vicino?

Nessuno dei tre e tutti e tre. Nella vita di tutti i giorni sono un tipo timido, poi indosso la maschera e mi butto. Per questo mi riesce meglio, forse, fare l’imitatore: è il lavoro, tra i tre, con il quale ho rotto il ghiaccio in questo mondo.

Con quale dei tre vorrebbe essere identificato?

Con tutti e tre. Vorrei essere un presentatore che imita e sa cantare.

In stile Fiorello…

Esatto. Sarebbe perfetto perché, non dovrei privarmi di nulla e potrei fare tutto quello che mi piace. Lui rappresenta un mio modello, una persona nel mondo dello spettacolo a cui mi ispiro.

Quando ha iniziato a fare l’imitatore?

Ho iniziato a Perugia e nei dintorni, facendo piano bar nei locali e facendo cabaret nelle piazze dell’Umbria. Poi ho partecipato al Festival di Castrocaro e a diversi programmi radiofonici. Step by step sono riuscito a realizzare concretamente quello che oggi sto facendo.

Qual è stata, fino a oggi, l’esperienza televisiva o radiofonica più coinvolgente?

Il Festival di Castrocaro è stata la mia prima esperienza televisiva su Rai1, per questo lo ricordo come un momento molto emozionante, nonostante non capivo bene cosa stesse accadendo. Guardando invece più vicino, l’ultima esperienza a Tale e Quale Show l’ho affrontata con più consapevolezza: 15 anni fa ero allo sbaraglio, non avevo idea di quello che stavo facendo e non me la sono nemmeno goduta come avrei dovuto. Devo dire che ero proprio nel pallone!

Tra le due vittorie qual è stata più emozionate?

Quella di Tale e Quale perché ero – come detto – più consapevole ed è stata frutto di sacrifici fatti nel corso degli anni. Ho seminato e seminato, alla fine ho raggiunto il mio traguardo.

Quali sono i personaggi che adora imitare?

I cantanti sono i personaggi che mi diverto più a imitare: ho stilato una lista e sono arrivato a 61 imitazioni.

Gli ultimi che ha preparato?

Ultimo e Mahmoud. Sono proprio sul pezzo!

C’è invece un personaggio che vorrebbe imitare, ma che ancora non è riuscito?

Gerry Scotti. Non mi riesce e non mi riuscirà mai! Per imitare un personaggio devi trovare la chiave giusta, con lui ancora non l’ho trovata.

Il suo sogno nel cassetto?

Presentare Sanremo. Magari il prossimo anno (scherza).

Progetti futuri più imminenti, invece…

Ho in previsione una tournée estiva, sarà una bella produzione con tanto di corpo di ballo; partirà a maggio e toccherà tutta Italia, a breve nei social troverete tutte le date e le città. Poi ho in cantiere altri progetti dei quali è ancora presto parlare.

Al cinema ci ha mai pensato?

Sì, alla fine è un mondo parallelo. Se si dovesse presentare l’occasione non direi di no.

Un’imitatrice famosa umbra è Emanuela Aureli, vi conoscete?

Sì, certo, ci conosciamo bene. Tra di noi c’è sempre stata grande stima, ci vediamo, ci diamo consigli sul nostro lavoro, sul come fare un personaggio o anche una semplice battuta.

Se l’Umbria fosse un personaggio, come la rappresenterebbe?

Sicuramente mi focalizzerei sugli spazi, sul ritmo più umano rispetto a Roma, ad esempio, e sulla vivibilità e genuinità. Tutto questo lo apprezzi guardandolo da fuori e da lontano, quando lo vivi si dà sempre per scontato. Inoltre, ci sono i parcheggi: non è una cosa da sottovalutare (ride).

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Tranquilla, genuina e vivibile.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il verde.

«Il set de Il Nome della Rosa era come una grande famiglia; ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori. Il mio è un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo».

Ciak dopo ciak Luca John Rosati si sta facendo strada nel mondo del cinema. Lavora a Roma da 15 anni e ha affiancato, come aiuto regista, direttori del calibro di Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes… solo per citarne alcuni. La sua ultima fatica è la serie tv internazionale Il Nome della Rosa, in onda in questi giorni su RaiUno, dove Luca ha aiutato il regista Giacomo Battiato. «Durante le riprese mi sono occupato di tutto. Ho scelto con il casting ogni singolo monaco». Con Perugia – sua città natale – e l’Umbria ha un rapporto di amore e odio e non si risparmia qualche tirata d’orecchie.

 

Il cast de Il Nome della Rosa

Qual è suo legame con l’Umbria?

È un legame di amore e odio. Mi piacerebbe fare qualcosa di concreto per la mia città e la regione, sfruttando anche le mie conoscenze – spero un giorno di poterlo fare. Perugia è la città dove sono nato e mi dispiace vedere alcune dinamiche che non cambiano mai: si presentano sempre i soliti screzi – anche politici – che non portano nulla né alla città né alla regione. Tutto questo lo dico e lo ribadisco, perché ho grande affetto per questi luoghi.

Concretamente cosa vorrebbe fare o cosa dovrebbero fare?

Innanzitutto, occorre parlarsi e trovarsi insieme: Regione e Comune dovrebbero andare nella stessa direzione. La cultura è una, è apolitica; lavorare divisi in quest’ambito non serve assolutamente a niente. Si fa un passo in aventi e due indietro. È un’analisi che faccio perché queste dinamiche le noto quando torno a Perugia: percepisco poco entusiasmo in città e sembra sempre che non ci interessi nulla. È un atteggiamento molto provinciale. Tutto questo lo soffro molto, perché sono una persona che si esalta in tutti i progetti che fa. Ripeto, la mia è una critica per cercare di spronare. La gente –  non solo in Umbria – si dovrebbe riabituare alla cultura, interessare e la si dovrebbe vivere maggiormente.

L’Umbria nel suo piccolo ha comunque molti eventi culturali…

Sì, ma ne servono ancora di più. Va bene Umbria Jazz e tutti gli ospiti che attira, ma credo che le parti politiche, anche se opposte, dovrebbero – almeno sulla cultura – andare nella stessa direzione, senza pizzicarsi od ostacolarsi.

Come racconterebbe l’Umbria solo con qualche inquadratura?

Lo farei attraverso il lago Trasimeno, il monte Subasio, Assisi e soprattutto immortalando il verde. I panorami che abbiamo noi sono unici. Anche il centro di Perugia è bellissimo e bisognerebbe mantenere questa bellezza anche nelle periferie, costruendo con molto più criterio e con buon gusto architettonico, come sta avvenendo ultimamente a Milano, per fare un esempio.

Parliamo ora del suo lavoro: quand’è che ha messo piede per la prima volta in un set?

La mia prima volta è stata nel 2006 con la serie Roma dell’HBO. Avevo appena finito la scuola di regia cinematografica.

Com’è andata?

È stato un impatto molto forte, anche perché si trattava di una produzione americana. Ho iniziato subito a livelli molto alti. Il set di Roma era grandissimo, la produzione molto importante, così come gli attori: devo dire che è stato un bel debutto, ma allo stesso tempo molto impegnativo; spesso ci si svegliava alle 4 di mattina per girare e si tornava a casa alle 21.

Cosa fa in concreto un aiuto regista?

Il regista consegna una sceneggiatura e l’aiuto regista crea il piano di lavoro e di programmazione. Nelle produzioni americane siamo anche più di uno. Il primo aiuto regista è colui che crea la squadra, che prepara il set o che si occupa della chiusura di una strada se si deve girare un’esterna. Io sono abituato a fare tutto, sono un jolly. Ad esempio, per Il Nome della Rosa con l’addetto ai casting ho scelto ogni monaco, faccia per faccia.

Ha lavorato con grandi registi come Ridley Scott, Gabriele Muccino, Carlo Verdone, Sam Mendes e molti altri: cosa ha imparato da loro, cosa gli ha “rubato” artisticamente?

Quello che mi ha colpito di loro è stata la grande umanità e la loro conoscenza della macchina cinema. Hanno un grande rispetto nei confronti di ogni singola maestranza, in un set ci sono tanti lavori, tutti importanti. Tutto deve funzionare perché i tempi sono sempre ristretti e, per questo, è fondamentale il rispetto per ogni lavoratore, dalla punta alla base della piramide. Nel cinema si ha che fare con tante e diverse persone, questo ti apre molto la testa, ti dà una visione del mondo più ampia.

 

Luca John Rosati e Carlo Verdone

Lei ha preso parte come aiuto regista alla serie tv Il Nome della Rosa diretta da Giacomo Battiato: cosa si è portato a casa da questa esperienza?

Il set era diventato come una grande famiglia. Ho avuto la fortuna di avere un grande rapporto con John Turturro e con tantissimi attori italiani e stranieri, si era creata una squadra molto unita. Quando poi tutto è finito, ho sentito subito la mancanza: un impegno e un lavoro che quando lo fai ti ruba la vita, ma che quando finisce ti manca moltissimo.

È soddisfatto del lavoro svolto?

Il prodotto è di alta qualità e sarà sicuramente più apprezzato all’estero che in Italia: non vedo l’ora di vedere come sarà accolto in Inghilterra. Noi siamo abituati a prodotti più scadenti e siamo un pubblico più tradizionale. Il successo che sta avendo non è poi così lontano da serie più nazionalpopolari, non c’è stato – finora – un risultato di pubblico sconvolgente.

Perché secondo lei?

Come dicevo siamo abituati a prodotti più scadenti e vedere Il Nome della Rosa crea quasi una sorta di disturbo rispetto alla semplicità narrativa e costruttiva di altre serie. Altre produzioni ti impongono più qualità e ciò deve essere da stimolo, altrimenti le cose resteranno sempre come sono.

Ci racconti qualche curiosità legata alla serie…

Le riprese realizzate a Perugia, ad esempio, sono state difficili: la mattina sembrava piena estate, poi nel pomeriggio è arrivato un acquazzone improvviso e abbiamo dovuto riprendere John Turturro con una luce totalmente diversa rispetto alle immagini già girate. Ma questo è il bello del cinema!

 

Uno scatto con John Turturro

Ha mai pensato di realizzare un film tutto suo?

Ho dei progetti, le idee sono tante, ma vorrei aspettare il momento giusto e capire se quello che ho in mente può funzionare. Qualcosa, sicuramente, verrà fuori… Va detto che, per fare un film, ci vuole tantissimo tempo e io in questo momento ne ho avuto veramente poco. Quando deciderò, dovrò fermarmi un attimo e lavorare a tempo pieno al progetto, dovrà essere un prodotto forte al quale crederò molto.

C’è un regista con il quale le piacerebbe lavorare?

C’è e ho già avuto il piacere di lavorarci: è Wes Anderson. Ho lavorato in un cortometraggio che si chiama Castello Cavalcanti, diretto da lui.

E un attore che vorrebbe dirigere…

Emilia Clarke è un’attrice che mi piacerebbe dirigere. La conosco, ho già lavorato con lei in Voice from the Stone, film americano girato tra la Toscana e il Lazio. È un’attrice e una persona fantastica.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Pace, libertà, casa.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le amicizie.

«Spesso chi non arriva prima cede, io non ho mai mollato: gara dopo gara, anche guardando dalle tribune perché ero stato eliminato. Ho lavorato tanto, mi piace allenarmi, e ora sono qui da Campione del Mondo».

Alessio Foconi ama il cinema, la carbonara e urlare «daje!» alla fine di ogni gara. Per il fiorettista ternano – che ha iniziato ad allenarsi all’età di sei anni con la società Circolo della scherma di Terni – il 2018 è stato l’anno dei record. Ha vinto il titolo individuale nel Mondiale, il titolo mondiale a squadre ed è diventato il numero uno nel ranking, aggiudicandosi così la Coppa del Mondo 2018. Anche quest’anno è partito alla grande con diversi podi, conquistati nelle tappe che portano alla vittoria del trofeo più prestigioso.
Alessio però ha ben saldi i suoi obiettivi e non si culla con i risultati ottenuti, puntando diritto con il suo fioretto alle Olimpiadi di Tokyo 2020. «Ad aprile iniziano le qualificazioni, cercherò di non farmi prendere dalla paura che solo il nome evoca».

 

Alessio Foconi bacia la sua coppa del mondo

Alessio, qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame forte, sono molto affezionato sia a Terni sia all’Umbria. Le mie origini sono qui e credo che sia una delle regioni più belle d’Italia: non posso non apprezzare questi luoghi.

Il 2018 è stato per lei – a livello sportivo – un anno pieno di soddisfazioni: il 2019 è iniziato bene, con diverse vittorie nelle tappe del circuito di Coppa del Mondo di fioretto… Cosa si augura ancora?

L’anno è iniziato nel migliore dei modi e mi sto allenando per mantenere questo ritmo. Ovviamente punto a vincere il più possibile. Nell’estate ci saranno due appuntamenti molto importanti: gli Europei e i Mondiali di scherma. Il mio obiettivo è quello di confermare quello che ho già fatto lo scorso anno: è una sfida e un mettersi in gioco ancora una volta. Ad aprile, poi, iniziano anche le qualificazioni olimpiche. Ci sarà più tensione, ma cercherò di usare l’approccio giusto, senza farmi prendere dalla paura che il nome Olimpiade può suscitare.

A cosa si pensa quando si è sulla pedana e si gareggia per un Mondiale?

Cerco di liberare la mente il più possibile perché – quando si è alla fine di un assalto, si è in vantaggio e manca solo una stoccata – pensare a quello che può avvenire dopo è controproducente e c’è il rischio che l’avversario possa recuperare. Per questo, tengo sempre la mente sullo 0-0 come se ci fosse ancora una gara da giocare. L’importate è rimanere sempre concentrati, poi raggiunta la vittoria si dà libero sfogo a tutto!

Numero uno nel ranking mondiale di scherma, che effetto fa?

Bisogna restare con i piedi per terra ed evitare di accontentarsi. Anche se il tuo avversario sa che sei il numero uno al mondo, si deve gareggiare alla pari puntando alla vittoria, e mai sottovalutare chi si ha difronte.

Come ha iniziato a praticare scherma?

Ho iniziato perché mio fratello maggiore aveva deciso di provare questo sport. Ho avuto la fortuna di cimentarmi in diverse discipline, ma quando sono entrato nella palestra di scherma non ho più avuto il coraggio di uscire. Mi sono innamorato di questo sport e delle persone che ho incontrato – forse è per questo che ho perso la testa per la scherma. I valori che ti insegna, il rapporto di amicizia che si crea con gli istruttori e i compagni, sono legami importanti che porto sempre con me. Alla luce di questo, consiglio a tutti di provare questa disciplina.

Ci spieghi in poche parole come si allena un fiorettista…

In questo momento mi alleno seguendo tre fasi: la prima è tecnica, cioè l’incontro con l’avversario o la lezione con il mio maestro Filippo Romagnoli; la seconda è la preparazione atletica che faccio con Walter Cutrì; infine, la terza fase riguarda la mente, la psicologia e la concentrazione, tutti elementi fondamentali in questo sport. Per questo mi alleno anche con il mental coach Filippo Fanin: quest’ultima fase mi serve per gestire la tensione durante una gara e per sapere al meglio come approcciarla psicologicamente.

Per un Mondiale, invece, come si prepara?

La gara non ha nulla di diverso dalle altre che si disputano durante il resto dell’anno; chiaramente, essendo però più importante, nella mente scatta qualcosa, ed è qui che entra in gioco il mental coach che mi aiuta a visualizzare bene l’obiettivo. Arrivo perciò preparato ad affrontare le paure che possono nascere da un evento del genere.

 

Alessio Foconi

Ci racconti una curiosità privata: ho letto che ama la carbonara…

Sì, è vero! Amo molto anche il cinema, sono un vero cultore, e raramente dico che un film è brutto.

Qual è il suo film preferito?

Sono un fan sfegatato di Star Wars, di tutta la saga. Quando vedo le spade laser mi esalto!

Da sportivo fa dei gesti scaramantici prima di una competizione?

No. Anzi, cerco sempre di fare cose diverse ogni volta che ho una gara: in questo modo evito di auto-condizionarmi.

Il «daje» che dice alla fine di una gara non è scaramantico?

Quello è un atto liberatorio, un modo per sfogare la fatica e tutto il lavoro fatto per arrivare lì.

Com’è il panorama giovanile di scherma, in particolare quello umbro? Ci sono delle piccole promesse?   

C’è un bel gruppetto che può emergere. Spero che vogliano continuare a divertisti e a vincere; non è sempre facile, ma, impegnandosi, potrebbero facilmente andare avanti. Questo è molto bello.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Tosta, cibo buono, eccellenze sportive di cui vantarsi.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

La natura che ci circonda.

«Sono un intrattenitore che propone musica da ballo, non mi piace essere legato a un solo genere. Amo l’Umbria per la sua cultura e per aver mantenuto le sue peculiarità».

Mando un messaggio a dj Ralf per fissare l’intervista con un po’ di soggezione. Raramente mi capita, ma stiamo parlando di Ralf, le volte che l’ho visto da ragazzina (da lontano e al buio) si ergeva dietro alla consolle come una specie di divinità intoccabile della musica. Al mio messaggio risponde subito: «Mi può chiamare anche ora, se vuole». Non me lo faccio ripetere.

«Sono appena tornato dalle terme», inizia così la nostra chiacchierata, in cui ho scoperto un Ralf – o meglio un Antonio o Antonello Ferrari – inaspettato e legatissimo all’Umbria. Nato a Bastia Umbra e cresciuto a Sant’Egidio, dj Ralf non ha bisogno di presentazioni, ha fatto ballare – e lo fa ancora – milioni di persone in tutto il mondo, una vera icona del night clubbing dal 1987.

Dj Ralf

La prima domanda è di rito: qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame molto forte, infatti, pur non essendo una regione molto servita dalle vie di comunicazione – autostrade, treni e aeroporto – e viaggiando molto per lavoro, sono rimasto sempre qui. Oggi vivo vicino al lago Trasimeno, non ho mai pensato di cambiare, nemmeno quando per lavoro sarebbe stato più utile vivere in una metropoli dove c’erano più opportunità. Perugia e l’Umbria sono dei luoghi molto vivaci dal punto di vista culturale e musicale, quindi oltre l’amore che ho per la mia terra, c’è un vero e proprio piacere nel vivere in un luogo con una forte presenza di espressioni artistiche.     

Perché si chiama Ralf?

Deriva dal cartone animato Sam Sheepdog e Ralph Wolf che vedevo sempre con la mia amica Laura. Avrò fatto la prima media: assomigliavo al cane Sam, avevo i capelli lunghi davanti agli occhi proprio come lui. Questo cane salutava il lupo dicendogli: «Ciao Ralph!». Ero molto appassionato di questo cartoon e tutti hanno iniziato a chiamarmi così. Sono diventato Ralf prima di essere dj Ralf.

Come mai ha deciso di utilizzare questo nome anche nella sua professione?

Non è che ho proprio deciso: ho iniziato a suonare e tutti mi conoscevano già come Ralf. Questo soprannome mi ha portato fortuna ed è oramai diventato un nome. Mia moglie – ci siamo spostati lo scorso anno dopo oltre 30 anni di fidanzamento – mi ha sempre chiamato Ralf, ma se tornassi indietro mi farei chiamare con il mio nome vero: Antonio Ferrari. 

Quanto c’è di Antonio in Ralf?

Molto, non è un alter ego. Anche se ho spesso pensato di fare delle cose con degli alias, poi alla fine non l’ho mai fatto, ma chissà… sono ancora giovane! Antonio è un bel nome, ma l’ultima persona che mi ha chiamato così è stata la mia maestra delle elementari, perché tutti mi hanno sempre chiamato Antonello. Avevo uno zio prete e visto che Antonello non aveva il santo, mi hanno segnato all’anagrafe come Antonio, anche se poi la mia famiglia mi ha sempre chiamato Antonello. Successivamente, alla prima media sono diventato Ralf.

Ha tanti nomi e tante personalità?

Ho tanti nomi, ma sono sempre uno, anche se ognuno di noi ha diverse personalità al suo interno.      

Dalla sua consolle come ha visto cambiare l’Umbria in questi anni? Intendo sia a livello social, sia musicale.

Ci sono stati cambiamenti nella stessa misura in cui ci sono stati da altre parti. Ad esempio, per quanto riguarda la musica, l’Umbria ha delle manifestazioni storiche che sono diventate patrimonio italiano e non solo. Parlo di Umbria Jazz, del Festival dei Due Mondi di Spoleto, del Festival della musica di Todi, del Festival delle Nazioni a Città di Castello e, da ultimo, di UniversoAssisi. Tutte realtà molto interessanti, senza dimenticare la musica classica resa viva dagli Amici della Musica di Perugia. L’Umbria ha delle eccellenze dal punto di vista musicale e culturale, è una regione veramente ricca. Anche dal punto di vista religioso offre tantissimo, persino per un non credente come me: ci sono luoghi d’incontro, di scambio sociale e culturale che vanno al di là della religione stessa.

C’è qualcosa che manca all’Umbria rispetto ad altre realtà? 

La prima cosa che mi viene in mente è quello che ho detto all’inizio, cioè delle infrastrutture inadeguate. Questo però è anche il suo fascino: chi vuole venire in Umbria deve volerlo veramente, non ci passa certo per sbaglio. La regione ha un turismo più di nicchia, ma non per questo è meno bella di altre regioni. Sicuramente non è meno bella della Toscana: i nostri borghi hanno mantenuto la loro tipicità e il loro carattere. Da noi c’è un tipo di turismo più particolare, che a me piace molto: tutto questo mi fa amare l’Umbria ancora di più. 

Ha mai pensato di rifare un concerto a Perugia come quello che ha fatto anni fa a Umbria Jazz?

Eccome, ci penso continuamente. Lo rifarei volentieri, ma non dipende solo da me, qualcuno me lo deve chiedere. Sono molto vivace e ben disposto a realizzare questi eventi, ma perché ciò accada ci deve essere una collaborazione tra più parti. Questi eventi mi piacciono perché ho modo di muovermi in territori musicali diversi rispetto al genere che mi contraddistingue, anche se – devo dire – non ho mai avuto una direzione musicale precisa: sono un intrattenitore che propone musica da ballo, non mi piace essere legato a un solo genere.

In questi anni è cambiato il suo pubblico?

Sì e no. Il rituale che organizziamo e al quale assistiamo e partecipiamo, nel corso degli anni, non è cambiato molto. È cambiata la musica, ma il senso di andare a ballare è rimasto inalterato. Può essere mutato il modo, ma non è detto che non torni di moda: la gente ama ballare e questo non cambierà mai. Ognuno predilige una certa ritmica e un certo stile di musica e ogni musica ha una sua dignità.     

Quando deciderà di spegnere definitivamente la consolle?

Non ci ho mai pensato. I lavori artistici non finiscono mai, continuano finché uno ha voglia e finché si ottengono risultati: io ho ancora entrambi. Ovviamente negli anni le cose cambiano, ma ciò che faccio, lo faccio come se fosse il primo giorno. 

Confessi al pubblico qualcosa che non sa di lei.

In alcune cose sono molto compulsivo, tipo il cibo. – un aspetto che dovrei risolvere in qualche modo (ride). Mi piace mangiare, anche guardandomi si capisce.

Qual è il piatto del quale non può fare a meno?

La bruschetta. È un piatto legato all’infanzia: pane e olio, con pane bruscato o meno. Quando ho fame, però, ho voglia di pastasciutta.  

Ho letto che usa fare dei gesti scaramantici prima delle esibizioni: sono sempre gli stessi o li ha cambiati?

Sono sempre gli stessi da anni. In consolle la valigia dei dischi nuovi va a sinistra, mentre quella dei dischi più vecchi a destra: questo è un rituale che non ho mai cambiato nella mia vita. Poi, se mi cade la cuffia, la batto tre volte sul mix. Infine, senza la mia pila mi sento perso: anche se c’è luce a sufficienza, io devo avere la mia pila per cercare le cose e i dischi.

Immancabile anche la maglietta nera…

Sì. Ogni tanto provo a uscire da questa routine e metto magliette con delle scritte, ma non resisto più di un’ora. In verità, uso magliette nere perché mi fanno sembrare più magro, se avessi un’altra corporatura metterei magliette anche colorate (scherza).      

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Verticale, ombrosa, leale.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il torcolo.

«Far passare il tempo e non pensare alla fatica è stata la parte più impegnativa, ma il calore della gente e dei miei compagni mi ha aiutato molto».

Marco Fratini, medico di professione e nuotatore dell’Amatori Nuoto Perugia, per passione ha stabilito un record mondiale: ha nuotato per 24 ore, percorrendo 70 chilometri e 300 metri. Tutti avrete letto di questa sua impresa di fine 2018, ma pochi conoscono i retroscena di come si è preparato per stabilire il record. Perugino di 45 anni, Marco ha superato i suoi limiti, ma già pensa a un altro traguardo da raggiungere: «Vi terrò informati!».

Noi aspettiamo, ma intanto ci siamo fatti raccontare le 24 ore passate a nuotare nella vasca della piscina Pellini di Perugia.

Marco Fratini

Come le è venuto in mente di stabilire questo record?

Non c’è stato un motivo preciso. Lo scorso anno ho partecipato a gare tradizionali sia in vasca sia in acque libere – mare e lago; di rifarlo però non mi andava, così ho pensato a qualcosa di diverso e ho iniziato a documentarmi per vedere se qualcuno avesse nuotato mai per 24 ore. Ho scoperto che altri pazzi si erano cimentati in imprese simili, ma di ufficiale non c’era nulla: io sono stato il primo a coinvolgere i giudici della Federazione Italiana Nuoto. Grazie a loro e al presidente della F.I.N., Mario Provvidenza, abbiamo scritto il regolamento e organizzato l’evento. I giudici hanno contato le vasche, alternandosi ogni tre ore così da garantire l’ufficialità del record.

Come si è preparato?

Ho cominciato facendo allenamenti lunghi: tre ore di nuoto intervallate da momenti di riposo. Dopo diverse prove siamo arrivati a capire che il trend ottimale si attestava su 50 minuti di esercizio e 10 minuti di pausa. Poi abbiamo aumentato le ore, da 3 siamo passati a 6, 8, poi una notte intera, fino a 24 ore. Il tutto coordinato dalla nutrizionista, la dottoressa Aurora Amato, per gestire al meglio i dosaggi di cibo. Devo dire che c’è stata una perfetta sincronia tra il mio allenatore Stefano Candidoni, la psicologa, la dottoressa Anna Grazia Frascella e la nutrizionista: in questo modo abbiamo raggiunto la situazione perfetta.

In molti si sono chiesti: cosa passava nella sua testa mentre nuotava?

Prima cosa pensavo al tempo che doveva passare e a quanto impiegavo a percorrere una vasca. Poi la mia testa ha pensato a tante cose: il problema, infatti, era far passare il tempo, perché dentro l’acqua il tempo è dilatato, ma tutta la gente che è intervenuta e i miei compagni di nuoto mi hanno accompagnato dal primo fino all’ultimo minuto di gara, aiutandomi molto a far passare le ore. Da questo punto di vista è stato meno faticoso di quanto pensassi. Certo, quando la mattina alle 9 mi sono accorto che dovevo ancora nuotare per nove ore e già mi sentivo stanco, è stata dura. La psicologa è servita proprio in questi momenti: avevo con lei delle pause prestabilite ogni 6 ore per far recuperare sia il corpo sia la mente.

Proverebbe la stessa impresa in mare? 

No so. È completamente un’altra situazione: l’acqua del mare aiuta a galleggiare, ma non è facile avere in bocca per 24 ore acqua salata, crea problemi alla salivazione. Il mare poi è imprevedibile, possono influire le onde, la temperatura dell’acqua e il clima: ci sono troppe variabili.    

Ha in mente altri record?

Sicuramente farò qualcos’altro, ci sto pensando e spero di avere più tempo per preparare la nuova impresa.

È stato faticoso non dormire per 24 ore?

Ho deciso di iniziare la sfida alle 18 proprio per affrontare subito la notte. Il sonno comunque non l’ho patito per niente, ma abbiamo dovuto combattere l’ipotermia con stufette e asciugamani riscaldati: una piccola crisi durante la notte c’è stata, poi la mattina tutto si è risolto.  

L’Umbria non è certo una regione che ispira imprese acquatiche… da dove nasce la sua passione per il nuoto?

Fino a 21-22 anni ho nuotato a livello agonistico, poi lo studio mi lasciava poco spazio, per questo ho interrotto. Due anni fa sono tornato in piscina e lì ho rincontrato i miei vecchi compagni degli Amatori Nuoto di Perugiache si allenavano per delle gare amatoriali, così ho deciso di tornare in vasca, anche con molto entusiasmo. Sono stati proprio loro a incoraggiarmi e a organizzare questo evento, non mi hanno mai abbandonato durante le 24 ore. Si sono presi cura anche della gente che passava a vedere e che si informava delle mie condizioni… sugli spalti della piscina Pellini alla fine c’erano oltre 300 persone. Una cosa veramente emozionante!

Domanda di rito: qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nato e ho sempre vissuto in Umbria. È la mia terra.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Chiusa, cuore, casa.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Calore.

«Per me l’Umbria rappresenta l’infanzia e l’adolescenza, ma non saprei vivere lontano da Firenze».

Quando ho preparato l’intervista avevo in mente mille domande da rivolgere a Giancarlo Antognoni, ma ho dovuto – per forza di cose – sintetizzare tutte le mie curiosità e soprattutto sintetizzare una carriera di prim’ordine.  
Centrocampista, bandiera storica della Fiorentina – di cui oggi è dirigente sportivo – e Campione del Mondo nel 1982: tutto questo e molto di più è Antognoni. Nato a Marsciano, con la San Marco Juventina ha dato i suoi primi calci a un pallone: «È sempre intatto nella mia mente il campo in cui si giocava, a Prepo. Era un campo sterrato, ma per noi bimbi era un sogno poterci giocare. Sono andato via da Perugia quando avevo 15 anni, ma ogni volta che passo da quelle parti il ricordo riaffiora sempre».
Uomo simbolo di una squadra e di un calcio nostalgico che sta diventando sempre più sbiadito: «È difficile che oggi un calciatore possa indossare la stessa maglia per tutta la carriera».
Con noi ha parlato della sua Umbria e di un calcio fatto di passione e dedizione…

 

Giancarlo Antognoni, Foto by ACF Fiorentina

La prima domanda è d’obbligo: qual è il suo legame con l’Umbria?

Il mio legame con l’Umbria è sicuramente forte, porto sempre con me il ricordo piacevole della regione in cui sono nato e ho passato la mia infanzia. Ora non avendo più i genitori che vivono lì, la frequento di meno, anche se ho ancora parenti a Perugia.

A Perugia suo padre aveva un bar che era anche sede di un Milan club e lei sognava di giocare con il Milan: nel suo cuore è rimasto qualcosa di rossonero?

È rimasto il ricordo e la simpatia rossonera di quando ero bambino, più che altro per il fatto che tutta la mia famiglia tifava per il Milan. Poi però nel mio cuore ha nettamente prevalso il colore viola.

Lei è stato una bandiera e un simbolo della Fiorentina: perché oggi è tanto difficile che un giocatore diventi simbolo di una squadra? 

Io credo che si tratti di un fenomeno più ampio. Il calcio di oggi è completamente diverso da quello in cui giocavo io, anche rispetto a quello di alcuni anni fa. Ormai è stato stravolto tutto: è difficile che un calciatore possa indossare la stessa maglia per tutta la carriera, sono subentrate dinamiche diverse legate alle tivù, agli sponsor, anche banalmente, alla ricerca di esperienze di vita diverse, basta guardare i tanti calciatori, anche di alto livello, che vanno a giocare in Cina, in Australia o negli USA.

Ha iniziato a giocare da ragazzino con la San Marco Juventina: ha qualche aneddoto legato a quegli anni che ci vuol raccontare?   

Sono i ricordi indelebili di un ragazzino che tira i primi calci a un pallone, il desiderio di libertà e di poter giocare per divertirsi. Poi è sempre intatto nella mia mente il campo in cui si giocava, a Prepo: era un campo sterrato, ma per noi bimbi era un sogno poterci giocare. Sono andato via quando avevo solo 15 anni, ma ogni volta che passo da quelle parti il ricordo riaffiora sempre.

A distanza di 36 anni, qual è la prima cosa che le viene in mente pensando alla vittoria del Mondiale? 

Ci sono talmente tante cose belle che è difficile elencarle tutte. Di sicuro posso dire l’arrivo a Ciampino insieme al Presidente Sandro Pertini con due ali di folla che ci hanno scortato fino al Quirinale. Poi, purtroppo, c’è anche il grosso rammarico di non essere riuscito a giocare la finale a causa di un infortunio.

Cosa consiglierebbe a un ragazzino che viene acquistato da un club importante?

Il consiglio è quello di non cambiare mai, di affrontare il salto in un grande club come quando ha iniziato a giocare a calcio. Bisogna mantenere sempre la serenità, la passione, la dedizione al lavoro, senza mai pensare di essere arrivati.

Ha mai pensato di tornare in Umbria, magari nello staff del Perugia?

Sinceramente no, anche perché ho lasciato l’Umbria quando ero troppo piccolo. Perugia per me rappresenta l’infanzia e l’adolescenza, ma successivamente Firenze è diventata la mia casa ed è difficile per me vedermi lontano da qui.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Accoglienza, bellezza della natura e del territorio e buon cibo.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Ricordo la mia infanzia, quando ero un bambino, la bellezza di questa regione e la sua straordinaria qualità di vita.

«Da cuore verde d’Italia a Umbria, nel cuore di tutti».

Perugina DOC, Serena Scorzoni è uno dei volti noti di Rai News 24. Entra nelle nostre case per raccontarci la realtà e da giornalista attenta qual è non poteva non scattare una foto anche della sua Umbria. Una terra alla quale è molto legata, a cui non risparmia però anche una tirata di orecchie. «La politica non ha avuto il coraggio di affrontare i nodi che isolano non solo geograficamente la nostra regione. Tutti si sono seduti su una visione di comodo, fino a che non hanno sbattuto la faccia contro la dura realtà. Spero si siano svegliati».

 

Serena Scorzoni

Serena, come prima cosa: qual è il suo legame con questa regione?

A Perugia vivono i miei genitori e la mia famiglia. Ho quindi un legame indissolubile. Lì sono le mie radici, ma ho deciso di mettermi in gioco lontano dalle sicurezze della mia terra.

Grazie al suo lavoro lei racconta la realtà: come vede l’Umbria? Quali sono i suoi pregi e i suoi difetti?

L’Umbria è una terra meravigliosa, ma come tutte le cose piene di luce, ci sono anche delle ombre. Mi piacerebbe che fosse più aperta e accogliente, meno ruvida e chiusa. Ma è comunque per me il luogo dell’anima.

Come la racconterebbe, al di là di cuore verde d’Italia?

Arte, spiritualità, cibo&vino, ma anche la tenacia e il coraggio delle donne e degli uomini umbri che si mettono in gioco. Penso alle tante aziende, ai nostri corregionali che si sono fatti conoscere nel mondo per la cultura, per la scienza e per l’imprenditoria. Da cuore verde d’Italia a Umbria, nel cuore di tutti.

Diversi eventi – penso al terremoto e al caso Meredith – hanno dato una visione di Perugia e dell’Umbria non del tutto veritiera, o forse sì: lei cosa ne pensa?

Ho seguito da vicino la drammatica vicenda Meredith e tutto il circo mediatico che per anni ha raccontato una parte della storia. Certo, la cronaca nera ha dato un alone molto negativo alla nostra città e alla nostra regione. Però ha stracciato un velo di ipocrisia su un’immagine oleografica dell’Umbria da cartolina. Non era vero il paradiso in terra allora, non è un inferno di diavoli oggi. Da allora la politica non ha avuto il coraggio di affrontare i nodi che isolano non solo geograficamente la nostra regione. Voglio dire che tutti si sono seduti su una visione di comodo, fino a che non hanno sbattuto la faccia contro la dura realtà. Spero si siano svegliati.

Lei ha fatto la Scuola di Giornalismo Rai a Perugia: cosa consiglierebbe a un giovane che vuole iniziare a fare questo mestiere?

Il consiglio che posso dare a chi vuole intraprendere questo mestiere è duplice: indossare scarpe comode per raccontare la realtà della strada e studiare libri da cui non smettere mai di imparare cosa significa il giornalismo.

Ha lavorato per molto tempo per il Tgr Umbria: ha un aneddoto divertente – che ci vuol raccontare – che le è capitato durante un servizio? 

In una delle dirette da Gubbio per la Festa dei Ceri del 15 maggio sono stata letteralmente lanciata in aria durante il collegamento. Se ci penso, rido ancora oggi.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Sole, cuore, amore… No scherzo: qualità della vita.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il tramonto sul lago Trasimeno.

«Ho vissuto la campagna in angolazione arcadica nella mia prima vita; con volontà di innovazione e soprattutto sotto un’impronta culturale nella seconda».

Maria Grazia Marchetti Lungarotti è una donna di vasta cultura: lo si capisce subito parlando con lei. È cortese e gentile da vera donna di altri tempi. La sua passione per l’arte e l’archeologia, per il vino e l’olio, e il rigore negli studi sono i cardini della sua vita. Una vita anch’essa fondata sulla disciplina: «Non ho mai lasciato molto spazio al divertimento e non sono mai stata una mamma latina. Ho sempre preteso molto dai miei figli e questo ha portato i suoi frutti». Già Benemerita della Cultura e dell’arte, nel 2011 è stata insignita della massima onorificenza conferita dal Presidente della Repubblica: Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Nel 1987 con il suo secondo marito Giorgio Lungarotti (avevano già realizzato il Museo del Vino nel 1974) apre la Fondazione Lungarotti Onlus, di cui è direttore, fulcro culturale della più grande realtà vitivinicola umbra, per promuovere e valorizzare il binomio vino-cultura. Tra le attività della Fondazione, oggi è la gestione dei due complessi museali: il Museo del Vino e Museo dell’Olivo e dell’Olio, dedicati alla vite e al vino così come all’olivo e all’olio, musei privati costituiti da preziose raccolte d’arte e visitati da turisti di tutto il mondo.

 

Chiara Lungarotti, Maria Grazia Marchetti Lungarotti, Teresa Severini

Com’è nata l’idea di aprire il Museo del Vino e in seguito quello dell’Olio?

Ho unito la cultura e i prodotti umbri, un binomio che mi apparteneva. Sono una storica dell’arte e archivista: dai miei interessi in campo culturale è nata l’idea di affiancare la produzione di alta qualità – a cui mio marito, imprenditore illuminato, aveva dato inizio, primo in Umbria – con una apertura rigorosa quanto complessa sugli aspetti storici ed artistici legati al vino. Senza stretti confini: si parla di Umbria, ma soprattutto di Mediterraneo. Il secondo, il MOO, è stato aperto nel 2000, quando lui era già scomparso, e rispondeva alle stesse esigenze di uscire da una considerazione soltanto agricolo-produttiva. In entrambi, si può percorrere un vero e proprio viaggio nel tempo per scoprire origini, mitologia, immaginario, e i tanti volti dei due prodotti.

Il New York Times in una recensione ha definito Il Museo del Vino: «Il migliore in Italia». È stata una grande soddisfazione.

Non solo d’Italia, ma d’Europa. È una realtà insolita che propone un viaggio lungo 5000 anni attraverso collezioni d’arte tra coppe, boccali, anfore, vasellame, ceramiche medievali, rinascimentali e barocche fino a quelle contemporanee, antiche incisioni, oltre a raccolte etnografiche, a testimonianza di quanto l’apparato didattico dice in un excursus storico di entrambi. Musei a misura di famiglia grazie anche ai percorsi conoscitivi ad altezza di bambino.

Per il borgo di Torgiano rappresentano un vero fiore all’occhiello…

Sicuramente. Io e mio marito abbiamo voluto promuovere una zona dell’Umbria, molto bella a livello paesaggistico, ma poco conosciuta nonostante la prossimità a Perugia e Assisi. La realizzazione dei due musei è stata molto impegnativa, ma il risultato è oggi un polo museale specializzato che dà voce non solo al territorio, ma, posso aggiungere, all’Italia tutta del vino. Anche la parte recettiva che abbiamo creato sottolinea il potenziale turistico di questa terra.

Signora Lungarotti qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono Umbra e non Etrusca – sorride – un’eugubina naturalizzata perugina. Con questa regione ho un legame molto forte, che si riconduce alla terra stessa, alla cultura e al vino, movente primo di quanto ho realizzato.

Come vede la realtà perugina e umbra, sia a livello sociale che artistico?

Vedo effetti concreti e interesse per l’arte, la musica e la cultura. L’Umbria è una terra interessante, purtroppo indietro rispetto ad altre regioni, la Toscana ad esempio. Abbiamo una storia bellissima e affascinante, di grande interesse storico, economico, artistico, come ad esempio l’Umbria Comunale, che proprio in questi giorni viene raccontata nella mostra Un giorno nel Medioevo. La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV esposta a Gubbio, alla quale abbiamo contribuito attraverso un consistente prestito di opere del MUVIT.

C’è un progetto della Fondazione Lungarotti a cui tiene particolarmente?

Ne abbiamo tanti tra mostre e convegni. Un’idea che vorrei realizzare è quella di dare maggior spazio espositivo al periodo etrusco.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Assisi e San Francesco che l’hanno resa famosa, ma l’Umbria deve essere più valorizzata anche in campo storico come artistico. Il che, vista la difficoltà nel raggiungerla, suggerisce attenzione massima ai trasporti.

«Dopo l’iscrizione all’Albo d’Oro del Comune di Perugia, voglio che il grifo mi accompagni nelle mie scalate. Voglio portare la peruginità in giro per l’Italia e non solo».

Con queste parole di Luca Panichi, nato a Magione 49 anni fa, spiega orgoglioso l’importante riconoscimento ricevuto. Lui è uno sportivo, un ciclista, uno scalatore. Uno che non si è mai arreso, nemmeno dopo l’incidente avvenuto nel 1994 quando aveva 25 anni: stava facendo quello che amava di più, la cronoscalata del Giro dell’Umbria internazionale dilettanti, quando un’auto lo ha travolto. Oggi con la sua carrozzina – fatta su misura per lui – scala montagne, porta in giro per l’Italia il messaggio che i limiti si possono superare, presiede associazioni ed è il vice presidente del Comitato Paralimpico Umbria. Ma soprattutto è riuscito a non abbandonare la sua passione: il ciclismo. Passione che si percepisce chiacchierando con lui, tanto che mi chiede: «Segui il ciclismo?» Ammetto di non saperne molto, ma che mi sono preparata per intervistarlo. La prima domanda è quasi scontata…

 

Luca Panichi, 49 anni

Come le è venuto in mente di scalare le montagne con la carrozzina?

Bella domanda! Subito dopo l’incidente sono stato in Germania in una clinica riabilitativa, lì andavo su in paese – che era in collina rispetto alla clinica – spingendo con le mie braccia la carrozzina. In questo modo mi sono accorto che potevo continuare a essere un ciclista anche stando su una sedia a rotelle. Quando vivevo a Firenze giravo tutta la città e tornavo a Careggi senza prendere mai un mezzo. Stesso discorso a Perugia: frequentavo l’università e non parcheggiavo mai nei posti riservati, lasciavo la macchina in via Ruggero D’Andreotto – vicino all’Hotel Giò – e salivo fino alla facoltà. Mi sono allenato sempre di più fino a che tutto questo non è diventato per me uno sport.

Qual è stata la sua prima scalata?

Nel 2009 ho scalato l’ascesa del Blockouse in Abruzzo, arrivo di tappa al Giro d’Italia: a pochi metri dall’arrivo fui intercettato da Cassani e Bulbarelli, che fecero in diretta la cronaca degli ultimi metri. Da questo episodio ogni anno individuo una tappa con arrivo in salita da scalare. In questo modo posso continuare a vivere la mia grande passione, il ciclismo e portare il mio messaggio: «Rompere il senso del limite».

Tre Cime di Lavaredo, Zoncolan, Stelvio e Gavia: c’è una montagna che le piacerebbe scalare?

La Marmolada e il Passo del Mortirolo, ma anche il Colle di Portet-d’Aspet, che è una tappa del Tour de France. In quel punto morì, nel 1995, Fabio Casartelli, proprio un anno dopo il mio incidente. Sono molto legato alla Fondazione Casartelli e ogni anno partecipo al Gran Premio di Capodarco, comunità che mi ha aiutato nel mio percorso riabilitativo, consegnando il premio all’atleta più combattivo della giornata.

Che sensazione si prova?

Mi sento ancora un ciclista quando salgo su per le salite. Per me non c’è stata frattura, è in continuità col mio sport precedente.

Cosa pensa quando è lì che fatica?

Quando mi alleno spesso mi capita di dire: «Ma chi me lo ha fatto fare!» Poi però penso alle persone che mi seguono, loro sono sempre uno stimolo. Sinceramente, per me sarebbe un sacrificio non fare quello che faccio. È una vera passione!

Prossimo traguardo?

Ad agosto parteciperò al Gran Premio di Capodarco, poi a ottobre rifaccio la scalata dello Zoncolan, ma in condizioni climatiche diverse rispetto alla prima volta.

Parliamo dell’Umbria: qual è il suo legame con la sua regione?

Ho un amore estremo per questa regione. Grazie alla bicicletta ho girato tanti borghi e abbracciato tanti paesaggi. È bellissimo conoscere altre comunità e scoprire posti che, magari, non visiteresti. C’è un ambiente bucolico che si fonde con la storia, anche dei personaggi che l’hanno vissuta: penso non solo a San Francesco, ma anche a Fra’ Giovanni da Pian del Carpine, nativo di Magione proprio come me, che è stato un precursore dei viaggi e di Marco Polo. In pochi lo conoscono!

Girare per Perugia o per l’Umbria – per un disabile – non è come scalare una montagna?

Sicuramente. I borghi umbri hanno una loro configurazione, ma col tempo sono stati fatti degli adeguamenti per renderli più accessibili, la stessa Perugia è diventata più fruibile in alcuni punti. Manca però ancora molto. Si possono fare passi avanti con la visibilità: la persona disabile deve dare il suo contributo, deve dire quello che va migliorato.

Perché è così difficile, secondo lei, rendere tutto accessibile?

È un problema culturale, ma penso che occorra anche un approccio più equilibrato: l’ostacolo va abbattuto, ma anche la persona disabile deve aiutare a migliorare. Occorre un adattamento urbano e un approccio reciproco da entrambe le parti. Le istituzioni vanno stimolate e va cambiata la mentalità con l’educazione, partendo proprio delle scuole. Su questo fronte, anche come vice presidente del Comitato Paralimpico umbro, sono molto attivo.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Romantica, affascinante e ironica.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Casa.

«Il mestiere di giornalista ti dà la possibilità di raccontare storie e ogni storia è diversa, ti arricchisce e porta qualcosa nella tua vita».

Alessio Zucchini, giornalista, inviato del Tg1 ed ex conduttore di Unomattina, scatta una foto dell’Umbria, dove è nato e dove conserva i ricordi legati alla famiglia e ai suoi amici d’infanzia. La nostra chiacchierata avviene in serata, dopo che Alessio ha messo a letto i figli, ed è molto rilassata e divertente. Iniziamo con la – oramai classica – domanda sul suo legame con l’Umbria…

 

Alessio Zucchini

Qual è il suo legame con l’Umbria?

Vivo a Roma da 18 anni, ma l’Umbria è – e sarà sempre – il luogo della mia famiglia e dei miei amici d’infanzia. Non torno spesso come vorrei, ma è sempre nel mio cuore. Sono nato a Umbertide e sono rimasto lì fino alla fine della scuola superiore, poi sono andato a Torino per l’università e sono tornato a Perugia per frequentare la scuola di Giornalismo Rai.

Da giornalista e osservatore della realtà: qual è il suo giudizio su questa regione?

La vedo come un’isola felice, un luogo ancora tranquillo e una vera esplosione di colori. Certo, va detto che deve iniziare ad aprire un po’ gli occhi: è un po’ sonnolenta e si è seduta troppo. Dovrebbe diventare più dinamica in alcuni ambiti. È chiusa su sé stessa e i mezzi di comunicazione non aiutano.

Lei vive a Roma, da fuori come si percepisce l’Umbria?

Hanno tutti una bella visione: c’è tranquillità, buon cibo, insomma un posto ideale. Ovviamente, come capita sempre, chi non vive un luogo lo trova sempre molto bello. I romani, ad esempio, hanno un giudizio molto positivo.

I suoi genitori hanno una radio, Radio Onda Libera, quindi è vissuto sempre in mezzo all’informazione. Per questo ha deciso di fare questo lavoro?

Sono nato praticamente in radio. Da ragazzino passavo i pomeriggi sportivi della domenica con i radiocronisti, poi parlavo, registravo e mixavo. Mi divertivo molto! Ovviamente anche questo ha contribuito a farmi scegliere il mestiere di giornalista, ma soprattutto è stata la mia curiosità e la voglia di raccontare il mondo. Sono sempre stato un tipo curioso con la passione per i viaggi e per questo devo ringraziare i miei genitori, che mi hanno trasmesso queste passioni.

C’è un’esperienza lavorativa che lo ha colpito particolarmente?

Nella mia vita ho fatto tanti lavori, dal cameriere al portiere di notte in un albergo quando studiavo a Torino, ma è il giornalismo il lavoro che mi dà ogni giorno la possibilità di raccontare storie e crescere. Ogni volta che esci per un servizio o fai un’intervista scopri qualcosa di nuovo: una vita, un racconto, una nuova realtà. Potrei dire che l’ultimo servizio che ho fatto è stato molto coinvolgente e un’esperienza decisamente forte: sono stato in Libia nei centri di detenzione per i migranti. Sono delle vere prigioni, dei luoghi catastrofici. Quando torni da questi luoghi sei più ricco di esperienze che difficilmente dimenticherai.

Lei è stato presentatore di Unomattina, inviato e anche mezzo busto del Tg1: qual è il ruolo che le piace di più?

L’inviato sicuramente, perché puoi raccontare storie. Ma ammetto che mi piace variare, quindi sono stati divertenti e interessanti anche i ruoli di presentatore, sia di un programma televisivo che del tg. In quest’ultimo caso sei più impostato, ci sono delle regole fisse, mentre a Unomattina sei più libero, anche fisicamente, hai un intero studio per muoverti.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Affascinante, serena, sorniona.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Gli affetti, la famiglia e l’amicizia.

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