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Davide Momi, da Bastia Umbra a Stanford per studiare la depressione

Il ricercatore umbro da sei mesi vive in California dove si occupa della stimolazione non invasiva per il trattamento della depressione. «Mi sento un po’ un cervello in fuga».

Quando mi sono documentata su di lui per preparare l’intervista ho intuito subito che non mi sarei trovata davanti il classico scienziato. Non che ci sia una legge scritta che classifichi lo scienziato tipo, s’intende, ma che Davide Momi (34 anni), originario di Bastia Umbra, non sarebbe stato il prototipo del topo da laboratorio me lo aspettavo e la video intervista me l’ha confermato. «Me lo dicono tutti. Lo prendo come un complimento (ride). In realtà, in alcuni contesti mi hanno fatto notare che i miei tatuaggi e gli orecchini non erano consoni».
Il ricercatore umbro è stato scelto dall’Università di Stanford per coordinare uno studio sul potenziamento dell’efficacia della stimolazione magnetica nella depressione, e da sei mesi vive in California. Un cervello fuggito a studiare i cervelli americani, ma che ha portato con sé (anche sulla pelle) i suoi affetti. Nel corso della nostra chiacchierata ci ha raccontato la sua storia, i suoi sogni e il tifo per il rione Portella.

Davide Momi

Davide qual è il tuo rapporto con l’Umbria?

L’Umbria è casa mia. In Umbria abita la mia famiglia e, appena posso, ci torno. Ce l’ho proprio sulla pelle: ho un tatuaggio sotto la clavicola con le coordinate di casa (ride). Bastia è il posto dove sono cresciuto e significa tanto per me; purtroppo a livello lavorativo, per quello che faccio, non ci sono prospettive. Ovviamente mi piacerebbe tornare ma non vedo come può essere possibile, rimanendo nel mio settore.

Partendo da Bastia Umbra, come si arriva all’Università di Stanford?

È un mix tra fortuna e studio. Bisogna essere nel posto giusto al momento giusto, ma ci sono anche lavoro, studio e tanti sacrifici. Mi sento molto fortunato perché ho avuto dell’opportunità, forse anche più di quelle che mi meritavo. Tutto è iniziato con la laurea triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche all’Università di Perugia, per la magistrale in Neuroscienze mi sono spostato all’Università di Bologna, per poi andare all’Università di Siena per degli studi. Nel 2016 mi sono trasferito negli Stati Uniti alla Harvard Medical School: è stato il primo tassello delle occasioni ottenute dall’Umbria agli USA, passando per Toronto. Sono stato chiamato per svolgere uno studio su come migliorare l’efficacia della stimolazione magnetica non invasiva per il trattamento della depressione. Durante il mio dottorato ho avuto la possibilità di indagare questa tematica utilizzando diversi approcci, come la risonanza magnetica e l’elettroencefalogramma: ho effettuato una serie di studi pubblicati su testate internazionali dimostrando che si può predire il segnale indotto dalla stimolazione. Mi sono poi spostato all’Università di Toronto dove ho ampliato le mie abilità includendo anche le neuroscienze computazionali che utilizzano modelli matematici per simulare il funzionamento cerebrale. Da lì ho vinto un fondo canadese che ho scritto in collaborazione con l’Università di Stanford e così, da sei mesi, mi sono spostato nella Bay Area. Sintetizzando, il mio laboratorio si concentra principalmente sull’ottimizzare la stimolazione non-invasiva per il trattamento della depressione maggiore, che colpisce circa 21 milioni di adulti negli Stati Uniti (8.3%).

Spiega meglio a noi comuni mortali di cosa ti occupi concretamente…

Non è astrofisica! Ora ti spiego. La depressione oggi viene curata generalmente con una terapia farmacologica; l’alternativa è intervenire tramite una stimolazione transcranica. In sostanza, una bobina a forma di 8 rilascia un campo magnetico col quale si riesce a stimolare i neuroni che stanno sotto il campo magnetico che genera. Questo trattamento ha un impatto non invasivo – infatti si chiama Stimolazione Magnetica Transcranica non invasiva – è sicuro ed è stato approvato dalla FDA (Food and Drug Administration). Il problema è che non è efficacie su tutte le persone. Di fatto il mio lavoro è quello di utilizzare i dati che vengono dalle neuroimmagini per costruire dei modelli matematici fatti al computer e tarare dei parametri della stimolazione per promuovere la sua maggiore efficacia.

Questo quindi potrebbe portare a una guarigione o miglioramento senza l’uso di farmaci?

Esatto. C’è una percentuale di pazienti che migliora o che, a distanza di 1-2 anni, presenta una diminuzione dei sintomi. Però, come dicevo, noi dobbiamo anche occuparci di chi non risponde alla terapia, e chiederci perché non è efficace? Come possiamo migliorare? Questo è principalmente quello che faccio qua.

Quanto resterai in California?

In realtà non lo so. Mi hanno chiesto di rimanere, ma ho anche offerte per lavorare da altre parti, sto decidendo. Formalmente fino alla fine dell’anno resto qui. Poi vedremo!

Sei quello che si dice “un cervello in fuga”: ti ci senti? Sei effettivamente fuggito dall’Italia?

Un po’ mi ci sento. Ci sono state, e ci sono, delle opportunità lavorative anche in Italia, ma mancano le condizioni soprattutto quando uno è abituato a certi standard. Quindi sì, mi sento un cervello in fuga. Tornare in Italia sarebbe bello, ma il futuro lo vedo ancora all’estero.

E cosa speri per il tuo futuro?

Mi piace molto lavorare sui dati, avere le mani in pasta. Vorrei un mio team di studenti, formarli e formarmi con loro, e rimanere nello studio dei dati, che è ciò che mi emoziona di più. Farsi una domanda, creare un’ipotesi e rispondere a quell’ipotesi è affascinante: mi rendo conto che è difficile da spiegare a chi non è all’interno, io però lo trovo molto stimolante. Mi piacerebbe anche aprire un mio laboratorio e iniziare dei trial clinici; non disdegno neanche la carriera nell’industria di NeuroTech, dove mi piacerebbe poter contribuire intellettualmente in modo da avere un impatto concreto sulla vita dei pazienti.

Cosa consiglieresti a un ragazzo/a che vorrebbe iniziare il tuo percorso professionale?

Il mio consiglio è di non porsi limiti, lavorare sodo e rimanere integri con i valori ben saldi perché, in ambito accademico, più in alto si va più ci si imbatte in dinamiche particolari. È importante anche divertirsi, ci deve essere sempre una base di divertimento in quello che si fa, altrimenti è difficile resistere.

Ti sei portato qualcosa da casa, senza il quale non saresti mai partito?

Mi sono portato le scarpe da basket e gli anelli per la ginnastica. Potevo anche comprarli qui, ma a questi ci sono molto affezionato e dovevano venire con me.

A proposito di Bastia Umbra: segui il palio? Di che rione sei?

Sì sì lo seguo e ci tengo molto. Sono di Portella. Mi piace l’ambiente e tutta l’atmosfera che si crea in quei giorni, al di là del risultato. Nel 2022 ero a casa e l’ho vissuto da protagonista.

Qual è la tua giornata tipo in California? Cosa fai quando esci dal laboratorio?

Il bello della vita accademica che non c’è una giornata tipo, tutto è molto flessibile. Io però preferisco avere una routine: la mattina vado al laboratorio del campus e disbrigo il mio lavoro e i miei meeting. Nel tempo libero faccio diversi sport (basket, ginnastica): un campus come Stanford offre tante possibilità e attività da svolgere. Mi piace molto stare all’aria aperta e dal punto vista naturalistico la California ha molto da offrire; la città di San Francisco è in continuo fermento: visito i musei, vado a concerti, eventi sportivi. E ovviamente esco con i miei amici.

Frequenti altri italiani?

Sì, il giovedì sera facciamo la serata italiana e cuciniamo italiano.

 C’è qualcosa che unisce la California e la nostra regione?

Mi viene in mente il vino. Non è il Sagrantino, ma non è male!

Vedendoti non sei proprio il prototipo dello scienziato…

Me lo dicono tutti. Lo prendo come un complimento (ride). In realtà, in alcuni contesti mi hanno fatto notare che i miei tatuaggi e gli orecchini non erano consoni per un ospedale. Al contrario, quando mi devo rapportare con gli studenti con questo mio aspetto si crea subito un rapporto molto confidenziale e snello indipendentemente dai ruoli.

Per concludere: qual è la prima cosa che ti viene in mente pensando all’Umbria… 

Affetti: famiglia e amici storici con cui sono cresciuto.

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Agnese Priorelli

Laureata in Scienze della comunicazione, è giornalista pubblicista dal 2008. Ha lavorato come collaboratrice e redattrice in quotidiani e settimanali. Ora collabora con un giornale online e con un free press. È appassionata di cinema e sport. Svolge attività di inserimento eventi e di social media marketing e collabora alla programmazione dei contenuti. Cura per AboutUmbria Magazine, AboutUmbria Collection e Stay in Umbria interviste e articoli su eventi.