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«L’Umbria? Il suo punto di forza è la concretezza e il carattere solido; la sua debolezza è la troppa chiusura».

Giuliano Giubilei, perugino DOC, giornalista ed ex vicedirettore del Tg3, racconta la sua Perugia, dove è nato e dove ha mosso i primi passi da cronista di Paese Sera; la città con la quale mantiene un forte legame, nonostante i quanrant’anni di lontananza: «Vivo a Roma da tanto tempo, ma non dimenticherò mai il vento di Tramontana in Corso Vannucci. Il rapporto con questi luoghi non si è mai interrotto: un perugino resterà sempre un perugino, anche se vive da tanti anni in un’altra città».

Quindi non posso che farle come prima domanda: qual è il suo legame con questa regione?

Sono nato a Perugia e, nonostante non viva più in città da circa quarant’anni, ho mantenuto un forte legame: ho un rapporto con questi luoghi che non si è mai interrotto. A Perugia ho avuto le mie prime esperienze, anche lavorative; ho avuto i miei primi amici e ho vissuto la mia formazione di uomo: dopotutto, quando sono andato via avevo venticinque anni. Chi nasce in Umbria resta umbro per sempre, anche se da anni vive in un’altra regione: un perugino di nascita non diventerà mai un romano d’adozione.

 

Festiva delle Nazioni

Giuliano Giubilei sul palco del Festiva delle Nazioni

Lei è presidente del Festival delle Nazioni di Città di Castello: che importanza hanno questo tipo di manifestazioni per la regione?

Sono importantissime, fanno conoscere l’Umbria in Italia e nel mondo. Tre su tutte sono fondamentali: parlo di Umbria Jazz, del Festival dei Due Mondi di Spoleto e del Festival delle Nazioni di Città di Castello. Sono le manifestazioni meno provinciali, che rendono il territorio vivo e che gli permettono di uscire dal confine e farsi apprezzare al di fuori. Il Festival delle Nazioni, ad esempio, punta – con la sua formula – a far conoscere musicisti internazionali dei quali, altrimenti, non avremmo potuto apprezzare la musica. Ogni edizione è dedicata a una nazione e questo permette di portare in Umbria artisti che altrimenti non sarebbero mai venuti. Il festival è anche molto frequentato da stranieri, che in estate abitano l’Alta Valle del Tevere e tutta la regione.

Com’è andata questa ultima edizione?

Un vero successo! Lo scorso anno abbiamo festeggiato i cinquant’anni con un numero di spettatori e d’incassi da record. Beh, quest’anno è andata ancora meglio. La prossima edizione sarà la dodicesima sotto la mia direzione e pensiamo di ospitare la Cina. In passato solo in due occasioni siamo usciti fuori dall’Europa, ospitando Israele e Armenia. Con la Cina vogliamo espanderci ancora di più.

Cosa serve all’Umbria per fare quel salto in avanti e togliersi la nomea di sorella minore della Toscana, sia in campo infrastrutturale sia in quello culturale?

Non trovo che l’Umbria sia la sorella minore della Toscana, non è inferiore a nessun’altra regione. La politica regionale ha investito molto nella cultura e nel favorire i vari festival ed eventi; ovviamente si può sempre fare di più. Per quanto riguarda le infrastrutture, il servizio ferroviario va sicuramente potenziato: Roma sembra lontanissima, in più – oltre al fatto che ci vogliono due ore e mezzo per raggiungerla da Perugia – alla stazione Termini il binario d’arrivo si trova a 700 metri dal terminal. Qualche giorno fa sono venuto a Perugia con il treno; al ritorno ci hanno fatto scendere al binario est e ho fatto quasi un chilometro a piedi per arrivare alla metropolitana: praticamente è come se fossimo scesi a Orte (ride). Inoltre, si deve puntare a migliorare anche l’aeroporto: l’Umbria non si può isolare!

Con l’occhio da giornalista, qual è il suo parere su Perugia e sulla regione? Quali sono i suoi punti di forza e le sue debolezze?

La sua più grande debolezza è la sua chiusura. Le racconto un aneddoto: mi sono laureato in Storia Contemporanea con la professoressa Fiorella Bartoccini, che era un nome prestigioso e un personaggio di spicco all’Università di Perugia. Un giorno mi disse: «Sai che non sono mai stata invitata a cena da un perugino?» Questo è per far capire cosa intendo per chiusura. L’Università stessa ha perso, nel corso degli anni, nomi di alto livello tra gli insegnanti. Tra i punti di forza invece c’è il carattere concreto e solido degli umbri. I perugini, in particolare, non vogliono essere servi di nessuno. Si direbbe che non vogliono stare sotto padrone.

Ha qualche aneddoto legato al suo lavoro e a Perugia?

Vi racconto la mia super raccomandazione per iniziare a fare il giornalista. Nel 1973 sono entrato a Paese Sera: la testata aveva una sede locale e con me muovevano i primi passi in questo settore Lamberto Sposini, Alvaro Fiorucci e Walter Verini. Un giorno, mentre passeggiavo per Corso Vannucci, un mio amico mi disse: «Mi hanno preso a lavorare come giornalista a Paese Sera ma a me non piace, non è che vuoi andare al mio posto?» Ovviamente, accettai al volo. Ecco la mia raccomandazione! Mi occupavo prima di cronaca giudiziaria, poi di politica comunale. Perugia, negli anni Settanta, era una città molto vivace, piena di cultura; c’era un rapporto stretto tra la comunità e gli stranieri presenti. Poi ha avuto un cambiamento fisiologico come tutte le altre città italiane, ma deve tornare a ricoprire il ruolo di capoluogo di una regione importante, sia in abito culturale sia sociale.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Chi viene vuole sempre tornare, serena e con paesaggi modellati dall’uomo.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le mattine fredde, sferzate dalla Tramontana in Corso Vannucci.

«Attraverso il corpo si possono esprimere molte più emozioni che con le parole».

Nicola (19 anni) e Daniele (16 anni) Zampa sono due fratelli di Bastia Umbra – entrambi ballerini presso la scuola Asso di Cuori – che con le rispettive compagne Lucrezia Bacchi (20 anni) e Aurora Alunni Bistocchi (16 anni) danzano sulle piste da ballo, cercano di trasmettere a tutti la loro passione. Una passione che, nonostante di tanti sacrifici e le tante ore di allenamento – quattro giorni a settimana per tre ore al giorno – resiste da tempo, da quando erano bambini.

 

Daniele e Aurora

I primi passi da piccoli

«Ho iniziato a ballare quando ero in prima elementare: stavo sempre con un mio amico che già praticava ballo: per stare con lui e per fare del movimento ho iniziato anche io. Mi è piaciuto subito e da qual momento non ho più smesso», racconta Nicola.
Per Lucrezia invece tutto è cominciato quando aveva 10 anni, grazie alla mamma. «Io volevo fare tutt’altro, ad esempio nuoto, poi una sera sono andata – così per curiosità – in una scuola di ballo, c’era un ballerino libero e da quel momento tutto e iniziato. L’incontro con Nicola è avvenuto dopo: non avevo più un partner da qauttro mesi, allora sono venuta a Bastia alla scuola Asso di Cuori. Neanche lui aveva una compagna, così si è formata la nostra coppia».
Una coppia che si basa sulla fiducia reciproca: «Fondamentale è instaurare anche un rapporto fuori dalla pista da ballo. Per avere feeling ci vuole tempo, ma è importante conoscersi bene» prosegue Lucrezia.
La coppia Nicola e Lucrezia ha partecipato la scorsa primavera ai campionati mondiali di Danza Sportiva a Mosca categoria Under 21. I due ragazzi sono statati scelti – insieme ad altri dieci atleti – dalla Federazione italiana Danza Sportiva per rappresentare l’Italia, dopo essere arrivati secondi nella Combinata 10 danze under 21 ai Campionati Italiani.
Anche Daniele e Aurora – nonostante la giovane età – hanno vinto il Campionato Italiano junior, che gli ha consentito di partecipare al Mondiale in Romania classificandosi sedicesimi, mentre con la vittoria del Campionato Italiano combinata 10 danze hanno rappresentato l’Italia al Mondiale in Moldavia, piazzandosi al quattordicesimo posto.

 

Nicola e Lucrezia

Sulle orme del fratello

Daniele ha seguito le orme del fratello e a 5 anni ha mosso i primi passi di danza: «Cercavo uno sport da praticare e mio fratello aveva da poco iniziato questa disciplina: ho provato, mi è piaciuto, ero bravo, e così ho continuato. Inizialmente ballavo con mia cugina, poi per questione di altezza ci siamo scoppiati, così ho incontrato Aurora; anche lei in quel momento non aveva un ballerino: tra noi c’è stato subito feeling. Questo è fondamentale, alla base del rapporto ci deve essere fiducia, bisogna capirsi al volo, anche solo con uno sguardo: in pista con una semplice occhiata occorre trasmettere al partner quello che si vuol fare. Tutto questo è possibile grazie a un rapporto molto stretto tra noi». La storia da ballerina di Aurora è iniziata invece con la danza classica, quando aveva 4 anni. «Avevo una scuola vicino casa, dopo la danza classica ho scoperto le danze standard e così mi sono appassionata».

 

Daniele e Aurora

Emozioni in pista

Quello che i quattro ballerini tengono a precisare è la grande passione che mettono in questo sport, che unisce eleganza, ritmo, concentrazione e voglia di divertirsi. «Quando sei in gara non pensi più a nulla, quel che è fatto è fatto: vuoi solo divertirti. Quando parte la musica provi solo tante emozioni e pensi solamente a ballare, cerchi di trasmettere tutto ciò che hai dentro. Il ballo è qualcosa di veramente passionale, attraverso il corpo si possono esprime molte più cose che con le parole», spiega Nicola. Della stessa opinione è la sua ballerina Lucrezia: «Quando ballo non penso a niente, cerco solo di esprimere e di trasmettere quello che provo in quel momento. Ai passi non penso, dopo tante prove vengono in automatico».
Anche per Aurora l’esprimere emozioni è fondamentale: «Quando entri in pista devi mettercela tutta e devi dare il meglio di te. Io cerco sempre di trasmettere – a chi mi sta guardando – quello che provo: che sia felicità, rabbia e soprattutto passione. Quest’ultima è il motore che ci dà la spinta a fare i tanti sacrifici che facciamo».
Per ora tra i due fratelli non c’è competizione, come specifica Nicola: «Ancora non abbiamo mai gareggiato contro per una questione anagrafica, ma quando lo faremo, non si faranno sconti. In pista non si guarda in faccia a nessuno».
E quindi non resta che aspettare il derby di casa Zampa!

 

Nicola e Lucrezia

«O pa’, si tu me vedessi l’core, l’campanile sona co ‘na tale durezza che le guance m’enno scomparse da la faccia, resta solo ‘na ruga de dolore… o pa’ si tu me vedessi l’core» 

Regista, attore e scrittore. Filippo Timi è tutto questo e molto di più. Un vero perugino col donca, a cui piace portare il dialetto umbro nei suoi spettacoli teatrali. Dal 25 al 27 giugno sarà al cinema per un evento speciale: la trasposizione cinematografica del suo ironico e dissacrante spettacolo Favola, visibile per soli tre giorni. Il film, distribuito da Nexo Digital e diretto Sebastiano Mauri, ci porta nella provincia americana degli anni Cinquanta con le vite perfette, le donne sorridenti e i colori pastello. Qui Mrs Fairytale (Filippo Timi) e Mrs Emerald (Lucia Mascino) s’incontrano ogni giorno per condividere le loro esistenze tranquille e borghesi, ma la facciata di perfezione si sgretola, rotta da segreti terribili e possibilità inaspettate. Nessuna Favola è mai perfetta come sembra… 

Filippo Timi in Favola

Per lei cos’è una favola? Quale sarebbe la sua favola perfetta (se esiste)?   

La favola perfetta è quella che finisce con «e vissero tutti felici e contenti», ma la mia favola ideale è quella di un mondo più tollerante, un mondo che non giudica nessuno come diverso, ma lo accetta come unico. 

Il film è ambientato nella provincia americana: pensa che anche in una città di provincia come Perugia avrebbe potuto raccontare questa storia? 

Ogni provincia si assomiglia, ma per questo film quella americana esprimeva meglio il bisogno del personaggio di evadere nei suoi sogni, nell’America vista nei film sul grande schermo. L’America, con le sue contraddizioni ed esasperazioni, esprimeva perfettamente il luogo fisico e mentale per raccontare questa favola. 

Siamo negli anni Cinquanta e il film affronta il tema dell’identità di genere e del rapporto con il proprio corpo e la società: è cambiato realmente qualcosa rispetto a quegli anni?      

Sì, molte cose sono cambiate, le donne non sono più costrette a mettersi un bustino, indossare gonne a campana ed essere confinate ai fornelli in attesa del ritorno del capofamiglia, ma la reale uguaglianza fra uomini e donne è ancora, tristemente, una meta lontana. Ginger Rogers faceva gli stessi passi di Fred Astaire, sui tacchi alti e all’indietro, ma era pagata la metà. Ancora oggi, per esempio, la differenza salariale di genere è un’amara realtà.  

 

Cosa ha portato di suo nel personaggio? È stato difficile vestire i panni di una donna? 

Per un uomo vestire i panni di una donna è estremamente difficile: a parte la difficoltà fisica, c’è uno sguardo del mondo esterno che ti giudica incessantemente. Sopportarlo, e a volte schivarlo, diventa un doppio lavoro. 

 

film filippo timi

Filippo Timi in Favola

Ora parliamo un po’ di Umbria: qual è il suo legame con questa regione? 

Sono le mie origini, ho scritto poesie in perugino prima che testi in italiano. Sia nei miei romanzi che nei miei spettacoli non ho mai resistito alla tentazione di introdurre una vena umbra in questo o quel personaggio. Trovo che il dialetto esprima più direttamente certe sfumature di emozioni che l’italiano, invece, a volte, raffredda. 

 

Ho letto che porterà in scena un cavaliere del Seicento e reciterà in dialetto perugino, col donca: ci può anticipare qualcosa? C’è già una frase in perugino che potrebbe descrivere il personaggio? 

«O pa’, si tu me vedessi l’core, l’campanile sona co ‘na tale durezza che le guance m’enno scomparse da la faccia, resta solo ‘na ruga de dolore… o pa’ si tu me vedessi l’core» 
È la storia di un cavaliere che combatte contro il drago delle proprie paure. Accanto a lui, un angelo custode in crisi esistenziale (Marina Rocco), un menestrello triste in maniera ilare (Andrea Soffiantini), un giovane scudiero alla scoperta dell’eros (Michele Capuano) e una saggia prostituta dai saldi principi (Elena Lietti). 

 

Oltre al cinema e teatro, ha anche in cantiere progetti letterari? 

I progetti letterari sono molti e segreti, ma ora mi sto concentrando sulla scrittura del nuovo spettacolo. 

 

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole? 

Ruvidamente accogliente, spudoratamente verace, insomma, meravigliosamente grifagna. 

 

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione? 

A la torta al testo e la ciaramicola che fa la mi mamma, n’sacco, n’sacco bona. 

 

Il trailer di Favola:

 

 

Studiosa della natura, fu l’unica donna perugina a cui fu concesso il voto. Una personalità apprezzata dai maggiori letterati del tempo 

Maria Alinda nasce, prima di tre sorelle, a Perugia nel 1841 da Gratiliano Bonacci, originario di Recanati, insegnante al Collegio della Sapienza e da Teresa Tarulli di Matelica. Viene educata in casa dal padre che le impartisce un’istruzione scientifica e umanistica: a otto anni Maria Alinda veste da uomo, legge la Divina Commedia, I Sepolcri, i Fioretti di San Francesco, le Lettere del Gozzi, studia greco e latino, italiano e francese, storia, geografia e matematica[1]. La famiglia è costretta per motivi politici a trasferirsi nel 1854 a Foligno. Due anni più tardi lo stesso Gratiliano riunirà sotto il tradizionale titolo Canti i componimenti poetici della figlia che egli stesso aveva iniziato a pubblicare fin dal 1853. Nel 1859, dopo le stragi del XX giugno, la diciottenne poetessa compone carmi libertari e monarchici che l’anno seguente saranno stampati sotto il titolo Canti nazionali. Grazie a una speciale concessione, è l’unica donna a votare, mescolata a 239 coetanei dell’altro sesso, per l’annessione dell’Umbria e delle Marche allo Stato Sabaudo, un momento davvero unico e ricco di significato, che ella così ricorda: «fanciulla oscura e timida con la scritta del SI sacra parola sporsi all’urna la trepida man, fra le ausonie giovinette io sola!»[2]

Il trasferimento a Recanati

Nel 1860 la famiglia Bonacci, a seguito del ritiro definitivo per motivi di salute di Gratiliano dall’insegnamento, si stabilisce definitivamente a Recanati. Il soggiorno recanatese è duro per la giovane Alinda che scrive «Oh Recanati, Recanati, tu m’assassini» e ancora «tanto è viver qui a Recanati come in un deserto dell’Arabia»[3]. Finalmente nel 1868, divenuta sposa di Pietro Brunamonti, originario di Trevi, ex allievo del padre e professore di diritto all’Università di Perugia, Maria Alinda può tornare nella sua amata città natale. 
Nel 1875 inizia a scrivere Memorie e pensieri, un diario personale e intellettuale che tiene  aggiornato fino al 1900 quando un’emiparesi le impedisce di continuarne la stesura. Alla fine del 1875 l’editore Le Monnier di Firenze stampa la prima raccolta organica dei suoi versi dedicata alla memoria del padre, morto nel 1871.  

 

 

Lodi e critiche degli altri letterati

Nel giugno del 1877 Giosuè Carducci è a Perugia come commissario per gli esami di maturità del Liceo classico e ha modo di conoscere la poetessa: non l’apprezza né sul piano fisico («la Brunachilde la vidi ieri sera; ed è peggio che nel ritratto»), né sul piano poetico definendo i suoi «versi così profondamente antipatici»[4]. Diversa è l’opinione sia del Dupré, che scrive al Maffei di averne apprezzato le capacità: il suo «ingegno potente sta chiuso entro i candidi veli della modestia: cara cosa fra la fastidiosa e tronfia pochezza dei più»[5], che del Fogazzaro, il quale la colloca in stima «per italianità insigne sì della veste che delle concezioni» accanto al Carducci[6].

L'amore per la botanica

Nell’aprile del 1879 i coniugi Brunamonti si recano in alta Italia: il viaggio consente alla poetessa perugina di conoscere di persona alcuni illustri personaggi con i quali già da tempo intratteneva una viva corrispondenza, come Giacomo Zanella, Andrea Maffei e Antonio Stoppani, nell’animato salotto di Clara Maffei. Appassionata di botanica e geniale pittrice autodidatta la Brunamonti realizza anche un notevole erbario, andato purtroppo perduto, e una ricca serie di album con riproduzioni ad acquerello e tempera della flora umbra[7]. La natura rappresenta un vero e proprio elemento nutritivo per lo spirito della nostra poetessa, il contatto con essa spesso finisce per fondersi in autentica materia poetica.
Su questo rapporto intenso e originale scrive: «assolutamente son persuasa che non si possano scrivere idilli senza studiare la natura sul vero con amore di paesista. Bisogna compor quelle tinte giuste, quelle sfumature, quei tocchi di luce radente propri ad un luogo solo e non comuni a tutti. Così giunge il pittore ad ottenere lo sfondo e la trasparenza. Come non dovrebbe il poeta? Ho verificato che l’alito vivificante dei campi rinfresca lo stile e gli dona una certa vita luminosa e mobile, anche allora che non ci occupiamo di paesaggio e di idillio. Pare che l’arte coltivata solo dentro uno studio chiuso e in mezzo ai libri puzzi di muffa e polvere»[8].
Muore nel febbraio del 1903 e Vittoria Aganoor Pompilj la ricorda dalle pagine del numero speciale a lei dedicato de «L’Unione Liberale» con queste parole: «schiva d’ogni popolarità chiassosa, visse per la famiglia e per l’arte, non cedendo al mutevole gusto delle mode e alla facile imitazione di scuole deliranti e pervertitrici»[9]

 

 

[1] A. Zucconi, Lettere di Maria Alinda Brunamonti al Prof. Francesco Francesconi, in «Rassegna Nazionale» (ott.-nov. 1936), pp. 1-16.
[2] Citazione riferita da «Il Cittadino di Recanati», 3/2/2006.
[3] Citazioni tratte da A. Zucconi, cit., p. 4.
[4] G. Carducci, Lettere del 3 e del 31 luglio riferite da L.M. Reale, in M.A. Bonacci Brunamonti, Diario floreale inedito dalle Memorie e pensieri. 1875-1900, Perugia, Guerra, 1992, p. 13 e n. 18.
[5] Lettera del 16/6/1876 riferita da L.M. Reali, in M.A. Bonacci Brunamonti, cit., p. 25 e n. 87.
[6] «Roma letteraria», a. XL, n.4 citazione riportata da A. Zucconi, cit., p. 4.
[7] Ne rimangono due nel fondo manoscritti della Biblioteca Augusta studiati e pubblicati da L.M. Reale.
[8] M.A. Bonacci Brunamonti, Memorie e pensieri, 30/9/1884 riportato da L.M. Reale, Le erbe, i fiori e i paesaggi umbri di Maria Alinda Bonacci Brunamonti, 2001, in www.repubblicaletteraria.it.
[9] «L’Unione Liberale», 13-14/2/1903.

 


Riferimenti bibliografici
Piatti, Monografia di Maria Alinda Brunamonti nata Bonacci, Firenze, Tipi dell’arte della stampa, 1882
Trabalza, Alinda Brunamonti prosatrice, Perugia, Unione tipografica cooperativa, 1903
Urbini, Alinda Bonacci Brunamonti, Roma,Nuova Antologia, 1903
Antolini, Alinda Brunamonti e Vittoria Colonna, Firenze, Barbera, 1904.
Curatolo, Della vita e delle opere di Maria Alinda Bonacci Brunamonti, Roma, Forzani, 1904.
Pimpinelli, Alinda Bonacci Brunamonti ovvero Una massaia in Parnaso, Città di Castello,Tibergraph, 1989.
L.M. Reale, Maria Alinda Bonacci Brunamonti, il dialetto, le tradizioni popolari e la «Flora Umbra» (con appendice di testi e glossario), in «Contributi di Filologia dell’Italia Mediana», voll. XI (1997) e XII (1998), pp. 195-236 e 127-167. 
Peducci, Maria Alinda Bonacci Brunamonti: i discorsi d’arte: un esempio del gusto fin de siècle, EFFE, Perugia, 2012.
L’archivio di Maria Alinda Bonacci Brunamonti. Inventario, a cura di G. D’Elia , coordinamento scientifico F. Ciacci, Soprintendenza archivistica dell’Umbria e delle Marche, Perugia 2015. 

 

Una Onlus nata come reazione, per contrasto, come a voler dire che la parola fine non può essere scritta finché non è davvero e incontrovertibilmente finita. 

Avanti Tutta, associazione perugina nata il 13 giugno del 2013, è guidata da un uomo la cui fine sembrava scritta: a Leonardo Cenci, ex dipendente dell’agenzia delle Dogane di Bologna e Perugia, alla fine del 2012 era stato diagnosticato un tumore estremamente aggressivo al polmone, incurabile, con metastasi al cervello e alle ossa. A soli 39 anni, Leonardo Cenci aveva un’aspettativa di vita di soli quattro mesi.

 

Cenci

Leonardo Cenci con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, foto per gentile concessione di www.avantitutta.org

Azione e reazione

Erano tanti i modi in cui poteva reagire Leonardo di fronte a una notizia del genere; per molti sarebbe stato comprensibile abbattersi, lasciarsi soffocare dal dolore e dall’incommensurabile angoscia, soprattutto perché, a seguito di quei primi mesi di trattamenti, Leonardo perse l’uso delle gambe. Proprio lui, amante della corsa e pronto a partecipare alla maratona di New York.
Ma ecco la reazione, quella inaspettata, quella che ha fatto di Leonardo un esempio da seguire per tutte quelle persone che sono, o sono state, malate di cancro: a nemmeno un anno da quella terribile diagnosi, la fondazione di Avanti Tutta, nata per ridare fiducia, ottimismo e dignità a tutti i malati di cancro, ma anche per promuovere la pratica sportiva nei protocolli di terapia, insieme a uno stile di vita corretto e sano.

 

Lo sviluppo

Ma questa era solo un’idea, da cui poi avrebbero preso spunto tutte quelle iniziative che fanno di Avanti Tutta un vero e proprio sostegno per i malati oncologici: il finanziamento per l’ammodernamento delle strutture e degli arredi del reparto di oncologia dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia – con l’installazione di una nuova illuminazione a led, di una nuova palestra, di poltrone per la somministrazione della chemioterapia, di letti per malati lungodegenti e di borse di studio per la ricerca – l’attivazione dell’Oncotaxi, un servizio dedicato ai pazienti – autosufficienti, sottoposti a chemioterapia e residenti nei comuni di Perugia e Corciano – che non possono recarsi con mezzi propri presso il day hospital dell’Ospedale di Perugia. E, ultimi ma non meno importanti, tutti quegli appuntamenti fissi che scandiscono l’anno solare, ma che un degente vive in maniera straniata: la tombolata del 31 dicembre – l’Oncotombolata – l’Oncococomerata del 15 agosto e l’Oncostrufolata del Giovedì Grasso. E, naturalmente, non mancano iniziative legate al Natale e alla Pasqua.

 

Il logo della onlus, foto per gentile concessione di www.avantitutta.org

Il primato

E così Leonardo – che dà forza all’Associazione e, al tempo stesso, la trae – ha superato quei fatidici quattro mesi, varcando il quinto anno dalla diagnosi con innumerevoli onorificenze e due maratone sulle spalle.
Sì, perché alla fine, Leonardo Cenci, a New York ci è andato: il 6 novembre 2017, in occasione della 46ª edizione della celebre corsa, è diventato il primo italiano ad aver partecipato a una maratona con un cancro in atto. Un primato che ha replicato l’anno successivo, diventando l’unico uomo al mondo a correre ben due maratone con un cancro in atto. Senza contare che è riuscito anche a migliorare il suo tempo: dalla 24.179ª posizione, è salito fino alla numero 16.169, guadagnando ben venti minuti.

Onore al merito

Il 2017 è stato anche l’anno in cui il Presidente Sergio Mattarella gli ha conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana. La motivazione? «Per la determinazione e la forza d’animo con cui affronta la sua gravissima malattia offrendo agli altri malati un esempio per reagire e per difendere la vita». Ancor prima erano arrivate l’iscrizione all’Albo d’Oro della Città di Perugia, il Premio internazionale Giuseppe Sciacca per le attività sociali e il volontariato – ricevuto in Vaticano – e il Premio internazionale Le Velo – L’Europa per lo Sport a Scarperia. Il riconoscimento più recente è la medaglia al valore atletico per meriti eccezionali conferita da Giovanni Malagò, Presidente del CONI; lo stesso Malagò ha curato la prefazione di Ama, Vivi, Corri. Avanti Tutta!, il libro, edito da Salani, scritto da Leonardo Cenci e Rosangela Percoco e uscito lo scorso 12 aprile.

 

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«Non vedo un disegno concreto, un progetto globale che si ponga l’obiettivo di promuovere la conoscenza dell’arte contemporanea nelle sue varie espressioni».

Artista, docente universitario e storico dell’arte. È tutto questo, e molto di più, il professore emerito di Storia dell’Arte Bruno Toscano, classe 1930, che nel dopoguerra, con il Gruppo dei sei e con il Premio Spoleto (Mostra Nazionale di Arti Figurative) ha contribuito a promuovere Spoleto tra i centri più attivi dell’arte contemporanea: una personalità che ha dato molto e che ancora può dare, all’arte italiana e all’Umbria stessa.

 

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Bruno Toscano

Professore, qual è il suo legame con l’Umbria?

I miei genitori erano calabresi, ma io sono nato e ho ricevuto la prima educazione a Spoleto. Inoltre, molte mie ricerche sono di argomento umbro.

Ho letto che è stato il fondatore del primo cineclub di Spoleto: oggi, che rapporto ha con quest’arte?

Fondammo, gli amici pittori e io, il cineclub subito dopo la guerra, nel 1949, come un atto di libertà. Volevamo far conoscere tanti film che il fascismo aveva proibito e inaugurammo il cineclub con La grande illusione, il capolavoro di Jean Renoir contro la guerra. Nel programma c’era molto cinema francese degli anni Trenta, ma anche il neorealismo italiano, che stava esplodendo proprio in quegli anni. Nell’insieme, era un cinema povero, in bianco e nero. Oggi è decisamente più tecnologico e spettacolare, talvolta solo di intrattenimento, talvolta, per fortuna, con forti messaggi di attualità.

Come era artisticamente l’Umbria al tempo del Gruppo dei sei di cui faceva parte (Bruno Toscano, Giuseppe De Gregorio, Filippo Marignoli, Giannetto Orsini, Ugo Rambaldi, Piero Raspi)?

È stato un periodo di attività intensa e tutt’altro che provinciale per l’Umbria e per Spoleto, dove confluivano critici e artisti di primo piano dai maggiori centri italiani. Nella giuria delle numerose edizioni del Premio Spoleto, a partire dal 1953, c’erano critici come Francesco Arcangeli, Luigi Carluccio, Marco Valsecchi e artisti come Mario Mafai, Roberto Melli e Marino Mazzacurati.

Come è oggi dal punto di vista artistico la nostra regione?

Non vedo un disegno concreto, un progetto globale che si ponga l’obiettivo di promuovere la conoscenza dell’arte contemporanea nelle sue varie espressioni. Avverto semmai la tendenza a visioni parziali, spesso legate a mode effimere o ad avanguardie molto datate. Fa eccezione il Ciac di Foligno, concepito come un osservatorio di ampia visibilità. Ma questo non è un problema dell’Umbria. È noto che il declino ha origini profonde e di vasto raggio. Quando la conoscenza non è più considerata necessaria, si abbassa il livello dell’istruzione e anche l’interesse per la storia e per l’arte.

Come ha influito l’Umbria nella sua pittura?

I quadri che ho dipinto sono legati ai luoghi chi mi circondano. Ma questi non sono panorama, ma piuttosto un habitat ricco di stimoli e molto coinvolgente. C’è qualcosa di materno nella terra che ci circonda, che non può essere rappresentato in forme figurative convenzionali.  Negli anni Cinquanta le poetiche riconducibili all’Informale, tra le quali l’Ultimo naturalismo di Francesco Arcangeli, rispecchiavano questo contatto a livello profondo con la natura.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Divisa tra aree in crescita e aree in abbandono; per conseguenza, impoverita; nonostante tutto, affascinante.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

…fertile costa d’alto monte pende….

«Il compito di un arbitro è quello di far parte dello spettacolo e quello di non farsi ricordare»

Queste le parole di Fabrizio Saltalippi, perugino di 55 anni, di cui trentanove passati con il fischietto al collo ad arbitrare partite di pallavolo. Gli restano solo tre mesi di attività, poi se ne andrà in pensione, ma nel suo palmarès ci sono 500 gare in serie A, 180 gare internazionali, tre Europei e due Mondiali. Una vera eccellenza umbra di questo sport.

pallavolo-arbitro

Fabrizio Saltalippi, 55 anni

Qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame fortissimo. Sono nato e cresciuto a Perugia, e tuttora ci vivo. Anche se sono vent’anni che lavoro fuori, sia in Italia sia all’estero, non ho mai pensato di lasciare questa città. Non me ne andrei per nulla al mondo.

Lei, lo scorso agosto, è stato designato per arbitrare la partita inaugurale del Campionato Europeo di Pallavolo in Polonia: come si affronta – psicologicamente e fisicamente – un evento del genere?

Questa partita è stata importante per due motivi: il primo perché era la gara inaugurale di un Europeo, quindi aveva un impatto mediatico di alto livello e grande importanza; il secondo perché la Polonia ha avuto la brillante idea di giocarla – per battere il record di presenze – nello stadio di calcio di Varsavia, davanti a un pubblico di sessantacinquemila spettatori. Un ambiente del genere, ovviamente, mette pressione, quindi conta molto il nostro allenamento, che ci aiuta a mantenere la concentrazione e a gestire l’ansia. Durante la partita ti senti responsabile di quello che accade e speri che tutto vada nel modo migliore. In quell’occasione andò tutto liscio, anche se la Polonia perse 3-0 contro la Serbia. Mi ricordo che i primi 5 o 6 punti furono un po’ difficili, poi è iniziata la routine e la partita si è trasformata in una normalissima gara, una delle tante arbitrate.

È un veterano di questi eventi, ha rappresentato l’Italia in tre Europei e due World Cup: cosa pensa quando entra in campo durante queste manifestazioni?

Non ho mai sentito lo stress e la tensione prima di una gara, ma solo la voglia di scendere in campo e il piacere di divertirmi e far divertire. Il compito dell’arbitro è quello di far parte dello spettacolo, di dare la possibilità al pubblico di godere di una bella partita, il tutto senza farsi notare. Se un arbitro, a fine gara, non viene ricordato vuol dire che ha fatto un ottimo lavoro.

Quando toglie la divisa stacca col mestiere di arbitro, oppure ripensa a qualche eventuale errore o decisione presa durante una gara?  

Appena si toglie la divisa c’è un calo di tensione e l’adrenalina si libera, ma non si smette di pensare alla gara, anzi, avviene la revisione critica. Riguardo il video della partita per vedere se e dove ho sbagliato: in particolare mi concentro sulle situazioni contestate in campo perché, se sono effettivamente degli errori, mi servono per crescere ed per evitare di ripeterli, se invece la mia decisione era corretta è una gratificazione personale, e anche quella aiuta molto.

La pallavolo in Umbria, soprattutto a Perugia, ha seguito e sta ottenendo buoni risultati: possiamo considerarla un’eccellenza del territorio?

La pallavolo è sicuramente un’eccellenza, basta pensare a tutto quello che ha vinto in passato la Sirio Perugia o a quello che sta facendo ora la Sir Safety Umbria Volley. Occorre però potenziare le serie minori, ripartendo dalle fondamenta.

Come ad esempio i settori giovanili?

Esatto. Questo è fondamentale. Vanno attirati i giovani, distratti purtroppo dal calcio. Una volta un ragazzo che superava il metro e ottanta giocava per forza a pallavolo, ora invece, può giocare anche a calcio. Questo sport ne risente.

Un consiglio a un giovane che vorrebbe iniziare la carriera di arbitro.

Amare questo sport, quasi più di un giocatore, al di là degli obiettivi che si possono raggiungere. Avere passione, entusiasmo e la voglia di entrare a far parte del gioco stesso. L’arbitro non è un’entità staccata, fa parte della partita e dello spettacolo a tutti gli effetti.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Verde, unica, splendida.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le bellezze architettoniche. Quando all’estero mi domandano dove abito, mi rendo conto che in pochi conoscono l’Umbria, allora gli spiego che questa è la terra degli Etruschi, un popolo più antico di quello romano. Spero di incuriosirli…

«La partita che mi ha dato più soddisfazione arbitrare? Quella a favore di terremotati di Norcia».

Più di 200 partite in serie A, arbitro internazionale dal 2007 – il 2017 è stata la sua ultima stagione per raggiunti limiti d’età – 17 anni di attività con l’esordio nella massima serie nel 2003 e arbitro “Élite Uefa” dal 2012. Questi i numeri di Paolo Tagliavento di Terni, sicuramente il fischietto più rappresentativo dell’Umbria e non solo. In campo ha l’aria severa che serve per mettere in riga i 22 giocatori, nel parlarci, invece, è una persona disponibile e simpatica. Un umbro orgoglioso della sua terra.

 

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Paolo Tagliavento

Qual è il suo legame con l’Umbria e con Terni?

È un legame molto forte, perché sono nato, cresciuto e vivo tutt’ora a Terni. Amo la mia regione e sono molto attaccato alle persone con cui ho vissuto e che hanno fatto parte della mia infanzia.

Pensa che l’Umbria sia una regione in “fuori gioco”, tagliata fuori rispetto ad altre realtà?

Per la posizione che ha, è un po’ tagliata fuori a livello di infrastrutture. Io ad esempio, uso spesso la macchina per i miei spostamenti. Fiumicino non è lontano, quindi mi capita anche di prendere l’aereo quando ho partite lontane, mentre per quanto riguarda il treno non è proprio comodissimo. Per certi versi il suo essere un po’ fuori, può essere un vantaggio, perché conserva la pace e la tranquillità che la caratterizzano.

Se l’Umbria fosse una regola del calcio, quale sarebbe?

Il vantaggio. Che è una norma e non una regola, ma che quando la puoi applicare il gioco è sicuramente più vivace. Il vantaggio dell’Umbria sono i suoi paesaggi, il cibo e la vita in generale che si respira qui.

C’è una partita che avrebbe sempre voluto arbitrare e non lo ha ancora fatto?

Potrei dire la finale del Mondiale, perché è il sogno di qualsiasi arbitro e in pochi ci arrivano. Invece dirò la partita che più mi ha dato soddisfazione arbitrare: una gara di beneficenza dopo il terremoto del 2016, che si è disputata a Norcia tra gli attori e il personale della protezione civile. È stato qualcosa di concreto per l’Umbria e mi ha reso molto orgoglioso.

Gli umbri sono accusati di essere chiusi, si riconosce in questo stereotipo? Glielo hanno mai fatto notare?

No, non mi è mai successo. Forse nella parte Nord dell’Umbria sono più chiusi rispetto a Terni, che risente dell’influenza del carattere romanesco.

Ci sono in Umbria giovani arbitri che potrebbero arrivare ai suoi livelli?

C’è un’ottima scuola di assistenti arbitrali, che sono arrivati a buoni livelli. Per quanto riguarda gli arbitri in Lega Pro e serie D c’è qualcuno per potrebbe fare strada.

Cosa gli consiglierebbe?

Gli consiglierei di dare il massino, sempre. Di avere passione e di fare sacrifici, perché solo così si può arrivare a determinati livelli. La passione è il motore trainante, ma non basta. Ci vuole anche impegno e fame di raggiungere l’obbiettivo. Questa professione va messa un po’ davanti a tutto. L’imbuto è molto stretto e in pochi arrivano in serie A. Ma gli consiglierei anche di divertirsi e di godesi la propria passione.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Bella, unica, poco aperta di mentalità.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Serenità.

Barbara Petronio mostra orgogliosa il David di Donatello vinto, lo scorso marzo, per la miglior sceneggiatura originale del film Indivisibili diretto da Edoardo De Angelis.

Barbara Petronio

 

Nata e cresciuta a Terni, ha iniziato giovanissima a lavorare come sceneggiatrice, per questo vanta già la scrittura di tante serie tivù e film di successo: da A.C.A.B. a Romanzo Criminale – la serie, da Suburra – la serie a Distretto di Polizia, da R.I.S. – Delitti imperfetti a Mozzarella Stories, fino al Mostro di Firenze e Le mani dentro la città. Ma il suo sogno nel cassetto è una storia su Terni, la sua città.

Qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nata e cresciuta a Terni anche se la mia famiglia non è di origini umbre, bensì per metà siciliana e per l’altra metà un misto di origini scozzesi, abruzzesi e anche un po’ romane.

Se l’Umbria fosse un film, quale film sarebbe?

La grande abbuffata.

Perché questo accostamento?

Ho sempre associato l’Umbria a grandi mangiate.

Le è mai venuto in mente di scrivere un soggetto o una sceneggiatura su Terni o l’Umbria?

Sì, l’Umbria è piena di bellissime storie, ho nel cassetto una storia proprio su Terni che mi piacerebbe raccontare. Ogni tanto la ritiro fuori e ci lavoro nei ritagli di tempo. Chissà che prima o poi non la finisca…

Da Terni al David di Donatello: è stata una strada lunga? Ho letto che tre personaggi fondamentali sono stati la maestra delle elementari, Roberto Benigni e il produttore cinematografico Pietro Valsecchi…

Beh sì, lo sono stati in tre momenti molto diversi della mia vita. La maestra ha dato l’incipit, mi ha fatto capire la bellezza delle storie e della fantasia, Benigni è stata la mia prima esperienza su un set. Lì ho capito cosa significa girare un film, quanto è complesso e quanti sforzi richieda. Valsecchi mi ha fatto esordire, mi ha messo in condizione di lavorare su serie importanti quando ero giovanissima. Una rarità per l’Italia.

 

film

Indivisibili, scritto da Barbara Petronio, Edoardo De Angelis e Nicola Guaglianone

Un pregio e un difetto del cinema italiano…

In passato il cinema italiano è stato originalità, potenza drammaturgica e verità. Ora lo è un po’ meno ma ogni tanto escono dei piccoli gioielli frutto della nostra tradizione cinematografica e della nostra fantasia. Il difetto del momento direi la ripetitività.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Mistica, rigogliosa, forte.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Casa…

 

Per saperne di più su Terni

Danilo Petrucci, in sella alla Ducati, porta l’Umbria in pista. Il motociclista, classe 1990, arriva dalla Terni operaia e d’acciaio, e proprio nella sua città vorrebbe aprire una pista per far conoscere e amare questo sport.

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Danilo Petrucci, foto via

 

Petrux, che dal 2012 corre il MotoGP, la massima categoria motociclistica, quest’anno ha ottenuto il suo miglior risultato: un ottavo posto nella classifica finale, salendo sul podio per ben quattro volte. Una crescita importante per il motociclista ternano, che scrive un diario e si rilassa tra i boschi dell’Umbria.

Qual è il legame con la sua regione?

Ho molti affetti in Umbria e non solo a Terni, anche a Perugia. Sono molto legato alla mia regione.

Ho letto in un’intervista che ha un diario in cui appunta quello che le passa per la testa: cosa le piacerebbe scrivere, che ancora non ha scritto?

Ci sono ancora tante pagine che mi piacerebbe scrivere. Quello che appunto nel mio diario non lo sa nessuno, spesso mi è anche capitato di buttare via i diari scritti senza nemmeno rileggerli. Confesso che ci sono due o tre cose, non solo a livello sportivo, che mi piacerebbe scrivere, ma non lo dico per scaramanzia.

Lei è abituato alla velocità, cosa servirebbe all’Umbria per iniziare a correre come fanno altre regioni?

Servirebbe un po’ più di apertura mentale e di tolleranza anche verso il mondo delle moto. Io sto cercando di fare qualcosa per la mia città: vorrei aprire una pista, ma c’è molta difficoltà e poca benevolenza. Pensano che facciamo troppo rumore e per questo ci ostacolano. È sempre molto difficile.

Come ha fatto ad arrivare a correre il MotoGP, partendo da una regione che storicamente non è così legata ai motori?

Ci sono state molte persone, sia a Terni che a Perugia, che mi hanno aiutato economicamente a iniziare questa carriera, non posso che ringraziarle. Poi, se vuoi realizzare il tuo sogno, devi fare molti chilometri: da piccolo per fare cross andavo nelle Marche e nel Lazio. In Umbria c’è Magione, che è stato un mio tracciato per tanti anni. Servirebbe però un occhio diverso per il mondo dei motori e soprattutto che gli venisse riconosciuta più importanza, anche in Umbria.

Lo stereotipo degli umbri chiusi lo ha mai avvertito, glielo hanno fatto mai notare?

Nel mio lavoro non è utile essere chiusi, perché spesso devi parlare per forza. Gli umbri sono un po’ strani: nonostante siamo molto piccoli, litighiamo tra noi. Terni e Perugia non si possono vedere. Non so, se siamo poi così chiusi, di sicuro c’è che non abbiamo le risorse di altre regioni: non c’è né il mare né la montagna vera. Abbiamo tanti posti belli, ma poco conosciuti.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Affascinante, segreta, piccola.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le montagne dove mi piace andare a fare enduro. Qui ci sono posti tra i migliori in Italia per farlo. Prendo la moto e mi rilasso in giro per i boschi.

 

 

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