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Andrea Camassei ha amato molto Bevagna, la sua patria. Famoso ai suoi tempi, oggi è un pittore oscuro ai più e dimenticato dai suoi concittadini.

«Nelle belle arti può con gloria non comune vantare fra i suoi figli Andrea Camassei Pittore illustre. La cappella dedicata a Maria Vergine del Carmine, nella Chiesa Collegiata di S. Michele, fu dipinta dal Camassei nella sua prima gioventù». (Giuseppe Bragazzi. Rosa dell’Umbria, Ediclio Foligno 1973).

Andrea Camassei nacque a Bevagna da Lorenzo e Angelina Angeli il 30 novembre del 1602 e fu battezzato il 1° dicembre nella chiesa collegiata di S. Michele Arcangelo. Sia il padre sia il fratello maggiore esercitavano l’arte dei canapai, tessitori di tele pregiate, per le quali Bevagna allora andava famosa (le famose Tele Bevagne).

Iniziò a dipingere sotto la guida di Ascensidonio Spacca, più noto con il nomignolo di Fantino di Bevagna. Ben presto, desideroso di progredire nell’arte, si trasferì a Roma, dove entrò a far parte della bottega del celebre pittore Domenico Zampieri, detto il Domenichino. Il Domenichino lo incoraggiò a riprodurre alcune sue opere e quelle di Raffaelo.
Tornato a Bevagna nel 1626, affrescò un Miracolo di san Domenico nel refettorio dei frati Predicatori, opera purtroppo andata perduta. Per un altare della chiesa dello stesso convento eseguì una tela rappresentante La Madonna, Santa Caterina e la Maddalena mostrano un’immagine di San Domenico. Sempre a Bevagna, negli stessi anni, completò la sua prima opera di una certa consistenza: la decorazione di una intera cappella, dedicata alla Madonna del Carmine, nella chiesa di San Michele Arcangelo, commissionatagli dalla famiglia nobile locale dei conti Spetia. Nel 1628 di nuovo a Roma, eseguì dipinti nella galleria del casale Sacchetti, in collaborazione con Pietro da Cortona e con altri pittori sconosciuti che non ebbero poi un avvenire, e soprattutto con un coetaneo di maggiori promesse, Andrea Sacchi.

 

L’Immacolata Concezione

 

A questo periodo sono anche assegnate opere eseguite a Bevagna, una grande tela con L’Immacolata concezione l’Eterno e santi e un’altra tela con l’Estasi di san Filippo Neri: entrambe destinate alla chiesa del monastero agostiniano di Santa Margherita. A Roma ottenne il primo notevole incarico decorativo: dipingere la volta della galleria del palazzo del marchese Enzo Bentivoglio (che poi sarà dei Rospigliosi Pallavicini). Vi dipinse la Favola di Amore e Psiche, opera purtroppo andata perduta, ma che gli aprì la strada a successi più lusinghieri. Infatti, entrò in contatto con i più grandi mecenati della Roma papale barocca, i Barberini e in particolare con Taddeo Barberini, nipote di papa Urbano VIII. Nel 1628 decorò le volte di due sale del rinnovato palazzo Barberini: in particolare decorò una volta con una scena rappresentante Apollo e le muse sul Parnaso, opera purtroppo andata perduta; in un’altra sala dipinse pure a fresco la volta con la Creazione degli angeli, l’opera giovanile più importante tra quelle pervenute.
Nel 1630 ottenne l’incarico più prestigioso della sua carriera, quello ambitissimo di dipingere in San Pietro in Vaticano un affresco con San Pietro mentre battezza i santi Processo e Martiniano, altra opera andata perduta. Nel 1631 il suo nome comincia ad apparire tra quelli della prestigiosa Accademia romana di San Luca.

Nel 1633 dipinse il Martirio di San Sebastiano, commissionatogli direttamente da papa Urbano VIII per la chiesa omonima sul Palatino, fatta restaurare da Taddeo Barberini. Nel 1635, insieme agli artisti più quotati del momento ebbe l’incarico di dipingere una Pietà per uno degli altari della nuova chiesa della Concezione dei padri Cappuccini, fatta edificare dal cardinale Antonio Barberini, fratello del papa. Fecero seguito diverse altre commissioni barberiniane che procurarono all’artista notevoli guadagni, per cui si trovò ben presto in condizioni di poter investire somme di denaro considerevoli in proprietà immobiliari nella nativa Bevagna.
Una consolidata celebrità gli permise il fatto che diverse famiglie romane ambirono ad avere suoi quadri con cui ornare le loro gallerie: gli Altieri, i Colonna, i Costaguti, i Farnese, i Rospigliosi, i Rondanini. Nel 1647, la sua ultima potente protettrice, donna Olimpia Pamphili, gli commissionò la decorazione del grande salone centrale del proprio palazzo a piazza Navona, con un fregio in cui furono rappresentate le Storie di Bacco e Arianna. Nel 1640 nacque il figlio Giuseppe, che continuerà la discendenza e a cui seguirono Maddalena e Claudia. Nella Pasqua del 1649 ritroviamo il Camassei riunito con tutta la sua famiglia a Bevagna, non nella sua casa in vaita San Giorgio, ma in casa della suocera. Il 18 agosto 1649, all’improvviso, a soli quarantasette anni, Andrea Camassei morì, ricordato nell’atto parrocchiale di morte come insigni pictor. Il giorno dopo fu sepolto nella chiesa di Sant’Agostino, nella tomba dei Barattelli. Molte sono le opere conservate, quelle perdute o disperse e di dubbia attribuzione; molti i disegni e le incisioni.

 


Bibliografia

SILVESTRO NESSI, Andrea Camassei. Un pittore del Seicento tra Roma e l’Umbria, Quattroemme 2005.

Personaggio poliedrico nella Bevagna del 1500, medico, letterato, storico, avventuriero e soprattutto falsario – «il più inventivo falsario del Rinascimento», come venne definito da Pierre Toubert (Dalla terra ai castelli. Paesaggi, agricoltura e poteri nell’Italia medievale, a cura di G. Sergi, Einaudi 1995) – Alfonso Ceccarelli nacque a Bevagna il 21 febbraio del 1532 da Claudio, notaio di famiglia originaria di Città di Castello e da Tarpea Spezi, che apparteneva alla famiglia Spetia, illustre casato di origine longobarda.

Nel 1553 sposò Imperia Ciccoli da cui ebbe otto figli. Divenuto medico, esercitò dapprima la professione a Bevagna, poi nel 1558 si spostò a Giano dell’Umbria, per tornare dopo un anno a Bevagna, dove cominciò a scrivere di geografia e botanica; quindi esercitò a San Gemini, Orte, Orvieto, Nepi e a Canzano di Teramo.

Nel 1562 si recò a Roma per la prima volta, membro di una delegazione bevanate inviata a Pio IV, probabilmente per ottenere per Bevagna la qualifica di Città. Nel 1564 pubblicò a Padova le sue prime opere note: Opusculum de Tuberibus – che è ad oggi il più antico trattato di micologia stampato – e un trattatello sul Clitunno Opusculum de Clitumno flumine celeberrimo; ambedue ricche di citazioni classiche in parte inventate e prive di ogni interesse scientifico.

Deciso a sfruttare l’ambizione nobiliare di ricche famiglie borghesi, di magistrati, di comuni e di città, riuscì in breve tempo a crearsi una solida ed estesa fama di esperto storico, antiquario e genealogista. Durante il suo soggiorno a Orvieto venne in contatto con il vescovo e Cardinale della città Girolamo Simoncelli, dal quale fu presentato alla cugina Ersilia Cortese del Monte, sorella di papa Giulio III, che lo prese a benvolere, ne fece il suo medico personale e lo portò a Roma, nel 1574, ospitandolo nel suo palazzo a piazza Navona. Sempre a Orvieto venne in contatto con Monaldeschi, che non fu soltanto un protettore, ma anche un attivo e consapevole collaboratore: il rapporto portò alla pubblicazione nel 1580 dell’unica opera del Ceccarelli resa pubblica da lui vivente Dell’historia di casa Monaldesca… libri cinque.

Dopo questa pubblicazione, sempre alla ricerca di una definitiva affermazione, volle compilare una grande storia delle famiglie nobili romane dalle origini ai suoi giorni. L’opera La serenissima nobiltà dell’alma città di Roma risultò essere, in realtà, un’accozzaglia di dati, messa insieme, per stessa affermazione del Ceccarelli, senza “ordine alcuno di precedenza, perché secondo che io ho avuto i libri e le scritture così io le ho poste et scritte”.  Il testo, composto da citazioni, estratti per buona parte falsi, è preceduto da una confusa teoria sul supremo valore della nobiltà e da una curiosa difesa metodica della genuinità delle fonti adoperate autentiche e vere se citato da altri autori. Ormai attratto da facili guadagni si dedicò anche alla falsificazione di documenti relativi a testamenti, fidecommissi e passaggi di proprietà. Infine, contro di lui fu avviato un processo dinanzi al tribunale della Camera apostolica; arrestato e imprigionato a Tor di Nona, forse anche torturato, confessò in data 15 febbraio 1583 i numerosi falsi compiuti e scrisse anche una memoria (libello supplice) in sua difesa, nella quale sostenne di avere agito sempre in favorem Ecclesiae pro veritate e con buone intentione. Fu condannato a morte per decapitazione il 1° giugno 1583; la sentenza fu eseguita a ponte S. Angelo il 9 luglio e il corpo venne seppellito nella chiesa dei SS. Celso e Giuliano. La sentenza così iniziava: Sentenza di morte contro Alfonso Ceccarelli da Bevagna famoso impostore di scritture antiche.

Dicono di lui…

Il suo archivio, contenente parte dell’epistolario, manoscritti di sue opere, documenti falsificati e documenti genuini, spogli e appunti di ogni genere, fu sequestrato, depositato nell’Archivio di Castel Sant’Angelo e poi in quello Vaticano. A tutt’oggi le sue opere manoscritte sono conservate nella Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano; Seminario Arcivescovile, Biblioteca Iacobilli, Foligno; Biblioteca Comunale Augusta, Perugia; Biblioteca del Seminario, Padova; Biblioteca Alessandrina, Roma; Archivio di Stato, Massa.

A Giulio Spetia, storico bevanate, si deve un avvincente studio sul falsario di Bevagna in un volume uscito postumo e curato dalla sorella Maria Laura, Alfonso Ceccarelli il medico di Bevagna. Storia documentata sulle avventure, processo, sentenza e decapitazione del famoso falsario che voleva fabbricare il Papa, a cura di M.L.Spetia,Tip. Porziuncola, Assisi,1969. Così scriveva: «Il Ceccarelli si differenzia da altri congeneri falsari per la vastità di falsi compiuti, senza limitazione di tempo e di ambiente, senza necessità storiche, senza obblighi di dipendenza da personaggi più o meno illustri. Ora scaltro e ora timido, talvolta audace e temerario, a momenti ironico e beffardo, in altri pedante e preoccupato, quest’uomo mostra uno dei temperamenti più complessi fra tutti quelli sia passato, per caso fatalissimo, il segno della storia: di quella storia che volle rendere a lui, disinvolto e generoso elargitore di grandezza e di fasto, un impercettibile pulviscolo, per quanto infame, di immortalità».

Storie di tartufi

L’Opusculum de tuberibus stampato a Padova nel 1564 è uno dei primi trattati sui tartufi, dei quali già avevano scritto Marco Gavio Apicio nel De arte coquinaria (che il Ceccarelli non conosceva) e Plinio, nella Naturalis Historia, che invece Ceccarelli cita. Di tartufi si occupa nel 1565 anche un altro medico umbro, Castore Durante da Gualdo Tadino, nel De bonitate et vitio alimentorum centuria, ristampato a Roma nel 1585 e poi con grande fortuna in altre città. L’Opusculum si compone di XIX articoli.

Si parla di tartufo anche nel Tacuinum sanitatis di Bevagna, manoscritto del XIV secolo, ritrovato nell’Archivio Storico del Comune, e dato alle stampe per volere della Gaita Santa Maria. Il manoscritto è la traduzione in latino di un testo arabo risalente al secolo XI.

 

Vicolo Alfonso Ceccarelli

 

Del Tacuinum sanitatis di Bevagna, di Alfonso Ceccarelli e di tartufi si parla infine in un libro pubblicato nel 2022, da Sonia Merli e Marco Maovaz, Truffle/ Truffe. Il Tartufo: una storia di grandi passioni, Fabrizio Fabbri Editore. Gli autori definiscono come splendido esemplare duecentesco il Tacuinum mentre, riguardo il Ceccarelli scrivono che si deve a lui: «curiosa figura di medico, genealogista, astrologo e falsario, il primo trattato a stampa interamente dedicato al Tartufo. Una eruditissima compilazione articolata in diciannove capitoli tematici. Nel capitolo VIII il bevanate tesse compiaciuto le lodi del Tartufo umbro, e in particolar modo spoletino, divenendo inconsapevolmente il primo promotore del prezioso tubero made in Umbria».
Alcuni anni fa, l’Amministrazione Comunale nel denominare nuove aree di circolazione creò il Vicolo Alfonso Ceccarelli, situato in Gaita S. Pietro e dietro Piazza Spetia.

 


Riferimenti bibliografici

Alfonso Ceccarelli, Opusculum de tuberibus, a cura di Arnaldo Picuti e Antonio Carlo Ponti, Fabrizio Fabbri Editore,1999.

Il Tacuinum sanitatis di Bevagna. Un prontuario medico del XIV secolo, a cura di Maurizio Tuliani, Fabrizio Fabbri Editore,2015

Sonia Merli-Marco Maovaz, Truffle/ Truffe. Il Tartufo: una storia di grandi passioni, Fabrizio Fabbri Editore, 2022.

Il dentista ha riportato in auge il protocollo di implantologia di scuola italiana e ora, con un master all’Università internazionale per la pace dell’ONU, lo spiega ai professionisti del settore.

Il professor Giuseppe Maria Famà si presenta con un bel sorriso che colpisce, e non può essere altrimenti. Insegna alla scuola italiana di implantologia all’Università Internazionale per la Pace dell’ONU a Roma e in giro per il mondo (dalla Cina a Cuba, dal Brasile al Marocco, dagli USA all’Ungheria e in molti altri Paesi); è anche consulente in diversi studi (Nizza, Budapest e Bucarest). Presidente della Società Italiana di Odontoiatria Operativa (SIOO) e vicepresidente della Società Italiana di Estetica Dentale (SIED) ci confessa che, dopo la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Perugia, avrebbe voluto specializzarsi in chirurgia estetica, un mondo che lo affascinava molto.
«A causa di varie vicissitudini della vita cambiai e mi specializzai in odontostomatologia, ma nel mio studio di Perugia ci occupiamo anche di chirurgia estetica perché sono convito che un bel sorriso debba essere incorniciato anche da un bel viso».

 

Dottor Giuseppe Maria Famà

 

Professor Famà, lei è un umbro d’adozione, è nato a Grottaglie (Taranto): qual è però il suo rapporto con questa regione?

Non sono nato in Umbria, ma è come se lo fossi. Mio padre era un militare e per i primi sei anni della mia vita ho vissuto in diverse città italiane; poi siamo arrivati in questa regione dove ho messo radici. Ho girato – e giro – molto per lavoro, ma l’Umbria è il posto dove tornare, anche se mi sento un po’ figlio del mondo.

 

Da quanto tempo vive qui?

Da oltre 60 anni, ho passato quasi tutta la mia vita in Umbria. Spoleto, Foligno e poi Perugia dove ho frequentato l’università e dove mi sono fermato anche professionalmente.

 

Per lavoro è stato in tante parti del mondo (Cina, Giappone, America, Marocco, Ungheria, Uruguay, Brasile, Argentina…): c’è un posto che le è rimasto nel cuore?

Sicuramente Miami dove ha studiato mio figlio e dove mi reco spesso. Poi l’Ungheria, in cui nel 2005-2006 ho lavorato e vissuto; tuttora ho un appartamento a Budapest. Proprio all’Università di Budapest sono stato relatore e tutor in corsi teorico-pratici per medici italiani e stranieri.

 

Oggi è direttore del master di implantologia di scuola italiana presso l’Università Internazionale per la Pace dell’ONU: ci spieghi brevemente di cosa si tratta.

Ci proverò. Nel 2015 fui invitato a una conferenza a Madrid: lì diversi colleghi spagnoli, durante una cena, iniziarono a parlare degli impianti di scuola italiana. Si trattava di impianti dentali nati in Italia tantissimi anni prima, che però commercialmente erano stati presto sostituiti da nuove filosofie, come l’implantologia svedese. Decisi allora di riattivare quella metodologia che oggi è tornata molto in auge, grazie anche a questo master. Il master – che è terminato proprio qualche settimana fa – quest’anno ha avuto un grande successo: hanno partecipato colleghi arrivati dalla Russia, dall’Iraq, dall’Albania, dalla Francia, dal Lussemburgo, dalla Spagna e dalla Germania. Abbiamo già iscrizioni per quello che partirà a febbraio 2024. Il tutto si svolge all’interno dell’Università Internazionale per la Pace dell’ONU costituita nel dicembre del 1980 grazie a una risoluzione dell’ONU che voleva premiare il Costa Rica (in cui c’è la sede principale) per aver demilitarizzato la nazione. Lo scopo di questa università è fornire l’umanità di un istituto internazionale di istruzione superiore per la Pace per promuovere lo spirito di comprensione, la tolleranza e la convivenza pacifica tra tutti gli esseri umani. È presente in diversi Paesi; la sede di Roma – dove insegno – è responsabile per tutto il bacino del Mediterraneo e rilascia un titolo valido nei 193 paesi dell’ONU.

 

Partecipanti del master

 

Qual è la differenza tra le due metodologia d’impianto?

La scuola italiana prevede la sostituzione immediata dei denti mancanti con un elemento artificiale: un paziente arriva senza denti o toglie un dente e, nella maggioranza dei casi, esce dallo studio, lo stesso giorno, con un nuovo impianto. Questo è molto importante in una società veloce e dove si mira a essere sempre perfetti. La scuola svedese invece aveva un iter più lungo perché prevedeva l’inserimento di una vite nell’osso che rimaneva nascosta e poi, a distanza di 4/5 mesi, veniva funzionalizzata. Con gli anni però anche questa metodologia si è più sveltita, ma con tecniche sicuramente molto impegnative e più lunghe rispetto alla scuola italiana. Il mondo dell’implantologia sta andando verso risultati sempre più rapidi e si cercano soluzioni meno invasive: in questo la metodologia italiana ha fatto scuola. Inoltre parliamo di impianti particolari, di spessore ben definito e che si adattano anche alle gravi perdite di osso. Insomma, la disputa tra queste due scuole è ripartita.

 

Quanto è importate avere una dentatura sana?

È molto importante perché il sorriso è il biglietto di presentazione di ognuno di noi. Spesso una persona non sorride o ha difficoltà a farlo per la mancanza di denti o perché ha denti non curati: questo condiziona anche il suo atteggiamento sociale. Un bel sorriso apre il mondo, a qualsiasi età. Proprio per questo, circa 15 anni, fa ho studiato questo protocollo – pubblicato anche a livello internazionale – rivolto anche a persone molto anziane e portatrici di dentiere. Con degli impianti molto piccoli, che in pochissimo tempo vengono inseriti all’interno dell’osso, si può rendere stabile la protesi mobile. Grazie a questa tecnica poco costosa e poco invasiva una persona cambia vita anche a un’età più avanzata. Ho presentato questo protocollo nel 2010 a Cuba, ed è stato accolto benissimo anche perché parliamo di protesi a basso costo e accessibili.

 

È stato presidente regionale in Umbria di judo-lotta-karate-arti marziali dal 2004 al 2012: pratica ancora questo sport?

Lo pratico meno rispetto a prima, ma avendo una scuola di arti marziali a Spello, che gestisco con mio fratello, ancora faccio parte di questo mondo. Provo ad allenarmi e avrei ancora voglia di competere: non è detta che il prossimo anno non mi presenti a qualche gara. La scuola è stata aperta da mio padre nel 1971 – uno dei pionieri del judo in Italia – che ci ha lasciato questa eredità, anche emotiva. Da qui sono usciti tanti campioni che si sono affermati in gare ufficiali e molti sono arrivati in Nazionale.

 

Ha ricoperto anche la carica di presidente del Lions Club Perugia Host: cosa ha significato per lei questa esperienza?

La presidenza dei Lions per me è stata una grande sfida. Mi piacciono molto le sfide: prendere qualcosa che non esiste e cercare di dargli un senso e un valore; è una competizione che faccio con me stesso, non è certamente per dimostrare agli altri quanto sono bravo. Mio padre mi ha sempre insegnato che la sfida più importante è superare sé stessi. Oggi sono arrivato a questo traguardo, domani riuscirò a fare meglio? Anche da presidente dei Lions ho cercato di dare il massimo: l’anno scorso eravamo tra i club più importanti d’Italia e anche tra i più numerosi, e questo era uno obiettivo che mi ero prefissato. Abbiamo portato a termine grandi cose, eventi e service importanti. Ricoprire questo ruolo mi ha dato molta soddisfazione, ho avuto la possibilità di coinvolgere anche le istituzioni così da raggiungere ottimi obiettivi: è stato un anno molto impegnativo ma, quando l’impegno è ripagato dalla soddisfazione, la fatica non si sente. Ovviamente il mio coinvolgimento non è terminato con la fine del mandato: si è Lions per sempre e si può abbracciare questa filosofia di vita anche se non si è iscritti al club. Credo che aiutare gli altri fa stare bene, quindi, quando ci riesco mi sento meglio.

 

Per concludere, come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

L’Umbria è una bellissima regione, ha dei luoghi stupendi che sono sotto i nostri occhi, ma che spesso non apprezziamo o addirittura non conosciamo. È una continua scoperta e credo sia importante pubblicizzarla ancora di più e far conoscere i suoi luoghi e il suo cibo. Occorre dare valore a queste eccellenze.

Grande successo di pubblico per l’iniziativa di promozione turistica dell’Umbria nel cuore di Trastevere durata un’intera settimana. L’iniziativa, ideata dall’architetto Simona Bonini insieme a Saberogi Property, ha coinvolto aziende e professionisti del settore turistico, avvocati esperti nel settore della compravendita, giornalisti, consulenti d’arte, investitori e consulenti nel settore della ristorazione.

Grande il coinvolgimento di turisti che, entrati nella location di vicolo del Moro, 49 a Trastevere (RM), si sono trattenuti con gli organizzatori, parlando di Umbria, degustando i nostri pregiati prodotti o sfogliando i numeri di Aboutumbria Collection.

 

 

Un modo originale e intelligente di fare marketing territoriale sottolineando la vicinanza dell’Umbria alla Città capitolina, non solo creando opportunità per interessanti operazioni immobiliari, ma anche mettendo in contatto l’Umbria con il turista, facendogli ascoltare le voci, vedere i paesaggi, gustare i sapori attraverso piacevoli chiacchierate, dibattiti, tavole rotonde e… con un po’ di quel vino d’Umbria che non guasta mai.

 

 

Tra gli interventi più interessanti ricordiamo quello di Debora Mendolicchio, art advisor e consulente arte e investimenti, dal titolo L’immobiliare e i patrimoni d’arte: punti di contatto e sinergie, quello di Massimo Sacco, coach e consulente per la ristorazione, incentrato su Il franchising nella ristorazione – passive income series. Quello di Ugo Mancusi per AboutUmbria Magazine dal titolo Il network dell’eccellenza umbra; l’avvocato Giovanni Imbergamo è intervenuto invece su La fiscalità italiana e gli acquirenti stranieri, l’avvocato Gianluca Ciurnelli su Tipologia degli immobili ricettivi presenti sul territorio umbro, aspetti giuridici e contrattuali e l’avvocato Matteo Falchetti dello Studio OPILEX su Ospitality e Food. Aspetti legali, e non solo, nelle strategie imprenditoriali. La road map di un corretto avviamento.

 

 

L’Umbria è diventata così, per una settimana, il giardino di Roma e si è impreziosita della mondanità capitolina nelle calde serate di luglio.

Prossima tappa? «Non c’è dubbio» ha chiosato l’Architetto Bonini al termine del suo intervento sulle Strutture in disuso e architetture riconvertite «la prossima volta ospiteremo noi Roma a casa nostra».

Il salotto si è concluso domenica 31 luglio alle 18.30.

L’evento “L’Umbria: il giardino di Roma”, organizzato dall’architetto Simona Bonini e da Saberogi Property, si terrà nella Capitale dal 26 al 31 luglio.

L’architetto Simona Bonini

Un salotto informativo dove si incontreranno professionisti del settore immobiliare che affronteranno tematiche come l’assistenza all’acquisto da parte di stranieri, il tipo di strutture ricettive presenti in Umbria e i loro legami giuridici e contrattuali, ma anche l’arte e gli immobili storici, la fattibilità e le ristrutturazioni mirate al riuso, partendo da una visione inusuale in un particolare momento storico. Questo e molto altro è L’Umbria: il giardino di Roma, l’evento organizzato dall’architetto Simona Bonini insieme a Saberogi Property, con la collaborazione di AboutUmbria e Corebook Multimedia & Editoria, che si terrà nella Capitale dal 26 al 31 luglio.

Numerosi gli interventi da non perdere durante la sei giorni, come quello di Debora Mendolicchio, art advisor, consulente d’arte e investimenti che parlerà de L’immobiliare e i patrimoni d’arte: punti di contatto sinergie e presenterà una pillola inerente la criptovaluta immobiliare; o quello dell’avvocato Giovanni Imbergamo che lavora da anni con gli stranieri e presta assistenza agli americani che acquistano in Italia. L’avvocato Gianluca Ciurnelli invece racconterà le tipologie di strutture ricettive e spiegherà l’ospitalità dell’Umbria, mentre l’avvocato Matteo Falchetti illustrerà Ospitality e Food. Infine, Massimo Sacco, coach e consulente per la ristorazione, si occuperà della giornata dedicata all’enogastronomia umbra.

 

Palazzotto a Tuoro

 

«Saranno degli incontri – o meglio – dei salotti in movimento per informare sulle potenzialità dell’Umbria, che spesso non sono conosciute e che restano fuori dai circuiti più battuti. Ci vogliamo rivolgere agli investitori, a chi vuole acquistare una seconda casa o a chi vuol fare delle operazioni immobiliari assistite e ben definite. L’Umbria – come recita il titolo dell’evento – è il giardino di Roma, infatti, oltre a essere verde e vicina alla Capitale, è un luogo che spesso viene scelto dai romani per l’evasione e per acquistare la seconda casa. Inoltre, dopo il Covid la mentalità è completamente cambiata. Ora si va alla ricerca di una slow life e l’Umbria per questo è un luogo perfetto: ha mantenuto nel tempo quel vivere interiore e quell’intimismo che oggi sono molto ricercati. Offe anche un patrimonio immobiliare che va dalla casa nel verde e dal casale all’appartamento nel borgo. Ha delle strutture antiche da fare rivivere e da reinterpretare con delle ristrutturazioni mirate» spiega l’architetto Bonini.

 

La limonaia

 

L’Umbria non vuol essere considerata la sorella povera della Toscana e attira nel suo territorio acquirenti sia italiani che stranieri, che investono non solo nell’immobiliare residenziale, ma anche in quello ricettivo. «I prezzi della Toscana sono pazzeschi e ora si trova veramente poco a livello immobiliare, l’Umbria ha molto più da offrire in questo momento. Quando ristrutturi e vendi un immobile non vendi solo quello, ma anche il territorio e tutto ciò che lo circonda, in questo la visione dell’architetto è fondamentale. Io da architetto ho la mia visione iniziale e ho subito l’idea di cosa può diventare quell’immobile, di come posso trasformarlo in funzione di e usarlo in base alle esigenze di…» conclude Simona Bonini.

Cortona, cittadina aretina, si erge su una collina da cui si può godere di un suggestivo belvedere sulla Chiana Umbra e Toscana e sull’antico lago Trasimeno. Ha, come tanti altri meravigliosi borghi italiani, origini leggendarie che traggono spunto dalla storia.

Cortona è stata una delle dodici lucumonie etrusche, molto florida e potente e con territori molto ampi, come si può evincere dalla Tabula Cortonensis: essi giungevano fino alla costa nord-occidentale del lago Trasimeno. La Tabula, conservata presso il Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona, è stata realizzata in bronzo nel II secolo a.C., dove, tra le altre cose, si cita di un vigneto che si trovava nei pressi del Trasimeno. Oltre alla testimonianza che viene riportata nel testo e alla sua lunghezza, che ha aiutato gli studiosi nella miglior comprensione di questa lingua, contiene un paio di rimandi che vogliamo mettere in evidenza: è il più antico documento ritrovato dove si fa riferimento al mondo del vino (un vigneto appunto) e a Tarsminass, il nome etrusco del lago umbro più antico d’Italia, il Trasimeno.

 

Cortona

La leggenda di Dardano

Cortona, l’aretina città che si erge vicino al confine tra Umbria e Toscana, sembra debbe le sue origini a Dardano, figlio di Giove ed Elettra. Virgilio, nella sua Eneide, fa riferimento a Dardano e a Cortona. Seguendo il racconto leggendario, Dardano stava combattendo in un luogo collinare dominante la Val di Chiana e durante il combattimento una lancia tirata da un avversario gli portò via l’elmo. Questo non fu più ritrovato, ma gli aveva salvato la vita. Un indovino raccontò che la Madre Terra se l’era preso a sé, poiché voleva che in quel punto fosse costruita una città inespugnabile e forte, come l’elmo dell’eroe. Allora Dardano costruì le robuste mura, proprio dove aveva perduto il suo elmo, e alla città fu dato il nome di Curtun, poi Corito, dal greco corys, elmo appunto. Da qui Cortona. Quindi il cortonese Dardano si sarebbe recato in Asia, presso lo stretto dei Dardanelli, che da lui prende il nome e, non lontano da lì la sua stirpe avrebbe fondato la mitica Troia. Virgilio, come è noto, racconta nella sua Eneide, che dopo la vittoria greca, il troiano Enea fuggì per mare e dopo un lungo peregrinare approdò nel Lazio dove diede inizio, tramite i suoi successori Romolo e Remo, alla fondazione e alla fantastica storia dell’antica Roma. Per questa incantevole leggenda e grazie al suo epico eroe Dardano, si dice che Cortona è mamma di Troia e nonna di Roma.

Eccoci al nostro primo appuntamento culinario con una delle quattro paste tipiche della cucina romana: la pasta alla Gricia.

Come abbiamo raccontato in precedenza su queste pagine, i pastori dell’Appennino Centrale, durante la transumanza con le loro greggi verso la campagna circondante Roma, si portavano dietro, tra le altre cose, il formaggio, il pepe e il guanciale, gli ingredienti tipici per la preparazione della pasta alla Gricia. Usavano la pasta essiccata oppure la tiravano fresca, con farina e acqua, poggiandosi sui loro grembiuli da lavoro fatti in cuoio e realizzavano una specie di maltagliati. L’ipotesi del nome è quella derivante da Gricio, il termine con cui venivano chiamati i numerosi panettieri che, dal Cantone dei Grigioni, giungevano fino a Roma e indossavano il Griscium, lo spolverino da lavoro. Altra ipotesi è quella che il piatto sia nato a Grisciano, un piccolo paesino reatino del Comune di Accumoli, al confine con Umbria, Marche e Abruzzo.

 

Pasta alla Gricia

Ma vediamo la ricetta tradizionale per preparare una buona Gricia:

Ingredienti per 4 persone:

  • 400 grammi di pasta (a scelta tra spaghetti, umbricelli, mezze maniche, rigatoni);
  • 280 grammi di guanciale di maiale;
  • 100 grammi di pecorino romano;
  • Pepe;
  • Sale per la pasta

 

Preparazione:

  • In una pentola con acqua salata, fate cuocere la pasta;
  • Nel frattempo tagliare il guanciale a listarelle sottili;
  • In una padella, far rosolare il guanciale tagliato che rilascerà il suo grasso in forma liquida;
  • Togliere il guanciale rosolato e metterlo da parte;
  • Versare la pasta al dente e umida nella padella, dove è rimasto il grasso liquido del guanciale;
  • Aggiungere pochissima acqua di cottura e amalgamare;
  • A giusta cottura della pasta, spegnere la fiamma della padella, versare il pecorino grattugiato e continuare a mantecare;
  • Aggiungere il guanciale rosolato messo da parte;
  • Spolverare con pepe nero macinato e mescolare appena per armonizzare il tutto;
  • Impiattare, aggiustando con altro pecorino grattugiato e pepe nero macinato.

 

La pasta alla Gricia è un piatto molto gustoso e saporito, dove la grassezza del guanciale e la sapidità del pecorino devono armonizzarsi al profumo e al palato, con un buon vino. Se hai voglia di un vino bianco puoi abbinare la tua pasta alla Gricia con un Trebbiano Umbro servito fresco, dove la sua acidità sarà tua complice. Se hai voglia di vino rosso, un Montefalco Rosso, sarà di sostegno alla valorizzazione dei sapori decisi del piatto. A volte un peccato di gola, come quello per la Gricia e un bicchiere di buon vino, può farti sentire beato… provare per credere!

 


La prima puntata

Viene costituita l’Associazione Città dell’Aria, che riunisce i Comuni italiani e umbri legati al mondo aeronautico per storia, cultura, sport o economia, per favorire lo sviluppo del volo da diporto e sportivo, al fine di promuovere il turismo e il territorio. A sostenere l’iniziativa, anche una proposta di legge ad hoc, curata dal sen. Luca Briziarelli.

Il 19 Aprile 1909 i fratelli Wright effettuarono, dall’aeroporto romano di Centocelle, il primo volo ufficiale in Italia: da quel momento ci furono molte eroiche imprese aeronautiche italiane che danno lustro alla storia della nostra Aviazione. Nel giorno dell’anniversario dell’evento e nella stessa Città Eterna, a distanza di oltre centodieci anni, il 19 Aprile 2021 si è segnato un altro passo per il mondo aviatorio.
Infatti, a Roma presso Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, nella Sala Caduti di Nassirya, è stata presentata in conferenza stampa, l’Associazione Città dell’Aria. Il progetto vuole individuare e definire il ruolo dei piccoli aeroporti, aviosuperfici e campi volo che possono svolgere a favore del turismo e della promozione del territorio.
L’Associazione riunisce i Comuni italiani, che per storia, tradizione o perché hanno sul proprio territorio strutture aeronautiche, sono significativi e propensi per il settore.

 

 

Al momento, i Comuni che hanno aderito alla Città dell’Aria sono 34 e una ventina le Associazioni, ma nel breve si prevede una crescita esponenziale delle adesioni.
Il settore aeronautico può sviluppare un importante indotto economico: infatti l’iniziativa intende facilitare la ripresa economica del settore, nonché favorire un turismo sostenibile che possa far apprezzare la bellezza di quei piccoli borghi che hanno tanto da offrire in termini di cultura, arte ed enogastronomia.

Il disegno di legge sull’Avioturismo è stato elaborato e presentato dal senatore umbro Luca Briziarelli, nonché promotore della neonata Associazione Città dell’Aria, che ha dichiarato: «Si è pensato al nome Città dell’Aria perché l’Italia non è solo mare ma anche aria. Tantissimi Comuni sono legati alla storia dell’Aeronautica. Penso a Lugo di Romagna che ha dato i natali a Francesco Baracca, o a Città della Pieve che li ha dati a Capannini ed era giusto che tanti Comuni si ritrovassero per costituire una rete, affinché il nostro Paese si potesse promuovere anche attraverso il mondo aeronautico. La nascita dell’Associazione Città dell’Aria si inserisce in un percorso più ampio che vede la presentazione di una legge quadro per la valorizzazione e la promozione del volo da diporto, sportivo e dell’avioturismo perché, è bene ricordarlo, il volo non è solo storia, cultura e ricordo del passato ma è anche un’opportunità di crescita economica. Infatti sono italiane le aziende leader del settore in Europa e c’è un indotto che può dare posti di lavoro sul territorio attraverso le aviosuperfici, le scuole volo e il turismo in generale. Oggi la presenza di ANCI Umbria mi rende particolarmente orgoglioso, anche perché sono 12 i comuni umbri che hanno già aderito all’Associazione Città dell’Aria come Perugia, Foligno, Terni, Todi, Gubbio, Magione, Passignano sul Trasimeno, Città della Pieve, Castiglione del Lago, Gualdo Cattaneo, Castel Ritaldi e Lugnano in Teverina».
Alla presentazione, il Presidente di ANCI Umbria nonché Sindaco di Deruta, Michele Toniaccini, ha donato al senatore Briziarelli, primo firmatario della proposta di legge, un’opera d’arte in ceramica derutese, raffigurante il logo dell’Associazione Città dell’Aria, ispirato all’aeropittura del grande maestro umbro futurista Gerardo Dottori.

Amelia è stata una città così famosa da far scomodare Cicerone per difendere Roscio Amerino dall’accusa di parricidio. Un processo stile Perry Mason, che ribaltò completamente il quadro accusatorio scoprendo gli inganni che si nascondevano dietro la falsa accusa.

Non si sa se Cicerone arrivò ad Amelia a cavallo oppure in carrozza, ma è certo che seguì la via Amerina. Amelia, quando Cicerone la vide, aveva già un teatro e uno stadio, molti templi e una strabiliante e antichissima cinta muraria in opera poligonale. Le mura sono la presentazione imponente della città verticale; Amelia si svolge infatti tutta in verticale, dalle mura fino al Duomo situato al vertice, dove all’epoca di Cicerone si ergevano due templi.
Oggi, le mura e la porta Romana, ci accolgono arrivando da sud e, dopo aver visto i basoli della via Amerina dove passarono i calzari di Cicerone, girando l’angolo si arriva al Museo Archeologico Edilberto Rosa. Che sarà mai il museo di una piccola città? Qualche reperto allineato in bacheca e poi un po’ di polvere? Assolutamente no, in quanto dietro quell’angolo si cela un museo moderno, multimediale, di facile lettura, senza polvere e con reperti di enorme valore.

 

Amelia romana

Il museo archeologico

Erma del dio Termine

La potenza di una nazione – passatemi la parola moderna di nazione – si percepisce meglio in periferia che nella capitale. La potenza dello Stato della Chiesa si percepisce ad Avignone, davanti al grandioso palazzo dei papi. Il valore dell’impero inglese lo si toccava con mano nelle colonie, più che a Londra. La stessa cosa vale per Roma. Perché quella di Roma è stata una civiltà che ha lasciato tracce in ogni settore: politico, religioso, ingegneristico e legislativo. Così, dai reperti trovati ad Amelia e conservati al museo, non si fatica a capire il significato delle parole Civiltà romana. Roma regolava ogni attività e la marcava in maniera inequivocabile. Al museo è conservato un piccolo cippo che, insieme a tanti altri, serviva a marcare il territorio segnando il confine dei poderi. Il cippo con l’abbozzo dell’erma del dio Termine rappresenta proprio questo: segnalare dove finisce una proprietà e ne inizia un’altra.
Come tutti i luoghi importanti, anche Amelia era preceduta da una necropoli monumentale e lo dimostrano i magnifici corredi funebri in mostra nelle bacheche. Si tratta dei corredi che si esponevano al pubblico prima delle esequie affinché tutti li potessero ammirare. Gente ricca gli Amerini, gente che seppelliva il morto con gioielli d’oro e suppellettili in abbondanza.

Il Germanico

L’Amelia romana doveva avere una notevole importanza se la grande statua di Germanico venne trovata proprio lì, fuori dalle sue mura. Morto a soli 34 anni, forse avvelenato, Caio Giulio Cesare Germanico era nipote, fratello e padre di imperatori, condottiero e poeta e sarebbe dovuto diventare imperatore ma, come dicevano i latini: Muore giovane colui che al cielo è caro.

La statua del Germanico

Germanico venne celebrato, pianto e rimpianto. Per la sua morte furono eretti archi di trionfo in tutto l’Impero. Il suo mito è stato poi coltivato per secoli: Haendel ne fece un’opera nel 1709, Poussin lo ritrasse sul letto di morte nel 1627 e Rubens dipinse il profilo di Germanico e di sua moglie Agrippina nel 1614. Mito cancellato dagli eroi dell’Ottocento, ma la sua figura è riemersa ad Amelia, possente e di bronzo: una grande statua loricata, cioè con la corazza da parata, alta 2 metri e 9 centimetri. La statua lo ritrae in piedi con il braccio teso nel gesto di chi si appresta a parlare (adlocutio).
Il museo archeologico Edilberto Rosa ci propone Germanico come l’eroe che è stato, ma con le tecniche di oggi grazie alla Mizar di Paco Lanciano, una società multimediale che ha ridato vita a tanti monumenti e ad Amelia ha fatto parlare il generale. La parete attorno e dietro Germanico si anima e noi veniamo a scoprire tutto di lui: lo vediamo bambino, ritratto nel bassorilievo dell’Ara Pacis (Roma) mentre sfila nel corteo di suo nonno Augusto, lo seguiamo nelle sue campagne militari, conosciamo la sua amata moglie Agrippina e partecipiamo al suo trionfo post mortem. Un film davvero avvincente.
Ma è pure emozionante rivedere il ritrovamento della statua e il suo meticoloso restauro che ha rimesso assieme i pezzi di un delicato puzzle di un bronzo unico nel suo genere, trovato nel 1963 e arrivato ad Amelia solo nel 2001.


Per saperne di più su Amelia

«Ho iniziato la mia carriera con Pippo Baudo, sono portato per le dirette, ho scioltezza e naturalezza particolari, per questo mi sento a mio agio sia in televisione sia in teatro».

È stata un’intervista-chiacchierata molto lunga quella con l’attore Guido Roncalli di Montorio, nato a Roma ma perugino di sangue e di adozione, forse perché c’erano tante cosa da raccontare. La sua carriera infatti è corposa e ricca: televisione, cinema e teatro. Un attore completo che vanta ruoli nei maggiori film e fiction degli ultimi anni: da Gli equilibristi a Cetto c’è, senzadubbiamente, da Permette? Alberto Sordi a I ragazzi dello Zecchino d’oro, senza dimenticare DOC, I Medici, Rocco Schiavone, L’alligatore, In arte Nino e ovviamente The New Pope, solo per citarne alcuni. Una carriera lunghissima iniziata con Pippo Baudo nel 1992 e consolidatasi sempre di più nel corso del tempo, fino ad arrivare alla corte cardinalizia del Premio Oscar Paolo Sorrentino.

 

Guido Roncalli di Montorio

Guido la prima domanda è di rito: qual è il suo legame con l’Umbria?
È un legame familiare molto forte. Mia nonna Antonietta Conestabile della Staffa era perugina, un quarto del mio sangue è umbro. A fine anni ‘70 da Roma, dove sono nato, ci siamo traferiti a Perugia, dove mio padre Francesco insegnava Etruscologia all’Università. Ho studiato al liceo classico Mariotti di Perugia e ho frequentato il primo biennio di Scienze Politiche, che poi ho proseguito a Milano. Oggi vivo a Roma, ma i miei affetti sono ancora a Perugia. I miei genitori e le mie sorelle vivono lì.

Com’è iniziata la sua carriera?
Nella mia famiglia si è sempre respirata arte. Tutti abbiamo studiato uno strumento musicale: a 10 anni ho iniziato a suonare la chitarra e questo mi ha portato – non essendo affatto una persona timida – a esibirmi già in tenera età. Poi, durante l’università a Milano, avevo degli amici che frequentavano il Piccolo Teatro Studio e da lì mi sono appassionato alla carriera artistica, mettendo da parte quella diplomatica per la quale avevo studiato. La mia prima esperienza è stata in televisione: ho partecipato nel 1992 a Domenica In condotta da Pippo Baudo, vincendo un quiz di cultura generale.

Quindi è stato scoperto da Baudo…
In un certo senso. È stata la mia prima apparizione nazionalpopolare. Sono persino finito in una domanda del Trivial Pursuit: «Come si chiama il super campione di Domenica In

Paolo Sorrentino, Gianni Boncompagni, Luca Manfredi… solo per citare alcuni dei registi con cui ha lavorato: com’è stato essere diretti da loro?
Con Gianni Boncompagni ho lavorato nel 1997 nel varietà Macao: lui è stato un genio, un grandissimo innovatore nel campo televisivo e radiofonico. Essere diretto da Paolo Sorrentino invece è come partecipare al Campionato del Mondo: mi sono ritrovato a lavorare negli studi di Cinecittà di Federico Fellini con Jude Law e John Malkovich. Fino a quel momento avevo recitato in serie A, con Sorrentino invece è stato come partecipare alla finale del Mondiale! Con Luca Manfredi, oltre al film su Alberto Sordi – di cui sono orgogliosissimo – avevo già girato In arte Nino (in onda sabato 20 marzo su Rai1) il film sulla vita di Nino Manfredi – di cui il 22 marzo ricorre il centenario della nascita, celebrato da Luca con il libro Un friccico ner core e un documentario in onda su Rai2 proprio il 22 – e le cui riprese vennero fatte tra Narni e Terni. La famiglia Manfredi è da sempre legata all’Umbria: la moglie di Nino, mamma di Luca, è Erminia Ferrari, del mitico Bar Ferrari di Perugia.

 

Guido Roncalli con Edoardo Pesce in “Permette? Alberto Sordi”

Ci racconti qualche curiosità legata alla sua esperienza in The New Pope di Sorrentino…
Sorrentino è un genio creativo, anche lui è un innovatore. Il suo cinema è subito riconoscibile ed è meticolosissimo e sempre attento al particolare. Per me è stato un onore essere scelto in questo cast ed essere diretto da lui.

Dove si manifesta la sua precisione?
Le faccio un esempio. Io in The New Pope interpreto il cardinale Roncalli – è stato lo stesso regista a chiedermi di lasciare il mio cognome, così da citare il vero cardinale Roncalli, poi diventato Giovanni XXIII – e indosso un abito completo, composto da diversi strati com’è realmente un abito cardinalizio. Non si stratta di un costume di scena, ma di un vero abito di sartoria ecclesiastica. Al contrario, in altre produzioni può capitare che si indossi solo una parte di un costume, quella che poi verrà inquadrata. Con Sorrentino ciò non accade. Ho fatto più di una prova costume; questo è possibile grazie al budget di cui può disporre un Premio Oscar ma anche a una grandissima cura del dettaglio. Inoltre, durante le riprese, lo trovi arrampicato a scegliere l’inquadratura perfetta o ti appare all’improvviso per riprenderti in primo piano.

Come ha accennato, ha dei legami con papa Giovanni XXIII…
Le origini della famiglia sono comuni e proveniamo dalla stessa zona bergamasca. È un legame che risale a prima del ‘600, quando il mio ramo acquisì il titolo di conte di Montorio. Ma tra papa Giovanni e mio nonno – che erano più o meno coetanei – è stato un legame più di amicizia che di parentela. Hanno fatto la carriera diplomatica insieme e sono rimasti in rapporti tra loro fino alla morte, mantenendo anche un continuo carteggio. Questa loro relazione, la porto in scena nello spettacolo teatrale Roncalli legge Roncalli in cui – accompagnato dal violoncello suonato da mio fratello Diego – racconto storie private, leggo lettere inedite e faccio vedere immagini dell’archivio della mia famiglia legate a papa Giovanni. È un recital che riporteremo in scena appena sarà possibile.

 

Guido Roncalli con il fratello Diego nello spettacolo “Roncalli legge Roncalli”

Teatro, televisione, cinema: qual è il suo mondo?
Non si può fare una vera scelta. Ognuno ha le sue caratteristiche. Il teatro non perdona e il pubblico vede tutto. In televisione, nel varietà, devi essere capace di non pensare che dietro alla luce rossa della telecamera ci sono milioni di persone. Il cinema ha ancora altre caratteristiche: sei circondato da tante persone e la scena la puoi rifare, anche se io faccio sempre finta di essere in diretta per evitare di fare troppi ciak. Devo dire però che io sono portato per le dirette, ho scioltezza e naturalezza particolari, e per questo mi sento particolarmente a mio agio in televisione e in teatro.

Ha lavorato con tanti attori, tra cui Valerio Mastrandrea e Antonio Albanese: ce li racconti brevemente…
Valerio lo conosco da tanti anni, è molto naturale ed è raro che debba rifare molti ciak. Con Albanese ho girato Cetto c’è, senzadubbiamente e mi sono molto divertito, perché la commedia è nelle mie corde. Antonio è simpaticissimo e ci conosciamo da molto tempo, ma al contrario di come può apparire, è molto riservato, gentile e mai sopra le righe. Certamente anche lui è geniale e originale.

C’è un personaggio che vorrebbe interpretare che ancora non ha fatto?
Mi piacerebbe cantare e suonare la chitarra anche in scena. Per esempio Georges Brassens, grande chansonnier e ispiratore di De André, sarebbe un personaggio che interpreterei volentieri, dato che conosco il francese.

In questi giorni è su un set: a cosa sta lavorando? Ci può anticipare qualcosa?
Ancora non posso anticipare nulla. Posso solo dire che si tratta di un film per la televisione che vedremo nella prossima stagione di RaiUno.

Quando è difficile lavorare in questo periodo di Covid?
Certamente non è facile, come non lo è per nessuno. Facciamo il tampone ogni settimana e restiamo nella bolla. E togliamo la mascherina solo al momento del ciak, come è giusto che sia.

A breve dove la vedremo?
Ho tre progetti in arrivo nei prossimi mesi. Buongiorno mamma, su Canale 5 con Raoul Bova, dove interpreto un magistrato amico del protagonista; La fuggitiva, con Vittoria Puccini, dove sono un direttore sanitario, è in arrivo su RaiUno; e Yara, film per Netflix sul caso di Yara Gambirasio, diretto da Marco Tullio Giordana, con Alessio Boni e Isabella Ragonese. Non voglio anticipare altro…

Se l’Umbria fosse un film quale sarebbe?
Un film su San Francesco d’Assisi.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?
Medioevo, meravigliosa, famiglia.

La prima cosa che le viene in mente pensando alla regione?
Campagna e riposo.

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