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Prima del Coronavirus venne la peste. Veniva da est, era arrivata seguendo la via della Seta e giunse in tempo per essere raccontata da Boccaccio nel 1348. Poi si ripresentò nel 1630 per dare a Manzoni l’occasione di scrivere molte belle pagine.

Tra le due pesti letterarie ce ne fu un’altra nel 1527 che non ebbe cantori, ma che fece strage egualmente. Questa arrivò da nord, da quella zona che sarebbe diventata la Germania. Attraversò le Alpi con i lanzichenecchi, mercenari al seguito dell’imperatore Carlo V, che li aveva arruolati ma non sempre li pagava. Erano luterani, erano violenti e carichi d’odio verso i cattolici papisti e soprattutto verso Roma, dove c’era il Papa e, con il Papa, la corruzione della Chiesa. Poi – per inciso – era piena di ricchezze e di opere d’arte di valore. Entrati in città si abbandonarono a violenze e stupri, devastarono case e palazzi, rubarono tutto quello che riuscirono a rubare. Fu una strage.
Alla fiine se ne andarono. Erano entrati il 6 maggio 1527 quando Roma contava circa 100.000 abitanti. Se ne andarono a febbraio 1528 lasciando 30.00 morti. Non era finita lì.

 

strade romane

La via Amerina

L’epidemia passa per l’Umbria

Se ne andarono, ma a Roma lasciarono la peste, che si portò via altre 20.000 persone. Se ne andarono per tornare in Germania seguendo il percorso della via Amerina, che li avrebbe portati fino in Umbria. Loro risalivano e la peste li seguiva. Le persone morivano a migliaia e anche i lanzichenecchi si ammalavano e morivano, ma non abbastanza. Quelli rimasti hanno continuato a infierire e devastare. Le soldataglie germaniche sul loro percorso incontrarono Nepi ed entrarono da Porta Nica marciando sul basolato romano della via Amerina. Ai Nepesini fu riservato lo stesso trattamento che già aveva sperimentato Roma, peste inclusa.
Poi continuarono a risalire, attraversarono il Tevere; alcuni deviarono verso Narni e ne fecero scempio. Altri andarono verso Viterbo, ma poi tutti ripresero il percorso della via Amerina. La strada collegava Amelia, Todi e Perugia e sul suo percorso si affacciavano borghi e castelli di proprietà di due famiglie rivali: gli Atti guelfi, filoimperiali, e i Chiaravalle, ghibellini e sostenitori del papato. Collicello fu il primo. Le mura rimasero in piedi e ancora sfoggiano otto torri. Poi continuarono per Avigliano, che godeva di una posizione strategica a metà strada tra Todi e Amelia. Dopo toccò a Montecastrilli, che era sotto la diretta protezione del Papa. Ultima fu Casalina, di proprietà del monastero di San Pietro a Perugia.

 

Lanzichenecchi, mercenari al seguito dell’imperatore Carlo V

 

I lanzichenecchi infierirono sulla popolazione e portarono via tutto quello che li poteva sfamare e tutto quello che era di valore. Se ne andarono e fu la fame per i sopravvissuti. Poi cominciò la peste, che non si diffuse in maniera drammatica come a Roma. Il merito era dovuto all’involontario distanziamento sociale. Quei piccoli borghi erano lontani l’uno dall’altro, arroccati su colline e dossi che si guardavano a vista, per sicurezza e soprattutto per le rivalità politiche tra le due grandi famiglie. Gli abitanti erano pochi e, dopo il passaggio dei soldati, ne rimasero ancora meno. La peste ne portò via pochi: si può dire che fu più benevola dei lanzichenecchi.
Per i piccoli borghi non era ancora finita. Dopo i lanzichenecchi, dopo la fame e dopo la peste, li attendeva un’altra una terribile prova: la carestia. Se le pietre potessero parlare, quei borghi avrebbero storie terribili da raccontare. Adesso sono ancora lì con i loro castelli e le loro mura, immersi nel silenzio della vecchia via Amerina. Immersi nel verde dell’Umbria.

Bernardino di Betto, noto come il Pinturicchio, nasce a Perugia nel 1454 da Benedetto di Biagio, nel quartiere di Porta Sant’Angelo.[1] Probabilmente venne chiamato Pinturicchio a causa della sua statura minuta.

Fu l’erede di una tradizione pittorica e miniaturista di rilievo che ha i suoi precedenti in Bartolomeo Caporali, Fiorenzo di Lorenzo e Benedetto Bonfigli. Il Pinturicchio spiccò come uno degli artefici della grande stagione rinascimentale di riscoperta della classicità: infatti sarà tra coloro che si avventureranno nel sottosuolo romano, copiando gli affreschi della Domus Aurea, dando inizio al gusto del revival archeologico e contribuendo alla diffusione delle grottesche. Entrò a bottega dal Perugino e collaborò con il maestro a Roma, tra il 1481 e il 1482, realizzando due affreschi: il Battesimo di Cristo e la Circoncisione dei figli di Mosè nella Cappella Sistina.
Nel 1486 eseguì le Storie di S. Bernardino che decorano la cappella Bufalini in S. Maria in Ara Coeli. Tali affreschi sono stati commissionati al pittore da messer Niccolò di Manno Bufalini, avvocato concistoriale, per ricordare la vicinanza avvenuta tra la sua famiglia e i Baglioni di Perugia, proprio per merito di S. Bernardino.
A Roma venne in contatto anche con la pittura del Ghirlandaio e del Botticelli, i quali contribuirono alla sua formazione artistica. Nella seconda metà del Quattrocento, l’artista realizzò una piccola ma deliziosa tempera su tavola raffigurante la Madonna con il Bambino e San Giovannino, conservata nel Museo del Duomo a Città di Castello.

 

Madonna con Bambino e San Giovanni. Museo del Duomo. Città di Castello

 

La piccola tavola raffigura Maria, Gesù bambino, in piedi sulle ginocchia della madre e San Giovanni Battista, che sostiene la scritta Ecce Agnus Dei. Le tre figure sono luminose su ampio sfondo, con un linguaggio stilistico composto e severo.
L’artista rientrò a Perugia il 14 febbraio 1495, stipulando, con i religiosi del convento di S. Maria degli Angeli a Porta S. Pietro, il contratto per la realizzazione del Polittico di S. Maria de’ Fossi, ora nella Galleria Nazionale dell’Umbria. Il contratto per l’opera, ci è pervenuto e contiene dettagliatissime istruzioni circa la realizzazione dell’opera, che era destinata all’altare maggiore per la chiesa, detta dei Fossi. Il pittore era all’epoca all’apice del suo successo, favorito da Papa Alessandro VI per il quale aveva appena concluso la grande impresa della decorazione dell’appartamento Borgia.

 

Pala di Santa Maria dei Fossi. Dettaglio

 

Anche per la cornice lignea le prescrizioni dei religiosi furono precise ed essa venne realizzata a imitazione dell’architettura della facciata della chiesa. Il Vasari non vide l’opera, sebbene essa venne ampiamente lodata dagli studiosi locali anche nei secoli successivi. La pala è oggi composta da sette pannelli principali; al centro campeggia la Madonna con il bambino e san Giovannino, affiancata dai santi Agostino, vestito con un ricco piviale e Girolamo, vestito da cardinale e con un modellino della chiesa in mano, forse la stessa Santa Maria degli Angeli. Sopra di essi due riquadri con l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata. Sulla cimasa campeggia il Cristo morto sorretto da due angeli e la Colomba dello Spirito Santo.
Nel 1497 vennero eseguiti gli affreschi per la decorazione della cappella Eroli nel Duomo di Spoleto, raffigurante la Madonna con il Bambino tra San Giovanni Battista e Leonardo, immersa in un dolcissimo paesaggio lacustre tipico della scuola umbra.
Nel 1501 Pinturicchio realizzò un’altra delle sue opere migliori la cappella bella, ovvero la cappella Baglioni in Santa Maria Maggiore a Spello. La decorazione venne commissionata dal priore Troilo Baglioni, poi vescovo di Perugia. L’impresa fu l’ultima commissione importante del Pinturicchio in Umbria, prima di partire per Roma e Siena.

Autoritratto Pinturicchio. Cappella Baglioni a Spello

L’impresa, come uso del il pittore perugino, venne condotta con notevole rapidità grazie all’utilizzo di una ben organizzata bottega, con l’impiego di altri maestri che dipingevano su suo disegno. Tali affreschi recano la firma Bernardius Pictoricius Perusinus e rappresentano sulle pareti: l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi, Gesù fra i dottori, nelle vele invece le quattro Sibille e un Autoritratto.
La libreria Piccolomini a Siena, del 1502, è l’opera considerata il suo capolavoro assoluto: potente cromatismo, gusto del particolare, grande attenzione all’aspetto decorativo, caratterizzano l’intervento di Pinturicchio nella biblioteca fatta edificare nel 1495 dal cardinale Todeschini Piccolomini in onore di Enea Silvio Piccolomini, poi papa Pio II.
L’ultima opera documentata dell’artista è la Madonna in Gloria tra i Santi Gregorio Magno e Benedetto, per gli Olivetani della chiesa di Santa Maria di Barbiano presso San Giminiano. Fu Vasari, grazie a un aneddoto, a raccontare i suoi ultimi anni. Il pittore aveva trovato alloggio presso i Frati di San Francesco a Siena e chiese con insistenza di togliere dalla sua cella un cassone, ma durante il trasloco questo si ruppe rivelando il suo tesoro: cinquecento ducati d’oro, i quali spettarono ai frati riempiendo il pittore di tristezza fino a condurlo alla morte.[2]
L’artista morì l’11 dicembre 1513 a Siena. Riposa nella parrocchia dei SS. Vincenzo e Anastasio.

 


[1] Giorgio Vasari, Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, a cura di G. Milanesi, III, Firenze 1878, pp. 493-531.

[2] Giorgio Vasari, Vite de’più eccellenti pittori, scultori e architetti, edizione commentata del 1878, vol. III, pag. 503-505.

«È un vero piacere essere intervistati da un magazine umbro elegante come il vostro. Mi chiedevo poco tempo fa: “Chissà quando farò un’intervista in Umbria!” Ed eccoci qua».

Raimondo Rossi, in arte Ray Morrison, è un fotografo e direttore artistico perugino che vive fra Perugia, Roma e Los Angeles. Dopo aver maturato diverse esperienze in numerose sfilate e backstage, oggi si dedica a lavori di styling, direzioni creative o fotogiornalismo.
«In questo periodo seguo due progetti che sono volti a rompere alcuni stereotipi di bellezza. Purtroppo nella moda molte riviste propongono sempre la stessa zuppa». Per la sua eleganza è stato inserito fra le 10 icone di stile su NZZ Magazine.
Per questo e per molto altro, non poteva non finire tra le nostre eccellenze umbre!

 

Raimondo Rossi, foto by Alessandro Amico

Raimondo qual è il suo legame con l’Umbria?

Il mio legame con l’Umbria è molto forte, è quel luogo dove sono a casa anche in una strada che non conosco o in un bosco in piena notte. È un legame che ricorda la forza degli arbusti o degli alberi della nostra regione: anche dopo un taglio, tornano con più energia di prima. Di certo non svanirà mai.

Com’è passato dalla laurea in matematica all’Università di Perugia al mondo della moda?

È stato casuale. Mi è stato chiesto di indossare dei capi di uno stilista per degli eventi a Firenze e dopo quella settimana mi è stato detto da una giornalista: «Ray ti vedo bene nel mondo della moda, sei semplice e interessante. Perché non inizi a far qualche foto e a prendere i pass per i backstage?». Da lì son partito, prima con un semplice blog e poi con collaborazioni per Asbo e FabUK, due riviste londinesi. Poi è stato un po’ un crescendo, anche a livello interiore e di conoscenza delle mie attitudini e capacità.

Vive tra Perugia, Roma e Los Angeles: dov’è che si sente a casa?

A Los Angeles vado due volte l’anno, ma mi fermo sempre un po’ e mi sento molto a casa. Ormai sono sei anni che vado. Perugia è Perugia… quindi, fra le tre, forse Roma è quella che ancora non sento mia.

Blogger, fotografo di reportage, modello e styling: quale di questi lavori preferisce? Cosa vorrà fare “da grande”?  

Modello lo sono stato solo all’inizio o per qualche collaborazione e non è una cosa che mi piace. Ora sto facendo lavori che si possono restringere a tre: fotogiornalismo, styling e direzione artistica (mi viene affidato un team che guido nella realizzazione del progetto fotografico o video, o per un evento). In questo periodo seguo due progetti che sono volti a rompere alcuni stereotipi di bellezza. Purtroppo nella moda molte riviste propongono sempre la stessa zuppa, c’è bisogno di cose nuove ma valide.

Ha cambiato nome in Ray Morrison per essere più appetibile all’estero? Ho letto che l’Italia le va un po’ stretta…

Ho cambiato nome all’inizio semplicemente per un omaggio a Jim Morrison, anima travagliata ma complessa, e perché sono abbastanza affascinato dalla musicalità di alcuni nomi e cognomi anglofoni. Nell’ultimo anno sono tornato anche a usare il nome vero. Ma capita a tutti, no? Abbiamo parti di noi che a volte non riusciamo a collegare, poi tutto si unisce e prende forma. Chissà quante parti di me ancora devo capire e poi far lavorare con le altre. (ride)

C’è qualche personaggio a cui rifarebbe volentieri il look?

Tantissimi! (ride) Mi scoccia fare nomi, ma ce ne sono. Posso dire questo: qualunque persona famosa o no che vedo vestire sempre allo stesso modo, pur bello, non ha la mia stima. Credo che lo stile nel vestire sia un po’ come per la bravura di un attore: un certo trasformismo che porti ogni volta a creare nuove armonie, siano esse hip hop style o un classico dandy style.

Quando era ragazzino e andava a scuola a Perugia era già un tipo attento alle mode?   

Assolutamente no. Zero. Non mi interessavano. Tutt’ora non sono la mia principale passione, è un po’ un gioco, che è soprattutto volto a dare un messaggio: tutti voi – tutti noi – possiamo creare dei modi di vestire interessanti, non importa l’età, il peso o l’altezza. Ricordiamoci che anche nella moda a volte non sanno che inventarsi e fanno cavolate inguardabili.

Ci dia qualche consiglio: cos’è che un uomo non dovrebbe mai indossare? E invece cosa è indispensabile nel suo guardaroba?

Non esistono regole, ogni guardaroba dovrebbe cambiare a seconda del peso, altezza ed età, come ho detto prima. Un completo di Dior può essere disastroso per un red carpet, se su un corpo sbagliato o su un modo di camminare non giusto, o può essere il top. Comunque, a livello personale, nel mio guardaroba non mancano mai vari tipi di cappelli, anche sportivi, e occhiali. Riguardo a cosa un uomo non dovrebbe mai indossare, forse direi i collant (ma ci può essere qualche eccezione). Anche cose tradizionalmente poco usate, quali le gonne lunghe, posso dire che, in tipi alla Tiziano Terzani, sono okay. Una cosa che a me non piace sono anche le bretelle, ma a certi tipi possono star bene.

 

Raimondo Rossi, foto by Alessandro Amico

Da fotografo, se dovesse scattare una foto dell’Umbria o di Perugia come la rappresenterebbe? 

Assisi, in una foto con una composizione importante. Via Maestà delle Volte, in centro a Perugia, a ritrarre più elementi curvilinei possibili. E una composizione di volti di varie etnie, che peraltro ho fatto, a Umbria Jazz, per un magazine inglese. Perugia e la sua immagine devono rimanere più internazionali possibile.

Nel futuro di Raimondo cosa c’è?

Nessun programma preciso, sicuramente un po’ più di Los Angeles per lavorare in quell’area che sta a metà fra moda e costume. Mi piace la moda che rompe i volumi e nel cinema succede spesso. Voglio comunque rimanere indipendente e fare pochi lavori ma giusti. Non classici e che siano molto miei.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Quiete, natura e buon cibo. Ma non vorrei descriverla solo così, come in parte appare nel Sensational Umbria di Steve McCurry. Metterei ancora più in evidenza l’internazionalità.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

San Francesco e Assisi. Tutto il mondo, California compresa, deve qualcosa a lui. E questo è bellissimo.

È proprio vero! Infatti, ancora oggi, molte strade si dirigono verso la nostra Capitale seguendo i vecchi tracciati delle antiche consolari romane.

Alberto Stade, foto by viaromeagermanica

 

Ci sono anche strade e soprattutto percorsi che hanno preso vita da precise motivazioni delle persone che avevano la necessità di spostarsi da un luogo a un altro in modo più comodo, veloce e sicuro possibile.
È il caso dell’Abate Alberto che nel 1236 partì dalla cittadina tedesca di Stade, ubicata nel Nord della Germania vicino alla foce del fiume Elba, in direzione Roma per incontrare Papa Gregorio IX. All’andata fece la Via Francigena mentre al ritorno la Romea-Germanica. Al rientro dal viaggio, durato circa sei mesi e dopo aver percorso circa 3.500 chilometri, deluso per una serie di motivi personali e di contrasti con i suoi confratelli, si dimise da Abate ed entrò in convento.
Qui si dedicò alla stesura di alcune opere tra cui gli Annales, una cronaca in latino degli avvenimenti più importanti del tempo. All’interno degli Annales è contenuto un dialogo tra due monaci immaginari che conversano sulle migliori strade da intraprendere per un pellegrinaggio verso Roma.
Nel dialogo, Alberto di Stade, racconta minuziosamente il suo viaggio, descrivendo i luoghi, le distanze, le soste e altre notizie utili ma soprattutto indica la Romea-Germanica come la Melior Via per raggiungere Roma.

 

Via Romea-Germanica, foto by Facebook

Un'autentica e precisa guida di viaggio per il Pellegrino!

Da quel momento, tutti identificarono il percorso fatto da Alberto di Stade, attraverso la via Romea-Germanica o Via Romea Perigrinorum, come la strada più comoda e preferibile per raggiungere Roma dalla Germania.
La Romea-Germanica aveva molti incroci e diramazioni e collegava il Nord-Est europeo a Roma con una vera e propria rete stradale, di analoga importanza alla Via Francigena e al Cammino di Santiago di Compostela (all’epoca erano le tre strade europee più importanti e trafficate).
Alberto descrive, nel dialogo tra i due monaci, che partendo da Stade si attraversava una serie di città tedesche e austriache, dopodiché si valicava il Passo del Brennero e, a seguire, si transitava per Trento, Padova, Venezia, Ravenna, Forlì, Alpe di Serra, Arezzo, Val di Chiana, Orvieto, Acquapendente (dove la Melior Via si univa alla Francigena), Viterbo e si arrivava a Roma.
La via Romea-Germanica attraversava varie località del territorio del Trasimeno e della Chiana, e giungendo da Nord troveremo la Melior Via che dopo Arezzo toccherà nello specifico e in successione: Castiglion Fiorentino, Cortona, Montalla, Ossaia, Petrignano del Lago, Giorgi, Pozzuolo Umbro, Casamaggiore, Gioiella, Vaiano, Villastrada, Cimbano, Vocabolo Tre Case, Caselle, Paciano, San Donato, Popoltaio Schiacciato, Casaltondo, Città della Pieve, Fabro, Ficulle, Allerona, Orvieto, Acquapendente (qui si unisce alla Francigena), Viterbo e infine Roma.
In località Ossaia esisteva una sua derivazione che transitava sulla costa Nord del Lago Trasimeno nei territori di Tuoro, Passignano e Magione, proseguendo poi in direzione Corciano, Perugia, Assisi, Spoleto, Rieti e quindi Roma.

 

Via Romea-Germanica, foto by Facebook

Una Via ancora da scoprire

La Romea-Germanica o Melior Via era chiamata anche dell’Alpe di Serra o via dei Pellegrini o Major o degli Eserciti; infatti è stata attraversata oltre che da pellegrini e viandanti anche da Re, Imperatori Sassoni, Sovrani Svevi, Papi, Santi ed Eserciti e nel periodo dal 1000 in poi è stata, per molti secoli, la via più transitata per giungere a Roma e da qui, con altre strade, si poteva proseguire per la Terra Santa.
La Melior Via ha rappresentato nel passato e per molte località, scambio di persone, influenza culturale e artistica e sviluppo economico; dal secolo scorso, con l’avvento di nuovi percorsi di comunicazione più rapidi e veloci, alcuni tratti sono stati abbandonati o relegati in strade di secondaria o marginale importanza.
Recentemente si è dato nuovo interesse al ritrovato percorso della Romea-Germanica, il quale tocca località suggestive e interessanti da molti punti di vista e con una grossa portata storica.
Nel tratto del comprensorio del Trasimeno e non solo, l’antica Strada potrebbe rappresentare per un turismo sostenibile e responsabile, un’attrattiva artistica, culturale e naturista da valorizzare in favore della bellezza dei Borghi e dei luoghi visitabili attraverso essa; durante il suo tracciato si potrebbero incontrare numerose testimonianze culturali e ammirare un paesaggio mozzafiato che con i suoi colori delicati e pastello, mette tutto in armonia.
Gli operatori del settore, tramite l’organizzazione costante e calendarizzata di iniziative attraverso percorsi culturali indirizzati o passeggiate rilassanti o trekking o visite dedicate o altro, potrebbero trarre dalla Melior Via un vantaggio economico integrativo per la loro attività imprenditoriale.

AboutUmbria ha stretto un accordo importante con Gordian, una società romana operante nel settore dei servizi multiprofessionali, una realtà innovativa che mette a disposizione di aziende e professionisti, spazi polifunzionali altamente tecnologici per soddisfare una vasta gamma di esigenze.

 

Gordian propone un progetto estremamente contemporaneo, che risponde alla richiesta di visibilità, di interscambio e di efficienza tecnologica da parte delle piccole e medie imprese puntando sull’armonia degli spazi, su un arredo di design e su tecnologia innovativa, oltre che a una collocazione di eccellenza, nel cuore di Roma, a due passi dal Colosseo.
Gli ambienti che vengono messi a disposizione delle aziende sono studiati a misura delle esigenze di chi dovrà fruirne, mettendo al centro la qualità della vita personale e professionale. I servizi offerti vanno dal co-working, all’affitto di uffici privati, sale meeting, servizi di domiciliazione postale e legale.

 

 

Qualche dettaglio:

  • Uffici privati: postazione di lavoro in area esclusiva, completa di mobilio moderno e di design; accesso con impronta digitale e/o badge; controllo domotica attraverso device (smartphone, tablet, pc, etc. …); possibilità di targa e spot pubblicitari su monitor distribuiti all’interno della struttura; connessione internet tramite ethernet e Wi-Fi ad alta velocità garantita e criptata; utilizzo dell’area lounge; accesso alle stampanti multifunzione; sono comprese utenze e pulizie.
  • Sala meeting: a disposizione per riunioni professionali, incontri con ospiti esterni, collaboratori o clienti, formazione e colloqui; la sala è composta da: tavolo di design che può accogliere simultaneamente sino ad 11 persone; sedute di design e comfort; monitor HD 65”; Apple tv; iPad; controllo domotica attraverso device (smartphone, tablet, pc, etc. …); utilizzo cancelleria (cartellina, fogli e matita per persona); connessione internet tramite ethernet e Wi-Fi ad alta velocità garantita e criptata.
  • Sala conference: a disposizione per iniziative informative/formative, eventi artistico culturali, riunioni, conferenze, corsi e seminari, ricevimento clienti etc., può accogliere in maniera confortevole sino a 25 persone. A disposizione: poltrone di design e ultra-comfort; videoproiettore; lavagna magnetica e scrivibile; Apple tv; iPad; controllo domotica attraverso device (smartphone, tablet, pc, etc. ); utilizzo cancelleria (cartellina, fogli, matita e acqua per persona); connessione internet tramite ethernet e Wi-Fi ad alta velocità garantita e criptata.
  • Postazioni co-working: ampia scrivania in condivisione, massimo 2 postazioni, con connessione internet ethernet e Wi-Fi ad alta velocità garantita e criptata; accesso alle stampanti multifunzione (a pagamento); accesso area lounge.
  • Domiciliazione postale: utilizzo dell’indirizzo di Gordian per la domiciliazione postale dell’attività e su tutta la documentazione ufficiale dell’azienda ospite: carta intestata, biglietti da visita, sito internet, materiale pubblicitario, etc.; ricezione di posta ordinaria: lettere, plichi, telegrammi, corrieri espressi, etc.; invio della posta ricevuta ad un altro indirizzo tramite corriere o email PEC.
  • Domiciliazione legale: utilizzo dell’indirizzo di Gordian per la domiciliazione della sede legale e postale dell’attività e su tutta la documentazione ufficiale dell’azienda ospite: carta intestata, biglietti da visita, sito internet, materiale pubblicitario, etc.; nella ricezione di posta ordinaria, straordinaria e commerciale: lettere, plichi, raccomandate, telegrammi, corrieri espressi, etc.; invio della posta ricevuta ad un altro indirizzo tramite corriere o email PEC.

 

 

Come si evince l’offerta è ampia e di altissimo livello, con garanzia di riservatezza, professionalità e efficienza, requisiti indispensabili per l’impresa che desidera concentrarsi sul business delegando a terzi, con garanzia di affidabilità, tutta una serie di attività segretariali e di gestione di servizi esterni.
Incontrando questa interessante realtà, abbiamo pensato che per le aziende umbre, specialmente le piccole imprese che vogliano sviluppare visibilità al di fuori dei confini regionali con costi sostenibili, Gordian fosse una soluzione appetibile per la sua collocazione, per la varietà e scalabilità dei suoi servizi, per il prestigio degli spazi offerti. Per questo abbiamo stipulato una convenzione che offre ai nostri iscritti uno sconto di circa il 30% sul listino.
Occasione importante anche per gli artisti umbri collegati al nostro circuito che potranno approfittare degli spazi di Gordian per organizzare mostre coadiuvate da supporti multimediali.
Vi invitiamo a considerare questa importante opportunità, un ponte fra l’Umbria e la Capitale che può aprire prospettive nuove, creare scambi sinergici, richiamare pubblico e sviluppare maggiore visibilità anche internazionale per tutte le eccellenze del territorio.

 

 


GORDIAN

Via Capo d’Africa civv. 29a/29b
00184 Roma (RM)
info@gordian.one

«Tornare in Umbria per me è come prendere una boccata d’ossigeno. Amo questa regione e il suo cibo»

Camilla Ferranti si sta facendo sempre più strada nel piccolo schermo. Dopo le partecipazioni in Incantesimo, Distretto di Polizia, Angeli e Diamanti, Don Matteo e l’Onore e il Rispetto, sarà il prossimo anno l’antagonista di Barbara d’Urso nella nuova stagione della fiction La dottoressa Giò. Nata a Terni, da anni vive a Roma, ma una parte del suo cuore resta legata all’Umbria. Un cuore che da poco tempo è stato rapito dall’attore Christopher Lambert. Una love story nata per caso sul set della fiction e della quale Camilla parla sussurrando, quasi con timidezza.

 

Camilla Ferranti, foto by Melissa Marchetti

Camilla, la prima domanda è di rito: qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame di sangue, ci sono nata e cresciuta. Fino al liceo sono stata a Terni, poi l’università mi ha portato a Roma e lì sono rimasta. I primi anni dopo aver lasciato la mia città non sentivo il distacco, perché consideravo Terni una piccola realtà; non ci stavo bene nemmeno per le mie ambizioni. Oggi torno sempre volentieri, apprezzo la città e la regione: venire in Umbria è una vera e propria boccata d’ossigeno.

Quindi torna spesso a Terni?

La mia famiglia vive lì, per questo nei weekend o appena mi è possibile, torno in città, anche semplicemente per una cena: la cucina umbra mi manca molto.

Spesso gli umbri sono accusati di essere chiusi: lei vivendo fuori regione, percepisce questo?

Assolutamente no. Anzi, trovo che gli umbri siano un popolo molto aperto e alla mano. Sono accoglienti con le persone che provengono da fuori, cosa che non ho ritrovato nelle città che ho girato per lavoro. Inoltre, l’Umbria – anche con le sue pecche – è una regione dinamica e mi piace molto l’idea che non abbia bisogno di chissà quali grandi cose per star bene. Ultimamente mi sento molto nazionalista e legata alle mie origini, alla cultura e alla storia che ha l’Italia: siamo un luogo e un popolo meraviglioso.    

A breve la vedremo nella serie La dottoressa Giò con Barbara D’Urso: che ruolo ha?

Sono il direttore sanitario della struttura dove lavora la dottoressa Giò che, in combutta con il primario del reparto, cerca di ostacolare i suoi piani: la dottoressa vorrebbe creare un centro dedicato alle donne che subiscono violenza – un tema tra l’altro molto attuale – ma io, che rappresento la parte economica dell’ospedale, penso soltanto ai soldi e ai miei interessi. In pratica sono la cattiva della serie.

Quindi è un personaggio negativo?

È una donna che pensa solo alla carriera, è una pronta a tutto, che si mette sempre dalla parte del più forte e del potere. Non è certamente una che si fa mettere i piedi in testa: può sembrare una pedina, ma è una donna molto risoluta e sicuramente determinata. Avrà anche una redenzione…   

Si rivede in questa descrizione o lei è l’esatto l’opposto?

Sono anche io una donna determinata, ma non sono una carrierista: non sacrificherei mai la mia vita privata e non farei mai cattiverie per raggiungere i miei obiettivi. Giocare sporco non fa per me, sono una persona onesta e sto bene con me stessa se riesco a raggiungere i miei traguardi per merito e con le mie forze. Ciò non toglie che se c’è da giocare e combattere lo faccio tranquillamente. Sono attratta dal successo – lo ammetto – e sono molto ambiziosa, però gioco onestamente.     

Quando andrà in onda la serie?

Non si sa ancora con certezza, ma probabilmente all’inizio del 2019.

Camilla Ferranti, foto by Melissa Marchetti

Questa esperienza televisiva le ha portato anche l’amore, sul set ha conosciuto l’attore Christopher Lambert…

Non parlo molto della mia vita privata, posso dire che c’è una bella storia. È stato un incontro inaspettato, non pensavo nemmeno che potesse accadere, io ero concentrata sul mio lavoro… ma le cose belle arrivano quando meno te le aspetti! 

Ho letto che vi sposerete il prossimo anno…

Non voglio dire nulla a riguardo.

Cos’ha in cantiere Camilla per il futuro?

Ho diversi progetti lavorativi, sia nel cinema sia in televisione. Sono ancora top secret.

Tornando all’Umbria, come la descriverebbe in tre parole?

Genuina, rude, vera.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Verde e tranquillità.

«L’Umbria? Il suo punto di forza è la concretezza e il carattere solido; la sua debolezza è la troppa chiusura».

Giuliano Giubilei, perugino DOC, giornalista ed ex vicedirettore del Tg3, racconta la sua Perugia, dove è nato e dove ha mosso i primi passi da cronista di Paese Sera; la città con la quale mantiene un forte legame, nonostante i quanrant’anni di lontananza: «Vivo a Roma da tanto tempo, ma non dimenticherò mai il vento di Tramontana in Corso Vannucci. Il rapporto con questi luoghi non si è mai interrotto: un perugino resterà sempre un perugino, anche se vive da tanti anni in un’altra città».

Quindi non posso che farle come prima domanda: qual è il suo legame con questa regione?

Sono nato a Perugia e, nonostante non viva più in città da circa quarant’anni, ho mantenuto un forte legame: ho un rapporto con questi luoghi che non si è mai interrotto. A Perugia ho avuto le mie prime esperienze, anche lavorative; ho avuto i miei primi amici e ho vissuto la mia formazione di uomo: dopotutto, quando sono andato via avevo venticinque anni. Chi nasce in Umbria resta umbro per sempre, anche se da anni vive in un’altra regione: un perugino di nascita non diventerà mai un romano d’adozione.

 

Festiva delle Nazioni

Giuliano Giubilei sul palco del Festiva delle Nazioni

Lei è presidente del Festival delle Nazioni di Città di Castello: che importanza hanno questo tipo di manifestazioni per la regione?

Sono importantissime, fanno conoscere l’Umbria in Italia e nel mondo. Tre su tutte sono fondamentali: parlo di Umbria Jazz, del Festival dei Due Mondi di Spoleto e del Festival delle Nazioni di Città di Castello. Sono le manifestazioni meno provinciali, che rendono il territorio vivo e che gli permettono di uscire dal confine e farsi apprezzare al di fuori. Il Festival delle Nazioni, ad esempio, punta – con la sua formula – a far conoscere musicisti internazionali dei quali, altrimenti, non avremmo potuto apprezzare la musica. Ogni edizione è dedicata a una nazione e questo permette di portare in Umbria artisti che altrimenti non sarebbero mai venuti. Il festival è anche molto frequentato da stranieri, che in estate abitano l’Alta Valle del Tevere e tutta la regione.

Com’è andata questa ultima edizione?

Un vero successo! Lo scorso anno abbiamo festeggiato i cinquant’anni con un numero di spettatori e d’incassi da record. Beh, quest’anno è andata ancora meglio. La prossima edizione sarà la dodicesima sotto la mia direzione e pensiamo di ospitare la Cina. In passato solo in due occasioni siamo usciti fuori dall’Europa, ospitando Israele e Armenia. Con la Cina vogliamo espanderci ancora di più.

Cosa serve all’Umbria per fare quel salto in avanti e togliersi la nomea di sorella minore della Toscana, sia in campo infrastrutturale sia in quello culturale?

Non trovo che l’Umbria sia la sorella minore della Toscana, non è inferiore a nessun’altra regione. La politica regionale ha investito molto nella cultura e nel favorire i vari festival ed eventi; ovviamente si può sempre fare di più. Per quanto riguarda le infrastrutture, il servizio ferroviario va sicuramente potenziato: Roma sembra lontanissima, in più – oltre al fatto che ci vogliono due ore e mezzo per raggiungerla da Perugia – alla stazione Termini il binario d’arrivo si trova a 700 metri dal terminal. Qualche giorno fa sono venuto a Perugia con il treno; al ritorno ci hanno fatto scendere al binario est e ho fatto quasi un chilometro a piedi per arrivare alla metropolitana: praticamente è come se fossimo scesi a Orte (ride). Inoltre, si deve puntare a migliorare anche l’aeroporto: l’Umbria non si può isolare!

Con l’occhio da giornalista, qual è il suo parere su Perugia e sulla regione? Quali sono i suoi punti di forza e le sue debolezze?

La sua più grande debolezza è la sua chiusura. Le racconto un aneddoto: mi sono laureato in Storia Contemporanea con la professoressa Fiorella Bartoccini, che era un nome prestigioso e un personaggio di spicco all’Università di Perugia. Un giorno mi disse: «Sai che non sono mai stata invitata a cena da un perugino?» Questo è per far capire cosa intendo per chiusura. L’Università stessa ha perso, nel corso degli anni, nomi di alto livello tra gli insegnanti. Tra i punti di forza invece c’è il carattere concreto e solido degli umbri. I perugini, in particolare, non vogliono essere servi di nessuno. Si direbbe che non vogliono stare sotto padrone.

Ha qualche aneddoto legato al suo lavoro e a Perugia?

Vi racconto la mia super raccomandazione per iniziare a fare il giornalista. Nel 1973 sono entrato a Paese Sera: la testata aveva una sede locale e con me muovevano i primi passi in questo settore Lamberto Sposini, Alvaro Fiorucci e Walter Verini. Un giorno, mentre passeggiavo per Corso Vannucci, un mio amico mi disse: «Mi hanno preso a lavorare come giornalista a Paese Sera ma a me non piace, non è che vuoi andare al mio posto?» Ovviamente, accettai al volo. Ecco la mia raccomandazione! Mi occupavo prima di cronaca giudiziaria, poi di politica comunale. Perugia, negli anni Settanta, era una città molto vivace, piena di cultura; c’era un rapporto stretto tra la comunità e gli stranieri presenti. Poi ha avuto un cambiamento fisiologico come tutte le altre città italiane, ma deve tornare a ricoprire il ruolo di capoluogo di una regione importante, sia in abito culturale sia sociale.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Chi viene vuole sempre tornare, serena e con paesaggi modellati dall’uomo.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le mattine fredde, sferzate dalla Tramontana in Corso Vannucci.

Il  pittore inglese Graham Dean, plasma «magnifiche modelle, atleti, incredibili feticisti del bondage, gemelli omozigoti, individui con imperfezioni fisiche» usando i loro corpi come «veicoli d’espressione»[1]. Attraverso i suoi incredibili e innovativi acquerelli, narra emozioni, idee e ricordi, giocando con i contrasti e con strati innumerevoli. Guardando ai suoi rossi, è facile immaginarsi le luminose tinte dell’India, ma difficilmente potremmo credere che Dean sia stato ispirato anche dall’Umbria.

 

Era il 1992 quando Graham Dean, nato a Birkenhead, nel Merseyside, venne in Italia per trascorrere sei mesi di soggiorno-studio alla British School di Roma. Aveva vinto un prestigioso premio – il Senior Abbey Award in Painting – e aveva sfruttato la possibilità offerta di vivere e visitare Roma e le città circostanti. Da quel momento in avanti, l’Italia gli entrò nel cuore.
Durante le numerose visite fuori Roma, Graham visitò la rinomata città di Assisi e poi, sulla via del ritorno, si fermò in una piccola cittadina sul Lago Trasimeno.
«Non sapevo niente dell’Umbria, ma mi soffermai sul lago e sulle terre che lo circondano, chiedendomi come mai questo posto fosse un tale segreto. Perché era così poco conosciuto?» afferma Graham. «Una volta tornato a Roma, giurai che un giorno sarei tornato per comprarvi una casa e, magari, uno studio».

 

 

Era solo l’inizio: Graham Dean, che ha esposto in numerose personali in tutto il mondo, rimase cposì folgorato dall’Umbria che, adesso, possiede una casa-studio tra Migliano e San Vito, a circa 15 minuti da Marsciano. Torna in quella tenuta, circondata da campi e costeggiata dal fiume Fersenone, circa cinque o sei volte l’anno.
«Nello studio, lavoro sui progetti o sulle idee. Posso contare sulla gran quantità di tempo che ho, per pensare e riflettere. Mi sono accorto, nei quindici anni che possiedo la casa, che questo è l’unico ambiente in cui posso rilassarmi completamente. C’è un’atmosfera che è difficile da descrivere, a meno che non la si sperimenti in prima persona, e tutti quelli che vengono a farmi visita lo confermano. Cerco di non idealizzare troppo, so che per le persone che vivono qui – soprattutto i giovani – può essere difficile vivere serenamente, viste le difficoltà economiche».

Come pittore del corpo umano, Graham Dean si è accorto che sta lentamente focalizzando la sua attenzione sull’idea del paesaggio e sul senso dell’altro che sia lui che i suoi amici sperimentano nella casa di Migliano. Sente che l’Umbria come un territorio nuovo, da esplorare.
Quale sarà il suo prossimo passo? Gli piacerebbe fare una grande mostra dei suoi lavori proprio qui, in Umbria, ma ancora attende proposte! Questo perché, nonostante numerosi giovani pittori abbiano cercato di agevolarlo, le istituzioni non l’hanno fatto, il che ha portato a una situazione d’impasse.
Ma chi lo sa? Scommettiamo che, presto o tardi, vedremo uno degli enormi e bellissimi dipinti di Graham Dean in uno dei nostri musei.

 


Fonte: www.grahamdean.com

 

[1] Adattamento di un articolo scritto da Galerie Maubert, Paris. Settembre 2011, in http://grahamdean.com/about/.

Strangozzi, stringozzi, strozzapreti, bringoli, umbricelli, bigoli, umbrichelle, lombrichelli, ciriole, anguillette, manfricoli: se mai vi capitasse di fare un giro nelle osterie umbre, sedendovi in quelle sale dalle rustiche atmosfere e addentrandovi nella lettura dei prelibati menu, vi accorgereste che nella sezione dedicata ai primi piatti campeggiano portate dai nomi evocativi quanto ambigui.

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Farina e acqua

Non è facile ricostruire la storia di un piatto dalle antiche origini, soprattutto nel caso in cui regni ancora indisturbata la confusione persino sul nome da attribuirgli, contaminato com’è dall’imprecisione propria della lingua parlata e dall’uso consuetudinario di alcuni termini piuttosto che di altri.

Ma andiamo per ordine: stiamo innanzi tutto parlando di un tipo di pasta fresca, rustica in quanto fatta a mano e dunque imprecisa, grossolana, la cui bontà sta proprio nella ruvidezza della sua composizione. Le fonti concordano sulle origini povere di questo piatto, realizzato con acqua e farina di grano tenero. Ciò che fa la differenza è però la forma che assume: ecco dunque che dallo stesso impasto nascono molti tipi di pasta, i cui nomi sono spessi confusi a causa di una somiglianza etimologica.

A Spoleto, «Erti de stinarello e fini de cortello»

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Gli stringozzi di Spoleto– chiamati strangozzi a Terni, manfricoli a Orvieto, anguillette nella zona del lago Trasimeno, umbricelli a Perugia per la loro somiglianza con i lombrichi, o ancora brigoli, lombrichelli o ciriole – sono degli spaghetti piuttosto tozzi e grossolani, con una circonferenza di 3-4 millimetri e una lunghezza di circa 25 centimetri, arrotolati a mano sulla spianatoia. Come afferma il detto, nel momento in cui si stende la sfoglia, non bisogna assottigliarla in maniera eccessiva; si starà attenti allo spessore solo in un secondo momento, quando col coltello la si taglierà nel senso della lunghezza.
La cottura degli strangozzi deve avvenire in abbondante acqua, e bisogna star pronti a ripescarli nel momento esatto in cui vengono a galla.Vengono conditi con sughi al ragù, con tartufo, con parmigiano o con le verdure
Senza dubbio, la preparazione più caratteristica è quella che tiene alto il nome di Spoleto – “alla spoletina” appunto – in cui vengono esaltati dal gusto del pomodoro, del prezzemolo e dal peperoncino piccante.

Una bagarre linguistica

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Ciò che è curioso, è che gli strangozzi per questa loro assonanza col verbo “strangolare”-vengano spesso confusi con gli strozzapreti, altra preparazione ottenuta dallo stesso semplice impasto di acqua e farina.

Sebbene i nomi vengano spesso usati in maniera intercambiabile, gli strozzapreti hanno una formato ben diverso dagli strangozzi (e dai loro omologhi): sono più corti e si presentano come delle listarelle di sfoglia arrotolate su sé stesse, la cui forma assomiglia alle stringhe delle scarpe, un tempo fatte di tenace cuoio arricciato.

Qualcuno doveva pur finire per strozzarsi

La leggenda vuole che i rivoltosi anticlericali usassero le suddette stringhe per strangolare, ai tempi del dominio dello Stato Pontificio, gli ecclesiastici di passaggio. Non sembra un’ipotesi troppo remota, se consideriamo la continua lotta dei perugini contro l’ingerenza dello Stato Pontificio: episodi come la Guerra del Sale del 1540 o l’acceso anticlericalismo ottocentesco sfociato nelle Stragi di Perugia, ci fanno ben comprendere lo scarso amore della popolazione verso i prelati. Questi ultimi, infatti, oltre a riscuotere i tributi, erano notoriamente dei golosoni, sempre pronti a scroccare pasti alla povera gente. 

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Un’altra interpretazione vuole che gli strozzapreti fossero così chiamati perché le massaie, costrette a dimezzare le porzioni ai loro cari per fare quella dei prelati, augurassero loro di strozzarsi con quello che mangiavano. Una variante è quella che vede le donne di casa maledire i preti per aver loro sottratto le uova come tributo, costringendole a fare una pasta “povera”, composta solo di acqua e farina.
Un’ulteriore interpretazione – e conferma dello spropositato appetito della Curia – ci è data dal poeta Giuseppe Gioacchino Belli, maestro del vernacolo romanesco:

 

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Nun pòi crede che ppranzo che ccià ffatto  
Quel’accidente de Padron Cammillo.  
Un pranzo, ch’è impossibbile de díllo:  
Ma un pranzo, un pranzo da restacce matto.  
Quello perantro c’ha mmesso er ziggillo  
A ttutto er rimanente de lo ssciatto,  
È stato, guarda a mmé, ttanto de piatto  
De strozzapreti cotti cor zughillo.  
Ma a pproposito cqui de strozzapreti:  
Io nun pozzo capí ppe cche rraggione  
S’abbi da cche strozzino li preti:  
Quanno oggni prete è un sscioto de cristiano  
Da iggnottisse magara in un boccone  
Er zor Pavolo Bbionni sano sano. 

(G.G. Belli, La Scampaggnata) 

 

 

 

Sembra dunque che l’eco degli stomaci affamati dei prelati si fosse propagata fino a Roma: il loro appetito era talmente smisurato da superare persino la difficoltà che la particolare forma degli strozzapreti donava all’atto di mangiarli. Altro che strozzarsi: ci vuole ben altro che una zuppiera di strozzapreti per far passare l’appetito ad un religioso!

Un piatto sostanzioso

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Oggi, sebbene gli strozzapreti vengano prodotti a livello industriale, la lavorazione attuata con una trafila in bronzo li rende ruvidi come quelli fatti in casa, permettendo il completo assorbimento dei condimenti con cui vengono serviti. Tra le sinuosità del suo profilo, infatti, i sughi si depositano e lì restano, donando al palato una piacevole sensazione di consistenza e corposità, così come sono tutte le paste dal sapore antico.