fbpx
Home / Posts Tagged "social"

Lo storico Fabio Alberti (Bevagna 1719- 1803) nel suo libro “Notizie antiche e moderne riguardanti Bevagna città dell’Umbria”, così scriveva nel 1786: «Ed ecco quanto ho saputo porre insieme a memoria de’ posteri rapporto all’antica, e moderna Bevagna. Ne lascierò la cura, ed il pensiero a quei veri, ed illuminati Cittadini, che verranno dopo di me; sperando, che sull’esempio altrui, si animeranno ad impiegare gloriosamente qualche parte dell’anno nel rintracciare, e pubblicare le memorie, ed i fasti della comune Patria.»

Nonna Iside di Bevagna ha raccolto l’invito. Bevanate DOC – così si definisce – nata nel 1939 nel paese del Mercato delle Gaite, casalinga appassionata di cucina (passione trasmessa da sua mamma Ida), dei piatti della tradizione, del suo orto e delle sue galline.

Nonna Iside con le sue preparazioni

Grazie a suo figlio Aristide (in realtà di nome Osiride, ma Bevagna è famosa anche per i suoi nomi che raccontano la storia) e a sua nipote Sara è diventata una star dei social con la sua pagina Facebook La cucina di nonna Iside, raggiungendo in pochissimi anni (tutto è iniziato il 1 aprile 2021, con la prima diretta) 49.000 follower; 101.000 follower sono invece quelli di Instagram e Sara, con i suoi reel è arrivata a coinvolgere circa 15 milioni di persone di tutte le età, giovani e meno giovani.

La sua storia è bellissima. Dopo la morte dell’amato marito Marzio, avvenuta nel 2020 in tempo di Covid, Aristide decise di non lasciare sua madre in preda alla depressione e iniziò a riprenderla mentre preparava e cucinava i piatti tipici della tradizione culinaria bevanate. Nacque così il primo video su Facebook, che mostrava nonna Iside, la figlia Luisa e la nipote Benedetta intente a preparare le tipiche pizze di Pasqua al formaggio fatte rigorosamente a mano e senza l’aiuto di tecnologie moderne. Il video fu un successo. Raggiunse ben 1.029.797 persone, con 619.183 visualizzazioni e 5051 commenti e condivisioni. A distanza di una settimana (il 7 aprile 2021), arrivò la seconda video-ricetta di un altro piatto tipico, la pizza sotto la brace, ricetta bizzarra che solo nonna Iside sa realizzare: anche in questo caso i numeri furono altissimi, ben 1.847.466 persone raggiunte, con 953.615 visualizzazioni e 10.943 reazioni, condivisioni e commenti.

La nipote Sara, studentessa di Scienze della Comunicazione all’Università di Perugia nel corso di Laurea in Comunicazione pubblica, digitale e d’impresa, decide – visto il successo – di prendere in mano la situazione e gestire i social della nonna. Si laurea anche con una tesi magistrale dal titolo: Analisi del fenomeno di Granfluencer: il caso “La cucina di Nonna Iside”, nell’anno accademico 2020/2021. Nel giro di pochi giorni arrivano richieste di collaborazione con i ristoranti e le botteghe del paese; con due giovani cuochi bevanati, Monir Eddardary e Francesco Paccoi, realizza un video che spiega come si fa la polenta. Il 13 aprile 2021 viene aperto il canale YouTube La Cucina di Nonna Iside dove sono inseriti alcuni dei video relativi alle dirette della pagina Facebook.

 

Nonna Iside con le nipoti

 

Dopo essere arrivata sulle reti nazionali (Rai2 e Rai3 Umbria), nel 2022 – nel giorno del Pasta Day – viene eletta come la nonna delle Tagliatelle fatte in casa (il reel realizza 15.000.000 di visualizzazioni). Oggi viene chiamata per cooking show in paesi vicini (come La Sagrantina) e nel cassetto c’è anche la richiesta di Antonella Clerici per la partecipazione al suo programma. Intanto viene raccontata nei quotidiani regionali e riceve telefonate da bambini e da tantissime persone. Il 23 novembre sarà a Firenze, alla Leopolda, tra i semifinalisti degli Italy Ambassador Awards, (premio italiano dedicato ai migliori influencer e content creator di tutto il mondo), in nomination nella categoria Food&Beverage, unica umbra.

Sottolinea, con orgoglio, che lo scopo di tutto è quello di promuovere i piatti della tradizione locale (le ricette sono scritte sui fogli di un ricettario, naturalmente a mano) e della cucina anti-spreco; ma anche di raccontare e dimostrare come si possono ridurre i passaggi che vanno dalla terra alla tavola e di trasmettere alle nuove generazioni le antiche ricette.
Nelle sue dirette racconta e mostra, in dialetto bevanate come preparare i facioli con erba campagnola, i frascarelli con gli asparagi, le roccette di San Niccolò, il pane casareccio o il pancaciato. Il tutto dalla cucina di casa, circondata dalla sua famiglia (tre figli: Aristide, Roberto, Maria Luisa; cinque nipoti: Daniele, Sara, Camilla, Benedetta, Edoardo) e accogliendo talvolta ospiti famosi e non, divulgando loro – senza prepotenza – il suo sapere e diffondendo positività e buonumore. Nel paese del Medioevo e del Mercato delle Gaite sorge spontanea la riflessione su quanto scritto in un suo libro da Massimo Montanari, professore di Storia Medievale e Storia dell’alimentazione all’Università di Bologna e più volte presente a Bevagna: «Il cibo è cultura perché ha inventato e trasformato il mondo. È cultura quando si produce, quando si prepara, quando si consuma. È il frutto della nostra identità e uno strumento per esprimerla e comunicarla.»

 

Nonna Iside che scrive nel suo ricettario

 

Nardi Cesira, poetessa dialettale beanata, le ha dedicato una poesia.

 

Evviva Nonna Iside!

Ha passato li confini der Fossatìllo

e… manco a dìllo,

è rinomata in tutt’er Mónno!

La cara, semprice e umile Nonna Iside

è ormai diventata la più famosa Beanata!

Ma va’!

Nonna Iside, se sveja la matina quannoché canta er gallo,

lìa a tutto penza, como la Pruìdenza!

Stéte tranquilli che Iside ghjà ha preparato l’occorrente

pe’ fa’ dù ova de tajatèlle

e ‘n sughetto co ‘lle pummitorélle.

Con arte e semprice fantasia,sforna ghjornalmente

pane, biscotti, pizze e roccette varie!

Ma… ha parlato con Sanniccolò?

Poèsse ‘nco’!

‘Stu Santo gh’javrà lasciato la farina e la ricetta de ‘lle famose pastarèlle!

E ‘ntanto la TV c’jha piato spizzico a faje le Dirette!

È proprio vero che a Beagne se bée e se magna!

Fra fregnàcce e frittèlle

gnocchi, frascarélli, quadrucci e martajati

la pizza ‘ncénnerata sott’ar foco

nóantre beanati

con Nonna Iside non tremàmo più!

Sémo nati furtunati!

L’influencer perugina è ambasciatrice di Compassion, oltre a essere una donna super attiva, sia nella vita reale sia nei social. È promotrice anche dell’evento che si terrà il 14 ottobre a Perugia: la proiezione del docufilm “Imperdonabile” in cui si racconta il genocidio in Ruanda del 1994.

Oggigiorno siamo circondati da influencer più o meno popolari, più o meno interessanti, tutti intenti a illuminarci la strada della vita. Riuscire però ad andare oltre la semplice apparenza glamour e modaiola, per comunicare e promuovere progetti sociali, o semplicemente per affrontare temi che possono far riflettere chi sta dietro lo schermo dello smartphone, non riesce a tutti, anzi veramente a pochi.
A Ilaria Di Vaio questo riesce, e pure bene. Nei suoi spazi social (blog e profilo Instagram, in cui ha 158.000 follower) va oltre, parla di tutto con chiarezza ed empatia: dal suo ruolo di mamma di tre bambine (Matilde, Adelaide e Dorotea) al rapporto profondo con la fede, da ciò che vive nella quotidianità al suo essere testimonial di Compassion Italia (una onlus internazionale che opera da 70 anni per sostenere i bambini più poveri) fino al promuovere iniziative in cui crede profondamente, come l’evento che si terrà il 14 ottobre (ore 18) alla Sala dei Notari a Perugia. Verrà trasmesso il docufilm Imperdonabile, che racconta il genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994. «L’ho sentito subito mio e invito tutti a vederlo per darsi l’occasione di mettersi in discussione nella propria intimità e analizzare le cose da un punto di vista diverso. La proiezione è gratuita, previa prenotazione». L’etichetta di semplice influencer le va stretta e sfrutta la sua popolarità per parlare di progetti meritevoli e valori in cui crede. Dopotutto… si può influenzare in diversi modi e su diversi argomenti.

 

Ilaria Di Vaio

Ilaria, la prima domanda è di rito: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Che bella domanda! L’Umbria non è solo il cuore verde d’Italia, ma è il mio cuore. Mio padre ha origini campane, mio nonno sarde e mio marito pugliesi, per questo mi considero italiana nel senso più esteso del termine, però l’Umbria mi ha dato i natali. Sono nata ad Assisi, non a caso: mia mamma ci teneva che venissi al mondo nella città più conosciuta della regione. Ho sempre vissuto a Perugia e sono cresciuta con influenze di altre regioni, ma allo stesso tempo con un profondo amore per le mie origini umbre. Ho un rapporto molto intenso e particolare con mia nonna materna che è di Casalalta (una frazione del Comune di Collazzone): mi ha sempre stimolata a vivere la vita contadina e ad avere un rapporto viscerale con la terra. Il mio amore per questa regione si evidenzia anche dal fatto che sono rimasta a vivere qui, sebbene, per il lavoro che faccio, altri luoghi mi avrebbero avvantaggiato.

Perché ha scelto di restare?

Per la pace, i ritmi tranquilli e gli spazi percorribili con facilità, oltre ovviamente per i paesaggi. Io vivo immersa nella campagna, circondata da ulivi e colline, e quando apro gli occhi la mattina vedo la vera Umbria.

Oltre a essere una influencer molto conosciuta è anche ambasciatrice di Compassion Italia: quando è iniziato questo incarico?

Conosco Compassion da quando sono piccola, perché con la mia famiglia abbiamo sempre sostenuto dei bambini a distanza. L’incarico di ambasciatrice è nato due anni fa quando mi sono resa conto di avere qualcosa d’importante in mano e che potevo sfruttare la mia popolarità nel mondo social in modo concreto e significativo. Ho sempre sentito questa responsabilità, anche perché nella vita ho ricevuto molto. Inoltre, non c’è nulla di più bello che essere utili per qualcun altro. Compassion per me è l’occasione per poter donare ed essere utile, sfruttando quello che ho grazie al mio lavoro. È veramente una missione.

 

Ilaria con le figlie Matilde e Adelaide nella Repubblica Dominicana

Questa estate è stata con la sua famiglia nella Repubblica Dominicana come testimonial di Compassion per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla povertà e il disagio sociale dei minori che vivono lì: ci racconta quest’esperienza?

È la prima volta che ne parlo in un’intervista. È stato un viaggio incredibile che mi ha cambiato la vita. Sembra una frase retorica, ma è reale. Sono partita con la consapevolezza che non sarei più tornata uguale a prima; è stato un percorso molto formativo, sia dal punto di vista spirituale sia emotivo e allo stesso tempo anche impegnativo. Siamo stati lì un mese: ho portato con me le mie tre figlie e mia mamma, lo rifarei altre mille volte.

Come mai questa scelta?

Rendo le mie figlie sempre molto partecipi nel mio lavoro, loro sanno quello che faccio e sanno i miei impegni. Devo dire che sono per me delle grandi motivatrici. Inoltre, è giusto che conoscano delle diverse realtà anche distanti e incredibili.

Cosa ha fatto di concreto in quel mese?

La Repubblica Dominicana è tra i primi Paesi nel mondo per il turismo sessuale minorile, oltre alla grande presenza di droga: è un contesto molto pesante. Ci sono però delle piccole isole felici realizzate da Compassion che operano nel territorio: è importante che le persone conoscano queste realtà e si rendano conto che il loro aiuto economico si concretizza portando dei risultati. Nella prima parte del viaggio ho conosciuto altre associazioni e organizzazioni internazionali presenti lì; mentre nella seconda parte, come ambasciatrice, ho girato e utilizzato la mia popolarità per accendere una luce su tutto questo.

Ha in previsione altri viaggi?

Certo, sono solo all’inizio. Fra qualche settimana andrò a Madrid. Il mio compito in Occidente è quello di raccogliere fondi, investitori e far conoscere Compassion e le sue attività.

Possiamo dire che è una influencer social, ma anche molto sociale…

Quella della influencer è solo un’etichetta che banalizza tutto. Ognuno utilizza la propria popolarità in base alle sue peculiarità e ai suoi interessi. Nel mio profilo Instagram e nel mio blog (Crumbs of Life) racconto chi sono in tutte le mie sfaccettature. Quando nel 2018 Il Sole 24 ore mi ha nominato tra le mamme più influenti d’Italia, in qualche modo mi ha attaccato un’etichetta, anche se, ovviamente, mi ha aperto tantissime porte a livello lavorativo. I brand con cui collaboro, ad esempio, sanno bene chi sono e come vivo i social, per questo mi capita spesso anche di rifiutare dei lavori, se non sono in linea con quello in cui credo e con il messaggio che voglio trasmettere.

Per lei le parole sono importanti tanto quanto le azioni e, per questo, come diceva, “usa” la sua popolarità e le sua parole per sensibilizzare e far conoscere temi importanti…

Sì. Non mi tiro mai indietro quando c’è l’occasione di portare valore. Nel mio canale Instagram ho anche una rubrica in cui intervisto persone per me rilevanti e affronto tematiche importanti, proprio per arricchirmi e arricchire gli altri. Il mio profilo è uno spazio comune, un salotto in cui entrare e trovare spazio. Credo che come personaggi popolari abbiamo una responsabilità nei confronti delle persone che ci seguono, è importante proporre qualcosa e spronare a riflettere.

 

È con questo spirito che promuove la proiezione del docufilm “Imperdonabile”, che si terrà il 14 ottobre alla Sala dei Notari di Perugia (ore 18). So che tiene molto a questo evento…

Assolutamente sì, lo sento proprio mio. Sono stati i responsabili di Compassion a parlarmi di questo docufilm, che racconta il genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994. Sarà trasmesso per la prima volta a Perugia, il 14 ottobre. È stato girato da un giovane regista, Giosuè Petrone: l’ho voluto conoscere perché il film mi ha colpito nel profondo e volevo capire da che testa e da che persona fosse partito, questo notevole prodotto. Trae origine da un articolo giornalistico che racconta la storia del percorso di riconciliazione tra due famiglie, di etnia diversa, rispettivamente vittime e carnefici durante il genocidio ruandese. È un invito alla riflessione su alcuni temi di grande attualità e contiene un messaggio potente, rivoluzionario e di grande impatto. Imperdonabile ci aiuta a considerare quanto male si annida perfino nelle parole, oltre che negli atti crudeli e violenti. Ecco perché oltre che denunciare bisogna anche imparare a perdonare e questo documentario evidenzia quanto sia notevole il potere delle parole. Lo sento proprio mio e invito tutti a vederlo per darsi l’occasione di mettersi in discussione nella propria intimità e analizzare le cose da un punto di vista diverso.

È mamma di tre bambine, su Instagram e sul blog Crumbs of Life parla di loro e racconta la “vita da mamma”: c’è un consiglio che vuol dare alle neo o future mamme? 

Nessuno nasce preparato per questo ruolo. Quello che posso consigliare è – se abbiamo la grazia di ricevere questo dono – di affrontarlo con tranquillità, giorno per giorno. Non ha senso riempirsi di paure. È sicuramente un viaggio complesso che può provarti e toglierti le forze – ciò è indiscutibile – ma dopotutto le cose più belle della vita prevedono sacrificio. Nel mio libro Ho bisogno di amare scrivo proprio che: «sacrificare significa rendere sacro». Noi abbiamo un’accezione negativa di questo termine, in realtà vuol dire prendere qualcosa di sé e renderla sacra. Essere mamma è un lavoro costante anche su sé stessi ed è un’occasione per migliorarsi; tutto questo impegno però viene ripagato con un amore sconfinato, probabilmente molte volte anche immeritato. È un’avventura bellissima che va vissuta serenamente con la consapevolezza che non è scontata, e per questo va apprezzata nonostante la fatica. Noi mamme ne usciamo sicuramente migliori.

Non crede che oggi siamo un po’ invasi da “mamme social”?

Non posso dire se sono troppe o poche, ognuno cerca la sua strada o ne crea un lavoro. Oramai i social sono a disposizione di tutti, ed è giusto così. La differenza però la fa il motivo per il quale si realizza una determinata cosa e qual è il messaggio che si vuol trasmettere. Se tutto è solo legato alla pubblicità e ai brand, non resisti, e col tempo sparisci. La differenza – che cerco di fare io – non è tanto nell’essere mamma, ma nel messaggio che trasmetto.

Spesso si discute dell’esposizione dei figli nei social media: per lei è non certo un problema…

Le mie figlie sono consapevoli di quello che faccio e le coinvolgo quotidianamente in ciò di cui mi occupo. Sanno che ho un lavoro che mi dà visibilità, che mi fa riconoscere per strada. Inoltre, mio marito è un avvocato esperto di proprietà intellettuale, per questo siamo ancora più tutelate. Forse un giorno mi rimprovereranno di questo, ma come di tante altre scelte che ora faccio per loro. La cosa fondamentale – ribadisco – è di come si utilizzano i social.

 

Ilaria con le figlie Adelaide, Dorotea e Matilde

È decisamente multitasking: quante ore hanno le sue giornate?

Per sfruttare la giornata al meglio mi sveglio molto presto, verso le 5.45-6. In questo modo riesco a ritagliarmi del tempo per me stessa: leggo, faccio gli esercizi di logopedia e inizio la giornata. Ho anche ridotto al minimo il tempo che passo al telefono e mi organizzo per incastrare tutto. Cerco di ritagliarmi del tempo anche per me e andare in palestra, è un modo per scaricarmi.

C’è qualcosa di Ilaria che in pochi conoscono?

Il rapporto che ho con mia mamma. Vado sempre da lei quando ho bisogno di avere dei consigli, la sua opinione conta molto. Poi c’è la mia fede, che è qualcosa di profondamente intimo, ma di cui parlo tranquillamente anche nei miei canali.

Di cosa non potrebbe mai fare a meno?

Come dice mia nonna: «Uscire di casa senza rossetto è come uscire senza mutande!» (ride)

Lei è la sorella maggiore di Mariano Di Vaio, un influencer molto popolare: questo l’ha aiutata nel suo lavoro o in qualche modo l’ha ostacolata?  

So chi è mio fratello e quanto si è impegnato per arrivare dov’è. Siamo stati cresciuti come dei soldatini, ligi alle regole e all’impegno. Ovviamente il cognome ha un richiamo che non mi ha certo ostacolato, ma nemmeno aiutato come si potrebbe pensare. Sono molto orgogliosa di lui e degli obiettivi che ha raggiunto e per me è solo motivo di vanto essere accostata a Mariano.

C’è stato mai un momento in cui ha pensato di abbandonare i social?

Lo scorso anno mi hanno hackerato il profilo Instagram per la terza volta e con mio marito ci siamo detti: «Forse deve andare così! Farò altro».

Per concludere, come descriverebbe l’Umbria in tre parole?        

Lussureggiante, tranquilla, a misura di persona.

«In un mese vengono sfogliate oltre 2 milioni di pagine del sito. Siamo diventati un prodotto editoriale a tutti gli effetti».

Marco Weiss

Il nome Marco Weiss non vi dirà molto, ma se vi dico Mentire di fronte alle spunte blu, sapete di cosa sto parlando – o quantomeno molti di voi lo sanno. Il trentunenne perugino ha creato nel 2014 questa pagina Facebook che pubblica chat divertenti – anche con un piccolo risvolto sociale – inviate direttamente dagli utenti e oggi conta quasi 2 milioni di follower tra Instagram e Facebook. Un’idea nata per caso che è diventata col tempo un prodotto editoriale e un vero lavoro per Marco: «All’inizio ero solo, oggi ho 15 persone che mi aiutano a scegliere tra i migliaia di screenshot che ogni giorno arrivano».

Che cos’è, per chi non lo sapesse, Mentire di fronte alle spunte blu?

È una pagina Facebook collegata a un sito web (SpunteBlu.it) in cui raccontiamo storie – anticipate da una descrizione – che provengono da chat di Whatsapp, Instagram Messenger e Telegram. Oggi tutti usano questi social e spesso si creano racconti a puntate molto divertenti che la gente legge in pochi minuti.

Quando è nata questa pagina?

Nel 2014. All’epoca studiavo psicologia all’università e mi ero accorto che su Facebook nascevano tantissime pagine. Più o meno sempre in quel periodo Whatsapp cambiò le spunte da verdi a blu, questo provocò il panico tra gli utenti; da quel momento era visibile se un messaggio venisse visualizzato o meno. Da qui l’idea di creare – con un gioco di parole – Mentire di fronte alle spunte blu, ispirato anche da un mio amico che non voleva far sapere alla fidanzata che aveva visualizzato un suo messaggio. Io gli consigliai di mentire, da qui il nome! Nel primo giorno di vita siamo arrivati a 20.000 follower. Oggi abbiamo oltre 1.200.000 mila follower su Facebook e 400.000 su Instagram.

Com’è esploso il tutto?

In quel momento Facebook spingeva molto sugli eventi: per lanciare la pagina ho creato un evento divertente che in un giorno ha raccolto 200.000 partecipanti. Da qui ho portato avanti l’idea che alla fine ha funzionato.

Quali sono le chat che hanno più successo?

Sicuramente quella che ha lanciato la pagina è stata la storia di Luca e Cristina. La coppia si era lasciata, ma lei stalkerava il fidanzato con messaggi tragicomici e appostamenti sotto casa. Lui me li ha mandati, li ho pubblicati e in due settimane i follower sono diventati 600.000. Un successo! Siamo finiti nella trasmissione radio Lo zoo di 105 e mi hanno contattato Le Iene. Questo mi ha fatto capire dove poteva arrivare questa pagina, fino a quel momento non lo avevo ben chiaro neanche io.

C’è un argomento che attira di più?

Ovviamente le storie d’amore, fidanzate o fidanzati che litigano, che si lasciano e si insultano, anche se adesso bisogna stare molto attenti con gli argomenti di odio sui social. Però, avendo il sito, i nostri utenti cliccano il link ed entrano, in questo modo siamo un po’ più liberi, anche se Google – col quale abbiamo una collaborazione per la pubblicità – mette delle limitazioni. Ma non sono solo le storie d’amore ad attirare.

 

Al cuor non si comanda  Uno psicogramma che arriva direttamente da Perugia

Quali altre?

Quelle su argomenti più sociali. Durante il lockdown tutto si era spostato sulle chat, dove avvenivano addirittura colloqui di lavoro o richieste di informazioni su un particolare annuncio lavorativo: le risposte erano allucinanti e portavano alla luce problematiche reali come la retribuzione di 2,50 euro all’ora per un lavoro. Siamo diventati così una testimonianza diretta dei problemi attuali della società.

Ci sono stati mai messaggi che hai dovuto censurare?

Sì. A volte arrivano chat di gente che si insulta pesantemente e quindi non possono essere pubblicate.

Spiegaci come avviene la scelta…

Facciamo una selezione, perché arrivano ogni giorno 200-300 chat. Inizialmente ero solo, oggi siamo 15 a fare questo lavoro. Selezioniamo gli screenshot migliori, chiediamo una breve descrizione e censuriamo i dati sensibili, dopo aver chiesto l’autorizzazione alla pubblicazione. In un giorno riusciamo a pubblicare una decina di storie, sia su Facebook che su Instagram.

Ovviamente solo uno dei due interlocutori è a conoscenza della pubblicazione?

Sì. Dall’altra parte c’è sempre una persona all’oscuro di tutto, che diventa una vittima incosapevole, per questo censuriamo cognomi, nomi, vie e tutti i dati sensibili.

Hai mai avuto problemi?

Una volta ho avuto una sfiga tremenda, perché avevo pubblicato la chat tra due avvocati, ho rischiato tantissimo ho eliminato subito tutto perché la vittima si era accorta e mi aveva minacciato in tutti i modi. Gli avvocati che ci seguono sono sempre sull’attenti e pronti a intervenire (ride).

Dall’Umbria arrivano screenshot?  

Qualcosa è arrivato: mi ricordo di una coppia che si era vista al parcheggio del Quasar a litigare, ma la chat era tutta in dialetto perugino e l’ho eliminata perché era anche piena di insulti pesanti e bestemmie.

Pensi che ci sarà un’evoluzione, un cambiamento dei social?

Veniamo da un decennio decisamente social e non so dove si andrà, tutto cambia così velocemente. Sicuramente la cosa positiva è che si stanno creando dei competitor, internet ormai è in mano quasi esclusivamente a Facebook, già la presenza di TikTok è un passo in avanti. Noi ci limitiamo a conoscere come funzionano i social solo in Italia, ma ci sono altre realtà: in Germania ad esempio Facebook è praticamente morto, in Inghilterra si usa molto Snapchat e poi c’è Twitter che va molto di moda all’estero e meno da noi. Quindi è molto difficile capire come si evolveranno e quali saranno i prossimi cambiamenti. I diversi paesi si comportano in modo diverso.

Sono previste novità nella pagina?

C’è in progetto la realizzazione di video o piccoli cortometraggi tratti dai testi delle chat. È un’idea iniziata due anni fa ma la pandemia l’ha bloccata. Abbiamo poi – da più di un anno – una collaborazione con la pagina Commenti Memorabili, e anche con un’agenzia pubblicitaria di Milano. Il sito è diventato un prodotto editoriale a tutti gli effetti con un milione di utenti al mese e 30/40 milioni di pagine visualizzate sempre in un mese. Siamo in crescita e per me è diventato un vero e proprio lavoro.

Ora ce lo puoi confessare: tu menti di fronte alle spunte blu?

Assolutamente no, altrimenti rischierei di finire su Mentire di fronte alle spunte blu (ride).

«Un articolo di Lercio – per quanto assurdo – è basato sulla verità, su una notizia reale. Siamo un sito di satira, non di fake news. I nostri articoli sono grotteschi, ma con un contenuto di verità».

Ma è Lercio!? Sì. È proprio Lercio. Sono proprio loro a chiacchierare con noi. Per la precisione è Augusto Rasori, presidente di Lercio, che con Vittorio Lattanzi, domenica (ore 21.30) sarà ospite al Festival delle Corrispondenze a Monte del Lago (Magione).
Lercio.it è nato come blog personale di Michele Incollu nell’ottobre 2012, poi è diventato un blog collettivo occupato dai ragazzi di Acido Lattico, ex frequentatori della palestra di Daniele Luttazzi. Oggi ha un pubblico di quasi 3 milioni di persone ed è un vero e proprio organo di informazione che produce fictional news, e da oltre due anni promuove la satira su temi come politica, sesso, morte e religione, e irride il cattivo giornalismo. Vi confesso di aver riso molto durante l’intervista, ma anche di aver ricevuto una lezione di giornalismo… ogni tanto fa bene rispolverare certi concetti anche –  ma non solo – per chi fa questo lavoro.

La prima domanda è legata al nome: perché Lercio? Ho letto che è uno sberleffo a Leggo

Michele Incollu – fondatore di Lercio.it nel 2012 – voleva prendere in giro i titoli del free press Leggo e provare a scriverne ancora di più assurdi: così è nato il gioco di parole Lercio. In questi 8 anni di attività ci siamo accorti che anche testate più autorevoli spesso scrivono titoli assurdi per catturare l’attenzione del lettore, cadendo nel ridicolo. Noi alla fine siamo più onesti: un lettore che visita il nostro sito sa che trova delle fandonie, nella stampa tradizionale invece si leggono a volte notizie assurde spacciate per reali.

Vi sarà capitato che una vostra notizia sia stata presa per reale.

Durante il governo Letta pubblicammo un titolo che sosteneva che il governo aveva introdotto il bollo auto anche sulle carrozzine dei disabili. Ovviamente l’articolo presentava al suo interno situazioni assurde, ad esempio le donne sotto i 150 centimetri che pesavano più di 100 kg dovevano pagare la tassa di circolazione perché erano paragonabili a mini SUV. A, poi, era contrario Nichi Vendola perché non riusciva a pronunciale la parola carrozzella. Beh, questa notizia è stata presa per vera, è dovuta intervenire l’INPS per smentire la cosa. Persino un politico di destra l’aveva condivisa per attaccare il governo.

D’altro canto, ci sono notizie reali che sembrano scritte da voi.

Ce ne sono tantissime. Nel nostro spettacolo – e nel libro – c’è una parte dedicata al quiz, dove facciamo indovinare al pubblico se la notizia e vera o è nostra. Ce ne sono alcune clamorose…

Il primo titolo reale ma assurdo che le viene in mente…

“Urla: Finocchio, mettila fuori! e viene espulso”. Solo che Finocchio era il cognome del compagno di squadra. Ad esempio, nella pagina social Ah ma non è Lercio – che non ha nulla che a fare con noi – vengono pubblicati proprio titoli assurdi e reali, scritti da giornali veri.

 

La redazione di Lercio

Vi leggono quasi 3 milioni di persone, contando i tre social principali (Facebook, Twitter e Instagram). Sentite una certa responsabilità?

Sì, molto. Inoltre da qualche anno veniamo invitati in contesti di un certo livello, in festival culturali o a tenere lezioni sulle fake news nelle università. Ciò ci ha fatto capire che abbiamo delle responsabilità e un ruolo, per questo stiamo molto attenti a ciò che pubblichiamo. Lercio è figlio della lezione di Daniele Luttazzi e lui inizialmente ci ha fornito delle dritte su come fare satira corretta.

Che vi ha suggerito?

Che l’obiettivo della satira deve essere ben chiaro: è il potere che va sbeffeggiato, non chi sta sotto. La satira deve andare dal basso verso l’alto, altrimenti diventa propaganda a favore di chi governa. Per questo stiamo molto attenti e sentiamo la responsabilità verso i nostri lettori. Evitiamo accuratamente di fare battute sulle fake news che circolano in rete.

Fate una verifica della notizia, come dovrebbe fare qualsiasi giornale…

Esatto. Perché un articolo di Lercio – per quanto assurdo – è basato sulla verità, su una notizia reale. Siamo un sito di satira, non di notizie false. Mentre la bufala è una balla confezionata ad arte e fatta passare per vera, i nostri articoli sono dei racconti grotteschi ma ispirati a fatti reali. Ci piace quando ci viene riconosciuta questa purezza. Il nostro obiettivo è quello di essere sempre onesti: come quando vai a Las Vegas, sai che è tutto finto e che perderai soldi, però ci vai ugualmente per divertirti. Lercio.it oramai è riconoscibile, sai quello che trovi al suo interno.

Siete anche entrati nei modi di dire. “Ma è Lercio?” si usa ormai per identificare una news strana…

Sì, è vero. Stiamo pungolando l’Accademia della Crusca per far entrare nel vocabolario la parola lerciata.

Andiamo un po’ dietro le quinte: come avviene l’invenzione di un articolo?

Abbiamo una redazione virtuale di 23 persone. Mensilmente proponiamo le nostre idee e valutiamo se ci sono titoli che possono essere sviluppati in articoli. Inizialmente si scrivevano solo battute secche e sintetiche, ora se la news lo consente la sviluppiamo, scrivendo un articolo vero e proprio. Ogni giorno pubblichiamo tre titoli inediti più degli story, cioè titoli più vecchi ma che per quel giorno sono pertinenti perché se ne parla. Ad esempio in questi giorni abbiamo ripescato titoli su Flavio Briatore e la Ferrari.

C’è un modo per combattere le fake news?

Se una notizia suona troppo assurda per essere vera, spesso non è vera. Il consiglio è quello di leggere tutti i giornali, anche quelli meno simpatici. La stampa reale ha una responsabilità: se scrive fake news ci sono delle conseguenze, delle smentite e il lettore ha una redazione fisica a cui rivolgersi. Trovo assurdo che spesso la gente dica che i giornali mentono perché un meme su Facebook dice il contrario…

“L’ho letto su Facebook” ora va per la maggiore…

Esatto. Una volta si diceva “L’ha detto la televisione”, poi “L’ho letto su internet”, ora c’è Facebook. Comunque, la pluralità di lettura dei giornali serve anche per verificare la realtà della news: se una notizia viene riportata da un solo sito, è probabile che sia falsa ma rischia comunque di propagarsi e nessuno se ne accorge. Leggere è fondamentale per farsi gli anticorpi e non cadere nelle trappole.

In Italia si fa ancora satira?

In TV è quasi scomparsa. Forse gli ultimi rimasti sono Maurizio Crozza – anche se le sue sono più imitazioni – e Propaganda Live, che ha il suo punto più alto di satira con il cartoon di Makkox che non fa sempre ridere, anzi, spesso è un pugno allo stomaco. Erroneamente si pensa che la satira debba far ridere, invece spesso non lo fa. Noi siamo stati ospiti al programma Stati Generali di Serena Dandini, ma in televisione di satira ce n’è sempre meno: oggi tutto è talmente masticato velocemente che anche i fratelli Guzzanti – penso – facciano fatica a trovare la chiave giusta per esprimere il loro malcontento e quindi a fare satira.

A voi piacerebbe avere un programma TV tutto vostro?

A me piacerebbe tantissimo. In radio abbiamo già avuto delle partecipazioni e anche in TV, ma un programma completo sarebbe un sogno. Un lavoro enorme ma bellissimo. Chissà, con le possibilità del web potrebbe essere una strada da esplorare.

Qualcuno si è mai offeso per ciò che avete scritto?

Un sindaco della Lega se l’è presa tantissimo per un articolo dal titolo: “Sindaco leghista rimuove gli orologi con i numeri arabi dalle scuole” e avevamo usato il nome di un paese reale del Veneto. Chi si sarebbe mai immaginato che nel Veneto ci fossero dei paesi leghisti?! (ride!). Il Sindaco ci scrisse: “Vi invito a rimuovere il nome del paese…”. Invece, un personaggio che si è molto offeso è stato Massimo Boldi. Avevamo scritto: “Non riesco più a scoreggiare. Finita la carriera di Boldi”. Il giorno dopo su Twitter ci ha bloccato e lo aveva pure scritto in un post. Ci è crollato un mito, l’ha presa malissimo!

Una lerciata sull’Umbria l’avete mai pubblicata?

Io ho origini marchigiane, non vorrei aumentare la rivalità (ride!). Battute a parte, mi ricordo di aver scritto una notizia su Perugia quando imperava la polemica sulle grandi navi: “Nave da crociera s’incaglia alla periferia di Perugia” e c’è stata gente che ha commentato dicendo: “Basta, è una vergogna!”. In questo modo ti rendi conto che ci sono persone che non sanno nemmeno dov’è l’Umbria. Assurdo. Di recente, dopo la legge sull’ospedalizzazione dell’aborto, abbiamo scritto: “Umbra si reca in ospedale per abortire, ma le ingessano una gamba”, mentre dopo la vittoria della Lega la lerciata fu: “Salvini dichiara: ridurremo subito il tasso di omicidi in Don Matteo”.

Domenica sarete ospiti al Festival delle Corrispondenze: di cosa parlerete?

Di preciso ancora non lo so. Stiamo rinfrescando il nostro live e sicuramente al Festival porteremo una sua versione aggiornata post Covid. Ci saranno i nostri TG, leggeremo i commenti che riceviamo, le nostre notizie prese per vere e le varie rubriche come il quiz e l’oroscopo. Saremo io e Vittorio Lattanzi, un altro redattore.

Oggi i post possono essere considerati una corrispondenza moderna?

Sì, ma un tempo uno scriveva una lettera che poi poteva essere pubblicata o meno. Oggi invece tutto si pubblica istantaneamente senza filtri e spesso viene fatto solo per sputare odio. Trent’anni fa le banalità sul governo, sulle mascherine e altro, magari venivano dette al bar e tutto si chiudeva con una pacca sulla spalla e con: “Dai, fatti un altro grappino che poi ti porto a casa!” Oggi invece nascono gruppi sui social per divulgare menzogne ed è impossibile farglielo capire! La vita è troppo breve per passarla a spiegare a questi soggetti l’errore che fanno.

«A livello culturale e musicale, secondo me, l’Umbria è una delle regioni più avanzate in Italia».

Il pianista umbro Giovanni Guidi, pupillo di Enrico Rava, è tra i più apprezzati jazzisti europei under 40. Folignate D.O.C., in questo periodo di quarantena forzata utilizza il web e i suoi canali social per allietare il pubblico: dal sito del musicista è possibile seguire, al costo di un caffè, i suoi concerti originali e inediti. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui, per scoprire il suo talento e il suo attaccamento all’Umbria, ma soprattutto i suoi nuovi progetti online. «Per chi fa il mio lavoro l’interazione con chi ascolta non può essere sostituita da niente e per questo non vedo l’ora di poter tornare a suonare. Ma, visto il momento, la rete rappresenta l’unica soluzione per poter continuare a lavorare. Ho deciso di strutturare la mia attività sul web in modo da rendere la fruizione qualitativamente migliore, offrendo contenuti esclusivi a chi vorrà seguirmi».

 

Giovanni Guidi, foto di Roberto Cifarelli

La prima domanda è d’obbligo: Giovanni qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nato a Foligno. Sono umbro di nascita e penso che non ci sia legame più forte di questo.

Quando ha iniziato a suonare il piano?

Ho iniziato intorno agli 8-9 anni, senza un particolare motivo, solo per curiosità e perché mi piaceva questo strumento.

Perché il piano e non un altro strumento?

Volendo fare una battuta, perché quando si va in tour il pianoforte è uno strumento che non ti devi portare dietro, quindi è molto meno faticoso di altri. Per la mia pigrizia è perfetto.

Quanto è stato importante l’incontro con Enrico Rava?

Un incontro fondamentale. Mi ha notato mentre frequentavo i seminari estivi di Siena Jazz: mi ha inserito nel gruppo Rava Under 21, trasformatosi in seguito in Rava New Generation.

Il suo impegno sociale è molto forte: a livello culturale e soprattutto musicale, cosa manca in Umbria, cosa funziona e cosa andrebbe migliorato?

A livello culturale e musicale l’Umbria, secondo me, è una delle regioni più avanzate in Italia. Non dimentichiamo che vanta due dei più importanti Festival del Paese (Umbria Jazz e il Festival dei Due Mondi), oltre a tantissime altre iniziative importanti. Se dovessi dire, dovremmo forse migliorare e adeguarci sempre di più alla contemporaneità.

Un’orchestra sinfonica, ad esempio, se la meriterebbe…

Sì, penso proprio di sì.

I lavoratori dello spettacolo sono tra i più colpiti dal lockdown: cosa servirebbe per un’immediata ripartenza del settore?

Purtroppo dobbiamo essere consapevoli che, per come stanno adesso le cose, una ripartenza del settore così come lo abbiamo conosciuto fino a pochi mesi fa, è impensabile. Dobbiamo prenderne atto e capire tutti insieme come affrontare questa sfida nel migliore dei modi.

I social ora sono diventati il nuovo palco e lei ne fa largo uso: lo faceva anche prima della pandemia?

Sì. Uso da sempre i miei canali social per condividere la mia musica, le mie idee e riflessioni. Negli anni si è creata una bella e nutrita comunità con cui ho il piacere di confrontarmi e che mi supporta nelle mie attività. Recentemente, poi, ho promosso un vero e proprio Digital Tour, suonando in diretta streaming su Facebook – gratuitamente – dalle pagine dei festival e dei club in cui avrei dovuto tenere dei concerti in questo periodo. Il progetto è andato molto bene e mi ha convinto a proseguire in questa direzione anche nei prossimi mesi, almeno finché non si potrà tornare a suonare dal vivo.

 

Se potesse sognare: con chi le piacerebbe duettare?

Senza dubbio Paul McCartney.

Se l’Umbria fosse una melodia, una canzone, quale sarebbe?

Semo gente de Foligno!

Quali sono i suoi progetti futuri?

Da pochi giorni sono partito con due nuovi progetti digitali. Sulla piattaforma Patreon (www.patreon.com/GiovanniGuidiJazz) sottoscrivendo un piccolo abbonamento, è possibile avere accesso a tanti contenuti originali ed esclusivi pubblicati periodicamente. Brani registrati, concerti in streaming, guide all’ascolto. E su youtube si può seguire una rassegna tematica di quattro concerti originali ispirati ai colori, che si possono vedere con una piccola donazione. Per chi volesse, nel mio sito e nei miei canali social ci sono tutte le informazioni utili per seguire la mia attività concertistica anche in questo periodo così particolare (sito: giovanniguidi.it/digital-tour/ e canali social www.facebook.com/GiovanniGuidiJazz/).

Per finire: come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

L’associazione più immediata: cuore verde d’Italia.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Mamma e papà, che sono umbri e mi hanno fatto umbro.

«Ero un’anima in pena e non sapevo che fare della mia vita, poi è arrivato Dio e mi ha aperto il mondo social, come un vero miracolo».

Nei giorni scorsi ho avuto una (video)chiamata da Dio. Non è una cosa da tutti i giorni, ma ero pronta, mi ero persino truccata. Era più di un mese che non lo facevo! Dio, alias Alessandro Paolocci da Foligno, ha oltre un milione di follower tra Facebook, Twitter e Instagram e chi frequenta i social non può non conoscerlo. Creare questo profilo gli ha cambiato la vita ed è stata come una vera chiamata, un segno che gli ha aperto orizzonti e possibilità. La nostra chiacchierata – al limite tra il serio e l’ironico, tra il sacro e il profano – inizia con una mia incertezza che prontamente chiarisco: «Come la devo chiamare: Dio, Altissimo, Divino o Alessandro?», «Dio va benissimo». Avvertenza per il lettore: a volte risponderà Alessandro, a volte Dio. La differenza è molto sottile.

 

Alessandro Paolucci

Lei più che il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe è il Dio di Facebook, Twitter e Instagram: come si fa a diventare così popolari sui social?

Dopo aver ho creato il profilo social di Dio, ho visto che ci hanno provato anche altri – con altre figure religiose – ma non hanno avuto lo stesso ritorno di pubblico. Forse, a differenza di me hanno una vita e ci passano meno tempo, oppure hanno sbagliato il momento. Ho aperto il profilo Twitter nel 2011, Facebook 2013 e Instagram un anno dopo: erano gli anni del boom dei social e gli algoritmi erano più generosi, oggi non sarebbe così facile. Inoltre è stata una vera novità, ancora non esistevano profili simili.

Mi perdoni il gioco di parole: com’è nata l’idea di creare Dio?

Era il 2011 ed ero disoccupato. La realtà non andava benissimo, mentre sui social tutto era perfetto. Avevo visto che c’era il profilo Twitter del Papa, ovviamente era finto – ancora il Papa vero non aveva aperto il suo. Ho pensato, spariamola grossa e creiamo il profilo di Dio. A quel punto dovevo farmi seguire e farmi leggere, così mi sono messo a ricercare tutti i tweet che parlavano di Dio e sono andato a rispondere a tutti. Questa cosa, apparentemente scema, ha dato il via e nel giro di poche ore ho ricevuto tanti messaggi di gente esaltata perché gli aveva risposto Dio. (ride!) All’epoca non avevo capito il potenziale, ma era un gioco divertente e ho continuato a farlo.

Siamo oramai a Pasqua… come affronta questi giorni, anche in virtù della situazione che si sta vivendo?

La mia vita è cambiata poco, anche prima stavo sempre al computer e al telefono. Abbiamo superato un mese e la situazione comincia un po’ a pesare.

Vuol dire qualcosa a tutti i suoi fedeli?

La Pasqua quest’anno si fa in casa, non andate a trovare i nonni, compratevi l’uovo di Pasqua da soli e la benedizione va benissimo anche in streaming. Il Papa e le chiese si sono organizzati per trasmettere le messe, non serve riaprire le chiese: sono oltre 2.000 anni che la preghiera viene fatta a distanza e ha sempre funzionato bene.

Nel mondo social le fake news sono il male di questo periodo…

È un periodo meraviglioso, ogni giorno ce n’è una. Non gli si sta dietro. In questi giorni va di moda quella sul 5G e non sono gli italiani quelli che più ci stanno cascando, ma gli inglesi che hanno iniziato a bruciare le antenne 5G. I complottisti inglesi sono più avanti di quelli italiani, non è da sottovalutare.

 

Io che ascolto la parola di Dio!

Alessandro Paolucci è la mano materiale di Dio in qualche modo: chi ha scelto chi?

Alessandro è l’incarnazione. Le religioni sono così, ogni tanto le divinità si reincarnano in un corpo. Certo potevano scegliere meglio. Comunque, è stato lui a scegliere me, io nella vita volevo fare l’insegnante e invece sono diventato Dio. Capita! (ride!)

È laureato in Filosofia, forse la scelta non è stata poi così casuale?

Dopo aver studiato per anni i pensieri su come nei secoli veniva immaginato Dio, in effetti si è più preparati. Dopotutto Dio, nella scelta delle risorse umane è sempre stato bravo.

Alessandro è umbro: anche la scelta dell’Umbria non è casuale?

L’Umbria è una regione santa. Prendere uno di Roma sarebbe stato banale, quindi Dio ha pensato: Prendiamo uno di Foligno, che non c’entra nulla… nemmeno di Assisi (anche in questo caso sarebbe stato banale), ma di Foligno. Prevedo poi un boom turistico ad Assisi, in quel caso Foligno verrà spianata e ne diventerà il parcheggio.

Cosa farebbe Dio se potesse fare un miracolo per l’Umbria?

Ci porterei il mare.

Dalle Marche o dalla Toscana?

Dalle Marche, che verranno completamente sommerse. A qualcosa, purtroppo, bisogna rinunciare. Rinunciamo alle Marche.

Da poco è uscito il suo libro Cercasi Dio, punta a raggiungere le copie che ha venduto col primo, quello che tutti noi – più o meno – conosciamo?

È presto per dirlo, è uscito da pochi mesi.

Di cosa parla?

È un romanzo, un po’ autobiografico, un po’ inventato. La vita vera è poco avventurosa, quindi l’ho farcita con la fantasia. È una storia dedicata ai giovani nati negli anni Ottanta, quelli che sono stati cresciuti con l’idea che sarebbe andato tutto bene e invece no, è andata diversamente. Non è che abbiamo avuto una vita difficile, ma ci avevano talmente illuso che la disillusione è stata pesante e siamo ancora provati. Io stesso devo dire che, in un periodo difficile della mia vita, Dio mi ha salvato. Aprire questo profilo mi ha aperto una strada che mai avrei immaginato. Tutto questo viene raccontato nel libro. C’è anche mia mamma, che è una coprotagonista involontaria.

Quindi possiamo dire che il tocco divino c’è stato davvero…

Sì. È stata un’esperienza mistica, tipo San Paolo. Ero un’anima in pena e non sapevo che fare della mia vita, poi è arrivato Dio e mi ha aperto il mondo social, come un vero miracolo.

In concreto cosa è successo?

Ad esempio, mi contattano aziende per tenere corsi sui social network, perché vedono che la mia pagina cresce, ha successo e quindi vogliono sapere i tutti segreti. Mi pagano per questo. Ho lavorato a Milano in aziende dove non sono entrato per il mio curriculum, ma perché ero Dio. Volevano Dio in azienda. Una cosa incredibile!

Alessandro è credente?

Credo in me stesso.

Per finire faccia un augurio ai suoi fedeli… e anche a chi non è proprio un suo fan.

Più che un augurio ci vuole un incoraggiamento. Gli economisti dicono che ci sarà la ripresa dopo il grande crollo. È sempre stato così e così sarà. Bisogna però fare dei cambiamenti, basta essere solo più igienici e più responsabili dei nostri germi. Non è difficile, sono cose che la mamma ci insegna a 5 anni… ce la possiamo fare!