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«Il dialetto non si salva solo con le poesie, le commedie e i festival. Si tramanda anche infilandolo nel discorso, come un cetriolino in un panino. È un po’ snob, lo ammetto. Ma mica possiamo parlare tutti inglese». Beppe Severgnini

Con la quarta puntata di #Di(a)lettiamoci – il tour che vi porta alla scoperta dei dialetti umbri – ci spostiamo a Foligno: città in cui il patriottismo locale regna sovrano, dove non amano particolarmente Perugia – vorrebbero avere una provincia tutta loro – e dove l’attaccamento al territorio e il dialetto sono molto sentiti. Dopotutto sono sempre lu centru de lu munnu!
Giovanni Ruiu folignate D.O.C. che fa parte della redazione della rivista Stuzzicadenti  – che racconta il territorio e le storie di Foligno – senza pensarci troppo, ha scritto l’articolo e me lo ha inviato bell’e pronto: «Pur di non farci mettere mano a una perugina, hai fatto tutto tu!» ho esclamato. «Dovrei dire che non è così, però un pochetto sì, via!». Quindi vi lascio condurre da Giovanni alla scoperta del dialetto folignate, delle sue parole e dell’essenza di Foligno.

Facemo a capisse…

Giovanni Ruiu

Semo jente de Fulignu, semo fatti cuscì: queste le parole cantate da Massimo Bagnato di cui ogni folignate un po’ si risente, sia quelli che non je sta vene (non gli sta bene) – la j la mettemo dappertutto – sia a quelli che je sta vene (gli sta bene). Perché semo fatti realmente cuscì, un po’ incazzosi e un po’ rompi scatole, ma tanto socievoli. Il patriottismo folignate ci contraddistingue, basta chiedere anche a un solo vecchietto che trovi in piazza da dove viene e lui ti risponderà da Fulignu, al massimo forse dalla zona de appartenenza. Eh già perché, noi ce litigamo le zone, Prato Smeraldo e Sportella Marini se possono vedé poco, Cave e Maceratola non so stati mai troppo amici, li Vurruni – un paesino che si chiama Borroni – e limitrofi non ne parliamo.
Comunque, in qualsiasi zona tu ti trovi, sentirai le parole finire sempre e solo con una lettera: la U, infatti, approposito de esse incazzusu, basta pocu pe pià focu.

Né capoluogo né marchigiani

E quello che non sopportiamo più di tutto è quando i nostri meriti li associano agli altri: perché non ci nascondiamo dietro a un dito, a noi il capoluogo non ci piace, non ce la facemo a sentì parlà co ‘n gatto nta la vocca – la B e la V per noi sono uguali – i folignati pensano che i perugini parlano con un gatto in bocca, il famoso donca.
E quando ci dicono di essere simili ai marchiciani (marchigiani) io vorrei far notare questo: la storia insegna che il popolo degli Umbri insediò i territori dall’attuale Lazio, arrivando a Foligno e dirigendosi verso il mare, quindi diciamo la verità, non semo noi quelli fori luogo, ecco. E se questa può sembrare una magra consolazione, pacenza (pazienza) a noi ce basta, e come se dice da noi, chi spizzica non digiuna (meglio poco che niente, l’importante è accontentarsi).

 

La cattedrale di San Feliciano. Foto di Enrico Mezzasoma

Velli e impossibili

E non posso non dedicare due parole ai paesetti de montagna, perché so il nostro collegamento al mare, il nostro motore agricolo, l’origine delle parole più strane, e poi perché me sentirei rinfaccià la frase chi fiji chi fijiastri? (Alcuni sì e alcuni no?). Quindi o tutti o nessuno. Foligno è questo e molto di più: ma d’altronde non basterebbe un articolo per spiegare quanto semo velli (siamo belli) ma anche quanto semo intoccabili, praticamente come una bella donna che però è accompagnata; ma d’altronde, come direbbe un mio caro amico de Cifo: «Li rigori se tirano da lu portiere, mica a porta vota» (non è sempre facile fare delle cose…). Per concludere: forza Foligno sempre!

 


Le puntate precedenti

Perugino

Eugubino

Castellano

Oggi, il “DanteDì” ha un sapore molto particolare, perché il 2021 è l’anno di Dante, dei 700 anni dalla sua morte. Per questo il 25 marzo 2021 – la data in cui prende il via il viaggio letterario nell’aldilà della “Divina Commedia” – va celebrato con ancora più devozione.

Vista di Assisi, foto di Enrico Mezzasoma

 

Il Sommo Poeta amava l’Umbria. La descrive nell’XI canto del Paradiso della Divina Commedia quando incontra San Francesco nel cielo del Sole con gli spiriti sapienti. In due terzine ci parla di Gubbio e Sant’Ubaldo, del clima di Perugia, di Nocera e di Gualdo Tadino e naturalmente di Assisi, città natale del Santo, che dovrebbe chiamarsi Oriente perché ha dato alla luce il Sole.
«Intra Tupino e l’acqua che discende / del colle eletto dal beato Ubaldo, / fertile costa d’alto monte pende, / onde Perugia sente freddo e caldo / da Porta Sole; e di rietro le piange / per grave giogo Nocera con Gualdo. Di questa costa, là dov’ ella frange/più sua rattezza, nacque al mondo un sole/come fa questo talvolta di Gange. / Però chi d’esso loco fa parole, / non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Orïente, se proprio dir vuole».
Si dice che questa parte fu scritta nel territorio eugubino, all’interno del castello di Colmollaro dove risiedeva il Conte Bosone Novello Raffaelli, amico di Dante.

Il colophon della Divina Commedia stampata a Foligno.

La prima stampa a Foligno

L’Umbria e la Divina Commedia sono legate anche in modo più materiale: a Foligno infatti, l’11 aprile del 1472 viene stampata l’editio princeps dell’opera del Sommo Poeta. La prima copia a stampa sembra essere nata nella casa dell’orafo e zecchiere pontificio Emiliano Orfini, fondatore, assieme al trevano Evangelista Angelini, della prima società tipografica della città di Foligno.

Un Dante inedito a Orvieto

Proprio in questi giorni a Orvieto è stato individuato un quadro – che era sfuggito probabilmente per secoli – che raffigura un Dante inedito, sempre di profilo nella sua iconica posa, ma con la barba. L’opera, di autore ignoto, sarebbe databile tra il 1500 e il 1600.  La raffigurazione sembra prendere spunto dalla dettagliata descrizione che Giovanni Boccaccio fa del volto di Dante Alighieri nel Trattatello in laude di Dante scritto tra il 1351 e il 1355. Boccaccio scrive: «Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso”» Ulteriori indagini daranno risposte più certe.
Orvieto già conservava a suo modo pezzi di Divina Commedia: nel Duomo, infatti, sono raccontate scene tratte dai canti del Purgatorio e dipinte dal Signorelli.

 

Foto di Comune di Orvieto

Dolenti note

L’unica nota dolente nel rapporto fra Dante e l’Umbria è Cante Gabrielli di Gubbio che, in veste di podestà di Firenze (1298), emanò due sentenze di condanna contro Dante: con la prima lo condannò a una multa pecuniaria, al divieto a vita di partecipare al Governo di Firenze e all’esilio per due anni dalla Toscana. Con la seconda sentenza, non avendo il poeta ottemperato a quanto stabilito, lo condannò al rogo, alla distruzione delle sue case e alla confisca dei suoi beni.

«Villard de Honnecourt vi saluta…». Nel nostro XXI secolo possiamo apprezzare un simile esordio: non è certo quello che troveremmo all’inizio di un manuale di tecnologia applicata e neppure del resto in qualsiasi altro manuale.

Di colpo, con questo saluto, entriamo in un altro mondo, quello del XIII secolo con tutto il suo splendore. Un secolo prima, l’umile monaco Teofilo apriva anch’egli, con un saluto, il suo Trattato di arti diverse: «Dio Onnipotente sa che non ho scritto le mie osservazioni né per amore di una lode umana, né per il desiderio di una ricompensa temporale, che non ho nascosto nulla di prezioso o di raro per malizia o gelosia, che non ho passato sotto silenzio nessuna cosa, riservandola per me solo, ma che per accrescere l’onore e la gloria del suo nome ho voluto venire incontro alle necessità e aiutare il progresso di un gran numero di uomini».
Villard è più sobrio e più efficace al tempo stesso, ma lo spirito è il medesimo: «Villard de Honnecourt vi saluta, e prega tutti coloro che lavoreranno con gli strumenti che troveranno in questo libro, di pregare per la sua anima e di ricordarsi di lui, perché in questo libro si può trovare grande aiuto per la saldezza della muratura e per gli strumenti di carpenteria; vi troverete anche il modo per rappresentare le figure, i disegni, secondo quanto comanda e insegna l’arte della geometria».
«Le treizième siècle est le temps où triomphe le nombre, où le quantitatif s’impose. Ratio en latin c’est raison mais aussi compte, calcul. Des trois grand domaines où le Moyen Age affirme sa créativité le moulin et ses applications, le textile et sens instruments, le batiment et ses machines, c’est dans ce dernier que se situent les dessins de Villard de Honnecourt». (Jacques Le Goff).
«Les moulins hydrauliques destinés à different usages-moudre le grain, fouler le tissu, marteler le métal, etc.- existaient déjà du tems de Villard.  Ma les moulins actionnant des scies n’avoir été mis au point qu’au cours du XIII siècle e n’ ètre devenus opèrationnels qu’au cours de la deuxième moitié de ce siècle. Le scie hidraulique, dessinèe par Villard de Honnecourt, qui peut ètre datèe de la première moitiè du XIII siècle, presente donc un interét particulier parce que cela semble etre la première raprésentazion d’une telle machine». (Roland Bechmann).

Il disegno della sega idraulica di Villard de Honnecourt

Un’invenzione fondamentale

L’energia idraulica ha avuto nel Medioevo la stessa importanza del vapore nel XIX secolo e del petrolio nel XX. Veniva utilizzata al massimo per meccanizzare tutta una serie di operazioni: vi si macinava il grano, vi si setacciava la farina, vi si follava il panno, vi si conciavano le pelli e vi si forgiava il ferro grazie all’albero a camme che Villard ha rappresentato nel suo disegno. La prima menzione medievale di una sega idraulica si trova in un documento normanno del 1204. Ma la prima raffigurazione è quella di Villard.
Sotto il suo disegno Villard scrive: «In questo modo si costruisce una sega che sega da sola». La sega meccanica è la prima macchina automatica in due tempi: al movimento circolare delle ruote, che dà luogo a un moto alternativo capace di segare, s’aggiunge un avanzamento automatico del legno verso la sega. Lassus descrive così il suo meccanismo: «Un ruscello, le cui onde sono indicate in alto a sinistra, fa muovere una ruota a pale oblique attorno ad un asse che porta una seconda ruota dentata e quattro camme. La ruota dentata fa avanzare il tronco da segare, tenuto in posizione da quattro guide che gli impediscono di deviare. Le camme poggiano su uno dei bracci articolati fissati alla parte inferiore della sega verticale, la cui parte superiore è fissata a sua volta all’estremità di una pertica flessibile. Appoggiandosi sul braccio dell’articolazione, la camma fa scendere la sega, che piega la pertica e comincia a risalire in virtù della flessibilità di quest’ultima, dal momento in cui la camma ha esaurito la sua azione».

Le corporazioni umbre

Nel 2001 la Gaita Santa Maria, nella ricostruzione delle antiche attività produttive, ha riprodotto tutte le fasi lavorative dell’Ars magistrorum lignaminis (Arte dei legnaioli). Sebbene l’ordine gerarchico la ponesse negli ultimi posti delle Arti minori, l’Arte dei legnaioli era tutt’altro che di trascurabile importanza economica. I suoi iscritti, pur non essendo eccessivamente numerosi rispetto a quelli delle altre corporazioni, erano pur sempre molto importanti per la vita della città. Infatti, oltre a partecipare alla costruzione degli edifici, ne rendevano abitabili gli interni con mobili e masserizie. A Firenze, già dal XIII secolo, erano suddivisi in quattro membra, secondo il particolare lavoro eseguito e cioè, come affermava lo statuto (1342):

  • facienti e vendenti botti, tina e bigonce
  • facienti e vendenti cofani, forzieri e casse
  • altri maestri purché non siano segatori o bobulici (conduttori di carri trainati da buoi)
  • segatori

A Gubbio, nello Statutum Comunis et Populi, Civitatis, Comitatus et Districtus Eugubii la Rubrica 53 del 1° libro, elenca le Arti, tra cui l’Arte dei Falegnami, ne conferma la legalità associativa, ne approva i loro Brevi o Matricole o Statuti (1334): cioè le raccolte di norme di etica professionale miste a disposizioni di carattere protezionistico per l’associazione o a disposizioni preventive atte ad evitare la concorrenza fra soci. In essi si scrive che il legname ridotto in tavole dai segatori raggiungeva i vari specialisti dell’Arte, tramite la collaborazione dei trasportatori e cioè:

  • i bottai che facevano le botti, i tini, le bigonce
  • i carpentieri che facevano i travetti, vergoli, impalcature
  • i bastari che facevano le selle, i basti
  • i carradori che facevano i carri, barrocci, ruote
  • i balestrari che facevano balestre
  • i tornitori che tornivano paletti per una infinità di usi civili, militari, religiosi.

Vi erano poi altre categorie di lavoratori che esercitavano la parte più nobile dell’Arte. Erano coloro che esercitavano L’Arte della scultura lignea, dell’intaglio, dell’intarsio, della pittura del legno, dei mobili.
A Todi, già dal 1282, viene ricondotto il primo elenco delle sedici corporazioni o Università con i nomi di ognuna di esse e dei consoli loro rappresentanti e tra esse i magistri lignaminis (maestri del legno e carpentieri): a essa vi facevano parte non solo il semplice artigiano, ma anche il disegnatore e il realizzatore di mobili e attrezzeria, l’intagliatore e l’intarsiatore, il carpentiere. In questa specifica attività gli si richiedevano conoscenze particolari di ingegneria e matematica, nozioni sulla distribuzione dei pesi e dei carichi indispensabili per innalzare le ardite impalcature necessarie a costruire gli edifici pubblici e religiosi della fine del Duecento.
A Foligno, tra le ventisette corporazioni medievali, era presente anche quella del Legname. Lo statuto dell’Arte (1404) riguardava tutti i lavoratori del legno, tutti coloro che, nelle diverse specializzazioni, usavano questa materia prima per produrre manufatti di qualsiasi genere. È il tempo di carpentieri, tornitori, begonzari, zoccholari, carratari, bastari, fabbricatori di molini e di archi… artigiani che immettono sul mercato oggetti da destinare ora agli uomini, ora agli animali.
A Perugia fin dal 1291 è documentata la presenza dell’Ars magistri lignaminis et lapidum. L’Arte, i cui statuti risalgono al 1385 comprendeva scalpellini, falegnami e carpentieri, categorie che intervenivano congiuntamente nel campo dell’edilizia religiosa e civile della città. La ricchezza della corporazione è testimoniata dall’entità delle contribuzioni imposte dal Comune; la frequente presenza dei suoi iscritti nel Consiglio priorale riflette il ruolo importante da essa rivestito nel contesto cittadino.
A Bevagna, nei Libri Statutorum Antique Terre Mevanee sono menzionati i magistri lignaminis et lapidum. La loro importanza nella Bevagna medievale era indubbiamente notevole in quanto si prevedeva l’intervento del podestà qualora il loro lavoro non fosse adeguatamente retribuito e che la difesa dei loro interessi, in eventuali cause, fosse assunta dallo stesso Comune. (CXXXII. De mercede magistrorum lignaminis et lapidum cum irent ad aliquam executionem faciendum).
«Si aliquo tempore magistri lapidum vel vignorum ad executionem aliquam faciendam contra aliqua malefactorem, potestas faciat eis satisfieri pro eorum labore de bonis illius malefactoris vel de bonis comunis, dum tamen illa solutio fiat per camerarium comunis et quod dicti magistri pro predictis in qualibet curia defendantur per comune Mevanee».

 

La sega idraulica

La sega idraulica di Villard nel Mercato delle Gaite

Sulla base di tali conoscenze storiche, nel ricostruire l’Arte dei legnaioli e l’Arte dei maestri del legname e della pietra, la Gaita decise di ricostruire la sega idraulica disegnata da Villard di Honnecourt nel suo taccuino. Il taccuino scritto da Villard e risalente al XIII secolo è il primo esempio di trattato di ingegneria e il disegno della sega ad azionamento idraulico per ricavare tavole dai tronchi d’albero è uno dei disegni più interessanti. La progettazione e la sua realizzazione hanno richiesto tempo e fatica, ma il risultato ottenuto ripaga delle difficoltà incontrate. La macchina viene mossa da una ruota ad acqua come quella dei mulini (in alto a sinistra nel disegno); l’asse che parte dal centro della ruota aziona sia l’avanzamento del tronco sia il movimento della lama. Il tronco da tagliare viene tenuto a contatto della lama da una ruota raffigurata con sei denti (al centro del disegno); i quattro bastoni (camme) all’estremità dell’asse servono invece per trascinare verso il basso la lama che una pertica (un grosso ramo in diagonale da destra a sinistra), flessibile come una molla, riporta verso l’alto. La lama, quindi, a ogni giro dell’asse, la lama è trainata quattro volte verso il basso.
La bottega dei segatori ricostruita risponde a tre criteri: collocazione in prossimità del fiume per la disponibilità di energia spazio per l’accumulo e la preparazione dei tronchi, area per la preparazione ed essicazione delle tavole. Una volta abbattuti e sfrondati, con corteccia integra, i tronchi vengono trasportati su zattere; arrivati in prossimità della segheria, una gru manuale a carrucole multiple, solleva i tronchi e li accumula sul piazzale; prima del taglio vengono scortecciati e viene scelta la posizione che il tronco deve avere sulla sega, in modo da tagliare subito il lato più nodoso; il tronco viene posizionato sulla sega, durante il taglio il tronco non deve poter ruotare né andare fuori asse, lo spessore delle tavole va da 5 cm in su, ogni tavola tagliata viene tolta e poste nel posto di essiccazione. Grazie a Flavio, Gianluigi, Alfredo, Marco, Gianpaolo, Paolo e Gianni la Gaita è riuscita a dar vita a questa macchina e con essa, di nuovo, alle idee di Villard.
Che non ci resti, ora, che pregare per lui?

 


Riferimenti bibliografici:

Bechmann R.  Villard de Honnecourt. La pensèe tecnique au XIII siecle et sa communication, Picard 1993

Un itinerario turistico fuori dagli schemi, tra suggestivi borghi medievali: si parte dal territorio perugino e si attraversa un lungo tratto della Valle Umbra per arrivare in terra marchigiana.

Ho scritto questo lungo articolo non nascondendo il mio amore per l’Umbria. Ho percorso questo itinerario in estate e ne ho tratto un giro turistico-leggendario che forse potrà piacere anche ad altri. Il resoconto, con notizie anche note – ma non sempre e non a tutti – mette insieme  un vero e proprio viaggio di oltre 130 chilometri da Casa del Diavolo (PG) ad Acquasanta Terme (AP). Il testo è molto lungo e così potete decidere di leggerlo a pezzi, scegliendo le località che più vi interessano, o per intero, compiendo intanto questo viaggio virtuale per poi, perché no, programmarne uno reale, che difficilmente vi deluderà. E quindi chi lo ha detto che non si può unire il Diavolo con l’Acquasanta?

In viaggio

Per chi vuol fare un giro turistico attraverso borghi e località conosciute e non e piene d’incanto, per chi ha un budget ristretto e poco tempo a disposizione propongo questo itinerario che certamente vi sorprenderà dal punto di vista paesaggistico, storico ma soprattutto leggendario.

Casa del Diavolo

Si parte da Casa del Diavolo, che è una frazione del comune di Perugia a 237 metri sul livello del mare. Il suo nome è intriso di mistero e di segreto tale da farne il luogo più inquietante di tutta la regione e tale da stuzzicare la curiosità del viaggiatore e del turista. È proprio il caso di dire: «Perché diavolo si chiama così questo posto?». Le origini del nome non sono certe e per questo si sono moltiplicate le leggende. Secondo alcuni storici l’origine è legata al passaggio di Annibale (216 a.C.) che causò così tanta distruzione e tanta morte che portò il luogo a essere considerato come la dimora del male e quindi del Diavolo.
Un’altra tesi, basata anche su reperti archeologici, fa risalire questo nome all’età medievale, quando molti bambini nascevano morti o morivano prematuramente. Non essendo stati battezzati in tempo, i bambini non potevano così accedere al Paradiso e il loro destino era l’Inferno. Secondo un’altra leggenda, d’ispirazione medievale, questo luogo era sede di una locanda dove solitamente vi soggiornavano banditi, assassini e briganti delle zone vicine. Queste frequentazioni attirarono l’attenzione del Diavolo stesso, che non esitò ad intrattenersi e a stringere patti con questi loschi figuri, per poi aprire una profondissima buca e tornare all’Inferno.
Uscendo da Casa del Diavolo si percorre la E45 e poi la strada provinciale 174 e dopo circa 19 km si arriva a Perugia.

 

cosa vedere a perugia umbria

Perugia

Perugia

Nota per le mura difensive, il Palazzo dei Priori e la Fontana Maggiore, Perugia è il capoluogo di Regione. La leggenda che caratterizza maggiormente questa città è quella che vede coinvolta anche Narni. Si narra infatti che, in epoca medievale, un Grifo, creatura dal corpo di leone e testa di aquila, tormentava gli abitanti e faceva razzia di animali dei due centri cittadini e delle campagne circostanti. Perugini e narnesi allora unirono le forze, mettendo da parte la loro rivalità, per eliminare questa bestia che alla fine, dopo dure battaglie, fu catturata. Come trofeo Perugia prese la pelle e Narni il corpo scuoiato. Da qui l’origine degli stemmi: Perugia, Grifo bianco (la pelle) in campo rosso e, Narni, Grifo rosso (il corpo scuoiato) in campo bianco.
La tappa successiva, dopo circa 20 minuti di auto, è Assisi.

Assisi

È qui che, nel 1180, nacque Francesco divenuto Santo e fondatore dell’Ordine dei Francescani. Intorno a San Francesco si mescola storia e leggenda, così agli oltre 40 miracoli riconosciuti dalla Chiesa, si aggiungono altrettante leggende che lo vedono protagonista. Vediamone una tra le più rappresentative: quella del pesce.
Si narra che un pescatore, vedendo passare Francesco, lo avesse fermato e gli avesse regalato una tinca appena pescata. Francesco accettò il regalo, ma rigettò la tinca in acqua ed iniziò a cantare le lodi di Dio. La leggenda racconta che il pesce rimase vicino al Santo a giocare e ad ascoltare le lodi e che, appena gli fu dato il permesso, tornò libero tra gli altri pesci. Ad Assisi non ho resistito a comprare i Baci, morbidi pasticcini con pasta di mandorle e granella di pistacchio e il Bocconcello, focaccia biscottata arricchita da formaggio. Continuando sempre in direzione sud, dopo circa 15 minuti arriviamo a Spello.

 

Spello

Spello

Spello è un borgo ricchissimo di storia e di arte, carico di tradizioni ma anche di leggende. La più famosa è quella legata alla figura del paladino Orlando, il celebre compagno dell’Imperatore Carlo Magno. La leggenda vuole che Orlando passasse per Spello e, nonostante la sua fama fosse grandissima, non fosse riconosciuto dagli abitanti del luogo e così rinchiuso dalle guardie in una specie di prigione. Una volta accortisi chi veramente era, gli spellani lo liberarono e lo nominarono protettore della città.
Un segno del leggendario passaggio di Orlando a Spello lo troviamo nelle mura, dove c’è un’epigrafe che allude all’eroe. A Spello ho fatto acquisti in una salumeria; palle del nonno e ciauscolo. Le avrei provate in serata, terminato il viaggio, anche se dall’aspetto mi era venuta voglia di provarle subito.
Neanche 10 minuti di auto e giungiamo a Foligno.

Foligno

Terra mistica l’Umbria, dove molti racconti, tramandati anche per via orale, hanno origini che si perdono nella memoria. Foligno per la sua posizione è considerata, fin dai tempi antichi, lu centru de lu munnu e i suoi abitanti, oltre a chiamarsi folignati si chiamano pure Cuccugnau, cioè civetta. Ci sono tre leggende che spiegano questo appellativo. La prima fa riferimento alle monete d’oro fabbricate nella zecca di Foligno e chiamate occhi di civetta. La seconda narra di una colomba di cartapesta fatta calare dal campanile della cattedrale durante la festa di Pentecoste, ma più che una colomba assomigliava a una civetta. La terza leggenda ci parla invece di come i folignati fossero degli esperti nella caccia alla civetta.
Dopo appena 12 km arriviamo a Trevi.

Trevi

Continua così il nostro viaggio attraverso le meraviglie e le leggende dell’Umbria. Nel Comune di Trevi, ma non semplicissima da trovare e tra l’altro completamente immersa nella vegetazione, si trova un luogo di culto affascinante ma anche dimenticato: l’Abbazia di Santo Stefano in Manciano. Quasi totalmente divelta, di essa oggi rimangono parte delle mura, una parte della cripta e dell’abside. Attorno a questa chiesa aleggia una leggenda che la vorrebbe come sede di un tesoro nascosto. Si narra che i monaci ivi residenti fossero talmente ricchi e pieni d’argento da poter ferrare con questo metallo i propri cavalli. La leggenda continua a narrare che i lupi, mentre attaccavano i cavalli, spaventati per la luminosità dell’argento, scapparono via senza colpo ferire. Si dice che questo tesoro è ancora sepolto sotto l’Abbazia.
Passeggiando tra gli oliveti è obbligo visitare anche il Santuario della Madonna delle Lacrime e, a proposito di oliveti, non può mancare l’acquisto di una bottiglia d’olio extravergine, il più rinomato dei prodotti tipici trevani. Con una bottiglia di Trebbiano e con del sedano nero ho terminato i miei acquisti enogastronomici.
Dieci minuti di macchina e siamo a Campello sul Clitunno.

 

Trevi

Campello sul Clitunno

Principale caratteristica del luogo sono le Fonti del Clitunno, parco naturale con un laghetto di acque limpide e calme, polle sorgive e salici piangenti. Si racconta che le acque del Clitunno fossero una fonte di purificazione dell’anima: chiunque s’immergeva nel fiume ne usciva migliorato. La leggenda sul Clitunno ci dice che i buoi che si fermavano ad abbeverarsi al fiume ne uscivano con un manto più pulito. Siamo in orario sulla tabella di marcia e lo stomaco comincia a dare segni inequivocabili; abbiamo fame. È ora di trovare un’osteria o locanda e assaggiare i piatti tipici di questa zona. Da queste parti non riesco a rinunciare alla strapazzata con il tartufo, agli strangozzi e alle lumache. Per finire un’ottima porzione di rocciata, dolce che assomiglia un po’ allo strudel. Da bere? Un calice di Sagrantino e uno di Montefalco.

Spoleto

Soddisfatti del pranzo arriviamo a Spoleto, famosa soprattutto per il Festival dei Due Mondi. La leggenda di Spoleto è legata al Ponte Sanguinario. Il Ponte Sanguinario è situato nel sottosuolo, a pochi metri dalla Basilica di San Gregorio Maggiore, l’ingresso è possibile grazie ad una breve scala che si interra sotto il piano stradale.
La leggenda narra che, intorno al II secolo d.C., viveva a Spoleto un giovane nobile di nome Ponziano che iniziò a predicare la religione dei cristiani. Le politiche anticristiane dell’epoca erano implacabili e anche Ponziano non fu risparmiato dalle persecuzioni. Condotto sul ponte che al tempo conduceva allla via Flaminia oltre il fiume Tessini, venne decapitato. La testa mozzata raggiunse il luogo dove poi è sorta la chiesa e prese a zampillare una fonte di acqua purissima.
Percorrendo la strada statale 685 in 50 minuti arriviamo a Norcia.

 

Norcia

Norcia

Norcia è posta a 600 metri s.l.m. ed è inserita nel comprensorio del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Sappiamo quanto è stata colpita dal terremoto del 2016 ma il carattere tenace dei suoi abitanti la riporterà a nuovi splendori. Norcia è soprattutto famosa per le sue norcinerie piene di prosciutti, salsicce e ogni ben di Dio. Famosa altrettanto per il tartufo, le lenticchie, la pasta alla norcina, la birra dei monaci benedettini e i coglioni di mulo, il salume irriverente. La birra me la sono comprata direttamente dai monaci presso il Monastero. La Guida alle birre d’Italia l’ha definita imperdibile!
La leggenda che avvolge il Parco Naturale è la leggenda della Sibilla. Secondo la comune credenza, lungo le pareti dei monti si troverebbe la grotta, luogo ora incantato ora stregato in cui una fata o una megera riceveva la visita dei più coraggiosi che volevano conoscere il proprio futuro. Dopo secoli di favole tramandate della grotta non resta che un cumulo di macerie e un’infinità di teorie si sono sviluppate intorno a questa favola magica. Da notare che la leggenda si è diffusa in tutta Europa grazie al romanzo cavalleresco Il Guerin Meschino.
Uscendo da Norcia s’imbocca la strada provinciale 477 e dopo 18 km si arriva a Forca Canapine.

Forca Canapine

Innanzitutto c’è da specificare bene che Forca Canapine non ha niente da condividere con la Foce di Canapino. I nomi sono simili ma i luoghi sono distanti. La Foce di Canapino non è altro che un impegnativo fuoripista dell’appennino tosco-emiliano, sconosciuto a molti. Forca Canapine invece è un valico stradale dell’appennino umbro-marchigiano situato sui monti Sibillini, ad un’altezza di 1541 metri s.l.m.; siamo quindi sul confine tra Umbria e Marche. Il toponimo deriva da due termini: Forca che vuol dire valico, mentre Canapine fa riferimento alla coltivazione e alla raccolta della canapa. Interessante notare che la località fa parte dell’itinerario del Sentiero E1 che congiunge Capo Nord a Capo Passero, in provincia di Siracusa.
Con un passo siamo nelle Marche.

 

Forca Canapine

Arquata del Tronto

Percorrendo la strada provinciale 64, poi la strada statale 685 e ancora le strade provinciali 230 e 129, in circa 25 minuti arriviamo ad Arquata del Tronto, provincia di Ascoli Piceno.
È un piccolo Comune di poco più di mille abitanti ed anche questo è stato gravemente danneggiato dal terremoto del 2016. Anche Arquata ha la sua leggenda. Si narra infatti che il locale castello sia infestata da fantasmi, o meglio, da un fantasma femminile. La leggenda racconta che il re Giacome di Borbone rinchiuse la moglie e regina Giovanna II d’Angiò nella torre più alta del maniero dopo averla dichiarata pazza perché più volte macchiatasi del peccato di lussuria. Si dice che, in base alla qualità della prestazione, la regina aveva il potere di dare in pasto ai lupi i pastori che non raggiungevano la sufficienza sotto le lenzuola. Povero Giacomo di Borbone! Giovanna II D’Angiò abiterebbe ancora dentro quelle mura sotto forma di fantasma; qualcuno dice ancora di sentire dei rumori sinistri riecheggiare dalla rocca.
Dopo circa 12 km, percorrendo la provinciale 129 e la statale 4, arriviamo alla nostra ultima tappa: Acquasanta Terme.

 

Acquasanta Terme

Acquasanta Terme

Acquasanta Terme è un comune di 2600 abitanti in provincia di Ascoli Piceno e si trova nel comprensorio del Parco Nazionale del Gran Sasso. Già il nome della località è un programma: dal sottosuolo infatti sgorga un’acqua termale sulfurea alla temperatura di 38 gradi. Il territorio poi è ricco di tesori artistici e di principale interesse sono il Castel di Luco e il monastero di San Benedetto in Valledacqua. La piccola leggenda di questo paese vuole che le sue terme abbiano dato sollievo, nel 712, a un console romano, tanto che da quel momento vennero segnate sulla mappa per curare i feriti dopo le battaglie.

Con questo itinerario, che consiglio veramente a tutti ma specialmente ai forestieri, sono riuscito a unire il Diavolo (Casa del Diavolo) con l’Acquasanta (Acquasanta Terme). Buon Viaggio!

 La scrittrice inglese Violet Paget (1856 – 1935) per molti è conosciuta con lo pseudonimo maschile di Vernon Lee.

Violet Paget/Vernon Lee

Violet Paget/Vernon Lee parlava un italiano perfetto e aveva un motto che l’ha accompagnata per tutta la vita: labora et noli contristari (lavora e non essere triste). Si stabilì a Firenze nel 1873 e fu un’assidua viaggiatrice. La sua vita fu anche caratterizzata dalle relazioni che ebbe con altre donne e non esitò a fare coming out. A Firenze si innamorò prima di Annie Mayer e poi di Mary Robinson.
Pacifista e femminista, fu riabilitata proprio da questi movimenti alcuni decenni dopo la sua morte, avvenuta nel 1935. Fu accudita dalla sua ultima compagna Irene Cooper Willis. Uno dei suoi più raffinati estimatori, il critico letterario Mario Praz, ha avuto modo di affermare che Vernon Lee stupì, con i suoi brillanti saggi, tutto l’ambiente intellettuale italiano. Divenne così una personalità di riferimento grazie al suo stile elegante e versatile.
Dal 1889 visse costantemente alla villa Il Palmerino sulle colline sopra Firenze. Tuttavia la passione per i viaggi, coltivata fin da piccola, non l’abbandonerà mai e così la ritroviamo nel 1895 in Umbria. La lettera che scrive a sua mamma viene spedita proprio da Foligno.
E di Foligno e dell’Umbria così scrive: «I boschi di leccio dell’Umbria, così scuri, compatti e misteriosi sono una costante e continua attrazione per me. Ti arrampichi sulle colline caratterizzate da quella pietra calcarea rosa che ha il potere di illuminare qua e là nel puro colore della carne le città di Assisi, Spello, Foligno e Trevi. Le macchie di quercia delle colline danno l’opportunità al boscaiolo di fare fascine che non di rado rotolano giù nei letti dei torrenti. Si continua avanti e ancora verso la montagna, iniziano i lecceti e all’improvviso ci si imbatte in un monastero parzialmente rovinato con le sue mura fortificate con torri e colonne».

 

Lettera da Foligno

Le Possessioni

Violet Paget/Vernon Lee aveva una personalità originale e controcorrente,, al punto di viaggiare in una direzione sia personale sia culturale in netto anticipo rispetto ai suoi tempi. L’amore per il nostro Paese fu sempre forte e costante, le città e i borghi esercitavano su di lei un fascino irresistibile. Tutto ciò si rifletteva nella sua scrittura e nella produzione di romanzi e storie, anche di genere fantastico, delle quali fu una sorta di pioniera. Fu autrice di saggi di estetica e di pubblicazioni sul Rinascimento, ma anche di romanzi e racconti fantastici come quelli presenti nella raccolta Possessioni.
Possessioni costituisce forse il suo capolavoro letterario. È composto da tre novelle incantevoli, da tre racconti fantastici di ambientazione italiana: un Urbino fiabesca, una Venezia dissolta nella caligine lagunare e un fatiscente palazzo di Foligno. Da un polveroso guardaroba del palazzotto di Foligno emergono i fantasmi dell’inconscio. Incantevoli scorci del pensiero, colto e a volte allusivo, fanno da sfondo alla storia da lei denominata The doll (la bambola).

Lettera inviata da Foligno

In questo racconto Violet Paget/Vernon Lee così si esprime: «Foligno non è quello che la gente chiama un posto interessante, ma a me è piaciuta. C’è un piccolo fiume pieno e impetuoso con argini ricoperti di edera. Ci sono affreschi del quindicesimo secolo e dei bei palazzi antichi con porte scolpite in pietra rosa. Foligno è una città di mercato e un incrocio, una specie di metropoli della valle. Mi è piaciuta principalmente perché ho conosciuto un delizioso commerciante di curiosità. Il suo nome è Oreste ha una lunga barba bianca, occhi gentili di colore marrone e delle belle mani. Porta sempre con sé un braciere di terracotta sotto il mantello. Conosce tutte le vecchie cronache e sa esattamente dove è successo tutto negli ultimi seicento anni. Parla dei Trinci e dei Baglioni come se li avesse conosciuti. Sono stata molto felice a Foligno vagando per tutto il giorno. Oreste venne una mattina a dirmi che un nobile voleva vendermi un set di piatti cinesi e anche se alcuni erano incrinati, a suo dire, avrei, comunque, avuto modo di vedere uno dei palazzi più raffinati della città. Il palazzo era della fine del diciassettesimo secolo, all’interno grandi spazi, addirittura una fabbrica di sapone ed un calzolaio, un ampio cortile ed una sala da ballo grande come una chiesa ma anche pavimenti sporchi, mobili appannati e sbrindellati ed orribili cremagliere. Vicino alla stanza dei domestici c’era una bambola enorme con un volto classico stile canova». È attorno a questa bambola, oggetto di desiderio e di acquisto della scrittrice, che si sviluppa la storia.
Ma per carpire gli aspetti magici e allusivi è opportuno tuffarsi pienamente nella lettura di questo libro, facilmente reperibile in libreria oppure online.
Alla sua morte, avvenuta nel 1935, la compagna Irene Cooper Willis, che era anche esecutrice testamentaria della scrittrice, donò al British Institute di Firenze una collezione di oltre 400 volumi. È lo stesso British Institute che riporta una curiosità di Violet Paget/Vernon Lee: oltre a numerosi appunti, i libri della scrittrice riportano le date di lettura ed è da queste date che si capisce come fosse abituata a rileggere i diversi testi più volte.

Il Commissario straordinario, Gioacchino Napoleone Pepoli, il 15 dicembre 1860 con il decreto n. 197 istituiva la Provincia dell’Umbria: venivano in tal modo riunite le preesistenti quattro delegazioni pontificie di Orvieto, Perugia, Spoleto e Rieti e a esse veniva accorpato anche il mandamento di Gubbio, sottratto alla delegazione di Urbino e Pesaro, in cambio del mandamento di Visso che veniva invece ceduto a Camerino. La Provincia dell’Umbria si trovò dunque articolata in 6 circondari, suddivisi in 176 comuni e 143 appodiati per una superficie complessiva di 9702 km2.

 

La Provincia dell’Umbria nacque in mezzo a grandi polemiche e scontenti che il marchese Pepoli cercò di sedare sia con la parola, richiamando le popolazioni a dare prova di abnegazione «sacrificando al bene della patria le tradizioni e gli interessi municipali»[1], sia con la forza, sedando sul nascere possibili reazioni armate. Il Palazzo della Provincia, fin dalla scelta strategica del luogo della sua edificazione, ossia dove un tempo sorgeva la Rocca Paolina, odioso simbolo del potere papale, ha una forte valenza simbolica. La scelta di affidare a Domenico Bruschi l’impresa decorativa del Palazzo non risulta in quest’ottica certo casuale e, se da un lato deve essere stata favorita dall’aver egli lavorato in più occasioni a fianco dell’architetto Antonio Cipolla, a cui era stata affidata la perizia del nuovo palazzo, di sicuro essere stato il figlio di Carlo che aveva partecipato alla prima guerra di indipendenza diventa garanzia di adesione profonda alla modernità e di fedeltà all’Italia unita con le proprie istituzioni. Il ciclo degli affreschi del Bruschi, iniziato nell’estate del 1873 e terminato in occasione del primo Consiglio provinciale tenutosi il 10 settembre di quell’anno, ha pertanto un fortissimo valore simbolico volto a sancire l’ufficialità della nuova istituzione. Nella Sala del Consiglio il Bruschi rappresenta 8 figure allegoriche, personificazioni delle entità politiche di recente creazione. Colloca l’Italia e la Provincia dell’Umbria l’una di fronte all’altra, affiancate dalle città di Foligno, Orvieto, Perugia, Rieti, Spoleto e Terni «in una disposizione radiale e sostanzialmente agerarchica che sottolinea l’armonico concorso delle parti all’unità»[2]. La Provincia dell’Umbria viene collocata, e non a caso, in corrispondenza dello scranno del Presidente ed è rappresentata seduta su un trono di pietra che reca gli stemmi delle città di Perugia, Foligno, Terni, Spoleto, Rieti e Orvieto ed è sormontato dal gonfalone della Provincia dell’Umbria (un grifo azzurro passante su sfondo rosso).

 

Domenico Bruschi, Provincia dell’Umbria, 1873 (Perugia, Palazzo della Provincia)

 

Sullo sfondo un paesaggio collinare che, insieme ai rami di ulivo e di quercia che la donna sorregge con la mano destra e al grano e ai frutti che escono dalla cornucopia sulla sinistra, suggeriscono la vocazione agricola e al contempo la fecondità del territorio della Provincia dell’Umbria. La donna è vestita con un ricco abito di broccato azzurro e oro. I colori ribadiscono ancora, con la loro simbologia, l’immagine che si vuole trasmettere e, mentre il blu prefigura la lealtà e la pietà, l’oro garantisce la legittimità del potere, la gloria e la potenza. Non a caso l’aquila, che da sempre simboleggia la potenza cosmica e che viene scelta come animale per reggere il cartiglio con il nome Provincia dell’Umbria nella Camera n. 10 dello stesso Palazzo, è immersa in un cielo stellato eseguito con gli stessi identici colori.

 


[1] Citazione tratta da G.B. Furiozzi, La Provincia dell’Umbria dal 1861 al 1870, Perugia, Provincia di Perugia, 1987, p. 7 e n. 10.

[2] S. Petrillo, La decorazione pittorica tra nuovi simboli, storia e politica per immagini, in F.F. Mancini (a cura di), Il Palazzo della Provincia di Perugia, Perugia, Quattroemme, 2009, p. 218.

I negozi e la città in archivio

TITOLO: I negozi e la città in archivio. Foligno tra Ottocento e Novecento

AUTORE: Giovanna Galli

PAGINE: 85

EDITORE: Folignolibri

ANNO: 2019

COSTO: 15 EURO

L’autrice del volume si è laureata in Restauro Architettonico all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente svolge la libera professione ed è iscritta nell’Elenco degli esperti in Beni Ambientali e Architettonici della Regione Umbria.
La passione per la storia architettonica e urbanistica della sua città l’ha portata ad alcune pubblicazioni sull’argomento come Piccola Guida Foligno dentro le mura, del 2014; Foligno città romana vol. I – Ricerche storico urbanistiche topografiche della antica città di Fulginia a cura di Giuliana Galli, di cui è co-autrice (Il Formichiere, 2015); Foligno città romana vol. II – Dal Castrum alla Via della Quintana, dal tempio alla Cattedrale (Il Formichiere, 2016) di cui è co-curatrice e co-autrice con Giuliana Galli e Paolo Camerieri, fino a giungere all’ultima pubblicazione, nella quale, dopo una meticolosa ricerca d’archivio, è riuscita a ricostruire il passaggio e la trasformazione della città di Foligno attraverso le attività commerciali che si sono succedute. Come spiega nella prefazione, la molla che la spinge «è la conoscenza della città e della sua storia, che deve essere usata per la sua conservazione attraverso una corretta progettazione che la tramandi al futuro».
Le trasformazioni principali nel tessuto urbano in Italia e, nello specifico, a Foligno, avvengono principalmente negli ultimi due secoli: a seguito dello sviluppo industriale, si cerca di dare un nuovo ordine ai quartieri risanando le pessime condizioni igienico sanitarie con nuove infrastrutture quali fogne e acquedotti. Inoltre, nascono nuovi sistemi di collegamento come quello ferroviario e stradale per le automobili: da qui la necessità di dotarsi di nuovi sistemi di pianificazione del territorio.
Il pregio di questa ricerca è evidenziare questa trasformazione attraverso un punto di vista insolito e generalmente trascurato dai trattati di urbanistica: le attività commerciali. Queste – come spiegato dall’autrice nell’introduzione – «Oltre alle funzioni puramente economiche, svolgono importanti funzioni sociali, costituendo un momento di contatto fra i cittadini e le comunità locali diffondendo le informazioni più recenti in materia di stili di vita, modelli culturali e attività collettive».
Il libro, partendo Dalla situazione generale della città nei primi decenni del secolo, attraverso Le modificazioni del tessuto urbano, Gli interventi privati, I negozi che contribuiscono a cambiare l’immagine della città per finire all’ultimo capitolo Da depositi a botteghe a moderni negozi è corredato da un importante apparato fotografico che comprende le immagini dei negozi e delle attività con commercianti o artigiani al lavoro, i progetti con le modifiche da apportare presentati agli organi competenti, i rilievi, i regolamenti. Il tutto fornisce un preciso spaccato delle trasformazioni avvenute.
«Forse perché in realtà il negozio è un luogo privato in cui ogni esercente esprime la propria personalità, dove mette in mostra i prodotti secondo una propria filosofia» conclude nell’introduzione l’architetto Galli «Ma questo luogo privato diventa pubblico nel momento in cui si affaccia nella città, nel momento in cui si apre su facciate antiche rimaste per secoli chiuse ermetiche. I negozi, i loro spazi, i loro affacci, diventano quindi un pretesto anche per parlare di città, per parlare di quelle modificazioni che la città ha subito».

«A livello culturale e musicale, secondo me, l’Umbria è una delle regioni più avanzate in Italia».

Il pianista umbro Giovanni Guidi, pupillo di Enrico Rava, è tra i più apprezzati jazzisti europei under 40. Folignate D.O.C., in questo periodo di quarantena forzata utilizza il web e i suoi canali social per allietare il pubblico: dal sito del musicista è possibile seguire, al costo di un caffè, i suoi concerti originali e inediti. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui, per scoprire il suo talento e il suo attaccamento all’Umbria, ma soprattutto i suoi nuovi progetti online. «Per chi fa il mio lavoro l’interazione con chi ascolta non può essere sostituita da niente e per questo non vedo l’ora di poter tornare a suonare. Ma, visto il momento, la rete rappresenta l’unica soluzione per poter continuare a lavorare. Ho deciso di strutturare la mia attività sul web in modo da rendere la fruizione qualitativamente migliore, offrendo contenuti esclusivi a chi vorrà seguirmi».

 

Giovanni Guidi, foto di Roberto Cifarelli

La prima domanda è d’obbligo: Giovanni qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nato a Foligno. Sono umbro di nascita e penso che non ci sia legame più forte di questo.

Quando ha iniziato a suonare il piano?

Ho iniziato intorno agli 8-9 anni, senza un particolare motivo, solo per curiosità e perché mi piaceva questo strumento.

Perché il piano e non un altro strumento?

Volendo fare una battuta, perché quando si va in tour il pianoforte è uno strumento che non ti devi portare dietro, quindi è molto meno faticoso di altri. Per la mia pigrizia è perfetto.

Quanto è stato importante l’incontro con Enrico Rava?

Un incontro fondamentale. Mi ha notato mentre frequentavo i seminari estivi di Siena Jazz: mi ha inserito nel gruppo Rava Under 21, trasformatosi in seguito in Rava New Generation.

Il suo impegno sociale è molto forte: a livello culturale e soprattutto musicale, cosa manca in Umbria, cosa funziona e cosa andrebbe migliorato?

A livello culturale e musicale l’Umbria, secondo me, è una delle regioni più avanzate in Italia. Non dimentichiamo che vanta due dei più importanti Festival del Paese (Umbria Jazz e il Festival dei Due Mondi), oltre a tantissime altre iniziative importanti. Se dovessi dire, dovremmo forse migliorare e adeguarci sempre di più alla contemporaneità.

Un’orchestra sinfonica, ad esempio, se la meriterebbe…

Sì, penso proprio di sì.

I lavoratori dello spettacolo sono tra i più colpiti dal lockdown: cosa servirebbe per un’immediata ripartenza del settore?

Purtroppo dobbiamo essere consapevoli che, per come stanno adesso le cose, una ripartenza del settore così come lo abbiamo conosciuto fino a pochi mesi fa, è impensabile. Dobbiamo prenderne atto e capire tutti insieme come affrontare questa sfida nel migliore dei modi.

I social ora sono diventati il nuovo palco e lei ne fa largo uso: lo faceva anche prima della pandemia?

Sì. Uso da sempre i miei canali social per condividere la mia musica, le mie idee e riflessioni. Negli anni si è creata una bella e nutrita comunità con cui ho il piacere di confrontarmi e che mi supporta nelle mie attività. Recentemente, poi, ho promosso un vero e proprio Digital Tour, suonando in diretta streaming su Facebook – gratuitamente – dalle pagine dei festival e dei club in cui avrei dovuto tenere dei concerti in questo periodo. Il progetto è andato molto bene e mi ha convinto a proseguire in questa direzione anche nei prossimi mesi, almeno finché non si potrà tornare a suonare dal vivo.

 

Se potesse sognare: con chi le piacerebbe duettare?

Senza dubbio Paul McCartney.

Se l’Umbria fosse una melodia, una canzone, quale sarebbe?

Semo gente de Foligno!

Quali sono i suoi progetti futuri?

Da pochi giorni sono partito con due nuovi progetti digitali. Sulla piattaforma Patreon (www.patreon.com/GiovanniGuidiJazz) sottoscrivendo un piccolo abbonamento, è possibile avere accesso a tanti contenuti originali ed esclusivi pubblicati periodicamente. Brani registrati, concerti in streaming, guide all’ascolto. E su youtube si può seguire una rassegna tematica di quattro concerti originali ispirati ai colori, che si possono vedere con una piccola donazione. Per chi volesse, nel mio sito e nei miei canali social ci sono tutte le informazioni utili per seguire la mia attività concertistica anche in questo periodo così particolare (sito: giovanniguidi.it/digital-tour/ e canali social www.facebook.com/GiovanniGuidiJazz/).

Per finire: come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

L’associazione più immediata: cuore verde d’Italia.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Mamma e papà, che sono umbri e mi hanno fatto umbro.

«Il mio sogno? Esibirmi davanti alla regina Elisabetta, ma non accadrà mai: morirò prima di lei».

Andrea Paris, il prestigiattore – come ama definirsi – tra web e televisione è diventato molto popolare. Il programma Italia’s Got Talent lo ha fatto conoscere al grande pubblico, ma lui già vantava esibizioni davanti a numerose stelle di Hollywood e diversi premi e riconoscimenti anche come attore. Ora è molto seguito sui social e, tra una magia e una battuta, intrattiene il suo pubblico anche in questo periodo difficile. «Se Maometto non va alla montagna… Loro non possono venire a vedere i miei spettacoli, vado io da loro». Ma chi è veramente il mago di Foligno?

 

Andrea Paris

Andrea, qual è il suo legame con l’Umbria?

L’Umbria è la mia terra, la casa, i profumi, la famiglia. L’Umbria è tutto.

Si sente più mago, attore, intrattenitore o mentalista?

Mi sento un prestigiattore. Uso la magia per intrattenere. Il mio punto di forza è rendere un numero, che per molti sembra difficile, il più facile possibile.

Ci racconti, com’è iniziata la sua carriera?

Verso i 17 anni ho iniziato a fare i primi spettacoli e poi piano piano è diventato un vero lavoro, anche se a volte quando dico quello che faccio mi rispondono: «Sì, ok, ma di lavoro che fai?!».

Non pensano che il suo sia un vero lavoro…

Qui la gente è pratica, nell’arte e nella cultura si investe poco.

Come si è avvicinato a questo mondo?

Un giorno venne all’oratorio il mago Sales, un frate salesiano: stavo passando un periodo difficile, perché avevo visto morire davanti ai miei occhi un mio amico e quando hai 12 anni e assisti a queste disgrazie pensi che tutti possano morire in quel modo. Quindi non volevo più uscire di casa. Per farmi distrarre mi hanno trascinato a questo spettacolo. Da quel momento mi sono appassionato alla magia e ho iniziato a studiare. È stato un percorso lungo: ho imparato la magia, ho studiato teatro e poi ho miscelato le due arti per rendere completi i miei spettacoli.

Quanto tempo impiega per preparare un numero?

All’inizio tante ore, dalle 8 alle 10 ore di allenamento tecnico e pratico. Oggi è molto più facile: mi viene un’idea e, avendo già le basi, si tratta solo di realizzare la regia. Poi avviene la sperimentazione con il pubblico.

Ci spieghi meglio…

La magia va provata sul campo per capire se un numero può funzionare o no, se è divertente e se stai ingannando chi ti guarda. In pratica ci impiego un’ora per crearlo e otto mesi per terminarlo, con tutte le varie sperimentazioni.

Le prove le fa direttamente sul palco?

Sì. Durante uno spettacolo, nel bis o nel mezzo butto dentro il numero nuovo e capisco se la gente lo apprezza o meno.

Quindi ogni spettacolo è un po’ sperimentale?

Esatto. È così per la magia, ma anche per gli spettacoli comici. In base alla reazione del pubblico capisco se funziona o meno.

Italia’s Got Talent è stato il trampolino per farla conoscere al grande pubblico…

Sì, era importante farmi conoscere anche dal pubblico di massa. Comunque, sono cinque anni che mi esibisco per l’Abf (Andrea Bocelli Foundation) e ho partecipato al Celebrity Fight Night Italy. Grazie a Bocelli ho avuto la possibilità di far vedere i miei numeri a Morgan Freeman, Sharon Stone, Nicolas Cage e Antonio Banderas e tante altre celebrity del showbiz internazionale.

Glielo avranno già fatto notare: nel suo modo di fare magia si è ispirato al mago Forest?

No. Il suo è un personaggio inventato con una voce caratteristica, io invece non interpreto nessuno, sono me stesso. Ho fatto di me il mio personaggio. Inoltre non faccio gag… faccio battute, ma il numero di magia è reale.

Ci confessi, Andrea Paris nella vita di tutti i giorni è come appare negli show e nei video o è una persona seria e posata?

Io sono così come appaio, anche nella vita di tutti i giorni. La mia compagna – che è proprio qui in questo momento – lo può confermare.

Cosa vuol dire per lei meravigliare? Quand’è che si rende conto di aver meravigliato il pubblico che la guarda?

È facile capirlo. Ci sono due campanelli: il primo è quando senti il respiro della gente che si blocca e non scatta l’applauso; il secondo è quando c’è il sorriso di meraviglia, che è diverso da quello di divertimento. È un sorriso più sospeso. In pratica c’è meraviglia quando tutto rimane sospeso nell’aria.

 

mago Paris

Andrea Paris

Ha un sogno non ancora realizzato?

Esibirmi davanti alla regina Elisabetta… ma non avverrà, perché morirò prima io. (ride)

Quali sono i suoi progetti futuri?

Ora come ora non vedo un gran futuro. Di idee ne ho tante, ho contatti con la televisione e in programma spettacoli teatrali, anche nello stile One Man Show. In questo momento però mi concentro più sui social, ti portano tanta visibilità e ti fanno conoscere molto velocemente. Se Maometto non va alla montagna… Il pubblico non può venire a vedere i miei spettacoli, così vado io da lui.

Se potesse fare una magia, cosa cambierebbe dell’Umbria?

Per me l’Umbria è già bella così, la lascerei com’è! Forse l’unica cosa che manca – ma potrebbe essere anche un vantaggio – sono le vie di comunicazione e i collegamenti stradali. Ma ripeto, potrebbe essere un vantaggio: chi viene è perché ci vuole realmente venire, è un turismo col contagocce, ma più vero. L’unica magia che farei è quella di far apparire un bel teatro a Foligno. Sembra incredibile, ma Foligno non ha un teatro. Si investe poco nella cultura, si è troppo pratici… l’arte ha ancora poca importanza.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Isola, d’aria, verde.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Profumo e aria. Io quando torno in Umbria sento il suo odore. L’Umbria per me ha un profumo ben preciso, non so descriverlo, ma lo annuso e lo percepisco sempre.

«Ero un’anima in pena e non sapevo che fare della mia vita, poi è arrivato Dio e mi ha aperto il mondo social, come un vero miracolo».

Nei giorni scorsi ho avuto una (video)chiamata da Dio. Non è una cosa da tutti i giorni, ma ero pronta, mi ero persino truccata. Era più di un mese che non lo facevo! Dio, alias Alessandro Paolocci da Foligno, ha oltre un milione di follower tra Facebook, Twitter e Instagram e chi frequenta i social non può non conoscerlo. Creare questo profilo gli ha cambiato la vita ed è stata come una vera chiamata, un segno che gli ha aperto orizzonti e possibilità. La nostra chiacchierata – al limite tra il serio e l’ironico, tra il sacro e il profano – inizia con una mia incertezza che prontamente chiarisco: «Come la devo chiamare: Dio, Altissimo, Divino o Alessandro?», «Dio va benissimo». Avvertenza per il lettore: a volte risponderà Alessandro, a volte Dio. La differenza è molto sottile.

 

Alessandro Paolucci

Lei più che il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe è il Dio di Facebook, Twitter e Instagram: come si fa a diventare così popolari sui social?

Dopo aver ho creato il profilo social di Dio, ho visto che ci hanno provato anche altri – con altre figure religiose – ma non hanno avuto lo stesso ritorno di pubblico. Forse, a differenza di me hanno una vita e ci passano meno tempo, oppure hanno sbagliato il momento. Ho aperto il profilo Twitter nel 2011, Facebook 2013 e Instagram un anno dopo: erano gli anni del boom dei social e gli algoritmi erano più generosi, oggi non sarebbe così facile. Inoltre è stata una vera novità, ancora non esistevano profili simili.

Mi perdoni il gioco di parole: com’è nata l’idea di creare Dio?

Era il 2011 ed ero disoccupato. La realtà non andava benissimo, mentre sui social tutto era perfetto. Avevo visto che c’era il profilo Twitter del Papa, ovviamente era finto – ancora il Papa vero non aveva aperto il suo. Ho pensato, spariamola grossa e creiamo il profilo di Dio. A quel punto dovevo farmi seguire e farmi leggere, così mi sono messo a ricercare tutti i tweet che parlavano di Dio e sono andato a rispondere a tutti. Questa cosa, apparentemente scema, ha dato il via e nel giro di poche ore ho ricevuto tanti messaggi di gente esaltata perché gli aveva risposto Dio. (ride!) All’epoca non avevo capito il potenziale, ma era un gioco divertente e ho continuato a farlo.

Siamo oramai a Pasqua… come affronta questi giorni, anche in virtù della situazione che si sta vivendo?

La mia vita è cambiata poco, anche prima stavo sempre al computer e al telefono. Abbiamo superato un mese e la situazione comincia un po’ a pesare.

Vuol dire qualcosa a tutti i suoi fedeli?

La Pasqua quest’anno si fa in casa, non andate a trovare i nonni, compratevi l’uovo di Pasqua da soli e la benedizione va benissimo anche in streaming. Il Papa e le chiese si sono organizzati per trasmettere le messe, non serve riaprire le chiese: sono oltre 2.000 anni che la preghiera viene fatta a distanza e ha sempre funzionato bene.

Nel mondo social le fake news sono il male di questo periodo…

È un periodo meraviglioso, ogni giorno ce n’è una. Non gli si sta dietro. In questi giorni va di moda quella sul 5G e non sono gli italiani quelli che più ci stanno cascando, ma gli inglesi che hanno iniziato a bruciare le antenne 5G. I complottisti inglesi sono più avanti di quelli italiani, non è da sottovalutare.

 

Io che ascolto la parola di Dio!

Alessandro Paolucci è la mano materiale di Dio in qualche modo: chi ha scelto chi?

Alessandro è l’incarnazione. Le religioni sono così, ogni tanto le divinità si reincarnano in un corpo. Certo potevano scegliere meglio. Comunque, è stato lui a scegliere me, io nella vita volevo fare l’insegnante e invece sono diventato Dio. Capita! (ride!)

È laureato in Filosofia, forse la scelta non è stata poi così casuale?

Dopo aver studiato per anni i pensieri su come nei secoli veniva immaginato Dio, in effetti si è più preparati. Dopotutto Dio, nella scelta delle risorse umane è sempre stato bravo.

Alessandro è umbro: anche la scelta dell’Umbria non è casuale?

L’Umbria è una regione santa. Prendere uno di Roma sarebbe stato banale, quindi Dio ha pensato: Prendiamo uno di Foligno, che non c’entra nulla… nemmeno di Assisi (anche in questo caso sarebbe stato banale), ma di Foligno. Prevedo poi un boom turistico ad Assisi, in quel caso Foligno verrà spianata e ne diventerà il parcheggio.

Cosa farebbe Dio se potesse fare un miracolo per l’Umbria?

Ci porterei il mare.

Dalle Marche o dalla Toscana?

Dalle Marche, che verranno completamente sommerse. A qualcosa, purtroppo, bisogna rinunciare. Rinunciamo alle Marche.

Da poco è uscito il suo libro Cercasi Dio, punta a raggiungere le copie che ha venduto col primo, quello che tutti noi – più o meno – conosciamo?

È presto per dirlo, è uscito da pochi mesi.

Di cosa parla?

È un romanzo, un po’ autobiografico, un po’ inventato. La vita vera è poco avventurosa, quindi l’ho farcita con la fantasia. È una storia dedicata ai giovani nati negli anni Ottanta, quelli che sono stati cresciuti con l’idea che sarebbe andato tutto bene e invece no, è andata diversamente. Non è che abbiamo avuto una vita difficile, ma ci avevano talmente illuso che la disillusione è stata pesante e siamo ancora provati. Io stesso devo dire che, in un periodo difficile della mia vita, Dio mi ha salvato. Aprire questo profilo mi ha aperto una strada che mai avrei immaginato. Tutto questo viene raccontato nel libro. C’è anche mia mamma, che è una coprotagonista involontaria.

Quindi possiamo dire che il tocco divino c’è stato davvero…

Sì. È stata un’esperienza mistica, tipo San Paolo. Ero un’anima in pena e non sapevo che fare della mia vita, poi è arrivato Dio e mi ha aperto il mondo social, come un vero miracolo.

In concreto cosa è successo?

Ad esempio, mi contattano aziende per tenere corsi sui social network, perché vedono che la mia pagina cresce, ha successo e quindi vogliono sapere i tutti segreti. Mi pagano per questo. Ho lavorato a Milano in aziende dove non sono entrato per il mio curriculum, ma perché ero Dio. Volevano Dio in azienda. Una cosa incredibile!

Alessandro è credente?

Credo in me stesso.

Per finire faccia un augurio ai suoi fedeli… e anche a chi non è proprio un suo fan.

Più che un augurio ci vuole un incoraggiamento. Gli economisti dicono che ci sarà la ripresa dopo il grande crollo. È sempre stato così e così sarà. Bisogna però fare dei cambiamenti, basta essere solo più igienici e più responsabili dei nostri germi. Non è difficile, sono cose che la mamma ci insegna a 5 anni… ce la possiamo fare!

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