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A circa 10 chilometri dalla città di Spoleto, sorge il piccolo borgo di Campello sul Clitunno. Il comune comprende tredici piccole frazioni, anche se con il toponimo Campello sul Clitunno si identificano soltanto due di esse, Campello Alto e Campello Basso.

Il nome deriverebbe dal barone di Borgogna, Rovero di Champeaux che, attorno al X secolo, governò il feudo e fece erigere un castello, attorno al quale si sviluppa il borgo fortificato oggi denominato Campello Alto e abitato da poco più di cinquanta persone. Dell’antico castello rimangono le mura esterne e la porta d’ingresso, di fronte alla quale è situata la Chiesa di San Donato. Originaria del XVI secolo, venne ristrutturata più volte nel corso dei secoli e attualmente ospita un bell’altare ligneo di epoca barocca. Il campanile della chiesa è stato ricavato da una torre medievale dell’antico castello. All’interno di Campello Alto sono anche presenti il Palazzo Comunale e il complesso monastico dei Barnabiti, nel quale è custodito anche un affresco giottesco che raffigura la Crocifissione e i Santi.

 

Foto di Enrico Mezzasoma

 

La parte bassa di Campello, nella quale ha sede l’amministrazione comunale, è denominata La Bianca a causa della presenza di un’edicola votiva rappresentante una Madonna col Bambino, talmente chiara e bionda da essere soprannominata appunto la bianca. Il luogo più importante della frazione è il Santuario della Madonna della Bianca. Il progetto di costruzione venne avviato nel 1516 e aveva lo scopo di ospitare l’omonima edicola. La chiesa a croce latina, affiancata nel 1638 da una torre campanaria, presenta una facciata a spioventi divisa da quattro lesene verticali al cui centro sorge un semplice portale sormontato da una finestra circolare. L’interno, a una sola navata con copertura a cupola, è decorato con importanti affreschi e tele di artisti cinquecenteschi.

Nei dintorni vi è il Castello di Pissignano, che sorge nell’omonima frazione comunale. Il nome, che deriva dal latino Pissinianium ovvero piscina di Giano, testimonia l’antico dominio romano sulla zona. A causa della particolare morfologia del territorio, il castello si presenta con mura perimetrali a forma triangolare e con case disposte a terrazzamento. Tra le numerose torri medievali, una, a forma pentagonale, è stata trasformata nel campanile della chiesa di San Benedetto. Attualmente sconsacrata e di proprietà privata, era originariamente parte di un complesso architettonico benedettino. L’interno è decorato con numerosi affreschi, alcuni attribuiti a Fabio Angelucci da Mevale.

 

Tempietto sul Clitunno

 

Da non perdere assolutamente le Fonti del fiume Clitunno. Le sorgenti sono senza dubbio il luogo più suggestivo e rinomato di Campello sul Clitunno, alle quali numerosi poeti, come Virgilio e Giosuè Carducci, hanno dedicato delle magnifiche composizioni. Dalle fonti, create da sorgenti sotterranee che fuoriescono dalle rocce, si è formato uno splendido laghetto con limpide acque di colore smeraldo, nel quale sono presenti numerose specie e piante acquatiche. La struttura del parco oggi visibile, risale al XIX secolo, e venne costruita in seguito alla volontà di Paolo Campello della Spina di ridonare alla fonte l’antico splendore. Attualmente il parco si presenta come un luogo perfetto per gli amanti della natura che possono immergersi in sentieri tra salici piangenti e pioppi cipressini che donano all’area una sensazione di pace e tranquillità. Nei pressi delle fonti vi è il Tempietto sul Clitunno. Edificato nel V secolo sopra un preesistente santuario dedicato alla divinità fluviale Clitunno, è, in realtà, una piccola chiesa a forma di tempietto dedicata al culto di San Salvatore. La struttura rimanda allo stile classico di un tempio prostilo, tetrastilo, in antis, costruito su di un basamento e con colonne corinzie tutte diverse l’una dall’altra. All’interno vi è la cella, coperta da una volta a botte, che culmina con un’abside affrescata. Gli affreschi, risalenti al VII secolo, raffigurano San Salvatore, benedicente a mezzo busto con un libro gemmato, e, ai lati, i Santi Pietro e Paolo. Dal 2011 il Tempietto sul Clitunno fa parte del sito seriale inserito nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco I Longobardi in Italia: i luoghi del potere (568-744 d.C.) che comprende sette località in cui sono custoditi beni artistico-monumentali di epoca longobarda.

Curiosità: Campello sul Clitunno fa parte dell’Associazione Nazionale Città dell’olio ed è tra i migliori comuni italiani per la qualità della produzione di olio extravergine d’oliva.

 


Per saperne di più

«È stimolante lavorare in questa regione perché, oltre a essere un autentico paradiso di natura incontaminata, bellissimi borghi e cittadine affascinanti, è anche una regione ricca di storia, tradizioni e arte in tutte le sue espressioni».

Umbro di nascita, Armando Moriconi ha il suo atelier a Foligno, dove vive e lavora tra attrezzi del mestiere e calchi a cui dare forma e sostanza. È proprio nel suo studio, nel cuore dell’Umbria, che le sue sculture e installazioni prendono vita.

Alla scultura lei approda da giovanissimo, portavoce di uno stile scultoreo primitivo e istintuale, esperto conoscitore di tutte le tecniche nella lavorazione dei materiali. Ci racconta come nascono le sue opere?

Le mie opere nascono da visioni interiori; un po’ riflettendo come Henri Focillon: «la forma fintanto che non vive nella materia, è una visione dello spirito». Per me la scultura è pensiero, visione, segue poi il processo di lavorazione, ma è come respirare, c’è la gioia non la fatica. L’idea nella materia marmo vive di luce propria, respira, emana luce, comunica. All’inizio, circa nel 1995, dall’idea passavo direttamente alla lavorazione del blocco di marmo, tracciavo giusto qualche riferimento sulle facce del blocco avendo ben in mente la forma da cercare al suo interno. Si trattava di forme non articolate ma semplici, essenziali. Negli anni successivi, con l’evolversi della ricerca che mi portava a sviluppare forme organiche con più dinamismo plastico e tensioni, ho iniziato ad adottare un metodo diverso, andando dall’idea all’argilla e sviluppandola al meglio, per poi iniziare a trasferire il progetto sul blocco di marmo mediante la tecnica di cavar punti, con uno strumento particolare che ha degli snodi  in ottone. Su un’estremità scorre un’asta appuntita in acciaio che tocca i punti indicandone le loro rispettive profondità; questo viene ripetutamente trasferito dal bozzetto al blocco in fase di lavorazione per evidenziare la quantità di marmo da rimuovere in quel determinato punto, avendo cura di non andare oltre altrimenti si compromette l’esito dell’intero lavoro. Per quanto riguarda la creazione delle mie opere in bronzo, si entra nel magico e affascinante spazio della fusione a cera persa: viverla e attuarla in prima persona in tutte le sue fasi è un’esperienza unica. Si apprendono nuovi modi di operare, quelli che potrebbero sembrare errori tecnici in molti casi si rivelano fantastiche sorprese che stimolano la ricerca artistica e aprono nuove possibilità espressive. Attraverso l’esperienza di fonditore e formatore ho appreso tante cose utili per sviluppare nuovi progetti, come quello attuale sull’archeologia del tempo. Mentre i lavori in ceramica si concretizzano in modo più diretto rispetto al marmo e bronzo: lavorare l’argilla per me è fondamentale, sia come studio per generare poi opere in marmo o bronzo, sia per creare opere finite con smalti oppure trattate con procedimenti di ossidoriduzione e in terzo fuoco.

 

Quanto è fondamentale per lei lavorare nel suo atelier? Da dove trae ispirazione?

Il mio atelier è immerso nella natura, da un lato ci sono gli alberi di ulivo, dei vitigni di Trebbiano, Grechetto e Merlot, un orto grande dove si alternano vari ortaggi di stagione che coltivo insieme a mio padre. È fondamentale per me lavorare in questo contesto, dove la natura favorisce la mia ispirazione; blocchi di marmo, di onice, quando la luce del sole li coglie i loro spigoli si illuminano così da far sembrare che al loro interno ci sia un’anima. Lavorare nel proprio studio ti fa accorgere anche di progetti incompiuti e lasciati a metà strada o in attesa di ripresa. Ogni volta che finisco una scultura non vedo l’ora di fotografarla, in questo contesto la fotografia diventa uno strumento divulgativo ed espressivo che contribuisce ad accrescere il mito dell’arte, Mi piace fotografare lo sviluppo dei miei lavori e metterli in relazione con l’ambiente, spesso in situazioni di luce suggestiva.

 

Quanto è stato importante per lei e per la sua arte lavorare in questa regione?

È stimolante lavorare in questa regione perché, oltre a essere un autentico paradiso di natura incontaminata, bellissimi borghi e cittadine affascinanti, è anche una regione ricca di storia, tradizioni e arte in tutte le sue espressioni. In Umbria si può contemplare Giotto, Perugino, Beato Angelico, Piero della Francesca, Dottori, Leoncillo, Burri, Afro e musei e siti archeologici di grande importanza. L’Umbria è anche la regione di San Francesco, in particolare la mia città, Foligno, fu a lui la più cara e vicina dopo quella di Assisi.

Solitamente concludiamo questa chiacchierata con una domanda: se ci lascia con una parola su cui meditare che per lei rappresenti il connubio tra la sua arte e l’Umbria.

La parola armonia, intesa come connessione tra la mia energia creativa e il territorio in cui vivo e lavoro, ma anche come equilibrio plastico nelle mie opere.

Un secondo fine settimana di eventi e concerti!

 

Il secondo fine settimana si aprirà venerdì 16 dicembre con un doppio set (ore 19 / ore 21 al Birrificio f.lli Perugini) del duo Lorenzo Bisogno (sassofono) e Francesco Poeti (basso). L’inedito duo si confronta con i grandi standard della musica Jazz alternandoli con brani originali e in una location inedita.

Sabato 17 dicembre (Zut, ore 21.30) sarà la volta della formazione Aka. Young Jazz presenta in anteprima esclusiva il nuovo lavoro frutto di una ricerca sul dialogo tra silenzio, gesto e ripetizione. Concerto in collaborazione con Zut e con il sostegno di CURA Centro Umbro Residenze Artistiche. Il gruppo è tornato al lavoro ricominciando dal silenzio in una ricerca sul concetto di limite dal punto di vista del gesto fisico, della dinamica e della ripetizione e lavorando all’interno di territori ben circoscritti da un punto di vista compositivo, improvvisativo ed espressivo. Sul piano strumentale il quartetto si avvale della collaborazione di un trio d’archi: il legno rinsalda la musica ad un piano puramente materico, la possibilità di suono senza articolazione riporta ad una dimensione sospesa, senza contorni. Il materiale, presentato in esclusiva per la prima volta all’interno della rassegna di Young Jazz e sviluppato durante una residenza di tre giorni presso ZUT, si focalizza, da un punto di vista musicale, su texture ritmico-timbriche, sulla sovrapposizione di diversi livelli di segni e su soluzioni armoniche che riecheggiano le opere di compositori quali Feldman, Scelsi e Ligeti, pur mantenendo lo spirito e l’approccio di un certo jazz contemporaneo. L’elettronica e la post-produzione diventano fonte di ispirazione per l’approccio all’improvvisazione ed al suono – puramente acustico – dell’ensemble. Sul palco: Luca Sguera (pianoforte preparato), Francesco Panconesi (sassofono tenore), Alessandro Mazzieri (basso), Carmine Casciello (batteria), Ambra Chiara Michelangeli (viola), Enrico Milani (violoncello), Michele Bondesan (contrabbasso).

Domenica 18 dicembre gran finale con una produzione originale targata Young Jazz: Enrico Zanisi & Impro Circo Contemporaneo (Zut, ore 21). Imprevisto: non previsto, che giunge quindi inaspettato o di sorpresa. L’imprevisto valica tutto ciò che si trova di pianificato, arriva da un inciampo che cambia le direzioni. L’imprevisto ci dimostra che non possiamo controllare l’andamento delle cose. È da qui che la quotidianità si muove realmente: nell’inatteso. Su questo concetto si basa l’esibizione del pianista Enrico Zanisi che suonerà seguendo i movimenti dei performers di circo contemporaneo che, a loro volta, seguiranno il suono del piano. In questo ricercarsi, rincorrersi e inciampare del movimento e della musica ci troveremo di fronte all’imprevisto che si incontra nel fluire quotidiano.

L’attrice di Foligno promuove la regione negli Usa, dove vive dal 2012. Da poco ha recitato nell’ultimo film di Pupi Avati e con nostalgia racconta la sua amicizia con Ivana Trump.

Eleonora Pieroni

La potremmo definire la nostra italiana in America, anche se è ben lontana dal personaggio di Alberto Sordi nel film del 1967. Eleonora Pieroni infatti è un’attrice, modella e presentatrice nata a Foligno, da cui è scappata a 20 anni per rincorre il sogno americano – e ce l’ha fatta – e ora si trova dopo 10 anni a essere il volto dell’Umbria e dell’Italia negli USA, la Madrina internazionale della Quintana di Foligno e la Madrina dei Borghi più Belli d’Italia per la nostra regione. «Alla fine tutto torna, sapevo che prima o poi avrei amato e promosso l’Umbria. A 20 anni mi stava stretta, dovevo e volevo fare un mio percorso» ci dice durante una lunga chiacchierata via zoom dalla sua casa di New York. Nonostante le bizze dalla connessione – Perugia-New York non sono proprio vicine – abbiamo parlato di tante cose. Non solo di Umbria, ma anche di progetti passati e futuri e della grande amicizia che aveva con Ivana Trump. Ne parla con un filo di commozione: «Era la mia mamma americana. Rimarrà sempre nel mio cuore. Sogno di essere come Ivana un giorno, di riuscire a fare anche solo la metà delle cose che ha fatto lei». 

 

Eleonora qual è il suo rapporto con l’Umbria, visto che dal 2012 vive negli Stati Uniti?

Ho lasciato l’Umbria e Foligno 10 anni fa perché in quel momento odiavo questi luoghi, non mi vergogno a dirlo. L’Umbria non mi permetteva di raggiungere i miei obiettivi, di arrivare dove volevo, in primis nel mondo della moda e dello spettacolo. Dicevo sempre: «L’Umbria è bellissima e si vive bene, ma è una regione per vecchi». Il mio sogno si poteva realizzare solo tra Roma e Milano, avevo paura di restare intrappolata qui. A 20 anni non apprezzavo la mia regione; ha iniziato a mancarmi quando sono andata a fare la modella a Miami: lì era tutto meraviglioso però sentivo la nostalgia delle mie origini. Devo dire che l’amore per l’Umbria è venuto crescendo.

Quindi è un amore nato con il tempo…

Sì. Oggi se chiudo gli occhi e mi immagino un posto dove stare serena e tranquilla sicuramente è un prato, dove guardare il cielo, nella campagna umbra. Per ritrovare in qualche modo questo, ogni giorno vado a fare una passeggiata a Central Park: ho proprio il bisogno di stare in mezzo al verde, agli alberi e alla natura. A casa mia a New York c’è Umbria dappertutto, ci sono dei paesaggi verdi, ho sempre una piantina di basilico o di aloe a portata in mano, e nella credenza tengo le lenticchie di Castelluccio, che considero l’elisir di lunga vita. E proprio in America è partito il desiderio di raccontare le mie origini, di raccontare la Quintana, di raccontare Foligno e l’Umbria. 

Come si parte da Foligno alla volta degli Stati Uniti?

Si parte con tantissima paura, con tanto coraggio, adrenalina, un pizzico di pazzia e con una dose incredibile di ambizione. Ho avuto la visione di vedere me stessa proiettata nel mondo che volevo e questo mi ha spinto a partire. Inoltre, fondamentale è saper prendere il treno che passa in quel momento.

Il suo treno quand’è passato?

È passato una mattina mentre ero a scuola a Spoleto come maestra di sostegno: mi ero appena laureata e avevo accettato un incarico a tempo determinato, soprattutto per la gioia dei miei genitori. Era un periodo un po’ particolare della mia vita e dopo tanti anni in giro per l’Europa come modella, il lavoro a scuola era il coronamento dei miei anni di studio e poi, volevo vivere il mestiere dell’insegnante, che devo dire, è uno dei più belli al mondo. Era novembre e a metà mattina mi è arrivata una telefonata: «Pronto Eleonora ricordi quel meeting? Ti hanno scelta come modella per un progetto a Miami! Devi partire tra 20 giorni! Pronto Ele ci sei? Sei ancora lì?». Sono rimasta in silenzio per 3 minuti poi ho balbettato: «Wow grazie, ma ci devo pensare». Ero frastornata e mi confidai coi miei colleghi, in primis col maestro Francesco. È stato lui a dirmi che dovevo prendere al volo quel treno e che se non lavessi preso lui stesso mi avrebbe cacciato a calci nel sedere dalla porta. E così fu! Devo dire però che sono stati diversi i fattori che si sono allineati come sostiene la legge dell’attrazione dell’universo che è la mia filosofia di vita. Tutto è iniziato a 15 anni quando ho iniziato a sfilare per grandi marchi nazionali e internazionali tra cui: Ferragamo, Scervino, Roberto Cavalli, Cruciani, Brunello Cucinelli e Fendi che era prodotta dall’azienda Roscini a Spello. In contemporanea mi sono laureata all’Università in Scienze della Formazione con specialistica in psicologia – la mia famiglia, molto tradizionalista, ci teneva che mi laureassi – e ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo tra Roma e Milano. Non mi fermavo mai. Ho sempre perseguito con passione e grande determinazione i miei obiettivi: volevo sfilare e raggiungere la moda a livelli internazionali. Volevo che la mia esistenza avesse un significato al di là dei confini nazionali, o nella moda o nello spettacolo, ma questo volevo! Alla proposta di Miami ho saltato dalla gioia perché era il mio sogno, però allo stesso tempo avevo anche tanta paura: era la mia grande occasione quindi ho preso e sono partita, sono rimasta in Florida anche dopo che il progetto era terminato e da lì tante altre nuove conoscenze e opportunità sono arrivate, tra cui l’uomo della mia vita, Domenico.

Modella, attrice, presentatrice e anche cantante: qual è il lavoro che preferisce?

Quello che mi dà più soddisfazione è sicuramente il cinema, ma anche la conduzione. Sono due parti del mio lavoro che mi piacciono tantissimo. La modella fa parte di un periodo importante della mia vita che mi ha dato tante soddisfazioni… tutto è iniziato lì. Per quanto riguarda la musica, non mi definisco una cantante: ho inciso la canzone Volare perché rientra un po’ nell’immaginario dell’italiano in America, è stato un gioco, incentivata da un produttore italiano.

Ci racconti…

Nel 2016 a Miami e a New York iniziavo a essere riconosciuta agli eventi e ai party del jet set americano, era il momento in cui iniziavo a condurre i primi Festival, ero identificata come la bella italiana in America. Ricordo che a una festa di italo-americani iniziai a ballare il mambo emulando Sofia Loren e così da lì si è creato il cliché di Elleonora Lora the Italian beauty (gli americani non pronunciano bene il mio nome). L’idea di Volare è stata lanciata da un amico produttore musicale italiano e da mio marito Domenico Vacca, che è il mio mentore e una grande fucina di idee, poi è stata post prodotta da Ben DJ e distribuita da un’etichetta di Las Vegas.  

 

Eleonora Pieroni durante la Quintana di Foligno

È Ambasciatrice d’arte Made in Italy e della cultura italiana negli Stati Uniti per aver portato una delegazione della Quintana a sfilare a New York in occasione del Columbus Day del 2017…

È un titolo che mi è stato conferito dal sindaco di New York, Eric Leroy Adams ed è collegato a quest’evento del 2017 e anche all’evento di promozione della regione Puglia, che è la mia seconda terra, avvenuto nel 2018. Non lo devo dire io, però credo che non ci siano altri personaggi che si sono così impegnati a promuovere l’Umbria all’estero; ho fatto e faccio una promozione volontaria voluta e ideata da me. Il mio obiettivo è quello di raccontare agli americani la mia terra, Foligno e la Quintana. 

Ora è anche madrina dei Borghi più Belli d’Italia per la regione Umbria, lei che dai borghi in qualche modo è scappata. È una bella coincidenza…

È verissimo. La vita è un circolo e secondo la legge dell’universo se tu visualizzi delle cose alla fine le attiri. Io avevo visualizzato il mio ritorno in Umbria, me lo aveva predetto anche un veggente, perché, diciamoci la verità, ci si sta bene, ma volevo tornare dopo aver fatto un mio percorso. È il suggerimento che do a tutti i giovani. Comunque sono felicissima di questa nomina perché richiama un po’ la mia natura e stiamo lavorando a dei progetti molto interessanti dedicati anche al turismo di ritorno, ossia invitando gli italiani che vivono fuori Italia (più di 80 milioni) a riscoprire i borghi e le loro città natali ormai dimenticate. In pratica promuovere un turismo sostenibile e delle proprie radici.

Da occhio umbro ma che vive all’estero: c’è qualcosa che manca alla regione e ai suoi borghi per fare quel passo in più e diventare famosa come la Toscana?

In realtà c’è quasi tutto, vanno migliorate solo alcune cose, come ad esempio le infrastrutture, i collegamenti ferroviari e alcuni servizi. Inoltre, andrebbero più approfonditi il marketing e la comunicazione per il turismo. Qualcosa si sta muovendo – Paola Agabiti e la presidente Donatella Tesei stanno facendo un ottimo lavoro – è stato creato anche un nuovo logo, ma occorre una visione più internazionale per puntare sul turismo di lusso che cerca sempre posti esclusivi e di nicchia. Non solo per i clienti italiani, ma anche provenienti dall’estero, per questo già anni fa avevo puntato sull’Umbria poiché è come una piccola Svizzera con paesaggi bellissimi e una qualità della vita altissima, l’evento della Quintana a NY è stato in fondo un evento precursore del turismo delle radici. A proposito del turismo delle radici e del ritorno, ti anticipo che il 2024 sarà l’anno del turismo del ritorno.

Parliamo ora del suo ultimo film “Dante” di Pupi Avati dove interpreta una suora: le scene del suo personaggio sono state girate proprio a Foligno. È stato emozionante?

Assolutamente sì. È stata una grande gioia. Pensa al caso: sono scappata da Foligno e poi a distanza di anni la vita mi ha portato a girare un film proprio lì, a Palazzo Trinci. Sono la suora che accompagna Dante a incontrare Papa Bonifacio VIII. È stato un piccolo ruolo che però mi ha dato grande gioia, perché è una partecipazione in un film importante che rimarrà nella storia, diretto da un maestro del cinema come Pupi Avati e che racconta la Divina Commedia e Dante Alighieri, due capisaldi della letteratura italiana. È stata una grande esperienza, abbiamo girato molto in Umbria, il 90% delle scene sono ambientate tra Foligno, Bevagna, Perugia, Spoleto e tanti borghi dell’Umbria. Inoltre, è stato bello aver rincontrato il costume designer Andrea Sorrentino e Sergio Castellitto, che avevo premiato durante il Festival Italy on screen Today che ho condotto a New York qualche anno fa.

Ce l’ha un aneddoto su Pupi Avati da raccontare?  

La prima volta che l’ho incontrato sono rimasta sbalordita perché nel suo ufficio ha appesa la bandiera americana e sulla scrivania tiene la fotografia della sua casa americana. Era destino. Poi durante un meeting mi disse: «Andiamo a girare in Umbria e mi dicono che tu sei la madrina dell’Umbria e che la rappresenti anche in America». Insomma, è stato molto carino ed è stato per me una fonte di saggezza da cui imparare.

Come si descriverebbe in tre parole?

Sensibile, generosa e solare: amo la vita in tutte le sue sfumature!

Ha dei progetti in cantiere?

Ne ho diversi, sia nel cinema sia per quanto riguarda il mio ruolo di Ambasciatrice dei Borghi italiani. Come dicevo prima ci sono in campo progetti culturali che puntano sul turismo di ritorno e sulla promozione dei Borghi più belli d’Italia e li sto seguendo per quanto riguarda i due mondi: Italia e America. A gennaio 2023 a New York riceverò una nomina molto importante dalla CIM-Confederazione italiani nel mondo.

 

La Quintana a New York

Ha ancora il sogno nel cassetto di aprire una masseria?

Sì, ce l’ho ancora. Vedo che si è informata bene su di me! (ride). Per ora ho comprato una masseria in Puglia e ho iniziato a fare dei lavori di ristrutturazione, a Trani invece stiamo realizzando un hotel di lusso. Sto mettendo in atto il turismo di ritorno anche nella mia vita! Vorrei anche un agriturismo in Umbria dove fare il vino, l’olio, il miele e i prodotti naturali che a me piacciono tanto.

Non posso non chiederle di Ivana Trump: com’è nata la vostra amicizia? 

La incontrai per la prima volta a Saint Tropez. Poi la vera conoscenza avvenne durante una cena a Miami alla quale andai con mio marito Domenico Vacca. Domenico è stato il suo stilista personale per anni, ed erano legati da una grande amicizia; pensa che tutte le foto che si trovano di Ivana sul web sono quelle in cui indossa i tailleur coloratissimi di Domenico. Teneva molto a farmi conoscere Ivana perché voleva in qualche modo la sua approvazione. Da quel momento abbiamo iniziato a frequentarci.

Cosa ha rappresentato per lei?

Per me Ivana è stata veramente tanto importante. Era una fonte d’ispirazione e di grande motivazione. La guardavo e pensavo: «Voglio essere come lei». È stata la mia mamma americana nei momenti di solitudine e quando ancora non conoscevo nessuno a New York, lei c’era sempre. Non era solo una donna bellissima, ma anche una donna rigorosa, intelligente, una businesswoman, una campionessa di sci; ha scritto tre libri, aveva una sua linea di moda e degli alberghi col marito Donald Trump. Una vera icona degli anni 80.

Cosa facevate insieme?

Pranzavamo insieme almeno una volta alla settimana da Cipriani, il ristorante vicino a Central Park. Ci incontravamo a casa sua, facevamo una passeggiata e andavamo a pranzo insieme e poi la riaccompagnavo. Questa era la nostra routine. Stavamo ore e ore a parlare, io spesso prendevo appunti, ho un diario dove conservo tutti i suoi consigli e le sue frasi. Quando penso a lei mi si scatena un turbinio di emozioni, giusto qualche giorno fa mentre sistemavo la casa ho ritrovato delle foto e, sotto le note alla radio di Franck Sinatra, sono scoppiata in un pianto ininterrotto, mi fa tanto male pensare che non ci sia più, ha creato in me una rottura incredibile, mi aveva promesso tante cose, avrebbe dovuto essere presente a tanti nostri momenti belli. Ivana rimarrà sempre nel mio cuore, e se lascerò un segno nella storia di New York sarà anche grazie a lei.

Foligno (PG) e Gibellina (TP) apparentemente non hanno niente da condividere, ma in realtà un cubo e una sfera unisce queste due località.

Foligno e Gibellina sono due comuni italiani che distano fra loro 1.246 km. La distanza è notevole, non solo da un punto di vista geografico, ma anche storico, culturale, di dialetto e di cucina. Eppure, Lu centru de lu munnu e la Valle del Belice sono molto più vicine di quello che si può pensare. Infatti un evento naturale e due opere architettoniche, pur con tempi e forme diverse, hanno unito e uniscono questi due luoghi. L’obiettivo di rinascita spesso passa anche attraverso l’arte e i valori simbolici che essa esprime.
Tutto ha inizio nel gennaio del 1968 quando un forte terremoto colpì la Valle del Belice distruggendo Gibellina, paesino dell’entroterra trapanese. Poi nel settembre del 1997 un sisma di intensità leggermente inferiore a quello siciliano fece piombare nel dramma le popolazioni a cavallo tra Umbria e Marche. Nonostante le perdite umane e le pesanti ripercussioni su un territorio disastrato, la voglia di rinascita e di riscatto sociale si fece strada anche con i contributi dell’architetti Massimiliano Fuksas e Ludovico Quaroni.

Gibellina e l’architetto Ludovico Quaroni

Per la ricostruzione edilizia si pensò a una Nuova Gibellina distante una quindicina di km dal vecchio borgo. Per la rinascita delle coscienze e per la memoria storica si fece strada, da parte dell’amministrazione del Comune, l’idea di una ricostruzione culturale, dove l’arte e l’architettura avrebbero garantito un futuro a questa zona.

Chiesa di Gibellina

Nel 1970 l’architetto romano Ludovico Quaroni ricevette l’incarico per la progettazione della Chiesa parrocchiale nel punto più alto del paese. Il progetto fu completato nel 1972 ma i lavori iniziarono clamorosamente tardi e non furono completati fin quando nel 2002 ripresero i passaggi ultimativi, terminati poi nel 2010. Nel mese di marzo di quell’anno la chiesa fu inaugurata e consegnata ai fedeli.
La chiesa presenta una peculiarità che ritroviamo nelle architetture metafisiche, nel Cenotafio di Newton di Boullèe, nei connotati utopici di altri progetti contemporanei e che in sostanza si materializza nella forma perfettamente sferica dell’abside.
La Chiesa Madre, questo il suo nome, ha una geometria inusuale per una costruzione ecclesiastica: ha una pianta a base quadrata di 50 metri per lato, un anfiteatro scoperto dominato da una sfera centrale.

Foligno e l’architetto Massimiliano Fuksas

La Chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno è una chiesa parrocchiale progettata dall’architetto Massimiliano Fuksas e inaugurata nel 2009. Simbolo della rinascita dopo il terremoto del 1997 sorge su un’area che aveva ospitato un campo container per gli sfollati. L’edificio è costruito prevalentemente in cemento armato ed è come una scatola nella scatola, essendo frutto della composizione di due parallelipipedi, uno interno e uno esterno dove sono presenti finestre di forma irregolare.

Chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno

Non è, come qualcuno sofferma, una monolitica gettata di cemento, ma molto di più per l’importante rapporto che si crea fra l’edificio e il cielo e che rimanda al trascendente. La lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali e perciò di tratta esattamente di un cubo. Interessante è la leggerezza del cubo sospeso all’interno che si contrappone all’architettura massiva del volume esterno. Alla Chiesa si accede attraverso un vasto sagrato in salita dove si innalza una stele alta 13 metri in cemento e marmo di Carrara.
Accanto alla chiesa sorge un altro parallelepipedo, più basso e allungato dove trovano spazio la Sagrestia, il Ministero Pastorale e la Casa Canonica. Infine, un piccolo volume vetrato accoglie la cappella feriale. La facciata dell’ingresso, posta a sud, è attraversata in tutta la sua lunghezza da una bassa vetrata e numerose sono le fonti di luce che illuminano scenograficamente gli elementi di maggiore importanza.

Aspetti geometrici e rappresentativi

La Chiesa Madre di Gibellina rappresenta un luogo chiaramente simbolico, il centro gravitazionale degli spazi per la liturgia intorno a essa disposti. La sfera è una superficie liscia e candida che incarna la ricerca di purezza. È memoria della chiesa originaria riletta in chiave moderna e sintetizza il trascendente con la razionalità umana, è un’opera unica e un osservatorio privilegiato. Ludovico Quaroni ha sperimentato a Gibellina una sintesi fra arte, architettura e urbanistica tralasciando in parte gli aspetti liturgici.
Massimiliano Fuksas definisce così il senso del suo progetto per il Complesso Parrocchiale San Paolo a Foligno: «Vedere attraverso il cemento il cielo, dall’interno, dall’esterno, all’esterno». L’elemento luce in questo progetto è fondamentale per creare un ambiente favorevole alla spiritualità. La geometria minimalista dell’ingresso, al quale si arriva attraversando il sagrato, è in perfetta sintonia con tutta l’opera. Il cubo di Fuksas si rifà a un’estetica di essenzialità indicando ai fedeli la via della spiritualità. Il progetto, ispirato da un’idea di modernità, è di interesse, per il suo spirito d’innovazione, internazionale. La valenza simbolica è molto forte: opporsi alla distruzione ricostruendo un edificio forte e stabile.

La critica e la paura verso il nuovo

 La prima critica nei confronti della Chiesa Madre di Gibellina, a nome degli anziani del posto, è che è «troppo lontana, raggiungerla a piedi è impossibile», trovandosi nella parte più alta del paese. Inoltre, per i gibellinesi è moderna e con una forma bizzarra tanto che è stata soprannominata la chiesa palla.

Chiesa di Gibellina

Gli abitanti del posto erano abituati a cose ordinarie e capire questa nuova chiesa non è stato semplice. La Chiesa Madre di Quaroni per la gente è semplicemente un monumento da far vedere ai turisti e i fedeli vanno nella Chiesa Madre perché poi in fondo non hanno altre alternative, ma l’idea di appartenenza a una piccola comunità religiosa è ormai perduta.
Sintetizzando possiamo affermare che l’obiettivo di rinascita non ha funzionato del tutto e che la chiesa palla è troppo lontana e troppo moderna per essere accettata. Per quanto riguarda Foligno, sebbene la Conferenza Episcopale Italiana abbia scelto il progetto di Fuksas per il suo forte carattere d’innovazione, vi è stato chi ha mosso dure critiche al risultato finale. I detrattori sostengono che l’edificio risulta troppo d’impatto con il contesto circostante richiamando l’idea di un magazzino o semplicemente l’idea di un cubo gigantesco. Un volume troppo imponente che non si integra con il paesaggio umbro e la sacralità del luogo. È così che l’estetica contemporanea come tema di rinascita si è trasformata pure in tema di polemica. Come la chiesa palla non è entrata nel cuore dei gibellinesi, anche la chiesa cubo non fa impazzire i folignati. Probabilmente queste due opere architettoniche moderne hanno fatto emergere, in parte della popolazione, la neofobia intesa come il timore per tutto ciò con cui non abbiamo familiarità. Spesso non si ha paura del nuovo come tale, ma delle sue conseguenze. La paura della modernità e del cambiamento è uno stato d’animo che esiste da sempre, perfino Socrate era diffidente di quell’astruseria moderna che era la scrittura.

 

Chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno

Uno sguardo oltre

Molti sono gli esempi a livello internazionale di centri parrocchiali progettati in chiave moderna nell’ambito dell’architettura sacra. La chiesa del centro parrocchiale di Iesu a San Sebastian in Spagna, progettata da L.R. Moneo Valles, si contraddistingue per lo spazio astratto e cubico e per lo slancio verticale. La chiesa del complesso parrocchiale di Ka Don in Vietnam, si caratterizza per la semplicità e il rigore. Si tratta di un’opera poetica capace di rispondere a uno spazio di preghiera dimensionalmente grande. La chiesa invece progettata dagli architetti Ansgar e Benedikt Shulz a Lipsia in Germania ha un significativo spazio liturgico capace di trasmettere una trascendente esperienza spaziale intensificata dall’alto lucernario.

Un cenno al simbolismo geometrico

Concludo facendo un breve cenno al simbolismo geometrico e se questo può essere utile ad aiutare gli scettici a scoprire la bellezza delle chiese di Foligno e Gibellina. La sfera è la forma primordiale perché è simile a se stessa in tutte le direzioni ed è la forma più universale essendo il simbolo della perfezione. L’assenza di angoli simboleggia l’armonia e rinvia a una immagine di totalità.
Il cubo è la forma più immobile di tutte, è il solido per eccellenza e simboleggia la stabilità la forza e l’integrità. Con le dovute modifiche, certamente Quaroni e Fuksas hanno applicato ai loro progetti il valore del simbolismo e mentre il primo asseriva che: «senza possibilità di sperimentare non è possibile fare niente», l’altro ha affermato: «Io inizio a disegnare, intuisco una cosa, che poi non è mai quella vera o quella che mi era richiesta».

Si è tenuto lo scorso sabato 15 ottobre 2022 Montagne Super-Abili, l’evento finale di Hi-Ability, progetto finanziato dal programma Erasmus+ mirato a sviluppare competenze sociali e professionali di adulti con disabilità intellettiva attraverso la pratica sportiva.

Pale di Foligno (PG) – con la sua Aula Verde Altolina e i suggestivi percorsi delle Cascate del Menotre e dell’Eremo di Santa Maria Giacobbe – ha accolto numerosi appassionati, curiosi e interessati al tema, nonché gli educatori e i ragazzi di diverse organizzazioni attive nell’ambito dell’inclusione di persone con disabilità intellettiva. Queste ultime, provenienti da Città di Castello (Cooperativa La Rondine), Foligno (Associazione Liberi di Essere e La Locomotiva), Perugia (Asd Viva) e Nepi (Cooperativa sociale Gea) si sono cimentati in escursioni e in laboratori volti alla fabbricazione della carta con il supporto degli organizzatori, i membri dell’ASD Trekkify, e dell’associazione Valle Umbra Trekking, che ha fatto gli onori di casa. In apertura della giornata sono intervenuti l’assessore alle politiche sociali e ambientali di Foligno Agostino Cetorelli, i rappresentanti delle organizzazioni e cooperative presenti che hanno condiviso i loro progetti e la loro esperienza, il presidente di Valle Umbra Trekking Carlo Valentini – che durante la mattinata ha inaugurato anche la panchina rossa contro la violenza sulle donne che colora l’ingresso dell’Aula Verde Altolina – e la presidentessa dell’ASD Trekkify Eleonora Cesaretti, che ha ripercorso i due anni di progetto e presentato i quattro risultati prodotti, ponendo l’accento sul ruolo comprimario delle persone con DI nella loro elaborazione.

 

Visita all’Eremo Santa Maria Giacobbe, foto di Elena Volterrani

 

In primis, è stato elaborato un Toolkit per gli educatori, un vero e proprio manuale diviso in otto moduli che presenta esercizi e tutorial affinché gli educatori abbiano gli strumenti e le competenze per mettere le persone con DI nelle condizioni di approcciarsi all’ambiente naturale e agli sport all’aria aperta con autonomia e sicurezza. Poi un’App (Hi-Ability, disponibile su App Store e presto anche su Google Play) creata con un linguaggio Easy to Read, coadiuvato da pittogrammi e immagini, che racchiude dodici percorsi accessibili (quattro per ogni Paese partner, e cioè Italia, Croazia, Belgio e Grecia) individuati dai partecipanti al progetto con l’aiuto degli educatori; una Guida Verde, strumento a disposizione del turismo naturalistico accessibile, che riporta i suddetti dodici percorsi pilota, disponibile in inglese nella sua versione integrale e nelle quattro lingue dei partner nella sua versione semplificata, sempre concepita con un linguaggio Easy to Read. Infine, un documento con raccomandazioni per le politiche, che consenta di esportare il modello Hi-Ability al di fuori del progetto e di riprodurlo in maniera sistematica.

 

Laboratorio della carta, foto di Elena Volterrani

 

La giornata è proseguita con i tre gruppi di partecipanti che si sono dati il cambio nell’ammirare, sia la mattina sia il pomeriggio, le bellezze storico-naturalistiche del paese di Pale, del Sentiero dei Vecchi che lo costeggia, delle Cascate del fiume Menotre e dell’Eremo di Santa Maria Giacobbe, apprezzando la zona anche per sua tradizione cartiera, attraverso la partecipazione al laboratorio di fabbricazione della carta, e culinaria, attraverso la condivisione di un momento conviviale.

Attività outdoor, laboratori e una tavola rotonda sull’attività sportiva come strumento inclusivo a supporto delle persone con disabilità intellettiva

Il 15 ottobre 2022, presso l’Aula Verde Altolina di Pale (Foligno), si svolgerà Montagne super-Abili, l’evento finale del progetto europeo Hi-Ability, finanziato dal programma della Commissione europea Erasmus+ e incentrato sullo sviluppo di competenze sociali e professionali di adulti con disabilità intellettiva attraverso la pratica sportiva, con un focus particolare sul trekking.

Durante l’evento, organizzato dall’ASD Trekkify con il supporto di Valle Umbra Trekking e con il patrocinio del Comune di Foligno, verranno presentati i risultati del progetto – un Manuale di educazione ambientale, una Guida di percorsi escursionistici accessibili a persone con disabilità e un’App per la fruizione di tali percorsi – che intendono supportare non solo le persone con disabilità, ma anche le loro famiglie e gli educatori nell’acquisizione di competenze atte a utilizzare l’ambiente naturale come strumento a supporto del benessere psico-fisico.

In apertura della giornata interverranno rappresentanti dell’ASD Trekkify, di Valle Umbra Trekking e della FIE Umbria – Federazione Italiana Escursionismo, nonché dell’ASD Viva, de La Rondine e di Liberi di Essere di Foligno. Seguiranno alcune semplici escursioni, a cura di Valle Umbra Trekking e dell’ASD Trekkify, per scoprire le Cascate del Menotre, l’Eremo di Santa Maria Giacobbe e le Grotte di Pale, così da valorizzare il territorio e il patrimonio naturalistico della Montagna folignate.

Dopo il pranzo offerto, la giornata proseguirà con alcuni laboratori ambientali a cura degli operatori di Valle Umbra Trekking e con intrattenimento musicale a cura di Young Jazz.

In un’ottica di totale inclusione sociale, tutte le attività (presentazioni, escursioni, laboratori) sono gratuite e rivolte sia a persone con disabilità sia alle loro famiglie, educatori o altre persone interessate ai temi dell’evento.

Iscrizione obbligatoria su www.trekkify.it, da effettuarsi entro e non oltre il 7 ottobre 2022.

  • 2 piccioni
  • 1 rametto di rosmarino
  • 2 foglie di salvia
  • 2 foglie di alloro
  • 1 spicchio d’aglio
  • olio extravergine d’oliva
  • q.b. sale
  • q.b. pepe nero

Per il ripieno

  • 1 uovo
  • 80 g salsiccia o i fegatini dei piccioni
  • 6 cucchiai di pangrattato
  • 2 cucchiai di Parmigiano grattugiato
  • prezzemolo tritato
  • sale
  • un bicchiere di latte

Preparazione

Pulire i piccioni eliminandone le piume, la testa e l’estremità della coda. Tagliarli a metà nel senso della lunghezza per estrarne le interiora.
Preparare il ripieno amalgamando bene tutti gli ingredienti e inserirlo all’interno delle quattro metà, compattandolo per bene. Disporre su una teglia e cuocere in forno ventilato a 180° C per circa un’ora. Insaporire ulteriormente con gli odori.

 

Nelle zone intorno a Foligno, in passato l’allevamento dei piccioni era molto diffuso. Basti pensare alla frazione di Scandolaro, che si configura come una serie di case-torri edificate in mezzo agli olivi. La parte superiore di queste strutture era utilizzata per alloggiare i piccioni che, oltre a garantire un costante apporto di proteine animali, fornivano il guano utile a fertilizzare il terreno e a isolare i piani inferiori della casa-torre. Un’ulteriore riprova di questa vocazione all’allevamento è la denominazione di un’altra frazione del folignate, nientemeno che Santo Stefano dei Piccioni.

Foligno, città dantesca grazie anche a un progetto innovativo e a percorsi urbani accessibili a tutti.

«Vien dietro a me e lascia dir le genti». Questa citazione dantesca (Purgatorio, canto V) è il leitmotive del progetto Divina Foligno, un invito rivolto direttamente al turista a immergersi in una esperienza suggestiva, alla scoperta di una città ricca di tesori artistici e culturali, spesso poco conosciuti.

Foligno ha presentato, lunedì 20 giugno, presso la corte di Palazzo Trinci questo innovativo progetto che punta su una sua caratteristica storicamente importante, quella di essere una delle città dantesche, caratteristica suggellata nel 2021 dal conferimento della medaglia da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 

Gabriele Lena, Stefano Zuccarini, Michela Giuliani e Roberto Silvestri

 

Foligno è stata infatti sede, nel 1472, della stampa della prima edizione della Divina Commedia e, per celebrare questo importante evento, ha deciso di realizzare un progetto di promozione turistica e culturale collegando i suoi percorsi, in base alle caratteristiche salienti o a semplici suggestioni, alle tre Cantiche del poema dantesco attraverso un’applicazione digitale, a una nuova segnaletica urbana e a itinerari tematici urbani ed extraurbani in grado di fornire una visione completa ed esaustiva della grande offerta turistica del territorio.

Il progetto Divina Foligno è stato realizzato dalla rete di imprese Landmark Int.Geo.Mod, Corebook Multimedia & Editoria, Studio Naturalistico Hyla, Ing. Marco Zaroli –  e sviluppato in sinergia con il Comune di Foligno nell’ambito del programma  Agenda urbana di Foligno Smart community – Comunità, Sostenibilità – Foligno 2020, intervento OT.6 INT_01 Realizzazione della rete di attrattori culturali attraverso la realizzazione di itinerari culturali e tematici.

Circa dieci chilometri dei tre percorsi tematici e accessibili – Inferno, Purgatorio e Paradiso – partono dalle porte della città e attraversano il centro, snodandosi tra oltre ottanta punti di interesse identificati da targhe esplicative. A queste si aggiungono circa: centoventi pannelli con la segnaletica di accompagnamento, cinque leggii installati nelle piazze principali con spiegazioni anche in braille e cinque pannelli di grandi dimensioni posti nei punti di accesso alla città, che introducono il visitatore all’esperienza di visita e sui quali si trova il QR code per scaricare l’app e collegarsi al sito dedicato.

 

Inoltre, per chi volesse scoprire caratteristici e affascinanti itinerari esterni alla città, sono disponibili 13 itinerari extraurbani, pensati per essere percorsi a piedi o in bicicletta, che toccano i più suggestivi luoghi del territorio folignate, tra paesaggi unici, borghi antichi, parchi naturali e archeologici ed emergenze naturalistico-ambientali.

L’assessore al turismo Michela Giuliani, dopo aver ricordato la grande sinergia che ha reso possibile il raggiungimento di questo importante obiettivo e che ha visto partecipi varie aree dell’amministrazione comunale, coordinate dall’architetto Roberto Silvestri, ha sottolineato l’importanza del progetto che consente al turista una fruizione innovativa attraverso una segnaletica moderna e coordinata, un’applicazione tecnologicamente avanzata e una minuziosa attività di censimento dei siti di interesse che sono finalmente messi in rete e agevolmente fruibili.

Un progetto inclusivo che non dimentica le esigenze delle persone con disabilità motoria e sensoriale che, come poi approfondito da Gabriele Lena, rappresentante della rete LandMark, possono fruire dei leggii accessibili sopra menzionati, e di un sistema di notifiche automatiche da parte dell’applicazione che dopo l’avvio iniziale, si attiva autonomamente ogni volta ci si trovi nei pressi di un sito d’interesse.

Il sindaco di Foligno, Stefano Zuccarini, ha espresso: «Grande soddisfazione per il risultato raggiunto». Ha sottolineato come finalmente anche Foligno possa disporre di una segnaletica turistica adeguata al luogo e ai numerosi attrattori che caratterizzano la città, una segnaletica che mancava ma che è di fondamentale importanza e che, integrata alla nuova APP, rappresenta «un passo ulteriore attraverso le nuove tecnologie per valorizzare ancora di più la città di Foligno».

Questo progetto è un motivo in più, non solo per i turisti ma anche per gli umbri, per visitare Foligno e scoprire la città, come non l’avete mai vista.

I turisti stanno tornando. A Roma si vedono già file di persone al seguito di una bandierina. A Venezia ancora si riesce a circolare ma ben presto la città sarà totalmente occupata da nuove ondate di visitatori. Firenze si sta preparando.

Il Carapace di Arnaldo Pomodoro

 

Qui in Umbria i turisti iniziano ad arrivare e, se il virus non ci sorprenderà ancora, con l’estate si farà nuovamente il pieno. È un peccato che i percorsi delle visite siano, ancora oggi, focalizzati quasi esclusivamente sui tour classici: Giotto, San Francesco, Orvieto e il medioevo dei borghi. L’Umbria centrale, infatti, è ricca anche di moderne opere di architettura e di scultura, ma purtroppo non si incontrano turisti ad ammirarle. Lì hanno lavorato archistar e artisti famosi; tra loro troviamo niente meno che l’artista Arnaldo Pomodoro. Le sue sfere di bronzo, che rappresentano il mondo, sono famosissime e si vedono ovunque: da Roma a New York, passando per il cortile del Vaticano. Pomodoro ha disegnato e costruito il Carapace della cantina Lunelli, vicino a Bevagna. Si tratta di un’opera d’arte che prima si osserva da fuori e poi si gode da dentro; ha linee curve, morbide e crepe come un viso che ha vissuto. Poi si entra l’opera d’arte. Lasciando il tempo quasi eterno del Carapace ci si inoltra sotto la bellissima cupola di legno mossa e articolata; lì sotto c’è un’atmosfera raccolta dove spicca il colore rosso delle sedie, pronte ad accogliere i visitatori per far loro gustare comodamente il vino della cantina Lunelli. Un vero piacere per gli occhi, per il gusto e per lo spirito.

La chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno

A Foligno Massimiliano Fuksas ha lavorato su un enorme spazio vuoto: la zona dove hanno vissuto i terremotati del ‘97 fino quando, dopo lunghi anni, hanno potuto avere una casa. Il comune di Foligno ha pensato allora di usare quello spazio rimasto vuoto per erigere una chiesa dedicata a San Paolo. La chiesa si presenta come un gigantesco parallelepipedo di cemento bianco, sospeso su un rettangolo vetrato. Le pareti laterali hanno delle grandi spaccature vitree che lasciano penetrare una luce soffusa. Davanti alla chiesa si estende una lunga platea di cemento, anch’essa bianca e, tutto in torno, ci sono grandi spazi dedicati alle passeggiate e al parcheggio.

Mario Botta è sceso dalla Svizzera per costruire una scuola a Città della Pieve. La costruzione riassume la storia umbra partendo dal mattone, passando per il Medioevo e approdando allo spazio aperto. La sua cifra stilistica è il mattone rosso che nel ‘600 era già stato introdotto da un altro architetto svizzero: Francesco Borromini. Il mattone si integra benissimo con l’ambiente ed è risultato più che mai indicato poiché l’Umbria è stata produttrice di mattoni fin dal periodo etrusco. La costruzione è modulata come le antiche mura medievali, ma con pareti che lasciano entrare la luce e la cultura. La scuola da una parte si affaccia sulla valle mentre dall’altra è preceduta una grande area aperta: spazio ideale per lo svago dei ragazzi e degli abitanti di Città della Pieve.
Accanto a queste vi sono molte altre opere moderne e contemporanee. L’Umbria ha anche creato tanti giardini di sculture che arricchiscono il paesaggio e portano l’arte in mezzo alla gente, anche a quella di passaggio. Di questo però parleremo ben presto.

 

Città della Pieve, foto Pino Musi. Sito www.botta.ch

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