fbpx
Home / Posts Tagged "donne"

Si è svolta a Panicale, in una gremita sala parrocchiale adiacente a Piazza San Michele Arcangelo, la presentazione della trilogia di libri di Daniela Musini, Le Magnifiche, Le Indomabili, Le Incantatrici, 33 donne per ogni profilo nel complesso 99 che hanno fatto la storia d’Italia e non solo.

L’autrice, che ha coinvolto ed emozionato il pubblico con una abilità scenica da grande professionista, è una personalità molto importante del mondo della cultura, famosa in Italia e nel mondo ed è una artista poliedrica in quanto scrittrice ma anche, attrice, drammaturga e pianista. Acclamata interprete dell’opera di D’Annunzio e delle figure di Eleonora Duse e Maria Callas, ha lavorato in tutto il mondo da Berlino ad Ankara, da Istanbul a Colonia, Kyoto, San Pietroburgo, Varsavia e così via. Ha scritto 9 testi teatrali tra cui la mia Divina Eleonora e Maria Callas. Ha conseguito 17 premi alla carriera e 36 premi letterari a livello nazionale ed internazionale.

L’evento organizzato in collaborazione tra l’associazione Accademia Masoliniana e La Trama di Anita APS entrambe di Panicale, è stata l’occasione per festeggiare la festa della mamma con un evento culturale dedicato a grandi donne, che spesso sono mamme e vivono il doppio rapporto, con i figli ma anche genitoriale, oppure non lo vogliono essere per dare spazio nella loro vita ad altre priorità. L’autrice in colloquio con Francesca Caproni, che ha cercato di carpire l’essenza del progetto editoriale, ma anche molte curiosità di queste 99 figure femminili, tra cui due umbre Santa Chiara e Luisa Spagnoli e un’altra che in Umbria e addirittura a Panicale ha vissuto per un periodo di tempo, nella splendida villa di Mongiovino, che è Lucrezia Borgia, con le sue mille contraddizioni, rispetto alle quali viene moralmente condannata per i suoi costumi sessuali ma che in realtà è stata invece una grande tessitrici di relazioni a favore della famiglia Borgia e della storia dell’Epoca. Daniela Musini ha raccontato di alcune di loro, dalle più famose alle meno conosciute, da Giovanna d’Arco a Rita Hayworth, passando per tante altre figure, sottolineando un aspetto, che quasi sempre dietro al successo e all’immagine idilliaca del personaggio, ci sono disagi e sofferenze che nessuno sa e nessuno vede, quindi non è tutta luce quella che brilla.

 

 

E’ stata quella di sabato – spiega Francesca Caproni – un’altra iniziativa che ha arricchito il panorama degli eventi culturali di Panicale ed ha seguito il ciclo di incontri di CulturAscolto che ha avuto un successo straordinario nei primi mesi dell’anno, sia di pubblico che di contenuti, ma ovviamente anche di promozione del territorio, oltre al fatto che la ricerca ha prodotto nuove scoperte sotto l’aspetto storico e culturale. Sono fermamente convinta – continua – che in questi piccoli Borghi debbano essere gli appuntamenti culturali ad arricchire il calendario degli eventi, a coinvolgere i giovani, perché cultura è bellezza e benessere, ma anche economia.

Intervista con la docente e ricercatrice ternana, inserita tra le 1000 scienziate del mondo e nominata nel 2022 Foreign Adjunct Professor in geriatria traslazionale presso il Karolinska Institutet di Stoccolma.

Le eccellenze che rendono l’Umbria eccellente nel mondo. La professoressa Patrizia Mecocci, ternana DOC, è una di queste. Per scrivere il suo curriculum servirebbero pagine e pagine, tanti sono i riconoscimenti, le ricerche e le pubblicazioni realizzate. Proverò a riassumere per voi. La professoressa è una scienziata esperta degli aspetti clinici e biologici dell’invecchiamento; è autrice, anche in collaborazione con prestigiosi centri di ricerca internazionali, di oltre 350 articoli scientifici e 30 monografie e capitoli di libri.

Oggi è a capo della Struttura Complessa di Geriatria dell’Azienda Ospedaliera di Perugia ed è direttrice del Dipartimento di Medicina Interna e Medicina Specialistica 1, oltre a essere Professore Ordinario di Gerontologia e Geriatria dell’Università degli Studi di Perugia.
Nel 2022 il Comitato Scientifico del Karolinska Institutet di Stoccolma l’ha nominata Foreign Adjunct Professor in geriatria traslazionale, titolo attribuito a ricercatori con pubblicazioni di alto livello e riconosciuti come leader nel loro settore.
A fine 2023 è stata riconosciuta fra le mille migliori scienziate del mondo (26esima tra le ricercatrici italiane e 925 esima a livello mondiale) nella classifica stilata da Researach.com, una delle principali piattaforme accademiche che valuta i migliori ricercatori sulla base delle loro pubblicazioni. «È un riscontro concreto del tanto lavoro fatto in questi anni. Inoltre, è anche una rivincita per le donne». Una carriera e un percorso di vita che fanno impallidire molti e che l’hanno resa una figura di spicco, sia in Italia sia all’estero.
Abbiamo parlato con lei di tanti argomenti, alcuni anche un po’ fuori dagli schemi – dalla musica allo sport, dalle sue passioni ai diversi incarichi, fino ai suoi ultimi studi e al ruolo che le donne hanno nel mondo accademico – per conoscere Patrizia, non solo la professoressa Mecocci.

 

Professoressa Patrizia Mecocci

 

Professoressa la prima domanda è di routine: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Penso che sia la regione più bella d’Italia. Amo molto l’Umbria, la sua storia e la sua arte. È stata la bellezza del panorama di Assisi – che vedevo dal mio vecchio studio quando l’ospedale era ancora a Monteluce – a farmi lasciare gli Stati Uniti: lavoravo all’Università di Harvard e mi era stato offerto un contratto, però il richiamo di questo territorio è stato più forte. Forse il mio rapporto con l’Umbria mi ha un po’ tarpato le ali, magari la mia carriera sarebbe stata ancora più brillante se fossi rimasta negli Stati Uniti. Oppure no. Nella vita bisogna convincersi che le decisioni che si prendono sono quelle giuste, non serve avere rimpianti.

 

È stata inserita tra le 1000 scienziate del mondo. La prima cosa che ha pensato quando ha ricevuto la notizia?

Non lo immaginavo assolutamente e per questo sono stata molto felice. È un riscontro concreto del tanto lavoro fatto in questi anni, perché nella vita non sempre l’impegno viene riconosciuto dagli altri e dalla società. Inoltre, è anche una rivincita per le donne.

 

A tal proposito il suo commento dopo la nomina è stato: “Questo risultato mi porta a sperare che ci siano in futuro sempre più donne coinvolte come leader nell’attività di ricerca e che possano ottenere un sempre maggiore e meritato riconoscimento al loro impegno”. Siamo ancora lontani dal renderlo normalità?

Siamo un po’ meno lontani di quando ho iniziato la mia carriera. Ancora oggi purtroppo – ciò mi fa ridere e allo stesso tempo arrabbiare – articoli pubblicati su prestigiose riviste scientifiche come Science o Nature hanno molto spesso la firma finale di un uomo, nonostante il lavoro di ricerca e il laboratorio sia stato portato avanti interamente da donne. Il senior, il capoprogetto, ancora oggi è quasi sempre un uomo; ci dovrebbero essere più donne a ricoprire questo incarico.

 

Secondo lei perché accade questo?

Perché gli uomini stanno in cima alla piramide, poi sotto ci sono le donne. Il vertice è ancora maschile. Penso però che diventerà presto femminile perché, nell’area biomedica le donne prevalgono come numero. Per cui sono convinta che – visto che i numeri sono dalla nostra parte – si romperà il famoso tetto di cristallo.

 

In quanto donna si è dovuta impegnare maggiormente rispetto a un uomo per raggiungere i risultati che ha ottenuto? Ha avuto mai questa sensazione?

Assolutamente sì. Se un uomo deve dimostrare di essere bravo, una donna deve dimostrare di essere molto brava: occorre sempre qualcosa in più. Quello che posso dire di positivo è che, nel mio percorso lavorativo, ho avuto pochi intralci, penso ai miei maestri che mi hanno lasciato libera di andare a fare ricerca dove volevo. Sono stata molto autonoma e questo è stato un grande vantaggio. Non tutte le mie colleghe hanno avuto – e hanno – queste possibilità.

 

C’è lo studio di cui è più orgogliosa? Un traguardo di cui va più fiera?

Sicuramente lo studio che ho realizzato negli Stati Uniti: una ricerca veramente innovativa. Ho studiato una molecola che all’epoca – parliamo del 1992/93 – non si trovava in commercio, quindi l’ho sintetizzata da sola come fossi un chimico. Mi sono dovuta arrangiare, mi sembravo Maga Magò (ride). Però alla fine, dopo mesi di fallimenti, ci sono riuscita, e questo per me è stato motivo d’orgoglio. Ricordo ancora che, per 4-5 mesi, durante gli incontri con i ricercatori e con il professore referente, non riuscivo a presentare nessun risultato, mi sentivo umiliata e incapace; poi quando le cose hanno cominciato a funzionare e ho concluso lo studio è stata per me una grande soddisfazione, soprattutto perché avevo fatto tutto da sola.

 

Ha avuto sviluppi concreti questa ricerca?

Si è sviluppata nello studio del ruolo dello stress ossidativo nell’invecchiamento cerebrale, nell’invecchiamento in genere e nelle demenze. Da lì poi sono partiti diversi studi.

 

A che punto è oggi la ricerca sull’invecchiamento cerebrale e sulle malattie degenerative?

In questo momento ci stiamo focalizzando sugli aspetti legati alla senescenza che è il nucleo base di tante patologie cronico-degenerative come l’Alzheimer, i tumori, l’insufficienza respiratoria o lo scompenso cardiaco. Queste patologie si manifestano maggiormente con l’invecchiamento, quindi il nostro scopo è quello di studiare dei marcatori attraverso il sangue per individuare i soggetti che avranno un invecchiamento più rapido (di conseguenza un elevato rischio di patologie cronico-degenerative) per provarne a fermare o rallentare lo sviluppo con farmaci già presenti in commercio o con molecole naturali.

 

Nessuno vuole invecchiare. Esistono pratiche quotidiane per ritardare l’invecchiamento cerebrale?

Ci sono degli studi e dei gruppi di ricerca svedesi e finlandesi, con i quali collaboriamo, che stanno portando avanti dei progetti fondati sulla prevenzione della fragilità. Si basano su esercizi di attività fisica e di attività di stimolazione cognitiva, come i giochi che tengono attivo il cervello. Inoltre, è importante favorire la socializzazione e la socialità, bisogna stare in compagnia, e occorre optare per un’alimentazione ricca di frutta, verdura, pesce e bere molta acqua. Una dieta il più equilibrata possibile perché spesso, invecchiando, le persone tendono ad alimentarsi male: penso agli anziani che la sera mangiano caffè d’orzo, latte e biscotti, e questo non è salubre.

 

La professoressa con il suo gruppo di lavoro

 

Preferisce il laboratorio, la corsia o le aule universitarie?

Il top per me è la ricerca, mi dà tanta soddisfazione. Mi piace anche la corsia perché ti mette in relazione con le persone e s’impara tanto; il difficile però è soddisfare le aspettative dei pazienti e dare loro le risposte giuste di cui hanno bisogno. Trovo interessante anche la didattica, solo che negli ultimi anni si percepisce molto un atteggiamento di diffidenza verso i docenti e si è creata un’atmosfera molto basata sui giudizi, dei professori verso gli studenti e degli studenti verso i professori. Si ha la sensazione di vivere sempre sotto esame che svaluta quello che è il vero ruolo dell’Università. Mi spiego. Il nucleo non è solo superare test o verifiche, ma creare un rapporto fra studenti e docente, in modo tale che quest’ultimo trasmetta e condivida ciò che ha imparato nel corso della sua vita; invece nell’aria spesso si respira solo l’incubo dell’esame, di finire il corso nel più breve tempo possibile, del rapporto con il docente spesso percepito solo come un esaminatore. Ciò impoverisce tutto, mentre l’Università deve essere un luogo dove le diverse generazioni si relazionano e scambiano idee. Mi piacerebbe tanto che docenti e studenti sentissero l’Università come un luogo di cultura e non un esamificio.

 

Chi è Patrizia quando si toglie il camice? Cosa le piace fare?

Mi piace leggere romanzi, studiare storia e storia dell’arte, visitare musei, mostre, andare al cinema e a teatro. Apprezzo tutto ciò che è artistico anche se non so assolutamente disegnare o dipingere. Adoro anche viaggiare, scoprire altri Paesi e altre persone.

 

Nella sua vita non può fare a meno di…

Della musica e degli amici.

 

Ora sono curiosa: che musica ascolta?

Di tutto: dalla classica al rock degli anni ’80-’90. Mi piace il cantautorato italiano, mentre tra le nuove generazioni rock apprezzo i Greta Van Fleet: a luglio saranno in concerto a Mantova, se ce la faccio mi piacerebbe andare.

 

La professoressa Mecocci durante un viaggio in Bolivia

 

Ho letto che è anche appassionata di calcio: per che squadra tifa?

Tifo Ternana e Inter, ma le seguo meno perché il calcio di oggi è deludente. I giocatori cambiano continuamente casacca per cui non sai mai se quel giocatore gioca con la tua squadra o con la squadra avversaria, ascoltare una partita alla radio diventa difficile. È un mondo gonfiato e pieno di soldi, per questo non mi diverte più, però fino a una decina di anni fa mi piaceva molto.

 

È vero che da piccola era la mascotte della Ternana?

Fino alla terza media sono stata una mascotte delle Fere e ho continuato a seguire la Ternana anche per tutto il periodo del liceo, andavo allo stadio. Poi, durante l’università ho rallentato. Ora seguo molto la pallavolo e il rugby.

 

Tifa per la Sir, anche se è di Perugia?

Sì, se vince sono contenta. Quando una squadra è forte le si deve comunque riconoscere i meriti (ride).

 

Lo fa ancora l’album delle figurine?

Adesso non più, ma da ragazzina facevo l’album dei calciatori.

 

Ha realizzato i suoi sogni? Quando era bambina già si immaginava medico?  

Già a quattro anni dicevo a tutti che da grande avrei fatto il medico, mentre non pensavo assolutamente alla carriera accademica. Quella è iniziata in modo casuale con l’opportunità di fare un dottorato di ricerca subito dopo la laurea, prima in Svezia e poi negli Stati Uniti. Questo mi ha svoltato la vita. Tutti dovrebbero provare ciò che gli piace, per questo non trovo giusto il test d’ingresso alla facoltà di Medicina, che spesso blocca i sogni di un diciottenne. Un giovane dovrebbe iniziare gli studi, poi se capisce che non è la strada giusta, smette o cambia facoltà.

 

Non crede che i test possano fare una scrematura?

I test d’ingresso non selezionano i migliori, lo dico da docente che ha visto arrivare alla laurea anche persone mediocri. Spesso mi chiedo come abbiano fatto a superare l’ammissione: questo dimostra che il test non seleziona i migliori, la meritocrazia è ben altro.

 

Quale consiglio darebbe ai ragazzi, in particolar modo alle giovani donne, che vogliono intraprendere il suo mestiere?

Di avere costanza, di non farsi sottomettere da nessuno. Se si ha un’idea buona va portata avanti, non avere paura di sbagliare e non mollare alla prima difficoltà. Bisogna andare avanti con competenza e studiare. Inoltre, smetterla di pensare sempre che ci sono quelli più fortunati o più raccomandati.

 

Proprio come faceva Pietro Mennea. È ancora lui il suo mito o è cambiato?

No, è sempre lui. Mennea aveva una struttura fisica alla quale non avresti dato un soldo di fiducia. Lui però si è allenato con costanza e tenacia, e ha trasformato il suo fisico mingherlino. È una persona che ha detto: «Se io voglio, posso». Non è sempre detto che questo riesca a tutti, però lui ha dimostrato che se si vuole qualcosa si può ottenere. Era anche una persona molto intelligente perché ha conseguito – se non sbaglio – quattro o cinque lauree.

 

Lei si è rivista in questo atteggiamento?

Lui è un livello molto superiore (ride). Pensi, ogni volta che rivedo le sue gare mi commuovo.

 

Ultima domanda: qual è la prima cosa che le viene in mente pensando all’Umbria?

L’Umbria è una regione bellissima, straordinaria e unica, ma si visita con difficoltà perché non ha buoni collegamenti stradali e ferroviari e su questo si deve impegnare di più. I turisti che vengo qui, vedono dei posti unici, ma compiono un’impresa titanica. Va resa più fruibile.

L’Archivio di Stato di Terni ospiterà la conferenza “Risonanze Storiche, ricordando Gisa Giani a cento anni dalla nascita”. L’appuntamento è per venerdì 8 marzo dalle ore 16.30.

 

In occasione della Festa della donna, attraverso un cammino storico, verranno ricordate e celebrate figure femminili che, con talento e determinazione, conquistarono le prime posizioni sociali nel campo culturale, nello specifico nel vasto e raffinato mondo della musica dal XVII al XX secolo. L’Archivio di Stato di Terni ricorderà, con un totale coinvolgimento della famiglia, una concittadina a cento anni dalla nascita, che ha segnato profondamente con i propri studi la storia del territorio: Gisa Giani.

Ex modella, ora si occupa di eventi legati al mondo della moda ed è la presidente di Un’idea per la vita onlus, associazione che sta accanto alle donne che affrontano la malattia.

«Se non ho da fare, me lo invento!». Questa frase descrive alla perfezione Laura Cartocci, ex modella, organizzatrice di eventi e sfilate di moda, e presidente dell’associazione Un’idea per la vita onlus. Toscana, ma residente in Umbria da 25 anni – «Oramai mi sento parte di questa regione» – collabora come consulente con le scuole di moda dell’Umbria e con il Love Film Festival; organizza il Fashion show con l’Accademia di Belle Arti ed è la direttrice artistica del concorso di bellezza Miss Blumare per la Regione. Nel 2023 ha creato il format Umbria Fashion, un contenitore che vuole mettere al centro i giovani del mondo della moda. «Il mio lavoro principale però è quello di essere un manichino vivente: in pratica faccio prove di vestibilità per la taglia M per Luisa Spagnoli». In una lunga chiacchierata ci ha raccontato tutte le sue attività e i progetti futuri.

 

Laura Cartocci

 

Laura, iniziamo da “Un’idea per la vita Onlus”: quando e perché è nata?

L’associazione è nata a fine 2019 da un’idea mia e di Nicoletta Utzeri con la volontà di donare carezze e di stare vicino alle donne che affrontano il difficile percorso della malattia.

 

Ho letto che si è avvicinata all’attività di volontariato grazie a Leonardo Cenci… in che modo?

Ho conosciuto Leonardo a marzo 2016. Lo seguivo sui social e – vivendo da vicino la malattia di una mia amica che accompagnavo a fare la chemioterapia – ho deciso di contattarlo per proporgli una raccolta fondi e l’organizzazione di una sfilata di moda: ho coinvolto aziende umbre e toscane anche di livello e, tra l’asta e la cena, abbiamo portato a casa 4.600 euro con un primo evento e oltre 2.000 con un secondo. Questi soldi hanno contribuito all’acquisto di nuovi lettini per la chemio per il reparto di oncologia dell’ospedale di Perugia. Ho collaborato con Leonardo per una decina di mesi e ho ricevuto molto da lui: lui ha saputo dare speranza e dignità ai malati. Ho organizzato eventi anche per altre associazioni come il Comitato Chianelli e, spinta da una giovane donna malata, ho fatto nascere Un’idea per la vita onlus, proprio per realizzare qualcosa di concreto: mi sono avvicinata al volontariato per donare, ma alla fine sono io che ricevo molto in cambio.

 

La vostra mission è promuovere la prevenzione delle malattie oncologiche femminili: quanto è importante? A che età è consigliato iniziare?

È molto importante. Il nostro motto è: La diagnosi precoce salva la vita. Si deve iniziare a circa 12 anni facendo il vaccino – maschi e femmine – contro l’HPV. Già questo è importantissimo. Poi è bene controllarsi regolarmente anche da giovani.

 

Cosa fate concretamente come associazione?

Diamo supporto e realizziamo progetti, ma soprattutto – come dicevo prima – sensibilizziamo sulla prevenzione e sulla diagnosi precoce. A tal proposito ho ideato degli incontri informativi che si svolgono nei diversi comuni umbri – ne abbiamo già toccati 12 – dove cerchiamo di seminare l’importanza della prevenzione attraverso la partecipazione di medici e di associazioni sociali: ogni sindaco riceve il Passaporto del cuore e tramite i social, la stampa e il passa parola diffondiamo il più possibile l’idea che la diagnosi precoce salva la vita. A questo si aggiungono le raccolte fondi per realizzare i nostri progetti: il progetto di cui siamo più orgogliose è la Banca della parrucca, idea già presente in altre regioni d’Italia, che ci ha consentito di essere presenti alla Breast Unit dell’oncologia medica all’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia per dare sostegno alle donne.

 

Ci spieghi cos’è la Banca della parrucca…

È un progetto in cui vengono offerte parrucche igienizzate in comodato d’uso gratuito. Mi spiego meglio. La Regione Umbria dà, in caso di patologie, 300 euro per l’acquisto di una parrucca, ma alcune possono arrivare a costare anche 2mila euro (dipende dalle caratteristiche); è qui che interveniamo, fornendole gratuitamente. Chi invece decide di comprarla, finito l’utilizzo può donarla a noi: la facciamo rivivere e la prestiamo a un’altra donna. Quando i capelli ricrescono, la parrucca si lega a un brutto ricordo quindi, invece di buttarla o tenerla in un cassetto, può essere donata a chi in quel momento ne ha bisogno. Il nostro è un servizio gratuito e completamente anonimo, a cui si aggiunge la consulenza dei nostri hair stylist. Le donne devono sapere che possono contare su di noi.

 

È importante sentirsi e vedersi belle anche in periodi della vita non semplicissimi…

È fondamentale, per questo abbiamo parrucchieri e makeup artist che danno consigli. In questi momenti tornare alla vita sociale è importantissimo. Nonostante i cambiamenti del corpo queste donne, che hanno una forza incredibile, vogliono sentirsi tali ed essere viste belle, soprattutto dai mariti/compagni. I capelli, la pelle e il trucco sono importanti e forniamo loro delle carezze (così le chiamo) grazie alle tante figure professionali che collaborano con noi. È un lavoro di squadra… senza una squadra non si va da nessuna parte!

 

Quali sono i prossimi eventi organizzati dall’associazione?

Oltre agli appuntamenti fissi come La sfilata del cuore o la Charity dinner, di recente abbiamo creato Lo Spazio del cuore. Si tratta di incontri, per ora quindicinali nella nostra sede (presso l’Istituto Superiore Paritario Leonardi – zona Broletto) a cui si potrà accedere gratuitamente e su prenotazione. In questi appuntamenti – sia pazienti oncologiche che non – potranno ritrovarsi per alleggerire il peso del percorso di malattia, ma anche per avere consigli e per condividere qualsiasi problematica perché, quando il peso che hai lo racconti, sembra più leggero! Insomma, uno spazio di ritrovo, aggregazione e confronto aperto a tutte le donne. Ogni appuntamento vedrà la presenza di medici specialisti coinvolti nella gestione delle patologie oncologiche, oltre a esperti e professionisti di altrettante discipline con l’obiettivo di organizzare anche attività di piacere e svago: dal trucco alla cucina, dalla musica al portamento. Tutto comunque sarà illustrato nei nostri canali social.

 

In genere il fare gruppo è una prerogativa maschile, ma in alcune circostanze l’unione delle donne è una risorsa infallibile e preziosa: questo, quanto è importante per chi deve svolgere il percorso oncologico?

Condividere le stesse esperienze, soprattutto negative, fa sentire meno sole. Si può ironizzare anche nei momenti peggiori e con le sfilate o il calendario, che organizziamo, ci si mette in gioco a qualsiasi età.

 

È difficile in Umbria accedere al sistema di screening?

Tutte le donne, in diverse fasi della vita, vengono chiamate dalla regione per degli screening gratuiti, il problema è che molte non ci vanno, rimandano e si trascurano. Questo è sbagliatissimo: una volta all’anno i controlli vanno fatti (mammografia, pap test, feci occulte).

 

Laura, lei è anche un’organizzatrice di eventi nel mondo della moda, la sua ultima creazione è “Umbria Fashion”, nata nel 2023. Ci può anticipare qualcosa della prossima edizione?

La seconda edizione si svolgerà a Perugia il 19-20 ottobre: già ho bloccato le date! (ride). Non posso anticipare nulla perché ancora ci sto lavorando. Il format nella prima edizione ha funzionato molto bene, ora va solo perfezionato per focalizzarsi al meglio sui giovani. È stato creato principalmente per loro, per la loro formazione e per mantenere vive tutte le maestranze che ruotano attorno al mondo della moda. Tanti grandi marchi si rivolgono alle aziende umbre per realizzare i loro capi perché trovano eccellenti realtà tessili: questo va mantenuto e portato avanti dalle nuove generazioni. L’obiettivo di Umbria Fashion è fare ciò.

 

Laura Cartocci, la presidente Donatella Tesei e l’assessore Luca Merli

 

Nella prima edizione ha fatto sfilare un robot: pensa che questo sia il futuro? Le modelle potranno essere sostituite?

La tecnologia ormai fa parte del mondo della moda, ma le modelle non potranno mai essere sostituite dai robot, così come i lavori manuali. La sarta ad esempio potrà essere coadiuvata dalla tecnologia, ma la maestria delle sue mani resta fondamentale.

 

Il mondo della moda lo ha vissuto (lo vive) in tutti gli ambiti, in passerella e lavorando dietro le quinte: quale dei due preferisce?

Tutto ha il suo tempo. Mi sono avvicinata al mondo della moda abbastanza tardi, avevo 23 anni e ho lavorato fino a 34. La modella non si può fare per sempre e così sono andata a scuola da due organizzatrici di eventi per imparare questo mestiere. Devo dire che come modella ho lavorato molto: avevo in agenda anche 2-3 appuntamenti al giorno. Oggi con le influencer – che non giudico perché fanno parte della realtà attuale – sarei stata meno richiesta. All’epoca servivano delle misure e delle caratteristiche fisiche ben precise, ora una ragazza carina con l’aiuto dei filtri, diventa una modella. Comunque devo dire che entrambi i mondi mi hanno dato – e mi danno – grande soddisfazioni.

 

Che consiglio darebbe a una ragazza che vuole entrare in questo mondo?

Dico sempre che c’è tanto da lavorare, si deve avere curiosità, si deve voler apprendere e avere tanta umiltà. In passerella a parlare è il corpo, con le movenze e il sorriso, ma quando si scende bisogna essere umili, educate, rispettose, puntuali e sorridenti. Un sorriso non costa nulla, è un’arma fondamentale per mettere a proprio agio le altre persone.

 

Certo, nelle sfilate di alta moda le modelle sono sempre imbronciate…

Sembrano sempre arrabbiate… glielo consiglieranno (ride).

La regista romana di origini umbre chiude la sua trilogia cinematografica con la Santa di Assisi, una donna che lotta per ottenere quello che vuole e rompe gli schemi dell’epoca.

La storia di una ragazza che ha rivoluzionato il mondo. La storia di una ragazza che è diventata santa. Susanna Nicchiarelli, romana di nascita ma umbra di origine, ha portato sullo schermo la vita della Santa d’Assisi con il film Chiara.
La pellicola – la quinta della regista – conclude una trilogia dedicata a tre donne «disturbanti», come lei stessa le definisce; tre donne legate a degli uomini dai quali faticano a emanciparsi: Nico (vero nome di Christa Päffgen ex musa di Andy Warhol e cantante dei Velvet Underground), Eleanor Marx (figlia di Karl Marx), e appunto Chiara – l’eccellenza femminile più importante dell’Umbria – legata a Francesco.
Non potendo intervistare Chiara (per ovvie ragioni), ho parlato di lei con Susanna, che nello scrivere la sceneggiatura l’ha studiata e scoperta in ogni suo aspetto. Il film racconta la storia di una diciottenne ribelle che lascia la famiglia per unirsi al suo amico Francesco: da quel momento la sua vita cambia per sempre, non si piegherà alla violenza dei famigliari, e si opporrà persino al Papa: lotterà con tutto il suo carisma per sé e per le donne che si uniranno a lei, per vedere realizzato il suo sogno di libertà.

 

Susanna Nicchiarelli. Foto di Matteo Vieille

 

Susanna, come prima domanda le chiedo: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Mio padre è originario di Tavernelle. Io torno spesso in Umbria, ho una casa e sono molto legata a questa terra. Ho un ottimo rapporto anche con tutta la rete dei cinema e dei festival umbri. Spesso li sento, quando sono nei paraggi passo a trovarli e presento i miei film; è una realtà molto bella, con persone che amano veramente il cinema.

 

In Umbria – a Bevagna – ha girato anche alcune scene del suo ultimo film “Chiara”…

Nella piazza di Bevagna è ambientata la scena in cui le donne vengono chiamate da Chiara. Il resto del film, per motivi scenici, è stato girato a Tuscania: lì si è potuto ricreare il paesaggio medioevale e le chiese pre-francescane. Ad Assisi tutto questo non era possibile.

 

“Chiara” fa parte di una trilogia di donne da lei raccontate – insieme a “Nico 1988” e a “Miss Marx” – che si scontrano con gli uomini che hanno nelle loro vite: ce la fanno veramente a staccarsi da loro?

Più che emanciparsi, rivendicano un posto in una società di uomini. Tutti e tre i film raccontano il loro rapporto con loro: Nico con il figlio, Miss Marx con il padre e il marito e Chiara con Francesco e il Papa. Quello di Chiara è forse il rapporto più politico con un potere maschile.

 

“Chiara”. Foto by Emanuela Scarpa. Vivo film, Tarantula

 

È una donna che ha saputo portare avanti le sue idee e ha sempre ragionato con la propria testa, non così scontato nel 1200…

Lei, come Francesco, vuole restare dentro la Chiesa, quindi modula la sua battaglia in modo da poter fare ciò, ma allo stesso tempo cambiare le cose. Il centro della loro lotta è la povertà, e Chiara riesce nel suo obiettivo, creando un ordine di donne povere: una cosa senza precedenti. Quello che ottiene è molto importante dal punto di vista simbolico, perché fino ad allora gli ordini femminili erano protetti e dovevano avere possedimenti; i monasteri erano luoghi di ricchezza e gerarchizzati, lei invece fa nascere un ordine dove tutte sono uguali e ugualmente povere. Per arrivare a questo però è costretta ad accettare la clausura che lei non voleva.

 

Si è fatta un’idea del rapporto che c’era tra Chiara e Francesco?

Trovo che sia stato un rapporto molto femminile. Lui a un certo punto è costretto ad abbandonarla perché non può creare un ordine misto, ma poi torna a morire fra le sue braccia. C’è stata sempre una forte dipendenza di Francesco nei confronti di Chiara, perché lei era solida. Una solidità che si manifesta anche nella comunità che costruisce, che è molto unita e compatta, a differenza di quella dei francescani che si falda. Vivono due sviluppi diversi di una stessa idea.

 

“Chiara”. Foto by Emanuela Scarpa. Vivo film, Tarantula

 

Che penserebbe dell’Italia del 2023?

Chiara sarebbe sicuramente orgogliosa della posizione che hanno conquistato le donne nella società di oggi, anche se c’è ancora tanta strada da percorrere. Lei chiedeva semplicemente una parità, di poter fare quello che era concesso a Francesco, indipendentemente dal suo essere donna. Era una richiesta molto semplice, a tal punto da essere spiazzante. Sicuramente però, l’abbondanza e il consumismo sarebbero le prime cose che criticherebbe, sia lei sia Francesco. Così come il nostro rapporto con il denaro, con la ricchezza e con il superfluo: loro hanno dimostrato come si può andare all’essenziale e si può aiutare l’altro, il diverso. Francesco è stato il primo a parlare di un rapporto inclusivo e di ascolto con le altre culture, di confrontarsi con lo straniero non per convertirlo, ma per un dialogo e uno scambio di idee. E anche Chiara era in quella linea. C’è ancora tanta strada da fare per le battaglie che hanno iniziato a combattere loro.

 

Per certi versi sembra che dal 1200 non sia passato troppo tempo, anche per quanto riguarda l’immagine della donna…

Ancora oggi nel cinema, nella televisione, nella pubblicità e nella società l’immagine della donna che viene promossa è un’immagine che non deve disturbare. Quando diventa disturbante, quando rompe gli schemi, viene accettata con fatica. Penso ad esempio alle donne che non vogliono figli. Chiara, come Eleanor Marx e Nico sono figure femminili disturbanti anche per il femminismo, perché hanno difficoltà a staccarsi dagli uomini e quindi ci costringono a uno sguardo critico anche sullo stesso processo di emancipazione. Posso dire che non sono certo film celebrativi, anzi sono molto problematici.

 

Ha in programma altre pellicole che raccontano figure femminili?

Essendo una donna è ovvio che quando scrivo le sceneggiature i miei occhi e il mio punto di vista sul mondo ci sono e ci saranno sempre, ora però mi voglio dedicare a qualcosa di diverso. Con loro credo di aver chiuso un discorso. Magari più avanti chissà.

 

“Miss Marx” by Emanuela Scarpa – Vivo film, Tarantula

 

In “Chiara” si parla in dialetto, come mai questa scelta?

Ho voluto tantissimo il dialetto per rendere i personaggi più reali. Tante volte nei film ambientati nel passato, gli attori parlano un italiano molto forbito, che però non è veritiero. In Chiara si parla un codice molto simile a quello usato da Francesco nel Cantico delle Creature. L’elemento linguistico fondamentale della rivoluzione francescana e per me era importante che fosse rispettato.

 

Con Marco Bellocchio ha scritto il film “Rapito”: aveva già scritto qualcosa con lui? Com’è andata?

Lo conoscevo, ma non avevo mai lavorato con lui. Mi sono molto divertita perché è stato un lavoro di ricerca ed è stato bellissimo poter entrare nella testa di Marco e scrivere il film che lui si immaginava. Ho imparato tantissimo.

 

Ha vinto un David di Donatello come sceneggiatrice per “Nico” e un Nastro d’Argento sempre come sceneggiatrice per “Rapido”: due premi molto importanti. Di quale è più orgogliosa?

Il David per Nico è stato un riconoscimento molto importante. È una sceneggiatura poco tradizionale che ho scritto da sola, ci tengo particolarmente.

 

“Nico, 1988”. Foto by Dominique Houcmant

 

Quali sono i suoi progetti futuri? 

Sto lavorando a una serie che andrà in onda su Rai Uno. Racconta la storia di alcuni bambini che aiutano i partigiani in montagna. L’ho girata questa estate in Val di Susa, e posso dire che la montagna non fa per me – sono più tipo da campagna (ride). È stata comunque una bellissima esperienza: girare in quei paesaggi è difficile ma molto affascinante, così come lo è stato raccontare la Resistenza.

 

Per concludere, come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Sincera, schietta e ironica.

Sabato 25 marzo il progetto “Il Borgo è Donnaha avuto il suo battesimo ufficiale a Lugnano in Teverina con la prima conferenza dedicata alle pari opportunità nel mondo della cultura.

In un bel pomeriggio assolato, l’evento si è aperto con l’inaugurazione del giardino dedicato a Luisa Spagnoli: un grazioso fazzoletto di terra prima abbandonato e che, grazie all’associazione Unitre Lugnano in Teverina, è tornato alla vita, a disposizione dei cittadini e a ricordo di una grande donna umbra. Non solo: nel giardino è stata posta una panchina rossa, ormai universalmente simbolo della lotta contro la violenza sulle donne e una piccola bacheca con libri a disposizione di chiunque voglia fruirne, denominata appunto piccola biblioteca libera. I membri di Unitre hanno spiegato come la vicinanza di questi due oggetti – la panchina e la biblioteca – vogliano ricordare che la violenza sulle donne si combatte prima di tutto con l’educazione e la cultura.

 

Alessandro Dimiziani, Gianluca Filiberti e Caterina Grechi. Foto by Novifilm

 

Da questo luogo ricco di significato e di simbolismi inaugurato dal sindaco Gianluca Filiberti, dal presidente dei Borghi Umbri più Belli d’Itala nonché vicesindaco Alessandro Dimiziani e dall’avvocato Caterina Grechi – presidente del Centro Pari Opportunità della Regione Umbria – che ha anche letto i saluti della Ministra per la famiglia, natalità e pari opportunità Eugenia Maria Roccella e il suo plauso per l’iniziativa, ci siamo avviati verso il vicino Teatro Spazio Fabbrica. Questo originale teatro sorge su un ex fabbrica di lampadine di costruzione ottocentesca e rappresenta un bell’esempio di archeologia industriale e di riuso intelligente degli spazi.
Qui siamo entrati nel vivo del progetto Il Borgo è Donna che AboutUmbria ha il piacere di organizzare insieme al Centro Pari Opportunità della Regione Umbria e all’Associazione Borghi più belli d’Italia in Umbria. Questa prima conferenza, dicevamo, ha avuto come filo conduttore e tema principale la cultura. Sotto il puntuale coordinamento di Alessandro Dimiziani, i lavori si sono aperti con l’intervento dell’attrice e ambasciatrice dell’Associazione Borghi più Belli d’Italia in Umbria Eleonora Pieroni. Questa giovane donna è impegnata nella promozione dei nostri borghi negli Stati Uniti dove vive e ha ricordato la grande opportunità che la nostra economia può trarre dal turismo delle radici, quel turismo cioè degli italiani nel mondo che tornano in Italia, in Umbria nel nostro caso, a riscoprire la loro storia, le loro radici appunto. Gli italiani nel mondo sono ben 80 milioni e dedicare loro una promozione turistica è un’attività su cui vale la pena concentrarsi e nella quale la donna, con la sua creatività e la sua tenacia, può dare un contributo fondamentale.
A seguire l’avv. Caterina Grechi – dopo aver portato i saluti della vicepresidente dell’Assemblea Legislativa della Regione Umbria Paola Fioroni – ha spiegato con una relazione articolata e puntuale come purtroppo proprio nel campo della cultura più che in altri settori, la percentuale di occupazione femminile sia molto inferiore a quella maschile, specie in ambiti quali l’audiovisivo, l’intrattenimento televisivo e il teatro. Fortunatamente va meglio nel campo dell’archeologia, come sottolineato da Maria Angela Turchetti, direttrice del Museo Archeologico Nazionale, settore in cui sono finalmente molte le donne a essere protagoniste in scavi importanti tra cui si contano, tra l’altro, quelli di Lugnano in Teverina, presso l’area nota come “la necropoli dei bambini”. Turchetti ha inoltre regalato alla platea un interessante e affascinante focus sul ruolo della donna etrusca sottolineando come, rispetto alle donne di civiltà contemporanee (greca e romana), quella etrusca fosse una donna emancipata, indipendente, con un ruolo in società di pari dignità rispetto all’uomo.

 

Foto by Novifilm

 

Il pomeriggio è volato via velocemente in un alternarsi di interventi di donne artiste, come la pittrice Grazia Cucco, giornaliste e imprenditrici, come Lorenza Vitali, amministratrici, come l’assessore del Comune di Amelia Elide Rossi. Graditi sono giunti anche i video-saluti dell’attrice Maria Chiara Giannetta, neocittadina lugnanese.
A proposito di arte, Cristina Caldani, attrice e direttrice del Teatro Spazio Fabbrica, dopo aver sottolineato accodandosi all’intervento dell’avv. Grechi la difficoltà ad affermarsi per le donne in ruoli di primo piano nel mondo del teatro, ha recitato un monologo scritto da Stefano Bartezzaghi. Il brano ha indotto nel pubblico in sala un sorriso amaro inducendo a riflettere sul sessismo che può esserci anche nelle parole.
Per noi di AboutUmbria è intervenuto Ugo Mancusi che ha sottolineato come ci sia stata unità di intenti con Centro Pari Opportunità della Regione Umbria e l’Associazione Borghi più belli d’Italia in Umbria nel promuovere un’iniziativa che metta in evidenza il ruolo importante e fortunatamente crescente della donna nella nostra regione. Mancusi ricordando come l’anima dei borghi sia fondamentalmente femminile – da qui Il Borgo è Donna – e come il borgo rappresenti l’ossatura della nostra regione, ha concluso che in effetti l’Umbria è Donna.

 

I partecipanti all’evento. Foto by Novifilm

 

Dopo aver donato ai partecipanti un piatto in ceramica realizzato dell’artista Monia Romanelli, gli organizzatori hanno dato appuntamento alla prossima tappa di questo percorso, di cui a breve saranno resi noti i dettagli. L’amministrazione comunale ha offerto a tutti i presenti un gradito buffet a base di prodotti tipici umbri in cui il ruolo di re della tavola è stato naturalmente ricoperto dall’olio extravergine di oliva, oro liquido di questa terra. La serata è proseguita con un concerto di beneficenza per le popolazioni terremotate della Turchia, con Cardyophone e Original CRB Band.

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, le donne provenienti dal reatino, ternano e ascolano, salivano fino a Castelluccio di Norcia per raccogliere a mano la celebre lenticchia nella fase della carpitura. Da qui il nome dato a queste lavoratrici: le Carpirine.

Per la prima volta ho sentito parlare delle Carpirine dall’attuale vicesindaco di Monteleone di Spoleto, Federica Agabiti, mentre mi narrava della strada che corre nei pressi dell’antico borgo, che partiva dalla conca ternana fino a giungere a Castelluccio. Questo sentiero, fino al secolo scorso, era percorso a piedi dalle Carpirine. Per queste donne, andare a raccogliere la lenticchia, aveva molti significati: riportare un importante contributo economico a casa, uscire dalla consueta quotidianità e per le più giovani, conoscere dei bei giovanotti.

 

lenticchia

Le Carpirine erano suddivise in vari in gruppi ed erano accompagnate nell’ultimo tratto da un musico, che con il suo strumento preannunciava l’arrivo e sosteneva il loro canto fatto soprattutto da stornelli. Lavoravano sempre in piccole compagini e quando avevano terminato di raccogliere la lenticchia su un campo, le tipiche note dell’organetto erano il segnale di avviso che avevano finito il lavoro e potevano iniziarne un altro. A questo punto le donne aspettavano il successivo committente che le avesse ingaggiate per prime. Le lavoratrici raccoglievano la lenticchia in mucchietti che lasciavano sul campo a essiccare. Fare questo lavoro era una gran fatica: cogliere la lenticchia dall’alba al tramonto, piante basse, tutto il giorno sotto il sole.
Ci sono anche dei racconti di chi ha vissuto queste esperienze che ricorda come le giovani Carpirine, durante la fase della battitura, ballavano sopra la lenticchia essiccata, accompagnate dalle note del solito organetto. Era un momento di grande festa!
Il sentiero delle Carpirine, che transita anche nei pressi di Monteleone di Spoleto, andrebbe ripercorso e rivalutato e potrebbe essere d’interesse turistico, magari affiancato da qualche reperto storico (fotografie, lettere di corrispondenza, attrezzi). Un recupero che vada ad alimentare una sede storica di rimembranza e che testimoni, soprattutto ai più giovani, quello che hanno vissuto queste fantastiche donne nel segno dell’emancipazione femminile e della tradizione contadina dei luoghi.

Le donne hanno trovato sempre, nonostante le tribolazioni, le sofferenze e le lacrime, la forza di reagire alle devastazioni della guerra, in un passato che per analogia si ripropone nell’odierno.

Un gruppo di undici bambini ucraini con cinque mamme sono stati accolti dalle comunità civili e religiose di Collestrada, Lidarno e Sant’Egidio in provincia di Perugia, e messi al riparo dalle devastazioni belliche in atto. La stessa comunità ha raccolto sette tonnellate di derrate alimentari destinate in Ucraina. Tanti giovani ragazzi, soldati acerbi in armi, sono partiti per il fronte bellico. Molti, hanno affermato, che nemmeno lo sapevano se non al momento che ci si sono ritrovati. Improvvisamente la morte, la violenza e la disperazione, sono state le nuove compagne, forzatamente abbinate alla quotidianità dei giovani militari da chi, senza indugio e remore e senza condivisione e accettazione, ha deciso lo stato di belligeranza. Storie di uomini…

Ogni anno, l’otto marzo, si celebra la Giornata Internazionale della Donna, per ricordare le conquiste sociali e politiche del mondo femminile e soprattutto quanto ci sarebbe ancora molto altro da fare. L’otto marzo serve anche per far riflettere e per confrontarsi su come contrastare le discriminazioni e le violenze di genere e in genere. Storie di donne…

 

 

Forse non tutti sanno che la data dell’otto marzo è stata scelta a Mosca durante la conferenza internazionale delle Donne comuniste che si ispirarono a tale scelta, ricordando che cosa fecero, poco tempo prima, le Donne di San Pietroburgo. Era il 23 febbraio 1917, in piena prima guerra mondiale dove l’allora Impero russo zarista, era totalmente coinvolto nelle sanguinose battaglie. Lo Zar aveva chiamato a raccolta e inviato sui campi di battaglia tutti gli uomini in grado di combattere e le donne, mandavano avanti, come sempre è successo, sia il focolare domestico sia il lavoro che avevano lasciato gli uomini per andare in guerra. La fame, gli stenti, la fatica e le continue notizie di lutti familiari, esasperarono soprattutto la popolazione femminile, che reagì. Era il 23 febbraio 1917, che per l’allora vigente calendario giuliano corrispondeva all’8 marzo 1917 di quello gregoriano; in quel giorno, le Donne di San Pietroburgo scesero in piazza a protestare e a chiedere ai governanti la fine delle ostilità belliche, dando inizio alla rivoluzione russa di febbraio. Storie di donne in altri tempi…

Da questo episodio nasce la data per la celebrazione della Giornata Internazionale della Donna. Per far cessare la partecipazione del popolo russo alla Grande Guerra ci sono volute le donne con il loro cipiglio, determinazione, forza di volontà e amore verso i propri mariti, fidanzati e figli, che comunque riuscirono a far tornare a casa. Eccome se ci riuscirono! Poi da quell’avvenimento seguirono anche altri fatti storici e politici ma questi sono altri trascorsi… Nel 1917, il ritorno a casa dei soldati russi dai vari fronti, per merito delle loro donne, fece ricongiungere amori, famiglie e persone. Infatti le mamme, le mogli, le fidanzate, le nonne, le sorelle, le cugine, le zie, le amanti, vinsero la loro personale battaglia. Storie di donne e di uomini e di altri tempi…

Nella notte tra il 23 e 24 febbraio 2022, le mamme, mogli e fidanzate di entrambe le Nazioni contrapposte, hanno iniziato a preoccuparsi, a soffrire e poi a piangere e a disperarsi. L’attesa e il dolore delle donne, sole sotto le bombe, le corse nei rifugi sotterranei con i propri cuccioli in braccio, gli uomini lontano da loro, a combattere. Così come ci sono le donne che aspettano mariti, fidanzati e figli che sono stati mandati impietosamente a guerreggiare lontano da casa. Sono immagini del tempo bellico passato, quelle di oltre cento anni fa, che si ripropongono anche nei giorni nostri. Storie di donne e di uomini, di altri tempi e purtroppo anche di questi. Vedere i morti, vedere le bare, vedere le crudeltà e la violenza significa che gli uomini non hanno ancora imparato a vivere senza ammazzare… come ha scritto e cantato un noto cantautore… come può un uomo uccidere un suo fratello…

Una tragedia vissuta nel quotidiano, come quella della Grande Guerra, che si ripropone nell’attualità, in tutta la sua crudezza e violenza. Storie di donne e di uomini…
Una terribile realtà lontana che si ripresenta in quest’epoca, dove le donne la vivono angosciate e affrante mentre sono circondate da spari e granate in un contesto drammatico che viene reso più cupo e tragico dal sospiro della morte e della disperazione. Come ci sono madri, mogli e figlie che con animo tormentato, aspettano notizie dei propri uomini e il loro agognato ritorno. Nell’immane tragedia che si sta sviluppando, ogni giorno sempre più profonda e deleteria, le donne come madri, mogli e figlie, rifuggono dalla guerra e nei loro gesti, nei loro occhi e sguardi, nei loro silenzi, tra le lacrime, dicono sbigottite e speranzose: Non vogliamo la Guerra!

Storie contemporanee di donne e di uomini…

Voi o Donne che donate la vita, fate in modo di riportare a casa i vostri uomini… tutti! Nessuno escluso. Fate cessare lo scempio della contesa, che viene sostenuta da recriminazioni puntellate da ideali sorretti da una inaudita violenza.
Gli occhi di quei undici bambini ucraini, svelano la contentezza di essere arrivati nel perugino e quando il dono di un semplice cioccolatino li ha fatti piangere per la gioia e fatti sorridere anche se per un solo istante, insieme alle loro mamme e a chi gli ha donato con un semplice gesto, il proprio animo… significa che gli atti di solidarietà e altruismo, sormontano e valicano, ogni egoistica parvenza politica e di potere, dove il valore umano e del bene si misura in fatti concreti e non nell’esporre intenzioni che si limitano a rimanere tali. Un bravissimo a chi ha saputo donare! Siamo certi che, in questo periodo di belligeranza, dove gli uomini sono contro altri uomini per decisione di pochi, le donne che hanno fatto la storia degli uomini, continueranno a farla.

Nella seconda parte dello studio, realizzato da una nostra lettrice sulla condizione della donna nel 1500 a Bevagna, si analizzano quattro capitoli che regolano l’attività lavorativa esercitata dalle donne, le quali venivano sottoposte dal podestà al vincolo del giuramento.

Il capitolo XVIII fornisce disposizioni, compensi e sanzioni relativi ai fornarii et fornarie Terre Mevanie, il capitolo XLI stabilisce le norme di comportamento per le panettiere e per chi vende il pane, si prosegue al capitolo XLII con il settore delle pizzicarole e infine il capitolo CLXXVIII tratta dello stipendio delle tessitrici.

Il lavoro della donna era dunque indirizzato alla produzione e al commercio di cibi e tessuti, tra i pochi ad essere retribuiti. La fornaria, la panifocula, la piçicarella e la textrix rappresentavano il prolungamento dell’attività domestica, riservata unicamente alle donne, le quali riuscivano così, sebbene in una posizione subalterna, a inserirsi nella vita economica. Inoltre sembra abbastanza evidente che in questi settori lavorativi gli obblighi e le pene tra esercenti uomini e donne erano le stesse, ma a quest’ultime non venivano riconosciuti, in linea di massima, gli stessi livelli salariali e le stesse opportunità di associazione. Inoltre, un dato che ricorre spesso per queste categorie di lavoratrici era il divieto di esercitare l’attività lavorativa con la rocca alla cintura, di filare con essa, tenere bambini in braccio o nella culla accanto a sé.  Risulta probabile che il filare era, come sostengono le storiche Casagrande e Nico Ottaviani, «una sorta di sfondo lavorativo costante» a queste attività.

Statuto di Bevagna del 1500

Direttive sulla prostituzione

Tra i lavori femminili presi in considerazione dallo statuto, c’è anche quello della prostituzione, considerato tra tutti il meno decoroso, regolamentato al capitolo CXCIII, dove viene fissato il luogo di esercizio del mestiere. In esso veniva stabilito che alle pubbliche meretrici non era consentito stare nella via che si trova tra la vigna Nicole Antelutii e la proprietà della chiesa di San Vincenzo e nel distretto di Bevagna, se non verso Foligno fuori dai confini stabiliti. Colei che avesse trasgredito sarebbe stata punita, dal podestà o dai suoi collaboratori, per direttissima con una multa di 10 soldi e fustigata per tutta Bevagna. Nei confronti dell’attività del meretricio, l’atteggiamento della società medievale era abbastanza ambiguo; infatti, anche se il fenomeno non fu mai visto di buon occhio, come si poteva desumere dalle numerose leggi che tentavano di contrastarlo per tutelare il decoro cittadino e la salvaguardia delle donne di buona fama, restava comunque sempre tollerato. A testimoniare la loro emarginazione, non solo urbanistica ma anche sociale, per le prostitute facevano eccezione alcune leggi suntuarie; infatti i divieti che in genere venivano imposti alle donne di buona fama potevano essere da esse disattesi. Era concesso loro di truccarsi, di indossare abiti e gioielli, in particolare gli orecchini, senza alcun limite o regole e senza rispettare quel che si imponeva invece alle donne di buon costume. In realtà queste libertà erano un segno distintivo del loro status e dunque uno strumento di emarginazione; è noto come in alcune città, potevano farsi vedere solo di sabato, giorno in cui si svolgeva il mercato, con l’obbligo di indossare un cappello con un sonaglio che desse una connotazione immediata alla loro identità.

Si cambia decisamente argomento nel capitolo XXXIII del terzo libro dove si stabiliscono le norme di tutela a favore delle donne povere. In esso si dichiara che nessuna donna che non abiti con un maschio di almeno quattordici anni e che possiede beni per un valore di 100 libbre di denaro, sia costretta a partecipare alle spese per i lavori del comune o alla custodia della Terra di Bevagna, o ad andare nell’esercito, né sia soggetta ad alcun’altra incombenza. Nel capitolo C si prosegue con una norma di ordine pubblico che negava il permesso di uscire di notte dal primo maggio al primo novembre né, in qualsiasi altro periodo dell’anno, dopo il terzo suono della campana, fino al suono che annuncia il giorno. Fanno eccezione le donne che portano il pane al forno o che vanno a visitare i malati, le fornaie o le levatrici, chi va a spegnere incendi o tutte coloro che si recano alla vendemmia. Chi trasgredisce deve essere condannato a pagare ogni volta al comune una multa di 10 soldi di denaro, da sottrarre alla propria dote.

 

Mercato delle Gaite, foto by Facebook

La dote

Il capitolo CLVII interessa nuovamente i beni dati in dote alla donna. Si stabilisce il principio secondo cui i poderi ceduti in dote alle donne sposate fuori Bevagna, debbono essere conservati integri e il comune potrà ricevere da essi giovamento nelle imposte e nelle collette; per questo si ordina che i beni, cioè le case, le terre, i possedimenti non potranno essere venduti, alienati o pignorati senza avere l’espressa licenza ed il consenso di sei consanguinei o di chi ha un vincolo di parentela con le donne, fino al terzo grado. Chiudono questa analisi dei capitoli del terzo libro riguardanti la condizione femminile due rubriche che si inseriscono nell’ambito delle norme suntuarie.

Il primo capitolo a cui si fa riferimento è il CLII dove si danno disposizioni su ciò che la donna in lutto deve indossare. Viene dichiarato che nessuna donna, in occasione della morte di qualcuno potrà dismettere i propri panni e gli ornamenti né dopo un mese, né dopo quindici giorni dalla stessa, sotto pena di 100 soldi per ogni infrazione, a eccezione della madre, moglie, sorella, nipote carnale o cognato. Nel CLXXXIX si dispone che nessuna donna, sposata a Bevagna o nel suo distretto, di qualsiasi condizione sociale, potrà portare il corredo in pezze tessute in testa o sul dorso.

Non potrà avere il corredo infilato nelle stesse pezze tessute, cucito o tessuto insieme, andando oltre la quantità o il valore di 100 soldi e oltre, né abbia la presunzione di farlo, sotto pena di 25 libbre di denari da detrarre dalla propria dote a ogni trasgressione. Vari furono i governi cittadini che si diedero, soprattutto nel tardo medioevo, una legislazione suntuaria per disciplinare le spese e i lussi, ma il più delle volte, non attenuarono la passione di donne e uomini per vesti e ornamenti ricercati. Una delle maggiori occasioni che richiedeva l’obbligo di esibire il lusso quanto più possibile era la cerimonia del matrimonio, rito sociale di rilevanza sempre più centrale, dove l’attenzione collettiva era ai massimi livelli. Se il corredo esibito dalla sposa in occasione delle nozze era il simbolo di quanto fosse distinta e decorosa la propria casata d’origine, non da meno erano gli abiti elargiti dal marito che rappresentavano un pegno della rispettabilità che avrebbe ricevuto nella sua nuova famiglia. Inoltre era tradizione che le due parti si scambiassero doni reciproci e ovviamente ciascuna di esse voleva prevalere sull’altra per far risaltare il proprio stato sociale. La sposa entrava nella casa del marito portandosi dietro tuniche, sopravvesti, maniche, separate dagli abiti per essere cambiate a proprio piacimento, veli, cappelli, scarpe, pantofole, gioielli, borse ed altri piccoli accessori. Quando il corredo cominciò sempre più ad assumere un ruolo di prestigio sociale per la famiglia, crebbe in dimensioni e complessità fino a sostituire il denaro liquido della dote, causando oltre a numerose disapprovazioni, l’intervento di una normativa volta a frenare la nuova tendenza. Infatti, mentre il denaro avrebbe potuto essere utile per le spese affrontate per il matrimonio o per la futura famiglia, le stoffe del corredo sarebbero state soggette alla volubilità e all’esasperata mutevolezza della moda che faceva diventare il corredo prematuramente obsoleto e gli abiti, beni non durevoli, non sarebbero stati utili neanche per essere donati alle figlie. Se dunque la moglie avesse seguito la moda che diveniva sempre più variabile, avrebbe potuto distruggere in brevissimo tempo il patrimonio spettante agli eredi, trascinando la famiglia alla rovina economica. Anche la Chiesa aveva affrontato la polemica contro le donne che usavano trucchi e abiti troppo sfarzosi in molti testi della letteratura didattica e pastorale dalla fine del secolo XII fino a tutto il XV. La donna truccata e vestita sfarzosamente privilegiava l’esteriorità e dunque la cura del corpo a quella dell’anima virtuosa, andando contro quello che era l’equilibrio richiesto da Dio. L’eccessiva cura esteriore andava dunque necessariamente ridotta con una dura e tenace opera di controllo e repressione, in certi casi vietando il trucco e raccomandando alle donne un adeguato abbigliamento.

 


La prima parte

  • 1