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Prof Mecocci: «Non basta essere brava, una donna deve essere molto brava. Al vertice ci sono ancora gli uomini»

di Agnese Priorelli

Intervista con la docente e ricercatrice ternana, inserita tra le 1000 scienziate del mondo e nominata nel 2022 Foreign Adjunct Professor in geriatria traslazionale presso il Karolinska Institutet di Stoccolma.

Le eccellenze che rendono l’Umbria eccellente nel mondo. La professoressa Patrizia Mecocci, ternana DOC, è una di queste. Per scrivere il suo curriculum servirebbero pagine e pagine, tanti sono i riconoscimenti, le ricerche e le pubblicazioni realizzate. Proverò a riassumere per voi. La professoressa è una scienziata esperta degli aspetti clinici e biologici dell’invecchiamento; è autrice, anche in collaborazione con prestigiosi centri di ricerca internazionali, di oltre 350 articoli scientifici e 30 monografie e capitoli di libri.

Oggi è a capo della Struttura Complessa di Geriatria dell’Azienda Ospedaliera di Perugia ed è direttrice del Dipartimento di Medicina Interna e Medicina Specialistica 1, oltre a essere Professore Ordinario di Gerontologia e Geriatria dell’Università degli Studi di Perugia.
Nel 2022 il Comitato Scientifico del Karolinska Institutet di Stoccolma l’ha nominata Foreign Adjunct Professor in geriatria traslazionale, titolo attribuito a ricercatori con pubblicazioni di alto livello e riconosciuti come leader nel loro settore.
A fine 2023 è stata riconosciuta fra le mille migliori scienziate del mondo (26esima tra le ricercatrici italiane e 925 esima a livello mondiale) nella classifica stilata da Researach.com, una delle principali piattaforme accademiche che valuta i migliori ricercatori sulla base delle loro pubblicazioni. «È un riscontro concreto del tanto lavoro fatto in questi anni. Inoltre, è anche una rivincita per le donne». Una carriera e un percorso di vita che fanno impallidire molti e che l’hanno resa una figura di spicco, sia in Italia sia all’estero.
Abbiamo parlato con lei di tanti argomenti, alcuni anche un po’ fuori dagli schemi – dalla musica allo sport, dalle sue passioni ai diversi incarichi, fino ai suoi ultimi studi e al ruolo che le donne hanno nel mondo accademico – per conoscere Patrizia, non solo la professoressa Mecocci.

 

Professoressa Patrizia Mecocci

 

Professoressa la prima domanda è di routine: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Penso che sia la regione più bella d’Italia. Amo molto l’Umbria, la sua storia e la sua arte. È stata la bellezza del panorama di Assisi – che vedevo dal mio vecchio studio quando l’ospedale era ancora a Monteluce – a farmi lasciare gli Stati Uniti: lavoravo all’Università di Harvard e mi era stato offerto un contratto, però il richiamo di questo territorio è stato più forte. Forse il mio rapporto con l’Umbria mi ha un po’ tarpato le ali, magari la mia carriera sarebbe stata ancora più brillante se fossi rimasta negli Stati Uniti. Oppure no. Nella vita bisogna convincersi che le decisioni che si prendono sono quelle giuste, non serve avere rimpianti.

 

È stata inserita tra le 1000 scienziate del mondo. La prima cosa che ha pensato quando ha ricevuto la notizia?

Non lo immaginavo assolutamente e per questo sono stata molto felice. È un riscontro concreto del tanto lavoro fatto in questi anni, perché nella vita non sempre l’impegno viene riconosciuto dagli altri e dalla società. Inoltre, è anche una rivincita per le donne.

 

A tal proposito il suo commento dopo la nomina è stato: “Questo risultato mi porta a sperare che ci siano in futuro sempre più donne coinvolte come leader nell’attività di ricerca e che possano ottenere un sempre maggiore e meritato riconoscimento al loro impegno”. Siamo ancora lontani dal renderlo normalità?

Siamo un po’ meno lontani di quando ho iniziato la mia carriera. Ancora oggi purtroppo – ciò mi fa ridere e allo stesso tempo arrabbiare – articoli pubblicati su prestigiose riviste scientifiche come Science o Nature hanno molto spesso la firma finale di un uomo, nonostante il lavoro di ricerca e il laboratorio sia stato portato avanti interamente da donne. Il senior, il capoprogetto, ancora oggi è quasi sempre un uomo; ci dovrebbero essere più donne a ricoprire questo incarico.

 

Secondo lei perché accade questo?

Perché gli uomini stanno in cima alla piramide, poi sotto ci sono le donne. Il vertice è ancora maschile. Penso però che diventerà presto femminile perché, nell’area biomedica le donne prevalgono come numero. Per cui sono convinta che – visto che i numeri sono dalla nostra parte – si romperà il famoso tetto di cristallo.

 

In quanto donna si è dovuta impegnare maggiormente rispetto a un uomo per raggiungere i risultati che ha ottenuto? Ha avuto mai questa sensazione?

Assolutamente sì. Se un uomo deve dimostrare di essere bravo, una donna deve dimostrare di essere molto brava: occorre sempre qualcosa in più. Quello che posso dire di positivo è che, nel mio percorso lavorativo, ho avuto pochi intralci, penso ai miei maestri che mi hanno lasciato libera di andare a fare ricerca dove volevo. Sono stata molto autonoma e questo è stato un grande vantaggio. Non tutte le mie colleghe hanno avuto – e hanno – queste possibilità.

 

C’è lo studio di cui è più orgogliosa? Un traguardo di cui va più fiera?

Sicuramente lo studio che ho realizzato negli Stati Uniti: una ricerca veramente innovativa. Ho studiato una molecola che all’epoca – parliamo del 1992/93 – non si trovava in commercio, quindi l’ho sintetizzata da sola come fossi un chimico. Mi sono dovuta arrangiare, mi sembravo Maga Magò (ride). Però alla fine, dopo mesi di fallimenti, ci sono riuscita, e questo per me è stato motivo d’orgoglio. Ricordo ancora che, per 4-5 mesi, durante gli incontri con i ricercatori e con il professore referente, non riuscivo a presentare nessun risultato, mi sentivo umiliata e incapace; poi quando le cose hanno cominciato a funzionare e ho concluso lo studio è stata per me una grande soddisfazione, soprattutto perché avevo fatto tutto da sola.

 

Ha avuto sviluppi concreti questa ricerca?

Si è sviluppata nello studio del ruolo dello stress ossidativo nell’invecchiamento cerebrale, nell’invecchiamento in genere e nelle demenze. Da lì poi sono partiti diversi studi.

 

A che punto è oggi la ricerca sull’invecchiamento cerebrale e sulle malattie degenerative?

In questo momento ci stiamo focalizzando sugli aspetti legati alla senescenza che è il nucleo base di tante patologie cronico-degenerative come l’Alzheimer, i tumori, l’insufficienza respiratoria o lo scompenso cardiaco. Queste patologie si manifestano maggiormente con l’invecchiamento, quindi il nostro scopo è quello di studiare dei marcatori attraverso il sangue per individuare i soggetti che avranno un invecchiamento più rapido (di conseguenza un elevato rischio di patologie cronico-degenerative) per provarne a fermare o rallentare lo sviluppo con farmaci già presenti in commercio o con molecole naturali.

 

Nessuno vuole invecchiare. Esistono pratiche quotidiane per ritardare l’invecchiamento cerebrale?

Ci sono degli studi e dei gruppi di ricerca svedesi e finlandesi, con i quali collaboriamo, che stanno portando avanti dei progetti fondati sulla prevenzione della fragilità. Si basano su esercizi di attività fisica e di attività di stimolazione cognitiva, come i giochi che tengono attivo il cervello. Inoltre, è importante favorire la socializzazione e la socialità, bisogna stare in compagnia, e occorre optare per un’alimentazione ricca di frutta, verdura, pesce e bere molta acqua. Una dieta il più equilibrata possibile perché spesso, invecchiando, le persone tendono ad alimentarsi male: penso agli anziani che la sera mangiano caffè d’orzo, latte e biscotti, e questo non è salubre.

 

La professoressa con il suo gruppo di lavoro

 

Preferisce il laboratorio, la corsia o le aule universitarie?

Il top per me è la ricerca, mi dà tanta soddisfazione. Mi piace anche la corsia perché ti mette in relazione con le persone e s’impara tanto; il difficile però è soddisfare le aspettative dei pazienti e dare loro le risposte giuste di cui hanno bisogno. Trovo interessante anche la didattica, solo che negli ultimi anni si percepisce molto un atteggiamento di diffidenza verso i docenti e si è creata un’atmosfera molto basata sui giudizi, dei professori verso gli studenti e degli studenti verso i professori. Si ha la sensazione di vivere sempre sotto esame che svaluta quello che è il vero ruolo dell’Università. Mi spiego. Il nucleo non è solo superare test o verifiche, ma creare un rapporto fra studenti e docente, in modo tale che quest’ultimo trasmetta e condivida ciò che ha imparato nel corso della sua vita; invece nell’aria spesso si respira solo l’incubo dell’esame, di finire il corso nel più breve tempo possibile, del rapporto con il docente spesso percepito solo come un esaminatore. Ciò impoverisce tutto, mentre l’Università deve essere un luogo dove le diverse generazioni si relazionano e scambiano idee. Mi piacerebbe tanto che docenti e studenti sentissero l’Università come un luogo di cultura e non un esamificio.

 

Chi è Patrizia quando si toglie il camice? Cosa le piace fare?

Mi piace leggere romanzi, studiare storia e storia dell’arte, visitare musei, mostre, andare al cinema e a teatro. Apprezzo tutto ciò che è artistico anche se non so assolutamente disegnare o dipingere. Adoro anche viaggiare, scoprire altri Paesi e altre persone.

 

Nella sua vita non può fare a meno di…

Della musica e degli amici.

 

Ora sono curiosa: che musica ascolta?

Di tutto: dalla classica al rock degli anni ’80-’90. Mi piace il cantautorato italiano, mentre tra le nuove generazioni rock apprezzo i Greta Van Fleet: a luglio saranno in concerto a Mantova, se ce la faccio mi piacerebbe andare.

 

La professoressa Mecocci durante un viaggio in Bolivia

 

Ho letto che è anche appassionata di calcio: per che squadra tifa?

Tifo Ternana e Inter, ma le seguo meno perché il calcio di oggi è deludente. I giocatori cambiano continuamente casacca per cui non sai mai se quel giocatore gioca con la tua squadra o con la squadra avversaria, ascoltare una partita alla radio diventa difficile. È un mondo gonfiato e pieno di soldi, per questo non mi diverte più, però fino a una decina di anni fa mi piaceva molto.

 

È vero che da piccola era la mascotte della Ternana?

Fino alla terza media sono stata una mascotte delle Fere e ho continuato a seguire la Ternana anche per tutto il periodo del liceo, andavo allo stadio. Poi, durante l’università ho rallentato. Ora seguo molto la pallavolo e il rugby.

 

Tifa per la Sir, anche se è di Perugia?

Sì, se vince sono contenta. Quando una squadra è forte le si deve comunque riconoscere i meriti (ride).

 

Lo fa ancora l’album delle figurine?

Adesso non più, ma da ragazzina facevo l’album dei calciatori.

 

Ha realizzato i suoi sogni? Quando era bambina già si immaginava medico?  

Già a quattro anni dicevo a tutti che da grande avrei fatto il medico, mentre non pensavo assolutamente alla carriera accademica. Quella è iniziata in modo casuale con l’opportunità di fare un dottorato di ricerca subito dopo la laurea, prima in Svezia e poi negli Stati Uniti. Questo mi ha svoltato la vita. Tutti dovrebbero provare ciò che gli piace, per questo non trovo giusto il test d’ingresso alla facoltà di Medicina, che spesso blocca i sogni di un diciottenne. Un giovane dovrebbe iniziare gli studi, poi se capisce che non è la strada giusta, smette o cambia facoltà.

 

Non crede che i test possano fare una scrematura?

I test d’ingresso non selezionano i migliori, lo dico da docente che ha visto arrivare alla laurea anche persone mediocri. Spesso mi chiedo come abbiano fatto a superare l’ammissione: questo dimostra che il test non seleziona i migliori, la meritocrazia è ben altro.

 

Quale consiglio darebbe ai ragazzi, in particolar modo alle giovani donne, che vogliono intraprendere il suo mestiere?

Di avere costanza, di non farsi sottomettere da nessuno. Se si ha un’idea buona va portata avanti, non avere paura di sbagliare e non mollare alla prima difficoltà. Bisogna andare avanti con competenza e studiare. Inoltre, smetterla di pensare sempre che ci sono quelli più fortunati o più raccomandati.

 

Proprio come faceva Pietro Mennea. È ancora lui il suo mito o è cambiato?

No, è sempre lui. Mennea aveva una struttura fisica alla quale non avresti dato un soldo di fiducia. Lui però si è allenato con costanza e tenacia, e ha trasformato il suo fisico mingherlino. È una persona che ha detto: «Se io voglio, posso». Non è sempre detto che questo riesca a tutti, però lui ha dimostrato che se si vuole qualcosa si può ottenere. Era anche una persona molto intelligente perché ha conseguito – se non sbaglio – quattro o cinque lauree.

 

Lei si è rivista in questo atteggiamento?

Lui è un livello molto superiore (ride). Pensi, ogni volta che rivedo le sue gare mi commuovo.

 

Ultima domanda: qual è la prima cosa che le viene in mente pensando all’Umbria?

L’Umbria è una regione bellissima, straordinaria e unica, ma si visita con difficoltà perché non ha buoni collegamenti stradali e ferroviari e su questo si deve impegnare di più. I turisti che vengo qui, vedono dei posti unici, ma compiono un’impresa titanica. Va resa più fruibile.

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Agnese Priorelli

Laureata in Scienze della Comunicazione, è giornalista pubblicista dal 2008. Ha lavorato come collaboratrice e redattrice in quotidiani e settimanali. Ora collabora con un giornale online e con un free press. È appassionata di cinema e sport.