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«Non rinneghiamo mai il nostro dialetto. Chi rinnega il proprio dialetto, ha rinnegato la terra che lo ha generato, ha rinnegato le proprie radici culturali». Emanuele Marcuccio.

Il vernacolo di Todi – come gli altri nel resto dell’Umbria – è sostanzialmente una parlata italiana con delle varianti lessicali e con degli innesti di parole dialettali. È frutto dello sviluppo del volgare locale del XIII e del XIV secolo: il primo vocabolario dialettale todino fu redatto dalla complessa collezione laudistica di Jacopone Da Todi. In primis, va fatta una distinzione tra il parlato all’interno delle mura cittadine e quello fuori, più di tradizione contadina. Ci sono termini che cambiano o il cui utilizzo nel centro città è scarso. Alcuni esempi sono i verbi: andare, che in campagna diventa jire, hanno è ònno, poi troviamo stònno (stanno), staronno (staranno), ajjo (ho), vajjo (vado), ago (ho), dago (do), pòzzo (posso), emmara (ero), saria (sarà).
«Alcune di queste parole – soprattutto tempo addietro – individuavano la provenienza di un todino: campagna, periferia o città. Termini che, spesso tra una zona e un’altra, non erano nemmeno capiti. Particolarità della periferia è anche l’utilizzo della terza persona del condizionale a sostituzione della prima: piglierebbe st’orologio e lo butterebbe via; che farebbe... Poi, mi vengono in mente alcune parole molto più comuni che in molti ancora pronunciano: trattoro (imbuto), mijole (le molle per il focolare) o alzagnolo (mattarello). Però il dialetto più stretto è stato da sempre una prerogativa della campagna circostante» spiega il professor Manfredo Retti.

 

Piazza del Popolo, Todi

Piccolo vocabolario todino

Il viaggio alla scoperta del vernacolo di Todi passa anche per scutrignare (sculettare, darsi delle arie); potto o pottarello (ragazzo o ragazzino); bardascio o bardascetto (ragazzo in campagna), ggioèndù (gioventù), lue/lia (lui/lei), bbiribbiri (merenda), nguattarèlla (nascondino); ubbiedi (bietola): cojjemo ll’ubbieti pe ccòce o focore (vampata di calore) ed empizzà (riempire il ventre mangiando a crepapelle, eh che mbizzi!). C’è poi la bboccata (schiaffo sulla bocca): si n d’azzitti te vò a rrifilà na bboccata; la malentràmpica (una persona che cammina con difficoltà); la vècchja malentràmpica e si può stare a panzacalla (a riposo): tuqquì a ppanzacalla nun ci sta niciuno. Al contrario diventa ingundràrio (mettese r vestito all’ingundràrio), tra/all’incirca è icche e òcche, mentre destora è a quest’ora (s’ha d’arvinì destora?) e jjù è giù.

 

Antica meteorologia

La saggezza popolare passa anche attraverso i proverbi, soprattutto quelli legati alle previsioni meteo; dopotutto in campagna, nel secolo scorso, il sole e la pioggia stabilivano l’andamento del raccolto. Per questo troviamo: Quanno la mondagna mette ‘l cappello, nun guardà ‘l sole ma metti ‘l mandéllo (Quando le montagne mostrano la neve, non dar retta ai brevi periodi di sole e tieni il mantello); Levande, se nun piòe è ‘n gran bbirbande (Con il vento al levante dovrebbe piovere); Se piòe e ‘l sole ‘nzacca, la domenica fa l’acqua. Se piòe e ’nzacca ‘l sole nun è sabito che piòe (Se piove e il sole sparisce dietro le nuvole è segno che pioverà anche domenica. Se piove e il sole sparisce dietro le nuvole, sabato non arriverà senza pioggia). I più pettegoli diranno invece: la lengua non c’ha l’òsso, ma roppe ‘l dòsso (la parola non è un’arma che ferisce fisicamente, ma può far morire). «Un modo di dire molto tipico di Todi è M’hanno voluto dì che (quando si racconta qualcosa di cui non è sicuri), mentre ricordo ancora mia nonna che la sera pregava, ma per sveltirsi diceva: Amen e buonanotte Gesù che l’olio è caro» racconta il professor Retti.

 


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Gualdese

“I dialetti sono eterni. Gesù parlava in dialetto. Dante scriveva in dialetto. Il Padreterno, in cielo, parla in dialetto”. (Libero Bovio)

Il dialetto di Gualdo Tadino è il risultato di un miscuglio tra la città e la campagna, tra il centro storico e le frazioni. La città è stato il centro della contesa essendo terra di confine tra i ducati di Urbino, Perugia, Spoleto. Fin dal terzo secolo a.C. il territorio gualdese è stato attraversato da una delle principali vie di comunicazione tra il Tirreno e l’Adriatico: la strada consolare Flaminia, che collegava Roma a Rimini.

Mario Pasquarelli, detto Feroce

Per questo motivo Gualdo Tadino ha subito varie contaminazioni linguistiche, a questo si aggiunge il valico di Valsorda, che era il naturale collegamento con la Marchia Anconetana. Federico II di Svevia nelle sue cronache racconta che era solito ascoltare per le stradine gualdesi una terminologia di derivazione celtica.

Per capirci qualcosa, abbiamo parlato con Mario Pasquarelli, detto Feroce: «Voglio specificare che tutti mi chiamano così a Gualdo, fin da bambino. Anche per mia mamma e a scuola ero il Feroce. L’ho ereditato dal mio babbo, ma soprattutto perché sono un tipo da sì o no senza tanti fronzoli. A Gualdo tutti hanno un soprannome, raramente ci chiamiamo per nome». Feroce con noi non lo è stato, anzi con disponibilità ci ha guidato – in collaborazione con Mario Anderlini – alla scoperta del suo vernacolo… ovviamente senza tanti giri di parole. Dopotutto è Feroce.
«Il nostro dialetto si sta perdendo. Il 90% dei gualdesi lo parla poco o utilizza solo qualche parola. I più giovani, ad esempio, faticano a capire i termini più antichi. Io cerco invece di promuoverlo e di tenerlo ancora in vita, è importante che venga studiato anche a scuola e non deve essere assolutamente un motivo di vergogna parlarlo, in molti invece pensano questo. Va detto che nel corso degli anni ha subito influenze da città vicine e c’è stato un mix tra il gualdese del centro e quello delle frazioni; basta pensare che spesso cambia da un rione all’altro, per non parlare di quello usato in campagna; tutto si è mischiato anche se restano, in alcuni casi, delle peculiarità tra un luogo e l’altro. Ad esempio, a Gualdo città le parole finiscono in itte: spaghitte, canitte (piccoli cani), faggiolitte, maghitte; oppure il que, che indica cosa?, di chiara derivazione francese, (que vo eque diche, que fae)).
Mentre nella frazione di Morano si concludono in ene e ane: lassune, tuquine, tolane, dilane, diquine, stane (stare), a mene (a me) o me sà. A Boschetto (altra frazione) c’è invece la U finale: quistu, quillu, per dire questo e quello» spiega il Feroce.

 

Rocca Flea. Foto Enrico Mezzasoma

Parole incomprensibili

Ci sono termini che sono proprio incomprensibili per chi non è del luogo. Qualche esempio per farvi un’idea: anniscola (altalena), ammaiata (rete di recinzione), friscolata, (prima spremuta d’uva), uccâ (urlare sguaiatamente), pioiccica (inizio di pioggia), spicicchia chi sbatte le palpebre (spicicchia ‘iocchie) o tartaglia (nun spicicchia ‘na parola), papataro (bugiardo), paccone (fanatico), mojica (mollica), bambino piccolo (na cria) figlio e bambino vivace si dice (biribisse) o boccia (fanciullo); gabbajotto (inganno), gammero (gambero o furbo), baoso (noioso), babetto (moneta) aé! (allora!), cegnera (cenere), a griccia (in aria). In ogni paese non manca mai il rugnicone, cioè una persona che parla alle spalle, che semina zizzania in modo silenzioso e rognica (rognicare significa brontolare in modo aggressivo); celebre l’espressione: sente commo rugnica… rugnica bruttamente. Ci sono poi il baccaione (brontolone) e lo sciapacchiotto (lo sprovveduto, il giullare inconsapevole) che viene tollerato per compassione: La… nun n’arfà lo sciapacchiotto, …sae ‘ngran sciapacchiotto…e finischetela…!

Viene usato anche il neologismo scorpellare che significa scorticare in maniera non grave ma molto fastidiosa: si nun te la finische te scortico la schina (se non la smetti ti scortico la schiena). Vi segnaliamo anche mastricciare (impastare, cercare con delicatezza): Tu guarda commo sta a mastriccià di lì…; smuginare (cercare con veemenza): aguarda commo smugina… ma que stae a cercà?! e sgarufare (scavare, cercare nel terreno): è il cane da tartufi che sgarufa. Mentre struginao ‘ntel cassetto vuol dire cercare nel cassetto.

 

Veduta di Gualdo Tadino. Foto di Enrico Mezzasoma

Giorni e famiglia

Una menzione va fatta per le parentele gualdesi che per praticità uniscono sostantivo e aggettivo. E quindi troviamo: zieso (suo zio), zieto (tuo zio), fratemo (mio fratello), frateto (tuo fratello), mammeta (tua madre), babbeto (babbo tuo), fijo (figlio), fiastra (nuora), fiastro (genero). Degni di nota anche per i giorni della settimana: domennica o mennica (domenica), mercoldì (mercoledì), venardì (venerdì), sabbeto (sabato) e ogge (oggi).

A scuola di grammatica

Non sai quando usare il condizionale o il congiuntivo? A Gualdo hanno risolto il problema unendo i due modi verbali. E allora si dice giressimo, faressimo, magnaressimo, arcaparessimo, arcapezzaressimo, aesse (avessi), gessimo (andammo). Quest’ultimo da non confondere con aesso, che vuol dire adesso. Per praticità la frase: Lo faremmo se potessimo si dice: el faressimo.
C’è poi il verbo avere che si declina in: aia (aveva), aio (avevo), aiamo (avevamo), aieno (avevano), ete (avete) e il verbo essere (esse) che va da ene (è) a enno (sono). Passiamo poi agli avverbi di luogo: tolâ (là), tulì (lì), toqui (qui), diquì, toquì (qua) e agli aggettivi dimostrativi: sta, sti, sto, ste, tiste, quiste (questa, questi, questo, queste). Quala o qualo per dire quale, quanno per quando, quasi per quasi, quelle si traduce in niente e qnente.

A scuola di imprecazioni

Una caratteristica dei dialetti è la massiccia presenza di modi di dire e di imprecazioni rivolte a chi in quel momento (sfortunatamente) si trova nei paraggi.  Posce murì abbrugiato o possa piatte ‘na pulmunite abbirata, ma anche che te piasse no sbocco de sangue o possa fa un travaso de sangue, o un gummito de sangue, posce cresce ‘n chilo al giorno. Tanto per essere gentili. Tra i modi di dire più significativi, che ci ha suggerito anche Feroce, vi segnaliamo: esse più sfortunati de i cani in piazza. «I cani che stanno in piazza non hanno una famiglia, non li vuole nessuno, per questo sono sfortunati e tutti li cacciano, oppure l’ae fatta su la latta per dire che uno se le va a cercare. Infine, se uno sente freddo, stae a fâ’ el cicolo».

 


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Pievese

«Tutti i dialetti sono metafore e tutte le metafore sono poesia». (Gilbert Keith Chesterton)

Città della Pieve è una città di confine. Per questo il suo dialetto risente delle influenze delle terre vicine: dalla Toscana orientale al nord del Lazio, fino a contaminazioni ternane e perugine. Insomma, un mix di linguaggi che si fondono per dare vita alla parlata pievese. Con l’ultima tappa (forse!) di Dialettiamoci andiamo alla scoperta della lingua di Città della Pieve e a guidarci è Ario Acquarelli, pievese doc e curioso appassionato dell’argomento.

Ario Acquarelli

«Oramai il dialetto si sta perdendo, è legato prevalentemente a una cultura contadina e a una popolazione anziana o che non c’è più. I giovani lo parlano poco, molti termini sono scomparsi e spesso loro nemmeno li conoscono» spiega il signor Acquarelli.
Se girando per la cittadina umbra vi diranno: «Che te pijàsse ‘n colpo… quanto tempo che ‘n te vedo» o «Che te pijàsse ‘na paralisi!», tranquilli l’insulto è a scopo amichevole, perché qui si salutano – come in altre zone dell’Umbria – mandandosi non proprio degli auguri. Te pijasse sonno invece è una frase bonaria di rimprovero.
I rimproveri appunto e le male parole sono tradizionali nel vernacolo e quindi se sei un perditempo ti diranno: ‘nte sudà oppure aspetta maggio che giugno vene o se’ lungo come la messa cantata.
I babbani per i pievesi sono gli abitanti della vicina Toscana, mentre un cacanizzolo è una persona piccola di statura e fastidiosa, invece quando è solo fastidiosa è gnòrgna. Se cerchi di barare ma non ci riesci sei uno che: sapélla giusta ma ‘n sapélla raccontà.
A Città della Pieve sono curiosi come le cecche (gazza ladra) e gli impiccioni formano una chiucchiurlàia (gruppo di persone che sparla) che spesso tra trippole e trappole (tra una cosa e un’altra) te rimagnàno co’ panni addosso (ti rimproverano), soprattutto se fe nisdèa (fai un disastro), ma occhio a non aver il can guasto (sei arrabbiato), anche se c’è un baldresco (gruppo di persone che fa confusione). Inoltre mi raccomando stà ‘al balzello (stare a controllare, aspettare al varco).

 

Palazzo Bandini

 

Purtroppo, come ci spiega Ario Acquarelli, i frègni (ragazzi: frègno – ragazzo, frègna – ragazza. Il fregnòne invece è un burlone) non conoscono molti termini che si usavano anticamente: «Non diranno mai abbiricchià (attorcigliare. Come facevano le donne quando attorcigliavano i panni per strizzarli), addòpio (sonnolenza – doppo ave’ magnato me pija sempre l’addòpio) oppure m’ha preso il pujàno (preso sonno) così come m’ha preso ‘na starna o m’ha preso ‘na stoppa (mi sono ubriacato). Meno ancora lippe lappe (quando c’è qualcosa che fa gola, che piace)».
Se corri forte a Città della Pieve fai le lute (le scintille del camino), quando balugina vuol dire che sta per arrivare un temporale, mentre acciuetà si traduce con acchiappare; puoi essere arronchettato (piegato) o appindolone (appeso), ma attenti a non sguillà (scivolare).
E poi… quando le cose vanno veramente male: Piovessero gli incudini co le falce fienaie a vento.

 


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«Molta parte dell’anima nostra è dialetto…». (Benedetto Croce)

Con la nuova puntata di dialettiamoci siamo arrivati a Terni. Guarda che a Terni famo l’acciaio, mica li cioccolatini: vengono subito messe le cose in chiaro, dopotutto il ternano è un dialetto verace, schietto e tosto come l’acciaio.

Eleonora

A Terni mandarsi colpi e accidenti – in modo benevolo, anche come saluto – è una legge non scritta. Vengono inseriti in modo del tutto naturale, come un intercalare, nelle conversazioni quotidiane, da tutte le generazioni. Nessuno è immune.
Che pozzi fa l’urdima! (potessi fare l’ultima cosa o l’ultimo respiro). Ecco, prima di fare l’ultima, ho fatto una chiacchierata molto divertente con Eleonora e Carlo, appassionati di veracità ternana, che per gioco hanno realizzato adesivi e magliette con scritte dialettali: «Nzenzati (insensati) è il nostro nome e per gioco abbiamo stampato questi gadget che hanno avuto un discreto successo in città. I ternani infatti tengono molto al dialetto e a tutto il territorio che si trova dentro la conca della provincia: vorrebbero annettere Spoleto – che per parlata sentono molto vicino – e cedere Orvieto a Perugia (scherza!). Il ternano puro viene parlato in città e nella campagna circostante, ma basta spostarsi di pochi chilometri e cambia. Ad esempio, gli schiaffi da noi si chiamano sbarbazzoni, mentre in alcuni paesi limitrofi diventano le frappe. Per noi le frappe sono i dolci di Carnevale».

 

chiese di terni

Basilica di San Valentino

Tra un colpo e insulto

La vera peculiarità di questo dialetto è insultarsi o mandarsi gli accidenti: ne esiste una gamma così vasta che sarebbe difficile ricordarseli e scriverli tutti. Con Eleonora abbiamo provato a fare una carrellata dei più usati e più divertenti (ci scusiamo in anticipo perché qualcuno ci sarà sicuramente sfuggito!). «I colpi e gli insulti sono un’antica tradizione a Terni, vengono detti anche in modo benevolo. Le U molto presenti; la D al posto delle T, le R, la Z che sostituisce la S: tutto questo rende la pronuncia molto rude e aumenta l’aggressività dell’insulto, risultando tutto più verace» spiega Eleonora.
Ed ecco quindi gli immancabili nel vocabolario del ternano D.O.C.: Che te pozzano guardà e piagne, Che pozzi fa l’urdima (Che potessi fare l’ultima cosa o l’ultimo respiro), Agguastate quantu si bruttu (Guarda quanto sei brutto), Che te pozza pijà ‘n gorbu a tracolla cuscì non te lu perdi, È arrivatu penzace (È arrivato quello che capisce tutto), Quanno pozzo m’appallozzo, spessu pozzo (Quando posso mi rilasso, spesso posso), Cazzuvoli?, Ma che dormi da piedi? (Si dice quando una persona non è molto sveglia), Te svago li denti (Ti butto giù i denti con un cazzotto), Che pozzi fa la fiamma e te smorzano co la naffetta, (Che tu possa prendere fuoco e che ti vengano a spegnere con la nafta), Pozzi arnasce millepiedi co tutte l’ogne ‘ncarnite, (Che tu possa rinascere millepiedi con tutte le unghie incarnite), Che te pozza pija ncorbu e ‘na sassata… cuscì se non te pija lu corbu, te pija la sassata (Che ti possa prendere un colpo e una sassata, così se non ti arriva il colpo, ti arriva la sassata. Insomma, qualcosa ti succede sicuro) e N’gorbu chetteggeli.

Portamo a spasso li dolori

La parlata di Terni si contraddistingue anche per i modi di dire e per le parole che riassumono alla perfezione situazioni e caratteristiche. Non possiamo non ricordare: Non facessi lu muffo (Non fa lo gnorri), Guarda quillu che bajengo (Bajengo vuol dire cafone ed è riferito in genere ai reatini), Venemo facenno (lo faccio un po’ alla volta), S’è jitu Preci? (sei andato a Preci, in riferimento al terremoto del 1300. Si dice quando va tutto male), Si fattu co lu ronciu (Sei fatto con la falce, non sei cortese, educato), Magnace lu pane (Facci la scarpetta si usa quando si incontra una coppia di amici in atteggiamenti amorosi).

Palazzo Spada

«Non posso non citare anche Stago stago poi te dago (Aspetto aspetto e alla fine ti do addosso, ti meno, ti sbatto al muro) – che è tra i miei preferiti – e Ce sendi cerqua? (Ci senti – Hai capito come?). Oppure parole che sono nel nostro vocabolario quotidiano: come birrocchiu (tamarro, coatto), fiarati (gasati), bardascio (ragazzo), lu svejamammocci (una cosa che ti sveglia di soprassalto o un evento inaspettato), Che frasca! (quando una persona ha bevuto troppo), a ventogne (a venti unghie, a carponi quando si è troppo ubriachi) poro cillittu (poverino) e l’immancabile, scappamo? (usciamo?). Infine, un motto importantissimo per la provincia di Terni, un vero state of mind Portamo a spasso li dolori (un po’ così…), tornato di moda anche grazie a noi.
Il dialetto ternano e tutte le sue numerose sfaccettature sono un bagaglio culturale importante per la nostra città e per la provincia di Terni: mantenere vive le tradizioni ci rende parte di una storia che hanno scritto i nostri nonni, di una storia che forgia il nostro futuro come si forgia l’acciaio» conclude Eleonora.

 


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«Il dialetto non si salva solo con le poesie, le commedie e i festival. Si tramanda anche infilandolo nel discorso, come un cetriolino in un panino. È un po’ snob, lo ammetto. Ma mica possiamo parlare tutti inglese». Beppe Severgnini

Con la quarta puntata di #Di(a)lettiamoci – il tour che vi porta alla scoperta dei dialetti umbri – ci spostiamo a Foligno: città in cui il patriottismo locale regna sovrano, dove non amano particolarmente Perugia – vorrebbero avere una provincia tutta loro – e dove l’attaccamento al territorio e il dialetto sono molto sentiti. Dopotutto sono sempre lu centru de lu munnu!
Giovanni Ruiu folignate D.O.C. che fa parte della redazione della rivista Stuzzicadenti  – che racconta il territorio e le storie di Foligno – senza pensarci troppo, ha scritto l’articolo e me lo ha inviato bell’e pronto: «Pur di non farci mettere mano a una perugina, hai fatto tutto tu!» ho esclamato. «Dovrei dire che non è così, però un pochetto sì, via!». Quindi vi lascio condurre da Giovanni alla scoperta del dialetto folignate, delle sue parole e dell’essenza di Foligno.

Facemo a capisse…

Giovanni Ruiu

Semo jente de Fulignu, semo fatti cuscì: queste le parole cantate da Massimo Bagnato di cui ogni folignate un po’ si risente, sia quelli che non je sta vene (non gli sta bene) – la j la mettemo dappertutto – sia a quelli che je sta vene (gli sta bene). Perché semo fatti realmente cuscì, un po’ incazzosi e un po’ rompi scatole, ma tanto socievoli. Il patriottismo folignate ci contraddistingue, basta chiedere anche a un solo vecchietto che trovi in piazza da dove viene e lui ti risponderà da Fulignu, al massimo forse dalla zona de appartenenza. Eh già perché, noi ce litigamo le zone, Prato Smeraldo e Sportella Marini se possono vedé poco, Cave e Maceratola non so stati mai troppo amici, li Vurruni – un paesino che si chiama Borroni – e limitrofi non ne parliamo.
Comunque, in qualsiasi zona tu ti trovi, sentirai le parole finire sempre e solo con una lettera: la U, infatti, approposito de esse incazzusu, basta pocu pe pià focu.

Né capoluogo né marchigiani

E quello che non sopportiamo più di tutto è quando i nostri meriti li associano agli altri: perché non ci nascondiamo dietro a un dito, a noi il capoluogo non ci piace, non ce la facemo a sentì parlà co ‘n gatto nta la vocca – la B e la V per noi sono uguali – i folignati pensano che i perugini parlano con un gatto in bocca, il famoso donca.
E quando ci dicono di essere simili ai marchiciani (marchigiani) io vorrei far notare questo: la storia insegna che il popolo degli Umbri insediò i territori dall’attuale Lazio, arrivando a Foligno e dirigendosi verso il mare, quindi diciamo la verità, non semo noi quelli fori luogo, ecco. E se questa può sembrare una magra consolazione, pacenza (pazienza) a noi ce basta, e come se dice da noi, chi spizzica non digiuna (meglio poco che niente, l’importante è accontentarsi).

 

La cattedrale di San Feliciano. Foto di Enrico Mezzasoma

Velli e impossibili

E non posso non dedicare due parole ai paesetti de montagna, perché so il nostro collegamento al mare, il nostro motore agricolo, l’origine delle parole più strane, e poi perché me sentirei rinfaccià la frase chi fiji chi fijiastri? (Alcuni sì e alcuni no?). Quindi o tutti o nessuno. Foligno è questo e molto di più: ma d’altronde non basterebbe un articolo per spiegare quanto semo velli (siamo belli) ma anche quanto semo intoccabili, praticamente come una bella donna che però è accompagnata; ma d’altronde, come direbbe un mio caro amico de Cifo: «Li rigori se tirano da lu portiere, mica a porta vota» (non è sempre facile fare delle cose…). Per concludere: forza Foligno sempre!

 


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«Io non penso in italiano, penso in dialetto perché sono un popolano» (Gianni Brera).

Con il Castelèno ci spostiamo all’estremo nord dell’Umbria per scoprire – in questa terza puntata (dopo il perugino e l’eugubino) – un dialetto che potremmo definire un vero e proprio insieme di varietà proprie dalle zone limitrofe: da un lato l’influenza marchigiana, dall’altro quella della Toscana orientale. Ma lo stesso tifernate si differenzia, per intonazioni fonetiche e lessicali, in quello parlato drènto i muri – Città di Castello centro – e in quello della periferia e delle campagne.
«A sud verso Umbertide si dice ta me, ta te… come nella zona perugina, che diventa ma te, ma me a Castello. Il dialetto comunque si è molto italianizzato – o andacquèto – in quanto le nuove generazioni ne stanno perdendo l’uso: parole e modi di dire tipici della cultura dialettale vengono utilizzati in prevalenza solo dalle persone più anziane. Ma il difficile del dialetto non è tanto parlarlo, quanto scriverlo e soprattutto leggerlo» spiega Fabio Mariotti, componente del gruppo folkloristico Paguro Bernardo e appassionato di dialetto.
Il gruppo – formato da Massimo, Marcello, Fabio, Stefano, Matteo e Diego – è molto famoso nella zona dell’Alto Tevere e vanta venti anni di attività, con all’attivo cinque CD, un libro e un DVD. Giocano con i testi delle canzoni famose traducendoli e reinterpretandoli in dialetto castelèno così da raccontare storie della tradizione popolare e non solo.

 

Il gruppo Paguro Bernardo

L’Accademia de la Sèmbola

«Diversi anni fa, proprio per insegnare a scrivere e a leggere correttamente il castellano, era stata creata l’Accademia de la Sèmbola (crusca, cereali) in cui si tenevano lezioni ed esercitazioni mirate. Ci eravamo ispirati all’Accademia del Donca e agli insegnamenti del dialetto perugino» prosegue Mariotti.

La caratteristica principale del tifernate sono le vocali (A, E, O) che vengono aperte o chiuse in modo quasi opposto rispetto all’italiano: bachètto (aperta), melé (chiusa).
Ci sono poi parole che vanno ricordate, perché fanno parte della vita di un castellano, ma il tempo sta facendo piano piano scomparire: galòpola (caviglia), razi (animali da cortile), ‘n vèlle (da nessuna parte: Quèllo è uno che n’ và nvèle, si dice di un uomo presuntuoso o di scarsa intelligenza), ghiottiróla (imbuto), sinò (sennò, altrimenti) e bompóco (grossa quantità).
A Città di Castello se vi dovessero dire che siete un tontoloméo, non offendetevi! È una parola che si usa in tono familiare, non offensiva, come lo stesso tònto. Può assumere diversi significati a seconda delle situazioni, quindi si hanno le varianti: tontolóne, tontolino, tontolacio, tontolerìa, tontolàgine.
Tra le chicche dialettali ci sono: mènadritta (mano destra) e mènmancina (mano sinistra). Con lo stesso termine si danno anche le indicazioni stradali (Per gi a Umbértide girète a mèndritta dòppo che l’albero) e si indicano le parti del corpo: ochio a mènmancina (occhio sinistro), piede a mèndritta (piede destro). Una menzione va fatta per i giorni de la sitimèna: Lonedé, Martedé, Mercòldé, Gióvedé, Venardé, Sabito e Dómènnica; e i mési de l’àno: Genèio, Febrèio, Marzo, Aprile, Màgio, Giògno, Lòjjo, Agòsto, Setémbre, Otóbre, Novémbre e Dicémbre.

Filosofia popolare

Si sa, il dialetto spesso parla con i proverbi e i modi di dire, e il castellano non è da meno. Ne conserva tantissimi che ancora oggi vengono utilizzati nel parlato comune: una filosofia popolare spontanea e veritiera, che racconta un tempo passato ma sempre e comunque attuale e reale. «Il modo di dire che più spesso si dice nell’Alta Valle del Tevere è: La Montesca c’ha l capèlo, castelan porta l’ombrelo (Se sopra La Montesca ci sono le nuvole, sicuramene pioverà). Ma non posso non ricordare anche: A ‘na cérta età ‘gni acqua tràpia (a una certa età i dolori vengono fuori tutti); E armannéte ‘n pochino che s’è tòtto sbudelèto (ricomponiti che sei tutto in disordine – relativo al modo di vestirsi); Te caciarìbbono la ròba da magnè p’ i òchi (quando sei ospite in casa di qualcuno e ti vogliono offrire qualcosa da mangiare a ogni costo. Lo si dice di solito per indicare le brave persone); C’è la tèsta cóme ‘na bachjùccóla (si riferisce a una persona poco intelligente); ‘L chène, la mojji e lu schiòpo ‘n se prèstono ma nisuno (il cane, la moglie e il fucile non si prestano mai) e Per gnenta ‘nnu sdringóla manco la coda ‘l chène (nessuno fa niente per niente)» conclude Mariotti.

 

Terme di Fontecchio

Tutti a… el bagno

I castellani le terme di Fontècchio le chiamano affettuosamente el bagno: raramente usano il vero nome. Questo dimostra l’attaccamento che hanno con le vecchie terme, dove nel corso dei secoli hanno curato i loro mali e dato refrigerio durane il caldo estivo. Al bagno ci s’amparea anche a notè (“Al bagno” ci si imparata anche a nuotare) visto che c’era l’unica piscina (a parte le dighe) e quelli con piò guadrini se poteon permètte de paghè amparèono anche a giochè a tennis… (quelli con i soldi si potevano permettere di pagare per imparare a giocare a tennis). Inoltre, liberamente si poteva attingere la famosa acqua sòlfa che faceva e, fa ancora, guarì e rinfreschi lu stombico.

 


Paguro Bernardo

Per saperne di più c’è il Vocabolario del dialetto castellano di Francesco Grilli.