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Nell’immaginario collettivo, all’idea di Rivoluzione francese si associa la terribile immagine della ghigliottina, così come a Napoleone Bonaparte (Ajaccio, 15 agosto 1769 – 5 maggio 1821, Longwood House, Longwood, Sant’Elena) corrisponde il ricordo delle incessanti campagne di guerra, che sconvolsero l’Europa per oltre un ventennio, travolgendo nazioni e regimi e causando cinque milioni di morti.

A questo periodo dovrebbe essere associata anche un’altra immagine: le sistematiche spoliazioni delle nazioni vinte che venivano umiliate nel loro patrimonio storico-artistico. I quadri e le sculture passarono in mano alla nazione francese, non per furto o per saccheggio, ma in seguito ad accordi internazionali. I drammatici eventi che portarono alle requisizioni segnarono indubbiamente il patrimonio regionale. Le spoliazioni vennero costantemente perpetrate nell’arco di venti anni, dal 1797 fino al Congresso di Vienna del 1815.
Secondo lo storico Paul Wescher, le spoliazioni napoleoniche rappresentarono «il più grande spostamento di opere d’arte della storia», inoltre lo storico sottolinea che Napoleone, pur non avendo una profonda cultura artistica, comprese subito «quale valore, in termini di prestigio e di propaganda, potevano avere le arti e le scienze per un regime politico».

Il patrimonio umbro

In Umbria venne data grande importanza storica a Cimabue e Giotto e soprattutto al genio di Raffaello: ad aumentare la fama dell’urbinate fu l’uscita nel 1784 a Perugia di una guida della città, scritta dall’architetto e teorico Baldassarre Orsini, intitolata Guida al forestiere per l’Augusta città di Perugia, moderna e agile descrizione finalizzata alla divulgazione degli straordinari tesori della città. Questo testo divenne ben presto un agile strumento nelle mani dei commissari napoleonici. Al suo interno la scelta delle opere più significative era facilitata da un comodo sistema di asterischi: gli asterischi andavano da uno fino a tre, ad esempio i capolavori di Raffaello e Barocci erano evidenziati da tre. Tinet, esperto d’arte, scelto da Bonaparte per requisire le opere, fu a Perugia almeno in tre occasioni: durante questi soggiorni si dotò della guida dell’Orsini.
Alcuni capolavori non furono giudicati all’altezza delle collezioni del Louvre e furono destinati ai musei dipartimentali in via di costruzione. Tinet scrisse al magistrato di Perugia per informarlo di essere stato incaricato, dietro ordine di Bonaparte, di «fare la scelta nelle chiese ed altri luoghi pubblici di questa città di quadri, libri, manoscritti, e generalmente di tutti gli oggetti di Scienze e di Arti, che degne saranno di essere raccolte per poi trasportarsi in Francia nel museo della Repubblica». Furono veramente poche le chiese e i complessi monastici e conventuali che furono risparmiati dalla visita del commissario francese. I quadri che furono individuati a Perugia calzavano alla perfezione con gli ideali estetici della cultura francese. Vennero requisite moltissime opere d’arte: nel palazzo dei Priori la Pala dei Decemviri del Perugino, nella chiesa di Santa Maria di Monteluce l’Incoronazione della Vergine, di Giulio Romano e Giovan Francesco Penni su disegno di Raffaello, e la Pala Oddi nella chiesa di San Francesco al Prato.

 

Pietà, Pietro Vannucci detto il Perugino

Il ritorno a casa

Gli oggetti d’arte requisiti giunsero a Parigi nel mese di luglio del 1798. Vennero organizzate una serie di celebrazioni per festeggiare l’entrata dei convogli in città, realizzando un vero e proprio corteo delle meraviglie. I commissari napoleonici requisirono tantissime opere, alcune delle quali tornarono in Italia, alcune anche in Umbria, grazie ad Antonio Canova, Ispettore Generale delle Belle Arti. Tra le opere che tornarono nel loro luogo di origine, e che oggi possiamo ammirare per la loro bellezza, spiccano sicuramente le opere del Perugino: il Polittico di San Pietro e la Pietà.
Il primo è databile al 1496-1500 e comprendeva vari pannelli da inserire in una grandiosa macchina d’altare. Ci fu una solenne inaugurazione dell’altare il 13 gennaio 1500, dove Vasari lodò il polittico e lo descrisse come la migliore opera esistente dell’artista a Perugia.[1]
Con le requisizioni napoleoniche del 1797 l’opera venne trafugata, finendo divisa tra più musei francesi; ma grazie al recupero del Canova alcune parti del polittico oggi sono conservate presso la Galleria Nazionale dell’Umbria.
La seconda opera requisita è la Pietà che giunse al Louvre, ma anche essa fu recuperata il 29 ottobre del 1815 e oggi conservata nella Basilica di San Pietro a Perugia. Si tratta di uno dei pannelli più elogiati da Orsini: «Pietro in questa tavola ha voluto piuttosto seguitare il piacere dell’occhio che soddisfare alla devozione».[2]
Anche la Deposizione della croce di Federico Barocci, opera di inestimabile valore, venne trafugata dalla città di Perugia. Il dipinto commissionato dal Collegio della Mercanzia, fu messo in opera, sull’altare della cappella di San Bernardino, nel dicembre del 1569. La pala venne requisita il 24 febbraio 1797 e fu esposta al Louvre nel novembre 1798 e nel 1802 nella chiesa parigina di Nôtre-Dame.
La pala bellissima e coinvolgente con i suoi splendidi, accesi e brillanti colori, porta lo spettatore a vivere un grande momento di pathos nello svenimento della Madonna, verso la quale accorrono le pie donne spaventate. È presente un giovanissimo san Giovanni che abbraccia i piedi di Cristo ed inoltre è visibile il vento che muove le vesti degli uomini che stanno togliendo Gesù dalla croce.[3]

 

Deposizione dalla croce, Federico Barocci.

 

Nell’opera si intravede l’evoluzione creativa del pittore che punta su una novità di tipo cromatico-strutturale; si è infatti avanzata l’ipotesi che il Barocci fosse a conoscenza delle teorie sul colore di Leonardo da Vinci descritte nel suo Trattato della pittura.
Eccelso capolavoro di Raffaello, prelevato dalle truppe napoleoniche il 20 febbraio 1797 ed esposto al Louvre nel 1798, fu l’Assunzione della Vergine, realizzata tra la fine del 1502 e gli inizi del 1503, per la cappella di Alessandra Baglioni, figlia di Braccio, magnifico signore di Perugia. Nella tavola centrale è visibile il tema dell’Assunzione, mentre nella predella sono dipinte l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi e la Presentazione al tempio.
Lo scomparto centrale e la predella furono recuperati da Canova il 2 e il 21 ottobre 1815, ma furono trattenuti a Roma nella Pinacoteca Vaticana: la famiglia Oddi tentò di recuperare il dipinto, inoltrando numerose richieste al segretario di Stato, cardinal Consalvi, ma il dipinto rimase nelle sale della Pinacoteca Vaticana.
L’opera, che era destinata ad una committenza di particolare prestigio, ripropone i modelli perugineschi, soprattutto nella parte inferiore dello scomparto centrale e nella predella.
Questo meraviglioso soggetto è possibile ammirarlo a Civitella Benazzone, frazione del comune di Perugia, dove nella chiesa parrocchiale è presente una copia datata 1518 e attribuita a Domenico Alfani. Dopo le spoliazioni napoleoniche molte opere di inestimabile valore storico-artistico lasciarono la nostra regione per non farvi più ritorno, altre confluirono nella collezione della Pinacoteca Vaticana, altre ancora invece tornarono in Umbria: cosicché ancora oggi possiamo ammirare il loro eccelso splendore.

 


[1] Vittoria Garibaldi, Perugino, in Pittori del Rinascimento, Firenze 2004

[2] Baldassarre Orsini, Vita elogio e memorie dell’egregio pittore Pietro Perugino e degli scolari di esso, Perugia 1804.

[3] Francesca Abbozzo e Maria Teresa Castellano, Federico Barocci: il deposto di croce alla cappella di san Bernardino nella Cattedrale di Perugia: il restauro, studio e conservazione, Ancona, 2010

La parola selfie è entrata a pieno titolo nel nostro vocabolario. Quotidianamente sentiamo molte persone pronunciarla e ne abbiamo visto altrettante rivolgere verso di sé uno smartphone per scattare una foto.

Nel corso degli anni i selfie non hanno certo rallentato la loro crescita. Viviamo nell’era dell’immagine, in un mondo sempre connesso: in un mondo sempre più frenetico, gli autoscatti sono diventati uno strumento di comunicazione visiva istantanea. Nel corso della storia, specchi, autoritratti e fotografie si intrecciano, descrivendo come muta il rapporto dell’uomo con la sua immagine.
Anticamente lo specchio aveva un ruolo chiave nella società: raccontava il bisogno dell’uomo di specchiarsi, di vedere la propria immagine, fondamentale per sviluppare al meglio l’idea della propria identità.
I primissimi metodi sfruttati dall’uomo furono quelli di vedere riflessa la propria immagine o il proprio corpo in specchi d’acqua, corsi o laghetti: Narciso, personaggio della mitologia greca, è identificato come l’amore, spesso esagerato, che una persona prova per la propria immagine e per se stesso.

 

Presunto ritratto di Simone Martini. Cappella di San Martino. Basilica inferiore Assisi

Il primo autoritratto

La prima comparsa dell’autoritratto avvenne nel Medioevo, durante il quale si svilupparono nuove esigenze rappresentative. Si pensava infatti che l’immagine, riflessa in uno specchio d’acqua, fosse semplicemente l’immagine materiale; l’immagine artistica invece, compreso il ritratto, era l’immagine che dimorava nell’anima di ogni uomo. Non a caso nel Medioevo si diffuse la credenza che Cristo fosse stato pittore della propria immagine.
L’autoritratto acquistò dignità artistica a partire dal Rinascimento: in questo periodo nuove tecniche di pittura iniziano a diffondersi, aiutando i pittori a realizzare ottimi chiaroscuri e a rendere i colori più naturalistici. Certamente significativa fu la visione antropocentrica, che si stava ampiamente diffondendo: tanti artisti si interessarono alla rappresentazione di volti umani.
Giorgio Vasari, nelle Vite, attribuisce la pratica del ritratto a due grandi maestri: Cimabue e Giotto. Cimabue infatti si sarebbe raffigurato nella Crocifissione dipinta nella Basilica superiore di San Francesco ad Assisi.[1]
Si pensa invece che il ritratto di Giotto sia presente nella raffigurazione del Fanciullo di Suessa. Nella cappella di San Martino, la prima cappella a sinistra della basilica inferiore di San Francesco d’Assisi, invece è raffigurato il presunto autoritratto di Simone Martini nella Resurrezione di un fanciullo. La cappella, voluta e finanziata dal cardinale Gentile Partino da Montefiore, fu interamente affrescata dall’artista nel 1313-1318.

 

Il Perugino. Collegio del Cambio. Perugia

I selfie del Perugino e Pinturicchio

Nel Quattrocento, in Umbria, celebri sono gli autoritratti di Pietro Vannucci, detto il Perugino, e del suo allievo Bernardino di Betto Betti, noto come il Pinturicchio, entrambi inquadrati in una cornice che pone l’artista in una posizione di rilievo. Il primo si ritrae all’interno di una cornice nella Sala dell’Udienza del Collegio del Cambio a Perugia. L’ambiente è interamente affrescato con un programma iconografico in cui sono inserite figure mitologiche, Sibille, Profeti e personaggi illustri sia della storia greca che romana.[2]
Su un pilastro intermedio della parete sinistra, inserito in un quadro appeso tra nastri e collane di corallo con effetto trompe-l’oeil, è visibile il ritratto dell’artista e un’iscrizione che testimonia il compiacimento per la fama raggiunta.
L’iscrizione in italiano recita: «Pietro perugino, pittore insigne. Se era stata smarrita l’arte della pittura, egli la ritrovò. Se non era ancora stata inventata egli la portò fino a questo punto».
I dettagli fisici e psicologici dell’autoritratto sono molto curati: il volto è tondeggiante, gli occhi sono sicuri, fieri e guardano senza esitazione davanti a sé, le guance arrossate, le labbra sono sottili, i capelli fluenti e il mento ha una fossetta. La veste nera e il cappello rosso, su uno sfondo blu monocromo, conferiscono al pittore un tono di severa nobiltà.
Il ritratto del Pinturicchio si trova all’interno di un suo ciclo di affreschi, databili tra il 1500 e il 1501, presso la cappella Baglioni, nella collegiata di Santa Maria Maggiore a Spello.
In un ambiente contornato da un maestoso loggiato rinascimentale, è dipinta l’Annunciazione: Maria leggente è sorpresa dall’angelo che si avvicina benedicendola e recando in mano il giglio bianco, simbolo della sua purezza. In alto appare l’Eterno in una mandorla di angioletti che invia, tramite un raggio luminoso, la colomba dello Spirito Santo.[3]
In lontananza, oltre l’hortus conclusus, si apre un paesaggio ricco di dettagli. Posta sulla destra dell’Annunciazione, si apre una finestrella con una grata su cui è appoggiata un’anfora e una mensola di libri, al di sotto della quale è presente l’autoritratto del pittore e un’iscrizione dedicatoria.
Questi accorgimenti sono la prova tangibile che l’autore non ha più bisogno di celarsi tra i personaggi raffigurati, ma assume il vero ruolo di protagonista, distinguendosi in maniera netta all’interno dell’opera.

 

Luca Signorelli. Cappella di San Brizio. Duomo di Orvieto

Signorelli e Beato Angelico in mezzo all’opera

Tra le tante personalità della pittura rinascimentale spicca Luca Signorelli, artista che lavorò in Umbria, soprattutto a Città di Castello e Orvieto presso la Cattedrale di Santa Maria Assunta. Il suo selfie è presente nella scena più evocativa dell’intero ciclo, almeno in termini di originalità narrativa e di evocazione fantastica: la Predica e i fatti dell’Anticristo.
L’artista, presente all’estrema sinistra, vitale e di bella presenza – come lo descrisse Vasari che l’aveva conosciuto personalmente in tenera età – indossa un copricapo e un mantello nero.
Accanto a Signorelli è presente un altro personaggio con il classico abito domenicano: è Beato Angelico. L’artista aveva iniziato il ciclo pittorico nel 1447, poi completato dal Signorelli. Scalpellini scrisse che la sua presenza a margine della scena assomiglia a quella di un regista compiaciuto per la riuscita del suo spettacolo e si presenta alla platea per ricevere l’applauso. [4]

 


[1] Enio Sindona, Cimabue e il momento figurativo pregiottesco, Rizzoli Editore, Milano, 1975.
[2] Umbria, Touring Club Editore, Milano, 1999.
[3] Cristina Acidini, Pinturicchio, in Pittori del Rinascimento, Scala, Firenze 2004.
[4] Antonio Paolucci, Luca Signorelli, in Pittori del Rinascimento, Scala, Firenze 2004.

Guardiamo e ammiriamo, attraverso alcuni dipinti famosi, i diversi tipi di matrimonio o eventi storici legati a esso partendo dalla “Proposta” di Frank Stone.

La proposta di matrimonio di Frank Stone

Frank Stone (1800-1859) è stato un pittore inglese autodidatta. Uno dei suoi maggiori successi fu The Proposal (La proposta di matrimonio), un olio su tela di 88 x 113 cm. Guardando attentamente il dipinto, possiamo notare molti particolari rappresentanti la vita e i valori dell’epoca. La scena è tipica di un interno vittoriano e può essere interpretata in due modi. Da una parte rappresenta una semplice relazione romantica dove l’uomo ha appena consegnato una rosa alla donna, due bambine che stanno leggendo e una cameriera che porta del tè con una fetta di torta (verosimilmente il pudding).

La proposta di matrimonio di Frank Stone

Dall’altra l’interpretazione è più suggestiva; la donna al centro è una madre rimasta vedova con le sue due figlie mentre l’uomo è un corteggiatore che si offre di sposarla. Piuttosto che una cameriera l’altra donna è la madre della vedova che spera nella loro unione.
Come si può ben notare l’uomo, elegante e raffinato, si protende verso l’amata per poi poterla accogliere nel suo amore. Il cane (simbolo di fedeltà) posto accanto a lui rafforza ancor di più la serietà della sua proposta. La ragazza impersona la modestia e la serenità, si sente sicura nel suo spazio mentre sta cucendo. La sua posizione, il suo sguardo e la vicinanza con l’uomo non lasciano spazio ad altri spunti interpretativi: accetterà la proposta di matrimonio.

 

Le nozze rosse dei Baglioni

Le nozze rosse dei Baglioni

Con Nozze rosse dei Baglioni si indica una congiura familiare ordita tra il 14 e il 15 luglio 1500 per eliminare dal potere i Signori di Perugia Astorre, Guido e Rodolfo Baglioni. La congiura è ricordata come la più crudele e violenta di tutto il Rinascimento. Il 28 giugno del 1500 si celebrò il matrimonio tra Astorre (figlio del patriarca Guido Baglioni) e Lavinia Orsini Colonna. L’evento si festeggiò con grande sfarzo per dodici giorni nella piazza principale di Perugia; vestiti sontuosi, gioielli ostentati, arredi, banchetti e canti coinvolsero tutta la città.
Il cugino dello sposo, Carlo Oddo Baglioni detto il Barciglia, mosso da una insaziabile sete di potere organizzò una congiura per prendere il potere in città eliminando i familiari. Il Barciglia, avido per gloria e invidioso dei suoi parenti potenti, ottenne la complicità del ventiquattrenne Grifonetto Baglioni, di Filippo Baglioni e di Girolamo della Penna. A loro si aggiunsero altri personaggi poco raccomandabili e privi di incarichi ma spavaldi e ambiziosi e decisi.
La notte torrida tra il 14 e il 15 luglio le residenze Baglioni furono attaccate e i Signori di Perugia assassinati. Compiuta la strage i congiurati si presentarono alla città come i liberatori della tirannia, ma il popolo, inorridito, non li sostenne.
Gian Paolo Baglioni, sopravvissuto alla strage, con le proprie milizie costrinse i cospiratori alla fuga, ma non tutti ci riuscirono. Grifonetto Baglioni fu catturato e ucciso. La mamma di Grifonetto, Atalanta Baglioni, e la moglie Zenobia, lacerate dal dolore si gettarono sul suo corpo.
Atalanta, mamma di Grifonetto, commissionò successivamente a Raffaello Sanzio un’opera da mettere nella chiesa di famiglia per ricordare il figlio. È così che nacque la Deposizione di Raffaello (1507) detta anche Pala Baglioni. Osservando il dipinto di Raffaello possiamo notare distintamente le espressioni di Atalanta (la Madonna) e di Zenobia moglie di Grifonetto (Maria Maddalena) che sembrano riprodurre quell’istante in cui morì il loro congiunto. Il giovane che sostiene le gambe del Cristo è Grifonetto caratterizzato da un’espressione assente come se fosse estraneo al contesto. Il suo sguardo è perso nel vuoto. Al centro il Cristo morto sembra rappresentare il potere conteso da Roma e dai Baglioni.

 

Il matrimonio mistico di Pistoia di Kristian Zahrtmann

Il matrimonio mistico di Pistoia di Kristian Zahrtmann

Kristian Zahrtmann (1843-1917) è stato il pittore danese che ha realizzato, tra il 1893 e il 1894, l’opera denominata Il matrimonio mistico di Pistoia. Il pittore danese giunse in Italia negli anni Ottanta dell’Ottocento e visitò più volte Pistoia, dove rimase fortemente suggestionato dalla bellezza della chiesa di San Pier Maggiore (oggi sconsacrata) tanto da sceglierla come ambientazione di un dipinto di genere storico. A Pistoia venne a conoscenza di una antica cerimonia che per secoli si svolgeva sul sagrato della Chiesa ogni volta che il neo nominato vescovo entrava per la prima volta in città. Si trattava di un matrimonio mistico dove il vescovo di fronte a tutta la città prendeva in sposa la badessa, del monastero benedettino di San Pier Maggiore, che simboleggiava la Chiesa pistoiese con la quale il vescovo si andava a legare in maniera indissolubile.
Nel quadro si fondono colori in maniera entusiasmante, e giochi di luce come quelli sulla facciata della Chiesa sono molto realistici. Da notare la presenza di persone completamente disinteressate all’evento, come spesso accade nelle grandi e lunghe cerimonie.
La scena che viene rappresentata è davvero grandiosa e caratterizzata da una folla composta e composita. Nella parte centrale troviamo sulla destra in ginocchio i monaci e sulla sinistra le monache. Membri dell’aristocrazia cittadina sparsi ovunque. In primo piano a destra un gruppo di belle ragazze e a sinistra ragazzi con abiti alla moda. Quello con i capelli lunghi rossi sembra molto interessato alla ragazza vestita di chiaro sulla destra. Al centro, in mezzo alla folla, sta il vescovo seduto sotto un baldacchino e ai suoi piedi, genuflessa, una giovane badessa. All’inizio della scalinata tappezzata di rosso e di spalle il celebrante la cerimonia. Quello che colpisce sono i vestiti eleganti, i tessuti lavorati e colorati, la luce e il gioco di prospettiva. È veramente un bel dipinto. Forse le proporzioni sono alterate, come l’immensa facciata della Chiesa, ma probabilmente era proprio quello che voleva Zahrtmann, e cioè farla assomigliare a una cattedrale.

 

Il matrimonio contadino di Pieter Bruegel

Il matrimonio contadino di Pieter Bruegel

Il Matrimonio Contadino, meglio conosciuto come Banchetto Nuziale è un olio su tavola di 114 x 164 cm. È opera del pittore olandese Pieter Bruegel il Vecchio e risale 1568. Pieter Bruegel ha come tema fondamentale nei suoi dipinti la realtà contadina ritratta in episodi quotidiani. L’uomo di Bruegel è goffo e vizioso e quindi non ha niente d’ideale, anzi deformazioni fisiche e morali vengono riprodotte con occhio lucido e sovente sotto forma di caricatura.
Dentro un granaio si sta svolgendo il pranzo di una coppia di contadini appena sposati. La sposa è quella davanti al telo verde con aria un po’ assente, lo sposo come tradizione deve servire ai tavoli e lo troviamo sulla sinistra che versa della birra in una brocca per poi portarla ai tavoli. Come si può notare c’è molta gente in uno spazio abbastanza ristretto, ma la capacità pittorica del Bruegel ci mostra dettagli significativi per ogni personaggio. In primo piano una bambina con un ampio cappello rosso sta leccando qualcosa dal suo piatto e due camerieri portano un grande vassoio di legno con sopra le pietanze, con il vicino commensale seduto che prende e le smista. Un suonatore di zampogna sembra chiedersi se ci sarà cibo anche per lui. Da notare che tutti indossano il cappello o la pezzola in caso di donna.

 

Il matrimonio combinato di William Hogarth

William Hogarth (Londra 1697- Londra 1764) è stato un pittore satirico del periodo Rococò e Barocco. La serie di sei quadri denominata Marriage A la Mode raffigura ironicamente la società inglese del 1700 mettendo alla berlina i risultati disastrosi di un matrimonio d’interesse. Il ciclo Marriage A la Mode ruota intorno a un matrimonio combinato tra il figlio di un fallito Conte e la figlia di un mercante di città, che non esita ad agire per i suoi interessi di ascesa sociale. Nel primo quadro della serie, The Marriage Settlement (olio su tela di 69 x 89 cm), si notano molti elementi significativi. Attraverso la finestra si vede la costruzione della nuova dimora del Conte, interrotta probabilmente per mancanza di denaro; sulla destra il nobile affetto da gotta mostra al suo ospite l’albero genealogico di cui va fiero; il mercante esamina minuziosamente il contratto matrimoniale alla ricerca di qualche cavillo; fra il nobile e il mercante un usuraio negozia il prestito per la ripresa dei lavori; sulla sinistra i due giovani sembrano indifferenti a quello che succede. Il figlio del Conte si guarda allo specchio disinteressandosi alle faccende che lo riguardano, mentre la figlia del mercante viene consolata dall’avvocato che ha preparato il contratto di questo matrimonio combinato.

 

Ius primae noctis

Ius primae noctis

Un iniziale inconveniente del matrimonio poteva essere lo Ius primae noctis. Questa locuzione latina che indica il diritto della prima notte è probabilmente un luogo comune che riguarda il Medioevo, anche se forse qualcosa di vero c’è. In quel periodo storico – ma anche molto dopo – i signori feudali esercitavano oppure no il diritto di trascorrere con le mogli dei loro sudditi la prima notte di matrimonio?
Che fosse una pratica comune e in qualche modo accettata o sopportata non ci credo proprio, anche se probabilmente qualche abuso a danno delle spose c’è stato. Comunque, non esistono fonti che dimostrino l’esistenza di un simile diritto, anche se il filosofo scozzese Hector Boece riporta un decreto del re secondo cui «il signore delle terre può disporre della verginità di tutte le ragazze che vi abitano». Comunque siano andate le cose dello ius primae noctis ne è piena la letteratura e anche la pittura con gli esempi di Jules Arsene Garnier e Vasilij Polenov dove viene rappresentata una giovane sposa portata dalla famiglia in casa del signore per passarvi la notte di nozze. Da notare in entrambi i dipinti lo sguardo rassegnato delle povere ragazze e la superbia dei signori che signori non lo erano affatto.

Il divorzio

Non di rado il matrimonio finisce con il divorzio. La pratica di tollerare l’infedeltà non ha più ragione di esistere. In Italia la legge sul divorzio ha pochi decenni e nel resto d’Europa da sempre nobili e regnanti hanno trovato il modo per liberarsi di un coniuge scomodo.
Il caso forse più eclatante della storia in tema di divorzio riguarda il re inglese Enrico VIII (1491-1547) che spinto dal suo bisogno dinastico di un figlio maschio si sposò sei volte. Enrico venne incoronato all’età di 18 anni e iniziò a sposarsi subito e nel giro di trentasette anni lo rifece per altre cinque volte. La prima moglie fu Caterina d’Aragona dalla quale ebbe una figlia conosciuta poi come Maria la Sanguinaria o Bloody Mary. Il matrimonio durò fino a quando arrivò a corte una nuova damigella d’onore, Anna Bolena. Enrico VIII perse la testa per questa ragazza tanto da chiedere al Papa Clemente VII di annullare il suo matrimonio con Caterina. Il Papa rifiutò e così Enrico si nominò capo della Chiesa anglicana, fece annullare il matrimonio dall’arcivescovo di Canterbury e sposò Anna.
Quando nacque la figlia Elisabetta, il re, che voleva ostinatamente un figlio maschio, si era già stancato di lei. Accusata di adulterio, Anna fu decapitata. Jane Seymour fu la terza moglie che riuscì finalmente a dargli quel figlio maschio tanto desiderato. La quarta moglie, Anna di Cleves, fu sposata per motivi politici, mentre la quinta Catherine Howard era la nipote del più importante esponente papista in Inghilterra. L’ultima moglie fu Caterina Parr, ultima perché questa volta fu lui a morire.

 

Le mogli di Enrico VIII

 

Concludo con una frase poetica di William Shakespeare: «Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l’altro s’allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; è la stella che guida di ogni barca, il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza. Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote dovran cadere sotto la sua curva lama; Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio; se questo è un errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato».

«Sono appassionata di arte e in questo modo ho unito la mia passione con il mio lavoro di chimica, in più do un contribuendo alla salvaguardia di opere che fanno parte della nostra storia e cultura».

Essere una salvatrice di opere d’arte, fermare – o quantomeno rallentare –  il loro invecchiamento, unire passione e lavoro, amalgamare alla perfezione chimica e arte è il lavoro della dottoressa Letizia Monico (35 anni), ricercatrice perugina che lavora al CNR e fa parte di un team che collabora col Dipartimento di Chimica di Perugia per salvare quadri in fase di deterioramento. I Girasoli di Van Gogh e l’Urlo di Munch sono passati sotto la sua lente e, con studi curati e approfonditi, si è scoperto che i colori – in particolare il giallo – perdono la loro bellezza: la causa è l’umidità. Recuperare queste opere non si può, però si può prevenire. Vincitrice di diversi riconoscimenti e premi, Letizia vanta anche pubblicazioni in riviste internazionali come Analytical Chemistry.

Letizia, la prima domanda è d’obbligo per tutti: qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nata a Umbertide e cresciuta a Perugia, dove ho anche studiato. Mi considero una perugina D.O.C.

Come è avvenuta la scoperta del degrado dell’Urlo di Edvard Munch?

Faccio parte di un’équipe di chimici che fa indagini sui materiali e collaboriamo con conservatori e storici dell’arte. Proprio i conservatori si erano accorti del degrado in atto, per la precisione avevano notato degli sbiancamenti del colore giallo presente sul quadro e lo sfaldamento della pittura stessa.

Come si può intervenire per evitare il peggio?

Occorre capire quali sono le cause e cercare di prevenirle. Con i nostri studi abbiamo sia studiato l’opera sia ricreato in laboratorio dei pigmenti quanto più simili a quelli utilizzati da Munch. In questo modo si è arrivati a scoprire quale potesse essere la situazione ambientale migliore affinché questi pigmenti non subissero modificazioni. Le opere sono a stretto contatto con l’ambiente, in primis luce e umidità e abbiamo visto come i due fattori – separatamente – possono incidere sull’opera. La scoperta è che non è tanto la luce che incide, quanto l’umidità.

 

Letizia Monico mentre cura i Girasoli

Quindi cosa si può fare?

Si può rallentare il degrado di questa tipologia di pigmenti e tenere l’opera in condizioni di umidità controllata.

Questo studio può essere utilizzato anche per salvare altri quadri?

Ogni quadro ha una storia a sé ed è realizzato con altrettanti materiali. La prima cosa da fare è capire la storia dell’opera, come è stata conservata e quali sono i materiali che la compongono. In teoria lo studio può essere rivendibile per le opere che hanno il giallo di cadmio, sul quale abbiamo fatto lo studio.

In passato si era anche occupata dei Girasoli di Van Gogh…

Sì, ma in quel caso si trattava di un altro tipo di giallo, giallo di cromo, che tende a scurirsi avendo una chimica del pigmento diversa rispetto al giallo di cadmio. Il fenomeno a livello visivo è diverso. In entrambi i casi però, ora si può intervenire per rallentare o interrompere il peggioramento.

Per questo ha vinto il Premio Levi 2015, riconoscimento nazionale della Sezione Giovani della Società Chimica Italiana…

Sì, l’ho vinto con la pubblicazione legata proprio al lavoro sui Girasoli: questo studio nasce con la mia tesi di dottorato. Ma non è stato il primo: già nel 2013 avevo vinto altri premi – il Premio miglior tesi di dottorato e Eric Samuel Scholarship Award in America – sempre legati allo studio del giallo di cromo.

In questo momento si sta occupando di qualche altra opera d’arte?

Di recente abbiamo lavorato su opere di Rubens e continuiamo su Munch e su un’altra versione dei Girasoli di Van Gogh che si trova a Londra.

Ha mai lavorato su qualche dipinto umbro?

Ancora il lavoro è nelle fasi iniziali, ma mi sto occupando anche degli affreschi del Cimabue di Assisi, quelli danneggiati durante il terremoto del 1997.

Com’è arrivata da chimica a studiare le opere d’arte?

A Perugia c’è un gruppo di ricerca nel dipartimento di Chimica che lavora proprio sui beni culturali. Io ho iniziato con loro perché sono appassionata di arte. In questo modo sono riuscita a unire il lavoro con la passione. Sono molto fortunata!

Quanto è difficile essere ricercatori oggi?

È un lavoro molto difficile e faticoso, ci vuole pazienza. Ma se uno è attivo, pubblica e collabora a livello internazionale – che è fondamentale – si pongono le basi per un futuro, per fare concorsi e per riuscire a entrare nel mondo del lavoro. Certo, le posizioni sono poche. Ripeto, non è facile.

Qual è il bello di questo lavoro?

La possibilità – come detto – di unire due delle mie più grandi passioni: la chimica e l’arte; la grande opportunità di stare a stretto contatto con oggetti di straordinaria bellezza e la consapevolezza che, nel mio piccolo, sto contribuendo un po’ alla salvaguardia di opere che fanno parte della nostra storia e cultura.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Natura, arte e tartufo.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione?

Casa.

Bernardino di Betto, noto come il Pinturicchio, nasce a Perugia nel 1454 da Benedetto di Biagio, nel quartiere di Porta Sant’Angelo.[1] Probabilmente venne chiamato Pinturicchio a causa della sua statura minuta.

Fu l’erede di una tradizione pittorica e miniaturista di rilievo che ha i suoi precedenti in Bartolomeo Caporali, Fiorenzo di Lorenzo e Benedetto Bonfigli. Il Pinturicchio spiccò come uno degli artefici della grande stagione rinascimentale di riscoperta della classicità: infatti sarà tra coloro che si avventureranno nel sottosuolo romano, copiando gli affreschi della Domus Aurea, dando inizio al gusto del revival archeologico e contribuendo alla diffusione delle grottesche. Entrò a bottega dal Perugino e collaborò con il maestro a Roma, tra il 1481 e il 1482, realizzando due affreschi: il Battesimo di Cristo e la Circoncisione dei figli di Mosè nella Cappella Sistina.
Nel 1486 eseguì le Storie di S. Bernardino che decorano la cappella Bufalini in S. Maria in Ara Coeli. Tali affreschi sono stati commissionati al pittore da messer Niccolò di Manno Bufalini, avvocato concistoriale, per ricordare la vicinanza avvenuta tra la sua famiglia e i Baglioni di Perugia, proprio per merito di S. Bernardino.
A Roma venne in contatto anche con la pittura del Ghirlandaio e del Botticelli, i quali contribuirono alla sua formazione artistica. Nella seconda metà del Quattrocento, l’artista realizzò una piccola ma deliziosa tempera su tavola raffigurante la Madonna con il Bambino e San Giovannino, conservata nel Museo del Duomo a Città di Castello.

 

Madonna con Bambino e San Giovanni. Museo del Duomo. Città di Castello

 

La piccola tavola raffigura Maria, Gesù bambino, in piedi sulle ginocchia della madre e San Giovanni Battista, che sostiene la scritta Ecce Agnus Dei. Le tre figure sono luminose su ampio sfondo, con un linguaggio stilistico composto e severo.
L’artista rientrò a Perugia il 14 febbraio 1495, stipulando, con i religiosi del convento di S. Maria degli Angeli a Porta S. Pietro, il contratto per la realizzazione del Polittico di S. Maria de’ Fossi, ora nella Galleria Nazionale dell’Umbria. Il contratto per l’opera, ci è pervenuto e contiene dettagliatissime istruzioni circa la realizzazione dell’opera, che era destinata all’altare maggiore per la chiesa, detta dei Fossi. Il pittore era all’epoca all’apice del suo successo, favorito da Papa Alessandro VI per il quale aveva appena concluso la grande impresa della decorazione dell’appartamento Borgia.

 

Pala di Santa Maria dei Fossi. Dettaglio

 

Anche per la cornice lignea le prescrizioni dei religiosi furono precise ed essa venne realizzata a imitazione dell’architettura della facciata della chiesa. Il Vasari non vide l’opera, sebbene essa venne ampiamente lodata dagli studiosi locali anche nei secoli successivi. La pala è oggi composta da sette pannelli principali; al centro campeggia la Madonna con il bambino e san Giovannino, affiancata dai santi Agostino, vestito con un ricco piviale e Girolamo, vestito da cardinale e con un modellino della chiesa in mano, forse la stessa Santa Maria degli Angeli. Sopra di essi due riquadri con l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata. Sulla cimasa campeggia il Cristo morto sorretto da due angeli e la Colomba dello Spirito Santo.
Nel 1497 vennero eseguiti gli affreschi per la decorazione della cappella Eroli nel Duomo di Spoleto, raffigurante la Madonna con il Bambino tra San Giovanni Battista e Leonardo, immersa in un dolcissimo paesaggio lacustre tipico della scuola umbra.
Nel 1501 Pinturicchio realizzò un’altra delle sue opere migliori la cappella bella, ovvero la cappella Baglioni in Santa Maria Maggiore a Spello. La decorazione venne commissionata dal priore Troilo Baglioni, poi vescovo di Perugia. L’impresa fu l’ultima commissione importante del Pinturicchio in Umbria, prima di partire per Roma e Siena.

Autoritratto Pinturicchio. Cappella Baglioni a Spello

L’impresa, come uso del il pittore perugino, venne condotta con notevole rapidità grazie all’utilizzo di una ben organizzata bottega, con l’impiego di altri maestri che dipingevano su suo disegno. Tali affreschi recano la firma Bernardius Pictoricius Perusinus e rappresentano sulle pareti: l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi, Gesù fra i dottori, nelle vele invece le quattro Sibille e un Autoritratto.
La libreria Piccolomini a Siena, del 1502, è l’opera considerata il suo capolavoro assoluto: potente cromatismo, gusto del particolare, grande attenzione all’aspetto decorativo, caratterizzano l’intervento di Pinturicchio nella biblioteca fatta edificare nel 1495 dal cardinale Todeschini Piccolomini in onore di Enea Silvio Piccolomini, poi papa Pio II.
L’ultima opera documentata dell’artista è la Madonna in Gloria tra i Santi Gregorio Magno e Benedetto, per gli Olivetani della chiesa di Santa Maria di Barbiano presso San Giminiano. Fu Vasari, grazie a un aneddoto, a raccontare i suoi ultimi anni. Il pittore aveva trovato alloggio presso i Frati di San Francesco a Siena e chiese con insistenza di togliere dalla sua cella un cassone, ma durante il trasloco questo si ruppe rivelando il suo tesoro: cinquecento ducati d’oro, i quali spettarono ai frati riempiendo il pittore di tristezza fino a condurlo alla morte.[2]
L’artista morì l’11 dicembre 1513 a Siena. Riposa nella parrocchia dei SS. Vincenzo e Anastasio.

 


[1] Giorgio Vasari, Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, a cura di G. Milanesi, III, Firenze 1878, pp. 493-531.

[2] Giorgio Vasari, Vite de’più eccellenti pittori, scultori e architetti, edizione commentata del 1878, vol. III, pag. 503-505.

Pietro Vannucci detto Il Perugino, è considerato uno dei massimi esponenti dell’umanesimo e il più grande rappresentante della pittura umbra del XV secolo.

Il pittore si muove in un contesto storico che è quello del tardo umanesimo. «Nella città di Perugia nacque ad una povera persona da Castello della Pieve, detta Cristofano, un figliuolo che al battesimo fu chiamato Pietro (…) Studiò sotto la disciplina d’Andrea Verrocchio». (Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri. Parte seconda. Giorgio Vasari).

 

Autoritratto Perugino

Il Perugino nasce nel 1450 a Città della Pieve e le sue prime esperienze artistiche umbre si appoggiarono probabilmente a botteghe locali come quelle di Bartolomeo Caporali e Fiorenzo di Lorenzo.

Fin da giovanissimo si trasferisce a Firenze, dove inizia a frequentare una delle più importanti botteghe: quella di Andrea del Verrocchio. La città dei Medici fu fondamentale per la sua formazione; infatti i contemporanei lo considerarono di fatto, un maestro fiorentino d’adozione.

Nei suoi capolavori si cela un’intimità religiosa: le dolci colline tipicamente umbre, il paesaggio boschivo realizzato con più tonalità di verdi, il tenue modellato dei personaggi e gli svolazzanti nastri degli angeli sono i suoi stilemi decorativi che poi trasmise anche al suo allievo: Raffaello.

Le opere in Umbria e non solo

Una delle sue prime opere documentate è L’adorazione dei Magi e il Gonfalone con la Pietà, entrambe nelle sale espositive della Galleria Nazionale dell’Umbria.

Nel 1473 il Perugino ricevette la prima commissione significativa della sua carriera: i francescani di Perugia, gli chiesero di decorare la nicchia di San Bernardino. Otto tavolette che insieme componevano due ante che chiudevano una nicchia con un gonfalone con l’effigie del santo.

Più tardo (1477-1478) è l’affresco staccato, oggi nella Pinacoteca Comunale di Deruta, con il Padre Eterno con i santi Rocco e Romano, con una rara veduta di Deruta nel registro inferiore; probabilmente commissionata per invocare la protezione dei Santi Romano e Rocco, poiché un’epidemia di peste imperversava nel territorio di Perugia.

Nel 1478 continuò a lavorare in Umbria, dipingendo gli affreschi della cappella della Maddalena nella chiesa parrocchiale di Cerqueto, nei pressi di Perugia.

Raggiunta la fama venne chiamato nel 1479 a Roma, dove realizzò uno dei più grandi e prestigiosi lavori: la decorazione della Cappella Sistina, lavoro al quale partecipano anche Cosimo Rosselli, il Botticelli e il Ghirlandaio. È qui che realizza uno dei suoi tanti capolavori: La consegna delle Chiavi a San Pietro, il Battesimo di Cristo e il Viaggio di Mosè in Egitto.

Nei dieci anni successivi Perugino continuò a spostarsi tra Roma, Firenze e Perugia. Tra il 1495 e il 1496, plasmò un altro capolavoro: la Pala dei Decemviri, chiamata così perché realizzata su commissione dai Decemviri di Perugia per la cappella nel Palazzo dei Priori. Dipinse poi il Polittico di San Pietro, con la raffigurazione dell’Ascensione di Cristo, la Vergine, gli Apostoli, nella cimasa Dio in gloria, nella predella l’Adorazione dei Magi, il Battesimo di Cristo, la Resurrezione e due pannelli con i santi protettori di Perugia.

Nello stesso periodo lavorò alla decorazione della Sala dell’Udienza nel Collegio del Cambio a Perugia, ciclo terminato nel 1500. Il 1501-1504 è l’anno in cui realizzò lo Sposalizio della Vergine, dipinto per la Cappella del Santo Anello nel Duomo di Perugia, iconografia ripresa da Raffaello per la chiesa di San Francesco a Città di Castello.

 

Sposalizio della Vergine

 

Il Perugino continuò a ricevere commissioni; infatti realizzò la Madonna della Consolazione, il Gonfalone della Giustizia e la Pala Tezi, conservate nelle sale espositive della Galleria Nazionale dell’Umbria e la Resurrezione per San Francesco al Prato, commissionata per l’omonima chiesa perugina.

Eccelse opere del pittore sono conservate anche a Città della Pieve, non lontano dal confine con la vicina Toscana. Presso Santa Maria dei Bianchi e la Cattedrale dei SS Gervasio e Protasio, si trovano alcune delle sue opere più significative come l’Adorazione dei Magi.[1]

Seguendo i passi del Perugino, tappa obbligata è poi Panicale, pittoresco paese che fa parte dei Borghi più Belli d’Italia. Nella Chiesa di San Sebastiano si trova l’opera il Martirio di San Sebastiano, un’intera parete affrescata dall’artista. Un’altra tappa importante per scoprire tutta l’arte del Divin Pittore è Fontignano, dove nel 1511 il Perugino stabilì la sua bottega per sfuggire alla peste.

 

San Sebastiano. Cerqueto

 

Proprio di peste il pittore morì nel 1523-1524, mentre lavorava a un affresco raffigurante L’adorazione dei pastori commissionatogli per la piccola Chiesa dell’Annunziata, l’affresco lasciato incompiuto dal Perugino, ma finito dai suoi allievi, e infine una Madonna con bambino, l’ultima opera da lui completata nel 1522.
Perugino fu l’iniziatore di un nuovo modo di dipingere; l’artista va alla costante ricerca di paesaggi di più vasto respiro, ammirando l’esempio dei precedenti fiorentini come Filippo Lippi, Domenico Veneziano e Beato Angelico, ben noti in terra umbra. Il Perugino procede verso una lenta e graduale conquista del naturale. L’armonia insita nel paesaggio peruginesco fu creata da un approccio mistico con la natura e da un’arte che, piuttosto che fondarsi sull’intelletto e sull’addestramento dell’occhio, come avveniva a Firenze, scaturiva dal cuore e dalla forza dei sentimenti.[2]
Il Perugino segnò così il gusto di un’epoca.

 


[1] Emma Bianchi, “Petro penctore”: l’Adorazione dei magi e la confraternita di Santa Maria dei Bianchi di Città della Pieve, in Perugino e il paesaggio, Silvana Editoriale, 2004, pp. 119-128.

[2] Silvia Blasio, Il paesaggio nella pittura di Pietro Perugino, in Perugino e il paesaggio, Silvana Editoriale, 2004, pp. 15-41.

ARS Cultura, Radici di Pietra e F.I.D.A.P.A., hanno dato vita a un incontro culturale a Perugia intorno alla famiglia Benois con la visita alla Madonna Benois, il celebre dipinto giovanile di Leonardo da Vinci. L’evento ha evidenziato diversi nessi e affinità tra Leonardo e il Perugino nonché tra il noto quadro e la famiglia del famoso scenografo teatrale italo-russo Nicola Benois.

Si è conclusa ieri l’esposizione alla Galleria Nazionale dell’Umbria della Madonna Benois, il dipinto giovanile del maestro da Vinci giunto nel capoluogo perugino dall’Ermitage di San Pietroburgo. Durante il mese di esposizione, intorno al nome Benois è stato ideato un evento itinerante composto e sviluppato a Perugia, su tre tappe cittadine: la Galleria Nazionale dell’Umbria, la casa del Perugino con le vicine Mura etrusche della Cupa e il Parco della Canapina.
L’iniziativa è stata ideata e organizzata da Marco Pareti e Marina Sereda per ARS Cultura, da Michele e Anna Bilancia per Radici di Pietra e da Laura Barese per F.I.D.A.P.A. Perugia, con il fattivo supporto del Comune di Perugia: un virtuoso esempio di perfette sinergie collaborative tra pubblico e privato.

 

Un’immagine dell’evento

 

Ma andiamo per ordine e partiamo da dove tutto ha origine. Nel 1914, il dipinto della Madonna con il Bambino detta anche Madonna Benois, il capolavoro giovanile di Leonardo da Vinci, è arrivato al Museo Ermitage di San Pietroburgo ceduto dalla famiglia russa Benois.
L’opera era stata acquistata dal nonno di Marija Aleksandrovna Benois in un mercato d’arte ad Astrachan e data alla ragazza da suo padre come dono di nozze. In occasione del 500° anniversario della morte di Leonardo e dopo molti anni, il bellissimo dipinto è tornato in Italia per due mesi, dapprima esposto nel Museo di Fabriano e poi alla Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, per ritornare subito dopo al suo consueto posto tra le collezioni dell’Ermitage.
L’autore del famoso quadro, Leonardo da Vinci, si era formato presso la bottega del Maestro Verrocchio e lì aveva conosciuto ed era diventato amico del celeberrimo pittore umbro Pietro Vannucci detto il Perugino. Tra i due era nata, fin da subito, una grande amicizia, correlata da reciproca stima artistica.
All’inizio del secolo scorso Nicola Benois, divenuto poi il famoso scenografo italo-russo del Teatro alla Scala di Milano, ha vissuto da adolescente la difficile situazione sociale e politica in Russia di quegli anni e in particolare del 1914, quando la sua famiglia cedette all’Ermitage di San Pietroburgo il famoso quadro leonardesco.
La premessa per varare questa iniziativa, organizzata da Ars Cultura, Radici di Pietra e F.I.D.A.P.A. è stata la contemporaneità della breve presenza a Perugia del celebre quadro e quella, su invito, di Vlada Novikova Nava, brava scrittrice e ricercatrice su Nicola Benois.

 

La Madonna Benois

 

Durante la manifestazione si è raccontato di Leonardo da Vinci, del suo celeberrimo dipinto giovanile, dell’amicizia con il Perugino e del famoso scenografo Nicola Benois.
L’evento, vissuto nell’arco di un pomeriggio, è iniziato presso la Galleria Nazionale dell’Umbria con la visita alla Madonna Benois sotto la speciale guida del professor Franco Ivan Nucciarelli, che ha deliziato il pubblico con i suoi racconti e affascinato gli amici e soci delle tre associazioni con la sua grande preparazione e capacità comunicativa.
Dopo aver ammirato la bellezza commovente del magnifico quadro leonardesco, la visita è continuata per le vie medievali perugine.
Qui l’architetto Michele Bilancia ha intrattenuto i numerosi intervenuti con i suoi precisi e appassionati racconti, avvenuti davanti alla casa, in via Deliziosa, del celeberrimo pittore Pietro Vannucci detto il Perugino e subito dopo intorno alle Mura etrusche della Cupa.
Il lungo torpedone di partecipanti è successivamente arrivato al Parco della Canapina dove, dopo il saluto di Michele Bilancia, dell’assessore alla Cultura del Comune di Perugia, Leonardo Varasano e di Laura Barese di F.I.D.A.P.A., Marco Pareti e Marina Sereda hanno presentato e intervistato la scrittrice italo-russa Vlada Novikova Nava circa la sua lunga ricerca storica culminata con un bellissimo libro dal titolo Nicola Benois. Da San Pietroburgo a Milano con il teatro nel sangue, edito da Fuoriluogo.
Vlada Nava ha raccontato, tra le altre cose, l’intima correlazione familiare tra il famoso dipinto leonardesco e il rinomato scenografo della Scala di Milano, Nicola Benois. Infatti il quadro era di proprietà dei parenti più prossimi di Nicola, quando da adolescente visse il momento storico della cessione all’Ermitage.

 

 

L’evento si è chiuso, con un grande successo di pubblico e la soddisfazione di tutti, con un piacevole momento conviviale preparato dalla cuoca-poetessa Graziella Mallamaci e accompagnato da splendidi e profumati vini che sono stati illustrati da Eraldo Dentici Rialto.
L’ammirata riuscita dell’evento è dovuta alla profusa passione ed efficacia di Michele e Anna Bilancia di Radici di Pietra, alla tenacia e solarità di Laura Barese di F.I.D.A.P.A. Perugia, alla vivacità intellettiva e relazionale di Marina Sereda, a Marco Pareti di ARS Cultura e all’attenta e precisa Maria Chiara Radi De Poi, così come all’infaticabile Said. Stefano Fasi e Alessandro Mastrini hanno immortalato i suggestivi momenti dell’incontro.
La cosa che ha fatto un gran piacere ai partecipanti, unita a un ostentato orgoglio degli organizzatori, è quella che è successa al termine dell’evento. Nonostante il nutrito afflusso di persone, che ha gustato il buffet artigianale e i buonissimi vini, il parco pubblico della Canapina è stato riconsegnato alla comunità perugina senza lasciare traccia di un bicchiere o di una carta o di un tovagliolo abbandonati a terra.
Già al mattino la pulizia dell’area era stata fatta sotto la guida di Anna Bilancia e lo stato dei luoghi al termine della serata ha testimoniato il senso civico, il rispetto per la res publica e l’educazione degli organizzatori e dei partecipanti.

«Homo bulla est» (Erasmo da Rotterdam)

Il motto di Erasmo da Rotterdam, ispirato a una sentenza di Varrone, dà origine all’iconografia dell’Homo bulla, diffusa nella prima metà del XVI secolo. I protagonisti sono putti intenti a soffiare bolle di sapone, ignari che di lì a poco le bolle svaniranno per sempre. Le rappresentazioni dell’Homo bulla rientrano a pieno titolo nel novero della Vanitas che, attraverso elementi quali fiori recisi, cristalli e bolle di sapone, rimandano all’ineluttabilità della morte e alla caducità delle cose terrene. Ricchissima in tal senso è l’Allegoria di Jan Brueghel il Giovane, nella quale sono raffigurati molti oggetti che ricordano le effimere gioie dei sensi.

 

Gunter Zint, Il ragazzo che vive nei pressi del muro, 1963.

L'arte delle bolle di sapone

La Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, fino al 9 giugno 2019, affronta per la prima volta questa tematica, tradizionalmente correlata al genere artistico della natura morta e della vanitas. L’esposizione, dal titolo Bolle di sapone. Forme dell’utopia tra vanitas, arte e scienza, è curata da Michele Emmer, professore di matematica all’Università Sapienza di Roma e da Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria. L’ispirazione per la mostra giunge proprio da un testo di Michele Emmer, in cui vengono esplorate le interrelazioni con la matematica, la pittura, la fisica e l’architettura.
«È un progetto che Emmer e io avevamo in mente da tempo», racconta il direttore Marco Pierini. «È stato un grande sogno. Un sogno dalle molte facce», aggiunge Emmer. «È difficile trovare un gioco rimasto invariato per centinaia di anni, al pari delle bolle di sapone».
La mostra, infatti, si presenta come un’iniziativa interdisciplinare che, parallelamente al percorso storico artistico, racconta anche la nascita dell’interesse scientifico, fisico e matematico dei modelli perfetti delle bolle di sapone a partire da un libro di Isaac Newton proveniente dalla biblioteca Oliveriana di Pesaro, nel quale il fisico inglese descrive in dettaglio i fenomeni che si osservano sulle superfici delle lamine saponate, per arrivare alle attuali sperimentazioni attraverso l’ausilio della computer grafica. La rassegna, infatti, evidenzia l’importanza che le bolle hanno rivestito in tutta la scienza contemporanea, e come queste ultime scoperte, a loro volta, continuino a ispirare artisti e architetti contemporanei nelle loro creazioni.

Gino Boccasile, manifesto Achille Banfi, 1937

Il percorso espositivo

Il percorso si compone di circa sessanta opere, concesse in prestito dalle più importanti istituzioni nazionali e internazionali: la Galleria degli Uffizi di Firenze, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, la National Gallery di Londra, la National Gallery di Washington e il Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

 

Jean Baptiste Siméon Chardin, La Lavandaia, 1730-1740, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo

 

I capolavori coprono un lungo arco di tempo che va dal Cinquecento –  con Hendrick Goltzius – passando per il Seicento, nel quale il puttino si trasforma sempre più in un bambino contemporaneo. Si dovrà aspettare il XVIII secolo per incontrare vere e proprie scene di genere, nelle quali l’aspetto allegorico tende quasi a scomparire, come nel giovinetto ritratto da Fra Galgario.  Non si dirada la presenza della bolla nella pittura dell’Ottocento, importante nel Romanticismo storico con Pelagio Palagi, poi sempre più al centro di scene di vita quotidiana o di ritratti; celebre è infatti Bubbles di John Everett Millais, quando le bolle divennero l’immagine dei saponi Pears.
Nel Novecento questo tema è declinato in maniera originale, aprendo una prospettiva inedita: nel 1964 Günter Zint decide di documentare nella Berlino Ovest la vita di un bambino che, fra i giochi dell’infanzia, diventa un testimone ignaro dei drammi della storia. Neppure i primi decenni del secolo attuale sono riusciti a sottrarsi alle bolle di sapone, che diventano un vero modello per architetture leggere, come il Watercube di Pechino.
Simbolo della fragilità e della caducità delle ambizioni umane, le bolle di sapone hanno affascinato non solo le generazioni di artisti che rimanevano meravigliati per quei giochi di colore che si muovono sulle superfici, per la loro lucentezza e per la loro leggerezza, ma continuano ad affascinare anche i visitatori che percorrono le sale blu della Galleria Nazionale dell’Umbria.

 

Charles Amedée Philippe Van Loo, Soap Bubbles, 1764, National Gallery Washington

Venerdì a Palazzo Gallenga viene inaugurata la mostra Stele di Enrico Antonielli; lo scultore, oltre alla produzione della scultura a tutto tondo, si occupa, nell’arco della sua consueta attività, anche della produzione pittorica.

Opera di Enrico Antonielli

 

Lo scultore e pittore Enrico Antonielli nasce a Perugia; si laurea in Filosofia all’Università degli Studi La Sapienza di Roma e negli anni Settanta ricopre il ruolo di direttore del CICoM (Centro per l’Informazione e la Comunicazione di Massa della Regione Umbria) e collabora con la rivista romana Filosofia e Società. In seguito frequenta i corsi di pittura e scultura all’Accademia di Belle Arti di Perugia e si laurea in Storia dell’Arte. Perugia è la città dove comincia a esporre come scultore.

La mostra

Con le opere esposte alla mostra, visibile dal 7 al 14 settembre, l’artista espone una produzione che va a scoprire significati inconsci, oggettivando inedite visioni insite nell’opera; egli sembra muoversi negli interstizi spazio-temporali dell’opera, dove l’arte – «enigma eccessivo», secondo l’aforisma di Malraux – trionfa per la sua irraggiungibilità, spostandosi come un bersaglio mobile.
Gli studi storici e archeologici ci dicono che la funzione della stele può essere commemorativa, celebrativa o votiva. La stele è un documento di pietra o bronzo che, quando si presenta sotto forma di epigrafe, affida un evento privato o pubblico all’eternità; il messaggio quindi, scritto o scolpito che sia, non viene scalfito dal tempo, ma attraverso di esso giunge a noi. Le opere esposte, caratterizzate dalla presenza di lacerazioni e fori sulla superficie, richiamano alla mente laghi fossili e crateri i quali ricordano le plaghe desertiche lunari; fondamentale in queste opere è la scelta del materiale da parte dell’artista: l’alluminio.

 

Superfici specchiate

Giuliano Serafini, critico internazionale, massimo specialista di Burri e curatore di mostre ad Atene e a New York, sottolinea il fatto che

l’artista effettua un lavoro di de-semantizzazione dell’archetipo, un’azione di svuotamento di significato, perché solo così l’opera potrà conquistarsi un’autonomia significante. Lo stesso critico inoltre scrive: «L’alluminio specchiante è di per sé emanazione luminosa attraverso cui l’immagine rimbalza e ritorna al mittente, è estensione cangiante e aleatoria su cui tutto trascorre e scivola. È metafora dell’Hic et Nunc che nega al tempo di lasciare tracce durature, quindi materiale destinato a non poter ricordare a non poter affidare nessuna memoria all’eternità».

Per l’artista, l’uso della superficie specchiante rappresenta metaforicamente la drammatica linea di confine, il diaframma metafisico tra l’aldiquà e l’aldilà, la borderline del rischio esistenziale, il limite invalicabile tra mondo fenomenico e mondo noumenico, la soluzione di continuità tra due mondi inconciliabili. Il concetto di limite è l’interpretazione data della superficie specchiante, la cui sostanza non a caso è la superficie, strumento inerte della luce che rimbalza e riflette e, con il suo riflesso fenomenico, ci riporta inesorabilmente alla coscienza della nostra condizione umana, esistenziale e finita.
L’artista sottolinea che la sua prospettiva estetica si inserisce nel filone dell’arte-verità, la quale ha una lunga storia, che parte dal famoso Ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck, dove il pittore attraverso lo specchio convesso appeso alla parete rivela ciò che sta dietro e oltre la figurazione prospettica anteriore al cavalletto, cioè la sua presenza nella stanza, con un prolungamento dello spazio in una realtà aumentata a 360°, che dà conto di tutta la realtà presente al momento, pittore compreso.

«Costui fu discepolo dello Angelico fra’ Giovanni, a ragione amato da lui, e da chi lo conobbe tenuto pratico di grandissima invenzione, e molto copioso negli animali, nelle prospettive, ne’ paesi e negli ornamenti» (Giorgio Vasari, Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani da Cimabue, insino a’ tempi nostri)

Sono pochi i dati biografici rimasti sul fiorentino Benozzo di Lese di Sandro, meglio conosciuto come Benozzo Gozzoli. Stretto collaboratore di Beato Angelico, anzi suo consocio, amava replicare i bambolotti dall’espressione un po’ esangue del maestro, senza riuscire a superarlo, senza mai spingersi oltre il confine. Tuttavia nelle sue prime opere riuscì a raggiungere un mirabile equilibrio tra la saldezza delle forme nella luce piena e un disarmante candore.

 

Narni

L’Annunciazione nella Pinacoteca di Narni

Una grande opera firmata

Questi caratteri si riconoscono perfettamente nelle opere umbre del pittore. Non solo nel ciclo delle storie della vita di San Francesco, affrescate nell’omonima chiesa di Montefalco, ma anche nell’Annunciazione della Vergine, una pala d’altare ritrovata a Narni e tuttora conservata nella Pinacoteca del paese.
L’opera è una grande tempera su tavola, larga 117 centimetri e alta 142, di attribuzione certa, in quanto firmata dallo stesso pittore che, lungo il bordo inferiore del tendaggio di broccato dietro la Vergine, ha inciso in maiuscolo: «OPV[S] BENOTI[I] DE FLORENTI[A]». Questa non è l’unica iscrizione. Ne compare un’altra sul mantello della Vergine: «AV[E] REGINA».
I personaggi della pala, l’Arcangelo Gabriele e Maria, si trovano in un portico, del quale sono visibili due pilastri. La Vergine, con le mani incrociate sul petto, è inginocchiata su un piccolo sgabello, ricalcando il modello dell’Angelico nella terza cella del convento di San Marco a Firenze. Nella parte alta sono ancora parzialmente visibili i raggi di luce, probabilmente completati originariamente dalla figura, oggi perduta, dell’Eterno o della Colomba dello Spirito Santo che dall’alto illuminava la scena. La raffinatezza dell’opera trova riscontro nella cura e nell’eleganza dei dettagli, come ad esempio nelle lumeggiature delle unghie delle mani dei personaggi, nel realismo delle doppie chiavi e nella raffinata decorazione a intarsio del cassone ligneo che si trova alle spalle di Maria.

Danni e restauri

L’opera è molto danneggiata e ha subito diversi interventi di restauro (1901, 1933, 1947, 1952, 1988, 2002). La firma dell’autore era già visibile prima dell’intervento del 1988, anche se questa è la data che è sempre stata accettata per la scoperta dell’iscrizione. Già nel 1959, infatti, Castellani poteva notarla. Forse, però, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, a causa del cattivo stato di conservazione non era più facilmente leggibile, tanto che il Guardabassi attribuì la tavola a Pierantonio Mezzastris, mentre Eroli la riteneva più genericamente «di scuola umbra».
A restituirla al Gozzoli fu Pératé nel 1907, che la datò al 1450-1452. L’attribuzione al Gozzoli fu accolta anche da Gnoli, il quale successivamente collocò il dipinto intorno al 1449, ritenendola «la più antica opera del maestro fiorentino». Ancora oggi il dipinto viene datato intorno al 1449, in una fase precoce del soggiorno in Umbria del maestro fiorentino che si estese per un periodo di cinque anni. Nel 1449 il pittore è documentato a Orvieto, città non troppo distante da Narni che all’epoca rappresentava un importante centro dello Stato Pontificio, non troppo distante da Roma.
Per quanto riguarda la collocazione, il Guardabassi, alla fine dell’800, la colloca nella chiesa di Santa Maria Maggiore, oggi San Domenico, e scrive: «II Cappella. L’ingresso fu architettato sullo scorcio del XV secolo, alla bellezza delle linee corrispondono sculture ornamentali. Interno. Parete S: Tavola a tempra – l’Annunciazione; opera del Mezzasti». Da Eroli, invece, sappiamo che nel 1898 l’opera già non era più lì: «La seconda Cappella fu denudata de’ suoi ornamenti, come anco de’ quadri che l’abbellivano (…) Non men vaga una piccola tavola, che io vidi quivi appiccata in sulla parete destra dell’altare, avente in sé l’Annunziata, che non dubito attribuire alla scuola umbra; ma i tarli hanno fatto danno, e in breve perirà, se il Municipio, che oggi halla in custodia, non la cura e risana».

Un problema di committenza

Se l’attribuzione dell’opera è certa, incerta è la committenza. La vicinanza di Narni con Orvieto ha sollevato il probabile legame con un’opera raffigurante l’Annunciazione, che era stata richiesta a Benozzo da una «domina Gianna Gregorii» e che era rimasta incompleta per l’insolvenza della committente. Benozzo allora cercò di cedere il dipinto all’Opera del Duomo di Orvieto, offrendosi di ultimare a sue spese il lavoro iniziato. Quelli accettarono l’offerta, dichiarandosi disposti a sostenere il costo dei colori, purché lo stemma di donna Gianna fosse sostituito con quello della Fabbrica del Duomo. Di questo dipinto tuttavia non si conosce né la sorte, né la tecnica esecutiva, ma non è escluso che l’opera fosse quella arrivata poi in modo sconosciuto a Narni.
Un’altra ipotesi è che Benozzo fosse entrato in contatto con i frati domenicani della chiesa di Santa Maria Maggiore di Narni per intermediazione dell’Angelico. In effetti, diversi elementi iconografici, uniti all’originaria collocazione all’interno della chiesa domenicana, portano a rendere più plausibile una committenza narnese. Alcuni dettagli apparentemente solo decorativi, hanno in realtà una funzione fortemente simbolica; se accettiamo la committenza narnese possono fornire importanti indizi non solo sulla committenza stessa, ma anche sulla destinazione dell’opera.

Significati simbolici


Particolare importanza riveste il motivo decorativo del tappeto ai piedi di Maria, costituito da uno stuolo di cani neri, posti tutto intorno alla Madonna, quasi schierati a sua difesa. È probabile che in essi vada vista un’allusione ai frati predicatori secondo un gioco di parole basato sul loro nome latino, Dominicanes; i seguaci di Domenico, infatti, si ritenevano Cani del Signore, appunto Domini canes, in quanto difensori dell’ortodossia cattolica, in particolare per la loro funzione di inquisitori delle eresie. Un altro elemento che rafforza questa tesi è fornito dal colore dei cani, neri con il contorno bianco. Questi sono degli stessi colori del saio indossato dai frati dell’ordine dei Predicatori. Del resto, come già detto, Benozzo era entrato in contatto con i domenicani grazie al suo lungo sodalizio con Beato Angelico, e con questo ordine rimase sempre legato, eseguendo per esso numerosi lavori in diverse città. Un altro elemento a favore della committenza narnese è dato dalla decorazione floreale presente sui pilastri del loggiato che divide l’Arcangelo Gabriele dall’Annunziata. Le foglioline sono chiaramente foglie di edera, raffigurate sia nella forma stilizzata, a cuore, sia in quella più naturalistica. La versione cuoriforme di queste è distintiva della casata degli Eroli e sono presenti nello stemma della nobile famiglia narnese che in questo periodo storico arricchì con molte opere d’arte le chiese cittadine. Dunque quella che sembrava solo una decorazione, probabilmente rappresenta un preciso riferimento alla committenza e pertanto è posto significativamente al centro dell’opera. È molto probabile quindi che il committente sia stato il cardinale Berardo Eroli che, dati i suoi stretti rapporti con alcuni dei maggiori esponenti del mondo politico e religioso del tempo (Niccolò V, i Medici a Firenze, Sant’Antonino Pierozzi, per esempio), potrebbe essere entrato in contatto con l’artista fiorentino e avergli affidato l’opera.

 


Museo della Città

via Aurelio Saffi, 1 – Narni (TR)

Orari di apertura:
aprile-giugno
dal martedì alla domenica, festivi e prefestivi 10.30-13.00/15.30-18.00
chiuso il lunedì
settembre
tutti i giorni 10.30 – 13.00 / 15.30 – 18.00
ottobre-marzo
venerdì, sabato, domenica, festivi e prefestivi 10.30-13.00/15.00-17.30
Chiuso il 25/12. Il 01/01 solo orario pomeridiano.

Telefono: 0744 717117

E-mail: narni@sistemamuseo.it


Bibliografia:

G. Vasari, Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani, da Cimabue a’ tempi nostri, Firenze, per i tipi di Lorenzo Torrentino, 1550

E. Lunghi, Benozzo Gozzoli a Montefalco, Assisi, Editrice Minerva, 2010

A. Novelli, L. Vignoli, L’arte a Narni tra Medioevo e Illuminismo, Perugia, Era Nuova, 2004

B. Toscano, G. Capitelli, Benozzo Gozzoli allievo a Roma, maestro in Umbria, Silvana Editoriale, 2002