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«Non rinneghiamo mai il nostro dialetto. Chi rinnega il proprio dialetto, ha rinnegato la terra che lo ha generato, ha rinnegato le proprie radici culturali». Emanuele Marcuccio.

Il vernacolo di Todi – come gli altri nel resto dell’Umbria – è sostanzialmente una parlata italiana con delle varianti lessicali e con degli innesti di parole dialettali. È frutto dello sviluppo del volgare locale del XIII e del XIV secolo: il primo vocabolario dialettale todino fu redatto dalla complessa collezione laudistica di Jacopone Da Todi. In primis, va fatta una distinzione tra il parlato all’interno delle mura cittadine e quello fuori, più di tradizione contadina. Ci sono termini che cambiano o il cui utilizzo nel centro città è scarso. Alcuni esempi sono i verbi: andare, che in campagna diventa jire, hanno è ònno, poi troviamo stònno (stanno), staronno (staranno), ajjo (ho), vajjo (vado), ago (ho), dago (do), pòzzo (posso), emmara (ero), saria (sarà).
«Alcune di queste parole – soprattutto tempo addietro – individuavano la provenienza di un todino: campagna, periferia o città. Termini che, spesso tra una zona e un’altra, non erano nemmeno capiti. Particolarità della periferia è anche l’utilizzo della terza persona del condizionale a sostituzione della prima: piglierebbe st’orologio e lo butterebbe via; che farebbe... Poi, mi vengono in mente alcune parole molto più comuni che in molti ancora pronunciano: trattoro (imbuto), mijole (le molle per il focolare) o alzagnolo (mattarello). Però il dialetto più stretto è stato da sempre una prerogativa della campagna circostante» spiega il professor Manfredo Retti.

 

Piazza del Popolo, Todi

Piccolo vocabolario todino

Il viaggio alla scoperta del vernacolo di Todi passa anche per scutrignare (sculettare, darsi delle arie); potto o pottarello (ragazzo o ragazzino); bardascio o bardascetto (ragazzo in campagna), ggioèndù (gioventù), lue/lia (lui/lei), bbiribbiri (merenda), nguattarèlla (nascondino); ubbiedi (bietola): cojjemo ll’ubbieti pe ccòce o focore (vampata di calore) ed empizzà (riempire il ventre mangiando a crepapelle, eh che mbizzi!). C’è poi la bboccata (schiaffo sulla bocca): si n d’azzitti te vò a rrifilà na bboccata; la malentràmpica (una persona che cammina con difficoltà); la vècchja malentràmpica e si può stare a panzacalla (a riposo): tuqquì a ppanzacalla nun ci sta niciuno. Al contrario diventa ingundràrio (mettese r vestito all’ingundràrio), tra/all’incirca è icche e òcche, mentre destora è a quest’ora (s’ha d’arvinì destora?) e jjù è giù.

 

Antica meteorologia

La saggezza popolare passa anche attraverso i proverbi, soprattutto quelli legati alle previsioni meteo; dopotutto in campagna, nel secolo scorso, il sole e la pioggia stabilivano l’andamento del raccolto. Per questo troviamo: Quanno la mondagna mette ‘l cappello, nun guardà ‘l sole ma metti ‘l mandéllo (Quando le montagne mostrano la neve, non dar retta ai brevi periodi di sole e tieni il mantello); Levande, se nun piòe è ‘n gran bbirbande (Con il vento al levante dovrebbe piovere); Se piòe e ‘l sole ‘nzacca, la domenica fa l’acqua. Se piòe e ’nzacca ‘l sole nun è sabito che piòe (Se piove e il sole sparisce dietro le nuvole è segno che pioverà anche domenica. Se piove e il sole sparisce dietro le nuvole, sabato non arriverà senza pioggia). I più pettegoli diranno invece: la lengua non c’ha l’òsso, ma roppe ‘l dòsso (la parola non è un’arma che ferisce fisicamente, ma può far morire). «Un modo di dire molto tipico di Todi è M’hanno voluto dì che (quando si racconta qualcosa di cui non è sicuri), mentre ricordo ancora mia nonna che la sera pregava, ma per sveltirsi diceva: Amen e buonanotte Gesù che l’olio è caro» racconta il professor Retti.

 


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Gualdese

“I dialetti sono eterni. Gesù parlava in dialetto. Dante scriveva in dialetto. Il Padreterno, in cielo, parla in dialetto”. (Libero Bovio)

Il dialetto di Gualdo Tadino è il risultato di un miscuglio tra la città e la campagna, tra il centro storico e le frazioni. La città è stato il centro della contesa essendo terra di confine tra i ducati di Urbino, Perugia, Spoleto. Fin dal terzo secolo a.C. il territorio gualdese è stato attraversato da una delle principali vie di comunicazione tra il Tirreno e l’Adriatico: la strada consolare Flaminia, che collegava Roma a Rimini.

Mario Pasquarelli, detto Feroce

Per questo motivo Gualdo Tadino ha subito varie contaminazioni linguistiche, a questo si aggiunge il valico di Valsorda, che era il naturale collegamento con la Marchia Anconetana. Federico II di Svevia nelle sue cronache racconta che era solito ascoltare per le stradine gualdesi una terminologia di derivazione celtica.

Per capirci qualcosa, abbiamo parlato con Mario Pasquarelli, detto Feroce: «Voglio specificare che tutti mi chiamano così a Gualdo, fin da bambino. Anche per mia mamma e a scuola ero il Feroce. L’ho ereditato dal mio babbo, ma soprattutto perché sono un tipo da sì o no senza tanti fronzoli. A Gualdo tutti hanno un soprannome, raramente ci chiamiamo per nome». Feroce con noi non lo è stato, anzi con disponibilità ci ha guidato – in collaborazione con Mario Anderlini – alla scoperta del suo vernacolo… ovviamente senza tanti giri di parole. Dopotutto è Feroce.
«Il nostro dialetto si sta perdendo. Il 90% dei gualdesi lo parla poco o utilizza solo qualche parola. I più giovani, ad esempio, faticano a capire i termini più antichi. Io cerco invece di promuoverlo e di tenerlo ancora in vita, è importante che venga studiato anche a scuola e non deve essere assolutamente un motivo di vergogna parlarlo, in molti invece pensano questo. Va detto che nel corso degli anni ha subito influenze da città vicine e c’è stato un mix tra il gualdese del centro e quello delle frazioni; basta pensare che spesso cambia da un rione all’altro, per non parlare di quello usato in campagna; tutto si è mischiato anche se restano, in alcuni casi, delle peculiarità tra un luogo e l’altro. Ad esempio, a Gualdo città le parole finiscono in itte: spaghitte, canitte (piccoli cani), faggiolitte, maghitte; oppure il que, che indica cosa?, di chiara derivazione francese, (que vo eque diche, que fae)).
Mentre nella frazione di Morano si concludono in ene e ane: lassune, tuquine, tolane, dilane, diquine, stane (stare), a mene (a me) o me sà. A Boschetto (altra frazione) c’è invece la U finale: quistu, quillu, per dire questo e quello» spiega il Feroce.

 

Rocca Flea. Foto Enrico Mezzasoma

Parole incomprensibili

Ci sono termini che sono proprio incomprensibili per chi non è del luogo. Qualche esempio per farvi un’idea: anniscola (altalena), ammaiata (rete di recinzione), friscolata, (prima spremuta d’uva), uccâ (urlare sguaiatamente), pioiccica (inizio di pioggia), spicicchia chi sbatte le palpebre (spicicchia ‘iocchie) o tartaglia (nun spicicchia ‘na parola), papataro (bugiardo), paccone (fanatico), mojica (mollica), bambino piccolo (na cria) figlio e bambino vivace si dice (biribisse) o boccia (fanciullo); gabbajotto (inganno), gammero (gambero o furbo), baoso (noioso), babetto (moneta) aé! (allora!), cegnera (cenere), a griccia (in aria). In ogni paese non manca mai il rugnicone, cioè una persona che parla alle spalle, che semina zizzania in modo silenzioso e rognica (rognicare significa brontolare in modo aggressivo); celebre l’espressione: sente commo rugnica… rugnica bruttamente. Ci sono poi il baccaione (brontolone) e lo sciapacchiotto (lo sprovveduto, il giullare inconsapevole) che viene tollerato per compassione: La… nun n’arfà lo sciapacchiotto, …sae ‘ngran sciapacchiotto…e finischetela…!

Viene usato anche il neologismo scorpellare che significa scorticare in maniera non grave ma molto fastidiosa: si nun te la finische te scortico la schina (se non la smetti ti scortico la schiena). Vi segnaliamo anche mastricciare (impastare, cercare con delicatezza): Tu guarda commo sta a mastriccià di lì…; smuginare (cercare con veemenza): aguarda commo smugina… ma que stae a cercà?! e sgarufare (scavare, cercare nel terreno): è il cane da tartufi che sgarufa. Mentre struginao ‘ntel cassetto vuol dire cercare nel cassetto.

 

Veduta di Gualdo Tadino. Foto di Enrico Mezzasoma

Giorni e famiglia

Una menzione va fatta per le parentele gualdesi che per praticità uniscono sostantivo e aggettivo. E quindi troviamo: zieso (suo zio), zieto (tuo zio), fratemo (mio fratello), frateto (tuo fratello), mammeta (tua madre), babbeto (babbo tuo), fijo (figlio), fiastra (nuora), fiastro (genero). Degni di nota anche per i giorni della settimana: domennica o mennica (domenica), mercoldì (mercoledì), venardì (venerdì), sabbeto (sabato) e ogge (oggi).

A scuola di grammatica

Non sai quando usare il condizionale o il congiuntivo? A Gualdo hanno risolto il problema unendo i due modi verbali. E allora si dice giressimo, faressimo, magnaressimo, arcaparessimo, arcapezzaressimo, aesse (avessi), gessimo (andammo). Quest’ultimo da non confondere con aesso, che vuol dire adesso. Per praticità la frase: Lo faremmo se potessimo si dice: el faressimo.
C’è poi il verbo avere che si declina in: aia (aveva), aio (avevo), aiamo (avevamo), aieno (avevano), ete (avete) e il verbo essere (esse) che va da ene (è) a enno (sono). Passiamo poi agli avverbi di luogo: tolâ (là), tulì (lì), toqui (qui), diquì, toquì (qua) e agli aggettivi dimostrativi: sta, sti, sto, ste, tiste, quiste (questa, questi, questo, queste). Quala o qualo per dire quale, quanno per quando, quasi per quasi, quelle si traduce in niente e qnente.

A scuola di imprecazioni

Una caratteristica dei dialetti è la massiccia presenza di modi di dire e di imprecazioni rivolte a chi in quel momento (sfortunatamente) si trova nei paraggi.  Posce murì abbrugiato o possa piatte ‘na pulmunite abbirata, ma anche che te piasse no sbocco de sangue o possa fa un travaso de sangue, o un gummito de sangue, posce cresce ‘n chilo al giorno. Tanto per essere gentili. Tra i modi di dire più significativi, che ci ha suggerito anche Feroce, vi segnaliamo: esse più sfortunati de i cani in piazza. «I cani che stanno in piazza non hanno una famiglia, non li vuole nessuno, per questo sono sfortunati e tutti li cacciano, oppure l’ae fatta su la latta per dire che uno se le va a cercare. Infine, se uno sente freddo, stae a fâ’ el cicolo».

 


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Pievese

«Tutti i dialetti sono metafore e tutte le metafore sono poesia». (Gilbert Keith Chesterton)

Città della Pieve è una città di confine. Per questo il suo dialetto risente delle influenze delle terre vicine: dalla Toscana orientale al nord del Lazio, fino a contaminazioni ternane e perugine. Insomma, un mix di linguaggi che si fondono per dare vita alla parlata pievese. Con l’ultima tappa (forse!) di Dialettiamoci andiamo alla scoperta della lingua di Città della Pieve e a guidarci è Ario Acquarelli, pievese doc e curioso appassionato dell’argomento.

Ario Acquarelli

«Oramai il dialetto si sta perdendo, è legato prevalentemente a una cultura contadina e a una popolazione anziana o che non c’è più. I giovani lo parlano poco, molti termini sono scomparsi e spesso loro nemmeno li conoscono» spiega il signor Acquarelli.
Se girando per la cittadina umbra vi diranno: «Che te pijàsse ‘n colpo… quanto tempo che ‘n te vedo» o «Che te pijàsse ‘na paralisi!», tranquilli l’insulto è a scopo amichevole, perché qui si salutano – come in altre zone dell’Umbria – mandandosi non proprio degli auguri. Te pijasse sonno invece è una frase bonaria di rimprovero.
I rimproveri appunto e le male parole sono tradizionali nel vernacolo e quindi se sei un perditempo ti diranno: ‘nte sudà oppure aspetta maggio che giugno vene o se’ lungo come la messa cantata.
I babbani per i pievesi sono gli abitanti della vicina Toscana, mentre un cacanizzolo è una persona piccola di statura e fastidiosa, invece quando è solo fastidiosa è gnòrgna. Se cerchi di barare ma non ci riesci sei uno che: sapélla giusta ma ‘n sapélla raccontà.
A Città della Pieve sono curiosi come le cecche (gazza ladra) e gli impiccioni formano una chiucchiurlàia (gruppo di persone che sparla) che spesso tra trippole e trappole (tra una cosa e un’altra) te rimagnàno co’ panni addosso (ti rimproverano), soprattutto se fe nisdèa (fai un disastro), ma occhio a non aver il can guasto (sei arrabbiato), anche se c’è un baldresco (gruppo di persone che fa confusione). Inoltre mi raccomando stà ‘al balzello (stare a controllare, aspettare al varco).

 

Palazzo Bandini

 

Purtroppo, come ci spiega Ario Acquarelli, i frègni (ragazzi: frègno – ragazzo, frègna – ragazza. Il fregnòne invece è un burlone) non conoscono molti termini che si usavano anticamente: «Non diranno mai abbiricchià (attorcigliare. Come facevano le donne quando attorcigliavano i panni per strizzarli), addòpio (sonnolenza – doppo ave’ magnato me pija sempre l’addòpio) oppure m’ha preso il pujàno (preso sonno) così come m’ha preso ‘na starna o m’ha preso ‘na stoppa (mi sono ubriacato). Meno ancora lippe lappe (quando c’è qualcosa che fa gola, che piace)».
Se corri forte a Città della Pieve fai le lute (le scintille del camino), quando balugina vuol dire che sta per arrivare un temporale, mentre acciuetà si traduce con acchiappare; puoi essere arronchettato (piegato) o appindolone (appeso), ma attenti a non sguillà (scivolare).
E poi… quando le cose vanno veramente male: Piovessero gli incudini co le falce fienaie a vento.

 


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«Due persone che si ponessero a scrivere uno stesso dialetto senza saper l’uno dell’altro, né seguire un metodo già ricevuto, si può scommettere che non iscriverebbero una parola sola nello stesso modo» Giacomo Leopardi.

L’orvietano è una macedonia di dialetti che attinge in parte dall’umbro, in parte dal toscano e in parte dal laziale, e si discosta molto dal dialetto ternano e dalla parlata perugina, o dai molti dialetti dell’alto Lazio. Con la nuova tappa di Dialettiamoci andiamo a Orvieto (e zone limitrofe) per scoprire tutti i segreti del suo vernacolo che è colorito e decisamente simpatico, un miscuglio linguistico per certi versi bizzarro.

Gianluca Foresi

La sua peculiarità principale è il plurale maschile che viene declinato al femminile: i fagioli co le cotiche diventano le faciole co’ le cotiche, le sorde (soldi), le sasse (i sassi), le carabiniere co le baffe (i carabinieri coi baffi) e se: Volete l’acqua ma le case? Scoperchiate le tette (Volete l’acqua nelle case? Scoperchiate i tetti).
A condurci passo dopo passo nel viaggio orvietano c’è Gianluca Foresi, attore di rievocazioni storiche e nativo della città, che ama la lingua in tutti i suoi aspetti.
«Prima d’iniziare la nostra chiacchierata annamo a mettese a ceccia sulle schiace del Duono (andiamo a sederci sulle scale del Duomo). Gli orvietani fanno questo, oltre che a usare diocaro come inflessione, come fosse un cioè. Non c’è nulla di blasfemo. E poi se ti chiedono come stae? (come stai) si può rispondere: C’ho na fame che sgavuglio (ho una fame che non ci vedo), fame si dice anche lupa (nun ho magnato gnente da iersera… e mò c’ho na lupa!) poi dopo mangiato ce pija la scarfagna (sonno, abbiocco) che si dice anche cicagna o cecagna.
Ecco, a Orvieto parliamo così. Se poi vuoi chiamare qualcuno, devi urlare Oh vè! oppure quell’o/quella do; laggiù diventa me la ju, vieni qui, vieni me qui e andato è ito. La testa da noi è la copoccia, il ragazzo o la ragazza sono il bardasso o la bardassa (usato anche per indicare il fidanzato/a), le chicchere sono le stoviglie mentre il pìolo è il chiacchierare ridendo e scherzando: deriva, in forma onomatopeica, dal suono del verso dei pulcini. Usiamo molto anche la parola gagliardo – decisamente romanesca – e quando iniziamo un racconto diciamo: sessimo io e… (eravamo io e…), invece, dicesse Foresi… quando riportiamo le parole di qualcuno» spiega Gianluca Foresi.

 

Per le vie di Orvieto

Se te pija a pittinicchio… è la fine!

Nel vernacolo gli insulti sono un vero fiore all’occhiello e l’orvietano non è certo da meno, quindi si spazia da lolo (sciocco) a marruano (grezzo, poco raffinato) o ciummello (imbranato). Per rinforzare possiamo dire che manco l’billo te magna la capoccia (per dire che non sei molto intelligente) o sei proprio un metule (sei inutile. Il metule è il palo che sta in mezzo al pagliaio, sta lì fermo e sembra che non serva a niente).
A Orvieto si può incontrare anche qualcuno che te pijà a pittinicchio: m’ha reso a pittinicchio, nun me mollava più! (si dice quando una persona chiacchiera tanto e non ti lascia più andare) o che dà il pillotto (il tormento). Può capitare che in un luogo non ce se ribruglica (non ci si gira, si dice quando un luogo è troppo stretto), si può camminare a gnaolone (camminare come i gatti a quattro zampe) o me darebbe ma li cani! (per indicare una persona messa male) Ma l’importante è levà ‘ste struffajje de mezzo (vari oggetti in mezzo)… sinnò ‘nciampico!
«Usiamo molto anche l’imprecazione perdindirindio o il modo di dire S’è sfondato come ‘l pozzo de San Patrizio per indicare qualcuno che mangia molto. Invece quando si è fortunati si dice: sei passato par Arduino. Arduino si trovava anticamente nella zona di Porta Romana e si occupava della monta dei cavalli, è un modo elegante per dire che hai un grande fondoschiena. Molto usato è anche: sarà che ‘l cane magna ‘l falasco, ma che scioje la balla (se il cane vuol mangiare il grano prima deve scogliere la balla) per indicare un obiettivo che non si riesce a raggiungere. Quando invece una ragazza è irraggiungibile per un ragazzo si dice n’è motore pe quela trebbia» conclude l’attore orvietano.
Comunque caro lettore ricorda sempre che Quannè nero ‘l buco de l’Apone nu la tiene manco Cristo col bastone (Quando da Orvieto, guardando verso l’Apone (Viceno, una frazione) vedi nuvole nere, pioverà di sicuro).

 


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«Io non penso in italiano, penso in dialetto perché sono un popolano» (Gianni Brera).

Con il Castelèno ci spostiamo all’estremo nord dell’Umbria per scoprire – in questa terza puntata (dopo il perugino e l’eugubino) – un dialetto che potremmo definire un vero e proprio insieme di varietà proprie dalle zone limitrofe: da un lato l’influenza marchigiana, dall’altro quella della Toscana orientale. Ma lo stesso tifernate si differenzia, per intonazioni fonetiche e lessicali, in quello parlato drènto i muri – Città di Castello centro – e in quello della periferia e delle campagne.
«A sud verso Umbertide si dice ta me, ta te… come nella zona perugina, che diventa ma te, ma me a Castello. Il dialetto comunque si è molto italianizzato – o andacquèto – in quanto le nuove generazioni ne stanno perdendo l’uso: parole e modi di dire tipici della cultura dialettale vengono utilizzati in prevalenza solo dalle persone più anziane. Ma il difficile del dialetto non è tanto parlarlo, quanto scriverlo e soprattutto leggerlo» spiega Fabio Mariotti, componente del gruppo folkloristico Paguro Bernardo e appassionato di dialetto.
Il gruppo – formato da Massimo, Marcello, Fabio, Stefano, Matteo e Diego – è molto famoso nella zona dell’Alto Tevere e vanta venti anni di attività, con all’attivo cinque CD, un libro e un DVD. Giocano con i testi delle canzoni famose traducendoli e reinterpretandoli in dialetto castelèno così da raccontare storie della tradizione popolare e non solo.

 

Il gruppo Paguro Bernardo

L’Accademia de la Sèmbola

«Diversi anni fa, proprio per insegnare a scrivere e a leggere correttamente il castellano, era stata creata l’Accademia de la Sèmbola (crusca, cereali) in cui si tenevano lezioni ed esercitazioni mirate. Ci eravamo ispirati all’Accademia del Donca e agli insegnamenti del dialetto perugino» prosegue Mariotti.

La caratteristica principale del tifernate sono le vocali (A, E, O) che vengono aperte o chiuse in modo quasi opposto rispetto all’italiano: bachètto (aperta), melé (chiusa).
Ci sono poi parole che vanno ricordate, perché fanno parte della vita di un castellano, ma il tempo sta facendo piano piano scomparire: galòpola (caviglia), razi (animali da cortile), ‘n vèlle (da nessuna parte: Quèllo è uno che n’ và nvèle, si dice di un uomo presuntuoso o di scarsa intelligenza), ghiottiróla (imbuto), sinò (sennò, altrimenti) e bompóco (grossa quantità).
A Città di Castello se vi dovessero dire che siete un tontoloméo, non offendetevi! È una parola che si usa in tono familiare, non offensiva, come lo stesso tònto. Può assumere diversi significati a seconda delle situazioni, quindi si hanno le varianti: tontolóne, tontolino, tontolacio, tontolerìa, tontolàgine.
Tra le chicche dialettali ci sono: mènadritta (mano destra) e mènmancina (mano sinistra). Con lo stesso termine si danno anche le indicazioni stradali (Per gi a Umbértide girète a mèndritta dòppo che l’albero) e si indicano le parti del corpo: ochio a mènmancina (occhio sinistro), piede a mèndritta (piede destro). Una menzione va fatta per i giorni de la sitimèna: Lonedé, Martedé, Mercòldé, Gióvedé, Venardé, Sabito e Dómènnica; e i mési de l’àno: Genèio, Febrèio, Marzo, Aprile, Màgio, Giògno, Lòjjo, Agòsto, Setémbre, Otóbre, Novémbre e Dicémbre.

Filosofia popolare

Si sa, il dialetto spesso parla con i proverbi e i modi di dire, e il castellano non è da meno. Ne conserva tantissimi che ancora oggi vengono utilizzati nel parlato comune: una filosofia popolare spontanea e veritiera, che racconta un tempo passato ma sempre e comunque attuale e reale. «Il modo di dire che più spesso si dice nell’Alta Valle del Tevere è: La Montesca c’ha l capèlo, castelan porta l’ombrelo (Se sopra La Montesca ci sono le nuvole, sicuramene pioverà). Ma non posso non ricordare anche: A ‘na cérta età ‘gni acqua tràpia (a una certa età i dolori vengono fuori tutti); E armannéte ‘n pochino che s’è tòtto sbudelèto (ricomponiti che sei tutto in disordine – relativo al modo di vestirsi); Te caciarìbbono la ròba da magnè p’ i òchi (quando sei ospite in casa di qualcuno e ti vogliono offrire qualcosa da mangiare a ogni costo. Lo si dice di solito per indicare le brave persone); C’è la tèsta cóme ‘na bachjùccóla (si riferisce a una persona poco intelligente); ‘L chène, la mojji e lu schiòpo ‘n se prèstono ma nisuno (il cane, la moglie e il fucile non si prestano mai) e Per gnenta ‘nnu sdringóla manco la coda ‘l chène (nessuno fa niente per niente)» conclude Mariotti.

 

Terme di Fontecchio

Tutti a… el bagno

I castellani le terme di Fontècchio le chiamano affettuosamente el bagno: raramente usano il vero nome. Questo dimostra l’attaccamento che hanno con le vecchie terme, dove nel corso dei secoli hanno curato i loro mali e dato refrigerio durane il caldo estivo. Al bagno ci s’amparea anche a notè (“Al bagno” ci si imparata anche a nuotare) visto che c’era l’unica piscina (a parte le dighe) e quelli con piò guadrini se poteon permètte de paghè amparèono anche a giochè a tennis… (quelli con i soldi si potevano permettere di pagare per imparare a giocare a tennis). Inoltre, liberamente si poteva attingere la famosa acqua sòlfa che faceva e, fa ancora, guarì e rinfreschi lu stombico.

 


Paguro Bernardo

Per saperne di più c’è il Vocabolario del dialetto castellano di Francesco Grilli.

«Insegnare ai bambini il dialetto è affondarne le radici nell’humus della propria stirpe e comunità». (Cesare Marchi)

Il tour dei dialetti umbri – in questa seconda puntata – punta dritto a nord, a Gubbio. Nella terra dei ceri, del picchiarume e del fànfeno; dove lo stesso dialetto, vista la vastità del comune, cambia da zona a zona, con piccole sfumature che i veri eugubini sanno riconoscere.

Simone Zaccagni

«Se uno vive a Branca o a Mocaiana si capisce, la parlata è un po’ diversa: a Branca pronunciano la C con il suono SCI, invece verso Mocaiana, soprattutto le persone più anziane, sostituiscono la A con la E (gimo a chesa, per dire andiamo a casa); mentre chi abita nella zona di Burano ha influenze marchigiane. Il dialetto eugubino come tutti i dialetti ha una sua dignità: parlarlo non deve essere di nicchia o relegato alle persone anziane o poco istruite, sta tornando di moda ed è giusto così. Moltissime parole dialettali hanno origine latina e vantano una lunga storia» spiega Simone Zaccagni, scrittore, insegnante, giornalista e appassionato di dialetti (ha pure creato un dizionario di eugubino-italiano: Dopo lo Zanichelli, Zingarelli, sempre con la Z… è arrivato lo Zaccagni!) che ci guiderà tra i segreti dell’eugubino. Un dialetto che, come tutti i dialetti umbri, è inimitabile e poco riconoscibile da chi non vive nella regione. Un dialetto che condivide molte parole con il marchigiano e il romagnolo e che ha subito contaminazioni dallo Stato Pontificio e dal Ducato di Urbino.

«Per parlare l’eugubino devi essere nato a Gubbio. Questa è una certezza. Ma come tutti i dialetti umbri anche l’eugubino ha alla base l’italiano, che viene colorito e farcito con parole dialettali. Non è una vera e propria lingua come può essere il siciliano, il veneto o il napoletano (per citarne alcuni): loro passano dal dialetto all’italiano facendo un vero e proprio switch e questo non gli fa commettere errori sull’individuare una parola dialettale o italiana. Noi umbri invece cadiamo in questo tranello: da ragazzino mi capitò di chiedere i succini (prugne) a un fruttivendolo marchigiano, ovviamente non capì. Errori del genere sono molto frequenti nel nostro caso, non è facile… il dubbio spesso viene! Tipico nostro è il troncamento delle parole che appare evidente nella frase: Ma me si di’ i fij, que li fi’ a fa’? (Mi sai dire perché continui a fare bambini)» spiega Zaccagni.

 

Gubbio, Palazzo dei Consoli. Foto di Enrico Mezzasoma

Picchiarume, tausana e… tanto buligame!

Una parola che non manca mai nelle chiacchiere eugubine è picchiarume. Picchiarume vuol dire tutto, dipende dal contesto, ha diversi significati: dal fare un lavoretto in casa, al piccolo impegno (lasceme gì, chè c’ho da fa ‘n picchiarume, lasciami andare che devo fare un lavoretto) fino all’avere un flirt con una ragazza (c’ho ‘n picchiarume con una!). Si dicono spesso anche frego/a (ragazzo/a) o buligame (confusione, caos): forzando l’etimologia, potremmo farlo derivare dall’inglese bowling game, per il rumore che c’è nei luoghi dove si pratica questo sport.
Immancabili per le vie di Gubbio anche vocaboli come tausana, noiosa esposizione orale volta a ottenere qualcosa, ma anche un rumore continuo (ma què ‘sta tausana? Cos’è questa noia?), furattola (salvadanaio), che viene usata anche in relazione agli occhi semi chiusi: Te c’hi gl’occhi a furattola, per dire che hai uno sguardo sonnolento; o fànfeno, una persona furba e sorniona (sete certi fànfeni!).

 

L’alzata dei Ceri. Foto by URP di Gubbio

Dialetto e ceri

Ma a Gubbio, dialetto e ceri sono legati a doppio filo. I ceri hanno una terminologia tecnica molto specifica che si unisce e ispira parole e modi di dire dialettali: «Ta quello glie dà du stradoni deriva dalla corsa dei ceri: infatti si dice quando un cero sale bene sul monte e distanzia di molto l’altro, appunto di due stradoni. Ritroviamo questa frase anche nella parlata comune per dire: c’è una distanza abissale, è molto più bravo. Questo è un modo di dire talmente radicato a Gubbio che un mio amico in discoteca a Palinuro per corteggiare una ragazza le disse: Te, ta la cubista glie di’ du stradoni! Lui voleva farle un complimento, lei ovviamente non capì. Un altro modo di dire molto comune legato ai ceri è: fatte sto pezzo a capodieci (guarda che bella cosa che ti aspetta). Indica la parte migliore, qualcosa di prelibato, perché nella corsa il Capodieci è il ruolo di massima autorità. È una terminologia ceraiola che usiamo anche nella vita di tutti i giorni quando vogliamo offrire qualcosa di buono, di pregiato. Narra la leggenda che qualche sposa l’abbia pronunciata al marito, che finalmente poteva avere la giusta ricompensa di tanta attesa, nella prima notte di nozze. Invece, quando uno sta troppo vicino a una persona si dice: que me fi’ ‘l braccere?  (non mi stare troppo appiccicato). Il braccere è colui che dà una mano a chi porta il cero, corre appunto abbracciato a lui e lo aiuta a scaricare il peso. Dovete sapere che la vita degli eugubini è legata ai ceri, fin dalla prima infanzia. I bambini a Gubbio dicono: giochiamo ai ceri? che vuol dire prendere un bastone, una scopa, un ombrello metterselo sulle spalle e rincorrersi. A Gubbio non giochiamo a chiapparella… giochiamo ai ceri! E se questo viene detto a un bambino non eugubino, lui sicuramente non capirà» conclude Simone Zaccagni.

 


Il dizionario eugubino-italiano lo trovate presso cartolibreria Pierini e edicola Shangai di Gubbio.

Comune di Gubbio

«La nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto». (Italo Svevo)

Il nostro viaggio alla scoperta dei dialetti umbri parte dal dialetto perugino. Un dialetto che potremmo definire inimitabile: nemmeno grandi imitatori come Maurizio Crozza e Gioele Dix (rispettivamente nei panni di Serse Cosmi e Fabrizio Ravanelli) sono stati in grado – diciamolo chiaramente – di riproporlo correttamente. Insomma, un dialetto difficile da riprodurre, o sei perugino oppure rischi di fare solo una tiepida e ridicola imitazione. A guidarci nel mondo del donca e a svelarci qualche piccolo segreto è Riccardo Cesarini, ideatore e curatore di Wikidonca, un vero e proprio dizionario online dedicato al perugino.

Riccardo Cesarini

Wikidonca è nato per caso una sera dell’estate del 2008, in un pub davanti a una birra: «Ero in compagnia di un amico e, tra le chiacchiere più varie, venne fuori un “com’è possibile, nell’era di internet, che non esista una catalogazione e un sito dove si possano trovare le traduzioni delle parole in dialetto?” Così mi si è accesa la lampadina e mi sono detto, ora lo invento io. E così è nato Wikidonca. Giorno dopo giorno ho inserito le parole, facendo aggiornamenti continui. Il nome invece è nato dopo tre giorni di conclave: unire un sistema open source e il donca è stata un’intuizione efficace e semplice, una settimana dopo il sito era online» racconta Riccardo, che specifica di essere un appassionato di computer e di dialetto (ex studente di scienze politiche) e non un accademico.

Cos’è il donca?

«Donca è una parola che letteralmente vuol dire dunque; è stata eletta parola caratteristica del dialetto perugino proprio per quella D molto pesata (in linguistica: occlusiva retroflessa sonora), tipica proprio della parlata perugina, come sono anche i suoni B, GN e la Z sempre (o quasi) sorda. Questo vuol dire avere il donca… Inoltre, per parlare un perfetto dialetto occorre – dice ironicamente – portare in avanti la mandibola e forzare sulla pronuncia delle consonanti, in questo modo uscirà tutto molto facile. Va detto che il perugino è un dialetto inimitabile: i tentativi sono stati tantissimi anche in tivù, ma mai riusciti veramente. Specie chi tenta di replicarlo da fuori, finisce con lo scadere in un qualche dialetto umbro simile alla cadenza folignate più che al perugino. L’unico che è riuscito nell’impresa – per chi ha buona memoria – è Michelangelo Pulci dei Cavalli Marci (gruppo comico di Genova) a inizio anni 2000 su Italia1, nel ruolo di Michele, l’informatico de Perugia. Ovviamente c’è il trucco: il comico aveva contatti diretti con la zona essendo originario di Città di Castello. È quindi un dialetto praticamente inimitabile, o ce l’hai o non ce l’hai, ed è parlato da poche persone» prosegue Cesarini.

Le parole da conoscere

Il perugino è un dialetto, alla fine, molto simile all’italiano, non ci sono quindi parole fondamentali e indispensabili per parlarlo correttamente, ma se ne vogliamo individuare alcune caratteristiche potremmo segnalare: bulo (che non lo dicono da nessun’altra parte) o fraido (che ha 100 interpretazioni diverse, in base al contesto).
«Anche l’anatomia perugina va conosciuta: se vai all’ospedale e incontri un medico di fuori regione, occhio a dirgli “me fonno male i reni” potrebbe capire qualcosa di più grave invece di un semplice un mal di schiena. Comunque, è impossibile conoscere tutte le parole dialettali, anche perché col tempo cambiano, ne spariscono alcune e ne nascono di nuove. Il mi nonno “bulo” non lo diceva, nemmeno sgaggio o sdatto. Col tempo le parole cambiano e assumono anche diversi significati. Bulo ad esempio è nato come trasposizione di fare la bula, oggi è un’esclamazione o un aggettivo e si può tradure con il termine inglese cool. Ci sono poi parole come marampto o strappacerque che significano maldestro, sgraziato, ma sono difficili da tradurre in modo letterale» spiega Riccardo.

 

Il grifo e il leone, simboli di Perugia

Il ritorno al dialetto e la vittoria di duelle

Il dialetto oggi è motivo di vanto, è tornato di moda in tutta Italia e non è più un qualcosa relegato alle persone più anziane o poco istruite. È una vera e propria lingua, per questo sarebbe opportuno conoscerla e capirla, scavando anche nelle proprie radici, per non cadere nella rozza cafonaggine. D’altronde, chi parla dialetto e basta può venire considerato un bifolco e un ignorante, ma chi sa parlare dialetto e italiano è in realtà bilingue.
«È fondamentale saperli distinguere e connotare entrambi, altrimenti si crea una zona grigia dove emerge la mancata capacità di parlare sia l’uno sia l’altro. A tal proposito, mi ha fatto molto sorridere qualche anno fa un catalogo-premi di una nota catena di supermercati dove, tra le precise schede di tutti i premi disponibili, a un certo punto compariva lui: lo scalandrino (italiano: scaletto), scritto proprio così! È stato bellissimo perché evidentemente chi ha curato la redazione del catalogo non sapeva che scalandrino è dialetto e magari non conosceva il corrispettivo in italiano. Scoppiai a ridere e lo feci anche l’anno successivo, perché l’errore venne ripetuto. Quindi anche il dialetto merita di essere conosciuto e va a suo modo studiato bene, soprattutto per chi lo vuole usare a scopo identitario o di divertimento tra amici» aggiunge il fondatore di Wikidonca.
Wikidonca, anche nel 2020, ha fatto il suo storico sondaggio, eleggendo la parola più bula – e non poteva essere altrimenti. La parola dello scorso anno è stata duelle. Me sa che oggi nn girè duelle (Mi sa che oggi non andrai da nessuna parte) sembra proprio il sunto perfetto del 2020.
«Me lo aspettavo. Non gi duelle è stato il leitmotiv del 2020, anno di pandemia, e non poteva essere altrimenti. E anche oggi ve dico: freghi… Non gite a pericolavve n’giro! Voglio concludere, dicendovi la frase che per me rappresenta la sintesi perfetta del carattere dei perugini: Chi vol Cristo se l preghi, chi vol l pan se l fietti e chi j rode l cul se l gratti» conclude Cesarini.


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