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Giovedì 16 maggio al Nuovo Cinema Castello di Città di Castello Matteo Chimenti trio live e a seguire proiezione del documentario Berchidda “Time in Jazz”. Venerdì 17 a San Giustino concerto dei Club Plaisir e presentazione della birra Astra, terza classificata al concorso Birra dell’anno 2024.

Tra jazz e psichedelia retrofuturista dance, due giorni di musica, cinema e birra del territorio in Altotevere. Entra nel vivo –  giovedì 16 maggio a Città di Castello e venerdì 17 a San Giustino – la rassegna Lanterna Magica, promossa dall’associazione umbertidese Effetto Cinema e realizzata con il sostegno dei Fondi PR – FESR 2021-2027 – Priorità 1 – OS 1.3. – Azione 1.3.4. Bando per il sostegno di progetti nel settore dello spettacolo dal vivo – anno 2023.

 

Chimenti Trio

 

Si comincia giovedì 16 maggio al Nuovo Cinema Castello di Città di Castello, con una serata all’insegna del jazz sul grande schermo e sul palco: dalle 21 si esibirà infatti Matteo Chimenti (contrabbassista e socio fondatore del Jazz Club Valtiberina, promotore del Borgo Jazz Festival, rassegna che si svolge dal 2018 a Sansepolcro) con il suo trio (con Lorenzo Bisogno al sax tenore e Gerardo Grande alla chitarra), proponendo in un concerto a ingresso gratuito un repertorio che attinge sia dagli autori del classico repertorio jazz, sia da brani scritti per il cinema. E proprio il cinema chiuderà la serata, con la proiezione, al termine del concerto, del documentario Berchidda Time in Jazz, che raccoglie ed elabora più di 1.500 ore di materiali d’archivio girati in 25 anni da Gianfranco Cabiddu e la sua troupe nelle varie edizioni di Time in Jazz, festival musicale creato e diretto da Paolo Fresu nel suo paese natale, Berchidda, in Sardegna. Un film concerto che intreccia musica e luoghi, emozioni e memorie, con la partecipazione, tra gli altri, di Stefano Bollani, Enrico Rava, Carla Bley, Uri Caine, Ornette Coleman, Richard Galliano e tanti altri.

 

Club Plaisir

 

Venerdì 17 maggio ci si sposta al cinema Astra di San Giustino, dalle 19, per il live a ingresso gratuito dei Club Plaisir, in Italia per presentare il loro nuovo album Planète Vacances, viaggio in un ballabilissimo universo psichedelico retro-futuristico. Quella di venerdì sarà una serata speciale per il territorio perché, in collaborazione con Birrificio Altotevere, verrà presentata la birra Astra, terza classificata – nella Categoria 14 – al concorso Birra dell’anno 2024.

Il progetto Lanterna magica – Cinema come luogo di multiculturalità, pensato per trasformare alcune delle sale cinematografiche della provincia di Perugia in veri e propri “hub culturali” in cui unire proiezioni ad eventi multidisciplinari dal vivo, proseguirà poi il 24 maggio, al cinema Metropolis di Umbertide, con il concerto di Al Doum & The Faryds.

Il festival – che si svilupperà fino a settembre con una serie di concerti ed eventi in Altotevere e a Perugia – porterà sui palchi e sugli schermi dei cinema performance musicali e multimediali spaziando dal jazz alla musica elettronica, dai ritmi folkloristi all’R&B e il UK Garage.

Umbria Fashion è un format che ho creato nel 2023: una vetrina per la moda umbra, un salotto dove confrontarsi e discutere del mondo fashion, ma soprattutto una passerella in cui i giovani emergenti possono formarsi e venire in contatto con le tante maestranze della regione. La seconda edizione andrà in scena a Perugia il 19-20 ottobre 2024 e per accompagnarvi all’evento ho pensato di raccontarvi la moda a modo mio, in questa rubrica all’interno di AboutUmbria. Passato, presente e futuro di questo sfavillante mondo, ma anche pillole e curiosità… per farvi scoprire le tante realtà umbre, spesso sconosciute ai più!

 

Nella prima puntata di Umbria Fashion vi parlo dell’Umbria tessile con le sue antiche lavorazioni, perché se gli inglesi chiamano la zona del Trasimeno The Cashmere Valley, un motivo c’è.
È proprio nel DNA di questa regione la vocazione alla maglieria e alla confezione di prodotti pregiati che hanno formato e consolidato 500 aziende specializzate nella lavorazione del più nobile e ricercato dei filati. Estimatori della bellezza e cultura vengono da tutto il mondo per visitare i tesori d’arte e le bellezze naturali dell’Umbria, ma anche per lo shopping.
L’Umbria è una delle regioni italiane che vanta il maggior numero di adesioni al sistema di tracciabilità ITF – Italian Textile Fashion, che rappresenta una scelta di trasparenza e denota la volontà di valorizzare il grande patrimonio di professionalità e artigianalità che ne caratterizza le imprese. L’etichetta ITF è una garanzia per il consumatore, che sa di aver acquistato un capo originale senza alcuna contraffazione, ma anche per il produttore che può costruire il suo vantaggio competitivo puntando su qualità ed etica.

 

Il punto umbro, detto anche Sorbello. Foto Casa Museo di Palazzo Sorbello

Antiche lavorazioni

In Umbria sono tuttora attivi molti laboratori artigianali in cui la produzione si basa sull’uso di tecniche e rari macchinari, come il telaio Jacquard di fine Ottocento: l’arte della tessitura, del ricamo e del merletto nella regione ha differenti tradizioni e peculiarità. La tessitura è caratterizzata, a Perugia per esempio, nel tipico ricamo dell’emblema della città: il Grifo, o dei motivi geometrici medievali e rinascimentali; a Città di Castello e Montefalco la peculiarità sono i tessuti finemente lavorati a mano; a Panicale il ricamo su tulle – introdotto all’inizio del secolo scorso – e quello su tessuto che le suore Clarisse di Assisi già praticavano nel Duecento, avendolo forse ereditato dai cristiani Copti; mentre a Orvieto è la lavorazione del merletto a rappresentare la produzione più superba, con l’Ars Wetana, nata nel 1907 per iniziativa degli aristocratici.

Che l’industria tessile sia un simbolo della storia dell’Umbria lo testimonia anche il fatto che i tessuti sono stati protagonisti della vita di uno dei suoi personaggi di spicco, San Francesco d’Assisi: il padre, Pietro di Bernardone, era mercante di stoffe preziose. Il Santo si spogliò di quei meravigliosi tessuti nella piazza di Foligno, quando decise di abbracciare Sorella Povertà. Otto secoli dopo, il tessile umbro è rimasto uno dei settori fiorenti della regione. Un successo che si deve alla capacità delle aziende umbre di valorizzare il proprio patrimonio storico di eccellenze artigianali, in particolare nella maglieria, un segmento produttivo che ha sostenuto la crescita globale di alcuni noti marchi, generando le commesse di marchi internazionali del lusso e dando vita a una fitta rete di fasonisti specializzati in alta gamma.

La celebre rivista Special Café, rinomata tra gli appassionati di moto per il suo stile inconfondibile, con distribuzione nazionale e nel Canton Ticino, si fa portavoce del talento dell’artista poliedrica di Città di Castello, Moira Lena Tassi.

In un articolo dedicato viene messa in luce la performance di Moira Lena Tassi in omaggio all’indimenticabile Lucio Dalla, così come la sua opera L’Ultima Luna, un tributo pittorico che cattura l’essenza del leggendario musicista, rappresentato sulla sua amatissima Ducati Scrambler 250.
Tassi rivela l’ispirazione dietro la sua visione artistica, descrivendo il desiderio di immaginare Lucio Dalla in sella alla sua Ducati Scrambler, simbolo di libertà e avventura: “Lucio Dalla non solo come straordinario artista libero, ma anche come spirito che continua a percorrere le strade della musica, sorridente e in pace, nella sua amata Bologna, sotto una luna piena che promette speranza e prospettive future, proprio come nelle parole delle sue canzoni”.

 

 

L’artista esprime la sua gioia per la diffusione del suo lavoro anche oltre i confini nazionali: “Sono davvero molto soddisfatta per la vasta risonanza che ha avuto il mio lavoro artistico ispirato a Dalla. La sua musica mi ha sempre accompagnato fin dall’adolescenza. Ho dipinto il suo ritratto ascoltando unicamente le sue canzoni, cercando di catturare la sua anima. Il pensiero che anche in Svizzera conosceranno la mia arte mi emoziona profondamente. Un ringraziamento speciale – conclude l’artista –  va a Stefano Caracchi, ex pilota e team manager Ducati, e alla moglie Michela Morellato, entrambi proprietari della galleria Dueunodue per avermi dato una bellissima opportunità e aperto un mondo nuovo, quello delle leggendarie moto”.

Intervista con il giornalista esperto di olio e di enogastronomia e autore del libro “L’olio e gli altri ingredienti della nostra vita”.

Maurizio Pescari, giornalista e scrittore, nativo di Città di Castello, ha un’esperienza trentennale nel settore dell’olio, dell’enogastronomia e dell’enoturismo ed è una firma autorevole dell’informazione dedicata all’olivicoltura. Ma è soprattutto autore di L’olio e gli altri ingredienti della nostra vita (edito da Rubettino), un libro dedicato all’olio, ma che non parla di olio. Pescari segue un filo conduttore ideale lungo il quale costruisce una storia completa e complessa, quasi romanzata, toccando gli argomenti più svariati: dal valore del tempo alla mezzadria, dalle tradizioni alle consuetudini, dalla spesa alla tavola quotidiana, dalla valutazione del passato alla costruzione del futuro. Il racconto è intervallato da storie di persone e di territori, che finiscono con una prima colazione, con l’olio protagonista e conseguente ricetta.
Durante la nostra chiacchierata è emersa tutta la passione nel parlare di questo prodotto, in particolar modo degli olivi: «Non bisogna parlare di olio, ma di olivi. Stiamo perdendo gli olivi e senza di loro l’olio non si fa».

 

Maurizio Pescari

Maurizio la prima domanda è di rito: qual è il suo rapporto con l’Umbria?

Sono nato a Città di Castello, a sinistra del Tevere. Con l’Umbria ho un rapporto che mi porta a rispettare le diversità, non solo dialettali, ma anche di carattere. Gli umbri dal punto di vista caratteriale hanno tanto da imparare, la loro chiusura è una forma di autodifesa. Siamo stati sempre sottomessi e questo ci ha portato spesso a farci gli affari nostri. Da 50 anni vivo a Perugia e la cosa che mi manca di più è l’improvvisata: a Perugia se si fanno le improvvisate si rischiano faide familiari e sparatorie (ride). A Perugia l’improvvisata va anticipata di una settimana… poi forse, si può fare! Mentre a Città di Castello è molto più comune, è una forma culturale diversa. Detto questo, ritengo che non esista un posto più bello dove vivere.

 

È considerato uno dei maggiori esperti di olivicoltura: come e quando è nata questa sua passione?

La mia passione è nata circa 27 anni fa quando con Marco Caprai abbiamo iniziato a organizzare eventi di valorizzazione e promozione dei prodotti umbri in giro per il mondo. Marco Caprai inventò (c’ero anche io con lui) Frantoi Aperti e siamo stati i primi a portare Cantine Aperte in Umbria nel 1995. Il mio interesse per questo mondo è legato anche all’incontro con una persona: Alfredo Mancianti (aveva un frantoio a San Feliciano sul Trasimeno, ma viveva sul lago Maggiore), con i suoi racconti che giravano intorno all’olio, ma che non parlavano mai di olio, mi ha appassionato alla cultura dell’olivo più che a quella dell’olio stesso. Poi il caso ha voluto che iniziassi a collaborare con il Corriere della Sera, dove curavo una rubrica su questo prodotto. Da qui tutto è iniziato.

 

Quanto è importante l’economia dell’olio, in particolare in Umbria? Come può migliorarsi?   

Il giro d’affari nel modo dell’olio non lo fa la natura, ma la testa della gente. Occorre utilizzare il territorio e caratterizzarlo; serve fare comunicazione e creare un profilo identitario per rendere il prodotto unico. L’olio è olio per tutti. Non bisogna limitarsi a vendere la bottiglia, ma si deve coinvolge l’acquirente raccontando la storia, è favorevole essere simpatici e ben disposti, e creare un brand: in questo modo il prodotto diventa unico e si può stabilire il prezzo. Poi è compito del produttore andare a cercare chi è disposto a pagare quel prezzo, non si può stare sulla porta del frantoio e aspettare che qualcuno passi. Gli olivicoltori devono capire che non possono essere solo agricoltori, devono diventare imprenditori, come è accaduto con il vino. I viticoltori si sono evoluti. Se non in rarissimi casi, nel mondo dell’olio parliamo soltanto di agricoltori: loro vogliono vendere il prodotto il prima possibile, mentre l’imprenditore lo incarta, lo cura, lo abbellisce e crea un’identità. Tutti compriamo un vino perché vogliamo quel vino (il Sagrantino di Caprai o il Sangiovese di Lungarotti) con l’olio questo spesso non avviene.

 

“L’olio e gli altri ingredienti della nostra vita” (edito da Rubettino) è il titolo del suo libro uscito nel 2021: quali sono gli ingredienti della sua vita?

La famiglia, il cane, il gatto e ovviamente l’olio.

 

È un libro dedicato all’olio dove non si parla mai di olio: ci spieghi meglio.

È un libro dedicato all’olio, ma non c’è scritto una varietà o un sistema di estrazione, non nomino un nome, né un profumo. Non bisogna parlare di olio, ma di olivi. Stiamo perdendo gli olivi e senza di loro l’olio non si fa. In Umbria il 50% di questi alberi è abbandonato perché i proprietari non sanno dare redditività alla loro produzione, non sanno fare gli imprenditori e quindi, visto che la gestione costa cara, preferiscono comprare olio da altre parti per poi imbottigliarlo. In questo modo le piante muoiono e con loro muore anche il nostro paesaggio. L’Umbria è ricoperta da olivi, sono una bellezza che va oltre il prodotto alimentare e per questo è fondamentale preservarli e valorizzarli. Lo ripeto: quello che manca è il rispetto per l’olivo.

 

Questo perché accade?

Perché costa caro mantenere queste piante e spesso chi le possiede non è capace di fare l’imprenditore. Prima cosa dobbiamo dire che l’olivo non fa olio, perché se lo facesse, l’albicocco farebbe la marmellata. L’olivo ci mette a disposizione dei frutti, che se finiscono in mani capaci, danno un buon prodotto.

 

Pensa ancora che manchi una cultura dell’olio?

In Italia manca l’insegnamento dell’olivicoltura e dell’elaiotecnica; anche nelle scuole superiori specializzate e nelle Università di Agraria questi corsi sono molto rari o del tutto assenti. Non c’è una cultura dell’olio nonostante questo sia un prodotto molto presente: in Umbria basta aprire una finestra per vedere un albero di olivo. Scommetto che anche lei ne vede uno da casa sua! Inoltre, l’olio, che viene prodotto a livello domestico, è spesso realizzato secondo le consuetudini della mezzadria, presente in Italia fino a 60 anni fa. I nostri padri e i nostri nonni raccoglievano le olive a novembre o dicembre perché puntavano ad alte rese, la priorità era il profitto, questo purtroppo è rimasto ancora oggi. All’epoca aveva senso, oggi no. Questo va a discapito della qualità.

 

È per questo che secondo lei l’olio buono occupa oggi solo il 3% del mercato in Italia?

Non è del tutto vero. In casa tutti abbiamo una bottiglia di olio, ma il 90% di noi compra quello che costa meno, solo il 10% va alla ricerca delle caratteristiche di fondo. L’olio non è tutto uguale, ogni prezzo corrisponde a una qualità. Il prodotto che si acquista al supermercato è meno caro, ma non vuol dire che sia cattivo: sfido chiunque a fare un olio migliore e farlo pagare a quel prezzo.

 

Che voto dà alla produzione umbra?

Quella buona è buona.

 

 

Dia dei suggerimenti a noi comuni mortali per riconoscere un buon olio.

L’odore. Un buon olio ha un buon odore. Va specificato però che ogni olio è diverso: in Italia ci sono 538 varietà di olive e ognuna dà vita a un prodotto differente. Non dico che si deve saper riconoscere qual è il più buono o il meno buono, ma si deve capire che sono diversi tra loro. Poi entra in gioco il gusto personale che ci orienta verso quello più adatto al nostro palato. Dico sempre: quando si va in giro per il mondo, invece di riportare a casa una calamita da attaccare al frigorifero, riportate una bottiglia d’olio.

 

Dopotutto è un compagno molto presente nella vita degli italiani…

Assolutamente. Non esiste una casa dove non c’è una bottiglia d’olio. Mi arrabbio quando sento dire in televisione: «Usate poco olio». Usate poco olio scadente… quello buono mettetelo.

 

Per concludere la nostra chiacchierata: qual è la prima cosa che le viene in mente pensando all’Umbria? Non mi dica l’olivo…

Piazza di Sopra a Città di Castello, ma anche Assisi: tutti pensano che sia bella ammirata da sotto – ed è vero – ma avete mai guardato l’Umbria da Assisi? È bellissima!

L’arte umbra di Luca Signorelli conferisce identità e memoria a tutta la regione, ampiamente valorizzata attraverso le sue opere, le quali sono state fondamenta indispensabili per affermare il senso di appartenenza a un territorio promuovendone, al contempo, lo sviluppo culturale.

La valorizzazione dell’arte del maestro ha favorito lo studio e la riscoperta nel cuore dell’Umbria non solo dei suoi eccelsi capolavori, ma anche delle opere dei collaboratori e degli allievi del grande artista, accendendo nuovi riflettori su un territorio costellato da numerosi motivi di interesse. Le orme di Luca Signorelli si possono ancora oggi ripercorrere nei luoghi più rappresentativi dell’Umbria anche a distanza di cinquecento anni dalla sua morte, avvenuta il 16 ottobre 1523. Il cuore verde d’Italia conserva e salvaguarda il paesaggio verdeggiante che è stato fonte di ispirazione per le sue opere, le quali legano varie città dell’Umbria: Citerna, Città di Castello, Morra, Umbertide, Perugia e Orvieto.

Raccontare l’arte del Signorelli non significa semplicemente descriverla ma, è di fondamentale importanza divulgarla per accrescere la capacità di comunicare il senso della cultura umbra. Luca Signorelli è stato un insigne artista nell’Italia centrale, eccelso pittore antesignano della crisi che colpirà la Chiesa con l’avvento della riforma luterana. La luce vibrante che traspare dalle sue opere, il tratto nitido e preciso della muscolatura dei corpi sono le caratteristiche principali che lo hanno elevato a essere uno dei principali protagonisti del rinascimento umbro.

 

Martirio di San Sebastiano. Pinacoteca di Città di Castello

 

Luca d’Egidio di Ventura, passato alla storia con lo pseudonimo di Luca Signorelli, scelse l’Umbria come terra di adozione nel pieno vigore della propria attività artistica e all’apice della notorietà: è a Citerna, borgo di origine medievale, in posizione predominante sulla Valle Tiberina, che il maestro, nella chiesa di San Francesco, realizzò l’affresco raffigurante la Vergine con il Bambino tra i santi Michele Arcangelo e Francesco, effettuato con l’aiuto della sua bottega. Il piccolo ma delizioso borgo, fu conteso tra la ghibellina Arezzo e la guelfa Città di Castello; a quest’ultima si sottomise nel 1221. È proprio nella città tifernate governata dalla famiglia Vitelli, ricca e potente signoria umbra, che al pittore furono conferite notevoli cariche che gli permisero di instaurare relazioni con celebri personalità; inoltre nel 1488, Città di Castello nominò il pittore cittadino onorario. Nella città sono conservati i frammenti dell’affresco raffigurante la Vergine, il bambino e i santi Girolamo e Paolo del 1474, tradizionalmente considerata una delle prime opere dell’artista. Nelle sale della Pinacoteca Comunale si può ammirare anche il Martirio di san Sebastiano, opera rappresentativa e con straordinari scenari prospettici: lo sfondo teatrale vede una chiesa rinascimentale sul lato destro del dipinto, gli arcieri con archi e balestre, alla base della croce, contribuiscono a creare un immaginario triangolo di morte.

L’arte del Signorelli è formata anche da leggende, come quella in cui si narra che per far fronte alle innumerevoli commissioni, l’artista spesso soggiornava a Morra, borgo umbro non molto distante da Città di Castello, abituale luogo di sosta dei viandanti. Poco distante dal centro abitato sorge l’Oratorio di san Crescentino, decorato da un ciclo di affreschi del Signorelli: la Crocifissione è ritenuta opera del maestro, differentemente dalle altre attribuite agli allievi.

 

Pala di sant’Onofrio. Museo dell’Opera del Duomo di Perugia

 

Seguendo le orme del maestro, spostandosi verso il centro dell’Umbria, si raggiunge Umbertide, dove nella chiesa di Santa Croce, oggi adibita a museo, è conservata la Deposizione dalla Croce. Colori brillanti, quasi metallici, sono i protagonisti della ricchissima tavola composta da numerosi personaggi in atteggiamenti tragici e concitati, le mani si muovono in modo incalzante e nervoso, le espressioni sono amplificate; il dolore è il sentimento che accomuna tutti i personaggi mentre due uomini sopra due scale, con cura, calano il corpo di Cristo dalla croce. Signorelli entrò in contatto diretto con i committenti dell’opera: presso l’Archivio di Stato di Perugia si conserva un atto rogato l’8 luglio 1515, in cui alcuni abitanti del borgo di Fratta, antico nome dell’odierna Umbertide, nominarono alcuni procuratori per accordarsi con il pittore e ricevere le promesse «pro pingendo per ipsum unam tabulam sive cunam». Nel capoluogo della regione Signorelli realizzò un’opera a tempera e olio che decretò il raggiungimento della maturità del pittore: la Pala di sant’Onofrio, oggi conservata al Museo dell’Opera del Duomo. L’opera fu commissionata nel 1484 da Jacopo Vagnucci, concittadino del maestro: l’iconografia richiama una sacra conversazione tra la Vergine, Giovanni Battista, Lorenzo e i santi Onofrio ed Ercolano, protettori di Perugia.

 

Cappella di San Brizio. Duomo di Orvieto. La predica dell’Anticristo. Foto di Giulia Venturini

 

Luca Signorelli è fortemente legato a Orvieto, città nella quale realizzò il suo capolavoro indiscusso: il Giudizio Universale. Un ciclo di affreschi che prefigura l’arte del Cinquecento, opera che lo eleva alla memoria eterna, lasciandoci un’eredità immensa che ispirò una successiva raffigurazione tra le più importanti nella storia dell’arte: il Giudizio Universale di Michelangelo Buonarroti; Vasari stesso scrisse: “Michelangelo imitò l’andare di Luca, come può vedere ognuno”.

Il ciclo di affreschi che si trova all’interno della cappella di San Brizio nella cattedrale di Orvieto, rivela una complessa macchina scenografica, iniziata dal Beato Angelico e poi terminata dal Signorelli: “Nella Madonna di Orvieto […] finì di sua mano la cappella, che già aveva cominciato Giovanni da Fiesole, nella quale fece tutte le storie della fine del mondo con bizzarra e capricciosa invenzione[1]. Nel lavoro del Beato Angelico tutte le figure sono equilibrate, Signorelli esprime invece conflittualità e complessità, il suo stile, forte, potente e apocalittico, mette in evidenza una grande attenzione all’anatomia e al movimento, tutto è materiale, dalla luce al paesaggio, la corporeità è drammatica e il terrore è intrinseco nel corpo e nell’anima. I due artisti si raffigurano in disparte, come spettatori della scena: il primo con gli abiti domenicani, il secondo vitale e possente come lo descrive Vasari che lo aveva personalmente conosciuto.

 

Cappella San Brizio. Duomo di Orvieto. Foto di Giulia Venturini

 

Nell’opera sono raffigurati personaggi umbri come Vitellozzo Vitelli, Orazio e Paolo Baglioni, presenti nella folla che circonda l’Anticristo, il quale ha le sembianze di Gesù ma viene fatto parlare dal demonio. Grazie a toni apocalittici prendono vita demoni alati e mostruosi: nei Dannati all’Inferno e nel Finimondo i corpi degli uomini sono arrossati da fiamme e paura, Caronte traghettatore di anime porta i dannati al giudizio di Minosse. Dalla parte opposta si contrappone invece la tranquillità degli arcangeli, che guardano la scena teatrale con occhi vittoriosi: la Salita al Paradiso appare come un luogo ameno, con rose e camelie, nel quale gli uomini sono raffigurati sereni attorniati da angeli musicanti. Luca Signorelli, maestro di corporeità e poesia è l’ideatore di una complessa macchina scenografica che mostra nelle sue trame l’arte, la storia e i sapori di una regione culturalmente vivace e profondamente legata alle sue antiche tradizioni.

 


[1] Giorgio Vasari, Vita di Luca Signorelli da Cortona Pittore.

Che Veronica Giuliani fosse la santa di Città di Castello lo sapevo fin da adolescente, ma non ricordo per quali vie ero giunto a tale conoscenza.

La ritrovai, Veronica, in un dipinto nel monastero della Clarisse sul Lago d’Iseo, ormai adulto, e me ne innamorai: la pensai assiduamente, fino a dover scrivere un libro su di lei quasi per placare questa sete di contatto. Nonostante fosse più grande di me di ben 290 anni (nacque a Mercatello sul Metauro, nelle Marche, il 27 dicembre 1660, e io sono del 1950) qualcosa mi legò a lei. Qualcosa di spirituale? Sì, ma non solo; credo che tra noi – e capisco che l’espressione sia del tutto impropria – esisteva un elemento erotico.

La storia

Nel 1678, all’età di 18 anni, Veronica arriva a Città di Castello, dove conosce le Clarisse Cappuccine, monache francescane di stretta clausura fondate nel 1535 dalla nobildonna spagnola Maria Requenses Longo, vedova dell’italiano Giovanni Longo. Il nome della congregazione, in esteso, è Ordine di Santa Chiara delle Cappuccine. Nell’inverno del 2006 giunsi a Città di Castello. Un’occasione imprevista di lavoro (o forse un’energia arcana) mi aveva condotto nella cittadina umbra. Là gli anni più oscuri del tardo Medioevo riverberano dalle mura dei palazzi nobiliari e degli antichi conventi. L’anacronismo religioso è cultura dominante, una mescola di devozione e superstizione. La magia nera, fatta di bamboline trafitte da spilli e chiodi arrugginiti, si incontra facilmente nei rapporti con le persone, nei racconti di vita e nel dolore delle famiglie tifernati.

Veronica Giuliani

Il piccolo albergo dove solitamente alloggiavo era ubicato nel centro storico, a pochi passi da un crocicchio di quattro strade dove si affacciano ben tre conventi di monache di clausura. Una vecchia leggenda, ormai poco nota agli stessi abitanti del borgo, narra che in quell’incrocio – dove la via Dei Lanari si immette nella via Fucci intersecando Corso XI Settembre – si trovasse il punto di convergenza delle Linee del Male. Cosa esse fossero non è chiaro, ma si dice che lì venissero a condensarsi particolari energie negative e diaboliche provenienti dai quattro punti cardinali. Il Monastero delle Murate, la cui struttura perimetrale costituisce l’intera via dei Lanari, dovrebbe essere stato il primo baluardo sorto in opposizione alle nefaste influenze del Maligno; dalla parte opposta, in via Fucci, si trova il Monastero delle Clarisse di Santa Cecilia e, su Corso XI Settembre, quello delle Cappuccine, in cui Veronica Giuliani trascorse l’intera vita claustrale.

In un vicoletto, retrostante il complesso di Santa Cecilia, adiacente a un portone di legno marcio che introduceva a un piccolo orto, c’era, appesa al muro, una sorta di bacheca composta da vecchie assi, probabilmente di proprietà di un mago o di una fattucchiera. Erano esposti, in bella mostra, gli affatturamenti e le malie che questi sinistri personaggi compivano per i loro clienti: rospi trafitti da spilloni, ciocche di capelli annodati da nastrini rossi, bamboline di stoffa inchiodate a un cuore di cartone con un grosso ago. Sul far della sera spesso passavo per quella stradina per cenare in una trattoria poco distante e a volte scorgevo le sagome di individui che sostavano di fronte all’insolito altarino, quasi assorti in preghiera. Il clima, certamente tetro e inquietante, soprattutto d’inverno, col venire avanti delle prime ombre della notte, scoraggiava il passaggio dei viandanti comprensibilmente timorosi: qualcuno transitava rapidamente e senza guardare, altri sceglievano un tragitto più lungo al fine di evitare quel luogo. Io non avvertii mai sentimenti di paura, quanto piuttosto di pena, quasi che il dolore di cui era intrisa quella porzione di vicolo si facesse palpabile e divenisse la trama di storie di amori disperati, di speranze infrante e di fallimenti, di rancori mai sopiti e di non placati desideri di vendetta; povera gente, pensavo, mentre diveniva nitida la consapevolezza di come la condizione umana sia sempre drammatica. Da lì, in meno di trecento passi, si arriva al Monastero di Santa Veronica. La Santa mi aspettava chiusa nella teca di vetro, dentro alla piccola cappella sotto la grata ferrea che separa il coro delle monache dalla parte di chiesa riservata ai laici. Era bella anche da morta, col suo corpo esile mummificato avvolto dall’abito religioso delle Clarisse.

Veronica Giuliani è certamente una grande mistica cattolica, proclamata dottore della Chiesa e resa agli onori degli altari da Papa Gregorio XVI nel 1839. Trascorse una vita di intensissima penitenza; stese un diario di migliaia di pagine per 34 anni, in un italiano confuso e sgrammaticato, descrivendo il proprio percorso di unione con Dio e le relative, incredibili esperienze sovrannaturali. Molti passi del diario mettono in luce una relazione col Cristo intrisa di un amore profondo, travolgente, passionale, che in certi tratti sembra avere addirittura una valenza erotica e risvolti sadomasochisti. Nel venerdì santo del 1697 riceve le stigmate e viene indagata dal Sant’Uffizio, da cui subisce ripetute umiliazioni, anche messa alla prova da mortificanti punizioni corporali. Nel 1703 è pienamente assolta e le vengono restituiti i diritti capitolari. Diviene Badessa del monastero di Città di Castello il 5 aprile 1716 e qui morirà, già in odore di santità, il 19 luglio del 1727.

Il mio breve saggio, il cui sottotitolo è Introduzione ad un’analisi realistica della personalità di Veronica Giuliani, la Santa di Città di Castello (Cf. Veronica – Ed. EVA, 2008, prefaz. del Prof. Gianangelo Palo) è prevalentemente finalizzato a indagare se le eccezionali esperienze mistiche di Veronica Giuliani siano il frutto di una personalità schizoide e autolesionista o abbiano una loro dignità ontologica e sovrannaturale. Pongo la domanda, ma mi astengo dal dare una risposta definitiva.

Il volumetto di cui sono il principale autore (due capitoli sono stati scritti da Lucia Barbagallo e da Michela Collina, con prefazione dello psicanalista Gianangelo Palo) non fu ben accolto a Città di Castello. Il metodo d’indagine con cui provai a studiare la personalità della Santa fu quello cosiddetto psicostorico, ideato dallo psicologo e teologo canadese Jean Marc Charon, autore della pregevolissima opera Da Narciso a Gesù: la ricerca dell’identità in Francesco d’Assisi (Ed. Messaggero, Padova 1995), con la quale fonda il metodo. Era prevedibile comunque che un tentativo di intromissione delle discipline psicologiche e cliniche del mondo del sacro fosse mal visto dal bigottismo di certi storici clericali. Di fatto alla presentazione del libro c’era pochissima gente ed alcune persone addentro agli studi veronichiani non mi risparmiarono i loro strali. Inviai qualche copia del saggio alle religiose dei tre monasteri, ma non ricevetti né un ringraziamento, né un commento: col Maligno è meglio non dialogare. Ebbi tuttavia la soddisfazione di trovare citato il mio lavoro nell’enciclopedia multimediale Wikipedia, senza che avessi promosso alcuna azione a tal fine.

Le Clarisse Cappuccine

Il monastero della Clarisse Cappuccine di Città di Castello nacque su un fondo acquistato dalle monache nel 1630. La costruzione dell’intero complesso durò 13 anni. Al tempo in cui Veronica fece domanda come postulante (1677) era tradizione della maggior parte degli Ordini religiosi femminili richiedere alla famiglia della probanda una dote, di solito abbastanza cospicua, da portare in offerta alla comunità.

Questa consuetudine non era applicata nella congregazione delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello, dove il voto di povertà veniva considerato, sia in senso individuale sia collettivo, in maniera radicale. La giornata di una monaca di clausura del XVII secolo non era molto diversa da quella che vive una religiosa di oggi: certo, i rigori della vita claustrale sono stati mitigati soprattutto dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II; in molti conventi sono comparsi il riscaldamento, l’acqua calda, gli elettrodomestici, fin anche gli strumenti informatici, ma le ore di preghiera, le pratiche devozionali e penitenziali, i silenzi, sono rimasti più o meno quelli, retaggio di una tradizione secolare. Ma ciò che non è cambiato e mai cambierà è la strana commistione di santità e debolezza umana, di umiltà e orgoglio, di audacia e viltà, di anelito alla trascendenza e invischiamento nella materialità più meschina, di tenacia psicologica e fragilità, che sempre ho trovato in queste comunità femminili (forse non da meno sono quelle maschili), dove il fervore spirituale si mescola sovente a sentimenti assai meno nobili. D’altra parte convivere per anni e anni nel contesto della vita cenobitica, fianco a fianco, con penuria di stimolazioni esterne, investimento libidico nullo (fosse anche per innocui oggetti di desiderio) costringe a fenomeni di amplificazione della realtà interiore, delle proiezioni, che non di rado aprono l’accesso alla dimensione psicopatologica. Invidie, rancori e dispettucci sono altrettanto frequenti degli slanci d’abnegazione, dei nascosti ed eroici sacrifici, delle notti di fervida preghiera.

 

Monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello.

 

La giornata delle monache di Santa Chiara inizia ben prima delle luci dell’alba con la recita del Mattutino. Seguono le Lodi, l’Ora Terza, poi Sesta e Nona, fino ai Vespri e alla Compieta: con quest’ultima inizia il grande silenzio. Due volte alla settimana, dopo il canto del Vespro le monache Cappuccine si dedicano alle pratiche di mortificazione corporale. Lo strumento penitenziale più in uso è la disciplina, una serie di corde annodate o catenelle metalliche con cui le religiose si percuotono le spalle nude. Spesso indossano anche il cilicio, cintura con punte aguzze che si infliggono nella pelle. Oggi le queste pratiche hanno ormai una valenza simbolica e non arrivano a produrre vere ferite o importate dolore fisico. Veronica Giuliani, invece, con esse si martoriava, si massacrava l’esile corpo, memore della sofferenza patita dal suo amato Sposo Gesù sul Calvario. Come racconta nel diario fu proprio Gesù di Nazareth a proporle di divenire sua sposa in una visione del 1693; lei accetto, aveva 33 anni, come il suo maestro e amante che, come narra la tradizione, alla stessa età salì il patibolo della Croce. Questo amore la divorerà letteralmente per il resto della vita, così ogni penitenza, ogni dolore, ogni sofferenza, ogni silenzio suggelleranno l’unione col suo Cristo-Dio: Deus meus et omnia, recitava di continuo San Francesco, e in questo Tutto si lasciò sprofondare Veronica.

Ancor oggi, affacciandoci nella piccola chiesa dove riposa il corpo della Santa, al numero 21 di Via XI Settembre, un’atmosfera solenne e cupa ci avvolge, mentre il silenzio e la vibrazione di quel luogo vengono a regalarci qualche prezioso momento di lontananza dal frastuono del mondo. Mi sorge la domanda: perché una suora di clausura si fa suora di clausura? Quel silenzio è la risposta.

Mercoledì 15 novembre alle ore 18:00 e alle ore 21:00 il Cinema Teatro Dante di Sansepolcro ospiterà la Premiere mondiale del film “Alla ricerca di Rose” dei registi Lorenzo Lombardi e Nicola Santi Amantini.

L’evento, già sold out nel primo giorno di programmazione, ha visto la necessità di aprire una nuova proiezione il 16 novembre alle ore 21:00, anch’essa esaurita in poche ore. Per questo si replica il 5 dicembre – :, presso il Cinema Teatro Dante di Sansepolcro (AR).

Grande interesse suscitato in Alta Valle del Tevere dalla pellicola made in San Giustino che ha visto coinvolti oltre 60 attori under 10, particolarità che ha giovato un guinness per essere l’unico film al mondo con un cast di soli bambini.

La casa di produzione Whiterose Pictures ha organizzato per l’anteprima, nella quale sono attesi il cast tecnico, artistico e le istituzioni, un particolare Green Carpet con photocall: non il solito tappeto rosso, quindi, ma un tappeto “d’erba” verde (viste le tematiche ambientali che tocca la trama del film), mentre la facciata del Cinema sarà illuminata di verde.

Alla ricerca di Rose che ha richiesto quasi un mese di riprese e ben sette mesi di post-produzione ci condurrà nel 2029 in un mondo distopico (con la possibilità di vedere luoghi della Valtiberina Umbro-Toscana sotto una luce diversa), dove un gruppo di bambini, dopo un evento misterioso, si ritrova a fare i conti con un mondo senza adulti, elettricità e tecnologia, e parte alla ricerca di colei che sembra essere l’unica donna rimasta sulla Terra: “Rose”. I protagonisti della storia, infatti, intraprendono un viaggio alla scoperta di loro stessi, di una natura incontaminata e alla ricerca di una figura materna.

Tanti quindi gli argomenti celati nella pellicola che oltre al rispetto della natura, tratta l’aggregazione giovanile, l’amicizia e la famiglia (quale fulcro importantissimo per il benessere e la crescita del bambino).

I registi Lorenzo Lombardi (“In the market”) e Nicola Santi Amantini (“Non ci indurre in tentazione”) che hanno ideato questa singolare storia raccontano che il film è anche un progetto innovativo, ed è anche forse questo l’ingrediente che ha spinto l’attrice Valentina Lodovini a entrare a far parte del progetto dando voce alla “famosa” Rose del titolo. La troupe principale del film, vede, fra gli altri, anche storici collaboratori dei due registi umbri: Stefano Guerrini (drone operator), Marco Mercati (fonico e sound design), e Carmen Adincu (make-up artist e hair stylist).

Il film è anche la conclusione di un progetto scolastico, iniziato a dicembre 2022 e realizzato nell’ambito del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola promosso da MiC e Ministero dell’Istruzione e che vede l’insegnamento del Cinema a scuola, coadiuvato dal dirigente scolastico Elio Boriosi e dalla referente Loretta Zazzi. Alla ricerca di Rose è patrocinato dall’amministrazione comunale di San Giustino (PG), dal sindaco Paolo Fratini e dall’Assessore alla Cultura Milena Ganganelli Crispoltoni.

 


Il trailer del film

Intervista al regista

La 56ª edizione del Festival delle Nazioni è dedicata all’Italia e si inquadra nel progetto triennale che vede esplorare la cultura musicale di nazioni che lasciarono una eredità culturale e linguistica nei territori conquistati nel periodo coloniale.

 

Fino al 7 settembre a Città di Castello va in scena il Festival, in cui non è solo la musica a regnare. Questa 56esima edizione è dedicata all’Italia e a una sua produzione musicale in parte rimossa nella memoria collettiva, in quanto celebrativa di avventure coloniali che per la loro crudezza stesero un’ombra sulla storia dello Stato italiano.
Anche per questo la produzione musicale, che vide coinvolti tutti i più grandi compositori italiani – tranne pochissime eccezioni – che agirono fra le due guerre, è rimasta finora poco esplorata.
Nel decennio precedente alla Seconda Guerra mondiale furono organizzate numerose manifestazioni e concorsi cui parteciparono sia come compositori che come giurati i più importanti autori italiani: Alfano, Cilea, Zandonai, Pedrollo, Malipiero, Pizzetti, Mascagni ed altri, con musiche per film, brani sinfonici e cameristici dai titoli suggestivi echeggianti immagini e avventure, in realtà poco gloriose, che comunque rimangono interessanti dal punto di vista storico e linguistico.
Vi saranno anche testimonianze musicali e letterarie della resistenza etiope dell’epoca, e un originale concerto di musica reggae di Alborosie, interprete italiano di questo genere musicale, riconosciuto internazionalmente che ci porterà a conoscere la cultura rastafari che si ispira proprio all’eroe della resistenza al colonialismo, Hailé Selassié.
Il secondo filone su cui si dipana la programmazione di quest’anno riguarda invece i giovani interpreti italiani che si stanno affermando a livello nazionale e internazionale, come Alexander Gadjiev (di Gorizia) vincitore del secondo premio al famosissimo Concorso Chopin di Varsavia nel 2021 e il violinista Giuseppe Gibboni (di Salerno) vincitore del Premio Paganini nel 2021. Accanto a loro ascolteremo nuovi talenti, promettenti brillanti carriere, che si esibiranno in un repertorio romantico e tardo romantico italiano ed europeo.

«Luca Signorelli ebbe un rapporto speciale con l’Alto Tevere, a cui ha lasciato alcune delle sue opere più belle e conosciute. Sebbene visse e morì a Cortona, Città di Castello e la Valle del Tevere divennero una seconda casa per l’artista». Così scrive Tom Henry, professore di Storia dell’Arte all’Università di Kent, considerato uno dei maggiori esperti al mondo delle opere del maestro cortonese.

La Pinacoteca di Città di Castello (della quale abbiamo parlato in un precedente articolo) è solo il punto di partenza per scoprire le opere di Luca Signorelli, distribuite tra i diversi borghi dell’Alta Valle del Tevere. Il pittore – tifernate ad honorem – ha lasciato molte tracce del suo passaggio e, nel 2023 in occasione dei 500 anni dalla sua morte, un percorso celebrativo riunisce le undici opere visibili con un unico biglietto (fino a dicembre 2023) grazie all’unione di otto comuni, una diocesi e oltre 20 musei.
La prima tappa alla scoperta della Valle del Signorelli è al Museo diocesano di Città di Castello dove, nel suggestivo salone gotico, è esposta una pregevole tavola di scuola signorelliana datata 1492, che rappresenta la Madonna in trono con Bambino, San Girolamo e il beato Colombini da Siena. Anche nell’ex chiesa di San Giovanni Decollato – sempre a Città di Castello – sono presenti due dipinti attribuiti alla sua scuola. Se ci spostiamo nella frazione di Morra, invece, nel piccolo oratorio di San Crescentino Signorelli realizzò, intorno al 1507, un ciclo di affreschi ispirati al tema della Passione di Cristo; didascalica e commovente trova il suo apice nella rappresentazione delle scene della Flagellazione e della Crocifissione.

 

Pala della Deposizione a Umbertide (Perugia)

 

Il viaggio prosegue a Citerna dove, lungo la parete destra della chiesa museo di San Francesco, è conservato, in una nicchia, l’affresco raffigurante la Vergine con Bambino tra i Santi Michele Arcangelo e Francesco realizzato con largo apporto della bottega: gli angeli si pensa siano dipinti dalla mano dell’artista toscano, poco prima della sua morte. Mentre per la chiesa di Santa Croce di Umbertide, oggi sede del Museo di Santa Croce, Signorelli eseguì nel 1516 la Pala con la Deposizione sull’altare maggiore, eccezionalmente ancora corredata di predella e cornice originali.
Le tracce della sua bottega si trovano anche al Castello Bufalini di San Giustino, dove è conservata una tavola raffigurante la Madonna con Bambino incoronata da due angeli mentre poggia su una nuvola con ai lati i Santi Cristoforo e Sebastiano; e nel Museo Civico di Montone dove influenza signorelliane si manifesta nell’Annunciazione tra i Santi Fedele e Lazzaro e nell’Immacolata tra Profeti e Sibille, riconducibili a due artisti provenienti dalla sua scuola.

 


Peruginosignorelli.it

La Valle del Signorelli

 

«Volevo convincervi che dovete imparare a far sì che ogni azione abbia valore, perché resterete qui per poco tempo: troppo poco, infatti, per essere testimoni di tutte le meraviglie di questo mondo» (Don Juan). 

“Who is Zieger?” è il titolo della mostra antologica dedicata all’artista Bruno Zieger, inaugurata lo scorso 27 maggio nelle sale settecentesche di Palazzo Facchinetti a Città di Castello, che rimarrà allestita fino al 2 luglio. L’esposizione, curata da Lorenzo Fiorucci, è l’occasione per ripercorrerne la storia biografica e artistica – a dieci anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel dicembre 2012 – che troverà compimento nella presentazione del catalogo, a ottobre del 2023. L’evento, patrocinato dal Comune di Città di Castello e in collaborazione con l’Associazione Caratteri dal 1799 ODV, è stato promosso dalla moglie Brunella Tacchini con il supporto di amici e il significativo contributo del comitato artistico costituito da Luca Baldelli, Jos Hachmang, Andrea Lensi, Fabio Mariacci, Elio Mariucci, Alvaro Tacchini e Giampaolo Tomassetti.

 

Bruno Zieger, Who is Zieger?, installation view, Palazzo Facchinetti, Città di Castello. Ph. Enrico Milanesi


Il percorso espositivo si articola in otto sezioni tematiche, nelle quali gli stili e i linguaggi espressivi si alternano in scultura, pittura, collage e installazione facendo emergere la costante, ansiosa e giocosa ricerca d’identità dell’eclettico artista. L’indagine prende avvio dalle vicende biografiche di Zieger, nato nel 1950 a Maracaibo in Venezuela, dal padre Antonio originario di Trento e la madre Eva Parn, estone. La famiglia, però, a causa del lavoro del padre si trasferisce prima a Curaçao, nelle Antille Olandesi, poi a Bangkok, in Thailandia e nel 1963 Bruno, all’età di tredici anni, viene mandato a Montreux, per frequentare un collegio inglese. Incoraggiato dal suo docente George Williams, prosegue poi gli studi artistici presso la Depauw University di Greencastle, in Indiana, e dal 1972 si trasferisce a Città di Castello, dove i genitori avevano acquistato un rudere, in località Spazzavento, e qui si stabilisce fino al 2012, anno della sua prematura scomparsa.
Nella prima sala, Ouverture, l’opera video di Fabio Galeotti Who is Zieger? apre la mostra insieme ai documenti d’archivio e alle opere di piccolo formato, fra le quali Tautologia (1978); proseguendo, in Balance sono presentate le primissime pitture astratto-geometriche di metà anni ’70, gli studi sulla luce e le sculture di profili in ferro. A seguire Me, myself and I, con opere nelle quali il tema dell’autoritratto è indagato con disciplina e forza, insieme a un alfabeto di segni primitivi e ricorrenti. La sala centrale, The last dream, ci conduce in una dimensione onirica dove sono evidenti le influenze Dada – Duchamp, Man Ray e Schwitters – neoplastiche e costruttiviste arrivando a immaginari metafisici e surrealisti che proseguono nelle tre sale successive: Antichair, Unfathomable Mystery e Dialogues and conversations. A chiudere la mostra l’installazione The Good Shepherd, realizzata nel 2009 per la bipersonale olandese Incontro, nella quale espose con l’amico e artista Jos Hachmang.

 

Bruno Zieger, Senza Titolo, 2004. Ph. Enrico Milanesi

 

Bruno Zieger difficilmente può essere collocato in un movimento o in uno stile e il suo costruttivismo ludico, come lo definisce Giuliano Serafini, risente di suggestioni sedimentate; entrare nelle sue opere induce ad abitare, anche fisicamente, una geografia intima nella quale la stagione dell’infanzia è un tempo per interrogarsi sull’identità, il desiderio e l’assenza, poiché forse, dopotutto, la mancanza è ciò che spinge a cercare.
Tornare a leggere oggi il lavoro di Zieger, in una prima retrospettiva antologica, è un passaggio fondamentale per documentare un periodo aureo a Città di Castello; fondamentale il suo contributo come artista e come membro di associazioni artistiche, in particolare Mani d’Opera, di cui fu fondatore e promotore, il Teatro dei 90 e Politheater. La straordinaria partecipazione della cittadinanza durante l’inaugurazione e nelle prime settimane di apertura ha confermato l’urgenza e il desiderio di riscoprire un artista poliedrico, complesso, apolide ma tifernate d’adozione. 

 


“Who is Zieger?”
a cura di Lorenzo Fiorucci
27/05/2023 – 02/07/2023
giovedì-domenica
10:00-13:00 / 17:00-20:00
Palazzo Facchinetti, Corso Vittorio Emanuele, 2, Città di Castello 

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