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Nell’ex Convento San Crispolto a Bettona (sala del Cenacolo) si è tenuto il secondo appuntamento del ciclo di eventi, promosso dal Centro per le pari opportunità e attuazione delle politiche di genere della Regione Umbria, dall’Associazione de I Borghi più Belli d’Italia in Umbria e da AboutUmbria, realizzato grazie al sostegno della Consulta Fondazioni Umbre.

Cristina Galassi, Federica Agabiti, Caterina Grechi, Ugo Mancusi

 

Dopo i saluti del sindaco di Bettona Valerio Bazzoffia, il pomeriggio si è aperto con la conferenza dedicata al tema dell’arte, che ha visto gli interventi dell’avvocato Caterina Grechi – presidentessa del Centro Pari Opportunità della Regione Umbria – di Federica Agabiti – responsabile Segreteria dei Borghi più Belli d’Italia in Umbria – e di Cristina Galassi, storica dell’arte dell’Università degli Studi di Perugia e direttrice della Scuola di specializzazione in beni storico artistici. È stata l’occasione per rimarcare da un lato le difficoltà che, storicamente, le donne hanno avuto a emergere in un settore considerato appannaggio degli uomini, dall’altro per evidenziare come, nonostante questa posizione svantaggiata, il ruolo della donna – come artista o come esperta, responsabile o custode – sia stato prezioso e costante nel tempo, fino ad arrivare al periodo contemporaneo in cui fortunatamente sono sempre più frequenti titoli manageriali della donna nel mondo dell’arte.

Il convegno è stato allietato dalle note di Elisa Mannucci al violino e Marco Pelliccioni al clarinetto, solisti dell’Orchestra da Camera Fiorentina e Umbra.

 

Sfilata del cuore

 

Un intermezzo significativo per il messaggio trasmesso è stato la Sfilata del Cuore organizzata da Laura Cartocci, presidentessa dell’associazione no profit Un’idea per la vita Onlus, nata per promuovere l’importanza della prevenzione nelle malattie oncologiche femminili e per supportare le malate in un particolare momento della loro vita.

 

 

Il coordinamento del convegno è stato curato da Ugo Mancusi, direttore marketing di AboutUmbria. La giornata si è conclusa con la degustazione di prodotti tipici a cura della Pro Loco Bettona e del brand Bettona produce eccellenze.

Il prossimo appuntamento è previsto a Paciano il 12 maggio, dove si affronterà il tema della sostenibilità.

Ieri, presso l’Aula Magna dell’Istituto Professionale Alberghiero di Assisi, si è svolta la tavola rotonda promossa dall’Associazione Culturale di Promozione Enogastronomica e del Turismo Lento Umbriamoci aps, volta a presentare il Festival della Cucina Umbra, dei Borghi più Belli d’Italia e dei Maestri Artigiani 4.0, nonché a discutere dell’individuazione dei piatti identitari della cucina umbra.

In un contesto in cui la Regione Umbria ha messo in campo tante energie per emergere e ottenere riconoscimenti oltre i confini nazionali e internazionali, è diventato cruciale identificare i piatti che meglio rappresentano l’identità culinaria umbra. A tal fine, è stato coinvolto l’intero spettro dell’offerta enogastronomica umbra, comprese istituzioni come il Comune di Assisi, la Regione, le associazioni di categoria Coldiretti e Cia, il Consorzio del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale, l’Associazione dei Borghi più Belli d’Italia in Umbria, l’Associazione di Categoria CNA, l’Unione Regionale Cuochi, importanti chef come Giulio Gigli e Paolo Trippini, nonché istituti alberghieri e l’Università dei Sapori.

 

 

Durante l’incontro è stata avanzata l’idea di coinvolgere la birra artigianale umbra nella selezione delle prelibatezze locali, con la possibilità, avanzata dall’Associazione Umbriamoci e rilanciata alla Prof.ssa Ombretta Marconi – direttrice del CERB Perugia – di ottenere una birra IGP in collaborazione con birrifici artigianali.

Le parole di plauso e sostegno hanno caratterizzato gli interventi di tutti i partecipanti, i quali hanno sottolineato la difficoltà e la complessità di raggiungere una sintesi che unisca ciò che finora è stato diviso. Tuttavia, c’è stata una generale disponibilità ad accogliere la sfida culturale di definire la cornice entro cui presentare la cucina umbra.

A chiudere la tavola totonda, gli interventi dei giornalisti Lorenza Vitali e Luigi Cremona hanno confermato l’entusiasmo e l’interesse per l’iniziativa, sottolineando l’importanza di unire le forze per promuovere e preservare l’identità gastronomica umbra e in particolari i prodotti territoriali. Luigi Cremona ha speso parole di elogio verso l’iniziativa che mette insieme cucina, borghi e artigianato la cui linea di congiunzione è il fatto a mano (handmade).

 

 

Al centro della discussione la ricerca dei piatti identitari dell’Umbria: in un’ottica di coinvolgimento e partecipazione attiva, è stata presentata una bozza iniziale di piatti tipici, chiedendo a tutti i partecipanti di esprimere il proprio parere.

Un sondaggio online è stato avviato e rimarrà aperto fino a settembre 2024, allo scopo di raccogliere opinioni e preferenze sulla selezione dei piatti, determinando quali meritino di essere inclusi e quali, al contrario, debbano essere esclusi perché non rappresentativi dell’intera regione. Il Presidente dell’Associazione, il Prof. Aldo Giuseppe Geraci, ha espresso gratitudine a tutti gli ospiti e li ha invitati a gustare una magnifica colazione di lavoro preparata dagli studenti dell’Istituto Professionale Alberghiero di Assisi. Nel suo ringraziamento, il Prof. Geraci ha anticipato l’apertura di tavoli tecnici tra operatori del settore, al fine di approfondire i singoli temi trattati durante l’incontro.

 

 

Sono intervenuti:

Stefania Proietti (Sindaco Comune di Assisi) – Bianca Maria Tagliaferri (DS Istituto Alberghiero Assisi); Fabrizio Leggio (Assessore al turismo Comune di Assisi); Antonella Tiranti (Dirigente Servizio Turismo Regione Umbria); Angela Terenzi (Responsabile sezione innovazione, ricerca, promozione e sostegno alla cooperazione Regione Umbria); Dominga Cotarella (Vice-presidente Coldiretti Umbria); Fiorello Primi (Presidente Nazionale Borghi più belli d’Italia); Francesco Fiorelli (Presidente UNPLI Umbria); Michele Carloni (Presidente CNA Umbria); Luca Peppoloni (L’Officina Spello); Tiziana Borsellini (Presidente Accademia Ricamo Punto Assisi); Giorgio Mencaroni (Presidente Confcommercio Umbria); Simone Fittuccia (Presidente federalberghi Umbria); Maria Giovanna Gagliardi (Vice Presidente Associazione Umbriamoci aps); Anna Chiacchierini (Presidente Coldiretti Perugia); Elena Tortoioli (Presidente Terranostra Umbria); Marta Cotarella (Direttrice e cofounder di Intrecci, Accademia di Alta Formazione di Sala); Matteo Bartolini (Presidente CIA UMBRIA); Monica Petronio (Presidente Slow Food Umbria); Gianna Fanfano (presidente Unione Regionale Cuochi Umbri (URCU), Giancarlo Passari (Presidente DSE-FIC Umbria); Andrea Petrini (Direttore Consorzio tutela Vitellone Bianco Appennino Centrale); Giulio Gigli (chef stellato ristorante UNE Capodacqua di Foligno); Paolo Trippini (Chef); Ds/delegati (Istituti Alberghieri Umbria: ASSISI-SPOLETO-CITTA’ DI CASTELLO- TERNI-ORVIETO); Giorgio Bistarelli (Università dei Sapori Perugia); Pietro Marchi (Presidente AIS UMBRIA); Mastro birraio Enrico Scagnoli (Universo Flea); Mastro birraio Michele Sensidoni (Mastri Birrai Umbri); chef Mario Lopez e mastro Birraio Giovanni Rodolfo (Birrificio San Biagio); Ombretta Marconi (Direttrice CERB Umbria) – Paolo Morbidoni (Presidente Associazione “Strada dell’Olio EVO dop Umbria” e “Strade del vino”); Lorenza Vitali (WITALY MAGazine); Luigi Cremona (Touring Club).

«Non rinneghiamo mai il nostro dialetto. Chi rinnega il proprio dialetto, ha rinnegato la terra che lo ha generato, ha rinnegato le proprie radici culturali». Emanuele Marcuccio.

Il vernacolo di Todi – come gli altri nel resto dell’Umbria – è sostanzialmente una parlata italiana con delle varianti lessicali e con degli innesti di parole dialettali. È frutto dello sviluppo del volgare locale del XIII e del XIV secolo: il primo vocabolario dialettale todino fu redatto dalla complessa collezione laudistica di Jacopone Da Todi. In primis, va fatta una distinzione tra il parlato all’interno delle mura cittadine e quello fuori, più di tradizione contadina. Ci sono termini che cambiano o il cui utilizzo nel centro città è scarso. Alcuni esempi sono i verbi: andare, che in campagna diventa jire, hanno è ònno, poi troviamo stònno (stanno), staronno (staranno), ajjo (ho), vajjo (vado), ago (ho), dago (do), pòzzo (posso), emmara (ero), saria (sarà).
«Alcune di queste parole – soprattutto tempo addietro – individuavano la provenienza di un todino: campagna, periferia o città. Termini che, spesso tra una zona e un’altra, non erano nemmeno capiti. Particolarità della periferia è anche l’utilizzo della terza persona del condizionale a sostituzione della prima: piglierebbe st’orologio e lo butterebbe via; che farebbe... Poi, mi vengono in mente alcune parole molto più comuni che in molti ancora pronunciano: trattoro (imbuto), mijole (le molle per il focolare) o alzagnolo (mattarello). Però il dialetto più stretto è stato da sempre una prerogativa della campagna circostante» spiega il professor Manfredo Retti.

 

Piazza del Popolo, Todi

Piccolo vocabolario todino

Il viaggio alla scoperta del vernacolo di Todi passa anche per scutrignare (sculettare, darsi delle arie); potto o pottarello (ragazzo o ragazzino); bardascio o bardascetto (ragazzo in campagna), ggioèndù (gioventù), lue/lia (lui/lei), bbiribbiri (merenda), nguattarèlla (nascondino); ubbiedi (bietola): cojjemo ll’ubbieti pe ccòce o focore (vampata di calore) ed empizzà (riempire il ventre mangiando a crepapelle, eh che mbizzi!). C’è poi la bboccata (schiaffo sulla bocca): si n d’azzitti te vò a rrifilà na bboccata; la malentràmpica (una persona che cammina con difficoltà); la vècchja malentràmpica e si può stare a panzacalla (a riposo): tuqquì a ppanzacalla nun ci sta niciuno. Al contrario diventa ingundràrio (mettese r vestito all’ingundràrio), tra/all’incirca è icche e òcche, mentre destora è a quest’ora (s’ha d’arvinì destora?) e jjù è giù.

 

Antica meteorologia

La saggezza popolare passa anche attraverso i proverbi, soprattutto quelli legati alle previsioni meteo; dopotutto in campagna, nel secolo scorso, il sole e la pioggia stabilivano l’andamento del raccolto. Per questo troviamo: Quanno la mondagna mette ‘l cappello, nun guardà ‘l sole ma metti ‘l mandéllo (Quando le montagne mostrano la neve, non dar retta ai brevi periodi di sole e tieni il mantello); Levande, se nun piòe è ‘n gran bbirbande (Con il vento al levante dovrebbe piovere); Se piòe e ‘l sole ‘nzacca, la domenica fa l’acqua. Se piòe e ’nzacca ‘l sole nun è sabito che piòe (Se piove e il sole sparisce dietro le nuvole è segno che pioverà anche domenica. Se piove e il sole sparisce dietro le nuvole, sabato non arriverà senza pioggia). I più pettegoli diranno invece: la lengua non c’ha l’òsso, ma roppe ‘l dòsso (la parola non è un’arma che ferisce fisicamente, ma può far morire). «Un modo di dire molto tipico di Todi è M’hanno voluto dì che (quando si racconta qualcosa di cui non è sicuri), mentre ricordo ancora mia nonna che la sera pregava, ma per sveltirsi diceva: Amen e buonanotte Gesù che l’olio è caro» racconta il professor Retti.

 


Le puntate precedenti

Perugino
Eugubino
Castellano
Folignate
Spoletino
Ternano
Orvietano

Pievese

Gualdese

Il Comune l’aveva promesso nel 2021 e adesso è pronto. Todi gode di un nuovo ponte e di parco di qua e di là del Tevere, che va da Ponte Rio a Pian San Martino.

Il ponte si trova nella zona del centro commerciale, dove hanno creato un’area verde con l’area giochi per bambini e dove si può passeggiare con i cani e anche percorrere la sponda sinistra del Tevere. Ma la cosa più importante è il ponte Bailey – abbandonato per anni, semidistrutto e sepolto dalla vegetazione – è stato ripulito, ripristinato e inaugurato a dicembre 2023. Quando scende la sera è molto suggestivo. Una bella illuminazione a raso illumina il piano di calpestio mentre, altre luci illuminano le parti superiori e le due torri alle estremità.

Il ponte di Todi

La sua storia

Riepilogo rapidamente la storia di questo ponte, che come il ponte Morandi è dotato di cognome. Quando, durante la Seconda Guerra Mondiale, i tedeschi in ritirata hanno fatto saltare i ponti, gli alleati velocemente li hanno sostituiti con ponti metallici inventati dall’inglese Donald Bailey. Erano fatti da moduli metallici che si assemblavano rapidamente e sopportavano il passaggio dei carrarmati Sherman. Finita la guerra i ponti fatti saltare vennero ricostruiti velocemente e i Bailey furono trasferiti dove potevano ancora servire. Questo qui arrivò a Todi dalla Toscana nel 1954. Fino ad allora per andare da Pian San Martino e Ponte Rio ci voleva la barca di Giovanni. Con la costruzione del ponte, il traghettatore Giovanni perse il lavoro, ma le macchine finalmente poterono passare il fiume. Comunque il ponte subì delle modifiche rispetto all’originale: è l’unico nel suo genere perché è sostenuto anche da robuste funi laterali che, con le torri alle estremità, ne fanno un piccolo ponte di Brooklyn.

La sua nuova vita

La sua nuova vita lo ha trasformato in un luogo ciclopedonale e ha aperto uno spazio verde notevole per i tuderti e la grande comunità turistica che vive e che transita nella zona. Le opportunità sono legate soprattutto al cicloturismo, che partendo da qui conduce ovunque. Da qui iniziano infatti le piste per raggiungere le rapide del Furioso con due percorsi: uno blu, antiorario e di 16 km che segue la sponda destra del Tevere e uno più lungo, segnato in giallo, che va in senso orario per 30 km: il tratto è lungo ma, a metà percorso, si può fare una sosta a Doglio, grazioso paesino con un bel castello.

Il sentiero

Sempre partendo dal ponte si può girare la bici verso Sud e collegarsi alla pista Amerina che unisce Todi ad Amelia: sono 100 km, andata e ritorno, fortemente voluti dai due comuni e dagli sportivi delle due ruote. Se invece si decide di andare a Nord, si raggiunge il tracciato della Media Valle Tour, che tocca 10 comuni e si snoda per 260 km. La ciclabile che inizia sul piccolo ponte Bailey prima attraversa l’Umbria poi si collega con la ciclabile nazionale e poi, volendo, anche con quella europea che arriva in Svezia e Finlandia.

Le ciclabili sono tutte pronte, percorribili e ben segnate e accessibili anche ai disabili. Naturalmente i percorsi che si fanno in bici si possano fare anche a piedi o a cavallo. Io ho percorso a piedi un tratto del circuito blu, di giorno feriale e verso le 12. Ho incontrato tanta gente: mamme con i passeggini, chi faceva jogging, chi passeggiava come me, ho visto le tracce del passaggio dei cavalli, ho incontrato una signora inglese con il suo cane. Il tratto che ho percorso è piano e qui e là ci sono delle panchine per riposarsi, ma la cosa che più mi è piaciuta e stata la pace e il contatto con la natura. Le macchine sono lontane e ho sentito solo il rumore del Tevere e delle piccole rapide in quel punto. Tutte queste piste, che assommano a 400 km, sono state tracciate da Walter Nilo Ciucci, presidente dell’associazione Uncover Umbria, con l’accordo di tutti i comuni. Comunque gli organizzatori di un simile lavoro hanno un sogno. Alla fine del 2024 verrà ripristinato il treno che collega Terni a Sansepolcro, che è fuori servizio da molti anni, e la ciclabile della Media Valle Tour lo incrocia in più punti.

Gli organizzatori delle ciclabili vorrebbero che ci fossero istituite anche delle carrozze per i ciclisti, come succede in Austria, a San Candido vicino al confine con l’Austria, e in molti altri Paesi europei. Quei treni che incrociano le piste ciclabili hanno delle carrozze dedicate solo alle biciclette, che vengono caricate, agganciate e bloccate. Ormai il ciclismo è diventato uno sport praticato da milioni di persone, che trascorrono qualche ora o qualche giorno sul sellino. Quindi è un nuovo turismo che va seguito e curato, per essere al passo con i tempi e mi sembra che Todi e gli altri comuni facciano tutto il possibile.

Evento di presentazione, lunedì 29 aprile alle ore 10.

Lunedi 29 aprile 2024 alle ore 10:00, nell’aula magna dell’Istituto Professionale Alberghiero Assisi, sede di Santa Maria degli Angeli (PG), l’associazione culturale di promozione enogastronomica e del turismo lento Umbriamoci aps organizza una tavola rotonda per presentare, insieme al Comune di Assisi e con il patrocinio della Regione Umbria, la prima edizione del Festival della Cucina Umbra, dei Borghi più Belli e dei Maestri Artigiani 4.0 che si terrà dal 3 al 6 aprile 2025 nella piazza e vie principali di Santa Maria degli Angeli Comune di Assisi.

 

 

Con il supporto di tanti soggetti partner e sostenitori, pubblici e privati, l’Associazione intende raccontare e mettere in vetrina l’Umbria sotto tre diversi aspetti:

  • i suoi piatti più significativi che, valorizzando l’identità territoriale, possano esprimere la variegata, originale e unica ricchezza gastronomica,
  • i suoi borghi più belli capaci di offrire, accanto alle perle del turismo conosciute in tutto il mondo, una dimensione più intima ed emozionale;
  • i maestri artigiani le cui arti – dalla ceramica al legno, dal ferro alla tessitura e dal ricamo a mano all’oreficeria – affondano le origini in un lontano passato, ma che ancora oggi rappresentano un giacimento di ricchezza anche lavorativa da valorizzare e rilanciare.

 

All’interno del festival si prevedono seminari, convegni e workshop per favorire il dialogo tra i principali protagonisti dell’offerta enogastronomica e turistico-ricettiva della regione Umbria per tracciare un bilancio e aprire prospettive, evidenziando eccellenze e correggendo criticità.

Il tema di discussione della Tavola Rotonda sarà I piatti territoriali e iconici della cucina umbra. Strategie per svelarli e promuoverli in regione, in Italia e oltre i confini nazionali.

«Il festival della cucina umbra» afferma Aldo Giuseppe Geraci, presidente dell’Associazione Umbriamoci «deve da subito affrontare una sfida: la cucina umbra fatica a emergere e a posizionarsi nella cucina nazionale e internazionale con piatti riconosciuti e riconoscibili, per quanto il 2023 abbia segnato successi incredibili confermando e conquistando importantissimi riconoscimenti con i nostri chef stellati (ben 6 in Umbria), che continuano a stupirci e riempirci di sincero orgoglio. Il nostro obiettivo è riunire attorno a un tavolo i principali protagonisti dell’offerta ristorativa umbra affinché dalla loro competenza, sensibilità e cultura possano emergere i “piatti identitari” capaci di caratterizzare l’intera Regione e non solamente le sue microzone.»

“Forse cancelleremo il Medioevo…ma non quello di Bevagna”. (Massimo Montanari – 2003)

È indubbio il valore storico – culturale del Mercato delle Gaite che ha permesso al nostro paese di uscire dai confini angusti della sua realtà territoriale, per aprirsi alla notorietà, che gli deriva da questa manifestazione che affonda le sue radici nella storia delle antiche tradizioni, come recupero di un passato che torna ad essere presente.

Una volta l’anno Bevagna si sveglia e lo fa con questa manifestazione il cui successo crescente ha posto fine al suo torpore secolare. Quando si è deciso di realizzare un progetto culturale di ampio respiro, che contribuisse alla riscoperta del nostro passato, ci si è ispirati, non già alla lontana epoca romana, di cui ancor oggi Bevagna mostra bellissime testimonianze, bensì all’età medievale, in quanto la sua struttura architettonica, i suoi vicoli stretti e bui, le sue cori e la stessa piazza con i suoi mirabili esempi di arte romanica e gotica, costituivano sicuramente lo sfondo ideale in cui far rivivere una pagina di storia cittadina. Quarant’anni fa l’idea sembrava un po’ moscia e un azzardo: fare a Bevagna un mercato medievale quando tutto intorno, l’Umbria celebrava tornei virali, quintane bellicose, giostre furenti, forzate corse dei Ceri. Nessuno all’epoca avrebbe scommesso un soldo bucato su una festa senza cavalli né sbandieratori, senza tamburini né strepitio di armature. Paradossalmente, invece, ha trionfato proprio il fatto che c’è una giusta eccitazione e concitazione delle gare, che non ci sia nulla da vedere e al tempo stesso si possa vedere tutto. Lo spunto del Mercato è stato trovato sulle pagine dei Libri Statutorum Antique Terre Mevanee, i vecchi Statuti, che elencavano, organizzavano e, dividevano la città in quattro gaite o guardie o porte e ne descrivevano la vita politica e commerciale. Per esempio: il podestà, una volta giunto a Bevagna per esercitare il suo mandato, doveva recarsi nella chiesa di S. Vincenzo e offrire un palio di seta del valore stimato di dieci libbre di denaro, doveva giurare nella piazza del comune di governare in buona fede e senza inganno per tutto il tempo del suo mandato, doveva portare con sé due notai e un giudice e infine doveva eleggere due notai per le cause civili e un notaio ai danni dati.

Chi voleva vendere il vino doveva avere il pititto, la mezzetta, la foglietta e le misure sigillate con il sigillo del comune; le panettiere dovevano avere un disco sul quale deporre il canestro con il pane, una tovaglia bianca e anche una bacchetta e nessuno deve toccare il pane con la mano, ma con la bacchetta; le pizzicarole o coloro che vendevano erba o frutta dovevano avere un disco sul quale appoggiare il canestro con le erbe e la frutta e non dovevano avere la rocca alla cintura né filare con essa, né tenere un bambino in braccio; i macellai non dovevano – nei mesi di maggio, giugno, luglio e agosto – vendere scrofe, pecore, becchi o castrati, pena quattro libbre per ogni infrazione; nei mulini del Comune doveva esserci un coppolo di metallo regolato in modo tale che la raseria del comune tenesse trenta coppoli e, inoltre, dovevano esserci due mezzenghi e un quartengo; la canapa si poteva vendere solo da Porta Giuntula fino alla Porta S. Vincenzo, il compenso delle tessitrici dei panni canapati era di tre soldi per sei nodi e otto soldi per quindici nodi.

 

Mercato delle Gaite

 

Quarant’anni fa le Gaite si misero d’accordo e, anziché fare i turni di guardia si divisero gli incarichi: ognuna avrebbe ricostruito due antichi mestieri, secondo tecniche, materiali e strumenti dell’epoca, gli artigiani avrebbero venduto sui banchi e per strada i loro manufatti, un palio avrebbe premiato la Gaita più brava, in quanto attese terne di giudici avrebbero assegnato i punti del palio su quattro gare in giorni diversi: tiro con l’arco, gastronomia, mestieri e mercato. Il successo deriva dall’incredibile cura che le gaite mettono negli allestimenti, copiati da disegni d’epoca, attrezzi rifatti, strumenti ricostruiti, tecniche di lavorazione ripescate negli statuti. Nei fondachi e nelle botteghe di Bevagna, il setaiolo torce i fili di seta con una macchina a trazione umana, il cartaio batte gli stracci, i ceraioli fabbricano candele colando su uno stoppino uno strato dopo l’altro di bollente cera d’api, lo zecchiere fonde metalli e ne fa monete.

La gara di tiro con l’arco ha fatto nascere un gruppo locale di sportivi che, oltre a partecipare a varie rievocazioni storiche, gareggiano nei campionati italiani ed europei con ottimi risultati. La competizione per il miglior piatto medievale ha affinato il palato del bevanati e fatto nascere tanti appassionati di cucina medievale, facendone degli esperti. La ricostruzione degli antichi mestieri ha fatto nascere abilissimi artigiani. Infine la ricostruzione della vita medievale ha suscitato una passione per la musica di quel periodo sfociata nella formazione di alcuni gruppi musicali e così per la danza.

Il mercato, della domenica conclusiva della festa, è il momento più significativo di tutta la manifestazione. Bevagna si sveglia, rinnovata eppure antichissima, trasformata in tutti i suoi vicoli, animata da autentici popolani d’epoca. Banchi e bancarelle dappertutto, botteghe artigiane riaperte quasi per incanto; angoli e scorci silenziosi e vuoti per tutto l’anno diventano teatro privilegiato di scene di vita quotidiana. Da quarant’anni, negli ultimi dieci giorni di giugno, Bevagna si trasforma in un museo vivente, itinerario archeologico ed economico, qualificandosi per un lavoro di seria ricerca storica.

 

 

Nel Medioevo quattro è considerato un numero perno e risolutore.

QUATTRO le gaite

QUATTRO le gare: mercato, mestieri, gastronomica, tiro con l’arco.

QUATTRO i mercati

QUATTRO x 2 i mestieri

QUATTRO i piatti gara

QUATTRO gli elementi che la scienza medievale aveva ereditato dall’antichità: terra, acqua, aria, fuoco. Afferma Empedocle: “conosci innanzitutto la quadruplice radice di tutte le cose: Zeus è il fuoco luminoso, Era la madre della vita, e poi Idoneo, Nesti infine, alle cui sorgenti i mortali bevono “.

QUATTRO le qualità: caldo, freddo, secco, umido.

QUATTRO gli umori: bile gialla, sangue, flegma, bile nera

QUATTRO i temperamenti: melanconico, collerico, sanguigno, flemmatico.

QUATTRO i momenti del giorno: mattino, mezzogiorno, sera, notte.

QUATTRO le stagioni dell’anno: primavera, estate, autunno, inverno.

QUATTRO le stagioni della vita: infanzia, giovinezza, maturità, senescenza.

 

 

Il successo crescente ha poi ampliato gli orizzonti, nel tempo e nell’articolazione di un calendario sempre più ricco. È nata così la Primavera Medievale e cioè il risvolto teorico e culturale della festa e anteprima della rievocazione di giugno. L’evento si terrà dal 24 al 28 aprile. Le gaite riapriranno le loro taverne dove gli avventori potranno gustare saporiti piatti medievali,  i buoni colori del medioevo e ricette che sono, nella maggior parte dei casi, quelle di oggi, appena mascherate da un ingrediente insolito o da un nome curioso, ma ben riconoscibili, così da suggerire un viaggio nel passato, che non li porterà troppo distanti da casa; riapriranno le loro antiche botteghe dove i visitatori, attraverso un’attività laboratoriale, potranno diventare, per un giorno, setaioli, ceraioli, cartai e dipintori.

Ad arricchire l’evento ci saranno una mostra fotografica dal titolo Le immagini di un sogno. Il Mercato delle Gaite nelle foto, la presentazione di libri con la presenza degli autori, conferenze con a tema medichesse e streghe, sacerdotesse e maghe, mistiche e seduttrici con storici e medievisti di spessore elevato. Infine, giullari e musici animeranno le vie del borgo.

 


Ecco il Medioevo, buon viaggio.

https://www.facebook.com/mercatodellegaite

 

Ilana Efrati: “La natura è un sistema meraviglioso che non riconosce i confini umani”.

Cicli vitali è il tema della nuova mostra dell’artista Ilana Efrati, che si inaugura a Perugia il prossimo 24 aprile alla Domus Pauperum. L’esposizione sarà visibile fino al 19 maggio. In mostra 12 opere come i mesi dell’anno: dipinti che sono una sintesi tra creatività e mano della natura. Una mostra immersiva che conduce dentro i colori e le luci del bosco.

 

 

Ilana Efrati è una stilista affermata e nel 2005 apre uno studio in Umbria andando a vivere in un casale antico in campagna.  In mostra ci sono tessuti grezzi che ancora devono subire il lavaggio e le tinture chimiche per poi essere trasformati in abiti. Queste stoffe di una storica azienda di Biella diventano tele su cui la Efrati posiziona la vegetazione che raccoglie nel bosco adiacente la sua casa. Crea con la natura un percorso artistico seguito anche nella moda quando era più forte il legame con l’arte e l’artigianato e meno con gli affari.

Oggi è prevalente l’aspetto industriale tanto da essere la terza fonte di degrado delle risorse idriche e del suolo. Per fare dei numeri in Europa nel 2020 in media sono stati utilizzati nove metri cubi di acqua, 400 metri quadrati di terreno e 391 chilogrammi di materie prime per fornire abiti e scarpe per ogni cittadino dell’UE.

 

 

La ricerca artistica di Ilana Efrati, invece, mette al centro della sua opera il rapporto con la natura: produrre senza consumare risorse. “Lavorare su queste opere è simile al mio lavoro in giardino, inizia con una certa pianificazione e poi dipende dalle condizioni della natura” dice la Efrati. I disegni delle creazioni esposte corrispondono con i ricordi dei teli Suzani i cui motivi decorativi circolari vegetali riannodano la creatività di Ilana con le origini di Samarcanda della madre. “L’immersione quotidiana nel bosco raffina le idee creative. La natura è un sistema meraviglioso che non riconosce i confini umani” spiega Ilana Efrati.

Francesca Hansstein insegna corsi di marketing internazionale e sustainable business presso università e istituti di alta formazione italiani e stranieri. Si occupa inoltre di ricerche di mercato ed è co-fondatrice di Le Palette, un progetto che offre consulenza strategica ad aziende italiane e straniere che vogliono espandere il loro raggio d’azione in altri mercati. 

Nel libro Comportamenti di consumo in Cina- Nuove sfide e opportunità per le aziende italiane che operano nel settore B2C, edito da McGraw-Hill Education e pubblicato nel novembre 2023, Francesca fa tesoro dei dieci anni che ha trascorso in Cina per raccontare le evoluzioni che ci sono state nei gusti e nei comportamenti di acquisto dei cittadini cinesi residenti in aree urbane, esplorando come gli eventi recenti abbiano profondamente influenzato i valori, le preferenze e le aspettative dei consumatori. Ho colto l’occasione per capire come si colloca la nostra regione in questo contesto, specie dal punto di vista turistico poiché, dopo un 2023 estremamente positivo dal punto di vista turistico – parliamo infatti di 7 milioni di presenze e oltre 2,6 milioni di arrivi – l’Umbria si conferma come una realtà di grande appeal, sia a livello nazionale sia internazionale. Aprirsi verso mercati nuovi, affrontando una serie di problematiche derivanti dalla pandemia, dalle guerre, il problema della sicurezza informatica, della sostenibilità ambientale e così via, costituisce la vera sfida, ma anche, se vogliamo, un’opportunità che la nostra regione e in generale la nostra penisola italiana dovrà cogliere per giocare un ruolo fondamentale nei prossimi sviluppi del panorama internazionale. E una delle realtà più interessanti è proprio quella cinese. 

 

Francesca Hansstein

 

Allora, Francesca, per prima cosa, che cosa ti ha spinta a scrivere questo libro? 

Ti ringrazio, Eleonora, per questa intervista. Cosa mi ha spinto a scrivere questo libro? Due ragioni principali. La prima è di natura personale. Ho trascorso quasi dieci anni in Cina, lavorando presso università cinesi e internazionali tra Shanghai e Suzhou. Entrambe sono città considerate first tier, ovvero molto sviluppate e piuttosto benestanti. Ho avuto modo di osservare direttamente l’evoluzione dei comportamenti dei consumatori moderni in varie fasce di età. In qualità di docente, ho studiato da vicino i giovani cinesi e il loro modo di essere ed esprimersi attraverso le scelte d’acquisto. Dopo la pandemia Covid, mi sono stabilizzata in Umbria con la mia famiglia, e qui ho portato con me tutti questi ricordi di ricerca vissuta. Avvolta in questa speciale tranquillità, mi sono spesso trovata a ripercorrere nella mia mente il periodo di vita cinese e le esperienze che esso ha portato con sé. Qui ho deciso di scrivere questo libro, mettendo nero su bianco quelle che, secondo me, sono le dinamiche più interessanti dei comportamenti di consumo di questo grande e complesso Paese. La seconda motivazione è invece legata a un desiderio di informare. Mi sono resa conto che l’immagine della comunità cinese in Italia, specialmente in contesti meno urbani come quello umbro, può essere piuttosto distante dalla realtà dei cinesi che vivono nelle metropoli moderne come Shanghai. Ho deciso quindi di scrivere questo libro anche con il desiderio di raccontare le sfaccettature della Cina da una prospettiva diversa. 

 

Puoi parlarci della metodologia che hai scelto per elaborare i dati? 

Il libro riporta sia dati qualitativi sia quantitativi: la maggior parte di esso si basa su dati secondari, cioè dati non raccolti direttamente da me, ma da altre fonti di diversa natura come, per esempio, quelle accademiche, o report di istituzioni italiane o europee operanti sul territorio, tra cui ad esempio l’Istituto del Commercio Estero. Ho arricchito poi il manoscritto con dei dati primari raccolti con l’aiuto dei miei studenti e dei casi studio aziendali.  

 

 

Com’è organizzato? 

Il libro si compone di sette capitoli. Il primo è introduttivo e descrive l’evoluzione del contesto socioeconomico e politico degli ultimi anni. Lo scopo è trasportare il lettore nel contesto cinese. Gli altri capitoli sono dedicati ciascuno a un tema specifico nel settore dei consumi, quindi cibo, moda – con particolare attenzione alla moda di lusso – cosmetica, casa e arredamento, e tempo libero. Nel capitolo conclusivo del libro, delineo una serie di strategie operative per le aziende interessate a entrare nel mercato cinese. Offro consigli pratici su come muovere i primi passi nel mercato cinese. Il libro è inoltre arricchito dal contributo di esperti di comunicazione. In particolare, Graziana Maellaro e Federica Caiazzo hanno approfondito alcune tematiche della moda di lusso, mentre Lucia Gentili, racconta una sua testimonianza nel capitolo finale. 

 

Perché ti sei focalizzata proprio su questi argomenti? 

Anche qui per due motivi principali: il primo perché sono dei settori in cui osserviamo i cambiamenti più interessanti e strettamente legati allo sviluppo tecnologico. Sono quelli che stanno cambiando a grande velocità e che offrono anche spunti di riflessione e opportunità di crescita. In secondo luogo, questi argomenti sono chiave per l’export italiano. Se fino a circa una decina di anni fa i consumatori cinesi percepivano i marchi occidentali come aventi una qualità e una sicurezza superiori, negli ultimi anni tendono invece a premiare i marchi domestici. Essendo questi ultimi sempre più sofisticati e qualitativamente avanzati, il panorama competitivo è oggi molto più articolato per le aziende straniere.  Tutti i brand che vogliono entrare nel mercato cinese devono saper comunicare con il consumatore finale e non è più così facile avere successo rispetto a qualche anno fa. Per questo nel libro ho deciso di focalizzarmi proprio su quei settori che, a mio avviso, in base alle ricerche condotte e a quanto ho avuto modo di osservare in maniera diretta, sono più promettenti per le aziende italiane. 

 

 

Questi aspetti si ritrovano in un concetto che smentisce molti stereotipi o aggiorna un po’ l’immagine che noi occidentali abbiamo dei cinesi. L’argomento a cui faccio riferimento è il grande sforzo – anche in termini di comunicazione e strategie di marketing – di coniugare il passato e il presente. Puoi spiegarci di cosa si tratta e perché è così importante per chi si approccia al mercato cinese tenerlo in considerazione? 

I cinesi oggi nei prodotti cercano un mix tra innovazione e tradizione. Il prodotto deve essere innovativo e offrire qualcosa in più in termini di valore aggiunto. Quest’ultimo deve essere immediatamente identificabile dal consumatore, quindi comunicato con semplicità. Pur essendo vero dappertutto, per il mercato cinese è ancora più essenziale a causa della grande competizione che lo caratterizza. I brand, specialmente quelli internazionali, devono però anche dimostrare di saper agganciare in modo strategico ed effettivo la cultura locale. Oggi molti includono elementi guochao, che letteralmente significa onda nazionale. Pertanto, ribadisco, è importante creare un legame con il sentire cinese, sia da un punto di vista di crafting del prodotto stesso, sia per la costruzione dello storytelling. Pur essendo una sfida difficile, grazie all’aiuto dei tanti consulenti o delle agenzie di ricerca che operano in loco e aiutano a creare ponti culturali, queste sfide si possono oggi affrontare con una buona conoscenza e strategia. Un esempio recentissimo è la campagna di Valentino lanciata in occasione del Capodanno cinese, citato nella newsletter Moda in China di Federica Caiazzo. Il Capodanno cinese rappresenta un momento di grande festa e ricongiungimento familiare ed è la celebrazione più importante dell’anno. Per dare il benvenuto all’anno del Drago, Valentino ha creato dei video in cui non si parla né di abiti né di moda di lusso. I video si focalizzano sulla creazione di un legame con il colore rosso, simbolicamente molto importante per questa festività e chiaramente anche per la casa di moda. Un colore che, per esempio, racconta le tradizioni come quella dei ravioli rossi che vengono fatti a Quanzhou, specialità che richiama la semplicità di quelle che sono le tradizioni di luoghi nascosti. Valentino vuole dunque comunicare, da un lato, un grande rispetto per le tradizioni locali, dall’altro una conoscenza delle usanze cinesi molto approfondita. 

 

Suppongo che tutto questo possa trasformarsi in un boomerang se non utilizzato bene. Penso per esempio alla campagna di Dolce e Gabbana di cui fai esempio proprio nel libro. 

Esatto, ormai risale a qualche anno fa, ma il caso D&G è stato forse il primo segnale più eclatante e dimostrativo di come ormai si debba saper comunicare nel modo giusto con i consumatori cinesi per non risultare offensivi. Tra la popolazione si è diffuso un sentimento di forte orgoglio nazionale e il consumatore cinese è oggi più attento, più esigente, e con una sensibilità culturale molto specifica. Così come il mercato, anche i consumatori e le loro preferenze si sono evoluti verso una sempre maggiore complessità. La rapidità con cui questo è avvenuto ha avuto delle esternalità negative tra cui la contraffazione, la diffusione di mercati neri o anche non propriamente sicuri. Questo i consumatori cinesi lo sanno bene, e ciò li ha resi molto attenti e capaci di distinguere un prodotto originale, sicuro e di alta qualità rispetto a quello che invece pretende di esserlo ma in realtà non lo è. Tuttavia l’autenticità non basta e deve essere accompagnata da un marketing rispettoso e prudente. Forse se oggi brand come Valentino hanno imparato a dialogare sapientemente con il consumatore cinese, è proprio grazie agli errori di comunicazione commessi in passato da altri marchi. 

 

A questo proposito mi viene in mente un’altra cosa che scrivi nel libro che è la questione delle copie. Un argomento molto controverso, soprattutto per noi occidentali. 

Anche se si tratta di una paura legittima per molte aziende italiane, per i cinesi copiare è anche un’emulazione finalizzata all’apprendimento. Cercare di replicare il più fedelmente possibile un determinato prodotto, è in realtà un segno di grande abilità, spesso di natura manuale. Si tratta della stessa logica dell’apprendistato, penso soprattutto a ciò che avveniva in campo artistico e artigianale, dove si parte appunto dalla riproduzione di qualcosa che è già stato creato. C’è anche da dire che oggi sono stati fatti dei passi da gigante in termini di copyright ed esiste una legislazione in materia contro la contraffazione molto più stringente ed effettiva di un tempo. 

 

Francesca Hansstein

 

Un altro aspetto che mi ha colpito molto è il fatto che la tecnologia sia estremamente pervasiva. Penso per esempio al fatto di testare i cosmetici o meglio i colori tramite l’intelligenza artificiale. Si tratta di una situazione che da una parte è affascinante, però forse a qualcuno potrebbe generare un podi timore. A mio avviso tutto questo rivela i connotati di una società abbastanza pronta a recepire gli stimoli della tecnologia, pertanto gli imprenditori immagino che dovrebbero anche considerare questi aspetti. C’è qualche consiglio che potresti dare agli imprenditori che vogliano utilizzare correttamente gli strumenti tecnologici per le loro strategie di marketing?

Sì, l’innovazione e la digitalizzazione permeano la società cinese in ogni aspetto. Questo anche grazie a degli obiettivi che il Governo si è dato, come il programma Made in China 2025. Qualsiasi azienda che oggi si vuole affacciare sul mercato cinese deve avere già in mente una strategia operativa chiara e precisa, soprattutto nel marketing e nella vendita online. Anzi, il digital è il primo, e per alcuni anche l’unico, approccio per l’ingresso nel mercato cinese, grazie all’ampia diffusione delle piattaforme di e-commerce. Ormai tutte le grandi aziende hanno un account ufficiale su WeChat, simile al nostro WhatsApp, ma con una quantità vastissima di funzionalità e dove oggi si può fare veramente di tutto, dalla spesa al prenotare una lezione sportiva, e addirittura fare un home tour prima di affittare o vendere un appartamento. In generale, l’ecosistema digitale cinese è completamente diverso da quello occidentale. Alcune applicazioni sono bannate, come Google, YouTube, Instragram o Facebook. Pertanto, un altro importante passo prima di entrare nel mercato cinese è sicuramente quello di studiare e capire bene come funziona il mercato digitale, identificare il target che si vuole raggiungere e che tipo di strumenti digitali utilizza, e strutturare dunque una campagna mirata. Di grande aiuto può anche essere mettere in piedi partnership e alleanze strategiche e questo aiuta a condividere buone pratiche ed errori da evitare. Per concludere, il mio consiglio è dunque quello di aprirsi, di capire le differenze senza dover rinunciare al proprio modo d’essere e di sentire, essendo però disposti anche a fare un passo in più, e dunque rischiare, per avvicinarsi a questo mondo. Del resto molti imprenditori sono anche un po’ temerari, un po’ di senso di avventura ci deve essere. La Cina è sicuramente uno dei posti principali per poterlo sperimentare. 

 

 

Visto che abbiamo aperto con quei dati sul turismo in Umbria, ti va di parlarci delle diverse tipologie diffuse in Cina che analizzi anche nel libro? Mi riferisco in primis al turismo virtuale, ma anche a quello internazionale e nazionale.

Premetto che ho iniziato a scrivere il libro nell’estate del 2022: eravamo nel pieno post-Covid, soprattutto in Cina. Il turismo, specialmente quello internazionale, aveva subito un declino molto importante e i cinesi stessi avevano paura a viaggiare, in particolare all’estero. Quindi creare delle esperienze di realtà aumentata o virtuale poteva compensare la mancanza di potersi spostare fisicamente in un altro posto. L’evoluzione del turismo virtuale è ancora difficile da predire probabilmente sarà difficile che sostituisca in toto quello reale; semmai potrebbe rivolgersi o svilupparsi per quei segmenti di consumatori che non hanno la possibilità economica di intraprendere un viaggio internazionale, che chiaramente resta appannaggio di pochi. Anche perché il turismo internazionale, a partire dalla seconda metà del 2023, ha conosciuto una forte ripresa, quindi c’è una grande speranza. Quello su cui però bisogna lavorare è preparare il mercato locale all’accoglienza del turista cinese, perché è un turista che ha bisogno anche di sentirsi sicuro nel territorio che visita. Come noi, andando in Cina, possiamo vivere uno shock culturale, la stessa cosa accade chiaramente all’inverso. Forse anche il fatto che la tecnologia sia meno dominante nella nostra realtà, per loro può essere scioccante e in alcuni momenti si possono sentire spaventati. È importante lavorare affinché si possa garantire anche assistenza, se vogliamo, in termini di aiuto linguistico, culinario, per accogliere non solo consumatori giovani o giovanissimi, cioè tra i 20 e i 30 anni, ma anche quelli più senior, che tra l’altro hanno anche maggiori possibilità economiche per viaggiare. Riuscire ad accogliere e far sentire a loro agio i consumatori cinesi è qualcosa su cui certamente si può lavorare. Il turismo nazionale, ovvero all’interno dei confini domestici, è oggi quello prevalente. Per favorirlo, hanno anche tratto ispirazione dalla nostra bellezza. In una città che si chiama Changsha, per esempio, è stata riprodotta una mini-versione, oltre che di Venezia, anche di Assisi. La scelta, agli occhi di un occidentale, può sembrare un po’ kitsch, ma per loro è un’esperienza turistica che denota una passione e un interesse verso l’architettura italiana. Questo è significativo soprattutto se confrontato con il design, da un lato moderno e funzionale delle metropoli, dall’altro a quello tipico tradizionale diffuso soprattutto nelle realtà rurali e in città più piccole. È una modalità per viaggiare senza allontanarsi troppo da casa e, al tempo stesso, per avvicinarsi all’idea di cosa potrebbe essere un viaggio in Occidente. 

 

Pensi di tornare in Cina a breve? 

Sicuramente. Non credo di tornare a viverci, ma spero ci sarà presto occasione per passare in Cina dei periodi di lavoro, studio e, perché no, anche di vacanza.

 


«Comportamenti di consumo in Cina-Nuove sfide e opportunità per le aziende italiane che operano nel settore B2C» è acquistabile su Amazon, Mondadori Store e Hoepli. 

Venerdì 26 aprile 2024, alle ore 17.00, presso l’ex Convento San Crispolto (in piazza Garibaldi a Bettona), si terrà il secondo appuntamento del ciclo di eventi Il Borgo è Donna promosso dal Centro per le pari opportunità e attuazione delle politiche di genere della Regione Umbria, dall’Associazione de I Borghi più Belli d’Italia in Umbria e da AboutUmbria.

Questo secondo incontro, dal titolo Borgo e Arte, il ruolo centrale della Donna, è dedicato al tema dell’Arte.

Dopo i saluti delle Istituzioni e degli Organizzatori, l’evento si aprirà con la conferenza che vedrà gli interventi di Caterina Grechi, Presidente del Centro Pari Opportunità della Regione Umbria, Federica Agabiti, Responsabile Segreteria de I Borghi Umbri più Belli d’Italia in Umbria, Cristina Galassi, Storica dell’arte e Paola Romi, Funzionario archeologo della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria.

Si proseguirà con il concerto di Elisa Mannucci e Marco Pelliccioni, solisti dell’Orchestra da Camera Fiorentina e Umbra.

A concludere la serata, la sfilata di moda organizzata da Laura Cartocci, presidentessa dell’associazione no profit Un’idea per la vita onlus.

Coordina Ugo Mancusi, Direttore Marketing di AboutUmbria.

 

 

Il pomeriggio si concluderà con una degustazione di prodotti tipici a cura della Pro Loco Bettona e Bettona produce eccellenze.

Volti a mettere in evidenza e rendere omaggio alle donne di ieri e di oggi, protagoniste e artefici della cura e della bellezza dei borghi umbri e a porre un focus sul loro ruolo preponderante e fondamentale nel perpetrare cultura, tradizioni e saperi, gli eventi proseguiranno secondo il seguente calendario:

  • 4 maggio 2024: Acquasparta (Palazzo Cesi). Argomento trattato nella conferenza:
  • 12 maggio 2024: Paciano (Palazzo Baldeschi). Argomento trattato nella conferenza: Sostenibilità.
  • 25 maggio 2024: Trevi (Villa Fabri). Argomento trattato nella conferenza:
  • 23 giugno 2024: Arrone (Centro Storico – Castello). Argomento trattato nella conferenza: Saperi e sapori.

 

Gli eventi sono realizzati con il sostegno della Consulta Fondazioni Umbre.

L’incontro, organizzato dalla Scuola di Ecologia di Sapereambiente e Aboca, in collaborazione con il Centro Studi Americanistici “Circolo Amerindiano” e l’Università degli Studi di Perugia, fra gli eventi che celebrano l’Earth Day.

Una vita per gli oceani, l’esplorazione e la narrazione dell’ambiente marino. In difesa di tutti gli habitat della Terra, a partire dalla “sfera blu” degli abissi. A Perugia martedì 23 aprile (Centro studi americanistici, via Antonio Fratti n. 14/20, ore 17.00 – 19.00, ingresso gratuito) si terrà un incontro con Sergio Bambarén: lo scrittore peruviano naturalizzato australiano e impegnato a livello globale nella difesa degli oceani. Sergio Bambarén, infatti, è autore di libri tradotti in più di 40 lingue, che hanno venduto oltre 10 milioni di copie, tra cui il bestseller internazionale “Il delfino” (Sperling & Kupfer, 1997), una storia poetica e toccante sull’amicizia tra un bambino e un delfino.

 

Sergio Bambarén

 

La conferenza, organizzata dalla Scuola di ecologia di Sapereambiente e Aboca insieme al Centro Studi Americanistici “Circolo Amerindiano”, in collaborazione con l’Università degli studi di Perugia e con il patrocinio di Arpa Umbria, avviene immediatamente a ridosso dell’Earth Day che si celebra ogni anno, in tutto il mondo, ogni 22 aprile ed è inserita nel programma degli eventi celebrativi. Ai lavori parteciperà il Console Generale del Perù, Min. Julio Alvarez, che formulerà il proprio indirizzo di saluto ai partecipanti. Saranno quindi Romolo Santoni (presidente del Centro Studi Americanistici “Circolo Amerindiano”), Leonardo Varasano (Assessore alla Cultura del Comune di Perugia) e Massimiliano Marianelli (Direttore del Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione dell’Università degli studi di Perugia) a introdurre l’incontro.

Sergio Bambarén racconterà la propria esperienza intorno al mondo, da esploratore, surfista e divulgatore, che lo ha portato a scoprire la fragilità e la bellezza degli habitat naturali. Le conclusioni saranno affidate infine a Luigi Giuliani, docente di docente di Letteratura spagnola dell’Università degli Studi di Perugia e Marco Fratoddi, direttore del magazine culturale Sapereambiente. Coordinerà l’intero pomeriggio Gabriele De Veris, bibliotecario responsabile della Biblioteca di San Matteo degli Armeni di Perugia.

L’incontro rappresenta un’occasione unica per conoscere uno dei più importanti autori latinoamericani contemporanei, noto per il suo impegno nella difesa del patrimonio di biodiversità del Pianeta. Sergio Bambarén, infatti, è nato a Lima nel 1960 e ha vissuto in diversi paesi del mondo, tra cui l’Italia, dove ha conseguito la laurea in Lettere e Filosofia presso “La Sapienza” Università di Roma. Appassionato di surf e immersioni, ha intrapreso da molti anni la sua attività da esploratore e divulgatore lasciando la sua precedente professione, quella di direttore commerciale presso una multinazionale australiana, per dedicarsi interamente alla sua passione più profonda, la vita degli oceani, come presidente di “Delphis – Foundation round the world” e vicepresidente dell’organizzazione ecologista “Mundo Azul”. La sua biografia completa è sul sito www.sbambaren.com.

 


L’evento è aperto a tutti con ingresso libero, previa prenotazione via Whatsapp al numero +39 3714634125 oppure via e-mail agli indirizzi biblioteca@amerindiano.org e formazione@sapereambiente.it. Ulteriori informazioni su www.amerindiano.org e www.scuoladiecologia.it.

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