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Tradizioni umbre, il pranzo di Natale tra generazioni

di Eleonora Cesaretti

Volendo scrivere un articolo sulle tradizioni natalizie umbre di una volta, non si trova nulla che non abbia a che fare con il cibo. Avrei dovuto aspettarmelo, considerato quanta importanza diamo alle occasioni di festa: per lo scambio di auguri, certo, ma anche per poter finalmente mangiare delle golosità attese tutto l’anno.

Ho pensato allora di riportarvi la mia esperienza, incuriosita dalle piccole discrepanze nei rituali, nelle preparazioni e nelle modalità di accoglienza di quella che forse è la festa più amata e attesa. Lo spunto proviene dall’osservazione della mia famiglia, nemmeno troppo conservatrice né attaccata alle tradizioni, che pure ha incamerato delle usanze di provenienza sconosciuta che, ripetute nel tempo, hanno finito per cancellare tutte le domande possibili sulla loro origine. Insomma, si seguono certi rituali senza nemmeno chiedersi il perché. Eppure già tra i miei genitori c’era un abisso in fatto di abitudini: mia madre proveniva da una famiglia che aveva vissuto l’incontro epifanico e abbagliante con il progresso tecnico in un periodo in cui lei e le sue sorelle ancora si lavavano in tre dentro un bacile per i vestiti, mentre mio padre, nato in una famiglia di campagna di stampo ottocentesco, conosceva soltanto la fatica della terra e del duro lavoro nei campi. Forse ad accomunarli c’era solo il fatto che c’era poco da mangiare.

 

Cappelletti in brodo

 

Forse è per questo che mia nonna – la mamma di mia madre – quando ci invitava a pranzo per Natale sembrava avesse conservato la crème de la crème delle sue scorte solo per noi, come se tutte le privazioni dell’anno appena trascorso avessero portato a quell’unico momento. Erano finiti da un pezzo i tempi di magra, come c’erano già stati il boom economico degli anni Ottanta e il progresso, ma certe modalità erano rimaste le stesse. Certe cose si trovavano solo a Natale, non si era abituati a soddisfare ogni voglia che si aveva semplicemente mettendo piede in un supermercato: richiederle fuori periodo era impensabile. Da noi la cosa era talmente radicata che il menu natalizio era sempre lo stesso e, se da adolescente confesso di essere diventata irrequieta di fronte a quella proposta sempre uguale, ora non so che darei per riassaggiare il pollo disossato di mia nonna.

Ma andiamo con ordine. La tavola si presentava già apparecchiata, con la tovaglia rossa delle feste e i piattini con gli antipasti già pronti per essere saccheggiati: c’era sempre un crostino con paté di fegatini, una fetta di torta di Pasqua con il prosciutto crudo, una fettina di capocollo e un triangolino di pane da tramezzini con salsa alla maionese e sottaceti, piccolo strappo alla tradizione umbra che, inconsapevolmente, veniva servita ogni anno su quella tavola imbandita.

Dopodiché arrivava lei, la zuppiera fumante ripiena di cappelletti, arrivati lì al termine di una lavorazione dai connotati quasi rituali. Mia nonna e le sue amiche, infatti, durante le due settimane prima di Natale si radunavano ora a casa di una, ora a casa dell’altra per fare i cappelletti, senza i quali la festa non sarebbe stata tale. È vero, ogni anno quelle povere donne dalle mani piegate dall’artrite faticavano sempre di più, borbottando a gran voce e minacciando di smettere con quell’impegnativa pratica, eppure le ritrovavi sempre lì, riunite intorno al tavolo a spettegolare mentre, con una manualità invidiabile acquisita in oltre mezzo secolo di attività, creavano senza sosta tanti piccoli cappelli della stessa misura e dimensione. Il lavoro andava avanti per ore e spesso serviva più di un appuntamento per assicurare alle famiglie delle cinque signore una scorta accettabile. Scorta che poi sarebbe durata fino a Pasqua.

Dopo i cappelletti era il turno del famigerato pollo disossato. La lavorazione era lunga e certosina: nonna disossava un pollo ruspante comprato dal suo amico allevatore con una maestria che a noi nipoti faceva rabbrividire – per le sorti del pollo, è chiaro – e poi lo riempiva con macinato, salsiccia, mortadella, Parmigiano, uovo e pan grattato. Una volta tagliato a fette, veniva ripassato in padella e servito. Inutile dire che facevamo a gara per aggiudicarci le fette più ricche di ripieno. Oggi sono convinta che il pollo disossato di mia nonna fosse una variante della classica galantina umbra, dove però le uova che entrano nel ripieno vengono lessate e il preparato ottenuto va servito freddo, previa cottura in acqua salata in un involucro di alluminio.

Qualche volta aveva fatto la sua comparsa anche la parmigiana di gobbi, altra preparazione tradizionale umbra che aveva affiancato la più tranquilla e imperitura erba cotta – solitamente spinaci – ma la prima regola da seguire durante questi ricchi pranzi di famiglia era lasciare sempre uno spazietto per il dolce, per cui spesso il contorno lo saltavamo a piedi pari.

 

dolci natalizi umbri

Le pinoccate bianche e nere

 

Il dessert era composito come l’antipasto: c’erano il pandoro e il panettone, ma anche i tozzetti fatti a mano dalla nonna, il torciglione e il panpepato. Non mancava niente a parte le pinoccate, con cui mi ero già deliziata nei giorni precedenti grazie a mio padre, grande appassionato di questi dolcetti dalla lunghissima storia. Oggi sempre più rare, per me le pinoccate sancivano l’inizio delle feste, con quella forma da dolcetto stregato, quegli incarti pieni di ghirigori e quell’inconfondibile sapore di pinoli e zucchero.

Dopo il brindisi di auguri, ci si scambiavano i doni e non era insolito sentirsi chiedere: «Che ti ha portato il Bambino?». Sì, perché non tanto tempo fa – parliamo degli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso – non era Babbo Natale a portare i doni ai miei genitori, ma Gesù Bambino.

Erano più che altro i parenti di mio padre a rivolgerci questa domanda, perché loro stessi, da piccoli, erano soliti addobbare un ramo reciso con mandarini e frutta secca per propiziare la venuta del Bambino. È curiosa la crasi fatta, almeno dai miei parenti, tra il Christkind che porta i doni di Natale nel sud della Germania, nella Repubblica Ceca, in Svizzera, in Austria, in Liechtenstein, in Slovenia e in Croazia con San Nicola e Santa Lucia, festeggiati rispettivamente il 5-6 dicembre e il 12-13 dicembre, in Italia come in alcuni Paesi d’Europa. La tipologia dei doni, in particolare gli agrumi, richiama infatti sia le tradizionali offerte che i bambini di alcune regioni del nord Italia lasciano a Santa Lucia (appunto arance, biscotti, caffè, mezzo bicchiere di vino rosso e il fieno per l’asino) sia la storia di carità di San Nicola, che donò tre palle d’oro (molto simili, in effetti, alle più umili arance o ai mandarini) a tre povere fanciulle che rischiavano di essere vendute come schiave.
Non so se questa crasi sia stata fatta consapevolmente, probabilmente vi sono confluiti echi diversi, i cui percorsi si sono smarriti nel tempo. La mia opinione è che i mandarini fossero considerati dei frutti esotici pregiati, adatti a un’occasione speciale o addirittura come regalo. Spesso, infatti, gli stessi agrumi che avevano decorato l’albero erano i regali per i bambini, da sbucciare (e mangiare!) la mattina di Natale.

 


Fonti

www.umbriatourism.it
www.corriere.it
https://www.rivistastudio.com/arance-natale-storia/

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Eleonora Cesaretti

CAPOREDATTRICE CULTURA E TERRITORIO

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