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E se il poverello di Assisi fosse stato un estimatore del buon cibo? E se, tra le tante pietanze, fosse stato goloso dei dolci? L’ipotesi non è così remota, come ci dimostrano diverse fonti documentarie. Ma ciò che dovremmo davvero chiederci è: possiamo biasimarlo?

affresco di San Francesco

San Francesco

Se è vero che molti dettagli del passato continuano a sfuggirci, è pur giusto riconoscere l’impegno di molti autori nel cercare di ricostruire alcuni aspetti che possano approfondire la Storia ufficiale, come gli studi sul clima o sulle abitudini alimentari dei nostri predecessori. Apparentemente di secondaria importanza, questo tipo di scoperte stanno gettando luce sui molti punti d’ombra che sospendono la linea del tempo, permettendo di guardare alle più grandi personalità del passato in maniera meno distaccata e con meno soggezione, accettando le loro idiosincrasie e debolezze di esseri umani.
Secondo le fonti agiografiche, nemmeno San Francesco, il santissimo poverello di Assisi, può esimersi da questo discorso. Sembra infatti che fosse un estimatore – pacato e moderato, certo – del buon cibo, in particolare dei dolci.

Un certo pasto, fatto di mandorle, zucchero, miele e altri ingredienti

L’aura di santità, coadiuvata dai principi della Regola francescana, rende piuttosto difficile credere che San Francesco sia stato anche solo umano, figuriamoci immaginarlo mentre si gusta dei manicaretti alle mandorle, zucchero e miele.
Tra le diverse lettere attribuite al Santo, però, ne spicca una rivolta a una certa madonna Jacopa (o Giacomina, o Giacoma) detta dei Sette Sogli (Jacoba de septem Soliis). Come ci riporta il Trattato dei Miracoli di Tommaso da Celano (portato a termine nel 1252-1253, anche se poi scomparso fino al 1899) la donna «era ammirata per l’illustre casato, per la nobiltà della famiglia, per le ampie ricchezze, per la meravigliosa perfezione delle sue virtù e per la castità vedovile»[1]: insomma, non era strano che Francesco, a cui era legata anche da una profonda amicizia, chiedesse di lei prima del sopraggiungere della fine.
Ma la richiesta che il frate assisano dettò nella missiva rivolta a Jacopa, vi sorprenderà – come d’altronde sorprese i fratelli che lo stavano vegliando presso Santa Maria degli Angeli. La donna avrebbe dovuto arrecare un panno di colore cinerino per coprire il corpo morente del frate, una sindone per il volto, un cuscino per il capo e un certo piatto che molte volte gli aveva offerto durante i soggiorni a Roma: il mortariolum, un trito di mandorle, zucchero, miele e altri gustosi ingredienti[2].
La storia vuole che Jacopa sia giunta dal moribondo Francesco con tutto quello che questi aveva richiesto senza però aver mai ricevuto la lettera: è qui che sta il prodigio ed è qui che tutte le fonti che ne parlano concordano – non solo il sopracitato Trattato dei Miracoli, ma anche le Considerazioni sulle Stimmate[3], cioè la raccolta dei Fioretti del Santo, e Specchio di Perfezione[4], una compilazione della vita di Francesco datata 1318. Grazie a quest’ultima, sappiamo che Francesco, ormai privo di forze, di questo mortariolum riuscì a mangiarne ben poco.

Ma che cos’era questo dolce per il quale Francesco stravedeva?

Franco Cardini, ne L’appetito dell’imperatore[5], cerca di ricostruirne l’etimo, sebbene tale percorso a ritroso sia piuttosto incerto: mortariolum, esattamente come in mortadella o nel francese mortier, indicherebbe un cibo i cui ingredienti vengono a lungo pestati e amalgamati col mortaio. Nei documenti sopracitati, mortariolum diventa mostacciolo, un biscotto secco presente in diverse regioni d’Italia ma che, in Umbria, accompagna tradizionalmente le celebrazioni dedicate ai morti.

Madonna Jacopa

Bisogna però considerare due dettagli importanti: il primo è che la preparazione nostrana trae il proprio nome non tanto dal mortaio, quanto dal mosto di vino bianco che ne bagna l’impasto di farina e semi di anice. Il secondo riguarda invece madonna Jacopa, la donna a cui Francesco fa l’insolita richiesta, che appartiene a una nobile famiglia romana: è più probabile, quindi, che quelli richiesti da Francesco siano gli antenati di quei biscotti a base di farina, frutta secca, pepe, cannella, miele e albumi che tuttora si preparano nella Capitale.

Nella sua ricostruzione romanzata, Cardini immagina invece che i dolcetti tanto agognati da Francesco siano simili ai ricciarelli senesi, frutto di un impasto in cui spicca un trito di mandorle, zucchero semolato e altri ingredienti.
Se il lettore ci accordasse una licenza, ci piacerebbe però pensare – prendendo anche spunto dal titolo dell’episodio narrato da Cardini, Profumo d’aranci – che il Santo assisano, al giungere di Jacopa, si sia inebriato dell’odore di quella buccia d’arancia tagliata a dadini che arricchisce – assieme a uvetta, olio d’oliva e lievito – un’altra versione della ricetta dei mostaccioli, quei biscotti che tanto deliziano le tavole umbre nel periodo invernale.

 


[1] Cfr. http://www.santuariodelibera.it/FontiFrancescane/framemiracoli.htm
[2] «De illa commestione, quam pluries fecit michi, cum fui apud Urbem… Illa autem comestionem vocant Romani mortariolum, que fit de amigdalis et zucaro vel mellea et aliis rebus». Compilatio Assisiensis vol. 8, a cura di E. Menestò, in Fontes Franciscani, Assisi, 1995.
[3] Cfr. http://www.sanpiodapietrelcina.org/stimmatesanfrancesco.htm
[4] http://www.ofs-monza.it/files/specchiodiperfezione.pdf
[5] L’appetito dell’imperatore, F. Cardini, Mondadori, Milano, 2014. Il libro si inquadra nella fiction storica in quanto, partendo da fatti storici, l’autore aggiunge elementi verosimili e storicamente plausibili che però non hanno evidenze documentarie. Nel caso di Profumo d’aranci, il racconto dedicato a San Francesco, Cardini parte dall’incontro – plausibile, ma non attestato dalle fonti – tra il Cardinale Ugolino d’Ostia ed Elia da Cortona, scossi dalla morte del frate assisano come della richiesta che quest’ultimo aveva fatto in punto di morte.

Terzo posto, nella categoria Associazioni, per Argo – associazione culturale nata alla fine del 2007 – nel concorso “Turismo slow: raccontare per promuovere l’Umbria. Economia e cultura, il futuro è digitale” per il progetto “TV di comunità 2019”, indetto da CO.RE.COM Umbria.

Il bando richiedeva contenuti audiovisivi che si focalizzassero sulle bellezze che ospita il territorio umbro. Al tempo stesso però i video dovevano veicolare il concetto di turismo slow, una forma di turismo che mira a un’esperienza turistica totalizzante, che presupponga più profonde interazioni con il territorio visitato e i suoi abitanti, senza limitarsi a visite passive e circoscritte alle sole principali attrazioni di quel determinato luogo. Sono stati sedici i video e sei i podcast narrativi per promuovere il turismo lento in Umbria tra i giovani, presentati dalle emittenti televisive, radiofoniche e associazioni.

Due i video vincitori presentati da Argo, Un fantasma a Perugia e 2135: edizione straordinaria. Due cortometraggi dal sapore agrodolce, che mettono in luce l’uno la velocità con la quale si vive oggi, incuranti del bello che si ha intorno, e l’altro un pianeta distrutto e popolato solo da uomini-animali, in un lontano 2135.

Un fantasma a Perugia

 

Un fantasma buono si aggira per le vie di Perugia. Spazza i vicoli quasi danzando, pulisce le giacche di chi sorseggia con gusto un caffè al bar, raccoglie le sporcizie dei turisti troppo fast e troppo poco attenti a godere della bellezza che hanno intorno. Il video è stato realizzato con la collaborazione del noto regista cinematografico Daniele Ciprì.

2135: edizione straordinaria

 

Marsciano, Pianeta Terra, 2135. Gli esseri umani sono per metà animali a causa di mutazioni genetiche provocate dalle nefandezze dell’uomo e ricordano con ironia e amarezza i tempi che furono. Il video è stato realizzato dal regista Stefano Domenichetti Carlini.

Tre monumenti che raccontano la storia dell’Umbria, artisti che hanno lasciato il segno e una loro opera da ammirare.

Perugia

Perugia era in festa. Il tricolore sventolava ovunque. Viva l’Italia, viva Vittorio Emanuele II. In realtà i perugini facevano festa perché era stato spazzato via l’opprimente e asfissiante Stato Pontificio, che per 400 anni aveva dominato sulla città. L’avvenimento andava celebrato, allora i perugini pensarono che la cosa migliore sarebbe stata quella di dedicare una statua equestre al padre della Patria, cioè Vittorio Emanuele II – primo re d’Italia. Il delicato incarico fu affidato allo scultore Giulio Tadolini, nipote di quell’Adamo Tadolini che era stato l’allievo prediletto di Canova. Lo studio di Tadolini è diventato da qualche anno un simpatico caffè a Via del Babbuino a Roma dove il contratto di affitto tra Antonio Canova e Adamo Tadolini è in bella vista e i tavolini si mescolano alla gipsoteca. Sorprendentemente, entrando nel caffè, ci si trova sovrastati dalla statua del re a cavallo. È il gesso definitivo dell’opera di Perugia.
Lo scultore ha eseguito l’opera nei modi e nelle forme tipiche della fine dell’Ottocento che celebravano il mito di un re elegante e snello, mentre in realtà era piccoletto e grasso. Il monumento è stato messo al centro della piazza dal nome più ovvio: piazza Italia. Adesso giace in mezzo ai giardini ignorato da tutti. Un padre dimenticato.

 

Vittorio Emanuele II

Statua dedicata a Vittorio Emanuele II a Perugia

Terni

«L’acciaio e la ghisa sono il futuro» dicevano nel 1886. Un futuro di ponti e stazioni, con la Tour Eiffel come simbolo. Tutti parlavano di pace, tutti si armavano e i Krupp si arricchivano. L’Italia aveva molte guerre da combattere quindi si doveva armare. C’era urgenza di fare navi corazzate e armi da Marina. Il luogo ideale per installare l’industria di guerra e quindi le fonderie del ferro, doveva essere lontano dai confini e dalle coste.

Il Grande Maglio di Terni

La scelta è caduta su Terni, la città d’Italia più lontana dai confini. Le Alpi sono a 500 km, il mare è lontano sia a destra sia a sinistra. Quindi, nel 1886, era un luogo al riparo dalle invasioni, dai cannoneggiamenti dal mare e abbastanza vicino a Roma per difenderla. Gli aerei erano di là da venire.
E allora via con le fonderie, le più moderne ed efficienti del momento. Le fonderie di Terni sono il fiore all’occhiello dell’industria di settore. C’è bisogno di uomini, venite gente venite! A migliaia lasciano la campagna per andare a lavorare in fabbrica. Terni passa rapidamente da 10.000 a 25.000 abitanti. In acciaieria il lavoro però è durissimo. Si passa dalla temperatura altissima degli altiforni a quella gelida dei laminatoi. Si sprigionano vapori e fumi. Poi c’è il rumore possente del grande maglio. Il maglio è un enorme martello che appiattisce un lingotto di acciaio da 1000 tonnellate fino a spianarlo in lamina sottile. Quando il grande maglio scendeva, vibrava tutta la zona, il rumore risaliva anche le colline. Quel mostro da 500 tonnellate era venerato come un dio. Per lui avevano costruito un elegante padiglione a cupola, grande quanto il Pantheon, con una base speciale che poteva resistere ai colpi senza sprofondare. Si cercava l’eleganza anche nell’industria pesante. Poi è finito tutto. È rimasto solo un maglio, piccolino, che lavorava a fianco del grande collega e i ternani, per ricordare quel periodo entusiasmante, lo hanno conservato e collocato in città, dove lo vedono i cittadini e i viaggiatori di passaggio.
Chi arriva in treno, uscendo dalla stazione se lo trova davanti verde, giallo e grigio. Adesso non fa più impressione, il terreno non vibra, il maglio sta lì fermo in mezzo alla piazza e pochi sanno cosa ha rappresentato quella montagna di ferro.

 

Teodelapio di Spoleto

Spoleto

Dall’archeologia industriale passiamo all’ultramoderno che guarda al passato, ma sempre davanti alla stazione. La statua ha un nome particolare, si chiama Teodelapio. È un insieme di lastre d’acciaio e di ferro verniciato di nero e si ispira ai duchi longobardi che hanno dominato Spoleto per secoli e, in particolare, proprio al duca Teodelapio.
L’artefice è stato Calder, l’artista americano della leggerezza, l’artista dei mobile – le sculture in movimento – quelle che, con soffio leggero, girano su sé stesse. Questa volta non è la scultura a muoversi, ma il mondo che ha attorno. Si muovono i treni, si muovono le macchine, si muovono le persone, si agitano gli alberi, si muove il pensiero che segue a ritroso la storia. La scultura sembra un grande cavallo con freccia, ma rappresenta un cavallo longobardo con la corona irta di punte come quella che indossava Teodelapio. Calder ebbe l’incarico di creare una scultura per Spoleto nel 1962, quando il Festival era agli inizi e Giancarlo Menotti riuniva attorno a sé il meglio della cultura mondiale e lavorare per Spoleto era un privilegio. La scultura è stata realizzata con lastre d’acciaio per scafi che purtroppo non provenivano dalle acciaierie di Terni, ormai fuori gioco, bensì dall’Italsider di Savona. Tutto passa e tutto si trasforma.

 


Bibliografia

G. Papuli, Il grande maglio di Terni, 1980.

Combattere l’influenza è possibile: lo dice anche la scienza, suggerendo, come alleata, la dieta mediterranea, baluardo di un’alimentazione varia, equilibrata e rispettosa della stagionalità.

Composta principalmente da frutta, verdura, legumi, cereali integrali, noci, pesce, olio d’oliva e basso contenuto di carne rossa, dolci e latticini, la MedDiet è stata recentemente oggetto di uno studio, pubblicato dal Journal of Nutritional Biochemistry, che individua il ruolo fondamentale dei microrganismi intestinali nella salute del sistema immunitario, concludendo che proprio tale dieta sia in grado di aumentare e mantenere la loro capacità antinfiammatoria.

Olio, alimento medicinale

Recenti studi scientifici hanno inoltre dimostrato che varie fonti alimentari di origine naturale siano in grado di rafforzare le capacità del sistema immunitario, schierato in prima linea contro le infezioni e le malattie infettive causate da virus e batteri; tra queste spicca l’olio extravergine d’oliva o EVO, elemento principale della dieta mediterranea, i cui composti fenolici dalle proprietà antinfiammatorie, antimicrobiche, antibatteriche e antivirali, gli hanno valso l’appellativo di super food. Un alimento fondamentale per l’uomo, al punto che la Food and Drug Administration, l’agenzia statunitense che si occupa dei controlli dei farmaci e degli alimenti, lo ha promosso di grado, dichiarando alimento medicinale esattamente 6 diverse cultivar d’olivo, ben 4 italiane – Coratina, Ogliarola, Maurino e Moraiolo.

 

Un risultato davvero straordinario per il nostro Paese – che conta più di 500 cultivar sulle 2.000 mondiali – ma anche per l’Umbria che, dopo il riconoscimento della FAO, guarda con orgoglio al Moraiolo, la sua cultivar prevalente, specie laddove varietà ed escursione termica rendono l’EVO DOP ricco di sostanze fenoliche. Un’Umbria, che negli anni, ha saputo impiegare al meglio le sue capacità, intensificando l’agricoltura biologica (cereali, leguminose, vite e olivo) e quella biodinamica, che vieta l’uso di sostanze chimiche, fa attenzione ai fertilizzanti, e recupera le tradizioni delle fasi lunari e del miglioramento biochimico e biologico del suolo. Ma la grande conquista che nel Centro Italia vede primeggiare proprio l’Umbria è la tecnica di spremitura a freddo: un procedimento di estrazione dell’olio che lavora a temperature inferiori ai 27°C, garantendo qualità superiore, aroma intensificato e conservazione migliore, esaltando le caratteristiche organolettiche dell’olio e dell’olivo. Come del Moraiolo: tenace, amante dell’altitudine, capace di resistere tanto al freddo e al terreno di breccia calcarea, quanto all’aggressività di virus e batteri!

Un sentito addio al professor Valerio Di Carlo, presidente della Fondazione Loreti, con la quale – in passato – abbiamo collaborato nel progetto “Foodyland, la cittadella del cibo”. Grande affetto e profonda stima ci legava al professore e lui stesso apprezzava il nostro lavoro e la rivista AboutUmbria Collection, che collezionava con passione.

Si è spento ieri sera all’età di 81 anni nell’ospedale San Raffaele di Milano il prof. Valerio Di Carlo: il coronavirus (Covid-19), aggiunto a patologie concomitanti pregresse, non gli ha lasciato scampo. Un’immensa perdita per la Fondazione Loreti e per tutti i suoi collaboratori. Tante in queste ore le dimostrazioni di affetto e di stima pubblicate sui social network e sul suo profilo Facebook, tanti i riconoscimenti verso la persona e il medico che è riuscito ad essere per i suoi pazienti e per i suoi allievi, unico e insostituibile.

 

prof. Valerio Di Carlo

Professor Valerio Di Carlo

La Fondazione e i tanti progetti

Intitolata al dottor Giulio Loreti, la Fondazione nata nel 2000 si prodiga e offre assistenza medica gratuita a chiunque non sia in grado di sostenere i costi per visite specialistiche o strumentali, progetta e realizza iniziative sociosanitarie, di prevenzione ed educazione alla salute. Con una grande carriera medica e specialistica alle spalle come l’aver fondato il reparto di chirurgia all’ospedale San Raffaele di Milano, nella cui Università Vita-Salute era Professore Emerito in chirurgia generale, nel 2011 il prof. Di Carlo era stato nominato dal fratello di Giulio, Sandro Loreti, Presidente della Fondazione impegnandosi in prima linea nel portare avanti progetti di alto valore, due a cui teneva particolarmente dedicati alla prevenzione dell’obesità e del diabete di tipo 2.

I progetti avviati sotto la sua presidenza sono vari e tutti hanno una connotazione comune: prendersi cura della persona oltreché del paziente. Ricordiamo a tal proposito l’organizzazione di convegni scientifici; di eventi sull’educazione alimentare (Foodyland la cittadella del cibo); l’inserimento lavorativo di utenti provenienti dal Ceis di Spoleto; il Progetto Case autonome i cui  beneficiari sono utenti del Centro di Salute Mentale di Spoleto;  i Cineforum tematici presso la Fondazione;  il progetto di promozione della lettura denominato Crossing Book Process con l’installazione di due biblioteche, una presso la Fondazione e una nella piazza principale del Comune di Campello sul Clitunno; il progetto intergenerazionale per contrastare la solitudine degli anziani denominato Diamoci una mano; e l’ultimo progetto a cui ha lavorato e che è in fase di attuazione, dedicato alla prevenzione precoce del tumore della mammella.

Autore di oltre 400 pubblicazioni, aprendo la strada della chirurgia a più ampi orizzonti ha concentrato parte della sua attività scientifica sul trapianto di rene, di pancreas e sulle isole pancreatiche nei pazienti diabetici; ciò gli valse nel 1998 dall’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro il conferimento del titolo di Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica. Inoltre, è stato proprio grazie al prof. Di Carlo che per questo tipo di patologie oggi l’Istituto Scientifico San Raffaele è considerato un centro di eccellenza e di riferimento in Italia ed in Europa.

Tradusse la sua umanità e generosità verso il prossimo nel libro L’anima del medico dove impartì l’insegnamento più importante che va oltre la scienza e la tecnica: saper guardare oltre, amare.

Nonostante la stanchezza degli ultimi anni ai pazienti oncologici non ha mai sottratto la presenza, ma anzi fino all’ultimo si è preso cura di loro offrendo consulenze e speranza.

Non potendo celebrare il funerale, secondo le disposizioni del decreto 8 marzo 2020 e successive integrazioni, la Fondazione auspica di poter celebrare una commemorazione in un futuro prossimo per poter accogliere il dolore ed elaborarlo, un sentimento che è ora accentuato dallo stato di vulnerabilità a cui l’emergenza sanitaria in atto ci sottopone.

«L’ispirazione per scrivere una canzone arriva da un’idea, ma poi c’è tanto lavoro in studio di registrazione per fare in modo che l’idea prenda forma».

In questi giorni d’isolamento abbiamo fatto con Giorgia Bazzanti, cantautrice marscianese, una bella chiacchierata – ovviamente telefonica – in cui si è parlato di musica, di determinazione nel raggiungere i propri obiettivi e ovviamente di Umbria.
Giorgia, classe 1987, è entrata nel mondo della musica da piccola: la sua prima esibizione in pubblico avviene all’età di 6 anni a La Banda dello Zecchino d’Oro, dove non canta, ma suona il pianoforte. Nel 2014 vince Palco Aperto Roma e viene scelta da Eugenio Finardi per aprire alcuni suoi concerti: duetta con lui durante il tour; nel 2017 è finalista ad Area Sanremo e rientra nei Top 20 di Area Sanremo Tour Videoclip. Solo lo scorso anno è stata semifinalista nazionale al Premio Pierangelo Bertoli, ha aperto un concerto dei New Trolls, ha vinto il Premio Terza Classificata e il Premio della Critica al Pop Rock Music Fest e il Premio Seconda Classificata al
Premio Valentina Giovagnini ed è stata finalista nazionale al Premio Mimì Sarà.
Fondamentale l’incontro e la collaborazione con Guido Guglielminetti (n.d.r. compositore, produttore e bassista di Francesco De Gregori) che ha prodotto il suo primo album, Non eri prevista.

 

Giorgia Bazzanti, cantante

Giorgia Bazzanti

Giorgia, la prima domanda è d’obbligo: qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono un’umbra e una marscianese D.O.C. e sono molto legata a questo territorio. Per questo, durante la promozione del mio disco ho scelto luoghi e borghi insoliti della regione, così da riscoprirli e rivalutarli. Voglio portare la musica nei posti dove in genere non entra.

Quando ha deciso di voler fare la cantante?

Il primo passo nel mondo della musica l’ho fatto suonando il pianoforte, poi ho capito che la mia strada era più legata alla voce. A 9-10 anni ho iniziato a cantare e mi sono perfezionata studiando canto in diverse accademie. Nel 2016, grazie alla collaborazione con Giudo Guglielminetti, è partita una nuova fase di maturità artistica e professionale.

Il suo primo disco, uscito nell’autunno del 2019, si chiama Non eri prevista: qual è la sua essenza più profonda?

Nelle dieci tracce c’è una femminilità che si esprime in varie forme, con coraggio e libertà, nel rispetto delle identità e che ci svincola da ogni pregiudizio e luogo comune.

È anche un po’ femminista?

Forse sì, ma non ha bisogno di un’etichetta specifica. Racchiude in sé un senso di libertà che va oltre i confini prestabiliti.

Canta anche dell’Umbria all’interno del suo disco?

Non c’è un riferimento diretto, ma la canzone Famme giocà – che è arrivata in semifinale al Premio Pierangelo Bertoli – è in dialetto umbro, mentre il brano Le finestre non dormono mai – finalista di Area Sanremo 2017 – è stato scritto proprio davanti a una finestra che si affaccia sul panorama e sulle colline umbre. In qualche modo c’è un pezzetto d’Umbria.

Guido Guglielminetti, Ivano Fossati, Gianmaria Testa e tanti altri… quanto sono importanti queste collaborazioni? Cosa le hanno insegnato?

Sono importantissime perché, a livello professionale e umano, mi hanno arricchito tanto e regalato momenti conviviali e chiacchierate uniche e indimenticabili. Guido per me è veramente una guida!

Lei scrive anche le sue canzoni: come nasce l’ispirazione per un pezzo?

Giro sempre con carta e penna o mi appunto pensieri sul cellulare. Ci sono idee che nascono da un’ispirazione o dalla mia fantasia; però credo che l’ispirazione vada disciplinata e che dietro ci sia un lavoro di concentrazione e di esercizio, che in studio di registrazione prende forma.

Quali sono i cantanti che hanno segnato la sua crescita?

Amo ascoltare generi diversi, ma la musica d’autore italiana mi ha segnato molto e la sento vicina come sensibilità, mondo e scrittura. Tra i tanti potrei dire: Lucio Dalla, Ivano Fossati, Gianmaria Testa, Luigi Tenco e Fabrizio De André.

E le canzoni?

Ne dico solo una: A muso duro di Pierangelo Bertoli.

Ha mai pensato di partecipare a un talent musicale?

No, ma non voglio demonizzare i talent. Credo che abbiano una funzione, ma chi partecipa deve avere un background fatto di studi, gavetta ed esperienza, non può essere solo una scorciatoia per bruciare le tappe. Se ci sono questi requisiti, perché no! Devo dire che non sono mai stati la mia priorità: ho fatto Area Sanremo, che si avvicina un po’ a questo mondo, e sono arrivata in finale. Per me ora è importante aver inciso questo album e crearmi una mia identità.

Se proprio dovesse partecipare, a quale andrebbe?

Forse X-Factor.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Sono molto concentrata sul presente e sui progetti attuali.

Se potesse sognare in grande, cosa vorrebbe?

È cambiato un po’ il mio punto di vista e già diverse soddisfazione le ho avute. Per me è gratificante quello che faccio, il fatto di portare la musica in luoghi nella quale non sarebbe mai entrata e in posti non scontati è un bel traguardo. Sono sempre andata avanti con tenacia e sacrificio, fondamentale è stato anche l’aiuto di Guido Guglielminetti e dei miei compagni di viaggio e collaboratori, senza i quali non sarei arrivata a questo punto.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Suggestiva, da scoprire, verde brillante.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il paesaggio.

 


Se volete ascoltare la musica di Giorgia ecco il link

«La bellezza salverà il mondo», scriveva Fedor Dostoevskij in una delle sue più celebri fatiche letterarie, LIdiota.

E se è vero che la bellezza salverà il mondo, sta al mondo salvare la bellezza. Sì, vogliamo concederci la licenza poetica di riadattare uno degli aforismi più in voga nel XXI secolo al disorientamento di queste ultime settimane. Non c’è nulla, come la bellezza, che possa sopravvivere ai secoli e all’oblio, trasformandosi in modo da trascendere tempo e spazio.

 

Panorama Vallo di Nera

Vallo di Nera, foto di Enrico Mezzasoma

La bellezza resiste al virus

Che la bellezza non sia solamente una questione soggettiva ce lo testimoniano anche le ricerche del dottor Semir Zeki, precursore e pioniere della Neuroestetica, scienza che studia i meccanismi biologici alla base della percezione estetica. Che si tratti di uno scorcio, di un qualunque affresco, di una pala d’altare, di una torre medioevale o di un santuario, quando osserviamo un qualcosa di esteticamente bello stiamo entrando in empatia con la mano di chi l’ha plasmato. Ed è altrettanto provato, più sul piano emotivo che su quello scientifico, che non esiste virus, malanno di stagione o pandemia in grado di offuscare la bellezza del mondo.
Specie in Valnerina, l’armonica bellezza della natura, la quiete dei piccoli borghi e la vita semplice regalano al visitatore immagini indimenticabili, sempre ricche di profondità e non solo sul piano esclusivamente estetico. Percorrendo un itinerario che tocchi le città in cui santi, pittori, cavalieri ed eremiti hanno vissuto lasciando importanti testimonianze, è possibile ammirare le imponenti opere architettoniche e artistiche a loro dedicate, comprendendo quanto il loro passaggio sia stato significativo per chi ha avuto il privilegio di conoscerli e apprezzarli. È allora possibile percepire la magica essenza di questi luoghi e comprendere perché spiritualità, natura, arte, tradizioni e bellezza abbiano trovato in Valnerina naturali radici.

 

Panorama di Cerreto di Spoleto,

Panorama di Cerreto di Spoleto, foto by Enrico Mezzasoma

Come quadri impressionisti

Con lo sguardo rapito dal Pian di Chiavano, da Castelluccio di Norcia e dalla Valle del Nera che, da Cerreto di Spoleto scorre fino a Scheggino, abbiamo richiamato i libri di storia dell’arte che hanno accompagnato la nostra formazione. E come un lampo, un nome è balzato alla mente: Pierre-Auguste Renoir, artista francese considerato come la sublimazione espressiva dell’Impressionismo d’Oltralpe.
Come mai? Perché i paesaggi di questo angolo di Umbria ricordano incredibilmente la centralità paesaggistica dei pittori impressionisti, la supremazia del colore rispetto alle forme, la continua ricerca dell’emozione come fonte di ispirazione e di bellezza. Curiosamente fu proprio Renoir a scrivere: «Il dolore passa, la bellezza resta». Un pugno di parole che oggi, come non mai, è divenuto un vero e proprio mantra per chi ha scelto di vivere in Valnerina e di Valnerina, uno slogan capace di unire tutti coloro che hanno saputo preservare il fascino arcaico di questa terra: dai cavatori di tartufo ai mastri norcini, dalle guide escursionistiche e alle comunità religiose del territorio, dagli albergatori e agli imprenditori dell’agroalimentare, dagli allevatori e agli artigiani, dai ristoratori ai commercianti.

Nella location perugina della Rocca Paolina, La Casa degli Artisti di Perugia e San Giorgio Arte hanno organizzato la mostra pittorica dal titolo Non c’è bellezza senza mistero.

Con il patrocinio della Regione Umbria, della Provincia e del Comune di Perugia e dell’Accademia delle Belle Arti, la mostra è stata inaugurata il 29 febbraio, alla presenza di Francesco Minelli e Carla Medici della Casa degli Artisti, del prof. Paolo Levi, del curatore Andrea Baffoni, di Erika Borghesi della Provincia, di Antonio Lagioia di San Giorgio Arte e di Margherita Scoccia, Assessore comunale.

 

Non c'è bellezza senza mistero

Inaugurazione

 

L’inaugurazione ha visto la partecipazione degli artisti appartenenti al Movimento degli Arcani e Nuove Luci degli Arcani, alla presenza di un folto pubblico. Sono state esposte opere di Luigi Bevacqua, Stefania Chiaraluce, Franco Cisternino, Angelo Di Tommaso, Paolo Fedeli, Roberto Guadalupi, Stefania Hepesein, Oronzo Lupo, Franco Paletta, Alessandro Passarino, Stefano Puleo, Pier Marino Zippitelli e Chelita Zuckermann. La Sala Cannoniera è stata dedicata all’esposizione delle opere di maestri storici del Novecento quali Attardi, Fiume, Guttuso, Migneco e Sassu.
Andrea Baffoni ci ha confidato: «L’idea che il bello si manifesti parallelamente a un certo grado di mistero ci spinge a riflettere sul senso stesso di questa parola: bellezza. Riguardo alla specifica mostra si potrebbe dire che ciò appare tanto più evidente quanto più si mettono a confronto grandi maestri con artisti contemporanei viventi, portando ognuno di noi a interrogarsi autonomamente, ponendoci liberamente davanti all’opera e assaporandone ogni aspetto senza il filtro di giudizi precostituiti. Se poi tale aspetto lo si inserisce nel magnifico contesto della Rocca Paolina, il messaggio di fondo risulta ancora più evidente, potendo beneficiare di un contrasto unico nel suo genere, dove le antiche e oscure mura nascondono un senso sublime di bellezza che esalta magnificamente le opere che in essa vengono a trovarsi». All’interno della mostra sono stati previsti degli eventi a essa collegati: sabato si è svolto un reading degli autori della Casa Editrice Bertoni e della Casa degli Artisti-Quaderni.

 

 

Domenica, invece, in occasione della mobilitazione mondiale dell’otto marzo e in sinergia con il Progetto Donna vede Donna, è stato organizzato, insieme alla Casa degli Artisti, un incontro dal titolo: C’era una volta e ancora c’è – Viaggio simbolico nell’essenza del femminile, tenuto dalla dott.ssa Maria Pia Minotti, psicologa e psicoterapeuta e presentato dal vostro inviato lacustre.
Visto il momento delicato che il nostro Paese sta vivendo per il Coronavirus, gli organizzatori hanno trasmesso i due eventi in diretta streaming dalla pagina Facebook della Casa degli Artisti di Perugia.

La Val di Chiana è stata per molto tempo, a causa della mano dell’uomo, una palude insalubre.

Il Muro Grosso, costruito in epoca romana nei pressi di Orvieto – vicino a Carnaiola e Ficulle – con l’ipotetico duplice scopo di depotenziare le esondazioni del Tevere a Roma e di rendere maggiormente navigabile il Clanis, fu poi innalzato fortemente nel Medio Evo (A.D. 1040-50) provocando, per scopi militari, l’impadulamento della Val di Chiana, fino ad allora percorsa dal fiume Clanis che, a causa dello sbarramento, s’ingrossò rompendo gli argini, provocando un lento e progressivo allagamento del fondovalle chianino.
I confini dello specchio d’acqua – impaludato ma navigabile – si possono desumere, oltre che dal disegno a volo d’uccello del 1503 di Leonardo da Vinci, anche dai toponimi che ancora oggi testimoniano il suo perimetro spondale del tempo: Porto, Porticciolo, Acquaviva, La Nave, I Ponti, Rigomagno, Rigutino, Ponticelli.

 

Disegno a volo d’uccello del 1503 di Leonardo da Vinci

La bonifica

In epoca etrusco-romana la valle era percorsa dal Clanis, fiume di grande portata solcato da barche che trasportavano principalmente derrate alimentari prodotte nella fertilissima Val di Chiana – chiamata Il Granaio d’Etruria – e nell’adiacente area del lago Trasimeno, destinate prevalentemente agli scambi commerciali verso la Capitale.
Orvieto, verso la metà dell’XI secolo, per impedire a Siena e Perugia di conquistare alcune città della Chiana quali Cetona, Chiusi e Paciano, innalzò il Muro Grosso lasciando una sottodimensionata portella di deflusso per le acque, favorendo così il loro ristagno e la formazione della palude chianina.
Dopo qualche infruttuoso tentativo e alcuni progetti mai decollati, trascorsi oltre 700 anni e con condizioni politiche e di appartenenza mutate, alla fine la Val di Chiana toscana fu risanata con la tecnica delle colmate. La bonifica fu curata inizialmente da Fossombroni, poi da Capei, fu proseguita da Manetti con la tecnica dell’essiccamento e, dopo circa un secolo dal suo avvio, venne conclusa verso la fine del 1800 dall’Ispettore Generale del Genio Civile, Carlo Possenti.
Durante il periodo di bonifica, il Clanis, nel tratto iniziale Arezzo-Chiusi (di 45 chilometri sui 70 totali) venne invertito di direzione: dapprima le sue acque si gettavano nel Paglia e quindi nel Tevere, poi l’uomo le convogliò artificialmente, con senso opposto al loro corso naturale, verso l’Arno attraverso il canale Maestro della Chiana, che ricalca in parte l’originario percorso fluviale.
A Chiusi Scalo – con il Concordato del 1780 tra il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio – fu costruito lo spartiacque artificiale di separazione delle Chiane e del vecchio e ormai scomparso Clanis: da qui è stato fatto partire, nel territorio toscano o Chiana Toscana, il canale maestro della Chiana – attraverso la comunicazione idrografica con il lago di Chiusi, la Chianetta e il lago di Montepulciano – che va verso Nord e si immette nell’Arno; sempre da qui è stato fatto partire, nel territorio papalino o Chiana Romana, il fiume Chiani che ripercorre, con identici senso e direzione, l’antico corso meridionale di 25 chilometri del tratto finale del Clanis, immettendosi nel Paglia e a sua volta nel Tevere.

 

Vista della Val di Chiana romana e aretina da Panicale

 

Il Muro Grosso è stato distrutto e oggi rimangono pochi antichi ruderi a sua testimonianza e un ponte in cemento armato in sua sostituzione.
Qualche anno fa è stato varato il sentiero della bonifica che, con salutari e bellissime passeggiate, permette di visitare i luoghi, le opere idrauliche ed edili che raccontano il susseguirsi evolutivo della storia del Clanis, delle Chiane e dei sistemi di risanamento che hanno portato questo territorio alla bellezza dello stato attuale.
Ancora oggi la Chiana Toscana e quella Romana, inclusive di una parte dell’area intorno al Trasimeno, rappresentano un serbatoio storico e culturale eccezionale e un territorio generatore di eccellenze artigiane, agricole ed enogastronomiche inimitabili e apprezzate in tutto il mondo.
Senza alcun dubbio, vale bene il proprio tempo visitare e conoscere le Chiane e i territori del Trasimeno. Rimarranno per sempre indimenticabili!

Perugia era sotto shok. La smania di potere aveva fatto sprofondare la città nell’orrore. I Baglioni, signori della città, si erano scannati tra di loro.
Chi era il peggiore, Astolfo I che con le sue truppe aveva insanguinato mezza Umbria? Oppure Grifonetto, suo cugino, che l’ammazzò nel sonno assieme a tutti i maschi di quel ramo della famiglia? Oppure gli sgherri, che uccisero il bellissimo Grifonetto su ordine del cugino Gian Paolo Baglioni? Era il 1507.

Sono passati 500 anni da quell’episodio così efferato e ogni giorno qualcuno ricorda il fatto cruento guardando una grande tavola dipinta la Deposizione Borghese. Tra l’episodio e la tavola c’è in mezzo l’arte sublime del giovane Raffaello
Atalanta, mamma di Grifonetto, chiese a Raffaello un quadro da mettere nella chiesa di famiglia per ricordare il suo figliolo. Come tema scelse il Trasporto di Gesù al Sepolcro.
La presenza di Raffaello a Perugia non era cosa nuova. Aveva incontrato il Perugino, aveva già dipinto anche per gli Oddi – avversari dei Baglioni – e avrebbe dipinto di nuovo per i Baglioni, ormai perdenti. Era una scelta imbarazzante che poteva rivelarsi pericolosa. Però Raffaello accettò l’incarico.

quadro di raffallo sanzio con la deposizione di cristo

La Deposizione Borghese di Raffaello

 

Il quadro rubato

La Deposizione è un quadro complesso che si stacca dagli schemi della pittura del maestro di Raffaello, il Perugino, sia come composizione sia come colori, che sembrano smaltati. Sono colori forti, quasi da fumetto; non ci sono sfumature perché il dramma non le vuole. La figura che colpisce subito chi guarda è il giovane uomo al centro, quello che, con grande sforzo, sorregge le gambe di Gesù. C’è chi dice che sia il ritratto di Grifonetto il quale, in punto di morte, si sia pentito della strage compiuta, mentre la Madonna che sviene mostra lo strazio della madre Atalanta.
La pala per alcuni anni restò appesa nella chiesa di San Francesco al Prato, ma era destinata ad avere una vita complessa come la storia che simbolicamente illustrava. Tanti hanno ammirato quel quadro e una persona, in particolare, ne rimase affascinata.
Era Scipione Borghese, cardinale, uomo colto e appassionato collezionista che, da giovane, aveva studiato a Perugia. Molte volte si era recato alla chiesa di San Francesco. Molte volte aveva ammirato quella tavola e molte volte aveva fatto dei pensieri peccaminosi. Scipione però non era un ammiratore qualsiasi.
Suo zio era papa Paolo V Borghese e lui voleva quella pala. Voleva aggiungerla alla sua collezione a Villa Borghese. Non si è mai saputo come sia stato possibile, ma a pala, in una notte buia, sparì. I fraticelli della chiesa non si accorsero di niente. Avevano il sonno profondo. La pala riapparve a Roma di lì a poco. Ma si può impunemente trattenere un bene altrui senza pagarlo e senza avere sanzioni? Si può, se si è nipoti del Papa. Il Papa scrisse una gentile letterina, detta Breve, dove affermò che «La pala resta lì dov’è perché apparteneva al nipote». Era il 1608.

Da Roma a Parigi

Il tempo va veloce, passano anni, decenni, secoli e arriva Napoleone. La pala prende la via di Parigi in mezzo a centinaia di altre opere d’arte italiane. Napoleone riempie il Louvre con i nostri capolavori, tra cui la Deposizione. Ma, come dicevano i latini, sic transit gloria mundi e tramonta anche la gloria di Napoleone. Era il 1815.
Il Papa manda in Francia Canova che riesce a recuperare la maggior parte delle opere d’arte trafugate, tra cui il quadro di Raffaello. La pala non tornerà più a Perugia, la sua casa ormai è la Galleria Borghese e la Deposizione Baglioni è per tutto il mondo la Deposizione Borghese.
Ogni anno non meno di 600.000 persone sostano davanti a quella grande opera e qualcuno si chiederà se sia possibile portarla a casa una terza volta senza sborsare un solo euro. È il 2020.