fbpx
Home / Posts Tagged "vernacolo"

«Non rinneghiamo mai il nostro dialetto. Chi rinnega il proprio dialetto, ha rinnegato la terra che lo ha generato, ha rinnegato le proprie radici culturali». Emanuele Marcuccio.

Il vernacolo di Todi – come gli altri nel resto dell’Umbria – è sostanzialmente una parlata italiana con delle varianti lessicali e con degli innesti di parole dialettali. È frutto dello sviluppo del volgare locale del XIII e del XIV secolo: il primo vocabolario dialettale todino fu redatto dalla complessa collezione laudistica di Jacopone Da Todi. In primis, va fatta una distinzione tra il parlato all’interno delle mura cittadine e quello fuori, più di tradizione contadina. Ci sono termini che cambiano o il cui utilizzo nel centro città è scarso. Alcuni esempi sono i verbi: andare, che in campagna diventa jire, hanno è ònno, poi troviamo stònno (stanno), staronno (staranno), ajjo (ho), vajjo (vado), ago (ho), dago (do), pòzzo (posso), emmara (ero), saria (sarà).
«Alcune di queste parole – soprattutto tempo addietro – individuavano la provenienza di un todino: campagna, periferia o città. Termini che, spesso tra una zona e un’altra, non erano nemmeno capiti. Particolarità della periferia è anche l’utilizzo della terza persona del condizionale a sostituzione della prima: piglierebbe st’orologio e lo butterebbe via; che farebbe... Poi, mi vengono in mente alcune parole molto più comuni che in molti ancora pronunciano: trattoro (imbuto), mijole (le molle per il focolare) o alzagnolo (mattarello). Però il dialetto più stretto è stato da sempre una prerogativa della campagna circostante» spiega il professor Manfredo Retti.

 

Piazza del Popolo, Todi

Piccolo vocabolario todino

Il viaggio alla scoperta del vernacolo di Todi passa anche per scutrignare (sculettare, darsi delle arie); potto o pottarello (ragazzo o ragazzino); bardascio o bardascetto (ragazzo in campagna), ggioèndù (gioventù), lue/lia (lui/lei), bbiribbiri (merenda), nguattarèlla (nascondino); ubbiedi (bietola): cojjemo ll’ubbieti pe ccòce o focore (vampata di calore) ed empizzà (riempire il ventre mangiando a crepapelle, eh che mbizzi!). C’è poi la bboccata (schiaffo sulla bocca): si n d’azzitti te vò a rrifilà na bboccata; la malentràmpica (una persona che cammina con difficoltà); la vècchja malentràmpica e si può stare a panzacalla (a riposo): tuqquì a ppanzacalla nun ci sta niciuno. Al contrario diventa ingundràrio (mettese r vestito all’ingundràrio), tra/all’incirca è icche e òcche, mentre destora è a quest’ora (s’ha d’arvinì destora?) e jjù è giù.

 

Antica meteorologia

La saggezza popolare passa anche attraverso i proverbi, soprattutto quelli legati alle previsioni meteo; dopotutto in campagna, nel secolo scorso, il sole e la pioggia stabilivano l’andamento del raccolto. Per questo troviamo: Quanno la mondagna mette ‘l cappello, nun guardà ‘l sole ma metti ‘l mandéllo (Quando le montagne mostrano la neve, non dar retta ai brevi periodi di sole e tieni il mantello); Levande, se nun piòe è ‘n gran bbirbande (Con il vento al levante dovrebbe piovere); Se piòe e ‘l sole ‘nzacca, la domenica fa l’acqua. Se piòe e ’nzacca ‘l sole nun è sabito che piòe (Se piove e il sole sparisce dietro le nuvole è segno che pioverà anche domenica. Se piove e il sole sparisce dietro le nuvole, sabato non arriverà senza pioggia). I più pettegoli diranno invece: la lengua non c’ha l’òsso, ma roppe ‘l dòsso (la parola non è un’arma che ferisce fisicamente, ma può far morire). «Un modo di dire molto tipico di Todi è M’hanno voluto dì che (quando si racconta qualcosa di cui non è sicuri), mentre ricordo ancora mia nonna che la sera pregava, ma per sveltirsi diceva: Amen e buonanotte Gesù che l’olio è caro» racconta il professor Retti.

 


Le puntate precedenti

Perugino
Eugubino
Castellano
Folignate
Spoletino
Ternano
Orvietano

Pievese

Gualdese

Strangozzi, stringozzi, strozzapreti, bringoli, umbricelli, bigoli, umbrichelle, lombrichelli, ciriole, anguillette, manfricoli: se mai vi capitasse di fare un giro nelle osterie umbre, sedendovi in quelle sale dalle rustiche atmosfere e addentrandovi nella lettura dei prelibati menu, vi accorgereste che nella sezione dedicata ai primi piatti campeggiano portate dai nomi evocativi quanto ambigui.

Foto via

Farina e acqua

Non è facile ricostruire la storia di un piatto dalle antiche origini, soprattutto nel caso in cui regni ancora indisturbata la confusione persino sul nome da attribuirgli, contaminato com’è dall’imprecisione propria della lingua parlata e dall’uso consuetudinario di alcuni termini piuttosto che di altri.

Ma andiamo per ordine: stiamo innanzi tutto parlando di un tipo di pasta fresca, rustica in quanto fatta a mano e dunque imprecisa, grossolana, la cui bontà sta proprio nella ruvidezza della sua composizione. Le fonti concordano sulle origini povere di questo piatto, realizzato con acqua e farina di grano tenero. Ciò che fa la differenza è però la forma che assume: ecco dunque che dallo stesso impasto nascono molti tipi di pasta, i cui nomi sono spessi confusi a causa di una somiglianza etimologica.

A Spoleto, «Erti de stinarello e fini de cortello»

Foto via

Gli stringozzi di Spoleto– chiamati strangozzi a Terni, manfricoli a Orvieto, anguillette nella zona del lago Trasimeno, umbricelli a Perugia per la loro somiglianza con i lombrichi, o ancora brigoli, lombrichelli o ciriole – sono degli spaghetti piuttosto tozzi e grossolani, con una circonferenza di 3-4 millimetri e una lunghezza di circa 25 centimetri, arrotolati a mano sulla spianatoia. Come afferma il detto, nel momento in cui si stende la sfoglia, non bisogna assottigliarla in maniera eccessiva; si starà attenti allo spessore solo in un secondo momento, quando col coltello la si taglierà nel senso della lunghezza.
La cottura degli strangozzi deve avvenire in abbondante acqua, e bisogna star pronti a ripescarli nel momento esatto in cui vengono a galla.Vengono conditi con sughi al ragù, con tartufo, con parmigiano o con le verdure
Senza dubbio, la preparazione più caratteristica è quella che tiene alto il nome di Spoleto – “alla spoletina” appunto – in cui vengono esaltati dal gusto del pomodoro, del prezzemolo e dal peperoncino piccante.

Una bagarre linguistica

Foto via

Ciò che è curioso, è che gli strangozzi per questa loro assonanza col verbo “strangolare”-vengano spesso confusi con gli strozzapreti, altra preparazione ottenuta dallo stesso semplice impasto di acqua e farina.

Sebbene i nomi vengano spesso usati in maniera intercambiabile, gli strozzapreti hanno una formato ben diverso dagli strangozzi (e dai loro omologhi): sono più corti e si presentano come delle listarelle di sfoglia arrotolate su sé stesse, la cui forma assomiglia alle stringhe delle scarpe, un tempo fatte di tenace cuoio arricciato.

Qualcuno doveva pur finire per strozzarsi

La leggenda vuole che i rivoltosi anticlericali usassero le suddette stringhe per strangolare, ai tempi del dominio dello Stato Pontificio, gli ecclesiastici di passaggio. Non sembra un’ipotesi troppo remota, se consideriamo la continua lotta dei perugini contro l’ingerenza dello Stato Pontificio: episodi come la Guerra del Sale del 1540 o l’acceso anticlericalismo ottocentesco sfociato nelle Stragi di Perugia, ci fanno ben comprendere lo scarso amore della popolazione verso i prelati. Questi ultimi, infatti, oltre a riscuotere i tributi, erano notoriamente dei golosoni, sempre pronti a scroccare pasti alla povera gente. 

Foto via

Un’altra interpretazione vuole che gli strozzapreti fossero così chiamati perché le massaie, costrette a dimezzare le porzioni ai loro cari per fare quella dei prelati, augurassero loro di strozzarsi con quello che mangiavano. Una variante è quella che vede le donne di casa maledire i preti per aver loro sottratto le uova come tributo, costringendole a fare una pasta “povera”, composta solo di acqua e farina.
Un’ulteriore interpretazione – e conferma dello spropositato appetito della Curia – ci è data dal poeta Giuseppe Gioacchino Belli, maestro del vernacolo romanesco:

 

Foto via

Nun pòi crede che ppranzo che ccià ffatto  
Quel’accidente de Padron Cammillo.  
Un pranzo, ch’è impossibbile de díllo:  
Ma un pranzo, un pranzo da restacce matto.  
Quello perantro c’ha mmesso er ziggillo  
A ttutto er rimanente de lo ssciatto,  
È stato, guarda a mmé, ttanto de piatto  
De strozzapreti cotti cor zughillo.  
Ma a pproposito cqui de strozzapreti:  
Io nun pozzo capí ppe cche rraggione  
S’abbi da cche strozzino li preti:  
Quanno oggni prete è un sscioto de cristiano  
Da iggnottisse magara in un boccone  
Er zor Pavolo Bbionni sano sano. 

(G.G. Belli, La Scampaggnata) 

 

 

 

Sembra dunque che l’eco degli stomaci affamati dei prelati si fosse propagata fino a Roma: il loro appetito era talmente smisurato da superare persino la difficoltà che la particolare forma degli strozzapreti donava all’atto di mangiarli. Altro che strozzarsi: ci vuole ben altro che una zuppiera di strozzapreti per far passare l’appetito ad un religioso!

Un piatto sostanzioso

Foto via

Oggi, sebbene gli strozzapreti vengano prodotti a livello industriale, la lavorazione attuata con una trafila in bronzo li rende ruvidi come quelli fatti in casa, permettendo il completo assorbimento dei condimenti con cui vengono serviti. Tra le sinuosità del suo profilo, infatti, i sughi si depositano e lì restano, donando al palato una piacevole sensazione di consistenza e corposità, così come sono tutte le paste dal sapore antico.