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Certi sapori antichi fanno parte dei nostri geni, che hanno accumulato storia, tradizioni e cultura fin dalle nostre origini etrusche-romane e ci fanno sentire orgogliosi e fieri. Il senso di appartenenza a un territorio è visibile anche in un piatto, il cui gusto ci tocca fino in fondo all’anima.

I popoli, le comunità e le persone si sono da sempre adattati a ciò che offriva il proprio territorio, dando valore a quelle pietanze preparate per nutrirsi. Nel tempo, l’estetica e la creatività espresse nella cottura hanno reso certi cibi più accattivanti e attraenti per un’esperienza sensoriale che si è tatuata per l’eternità nel nostro DNA. Sapori e profumi hanno pervaso e dimorano con pazienza nella nostra genia, e ogni volta che vengono risvegliati dai profumi dei cibi, ci adducono verso inebrianti sensazioni gastronomiche di assoluto compiacimento con l’arte culinaria. In questa visione, una delle preparazioni che ha generato le proprie radici al tempo degli Etruschi è un cibo tanto semplice quanto delizioso per la sua particolarità: il brustico, piatto tipico del lago Trasimeno e dei chiari di Chiusi e Montepulciano.

 

Il brustico, foto by www.valdichianaliving.it

 

Al tempo degli Etruschi

I nostri antenati etruschi adagiavano il loro pescato direttamente su un letto di cannine palustri umide e il pesce veniva ricoperto da un altro strato di giunchi lacustri. Il fuoco avvampava abbrustolendo il pesce esternamente. Dopo averlo raschiato, eviscerato, spinato e sfilettato veniva mangiato gustando il sapore leggermente amarognolo per la violenta bruciatura subita e per l’odore di fumo. Tali antiche caratteristiche sensoriali sono rimaste intense ancora oggi nella degustazione del piatto a cui sono stati aggiunti olio extravergine di oliva, aceto o limone, sale e pepe e talvolta salvia o prezzemolo.
Ai tempi degli Etruschi i pesci utilizzati erano le tinche e le scardole, successivamente si sono aggiunte le specie inserite nell’habitat lacustre in tempi relativamente recenti.
È necessario ricordarsi che le specie ittiche autoctone del lago Trasimeno sono considerate in numero di sei: l’anguilla, la tinca, il luccio, la scardola, l’albo e la lasca (scomparsa nella metà del secolo scorso). Oggi si possono contare 18 specie ittiche, alcune immesse nel Trasimeno in tempi differenti e successivi. Per il brustico preparato ai tempi nostri vengono utilizzati anche il boccalone o persico trota e il persico reale.

La preparazione

La preparazione del brustico ha una liturgia ben precisa, nell’allestimento delle cannine, nella cottura del pesce, nella sua raschiatura e nella sua elaborazione per la degustazione. Gli Etruschi ci hanno trasmesso dei sapori antichi che ancora oggi si gustano nel brustico, con il suo sentore di fumo. Questo piatto, nel suo spirito e per le arcaiche pratiche culinarie, fa rivivere al DNA la nostra identità privilegiata di essere originari e appartenenti a questo nobile e misterioso territorio etrusco, che con magia ci accoglie tra le sue suggestive ed eterne rimembranze lacustri. Al brustico si può abbinare un Sangiovese rosso giovane dei Colli del Trasimeno o, per chi preferisce i bianchi, un blend di vigne lacustri a prevalenza Trebbiano con Malvasia e Grechetto che possono essere apprezzati congiuntamente o da soli e caratterizzati da un sapore delicato, armonico e fruttato.
Il brustico, con i suoi odori etruschi, unitamente a un bicchiere di buon vino, con i suoi profumi delle terre etrusche, possono rendere indimenticabili le sensazioni enogastronomiche provate nella degustazione dei sapori, che vengono accompagnate dagli splendidi tramonti pastello che si riflettono nelle placide ed eterne acque aranciate dell’etrusco Tarsminass.

Lo riapriranno, questo è sicuro. Il progetto c’è. I soldi GAL ci sono, anche se ancora manca l’assegnazione dell’appalto che si dovrebbe fare in primavera.

Il ponte Bailey sul Tevere ritornerà così a vivere e con lui prenderà vita tutto Pian San Martino. E che vita! La nuova zona commerciale di Ponte Rio (Todi) sarà collegata con il mondo. Ci saranno strade, sentieri pedonali e piste ciclabili. Il turismo di prossimità acquisirà nuovi spazi: spazi che del resto erano usati cinquant’anni fa, ma andati poi in disuso.

 

 

Mai, come in questo caso, si può dire che il divenire fa suo il passato e che il vecchio diventa nuovo. Quando il ponte Bailey verrà riaperto, la pista ciclabile della piana assumerà un valore inatteso: collegherà infatti Pian San Martino con l’Europa. Si potrà andare in bici da Todi a Orvieto e da lì si potrà scegliere se andare verso il monte Peglia per immergersi nel selvaggio Parco dell’Elmo, oppure dirigersi verso l’estremo Nord, sino a Oslo, in Norvegia, perché la ciclabile umbra si collegherà alla ciclabile europea Eurovelo 7.
Chi opterà per il parco Elmo potrà percorrere la Foresta a galleria: un ambiente raro, dove la foresta, seguendo un corso d’acqua, crea una galleria verde. Chi invece non vorrà andare lontano, pedalando potrà raggiungere la Scarzuola: la villa surreale di Tommaso Buzzi, dove imperano esoterismo e simboli, ma anche fiori. Attualmente il ponte Bailey sul Tevere collega la nuova zona commerciale di Ponte Rio con il nulla e non è percorribile. Manca il fondo, la vegetazione ha preso il sopravvento e la strada si interrompe lì davanti.

Costruito durante la Guerra

È lì da quasi 70 anni, il ponte Bailey; è bello, lo si vede da lontano ed è un miracolo di tecnica e di ingegneria. Venne costruito velocemente a Incisa Valdarno in Toscana, per attraversare l’Arno. Era il 1944, c’era la guerra. I tedeschi si ritiravano e distruggevano i ponti. Gli alleati avanzavano, costruivano i ponti e i carri armati vi passavano sopra. Si chiamavano Bailey, quei ponti. Poi la guerra è finita, i ponti distrutti furono ricostruiti e i Bailey smontati.
Il Bailey di Incisa Valdarno invece restò lì per quasi 10 anni poi, visto che sarebbe stato più utile sotto Todi, venne smontato, traslocato, rimontato e utilizzato. Il Bailey di Ponte Rio, malgrado i suoi anni, ha una linea modernissima bella ed elegante, è lungo 150 metri e la sola campata centrale misura 86,4 metri. Sembra incredibile che lì sopra siano potuti transitare mezzi pesanti come i carri armati. La sera dell’inaugurazione, nel 1954, era illuminato come il Rex di Fellini.

L’inaugurazione

 

Per molti anni è stato utile agli abitanti della piana per raggiungere la via Tiberina, ma poi con la costruzione di nuove strade e l’entrata in funzione della E45 le zone commerciali sono state spostate in aree più comode e funzionali. Così un po’ per volta il ponte è stato dismesso, la natura ha preso il sopravvento.
Adesso la nuova zona commerciale di Ponte Rio verrà completata seguendo criteri all’avanguardia e attenti all’aspetto ecologico. Ci saranno negozi e palestre e soprattutto un parco fluviale di qua e di là del Tevere.
Nascerà così un luogo fondamentale per uscire da una situazione di urbanizzazione soffocante, una vera e propria valvola di sfogo per i tuderti che, attraversando il ponte, si troveranno con tutta Piana di San Martino da godere.

Tra la Valdichiana – che fu denominata il granaio dell’antica Roma, dove si snodava il navigabile fiume Clanis (oggi sostituto in parte dal Canale Maestro della Chiana) che veniva usato da Etruschi e Romani per trasportare le derrate alimentari fino alla Città Eterna – e l’altrettanto prezioso e ricco lago Trasimeno, si racconta di una terribile creatura leggendaria: la Marroca.

In questi territori, tra Umbria e Toscana, si narra di un animale ripugnante, un meticcio tra una serpe e una lumaca, dotato di lunghi tentacoli, che vive abitualmente nell’acqua stagnante. La Marroca è un essere capace di emettere strani suoni e borbottii per attirare a sé le vittime e, quando una persona si avvicina troppo ai bordi dell’acqua, l’afferra con le sue potenti propaggini e la trascina nella sua sinistra tana per poi, con calma, succhiarle il sangue.

La Marroca

È un animale nato dalla fantasia popolare che è servito da spauracchio nei confronti dei bambini per tenerli lontani dagli specchi melmosi della palude chianina, specialmente di notte.
Si tenga presente che la Valdichiana, nel corso dei secoli, da una fertilissima pianura è passata a essere a una vasta palude, talvolta insalubre. Per cause diverse o per scopi militari, il fiume Clanis fu ostruito a valle dal Muro Grosso, nei pressi di Fabro, prima dagli antichi Romani e poi dagli orvietani, provocando un progressivo allagamento del fondovalle chianino fino a divenire una palude insalubre. Per tale motivo i popoli si spostarono sempre più in collina, fin quando la conclusione della bonifica della Valdichiana, avvenuta intorno al 1870 e durata circa un secolo, con le sue opere idrauliche riportò la vivibilità nella piana delle Chiane, precedentemente impaludata. L’amore e il senso di protezione per i propri figli, affinché non si avvicinassero ai pericolosi acquitrini e alle malsane acque paludose chianine specialmente di notte, indussero la creazione della storia leggendaria della Marroca.

La leggenda racconta…

In qualche casa si racconta di Albo, un bambino che fu catturato da una Marroca, la lumaca-serpente con i tentacoli, ma venne salvato dal proprio cane, che purtroppo rimase ucciso nello scontro con la mostruosa creatura. Si narra che Albo, per lo spavento, tornò dai propri genitori con i capelli completamente bianchi.
Una testa scolpita su pietra arenaria, visibile nell’Antiquarium del Municipio di Baschi (TR), viene chiamata La Marroca e nella Tuscia viterbese assume le sembianze di una strega, mentre le analoghe Biddrina e Occhiomalo sono diffuse rispettivamente in Sicilia e in Maremma.
La diffusione dei racconti contadini della Chiana potrebbe essersi attuata a seguito dei pellegrini passanti sul tratto chianino della Via Romea-Germanica, destinati prima a Roma e poi, tramite la via Appia, verso il meridione italiano e quindi in Terra Santa. Il racconto della Marroca, nella vita agreste della Valdichiana, si è sopito a seguito dello spopolamento delle campagne avvenuto nel secolo scorso, così come molte delle tante leggende contadine legate alla vita di campagna.
La Valdichiana Umbra e quella Toscana, non sono solo terre ricche di cultura, storia, arte ed enogastronomia ma anche di favole, novelle e racconti che avvolgono nell’incognito e nel mistero la bellezza carismatica delle Chiane e aumentano l’attrattività di questi meravigliosi luoghi.

S’innalza verso il cielo e si staglia come se fosse sul monte degli Dei, a guardia austera del confine umbro-toscano e delle colline dove è poggiato, incutendo rispetto e curiosità.

Quando si arriva nei suoi pressi, si rimane ancor più stupiti: si ha la sensazione di essere in cima al mondo e lo sguardo vaga così lontano da perdersi tra colline, monti, laghi, pianure e borghi… si ha una vasta visione d’insieme e da qui si può capire che tipo di emozione il perugino Danti – che, a cavallo del Cinquecento, volò sul Trasimeno con il primo rudimentale deltaplano della storia –  abbia provato.
Questo luogo suggestivo e d’incanto si trova in Umbria, nel comune di Tuoro sul Trasimeno: è il castello o, per meglio dire il fortilizio, di Montegualandro, è adagiato nell’omonima località.

 

Fortilizio di Montegualandro, foto de I luoghi del silenzio

 

Da qui si possono ammirare l’estensione della Chiana romana e di quella toscana, la bellezza del lago Trasimeno, delle sue isole e dei borghi prospicienti le sue placide e antiche acque, così come la corona delle colline che lo cingono su tre lati. Alzando lo sguardo, si vedono le colline aretine, i rilievi senesi, il Monte Amiata, il Cetona e, più distante, il laziale Soratte, il Monte Arale e il Peglia. Continuando, si scorgono i monti Martani, il lontano Terminillo, i Sibillini e l’assisano Monte Subasio. Accolti tra le pieghe di questi monti e declivi vi sono le cittadine e i borghi che sembrano incastonati come degli unici gioielli preziosi e pare siano messi lì per arricchire la vista di un paesaggio che, per magia e senso storico dei luoghi, amplifica ed esalta le emozioni che nascono dal profondo di ogni animo.

Una finestra sulla storia

Questo è il regalo di Montegualandro con il suo fortilizio: un paesaggio unico e vasto come se fosse una finestra aperta sulla storia che ha visto l’Etruria, nella sua massima estensione, terra di cultura storia e leggenda. Semplicemente mozzafiato!
La storia del maniero e della sua evoluzione parte, secondo notizie, dal X secolo, anche se giù una stele etrusca ne ricorda il luogo. Nel XVI secolo il letterato locale Matteo dall’Isola affermò che il suo nome derivasse dal greco gala (latte) per l’abbondanza di greggi che qui pascolavano. Ma è dal longobardo wald e land, bosco e terra, che trae origine l’ipotesi più accreditata sull’etimologia del toponimo.
Per la sua posizione dominante – sulla strada che collegava Perugia ad Arezzo e quindi a Firenze – fu sempre oggetto di mire e di conquiste. Qui, anche Federico Barbarossa mise la sua firma e, tra perugini e città toscane, se non anche con lo Stato della Chiesa, passò spesso di mano, così come tra le famiglie Casali, Montemelini e Ranieri.

 

Fortilizio di Montegualandro, foto by I luoghi del silenzio

Ancor prima Annibale, nel giugno del 217 a.C., qui stabilì il suo campo nella battaglia e Carlo Magno, qualche secolo più tardi, ne divenne il proprietario. Il Castello di Montegualandro fu visitato, al tempo del GranTour, da Goethe e Byron e il Carducci ne scrisse.
Il fortilizio è stato ristrutturato in tutta la sua bellezza: la cinta muraria, le torri, la chiesa e il corpo centrale hanno ripreso e rinnovato gli antichi e suggestivi fasti. È di proprietà privata e normalmente non visitabile internamente, ma vale bene il tempo di una bella passeggiata per ammirare esternamente la sua magica e affascinante composizione. In particolare da lassù, si potrà toccare il cielo con un dito, sentire il respiro della natura ed estasiarsi guardando il pittoresco paesaggio che si rispecchia nell’antico lago che gli Etruschi appellavano Tarsminass.

Beccati Questo e Beccati Quest’altro!

Sembra di ascoltare una canzonatura tra ragazzi che si prendono in giro durante le fasi di un loro gioco, in realtà sono i nomi un po’ bizzarri di due torri medievali di avvistamento che si trovano in Val di Chiana, nei pressi del confine umbro-toscano, tra il lago Trasimeno e quello di Chiusi.
La Torre di Beccati Questo, ottagonale, è stata costruita nel 1279 nel territorio del Comune di Chiusi (SI) in adiacenza al confine con il territorio umbro, a testimonianza di una forte presenza dei senesi in Val di Chiana.
Qualche anno dopo, i perugini costruirono la Torre di Beccati Quest’Altro o Quello a pianta quadrata, nel territorio del Comune di Castiglione del Lago (PG), contrapposta a quella dei rivali toscani.

 

torre_toscana

La Torre di Beccati Questo

 

I singolari nomi alle due roccaforti sono stati assegnati in memoria dei due drappelli militari delle opposte fazioni che le presiedevano e che, ogni giorno, si canzonavano dalle due torri dirimpettaie.
I due fortilizi non hanno mai partecipato direttamente a scontri militari, ma sono stati utilizzati soprattutto come stazioni di gabella per lo scambio di merci e il passaggio di persone.
Questo fatto mi riporta alla mente la scena del film Non ci resta che piangere, con i magnifici Roberto Benigni e Massimo Troisi che interpretano la celeberrima scena: «Chi siete? … Cosa portate? Si ma quanti siete?… Un fiorino!». Memorabile!

 

torre_umbria

Torre di Beccati Quest’Altro o Quello

Torri sommerse

Papa Sisto V nel XVI secolo fece deviare i torrenti Rio Maggiore e Tresa dal Trasimeno alla Val di Chiana, per cercare di attenuare le piene spondali del Lago e riversare le loro portate verso la Chiana, rendendola maggiormente paludosa e costituendo così un ulteriore baluardo difensivo contro le mire espansionistiche toscane.
Quindi il terreno dove fu eretta quella senese, fu soggetto nel tempo a impaludamento: ai giorni nostri, la torre emerge per meno di due terzi della sua altezza, perché una buona parte è rimasta sepolta dalle colmate per la bonifica chianina, iniziata verso la fine del 1700.
Le due Torri non sono visitabili internamente, ma nel loro complesso ambientale sono molto suggestive: aiutano a immaginare cosa succedeva lì qualche secolo fa e forse potremmo ancora sentire, con un po’ di fantasia, qualcuno che ci dirà «Chi siete? … Cosa portate? Si ma quanti siete?… Un fiorino!»

Tresa, Rio Maggiore, Moiano e Maranzano sono i quattro affluenti dell’Anguillara, l’immissario artificiale del lago Trasimeno costruito nel 1958 nel territorio prospiciente la parte sud del Lago, progettato sia per immettere acqua nel Trasimeno in crisi idrica sia per regolare le portate verso l’esondante lago di Chiusi.

Il canale dell’Anguillara fa parte di un sistema idrografico che collega il Trasimeno a quattro torrenti (Tresa, Rio Maggiore, Moiano e Maranzano) che, seppur scorrendo in gran parte in Umbria, appartengono a loro volta al bacino idrografico del toscano e confinante lago di Chiusi.

 

 

L’intero apparato idraulico presenta un sistema complesso, formato da chiuse con paratoie metalliche, un laghetto di raccolta acque, ponti, caselli idraulici, sifoni e canali derivatori, regolando così l’afflusso dei quattro adduttori verso l’Anguillara e, in relazione alla situazione idrologica, le loro acque possono essere deviate verso il Trasimeno (tramite l’Anguillara) o verso il lago di Chiusi (tramite l’immissario Tresa che è alimentato a sua volta dai suoi tre affluenti sopracitati). L’intercettazione delle acque dei quattro torrenti a favore dell’Anguillara avviene prima che il Rio Maggiore, il Moiano e il Maranzano affluiscano nel Tresa, immissario del lago di Chiusi.
I torrenti Pescia e Paganico sono rimasti gli unici immissari naturali del Trasimeno, dopo che Papa Sisto V, nella seconda metà del XVI secolo, fece deviare il Tresa e il Rio Maggiore verso il lago di Chiusi, cercando così di ridurre i continui allagamenti spondali del Trasimeno causati dall’eccessiva escursione del livello dell’acqua durante i periodi piovosi.

 

affluenti_Trasimeno

Lo zero idrico del Trasimeno

Intorno al 1960 il Tresa e il Rio Maggiore vennero ricollegati al bacino lacuale umbro tramite l’Anguillara, questa volta per scarsità d’acqua e rischio di impaludamento del Trasimeno. Nel medesimo periodo e per lo stesso motivo entrarono a far parte dell’attuale sistema idrografico, tramite opere idrauliche d’intercettazione e derivazione, anche il Moiano e il Maranzano. Attualmente, a fronte dell’incessanti esigenze idriche del Trasimeno, l’adduzione dell’Anguillara, seppur importante, risulta spesso insufficiente ad appagare il bisogno d’acqua del lago più antico d’Italia.
Infatti, lo zero idrometrico del Trasimeno, tranne per un recente e brevissimo periodo, è sempre risultato un obiettivo quasi utopistico, portando con sé una serie di problematiche a cui ancora oggi si sta cercando una soluzione, specie per un bacino che presenta un ecosistema delicatissimo e un precario equilibrio ecologico.
Il Trasimeno è da sempre una culla di civiltà, dove cultura, tradizioni, arte, storia e natura, si esaltano e si mostrano in tutta la loro bellezza ai visitatori del vecchio e attrattivo lago etrusco Tarsminass che, anche fosse solo per questo, andrebbe maggiormente protetto e preservato… ma questa è un’altra storia. Al contempo, sulla costa orientale del Trasimeno, nei pressi del panoramico borgo di San Savino di Magione, c’è il canale emissario, regolatore delle acque lacustri in uscita… e questa anche è un’altra storia.

«L’Umbria? Il suo punto di forza è la concretezza e il carattere solido; la sua debolezza è la troppa chiusura».

Giuliano Giubilei, perugino DOC, giornalista ed ex vicedirettore del Tg3, racconta la sua Perugia, dove è nato e dove ha mosso i primi passi da cronista di Paese Sera; la città con la quale mantiene un forte legame, nonostante i quanrant’anni di lontananza: «Vivo a Roma da tanto tempo, ma non dimenticherò mai il vento di Tramontana in Corso Vannucci. Il rapporto con questi luoghi non si è mai interrotto: un perugino resterà sempre un perugino, anche se vive da tanti anni in un’altra città».

Quindi non posso che farle come prima domanda: qual è il suo legame con questa regione?

Sono nato a Perugia e, nonostante non viva più in città da circa quarant’anni, ho mantenuto un forte legame: ho un rapporto con questi luoghi che non si è mai interrotto. A Perugia ho avuto le mie prime esperienze, anche lavorative; ho avuto i miei primi amici e ho vissuto la mia formazione di uomo: dopotutto, quando sono andato via avevo venticinque anni. Chi nasce in Umbria resta umbro per sempre, anche se da anni vive in un’altra regione: un perugino di nascita non diventerà mai un romano d’adozione.

 

Festiva delle Nazioni

Giuliano Giubilei sul palco del Festiva delle Nazioni

Lei è presidente del Festival delle Nazioni di Città di Castello: che importanza hanno questo tipo di manifestazioni per la regione?

Sono importantissime, fanno conoscere l’Umbria in Italia e nel mondo. Tre su tutte sono fondamentali: parlo di Umbria Jazz, del Festival dei Due Mondi di Spoleto e del Festival delle Nazioni di Città di Castello. Sono le manifestazioni meno provinciali, che rendono il territorio vivo e che gli permettono di uscire dal confine e farsi apprezzare al di fuori. Il Festival delle Nazioni, ad esempio, punta – con la sua formula – a far conoscere musicisti internazionali dei quali, altrimenti, non avremmo potuto apprezzare la musica. Ogni edizione è dedicata a una nazione e questo permette di portare in Umbria artisti che altrimenti non sarebbero mai venuti. Il festival è anche molto frequentato da stranieri, che in estate abitano l’Alta Valle del Tevere e tutta la regione.

Com’è andata questa ultima edizione?

Un vero successo! Lo scorso anno abbiamo festeggiato i cinquant’anni con un numero di spettatori e d’incassi da record. Beh, quest’anno è andata ancora meglio. La prossima edizione sarà la dodicesima sotto la mia direzione e pensiamo di ospitare la Cina. In passato solo in due occasioni siamo usciti fuori dall’Europa, ospitando Israele e Armenia. Con la Cina vogliamo espanderci ancora di più.

Cosa serve all’Umbria per fare quel salto in avanti e togliersi la nomea di sorella minore della Toscana, sia in campo infrastrutturale sia in quello culturale?

Non trovo che l’Umbria sia la sorella minore della Toscana, non è inferiore a nessun’altra regione. La politica regionale ha investito molto nella cultura e nel favorire i vari festival ed eventi; ovviamente si può sempre fare di più. Per quanto riguarda le infrastrutture, il servizio ferroviario va sicuramente potenziato: Roma sembra lontanissima, in più – oltre al fatto che ci vogliono due ore e mezzo per raggiungerla da Perugia – alla stazione Termini il binario d’arrivo si trova a 700 metri dal terminal. Qualche giorno fa sono venuto a Perugia con il treno; al ritorno ci hanno fatto scendere al binario est e ho fatto quasi un chilometro a piedi per arrivare alla metropolitana: praticamente è come se fossimo scesi a Orte (ride). Inoltre, si deve puntare a migliorare anche l’aeroporto: l’Umbria non si può isolare!

Con l’occhio da giornalista, qual è il suo parere su Perugia e sulla regione? Quali sono i suoi punti di forza e le sue debolezze?

La sua più grande debolezza è la sua chiusura. Le racconto un aneddoto: mi sono laureato in Storia Contemporanea con la professoressa Fiorella Bartoccini, che era un nome prestigioso e un personaggio di spicco all’Università di Perugia. Un giorno mi disse: «Sai che non sono mai stata invitata a cena da un perugino?» Questo è per far capire cosa intendo per chiusura. L’Università stessa ha perso, nel corso degli anni, nomi di alto livello tra gli insegnanti. Tra i punti di forza invece c’è il carattere concreto e solido degli umbri. I perugini, in particolare, non vogliono essere servi di nessuno. Si direbbe che non vogliono stare sotto padrone.

Ha qualche aneddoto legato al suo lavoro e a Perugia?

Vi racconto la mia super raccomandazione per iniziare a fare il giornalista. Nel 1973 sono entrato a Paese Sera: la testata aveva una sede locale e con me muovevano i primi passi in questo settore Lamberto Sposini, Alvaro Fiorucci e Walter Verini. Un giorno, mentre passeggiavo per Corso Vannucci, un mio amico mi disse: «Mi hanno preso a lavorare come giornalista a Paese Sera ma a me non piace, non è che vuoi andare al mio posto?» Ovviamente, accettai al volo. Ecco la mia raccomandazione! Mi occupavo prima di cronaca giudiziaria, poi di politica comunale. Perugia, negli anni Settanta, era una città molto vivace, piena di cultura; c’era un rapporto stretto tra la comunità e gli stranieri presenti. Poi ha avuto un cambiamento fisiologico come tutte le altre città italiane, ma deve tornare a ricoprire il ruolo di capoluogo di una regione importante, sia in abito culturale sia sociale.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Chi viene vuole sempre tornare, serena e con paesaggi modellati dall’uomo.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le mattine fredde, sferzate dalla Tramontana in Corso Vannucci.

«L’aspetto della regione è piacevolissimo, immagina: un anfiteatro immenso, quale soltanto la natura può creare. Una vasta e aperta pianura cinta dai monti; questi ricoperti fin sulla cima di antiche e maestose foreste, dove la cacciagione è varia e abbondante. Lungo le pendici delle montagne i boschi cedui digradano dolcemente fra colli ubertosi e ricchissimi di humus, i quali possono gareggiare in fertilità coi campi posti in pianura […] In basso l’aspetto del paesaggio è reso più uniforme dai vasti vigneti che da ogni lato orlano le colline, e i cui limiti, perdendosi in lontananza, lasciano intravedere graziosi boschetti. Poi prati ovunque, e campi che solo dei buoi molto robusti con i loro solidissimi aratri riescono a spezzare; quel tenacissimo terreno, al primo fenderlo, si solleva infatti in così grosse zolle che solo dopo nove arature si riesce completamente a domarlo. I prati, pingui e ricchi di fiori, producono trifoglio e altre erbe sempre molli e tenere, come se fossero appena spuntate, giacché tutti i campi sono irrorati da ruscelli perenni. Eppure, benché vi sia abbondanza d’acqua, non vi sono paludi, e questo perché la terra in pendio scarica nel Tevere l’acqua che ha ricevuto e non assorbito…. […] A ciò, naturalmente, si aggiungono la salubrità della regione, la serenità del cielo, e l’aria, più pura che altrove.»
(Lettera di Plinio il Giovane a Domizio Apollinare, Libro V, epist. 6)

Storia

I primi insediamenti dell’estremo comune a nord della regione si devono far risalire agli Umbri come attestato dal ritrovamento di numerosi bronzetti.  In epoca romana – con il nome Meliscianum dalla ninfa Melissa il cui nome significa “produttrice di miele” ed evoca una zona in cui l’apicoltura era senz’altro largamente praticata – divenne un importante centro commerciale lungo la via Tiberina. Del periodo romano è notevole attestazione la grandiosa villa rustica che Plinio il Giovane fece costruire intorno al 100 d.C. In seguito la villa venne distrutta e il territorio devastato dai Goti di Totila.

Scavi archeologici di Colle Plinio, foto gentilmente concessa dal Comune di San Giustino

Il nome odierno di San Giustino, dal santo martirizzato a Pieve de’ Saddi ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio, appare per la prima volta in un diploma del 1027. Il territorio di San Giustino fu per secoli conteso tra Arezzo, Città di Castello e San Sepolcro. I primi signori del luogo furono Oddone e Rinaldo di Ramberto, i quali nel 1218 si sottomisero a Città di Castello. A seguito della sottomissione del 1262 Città di Castello lo fece munire, ma durante la sede papale vacante, a seguito della morte di Clemente IV, San Sepolcro mise a ferro e fuoco il territorio distruggendo anche il fortilizio. Una volta ricostruito il Castello, esso fu dato in custodia nel 1393 alla famiglia Dotti, fuoriuscita da San Sepolcro, con l’impegno che venisse usato per la difesa di Città di Castello. Dopo alterne vicende -in cui a più riprese il palazzo Dotti venne distrutto e ricostruito- la famiglia Dotti lo restituì al comune di Città di Castello nel 1481. A questo punto il governatore papale di Città di Castello invitò suo fratello, Mariano Savelli, valente architetto, a predisporre il progetto per la trasformazione della dirupata fortezza in potente palazzo che doveva rivelarsi inespugnabile e munito di un imponente fossato. I lavori vennero iniziati, ma mancando i fondi per portarli a termine Città di Castello lo diede nel 1487 a un facoltoso possidente, Niccolò di Manno Bufalini, dottore in utroque iure e familiare di Sisto IV, di Innocenzo VIII e di Alessandro VI, perché portasse a termine i lavori. Tanti furono i servizi e meriti nei confronti della Santa Sede che nel 1563 Giulio Bufalini e il figlio Ottavio ebbero dal Papa il titolo di conti e a loro venne assegnato il feudo e il territorio di San Giustino. Durante il periodo napoleonico San Giustino, staccato da Città di Castello, divenne comune autonomo, ma fu soppresso con la fine di Napoleone per venire definitivamente riconosciuto con motu proprio di Leone XIII nel 1827. San Giustino fu il primo comune umbro ad essere occupato dai Piemontesi del generale Fanti l’11 settembre 1860.

Castello Bufalini

Castello Bufalini, foto gentilmente concessa dal Comune di San Giustino

Castello Bufalini costituisce senz’ombra di dubbio l’emblema di San Giustino. Il castello vede le sue origini nel fortilizio militare della famiglia Dotti. Restituito a Città di Castello nel 1478 dopo che a più riprese era stato attaccato e distrutto, nel 1487 il legato pontificio di Città di Castello lo donò a Niccolò di Manno Bufalini perché egli terminasse i lavori di ricostruzione iniziati su progetto di Mariano Savelli, fratello del governatore, con l’obbligo in caso di guerra di difendere Città di Castello e di accogliere le truppe e i capitani che il comune avrebbe inviato a difesa del luogo e dei suoi abitanti. Il Bufalini, su nuovo progetto redatto da Camillo Vitelli, trasformò il vecchio fortilizio in una vera e propria fortezza circondata da un fossato, dotata di un mastio e quattro torri, camminamenti merlati e ponte levatoio.
Il Rinascimento portò alla trasformazione della fortezza in villa signorile. Gli autori di tale trasformazione furono i fratelli Giulio I e Ventura Bufalini dal 1530 comproprietari e residenti nel castello. I lavori, eseguiti tra il 1534 e il 1560, riguardarono sia la ristrutturazione esterna dell’edificio sia la nuova disposizione e l’ammodernamento degli spazi interni. Il progetto iniziale che prevedeva la sistemazione del cortile interno, la costruzione delle finestre inginocchiate, la realizzazione di una delle due scale a chiocciola e una nuova distribuzione degli ambienti, probabilmente si deve a Giovanni d’Alessio d’Antonio, detto Nanni Ongaro o Unghero (Firenze 1490-1546), architetto fiorentino della cerchia dei Sangallo, al servizio del granduca di Toscana Cosimo I, ma i lavori proseguirono anche dopo la sua morte. Per la decorazione pittorica viene chiamato Cristoforo Gherardi (San Sepolcro 1508-1556), detto Il Doceno, che dipinge cinque stanze con favole mitologiche e decorazioni a grottesca, lavorando dal 1537 al 1554. Alla fine del Seicento, il castello fu interessato da una nuova fase di lavori su commissione di Filippo I e Anna Maria Bourbon di Sorbello. Su progetto di Giovanni Ventura Borghesi (Città di Castello 1640-1708), il palazzo venne trasformato in villa di campagna con giardino all’italiana. L’ultima vicenda costruttiva del castello ha avuto luogo dopo la Seconda Guerra mondiale, in quanto non uscì incolume dai bombardamenti che interessarono la zona. Nel 1989 Giuseppe Bufalini lo cedette allo Stato. Con l’integrità dei suoi arredi, il castello costituisce oggi un raro esempio di dimora storica signorile.

Villa Magherini Graziani di Celalba

Foto gentilmente concessa dal Comune di San Giustino

La villa, sorta su un preesistente fortilizio romano, fu progettata dagli architetti Antonio Cantagallina di San Sepolcro e da un certo Bruni di Roma su commissione di Carlo Graziani di Città di Castello. I lavori iniziati nei primi anni del Seicento furono portati a termine nel 1616. La struttura, a pianta quadrangolare, si sviluppa su tre livelli, sormontata da una torretta di 17 metri di altezza. Il piano terra è decorato da archi murati al cui centro si aprono finestre e nicchie che evocano la regolarità di un portico. Il piano nobile è caratterizzato da un ampio loggiato con elegante balaustra e colonne in pietra serena. L’ingresso laterale immette nella galleria carraia, costruita con volte a botte, che consentiva l’accesso al coperto delle carrozze e collegava tra di loro la casa colonica e la chiesetta dedicata alla Santa Maria Lauretana. L’edificio, che costituisce uno splendido esempio di villa nobiliare tardo rinascimentale è circondato da un parco di 6 ettari di superficie recentemente recuperato e nella parte frontale si può ammirare un meraviglioso esempio di giardino all’italiana. Dal 1981 è proprietà del Comune di San Giustino che ha provveduto al restauro funzionale dell’edificio. Oggi la casa colonica è adibita ad attività socio-culturali. La chiesetta invece è oggi usata dal Comune di San Giustino per la celebrazione dei matrimoni civili. I locali di villa Magherini Graziani ospitano il Museo Pliniano e dal febbraio 2016 anche la mostra permanente Iperspazio di Attilio Pierelli (Sasso di Serra S. Quirico 1924-Roma 2013). L’artista, fondatore del Movimento Artistico Internazionale Dimensionalista, ha dedicato gran parte della sua produzione alla visualizzazione del concetto di spazio relativo alla quarta dimensione geometrica e alle geometrie curve non euclidee e a Villa Magherini Graziani è possibile ripercorrere le diverse stagioni creative dell’autore dalle Piastre inox, ai Nodi, ai Cubi attraverso cui l’artista negli anni ha dialogato con l’iperspazio.

Museo del Tabacco

Museo storico scientifico del Tabacco, foto gentilmente concessa dal Comune di San Giustino

È uno dei sette musei italiani dedicati al Tabacco. Sorto nella sede dell’ex Consorzio Tabacchicoltori di San Giustino, ad opera dell’omonima Fondazione (costituitasi nel 1997), ha lo scopo di far conoscere l’importanza storica che la tabacchicoltura ha avuto – ed ha – nello sviluppo sociale ed economico della zona. Nell’Alta Valle del Tevere infatti la coltivazione del tabacco costituisce una tradizione che deve essere tramandata e diffusa. Non è un caso che proprio a San Giustino si trovi un museo dedicato al Tabacco, infatti nella penisola italiana le prime coltivazioni di una certa importanza per scopi commerciali dell’erba tornabuona – così chiamata perché i primi semi furono portati in Toscana dal vescovo Niccolò Tornabuoni alla fine del Cinquecento – risalgono agli inizi del Seicento e risiedono proprio nella Repubblica di Cospaia, un piccolo territorio oggi frazione di San Giustino.

Tabacchine, foto gentilmente concessa dal Comune di San Giustino

Il museo comprende uffici, essiccatoi, sale di cernita: luoghi di grande fascino dove si rievoca una lunga storia di fatica e lavoro, ma anche di emancipazione, storia che ha avuto nelle donne del XX secolo le principali protagoniste. Le lavoratrici dei tabacchi, infatti, al pari delle operaie tessili, sono tra le prime donne che, abbandonato il tradizionale lavoro casalingo, vengono inserite nelle grandi industrie.

 

La Repubblica di Cospaia

 

Cospaia, oggi frazione di San Giustino, è l’ultima località a nord dell’Umbria. La sua storia – la storia di un piccolissimo stato indipendente tra tre grandi potenze (lo Stato della Chiesa, il Ducato di Urbino e il Granducato di Toscana) a lungo in lotta tra loro – merita di essere raccontata. Cosimo dei Medici aveva concesso un prestito di 25.000 fiorini a Eugenio IV per il Concilio ecumenico che nel 1431 aveva indetto a Basilea, chiedendo in garanzia la giurisdizione su Borgo San Sepolcro. Alla morte del Papa il prestito non era stato restituito e così i due Stati mandarono i loro geometri a delimitare i rispettivi confini. I geometri lavorarono senza mai vedersi e così i toscani stabilirono i confini sul Rio della Gorgaccia, i pontifici sul Rio Ascone. Il territorio compreso dunque tra i due fiumi, la collina di Cospaia, rimase pertanto indipendente. Dal 1441 al 1826 Cospaia «trascorse quattro secoli senza avere capi, o leggi, o consigli, o statuti, o soldati, o esercito, o prigioni, o tribunali, o medico, o tasse. Sopravvisse secondo il buonsenso degli anziani. Non ebbe pesi e misure». Perfino la posizione del parroco, che si occupava anche di tenere il registro delle anime e di fare il maestro del paese, denunciava indipendenza, egli infatti non sottostava a nessun vescovo. L’indipendenza finì con l’accordo dell’11 febbraio 1826 con il quale Leone XII e Leopoldo I si spartivano il territorio. Cospaia il 28 giugno 1826 fece atto di sottomissione allo Stato pontificio e ogni cospaiese a “risarcimento” della perduta libertà ebbe un papetto, ossia una moneta d’argento con l’effigie di Leone XII. Ancora oggi il 28 giugno di ogni anno viene celebrata la “ex Repubblica di Cospaia”.

 

Per saperne di più su San Giustino

 

 

 

 

 


Storia – Bibliografia essenziale 
San Giustino, in M. Tabarrini, L’Umbria si racconta, Foligno, s.n., 1982, v. P-Z, pp. 265-269.
E. Mezzasoma, S. Giustino, in «Piano.Forte», n. 1 (2008), pp. 43-49.
S. Dindelli, Castello Bufalini. Una sosta meravigliosa fra Colle Plinio e Cospaia, San Giustino, BluPrint, 2016

Castello Bufalini – Bibliografia essenziale 
A. Ascani, San Giustino, Città di Castello, s.n., 1977.
G. Milani-P. Bà, I Bufalini di San Giustino. Origine e ascesa di una casata, San Giustino, s.n., 1998.
S. Dindelli, Castello Bufalini. Una sosta meravigliosa fra Colle Plinio e Cospaia, San Giustino, BluPrint, 2016

La Repubblica di Cospaia – Bibliografia essenziale 
Cospaia, in M. Tabarrini, L’Umbria si racconta, Foligno, s.n., 1982, v. A-D, p. 447.
A. Ascani, Cospaia. Storia inedita della singolare repubblica, Città di Castello, tipografia Sabbioni, 1977.
G. Milani, Tra Rio e Riascolo. Piccola storia del territorio libero di Cospaia, Città di Castello, Grafica 2000, 1996
E. Fuselli, Cospaia tra tabacco, contrabbando e dogane, San Giustino, Fondazione per il Museo Storico Scientifico del Tabacco, 2014