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Tra San Giustino (PG) e Sansepolcro (AR), c’è una zona di terreno che per secoli, tra il 1441 e il 1826, ha goduto di un’indipendenza dovuta a un errore dei cartografi vaticani e toscani. Così è potuta nascere la libera Repubblica di Cospaia.

I delegati cartografi dello Stato Pontificio e del Granducato di Toscana, che dovevano tracciare i confini in quella zona di territorio, sbagliarono la delimitazione del luogo nei loro termini mappali, lasciando così fuori dalle rispettive giurisdizioni quella minuscola area nell’Alta Valtiberina, che si trova tra i torrenti Riascone e Rio di Gorgaccia.

 

Repubblica di Cospaia, foto via La storia di Cospaia

 

La zona, rimasta fuori dalle mappe dei cartografi, era una piccolissima striscia di terra, larga cinquecento metri e lunga due chilometri. Gli abitanti di Cospaia, il borgo appoggiato su quella piccolissima porzione di territorio, accorgendosi dell’errore, si dichiararono fin da subito indipendenti e liberi da altre sovranità; tale condizione rimase immutata per secoli. E così Cospaia visse dimenticata per quasi quattrocento anni, senza appartenere a nessuno se non a sé stessa. Non esisteva un codice, una legge o imposte e in questa situazione, prese vita il contrabbando con gli Stati confinanti. In tal modo la Repubblica di Cospaia ha rappresentato per diversi secoli, un territorio franco e spesso i contrabbandieri vi trovarono accoglienza per i loro traffici che avvenivano tra Umbria, Toscana e Marche, attraverso la percorrenza di sentieri ben definiti da parte dei contrabbandieri/trasportatori che venivano chiamati spalloni.

 

 

I principali prodotti agroalimentari, oggetto di questi traffici illeciti, erano il tabacco e il grano. La Valtiberina, ancora oggi, è una terra di vocazione per la coltivazione del tabacco, una delle tipicità del territorio e rappresenta una fonte economica importante per gli abitanti della zona. La Repubblica di Cospaia ebbe la sua fine nel 1826 con la restaurazione post Napoleonica e il suo territorio venne poi suddiviso tra il comune umbro di San Giustino e quello toscano di Sansepolcro.
La Repubblica di Cospaia non ha riconoscimento giuridico corrente, ma il suo originario motto, scritto sul portale della chiesa parrocchiale della cittadina, è sempre attuale: Perpetua et firma libertas (Perpetua e sicura libertà)… e nei tempi correnti questo antico detto assume un significato di immenso valore e rimane sempre à la page.

Cortona, cittadina aretina, si erge su una collina da cui si può godere di un suggestivo belvedere sulla Chiana Umbra e Toscana e sull’antico lago Trasimeno. Ha, come tanti altri meravigliosi borghi italiani, origini leggendarie che traggono spunto dalla storia.

Cortona è stata una delle dodici lucumonie etrusche, molto florida e potente e con territori molto ampi, come si può evincere dalla Tabula Cortonensis: essi giungevano fino alla costa nord-occidentale del lago Trasimeno. La Tabula, conservata presso il Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona, è stata realizzata in bronzo nel II secolo a.C., dove, tra le altre cose, si cita di un vigneto che si trovava nei pressi del Trasimeno. Oltre alla testimonianza che viene riportata nel testo e alla sua lunghezza, che ha aiutato gli studiosi nella miglior comprensione di questa lingua, contiene un paio di rimandi che vogliamo mettere in evidenza: è il più antico documento ritrovato dove si fa riferimento al mondo del vino (un vigneto appunto) e a Tarsminass, il nome etrusco del lago umbro più antico d’Italia, il Trasimeno.

 

Cortona

La leggenda di Dardano

Cortona, l’aretina città che si erge vicino al confine tra Umbria e Toscana, sembra debbe le sue origini a Dardano, figlio di Giove ed Elettra. Virgilio, nella sua Eneide, fa riferimento a Dardano e a Cortona. Seguendo il racconto leggendario, Dardano stava combattendo in un luogo collinare dominante la Val di Chiana e durante il combattimento una lancia tirata da un avversario gli portò via l’elmo. Questo non fu più ritrovato, ma gli aveva salvato la vita. Un indovino raccontò che la Madre Terra se l’era preso a sé, poiché voleva che in quel punto fosse costruita una città inespugnabile e forte, come l’elmo dell’eroe. Allora Dardano costruì le robuste mura, proprio dove aveva perduto il suo elmo, e alla città fu dato il nome di Curtun, poi Corito, dal greco corys, elmo appunto. Da qui Cortona. Quindi il cortonese Dardano si sarebbe recato in Asia, presso lo stretto dei Dardanelli, che da lui prende il nome e, non lontano da lì la sua stirpe avrebbe fondato la mitica Troia. Virgilio, come è noto, racconta nella sua Eneide, che dopo la vittoria greca, il troiano Enea fuggì per mare e dopo un lungo peregrinare approdò nel Lazio dove diede inizio, tramite i suoi successori Romolo e Remo, alla fondazione e alla fantastica storia dell’antica Roma. Per questa incantevole leggenda e grazie al suo epico eroe Dardano, si dice che Cortona è mamma di Troia e nonna di Roma.

Quando guido verso Tuoro arrivando dall’alta valle del Tevere, corro sempre in bilico tra il confine dell’Umbria e la Toscana. Attraverso la valle e la strada del Niccone, dove a volte incontro auto lussuose che scendono dal castello di Reschio, dirette chissà dove in questa bella e misteriosa terra umbra. Allo stesso modo posso incontrare trattori con rimorchi carichi di tabacco appena raccolto: emergono da quei campi sterminati che in estate sono verdi e in autunno tutti gialli. La mia road map passa per Lisciano Niccone, si arrampica poi per un po’ di curve fino alla Cima, ai Gosparini e lì, wow!, si apre la vista sul lago.

Tuoro sul Trasimeno, che mi aspetta qualche curva più giù, è un piccolo borgo che si affaccia sulle sponde settentrionali del Lago; è a cavallo tra Umbria e Toscana alle pendici del Monte Castelluccio. Il borgo attuale, formatosi in età medievale – non prima del XIV secolo – subì le vicende e le lotte legate alla conquista della posizione strategica al confine tra Perugia e la Toscana. Tuoro è uno dei borghi più belli del Trasimeno, forse però uno dei meno conosciuti; ha una vista dritta dritta sull’Isola Maggiore, che fa parte del suo stesso comune. Passeggiando per le sue vie, si percepisce un’atmosfera calma da Umbria slow life: c’è il caffè nella piazza, la farmacia, la pescheria, i tabacchi, il panettiere e vari posti dove mangiare bene e in santa pace.

Un tour virtuale

Il nostro Palazzotto del Novecento si scorge già da Piazza Municipio: è un palazzo elegante, contraddistinto da due palme sofferenti che incorniciano l’ingresso principale. Mi avvicino al suo cancello, mi guardo intorno e vedo che la sua posizione è veramente di pregio, è in un’intersezione di strade e svetta su Tuoro quasi a volermi dire io sono importante e sono imponente.
Abituatevi, se continuerete a leggermi, a sentir parlare le case; per me non sono solo pietre, mattoni, calce o cemento, sono la storia di chi l’ha progettata e abitata, di chi l’ha vissuta, aprendo quel portone felice o triste. Quanti pensieri avranno fatto i suoi abitanti affacciandosi alle finestre e ammirando il lago, ognuno ad ogni piano, con una diversa riflessione.
È singolare trovare così centrale un edificio così ben collocato e soprattutto con un giardino tanto vasto; mi diletto a contare gli ulivi, che sono quaranta. Il giardino ha una bella estensione anche se rimane un po’ basso per la vista sul lago, ma una parte è presente anche vicino a un ingresso secondario ribassato rispetto alla strada. Questa parte è suggestiva, immagino signore con abiti d’epoca sedute ai tavolini sorseggiando un tè. La proprietà è tutta recintata e gli ingressi quindi sono 3, quello principale, poco più sotto un altro che conduce a dei gradoni che accompagnano al giardino e un altro ne scorgo camminando lungo il suo perimetro; questo è un grande cancello che potrebbe oggi essere usato come ingresso per le auto. Mi sembra di vederlo con una parte dedicata allo spazio piscina e un’altra per la sosta delle auto.

 

 

Entro dall’ingresso secondario in basso: è la parte dedicata alle cantine, ci sono soffitti a volta e le pareti con pietra a vista, caratteristiche che oggi sono ricercate per locali di degustazione e intrattenimento.
La casa è caratterizzata da una scala centrale e ampia in pietra serena e ferro battuto, ma l’elemento più particolare è il corridoio, che ne costituisce la spina dorsale attorno alla quale si svolgono tutte le stanze e, penso, anche tutte le storie di chi nel corso degli anni l’ha abitata. Sono due i piani strutturati così, mentre l’ultimo ha un’influenza più moderna perché ha avuto un abbozzo di ristrutturazione; insomma stando dentro e percorrendola, ho la sensazione di un edificio che è stato modificato, cambiato e forse poco rispettato nella sua identità. Il fattore magico però sono le vedute da ogni singola finestra che affaccia verso il lago, sembra quasi di poter toccare l’Isola Maggiore e questo mai nessuno ha potuto cambiarlo e mai potrà farlo. Il Palazzotto merita di rivivere, per la sua struttura, per la sua location, per il valore aggiunto che potrebbe rappresentare nell’economia torreggiana. Quasi lo vedo, finalmente ristrutturato in modo armonico e congruo alla sua essenza.

Ebbene sì, stiamo parlando proprio del castoro e non della nutria. Sì, proprio il castoro, quel simpatico roditore acquatico che ama abbattere i tronchi degli alberi per costruire delle vere e proprie dighe.

Ma facciamo un po’ di ordine. Dal mese di marzo 2021, anche se sono stati raccolti indizi che confermano la presenza della specie già nel 2019, è stata documentata la presenza di piccoli nuclei di castoro eurasiatico (Castor fiber) in almeno quattro aree non collegate tra loro in Toscana e in Umbria, oltre a sporadiche segnalazioni nelle Marche al confine con la Toscana e singoli segni di presenza in Emilia Romagna e Lazio.
Il castoro eurasiatico è un grande roditore, strettamente erbivoro, che può raggiungere quasi i 40 kg di peso, perfettamente adattato alla vita semi-acquatica. Vive in piccoli gruppi familiari, territoriali, composti da 3-5 individui che occupano tratti di fiume o di lago di lunghezza variabile. Abbatte alberi, scava buche e canali, accumula rami per formare delle dighe che aiutano a mantenere il livello dell’acqua al di sopra dell’entrata delle tane, ciò gli consente di mettersi al riparo dai predatori e di facilitare il trasporto dei rami pesanti e della vegetazione usata come cibo in inverno.

 

Tipico rosicchiamento doppio conico, Foto di Cristiano Spilinga

 

Anche se originariamente era distribuito in tutta l’Europa e l’Asia, all’inizio del 1900, a seguito di un’intensa attività di caccia che aveva lo scopo di recuperare la pelliccia, la carne e l’olio prodotto dalle sue ghiandole perianali, la specie sopravviveva con sole otto piccole popolazioni. Nel XX secolo la specie si è ampiamente ripresa in Europa grazie all’introduzione di norme di protezione, ai programmi di reintroduzione e alle sue capacità di dispersione attraverso la rete idrografica.
Nell’Alto Medioevo il castoro eurasiatico era ancora ben diffuso in Italia, in particolare nella Pianura Padana, da dove scomparve nel corso del XVI o all’inizio del XVII secolo.
Dopo quattro secoli di completa assenza in Italia, nel 2018 un individuo in dispersione naturale dalla popolazione austriaca reintrodotta è stato rilevato nella zona di Tarvisio e nel 2020 la specie è stata segnalata anche in Val Pusteria.

 

Castoro eurasiatico (Castor fiber) ripreso con una fototrappola. Foto di Chiara Pucci e Davide Senserini

Ma allora… come ci è arrivato il castoro in Umbria?

Potrebbe non essersi mai estinto, anche se questa ipotesi è molto inverosimile visto che dove la specie è presente è facilmente rilevabile dai caratteristici segni, derivanti dal rosicchiamento doppio conico, lasciati sugli alberi.
La seconda ipotesi, altrettanto poco probabile, è che la specie sia arrivata spontaneamente da altre aree. Poco probabile perché la distanza tra la Toscana e l’Umbria e le attuali zone di presenza in Francia, Svizzera, Austria, Tarvisiano e Val Pusteria è pari ad almeno 400 km e nel mezzo non ci sono evidenze di altre popolazioni.
Potrebbe esserci stata una fuga di individui dalla cattività, ma la presenza di segnalazioni in aree diverse della Toscana e dell’Umbria, implicherebbe diverse fughe di animali da varie strutture che li detenevano in cattività, oppure una fuga unica con successiva diffusione in aree diverse. Il tutto molto improbabile.

Particolare della coda del castoro eurasiatico (Castor fiber), Foto Chiara Pucci e Davide Senserini

L’ultima ipotesi, quella attualmente più accreditata dalla comunità scientifica, è che ci sia stato un rilascio illegale di animali in più aree. I teriologi, che sono gli zoologi che si occupano dello studio dei mammiferi, si stanno interrogando su come gestire questa situazione visto che nonostante il castoro eurasiatico sia una specie strettamente protetta dalla legislazione nazionale e internazionale, per la Commissione Europea, essendoci stato un precedente in Spagna, i nuclei originati da rilasci illegali non sono obbligatoriamente tutelati, almeno fino a quando non diano origine a popolazioni diffuse e naturalizzate.
L’Associazione Teriologica Italiana (ATIt) ritiene che i castori eurasiatici presenti in Italia centrale siano verosimilmente frutto di immissioni illegali e che comunque andrebbe predisposta un’attenta valutazione della fattibilità della reintroduzione in relazione alla sua capacità di produrre alterazioni positive e negative agli ecosistemi.
Qualsiasi ulteriore decisione sul destino di questa specie in Italia centrale sarà comunque subordinata a un’attività di monitoraggio su vasta scala per localizzare eventuali altri nuclei presenti e meglio chiarire la distribuzione attuale del castoro eurasiatico.
La stessa ATIt indica che nelle aree dove è accertata la presenza di castori dovrà essere definito al più presto un piano per la rimozione degli stessi, da comunicare adeguatamente alla popolazione per far comprendere la necessità di tali interventi.

 


Bibliografia

  • Mori E., Viviano A., Brustenga L., Olivetti F., Peppucci L., Pucci C., Senserini D., Sergiacomi U., Spilinga C., Roversi P.F., Mazza G. 2021. Distribution and genetic analysis of wild-living Eurasian beavers in Central Italy. Redia, Journal of Zoology 104: 209-215.
  • Posizione dell’ATIt sulla presenza del Castoro eurasiatico in Italia centrale. Documento approvato dal Consiglio Direttivo dell’ATIt il 18 novembre 2021.

Certi sapori antichi fanno parte dei nostri geni, che hanno accumulato storia, tradizioni e cultura fin dalle nostre origini etrusche-romane e ci fanno sentire orgogliosi e fieri. Il senso di appartenenza a un territorio è visibile anche in un piatto, il cui gusto ci tocca fino in fondo all’anima.

I popoli, le comunità e le persone si sono da sempre adattati a ciò che offriva il proprio territorio, dando valore a quelle pietanze preparate per nutrirsi. Nel tempo, l’estetica e la creatività espresse nella cottura hanno reso certi cibi più accattivanti e attraenti per un’esperienza sensoriale che si è tatuata per l’eternità nel nostro DNA. Sapori e profumi hanno pervaso e dimorano con pazienza nella nostra genia, e ogni volta che vengono risvegliati dai profumi dei cibi, ci adducono verso inebrianti sensazioni gastronomiche di assoluto compiacimento con l’arte culinaria. In questa visione, una delle preparazioni che ha generato le proprie radici al tempo degli Etruschi è un cibo tanto semplice quanto delizioso per la sua particolarità: il brustico, piatto tipico del lago Trasimeno e dei chiari di Chiusi e Montepulciano.

 

Il brustico, foto by www.valdichianaliving.it

 

Al tempo degli Etruschi

I nostri antenati etruschi adagiavano il loro pescato direttamente su un letto di cannine palustri umide e il pesce veniva ricoperto da un altro strato di giunchi lacustri. Il fuoco avvampava abbrustolendo il pesce esternamente. Dopo averlo raschiato, eviscerato, spinato e sfilettato veniva mangiato gustando il sapore leggermente amarognolo per la violenta bruciatura subita e per l’odore di fumo. Tali antiche caratteristiche sensoriali sono rimaste intense ancora oggi nella degustazione del piatto a cui sono stati aggiunti olio extravergine di oliva, aceto o limone, sale e pepe e talvolta salvia o prezzemolo.
Ai tempi degli Etruschi i pesci utilizzati erano le tinche e le scardole, successivamente si sono aggiunte le specie inserite nell’habitat lacustre in tempi relativamente recenti.
È necessario ricordarsi che le specie ittiche autoctone del lago Trasimeno sono considerate in numero di sei: l’anguilla, la tinca, il luccio, la scardola, l’albo e la lasca (scomparsa nella metà del secolo scorso). Oggi si possono contare 18 specie ittiche, alcune immesse nel Trasimeno in tempi differenti e successivi. Per il brustico preparato ai tempi nostri vengono utilizzati anche il boccalone o persico trota e il persico reale.

La preparazione

La preparazione del brustico ha una liturgia ben precisa, nell’allestimento delle cannine, nella cottura del pesce, nella sua raschiatura e nella sua elaborazione per la degustazione. Gli Etruschi ci hanno trasmesso dei sapori antichi che ancora oggi si gustano nel brustico, con il suo sentore di fumo. Questo piatto, nel suo spirito e per le arcaiche pratiche culinarie, fa rivivere al DNA la nostra identità privilegiata di essere originari e appartenenti a questo nobile e misterioso territorio etrusco, che con magia ci accoglie tra le sue suggestive ed eterne rimembranze lacustri. Al brustico si può abbinare un Sangiovese rosso giovane dei Colli del Trasimeno o, per chi preferisce i bianchi, un blend di vigne lacustri a prevalenza Trebbiano con Malvasia e Grechetto che possono essere apprezzati congiuntamente o da soli e caratterizzati da un sapore delicato, armonico e fruttato.
Il brustico, con i suoi odori etruschi, unitamente a un bicchiere di buon vino, con i suoi profumi delle terre etrusche, possono rendere indimenticabili le sensazioni enogastronomiche provate nella degustazione dei sapori, che vengono accompagnate dagli splendidi tramonti pastello che si riflettono nelle placide ed eterne acque aranciate dell’etrusco Tarsminass.

Lo riapriranno, questo è sicuro. Il progetto c’è. I soldi GAL ci sono, anche se ancora manca l’assegnazione dell’appalto che si dovrebbe fare in primavera.

Il ponte Bailey sul Tevere ritornerà così a vivere e con lui prenderà vita tutto Pian San Martino. E che vita! La nuova zona commerciale di Ponte Rio (Todi) sarà collegata con il mondo. Ci saranno strade, sentieri pedonali e piste ciclabili. Il turismo di prossimità acquisirà nuovi spazi: spazi che del resto erano usati cinquant’anni fa, ma andati poi in disuso.

 

 

Mai, come in questo caso, si può dire che il divenire fa suo il passato e che il vecchio diventa nuovo. Quando il ponte Bailey verrà riaperto, la pista ciclabile della piana assumerà un valore inatteso: collegherà infatti Pian San Martino con l’Europa. Si potrà andare in bici da Todi a Orvieto e da lì si potrà scegliere se andare verso il monte Peglia per immergersi nel selvaggio Parco dell’Elmo, oppure dirigersi verso l’estremo Nord, sino a Oslo, in Norvegia, perché la ciclabile umbra si collegherà alla ciclabile europea Eurovelo 7.
Chi opterà per il parco Elmo potrà percorrere la Foresta a galleria: un ambiente raro, dove la foresta, seguendo un corso d’acqua, crea una galleria verde. Chi invece non vorrà andare lontano, pedalando potrà raggiungere la Scarzuola: la villa surreale di Tommaso Buzzi, dove imperano esoterismo e simboli, ma anche fiori. Attualmente il ponte Bailey sul Tevere collega la nuova zona commerciale di Ponte Rio con il nulla e non è percorribile. Manca il fondo, la vegetazione ha preso il sopravvento e la strada si interrompe lì davanti.

Costruito durante la Guerra

È lì da quasi 70 anni, il ponte Bailey; è bello, lo si vede da lontano ed è un miracolo di tecnica e di ingegneria. Venne costruito velocemente a Incisa Valdarno in Toscana, per attraversare l’Arno. Era il 1944, c’era la guerra. I tedeschi si ritiravano e distruggevano i ponti. Gli alleati avanzavano, costruivano i ponti e i carri armati vi passavano sopra. Si chiamavano Bailey, quei ponti. Poi la guerra è finita, i ponti distrutti furono ricostruiti e i Bailey smontati.
Il Bailey di Incisa Valdarno invece restò lì per quasi 10 anni poi, visto che sarebbe stato più utile sotto Todi, venne smontato, traslocato, rimontato e utilizzato. Il Bailey di Ponte Rio, malgrado i suoi anni, ha una linea modernissima bella ed elegante, è lungo 150 metri e la sola campata centrale misura 86,4 metri. Sembra incredibile che lì sopra siano potuti transitare mezzi pesanti come i carri armati. La sera dell’inaugurazione, nel 1954, era illuminato come il Rex di Fellini.

L’inaugurazione

 

Per molti anni è stato utile agli abitanti della piana per raggiungere la via Tiberina, ma poi con la costruzione di nuove strade e l’entrata in funzione della E45 le zone commerciali sono state spostate in aree più comode e funzionali. Così un po’ per volta il ponte è stato dismesso, la natura ha preso il sopravvento.
Adesso la nuova zona commerciale di Ponte Rio verrà completata seguendo criteri all’avanguardia e attenti all’aspetto ecologico. Ci saranno negozi e palestre e soprattutto un parco fluviale di qua e di là del Tevere.
Nascerà così un luogo fondamentale per uscire da una situazione di urbanizzazione soffocante, una vera e propria valvola di sfogo per i tuderti che, attraversando il ponte, si troveranno con tutta Piana di San Martino da godere.

Tra la Valdichiana – che fu denominata il granaio dell’antica Roma, dove si snodava il navigabile fiume Clanis (oggi sostituto in parte dal Canale Maestro della Chiana) che veniva usato da Etruschi e Romani per trasportare le derrate alimentari fino alla Città Eterna – e l’altrettanto prezioso e ricco lago Trasimeno, si racconta di una terribile creatura leggendaria: la Marroca.

In questi territori, tra Umbria e Toscana, si narra di un animale ripugnante, un meticcio tra una serpe e una lumaca, dotato di lunghi tentacoli, che vive abitualmente nell’acqua stagnante. La Marroca è un essere capace di emettere strani suoni e borbottii per attirare a sé le vittime e, quando una persona si avvicina troppo ai bordi dell’acqua, l’afferra con le sue potenti propaggini e la trascina nella sua sinistra tana per poi, con calma, succhiarle il sangue.

La Marroca

È un animale nato dalla fantasia popolare che è servito da spauracchio nei confronti dei bambini per tenerli lontani dagli specchi melmosi della palude chianina, specialmente di notte.
Si tenga presente che la Valdichiana, nel corso dei secoli, da una fertilissima pianura è passata a essere a una vasta palude, talvolta insalubre. Per cause diverse o per scopi militari, il fiume Clanis fu ostruito a valle dal Muro Grosso, nei pressi di Fabro, prima dagli antichi Romani e poi dagli orvietani, provocando un progressivo allagamento del fondovalle chianino fino a divenire una palude insalubre. Per tale motivo i popoli si spostarono sempre più in collina, fin quando la conclusione della bonifica della Valdichiana, avvenuta intorno al 1870 e durata circa un secolo, con le sue opere idrauliche riportò la vivibilità nella piana delle Chiane, precedentemente impaludata. L’amore e il senso di protezione per i propri figli, affinché non si avvicinassero ai pericolosi acquitrini e alle malsane acque paludose chianine specialmente di notte, indussero la creazione della storia leggendaria della Marroca.

La leggenda racconta…

In qualche casa si racconta di Albo, un bambino che fu catturato da una Marroca, la lumaca-serpente con i tentacoli, ma venne salvato dal proprio cane, che purtroppo rimase ucciso nello scontro con la mostruosa creatura. Si narra che Albo, per lo spavento, tornò dai propri genitori con i capelli completamente bianchi.
Una testa scolpita su pietra arenaria, visibile nell’Antiquarium del Municipio di Baschi (TR), viene chiamata La Marroca e nella Tuscia viterbese assume le sembianze di una strega, mentre le analoghe Biddrina e Occhiomalo sono diffuse rispettivamente in Sicilia e in Maremma.
La diffusione dei racconti contadini della Chiana potrebbe essersi attuata a seguito dei pellegrini passanti sul tratto chianino della Via Romea-Germanica, destinati prima a Roma e poi, tramite la via Appia, verso il meridione italiano e quindi in Terra Santa. Il racconto della Marroca, nella vita agreste della Valdichiana, si è sopito a seguito dello spopolamento delle campagne avvenuto nel secolo scorso, così come molte delle tante leggende contadine legate alla vita di campagna.
La Valdichiana Umbra e quella Toscana, non sono solo terre ricche di cultura, storia, arte ed enogastronomia ma anche di favole, novelle e racconti che avvolgono nell’incognito e nel mistero la bellezza carismatica delle Chiane e aumentano l’attrattività di questi meravigliosi luoghi.

S’innalza verso il cielo e si staglia come se fosse sul monte degli Dei, a guardia austera del confine umbro-toscano e delle colline dove è poggiato, incutendo rispetto e curiosità.

Quando si arriva nei suoi pressi, si rimane ancor più stupiti: si ha la sensazione di essere in cima al mondo e lo sguardo vaga così lontano da perdersi tra colline, monti, laghi, pianure e borghi… si ha una vasta visione d’insieme e da qui si può capire che tipo di emozione il perugino Danti – che, a cavallo del Cinquecento, volò sul Trasimeno con il primo rudimentale deltaplano della storia –  abbia provato.
Questo luogo suggestivo e d’incanto si trova in Umbria, nel comune di Tuoro sul Trasimeno: è il castello o, per meglio dire il fortilizio, di Montegualandro, è adagiato nell’omonima località.

 

Fortilizio di Montegualandro, foto de I luoghi del silenzio

 

Da qui si possono ammirare l’estensione della Chiana romana e di quella toscana, la bellezza del lago Trasimeno, delle sue isole e dei borghi prospicienti le sue placide e antiche acque, così come la corona delle colline che lo cingono su tre lati. Alzando lo sguardo, si vedono le colline aretine, i rilievi senesi, il Monte Amiata, il Cetona e, più distante, il laziale Soratte, il Monte Arale e il Peglia. Continuando, si scorgono i monti Martani, il lontano Terminillo, i Sibillini e l’assisano Monte Subasio. Accolti tra le pieghe di questi monti e declivi vi sono le cittadine e i borghi che sembrano incastonati come degli unici gioielli preziosi e pare siano messi lì per arricchire la vista di un paesaggio che, per magia e senso storico dei luoghi, amplifica ed esalta le emozioni che nascono dal profondo di ogni animo.

Una finestra sulla storia

Questo è il regalo di Montegualandro con il suo fortilizio: un paesaggio unico e vasto come se fosse una finestra aperta sulla storia che ha visto l’Etruria, nella sua massima estensione, terra di cultura storia e leggenda. Semplicemente mozzafiato!
La storia del maniero e della sua evoluzione parte, secondo notizie, dal X secolo, anche se giù una stele etrusca ne ricorda il luogo. Nel XVI secolo il letterato locale Matteo dall’Isola affermò che il suo nome derivasse dal greco gala (latte) per l’abbondanza di greggi che qui pascolavano. Ma è dal longobardo wald e land, bosco e terra, che trae origine l’ipotesi più accreditata sull’etimologia del toponimo.
Per la sua posizione dominante – sulla strada che collegava Perugia ad Arezzo e quindi a Firenze – fu sempre oggetto di mire e di conquiste. Qui, anche Federico Barbarossa mise la sua firma e, tra perugini e città toscane, se non anche con lo Stato della Chiesa, passò spesso di mano, così come tra le famiglie Casali, Montemelini e Ranieri.

 

Fortilizio di Montegualandro, foto by I luoghi del silenzio

Ancor prima Annibale, nel giugno del 217 a.C., qui stabilì il suo campo nella battaglia e Carlo Magno, qualche secolo più tardi, ne divenne il proprietario. Il Castello di Montegualandro fu visitato, al tempo del GranTour, da Goethe e Byron e il Carducci ne scrisse.
Il fortilizio è stato ristrutturato in tutta la sua bellezza: la cinta muraria, le torri, la chiesa e il corpo centrale hanno ripreso e rinnovato gli antichi e suggestivi fasti. È di proprietà privata e normalmente non visitabile internamente, ma vale bene il tempo di una bella passeggiata per ammirare esternamente la sua magica e affascinante composizione. In particolare da lassù, si potrà toccare il cielo con un dito, sentire il respiro della natura ed estasiarsi guardando il pittoresco paesaggio che si rispecchia nell’antico lago che gli Etruschi appellavano Tarsminass.

Beccati Questo e Beccati Quest’altro!

Sembra di ascoltare una canzonatura tra ragazzi che si prendono in giro durante le fasi di un loro gioco, in realtà sono i nomi un po’ bizzarri di due torri medievali di avvistamento che si trovano in Val di Chiana, nei pressi del confine umbro-toscano, tra il lago Trasimeno e quello di Chiusi.
La Torre di Beccati Questo, ottagonale, è stata costruita nel 1279 nel territorio del Comune di Chiusi (SI) in adiacenza al confine con il territorio umbro, a testimonianza di una forte presenza dei senesi in Val di Chiana.
Qualche anno dopo, i perugini costruirono la Torre di Beccati Quest’Altro o Quello a pianta quadrata, nel territorio del Comune di Castiglione del Lago (PG), contrapposta a quella dei rivali toscani.

 

torre_toscana

La Torre di Beccati Questo

 

I singolari nomi alle due roccaforti sono stati assegnati in memoria dei due drappelli militari delle opposte fazioni che le presiedevano e che, ogni giorno, si canzonavano dalle due torri dirimpettaie.
I due fortilizi non hanno mai partecipato direttamente a scontri militari, ma sono stati utilizzati soprattutto come stazioni di gabella per lo scambio di merci e il passaggio di persone.
Questo fatto mi riporta alla mente la scena del film Non ci resta che piangere, con i magnifici Roberto Benigni e Massimo Troisi che interpretano la celeberrima scena: «Chi siete? … Cosa portate? Si ma quanti siete?… Un fiorino!». Memorabile!

 

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Torre di Beccati Quest’Altro o Quello

Torri sommerse

Papa Sisto V nel XVI secolo fece deviare i torrenti Rio Maggiore e Tresa dal Trasimeno alla Val di Chiana, per cercare di attenuare le piene spondali del Lago e riversare le loro portate verso la Chiana, rendendola maggiormente paludosa e costituendo così un ulteriore baluardo difensivo contro le mire espansionistiche toscane.
Quindi il terreno dove fu eretta quella senese, fu soggetto nel tempo a impaludamento: ai giorni nostri, la torre emerge per meno di due terzi della sua altezza, perché una buona parte è rimasta sepolta dalle colmate per la bonifica chianina, iniziata verso la fine del 1700.
Le due Torri non sono visitabili internamente, ma nel loro complesso ambientale sono molto suggestive: aiutano a immaginare cosa succedeva lì qualche secolo fa e forse potremmo ancora sentire, con un po’ di fantasia, qualcuno che ci dirà «Chi siete? … Cosa portate? Si ma quanti siete?… Un fiorino!»

Tresa, Rio Maggiore, Moiano e Maranzano sono i quattro affluenti dell’Anguillara, l’immissario artificiale del lago Trasimeno costruito nel 1958 nel territorio prospiciente la parte sud del Lago, progettato sia per immettere acqua nel Trasimeno in crisi idrica sia per regolare le portate verso l’esondante lago di Chiusi.

Il canale dell’Anguillara fa parte di un sistema idrografico che collega il Trasimeno a quattro torrenti (Tresa, Rio Maggiore, Moiano e Maranzano) che, seppur scorrendo in gran parte in Umbria, appartengono a loro volta al bacino idrografico del toscano e confinante lago di Chiusi.

 

 

L’intero apparato idraulico presenta un sistema complesso, formato da chiuse con paratoie metalliche, un laghetto di raccolta acque, ponti, caselli idraulici, sifoni e canali derivatori, regolando così l’afflusso dei quattro adduttori verso l’Anguillara e, in relazione alla situazione idrologica, le loro acque possono essere deviate verso il Trasimeno (tramite l’Anguillara) o verso il lago di Chiusi (tramite l’immissario Tresa che è alimentato a sua volta dai suoi tre affluenti sopracitati). L’intercettazione delle acque dei quattro torrenti a favore dell’Anguillara avviene prima che il Rio Maggiore, il Moiano e il Maranzano affluiscano nel Tresa, immissario del lago di Chiusi.
I torrenti Pescia e Paganico sono rimasti gli unici immissari naturali del Trasimeno, dopo che Papa Sisto V, nella seconda metà del XVI secolo, fece deviare il Tresa e il Rio Maggiore verso il lago di Chiusi, cercando così di ridurre i continui allagamenti spondali del Trasimeno causati dall’eccessiva escursione del livello dell’acqua durante i periodi piovosi.

 

affluenti_Trasimeno

Lo zero idrico del Trasimeno

Intorno al 1960 il Tresa e il Rio Maggiore vennero ricollegati al bacino lacuale umbro tramite l’Anguillara, questa volta per scarsità d’acqua e rischio di impaludamento del Trasimeno. Nel medesimo periodo e per lo stesso motivo entrarono a far parte dell’attuale sistema idrografico, tramite opere idrauliche d’intercettazione e derivazione, anche il Moiano e il Maranzano. Attualmente, a fronte dell’incessanti esigenze idriche del Trasimeno, l’adduzione dell’Anguillara, seppur importante, risulta spesso insufficiente ad appagare il bisogno d’acqua del lago più antico d’Italia.
Infatti, lo zero idrometrico del Trasimeno, tranne per un recente e brevissimo periodo, è sempre risultato un obiettivo quasi utopistico, portando con sé una serie di problematiche a cui ancora oggi si sta cercando una soluzione, specie per un bacino che presenta un ecosistema delicatissimo e un precario equilibrio ecologico.
Il Trasimeno è da sempre una culla di civiltà, dove cultura, tradizioni, arte, storia e natura, si esaltano e si mostrano in tutta la loro bellezza ai visitatori del vecchio e attrattivo lago etrusco Tarsminass che, anche fosse solo per questo, andrebbe maggiormente protetto e preservato… ma questa è un’altra storia. Al contempo, sulla costa orientale del Trasimeno, nei pressi del panoramico borgo di San Savino di Magione, c’è il canale emissario, regolatore delle acque lacustri in uscita… e questa anche è un’altra storia.

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