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Conclusa la quarantena del Coronavirus sono uscita e sono andata in giro per la mia città: Roma. Vuota. Nessun turista e nessun cittadino in giro, solo io.

Camminando adagio attraverso il centro ho riscoperto la sua maestosa bellezza, di solito velata da strati sovrapposti di turisti che fotografano qualsiasi cosa a qualsiasi ora, anche mentre stanno mangiando. Allora ho pensato che fare un salto indietro nel tempo e immedesimarsi nelle vesti ingombranti di una viaggiatrice del Grand Tour sarebbe stato interessante.

 

Todi, Piazza del Popolo

 

Mentre mangio un gelaro seduta al bar, cerco di immaginare le emozioni di una fantomatica viaggiatrice ottocentesca come Madame de Staël e di vedere con occhi curiosi e ammirati una piazza italiana. Non ho scelto una piazza a caso, ma Piazza del Popolo a Todi, piccola e perfetta. C’è tutto quello che ci deve essere e niente stona, nemmeno gli ombrelloni.
Non passano macchine e oggi non ci sono neppure i bambini che corrono e lanciano gridolini. La piazza è il cuore pulsante di ogni piccola città e di ogni borgo italiano: ne è il centro politico, commerciale e religioso. È così da quando le città sono state fondate e i centri commerciali non avevano ancora sostituito la piazza. Piazza del Popolo è la piazza dei tuderti e dei molti popoli che si sono succeduti nei millenni, che l’hanno attraversata parlando e mangiando.
Mentre sono seduta qui al bar, considero che i miei piedi, così come quelli della de Staël prima di me, poggiano dove hanno passeggiato Etruschi e Romani che, mentre facevano politica, si muovevano tra i monumenti della piazza, di cui non vi è più traccia poiché sono stati incorporati o riutilizzati. Mi guardo attorno e cerco di catturare la bellezza di ciò che vedo.

Palazzo dei Priori con l’aquila di bronzo

Laggiù a destra, sul muro del palazzo dei Priori, c’è l’aquila di bronzo con la sua tovaglia tra gli artigli; le faccio un sorriso, se è un’aquila lo vedrà. Io ho con me uno zainetto, ma se fossi una dama dei primi dell’Ottocento avrei un ombrellino da sole, una grande borsa di tappeto come quella di Mary Poppins e un blocco da disegno con matite e acquerelli. Il blocco da disegno era un must che non poteva mancare a nessuna persona colta mentre era in viaggio: era l’unico modo per fissare i ricordi. Paesaggi e monumenti si tracciavano sulla carta; i tramonti, così fotogenici, non si prestavano a schizzi e acquarelli, e nessuno si sarebbe sognato di disegnare i piatti con le pietanze.
Il pezzo forte della piazza di Todi sono due palazzi in travertino chiarissimo: il palazzo del Capitano e quello del Popolo, maestosi e leggeri, con quelle finestre gotiche che sembrano merletti. Sono due palazzi che, essendo uniti da una scala, danno l’impressione di essere uno solo, ma, se si osservano attentamente, si nota che anche le loro finestre sono diverse.
Il popolo che viveva in capanne o tuguri doveva estasiarsi davanti a tanta bellezza. Mi lascio prendere dal suo fascino mentre mi godo il gelato. Penso che se fossi stata Madame de Staël avrei notato subito le differenze e avrei iniziato a disegnare ogni minimo particolare.
All’epoca non si potevano fare selfie e non si poteva fotografare a raffica tutto quello che entrava nell’obbiettivo dicendo: «poi lo guardo a casa!». Chi disegna assorbe i particolari, anche i più minuti, mentre oggi, quando si fotografa, ci si chiede se sia meglio una foto oppure un video: ma facciamoli tutti due! Come viaggiatrice avrei ammirato il palazzo del Capitano, ma non mi sarei meravigliata più di tanto, poiché a una svizzera che ha conosciuto tutta l’Europa il gotico è familiare.
Mi lascerei invece sorprendere dal Duomo, lassù in cima alla scala: mi affascinerebbe il colore rosa della pietra umbra, la pietra del Subasio, la pietra dell’altopiano e la pietra con cui hanno costruito Spello, che mi riprometteri di andare a vedere quando il sole tramonta e batte sulle mura e sulle case e tutta la città diventa rosa come un confetto. Il Duomo, con la sua facciata rosa e bianca, il portale scolpito e il rosone vetrato, è una chiesa molto italiana anzi, molto centro-italiana.

 

Palazzo del Capitano

 

Poi farei anche un giro della piazza per vedere i palazzi privati che la circondano e scoprire dettagli per me inediti. Se fossi stata Madame de Staël mi sarei incantata davanti ai quei palazzi antichi modificati mille volte. Le vecchie porte medievali sono state murate oppure trasformate da arco tutto sesto a porta rettangolare. Anche le finestre sono state modificate: le ogive, così romantiche, sono state infatti squadrate e vi sono stati aggiunti i vetri e le persiane. Sicuramente mi sarei seduta a disegnarle. L’Italia è il paese dove passato e presente convivono, mi sarei detta.
Tutto cambia e niente si elimina completamente. Todi è una città fatta di pietra, una montagna di pietre assemblate per creare un gioiello e, se fossi stata Madame de Staël, avrei probabilmente scritto nel mio diario: «Oggi sono salita sulla collina di Todi, mi sono seduta sulla piazza e mentre osservavo quelle pietre ho sentito pulsare la vita degli italiani presenti e passati».

INGREDIENTI: 

  • Zuppa di castagne e ceci 
  • 200 g di ceci  
  • 250 g di castagne 
  • 100 g di pomodoro passato 
  • 1 spicchio d’aglio 
  • 1 ciuffo di prezzemolo 
  • 2 fette di pane casareccio 
  • 3 cucchiai di olio extravergine d’oliva 
  • Sale 
  • Pepe 

 

 

PREPARAZIONE:  

Tenete i ceci a bagno per almeno 24 ore; poneteli in una pentola, copriteli d’acqua e fateli lessare per almeno 2 ore, quindi scolateli: arrostite le castagne, pelatele e fatele a pezzetti. Fate un trito di aglio e prezzemolo e ponetelo, assieme alle castagne e all’olio, in una casseruola. Fate soffriggere, unite il pomodoro e, dopo qualche minuto, i ceci. Dopo una decina di minuti, versate l’acqua e fate cuocere per un’oretta. Regolate di sale, pepe e versate sulle fette di pane abbrustolito prima di servire.  

 

Questa era, ed è, la minestra della Vigilia di Natale in alcune zone vicino a Todi.  

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci editore.

Nei momenti più bui della sua storia, quando imperiali e Chiesa si fronteggiavano e mentre i condottieri costruivano castelli e massacravano gli avversari, l’Umbria ha partorito due grandi figure che sono agli antipodi rispetto alla violenza che era attorno a loro: San Francesco e Jacopone da Todi.

Un santo e un mistico. Due uomini che attraverso la sofferenza hanno scritto e parlato di pace, di intima serenità e di povertà. Se di San Francesco si è scritto e visto tanto, del poeta di Todi si sa tanto e niente. Entrambi si sono scontrati con un papa. Innocenzo III approva la regola di San Francesco, Bonifacio VIII non sopporta le critiche. Prima scomunica Jacopone e poi lo costringe a un’orrenda prigionia. Cinque anni di carcere durissimo, da cui esce ferito nel corpo ma pacificato nello spirito.
Jacopone è un poeta come San Francesco ed entrambi, prima di Dante, hanno usato il volgare italiano con risultati elevatissimi. Jacopone si è servito della poesia per esprimere la sua relazione personale con Dio. Molti ricordano i versi struggenti tratti dal Pianto della Madonna ai piedi della croce:

O figlio figlio figlio
amoroso giglio,

figlio bianco e vermiglio
figlio senza simiglio
figlio a chi m’appiglio.

 

Tutti amavano la sua poesia, ma il tempo ha calato su di lui un velo di silenzio. Il silenzio è durato trecento anni e finalmente con lentezza c’è stato il risveglio. Dopo il Todi International Music Master, il Todi Festival e la mostra dedicata ad Ayrton Senna, Todi ha dedicato un ciclo di conferenze alla scoperta della verità su Jacopone. O meglio, la verità su dove è morto, nell’Abbazia di San Lorenzo a Collazzone e su chiostro della chiesa di San Fortunato, dove è stato tenuto prigioniero. Sembra che abbia soggiornato anche nel convento di Montesanto.
Jacopone era uno spilungone: era magro e lungo – da cui il soprannome – e si vestiva da bizzoco francescano: indossava cioè il saio da terziario francescano. In un’immagine è raffigurato in ginocchio, in meditazione, davanti all’immagine di Cristo e senza aureola. Jacopone non è stato fatto santo perché la chiesa non ha mai perdonato la scomunica che gli era stata inflitta da Bonifacio VIII, il papa che peraltro sgambettava a testa in giù nell’Inferno di Dante.

INGREDIENTI:
  • 200 g di farina
  • 200 g di zucchero
  • 40 g di semi d’anice
  • 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva

 

PREPARAZIONE:

Mescolate la farina, zucchero e semi d’anice. Unite l’olio, quindi impastate con acqua tiepida. Ricavate tante strisce lunghe 7-8 cm; potete infornarle così o dare loro la forma di ciambelle. Fate cuocere a 180°C e sfornate quando i biscotti saranno ben dorati.

 

 

I biscotti all’anice, che a Todi si chiamano tisichelle delle monache, erano i dolci natalizi della vecchia Umbria contadina e, in occasione di questa festività, sono stati consumati fino alla fine degli anni Trenta. Sono però rimasti in uso, sebbene con varianti più ricche, come dolce non legato al Natale. Qualcuno mette nell’impasto uova, altri mettono vino. Nel perugino si facevano i grenturchini, in cui si impiegava metà farina di granturco e metà di frumento.

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci editore.

Storia, arte, bellezza. Il Tempio della Consolazione di Todi ospiterà la nuova uscita di AboutUmbria Collection, WHITE.

 

Nel nuovo numero della rivista da collezione dedicata alle eccellenze dell’Umbria, sarà contenuto un approfondito articolo dedicato proprio al Tempio tuderte attribuito al genio di Bramante: la storia artistica e culturale di questa monumentale opera sarà corredata da curiosità, aspetti inediti e approfondimenti.
Come rivista da collezione, AboutUmbria Collection compie un excursus tra gli aspetti noti e meno noti della Regione, attraverso un filo conduttore che questa volta è bianco: bianco come le ceramiche e i marmi utilizzati dagli artisti contemporanei, bianco come la torta al testo, bianco come il bozzolo del baco da seta, come la Tela Umbra, come la bianca fontana di piazza Tacito a Terni.
E bianco naturalmente come il Tempio di Santa Maria della Consolazione, raro e mirabile esempio di architettura rinascimentale in Umbria, narrato attraverso tre articoli che saranno approfonditi durante la presentazione, in programma per venerdì 6 dicembre alle ore 16.00.
A intervenire saranno l’Avvocato Claudia Orsini, Presidente La Consolazione E.T.A.B., l’Assessore alla Cultura del Comune di Tod, il Dottor Claudio Ranchicchio; la Dottoressa Laura Zazzerini, direttore editoriale di AboutUmbria; la Dottoressa Martina Pazzi e il progettista Dottore Geologo Gabriele Lena.

Tre giganti verdi vivono in Umbria. Se pensate all’incredibile Hulk o a Shrek e Fiona siete sulla cattiva strada. I tre giganti non si sono mai mossi da quando li hanno piantati.

«Belli come noi / ben pochi sai» cantava Celentano di un albero di trenta piani soffocato dall’aria insalubre della grande città. I tre giganti umbri invece hanno sempre respirato aria pura e salutare.
I tre, insieme, sfiorano mille anni: seicentoil tiglio, duecento il leccio, centosessanta il cipresso. Tre alberi che narrano la storia di Todi e della campagna. La chiamano la verde Umbria perché i boschi sono ovunque si posi lo sguardo; aria, acqua, luce, vento, terra sono gli ingredienti che ogni tanto creano una magia. Solo ogni tanto, esattamente come ogni tanto nasce una Marlyn Monroe, una Monica Bellucci, una Sofia Loren.

Il leccio

Il leccio

Cominciamo dal leccio che si trova nella campagna vicino al castello di Ceralto. All’Agriturismo Monte Ceralto si gira a sinistra sulla strada bianca, si parcheggia e si procede a piedi. Superata la sbarra si percorrono ancora 400/500 metri in mezzo agli olivi finché a sinistra si nota una montagna verde scuro. Quello è il leccio. La circonferenza del tronco supera i 4 metri, la sua chioma copre una grandissima superficie. Si dice che abbia duecento anni. L’albero era lì quando i castelli del tuderte erano abitati, quando la terra era lavorata a mano da centinaia di miseri contadini, era lì quando lo Stato Pontificio fece piantare nelle sue terre 362.000 olivi. Era già lì quando sono arrivate le prime macchine agricole. Forse era ancora giovane quando sotto la sua ombra si sono seduti a riposare i garibaldini che lasciavano Todi. Garibaldi invece è rimasto in città e se ne sta sopra un piedistallo, sulla piazza che porta il suo nome e presidia il suo cipresso.

Il cipresso

Era il 1849, anno di grandi rivolgimenti. Caduta la Repubblica romana, Garibaldi e Anita scappano verso nord e si fermano a Todi. Un cittadino tuderte, grande ammiratore del generale, decide di piantare un albero a perenne memoria. Sarà un cipresso e sarà degno dell’eroe. È alto trentasei metri come un palazzo di dodici piani e la circonferenza del tronco è adeguata, supera i due metri. Non si può non vederlo quando si entra in piazza Garibaldi. Anche lui ne ha viste tante. Prima la fine dello stato Pontificio, poi il regno d’Italia e poi due guerre e le invasioni: non sarebbe degno dell’eroe dei Due Mondi se si fosse fatto sopraffare.

 

Il cipresso

Il tiglio

L’ultimo gigante è il tiglio di Todi, grande e grosso, con una chioma che da seicento anni fa ombra al convento di Montesanto. È conosciuto come il tiglio di San Bernardino e si dice che lo abbia piantato lo stesso santo nel 1436, prima della sua predicazione a Todi.
Parecchi documenti attestano la sua presenza nei secoli ed è sorprendente che abbia passato indenne le tante vicissitudini del monastero.
Nel 1235 le monache clarisse vollero fortemente quel terreno, appena fuori Todi, per costruire un monastero. Poi fu proprietà dei Domenicani e ospitò Jacopone da Todi quando era bizzoco[1] francescano, poi nel 1367 il cardinale Albornoz sloggiò le religiose e trasformò il monastero in rocca fortificata; poi l’abbandono, poi nuovamente le monache, poi Napoleone che fece svuotare tutto, poi i frati francescani. Con l’Unità d’Italia, nel 1866, i frati vennero cacciati malamente e deventò orfanotrofio. Nuovo cambio nel 1895, quando i francescani ricomprarono il loro convento e s’insediano nel monastero. Adesso sono lì e lì resteranno fino a nuovi rivolgimenti.

 

Il tiglio

 

I tre giganti verdi sopravvivranno? Chi lo sa. Hanno superato la piccola glaciazione e altri cambi climatici, forse sono così temprati da superare anche i caldi attuali, raggiungere i mille anni e andare oltre.

 


[1] Bizzoco: chiamati così nel XIII e XIV secolo uomini e donne appartenenti al 3° ordine francescano, che conducevano vita povera in protesta contro il lusso dell’alto clero. – Enciclopedia Treccani

Sono arrivati da tutte le parti del mondo come uno stormo di uccellini implumi ma già bravissimi. Sono arrivati per perfezionarsi al Todi Internazional Music Masters – TIMM: Nuova Zelanda, Cina, USA, Canada, Argentina, Corea, Giappone, Italia, sono solo alcuni dei paesi di provenienza.

Decine di studenti di pianoforte molto dotati arrivano a Todi ogni anno dal 3 al 17 agosto per seguire i corsi intensivi di perfezionamento, sotto la guida di maestri di alto livello. Per quindici giorni dalle finestre del palazzo Vignola volano i suoni di venticinque pianoforti a mezza coda o verticali e per almeno quattro ore al giorno, si esercitano le future promesse del pianismo internazionale.

Il Festival

Cinque sono i maestri che seguono i giovani nel perfezionamento dei brani scelti. Sono tutti di sicura fama internazionale a cui gli allievi possono guardare con rispetto e con cui si possono confrontare. A Palazzo Vignola ogni sera c’è un concerto aperto al pubblico dove tutti si esibiscono. Le prime due serate sono dedicate agli insegnanti che suonano mostrando il loro virtuosismo, la capacità interpretativa e sensibilità musicale che giustificano il loro successo internazionale.
Nelle serate successive c’è l’esibizione pubblica dei ragazzi, prima come solisti e poi con l’orchestra. Suonano un meraviglioso pianoforte gran coda Steinway, il sogno di tutti i musicisti.

 

Una Todi cosmopolita

Per quindici giorni Todi diventa una piccola Verbier e per quindici giorni si parla solo inglese. Ormai, qualunque professione si scelga, ci si perfeziona nel mondo, si incontrano altre realtà e si comunica, quasi sempre, in inglese. In quei quindici giorni si viene a creare un amalgama di vita in comune unito solo dalla musica e dalle emozioni, che prescinde dalla nazionalità, dall’età o dal colore della pelle e che unisce maestri, studenti e tecnici.
Il TIMM è un master e come tale vuole produrre risultati; per ottenerli la parola d’ordine è lavorare bene. Lavorano intensamente docenti e discenti. I docenti seguono i cinquanta ragazzi tutto il giorno e tutti i giorni. Il fiore all’occhiello di TIMM è anche l’offerta di venticinque pianoforti di qualità su cui esercitarsi.
L’orchestra, per motivi di spazio, è costituita da soli diciassette elementi, scelti accuratamente tra solisti, componenti di grandi orchestre e docenti, per ottenere con pochi elementi l’armonia di una grande orchestra.
Il festival musicale di Todi è conosciuto ovunque. Infatti, ogni anno non meno di cento pianisti sottomettono le loro esecuzioni in video alla valutazione del direttore artistico, che ne seleziona solo cinquanta.
Questi pianisti affrontano spese non indifferenti pur di partecipare al TIMM; molti sono così giovani che vengono accompagnati dalle famiglie, accrescendo ulteriormente i costi.

 

Todi Internazional Music Masters

L’avanzata della Cina

I pianisti con fattezze orientali sono sempre più numerosi. Probabilmente perché i ragazzi dell’estremo Oriente, a differenza degli europei, sono molto competitivi e capaci di grande abnegazione e sacrificio pur di raggiungere i risultati che si sono prefissati.
Mozart è stato sempre citato per la sua precocità musicale; ma adesso c’è la Cina. Quest’anno è venuto a Todi a suonare un virtuoso di soli nove anni proveniente da questo Paese.
L’avanzata della Cina nel mondo musicale sarà incontenibile, perché è il paese dei grandi numeri e i futuri pianisti cinesi hanno dietro di sé la pressione di 40 milioni di studenti di pianoforte, che lavorano duramente e sono sostenuti da tutto il clan familiare che gli permette di affrontare le spese dei Master nel mondo.

Le prospettive future

TIMM ha un costo che si aggira sui 1750 euro, più l’aereo, il vitto e l’alloggio. Purtroppo non ci sono borse di studio per permettere a un maggior numero di giovani di partecipare.
Il Maestro Antonio Pompa-Baldi è il creatore e direttore artistico di questo master. L’esperienza di docente negli Stati Uniti e in Cina e quella maturata suonando ovunque, dall’Africa all’Oriente, dall’Europa all’America, e insegnando in molti master, lo ha spinto a dare vita in Italia a questo festival di alto livello aperto anche al pubblico. Lo ha fortemente voluto cinque anni fa e adesso il TIMM sta lievitando progressivamente.
Le iscrizioni per il prossimo anno sono già aperte. Vedremo cosa accadrà e se finalmente ci sarà la possibilità di offrire anche delle borse di studio.

 


Per informazioni: Todi International Music Masters 

#MeuAyrton – Ayrton Senna alla velocità del cuore è la mostra fotografica inaugurata a Todi durante il Todi Festival, visibile dal 24 agosto al 9 settembre 2019.

La mostra è stata allestita nel Nido dell’Aquila, anzi nel Torcolarium, l’ambiente dove le monache lucrezie presiedevano alla torchiatura delle olive e dell’uva. È un luogo magico legato alla leggenda dell’aquila tuderte.

 

La sconosciuta leggenda della fondazione di Todi

Lo stemma di Todi, quello che si trova anche sulle porte di tutti i castelli che sono stati sotto la sua giurisdizione, è rappresentato da un’aquila ad ali spiegate che regge un drappo tra le zampe. La presenza di un drappo è insolita e non ci sono tracce storiche che lo giustifichino. Nel XVII secolo hanno elaborato una leggenda, che purtroppo non ha avuto un cantore come Virgilio e si è limitata a essere immortalata in due affreschi che si trovano nella sala grande del Palazzo dei Priori a Todi.
La leggenda narra che un giorno di 2.700 anni fa, più o meno quando veniva fondata Roma, un gruppo di uomini Veii-Umbri capeggiati da Tudero si riunirono per fare un picnic. Dovevano prendere una decisione importante: volevano fondare una città, la loro città.
Questi uomini sapevano già allora che se pranzi sul prato ti devi difendere dalle formiche che amano appassionatamente partecipare ai pranzi campestri. Questo gruppetto di uomini di un mondo remoto, prima di iniziare a discutere e a mangiare, distesero sul prato una tovaglia. Gli storici non dicono se portava già i disegni tipici della tessitura umbra, ma questo esula dal racconto. Mangiarono, discussero e presero la decisione di costruire la città ai piedi della ripida collina che li sovrastava.
Si stavano concedendo un momento di relax quando sopra di loro apparve l’ombra di un’aquila. Il grande uccello cominciò a girare in tondo tenendo d’occhio la scena, poi scese in picchiata, afferrò la tovaglia e riprese il volo verso la collina, portandosela dietro.
Gli uomini rimasero stupefatti, «Un’aquila che ruba una tovaglia deve avere un significato», si dissero. Tudero e i suoi seguirono le evoluzioni dell’aquila e ritrovarono la tovaglia in un punto estremo della collina, dove nidificava. Era un segno evidente degli dei. La città andava costruita lassù. E lassù si trova ancora oggi. All’inizio la chiamarono Tuder, come il fondatore, ma nel tempo è diventata Todi e conserva il ricordo dell’aquila con il drappo nel suo stemma.

 

Mostra dedicata a Senna

Il nido dell’aquila e la mostra su Ayrton Senna

«E il nido?», vi chiederete.
Il luogo del nido c’è ancora.
Richiede di essere trovato perché nessuna aquila nidifica in un luogo accessibile. Se salite la collina a piedi, vi accorgerete subito di quanto sia ripida; poi, arrivati in cima, mettetevi davanti al Duomo, girate a sinistra poi ancora a sinistra e poi a destra, seguite la strada in discesa fino a una porta con tettoia. Siete arrivati al monastero delle Lucrezie: entrate e vi troverete nel Nido dell’Aquila.
L’uccello maestoso se n’è andato via, lasciando al suo posto un luogo che è stato di preghiera e adesso è di cultura. Varcata la porta, vi troverete nel chiostro delle Lucrezie e sarete attratti dal panorama che domina la valle del Tevere, e dal prato del picnic. È un chiostro anomalo perché la parte porticata è piccola, mentre al primo piano si apre un grande loggiato. Se riuscirete a trovare lo stemma dell’aquila, lì troverete anche il nido e la mostra con le foto del pilota brasiliano.
Ayrton Senna è stato fotografato per anni da Paola Ghirotti, che l’ha seguito attorno al mondo cogliendo le sfumature delle emozioni di un uomo che stava per diventare un mito. I numerosi primi piani del pilota mostrano un viso bello, serio, concentrato. Mai sorridente. Dicono che fosse allegro, ma in pista dominava la concentrazione.
Forse portava in sé la saudade brasiliana. Ayrton ha sentito profondamente la responsabilità della ricchezza e in un’intervista disse: «I ricchi non possono vivere su un’isola circondata di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti la stessa possibilità».
La Fondazione che porta il suo nome in 30 anni ha fatto studiare a 25 milioni di bambini.
«Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota
e corro veloce la mia strada
anche se non è più la stessa strada».

 

«Prendete un pugno di noci mondate, un pugno di acini di uva cotta, un pugno di formaggio pecorino tagliato a piccoli dadi, un pizzico dello stesso formaggio grattato, un pizzico di pepe, un po’ di sale, cinque o sei chiodi di garofano, mezzo bicchiere di vino rosso, strutto e olio quanto basta,e formate del tutto un insieme che lascerete riposare per circa dieci ore.Unitevi un chilo e mezzo di pasta del pane, formando un composto che dividerete in tre parti a guisa di pagnotte separate. Su queste praticherete un profondo taglio in croce. Quando il composto sarà lievitato, lo cuocerete nel forno in muratura; questo pan nociato deve essere ben cotto».

Uno spuntino per contadini

Così l’Annuario della città di Todi, datato 1927, riporta il procedimento per la preparazione del pan nociato, un pane arricchito di gustose noci –  a volte anche di uvetta – che le genti di quei luoghi erano solite consumare nel periodo autunnale, soprattutto durante i lavori nei campi. Essendo il pane – così come le noci e l’uvetta essiccata – estremamente energetico e corroborante, non sorprende che la saggezza contadina l’avesse eletto a spuntino prediletto di coloro che, durante le fredde giornate di novembre, si affannavano lungo i crinali erbosi per la raccolta delle olive. Le piccole dimensioni del pan nociato, infatti,erano perfette per mettere qualcosa sotto i denti senza appesantirsi.

Una versione sublimata

Sebbene esistano diverse versioni, sia dolci sia salate, la ricetta originale è quella tuderte, che trae beneficio non solo dalla morbidezza dello strutto, ma anche dal contrasto dolce-salato dell’uvetta abbinata al pecorino. Sembra che questa preparazione fosse già stata codificata in un trattato del 1500, ma fin nel mondo classico erano diffuse preparazioni similari. Il patriarca di Gerusalemme Sofrone (siamo nel VI secolo), parla infatti di un pane al formaggio per bambini, senza contare le innumerevoli preparazioni diffuse nell’antica Roma e poi raffinate nel corso dei secoli successivi.

Antipasti letterari

È indubbio, poi, che il pan nociato – o pan caciato che dir si voglia – sia una vera e propria prelibatezza, servita ancora oggi sulle tavole umbre come antipasto. Una delizia che da Todi si è diffusa in tutta la regione, tanto da meritarsi un posto d’onore nella poesia Novembre di Guido Discepoli, con tenuta nel Saggio di poesie e canti popolari religiosi di alcuni paesi umbri, curato da Oreste Grifoni – purtroppo,oggi, fuori catalogo.

Prosegue il viaggio alla scoperta dei castelli e delle fortezze nei borghi umbri. Frontignano, Petroro, Barattano e Cisterna custodiscono secoli di storia e conservano le gesta di antichi condottieri.

castelli umbri

Il castello di Cisterna

Grandi Castelli

Frontignano è imponente, si vede anche dalla terrazza di Todi. La torre quadrata del XIII secolo si fa notare da lontano. Era così importante da richiedere l’intervento di Cesare Borgia e poi quello di Giulio II per assicurarne il possesso alla Chiesa. Anche Todi ha messo del suo e ha lasciato la sua aquila sopra la porta. Il castello è fronte strada, ma il bello viene girando dietro dove inizia la sua unica strada, chiusa tra due mura altissime, dove il sole penetra male, tanto che le scalette sono coperte di muschio.
Torri ricorda un po’ Frontignano, ma ha più torri, da cui è derivato il nome. Sul davanti, dove si lascia la macchina, si elevano queste mura altissime e tutte forate per alloggiare i colombi. Poi, seguendo il sentiero ben lastricato, si gira attorno fino alla porta con l’aquila. L’interno è in disarmo, ma ci si sente proprio dentro un castello. A Torri, nella chiesetta è stato allestito un bel museo di farfalle insetti e minerali.

Un luogo romantico: il castello di Petroro

La strada che sale verso Petroro segue a ritroso il tracciato della via che percorrevano i pellegrini che scendevano da Nord per andare a pregare sulle tombe di Pietro e Paolo e di Gesù, e strada facendo si fermavano a pregare nelle piccole cappelle dedicate ai martiri locali. Gente di tutte le età che sapeva che difficilmente sarebbe tornata a casa, ma che partiva con entusiasmo per andare a pregare sulla tomba di colui che avrebbero incontrato in cielo. Viaggi di una fatica inimmaginabile, che richiedevano luoghi di sosta e anche di cura.
Uno di questi era Petroro, un piccolo borgo fortificato con un grande cortile interno e lo stemma di Todi sulla porta d’ingresso. Era nascosto tra gli alberi, dove tutto era silenzio e pace e i viandanti trovavano da mangiare da dormire e, se serviva, anche assistenza medica.
Nel 1499 l’attività si fermò. Arrivò Cesare Borgia per scatenare le sue truppe contro i seguaci della famiglia Atti, signori di Todi, che si erano rifugiati proprio a Petroro. Fu una strage senza prigionieri.
Il tempo ha completato la devastazione, ma il castello è tornato a nuova vita. Dopo i danni causati dal terremoto del 1997, è stato restaurato con maestria. Oggi è abitato dai monaci ortodossi martiniani che hanno ridato nuova vita al borgo e dove si accolgono i moderni pellegrini come anticamente si accoglievano e curavano i romei che attraversavano la zona. In estate nel cortile del castello si svolgono spettacoli teatrali messi in scena da Todi Festival.

 

Il castello di Barattano

L'aquila fuori posto

Barattano era un luogo militare come testimoniano le grandi torri di difesa ancora in piedi. La guarnigione che abitava il castello doveva essere numerosa perché sono rimaste tante case alte e fortificate. In quelle strade non entra molto il sole e non ci sono panorami sulla valle. Tutto è richiuso su se stesso. Il castello è passato attraverso varie signorie ma più a lungo è rimasto sotto la giurisdizione di Todi, che l’ha segnato con l’aquila, che però non si trova sopra la porta. Basta cercare fuori dalle mura per vedere che la solita aquila di travertino non ha mai abbandonato il castello.
Cisterna. Campi, olivi, colline, viti e finalmente Cisterna. Un cassero con merli guelfi che domina la valle, una stradina ed è tutto. Cisterna vecchia fu rasa al suolo da Federico Barbarossa mentre Braccio da Montone e i suoi uomini risparmiarono la Cisterna di oggi. Todi la prese sotto tutela del suo arcivescovado e naturalmente c’è l’aquila ma anche a Cisterna non è al suo posto. Cercare e trovare. Durante la seconda guerra mondiale Cisterna ha nascosto dei rifugiati e la signora Adriana vi mostrerà il luogo dove erano nascoste queste persone e il passaggio segreto che conduceva fuori dal castello.
Questi sono solo alcuni dei castelli dell’altopiano di San Terenziano e che appartengono al comune di Gualdo Cattaneo. Ce ne sono ancora tanti altri, ma accanto a questi rimangono castelli importanti, che sono borghi abitati, come Marcellano o lo stesso Gualdo Cattaneo, che meritano una visita in occasione delle feste che organizzano in estate e anche in inverno.

 

Inseguendo l’Aquila – I parte


Ruggero Iorio, Le origini della diocesi di Orvieto e Todi, alla luce delle testimonianze archeologiche (1995) 
Emore Paoli, Marcellano indagine su un castello medievale umbro (1986) 
Vincenzo Fiocchi Nicolai, Umbria cristiana, dalla diffusione del culto al culto dei santi (2001) 
Atti del convegno internazionale e studi sull’alto Medioevo
Paolo Boni, San Terenziano e il suo altopiano 
www.isentieridelsilenzio 
Maurizio Magnani, Il signore di Collazzone (2010) 
Italia – Umbria: Istituto geografico de Agostini (1982) 
Alexander Lee, Il Rinascimento cattivo 

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