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«Scrivo da quando ero piccola e in alcuni momenti mi ha salvato la vita. La scrittura è stata una vera medicina».

Sara Allegrini, classe 1978, si definisce una tipica umbra, chiusa inizialmente ma poi accogliente. Durante l’intervista l’ho trovata simpatica e amichevole fin da subito. Sarà che tra umbre ci si capisce al volo. Sara è un’insegnante e una scrittrice: nel 2014 ha pubblicato La ragazza in bottiglia (PCE) e nel 2018 con il suo secondo libro Mina sul davanzale (Itaca) è stata finalista al Bancarellino e ha vinto il Premio Selezione. Poco più di un mese fa invece si è portata a casa il Premio Orbil – assegnato da librai indipendenti – nella categoria Young Adult con il romanzo La rete, storia di tre ragazzi che si ritrovano in un bosco senza cibo, senza acqua e senza cellulare per chiedere aiuto.

 

Sara Allegrini

Sara, qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono un’umbra D.O.C. e ho tutte le caratteristiche tipiche: chiusa all’inizio ma poi accogliente. Amo Perugia, per me è un gioiello. Questa regione è un posto meraviglioso per vivere e soprattutto è a misura mia.

È un’insegnante che fa la scrittrice o viceversa?

Sono i due lavori che ho sempre voluto fare ma se dovessi scegliere, sceglierei di fare l’insegnante. Mi piace il contatto diretto con i ragazzi, anche se poi con i miei libri riesco a raggiungerne di più.

Quando ha deciso di diventare scrittrice?

Scrivo da quando ero piccola, già dalla scuola media, tutti però mi scoraggiavano – professori, genitori – allora io mi sono intestardita e ho continuato. Il primo libro, La ragazza in bottiglia, è stato pubblicato da una casa editrice senza sapere chi fossi: è una roba abbastanza strana. Poi piano piano sono cresciuta fino ad arrivare alla Mondadori. Con il secondo libro Mina sul davanzale sono stata finalista del Bancarellino, una cosa che proprio non mi aspettavo.

Il mese scorso ha vinto il Premio Orbil, nella categoria Young Adult, col suo romanzo La rete (Mondadori): quanto è stato importante?

È stato un super riconoscimento e non mi aspettavo assolutamente di vincere: ero una pivellina tra mostri sacri. La notizia mi è arrivata in piena quarantena e in un periodo personale non facile, per questo non ho granché esultato come avrei dovuto, però è stato un bellissimo riconoscimento. Ne sono orgogliosa.

 

Da dove arriva l’ispirazione per raccontare una storia?

Le prime storie sono nate dall’urgenza: ho avuto dei lutti dolorosissimi e se non avessi scritto sarei morta, scrivere è stata una medicina. Gli altri due libri sono stati ispirati da alcuni alunni a cui insegnavo in una scuola abbastanza difficile. I ragazzi si sono riconosciuti nei personaggi e anche i genitori hanno ritrovato i loro figli: questo spero li abbia fatti sentire meno soli.

Perché racconta storie di giovani per i giovani?

Perché i ragazzi sono un pubblico decisamente critico e questo mi piace, in più non ho ancora superato i traumi della mia adolescenza (ride). Ricordo perfettamente come ci si sente a quell’età e quali sono le emozioni che si provano.

Visto che la racconta e la vive grazie al suo ruolo di insegnante: che pensa della generazione Z? 

È una generazione un po’ sfortunata, perché non può vedere il mondo senza telefoni, rispetto ai nati nelle generazioni precedenti e non hanno gli strumenti che servono per selezionare il fiume di notizie che gli arrivano. Però quando sono stimolati e devono usare la fantasia per raccontare e scrivere vengono fuori dei giovani che non sono poi così distanti dalle altre generazioni.

Dei suoi tre libri, a quale è più legata? O, come i figli, è difficile scegliere?

Mi piace questa domanda (ride). Devo dire che non posso scegliere, perché ogni libro è legato a un momento della mia vita.

L’Italia sappiamo che è un paese che legge poco: secondo lei perché?

Le famiglie con bambini piccoli leggono tanto, poi quando crescono c’è un calo. Va detto che è difficile trovare bei libri. Gli stessi insegnanti leggono poco e per questo non trasmettano la passione ai loro alunni. Basta consigliare le giuste letture e indirizzare i ragazzi verso bei libri, che poi si appassionano: gli servono solo dei consigli. Ci vuole la febbre del libro, è impareggiabile vivere con la fantasia, affezionarsi ai personaggi…

Se dovesse raccontare l’Umbria, come descriverebbe la sua essenza?

Una delle storie che sto scrivendo è ambientata in Umbria, nel paesino di cui è originario mio padre: Lisciano Niccone. Di quel luogo mi ricordo le sensazioni, l’odore della terra bagnata, la caccia alle lumache, le more colte e mangiate. È la mia infanzia, fatta di odori e rumori, che sto cercando di trasportare nelle pagine.

Ha in cantiere un nuovo romanzo?

Sto lavorando a tante cose contemporaneamente: alcune sono finite e devo solo trovare chi può pubblicarle, altre si sono fermate a causa della didattica a distanza e del fare la mamma a tempo pieno. Fatico a trovare dei momenti di tranquillità, ma va bene così.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Verde, antica, profumata.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

I campi.

I negozi e la città in archivio

TITOLO: I negozi e la città in archivio. Foligno tra Ottocento e Novecento

AUTORE: Giovanna Galli

PAGINE: 85

EDITORE: Folignolibri

ANNO: 2019

COSTO: 15 EURO

L’autrice del volume si è laureata in Restauro Architettonico all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente svolge la libera professione ed è iscritta nell’Elenco degli esperti in Beni Ambientali e Architettonici della Regione Umbria.
La passione per la storia architettonica e urbanistica della sua città l’ha portata ad alcune pubblicazioni sull’argomento come Piccola Guida Foligno dentro le mura, del 2014; Foligno città romana vol. I – Ricerche storico urbanistiche topografiche della antica città di Fulginia a cura di Giuliana Galli, di cui è co-autrice (Il Formichiere, 2015); Foligno città romana vol. II – Dal Castrum alla Via della Quintana, dal tempio alla Cattedrale (Il Formichiere, 2016) di cui è co-curatrice e co-autrice con Giuliana Galli e Paolo Camerieri, fino a giungere all’ultima pubblicazione, nella quale, dopo una meticolosa ricerca d’archivio, è riuscita a ricostruire il passaggio e la trasformazione della città di Foligno attraverso le attività commerciali che si sono succedute. Come spiega nella prefazione, la molla che la spinge «è la conoscenza della città e della sua storia, che deve essere usata per la sua conservazione attraverso una corretta progettazione che la tramandi al futuro».
Le trasformazioni principali nel tessuto urbano in Italia e, nello specifico, a Foligno, avvengono principalmente negli ultimi due secoli: a seguito dello sviluppo industriale, si cerca di dare un nuovo ordine ai quartieri risanando le pessime condizioni igienico sanitarie con nuove infrastrutture quali fogne e acquedotti. Inoltre, nascono nuovi sistemi di collegamento come quello ferroviario e stradale per le automobili: da qui la necessità di dotarsi di nuovi sistemi di pianificazione del territorio.
Il pregio di questa ricerca è evidenziare questa trasformazione attraverso un punto di vista insolito e generalmente trascurato dai trattati di urbanistica: le attività commerciali. Queste – come spiegato dall’autrice nell’introduzione – «Oltre alle funzioni puramente economiche, svolgono importanti funzioni sociali, costituendo un momento di contatto fra i cittadini e le comunità locali diffondendo le informazioni più recenti in materia di stili di vita, modelli culturali e attività collettive».
Il libro, partendo Dalla situazione generale della città nei primi decenni del secolo, attraverso Le modificazioni del tessuto urbano, Gli interventi privati, I negozi che contribuiscono a cambiare l’immagine della città per finire all’ultimo capitolo Da depositi a botteghe a moderni negozi è corredato da un importante apparato fotografico che comprende le immagini dei negozi e delle attività con commercianti o artigiani al lavoro, i progetti con le modifiche da apportare presentati agli organi competenti, i rilievi, i regolamenti. Il tutto fornisce un preciso spaccato delle trasformazioni avvenute.
«Forse perché in realtà il negozio è un luogo privato in cui ogni esercente esprime la propria personalità, dove mette in mostra i prodotti secondo una propria filosofia» conclude nell’introduzione l’architetto Galli «Ma questo luogo privato diventa pubblico nel momento in cui si affaccia nella città, nel momento in cui si apre su facciate antiche rimaste per secoli chiuse ermetiche. I negozi, i loro spazi, i loro affacci, diventano quindi un pretesto anche per parlare di città, per parlare di quelle modificazioni che la città ha subito».

A Perugia, nel Salone Apollo di Palazzo della Penna, in una cornice di folto e interessato pubblico è stato presentato il libro di Sara Allegrini intitolato La rete. A intervenire sono stati la stessa autrice e l’attrice Simona Esposito, mentre a presentare è stato l’assessore alla Cultura Leonardo Varasano.

 

Nel romanzo La rete di Sara Allegrini, edito da Mondadori, si parla di Daniel, Maddalena e Eliah, ragazzi difficili che si ritrovano sperduti in mezzo a un bosco.
Senza cibo e senza acqua, i tre si sentono abbandonati, privati come sono di tante cose che, prima di trovarsi lì, avevano sempre dato per scontate. Da qui la traccia riflessiva e formativa che si dipana in un racconto emozionale, rispecchiante l’attuale visione di molti giovani di oggi, quelli che non danno il giusto valore alle cose più semplici come il pane.
Nel racconto, sapientemente scritto da Sara, il lavoro, la dedizione e il sacrificio sono consapevolmente reinterpretati e rivalorizzati, scalando la classifica interna e personale degli attuali valori giovanili, proiettati nei ragazzi protagonisti del libro.

 

 

Il romanzo La rete è un vero trionfo, anche per le riflessioni educative, nato dalla diretta esperienza come istitutrice di Sara Allegrini, professoressa di Filosofia e Psicologia e docente di corsi di Scrittura Creativa e Teatro. Nel suo percorso di vita professionale, come racconta la stessa Sara, ha vissuto tante esperienze, creando un ottimo rapporto con i suoi studenti ed è riuscita a individuare la sorgente di certi loro comportamenti e abitudini, interagendo di conseguenza come formatrice responsabile.
Nel racconto troviamo qualcuno che osserva, indica e obbliga, notiamo l’evoluzione della comprensione per la sincerità e la fatica, per l’ubbidienza e la consapevolezza, altresì la forza delle fiabe… e tante altre pillole di spessore per molteplici spunti di riflessione.
Sara ci fa intuire che certi comportamenti rabbiosi o estremi dei giovani potrebbero celare sofferenze che alcuni adulti non sono riusciti a scorgere; allo stesso modo, il rientro a casa dei protagonisti significa tornare alla propria identità profonda con paure e delusioni, che potrebbero essere spazzate e superate alla luce dei nuovi insegnamenti esperenziali appena vissuti. Lottare, perdonare e redimersi sono tra le strade suggerite da Sara nel suo profondo libro.

Titolo: Berardo Berardi. Artista di canto (1878-1918)

 

Autore: Roberta Niccacci (a cura di)

 

Editore: Bertoni Editore

 

Anno di edizione: 2018

 

Costo: 28 euro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo interessantissimo e corposo volume ha il merito di accompagnarci in un viaggio a ritroso nel tempo alla scoperta di un personaggio della nostra regione che, probabilmente a causa di una morte precoce, è stato ingiustamente dimenticato.
Si tratta di Berardo Berardi, cantante lirico che si è esibito nei migliori teatri italiani e stranieri in una settantina di opere, interpretando più di ottanta personaggi, affiancando colleghi come Enrico Caruso. Nella breve carriera, ha cantato come basso in opere che spaziavano da Bellini, Rossini, Massenet, Puccini, Verdi e Wagner ed è stato diretto dai più grandi direttori d’orchestra. Uno su tutti, Arturo Toscanini.
Roberta Niccacci, curatrice del volume, con tenacia e passione si è fatta carico di un immenso e minuzioso lavoro di archivio per cercare di ricostruire e sottrarre all’oblio la vita e la carriera di Berardi. Il libro si divide in cinque parti: nella prima, Un racconto di viaggio viene raccontata al lettore la genesi dell’opera, le ricerche d’archivio, le testimonianze e gli aneddoti fino all’intitolazione dei giardini pubblici di Tavernelle al cantante.
La seconda parte, Alla scoperta dei luoghi della vita di Berardo Berardi, inizia con la nascita di Berardo a Gualdo Cattaneo alle ore 11 di sabato 25 maggio 1878 all’indirizzo di Piazza Comunale numero 9, dove il padre era il medico condotto del paese. Poi il trasferimento a Collepepe di Collazzone, gli studi in seminario a Todi e poi all’Accademia di Santa Cecilia a Roma – allievo del maestro Antonio Cotogni – il matrimonio con Olimpia Toccaceli a Cetona, il trasferimento a Tavernelle – paese d’origine della famiglia materna del cantante – e la nascita dei tre figli: alla primogenita Brunilde seguono Siglinda (morta pochi giorni dopo la nascita) e Cesare, morto prima di compiere quattro anni.
La terza parte esamina la carriera e l’attività artistica del cantante che, dopo una lunga tournée in Grecia e Turchia, iniziata nel 1902, debutta in Italia al Teatro Morlacchi di Perugia all’età di ventisei anni, in tre opere: I Puritani, I Lombardi e l’Andrea Chénier. Da qui, una breve ma intensa carriera, passando per i maggiori teatri italiani (San Carlo di Napoli, Comunale di Bologna, Teatro Costanzi di Roma, La Scala di Milano) e stranieri soprattutto in sudamerica con tournée in Argentina, Brasile, Uruguay.

Berardo Berardi, ritratto da Enrico Caruso

Inoltre, sono state inserite delle tabelle che riportano la cronologia dei repertori e debutti contestualizzati con i momenti di vita più salienti del maestro. Un ricco apparato fotografico delle locandine delle recite conclude la terza parte.
Berardo Berardi muore prematuramente a causa della febbre spagnola, nella sua villa a Tavernelle di Panicale, venerdì 25 ottobre 1918. Ed è proprio La morte e l’eredità culturale il tema della quarta parte del libro che, oltre alla cronaca del decesso fino alla sepoltura nella cappella di famiglia del cimitero di Mongiovino, si arricchisce del saggio del medico legale Federico Marzoli, che spiega con linguaggio puntuale e divulgativo le cause e le conseguenze di questa letale epidemia.
Nell’ultimo capitolo del libro, Appunti di viaggio, è intento della curatrice lanciare un’apertura per studi e iniziative future. L’archivista Marina Regni approfondisce il valore degli archivi storici, mentre l’assessore alla cultura del comune di Perugia Maria Teresa Severini svela un desiderio: il ritorno della lirica al teatro Morlacchi.
Conclude questo monumentale lavoro un’appendice con le schede di edizione delle opere divise per teatri, il numero delle apparizioni ordinate per opere, i ruoli interpretati divisi per opere e l’elenco dei colleghi.

Titolo: Perugia Underground. Storie di donne, sesso e potere nel Novecento

 

Autore: Andrea Maori

 

Editore: Francesco Tozzuolo Editore

 

Anno di pubblicazione: 2018

 

Caratteristiche: 108 pagine, foto cm 21 x 15, brossura illustrata con bandelle, ill. b/n

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella sua ultima opera, Andrea Maori – archivista e ricercatore perugino – ci porta alla scoperta di tre storie che hanno come protagoniste le donne. Tre vicende che attraversano il secolo scorso e che, avvalendosi di una puntuale documentazione e ricerca d’archivio, sono testimonianza della condizione di subalternità delle donne e della loro libertà individuale negata. Il primo racconto, Bell’Epoque a Perugia: «Amori illeciti» nella casa di pena delle donne, ambientato nel 1909, ha come teatro il riformatorio e il carcere femminile di Perugia al centro di polemiche e scandali per le violenze inflitte alle carcerate, che due donne coraggiose e battagliere, Zita Centa Tartarini e Maria Rygier, riescono a portare a conoscenza dell’opinione pubblica.

Nel secondo, Ai margini della storia: Cecilia Aurora e Agostina tra prostituzione e antifascismo, Maori ha seguito la loro storia di emarginazione attraverso le piccole tracce trovate negli archivi. Due donne, Cecilia Aurora Tavernelli di Città di Castello e Agostina Tortaioli di Perugia, schedate come prostitute antifasciste costrette a spostarsi da una città all’altra fino a far perdere le loro tracce e presenti nella storia solo attraverso scarne schede di polizia.

Nel terzo, Pubblica moralità dall’approvazione della Legge Merlin agli anni Settanta. Il caso di Perugia, l’autore analizza con numeri e dati puntuali il fenomeno prostituzione prima e dopo l’entrata in vigore della legge Merlin, che negli intenti doveva dare dignità alle donne ed evitare situazioni di sfruttamento. Inoltre Maori prende in esame la costituzione della Polizia femminile il cui scopo era quello di salvaguardare la pubblica moralità e vigilare sulla stampa reprimendo quella ritenuta immorale.

«Il volume ha il merito di portare alla luce tre storie locali che inevitabilmente si intrecciano con la dimensione nazionale che modulano su tre terreni diversi, ma contigui, la subalternità di classe e di genere che si manifesta nel dominio maschile della sessualità femminile», afferma il professore Paolo Bartoli nella prefazione.

Da segnalare la suggestiva immagine in copertina, che riproduce l’opera che l’artista spagnolo Daniel Munoz realizzò nel 2012 sul muro esterno dell’ex carcere femminile di Perugia. Il murale (acrilico su cemento) dal titolo Donne abbandonate del carcere di Perugia è stato distrutto nel 2017 nel corso dei lavori di messa in sicurezza dell’edificio. «L’idea del murale»  spiega l’artista «era di creare un ritratto simbolico della sottomissione delle donne attraverso la storia. Ho scelto questo tema perché l’edificio era la prigione delle donne».

TITOLO: L’amore al tempo del design

 

AUTORE: Stelio Zaganelli

 

EDITORE: Bertonieditore

 

ANNO: 2018

 

 

 

 

 

 

 

Se si toglie un diamante a un edificio perfetto tutto sembra sgretolarsi…
Sulla copertina campeggia questo diamante perfetto e per un lungo tratto del romanzo mi sono chiesta che cosa c’entrasse un diamante in copertina per un libro che in gran parte è ambientato a Perugia. Poi, continuando la lettura, tutto mi è apparso perfettamente chiaro: non soltanto perché l’azione si sposta a Ferrara e si parla della leggenda legata a Palazzo dei Diamanti, ma perché il diamante rappresenta anche la preziosa unicità di ogni membro di un gruppo nel quale, se un elemento viene rimosso, produce una terribile deflagrazione che porta inevitabilmente allo sfaldamento dell’unità: da quel momento non esiste più un noi, ma ognuno, da solo, deve percorrere la strada per divenire adulto.
Le storie di Santo, Babila, Elettra, Mirro e Sandrino, se da un lato ci riportano a pensare a quello che forse è il film più bello sull’adolescenza – Stand by me: ricordi di un’estate, tratto dal celebre racconto di Stephen King – dall’altro ci fanno assaporare i ricordi di una Perugia in cui la vita era scandita da ritmi diversi, dove il centro non era approntato per i turisti, ma era un luogo vivo, il cuore pulsante della città. Un centro cittadino forse più malandato di quello di oggi, ma traboccante di vita vera e vissuta.
L’amore al tempo del design è un bel libro che racconta più di una storia d’amore, quella tra Santo e Babila, che, quale fil rouge, ci accompagna dalla prima all’ultima pagina. Ci riporta a un periodo della storia italiana difficile e complesso, dove gli eventi fanno da sfondo e rendono tutto molto concreto e vero, senza però appesantire una storia che è bella così, perché possibile e vera, sebbene in essa entri anche il fantastico grazie a quella capacità che Santo ha di incidere con la forza della mente sugli eventi che lo turbano.

 

Stelio Zaganelli

Come ogni libro, anche questo è in parte autobiografico, nel senso che in esso Stelio Zaganelli ricorda tutte le città a lui care: Perugia dove ha sempre vissuto, Ferrara che gli ha dato i natali, Firenze dove è divenuto architetto e Milano dove si è spesso recato per lavoro e per piacere. Quando egli parla delle scale mobili e del restauro del centro storico di Perugia non si può inoltre non pensare a un omaggio al nonno omonimo dell’autore che fu sindaco dal 1977 al 1980. Certo anche nei personaggi, così vivi e veri, ci devono essere i ricordi di persone e di caratteri vissuti dall’autore e forse l’aver scelto nomi davvero particolari – che soli un po’ stonano nella narrazione talmente vivida di un tempo che oggi ci appare lontano e perso – serve proprio a nascondere identificazioni reali e a voler consegnare il tutto alla pura fantasia.
Di certo, al termine della lettura, un’intera generazione di perugini riporrà questo libro con cura e lo conserverà nel cuore e nella mente con particolare affetto, proprio perché vi avrà riconosciuto una parte importante della propria storia.

«Se l’Umbria fosse un fumetto? Sarebbe divertente e pieno di colori».

Antonio Vincenti, meglio conosciuto come Sualzo, si definisce un sassofonista mancato e un disegnatore autodidatta. Con la sua matita illustra e racconta storie: «Per me è fondamentale raccontare delle belle storie. Scelgo sempre argomenti che mi stanno a cuore».
Vincitore di diversi premi, i suoi lavori sono stati pubblicati non sono in Italia, ma anche in USA, Russia, Francia, Spagna, Polonia, Inghilterra, Corea del Sud e altri paesi: il 30 novembre sarà in Russia a rappresentare l’Italia alla Fiera Internazionale del libro di Mosca. Ma Sualzo resta legato a doppio filo con il suo territorio, con l’Umbria e soprattutto con il lago Trasimeno, che vede ogni giorno dalla finestra di casa. «L’Umbria è spesso rappresentata nei miei fumetti e il lago spunta sullo sfondo dei miei disegni».

Sualzo Antonio Vincenti all’opera

La prima domanda è d’obbligo: qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nato a Perugia, ma da vent’anni vivo a San Feliciano: sono un trapiantato orgoglioso. Mi sento molto legato alla fisicità di questo posto, è un luogo che sento molto mio; qui ho conosciuto mia moglie, qui sono nati i miei figli.

Ci spieghi a grandi linee come nasce un suo fumetto. Come le viene l’idea, l’ispirazione…

Io lavoro con due tipi di storie. Mi occorrono sei-sette anni per realizzare un libro con una storia completamente mia: il lavoro parte da un’idea che si affaccia nella mia mente tramite il mio vissuto; oppure lavoro su storie scritte da Silvia Vecchini, e a quel punto il processo creativo è più rapido. Silvia scrive la storia che ha in mente e poi inizia un processo di cambiamento, di elaborazione e raffinazione del racconto. Quest’ultima è la parte più importante e più creativa, dopodiché parte il vero mestiere, dove si mettono in pratica le tecniche acquisite negli anni.

Nascono prima i testi o i disegni?

Prima nascono i testi, anche se a volte un testo può essere generato da un’immagine: crei un personaggio non sapendo che poi sarà lui stesso far nascere una suggestione e una storia. Comunque, in genere, prima di tutto c’è la scrittura. La scrittura è – per me – la parte più importante.

Sualzo Antonio Vincenti e Silvia Vecchini

Da cosa sono ispirati i suoi personaggi?

Nelle storie che scrivo, riverso sempre una parte di me. I personaggi non sono al 100% autobiografici, però mi somigliano molto, sono una sorta di auto-fiction. È molto importante nei miei libri parlare di cose che ho vissuto realmente e soprattutto di argomenti che mi stanno a cuore; se non fosse così, sarebbe impossibile riuscire a scrivere 100-200 pagine. Stesso discorso vale per i libri per bambini: la scelta degli argomenti è sempre orientata nel comunicare un qualcosa di importate; la motivazione deve essere forte.

Fa più fumetti o graphic novel?

In questo momento – vista la richiesta di mercato – lavoro più a graphic novel, anche per ragazzi.

Quale tra i due preferisce?

Per mia estrazione sono sempre stato affascinato dall’idea di una narrazione non seriale, più vicina al romanzo. Una narrazione che non deve necessariamente far nascere un personaggio, ma una storia senza presupposti e conseguenze. A me non interessa raccontare un personaggio, ma solo delle storie.

Quest’anno con La zona rossa ha vinto il premio Attilio Micheluzzi come miglior libro a fumetti per ragazzi: ci può parlare di questo lavoro?

La zona rossa è un fumetto che racconta ai ragazzi il terremoto. Prima di realizzarlo abbiamo temporeggiato molto: la casa editrice Il Castoro ci aveva commissionato un libro su questo argomento prima della scossa del 30 ottobre, ma, come dicevo prima, a Silvia e a me serve sempre una motivazione reale e, purtroppo, il 30 ottobre è arrivata. In più, gli sfollati di Norcia erano ospiti in alcune strutture di San Feliciano e per diverso tempo hanno vissuto con noi in paese, si sono mescolati a noi, a quel punto – anche se solo da spettatori – siamo entrati nella storia e l’abbiamo raccontata più da vicino. Inoltre, una parte del ricavato del libro ha finanziato una scuola di teatro nelle zone terremotate: è importante ricostruire, ma non soltanto le cose. Il prossimo anno La zona rossa uscirà negli Stati Unici e in Corea: una storia locale può avere anche un respiro internazionale.

C’è un fil rouge tra tutti i suoi lavori?

Quello che ritorna sempre nel mio lavoro è l’esigenza di voler comunicare un concetto e un pensiero di base. Anche nel fumetto per bambini Gaetano e Zolletta – che racconta la storia di due asini padre e figlio – c’è una comunicazione importate: il ruolo della paternità. Io e Silvia abbiamo voluto affrontare questo aspetto, che nei libri per i più piccoli è poco rappresentato o c’è solo in maniera marginale. Voglio specificare: non devono essere libri pedagogici, ma libri che raccontano una storia solida e bella. È una nostra esigenza.

Però non scrive libri solo per i bambini.

Le storie che scrivo con Silvia sono per bambini e ragazzi, quelle che scrivo da solo sono per un pubblico adulto.

Se l’Umbria fosse un fumetto, come la disegnerebbe? Quali sono le parti che metterebbe in evidenza?

Sicuramente sarebbe un fumetto umoristico: gli umbri hanno un umorismo di pancia, non sono musoni come sembrano. Sanno essere divertenti. Comunque, sarebbe un fumetto a colori: l’Umbria è piena di colori. Pure nei miei lavori i paesaggi della regione sono molto presenti: il lago spesso affiora e fa capolino nelle mie storie – dopotutto lo vedo ogni giorno dalla mia finestra.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Crocevia, camminata, mistica.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Riposo dello sguardo.

 

Titolo: Zeffirino Faina. L’attività politico-amministrativa nel Consiglio Provinciale dell’Umbria (1861-1892)

 

Autore: Rita Rossetti

 

Editore: Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia

 

Anno di pubblicazione: 2017

 

Caratteristiche: 227 pagine, foto cm 21 x 15, brossura illustrata con bandelle, illustrazioni a colori

  

 

 

 

 

La tesi di laurea di Rita Rossetti, giunta alla seconda laurea accademica, si è trasformata in un interessante ed elegante volume di storia patria dal titolo Zeffirino Faina. L’attività politico amministrativa nel Consiglio Provinciale dell’Umbria (1861-1892), pubblicato dalla Fondazione Cassa di Risparmio per i tipi della Fabrizio Fabbri Editore.
Nel testo redatto da Rossetti emerge la passione e la capacità di saper ricercare nei polverosi archivi le testimonianze lasciate nella storia da personaggi del calibro di Zeffirino Faina che, da possidente locale, è assunto al ruolo di politico, prima agli albori della provincia di Perugia fino ai seggi parlamentari del Regno.
L’interessante volume, con una presentazione a cura di Giampiero Bianconi e una prefazione di Valerio De Cesaris, si divide in due parti. La prima ripercorre la vita privata e imprenditoriale di Zeffirino Faina, la seconda ne analizza l’attività politica. Vi è inoltre un ricco apparato fotografico
Zeffirino nasce nel 1826, figlio di Angelo e di Angelica Paolozzi – che appartiene a una nobile famiglia di Chiusi – ed è l’ultimo di tre fratelli. Dopo aver conseguito la laurea in Filosofia e Matematica nel 1846, continua la tradizione di famiglia investendo, innovando e sviluppando le diverse attività imprenditoriali. Numerosi gli interessi economici: i Faina sono costruttori, allevatori, commercianti di bestiame e grano, con un ingente patrimonio immobiliare e terriero. In questo contesto Zeffirino rappresenta la classe dirigente illuminata, tramite le cantine di Collelungo, dove si serve di macchinari di avanguardia, e tramite i premi internazionali che ottiene con la prima filanda di Perugia.
Alla vita imprenditoriale si intreccia quella politica, che lo vede impegnato fin dalla Prima Guerra d’Indipendenza. Questa attività proseguirà fino alla morte, nel 1892, nonostante i dissensi interni alla famiglia – il padre lo rimproverava infatti per essersi esposto in lotte politiche che potevano produrre danni alla famiglia.
La prima seduta del Consiglio della Provincia di Perugia lo vede presente come consigliere, diverrà poi presidente fino al 1892, nel 1873 viene eletto deputato e nel 1886 senatore, incarico che manterrà fino alla fine dei suoi giorni.
E con un’analisi puntuale Rossetti ne ripercorre proprio l’attività politica, ricca di numerose innovazioni e di un interesse per criticità sociali quali la piaga della natalità infantile. Faina trasformò i brefotrofi in strutture adatte all’accoglienza, si occupò del sostegno all’istruzione delle donne e, da abile imprenditore, dell’interesse per le strade e la mobilità, come del prosciugamento del Trasimeno.

libro Titolo: La guerra del sale (1540)

Paolo III e la sottomissione di Perugia

 

Autore: Alessandro Monti

 

Editore: Morlacchi  Editore U.P.

 

ISBN: 9788860748935

 

Anno di pubblicazione: 2017

 

164 p., foto cm 15 x 21, brossura illustrata con bandelle

 

Collana: Storia e storie

 

€ 13,00

 

 

Il 1540 fu un anno cruciale nella storia di Perugia e la guerra del sale è un avvenimento che ancora oggi viene ricordato dai cittadini per almeno un paio di motivi. Il primo è legato al pane sciapo che la tradizione vuole dettato dalla volontà di boicottare la tassa sul sale introdotta da Papa Paolo III. La seconda motivazione è invece legata al crocefisso ligneo realizzato, sempre in quell’anno, da Polidoro Ciburri, collocato poi nella nicchia del portale dell’Alessi nel Duomo cittadino come atto di sfida verso il Papa, e che ancora oggi domina la piazza.
Alessandro Monti, laureato in lettere con indirizzo storico presso l’ateneo fiorentino, e dottore di ricerca in storia moderna presso l’Università di Pisa, ha inteso ripercorrere e studiare questo importante momento storico. Un lungo lavoro di ricerca negli archivi italiani ed europei che ha permesso all’autore di elaborare una sintesi vivace, appassionante e rigorosa dei fatti di quei giorni. Nei quindici capitoli che compongono il libro, vengono esaminate le vicende che, a partire dalla tassa del sale e dalla ribellione, sfociano del definitivo assoggettamento della città alla dominazione pontificia.
L’aumento della pressione fiscale, la scomparsa delle libertà comunali, la formazione di nuove oligarchie, la crescente conflittualità tra il pontificato di Paolo III e l’impero di Carlo V, sono solo alcune delle questioni che si intrecciano nelle vicende perugine di questo momento storico e che l’autore ha saputo narrare, corredando la pubblicazione di numerose fonti archivistiche e bibliografiche.