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Nell’ambito della manifestazione Sensualità di Gatto, che si terrà a Spello dal 14 al 18 aprile, verrà presentato il libro Mano nella Mano di Sipontina Maria De Bellis, edito da Corebook. L’evento, presentato da Marco Pareti, sarà sabato 16 aprile alle 18, presso le sale espositive del Municipio di Spello. Il libro racconta 10 fiabe per piccoli lettori con temi moderni e attuali.

 

Il libro, inserito nella collana Quaderni della Fondazione Ranieri di Sorbello, è dedicato ad alcuni significativi passaggi delle complesse vicende collezionistiche che, nell’arco di tempo fra XVII e XIX secolo, di pari passo con il vivace clima culturale di respiro europeo in cui trovò compiutamente ispirazione, caratterizzarono il divenire del celebre Museum Oddi Baglioni di Perugia, fino alla stagione del suo epilogo nella più fastosa delle dimore del casato, la residenza extraurbana di Villa del Colle del Cardinale.
Proprio nella cornice di questa piccola reggia corgnesca ai piedi del Tezio, acquisita poi dagli Oddi, si contestualizzano alcune suggestioni per una proposta interpretativa degli esiti finali della collezione, improntata al complesso dialogo delle antichità con il tema del giardino, fra spazio reale e dimensione simbolica.

 

L’autrice

Sabrina Batino è Dottore di Ricerca in Archeologia Greca e Romana e ha conseguito il Diploma di Specializzazione nella stessa materia. La collaborazione con Università e istituti di ricerca come Scuola Archeologica Italiana di Atene, Deutsches Archaeologischen Institut di Roma e CNR ha consentito alla studiosa di intraprendere numerose ricerche, sia in Italia che all’estero, seguendo un variegato percorso di indagine nell’ambito dell’archeologia e della storia antica del Mediterraneo, abbracciando un arco di tempo che spazia dal periodo arcaico all’ellenismo. Gli studi sono editi in monografie scientifiche e articoli su riviste specialistiche. I lavori più recenti si orientano al discorso collezionistico, con particolare attenzione al contesto perugino-chiusino.

“Lo scontro generazionale: la ricchezza delle imprese familiari” il primo libro di Andrea Zotti

La piccola e media impresa è il vero motore italiano, su di essa si basa una grande fetta dell’economia nazionale e per questo è un patrimonio da salvare, in particolar modo quando avviene il passaggio di testimone tra le diverse generazioni di imprenditori. È un processo che va studiato e pianificato con cura, senza lasciare nulla al caso perché, se alcune aziende approfittano di questo momento per rafforzarsi ed evolversi, altre si indeboliscono ed entrano in crisi.

Andrea Zotti

Perché avviene? Quanto incide la componente affettiva legata alla famiglia nelle dinamiche che si creano in azienda? Quando si avvia la fatidica fase del passaggio? Questi e altri sono i quesiti a cui Andrea Zotti risponde nel suo libro Lo scontro generazionale: la ricchezza delle imprese familiari (196 pagine) edito dalla casa editrice Cleup.
Il testo di Zotti – laureato in Economia e Management presso l’Università degli Studi di Bari, socio dell’azienda di famiglia e autore presso Osservatorio Globalizzazione – si basa su una sua ricerca accademica e si focalizza sull’organizzazione aziendale nelle PMI a conduzione familiare e approfondisce il tema del passaggio generazionale, una fase che ha vissuto in prima persona. Il suo obiettivo è quello di offrire una nuova concezione di tale passaggio che conduca a una maggiore consapevolezza dello stesso; il lettore inoltre trova una serie di analisi fatte da diversi punti di vista e finalizzate a delineare un approccio più edotto sul tema. Infine, attraverso una serie di interviste che rappresentano un piccolo campione di best practice, l’autore fornisce un duplice punto di osservazione: quello dell’imprenditore uscente e quello del successore designato, per spiegare al meglio anche le dinamiche sociali, psicologiche e relazionali di questo fenomeno; il tutto scritto con un linguaggio chiaro e lineare, di facile approccio per tutti.


«Ho deciso di scrivere un libro che trattasse l’incontro e lo scontro generazionale per esaminare e discutere come junior e senior si muovano all’interno del conflitto intergenerazionale nelle aziende, scientificamente è abbastanza provato che il passaggio generazionale presenti minacce e opportunità; ho ritenuto necessario focalizzarmi nell’individuare aree di miglioramento nel processo di ricambio, provando così a offrire una soluzione, anzi una sorta di visione personale, dando valore ai diversi momenti di tensione generati più dai tempi, ritmi e stili di vita che da dinamiche strettamente aziendali. Lo stile di vita dei figli, spesso, non corrisponde a quello dei padri: il senior, attivo e dinamico, trova naturale dedicare l’intera giornata al lavoro, il figlio, per quanto possa essere ambizioso e tenace, a fatica riesce ad adeguarsi ai ritmi serratissimi senza sentire la propria vita decurtata o frustrata negli interessi personali. Ho cercato di aprire un orizzonte in più su un tema molto dibattuto nella letteratura aziendalistica, ma anche tra gli studi sui processi organizzativi più complessi, con lo scopo finale di capire come si possa favorire la lettura della transizione generazionale nell’impresa a gestione familiare» spiega l’autore.

 


Editrice Cleup

«C’è chi vuole preservare le pietre, chi le tradizioni, chi le ricette. Io vorrei conservare le persone e le loro vite, soprattutto se le persone in questione sono esempi incredibili di vite da romanzo, di esistenze uniche, indimenticabili: delle piccole opere d’arte».

Simone Zaccagni con Gigino Menichetti

Quaranta biografie romanzate. Quaranta eugubini normalmente eccezionali. Quaranta personaggi le cui gesta sono passate alla storia e i loro aneddoti raccontati a distanza di anni. Una vera squadra di top player raccolti nel libro Eugubini Fantastici scritto da Simone Zaccagni (edito da Alter Erebus press & label) che verrà presentato a Gubbio nel chiostro di San Pietro nelle serate di sabato 26 giugno (18.30) e domenica 27 giugno (21.00).
Abbiamo incontrato Simone in anteprima per farci svelare i segreti di quest’opera, che non vuol essere solo goliardica ma anche – a suo modo – storica: «Ho voluto rendere immortali persone che, con la sola tradizione orale, rischiavano di scomparire. Gubbio ha un Pantheon di questi personaggi, ha una pletora di campioni, un po’ come la serie A degli anni Ottanta e io, come Roberto Mancini, ho selezionato i migliori. Stiamo parlando di personaggi degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta; ancora vivi ce ne sono soltanto 5-6. Proprio per questo ho voluto omaggiarli e conservarli per evitare che si perdessero tra i ricordi: c’è l’imprenditore di successo e il disoccupato, l’artigiano e l’avvocato, il maestro e la casalinga, quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare. Personalità semplici e personalità più complesse, tutti diversi ma uguali nell’essere ricordati da una città intera» spiega Zaccagni.

 

Gli immortali

Se Alì Babà aveva i 40 ladroni, Zaccagni ha i suoi 40 personaggi che hanno fatto, a loro modo, la storia di Gubbio e che tenta di preservare come dei veri monumenti storici. «Alcuni di loro è d’obbligo menzionarli perché, come gli artisti del Rinascimento, occorre solo il nome o il soprannome per indentificarli. A Gubbio tutti li conoscono. Penso a Luigi Allegrucci (Guerciolo) e Antonio Farneti (Cioceri) – entrambi hanno fatto anche incursioni nei programmi tivù nazionali – al commendator Pietro Barbetti, a cui hanno intitolato lo stadio, a Giorgio Gini (L’avvocato) che è stato il primo umbro a scalare il Monte Bianco e il primo eugubino a donare il sangue – a Gubbio ancora non si poteva e quindi si recò a Perugia. Tra le donne non potevo non ricordare La Penella (Penelope Banano) che negli anni dopo la Guerra inventò una sala da ballo dentro il salotto di casa sua. Tutti i sabati sera e le domeniche pomeriggio la vallata andava a ballare lì; poi – visto che l’idea funzionava – spostò la sala sopra la stalla, da vera innovatrice della green economy, così da farla scaldare dal calore del bestiame che passava attraverso le assi del pavimento, certo non passava solo il calore! Sono tutte persone che nella loro semplicità sono state innovative per l’epoca che hanno vissuto. All’interno del libro spesso s’incontrano e interagiscono fra di loro, entrando l’uno nella storia dell’altro: una specie di crossing-over letterario» prosegue l’autore.

I 40 personaggi

Una ricerca lunga 20 anni

Per scrivere Eugubini Fantastici – un chiaro omaggio al film Animali fantastici e dove trovarli – l’autore ha fatto un lungo e meticoloso lavoro di ricerca, parlando con parenti, amici o semplici conoscenti di questi personaggi, ma l’idea ha iniziato a prendere corpo una ventina di anni fa, quando con il fratello Francesco, in un sito, ha scritto e riunito le storie di 20 eugubini. «Era stata fatta anche una raccolta uscita in allegato con il giornale Gubbio Oggi: a questi ne ho aggiunti altri 20 ed ecco il libro: un volume prettamente dedicato agli umbri, ma non è detto! Al suo interno ci sono anche delle illustrazioni di Eugenio Rotondi realizzate a carboncino. Posso dire che si aggiunge al Dizionario Eugubino – Italiano che ho scritto nel 2016. Lì cercavo di salvare il dialetto, qui salvo i personaggi che hanno fatto una vita normale, ma che per vari motivi è diventata eccezionale e piena di aneddoti da raccontare e conservare» conclude Simone Zaccagni.

 


Ecco l’elenco completo dei 40 personaggi:

  1. Luigi Allegrucci (Guerciolo)
  2. Lanfranco Amedei (Panìco)
  3. Armando Baldelli (Anghiga)
  4. Michelangelo Bellini (Baleani)
  5. Penelope Banano (La Penella)
  6. Pietro Barbetti (Il Commendatore)
  7. Ermete Bedini (Il Dottore)
  8. Giancarlo Bellucci (Carlinga)
  9. Mario Bianconi (Balenella)
  10. Franco Brandelli (Mago Sanguinetti)
  11. Filippo Braccini (Sciùpete)
  12. Bruno Capannelli (Baratieri)
  13. Alessandro Casagrande (Sandro Del Forno)
  14. Aurelio Casagrande (Checco)
  15. Franco Casagrande Fioretti (Paquito)
  16. Adalgisa Cerbella (La Gisa)
  17. Giuseppe Cerri (Peppe ‘L Capelaro)
  18. Corrado Codignoni
  19. Antonio Farneti (Ciòceri)
  20. Pietrangelo Farneti (Pacio)
  21. Umbro Filippetti
  22. Enzo Gambini
  23. Mario Gillosi (Marietto Dei Vecchi)
  24. Giorgio Gini (L’avvocato)
  25. Mario Marcheggiani (Marullo)
  26. Giambattista Mazzacrelli (Tito)
  27. Mauro Mengoni (Mauro De Baldone)
  28. Luigi Menichetti (Gigino)
  29. Cecilia Morotti (La Cìa)
  30. Enrico Nicchi (Pittino)
  31. Aurelio Passeri (Elio)
  32. Natale Stefano Pauselli (Baffino)
  33. Walter Piccotti (Strizze)
  34. Claudio Pierini (Classe)
  35. Iole Poggi (La Iole)
  36. Luca Signoretti
  37. Astorre Spogli (Bacelone)
  38. Onelio Tosti (Lolly)
  39. Filippo Uccellani
  40. Piero Vispi (Pierino ‘L Ciclista)

Ho fatto qualche domanda al mio amico Lorenzo Barbetti sul suo romanzo d’esordio, Una balena bianca non volerà mai (Giovane Holden Edizioni, 2021) perché incuriosita da una vicenda che ci vede un po’ tutti protagonisti, che si svolge in luoghi in cui vivo e sono cresciuta: una storia che potrebbe essere quella di ognuno di noi.

 

Lorenzo Barbetti

Una balena bianca non volerà mai: un titolo accattivante coadiuvato da una copertina che non passa inosservata. La storia però è ambientata a Perugia, capoluogo di una regione in cui non c’è nemmeno il mare. Che significato ha il titolo, dunque?

Il titolo originale – Loser, che faceva riferimento tanto alla figura del perdente quanto alla canzone omonima di Beck che ritorna varie volte all’interno del romanzo – non mi convinceva. Un mio amico, al quale ho fatto leggere il manoscritto, mi ha allora suggerito la figura della balena bianca, che appare al protagonista in un momento cruciale della storia come una sorta di visione e si porta dietro delle considerazioni che possono in un certo senso essere applicate all’intero romanzo. In ogni vicenda che il protagonista vive, infatti, si ritrovano dei concetti, legati al suo sentire, suggeriti proprio da quella bianca balena. Questo mio amico – Leonardo Zaroli – ha ideato conseguentemente anche la copertina, che poi è stata disegnata con la collaborazione di Anna Scatolini e di Thea Corpora: già dopo un primo sguardo si riesce a entrare perfettamente nel mood del libro. Il fatto che l’ideatore del titolo abbia realizzato anche la copertina dona al volume una continuità eccezionale.

Nel caso della narrativa, quasi mai un autore scrive una storia solo per il gusto di raccontarla. Spesso c’è dietro un’esigenza, un impulso viscerale, il bisogno di mettere le carte in tavola e di fare i conti con qualcosa o con qualcuno. È davvero così?

Il libro nasce da un racconto che scrissi nel 2017 per un concorso. Concorso che vinsi, ma la cosa più importante è che per la prima volta mi ero approcciato nella scrittura vera e propria. Fino a quel momento, infatti, avevo raccontato storie fini a sé stesse e senza la logica universale che solitamente permette di accomunare lettori diversi. Quel racconto mi mise nella testa l’idea che potevo scrivere qualcosa con una logica, con un senso, che potesse essere apprezzato anche da altre persone. Una balena bianca non volerà mai nasce quindi non solo dall’esigenza di raccontare delle storie, ma anche dal cambiamento che stavo avendo in quel periodo. Ho inserito eventi del mio vissuto, di quello dei miei amici, racconti che avevo ideato in precedenza e che volevo riutilizzare, così come citazioni dal cinema e dalla musica (c’è anche una playlist su Spotify ispirata al libro che vi consiglio di ascoltare, nda), in modo da creare un mix che potesse piacere anche a qualcuno all’infuori di me. Un conto è scrivere per sé stessi, un altro è farlo per qualcuno che non ti conosce e che non sa quali sono i tuoi gusti: naturalmente a me piace quello che scrivo – come penso succeda a chiunque si approcci alla scrittura – però la vera sfida è farlo con l’idea che qualcuno con un retroterra diverso possa comunque leggere con piacere quello che hai prodotto.

Insomma, scrivere qualcosa che possa accomunare lettori diversi, magari perché emblematico di una generazione. Penso in particolare alla nostra, cioè quella dei nati negli anni Novanta…

Sì, senza dubbio, anche perché i riferimenti fanno proprio capo alla cultura pop di quegli anni. Però devo dire – e lo affermo con estrema soddisfazione – che i primi riscontri che ho ricevuto sul romanzo sono venuti da persone che non sono di quella generazione, ma che, leggendo, hanno potuto rivivere certe vicende della propria vita. Si sono identificate con alcune scelte del protagonista, con i suoi pensieri, con alcuni eventi che egli si trova a gestire. E questo mi fa molto piacere perché significa che Una balena bianca non volerà mai ha una portata più ampia, che nasce dagli stilemi di una generazione ma non si ferma solo a quella.

Nel caso della narrativa, le vicende sono piuttosto plausibili. Non hai pensato che la gente potesse credere che tutto quello che leggeva fosse una biografia romanzata di Lorenzo Barbetti? Se sì, questo ti ha in qualche modo frenato nel farlo leggere a conoscenti e amici? E, ancor prima, ha interferito nel processo di scrittura?

Sicuramente partire dalla propria esperienza è quasi fisiologico – non credo che esistano autori, nemmeno maestri della letteratura fantastica mondiale, che non inseriscano la propria esperienza in quello che scrivono – ma tutto viene comunque rielaborato. Nel caso di Una balena bianca non volerà mai non mancano delle parti completamente inventate che però sono funzionali alla storia. Parafrasando una massima piuttosto famosa, non bisogna mai fidarsi di uno scrittore perché tutto quello che si dice potrà essere riutilizzato: che sia una notizia di cronaca o un racconto altrui, va tutto a stimolare l’immaginazione. Molti mi hanno chiesto se fossi io il protagonista della storia e se avessi trascritto pari pari la mia vita. Diciamo che il protagonista è quello che Henry Chinaski è per Charles Bukowski: la sua versione romanzata. Questo mi diverte, più che spaventare, perché è come un gioco per me come credo per chi mi conosce almeno un po’. D’altro canto il protagonista non fa niente di scabroso o di illegale, ma solo esperienze che chiunque ha fatto almeno una volta nella vita. Ancora non ho motivo di essere preoccupato, ho in mente di scrivere cose ben peggiori! (ride, nda).

C’è stata qualche trasformazione dall’inizio della stesura al momento in cui hai scritto la parola “fine”? Non parlo solo dei personaggi, ma anche dell’autore…

Ho scritto il libro nel corso di un anno, facendo tre stesure diverse, limando e aggiustando, perciò alcuni elementi sono cambiati per forza. Naturalmente ce ne sono stati alcuni tecnici – ispessimento di alcuni personaggi, descrizioni più ricche, nuove vicissitudini, aggiustamenti nella forma e nell’agilità di alcuni passaggi. E poi sono cambiato io, tanto che, rileggendo, ho sentito di dover modificare alcune cose, specie quelle che mi era costato più mettere su carta. Però mi sono detto che quei passaggi cruciali li avevo scritti in un momento in cui nella mia testa c’era un’idea ben precisa e che quindi dovevo tenervi fede per evitare di snaturare il libro e la storia dal quale era scaturito. Quindi la struttura è stata sempre la stessa, dalla bozza alla terza stesura, anche perché l’avevo studiata molto bene ed ero sicuro che funzionasse. Alla fine mi sono sentito quasi liberato: ero riuscito a finire il libro e, rileggendolo, alcune cose funzionavano. Stesso discorso per i personaggi: hanno compiuto un percorso, sia esso vincente o perdente non conta, l’importante è che siano cambiati, che siamo cambiati insieme.

Nel libro c’è un chiaro riferimento a Perugia e alla sua provincia, vista però in maniera completamente opposta rispetto a un filone molto noto della letteratura contemporanea dove essa è l’emblema del non-luogo, dove tutte le ambizioni si perdono, dove tutto si appiattisce e dove la noia prende il sopravvento. È stato difficile ambientarvi i personaggi e fare i conti con le peculiarità di luoghi in cui vivi la tua vita quotidiana?

Ho imparato, anche grazie alla fotografia, ad apprezzare quello che abbiamo in Umbria, non solo tracciando le rotte turistiche più canoniche, ma anche quelle più inaspettate. È sempre possibile meravigliarsi della bellezza che si ha intorno. Quindi ambientare la storia a Perugia e, soprattutto, nella sua provincia, offre degli spunti inediti: se infatti per un giovane tra i 20 e 30 anni potrebbe apparire stretta, in realtà la provincia offre la possibilità di essere cullati da una realtà accessibile e familiare, piccola e molto accogliente. Io ne sono stato sempre affascinato, in particolare dalla sua non vivacità, dal suo avere luoghi desueti e anche un po’ desolati, dai suoi bar fermi agli anni Settanta. La trovo poetica. Per Una balena bianca non volerà mai questo tipo di ambientazione era l’ideale – il sottotitolo iniziale del libro era, appunto, Ovvero la mediocre storia di giovani di provincia – perché essa è un luogo in cui le cose piatte prendono vita, dove la noia diventa quotidianità, dove o emergi per scappare o impari a nuotare.

Nel libro il protagonista racconta le vicende in prima persona con uno stile che potremmo definire, senza troppe remore, cinematografico: un modo di scrivere che, nella sua disarmante semplicità, nasconde però regole ben precise e non lascia nulla all’improvvisazione. Ce ne puoi parlare? 

Sono sempre stato affascinato dal mondo dietro al cinema, ovvero dalla sceneggiatura. In questo senso ho potuto fare varie esperienze non solo grazie al mio percorso di studi, ma anche a Penumbria Studio, il collettivo di videomaking di cui faccio parte. Quello cinematografico è uno stile in cui bisogna asciugare e asciugare, raccontando anche cose molto personali e complesse con pochissime parole. Per non parlare di tutto il corollario di gesti e movimenti che caratterizzano i vari personaggi e le interazioni tra di essi. Si tratta di uno stile che è molto visivo, senza orpelli; il protagonista stesso – che vorrebbe diventare uno sceneggiatore – pensa per immagini. E il lettore, ascoltando il racconto in prima persona del protagonista, non solo sperimenta esattamente le stesse cose, ma ha anche un punto di vista molto parziale, come con l’occhio di una cinepresa. Al tempo stesso, è soggetto a una serie di espedienti narrativi che fanno capo al linguaggio cinematografico, come il montaggio serrato, il piano sequenza e così via.

Forse è un po’ presto per parlarne – visto che Una balena bianca non volerà mai è uscito da soli pochi giorni – ma c’è già qualche altro progetto all’orizzonte?

Ho diverse idee che riguardano sia la scrittura, sia la seconda stagione di _lobba_, la storia a fumetti che pubblico a puntate su Instagram. Insomma, ho diversi progetti artistici all’orizzonte, in cui ancora una volta cinema, scrittura, fotografia, disegno e musica si compenetrano. Ma non voglio svelare troppo!

 


Una balena bianca non volerà mai

Lorenzo Barbetti

Giovane Holden Edizioni, Viareggio (LU), 2021

Pagine 163

Il terremoto del 2016, che ha colpito, ancora una volta, il Centro Italia, ha causato 299 vittime, ha distrutto città, abitazioni, edifici scolastici, opifici, comunicazioni, monumenti. Ha colpito, spesso in modo irreparabile, il patrimonio artistico di tutta l’area del cratere, in particolare quello della Valnerina, il territorio a cavallo fra Umbria e Marche.

Il libro, che sarà presentato oggi alle ore 21.15 nell’ambito della rubrica LIBRI&PENSIERI, collegata Festa di Scienza e di Filosofia-Virtute e Canoscenza, ha per titolo; Un patrimonio ferito. la Valnerina. Il libro è stato scritto da Vittoria Garibaldi, storica dell’arte, tra le altre cose già direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, studiosa entusiasta e profonda conoscitrice del patrimonio culturale umbro. Il libro è la raccolta di ben quarantotto articoli, a firma di Vittoria Garibaldi, pubblicati dal Corriere dell’Umbria dal dicembre 2016 al dicembre 2017, è stato edito dall’Associazione Orfini Numeister di Foligno, il cui scopo principale è la diffusione della cultura e delle conoscenze storico-artistiche della Città e dell’Umbria.

Il libro sarà presentato questa sera alle ore 21.15, sui canali Facebook e Youtube di Festa di Scienza e di Filosofia sul canale Facebook del Laboratorio di Scienze Sperimentali di Foligno, dall’autrice Vittoria Garibaldi e dal dott. Giuseppe Serafini, Magistrato, Presidente di Sezione de Consiglio di Stato.

Come sopravvivere a una lunga quarantena? O a una pandemia? Come sfuggire a nemici invisibile come ansia, paura… sé stessi? Quattro amici più una voce narrante, uniti ma divisi nel lockdown, si inventano le loro originali, comiche e surreali vie d’uscita.

Carla Di Donato

Appena ho letto il titolo del libro di Carla Di Donato, Good Morning Covid-19 la prima cosa a cui ho pensato è stato il film Good Morning, Vietnam con Robin Williams e l’autrice, che presenterà la sua opera prima venerdì 30 ottobre alle 18.00 via streaming, ha subito confermato la mia sensazione: «Il libro s’ispira proprio a quel film: c’è un riferimento diretto a questo anche nel libro, in un passaggio infatti scrivo: “In quell’istante nasce Good Morning Covid-19. Robin era in Vietnam. Io a casa mia. Loro? Beh… loro a casa loro”. Il romanzo è nato durante la quarantena ed è un antidoto alla paura, le apre la porta, la guarda in faccia e l’attraversa. Un surreale, comico, riflessivo, guizzante Buongiorno alla vita di ognuno di noi in questa pandemia» spiega l’autrice.

La storia gira intorno al mondo di personaggi sghembi, non a fuoco, in cerca di equilibrio in un momento storico particolare. I cinque protagonisti – Fluncho, il Ninja, Sandwich, La Flaca e Carlot – sono osservati dalla voce narrante all’interno di un prisma, non hanno filtri, aprono e condividono il loro mondo interiore e lo rovesciano con follia.
«È un romanzo adatto a tutti, soprattutto a chi vuole sorridere e riflettere su qualcosa che generalmente crea ansia e fuga: accostarsi al libro può aiutare ad avere un approccio diverso al sentimento di incertezza e impotenza che ci accomuna di questi tempi, a sentirci meno impotenti e più centrati, più consapevoli, dunque più forti. È un viaggio interiore intrapreso durante la chiusura forzata alla scoperta di un altrove da affrontare e da non temere. Good Morning Covid-19, edito da Edizioni Era Nuova, non segue un filo logico tra gli avvenimenti, è un labirinto di pensieri ispirato anche dall’opera in copertina del libro di Nino Vario. Non c’è consequenzialità, ci sono accadimenti che si intersecano, così come nella vita quotidiana» prosegue Carla Di Donato.

 

 

 

La scrittrice è autrice di volumi e saggi accademici e di testi teatrali, collabora con La Civiltà Cattolica, danza e insegna Theatre Jazz. Ha lavorato all’estero, a Londra, al Victoria and Albert Museum e, in Italia, proprio a Perugia con il TSU (Teatro Stabile dell’Umbria) e con HOME – Centro di Residenza Coreografica. «Essere poliedrici e flessibili, oggi, aiuta ancor più che in passato. Ma, più di tutto, sono gli affetti e gli amici la rete indispensabile per farcela. Il libro racconta proprio questo: come riuscire a sentirsi vicini, forse come mai prima, anche in una distanza fisica forzata e prolungata. Più che un modo per esorcizzare questo momento storico, ovvero prenderne le distanze, direi che è un modo per abbracciarlo, in un senso nuovo, trattandolo come un’opportunità, foriera di scoperte e di varchi» conclude la scrittrice. All’evento, oltre all’autrice, parteciperanno anche lo studioso Enzo Cordasco e lo scrittore Pierpaolo Peroni.

 


Nella pagina Facebook di Good Morning Covid-19 saranno rese note le indicazioni per seguire la diretta.

«Scrivo da quando ero piccola e in alcuni momenti mi ha salvato la vita. La scrittura è stata una vera medicina».

Sara Allegrini, classe 1978, si definisce una tipica umbra, chiusa inizialmente ma poi accogliente. Durante l’intervista l’ho trovata simpatica e amichevole fin da subito. Sarà che tra umbre ci si capisce al volo. Sara è un’insegnante e una scrittrice: nel 2014 ha pubblicato La ragazza in bottiglia (PCE) e nel 2018 con il suo secondo libro Mina sul davanzale (Itaca) è stata finalista al Bancarellino e ha vinto il Premio Selezione. Poco più di un mese fa invece si è portata a casa il Premio Orbil – assegnato da librai indipendenti – nella categoria Young Adult con il romanzo La rete, storia di tre ragazzi che si ritrovano in un bosco senza cibo, senza acqua e senza cellulare per chiedere aiuto.

 

Sara Allegrini

Sara, qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono un’umbra D.O.C. e ho tutte le caratteristiche tipiche: chiusa all’inizio ma poi accogliente. Amo Perugia, per me è un gioiello. Questa regione è un posto meraviglioso per vivere e soprattutto è a misura mia.

È un’insegnante che fa la scrittrice o viceversa?

Sono i due lavori che ho sempre voluto fare ma se dovessi scegliere, sceglierei di fare l’insegnante. Mi piace il contatto diretto con i ragazzi, anche se poi con i miei libri riesco a raggiungerne di più.

Quando ha deciso di diventare scrittrice?

Scrivo da quando ero piccola, già dalla scuola media, tutti però mi scoraggiavano – professori, genitori – allora io mi sono intestardita e ho continuato. Il primo libro, La ragazza in bottiglia, è stato pubblicato da una casa editrice senza sapere chi fossi: è una roba abbastanza strana. Poi piano piano sono cresciuta fino ad arrivare alla Mondadori. Con il secondo libro Mina sul davanzale sono stata finalista del Bancarellino, una cosa che proprio non mi aspettavo.

Il mese scorso ha vinto il Premio Orbil, nella categoria Young Adult, col suo romanzo La rete (Mondadori): quanto è stato importante?

È stato un super riconoscimento e non mi aspettavo assolutamente di vincere: ero una pivellina tra mostri sacri. La notizia mi è arrivata in piena quarantena e in un periodo personale non facile, per questo non ho granché esultato come avrei dovuto, però è stato un bellissimo riconoscimento. Ne sono orgogliosa.

 

Da dove arriva l’ispirazione per raccontare una storia?

Le prime storie sono nate dall’urgenza: ho avuto dei lutti dolorosissimi e se non avessi scritto sarei morta, scrivere è stata una medicina. Gli altri due libri sono stati ispirati da alcuni alunni a cui insegnavo in una scuola abbastanza difficile. I ragazzi si sono riconosciuti nei personaggi e anche i genitori hanno ritrovato i loro figli: questo spero li abbia fatti sentire meno soli.

Perché racconta storie di giovani per i giovani?

Perché i ragazzi sono un pubblico decisamente critico e questo mi piace, in più non ho ancora superato i traumi della mia adolescenza (ride). Ricordo perfettamente come ci si sente a quell’età e quali sono le emozioni che si provano.

Visto che la racconta e la vive grazie al suo ruolo di insegnante: che pensa della generazione Z? 

È una generazione un po’ sfortunata, perché non può vedere il mondo senza telefoni, rispetto ai nati nelle generazioni precedenti e non hanno gli strumenti che servono per selezionare il fiume di notizie che gli arrivano. Però quando sono stimolati e devono usare la fantasia per raccontare e scrivere vengono fuori dei giovani che non sono poi così distanti dalle altre generazioni.

Dei suoi tre libri, a quale è più legata? O, come i figli, è difficile scegliere?

Mi piace questa domanda (ride). Devo dire che non posso scegliere, perché ogni libro è legato a un momento della mia vita.

L’Italia sappiamo che è un paese che legge poco: secondo lei perché?

Le famiglie con bambini piccoli leggono tanto, poi quando crescono c’è un calo. Va detto che è difficile trovare bei libri. Gli stessi insegnanti leggono poco e per questo non trasmettano la passione ai loro alunni. Basta consigliare le giuste letture e indirizzare i ragazzi verso bei libri, che poi si appassionano: gli servono solo dei consigli. Ci vuole la febbre del libro, è impareggiabile vivere con la fantasia, affezionarsi ai personaggi…

Se dovesse raccontare l’Umbria, come descriverebbe la sua essenza?

Una delle storie che sto scrivendo è ambientata in Umbria, nel paesino di cui è originario mio padre: Lisciano Niccone. Di quel luogo mi ricordo le sensazioni, l’odore della terra bagnata, la caccia alle lumache, le more colte e mangiate. È la mia infanzia, fatta di odori e rumori, che sto cercando di trasportare nelle pagine.

Ha in cantiere un nuovo romanzo?

Sto lavorando a tante cose contemporaneamente: alcune sono finite e devo solo trovare chi può pubblicarle, altre si sono fermate a causa della didattica a distanza e del fare la mamma a tempo pieno. Fatico a trovare dei momenti di tranquillità, ma va bene così.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Verde, antica, profumata.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

I campi.

I negozi e la città in archivio

TITOLO: I negozi e la città in archivio. Foligno tra Ottocento e Novecento

AUTORE: Giovanna Galli

PAGINE: 85

EDITORE: Folignolibri

ANNO: 2019

COSTO: 15 EURO

L’autrice del volume si è laureata in Restauro Architettonico all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente svolge la libera professione ed è iscritta nell’Elenco degli esperti in Beni Ambientali e Architettonici della Regione Umbria.
La passione per la storia architettonica e urbanistica della sua città l’ha portata ad alcune pubblicazioni sull’argomento come Piccola Guida Foligno dentro le mura, del 2014; Foligno città romana vol. I – Ricerche storico urbanistiche topografiche della antica città di Fulginia a cura di Giuliana Galli, di cui è co-autrice (Il Formichiere, 2015); Foligno città romana vol. II – Dal Castrum alla Via della Quintana, dal tempio alla Cattedrale (Il Formichiere, 2016) di cui è co-curatrice e co-autrice con Giuliana Galli e Paolo Camerieri, fino a giungere all’ultima pubblicazione, nella quale, dopo una meticolosa ricerca d’archivio, è riuscita a ricostruire il passaggio e la trasformazione della città di Foligno attraverso le attività commerciali che si sono succedute. Come spiega nella prefazione, la molla che la spinge «è la conoscenza della città e della sua storia, che deve essere usata per la sua conservazione attraverso una corretta progettazione che la tramandi al futuro».
Le trasformazioni principali nel tessuto urbano in Italia e, nello specifico, a Foligno, avvengono principalmente negli ultimi due secoli: a seguito dello sviluppo industriale, si cerca di dare un nuovo ordine ai quartieri risanando le pessime condizioni igienico sanitarie con nuove infrastrutture quali fogne e acquedotti. Inoltre, nascono nuovi sistemi di collegamento come quello ferroviario e stradale per le automobili: da qui la necessità di dotarsi di nuovi sistemi di pianificazione del territorio.
Il pregio di questa ricerca è evidenziare questa trasformazione attraverso un punto di vista insolito e generalmente trascurato dai trattati di urbanistica: le attività commerciali. Queste – come spiegato dall’autrice nell’introduzione – «Oltre alle funzioni puramente economiche, svolgono importanti funzioni sociali, costituendo un momento di contatto fra i cittadini e le comunità locali diffondendo le informazioni più recenti in materia di stili di vita, modelli culturali e attività collettive».
Il libro, partendo Dalla situazione generale della città nei primi decenni del secolo, attraverso Le modificazioni del tessuto urbano, Gli interventi privati, I negozi che contribuiscono a cambiare l’immagine della città per finire all’ultimo capitolo Da depositi a botteghe a moderni negozi è corredato da un importante apparato fotografico che comprende le immagini dei negozi e delle attività con commercianti o artigiani al lavoro, i progetti con le modifiche da apportare presentati agli organi competenti, i rilievi, i regolamenti. Il tutto fornisce un preciso spaccato delle trasformazioni avvenute.
«Forse perché in realtà il negozio è un luogo privato in cui ogni esercente esprime la propria personalità, dove mette in mostra i prodotti secondo una propria filosofia» conclude nell’introduzione l’architetto Galli «Ma questo luogo privato diventa pubblico nel momento in cui si affaccia nella città, nel momento in cui si apre su facciate antiche rimaste per secoli chiuse ermetiche. I negozi, i loro spazi, i loro affacci, diventano quindi un pretesto anche per parlare di città, per parlare di quelle modificazioni che la città ha subito».

A Perugia, nel Salone Apollo di Palazzo della Penna, in una cornice di folto e interessato pubblico è stato presentato il libro di Sara Allegrini intitolato La rete. A intervenire sono stati la stessa autrice e l’attrice Simona Esposito, mentre a presentare è stato l’assessore alla Cultura Leonardo Varasano.

 

Nel romanzo La rete di Sara Allegrini, edito da Mondadori, si parla di Daniel, Maddalena e Eliah, ragazzi difficili che si ritrovano sperduti in mezzo a un bosco.
Senza cibo e senza acqua, i tre si sentono abbandonati, privati come sono di tante cose che, prima di trovarsi lì, avevano sempre dato per scontate. Da qui la traccia riflessiva e formativa che si dipana in un racconto emozionale, rispecchiante l’attuale visione di molti giovani di oggi, quelli che non danno il giusto valore alle cose più semplici come il pane.
Nel racconto, sapientemente scritto da Sara, il lavoro, la dedizione e il sacrificio sono consapevolmente reinterpretati e rivalorizzati, scalando la classifica interna e personale degli attuali valori giovanili, proiettati nei ragazzi protagonisti del libro.

 

 

Il romanzo La rete è un vero trionfo, anche per le riflessioni educative, nato dalla diretta esperienza come istitutrice di Sara Allegrini, professoressa di Filosofia e Psicologia e docente di corsi di Scrittura Creativa e Teatro. Nel suo percorso di vita professionale, come racconta la stessa Sara, ha vissuto tante esperienze, creando un ottimo rapporto con i suoi studenti ed è riuscita a individuare la sorgente di certi loro comportamenti e abitudini, interagendo di conseguenza come formatrice responsabile.
Nel racconto troviamo qualcuno che osserva, indica e obbliga, notiamo l’evoluzione della comprensione per la sincerità e la fatica, per l’ubbidienza e la consapevolezza, altresì la forza delle fiabe… e tante altre pillole di spessore per molteplici spunti di riflessione.
Sara ci fa intuire che certi comportamenti rabbiosi o estremi dei giovani potrebbero celare sofferenze che alcuni adulti non sono riusciti a scorgere; allo stesso modo, il rientro a casa dei protagonisti significa tornare alla propria identità profonda con paure e delusioni, che potrebbero essere spazzate e superate alla luce dei nuovi insegnamenti esperenziali appena vissuti. Lottare, perdonare e redimersi sono tra le strade suggerite da Sara nel suo profondo libro.

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