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Ingredienti

  • 40 g di tartufo nero di Norcia o bianco di Gubbio
  • 6 uova
  • 6 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • Sale

 

Preparazione

Fare a scaglie il tartufo; rompere in una terrina le uova, salarle e sbatterle leggermente. Versare l’olio in una padella per friggere, aspettare che sia ben caldo e versarvi le uova sbattute. Lasciar rapprendere la frittata in modo che sotto sia leggermente dorata e rimanga morbida in superficie. Togliere la padella dal fuoco, cospargrte rapidamente la superficie morbida con le scagliette di tartufo e ripiegare la frittata su sé stessa. Servire subito.

 

 

Molti mescolano il tartufo alle uova sbattute, ma questo era il modo in cui un tempo a Norcia e Gubbio preparavano la frittata di tartufi; la tecnica usata, è di fatto, quella delle omelettes ma mi pare più giusto il termine frittata, che era quello usato in queste due cittadine umbre del tartufo.

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci.

Raffaello, genio del Rinascimento e uno dei più grandi artisti di ogni tempo, fu soprattutto un pittore, ma forse non tutti sanno che la bellezza e la grazia delle sue opere, così come avvenuto anche per il suo grande maestro Perugino, sono state una grandissima fonte di ispirazione per l’arte della ceramica, arte che ebbe e ha ancora in Umbria uno dei territori di massima elezione.

Dall’ultimo quarto del XV secolo e fino ai primi decenni del secolo successivo la maiolica lustrata rappresentò infatti l’eccellenza dei maestri vasai italiani, in particolare di quelli delle due cittadine umbre di Deruta e di Gubbio. Rapidamente, a partire dagli anni Venti del XVI secolo, si affermò una nuova tipologia che la letteratura ceramologica moderna comprende negli istoriati, fortemente influenzata dalla pittura di Raffaello Sanzio e favorita dalla grande diffusione delle stampe di Marcantonio Raimondi che ne riproducevano disegni e opere, rendendo facilmente accessibili dipinti del maestro urbinate altrimenti difficilmente avvicinabili.

 

Camera delle meraviglie

 

Verso il secondo decennio del XVI secolo, la nuova moda della ceramica figurata con scene evocative di miti, imprese o di episodi biblici, spesso tratti dalle opere di pittori coevi, soppiantò quella del lustro, o maiolica secondo la antica denominazione. Testimoni del passaggio furono le officine di Gubbio, in particolare quella di Mastro Giorgio Andreoli, che ancora verso gli anni ’30 del Cinquecento apponeva il lustro su piatti istoriati urbinati, come si legge inequivocabilmente in quello datato 1532, raffigurante la Presentazione della Vergine al Tempio, che sul retro porta la specificazione M G finì de maiolica.

A Gubbio, perciò, in occasione delle celebrazioni raffaellesche per i 500 anni dalla morte dell’artista, la Fondazione CariPerugia Arte organizza la mostra Dal lustro all’istoriato: Raffaello e la nuova maiolica allestita dall’11 settembre 2020 al 6 gennaio2021 presso le Logge dei Tiratori della Lana. A cura di due fra i massimi esperti della materia a livello internazionale, Giulio Busti e Franco Cocchi con la collaborazione di Luca Pesante ed Ettore Sannipoli, la mostra documenta attraverso circa centoquaranta opere, altri materiali e supporti multimediali le caratteristiche e il rapido passaggio dalla produzione a lustro a quella istoriata – con particolare riferimento alla riproduzione dalle incisioni e stampe delle opere di Raffaelo e altri pittori dell’epoca – nonché l’evoluzione del gusto nel collezionismo e alle riproduzioni di marca storicista tra Otto e Novecento.

Le quattro sezioni

Il progetto espositivo si articola in quattro sezioni: Deruta, Perugino, Pinturicchio e i vasi che paion dorati, che documenta la produzione derutese dalla seconda metà del Quattrocento e il rapporto con la pittura umbra coeva; Mastro Giorgio finì de maiolica, incentrata sull’attività di Mastro Giorgio Andreoli, divenuto celebre per l’applicazione dei lustri in oro e rubino sulle maioliche, e della sua bottega fra Quattro e Cinquecento; Raffaello e l’istioriato, che attraverso una selezione di alcune opere appartenenti alla Collezione di Maioliche Rinascimentali della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia documenta l’influenza di Raffaello sul cambiamento della ceramica e dell’affermarsi dello stile istoriato nella prima metà del Cinquecento.

Un vero coup de théâtre è rappresentato dalla sezione Il gabinetto delle curiosità e delle meraviglie che ricrea idealmente una camera di collezioni d’arte e curiosità ceramiche, tornato in voga fra Ottocento e Novecento come ripresa storicista di quelle che fin dal Rinascimento avevano trovato collocazione nelle dimore reali, nobiliari, di scienziati e uomini illustri e istituzioni. Di grande impatto scenografico questa parte dell’allestimento comprende cinquantacinque opere ispirate alla iconografia raffaellesca.

 

Percorso espositivo

 

Il percorso si completa con le proiezioni di alcuni video, tra cui quello della mostra MAIOLICA – Lustri oro e rubino dal Rinascimento ad oggi allestita sempre dalla Fondazione CariPerugia Arte ad Assisi nel 2019, con la quale Dal lustro all’istoriato: Raffaello e la nuova maiolica si pone in continuità.

L’iniziativa sarà anche occasione di approfondimento attraverso un programma di webinar, collaterale alla mostra, con la presenza di esperti a confronto sul tema dell’influenza di Raffaello sulla ceramica italiana ed europea.

 


Orari di apertura: dal martedì al venerdì 15.30-18.30; sabato e domenica 10.00-13.00 e 15.30-19.00

Info e prenotazioni: 075 8682952; loggedeitiratori@fondazionecariperugiaarte.it

Sito Internet: www.fondazionecariperugiaarte.it

«Dal punto di vista sentimentale è stato molto difficile prendere questa decisione. Ammetto che è una ferita spaventosa, ma razionalmente è la scelta più giusta che si potesse fare».

Gubbio divide i suoi annali in a.C. e d.C. dove C sta per Ceri. La vita degli eugubini viene scandita e organizzata in base alla Festa dei Ceri: impegni pubblici e privati sono regolati da questo evento, che diventa così un vero spartiacque della quotidianità locale. Non è raro quindi, sentire in città la frase: «Lo facciamo prima o dopo i Ceri?».

Filippo Mario Stirati, sindaco di Gubbio

Filippo Mario Stirati, sindaco di Gubbio. Foto di URP Gubbio

Quest’anno però non ci sarà nessun un prima e nessun un dopo. La festa, infatti, a causa del Coronavirus, è stata annullata. Non ci sarà la corsa. Niente taverne. Niente festeggiamenti in giro per la città. Niente alza in Piazza Grande. Niente sfilate e processioni. Niente folla colorata per le vie di Gubbio. Nemmeno la Spagnola del 1920 o il terremoto del 1984 avevano fermato l’evento. Solo le due Guerre Mondiali avevano interrotto parzialmente questa tradizione millenaria –  ci sono testimonianze che ne attestano l’esistenza sin dal 1160, come solenne atto di devozione degli eugubini verso il vescovo Ubaldo Baldassini, morto in quell’anno.

Una decisione sofferta

Il Coronavirus però non ha dato scampo e il sindaco di Gubbio, Filippo Mario Stirati, ha preso – a malincuore – la decisione più giusta, ma anche la più sofferta: «Dal punto di vista sentimentale è stato molto difficile. Ammetto che è una ferita spaventosa, ma razionalmente è la decisione più giusta che si potesse prendere, anche perché, con le ordinanze in vigore, non è che avessimo altre alternative. Devo dire che non avrei mai immaginato, come Sindaco, di entrare purtroppo nella storia per essere stato il primo ad aver annullato la Festa dei Ceri. Sono eugubino fino al midollo, sono stato ceraiolo e sono all’interno di questo mondo fino in fondo. È una vicenda che mi tocca molto da vicino» confessa il Sindaco.

Il 15 e il 16 maggio non saranno comunque due date anonime: «I riti religiosi previsti per la festa del Patrono si svolgeranno con i distanziamenti sociali doverosi e c’è l’invito per i cittadini di abbellire la città e le case con gli stendardi e le luci. Loro stessi, seppur con molta amarezza e tristezza nel cuore, hanno capito la situazione e la scelta che ho fatto» prosegue Stirati.

 

L’alza dei Ceri. Foto di URP di Gubbio

 

Tra le indiscrezioni che circolano in città c’è persino quella di spostare la Corsa: tra le date papabili ci potrebbe essere l’11 settembre, giorno della traslazione del corpo di Sant’Ubaldo nell’omonima Basilica. «È solo un’idea, ancora ufficialmente non se n’è parlato. Gubbio è legata al 15 maggio, immaginare una soluzione alternativa per ora è impossibile; inoltre è una decisione che va presa con molta cautela. Vedremo come evolverà la situazione» spiega il primo cittadino di Gubbio.

Una corsa mai interrotta

Nel corso dei secoli, la Festa dei Ceri si è fermata solo in altre due occasioni. Sant’Ubaldo, Sant’Antonio e San Giorgio – non solo simboli di Gubbio, ma dell’intera Umbria – raramente non hanno scalato il monte Ingino; lo avevano fatto anche nel 1817 quando un’epidemia di tifo invase Gubbio e nel 1920 durante l’epidemia di Spagnola, che colpì gravemente la città.

La Corsa per le vie della città. Foto di URP di Gubbio

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, però, si sono dovuti arrendere e si sono fermati dal 1916 al 1918, eccenzion fatta nel 1917 quando vennero celebrati sul Col di Lana: a Gubbio la Festa era stata sospesa per Regio Decreto. I soldati eugubini impegnati al fronte decisero quindi di festeggiare i Ceri direttamente in zona di guerra, tra le Dolomiti, e il 15 maggio del 1917 una copia delle tre strutture lignee corse sul Col di Lana, appena qualche centinaia di metri dietro la prima linea del fronte, tra l’emozione e la commozione dei presenti. «Nel 2017 abbiamo anche celebrato i 100 anni di questo particolare evento. Durante la Seconda Guerra Mondiale, invece, corsero solo i ceri mezzani portati da donne e ragazzi. Anche nel 1984 la Festa si fece: il 29 aprile di quell’anno Gubbio fu l’epicentro di un terremoto che face tanti danni ma nessuna vittima e, anche per alzare il morale della gente, si decise di non interrompere l’evento» conclude il Sindaco. Insomma, il 15 maggio 2020 verrà sicuramente ricordato e purtroppo passerà alla storia, non solo a Gubbio ma in tutta l’Umbria. Forse, quest’anno più che mai, la forza dei tre Santi che salgono il monte spinti dal calore della gente avrebbe simboleggiato la voglia di rinascita e di risalita di questa Regione. Per ora possiamo solo immaginarli. Ma torneranno!

«Il mio nome è Walkiria: le Valchirie erano le figlie del dio della guerra. Una donna guerriera poteva essere solo una Walkiria».

Nomen omen, quello di Walkiria Terradura ha scritto, insieme a quelli di molte altre italiane, la storia della Resistenza; una storia in cui la lotta contro il pregiudizio della società maschile dominante è stata ardua quasi quanto quella contro i nazi-fascisti. Ma la storia di questa eugubina straordinaria ci racconta come i sacrifici, le privazioni e nondimeno le perdite subite da ragazzi poco più che ventenni hanno finito per appianare le differenze di genere, in nome di un unico grande ideale, quello della libertà.

Stirpe di terra dura

Tutto ha inizio il 13 gennaio del 1944, quando i fascisti dell’OVRA (Opera Vigilanza Repressione

Walkiria Terradura

Antifascismo) fanno irruzione nel Palazzo dei Duchi di Urbino, a Gubbio, dove Walkiria vive insieme al padre Gustavo e ai fratelli. La stessa Walkiria, in alcuni articoli scritti per «Patria Indipendente», ricorda come un incubo quella terribile notte di gennaio[1]. Il padre non aveva preso sul serio gli avvertimenti riguardo ai movimenti sospetti dell’OVRA da Perugia a Gubbio, pensando che la neve e il gran freddo avrebbero fatto da deterrente: si trovò quindi braccato in casa propria. Fu proprio a Walkiria che venne l’idea di nasconderlo: si ricordava – a seguito dei suoi giochi di bambina – di una cavità tra le travi della soffitta. Quel fervente antifascista che era l’avvocato del Foro perugino Gustavo Terradura, non senza notevoli sforzi, vi si infilò e lì rimase per ben otto ore. I soldati rivoltarono tutta la casa come un calzino, ma non riuscirono a trovarlo. Quando finalmente se ne andarono, Gustavo e Walkiria – ormai nota alle autorità – si diedero alla macchia, scegliendo la Selva del Burano, al confine tra Umbria e Marche, come loro meta.

Sacrifici e patimenti in una vita all’addiaccio

Walkiria lungo le rive del torrente Burano, foto di «Patria Indipendente»

Ma nei boschi non erano soli. Molti partigiani già compartivano la durezza e la moltitudine di pericoli di una vita all’addiaccio, sotto il fuoco nemico e quello alleato. Gustavo si unì quindi alla V Brigata Garibaldi di Pesaro e Walkiria lo seguì come combattente aggregata al V Battaglione, chiamato Gruppo Panichi, dal nome del comandante Samuele Panichi.
Gli uomini, inizialmente, guardarono con diffidenza le giovani combattenti, ma vuoi per la loro bravura nel captare le informazioni, vuoi per la fame, il freddo e la paura che condividevano, ben presto si convinsero che anche le donne erano all’altezza dei compiti che quel momento delicato richiedeva. Al punto che Walkiria venne nominata dai suoi compagni capo di una squadra, chiamata Settebello, di cui era appunto l’unico membro femminile. Secondo Walkiria fu perché sapeva fare «un discorso politico»: aveva infatti ereditato dal padre un atteggiamento sprezzante verso il regime e più volte era stata interrogata in questura e redarguita. Non era l’unica: suo fratello Araldo si era arruolato nella Marina e stava scontando sette anni di prigionia in Egitto; l’altro, Enrico, era partigiano in Jugoslavia e Lionella, sua sorella minore, ben presto l’avrebbe raggiunta sui Monti del Burano.
Ma come si svolgeva quella vita da guerriglieri? Ci si spostava continuamente da un posto all’altro, trovando ospitalità presso le stalle che i contadini, poverissimi, mettevano a disposizione; ci si scaldava con il fiato degli animali e dormendo tutti insieme sul pagliericcio sparso sul pavimento. Spesso si riusciva a cucinare qualcosa di caldo, come una minestra di lardo, nei grandi camini delle cascine di una volta, persino in quelle abbandonate. Di giorno si discuteva di azioni, da compiere dopo che gli Alleati avrebbero lanciato dagli aerei armi e materiale bellico. Con i paracadute bianchi e rossi che li accompagnavano si potevano fabbricare camicie e fazzoletti.
Quando cominciò a piovere dal cielo soprattutto plastico, fu chiaro cosa bisognava fare: far saltare i ponti per impedire l’avanzata o, alternativamente, la ritirata, dei tedeschi. Fu proprio in questo ambito che si specializzò Walkiria: insieme al commilitone Valentino Guerra, minava gli stretti ponti fra i monti anche per impedire che i tedeschi, furiosi per le sconfitte subite sul piano internazionale, riversassero la propria rabbia sulla popolazione innocente e inerme. Una volta, Walkiria e Valentino, dopo una di tali azioni, si ritrovarono soli a contrastare un nutrito gruppo di avversari. Ebbero evidentemente la meglio, ma su Walkiria cominciarono a pesare ben otto mandati di cattura. Le truppe tedesche antiguerriglia, sebbene le stessero continuamente alle calcagna e girassero con la sua fotografia, non riuscirono mai a catturarla.

 

Le compagne partigiane

Rosina, al secolo Rosa Luxemburg Panichi, con la sua cavalla Ribella, in «Patria Indipendente»

Il V Battaglione, lassù sulle montagne del Burano, resisteva anche grazie ad altre partigiane, quattro delle quali Walkiria stessa ricorda con affetto nei suoi scritti.
C’era Rita, di soli 16 anni, cui era toccato un moschetto modello 91 che, quando aveva la baionetta innestata, era alto quanto lei; c’era Iole, scappata dalla Repubblica di San Marino dopo aver saputo le violenze perpetrate nei confronti della popolazione e l’ennesima cattura di ebrei; c’erano Rosina[2], figlia di Samuele Panichi, e Lionella, la Furia dai capelli rossi che non smentì di certo il carattere intrepido della famiglia Terradura.
Walkiria ricorda Rosina per il suo corpo grande e solido, così come per la sua grande forza e il suo linguaggio a dir poco colorito. Sembra che una volta avesse abbattuto un vitello con un pugno dritto tra gli occhi; eppure era una persona generosa e allegra, dall’umorismo facile, che trasportava sempre grandi carichi per assicurarsi che nemmeno alla madre, anch’essa alla macchia, non mancasse nulla. Portava con sé anche erbe medicinali essiccate per curare i malanni di tutta la squadra, ma anche caramelle, da distribuire ai bambini che incontravano durante i frequenti spostamenti.
Lionella, invece, aveva costituito una vera e propria sorpresa, pure per la stessa Walkiria. La ragazza, dopo la fuga del padre e della sorella, aveva deciso di restare a casa perché certa di non avere nulla da temere: non aveva mai fatto scelte politiche paragonabili a quelle dei familiari. Eppure, qualche tempo dopo, era arrivato l’ordine di arrestarla; durante gli interrogatori si era dimostrata arguta, tanto da riuscire a interpretare, quando necessario, il ruolo della ragazzina sprovveduta e ignorante.  Così i fascisti l’avevano liberata e lei, contravvenendo ai loro ordini, aveva subito lasciato Gubbio per raggiungere Walkiria e Gustavo sulle montagne.

Lionella Terradura, in «Patria Indipendente»

Lì si rese protagonista di azioni estremamente coraggiose, tanto da essere soprannominata Furia per la sua imprevedibilità e irruenza: se Walkiria armeggiava con l’esplosivo, Lionella «andava a sequestrare il grano ammassato nei vari silos della zona prima che lo trafugassero i tedeschi e ne curava, insieme ai compagni, la distribuzione alla popolazione affamata; faceva incetta sia di moderni fucili da caccia che di antiche doppiette, in attesa che arrivassero dal cielo i rifornimenti di armi promessi dagli anglo-americani; nei paesi limitrofi alla zona partigiana curava la raccolta di denaro per pagare almeno in parte i prodotti alimentari che ci fornivano i contadini più poveri; cercava nuove basi per i ragazzi che arrivavano alla macchia sempre più numerosi, spostandosi da un luogo all’altro a cavallo, che montava a pelo, con una maestria e una disinvoltura invidiabili.[3]»

Il 25 aprile del 1945

Molti dei volti che prendono forma tra le pagine, Walkiria non li rivedrà mai più: ragazze e ragazzi che, per la libertà, donarono gli anni più spensierati della vita, diventando adulti prima che il tempo facesse il suo naturale corso. Molti di essi, conosciuti nei boschi umbro-marchigiani, erano americani, giunti a combattere in terra straniera e forse lì periti. Ma dalle parole di Walkiria non traspare alcun rimpianto né rimorso: la consapevolezza di aver contribuito a liberare il mondo da regimi oppressivi cancella i sacrifici individuali e attenua le sofferenze fisiche e spirituali.
E poi molti degli amici e compagni torneranno con lei nella natia Gubbio, così da festeggiare insieme la tanto attesa Liberazione:

walkiria terradura

Una scena di Bandite, un documentario del 2009 di Alessia Proietti, visibile gratuitamente in streaming fino al 26 aprile su Openddb

«Appena appresi la notizia della definitiva vittoria partigiana, ricordo di aver riso e pianto, stordita da tale avvenimento che pur sapevo vicino. Uscii di casa quasi correndo per incontrarmi con quei ragazzi eugubini che avevano combattuto con me nella V Brigata Garibaldi, e anche con i ragazzi di altre formazioni, per festeggiare insieme la vittoria. Ricordo che ci abbracciammo commossi e che andammo a brindare, ora in una osteria e ora in un bar, gridando tanti evviva e tanti abbasso sino a diventare rochi. Rimasi poi soltanto con i miei tre amici più cari, Carlo, Oreste e Silvio per cercare Nanne Monacelli, un compagno che aveva tenuto nascosti, a rischio della vita, moschetti, bombe e fucili mitragliatori, prelevati dopo l’armistizio da una polveriera del nostro esercito che poi, portati in montagna, ci permisero di formare i primi gruppi armati. Nanne, non appena ci vide, ci invitò tutti a pranzo e sua moglie preparò – come si dice a Gubbio – un sugo finto (cioè senza carne) leggero ma assai gustoso, con il quale condì un bel piatto di pasta asciutta. Mise poi in tavola pane, salsicce secche, insalata e due grandi boccali di vino. Quello fu il pranzo con il quale festeggiammo il 25 aprile che ancora ricordo per tutto ciò che ci dicemmo e per le risate egli scherzi che si protrassero fino a sera, di cui tutti fummo bersaglio.[4]»

Partigiana per la vita

Nonostante il matrimonio con il capitano dell’OSS (Office Strategic Service) Alfonso Thiele e l’iniziale trasferimento negli Stati Uniti, Walkiria decise di tornare in Italia per partecipare attivamente all’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)[5]. Attualmente vive a Gubbio. Siamo certi che oggi, nonostante il passare degli anni, festeggerà con lo stesso entusiasmo e orgoglio di quel 25 aprile 1945, giorno della Liberazione dal nazifascismo.

 

 

 


[1] Per chi volesse apprendere i fatti direttamente dalla penna di Walkiria, si consiglia Partigiana tra i monti del Burano, «Patria Indipendente», 11 marzo 2007. https://www.anpi.it/media/uploads/patria/2007/3/22-24_TERRADURA.pdf
[2] Diminutivo di Rosa Luxemburg Panichi. Walkiria ne traccia le caratteristiche in questo articolo di «Patria Indipendente» del 23 giugno 2002: Le compagne partigiane del mio battaglione: Rosina, https://www.anpi.it/media/uploads/patria/2002/6/38-39%20.%20Terradura.pdf da cui emerge il ritratto di una ragazza con un forte senso del dovere verso la famiglia, pronta a sacrificare la propria felicità per quella del prossimo.
[3] Cfr. Mia sorella “Furia”, la partigiana dai capelli rossi, in «Patria Indipendente», 19 aprile 2009. https://www.anpi.it/media/uploads/patria/2009/3/90-91_TERRADURA.pdf
[4] Cfr. Alla vittoria ricordo di aver riso e pianto, «Patria Indipendente», 31 marzo 2005. https://www.anpi.it/media/uploads/patria/2005/3/45_TERRADURA.pdf
[5] Anche Lionella sposò un americano, il mastro macchinista Thomas Bruno, e insieme ebbero due figli. È morta nella Contea di Hudson, New Jersey, nel 2009. Cfr. https://it.findagrave.com/memorial/112892925/lionella-terradura-bruno


 

Approfondimenti:

La figura di Walkiria ha ispirato un libro-archivio visibile qui  https://www.behance.net/gallery/30779023/Walkiria-Terradura e qui https://cargocollective.com/massimilianovitti/following/all/massimilianovitti/WALKIRIA-TERRADURA.

Per altre storie sui compagni partigiani di Walkiria:

Spunti per una riflessione della Resistenza femminile: Le voci di 12 partigiane, la Resistenza ha dimenticato le donne: non erano ben viste era una società maschilista, «Il Messaggero», 4 giugno 2019. https://www.ilmessaggero.it/mind_the_gap/donne_partigiane_resistenza_uomini_maschilismo_libro_nazismo_fascismo-4536559.html

Sylvester Stallone in Over the Top – forse il film in cui si racconta meglio il mondo del braccio di ferro – dichiara: «Vedete… a me non interessa diventare campione di braccio di ferro: a me serve il premio».

Non è certo questo il pensiero di Chiara Acciaio, trentenne di Gubbio che dal 2014 al 2019 ha sempre vinto il Campionato Italiano di braccio di ferro categoria 50 kg.
La braccioferrista umbra ha iniziato a praticare questo sport nel 2013, ottenendo subito un secondo posto, per poi non lasciare più la testa della classifica e vincere il campionato anche negli anni successivi. Buoni risultati li ha avuti anche in campo internazionale: nel 2014 ha partecipato al primo Mondiale arrivando settima, poi nel 2016 ha raggiunto il quinto posto e nel 2017 un sesto.
Proprio ieri è tornata dalla Romania dove si è disputato l’ultimo Mondiale: «Non è andata benissimo, mi sono fatta prendere dall’emotività, soprattutto nella gara con il braccio destro dove avevo riposto molte aspettative. Quando l’ansia prevale è difficile da gestite. Andrà meglio la prossima volta».
Chiara, aspetto e fisico più da modella che da braccioferrista, non si arrende e ci fa scoprire la bellezza di questo sport, sconosciuto ai più e spesso banalizzato. Lei non è certo Olivia… lei è Braccio di Ferro!

 

Chiara Acciaio

La prima domanda è forse un po’ scontata, ma non posso non farla: un nome, un destino?

Sì, è vero! Acciaio di nome e di fatto. (ride)

La seconda domanda è più seria: come e quando ha iniziato a praticare questo sport? 

Fin da piccola mi è sempre piaciuto giocare a braccio di ferro e fare prove di forza con i bambini: quando dovevo competere con i maschi non mi sono mai tirata indietro. La maggior parte delle volte vincevo io: già allora avevo molta forza. Poi, per caso –  in palestra nel 2013 – ho conosciuto un ragazzo che praticava questo sport e da quel momento ho iniziato, scoprendo che è completamente diverso da quello che si fa nei bar o dall’idea che ne hanno tutti.

Come si svolge il vero braccio di ferro?

C’è un tavolino specifico dove avviene la gara. La forza è importante, ma è fondamentale imparare anche la tecnica: tanti braccioferristi che vincono non hanno così tanti muscoli come si potrebbe immaginare. Non è solo uno sport di forza, ma anche di tecnica.

Qual è la tecnica giusta e come avviene una gara?

Prima cosa si gareggia in piedi e il gomito appoggia su dei cuscinetti dai quali non ci si può staccare. C’è un arbitro che dà il via dicendo: «Ready, go!», a quel punto gli atleti partono; dopo il «go», non prima, altrimenti viene fischiato fallo. Per vincere occorre sia forza reattiva sia esplosiva. Poi se si sganciano le mani, vengono legate con una cinghia per evitare che si ripeta l’accaduto.

Quanto dura una gara?

Può durare dai due secondi in poi.

Quante volte si allena in una settimana?

Tre volte a settimana più gli allenamenti tecnici, che svolgo anche con il mio allenatore. Faccio parte del Team Marche-Umbria.

Per affrontare un Mondiale come ci si prepara?

C’è ovviamente una preparazione particolare. Mi segue mio marito Mirko Ramacci per la preparazione atletica: conosce i miei difetti e sa come farmi lavorare al meglio, il nostro è un lavoro di squadra. Poi mi alleno anche ad Ancona con Renato Corsalini per la parte tecnica.

 

A destra Chiara Acciaio durante una gara

Nell’immaginario collettivo il braccio di ferro è sempre stata un’attività maschile per stabilire chi è il più forte: voi donne come lo vivete?

Siamo un po’ svantaggiate a livello numerico soprattutto in Italia; questo ci porta spesso a doverci allenare con gli uomini. Molte ragazze ci provano, ma il braccio di ferro è uno sport molto selettivo e, per mancanza di risultati, spesso abbandonano.

Si reputa una donna fuori dagli schemi per lo sport che pratica?

Sicuramente! Ma in questo mondo molte donne sono come me. Nell’idea di tutti le donne che praticano questo sport sono mascoline e muscolose – ovviamente ci sono – ma la maggior parte sono donne e ragazze aggraziate, filiformi e madri. Poi dipende dalla categoria, sopra i 90 kg ovviamente sono ben piazzate e super muscolose.

Qual è il suo legame con l’Umbria?

L’Umbria è bellissima, come anche la mia città. Io ci sto bene, amo il verde… è proprio il mio posto. Anche se Gubbio è una realtà piccola e per certi versi un po’ chiusa, si respira ancora l’aria di unione che c’è nei piccoli paesi. Si mantiene forte il legame tra le persone.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Armonia, libertà e serenità.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Gubbio!

«Terence Hill ristruttura il parco comunale della cittadina umbra dov’è nato il padre»

don matteo

Terence Hill nel film “Il mio nome è Thomas”

 

Che l’Umbria fosse cara a Terence Hill, nome d’arte di Mario Girotti, è ben noto. Don Matteo è un successo italiano e l’Umbria insieme a lui è la vera protagonista: da Gubbio a Spoleto, il prete detective fa entrare ogni settimana nelle case degli italiani le bellezze di questa terra.
Ma l’amore dell’attore per questa regione ha radici molto lontane. In occasione dell’uscita del suo ultimo film Il mio nome è Thomas – nel quale è regista e protagonista – ha scelto proprio Terni per la prima nazionale e l’incasso dell’evento è stato destinato alla ristrutturazione dei giardinetti comunali della città di Amelia, città dove è nato suo padre. L’attore tornerà ancora a vestire i panni del sacerdote nella dodicesima stagione di Don Matteo, che sarà sempre ambientata a Spoleto con qualche incursione nelle zone terremotate della regione.

Il ritorno al cinema

Dopo anni di successi televisivi, l’attore torna protagonista sul grande schermo con un film di ambientazione western, genere per il quale è diventato un volto iconico grazie a titoli come I quattro dell’Ave Maria, Il mio nome è Nessuno e Lo chiamavano Trinità, uno dei molti film interpretati in coppia con l’amico Bud Spencer. E proprio a lui Terence Hill dedica questo suo nuovo lungometraggio. «Ho pensato a questo film per dieci anni. Volevo unire una parte della storia scritta da Carlo Carretto con quella di una giovane donna, inserendo elementi di avventura, divertimento e dramma. Il film vuole essere contemporaneo, ma allo stesso tempo evocare una sensazione epica», spiega Terence Hill.

 

Veronica Bitto e Terence Hill

Il film

Il mio nome è Thomas, uscito nelle sale il 19 aprile, è una storia on the road tra la Spagna e l’Italia, in cui Thomas, in sella alla sua motocicletta, affronta un viaggio solitario verso il deserto. Durante i preparativi, però, incontra la giovane Lucia, che sconvolgerà tutti i suoi piani. Thomas, a causa di Lucia, si ritrova in una situazione rocambolesca e, per proteggere la ragazza, deve affrontare e mettere al loro posto due delinquenti. Quando finalmente riesce a raggiungere il traghetto diretto a Barcellona, Lucia, con una scusa, si imbarca insieme a lui.
Dopo qualche giorno, finalmente di nuovo solo, viaggia con la sua Harley Davidson verso il deserto. Qui trova un posto ideale: un altopiano circondato da montagne che si affaccia su un grande canyon, dove decide di sostare. Si stabilisce in un piccolo paese abbandonato in stile far west per vivere a contatto con la natura.  Presto però Lucia decide di raggiungerlo e stravolgere ancora una volta la sua quiete. Atmosfere western, polvere, deserto fanno da sfondo a un emozionante viaggio on the road che celebra la vita e l’amicizia e dove non potevano mancare omaggi alle epiche risse (…e le famose padellate!) dei film del passato.

Negli ultimi 20-30 anni è maturato un rinnovato interesse per il cibo sano e di qualità, e l’Umbria si trova proprio nel bel mezzo di questo Rinascimento, che include sia antiche qualità di prodotti sia cibo biodinamico e biologico.

Sapori antichi

Gli alimenti antichi o “di una volta” fanno riferimento a colture che sono state riscoperte dopo anni di scarso utilizzo o addirittura di inutilizzo. È stato ricostruito l’albero genealogico delle sementi per piantare prodotti vegetali che sembravano ormai perduti, rimpiazzati da nuove varietà o da ibridi. Molto spesso, non è possibile trovare questi prodotti nemmeno nei punti vendita. Alcuni di essi possono non essere esteticamente attraenti come i loro alter ego moderni, ma possiedono un gusto unico e delizioso.

Per più di trent’anni, alcuni coltivatori nei pressi di Città di Castello sono andati alla ricerca di antiche varietà di alberi da frutto, e ora il loro frutteto include meli, peri, ciliegi, susini, alberi di fichi e di mandorle. Tutti gli esemplari sono stati catalogati e i loro semi vengono conservati. Proprio per promuovere i frutti “di una volta”, i coltivatori hanno messo in vendita i loro alberi storici tramite l’Azienda Agricola Archeologia Arborea, rendendoli disponibili anche al grande pubblico.

Osserviamo le stelle

Il metodo biodinamico, dal canto suo, si riferisce ad un tipo di agricoltura basata sullo stretto rapporto con i ritmi della natura. Seguendo i principi elaborati da Rudolf Steiner negli anni Venti del Novecento, ha come obiettivo quello di restaurare, mantenere e potenziare la sinergia con l’ambiente. Gli agricoltori più importanti cercano altresì di differenziare le colture, di usarne altre complementari – come quella del trifoglio o dell’orzo per reintrodurre azoto nel terreno – e di ruotarle frequentemente, ma anche di tenere in considerazione la posizione della luna e delle stelle nel momento della semina e del raccolto.

In Umbria si possono trovare diversi prodotti di questo tipo, come il vino dell’Azienda Fontesecca di Città della Pieve, quello della Fattoria Mani di Luna Torgiano, o di Raìna, il cui quartier generale si trova a Montefalco. Allo stesso modo, tra le offerte di alcune aziende si annoverano olio biodinamico – come nel caso dell’Azienda Agraria Hispellum di Spello o di Fonte Vergine di Terni – o cereali, come nel caso dell’Azienda Biodinamica Conca d’Oro di Gubbio o Torre Colombaia di San Biagio della Valle (una frazione di Marsciano). Alcuni caseifici locali producono formaggi con il latte di ovini allevati secondo i principi della biodinamica, come per esempio la Fattoria Il Secondo Altopiano di Orvieto.

Ci si può associare a diverse organizzazioni di produttori biodinamici, delle quali Demeter è riconosciuta a livello globale, mentre l’Associazione Nazionale per l’Agricoltura Biodinamica, gruppo diffuso a livello nazionale, ha il suo distaccamento umbro proprio a Spello.

La questione del biologico

“Biologico” è forse la più controllata –sebbene fraintesa- nomenclatura che possiamo trovare oggi sulle nostre tavole. Solo una decina di anni fa, il termine era usato in maniera piuttosto approssimativa e senza alcuna certificazione preventiva; adesso invece, attenersi ai severi prerequisiti richiesti dalle etichette significa avere avuto l’autorizzazione ad usare la parola “biologico” da parte di alcune agenzie governative. L’accettazione all’interno di questa rete implica severi controlli delle quantità e delle tipologie di fertilizzanti usate, il divieto di usare pesticidi e erbicidi, e dichiarazioni sul trattamento sporadico delle colture – soltanto quando la pioggia o i cambiamenti climatici ne rendono necessario l’uso.

La famosa Foglia Verde è garanzia di biologico e indica che il prodotto è stato soggetto ad una serie di controlli europei operati sulle direttive della legge 834/2007. In Umbria ci sono una serie di enti che possono conferire la foglia verde, tra cui ICEA, Ecocert (un ente di origine francese), Suolo e Salute, Bioagricert.

Un processo delicato

Per essere riconosciuto come biologico, un prodotto deve essere raccolto o lavorato attraverso strumenti certificati.

Nel caso dei cereali, il coltivatore deve inviare il proprio raccolto ad un molino certificato, come per esempio il Molino Silvestri di Torgiano, che macina e rivende la farine ottenute sia a privati, sia a ristoranti umbri e toscani.

Allo stesso modo, per produrre ad esempio un olio che sia biologico, la spremitura delle olive deve avvenire in un frantoio che abbia ottenuto una certificazione in tal senso. Il momento migliore per macinare è la mattina, quando ancora c’è la possibilità di utilizzare macchinari puliti, senza residui di prodotti non biologici.

Lo stesso discorso si può fare per qualsiasi frutto della terra: dal vino dell’Azienda Agricola Di Filippo di Cannara o quello della Cantina Antonelli di Montefalco, allo zafferano dell’Azienda Agricola De Carolis Adelino di Civita di Cascia; dalle marmellate dell’Azienda Agricola Sibilla di Norcia, ai formaggi dell’Azienda Agricola Rossi Rita, che raccoglie e lavora il latte biologico di animali allevati in diverse aziende della Valnerina.

La luce colorerà il buio”: è questo il motto della mostra, per riportare nelle regioni terremotate la luce della vita. Il progetto artistico, ideato da Rosaria Mencarelli, realizzato da Paola Mercurelli Salari con la direzione artistica di Gisella Gellini e Claudia Bottini, in collaborazione con Fabio Agrifoglio, presidente della Fondazione Mario Agrifoglio e degli studenti del corso Light Art e Design della Luce del Politecnico di Milano, è nato a pochi mesi dal sisma del 2016 per sostenere il recupero del patrimonio culturale danneggiato attraverso una raccolta fondi finalizzata al restauro. 
L’allestimento è stato affidato all’exhibition designer Gaetano Corica, autore anche del progetto foto-video dell’esperienza, video a cura di Cecilia Brianza.

Inaugurata durante il Natale 2017, la mostra è stata concepita fin da subito come un grido di speranza: Il buio non esiste, è soltanto l’assenza della luce. Attraverso le opere di Black Light Art, il pubblico è stato stimolato a una differente percezione della luce, come veicolo di messaggi emotivi e culturali, con una forma di comunicazione immediata e partecipativa.  
Ideata come una mostra itinerante esposta a Milano e a Como, raggiunge ora la Rocca Albornoziana di Spoleto, entrando in dialogo con la Light Art del Palazzo Ducale di Gubbio e mettendo per la prima volta in sinergia due strutture del Polo museale dell’Umbria. Visto il grande successo di pubblico, Lightquake 2017 a Spoleto è stata prorogata fino all’8 Aprile! 
 

Light Art

Gli artisti che esplorano le valenze artistiche della luce nera a Spoleto sono: Mario Agrifoglio, Nino Alfieri, Alessio Ancillai, LeoNilde Carabba, Claudio Sek De Luca, Giulio De Mitri, Nicola Evangelisti, Maria Cristiana Fioretti, Federica Marangoni, Yari Miele, Ugo Piccioni, Sebastiano Romano. Importante la figura di Mario Agrifoglio, artista che ha fatto della Black Light il fulcro della sua sperimentazione artistica. 
Ma che cosa è Black Light Art? Le radiazioni ultraviolette non sono direttamente percepite dall’occhio, si evidenziano solo quando colpiscono superfici coperte da particolari pigmenti, provocando la fluorescenza di alcuni materiali e dando vita all’effetto metamerico (ovvero la trasformazione di un colore sotto luce solare in qualunque altro colore sotto luce nera). Le opere sembrano così emergere dal buio, per approdare a orizzonti visivi inusitati, caricandosi di una forte valenza spettacolare e, soprattutto, interattiva. 

 


 

La relazione tra la luce e l’oscurità

La luce, o meglio, la relazione fra luce e oscurità, fra buio e illuminazione, diventa elemento suggestivo e suggestionante per la ricerca artistica contemporanea. L’Ambiente spaziale a luce nera di Lucio Fontana, realizzato alla Galleria del Naviglio di Milano nel 1949, non è solo la prima esemplificazione di Black Light Art ma è anche il primo tentativo di superamento dello spazio attraverso l’utilizzo della luce. Questo environnement di cartapesta, vernice fosforescente e luce di Wood, presenta grandi forme astratte, organiche, allungate e colorate, appese al soffitto violaceo. Le forme fluorescenti diventano l’unico punto di riferimento della sala. Uno spazio artistico costruito artificialmente che si estende e mira a essere un mondo in sé, un luogo sperimentale dove lo spettatore deve essere co-autore e consapevole fruitore. Per questo è importante citare Giuseppe PinotGallizio e la sua pioneristica Caverna dell’Antimateria: ambiente guscio, un antimondo atomico dove giocano al suo interno la luce di Wood, componenti elettroniche e musicali, esposta alla galleria Drouin di Parigi nel 1959. In Italia, nel frattempo, la Black Light Art si arricchisce delle esperienze dell’arte programmata e cinetica dello Spazio elastico di Gianni Colombo, 1967. All’interno di quest’opera il movimento degli elastici, visto attraverso la luce di Wood, crea nel pubblico sorprendenti effetti di disorientamento. Colombo descrive Spazio elastico come uno stato semi onirico, «che subisce osmosi dimensionale continue… espandendosi in ogni direzione». Negli stessi anni, Dan Flavin aveva sviluppato molte delle sue sculture con tubi fluorescenti creando, nel 196,8 una intera galleria di luce ultravioletta a Documenta 4, a Kassel. 
La dimensione immateriale di queste storiche installazioni è perfettamente ricreata nelle sale della Rocca grazie alla luce nera di Wood, che muta i colori e la percezione delle opere degli artisti. Ogni spettatore entrandovi sarà solo con se stesso; al limite tra conscio e inconscio vivrà una nuova esperienza sensoriale e visiva, poiché come scrisse Padre Kircher nell’Ars Magna Lucis et Umbrae del 1646, «Nulla è visibile in questo mondo se non alla condizione di una luce mescolata di tenebre».  
 


 

Info e prenotazioni 

Sistema Museo | 340 5510813  

www.sistemamuseo.it 

Facebook e Instagram | Lightquake 2017 Spoleto-Gubbio 

 

Per saperne di più su Spoleto

La prima attestazione storica dell’eremo data al 1206, ma certamente molto prima i Benedettini dell’abbazia di Santa Maria di Valdiponte di Perugia decisero di insediarsi nella zona, di costruire una cisterna per la raccolta dell’acqua potabile e di edificare qui una chiesa con annesso un monastero dedicato al principe degli apostoli che prenderà poi la denominazione in Vigneto dal trovarsi, a seguito della bonifica apportata dai monaci ai territori circostanti, in mezzo alle vigne.

Eremo, foto di Enrico Mezzasoma

 

L’eremo sorge presso un tracciato molto frequentato fin dai tempi antichi, come è attestato dalla presenza dei ruderi di un ponte romano sul fiume Chiascio nei pressi del Castello del Peglio; doveva trattarsi di una deviazione della via Flaminia, un percorso che partiva da Pontericcioli, al confine tra Umbria e Marche, attraversava Gubbio (forse lungo il percorso dell’attuale statale La Contessa) e conduceva, proseguendo verso Assisi, a Foligno, dove si ricongiungeva con la Flaminia.
Proprio il grande transito fu motivo della costruzione del ricovero per pellegrini, per lungo tempo funzione principale dell’eremo. L’eremo di San Pietro in Vigneto, con bolla pontificia di Pio II datata 8 agosto 1463, veniva soppresso e, assieme ai terreni posseduti, passava in proprietà ai Canonici della Cattedrale di Gubbio che ancora oggi ne detengono la proprietà. I terremoti del 1979 e del 1984 richiesero l’attenzione della Soprintendenza che curò il restauro dell’eremo eliminando ciò che nel corso degli anni era stato aggiunto in modo arbitrario e correggendo quanto era stato manomesso. Situato sul tracciato della Via Francigena, anche oggi accoglie viandanti e pellegrini grazie alla presenza stanziale di un laico, Stefano Giombini[1].

La roccaforte affrescata

Il convento, con la sua torre e la sua stretta compattezza, sembra piuttosto una roccaforte che un insediamento religioso. Risulta difficile sia per la continuità costruttiva sia per il reimpiego dei vari spazi nel corso dei secoli distinguere e identificare i singoli edifici. Soltanto il campanile a vela e una minuscola monofora a sesto fanno intuire la presenza della cappella nell’angolo nord-est del complesso. All’interno del cortile selciato, intorno al quale si affacciano gli edifici, si trova una grande e bella cisterna. La chiesa al suo interno conserva un affresco di scuola eugubina del secolo XV raffigurante una dolcissima Madonna col Bambino con ai lati san Sebastiano, sant’Antonio, san Pietro e san Rocco.

 

Madonna con bambino, foto di Enrico Mezzasoma

Resti che scompaiono, resti che appaiono

Il Castello del Peglio, che sorgeva nei pressi dell’eremo, è stato insensatamente distrutto pochi anni fa per costruire la diga sul Chiascio: sono scomparse le belle pietre conciate che avevano sfidato i secoli, spazzate via dalle ruspe nel 1978. Prima di allora rimanevano resti imponenti: sulla facciata si potevano osservare le feritoie che servivano per fare scorrere il ponte levatoio e lungo le mura si ergevano i bellissimi archi a sesto ribassato. Le acque della diga hanno sommerso anche un olmo centenario «tanto bello e tanto grande che per abbracciarlo erano necessari tre uomini»[2].
Nel 1780, per le piogge abbondanti, franò il terreno e così tornarono alla luce nei pressi dell’eremo i resti di un tempio pagano: lucerne di creta, frammenti di iscrizioni, monete e in dodici pezzi l’intera statua marmorea del nume tutelare del tempio (oggi conservata nel Museo archeologico di Firenze), Marte Cyprio. Un’iscrizione testimoniava il restauro del tempietto per opera di un certo Lucio Avoleno avvenuta nel II secolo d.C. mentre le monete del V secolo attestavano che fino a quel periodo gli abitanti della zona avevano tributato offerte al dio pagano.

 

Particolare architettonico, foto di Enrico Mezzasoma

 


Testi di riferimento

Per la bibliografia storica si rinvia a B. Martin, S. Pietro in Vigneto, Vispi&Angeletti, Gubbio 1997, che risulta anche il testo di riferimento in merito.

P. Pizzichelli, Gubbio Francescana e sentiero francescano della pace, Gavirati, Gubbio 1999, pp. 53-55.

Sentiero francescano della pace da Assisi a Valfabbrica a Gubbio, Provincia di Perugia, Perugia 2000, pp. 30-31.

L. Zazzerini, In ascolto dell’assoluto. Viaggio tra gli eremi in Umbria, Edimond, Città di Castello 2007, pp. 68- 73.

 


 

[1] Per avere informazioni e concordare l’accoglienza si può contattare il numero 3334789564.

[2] P. Pizzichelli, Gubbio Francescana e sentiero francescano della pace, Gavirati, Gubbio 1999, p. 52.

Il Natale, in Umbria come nel resto d’Italia, fa rima con golosità. Tra tutti i dolci tipici, però, ce n’è uno che fa riferimento alla storia comunale di Perugia e delle municipalità da essa sottomesse: le pinocchiate.

pinoli

L’ingrediente base

Chiamati anche pinoccati, pinocchiati o pinoccate, a indicare la natura dell’ingrediente base – il pinolo – questi dolci zuccherini tipici del periodo natalizio nascono dalla diffusione massiccia del pino domestico (il Pinus pinea) in tutto il continente europeo. L’Umbria non è rimasta esclusa da tale diffusione, tanto che non è così inusuale imbattersi in odorose pinete.
Difficile invece è scovarne i preziosi semi, in quanto i pinoli impiegano ben tre anni per giungere a maturazione. Nonostante questa difficoltà, i pinoli, ricchi di proteine e di fibre, sono stati consumati fin dal Paleolitico, soprattutto perché si credeva che avessero delle proprietà afrodisiache. Ciò permise loro di entrare a far parte delle creazioni umane più raffinate e deliziose, come le pinocchiate, di cui si ha notizia già nel Trecento[1].
«I nobili e i ricchi li mangiano frequentemente con il primo e l’ultimo piatto. Con i pinoli avvolti nello zucchero sciolto in un cucchiaino si fanno delle pastiglie alle quali si applicano sottili lacrime d’oro battuto, penso per magnificenza e per diletto.[2]» Così scriveva il gastronomo Bartolomeo Sacchi, detto il Plàtina, a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento; non saranno ancora le nostre pinoccate, ma sicuramente vi si avvicinano molto.

I colori

Che le pinoccate venissero degustate già nel 1300 non sembra casuale, se pensiamo ai colori di questi gustosi zuccherini. Aromatizzate talvolta al limone, talaltra al cioccolato, vengono servite sempre abbinate, in una deliziosa bicromia bianca e nera. Il ricordo delle fazioni dell’età comunale – i guelfi bianchi e i guelfi neri – affiora ora alla mente, rammentando quelle lotte tra potere secolare e potere temporale che non risparmiarono nemmeno le zone in cui questi dolci sono maggiormente diffusi – Perugia, Assisi e Gubbio.
Perugia, infatti, già nel XIII secolo aveva sottomesso prima Gubbio e poi Assisi, ma non prima di aver subìto la scomunica per aver portato avanti un’offensiva contro i ghibellini, contravvenendo a un veto papale. Sebbene quindi le due fazioni fossero storicamente di origine fiorentina, tali lotte si moltiplicarono in ogni comune delle Penisola italica, dimostrando la forte influenza del capoluogo fiorentino in quella fervente epoca.
Il condizionamento si riscontra anche nello stile architettonico e nell’araldica, caratterizzati da decorazioni a balzana: si guardi allo stemma di Siena, uno scudo troncato composto da due smalti pieni, uno argentato e uno nero. E che la città del Palio avesse delle influenze sul capoluogo perugino è fuori discussione: Perugia, perseguendo una politica espansionistica, si era spinta non solo verso Gubbio e Città di Castello, ma anche verso la zona del Lago Trasimeno, di Città delle Pieve e della Val di Chiana.

La tipica forma a ottaedro

Forma e packaging

Peculiare delle pinocchiate è anche la forma a losanga che, raddoppiata, dà vita all’ottaedro regolare, uno dei cinque solidi platonici. Tali figure, in un’epoca come quella umanistica, serbavano significati allegorici, trascendentali ma al tempo consapevoli delle capacità dell’uomo faber fortunae suae.
L’ottaedro, formato da triangoli equilateri – al loro volta simbolo di trascendenza, della perfezione divina e dell’ascesa dal Molteplice all’Uno – simboleggiava l’aria, elemento per eccellenza collegato all’impalpabilità del Divino.
E pensare che le pinocchiate, incartate come grosse caramelle da luna park, altro non erano che dolci da lancio, tirati sui nobili che assistevano alle giostre e alle singolar tenzoni. Dolci dal sapore paradisiaco che, lanciati in aria, sembravano doni divini caduti dal cielo.

 

dolci natalizi umbri

Pinoccati in tavola a Natale

 

Ricetta di Rita Boini

INGREDIENTI:
  • 1 kg di zucchero
  • 500 g di pinoli
  • 200 g di farina
  • 1 cucchiaio di cacao amaro
  • Buccia di un limone non trattato
PREPARAZIONE:

Fate sciogliere lo zucchero a fuoco basso in un bicchiere e mezzo d’acqua; unite lo sciroppo alla buccia grattugiata del limone e ai pinoli. Mescolate a aggiungente la farina. Amalgamate bene e, quando il composto sarà consistente ma ancora morbido, versatene rapidamente metà su un piano di marmo o su una placca da forno e stendetelo con la lama di un coltello, in modo da ottenere uno strato alto circa 2 cm. Unite il cacao all’impasto rimasto in casseruola, mescolate e versate in un altro angolo del piano di marmo o in un’altra placca da forno. Tagliate e losanghe i due strati e lasciate rapprendere. Incartate le pinoccate accoppiandone una scura e una chiara.

 


Per gentile concessione di Calzetti – Mariucci Editori

[1] Cfr. www.matebi.it

[2] Cfr. www.taccuinistorici.it

 

Per saperne di più su Perugia
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