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INGREDIENTI (per 4 persone):

  • 600 g di fave sgranate
  • 120 g di guanciale di maiale tagliato a dadini
  • 4 cipollotti freschi
  • finocchio selvatico
  • qualche foglia di mentuccia
  • 3 pomodorini piccoli  o 2 pelati
  • 5 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • sale
  • pepe

 

PREPARAZIONE:

Ponete in una casseruola l’olio, il guanciale e i cipollotti tritati, aggiungete quindi le fave e un trito grossolano di mentuccia e finocchio selvatico. Regolate di sale e pepe, fate insaporire, quindi unite i pomodorini a pezzetti. Portate a termine la cottura versando qualche goccia d’acqua calda se necessario. Il sugo di cottura dovrà essere piuttosto denso.
Ricetta dell’archivio di Nicoletta De Angelis.

 

Questa è la versione orvietana della scafata, detta così dal termine dialettale scafo, che indica il baccello della fava. Questa preparazione è diffusa, seppur con varianti, in tutta l’Umbria ed è conosciuta anche con il nome di baggiana. Nell’Umbria del sud le ricette per prepararla sono simili a quella orvietana, nell’eugubino come erbe aromatiche al posto del finocchietto selvatico e mentuccia si usano la maggiorana e anche il basilico. Sempre nell’eugubino esiste una versione in cui alle fave si unisce pari quantità di bietola. Nella zona del lago la scafata veniva chiamata fave in umido

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci.

Per il secondo anno consecutivo il 15 maggio sarà semplicemente un 15 maggio, come ce ne sono tanti in tutto il resto del mondo.

Per il secondo anno consecutivo il 15 maggio non corrisponde al giorno dei Ceri. A causa della pandemia, il sindaco di Gubbio Stirati è stato costretto a ufficializzare la rinuncia a quell’evento che è rappresentato pure nello stemma della regione Umbria. Inevitabile ma surreale per gli eugubini, che da sempre dividono l’anno in due parti, un po’ come succede per la storia: a. C. e d. C..

La corsa dei Ceri

Ma in questo caso la C non sta per Cristo, ma per Ceri. A Gubbio la Festa, quella con la F maiuscola, fa da spartiacque all’intero anno: andate a chiedere a qualsiasi artigiano di farvi un certo lavoretto (a Gubbio, detto picchiarume) verso i primi di maggio: vi risponderà candidamente «famo dopo i Ceri». Oppure, per esperienza diretta, è impossibile pretendere interrogazioni o verifiche in tale periodo: gli alunni vi imploreranno di «fare dopo i Ceri».
La festa dei Ceri caratterizza l’anno, lo rende più o meno memorabile: come i Mondiali, o le Olimpiadi, a Gubbio si ricordano le varie annate a seconda dei Ceri; i capodieci e capitani, le autorità di quell’annata, assomigliano a quello che gli arconti eponimi rappresentavano per Atene. Se il 1968 – che ovunque evoca insurrezioni e movimenti giovanili – a Gubbio è ricordato per la caduta di Sant’Ubaldo sulla Calata, così il 2020 (e purtroppo anche il 2021) saranno ricordati non come gli anni del Covid, ma come gli anni in cui i Ceri non hanno corso. Ma siamo in guerra, si sente dire, e come in effetti avvenne durante i due conflitti mondiali, quando, per motivi di sicurezza, oltre alla fisiologica carenza di ceraioli – la maggior parte al fronte – la corsa saltò, così succederà quest’anno.

La corsa durante le guerre

Ma durante i periodi bellici, ci furono alcune eccezioni, a dimostrazione del carattere testardo dell’eugubino e del suo attaccamento alle proprie radici e tradizioni. Il 15 maggio 1917 la Corsa si svolse comunque presso il fronte di guerra: alle pendici del Col di Lana, pochi mesi prima teatro di una sanguinosa battaglia, e cioè a Pian di Salesei, gli eugubini arruolati nella Brigata Alpi corsero con ceri rudimentali, ma simili agli originali, e costruiti appositamente.

Durante il secondo conflitto mondiale continuò a essere svolta la festa dei Ceri Mezzani (riproduzione in scala degli originali), che esisteva da circa mezzo secolo, dedicata ai ragazzi, scuola per approdare al Cero Grande. La Festa dei Mezzani fu fatta anche nel maggio 1944, durante il passaggio del fronte di guerra a Gubbio. In quella occasione i Ceri furono trasportati da un gruppo molto eterogeneo di ceraioli che comprendeva partigiani, giovani renitenti alla leva, fascisti e addirittura soldati tedeschi, tutte persone che il giorno dopo si sarebbero trovati di nuovo a combattere su fronti opposti.

 

L’alza dei Ceri. Foto by URP di Gubbio

 

La corsa si concluse a notte fonda e con immane fatica, e per arrivare in cima al monte fu necessaria pure la partecipazione delle donne rimaste in città. Insomma, purtroppo anche quest’anno bisogna rinunciare a quell’appuntamento che ogni eugubino aspetta già dal 16 maggio, giorno del patrono Sant’Ubaldo (cui è dedicata la festa) del quale i Ceri sono la celebrazione della vigilia. Se lo scorso anno fu un fulmine a ciel sereno, inaspettato e incredibile, quest’anno gli eugubini ci avevano già un po’ posto la mente. Ma non per questo la rinuncia è meno triste e sentita.
Ci rifaremo nel 2022. Speriamo.

 


Per saperne di più.

Oggi, il “DanteDì” ha un sapore molto particolare, perché il 2021 è l’anno di Dante, dei 700 anni dalla sua morte. Per questo il 25 marzo 2021 – la data in cui prende il via il viaggio letterario nell’aldilà della “Divina Commedia” – va celebrato con ancora più devozione.

Vista di Assisi, foto di Enrico Mezzasoma

 

Il Sommo Poeta amava l’Umbria. La descrive nell’XI canto del Paradiso della Divina Commedia quando incontra San Francesco nel cielo del Sole con gli spiriti sapienti. In due terzine ci parla di Gubbio e Sant’Ubaldo, del clima di Perugia, di Nocera e di Gualdo Tadino e naturalmente di Assisi, città natale del Santo, che dovrebbe chiamarsi Oriente perché ha dato alla luce il Sole.
«Intra Tupino e l’acqua che discende / del colle eletto dal beato Ubaldo, / fertile costa d’alto monte pende, / onde Perugia sente freddo e caldo / da Porta Sole; e di rietro le piange / per grave giogo Nocera con Gualdo. Di questa costa, là dov’ ella frange/più sua rattezza, nacque al mondo un sole/come fa questo talvolta di Gange. / Però chi d’esso loco fa parole, / non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Orïente, se proprio dir vuole».
Si dice che questa parte fu scritta nel territorio eugubino, all’interno del castello di Colmollaro dove risiedeva il Conte Bosone Novello Raffaelli, amico di Dante.

Il colophon della Divina Commedia stampata a Foligno.

La prima stampa a Foligno

L’Umbria e la Divina Commedia sono legate anche in modo più materiale: a Foligno infatti, l’11 aprile del 1472 viene stampata l’editio princeps dell’opera del Sommo Poeta. La prima copia a stampa sembra essere nata nella casa dell’orafo e zecchiere pontificio Emiliano Orfini, fondatore, assieme al trevano Evangelista Angelini, della prima società tipografica della città di Foligno.

Un Dante inedito a Orvieto

Proprio in questi giorni a Orvieto è stato individuato un quadro – che era sfuggito probabilmente per secoli – che raffigura un Dante inedito, sempre di profilo nella sua iconica posa, ma con la barba. L’opera, di autore ignoto, sarebbe databile tra il 1500 e il 1600.  La raffigurazione sembra prendere spunto dalla dettagliata descrizione che Giovanni Boccaccio fa del volto di Dante Alighieri nel Trattatello in laude di Dante scritto tra il 1351 e il 1355. Boccaccio scrive: «Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso”» Ulteriori indagini daranno risposte più certe.
Orvieto già conservava a suo modo pezzi di Divina Commedia: nel Duomo, infatti, sono raccontate scene tratte dai canti del Purgatorio e dipinte dal Signorelli.

 

Foto di Comune di Orvieto

Dolenti note

L’unica nota dolente nel rapporto fra Dante e l’Umbria è Cante Gabrielli di Gubbio che, in veste di podestà di Firenze (1298), emanò due sentenze di condanna contro Dante: con la prima lo condannò a una multa pecuniaria, al divieto a vita di partecipare al Governo di Firenze e all’esilio per due anni dalla Toscana. Con la seconda sentenza, non avendo il poeta ottemperato a quanto stabilito, lo condannò al rogo, alla distruzione delle sue case e alla confisca dei suoi beni.

INGREDIENTI:

  • 600 g di piselli sgranati
  • 40 g di prosciutto tagliato a dadini
  • 1 cipollotto fresco
  • 1 bicchiere di brodo di carne
  • 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • sale
  • pepe

 

PREPARAZIONE:

Fate soffriggere nell’olio un cipollotto tritato e i dadini di prosciutto; unite i piselli, lasciateli insaporire per qualche minuto e portateli a cottura versando un goccio di brodo caldo se necessario. Regolate di sale e di pepe e servite.

 

 

I piselli al prosciutto, preparati soprattutto nel perugino, nell’eugubino e nello spoletino, sono una diffusi anche nella cucina laziale.

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci.

«Insegnare ai bambini il dialetto è affondarne le radici nell’humus della propria stirpe e comunità». (Cesare Marchi)

Il tour dei dialetti umbri – in questa seconda puntata – punta dritto a nord, a Gubbio. Nella terra dei ceri, del picchiarume e del fànfeno; dove lo stesso dialetto, vista la vastità del comune, cambia da zona a zona, con piccole sfumature che i veri eugubini sanno riconoscere.

Simone Zaccagni

«Se uno vive a Branca o a Mocaiana si capisce, la parlata è un po’ diversa: a Branca pronunciano la C con il suono SCI, invece verso Mocaiana, soprattutto le persone più anziane, sostituiscono la A con la E (gimo a chesa, per dire andiamo a casa); mentre chi abita nella zona di Burano ha influenze marchigiane. Il dialetto eugubino come tutti i dialetti ha una sua dignità: parlarlo non deve essere di nicchia o relegato alle persone anziane o poco istruite, sta tornando di moda ed è giusto così. Moltissime parole dialettali hanno origine latina e vantano una lunga storia» spiega Simone Zaccagni, scrittore, insegnante, giornalista e appassionato di dialetti (ha pure creato un dizionario di eugubino-italiano: Dopo lo Zanichelli, Zingarelli, sempre con la Z… è arrivato lo Zaccagni!) che ci guiderà tra i segreti dell’eugubino. Un dialetto che, come tutti i dialetti umbri, è inimitabile e poco riconoscibile da chi non vive nella regione. Un dialetto che condivide molte parole con il marchigiano e il romagnolo e che ha subito contaminazioni dallo Stato Pontificio e dal Ducato di Urbino.

«Per parlare l’eugubino devi essere nato a Gubbio. Questa è una certezza. Ma come tutti i dialetti umbri anche l’eugubino ha alla base l’italiano, che viene colorito e farcito con parole dialettali. Non è una vera e propria lingua come può essere il siciliano, il veneto o il napoletano (per citarne alcuni): loro passano dal dialetto all’italiano facendo un vero e proprio switch e questo non gli fa commettere errori sull’individuare una parola dialettale o italiana. Noi umbri invece cadiamo in questo tranello: da ragazzino mi capitò di chiedere i succini (prugne) a un fruttivendolo marchigiano, ovviamente non capì. Errori del genere sono molto frequenti nel nostro caso, non è facile… il dubbio spesso viene! Tipico nostro è il troncamento delle parole che appare evidente nella frase: Ma me si di’ i fij, que li fi’ a fa’? (Mi sai dire perché continui a fare bambini)» spiega Zaccagni.

 

Gubbio, Palazzo dei Consoli. Foto di Enrico Mezzasoma

Picchiarume, tausana e… tanto buligame!

Una parola che non manca mai nelle chiacchiere eugubine è picchiarume. Picchiarume vuol dire tutto, dipende dal contesto, ha diversi significati: dal fare un lavoretto in casa, al piccolo impegno (lasceme gì, chè c’ho da fa ‘n picchiarume, lasciami andare che devo fare un lavoretto) fino all’avere un flirt con una ragazza (c’ho ‘n picchiarume con una!). Si dicono spesso anche frego/a (ragazzo/a) o buligame (confusione, caos): forzando l’etimologia, potremmo farlo derivare dall’inglese bowling game, per il rumore che c’è nei luoghi dove si pratica questo sport.
Immancabili per le vie di Gubbio anche vocaboli come tausana, noiosa esposizione orale volta a ottenere qualcosa, ma anche un rumore continuo (ma què ‘sta tausana? Cos’è questa noia?), furattola (salvadanaio), che viene usata anche in relazione agli occhi semi chiusi: Te c’hi gl’occhi a furattola, per dire che hai uno sguardo sonnolento; o fànfeno, una persona furba e sorniona (sete certi fànfeni!).

 

L’alzata dei Ceri. Foto by URP di Gubbio

Dialetto e ceri

Ma a Gubbio, dialetto e ceri sono legati a doppio filo. I ceri hanno una terminologia tecnica molto specifica che si unisce e ispira parole e modi di dire dialettali: «Ta quello glie dà du stradoni deriva dalla corsa dei ceri: infatti si dice quando un cero sale bene sul monte e distanzia di molto l’altro, appunto di due stradoni. Ritroviamo questa frase anche nella parlata comune per dire: c’è una distanza abissale, è molto più bravo. Questo è un modo di dire talmente radicato a Gubbio che un mio amico in discoteca a Palinuro per corteggiare una ragazza le disse: Te, ta la cubista glie di’ du stradoni! Lui voleva farle un complimento, lei ovviamente non capì. Un altro modo di dire molto comune legato ai ceri è: fatte sto pezzo a capodieci (guarda che bella cosa che ti aspetta). Indica la parte migliore, qualcosa di prelibato, perché nella corsa il Capodieci è il ruolo di massima autorità. È una terminologia ceraiola che usiamo anche nella vita di tutti i giorni quando vogliamo offrire qualcosa di buono, di pregiato. Narra la leggenda che qualche sposa l’abbia pronunciata al marito, che finalmente poteva avere la giusta ricompensa di tanta attesa, nella prima notte di nozze. Invece, quando uno sta troppo vicino a una persona si dice: que me fi’ ‘l braccere?  (non mi stare troppo appiccicato). Il braccere è colui che dà una mano a chi porta il cero, corre appunto abbracciato a lui e lo aiuta a scaricare il peso. Dovete sapere che la vita degli eugubini è legata ai ceri, fin dalla prima infanzia. I bambini a Gubbio dicono: giochiamo ai ceri? che vuol dire prendere un bastone, una scopa, un ombrello metterselo sulle spalle e ricorrersi. A Gubbio non giochiamo a chiapparella… giochiamo ai ceri! E se questo viene detto a un bambino non eugubino, lui sicuramente non capirà» conclude Simone Zaccagni.

 


Il dizionario eugubino-italiano lo trovate presso cartolibreria Pierini e edicola Shangai di Gubbio.

Comune di Gubbio

INGREDIENTI
  • 4 costolette di castrato o pecora
  • 3 spicchi d’aglio
  • 1 rametto di rosmarino
  • Qualche cucchiaio di olio extravergine d’oliva
  • Sale

 

 

PREPARAZIONE

Fate un trito di aglio e rosmarino, cospargetevi le costolette, salatele, ungetele con l’olio e fatele marinare per almeno 12 ore prima di cuocerle alla griglia.

 

Questa è una ricetta dell’Umbria del sud, dove si usava principalmente la pecora. A Gubbio al posto del rosmarino usavano la maggiorana e, a volte, le costolette venivano ripassate in padella con sugo di pomodoro. In alcune zone del perugino si facevano le costolette di castrato in umido, lasciando insaporire con aglio, olio e rosmarino; si rosolavano le costolette, si irroravano di aceto, si salavano, pepevano e portavano a cottura con il pomodoro.  

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci.

INGREDIENTI:

Per il dolce:

  • 6 uova
  • 300 g di farina
  • 300 g di zucchero
  • 1 cartina di lievito per dolci

 

Per farcire:

  • 1 kg di ricotta
  • 600 g di zucchero a velo
  • 200 g di cioccolato fondente a pezzetti
  • 200 g di mandorle tritate
  • 200 g di canditi
  • 100 g di uva secca
  • 1 bustina di vanillina
  • 1 bicchierino di maraschino
  • Alchermes per bagnare la torta

 

PREPARAZIONE:

Sbattete lo zucchero e le uova, unite, lavorando con un cucchiaio di legno, la farina e, in ultimo, il lievito. Versate in una tortiera leggermente unta, infornate a 180°e fate cuocere per 35-40 minuti. Lasciate raffreddare e tagliate a fette sottili e della misura del piatto in cui sarà posto il dolce. Lavorate bene la ricotta con lo zucchero a velo, unite il cioccolato, le mandorle (che avrete fatto caramellare in un tegamino con un po’ di zucchero), i canditi, l’uva secca, la vanillina e il maraschino. Spruzzate le fette di torta con l’alchermes e ponete nel piatto uno strato di torta, uno di farcia e così via fino ad esaurimento degli ingredienti. L’ultimo strato dovrà essere di torta. Coprite con un piatto e sopra di esso mettete un peso. Lasciate il dolce così, in frigorifero, per mezza giornata almeno.

 

Questo dolce veniva servito nei pranzi di matrimonio dei contadini ricchi di Gubbio. L’uso è durato fino a metà degli anni Cinquanta, ma, anche se in altre occasioni, in alcune famiglie continuano a prepararlo. Famosi erano i dolci di ricotta della signora Rina Secchi Notari, che veniva chiamata a preparare i pranzi di nozze e che mi ha svelato la sua ricetta personale. Il dolce di ricotta – è evidente simbolismo del bianco della ricotta – già nell’Ottocento era una delle portate del pranzo di matrimonio dei contadini della vicina Romagna.

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci.

Un importante traguardo è stato raggiunto da alcuni prodotti agricoli e agroalimentari umbri, che sono stati inseriti nel Registro Regionale delle Risorse Genetiche Autoctone di Interesse Agrario, grazie all’interessamento del 3A-PTA, il Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria, insieme alla sintonica e determinata perseveranza di alcuni avveduti operatori del mondo dell’agricoltura e della pesca.

Olivo Ornellona

I prodotti agricoli e agroalimentari di una volta possono rappresentare un’importante opportunità per la filiera delle aziende coinvolte a livello di produzione, trasformazione, commercializzazione e somministrazione. Nel processo sono ovviamente coinvolti tutti coloro i quali ne fanno parte e con particolari ricadute nei settori: agricoltura, pesca, commercio, artigianato, cultura, enogastronomia e turismo. È fondamentale, per le specie iscritte, aver ricevuto questo ambito riconoscimento, in quanto attorno a questi prodotti certificati si possono costruire strategie di business e di marketing, innescando importanti implicazioni economiche per tutti quelli che partecipano al percorso di valorizzazione e commerciale della singola eccellenza, che come una cassa di risonanza può ampliare l’attrattività e la promozione dell’areale sotteso, al fine di cogliere una maggiore opportunità anche economica all’interno dei contesti coinvolti.
I prodotti agricoli e agroalimentari che hanno una presenza certa e continuativa su un territorio da più di 50 anni potrebbero essere definiti come Risorse Genetiche Autoctone di Interesse Agrario e iscrivibili al Registro Regionale.
L’iscrizione avviene a seguito di un’approfondita analisi del dossier presentato, dove i membri del Comitato Tecnico-scientifico esprimono il loro parere per l’inserimento nell’agognato registro.

 

Aglione

 

A oggi, nel Registro Regionale Umbro, sono iscritte 69 risorse genetiche tra varietà erbacee, arboree e animali. È evidente che un prodotto iscritto al registro certifica un passo fondamentale per la sua tutela e la sua valorizzazione e ha immediati vantaggi sugli operatori che coltivano o allevano o commercializzano la specifica risorsa genetica che, altresì, ha la ghiotta possibilità di entrare a far parte della rete di Conservazione e Sicurezza regionale e della Rete Nazionale della Biodiversità.
Recentemente, il Registro Regionale Umbro, si è arricchito di sei risorse genetiche:

  • L’Aglione, da alcuni chiamato anche l’aglio del bacio, per la delicatezza del sapore e la morbidezza del profumo, che è una specie diversa dall’aglio comune. È presente da più di 50 anni nella Val di Chiana sia umbra (detta romana) sia toscana, dove gli agricoltori hanno tramandato nei secoli la sua coltivazione e le casalinghe le ricette (es. umbricelli o pici all’aglione). In questo caso l’Aglione Umbro è stato iscritto qualche giorno prima di quello toscano e ovviamente ciascuno nei rispettivi registri regionali.
  • Il Luccio del Trasimeno: specie a forte rischio di erosione in tutta Italia per l’inquinamento genetico dovuto all’immissione di altre specie, che invece, grazie all’attività del Centro Ittiogenico e della Cooperativa dei Pescatori, al Trasimeno ha mantenuto, unico caso in Italia, le sue caratteristiche originarie.
  • Il Cardo Gobbo della Media Valle del Tevere: varietà locale conservata da un agricoltore di Papiano, residuo di una vecchia, molto apprezzata, varietà tipica della Media Valle del Tevere.
  • L’Olivo Limona, ad Assisi chiamata Cimignolo: varietà presente nell’Umbria centro-occidentale e centro-settentrionale con esemplari di età ragguardevole, coltivata sporadicamente anche in alcuni areali di regioni limitrofe.
  • L’Olivo Pocciolo: presente in pochi vecchi esemplari nella fascia olivata Assisi-Spoleto, dove ha dimostrato una notevole adattabilità a difficili condizioni di clima e terreno.
  • L’Olivo Ornellona: varietà presente con soli due esemplari molto vecchi nel comune di Narni, dalle olive piuttosto grandi che danno un olio di qualità.

Luccio del Trasimeno

Il 3A-PTA

Il 3A-PTA (Parco Tecnologico Agroalimentare) della Regione Umbria è stato il fulcro sviluppatore delle 6 new entry nel registro regionale, come peraltro per tutte le altre risorse genetiche regionali. Il 3A-PTA, opera da più di due decenni per garantire il miglioramento e il mantenimento della qualità dei prodotti agricoli e agroalimentari, tramite certificazioni per la sicurezza e la tutela del consumatore, la formazione, la ricerca a sostegno delle imprese, i progetti internazionali, l’informazione e il marketing; questi sono alcuni dei servizi e delle attività che fornisce l’Ente regionale guidato dal dott. Marcello Serafini, Amministratore Unico del 3A-PTA con sede a Pantalla (PG).
Tra le persone del 3A-PTA, fautrici di questi importanti ingressi nel registro regionale, ricordiamo il dott. Luciano Concezzi, responsabile dell’Area Innovazione e Ricerca e i suoi collaboratori, il dott. Mauro Gramaccia, il dott. Marco Caffarelli, la dott.ssa Livia Polegri e la dott.ssa Marta Giampiccolo. Oltre alle eccellenze agricole e agroalimentari umbre conosciute e apprezzate in tutto il mondo, si tenga presente che il 3A-PTA della Regione Umbria viene annoverato tra gli Enti istituzionali di indiscusso prestigio e di notevole vanto regionale.

Lo sapevi che in Umbria ci sono prove di come si sono estinti i dinosauri?

Conosciamo tutti l’armonica bellezza della cittadina medievale di Gubbio, accoccolata sulle pendici del Monte Ingino e proiettata sulla valle del Tevere, dove natura e storia si mescolano in un equilibrio perfetto. Non è un caso che proprio Gubbio rappresenti una delle mete più attrattive dell’Umbria. I motivi per visitare Gubbio e la sua montagna sono molteplici, molti alla luce del sole, altri celati dal tempo, in alcuni casi molto tempo, addirittura milioni di anni
Uscendo dal centro storico di Gubbio si risale la Gola del Bottaccione, una profonda valle fluviale scavata dal torrente Camignano tra il monte Ingino e il monte Foce (o Calvo), attraverso la strada che collega Gubbio con Scheggia.
La gola è ricca di importanti testimonianze storico-artistiche e il suo nome deriva dal termine bottaccio, il bacino di raccolta delle acque che serviva ad alimentare i numerosi mulini presenti nella valle, dove ancora oggi è possibile osservare l’antico acquedotto risalente al Medioevo eugubino.
Ma la Gola del Bottaccione è anche un luogo di particolare interesse scientifico, in quanto, negli anni Settanta del secolo scorso, il geologo Walter Alvarez e il padre Luis Alvarez, premio Nobel per la fisica, fecero un’importante scoperta connessa con l’estinzione dei dinosauri.

 

Geosito della Gola del Bottaccione, foto di Cristiano Spilinga

Vi chiederete: e cosa c’entra la Gola del Bottaccione con i dinosauri?

Walter Alvarez era a Gubbio per studiare le rocce appenniniche che, lungo la gola, presentano una successione di ben 400 metri in cui è possibile ricostruire 50 milioni di anni di storia geologica.
Studiando le rocce, il geologo scoprì che tra gli strati ve ne era uno di circa 1 cm di spessore particolarmente ricco in argilla e completamente privo di fossili; non immaginatevi grandi fossili, stiamo parlando dei gusci di piccoli organismi marini denominati Foraminiferi che, in quello strato, erano stranamente assenti.
La cosa ancora più strana è che i Foraminiferi presenti nello strato più antico, sotto quello argilloso, erano completamente diversi da quelli presenti nello strato superiore. Ma allora, che significato aveva quello straterello di argilla noto come limite K/T?
La denominazione limite K/T, oggi per maggiore correttezza definito limite K/Pg (Cretaceo-Paleogene), deriva dal fatto che quel sottile strato argilloso separa la roccia del Cretaceo (K) da quella del Terziario (T) o meglio del Paleogene, appunto.
Nello stesso periodo in cui fu scoperto a Gubbio, tale limite geologico fu rilevato anche nel sudest della Spagna dal geologo olandese Jan Smit. Ulteriori studi su quelle rocce consentirono ai ricercatori di rilevare all’interno dello strato anomalo una concentrazione particolarmente alta di iridio, un metallo molto raro sulla Terra ma presente in altri corpi celesti.
Nel 1979, dopo varie ipotesi, gli Alvarez azzardarono che l’anomala presenza di iridio potesse essere messa in relazione con l’impatto che un enorme meteorite avrebbe avuto con la terra circa 66 milioni di anni fa. Tale impatto avrebbe alterato completamente la composizione atmosferica portando a una repentina variazione climatica culminata con l’estinzione di molte forme di vita, tra cui i dinosauri.
Luis Alvarez morì nel 1988 ma gli studi proseguirono e, nei primi anni Novanta, l’analisi del limite K/Pg nei sedimenti di un fiume texano che sfocia nel Golfo del Messico, evidenziò le tracce di un gigantesco tsunami databile a 66 milioni di anni fa.
Si continuò a indagare fino a che non fu identificata un’enorme struttura subcircolare tra 180 e 300 km di diametro nella penisola dello Yucatan. Andando ad analizzare le rocce in quell’area, si scoprì che molte risultavano fuse da un evento datato circa 66 milioni di anni fa e contenevano al loro interno grandi quantità di iridio.
A quel punto tutte le evidenze andavano nella stessa direzione: 66 milioni di anni fa un gigantesco meteorite impattò con il nostro pianeta sconvolgendo completamente il clima, determinando così quella che viene definita la quinta estinzione di massa.
Quel centimetro di argilla si era depositato nei 10000 anni successivi all’impatto in un mondo completamente nuovo, in cui i grandi rettili avrebbero lasciato spazio ai piccoli mammiferi. Questa non è l’unica teoria sull’estinzione dei dinosauri, ma certamente una delle più affascinanti… e pensare che tutto è nato dallo studio di quel sottile strato di argilla della Gola del Bottaccione.

 


BIBLIOGRAFIA

Walter Alvarez, Le Montagne di San Francesco. Perché nel cuore dell’Italia si nascondono i segreti della Terra Fazi Editore, 2010.

«Villard de Honnecourt vi saluta…». Nel nostro XXI secolo possiamo apprezzare un simile esordio: non è certo quello che troveremmo all’inizio di un manuale di tecnologia applicata e neppure del resto in qualsiasi altro manuale.

Di colpo, con questo saluto, entriamo in un altro mondo, quello del XIII secolo con tutto il suo splendore. Un secolo prima, l’umile monaco Teofilo apriva anch’egli, con un saluto, il suo Trattato di arti diverse: «Dio Onnipotente sa che non ho scritto le mie osservazioni né per amore di una lode umana, né per il desiderio di una ricompensa temporale, che non ho nascosto nulla di prezioso o di raro per malizia o gelosia, che non ho passato sotto silenzio nessuna cosa, riservandola per me solo, ma che per accrescere l’onore e la gloria del suo nome ho voluto venire incontro alle necessità e aiutare il progresso di un gran numero di uomini».
Villard è più sobrio e più efficace al tempo stesso, ma lo spirito è il medesimo: «Villard de Honnecourt vi saluta, e prega tutti coloro che lavoreranno con gli strumenti che troveranno in questo libro, di pregare per la sua anima e di ricordarsi di lui, perché in questo libro si può trovare grande aiuto per la saldezza della muratura e per gli strumenti di carpenteria; vi troverete anche il modo per rappresentare le figure, i disegni, secondo quanto comanda e insegna l’arte della geometria».
«Le treizième siècle est le temps où triomphe le nombre, où le quantitatif s’impose. Ratio en latin c’est raison mais aussi compte, calcul. Des trois grand domaines où le Moyen Age affirme sa créativité le moulin et ses applications, le textile et sens instruments, le batiment et ses machines, c’est dans ce dernier que se situent les dessins de Villard de Honnecourt». (Jacques Le Goff).
«Les moulins hydrauliques destinés à different usages-moudre le grain, fouler le tissu, marteler le métal, etc.- existaient déjà du tems de Villard.  Ma les moulins actionnant des scies n’avoir été mis au point qu’au cours du XIII siècle e n’ ètre devenus opèrationnels qu’au cours de la deuxième moitié de ce siècle. Le scie hidraulique, dessinèe par Villard de Honnecourt, qui peut ètre datèe de la première moitiè du XIII siècle, presente donc un interét particulier parce que cela semble etre la première raprésentazion d’une telle machine». (Roland Bechmann).

Il disegno della sega idraulica di Villard de Honnecourt

Un’invenzione fondamentale

L’energia idraulica ha avuto nel Medioevo la stessa importanza del vapore nel XIX secolo e del petrolio nel XX. Veniva utilizzata al massimo per meccanizzare tutta una serie di operazioni: vi si macinava il grano, vi si setacciava la farina, vi si follava il panno, vi si conciavano le pelli e vi si forgiava il ferro grazie all’albero a camme che Villard ha rappresentato nel suo disegno. La prima menzione medievale di una sega idraulica si trova in un documento normanno del 1204. Ma la prima raffigurazione è quella di Villard.
Sotto il suo disegno Villard scrive: «In questo modo si costruisce una sega che sega da sola». La sega meccanica è la prima macchina automatica in due tempi: al movimento circolare delle ruote, che dà luogo a un moto alternativo capace di segare, s’aggiunge un avanzamento automatico del legno verso la sega. Lassus descrive così il suo meccanismo: «Un ruscello, le cui onde sono indicate in alto a sinistra, fa muovere una ruota a pale oblique attorno ad un asse che porta una seconda ruota dentata e quattro camme. La ruota dentata fa avanzare il tronco da segare, tenuto in posizione da quattro guide che gli impediscono di deviare. Le camme poggiano su uno dei bracci articolati fissati alla parte inferiore della sega verticale, la cui parte superiore è fissata a sua volta all’estremità di una pertica flessibile. Appoggiandosi sul braccio dell’articolazione, la camma fa scendere la sega, che piega la pertica e comincia a risalire in virtù della flessibilità di quest’ultima, dal momento in cui la camma ha esaurito la sua azione».

Le corporazioni umbre

Nel 2001 la Gaita Santa Maria, nella ricostruzione delle antiche attività produttive, ha riprodotto tutte le fasi lavorative dell’Ars magistrorum lignaminis (Arte dei legnaioli). Sebbene l’ordine gerarchico la ponesse negli ultimi posti delle Arti minori, l’Arte dei legnaioli era tutt’altro che di trascurabile importanza economica. I suoi iscritti, pur non essendo eccessivamente numerosi rispetto a quelli delle altre corporazioni, erano pur sempre molto importanti per la vita della città. Infatti, oltre a partecipare alla costruzione degli edifici, ne rendevano abitabili gli interni con mobili e masserizie. A Firenze, già dal XIII secolo, erano suddivisi in quattro membra, secondo il particolare lavoro eseguito e cioè, come affermava lo statuto (1342):

  • facienti e vendenti botti, tina e bigonce
  • facienti e vendenti cofani, forzieri e casse
  • altri maestri purché non siano segatori o bobulici (conduttori di carri trainati da buoi)
  • segatori

A Gubbio, nello Statutum Comunis et Populi, Civitatis, Comitatus et Districtus Eugubii la Rubrica 53 del 1° libro, elenca le Arti, tra cui l’Arte dei Falegnami, ne conferma la legalità associativa, ne approva i loro Brevi o Matricole o Statuti (1334): cioè le raccolte di norme di etica professionale miste a disposizioni di carattere protezionistico per l’associazione o a disposizioni preventive atte ad evitare la concorrenza fra soci. In essi si scrive che il legname ridotto in tavole dai segatori raggiungeva i vari specialisti dell’Arte, tramite la collaborazione dei trasportatori e cioè:

  • i bottai che facevano le botti, i tini, le bigonce
  • i carpentieri che facevano i travetti, vergoli, impalcature
  • i bastari che facevano le selle, i basti
  • i carradori che facevano i carri, barrocci, ruote
  • i balestrari che facevano balestre
  • i tornitori che tornivano paletti per una infinità di usi civili, militari, religiosi.

Vi erano poi altre categorie di lavoratori che esercitavano la parte più nobile dell’Arte. Erano coloro che esercitavano L’Arte della scultura lignea, dell’intaglio, dell’intarsio, della pittura del legno, dei mobili.
A Todi, già dal 1282, viene ricondotto il primo elenco delle sedici corporazioni o Università con i nomi di ognuna di esse e dei consoli loro rappresentanti e tra esse i magistri lignaminis (maestri del legno e carpentieri): a essa vi facevano parte non solo il semplice artigiano, ma anche il disegnatore e il realizzatore di mobili e attrezzeria, l’intagliatore e l’intarsiatore, il carpentiere. In questa specifica attività gli si richiedevano conoscenze particolari di ingegneria e matematica, nozioni sulla distribuzione dei pesi e dei carichi indispensabili per innalzare le ardite impalcature necessarie a costruire gli edifici pubblici e religiosi della fine del Duecento.
A Foligno, tra le ventisette corporazioni medievali, era presente anche quella del Legname. Lo statuto dell’Arte (1404) riguardava tutti i lavoratori del legno, tutti coloro che, nelle diverse specializzazioni, usavano questa materia prima per produrre manufatti di qualsiasi genere. È il tempo di carpentieri, tornitori, begonzari, zoccholari, carratari, bastari, fabbricatori di molini e di archi… artigiani che immettono sul mercato oggetti da destinare ora agli uomini, ora agli animali.
A Perugia fin dal 1291 è documentata la presenza dell’Ars magistri lignaminis et lapidum. L’Arte, i cui statuti risalgono al 1385 comprendeva scalpellini, falegnami e carpentieri, categorie che intervenivano congiuntamente nel campo dell’edilizia religiosa e civile della città. La ricchezza della corporazione è testimoniata dall’entità delle contribuzioni imposte dal Comune; la frequente presenza dei suoi iscritti nel Consiglio priorale riflette il ruolo importante da essa rivestito nel contesto cittadino.
A Bevagna, nei Libri Statutorum Antique Terre Mevanee sono menzionati i magistri lignaminis et lapidum. La loro importanza nella Bevagna medievale era indubbiamente notevole in quanto si prevedeva l’intervento del podestà qualora il loro lavoro non fosse adeguatamente retribuito e che la difesa dei loro interessi, in eventuali cause, fosse assunta dallo stesso Comune. (CXXXII. De mercede magistrorum lignaminis et lapidum cum irent ad aliquam executionem faciendum).
«Si aliquo tempore magistri lapidum vel vignorum ad executionem aliquam faciendam contra aliqua malefactorem, potestas faciat eis satisfieri pro eorum labore de bonis illius malefactoris vel de bonis comunis, dum tamen illa solutio fiat per camerarium comunis et quod dicti magistri pro predictis in qualibet curia defendantur per comune Mevanee».

 

La sega idraulica

La sega idraulica di Villard nel Mercato delle Gaite

Sulla base di tali conoscenze storiche, nel ricostruire l’Arte dei legnaioli e l’Arte dei maestri del legname e della pietra, la Gaita decise di ricostruire la sega idraulica disegnata da Villard di Honnecourt nel suo taccuino. Il taccuino scritto da Villard e risalente al XIII secolo è il primo esempio di trattato di ingegneria e il disegno della sega ad azionamento idraulico per ricavare tavole dai tronchi d’albero è uno dei disegni più interessanti. La progettazione e la sua realizzazione hanno richiesto tempo e fatica, ma il risultato ottenuto ripaga delle difficoltà incontrate. La macchina viene mossa da una ruota ad acqua come quella dei mulini (in alto a sinistra nel disegno); l’asse che parte dal centro della ruota aziona sia l’avanzamento del tronco sia il movimento della lama. Il tronco da tagliare viene tenuto a contatto della lama da una ruota raffigurata con sei denti (al centro del disegno); i quattro bastoni (camme) all’estremità dell’asse servono invece per trascinare verso il basso la lama che una pertica (un grosso ramo in diagonale da destra a sinistra), flessibile come una molla, riporta verso l’alto. La lama, quindi, a ogni giro dell’asse, la lama è trainata quattro volte verso il basso.
La bottega dei segatori ricostruita risponde a tre criteri: collocazione in prossimità del fiume per la disponibilità di energia spazio per l’accumulo e la preparazione dei tronchi, area per la preparazione ed essicazione delle tavole. Una volta abbattuti e sfrondati, con corteccia integra, i tronchi vengono trasportati su zattere; arrivati in prossimità della segheria, una gru manuale a carrucole multiple, solleva i tronchi e li accumula sul piazzale; prima del taglio vengono scortecciati e viene scelta la posizione che il tronco deve avere sulla sega, in modo da tagliare subito il lato più nodoso; il tronco viene posizionato sulla sega, durante il taglio il tronco non deve poter ruotare né andare fuori asse, lo spessore delle tavole va da 5 cm in su, ogni tavola tagliata viene tolta e poste nel posto di essiccazione. Grazie a Flavio, Gianluigi, Alfredo, Marco, Gianpaolo, Paolo e Gianni la Gaita è riuscita a dar vita a questa macchina e con essa, di nuovo, alle idee di Villard.
Che non ci resti, ora, che pregare per lui?

 


Riferimenti bibliografici:

Bechmann R.  Villard de Honnecourt. La pensèe tecnique au XIII siecle et sa communication, Picard 1993

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