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I due calciatori lasciano le rispettive squadre – Inter e Sassuolo – dopo decenni. Ora pensano al futuro e, perché no, a un ritorno in Umbria.

Dicono che le bandiere nel calcio non ci sono più, che le ultime si sono ammainate con l’addio di Maldini, Zanetti e Totti. Ma ci sono bandiere e giocatori simbolo più silenziosi, meno da copertina e più da spogliatoio. Domenica due di loro hanno lasciato le loro squadre dopo esserne stati capitani per anni. Sono Francesco Magnanelli da Città di Castello e Andrea Ranocchia da Bastia Umbra che non hanno solo questo in comune, ma anche il fatto di essere entrambi due umbri DOC.

Magnanelli lascia il Sassuolo dopo 17 anni con 520 partite giocate, partendo dalla serie C fino all’Europa League, sempre con la maglia neroverde. «Sono orgoglioso di essere rimasto a Sassuolo per 17 anni. Qui sono diventato uomo. Nessuno mi ha dato la serie A. Sono io che me la sono presa. Eppure all’inizio mi sbagliavano il cognome: mi chiamavano Massimo Manganelli. Sia tecnicamente sia fisicamente non ero baciato dalla sorte e poi venivo dal Gubbio, ero l’ultimo arrivato e non ero certo di continuare col calcio». Ma le cose nella vita cambiano decisamente.

 

Francesco Magnanelli, foto by Facebook

 

Noi di AboutUmbria lo avevamo intervistato qualche anno fa e, oltre ad averci svelato il suo amore per l’Umbria: «È la mia terra, la mia famiglia d’origine, gli amici di sempre. Ho un legame molto forte con questa terra e, per questo, torno appena posso. Ci passo le vacanze, è un luogo molto particolare e affascinante. In più, quando vivi fuori lo apprezzi maggiormente, vedi i suoi pregi ma anche i suoi difetti», aveva accennato al suo futuro incerto una volta lasciato il calcio: «Non so bene cosa farò. Per ora vivo alla giornata». Futuro che oggi vede con più chiarezza: «Si chiude un capitolo e se ne apre un altro, spero altrettanto bello, in un mondo in cui non so minimamente niente. La società mi ha proposto qualcosa di bello, per me questo è una grandissima soddisfazione».

 

Andrea Ranocchia, foto by Facebook

 

C’è poi Andrea Ranocchia, partito dalle giovanili del Bastia e del Perugia e arrivato a essere per alcuni anni capitano dell’Inter e poi uomo spogliatoio, vincere trofei e vestire la maglia azzurra. Dopo 11 stagioni, 226 partite e 14 gol si toglie la maglia nerazzurra. In un veloce scambio di battute di due anni fa ci aveva confessato che voleva sicuramente tornare a vivere in Umbria una volta lasciata la squadra milanese e: «Se un giorno andrò via dall’Inter mi piacerebbe finire la carriera a Perugia, ma non so quanto sia fattibile. Vedremo!». Non ci resta che aspettare il calciomercato! Ranocchia salutato dai tifosi di San Siro con lo striscione: Andrea Ranocchia orgoglio della Nord, ha ringraziato tutti: «Ringrazio i tifosi, chi mi è stato vicino, i miei compagni, la mia famiglia, i miei figli. Personalmente sono contento e appagato di tutto quello che ho fatto e che ho dato. Quando sono arrivato all’Inter ero un ragazzo giovane con tante ambizioni, speranze e voglia di divertirsi. Ora sono diventato un po’ più vecchio, ma la voglia di divertirsi c’è ancora. Adesso mi riposerò un po’ e poi penseremo al futuro».

Dopo l’annuncio del grande ritorno sulle scene e con le relative date 2022 (10-12 giugno), per il Chroma Festival è ora il tempo di rendere noto il primo super ospite.

Sarà infatti Ketama126 l’artista protagonista della serata di sabato 11 giugno e che infiammerà il palco allestito nell’Area verde di Borgo Primo Maggio a Bastia Umbra.

Il primo nome per la tre giorni di musica ricchissima di ospiti e attrazioni (tutto a ingresso gratuito) è quindi quello del rapper e producer romano, classe 1992, che si è imposto nella nuova scena rap, prima della capitale e poi di quella nazionale, per la propria scrittura incisiva e senza filtri, riuscendo a offrire uno spaccato lucido di vita vissuta in ogni suo pezzo.

 

 

Prossimamente saranno annunciati anche gli altri artisti che si esibiranno al festival, insieme alla presenza di una miriade di band, DJs e collettivi artistici dell’Umbria. L’evento, giunto alla sua quarta edizione, è ideato e organizzato interamente dai membri dell’Associazione Culturale Chroma, composta da oltre 30 giovani attivi costantemente tutto l’anno. Mission del Chroma Festival è quella di una progettazione culturale che ha come obiettivo il rilancio di pratiche aggregative basate sulla fruizione di performance artistiche, dando risposte concrete a esigenze collettive e intergenerazionali.

 


Il link all’evento ufficiale Facebook: https://fb.me/e/1tZ6A2COD

Info e contatti

www.instagram.com/chromafestival_

www.facebook.com/ChromaFestival

info@chromafestival.it

Uno degli edifici sacri più antichi di Bastia Umbra – e anche uno dei più cari ai bastioli – è la minuscola chiesa di San Rocco, che sorge nel punto dove si incrociano via Veneto e via Roma, due importanti arterie della cittadina.

 

Chiesa di San Rocco

 

La chiesa fu edificata nel XVII secolo per volontà del popolo bastiolo grato al Santo[1] per aver preservato Bastia dall’epidemia della peste che aveva invece colpito duramente i paesi limitrofi. Fu innalzata probabilmente in vista del Giubileo presso Porta Romana da dove partiva la strada che univa Bastia alla Porziuncola.
Gravemente danneggiata dal terremoto del 1832, fu riaperta al pubblico dopo lunghi lavori di restauro, nel 1856. Nel 1924, in seguito alla demolizione di Porta Romana, la lapide con l’iscrizione commemorativa della sua costruzione venne trasferita sulla facciata della chiesa, dove attualmente si trova: «IMMINENTE CONTAGIO ADORNA / TUM PRAESIDIUMQUE ROMANAE / INSULAE PORTAM HANC DIVI / PETRINA VIGILA(m) REGENTE / URBANO Vili P.O.M. / ANGELUS PERLA I UD. P(rae)TOR / PRIORE(sqm) BASTINE CONSTRU / ENDAM CURA VERE A. D. 1633».
Nel 1925 ci fu un altro restauro che arricchì la chiesa di un nuovo apparato decorativo realizzato dal pittore Elpidio Petrignani (1878-1964). Entrata in disuso in seguito alla costruzione della nuova chiesa parrocchiale di S. Michele Arcangelo (1962), rischiò fra gli anni Settanta-Ottanta la demolizione, a cui si oppose un comitato cittadino che si adoperò per un ampio restauro sia strutturale sia pittorico, che portò alla riapertura al pubblico il 15 settembre 1991. La chiesa è sede religiosa della Confraternita di San Rocco (istituita nel 1604) e dell’omonimo rione che ha come stemma proprio la sua facciata.

 

Madonna con Gesù Bambino fra San Sebastiano e San Rocco

Madonna con Gesù Bambino fra San Sebastiano e San Rocco, foto di Enrico Mezzasoma

Uno scrigno da scoprire

All’interno è conservata una pregevole statua lignea raffigurante il Santo realizzata dal Maestro di Magione[2], uno dei migliori intagliatori dell’Italia Centrale della prima metà del Cinquecento. Nella scultura San Rocco è raffigurato con la fronte sporgente, il naso affilato, capelli ondulati che lasciano cadere boccoli ai lati del volto e restituisce l’immagine di un uomo forte e atletico intento nel suo pellegrinaggio. Nel 2002 la statua fu esposta in una mostra nazionale a Pergola dedicata alla scultura e all’arredo ligneo fra Marche e Umbria, organizzata dalla Soprintendenza ai Beni artistici e storici di Urbino. Nella chiesa è conservato anche il gonfalone processionale realizzato da Dono Doni e raffigurante la Madonna con Gesù Bambino fra San Sebastiano e San Rocco e il gonfalone processionale con la Madonna della Misericordia fra Sant’Antinio Abate e Sant’Antonio da Padova realizzato da Bernardino di Mariotto.
Ogni anno, il 16 agosto, a Bastia si svolge la festa dedicata al Santo che vede l’esposizione della statua lignea all’interno della chiesa parrocchiale e la processione che riaccompagna la statua nella chiesetta. In occasione della festa di San Rocco, durante le celebrazioni religiose di tutta la parrocchia, viene distribuito il pane di San Rocco[3], il pane salvifico simbolo di guarigione e speranza.
Speriamo che questa storia sia di buon auspicio, e invitiamo tutti, dopo che questo difficile periodo sarà finito, a fare una visita alla piccola Chiesa di San Rocco: per i credenti sarà una nuova occasione per ringraziare il Santo, per gli altri l’opportunità per visitare una cittadina umbra che avrà bisogno, come le altre, di tutto il nostro sostegno.

 


[1] San Rocco, medico nato a Montpellier nel 1295, aiutò gli appestati che incontrò nel suo cammino durante un pellegrinaggio a Roma. La tradizione vuole che in punto di morte chiese a Dio il potere di guarire dalla peste tutti coloro che colpiti dal terribile morbo, lo avessero invocato. Dio esaudì la sua richiesta e fu così che san Rocco divenne il protettore degli appestati, oltre che di emarginati, ammalati, viandanti e pellegrini, operatori sanitari, farmacisti…
[2] Romano Alberti, detto Nero Alberti da Sansepolcro, conosciuto precedentemente come Maestro di Magione (Sansepolcro, 15021568), è stato un intagliatore italiano attivo nell’Italia centrale.
[3] La leggenda narra che anche San Rocco si ammalò di peste e rifugiatosi in un capanno, riuscì a sopravvivere grazie all’aiuto di un cane che gli portò ogni giorno un tozzo di pane. Per questo il santo è anche il patrono dei cani.


Bibliografia:

http://www.luoghidelsilenzio.it
https://www.lavoce.it
http://www.valcenoweb.it

Un’atmosfera unica che fa bene al cuore e allo spirito: questo si respira a Bastia Umbra, dal 19 al 29 settembre, con la cinquantasettesima edizione del Palio de San Michele. Quattro rioni e un’intera cittadina pronti a gareggiare e a festeggiare il Santo Patrono. Chi vincerà quest’anno? Che la sfida abbia inizio!

Foto Ente Palio by FAPFOTO

 

Specifichiamo bene: il Palio de San Michele non è una rievocazione storica, ma un evento aggregativo e di coesione sociale. Con questo spirito, volto a unificare la cittadina di Bastia Umbra, don Luigi Toppetti, con alcuni giovani dell’epoca, lo creò nel 1962. Questa tradizione resiste ancora oggi, rendendolo uno dei pali più longevi e particolari dell’Umbria.
Dieci giorni di sfide tra i quattro rioni – Moncioveta, Portella, San Rocco e Sant’Angelo – e un anno di collaborazioni per organizzare eventi e attività in tutto il territorio bastiolo, dalle scuole agli enti benefici.

 

Federica Moretti, foto by FAPFOTO

Cuore, cultura e comunità sono le tre C che identificano la manifestazione, almeno secondo Federica Moretti, neopresidente dell’Ente Palio: «Sono stata nominata presidente lo scorso anno e ho voluto introdurre delle piccole novità: ho reinserito lo spettacolo di apertura – affidato, quest’anno, alla compagnia teatrale Accademia Creativa: andrà in scena questa sera e sarà ispirato a La Tempesta di Shakespeare – e ho puntato sul ritorno del Rion Mini Sport. È fondamentale il coinvolgimento dei più piccoli, perché saranno il futuro di questa festa. Un’altra novità dell’edizione 2019 è la mostra Visioni artistiche per raccontare il Palio: abbiamo coinvolto 27 artisti umbri che hanno realizzato opere ispirate proprio alla nostra manifestazione».

Un’atmosfera unica

Nei giorni del Palio, l’aria che si respira a Bastia è ottima: fa bene al cuore, ai polmoni e alla testa. Le taverne sono un luogo di ritrovo per gli amici dove bere e mangiare, ma soprattutto dove sostenere l’attaccamento alla maglia. Il rione di appartenenza si sceglie quando si viene al mondo; il colore è dalla nascita, è una simbiosi viscerale che resta per sempre: si può anche cambiar quartiere, ma se nasci a Sant’Angelo non potrai mai tifare San Rocco, Portella o Moncioveta. Ovviamente, stesso discorso vale per gli altri.
«Quella del Palio è un’aria che va respirata a pieni polmoni. Il Palio è Bastia. Il Palio è aggregazione. Tutti si dedicano a questo evento in maniera volontaria e vi lavorano l’intero l’anno. Il 20 agosto abbiamo aperto i cantieri per la realizzazione dei carri e per coreografare i balletti e la sfilata. Quest’ultima è sicuramente una nostra peculiarità: ogni rione decide liberamente il tema da portare in scena. Devo dire che si sono raggiunti livelli altissimi di scenografia e recitazione: dei veri quadri viventi che passano per le vie di Bastia» prosegue la presidente.
Quest’anno il rione Sant’Angelo realizzerà lo spettacolo dal titolo Somni Memor, il rione San Rocco presenterà invece Soltanto Uno, Portella si cimenterà su La grande fabbrica delle parole, mentre il rione Moncioveta porterà in scena Thestral M15. Di più non si può svelare!

 

La sfilata, foto by FAPFOTO

Tutti coinvolti… nessuno escluso

Tutto iniziò, come detto, cinquantasette anni fa con la sola lizza: una staffetta disputata da quattro atleti per ciascun rione; si sono aggiunti poi i giochi – corsa con i sacchi, tiro alla fune, albero della Cuccagna e un gioco di moderna invenzione – e le sfilate, delle vere e proprie rappresentazioni teatrali che trovano il loro apice davanti alla chiesa del patrono San Michele Arcangelo.

 

Una delle gare dei giochi, foto by FAPFOTO

 

«La nostra è una sana competizione che dura dieci giorni, ma durante il resto dell’anno i quattro rioni, seguiti dall’Ente Palio, lavorano insieme e si adoperano per portare avanti le attività nel territorio e nelle scuole di Bastia. Tutti sono coinvolti e se entri nel meccanismo e nell’atmosfera del Palio non ne esci più, è facile trovare un’attività che possa esaltare le tue doti e i tuoi interessi: sport, cucina, recitazione e allestimenti. Ce n’è per tutti! Anche i nuovi bastioli vengono facilmente risucchiati dall’entusiasmo e partecipano attivamente. È un’atmosfera contagiosa.» conclude Federica Moretti.
Direi che vale la pena fare un giro al Palio de San Michele a Bastia Umbra, assistere alle gare, sbalordirsi per le sfilate e gustare la cucina nelle taverne – unica entrata economica dell’evento. Se poi proprio non potete, incollatevi davanti alla diretta streaming… insomma, non viverlo è impossibile!

 

I rioni, foto by FAPFOTO

 


Per saperne di più, ecco la storia del Palio de San Michele

Il programma

«Mi ricordò la mia povera Anita che era anch’essa si calma in mezzo al fuoco». Con queste parole attribuite a Giuseppe Garibaldi, con una frase a lei dedicata dal poeta Giosuè Carducci[1] e un’iscrizione del professor Isidoro Del Lungo[2] il monumento al centro di Bastia Umbria così la commemora[3].

Colomba Antonietti

Pochissime sono le notizie riguardanti la vita di Colomba Antonietti e forse non esistono immagini del suo vero aspetto, se si eccettua forse quella pubblicata da Giustiniano degli Azzi Vitelleschi a corredo della voce a lei dedicata nel Dizionario del Risorgimento Nazionale, di cui però si ignora la provenienza e che pecca in verosimiglianza nell’assoluta mancanza della matassa di riccioli neri che le contornavano il viso[4]. Del suo aspetto esistono almeno due descrizioni di prima mano: quella del nipote – nonché suo primo biografo, Claudio Sforza – e quella della sorella Gertrude. Doveva essere se non bella certamente molto affascinante. Di lei la sorella dice: «Era snella, alta di persona, aveva il profilo greco, la fronte alta e spaziosa, gli occhi e i capelli, ricci, nerissimi». Parole che corrispondono alla descrizione che ne fa il nipote: «Aveva il naso aquilino, bocca piuttosto larga con denti bianchi e regolari, occhi e capelli nerissimi e questi ultimi tanto ricciuti, che, ribelli a qualunque acconciatura, le rimanevano in grazioso disordine in testa»[5].

La vita per l'Italia

Colomba Antonietti era nata a Bastia Umbra da Michele e Diana Trabalza, ancora bambina si trasferì a Foligno dove il padre aveva ottenuto la privativa per il forno situato sotto al Palazzo comunale. Insieme alle numerose sorelle e ai fratelli Feliciano e Luigi nella casa contigua al forno ricevette l’educazione «civile e religiosa propria dei tempi e della sua condizione»[6] e un giorno proprio a Foligno dove era di stanza la guarnigione pontificia conobbe l’uomo al quale legare il suo destino: il conte Luigi Porzi di Imola che lì come ufficiale prestava servizio[7]. «I due giovani si dissero con gli occhi il nascente affetto, che si cangiò ben presto in passione ardente e dominante. Colomba non aveva amato mai, l’amore dunque pel Porzi germogliò nel suo vergine cuore qual pianta rigogliosa in fertile terreno e, come questa ne assorbe ogni succo vitale, così quello si impossessò d’ogni facoltà della fanciulla e divenne lo scopo supremo della sua vita»[8].
Data la differenza di ceto sociale fu fin dall’inizio una storia contrastata e difficile che vide opporsi all’unione entrambe le famiglie: Luigi Porzi venne trasferito a Senigallia e Colomba rinchiusa in casa dal padre. Ma questo non servì a far spegnere il loro amore, che si espresse in un fitto colloquio epistolare finché, di nascosto, si sposarono all’una di notte del 13 dicembre del 1846 nella Chiesa della Misericordia di Foligno con l’assenza di tutti i parenti a eccezione del fratello di lei, Feliciano. Una carrozza aspettava gli sposi fuori dalla chiesa per condurli immediatamente a Bologna, dove risiedeva la madre del Porzi. Ma il matrimonio era stato celebrato senza la prescritta autorizzazione governativa dello Stato Pontificio per cui lo sposo viene richiamato a Roma e condannato a tre mesi di arresti da scontarsi a Castel Sant’Angelo e ad avere lo stipendio dimezzato[9].

 

Monumento dedicato a Colomba Antonietti

 

Per speciale concessione del comandante della prigione, il conte Cenci Bolognetti, Colomba riuscì a far visita all’amato ogni giorno. Vivere a Roma consente inoltre a Colomba, durante quei tre mesi, di conoscere una città dove fervevano grandi speranze e con grande probabilità il cugino di Colomba, Luigi Masi, introdusse lei e il marito negli ambienti patriottici. Non sappiamo con certezza dove militò, uscito dal carcere, Luigi Porzi, se nelle reparti regolari o nella divisione di volontari, ma sappiamo – e lo dice lui stesso in una lettera – che Colomba fu sempre al suo fianco: «mi seguì tutta la campagna del ’48, vestita da ufficiale con un mio uniforme cortandosi i capelli, e companiando suo marito; sempre mi diceva che desiderava vedere libera la cara e bella Italia»[10]. E mentre Colomba era intenta nel chiudere una breccia aperta dalle armate francesi di Oudinot sui bastioni di Porta San Pancrazio, fu colpita al fianco destro e spirò tra le braccia del marito gridando Viva Italia. Era il 13 giugno 1949.

 

Girolamo Induno, morte di Colomba Antonietti

 


[1] La frase del Carducci recita “Non ricordate Colomba Antonietti sposa ventenne travolta morta dalle palle francesi, a piè delle mura di S. Pancrazio, mentre porgeva l’arme carica al marito?”.

[2] “Colomba Antonietti contessa Porzi eroina della crociata italiana per l’indipendenza e la libertà della patria il 13 giugno 1849 sulle mura di Roma combattendo accanto al marito esalava la pia forte anima nel grido Viva l’Italia che la sua Bastia vuole qui sotto l’effigie di lei in memoria degna perpetuato”.

[3] Il monumento attuale rielaborato ed arricchito dai quattro pannelli bronzei che ne raccontano la vita realizzati dallo scultore Artemio Giovagnoni venne inaugurato nel 1964 nei giardinetti antistanti il Municipio. Del precedente monumento conserva però il mezzobusto che lo scultore Vincenzo Rosignoli esemplificò nei primissimi anni del Novecento sui ricordi dei congiunti ancora in vita e sulla nipote Michelina che a detta di tutti era la più somigliante alla defunta zia.

[4] Per l’iconografia relativa a Colomba Antonietti si rinvia a F. Guarino, Iconografia di Colomba Antonietti: 1826-1849, in «Subasio», a. XIX, n. 3 (1 set. 2011), pp. 13-19.

[5] Le due descrizioni sono riportate da C. Minciotti Tsoukas, Colomba Antonietti. Un’esperienza di vita tra mito e realtà, Bastia Umbra, Comune di Bastia Umbra, 1990, p. 9.

[6] C. Bordoni, Una martire del 1849. Colomba Antonietti. Unicamente per la verità, Foligno, [s.n.], 1910, p. 6.

[7] In realtà Luigi Porzi era nato ad Ancona nel 1822, ma da un’antica e nobile famiglia di Imola.

[8] C. Sforza, Ricordi della vita di Colomba Antonietti, Bologna, Nicola Zanichelli, 1899, p. 3 testo riportato integralmente da C. Minciotti Tsoukas, cit., p. 10.

[9] Lo stipendio gli verrà poi reintegrato grazie all’intercessione di uno zio.

[10] Lettera di Luigi Porzi a Claudio Sforza del 15 ottobre 1866. Il linguaggio in un italiano non perfetto si deve al suo lungo soggiorno in Brasile dove egli morì nel 1900 senza alcuna donna al suo fianco: l’amore per Colomba non poteva essere sostituito.

È ufficialmente in vendita il quarto numero della rivista da collezione AboutUmbria Collection, dedicata all’Umbria in giallo.

rivista eccellenze umbre

AboutUmbria celebra così gli aspetti meno conosciuti di una regione solitamente identificata col colore verde. Come illustrato dal professor Manuel Vaquero Piñeiro durante la presentazione di domenica 14 aprile all’Auditorium Sant’Angelo di Bastia Umbria, è difficile identificare l’Umbria con il giallo perché questo è un colore estremamente effimero. È il colore dei campi di grano che a giugno indorano i crinali collinari, o il giallo della tradizionale Torta di Pasqua che arricchisce le tavole durante la festività e che viaggia, avvolta in canovacci di lino, di famiglia in famiglia come dono benaugurale.

 

È il giallo dei bagliori dorati che si sprigionano dai magnifici mosaici del Duomo di Orvieto, visibili in particolar modo quando il sole infuoca l’orizzonte al tramonto, o ancora quella che ammicca dalle corone calcate sugli occhi degli arcigni grifi medievali, custoditi nelle stanze asettiche degli archivi e trattati letteralmente con guanti di velluto. È il giallo delle calde sfumature di un’antica varietà di pera che si raccoglie tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, ma anche il rassicurante giallo della pasta, che ricorda i fasti di un passato industriale non troppo remoto.
Infine, è il colore dell’oro con cui i Maestri del Quattrocento illuminavano le proprie opere, ma anche degli smalti derutesi o del fatuo canneto lacustre che canta nel vento.
Un colore transitorio e cangiante, simbolo al contempo di un’apertura verso il futuro e di antichi lustri. Un colore che tinge la nostra regione di un’altra incredibile sfumatura, di cui siamo pronti a raccontarvi le peculiarità.

 

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AboutUmbria Collection si veste di giallo e sembra dedicarlo ai colori di San Michele Arcangelo patrono di Bastia Umbra, il cui auditorium è pronto a ospitare quella che è ormai la quarta uscita di questo magazine dedicato all’Umbria delle eccellenze.

Protagonista dell’incontro sarà AboutUmbria Collection Yellow, un numero da collezione che si aggiunge agli altri tre, dedicati rispettivamente al blu, al rosso e al nero che già hanno tentato di sfatare la visione diffusa di Umbria come cuore verde d’Italia.

È infatti impossibile non prendere in considerazione la luce dorata che si sprigiona dai magnifici mosaici duomo di Orvieto, o quella che ammicca dalle corone calcate sugli occhi degli arcigni grifi medievali. Come non è possibile ignorare le calde sfumature delle pere locali, dei campi di grano o della vellutata torta pasquale, che in questi giorni molti si apprestano a preparare seguendo antichi rituali. Ma forse non è immediato associare l’Umbria al giallo rassicurante della pasta, che ricorda un passato industriale nemmeno troppo remoto capace di sopravvivere tuttora, seppure in forme concettualmente diverse; o, ancora, agli ori con cui i Maestri del Quattrocento illuminavano le proprie opere, agli smalti derutesi o al fatuo canneto lacustre che canta nel vento.

Organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Bastia Umbra, l’evento vedrà alternarsi le voci di Sonia Bagnetti, presidente dell’Associazione AboutUmbria, di Isabella Dalla Ragione, presidente della Fondazione Archeologia Arborea, della storica dell’arte Antonella Pesola e di Manuel Vaquero Piñeiro, professore associato del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia.

Non mancheranno gli interventi dei rappresentanti di alcune aziende d’eccellenza del territorio regionale. Concluderà l’incontro un momento conviviale gentilmente offerto dalle aziende Voglia di Pasta e Terre Margaritelli.

Appuntamento domenica 14 aprile 2019 all’Auditorium Sant’Angelo di Bastia Umbra, ore 18.00

«Sono un intrattenitore che propone musica da ballo, non mi piace essere legato a un solo genere. Amo l’Umbria per la sua cultura e per aver mantenuto le sue peculiarità».

Mando un messaggio a dj Ralf per fissare l’intervista con un po’ di soggezione. Raramente mi capita, ma stiamo parlando di Ralf, le volte che l’ho visto da ragazzina (da lontano e al buio) si ergeva dietro alla consolle come una specie di divinità intoccabile della musica. Al mio messaggio risponde subito: «Mi può chiamare anche ora, se vuole». Non me lo faccio ripetere.

«Sono appena tornato dalle terme», inizia così la nostra chiacchierata, in cui ho scoperto un Ralf – o meglio un Antonio o Antonello Ferrari – inaspettato e legatissimo all’Umbria. Nato a Bastia Umbra e cresciuto a Sant’Egidio, dj Ralf non ha bisogno di presentazioni, ha fatto ballare – e lo fa ancora – milioni di persone in tutto il mondo, una vera icona del night clubbing dal 1987.

Dj Ralf

La prima domanda è di rito: qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame molto forte, infatti, pur non essendo una regione molto servita dalle vie di comunicazione – autostrade, treni e aeroporto – e viaggiando molto per lavoro, sono rimasto sempre qui. Oggi vivo vicino al lago Trasimeno, non ho mai pensato di cambiare, nemmeno quando per lavoro sarebbe stato più utile vivere in una metropoli dove c’erano più opportunità. Perugia e l’Umbria sono dei luoghi molto vivaci dal punto di vista culturale e musicale, quindi oltre l’amore che ho per la mia terra, c’è un vero e proprio piacere nel vivere in un luogo con una forte presenza di espressioni artistiche.     

Perché si chiama Ralf?

Deriva dal cartone animato Sam Sheepdog e Ralph Wolf che vedevo sempre con la mia amica Laura. Avrò fatto la prima media: assomigliavo al cane Sam, avevo i capelli lunghi davanti agli occhi proprio come lui. Questo cane salutava il lupo dicendogli: «Ciao Ralph!». Ero molto appassionato di questo cartoon e tutti hanno iniziato a chiamarmi così. Sono diventato Ralf prima di essere dj Ralf.

Come mai ha deciso di utilizzare questo nome anche nella sua professione?

Non è che ho proprio deciso: ho iniziato a suonare e tutti mi conoscevano già come Ralf. Questo soprannome mi ha portato fortuna ed è oramai diventato un nome. Mia moglie – ci siamo spostati lo scorso anno dopo oltre 30 anni di fidanzamento – mi ha sempre chiamato Ralf, ma se tornassi indietro mi farei chiamare con il mio nome vero: Antonio Ferrari. 

Quanto c’è di Antonio in Ralf?

Molto, non è un alter ego. Anche se ho spesso pensato di fare delle cose con degli alias, poi alla fine non l’ho mai fatto, ma chissà… sono ancora giovane! Antonio è un bel nome, ma l’ultima persona che mi ha chiamato così è stata la mia maestra delle elementari, perché tutti mi hanno sempre chiamato Antonello. Avevo uno zio prete e visto che Antonello non aveva il santo, mi hanno segnato all’anagrafe come Antonio, anche se poi la mia famiglia mi ha sempre chiamato Antonello. Successivamente, alla prima media sono diventato Ralf.

Ha tanti nomi e tante personalità?

Ho tanti nomi, ma sono sempre uno, anche se ognuno di noi ha diverse personalità al suo interno.      

Dalla sua consolle come ha visto cambiare l’Umbria in questi anni? Intendo sia a livello social, sia musicale.

Ci sono stati cambiamenti nella stessa misura in cui ci sono stati da altre parti. Ad esempio, per quanto riguarda la musica, l’Umbria ha delle manifestazioni storiche che sono diventate patrimonio italiano e non solo. Parlo di Umbria Jazz, del Festival dei Due Mondi di Spoleto, del Festival della musica di Todi, del Festival delle Nazioni a Città di Castello e, da ultimo, di UniversoAssisi. Tutte realtà molto interessanti, senza dimenticare la musica classica resa viva dagli Amici della Musica di Perugia. L’Umbria ha delle eccellenze dal punto di vista musicale e culturale, è una regione veramente ricca. Anche dal punto di vista religioso offre tantissimo, persino per un non credente come me: ci sono luoghi d’incontro, di scambio sociale e culturale che vanno al di là della religione stessa.

C’è qualcosa che manca all’Umbria rispetto ad altre realtà? 

La prima cosa che mi viene in mente è quello che ho detto all’inizio, cioè delle infrastrutture inadeguate. Questo però è anche il suo fascino: chi vuole venire in Umbria deve volerlo veramente, non ci passa certo per sbaglio. La regione ha un turismo più di nicchia, ma non per questo è meno bella di altre regioni. Sicuramente non è meno bella della Toscana: i nostri borghi hanno mantenuto la loro tipicità e il loro carattere. Da noi c’è un tipo di turismo più particolare, che a me piace molto: tutto questo mi fa amare l’Umbria ancora di più. 

Ha mai pensato di rifare un concerto a Perugia come quello che ha fatto anni fa a Umbria Jazz?

Eccome, ci penso continuamente. Lo rifarei volentieri, ma non dipende solo da me, qualcuno me lo deve chiedere. Sono molto vivace e ben disposto a realizzare questi eventi, ma perché ciò accada ci deve essere una collaborazione tra più parti. Questi eventi mi piacciono perché ho modo di muovermi in territori musicali diversi rispetto al genere che mi contraddistingue, anche se – devo dire – non ho mai avuto una direzione musicale precisa: sono un intrattenitore che propone musica da ballo, non mi piace essere legato a un solo genere.

In questi anni è cambiato il suo pubblico?

Sì e no. Il rituale che organizziamo e al quale assistiamo e partecipiamo, nel corso degli anni, non è cambiato molto. È cambiata la musica, ma il senso di andare a ballare è rimasto inalterato. Può essere mutato il modo, ma non è detto che non torni di moda: la gente ama ballare e questo non cambierà mai. Ognuno predilige una certa ritmica e un certo stile di musica e ogni musica ha una sua dignità.     

Quando deciderà di spegnere definitivamente la consolle?

Non ci ho mai pensato. I lavori artistici non finiscono mai, continuano finché uno ha voglia e finché si ottengono risultati: io ho ancora entrambi. Ovviamente negli anni le cose cambiano, ma ciò che faccio, lo faccio come se fosse il primo giorno. 

Confessi al pubblico qualcosa che non sa di lei.

In alcune cose sono molto compulsivo, tipo il cibo. – un aspetto che dovrei risolvere in qualche modo (ride). Mi piace mangiare, anche guardandomi si capisce.

Qual è il piatto del quale non può fare a meno?

La bruschetta. È un piatto legato all’infanzia: pane e olio, con pane bruscato o meno. Quando ho fame, però, ho voglia di pastasciutta.  

Ho letto che usa fare dei gesti scaramantici prima delle esibizioni: sono sempre gli stessi o li ha cambiati?

Sono sempre gli stessi da anni. In consolle la valigia dei dischi nuovi va a sinistra, mentre quella dei dischi più vecchi a destra: questo è un rituale che non ho mai cambiato nella mia vita. Poi, se mi cade la cuffia, la batto tre volte sul mix. Infine, senza la mia pila mi sento perso: anche se c’è luce a sufficienza, io devo avere la mia pila per cercare le cose e i dischi.

Immancabile anche la maglietta nera…

Sì. Ogni tanto provo a uscire da questa routine e metto magliette con delle scritte, ma non resisto più di un’ora. In verità, uso magliette nere perché mi fanno sembrare più magro, se avessi un’altra corporatura metterei magliette anche colorate (scherza).      

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Verticale, ombrosa, leale.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Il torcolo.

«Attraverso il corpo si possono esprimere molte più emozioni che con le parole».

Nicola (19 anni) e Daniele (16 anni) Zampa sono due fratelli di Bastia Umbra – entrambi ballerini presso la scuola Asso di Cuori – che con le rispettive compagne Lucrezia Bacchi (20 anni) e Aurora Alunni Bistocchi (16 anni) danzano sulle piste da ballo, cercano di trasmettere a tutti la loro passione. Una passione che, nonostante di tanti sacrifici e le tante ore di allenamento – quattro giorni a settimana per tre ore al giorno – resiste da tempo, da quando erano bambini.

 

Daniele e Aurora

I primi passi da piccoli

«Ho iniziato a ballare quando ero in prima elementare: stavo sempre con un mio amico che già praticava ballo: per stare con lui e per fare del movimento ho iniziato anche io. Mi è piaciuto subito e da qual momento non ho più smesso», racconta Nicola.
Per Lucrezia invece tutto è cominciato quando aveva 10 anni, grazie alla mamma. «Io volevo fare tutt’altro, ad esempio nuoto, poi una sera sono andata – così per curiosità – in una scuola di ballo, c’era un ballerino libero e da quel momento tutto e iniziato. L’incontro con Nicola è avvenuto dopo: non avevo più un partner da qauttro mesi, allora sono venuta a Bastia alla scuola Asso di Cuori. Neanche lui aveva una compagna, così si è formata la nostra coppia».
Una coppia che si basa sulla fiducia reciproca: «Fondamentale è instaurare anche un rapporto fuori dalla pista da ballo. Per avere feeling ci vuole tempo, ma è importante conoscersi bene» prosegue Lucrezia.
La coppia Nicola e Lucrezia ha partecipato la scorsa primavera ai campionati mondiali di Danza Sportiva a Mosca categoria Under 21. I due ragazzi sono statati scelti – insieme ad altri dieci atleti – dalla Federazione italiana Danza Sportiva per rappresentare l’Italia, dopo essere arrivati secondi nella Combinata 10 danze under 21 ai Campionati Italiani.
Anche Daniele e Aurora – nonostante la giovane età – hanno vinto il Campionato Italiano junior, che gli ha consentito di partecipare al Mondiale in Romania classificandosi sedicesimi, mentre con la vittoria del Campionato Italiano combinata 10 danze hanno rappresentato l’Italia al Mondiale in Moldavia, piazzandosi al quattordicesimo posto.

 

Nicola e Lucrezia

Sulle orme del fratello

Daniele ha seguito le orme del fratello e a 5 anni ha mosso i primi passi di danza: «Cercavo uno sport da praticare e mio fratello aveva da poco iniziato questa disciplina: ho provato, mi è piaciuto, ero bravo, e così ho continuato. Inizialmente ballavo con mia cugina, poi per questione di altezza ci siamo scoppiati, così ho incontrato Aurora; anche lei in quel momento non aveva un ballerino: tra noi c’è stato subito feeling. Questo è fondamentale, alla base del rapporto ci deve essere fiducia, bisogna capirsi al volo, anche solo con uno sguardo: in pista con una semplice occhiata occorre trasmettere al partner quello che si vuol fare. Tutto questo è possibile grazie a un rapporto molto stretto tra noi». La storia da ballerina di Aurora è iniziata invece con la danza classica, quando aveva 4 anni. «Avevo una scuola vicino casa, dopo la danza classica ho scoperto le danze standard e così mi sono appassionata».

 

Daniele e Aurora

Emozioni in pista

Quello che i quattro ballerini tengono a precisare è la grande passione che mettono in questo sport, che unisce eleganza, ritmo, concentrazione e voglia di divertirsi. «Quando sei in gara non pensi più a nulla, quel che è fatto è fatto: vuoi solo divertirti. Quando parte la musica provi solo tante emozioni e pensi solamente a ballare, cerchi di trasmettere tutto ciò che hai dentro. Il ballo è qualcosa di veramente passionale, attraverso il corpo si possono esprime molte più cose che con le parole», spiega Nicola. Della stessa opinione è la sua ballerina Lucrezia: «Quando ballo non penso a niente, cerco solo di esprimere e di trasmettere quello che provo in quel momento. Ai passi non penso, dopo tante prove vengono in automatico».
Anche per Aurora l’esprimere emozioni è fondamentale: «Quando entri in pista devi mettercela tutta e devi dare il meglio di te. Io cerco sempre di trasmettere – a chi mi sta guardando – quello che provo: che sia felicità, rabbia e soprattutto passione. Quest’ultima è il motore che ci dà la spinta a fare i tanti sacrifici che facciamo».
Per ora tra i due fratelli non c’è competizione, come specifica Nicola: «Ancora non abbiamo mai gareggiato contro per una questione anagrafica, ma quando lo faremo, non si faranno sconti. In pista non si guarda in faccia a nessuno».
E quindi non resta che aspettare il derby di casa Zampa!

 

Nicola e Lucrezia

«Vivere è sognare… date corpo ai vostri sogni»

Questa è la filosofia di vita di Marco Lucacci, 48 anni, di Bastia Umbra, personal trainer e proprietario della palestra Vitamin’s, ma sopratutto bodybuilder, vincitore del titolo di Mr. Italia Body Building nel 2002 e dei Giochi del Mediterraneo nel 2005 e 2006. Una vita dedicata alla cura del corpo, facendo sacrifici e rinunce, ma sempre con un obiettivo ben preciso: migliorare la salute fisica e mentale. «Quando si sta bene con il proprio corpo, si sta bene anche con gli altri». Con lui, oltre che parlare dell’Umbria, abbiamo parlato di forma fisica e super muscoli: non poteva essere altrimenti!

 

sport

Marco Lucacci, foto di Massimo Marini

Come prima cosa: qual è il suo legame con l’Umbria?

Vivo a Bastia Umbra e sono da sempre molto attaccato alla mia terra.

Ho letto che il suo sogno era quello di diventare bodybuilder e nel 2002 ha vinto il titolo Mr. Italia Body Building: ha realizzato quindi il suo sogno?

Tutto quello che sognavo da ragazzino l’ho realizzato. Sono entrato in palestra per la prima volta a 16 anni dopo un infortunio al ginocchio mentre giocavo a calcio. Da quel momento non ne sono più uscito. Ho smesso con il calcio e mi sono dedicato al mio corpo: il culturismo è diventato la mia passione. Con il tempo ho trasformato questa passione in un lavoro. Posso dire che tutti i miei sacrifici sono stati ripagati.

A proposito di sacrifici: cosa ha rinunciato per arrivare a questo traguardo?

In primis al cibo: ovviamente chi pratica questa disciplina – perché il culturismo è una disciplina e non uno sport – non può mangiare tutto. Poi ho rinunciato al tempo libero e agli stravizi da ragazzo. Poca vita notturna, perché altrimenti non si ha la forza per gli allenamenti la mattina dopo.

Non ha mai pensato di aver esagerato nello sviluppare i suoi muscoli?

Non mi è mai passato per la testa, anche se so che è difficile dire basta, soprattutto se pratichi il culturismo a livello agonistico. Cerchi sempre di progredire e migliorare il tuo corpo.

Non si corre il rischio che diventi un’ossessione?

Sì. Per questo è fondamentale conoscere i propri limiti. Ognuno di noi li ha, e per questo vanno rispettati. Sono loro che danno uno stop e ci evitano di spingerci sempre più avanti.

Ci dia qualche consiglio per mettersi in forma in vista dell’estate…

È inutile fare gli ipocriti, oggi l’estetica conta molto. E non lo dico io. Tutti vogliono guardarsi allo specchio e piacersi, come pure essere in forma in vista dell’estate, ma non lo si può fare ad aprile o a maggio. Ci deve essere un allenamento di 3-4 ore a settimana sempre, tutto l’anno. L’attività fisica non porta benessere solo al corpo, ma anche alla mente, ti fa stare bene con te stesso e di conseguenza con le altre persone. Lo stare bene con il proprio corpo è fondamentale nella vita, perché ti rende più bello e ti fa rapportare con gli altri nel migliore dei modi.

Il suo è un tipo di sport legato all’età?

Il culturismo è una disciplina senza una fine ben precisa. Puoi fare il bodybuilder anche a 60 anni. Si va in pensione quando si perdono le motivazioni, quando la cura del corpo, l’attività fisica e tutto questo mondo non interessano più, ma a quel punto non ci sono rimpianti. È una scelta precisa della persona.

Cosa accade al corpo quando si decide di abbandonare?

La visione popolare, errata, è che i miei 100 chili di muscoli diventino 100 chili di grasso. I muscoli non si trasformano in grasso, possono diminuire e da 100 si passa a 70, ma non si cambierà mai radicalmente stile di vita. Una persona abituata da oltre 30 anni alla vita sportiva, a mangiare determinate cose, non inizierà mai a ingozzarsi di dolci e schifezze e non smetterà di fare attività fisica.

L’Umbria nell’ambiente del culturismo che ruolo ha a livello nazionale?

In Umbria c’è poco, solo piccole realtà a livello agonistico.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Vivibile, la regione più bella d’Italia, chiusa di mentalità. Quest’ultima caratteristica non è detto che sia un difetto.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Famiglia.

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