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Narni e il matrimonio del Gattamelata

di Domenico Arcangeli

Narni è il grazioso borgo che ha dato i natali al condottiero Gattamelata, che all’età di quarant’anni e nel bel mezzo della sua professione nei campi di battaglia, desiderò tanto prendere moglie e metter su famiglia.

L’Umbria è stata una regione ricca di condottieri, basti ricordare Braccio da Montone, Ascanio della Corgna, Baldo degli Ubaldi, Boldrino da Panicale, Bartolino da Terni, Bartolomeo d’Alviano.

I condottieri erano delle vere e proprie guide carismatiche, capi illuminati e talvolta feroci. Spesso guidati da sete di potere o dall’amor di patria erano tutti dotati di una prepotente forza suggestiva abbracciata a innegabili capacità tattiche, strategiche e logistiche. I loro valori erano, inoltre, l’onestà, il coraggio, la forza e la fedeltà presso il proprio signore. Se chiudo gli occhi e provo a immaginare l’azione di un condottiero, altro non vedo che un campo di battaglia su cui spicca un uomo solo al comando padrone delle vite ai suoi ordini.

Erasmo Stefano da Narni, detto il Gattamelata

Erasmo da Narni detto il Gattamelata

Senza dubbio, uno dei condottieri e capitani di ventura umbri più famosi e più abili, fu Erasmo Stefano da Narni, detto il Gattamelata. Nato a Narni nel 1370 gli fu attribuito il nomignolo Gattamelata per «la dolcezza dei suoi modi insieme a grande astuzia e furberia», come ricorda il biografo narnese Giovanni Eroli, «e pel suo parlare accorto e mite dolce e soave». Si formò alla scuola di Braccio da Montone e durante la sua intensa carriera di uomo d’armi partecipò a numerose e importanti azioni che lo videro protagonista soprattutto in Lombardia e in Veneto. Rimasto infermo nel 1440, si ritirò a Padova dove morì il 16 gennaio 1443. Trentatré anni prima si era sposato con Giacoma da Leonessa.

Sentimenti contrastanti

Leggendo Erasmo Gattamelata da Narni – Suoi monumenti e sua famiglia del biografo Giovanni Eroli, possiamo immergerci nei sentimenti e nell’atmosfera che spinsero il nostro condottiero a prendere moglie. Interessante la descrizione della sua fidanzata, i costumi per le nozze e tutto quanto ruotò intorno al matrimonio.
Nel capitolo II del suddetto libro, Giovanni Eroli descrive la vita del guerriero: «…sempre agitata, tempestosa, piena di fatica, di disagi, di amarezze e dolori». Queste caratteristiche, associate alle vittorie e al guadagno economico, rallegrano e lusingano il condottiero, ma contemporaneamente hanno un risvolto negativo che così viene descritto: «…il continuo nutrirsi di odio e di sangue avvelena facilmente la contentezza dell’animo suo».
Così inizia a germogliare, nelle mente e nel cuore del Gattamelata, il bisogno di amare e di essere amato, la necessità di avere un rapporto autentico e profondo. In lui si fa strada sempre più forte il bisogno di ricevere attenzione, cura e gentilezza, più in generale amore.
Ha desiderio di sperimentare l’opposto della battaglia, del sangue, della morte, ha voglia di coinvolgersi nei sentimenti di pace, serenità e quiete. Scrive Eroli: «A niuno meglio che a lui conviensi una donna di cuor gentile, dilicato, sensibile, buono».

 

Monumento equestre a Padova in bronzo raffigurante il condottiero

Il matrimonio

Questo bisogno si concretizzò nel 1410, anno in cui il Gattamelata sposò Giacoma da Leonessa. Suggestiva la descrizione di quella comunanza di sentimenti che possiamo intendere come empatia, come capacità di comprendere i processi psichici dell’altro: «Aveva adescato una giovane avvenente ingegnosa, di gentile stirpe, fornita d’ogni bel costume, nomata Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori da Leonessa. […] ella aveva qué medesimi sentimenti di religione e di virtù, che governavano l’animo dell’amante, perciò piacque a costui quale compagna, la desiderò, la chiese e la ottenne facilmente. Stante la bellezza reciproca, l’indole e virtù conforme, tutti presagiron felice questo nodo; e lo fu in realtà, perché un amore intimo animò sempre e fiorì loro vita».
Il matrimonio fu celebrato in modo solenne, gli invitati, tutti di alto grado sociale, gareggiarono in magnificenze e lusso. Gli addobbi furono sfarzosi e i banchetti opulenti con tanto di paggi e menestrelli vari a far da cornice alla cerimonia. Giovanni Eroli descrive così anche la partecipazione, discreta e di lato, del popolo: «Alle nozze dei Signori prendea volentieri parte anche il popolo, il quale dà suoi festosi plausi ed auguri traeva qualche guadagno o in doni di confetture o denaro, e talvolta divertivasi in pubblici spettacoli, come sarebbero giostre, corse, tornei, balli, commedie e che so io».
Giacoma era meravigliosa ed emozionata nel ricevere da parenti e amici complimenti, auguri, dolci parole, fiori, doni, canti e suoni. Tutti gli invitati «brillavano per fulgide gioie, per aurei vezzi, per abiti di broccato di tocca d’oro o di argento, o veramente di raso e velluto di colore vario garbatamente recamati a studio in oro argento e seta».

Un altro aspetto importante del matrimonio e in particolare per la sposa e per la casa dove entrava erano rappresentati dal corredo e dalla dote. Il Gattamelata ebbe ricco il primo ma misera la seconda quantificata in 500 ducati in oro. Questa era un po’ la regola del tempo, dove conveniva mantenere una dote povera per non impoverire la famiglia. «Da due belli robusti virtuosi giovani, caldissimi d’amore», narra il biografo «non potean nascere che figli belli vigorosi e buoni. In fatti al Gattamelata ne vennero da Giocoma sei, l’uno più bello e virtuoso dell’altro, cioè un maschio e cinque femmine». Verrebbe da dire che tutti vissero felici e contenti; e così fu!
Due artisti del calibro dello scultore Donatello e del pittore Giorgione ci hanno lasciato due opere di immenso valore raffiguranti Il Gattamelata. In piazza del Santo a Padova è posto un monumento equestre in bronzo raffigurante il condottiero, mentre presso il museo degli Uffizi a Firenze è presente Ritratto di guerrierio con scuderio.

 

Veduta di Narni

Narni: brevi cenni storici

Intorno al 300 a.C., l’antica Nequinum degli Umbri fu conquistata dai Romani che ne fecero, col tempo, un importante Municipio con il nome di Narnia. In latino nequeo significava non posso e per i Romani ciò era di cattivo auspicio, e così fu cambiato il nome anche per la presenza del fiume Nera, Nar (in latino), Nahar (in antico umbro).

Dopo un periodo turbolento dell’Alto Medioevo, la città, nell’XI secolo, visse un periodo di potenza e ricchezza fino a quando non fu sottomessa nel 1174 da Federico Barbarossa. Nei secoli successivi Narni è protagonista di turbolente vicende che videro protagonisti anche il Ducato di Spoleto, il cardinale Albornoz, il re di Sicilia Ladislao e Carlo V. L’instabilità durerà fino al XVII secolo quando entrò a far parte dello Stato Pontificio sotto il cui dominio, salvo la parentesi napoleonica, rimase fino al 2 ottobre del 1860, giorno dell’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II.

 

Narni sotterranea

Perché visitare Narni

Narni conserva un ricchissimo patrimonio accumulato in secoli e secoli di storia. La sua posizione, strategica nei secoli passati per la buona navigabilità del fiume Nera, la rende oggi un po’ fuori mano, ma nonostante ciò è un borgo umbro tutto da scoprire. Dell’epoca romana rimangono il grandioso ponte di Augusto, il ponte Cardona e l’acquedotto della Formina.
Del periodo medievale abbiamo la cattedrale di San Giovenale, le chiese di San Domenico e di Santa Maria Impensole. Interessanti anche le chiese di Sant’Agostino e di San Francesco. Una delle piazze più belle dell’Umbria la troviamo proprio a Narni ed è la piazza dei Priori: situata nella parte più alta della città, è incantevole con il suo palazzo dei Priori, la torre civica con la loggia del banditore e il Palazzo del Podestà. Oltre che in superficie la città riserva sorprese emozionanti anche nel sottosuolo con il percorso della Narni sotterranea, un insieme di ipogei, scoperti soltanto recentemente, come acquedotti, cisterne, cunicoli e anche una sala delle torture risalente al periodo dell’Inquisizione. Da non dimenticare, per le buone forchette, che Narni si trova nel cuore della zona del tartufo nero.

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Domenico Arcangeli