fbpx
Home / Rubriche  / Natura curiosa  / Il lupo che visse tutta la vita con l’uomo

Il lupo che visse tutta la vita con l’uomo

di Cristiano Spilinga

All’alba del 28 giugno 1992, sul Monte Subasio, uno sprovveduto in buona fede inseguì con un fuoristrada, quindi catturò con le mani, un «brutto cagnolino nero» che portò al campo-tendopoli del Comitato regionale umbro della Croce Rossa Italiana, realizzato in località gli Stazzi, a non più di 300 metri dal luogo del “salvataggio”, dove era in addestramento insieme ad altre centinaia di volontari.

Questo è l’inizio del racconto di Nerina, un lupo appenninico incappato in uno strano destino che l’ha portato a condividere con l’uomo tutta la sua lunga vita.

 

Nerina nel recinto di Villa Redenta, foto Mauro Magrini.

 

Quel giorno del 1992 il «brutto cagnolino nero» passò di mano in mano fino ad arrivare sotto gli occhi di una veterinaria della ASL2 dell’Umbria che si accorse subito che c’era qualcosa di strano. Senza esitare allertò gli zoologi dell’Università di Perugia e della Provincia, che si precipitarono sul posto.
Giunti sul Monte Subasio gli studiosi non trovarono l’animale perché qualcuno aveva deciso di portarlo in un canile di Assisi. Raggiunto il rifugio, gli zoologi trovarono l’animaletto chiuso nella carcassa di un’automobile, a stretto contatto con escrementi e peli di cane, con vicino una ciotola di latte contenente resti di cibo. Non appena videro l’animale capirono subito che non si trattava di un cane, ma di un lupo appenninico (Canis lupus italicus) femmina di 40-50 giorni.

Nerina nell’area faunistica di Monte Tezio, foto Francesca Vercillo.

L’animale fu sequestrato dai funzionari della Provincia e la Procura della Repubblica di Perugia lo affidò all’Università, nella persona del Prof. Bernardino Ragni, esperto di Carnivori. L’ipotesi è che una famiglia di lupi avesse la tana con i piccoli non distante dalla zona del campo-tendopoli e l’improvviso disturbo provocato dalla manifestazione aveva indotto i genitori a trasferire l’unità sociale in luogo più tranquillo.
L’arrivo del fuoristrada probabilmente aveva però isolato la lupetta dal gruppo e l’intervento dell’uomo aveva poi definitivamente interrotto il contatto con il resto del branco; da quel momento il destino dell’animale si era intrecciato indissolubilmente con quello degli uomini.
La giovane lupa fu trasferita nel Centro faunistico di Villa Redenta, a Spoleto, dove i custodi la battezzarono Nerina, visto il colore scuro-focato del mantello. L’età dell’animale, il contatto fisico con l’uomo e con i cani non consentirono un immediato ritorno in natura, sul Monte Subasio, anche se si cercò di verificare – senza successo – se la famiglia dell’animaletto fosse ancora nella zona di ritrovamento.
Gli zoologi si imposero la regola di non umanizzare il loro rapporto con la lupa appenninica. Quindi, per molto tempo, il nome non fu divulgato, per la preoccupazione che questa confidenza incrinasse, involontariamente, il rigore del proponimento di riportare la giovane lupa in natura, anche se non prima del raggiungimento del primo anno d’età.
Gli studiosi fecero di tutto, ma si scontrarono con l’ostilità delle amministrazioni locali e dei residenti, che si opposero duramente alla possibilità di liberare l’animale in natura, paventandone una brutta fine. Dopo vari tentativi di trovare una giusta collocazione all’animale, il Comune di Perugia si rese disponibile a verificare la possibilità di realizzare un’apposita struttura nel Parco comunale del Monte Tezio.

Nerina nell’area faunistica di Monte Tezio con un operatore addetto alla sua cura, foto Francesca Vercillo.

Andò così: l’area faunistica fu realizzata, ma l’ostilità della gente – anche di aree diverse, ma ecologicamente compatibili per un eventuale rilascio – rese impossibile pensare a qualsiasi forma di ritorno alla libertà, anche in considerazione del fatto che una specie a socialità molto complessa come il lupo non consentiva il rilascio di un soggetto in età avanzata.
Con rammarico tutto il gruppo di lavoro si rassegnò e si concentrò sulla necessità etica di consentire alla lupa appenninica di vivere la sua esistenza in cattività nel migliore dei modi, furono messe in campo tutte le energie possibili per far sì che Nerina potesse condurre una vita dignitosa.
All’età avanzatissima di 17 anni e 5 mesi e a quindici anni dal suo arrivo a Monte Tezio, all’alba del 28 ottobre 2009 Nerina ha cessato di vivere. Nerina è stata sepolta sul Monte Tezio, nella sua Area faunistica, e riposa sotto una umile pietra, come si conviene ad una figlia semplice e selvaggia della Montagna Appenninica.

 


Ragni B. (a cura di) 2013. Nerina e altri lupi in Umbria. Scritti in memoria di un’amica. Comune di Perugia, Regione Umbria e Università degli Studi di Perugia.

The following two tabs change content below.

Cristiano Spilinga

Redattore natura e territorio

Ultimi post di Cristiano Spilinga (vedi tutti)