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In anteprima nazionale, la proiezione del cortometraggio Andate in pace al Meliès di Perugia, con l’interpretazione di Floriana La Rocca e la regia di Carmine Lautieri.

Le riprese del film

 

Ha riscosso grande successo di pubblico il cortometraggio interpretato dalla versatile artista – in questo caso nelle vesti di eccellente attrice – Floriana La Rocca, in un film diretto dal giovane Carmine Lautieri, che ha messo in luce aspetti sociali e antropologici della provincia italiana. Una commedia arguta e mirata che nasce dal vissuto del giovane regista e fa riflettere sull’abbandono dei piccoli borghi e sugli accadimenti dibattuti nell’agorà paesana, spesso rappresentata dalla parrocchia e dai suoi frequentatori.
Dopo che Barbara Venanti, figlia del celebre maestro Franco Venanti, presente alla proiezione, ha salutato i molti intervenuti – tra cui i soci del Circolo Bonazzi, insieme al giornalista Sandro Allegrini, all’attrice Floriana e al bravo Carmine – si sono spente le luci in sala e accese quelle del grande schermo.
Un trio di donne, di cui Floriana ne interpreta magistralmente la capetta, il furto della statuetta di San Girolamo, il figlio carabiniere, la compagna che si dilegua, il mariuolo… sono alcuni dei passaggi visti nelle riprese e non ne racconto altri, per non anticipare la trama del film, che vale sicuramente la pena di vedere.

 

Carmine Lautieri e Floriana La Rocca

 

Al termine dell’applaudita proiezione, il ventitreenne regista campano Carmine Lautieri ci ha confidato: «L’idea di Andate in Pace è venuta a seguito del furto, realmente accaduto nel mio paese Tora e Piccilli, della reliquia di Sant’Antonio e da lì ho pensato che cosa sarebbe successo se avessimo preso delle signore timorate di Dio e le avessimo messe in un contesto criminale anche se un po’ stravagante… e da qui è nata la trama. Inoltre, lavorare con un’attrice come Floriana La Rocca, mi ha reso consapevole che c’è sempre da imparare da professionisti come lei, infatti, mi ha dato dei preziosi consigli e la ringrazio con affetto. Così come devo ringraziare il resto del cast composto da bravissimi attori come Pino Calabrese, Claudio Boschi, Gloria Napoletano, Silvana Gravina, Onesta Compagnone, Sergio D’Angelo, Lucio Zagaria e ringrazio questa bella terra umbra che mi ha accolto per l’anteprima assoluta. Devo aggiungere che io amo la commedia, ma in futuro vorrei girare un horror».
Floriana La Rocca invece ha confessato: «Sono grata al bravissimo Pino Calabrese, il mariuolo del film, perché è stato lui il contatto con Carmine e durante la prima telefonata con il giovane regista, mi sono resa conto della sua determinazione e della sua professionalità e sono sicura che Lautieri ricoprirà una parte molto importante nel cinema italiano. Nel film mi sono profondamente sentita nella parte, come una brava attrice deve fare, ma l’atmosfera affettuosa e le attenzioni dei paesani, la professionalità della giovane troupe, la bravura dei colleghi e di Carmine, mi hanno messo nelle migliori condizioni per interpretare il mio personaggio».

«Quando si suona uno strumento si cerca sempre di comunicare al pubblico le proprie sensazioni musicali, arrivando ad avere una vera simbiosi con chi ascolta».

Il maestro Guido Arbonelli suona il clarinetto da quando ha 14 anni e per lui è un compagno di vita. Con lui ha ottenuto premi prestigiosi, ha suonato nelle più grandi orchestre del mondo – orchestre della Rai di Torino e Napoli, Metro Chamber Orchestra a Brooklyn (USA) Orchestra di Sanremo, NIS Simphony Orchestra (Serbia), Orchestra Sinfonica di Perugia e dell’Umbria, I Solisti di Perugia, Arturo Toscanini Orchestra e Queen’s College orchestra (USA), Orchestra Sinfonica di Constanta (Romania) e Orchestra Teatro di Bologna – e ha avuto collaborazioni con compositori contemporanei di livello internazionale. Solista e performer perugino, oggi insegna al Conservatorio di Perugia, dove la sua carriere è iniziata.
Domani (24 gennaio alle ore 16.00) lo potrete ascoltare in concerto con la clarinettista Natalia Benedetti nella cappella dell’Ospedale di Perugia, in occasione del progetto Donatori di musica, associazione nazionale che organizza concerti nei reparti ospedalieri per il pubblico e i pazienti. «Farà parte del concerto anche un mio studente cileno che si chiama Luis Insulza Diaz. Eseguirà un brano dedicato alla musica moderna».

 

Guido Arbonelli

Maestro, qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame molto profondo. Sono un umbro di Perugia – di Pila, per la precisione – e ho avuto la fortuna di studiare con il maestro Ciro Scarponi, una vera eccellenza della nostra regione e del panorama musicale italiano ed europeo. Mi ha introdotto in questo mondo e con lui ho fatto le prime esperienze concertistiche.

Quando ha deciso di iniziare a suonare il clarinetto?

Ho cominciato per colpa del calcio. Ora vi spiego meglio. I ragazzi che studiavano musica e che suonavano nella banda di Pila, finita la lezione andavano tutti a giocare a pallone: io ero l’unico escluso perché non facevo parte di questo gruppo. All’epoca la musica non mi interessava, ma volevo giocare a pallone, così sono entrato nella banda per poter poi entrare anche nella squadra di calcio. Mi sono messo a studiare musica e sono progredito abbastanza facilmente in questo campo, anche in quello sportivo devo dire: mi chiamavano il bomber (ride). Poi mi sono iscritto al Conservatorio di Perugia e da quel momento tutto è iniziato.

A quanti anni ha scoperto che la musica avrebbe fatto parte della sua vita?

Avevo circa 14 anni. Ho avuto un percorso più maturo, che è evoluto e cresciuto giorno dopo giorno.

È tornato mai a suonare nella banda di Pila?

Sì, dopo 30 anni sono tornato a suonare dove sono nato artisticamente. Dopotutto, il clarinetto è uno strumento che nasce proprio dalla banda e quindi suonarlo lì è sempre emozionante. Gli altri componenti mi vedono come un musicista famoso, ma ci scambiamo comunque consigli proprio come facevamo da ragazzi.

E con il calcio invece com’è andata a finire?

Ho giocato sempre in modo amatoriale, ma devo dire che me la sono sempre cavata. Nelle partite al Conservatorio docenti contro alunni, un paio di gol li facevo sempre.

Quando suona cosa le passa per la testa, quali sono le sensazioni che prova?

È una domanda interessante. Posso dire che, quasi tutti i miei gruppi, si chiamano namasté come il saluto indiano che indica l’unione tra due persone: quando si suona uno strumento si cerca sempre di comunicare al pubblico le proprie sensazioni musicali, arrivando ad avere una vera simbiosi con chi ascolta. Io faccio uscir fuori ciò che ho dentro per poterlo comunicare a chi ho davanti.

Nel 1995 ha vinto Gaudeamus International Interpreters Award che lo ha annoverato tra i più abili esecutori a livello internazionale. Cosa vuol dire vincere questo premio?

È stata un’esperienza veramente unica, perché è uno dei premi più importanti che esistono in questo campo: una sorpresa che non mi aspettavo assolutamente. Inoltre, sono venuto in contatto con grandi musicisti dotati di una vera e sana umiltà, tutti con la voglia di capire e scoprire nuovi linguaggi musicali. Devo dire che è stato un ottimo biglietto da visita per la mia carriera.

Siete solo due italiani ad averlo portato a casa…

Sì, è vero. Oltre a me, è stato vinto solo dal contrabbassista Fernando Grillo.

Vanta anche delle esperienze all’estero: è diverso rispetto all’Italia?

Il clarinettista in Italia suona quasi sempre in un’orchestra, non esegue pezzi solisti: questo non è negativo, ma i ragazzi non sono più stimolati alla ricerca di nuovi repertori. Il clarinetto è relegato sempre alle stesse composizioni classiche, quando ce ne sarebbero tantissime da suonare e scoprire.

C’è una sua composizione di cui è più orgoglioso?

Immagini da Auschwitz. È una composizione per quartetto di clarinetto. Io non sono un compositore, ma quest’opera mi è venuta spontanea dopo un periodo di letture dedicate alla Shoah. Ci tengo molto perché è una composizione in memoria di persone che hanno sofferto molto.

Secondo lei, la musica classica in Umbria ha il giusto spazio?

Si può sempre fare di più. Non c’è ad esempio un’orchestra sinfonica e questo è un peccato, perché l’Umbria se la meriterebbe. Le associazioni di settore ci sono e di soldi ne girano molti, ma se poi guardiamo chi viene a suonare qui, ci rendiamo conto che sono per lo più musicisti stranieri che tolgono spazio ai talenti umbri e italiani. Sarebbe bello che una parte del budget venisse riservata ai giovani musicisti italiani, anche solo per incoraggiarli.

Facciamo un gioco: se l’Umbria fosse una musica, quale sarebbe?

Una moto Honda agile – come la mia – che sale per le colline e per le montagne fino a legare la regione alle altre, con molta dolcezza collinare ma anche con aggressività. Un Beethoven.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Bellissima bruma, aria pulita, percorsi sconosciuti.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

La torta al testo.

Fino al 2 febbraio 2020, presso il Museo civico di Palazzo della Penna a Perugia, con un’esposizione di molte opere pittoriche tra cui quelle di Fontana, Dottori, Dorazio e Schifano, si celebreranno i 50 anni dello sbarco sulla luna.

Andrea Baffoni e Leonardo Varasano

 

La mostra prende il via dalle suggestioni degli anni Cinquanta, l’inizio del periodo della conquista del cosmo, con delle opere straordinarie di vari artisti che si sono ispirati al cielo e al raggiungimento delle sue stelle. L’Assessore alla Cultura Leonardo Varasano afferma che con il tema stellare si guarda da un lato all’anniversario dantesco e a Leonardo da Vinci, e dall’altro all’allunaggio: «Come assessorato abbiamo voluto una mostra che fosse pienamente in tema natalizio, con un percorso espositivo bello e accattivante. Aneliti di Stelle ci dà una visione verso il cosmo, con una progressione che va dal Futurismo allo Spazialismo fino all’Astrattismo e al Pop».
Infatti, nel percorso ideale per una consequenzialità dei temi espressi dalle opere, dapprima troviamo nella mostra opere cosmico-futuriste, poi l’astrattismo e successivamente lo spazialismo, che ci regalano colori e toni interessanti e suggestivi per l’occhio attento del visitatore, anche neofita. Siamo di fronte a dei veri capolavori!»

 

La mostra si conclude con l’esposizione di un antico astrolabio arabo e in una sala dedicata, con delle attrattive suggestioni audiovisive. La collettiva è stata curata con la consueta attenzione e nei minimi dettagli da Andrea Baffoni, con la collaborazione di Massimo Duranti, degli Archivi Gerardo Dottori di Perugia. La mostra presenta opere di Franco Bemporad, Aldo Bergolli, Alessandro Bruschetti, Giuseppe Capogrossi, Roberto Crippa, Piero Dorazio, Gerardo Dottori, Gianni Dova, Lucio Fontana, Brajo Fuso, Cesare Peverelli, Enrico Prampolini, Emilio Scanavino, Salvatore Scarpitta, Mario Schifano e Giulio Turcato, artisti che muovono dal Futurismo allo Spazialismo fino all’inizio delle correnti Pop.
Un sogno che Andrea Baffoni aveva in serbo da molto tempo e che finalmente si è compiuto. Così come quello del 21 luglio 1969, quando Neil Armstrong, nel fare il primo passo sulla luna, disse: «Questo è un piccolo passo per l’uomo, un gigantesco balzo per l’umanità».

 

Andrea Baffoni

Ingredienti:

  • 2 carciofi
  • 600 g di pomodoro passato
  • 1 spicchio d’aglio
  • 1 ciuffo di prezzemolo
  • 4-5 cucchiai d’olio extravergine d’oliva
  • sale
  • pepe

 

Preparazione:

Mondate i carciofi, lavateli e tagliateli a spicchi non troppo grossi, quindi poneteli in un tegame con l’olio, l’aglio a fettine e il prezzemolo tritato. Fate cuocere per una decina di minuti, salate, pepate e aggiungete il pomodoro passato, quindi portate a termine la cottura.

 

Questo sugo si usava per le tagliatelle all’uovo e più tardi con spaghetti e rigatoni. Ne esisteva anche una versione “bianca”, cioè senza pomodoro – e quindi con parecchio olio – diffusa soprattutto nella zona di Orvieto e in quella di Città di Castello.

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci editore.

Il Decamerone di Boccaccio è stato letto da Tullio Solenghi al Teatro dell’Accademia di Tuoro. L’artista è stato calorosamente accolto e acclamato da un pubblico rapito dalla sua interpretazione. In una breve intervista, Solenghi si racconta e racconta il suo legame con l’Umbria.

Tullio Solenghi, foto by Fabio Magara

 

Le luci sul palco sono ancora spente quando ci avviamo verso il camerino di Tullio Solenghi, accompagnato da Fabrizio Magara, il presidente della ProLoco, entusiasta di aver contribuito a far arrivare a Tuoro lo spettacolo dell’artista, inserito nel programma del Teatro Stabile dell’Umbria e per la competenza di Gianfranco Zampetti. Il Comune e il suo assessore alla Cultura, Thomas Fabilli, hanno fatto la loro parte nell’accogliere l’attore nella cittadina lacustre e, insieme alla sua gente, nell’averlo discretamente coccolato, durante la sua permanenza.
Solenghi è vegano e lo chef Emanuele De Biase, nell’home restaurant vegano che gestisce insieme alla moglie Francesca Ricci a Tuoro, ha risposto alle esigenze dell’artista con grande soddisfazione. Da lì a poco, Solenghi avrebbe letto e interpretato sei note novelle del Decamerone di Boccaccio: Chichibio e La Gru, Peronella, Federigo Degli Alberighi, Masetto Di Lamporecchio, Madonna Filippa, Alibech, con la regia di Sergio Maifredi.
Tullio ci è venuto incontro con uno sfolgorante sorriso e degli occhi luminosi che ti lasciano immaginare il profondo del suo animo e nella tranquillità del suo camerino è iniziata la nostra conversazione.

Tullio Solenghi, ci racconti del suo spettacolo e com’è nato.

È da quattro anni che porto in giro la lettura di sei novelle del Decamerone del Boccaccio che mi piace fare, perché spesso i grandi capolavori, come il Manzoni che ho già fatto, hanno un ricordo scolastico nefasto in quanto eravamo costretti a studiarli e non capivamo la loro bellezza. Quando mi hanno proposto di fare questa lettura, dopo un iniziale scoramento, me ne sono innamorato e quindi riproporre questi capolavori in forma libera e riscoprirne insieme al pubblico la grande valenza, è una grande soddisfazione che sera per sera mi porto a casa, al di là dell’afflato della gente che viene allo spettacolo.

Le sei storie che lei interpreta, per i loro contenuti, si rispecchiano nei tempi attuali?

Il punto di contatto è la vita. Boccaccio, infatti, è definito popolare: racconta la furbizia e l’arguzia popolare e diciamo che la vita è sempre quella, cambiano le figure, ma le tematiche – tipo il marito tradito o quello che vuole incastrare qualcun altro – fanno parte anche dell’oggi e sono sempre molto attuali.

Lei è attore, regista, scrittore, imitatore e molto altro e viene considerato, per le sue caratteristiche artistiche e umoristiche, uno dei più importanti personaggi della storia dello spettacolo italiano. Qual è il suo segreto, come fa a essere così polivalente?

Non riscontro una particolare difficoltà perché ogni settore per me corrisponde a un’avventura a sé. La lettura dei capolavori come l’Iliade o l’Odissea o il teatro che faccio insieme a Massimo Lopez sono compartimenti stagni che non mi creano nessuna difficoltà nel passare dall’uno all’altro. Le grandi compagnie comiche dei primi del Novecento avevano spesso un repertorio di sei o sette titoli e quando arrivavano in una città, ogni sera era uno spettacolo diverso. Per me è la stessa cosa.

Ci dica dell’incontro con la straordinaria e compianta attrice umbra Anna Marchesini, così come un suo ricordo.

L’ho conosciuta a Torino e dopo il primo impatto mi sono detto: «Ma dove l’hanno tenuta tutto questo tempo?». Anche se giovane, era di un talento straordinario. Dopo tutta la nostra avventura artistica, la porto dentro di me e ne fa parte. Dopo 12 anni trascorsi intensamente al Trio (Lopez, Marchesini e Solenghi) e dopo il modo in cui noi tre abbiamo vissuto questo tempo, le esperienze inevitabilmente hanno scavato e portato qualcosa di ognuno di noi negli altri due.

 

Tullio Solenghi, foto by Fabio Magara

Il suo rapporto con l’Umbria e il Trasimeno?

Io sono molto legato all’Umbria e non solo per Anna, ma perché sono affascinato, a livello storico, da tutto il periodo che riguarda la formazione dei primi comuni, il Medioevo, San Francesco. È quel tipo di epoca che sempre mi affascina e ogni paese dell’Umbria, del Trasimeno e in particolare Tuoro, ha un pezzetto di storia che mi riporta a quell’epoca che per me è meravigliosa.

Quali sono i suoi programmi e prossimi appuntamenti?

I miei programmi sono quelli di proseguire uno spettacolo dal titolo Tullio Solenghi e Massimo Lopez Show e poi sto preparando un progetto con altri due attori che si intitolerà Volevo essere Woody Allen, in omaggio al famoso attore d’oltreoceano.

 

Solenghi, il sindaco Maria Elena Minciaroni, l’assessore alla Cultura Thomas Fabilli e il presidente della ProLoco Fabrizio Magara

 

Le luci sul palco si stanno per accendere, Tullio Solenghi si dirige verso il suo pubblico a cui leggerà le sei novelle e al termine, coinvolto dal grande affetto dei toreggiani, ha donato un’applauditissima interpretazione della Quercia del Tasso di Achille Campanile e l’esilarante racconto della Bomba al Sistina, esperienza vissuta al tempo del Trio. Al termine della serata, ogni spettatore è tornato a casa con un sorriso in più, pensando alla straordinaria interpretazione regalata da Messer Tullio Solenghi da Genova.

Bernardino di Betto, noto come il Pinturicchio, nasce a Perugia nel 1454 da Benedetto di Biagio, nel quartiere di Porta Sant’Angelo.[1] Probabilmente venne chiamato Pinturicchio a causa della sua statura minuta.

Fu l’erede di una tradizione pittorica e miniaturista di rilievo che ha i suoi precedenti in Bartolomeo Caporali, Fiorenzo di Lorenzo e Benedetto Bonfigli. Il Pinturicchio spiccò come uno degli artefici della grande stagione rinascimentale di riscoperta della classicità: infatti sarà tra coloro che si avventureranno nel sottosuolo romano, copiando gli affreschi della Domus Aurea, dando inizio al gusto del revival archeologico e contribuendo alla diffusione delle grottesche. Entrò a bottega dal Perugino e collaborò con il maestro a Roma, tra il 1481 e il 1482, realizzando due affreschi: il Battesimo di Cristo e la Circoncisione dei figli di Mosè nella Cappella Sistina.
Nel 1486 eseguì le Storie di S. Bernardino che decorano la cappella Bufalini in S. Maria in Ara Coeli. Tali affreschi sono stati commissionati al pittore da messer Niccolò di Manno Bufalini, avvocato concistoriale, per ricordare la vicinanza avvenuta tra la sua famiglia e i Baglioni di Perugia, proprio per merito di S. Bernardino.
A Roma venne in contatto anche con la pittura del Ghirlandaio e del Botticelli, i quali contribuirono alla sua formazione artistica. Nella seconda metà del Quattrocento, l’artista realizzò una piccola ma deliziosa tempera su tavola raffigurante la Madonna con il Bambino e San Giovannino, conservata nel Museo del Duomo a Città di Castello.

 

Madonna con Bambino e San Giovanni. Museo del Duomo. Città di Castello

 

La piccola tavola raffigura Maria, Gesù bambino, in piedi sulle ginocchia della madre e San Giovanni Battista, che sostiene la scritta Ecce Agnus Dei. Le tre figure sono luminose su ampio sfondo, con un linguaggio stilistico composto e severo.
L’artista rientrò a Perugia il 14 febbraio 1495, stipulando, con i religiosi del convento di S. Maria degli Angeli a Porta S. Pietro, il contratto per la realizzazione del Polittico di S. Maria de’ Fossi, ora nella Galleria Nazionale dell’Umbria. Il contratto per l’opera, ci è pervenuto e contiene dettagliatissime istruzioni circa la realizzazione dell’opera, che era destinata all’altare maggiore per la chiesa, detta dei Fossi. Il pittore era all’epoca all’apice del suo successo, favorito da Papa Alessandro VI per il quale aveva appena concluso la grande impresa della decorazione dell’appartamento Borgia.

 

Pala di Santa Maria dei Fossi. Dettaglio

 

Anche per la cornice lignea le prescrizioni dei religiosi furono precise ed essa venne realizzata a imitazione dell’architettura della facciata della chiesa. Il Vasari non vide l’opera, sebbene essa venne ampiamente lodata dagli studiosi locali anche nei secoli successivi. La pala è oggi composta da sette pannelli principali; al centro campeggia la Madonna con il bambino e san Giovannino, affiancata dai santi Agostino, vestito con un ricco piviale e Girolamo, vestito da cardinale e con un modellino della chiesa in mano, forse la stessa Santa Maria degli Angeli. Sopra di essi due riquadri con l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata. Sulla cimasa campeggia il Cristo morto sorretto da due angeli e la Colomba dello Spirito Santo.
Nel 1497 vennero eseguiti gli affreschi per la decorazione della cappella Eroli nel Duomo di Spoleto, raffigurante la Madonna con il Bambino tra San Giovanni Battista e Leonardo, immersa in un dolcissimo paesaggio lacustre tipico della scuola umbra.
Nel 1501 Pinturicchio realizzò un’altra delle sue opere migliori la cappella bella, ovvero la cappella Baglioni in Santa Maria Maggiore a Spello. La decorazione venne commissionata dal priore Troilo Baglioni, poi vescovo di Perugia. L’impresa fu l’ultima commissione importante del Pinturicchio in Umbria, prima di partire per Roma e Siena.

Autoritratto Pinturicchio. Cappella Baglioni a Spello

L’impresa, come uso del il pittore perugino, venne condotta con notevole rapidità grazie all’utilizzo di una ben organizzata bottega, con l’impiego di altri maestri che dipingevano su suo disegno. Tali affreschi recano la firma Bernardius Pictoricius Perusinus e rappresentano sulle pareti: l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi, Gesù fra i dottori, nelle vele invece le quattro Sibille e un Autoritratto.
La libreria Piccolomini a Siena, del 1502, è l’opera considerata il suo capolavoro assoluto: potente cromatismo, gusto del particolare, grande attenzione all’aspetto decorativo, caratterizzano l’intervento di Pinturicchio nella biblioteca fatta edificare nel 1495 dal cardinale Todeschini Piccolomini in onore di Enea Silvio Piccolomini, poi papa Pio II.
L’ultima opera documentata dell’artista è la Madonna in Gloria tra i Santi Gregorio Magno e Benedetto, per gli Olivetani della chiesa di Santa Maria di Barbiano presso San Giminiano. Fu Vasari, grazie a un aneddoto, a raccontare i suoi ultimi anni. Il pittore aveva trovato alloggio presso i Frati di San Francesco a Siena e chiese con insistenza di togliere dalla sua cella un cassone, ma durante il trasloco questo si ruppe rivelando il suo tesoro: cinquecento ducati d’oro, i quali spettarono ai frati riempiendo il pittore di tristezza fino a condurlo alla morte.[2]
L’artista morì l’11 dicembre 1513 a Siena. Riposa nella parrocchia dei SS. Vincenzo e Anastasio.

 


[1] Giorgio Vasari, Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, a cura di G. Milanesi, III, Firenze 1878, pp. 493-531.

[2] Giorgio Vasari, Vite de’più eccellenti pittori, scultori e architetti, edizione commentata del 1878, vol. III, pag. 503-505.

La luce esalta la particolare cromia del corbezzolo, le cui foglie, fiori e frutti l’hanno reso uno dei simboli della nostra Madre Patria.

Tra l’autunno e l’inverno, quando si fa una passeggiata sui panoramici sentieri collinari del Trasimeno, l’attenzione può essere attratta dai vividi e intensi colori espressi dalla pianta del corbezzolo.
Il corbezzolo o lellarone o arbutus unedo è una ericacea sempreverde e possiede una caratteristica che la rende unica: i fiori e i frutti vi si trovano contemporaneamente, creando un contrasto cromatico di grande impatto. Quando gli antichi Greci, che lo chiamavano Kòmaros, arrivarono nei pressi di Ancona, battezzarono il suo promontorio ricco di corbezzoli Monte Conero.

 

Il corbezzolo

 

Il corbezzolo è considerato uno dei simboli della nostra Madre Patria: i suoi frutti, infatti, sono di un bel rosso acceso, mentre i fiori sono di un bianco candido che, uniti al verde intenso delle foglie, rimandano al Tricolore italiano.
A fare l’accostamento fra il corbezzolo e la nostra bandiera è stato anche Giovanni Pascoli, che ha reso la pianta un simbolo dell’unità nazionale: nella sua ode Al Corbezzolo fa riferimento alla mitologia romana secondo cui Pallante, un giovane coraggioso, fu ucciso per difendere di Enea, che secondo l’Eneide di Virgilio è stato il fondatore di Roma. Il feretro di Pallante fu costruito con rami di corbezzolo e da qui nasce l’accostamento tra la pianta e il nostro Tricolore: il bianco, il rosso e il verde avvolsero il corpo del primo eroe italico.
Le bacche del corbezzolo hanno una buona azione diuretica, astringente e dissetante e sono la materia prima per confetture, bevande e canditi. Il miele e l’aceto sono molto apprezzati. Chi avesse la fortuna di trovare delle bacche o corbezzole (delicate ma facilmente deperibili), dovrebbe assaggiarle utilizzando delle vecchie ricette o magari, con un po’ di fantasia, crearne delle nuove.

Natale 1942, Bing Crosby incide White Christmas ed entra nella storia cantando:

I’m dreaming of a white Christmas

Just like the ones I used to know…

(Sto sognando un Natale bianco

come quelli che ricordo…)

 

In Europa infuria la guerra, fa freddo e la gente ha fame.  A Colfiorito fa freddo e c’è la neve, e la strada non è percorribile. Al Campo 64 i confinati e i prigionieri di guerra sono allo stremo. Militari e civili sognano la casa e la famiglia lontana, un pasto decente e un po’ di caldo.
Colfiorito, altopiano tra Umbria e Marche, era stato scelto per internare i dissidenti e gli antifascisti. Un luogo, a soli 750 metri di altezza, dove l’inverno durava sei mesi e quando nevicava rimaneva isolato. Troppo freddo e troppo paludoso per coltivare alcunché. Buono solo per il confino.
Migliaia di persone sono state ospitate sull’altopiano e tutte hanno patito freddo e fame, vivendo nelle casermette. Erano così alla buona, le casermette, che non poterono essere usate a lungo perché il freddo dell’altopiano e la mancanza di riscaldamento negli alloggi era incompatibile con la sopravvivenza.

 

Una ex casermetta

 

Durante il ventennio fascista Colfiorito è stato usato alla stregua di Ponza, Lipari, Ventotene, Ustica, Pantelleria, Tremiti, Lampedusa, Favignana: luoghi isolati, poco frequentati dove confinare gli avversari del regime. Tra tutti un nome famoso, Lelio Basso, che è stato ospite delle casermette nel 1939. Poi, durante la guerra, hanno ospitato prigionieri albanesi, montenegrini, britannici e neo zelandesi.
Le chiamavano casermette per addolcire Campo 64 che diceva crudamente quello che erano quei capannoni: un campo di concentramento. Erano solo otto per 1500 persone. Erano troppo grandi per essere riscaldate con mezzi di fortuna. Erano troppo precarie per dare un vero riparo. Settant’anni dopo sono ancora in piedi. Adesso sono localini e ristoranti e negozi che accolgono i turisti con le specialità della zona.
Quel luogo così ingrato, che non offriva altro che paludi oggi è diventato parco, ed è un’area di particolare interesse naturalistico-ambientale. La palude è un biotopo tutelato e protetto, mentre il terreno dell’altopiano offre numerose specialità alimentari. Le patate e i legumi di Colfiorito sono rinomati e ormai migliaia di turisti salgono velocemente a rifornirsi. Una superstrada collega in 10 minuti Foligno a Colfiorito.
Accanto alla realtà storica circola una simpatica leggenda.
Si dice che tra le persone transitate da Colfiorito ci sia stato anche un francese famosissimo: Napoleone. Nel 1797 andò a Tolentino per firmare il trattato di pace con papa Pio VI, quindi potrebbe essere passato da Colfiorito. Qui si inserisce la leggenda che vuole che sia stato il Primo Console, non ancora imperatore, a dare l’ordine di piantare le patate. Nel 1797 le patate le conosceva solo Antoine Parmentier e pochi altri e si pensava anche che fossero velenose.
Poco importa, conta il fatto che Napoleone è la leggenda che mette una coroncina sulla produzione di patate della zona che non sono più patate qualsiasi, ma sono diventate patate imperiali.