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Andrea Loreni è il funambolo che, con i suoi passi strisciati, a piedi nudi o con leggere e apposite scarpe di cuoio, accarezza i 16 millimetri di diametro del cavo che lo conducono da un punto all’altro della traversata.

Guardarlo nella sua passeggiata aerea è una grande emozione e il pubblico, dal basso, accompagna ogni suo passo con lunghi sospiri simultanei e liberatori. Abbiamo incontrato Andrea Loreni per un’intervista e una foto al collodio umido, nello studio fotografico di Stefano Fasi e nel mezzo delle storiche procedure fotografiche abbiamo chiacchierato con lui e Andrea Mammolenti, l’amico torinese nonché tecnico della traversata che si occupa dei sopralluoghi pre-evento, degli ancoraggi, della tensione della fune in acciaio o fibra sintetica di derivazione nautica, del sistema di sicurezza e di molti altri aspetti tecnici. Mammolenti si è occupato, naturalmente, anche dell’allestimento della traversata in salita che si è svolta recentemente nel quartiere di Ponte San Giovanni a Perugia.
«Nella traversata ponteggiana lunga oltre 100 metri, il cavo è stato ancorato con un andamento inclinato dal campanile della chiesa, alto 36 metri, a un camion di 12 tonnellate che rappresenta il contrappeso e il punto iniziale della traversata. Noi collaboriamo sempre con un ingegnere che fa una serie di calcoli teorici per lavorare in estrema sicurezza, ma per me ogni volta che Andrea va sulla fune è una nuova sensazione che viene amplificata dall’amicizia che lega anche le nostre famiglie» dice Mammolenti.

 

Andrea Loreni, foto by Stefano Fasi

 

Andrea Loreni è il funambolo piemontese dagli occhi belli e racconta che ha iniziato a fare nel 1998 spettacoli di strada di giocoleria per poi passare al cavo, prima basso e poi alto. «La ricerca di me stesso è stata il fattore che mi ha fatto evolvere. Inizialmente, il modo di vestire e il taglio dei capelli, poi la laurea in filosofia, passando attraverso il dubbio e lo scetticismo, sono state alcune tappe che mi hanno portato fin qua. Da giovane vedevo gli altri che facevano lavori normali, insoddisfatti. Questo non mi convinceva e sentivo che dovevo cercare oltre, fin quando vidi uno spettacolo di strada che fece scattare in me qualcosa» spiega il funambolo.
Andrea racconta che i genitori non lo hanno contrastato e in particolare la madre lo ha sempre sostenuto, anche se i suoi primi spettacoli di giocoleria di strada non sono stati esattamente un successo.
Clave, palline, torce infuocate, la scala d’equilibrio, il diablo e far fare il cerchio al pubblico diventarono parte fondamentale della sua vita e degli spettacoli che Andrea portava nelle piazze come arte di strada. Un’esperienza che l’avrebbe aiutato nelle sue scelte future.
Il passaggio dalla giocoleria al funambolismo è avvenuto nel 2004, quando un organizzatore gli propose di fare grandi traversate su cavo.

 

Andrea Loreni, foto by Stefano Fasi

 

«Dopo un paio di anni di allenamento, la mia prima traversata è stata di 120 metri sul fiume Po a San Sebastiano da Po vicino a Torino e da quel momento ho deciso di fare il funambolo» ci confida Andrea.
La meditazione di tipo buddhista, la consapevolezza del corpo, il respiro, lo zen, dove funambolismo e zen si sono intrigati e legati in lui, fanno parte del suo stile di vita che riporta anche sul cavo. «Questa è la via con cui mi sto realizzando e sul cavo prendo quello che c’è e null’altro. Il messaggio è accettarsi così come siamo, prendersi qualche rischio, far capire che c’è un’altra via per tutti e ognuno di noi ha il suo valore. L’accoglienza che mi riserva Perugia ogni volta è particolare e fantastica e stiamo lavorando per dare continuità a questo evento» prosegue il funambolo.

 

Andrea Loreni, foto by Stefano Fasi

 

Ci racconta che tra i progetti futuri ci sarà a Galway, in Irlanda, ad agosto 2020, l’attraversamento di diversi cavi da parte di 400 funamboli europei da formare e lui si occuperà, prevalentemente a Torino, degli italiani. Questo progetto nasce dal Centro funambulismo di Bruxelles e dalla Scuola di Circo di Galway. «Ho poi un sogno, quello di camminare sui cavi del ponte sospeso più lungo al mondo che si trova in Giappone. E con questo sogno mando un saluto, dicendo che il funambolismo può essere una tecnica di crescita personale e utile per tutti» conclude Andrea.

INGREDIENTI: 

  • Zuppa di castagne e ceci 
  • 200 g di ceci  
  • 250 g di castagne 
  • 100 g di pomodoro passato 
  • 1 spicchio d’aglio 
  • 1 ciuffo di prezzemolo 
  • 2 fette di pane casareccio 
  • 3 cucchiai di olio extravergine d’oliva 
  • Sale 
  • Pepe 

 

 

PREPARAZIONE:  

Tenete i ceci a bagno per almeno 24 ore; poneteli in una pentola, copriteli d’acqua e fateli lessare per almeno 2 ore, quindi scolateli: arrostite le castagne, pelatele e fatele a pezzetti. Fate un trito di aglio e prezzemolo e ponetelo, assieme alle castagne e all’olio, in una casseruola. Fate soffriggere, unite il pomodoro e, dopo qualche minuto, i ceci. Dopo una decina di minuti, versate l’acqua e fate cuocere per un’oretta. Regolate di sale, pepe e versate sulle fette di pane abbrustolito prima di servire.  

 

Questa era, ed è, la minestra della Vigilia di Natale in alcune zone vicino a Todi.  

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci editore.

Nei momenti più bui della sua storia, quando imperiali e Chiesa si fronteggiavano e mentre i condottieri costruivano castelli e massacravano gli avversari, l’Umbria ha partorito due grandi figure che sono agli antipodi rispetto alla violenza che era attorno a loro: San Francesco e Jacopone da Todi.

Un santo e un mistico. Due uomini che attraverso la sofferenza hanno scritto e parlato di pace, di intima serenità e di povertà. Se di San Francesco si è scritto e visto tanto, del poeta di Todi si sa tanto e niente. Entrambi si sono scontrati con un papa. Innocenzo III approva la regola di San Francesco, Bonifacio VIII non sopporta le critiche. Prima scomunica Jacopone e poi lo costringe a un’orrenda prigionia. Cinque anni di carcere durissimo, da cui esce ferito nel corpo ma pacificato nello spirito.
Jacopone è un poeta come San Francesco ed entrambi, prima di Dante, hanno usato il volgare italiano con risultati elevatissimi. Jacopone si è servito della poesia per esprimere la sua relazione personale con Dio. Molti ricordano i versi struggenti tratti dal Pianto della Madonna ai piedi della croce:

O figlio figlio figlio
amoroso giglio,

figlio bianco e vermiglio
figlio senza simiglio
figlio a chi m’appiglio.

 

Tutti amavano la sua poesia, ma il tempo ha calato su di lui un velo di silenzio. Il silenzio è durato trecento anni e finalmente con lentezza c’è stato il risveglio. Dopo il Todi International Music Master, il Todi Festival e la mostra dedicata ad Ayrton Senna, Todi ha dedicato un ciclo di conferenze alla scoperta della verità su Jacopone. O meglio, la verità su dove è morto, nell’Abbazia di San Lorenzo a Collazzone e su chiostro della chiesa di San Fortunato, dove è stato tenuto prigioniero. Sembra che abbia soggiornato anche nel convento di Montesanto.
Jacopone era uno spilungone: era magro e lungo – da cui il soprannome – e si vestiva da bizzoco francescano: indossava cioè il saio da terziario francescano. In un’immagine è raffigurato in ginocchio, in meditazione, davanti all’immagine di Cristo e senza aureola. Jacopone non è stato fatto santo perché la chiesa non ha mai perdonato la scomunica che gli era stata inflitta da Bonifacio VIII, il papa che peraltro sgambettava a testa in giù nell’Inferno di Dante.

Continua il tour di eventi organizzati da AboutUmbria in giro per la regione per presentare i numeri della sua collana Collection. Questa volta tocca al colore White, ultimo numero dedicato appunto al colore bianco, occasione che porta AboutUmbria a Foligno.

Calamita Cosmica, foto by Claudia Iona

 

La rivista contiene infatti un interessante articolo dedicato alla Calamita Cosmica, l’opera di Gino De Dominicis conservata nell’ex chiesa della Santissima Trinità in Annunziata, e sarà proprio questo l’incipit che condurrà i presenti lungo un excursus tracciato da un’affascinante linea bianca.
Gli argomenti affrontati in questo numero coinvolgono al solito l’intero territorio regionale, partendo dalla Tela Umbra di Città di Castello, passando per il Trasimeno con l’albero più grande del mondo realizzato in acqua, arrivando a Todi e al suggestivo Tempio della Consolazione e a Terni, in piazza Tacito e alla sua bianca fontana. Si racconta della bianca e soffice torta al testo, del panpepato bianco di Narni, dei bianchi bozzoli della seta immortalati nella Gaita Santa Maria di Bevagna e del parco archeologico di Carsulae. Come di consueto l’arte riveste un ruolo di primo piano e fra gli artisti citati ci saranno la ternana Lauretta Barcaroli, che ha realizzato per l’occasione l’opera Avvento allegata in una riproduzione litografica alle prime 200 copie della rivista, e gli assisani Peducci & Savini, la cui opera Opinion Leaders è stata scelta per la copertina di White.
Diverse le realtà imprenditoriali raccontate in White: Cancelloni Food Service, il Castello di Montevibiano Vecchio, l’agriturismo Il Cantico di San Francesco, Listone Giordano, l’Oro di Spello e le Fonti di Sassovivo.
All’evento parteciperanno: Decio Barili, Assessore alla Cultura del Comune di Foligno, Sonia Bagnetti, presidente di AboutUmbria, Ludovica Cappelletti, grafica e web designer di Corebook, Claudia Ioan di Officine Creative Italiane, Antonella Pesola e Giulia Venturini, storiche dell’arte. Coordinerà Ugo Mancusi, direttore marketing di Corebook.

INGREDIENTI:
  • 200 g di farina
  • 200 g di zucchero
  • 40 g di semi d’anice
  • 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva

 

PREPARAZIONE:

Mescolate la farina, zucchero e semi d’anice. Unite l’olio, quindi impastate con acqua tiepida. Ricavate tante strisce lunghe 7-8 cm; potete infornarle così o dare loro la forma di ciambelle. Fate cuocere a 180°C e sfornate quando i biscotti saranno ben dorati.

 

 

I biscotti all’anice, che a Todi si chiamano tisichelle delle monache, erano i dolci natalizi della vecchia Umbria contadina e, in occasione di questa festività, sono stati consumati fino alla fine degli anni Trenta. Sono però rimasti in uso, sebbene con varianti più ricche, come dolce non legato al Natale. Qualcuno mette nell’impasto uova, altri mettono vino. Nel perugino si facevano i grenturchini, in cui si impiegava metà farina di granturco e metà di frumento.

 


Per gentile concessione di Calzetti&Mariucci editore.

A Punta Navaccia, nei pressi del pontile di Tuoro sul Trasimeno, si trova Campo del Sole, un museo all’aperto composto da 27 sculture in pietra serena, posizionate in modo da formare una grande spirale; la progettazione è stata di Pietro Cascella con la collaborazione di Mauro Berettini e Cordella Von den Steinen e il coordinamento scientifico di Enrico Crispolti.

Le sculture sono state realizzate da artisti nazionali e stranieri dal 1985 al 1989, utilizzando la pietra arenaria di Tuoro e lavorando presso la cava e il laboratorio di Mauro e Giulio Borgia, i quali hanno poi fornito il loro contributo al componimento artistico.

 

 

«Il trentennale di Campo del Sole rappresenta un momento importante per l’identità storica del nostro Comune, che ha l’obiettivo di potenziare l’attrazione dei luoghi con un rilancio culturale e turistico attraverso lo sviluppo di una rete e di connessioni che facilitino il contatto con le bellezze ambientali, naturali e culturali del nostro territorio» dice il sindaco Maria Elena Minciaroni.
«Questa giornata, organizzata dall’Amministrazione comunale, con il nostro supporto è stata dedicata anche al 70° anniversario del dipinto di Gerardo Dottori, che si trova nell’abside della Chiesa di Santa Maria Maddalena, dove si è tenuta una lezione sul celebre pittore e su La conversione della Maddalena da parte del prof. Massimo Duranti, con i contributi di Andrea Baffoni e Antonella Pesola» afferma il presidente della ProLoco Fabrizio Magara.

 

 

«La giornata del 7 dicembre è continuata al Teatro dell’Accademia con il convegno Dal Campo di battaglia di Annibale al Trasimeno all’architettura di sculture di Campo del Sole, luogo di Pace e di incontro tra i popoli, dove i relatori, Giovanni Brizzi, Massimo Bignardi, Alessandra Migliorati, Ermanno Gambini, Mauro Berettini, Antonino Serio, Mauro e Lorenzo Borgia hanno intrattenuto con ricchi e interessanti contributi, un attento pubblico in un teatro gremito» dichiara l’assessore alla Cultura Thomas Fabilli.
Le autorità intervenute, oltre al sindaco Minciaroni e all’assessore Fabilli, sono state il senatore Luca Briziarelli, il vicepresidente della Provincia Sandro Pasquali, il presidente del Consiglio regionale Marco Squarta, l’assessore regionale alla Cultura Paola Agabiti Urbani, la direttrice del GAL Francesca Caproni, Manuela Crescentini Crispolti dell’Archivio Crispolti, Maria Luisa Guerrini presidente provinciale dell’Ordine degli Architetti e Fabrizio Magara.

Dal 7 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020, nel delizioso borgo di Acquasparta, avrà luogo la prima edizione dell’Antica Fiera Lincea di Natale. Un tuffo tra storia e Natale, costellato da eventi per grandi e bambini.

È sembrato di fare un viaggio a ritroso nel tempo quando, presso la sede della Provincia di Terni, Giovanni Montani, sindaco di Acquasparta, il vicesindaco Benvenuto Romano, gli assessori Sara Marcucci, Federico Regno, Guido Morichetti, hanno presentato il ricco programma dell’Antica Fiera Lincea di Natale.

 

 

La premessa è che circa 400 anni fa, Federico Cesi, cofondatore della prima Accademia scientifica al mondo, detta dei Lincei e con sede a Roma, trasferì la sua dimora a Palazzo Cesi di Acquasparta e vi fondò il primo liceo accademico linceiano, dove la ricerca e lo studio erano seguiti da vari scienziati. Galileo Galilei ne fu visitatore.
Altresì Acquasparta era conosciuta per la tradizione fieristica, dove molti mercanti offrivano i loro prodotti ai curiosi e tra questi, agli studiosi ospitati dal Linceo Federico Cesi.
Rifacendosi come richiamo turistico alla storia fieristica e culturale-scientifica di Acquasparta, l’attuale governo cittadino ha pensato di ricreare quelle atmosfere con la prima edizione dell’Antica Fiera Lincea di Natale, per favorire la promozione e il rilancio economico del territorio, ricco di attrazioni culturali e storiche ma statico nel suo sistema produttivo.

 

Palazzo Cesi

 

La Fiera sarà costellata da una serie di eventi come concerti, spettacoli, artisti di strada, tamburini rinascimentali, la Passeggiata dei Lincei, selezionati mercatini artigianali e prodotti tipici, visite guidate del borgo e di alcune stanze di Palazzo Cesi. I bambini potranno visitare la casa di Babbo Natale e gli saranno dedicati numerosi laboratori.
Il sindaco Montani ha detto: «Il lavoro integrato tra Comune, Associazioni, Commercianti e privati cittadini, ha permesso la realizzazione dell’evento. Inoltre, per attrarre investimenti abbiamo dei progetti collegati a una cava locale per futuri sviluppi artigianali e industriali; vorremmo indire la giornata del risparmio dedicata ai ragazzi nonché costruire iniziative con i comuni limitrofi. Poi ci sono delle ferme intenzioni a realizzare nel breve, progetti legati a Palazzo Cesi e alla figura di Galileo Galilei».

Storia, arte, bellezza. Il Tempio della Consolazione di Todi ospiterà la nuova uscita di AboutUmbria Collection, WHITE.

 

Nel nuovo numero della rivista da collezione dedicata alle eccellenze dell’Umbria, sarà contenuto un approfondito articolo dedicato proprio al Tempio tuderte attribuito al genio di Bramante: la storia artistica e culturale di questa monumentale opera sarà corredata da curiosità, aspetti inediti e approfondimenti.
Come rivista da collezione, AboutUmbria Collection compie un excursus tra gli aspetti noti e meno noti della Regione, attraverso un filo conduttore che questa volta è bianco: bianco come le ceramiche e i marmi utilizzati dagli artisti contemporanei, bianco come la torta al testo, bianco come il bozzolo del baco da seta, come la Tela Umbra, come la bianca fontana di piazza Tacito a Terni.
E bianco naturalmente come il Tempio di Santa Maria della Consolazione, raro e mirabile esempio di architettura rinascimentale in Umbria, narrato attraverso tre articoli che saranno approfonditi durante la presentazione, in programma per venerdì 6 dicembre alle ore 16.00.
A intervenire saranno l’Avvocato Claudia Orsini, Presidente La Consolazione E.T.A.B., l’Assessore alla Cultura del Comune di Tod, il Dottor Claudio Ranchicchio; la Dottoressa Laura Zazzerini, direttore editoriale di AboutUmbria; la Dottoressa Martina Pazzi e il progettista Dottore Geologo Gabriele Lena.

Milano: finanza, moda, editoria, televisione, panettone, Duomo, teatro alla Scala. Foligno: lu centru de lu munnu, come da delibera comunale.

Foligno e Milano non sono gemellate, ma sono unite da un sottile fil rouge – che poi tanto sottile non è – che si chiama Giuseppe Piermarini. Milano deve molto a questo figlio di Foligno. Dire Piermarini vuol dire vuol dire palazzo Reale, palazzo Belgioioso, vuol dire villa reale di Monza, ma soprattutto vuol dire Teatro alla Scala. Quel folignate ha fatto di Milano lu centru de lu munnu per la Lirica.
Il gioco di pieni e vuoti messo in opera dal Piermarini ha un equilibrio matematico, con il risultato che l’acustica della Scala è ancora perfetta.

 

Teatro alla Scala

Una vita da archistar

Arriva a Milano come assistente dell’architetto più in voga del momento, l’olandese Van Wittel da noi conosciuto come Vanvitelli. Venivano da Caserta, dove Vanvitelli aveva appena finito di costruire la magnifica Reggia di Caserta. Gli Asburgo vogliono il meglio e lo convocano per restaurare il palazzo Reale. Milano è finita sotto lo scettro dell’Impero austriaco e giustamente la corte di Vienna vuole una residenza moderna e prestigiosa nei suoi possedimenti meridionali.
Il progetto Vanvitelli non piace, viene rigettato. Viene approvato invece quello del giovane Piermarini. A 30 anni fu subito un archistar del Neoclassicismo. Come Renzo Piano, che a 30 anni costruì il Beaubourg e fu subito archistar. Dieci anni dopo, nel 1779, all’età di 45 anni, Piermarini venne nominato Imperial Regio Architetto e tale restò fino all’arrivo di Napoleone.
Gli eventi politici lo costrinsero a tornare a Foligno. Ormai ha 64 anni, non ha commesse da portare avanti ed è già fuori moda; il Neoclassicismo è soppiantato dallo stile impero portato da Napoleone. Finalmente trova il tempo da dedicare ai suoi studi amati matematici. Quando muore, nel 1808, Foligno non se ne accorge e la sorte contribuisce a cancellare le sue tracce.
Riposava tranquillo nella chiesa di Santa Maria Maddalena, quando giovani sostenitori della Repubblica Romana – siamo nel 1848 – distrussero la chiesa e dispersero le ossa dei morti fuori dalla città. Impossibile quindi dargli una sepoltura autorevole.

L'omaggio di Foligno

Finalmente – e siamo già nel 1897 – Foligno decide di dedicare il teatro Apollo all’Imperial Regio Architetto, chiamandolo Teatro Piermarini. Poi, i bombardamenti alleati nella Seconda Guerra Mondiale, hanno raso al suolo anche il teatro.

Il monumento dedicato a Piermarini

Malgrado gli sforzi fatti, il tempo e la storia non hanno raso al suolo la sua memoria. Gli è sopravvissuta la casa di via Pignatara dove ha abitato, che è diventata un centro studi a lui dedicato e dove si conservano ben 640 disegni originali.

Un teatro, una scuola e il centro studi portano il suo nome, ma mancava un doveroso monumento commemorativo. Finalmente c’è. L’incarico è stato assegnato, pochi anni fa, a Ivan Theimer un artista ceco amante del classicismo italiano, bronzo compreso. Ivan Theimer proviene da un ex territorio dell’Impero austro-ungarico e ha realizzato il monumento per uno che ha lavorato sotto l’Imperial Regio governo austro-ungarico. Il cerchio è perfetto.

Theimer ha visto Piermarini come Ercole che sostiene un obelisco sottile, che rappresenta il tempo e la storia. Il monumento ricorda un po’ l’elefantino della Minerva a Roma, che porta sulla schiena un obelisco. Dice la leggenda che l’elefantino rappresenti lo stesso Bernini gravato dal lavoro. Bernini è marmo, Theimer è bronzo. Infatti, sono di bronzo le grandi lastre alla base del monumento che celebrano le opere del Piermarini.