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Una Onlus nata come reazione, per contrasto, come a voler dire che la parola fine non può essere scritta finché non è davvero e incontrovertibilmente finita. 

Avanti Tutta, associazione perugina nata il 13 giugno del 2013, è guidata da un uomo la cui fine sembrava scritta: a Leonardo Cenci, ex dipendente dell’agenzia delle Dogane di Bologna e Perugia, alla fine del 2012 era stato diagnosticato un tumore estremamente aggressivo al polmone, incurabile, con metastasi al cervello e alle ossa. A soli 39 anni, Leonardo Cenci aveva un’aspettativa di vita di soli quattro mesi.

 

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Leonardo Cenci con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, foto per gentile concessione di www.avantitutta.org

Azione e reazione

Erano tanti i modi in cui poteva reagire Leonardo di fronte a una notizia del genere; per molti sarebbe stato comprensibile abbattersi, lasciarsi soffocare dal dolore e dall’incommensurabile angoscia, soprattutto perché, a seguito di quei primi mesi di trattamenti, Leonardo perse l’uso delle gambe. Proprio lui, amante della corsa e pronto a partecipare alla maratona di New York.
Ma ecco la reazione, quella inaspettata, quella che ha fatto di Leonardo un esempio da seguire per tutte quelle persone che sono, o sono state, malate di cancro: a nemmeno un anno da quella terribile diagnosi, la fondazione di Avanti Tutta, nata per ridare fiducia, ottimismo e dignità a tutti i malati di cancro, ma anche per promuovere la pratica sportiva nei protocolli di terapia, insieme a uno stile di vita corretto e sano.

 

Lo sviluppo

Ma questa era solo un’idea, da cui poi avrebbero preso spunto tutte quelle iniziative che fanno di Avanti Tutta un vero e proprio sostegno per i malati oncologici: il finanziamento per l’ammodernamento delle strutture e degli arredi del reparto di oncologia dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia – con l’installazione di una nuova illuminazione a led, di una nuova palestra, di poltrone per la somministrazione della chemioterapia, di letti per malati lungodegenti e di borse di studio per la ricerca – l’attivazione dell’Oncotaxi, un servizio dedicato ai pazienti – autosufficienti, sottoposti a chemioterapia e residenti nei comuni di Perugia e Corciano – che non possono recarsi con mezzi propri presso il day hospital dell’Ospedale di Perugia. E, ultimi ma non meno importanti, tutti quegli appuntamenti fissi che scandiscono l’anno solare, ma che un degente vive in maniera straniata: la tombolata del 31 dicembre – l’Oncotombolata – l’Oncococomerata del 15 agosto e l’Oncostrufolata del Giovedì Grasso. E, naturalmente, non mancano iniziative legate al Natale e alla Pasqua.

 

Il logo della onlus, foto per gentile concessione di www.avantitutta.org

Il primato

E così Leonardo – che dà forza all’Associazione e, al tempo stesso, la trae – ha superato quei fatidici quattro mesi, varcando il quinto anno dalla diagnosi con innumerevoli onorificenze e due maratone sulle spalle.
Sì, perché alla fine, Leonardo Cenci, a New York ci è andato: il 6 novembre 2017, in occasione della 46ª edizione della celebre corsa, è diventato il primo italiano ad aver partecipato a una maratona con un cancro in atto. Un primato che ha replicato l’anno successivo, diventando l’unico uomo al mondo a correre ben due maratone con un cancro in atto. Senza contare che è riuscito anche a migliorare il suo tempo: dalla 24.179ª posizione, è salito fino alla numero 16.169, guadagnando ben venti minuti.

Onore al merito

Il 2017 è stato anche l’anno in cui il Presidente Sergio Mattarella gli ha conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana. La motivazione? «Per la determinazione e la forza d’animo con cui affronta la sua gravissima malattia offrendo agli altri malati un esempio per reagire e per difendere la vita». Ancor prima erano arrivate l’iscrizione all’Albo d’Oro della Città di Perugia, il Premio internazionale Giuseppe Sciacca per le attività sociali e il volontariato – ricevuto in Vaticano – e il Premio internazionale Le Velo – L’Europa per lo Sport a Scarperia. Il riconoscimento più recente è la medaglia al valore atletico per meriti eccezionali conferita da Giovanni Malagò, Presidente del CONI; lo stesso Malagò ha curato la prefazione di Ama, Vivi, Corri. Avanti Tutta!, il libro, edito da Salani, scritto da Leonardo Cenci e Rosangela Percoco e uscito lo scorso 12 aprile.

 

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«Non vedo un disegno concreto, un progetto globale che si ponga l’obiettivo di promuovere la conoscenza dell’arte contemporanea nelle sue varie espressioni».

Artista, docente universitario e storico dell’arte. È tutto questo, e molto di più, il professore emerito di Storia dell’Arte Bruno Toscano, classe 1930, che nel dopoguerra, con il Gruppo dei sei e con il Premio Spoleto (Mostra Nazionale di Arti Figurative) ha contribuito a promuovere Spoleto tra i centri più attivi dell’arte contemporanea: una personalità che ha dato molto e che ancora può dare, all’arte italiana e all’Umbria stessa.

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Bruno Toscano

Professore, qual è il suo legame con l’Umbria?

I miei genitori erano calabresi, ma io sono nato e ho ricevuto la prima educazione a Spoleto. Inoltre, molte mie ricerche sono di argomento umbro.

Ho letto che è stato il fondatore del primo cineclub di Spoleto: oggi, che rapporto ha con quest’arte?

Fondammo, gli amici pittori e io, il cineclub subito dopo la guerra, nel 1949, come un atto di libertà. Volevamo far conoscere tanti film che il fascismo aveva proibito e inaugurammo il cineclub con La grande illusione, il capolavoro di Jean Renoir contro la guerra. Nel programma c’era molto cinema francese degli anni Trenta, ma anche il neorealismo italiano, che stava esplodendo proprio in quegli anni. Nell’insieme, era un cinema povero, in bianco e nero. Oggi è decisamente più tecnologico e spettacolare, talvolta solo di intrattenimento, talvolta, per fortuna, con forti messaggi di attualità.

Come era artisticamente l’Umbria al tempo del Gruppo dei sei di cui faceva parte (Bruno Toscano, Giuseppe De Gregorio, Filippo Marignoli, Giannetto Orsini, Ugo Rambaldi, Piero Raspi)?

È stato un periodo di attività intensa e tutt’altro che provinciale per l’Umbria e per Spoleto, dove confluivano critici e artisti di primo piano dai maggiori centri italiani. Nella giuria delle numerose edizioni del Premio Spoleto, a partire dal 1953, c’erano critici come Francesco Arcangeli, Luigi Carluccio, Marco Valsecchi e artisti come Mario Mafai, Roberto Melli e Marino Mazzacurati.

Come è oggi dal punto di vista artistico la nostra regione?

Non vedo un disegno concreto, un progetto globale che si ponga l’obiettivo di promuovere la conoscenza dell’arte contemporanea nelle sue varie espressioni. Avverto semmai la tendenza a visioni parziali, spesso legate a mode effimere o ad avanguardie molto datate. Fa eccezione il Ciac di Foligno, concepito come un osservatorio di ampia visibilità. Ma questo non è un problema dell’Umbria. È noto che il declino ha origini profonde e di vasto raggio. Quando la conoscenza non è più considerata necessaria, si abbassa il livello dell’istruzione e anche l’interesse per la storia e per l’arte.

Come ha influito l’Umbria nella sua pittura?

I quadri che ho dipinto sono legati ai luoghi chi mi circondano. Ma questi non sono panorama, ma piuttosto un habitat ricco di stimoli e molto coinvolgente. C’è qualcosa di materno nella terra che ci circonda, che non può essere rappresentato in forme figurative convenzionali.  Negli anni Cinquanta le poetiche riconducibili all’Informale, tra le quali l’Ultimo naturalismo di Francesco Arcangeli, rispecchiavano questo contatto a livello profondo con la natura.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Divisa tra aree in crescita e aree in abbandono; per conseguenza, impoverita; nonostante tutto, affascinante.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

…fertile costa d’alto monte pende….

«Il compito di un arbitro è quello di far parte dello spettacolo e quello di non farsi ricordare»

Queste le parole di Fabrizio Saltalippi, perugino di 55 anni, di cui trentanove passati con il fischietto al collo ad arbitrare partite di pallavolo. Gli restano solo tre mesi di attività, poi se ne andrà in pensione, ma nel suo palmarès ci sono 500 gare in serie A, 180 gare internazionali, tre Europei e due Mondiali. Una vera eccellenza umbra di questo sport.

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Fabrizio Saltalippi, 55 anni

Qual è il suo legame con l’Umbria?

È un legame fortissimo. Sono nato e cresciuto a Perugia, e tuttora ci vivo. Anche se sono vent’anni che lavoro fuori, sia in Italia sia all’estero, non ho mai pensato di lasciare questa città. Non me ne andrei per nulla al mondo.

Lei, lo scorso agosto, è stato designato per arbitrare la partita inaugurale del Campionato Europeo di Pallavolo in Polonia: come si affronta – psicologicamente e fisicamente – un evento del genere?

Questa partita è stata importante per due motivi: il primo perché era la gara inaugurale di un Europeo, quindi aveva un impatto mediatico di alto livello e grande importanza; il secondo perché la Polonia ha avuto la brillante idea di giocarla – per battere il record di presenze – nello stadio di calcio di Varsavia, davanti a un pubblico di sessantacinquemila spettatori. Un ambiente del genere, ovviamente, mette pressione, quindi conta molto il nostro allenamento, che ci aiuta a mantenere la concentrazione e a gestire l’ansia. Durante la partita ti senti responsabile di quello che accade e speri che tutto vada nel modo migliore. In quell’occasione andò tutto liscio, anche se la Polonia perse 3-0 contro la Serbia. Mi ricordo che i primi 5 o 6 punti furono un po’ difficili, poi è iniziata la routine e la partita si è trasformata in una normalissima gara, una delle tante arbitrate.

È un veterano di questi eventi, ha rappresentato l’Italia in tre Europei e due World Cup: cosa pensa quando entra in campo durante queste manifestazioni?

Non ho mai sentito lo stress e la tensione prima di una gara, ma solo la voglia di scendere in campo e il piacere di divertirmi e far divertire. Il compito dell’arbitro è quello di far parte dello spettacolo, di dare la possibilità al pubblico di godere di una bella partita, il tutto senza farsi notare. Se un arbitro, a fine gara, non viene ricordato vuol dire che ha fatto un ottimo lavoro.

Quando toglie la divisa stacca col mestiere di arbitro, oppure ripensa a qualche eventuale errore o decisione presa durante una gara?  

Appena si toglie la divisa c’è un calo di tensione e l’adrenalina si libera, ma non si smette di pensare alla gara, anzi, avviene la revisione critica. Riguardo il video della partita per vedere se e dove ho sbagliato: in particolare mi concentro sulle situazioni contestate in campo perché, se sono effettivamente degli errori, mi servono per crescere ed per evitare di ripeterli, se invece la mia decisione era corretta è una gratificazione personale, e anche quella aiuta molto.

La pallavolo in Umbria, soprattutto a Perugia, ha seguito e sta ottenendo buoni risultati: possiamo considerarla un’eccellenza del territorio?

La pallavolo è sicuramente un’eccellenza, basta pensare a tutto quello che ha vinto in passato la Sirio Perugia o a quello che sta facendo ora la Sir Safety Umbria Volley. Occorre però potenziare le serie minori, ripartendo dalle fondamenta.

Come ad esempio i settori giovanili?

Esatto. Questo è fondamentale. Vanno attirati i giovani, distratti purtroppo dal calcio. Una volta un ragazzo che superava il metro e ottanta giocava per forza a pallavolo, ora invece, può giocare anche a calcio. Questo sport ne risente.

Un consiglio a un giovane che vorrebbe iniziare la carriera di arbitro.

Amare questo sport, quasi più di un giocatore, al di là degli obiettivi che si possono raggiungere. Avere passione, entusiasmo e la voglia di entrare a far parte del gioco stesso. L’arbitro non è un’entità staccata, fa parte della partita e dello spettacolo a tutti gli effetti.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Verde, unica, splendida.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le bellezze architettoniche. Quando all’estero mi domandano dove abito, mi rendo conto che in pochi conoscono l’Umbria, allora gli spiego che questa è la terra degli Etruschi, un popolo più antico di quello romano. Spero di incuriosirli…

«La partita che mi ha dato più soddisfazione arbitrare? Quella a favore di terremotati di Norcia».

Più di 200 partite in serie A, arbitro internazionale dal 2007 – il 2017 è stata la sua ultima stagione per raggiunti limiti d’età – 17 anni di attività con l’esordio nella massima serie nel 2003 e arbitro “Élite Uefa” dal 2012. Questi i numeri di Paolo Tagliavento di Terni, sicuramente il fischietto più rappresentativo dell’Umbria e non solo. In campo ha l’aria severa che serve per mettere in riga i 22 giocatori, nel parlarci, invece, è una persona disponibile e simpatica. Un umbro orgoglioso della sua terra.

 

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Paolo Tagliavento

Qual è il suo legame con l’Umbria e con Terni?

È un legame molto forte, perché sono nato, cresciuto e vivo tutt’ora a Terni. Amo la mia regione e sono molto attaccato alle persone con cui ho vissuto e che hanno fatto parte della mia infanzia.

Pensa che l’Umbria sia una regione in “fuori gioco”, tagliata fuori rispetto ad altre realtà?

Per la posizione che ha, è un po’ tagliata fuori a livello di infrastrutture. Io ad esempio, uso spesso la macchina per i miei spostamenti. Fiumicino non è lontano, quindi mi capita anche di prendere l’aereo quando ho partite lontane, mentre per quanto riguarda il treno non è proprio comodissimo. Per certi versi il suo essere un po’ fuori, può essere un vantaggio, perché conserva la pace e la tranquillità che la caratterizzano.

Se l’Umbria fosse una regola del calcio, quale sarebbe?

Il vantaggio. Che è una norma e non una regola, ma che quando la puoi applicare il gioco è sicuramente più vivace. Il vantaggio dell’Umbria sono i suoi paesaggi, il cibo e la vita in generale che si respira qui.

C’è una partita che avrebbe sempre voluto arbitrare e non lo ha ancora fatto?

Potrei dire la finale del Mondiale, perché è il sogno di qualsiasi arbitro e in pochi ci arrivano. Invece dirò la partita che più mi ha dato soddisfazione arbitrare: una gara di beneficenza dopo il terremoto del 2016, che si è disputata a Norcia tra gli attori e il personale della protezione civile. È stato qualcosa di concreto per l’Umbria e mi ha reso molto orgoglioso.

Gli umbri sono accusati di essere chiusi, si riconosce in questo stereotipo? Glielo hanno mai fatto notare?

No, non mi è mai successo. Forse nella parte Nord dell’Umbria sono più chiusi rispetto a Terni, che risente dell’influenza del carattere romanesco.

Ci sono in Umbria giovani arbitri che potrebbero arrivare ai suoi livelli?

C’è un’ottima scuola di assistenti arbitrali, che sono arrivati a buoni livelli. Per quanto riguarda gli arbitri in Lega Pro e serie D c’è qualcuno per potrebbe fare strada.

Cosa gli consiglierebbe?

Gli consiglierei di dare il massino, sempre. Di avere passione e di fare sacrifici, perché solo così si può arrivare a determinati livelli. La passione è il motore trainante, ma non basta. Ci vuole anche impegno e fame di raggiungere l’obbiettivo. Questa professione va messa un po’ davanti a tutto. L’imbuto è molto stretto e in pochi arrivano in serie A. Ma gli consiglierei anche di divertirsi e di godesi la propria passione.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Bella, unica, poco aperta di mentalità.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Serenità.

Barbara Petronio mostra orgogliosa il David di Donatello vinto, lo scorso marzo, per la miglior sceneggiatura originale del film Indivisibili diretto da Edoardo De Angelis.

Barbara Petronio

 

Nata e cresciuta a Terni, ha iniziato giovanissima a lavorare come sceneggiatrice, per questo vanta già la scrittura di tante serie tivù e film di successo: da A.C.A.B. a Romanzo Criminale – la serie, da Suburra – la serie a Distretto di Polizia, da R.I.S. – Delitti imperfetti a Mozzarella Stories, fino al Mostro di Firenze e Le mani dentro la città. Ma il suo sogno nel cassetto è una storia su Terni, la sua città.

Qual è il suo legame con l’Umbria?

Sono nata e cresciuta a Terni anche se la mia famiglia non è di origini umbre, bensì per metà siciliana e per l’altra metà un misto di origini scozzesi, abruzzesi e anche un po’ romane.

Se l’Umbria fosse un film, quale film sarebbe?

La grande abbuffata.

Perché questo accostamento?

Ho sempre associato l’Umbria a grandi mangiate.

Le è mai venuto in mente di scrivere un soggetto o una sceneggiatura su Terni o l’Umbria?

Sì, l’Umbria è piena di bellissime storie, ho nel cassetto una storia proprio su Terni che mi piacerebbe raccontare. Ogni tanto la ritiro fuori e ci lavoro nei ritagli di tempo. Chissà che prima o poi non la finisca…

Da Terni al David di Donatello: è stata una strada lunga? Ho letto che tre personaggi fondamentali sono stati la maestra delle elementari, Roberto Benigni e il produttore cinematografico Pietro Valsecchi…

Beh sì, lo sono stati in tre momenti molto diversi della mia vita. La maestra ha dato l’incipit, mi ha fatto capire la bellezza delle storie e della fantasia, Benigni è stata la mia prima esperienza su un set. Lì ho capito cosa significa girare un film, quanto è complesso e quanti sforzi richieda. Valsecchi mi ha fatto esordire, mi ha messo in condizione di lavorare su serie importanti quando ero giovanissima. Una rarità per l’Italia.

 

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Indivisibili, scritto da Barbara Petronio, Edoardo De Angelis e Nicola Guaglianone

Un pregio e un difetto del cinema italiano…

In passato il cinema italiano è stato originalità, potenza drammaturgica e verità. Ora lo è un po’ meno ma ogni tanto escono dei piccoli gioielli frutto della nostra tradizione cinematografica e della nostra fantasia. Il difetto del momento direi la ripetitività.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Mistica, rigogliosa, forte.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Casa…

 

Per saperne di più su Terni

Danilo Petrucci, in sella alla Ducati, porta l’Umbria in pista. Il motociclista, classe 1990, arriva dalla Terni operaia e d’acciaio, e proprio nella sua città vorrebbe aprire una pista per far conoscere e amare questo sport.

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Danilo Petrucci, foto via

 

Petrux, che dal 2012 corre il MotoGP, la massima categoria motociclistica, quest’anno ha ottenuto il suo miglior risultato: un ottavo posto nella classifica finale, salendo sul podio per ben quattro volte. Una crescita importante per il motociclista ternano, che scrive un diario e si rilassa tra i boschi dell’Umbria.

Qual è il legame con la sua regione?

Ho molti affetti in Umbria e non solo a Terni, anche a Perugia. Sono molto legato alla mia regione.

Ho letto in un’intervista che ha un diario in cui appunta quello che le passa per la testa: cosa le piacerebbe scrivere, che ancora non ha scritto?

Ci sono ancora tante pagine che mi piacerebbe scrivere. Quello che appunto nel mio diario non lo sa nessuno, spesso mi è anche capitato di buttare via i diari scritti senza nemmeno rileggerli. Confesso che ci sono due o tre cose, non solo a livello sportivo, che mi piacerebbe scrivere, ma non lo dico per scaramanzia.

Lei è abituato alla velocità, cosa servirebbe all’Umbria per iniziare a correre come fanno altre regioni?

Servirebbe un po’ più di apertura mentale e di tolleranza anche verso il mondo delle moto. Io sto cercando di fare qualcosa per la mia città: vorrei aprire una pista, ma c’è molta difficoltà e poca benevolenza. Pensano che facciamo troppo rumore e per questo ci ostacolano. È sempre molto difficile.

Come ha fatto ad arrivare a correre il MotoGP, partendo da una regione che storicamente non è così legata ai motori?

Ci sono state molte persone, sia a Terni che a Perugia, che mi hanno aiutato economicamente a iniziare questa carriera, non posso che ringraziarle. Poi, se vuoi realizzare il tuo sogno, devi fare molti chilometri: da piccolo per fare cross andavo nelle Marche e nel Lazio. In Umbria c’è Magione, che è stato un mio tracciato per tanti anni. Servirebbe però un occhio diverso per il mondo dei motori e soprattutto che gli venisse riconosciuta più importanza, anche in Umbria.

Lo stereotipo degli umbri chiusi lo ha mai avvertito, glielo hanno fatto mai notare?

Nel mio lavoro non è utile essere chiusi, perché spesso devi parlare per forza. Gli umbri sono un po’ strani: nonostante siamo molto piccoli, litighiamo tra noi. Terni e Perugia non si possono vedere. Non so, se siamo poi così chiusi, di sicuro c’è che non abbiamo le risorse di altre regioni: non c’è né il mare né la montagna vera. Abbiamo tanti posti belli, ma poco conosciuti.

Come descriverebbe l’Umbria in tre parole?

Affascinante, segreta, piccola.

La prima cosa che le viene in mente pensando a questa regione…

Le montagne dove mi piace andare a fare enduro. Qui ci sono posti tra i migliori in Italia per farlo. Prendo la moto e mi rilasso in giro per i boschi.

 

 

Per saperne di più su Terni

Mauro Casciari è un tipo alla mano. Tutto di lui parla di informalità, di disponibilità e di simpatia, ma anche di una sorta di urgenza: di recuperare qualcosa che era stato sacrificato, di reinventarsi, di tornare a casa. È un’eccellenza della nostra regione, e noi lo abbiamo intervistato.

Tutto inizia dagli studi di Teleperugia, tivù locale umbra, nel 1992. Il passo alla radio è breve: due anni dopo la voce di Mauro Casciari risuona su Radio Augusta Perusia e altre emittenti locali, finché verso la fine degli anni Novanta arriva a diffondersi su scala nazionale. Prima Radio Italia Network, poi Radio Deejay; infine Italia Uno, dove è uno dei sei dj che prestano al propria voce al progetto Uno di Uno.

Fino al 2005 è la voce che annuncia i cartoni animati di Italia Uno: si capisce ora come Mauro Casciari abbia potuto sviluppare tale espressività e brio, e come possa ispirare simpatia già dal primo incontro. Torna alla radio nel 2002, con RDS, e da quel momento in poi presta la sua voce alternativamente alla televisione e alle frequenze FM – basti pensare agli spot promozionali di Italia Uno e agli innumerevoli programmi su Radio 2.

Poi, nel 2007, diventa inviato per Le Iene, dando finalmente un volto alla voce che tanto aveva impazzato sulle radio nazionali. Per dieci anni, oltre che iena, è stato anche conduttore televisivo per numerosi programmi RAI, Sky Uno HD e TV8 – solo per citarne alcuni: Affari Tuoi, L’Eredità, Mi manda Raitre, Il Testimone.

Nell’ultimo anno, dopo aver lasciato Le Iene, è stato l’inviato Radio 2 Rai e Rai 2 per il 100° Giro d’Italia, con il programma Non è un paese per giovani.

Ma l’inventiva di Mauro Casciari non finisce qui: è collaboratore dell’associazione Valigia Blu e presidente onorario della ONLUS Avanti Tutta, fiore all’occhiello della regione.

(Monte del Lago 1854[1] – Roma 1910)
Figlio del patriota Giuseppe e della contessa Giuseppina Becherucci, Guido studia prima nel liceo perugino e poi a Bologna, dove frequenta la facoltà di Giurisprudenza – che non porta a termine, sebbene consegua in tutti gli otto esami sostenuti il massimo risultato.

Si dedica in seguito agli studi letterari e alla lingua tedesca: in età giovanile traduce e commenta Storia della legislazione inglese sulle fabbriche di van Plener mostrando una grande competenza e profondità di giudizio[2] e scrive un’opera su Ernesto Renan[3].

La sua attività politico-amministrativa inizia molto presto: nel 1876 viene nominato soprintendente per le scuole di San Feliciano e Monte Fontegiano e due anni più tardi diventa consigliere comunale di Magione. Nel 1879, subentrando al barone Giuseppe Danzetta Alfani, entra a far parte del Consiglio Provinciale e l’anno seguente viene chiamato a presiedere la Congregazione di Carità di Magione. In questo periodo già piuttosto denso di attività, inizia a collaborare con alcuni periodici locali quali «L’Unione Liberale» e «La Favilla»: la sua forma di scrittura appare «originale, severa, efficacissima, il pensiero vi si rifletteva limpido, stringato, senza fronzoli o vacuità»[4]. Nel 1884 ottiene la delega del Consiglio Provinciale presso la Commissione amministrativa dell’Università di Perugia, carica che terrà a vita. Nel 1885 fonda a Perugia la Banca Popolare e l’anno successivo viene eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati. Nel 1896, da presidente del Consorzio per la Bonifica del Trasimeno, inaugura i lavori per il nuovo emissario. Il 14 settembre 1897 viene eletto Presidente del Consiglio Provinciale, incarico che gli sarà rinnovato a vita.

Ma non sono solo le questioni di carattere locale o nazionale ad accrescere lo spessore della sua figura pubblica. Nel 1899 viene inviato in qualità di plenipotenziario italiano alla Conferenza di Pace dell’Aja e l’anno seguente è sottosegretario alla Finanze nel Gabinetto Saracco. Nel maggio 1906 diviene sottosegretario agli Esteri nel Governo Giolitti e l’anno successivo rappresenta nuovamente l’Italia nella II Conferenza di Pace all’Aja[5].

Nella compagna di vita, la poetessa Vittoria Aganoor, egli riconosce il suo perfetto completamento: una donna forte, sorretta da grandi ideali, da una fervida intelligenza e da una profonda bontà d’animo. La loro unione rappresentò «la fusione intima delle complesse facoltà di due anime eccelse»[6] ma proprio per questo egli non trovò ragione e forza sufficienti a sopravviverle. Il 7 maggio 1910, alla notizia della morte di Vittoria, Guido si uccide, sparandosi ad una tempia. Fu questo l’ultimo grido di un leone ferito[7].


[1]La data di nascita è stata corretta dagli studi pubblicati in M. Chierico, Guido Pompilj statista del lago, Perugia, s.n., 1996, pp. 13-14.
[2]E. van Plener, Storia della legislazione inglese sulle fabbriche, Imola, Galeati, 1876.
[3]G. Pompilj, L’eau de jouvence di Ernesto Renan, Perugia, Boncompagni, 1881.
[4]G. Muzzioli, Guido Pompilj e Vittoria Aganoor Pompilj. Commemorazione popolare, Perugia, Guerra, 1910, p. 6.
[5]Le informazioni sugli incarichi ricoperti da Guido Pompilj sono state tratte da M. Chierico, cit.
[6]G. Muzzioli, cit., p. 22.
[7]Pompilj nella villa a Monte del Lago aveva fatto incidere il motto “Ut Leo” che lo rappresenta nella brevità in tutta la sua essenza. Per maggiori informazioni biografiche su Guido Pompilj si rimanda a: M. Ambrogi e L. Zazzerini, Atlante biografico, v. Guido Pompilj, in M. Tosti (a cura di), Tra Comuni e Stato. Storia della Provincia di Perugia e dei suoi amministratori dall’Unità ad oggi, Perugia: Quattroemme, 2009, pp. 130-131; M. Chierico, Guido Pompilj. Il politico, in M. Squadroni (a cura di), Vittoria Aganoor e Guido Pompilj. Un romantico e tragico amore di primo Novecento su Lago Trasimeno, [Perugia]: Soprintendenza archivistica per l’Umbria, 2010, pp. 49-64; M. Calzoni, La famiglia Pompilj e le sue proprietà, in in M. Squadroni (a cura di), cit., pp. 65-84.

 

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Sì, era umbro Pino Lancetti, potremmo dire un umbro DOC, di quelli che nel mondo hanno lasciato un’impronta indelebile e di cui l’Umbria può essere davvero fiera.

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Pino Lancetti con le sorelle, Vanda, Lorena ed Edda

 

Nacque a Bastia Umbra il 27 novembre 1928; qui trascorse la sua giovinezza e già da allora era evidente quell’animo gentile e quell’indole artistica, doti che lo portarono a intraprendere la carriera di disegnatore di moda e che lo videro per molti anni protagonista assoluto a livello internazionale. Recuperiamo perle preziose della vita di Lancetti dalla monografia che gli dedicò nel 2007, anno della sua morte, la professoressa Edda Vetturini, sua ex insegnante e grande sostenitrice, in un’edizione speciale del «Il Giornale di Bastia» edito dalla Pro Loco di Bastia Umbra.
Da lei apprendiamo come il giovane Pino non amasse frequentare la piazza insieme ai suoi coetanei, ma preferisse disegnare schizzi su quell’album da disegno da cui difficilmente si separava e come, già da allora, nei suoi lavori si intravedessero fantasia e talento straordinari.
Frequentò l’Accademia di Belle Arti di Perugia, e dopo un primo periodo trascorso ancora in Umbria in cui si dedicò all’attività di disegnatore, prima nel campo della ceramica, poi nel settore artistico della Perugina, nel 1954 si trasferì a Roma.

Da sarto umbro a re dell’alta moda

Qui aprì un suo laboratorio in via Margutta e lentamente iniziò a crearsi una certa fama nei salotti importanti della Capitale, che gli permise di realizzare la sua prima collezione per la principessa Lola Giovannelli. I suoi lavori ebbero il plauso della più grande giornalista di moda italiana, Irene Brin, e da lì in avanti iniziò la sua importante carriera di disegnatore d’alta moda.
L’arte fu la sua musa ispiratrice, in particolare la pittura, e ai pittori sono orientate le sue più celebri collezioni: la prima, successo del 1956, influenzata da Modigliani; nel 1977 la collezione Italian Style Rinascimento suggerita dalle stanze di Raffaello, fino alla realizzazione di veri capolavori d’arte con il lancio nel 1984 della Sophisticated Lady, stoffe impreziosite da disegni che raccontano le profonde suggestioni degli artisti che più aveva amato e che maggiormente lo avevano guidato: Cimabue, Giotto, Picasso, Matisse, Kandinskij, Modigliani.

 

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Collezione di Alta Moda primavera/estate, 1986

Il sarto pittore

Più che abiti, queste creazioni erano vere opere d’arte, da esporre più che da indossare, e non a caso a Lancetti venne attribuito dalla stampa specializzata l’appellativo di sarto pittore”. Quel sarto pittore che nel 1986, per i 25 anni di alta moda, presentò a Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia, una stupenda collezione in onore di Picasso, in contemporanea con una mostra presentata dal grande pittore nel suo ultimo periodo artistico: «I modelli di Arlecchino suscitano la stessa attenzione di quelli dell’artista spagnolo unendo, dipinto e Moda, in un armonico connubio all’insegna dell’Arte».[1]

 

Tradizione e innovazione: la versatilità di Lancetti

La moda di Lancetti era una moda raffinata, preziosa, gli abiti erano spesso ornati da ricami sapienti, decorati da pietre, cristalli, paillettes. Ogni capo era un’opera unica e irripetibile, da ammirare proprio come i dipinti amati dall’artista e da cui traeva ispirazione.
Famosi in tutto il mondo divennero i suoi foulard, veri e propri quadri con tanto di cornice monocolore, che rappresentarono un simbolo di eleganza e raffinatezza fra gli anni Settanta e Novanta.
Pino Lancetti fu un artista poliedrico, lavorò per il cinema (nel ’79 creò i costumi per il film La luna di Bernardo Bertolucci), fu artefice di profonde trasformazioni frutto di uno studio costante e di un’accurata ricerca: creatività sì, ma senza improvvisazione.
Accanto all’abito-opera d’arte, lo stilista intuì la necessità di cambiamento nella moda femminile, in linea con l’emancipazione che stava vivendo la donna negli anni Settanta. Da qui l’esigenza di creare una moda veloce, pratica, facile da indossare: nacque così il prêt-à-porter che gli valse il Premio Speciale della Stampa Italiana.
Lancetti fu in effetti uno stilista molto amato dalla stampa, italiana e estera, e molti furono i premi e i riconoscimenti ufficiali che ebbe durante la sua carriera: da Cavaliere della Repubblica alla Nomination in Who’s in Italy 1997, dal Baiocco d’oro del Comune di Perugia, all’Oscar alla Carriera dalla Camera nazionale della Moda. Solo per citarne alcuni. Nel 2001 il Presidente Ciampi lo nominò Grande Ufficiale al merito della Repubblica.
Fra le numerose mostre celebrative a lui dedicate, vogliamo ricordare quella allestita nella sua regione: nel 1999 nella Sala Cannoniera della Rocca Paolina vennero esposti cento capolavori d’alta moda facenti parte della collezione privata dell’artista.

 

Collezione primavera/estate, 1986

Il tributo della sua città

A dieci anni dalla scomparsa di Pino Lancetti, Bastia Umbra, che dopo la sua morte accolse il feretro del suo concittadino in un commosso abbraccio, ha voluto intitolargli la piazzetta adiacente alla Chiesa di San Rocco. In mezzo al piccolo Largo Pino Lancetti, egli osserva con la sua aria elegante e vagamente malinconica, quelle strade che tante volte lo videro passeggiare portando sottobraccio il suo inseparabile album da disegno.

 

[1]E. Vetturini, Lancetti. Il Re dell’Alta Moda, edizione speciale de «Il Giornale di Bastia», Pro Loco di Bastia Umbra, novembre 2007.

 


Fonti:

E. Vetturini, Lancetti. Il Re dell’Alta Moda, edizione speciale de «Il Giornale di Bastia», Pro Loco di Bastia Umbra, novembre 2007. La pubblicazione è stata gentilmente messa a disposizione da Vanda Lancetti, sorella di Pino.

 

 

Per saperne di più su Bastia Umbra

Sellano appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Un salto nel passato di quasi due secoli, per scoprire una delle ultime voci bianche della Musica Sacra. Dalle umili origini, alla direzione della Cappella Sistina Vaticana: è il 16 aprile del 1829 quando a Sterpara, nel comune di Sellano, nasce Domenico Mustafà, il cantore evirato distintosi nel tempo per un eccellente virtuosismo vocale, oltre che per essere un geniale compositore.

Non tutti – per fortuna – dimenticano i personaggi del passato e si possono rintracciare omaggi al Verdi della Musica Sacra, come definito da alcuni nel tempo, nei luoghi dove vive e si forma divenendo cantore, direttore e compositore.

Il percorso a ritroso parte dal sapore della sua terra, laddove è cresciuto, attraverso i luoghi di nascita e crescita che lo celebrano. È il caso della Sala Domenico Mustafà, situata nel Castello di Postignano, a Sellano, che dedica al celebre Maestro uno spazio all’interno delle sue mura, luogo che spesso ospita eventi musicali.

L’estro geniale e la caratteristica voce bianca, frutto di un’evirazione, consentono a Mustafà di avviarsi verso una carriera importante. Non si ha certezza in merito alla causa della sua castrazione, ma la più accreditata sembrerebbe essere per volontà di suo padre. Si tratta di una scelta attuata al tempo da molte famiglie povere che, volendo assicurare un futuro migliore ai propri figli, decidono di sottoporli a questa pratica, sperando che li aiuti ad avviarsi alla carriera di cantori.
Da giovanissimo arriva a Roma, ma è necessario attendere il 1848 perché il futuro Maestro sia ammesso come Soprano alla Cappella Sistina, dove tenta – senza ottenere risultati – di attuare delle riforme. Non riuscendoci, decide di ritirarsi dall’incarico nel 1870 e tornare in Umbria per stabilirsi a Montefalco. Tuttavia, le pressioni dei colleghi e dei personaggi del tempo, lo convincono ad accettare la direzione artistica della Società Musicale Romana dal 1874 fino al 1884, ottenendo anche la nomina di Direttore Perpetuo della Sistina nel 1878; ne abbandona però l’incarico nel 1887 per tornare a Montefalco, presso la sua dimora chiamata “Villa Cavolata” e attuale B&B Villa Mustafà, per celebrare i suoi ultimi anni di vita accanto ad una donna.
La città umbra lo omaggia dedicandogli Piazzetta Mustafà.

Piazzetta Domenico Mustafà 

Targa dedicata a Domenico Mustafà nella piazza a lui dedicata

Il Maestro si cimenta molto presto nella composizione sia nello stile organico quanto nel genere a voci sole, molte delle quali esclusivamente composte per la Cappella Sistina. Tra le opere più famose si cita Tu es Petrus, eseguita nel 1867 per celebrare il centenario di San Pietro, nella Basilica Vaticana; un evento mai tentato prima, che suscita invidia, stima ed entusiasmo al tempo.

È indubbia la sua fisicità e il carattere irrompente e nel 1894 Mustafà decide di celebrare il terzo centenario dalla morte di Giovanni Pierluigi da Palestrina con un grande concerto chiedendo ai maestri del tempo le loro composizioni a sole voci e per eseguirlo con sicurezza di intonazione, richiede l’ausilio di un armonium. A questa decisione si oppone il Maestro Giuseppe Verdi, scatenando una lite tra i due, un dissenso che raggiunge la pace solo dopo due anni, quando si incontrano a Montecatini e Verdi ammette l’errore.

Articolo dell’epoca che riporta la notizia della pace fra Domenico Mustafà e Giuseppe verdi

Nel 1877 compone musiche anche per la celebrazione del Patrono San Feliciano, nella Cattedrale di Foligno, dove il successivo anno dirige Musica, solenne a piena orchestra, da lui composta.

Come si può immaginare, il Maestro essendo evirato non ha figli, ma alcuni suoi discendenti ne conservano la storia e le virtù, come la famiglia Postelli. Nell’incontro con il pronipote Massimo si percepisce la passione che si tramanda da padre in figlio e racconta che: «Domenico Mustafà ha due sorelle e un fratello, quest’ultimo ha dei figli, tra cui Ottavio, mio bisnonno che purtroppo nasce quando suo padre è in carcere, per avere rubato delle pecore, e non può essere da lui riconosciuto all’anagrafe. Per non marchiarlo a vita, si decise di cambiare il suo cognome da Mustafà a Postelli. Tuttavia, sembrerebbe che l’origine del cognome Mustafà si debba alla migrazione di fedeli mussulmani dalla Turchia al territorio sellanese. In ragione del loro credo, non essendo consumatori di carne di maiale, sono utilizzati al tempo dalla popolazione locale per la guardia a questi animali».

Monumento funebre in onore di Domenco Mustafà, nel cimitero cittadino di Montefalco

Una lunga vita per Domenico Mustafà che si spegne a Montefalco all’età di ottantatré anni, nel 1912, nella città scelta da lui anni prima, lasciando un patrimonio importante nella storia della Musica Sacra. È seppellito nel Cimitero cittadino, dove gli rende omaggio un monumento marmoreo che lo raffigura insieme ad altri interpreti della Cappella Sistina.

 

 

 


Fonti

Informazioni tratte dall’intervista con il pronipote del Cantore, Massimo Postelli, e dal libro da lui stesso fornito dal titolo: “Mustafà, cantore, direttore, compositore, il Verdi della Musica Sacra. Hanno detto di lui”, a cura di Lanfranco Cesari, Giornalista.

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