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Tra i mestieri tradizionali della Bevagna medievale, il più caratteristico è legato alla lavorazione della canapa, per la fabbricazione di tele e cordami.

Nel suo Saggio georgico sulla proprietà dell’acque del torrente Lattone e commercio delle tele in Bevagna del 1782, Alessandro Aleandri scrive: «Fra tutte per altro le arti, che quivi a perfezione son giunte, verun’ altra avvenne, che possa in elevazione contendere coll’arte di tessere e imbiancare d’ogni specie le Tele. Buona parte del territorio di Bevagna è attivissimo alla produzione e cresciuta della Canape, di cui si raccoglie quantità considerabile. Raccolta in Bevagna la Canape v’è tutto il modo di macerarla in alcuni Fossi a ciò destinati, chiamati perciò Maceratori, cinquecento passi in circa lungi dall’abitato. Compiuta la macerazione, ed incigliata dai Contadini la Canape, passa alle Botteghe dei Canapari, delle quali se ne contano nell’abitato in gran numero, vivendo perciò la maggior parte della Plebe coll’esercizio di quest’arte. Ridotta all’opportuno lavoro viene poi consegnata alle Filatrici, dalle Filatrici passa all’Orditrici, e Tessitrici, dalle quali si lavorano le Tele di diversa qualità, giusta il desiderio di chi ne fa l’ordinazione. In Bevagna si conta un numero infinito di Telari, sicché ascendono a migliaia le Tele che in ciascun mese si lavorano. La tela si divide in quattro pezze, e ciascuna pezza in ventisette braccia, o sia in nove Canne Romane. Lavorate le tele resterebbe di imbiancarle e dovrebbesi mandarle altrove, se non vi fosse anche qui la maniera d’eseguirlo non solo però evvi tal comodo; ma egli è tale che non evvi luogo in tutta l’Europa, ove le tele naturalmente riducansi a più perfetto biancheggio, quanto da noi e il cui perfetto biancheggio proviene soltanto dalle acque del nostro Lattone. Questo torrente denominato Lattone rimane lungi circa due miglia da Bevagna, sotto un Castello denominato la Torre del Colle. Sebbene dagli Abitanti della Torre non si usi alcuna particolarità né segreto per biancheggiare, con tutto ciò è infallibile che l’acque del detto Lattone bianchiscono più di tutte l’altre acque, benché non si usi né calce, né sapone, né si raddoppino tanti bucati, quanti se ne usano in altri luoghi di biancheggio. Giunte finalmente al grado del desiderato biancheggio, le genti della Torre del Colle le stendono in vari prati, presi in affitto per asciugarle. Indi a perfezione purgate le riportano a’ rispettivi mercadanti in Bevagna, incontrandosi di continuo per la strada che conduce colà Uomini e Donne, Giovanotti e fanciulle, di fresca, di adulta, di virile e ancor di vecchia etade portar sopra la testa chi tre, chi quattro e chi per fine sei di quelle Tele. Fra le tele dunque, che si mandano a curare al Lattone vi sono le Cortinelle, che si fabbricano in tutta la Germania; la loro tirata è di circa canne 20 Romane, e si paga per curarle baj.25 la pezza. Le tele di Cento fabbricate in Baviera di tirata canne 25, e pagansi per curarle baj.30 la pezza. Le tele Navine fabbricate similmente in Baviera simili nella tirata e nel prezzo alle tele di Cento. Le tele di Bevagna di tirata canne 9, si paga per biancheggio baj.10. Vengono finalmente anche le tele di Bologna e d’altre parti, il cui biancheggio si paga più o meno secondo la loro maggiore o minor tirata ed altezza».
Aleandri così conclude il saggio: «Finché sussisterà quest’arte, non mancherà popolazione, girerà il denaro e fiorirà in Bevagna la ricchezza e l’abbondanza; ma trascurandosi si vedrà il popolo in povertà e decadenza. Si dovrebbe quindi custodire la medesima con somma gelosia e usare ogni mezzo possibile per mantenerla e accrescerla, senza frapporvi il menomo ostacolo, anche in riflesso di qualunque pubblica gravezza, potendosi in caso di bisogno aumentare gli aggravi personali, non mai però il traffico o delle canape o delle Tele, unico mezzo che ci resta in oggi per sperare la sussistenza ed aumento del Popolo di Bevagna».

 

Telaio in lavorazione

Un’antica tradizione

Da un documento di proprietà dei Conti Spetia risulta che, ancora nel XIX secolo, gran parte della popolazione vive dell’esercizio di questa arte: 2404 sono le filatrici che, dalle frazioni e dai comuni limitrofi, vengono quotidianamente a Bevagna per prendere e riportare i filati; 36 sono le botteghe per la raffinazione della canapa: 376 le donne del capoluogo impegnate nella tessitura e 381 le persone impiegate nel biancheggio delle famose Tele di Bevagna e di quelle straniere. Sembra che anche Caterina De’ Medici, andando in sposa ad Enrico II, re di Francia, porti nel suo corredo finissime camicie di canapa, tessute e confezionate a Bevagna.
In realtà, verso il Mille, la coltivazione della canapa è diffusissima su tutto il territorio pianeggiante e ricco di acque e pertanto adatto, per la sua configurazione, a questo tipo di coltura da cui contadini e artigiani traggono il loro sostentamento, contribuendo alla notorietà del borgo con la produzione di tele pregiate e cordami resistentissimi. Lo stesso Statuto documenta l’importanza che a Bevagna aveva la coltivazione della canapa e la tessitura. Nel libro terzo si vieta l’importazione della canapa di Foligno a Bevagna e nel suo distretto; è fatto obbligo al Podestà di inviare il proprio notaio ogni martedì, giorno di mercato, a controllare il Forum Canipae perché non si contravvenisse alla norma. La pena per coloro che erano stati trovati colpevoli era stabilita in decem solidis pro manna qualibet, cioè per ciascuna matassa. Veniva stabilita l’ubicazione del mercato della canapa: da porta Giuntula fino a Porta S. Vincenzo, e in nessun altro luogo e anche in questo caso il notaio del Podestà doveva esercitare un severo controllo. Si stabiliva anche che nessuno potesse passare attraverso i campi coltivati a canapa, cioè le canapine, per andare a lavare i panni ed era compito del Notaio ai Danni Dati controllare e indagare su coloro che non avessero rispettato la norma. Infine lo Statuto considerava lecito per chiunque macerare la canapa, il canapone e il lino in qualsiasi maceratoio di Bevagna e del suo distretto con il consenso degli eventuali proprietari. Il capitolo 178 definisce il salario delle tessitrici dei panni canapati in base ai nodi con precisione estrema: il compenso va da tre soldi per sei nodi e a otto soldi per quindici nodi.  Textrices, seu texentes panni canapatii accipiant pro stesa panni facti in sex legaminibus tres solidos: et pro stesa panni facti a sex usque in decem legaminibus quinque solidos, et pro stesa panni facti in undecima, et in duodecim legaminus sex solidos, et pro stesa panni facti in quatordecim legaminibus septem solidos et sex denarios, et pro stesa panni facti in quindecim legaminibus octo solidos denariorum.

 

Mercato delle Gaite

La lavorazione durante le Gaite

Per rispetto di questa antica tradizione della Bevagna medievale, nell’ambito della manifestazione del Mercato delle Gaite, una delle quattro, la Gaita Santa Maria, si è impegnata fin dall’inizio a far rivivere nei gesti e nei suoni i diversi momenti della lavorazione della canapa, ripercorrendone con fedeltà i complessi passaggi, secondo le antiche tecniche. Nel 1993 la Gaita ha pensato di arricchire il suo angolo originario dando vita alla ars guarnellariorum o arte dei cascami pesanti che lega insieme, in una stessa corporazione, gli artigiani che tessono la canapa e la lana, nonché i cordari. In un accogliente e suggestivo angolo verde i visitatori hanno modo di seguire contemporaneamente le fasi della scavezzatura e quelle della scardezzatura dei due cascami pesanti. In un angolo, Osvaldo il pastore tosa con mani esperte una grossa pecora belante, da cui ricava la lana che alcuni giovani donne lavano ripetutamente alla fonte d’acqua corrente. Mentre Cinzia e Manuela sono impegnate in questo lavoro, Maria e Gina stendono al sole la lana lavata, disponendola su camorcanne. Quella già imbiancata viene invece scardazzata a mano da Marisa e Peppinella, che la allargano in fiocchi, con gesti veloci, dopo averla unta con olio di oliva. Al centro del giardino si susseguono le fasi della stigliatura: le mannelle di canapa che stanno a essiccare al sole, vengono prese e sottoposte ai colpi ripetuti e ritmati del bastone e della maciulla, con cui Cesare e Angelo spezzano gli steli in frammenti, facilmente separabili dalla filaccia. La fibra, che ne risulta, viene passata poi al pettine; Tarsavio e Silvio, con gesti lenti ma costanti, allungano e tirano ripetutamente le fibre di canapa e lana sopra i due grossi pettini, legati stabilmente ad un tavolaccio, così da eliminare la parte più grossolana della filaccia e del fiocco e disporre le fibre in un’unica direzione, preparandole per la filatura. Ogni tanto una ragazza, Simona, preleva i fiocchi di lana e canapa, appena pettinati, per riportarli alle filatrici. Dina, Letizia e Maria su pesanti banchetti incappucciano le rocche, fatte da loro con grosse canne, con u batuffolo di fibra di canapa e lana. Le tengono strette sotto l’ascella, oppure infilate nella cintura delle lunghe sottane, così da avere entrambe le mani libere per tirare e torcere il filo che si avvolge attorno al fuso. Giacomina e Giustina fanno ruotare i naspi con sorprendente rapidità e lasciano poi cadere nel cesto, ai loro piedi, le matasse appena allacciate. Caroletta gira lentamente il filarino e il rocchetto si riempie di filo, Ope ed Elia, girano le piccole ruote che avvolgono il filo della matassa intorno ai rocchetti. Su antichi telai, con gesti precisi e ritmo cadenzato, Angela ed Elide lanciano la spoletta sopra e sotto, a destra e a sinistra, tra i fili tesi dell’ordito. La trama cresce, si allunga e la tela splende bianca e resistente. Donne in abiti succinti e coloratissimi si danno un gran daffare intorno ad alcune vasche di pietra. Stanno tingendo. Michela, Anna, Laura, Ilena, Assunta, Francesca e Pia, tingono le matasse di lana e i teli di canapa, utilizzando le tradizionali le tradizionali sostanze vegetali: il nero ottenuto dalla daphne gnidium, il giallo dalle foglie di ontano o dallo scotano, il turchino dal guado, il marrone dalla galla, il rosso dalla rubia tinctoria. Un giovane scalzo pesta le tele tessute al telaio in un grosso catino di terracotta, pieno di un liquido composto di acqua, sapone, sabbia, calce e orina, che ha il potere di conferire al panno grezzo una particolare lucentezza e resistenza.
Lungo il muro che delimita per tutta la sua lunghezza il vicoletto, rivive con fedeltà l’antica arte dei cordai: Gigi gira con pazienza e solerzia la ruota dell’antica tornetta, rallentando o accelerando, secondo le richieste degli esperti cordai, Olivo e Attadio, che per lunghi anni hanno fabbricato corde per una infinità di usi, torcendo con gesti rapidi ed esperti la fibra di canapa. Il passato, come d’incanto, si è fatto presente.

 

Mestieri delle Gaite

La canapa, una fibra versatile

Ne La Divina Villa del perugino Corniolo della Corna, che scrive nella prima metà del Quattrocento, la canapa viene al primo posto nella fabbricazione di funi, corde, reti e sartiami. Piero de Crescenzi parla dell’impiego della canapa per fare panni, camicie, lenzuola. Sempre nel Quattrocento, due grandi trattati di gastronomia e dietetica, come il Libro de arte coquinaria di Maestro Martino da Como e il De honesta vuluptade et valetitudine di Bartolomeo Platina, parlano ampiamente della canapa. Dall’antichità fino all’inizio del XIX secolo il 90% delle vele delle navi era in canapa. Fino agli anni venti del Novecento circa l’80% dei prodotti tessili e delle stoffe per vestiti, tappeti, tende, coperte, asciugamani ecc., era in fibre di canapa, considerati più caldi del cotone e tre volte più resistenti a strappi e conservabili più a lungo. Quasi fino alla fine del XIX secolo, una percentuale stimata tra il 75% e il 90% della carta fabbricata nel mondo era prodotta con fibre di canapa: oltre alla Bibbia di Gutenberg risalente al 1455, anche le opere di M. Twain, V. Hugo, A. Dumas furono stampate su carta di canapa, come la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. Essendo una fibra forte e lucida in grado di resistere al calore, alla muffa, agli insetti e non venendo danneggiata dalla luce, pitture a olio dipinte su tele di canapa si sono conservate in buone condizioni attraverso i secoli: i quadri di Rembrandt, di Van Gogh e di altri famosi artisti erano dipinte su tessuti di canapa. Per almeno 3000 anni gli estratti di canapa (cime, foglie, radici) hanno costituito i farmaci più diffusi per il trattamento della maggior parte di malattie. Si trovano citati per la prima volta per il trattamento di disordini femminili, gotta, reumatismo, malaria, stipsi e debolezza mentale in un testo di medicina cinese del III millennio a.C. Senza dimenticare l’utilizzo per la produzione di prodotti cosmetici; per la produzione di tavole molto robuste per l’edilizia e la falegnameria; per la produzione di mattoni in cemento impastato con legno di canapa.

 


Bibliografia

Opere scelte di Alessandro Aleandri, a cura di T. Sediari e C. Vinti, Fabrizio Fabbri Editore, 1999
Un viaggio attraverso i secoli: Il mercato delle Gaite, a cura della Gaita Santa Maria, Tipolitografia Recchioni,1994
La canapa in Italia dal Medioevo al Novecento, a cura di C. Poni e S. Fronzoni, Clueb, 2005

L’arte della torcitura ha attraversato secoli e continenti. Oggi è visibile durante il Mercato delle Gaite di Bevagna.

Perché torcere la seta?

In natura esistono migliaia di filamenti vegetali e animali più o meno lunghi e resistenti. In genere, i filamenti di origine naturale hanno una lunghezza inferiore al metro: da qui la necessità di costruire un filo continuo partendo da elementi più corti. La filatura, intesa come creazione del filo, nasce dall’unione per torcitura delle fibre. La tessitura, con tutte le fasi di preparatorie dei filati che essa richiede, era già una tecnologia consolidata quando in Oriente si scoprì che esistevano fili naturali di centinaia di metri. Erano i fili di seta dei bozzoli di alcuni insetti. Tra gli insetti vi sono centinaia di specie serigene, tuttavia una in particolare fu oggetto di interesse, per diverse ragioni: facile dipanabilità del filo, filo molto lungo e sottile, possibilità di allevamento domestico. La pratica allevatoria del Bombyx mori, del baco da seta, continua da oltre quattromila anni. Dall’Oriente, molto lentamente, essa arrivò in Europa assieme alla tecnica della trattura, cioè all’arte di togliere la bava dei bozzoli per farne un filo utilizzabile. Durante la trattura, la sericina viene sciolta immergendo i bozzoli in acqua calda; individuati poi i capofilo con una spazzola, se ne fa un mazzetto proveniente da più bozzoli (la rosa di trattura) e si inizia a tirare (da cui trattura), avendo cura di tener ben unito il mazzetto delle bave e di mantenere l’acqua calda. Il filo così ottenuto, reso compatto dal reindurimento della sericina, viene avvolto su di un aspo, dove va a formare le matasse di seta greggia.
Per millenni la seta greggia ottenuta dalla filatura è passata direttamente al telaio per essere tessuta. Se si analizzano i rari frammenti di tessuti antichi, ritrovati per lo più in tombe cinesi, oppure di provenienza sassanide e bizantina, si osserva come i fili di ordito e di trama siano in genere privi di torsione o ne abbiano una debolissima (pochi giri per metro).
Tuttavia, dal X secolo d.C. in poi, compaiono tessuti con fili decisamente torti, decine o centinaia di spire per metro. L’esigenza di produrre tessuti sempre più fini e con disegni sempre più complessi, uniti alla necessità della tintura in filo, fu quasi sicuramente la causa determinante dell’introduzione della torcitura della seta. Ove e come ciò avvenne per la prima volta non è noto. Da semplice esigenza operativa, la torcitura divenne col tempo un settore molto importante nel processo di lavorazione, con imponenti edifici, macchinari, maestranze, normative e capitali dedicati allo scopo.

Torcitoio circolare da seta

La torcitura antica e il torcitoio tondo a energia umana

La produzione di seta torta a mano era lenta e dispendiosa; il filo torto dava luogo a evidenti irregolarità della pezza finita, attribuibili alla disuniforme distribuzione della torsione lungo il filo. La ruota a filare semplice permise di risolvere in parte i limiti produttivi dei filati per tessitura. Di probabile provenienza orientale, essa compare in Europa dopo il 1000; la prima raffigurazione è visibile in una delle vetrate della cattedrale di Chartres e risale al 1150 circa. Nel corso del XIII secolo compare in quel di Lucca anche il torcitoio tondo, mosso dall’uomo. La loro origine finora è ignota, forse arrivavano dal Medio Oriente, all’epoca delle prime quattro crociate, dal 1098 al 1204.
Hanno forma cilindrica e torcono contemporaneamente la seta di circa 80 rocchetti completandoli in 6-10 ore con soli due addetti. Se si pensa che a mano una persona torce un rocchetto in 30-40 ore, si ha un salto quantitativo di produzione di circa 300 volte, con una qualità di filato migliore e a un costo inferiore. La fonte di energia erano le braccia dell’uomo. Una persona allenata poteva muovere fino a 150 rocchetti per 8-10 ore con qualche sosta. A causa di guerre civili in Lucca, già nel Trecento la conoscenza del torcitoio si diffonde a Firenze, Bologna, Venezia, nel sud della Francia. Nella seconda metà del Quattrocento il giovane Leonardo da Vinci, a Firenze dove era a bottega del Verrocchio, conosce il torcitoio circolare da seta ormai consolidato da più di due secoli di attività. Ne rimane affascinato, lo studia nei dettagli, vi scrive sopra persino degli indovinelli e lo migliora: inventa il distributore automatico del filo; inventa le rocchelle per avvolgere la seta lavorata e le bacchette per inserirle, in sostituzione dei più ingombranti aspi; inventa un nuovo tipo di movimentazione dei fusi, allo scopo utilizza una ruota suddivisa in settori (strofinacci) per migliorare l’aderenza. Tutte invenzioni che accrescono di molto la qualità dei filati di seta e la produttività della macchina.
A partire dal Trecento, inoltre, esigenze produttive avevano obbligato a ricorrere all’energia idraulica per muovere i torcitoi da seta, diventati ormai grandi macchinari alti 5-6 metri. I nuovi dispositivi leonardiani che li migliorano si diffondono presto. La città di Bologna, con centinaia di torcitoi impiantati, ne è il centro più imponente fino al XVII secolo. Ma la stessa macchina è ormai diffusa in Italia, Francia, Spagna, Olanda Belgio, Austria, Ungheria.

 

Il torcitoio circolare da seta a energia umana e la sua storia nel Mercato delle Gaite

Il torcitoio da seta è la prima macchina operativa complessa che l’uomo abbia mai ricostruito: è tale perché è densa e ripetitiva. Ha circa due metri di diametro ed è alta poco di più. I suoi elementi operativi sono ripetuti parecchie decine di volte, consentendo di torcere in modo regolare 80-150 fili contemporaneamente. Un uomo-motore collocato all’interno la muove, mentre un operatore all’esterno provvede alle varie esigenze della torcitura. Si tratta di una delle macchine più interessanti del Medioevo, certamente quella più produttiva. Un torcitoio da 100 fusi richiede due operai contro i cento di prima, e il tempo per torcere un rocchetto è cento volte minore di quello che si impiegherebbe per torcere a mano. Complessivamente, quindi, l’invenzione accorcia di 10.000 volte il tempo di torcitura per una produzione media artigianale. Raramente nella storia della tecnica ci si imbatte in simili risultati. Questa invenzione svolge in un giorno il lavoro prima compiuto da due-tre mila persone: si può sicuramente affermare che la civiltà industriale nasce con i torcitoi da seta.
La prima documentazione iconografica che si conosca si trova negli Statuti dell’Arte della Seta di Firenze del 1487, copia di un manoscritto del secolo precedente e conservato alla Biblioteca Laurenziana di Firenze. Nel disegno appare un ordine di fusi, disposti lungo una circonferenza (valico), raggruppati tre a tre, per un totale di 24 fusi e 8 aspi per valico. Una descrizione degli elementi costitutivi la si trova nell’Archivio di Stato di Lucca, Archivio notari, n.117, notaio Bartolomeo Buonmese, 1335.
Il documento lucchese indica che la macchina consta di due incastellature di legno concentriche di 3 metri di diametro per poco più di due metri di altezza e porta due serie di dodici aspi con dieci alberini per ogni aspo. La struttura interna ruota intorno a un asse verticale, un cilindro ruotante, azionato da una persona che lo spinge con il proprio corpo, a ritroso; contemporaneamente la struttura esterna sfrega sugli alberini e i meccanismi di trattura per farli ruotare. Su ogni alberino è fissata rigidamente la bobina, sopra la quale gira rapidamente su un coperchio a calotta (coronelle) un filo a S. Il filo di seta non ritorto passa dalla bobina sull’aspo sovrastante attraverso due fori. Quando l’alberino gira e con esso la bobina, il filo viene ritorto man mano che viene tirato dall’aspo. Durante questo processo, la seta si torce, acquistando caratteristiche fisiche diverse dal filo di partenza e più adatte a conferire al tessuto finito l’aspetto che gli è più peculiare.
Sulla base del Trattato e con le conoscenze storiche acquisite nel settore, la Gaita Santa Maria ha ricostruito il torcitoio circolare a energia umana facendone l’unico esemplare funzionante al mondo.
Esso consta di due ordini di 12 aspi ciascuno, cui corrispondono due ordini di tre bobine per ogni aspo, disposte lungo la circonferenza (valico) per un totale di 72 bobine. Sulla parte mobile del torcitoio trovano sistemazione, sia i dispositivi che fanno ruotare i fusi (strofinacci) sia gli elementi inclinati (principi) di un’ampia vite senza fine, tradizionalmente chiamati serpi. Gli aspi che raccolgono il filo torto in matasse sono mossi dai serpi, grazie a una ruota a raggi, la bozzoniera.
Durante la manifestazione, il torcitoio è certamente, fra gli strumenti d’epoca presenti, il più prestigioso per il suo valore storico e culturale e inoltre, nell’ambito di una riproduzione il più fedele possibile di mestieri medievali, è sicuramente la macchina riprodotta nel modo più corretto per quanto riguarda le fonti di energia, immune dalla contaminazione con le tecnologie moderne (corrente elettrica, metano): utilizza solo la forza delle braccia.
La progettazione e la sua realizzazione hanno richiesto tempo e fatica, ma il risultato ottenuto ripaga delle difficoltà incontrate. E allora come non ricordare chi, negli anni 1996 e 1997, ha desiderato e voluto ricostruire la macchina: Anacleto, Alfredo, Anna, Pia, Attilio, Gianluigi, Marco M (il costruttore), Gianpaolo (il disegnatore), Marco T.M, Francesca, Luigi, Natale; e chi negli anni successivi vi ha dedicato il suo tempo: Mario, Rita, Gianmarco. E come non ricordare i luoghi visitati: Firenze (L’antico setificio toscano), Gorizia (Il museo della Seta), Garlate (Civico Museo della Seta Abegg), Abbadia Lariana (Civico Museo Setificio Monti), Como (Museo Didattico della Seta), San Leucio e il suo setificio (Caserta).
Un ringraziamento particolare a Flavio Crippa, esperto di archeotecnologia industriale, che ci ha fornito disegni e informazioni indispensabili. E infine, come non ricordare che il torcitoio è stato esposto a Strasburgo, nell’ambito di una mostra su Leonardo da Vinci e le sue macchine.

 

Il torcitoio da seta negli Statuti Comunali Umbri

A Perugia la lavorazione della seta inizia nella prima metà del Quattrocento. Nel 1529 l’arte dei bambacari chiese e ottenne di unirsi con i setaioli. I bambacari e i setaioli costituirono il Collegio della seta e della bambagia (mantenendo tuttavia separati i propri statuti) nel 1529.  In seguito, la necessità di raggiungere un più razionale impiego delle risorse economiche convinse dell’opportunità di riunire le due arti. La nuova istituzione assunta la denominazione di Arte della Seta e della Bambagia, redasse gli statuti nel 1531. Nel 1543 vennero elaborati gli statuti definitivi dell’arte. Redatte in volgare, le le disposizioni sono comprese in sessantadue capitoli, di cui quarantotto riguardano l’arte della seta e quattordici quella della bambagia.

Capitolo 7.  Che niuno filatoiaio o torcetore possa filare ne torcere seta a frostiere né a chi non ha botigha.

Capitolo X.  Che quilli che pigliaranno sete a torcere sieno obligate a torcerle bene a iuditio de li uffitiali.

A Foligno, già negli anni 1471-1472, due mercanti imprenditori forestieri manifestano il desiderio di introdurre l’arte della seta. Ma solo nel 1540 vengono elaborate tre bozze degli statuti dell’arte, due delle quali abbastanza simili e composte da 15 capitoli e 17 capitoli.

Capitolo 8. Item che nessun filatutaro, ne tintore, possano torcere, ne filare, ne tignere in alcuno modo, alcuna generatione de seta ad nessuno foristero, ne ad alcuno altro che non sia matriculato et scritto ad larte sotto pena.

Nell’ASF è presente un documento datato 18.2.1528, in cui Girolamo di Marsilio di Giovanni Taccori e Giovanni Battista di Vincenzo dello stesso Giovanni Taccori vendono a Matteo Gentili e Feliciano di Girolamo Seggi di Foligno unum filatorium ligneum aptum ad filandum et torcendum siricum al prezzo di 26 fiorini. Un documento datato 14 luglio 1556 afferma che a Cicco qm. Giovanni Antonio,  filatoraio di Foligno, Prospero qm. Andrea Merganti affitta unum atterratum cum filatorio apto ad filandum et torcendum sericeum ad duas valcas sito nel rione Ammanniti, per tre anni e per sette fiorini l’anno.
Dal 1559 l’arte subisce una svolta decisiva: viene introdotto a Foligno il filatoio idraulico, uno dei primi dell’Italia centrale, ad opera del nobile Francesco Orfini; viene ubicato nel rione Spada, presso i mulini a grano e a olio della comunità.

Conclusioni

Si è parlato spesso di leggenda del filo d’oro, tanto è avventurosa e sconcertante la storia della seta, materia di lusso, simbolo di bellezza e di potere, che unisce e al tempo stesso divide, Asia ed Europa; fattore primario di commercio, ma anche di scambi culturali.

 La machina

È maraveja, è ordegno celeste. Mille e mille rigagnoli de filo, torce et incanna come cento mani, anzi dugento. Ne lo suo ventre scoperto una femmina spigne et Ella gira e con Ella gira lo mondo universo. Li mille e mille bachi non truovan lo tempo de filare, le femmine de levare la colla e mannellare, chè già tutto ritorto. Indulgenzia me véne dal Segnore perché non v’ha persone che possan prendere suo loco. La machina cum grande fatica s’adopra a vantaggio e satisfatione de tucti, però che cresce il filo, e già tutta Mevania: homini et femine et pulzelle et pargoli involti sono da esso per tignere et per tessere, et panni assai vi sono da tagliare. De jorno e de nocte battono li telari e laqua de l’ Attone pare nun essere bastanzia pe’ lavaggi e tenture de lo panno che co lo filo de lo torcitoio s’appresta.

Da un Anonimo umbro del XX secolo.

 


Bibliografia

F. Crippa, Il torcitoio circolare da seta, estratto da: Quaderni storici 73/a. XXV, n.1° aprile 1990
La Gaita Santa Maria riscopre l’arte della seta, La Tipografica Bevagna, 2007

Sotto il nome di Tacuinum sanitatis in medicina vengono classificati tutti quei manuali di scienza medica scritti e miniati, dalla seconda metà del IV secolo al 1450 circa, che descrivevano, sotto forma di brevi precetti, le proprietà mediche di ortaggi, alberi da frutta, spezie e cibi, ma anche stagioni, eventi naturali, moti dell’animo, riportandone i loro effetti sul corpo umano e il modo di correggerli o favorirli.

Queste opere basavano il loro contenuto principalmente su un testo originale del medico arabo Ibn Butlan (o Ububchasym de Baldach, attivo a Bagdad intorno alla metà del XI secolo. La traduzione in lingua latina del trattato dovette avvenire probabilmente nel secolo XIII alla corte di re Manfredi di Sicilia ,e da allora in poi, i Tacuinum Sanitatis conobbero una rapida e vasta diffusione.
Un antico manoscritto del secolo XIV, che è sicuramente un Tacuinum Sanitatis è presente anche nella biblioteca comunale di Bevagna: è un manoscritto pergamenaceo di 40 fogli della misura di mm 210×310 ciascuno. Il foglio esterno della legatura è in pergamena, i fogli di guardia sono cartacei. Su questi ultimi vi è un timbro rotondo recante la dicitura Orfanotrofio Francesco Torti. Bevagna. Manoscritti non miniati ne esistono quattro nella Biblioteca Nazionale di Parigi, due nella Biblioteca Vaticana, due nella Biblioteca Angelica a Roma, uno nella Biblioteca Marciana di Venezia, uno a Vienna, uno a Lipsia. Di maggior pregio sono considerati tre codici miniati giunti fino a noi: uno è conservato nella Biblioteca Nazionale di Vienna, uno a Parigi, alla Bibliotheque Nationale, uno a Roma alla Biblioteca Casanatense.

 

 

Nell’Incipit si legge: Tacuinum sanitatis in medicina, utile a spiegare le sei cose necessarie all’uomo e a dimostrare sia il giovamento del cibo, del bere e degli indumenti sia l’aspetto nocivo di queste cose, e quindi a rendere noti i buoni consigli da parte degli eminenti tra gli antichi al fine di eliminarne gli aspetti dannosi. Elbukassem Elmuthar, figlio di Haladin, a sua volta figlio di Buctilian, medico di Baldach, compose questo libro.
Tra i consigli, c’è quello di migliorare l’aria che interessa il cuore. La seconda è la giusta proporzione di cibo e bevande. La terza è la giusta combinazione del moto e della quiete. La quarta è la preservazione del corpo dagli eccessi del sonno e delle veglie. La quinta è il giusto equilibrio nell’eliminazione e nella ritenzione degli umori. La sesta consiste nella capacità della persona di regolarsi nella gioia, nell’ira, nel timore, nell’angoscia. La conservazione della salute starà infatti nell’equilibrio di questi elementi; quando viene a mancare, si genera malattia.

Alcuni ottimi consigli terapeutici

Se si beve vino in maniera eccessiva, esso causa insonnia, gonfiori del fegato, diminuisce l’appetito, il coito, l’assimilazione dei cibi; provoca sonnolenza, cattivo odore della bocca, tremore, angoscia, epilessia, debolezza dei nervi e della vista. Genera febbri, confusione dei sensi, idiozia, paralisi della bocca e induce a una morte improvvisa. Ma se qualcuno volesse indagare, troverà nel vino anche dieci giovamenti: cinque per il corpo, cinque per l’animo. Migliora infatti la digestione, ha effetto diuretico, restituisce un bel colore, produce un buon odore, rafforza il coito; rende lieto l’animo, dà ottimismo, conferisce coraggio, migliora il carattere, frena l’avarizia. Il miglior vino per generare sangue equilibrato in nature equilibrate è il vino rosso profumato, bene mescolato con l’acqua, che sia una via di mezzo tra quello giovane e quello vecchio. Coloro che hanno un temperamento caldo bevano vino mescolato con acqua e vi inzuppino pane bianco, pezzi di mela cotogna e mele. Il vino non deve essere bevuto da un affamato né da un sazio, né insieme a cibi salati, piccanti e acidi, né dopo l’assunzione di latte, né dopo il pasto, affinché non provochi ostruzione e idropisia; ma deve essere bevuto dopo due o tre ore. Inoltre si deve stare attenti a non mescolare vini diversi.

Pane

Il miglior tipo di pane è quello di frumento di ottima qualità e con la quantità giusta di lievito; l’acqua e il sale devono essere di una quantità proporzionata e il fuoco deve essere temperato in modo che agisca sia in superficie sia in profondità. Quando questo pane è ricco di nutrimento e si digerisce bene. Il pane può essere di diversi tipi. Uno è quello a cui si mescola il papavero, il quale ha la proprietà di che è fatto con acqua e farina e ha molto nutrimento. Un altro è quello a cui si mescola il cumino nero e quello comune, per impedire il suo rigonfiamento. Un altro tipo ancora è quello che si mangia molto caldo: si digerisce più velocemente, scende più lentamente e dà un nutrimento maggiore. Il pane cotto nel testo fa male, soprattutto quando è mescolato con l’olio poiché provoca stitichezza, genera ostruzioni, umori cattivi e crudi nel corpo. E chi si trova nella necessità di mangiarlo, aggiunga lievito, aumenti il sale e lo faccia cuocere bene, sebbene l’olio ostruisca i pori e impedisca l’ingresso al calore del fuoco. Il suo miglior companatico è il cibo fatto con spezie aromatiche o, secondo altri, piccanti.

Lupini

I lupini, quando vengono trattati fino a che non perdono il loro sapore amaro, sono difficilmente digeribili e no hanno effetto lassativo. Quando vengono digeriti rilasciano un nutrimento che è utile ai malati di fegato. Provocano, grazie alla loro amarezza, un effetto diuretico e il sangue mestruale; lo stesso gusto amaro li rende di facile discesa ed elimina i vermi. Favoriscono l’espulsione del feto, aprono le ostruzioni presenti nella milza, nel fegato e nei polmoni.

Fagioli

I fagioli bianchi sono freddi e secchi, quelli rossi hanno una natura calda e provocano gonfiore. Tuttavia sono i più nutrienti e generano comunque minor gonfiore rispetto alle fave. Essi eccedono per umidità. I fagioli rossi sono molto sottili, per questo facilitano la discesa del flusso mestruale. Si devono mangiare preparati con olio e muri, senape, carvi e origano, perché attraverso questi viene minimizzato il loro effetto negativo.

Fave

Le fave fresche sono sconsigliate perché provocano gonfiore, mollezza delle carni e stanchezza. Le fave secche sono meno nutrienti rispetto a quelle fresche. Quelle sbucciate e cotte nell’olio di mandorle sono meno dannose rispetto a quelle cotte ma non sbucciate. La loro polpa è lassativa, ma le bucce costipanti. Per questa ragione alcuni medici hanno cotto le fave temperate assieme all’aceto e le hanno date da mangiare a coloro che soffrivano di ascessi all’intestino e diarrea. Le migliori fave sono quelle lessate in più riprese e tostate con l’olio di mandorle, perché a quel punto saranno utili al petto. L’origano e il sale eliminano il danno di quelle fresche.

Riso

Il riso è un cibo di natura temperata, facile da digerire. Provoca stitichezza, soprattutto quando la varietà è rossa. Quello di varietà bianca, quando è cotto con olio di mandorle o di sesamo non astringe al ventre, calma l’acidità dello stomaco e dell’intestino. Quando è mescolato con latte munto di recente provoca ostruzione; tuttavia perde secchezza e fortifica il corpo. Galeno dice che fa aumentare lo sperma, mentre fa diminuire l’urina, l’evacuazione e la flatulenza.

 

Nocciole

Le nocciole nutrono più delle noci, ma si digeriscono più difficilmente a meno che non siano sbucciate. Le loro bucce sono infatti astringenti, costipano il ventre, hanno molta untuosità e generano gonfiore. Dicono alcuni degli antichi che coloro che le assumono con la ruta prima del pasto non sono lesi da morsi dei rettili. Si dice inoltre che gli scorpioni le rifuggano e che, quando vengono mangiate con i fichi, giovino contro i loro morsi.

Mandorle

Le mandorle sono sconsigliate con il vino, se non per coloro che hanno l’umore flemmatico nello stomaco. Se preparate con il sale hanno buon sapore. Sono utili per purificare il petto e hanno effetto lassativo perché contengono proprietà detergenti. Quelle amare sono più fluidificanti per il petto e i polmoni; sono anche utili per la diuresi. Quanto più sono amare, tanto più saranno efficaci nei loro effetti.

Musica

La musica è uno strumento utile per preservare lo stato di salute, per recuperare o restituire quella persa, a seconda dei diversi temperamenti degli uomini. Infatti, anche in tempi antichi questa arte era impiegata per ricondurre gli animi alle abitudini salutari. Successivamente i medici si abituarono a utilizzarla nella cura dei corpi malati. Infatti le melodie stanno ai malati come le medicine stanno ai corpi infermi. L’effetto della musica sugli animi è palese sia nell’andatura dei cammelli che, carichi, sono confortati dal canto di chi li guida, sia nei fanciulli, che altrettanto godono del canto. Esso crea anche attitudine e diletto e giova alle lunghe orazioni e alle letture. I medici se ne servono per mitigare i dolori, come fanno coloro che portano carichi pesanti in modo che sembrino leggeri e facili.

Stati d’animo

Tra gli stati dell’animo ce ne sono di cinque tipi: ira, gioia, timidezza, dispiacere e paura. La ragione di questo è che il cuore si muove sia verso il petto sia verso la schiena, o da entrambe le parti, in maniera impetuosa, repentina, poco a poco o in maniera costante. Se si muove in modo impetuoso verso il petto provocherà ira. Se lo fa a poco a poco provocherà gioia. Se si muove impetuosamente verso la schiena provocherà paura. Se lo fa a poco a poco, disagio. Se da entrambi le parti, avrà effetto di timidezza e tristezza. Questi sono chiamati accidenti dell’animo, sebbene siano resi vitali da ciò che li trasmette, ovvero la percezione e il pensiero, che conferiscono appunto al cuore cose piacevoli e non piacevoli. Il dispiacere deriva dalle cose passate, ma anche dalla speranza e dalla disperazione.

 

Rapporti amorosi

Lo sperma è la più nobile delle escrezioni del corpo, per questo quando c’è eccessiva fuoriuscita si intacca la forza e quindi si verificano paralisi, tremore, malattia delle articolazioni, tachicardia, sudore, ascessi del petto e dei polmoni, mancanza di appetito, oscuramento della vista, soprattutto negli anziani e in coloro che hanno un temperamento freddo. A coloro che non hanno il coito ma che lo hanno in sogno, può capitare pazzia, amore, perversione dell’animo, gonfiore dei testicoli, e in generale malattie di replezione del corpo e del cervello. La natura ha voluto che nella riproduzione vi fosse un piacere immediato, che conducesse al fine nobile della generazione, e da questo piacere si sono mosse molte cose, tra cui l’anima razionale. Questo accade quando si verifica un certo prurito e solletico e soprattutto quando se ne vede l’atto (il coito). E anche quando qualcuno pensa a questo nel sonno o nella veglia. Chi ha un rapporto sessuale non sia né pieno di cibo, né affamato, in quanto si verificherebbe ostruzione o secchezza. Ci sia anche un clima temperato, l’aria non sia epidemica e il corpo non sia esposto a malattie. Si scelgano per generare maschi le case maschili, tra cui si prediligono la bilancia e il sagittario, mentre per generare femmine il segno dei pesci e la vergine, e non si badi se c’è il toro. Le medicine per il coito sono di due tipi. Alcune sono calde e umide, come le uova a metà cottura che si prendono in sorsi e i testicoli di gallo. Altre generano gonfiori e hanno effetto sulle parti virili, come le cipolle e la rucola silvestre. A coloro che hanno un temperamento caldo e secco, se hanno rapporti sessuali, nuoce il vino, invece traggano giovamento attraverso le cose fredde e umide, come i pesci freschi, il latte dolce, la lattuga. A coloro che hanno natura fredda e umida, conferiscono i pesci che si chiamano siccamencori, le carni arrostite sopra una piastra calda con senape. Non si deve avere un rapporto sessuale, se il ventre non è alleggerito; ciò sarà più salutare e sicuro per la procreazione. Inoltre, non si deve avere il coito se prima non si è giocato con la donna, strofinandole i piedi, prendendole e stringendole delicatamente i capezzoli dei seni, affinché entrambi i due soggetti, stimolati, emettano contemporaneamente il seme, fine per il quale si sono uniti. Si riconosce il desiderio della donna dai suoi occhi. Durante il rapporto, inoltre, ci si inclini sul lato destro per avere un maschio. Bisogna stare attenti che l’uomo non abbia di nuovo ad avere il coito se prima non si è lavato e non ha urinato. Se non ha osservato tali precauzioni gli occhi dei bambini saranno di colore celeste.

La medicina nel tempo

Non siamo molto cambiati rispetto ai nostri antenati. L’arte della medicina, che pure da due secoli ha beneficiato di immensi e stupefacenti progressi scientifici, conserva una parte dell’irrazionalità dei suoi albori e dei riti magici che ne hanno caratterizzato i primi secoli. L’uomo contemporaneo ha fiducia nell’alta tecnologia ospedaliera, ma continua a credere nelle guarigioni miracolose, e le medicine alternative sono ancor oggi fiorenti. La storia della medicina è dunque complessa e non può essere che analizzata su tre piani: sul lungo periodo, in rapporto ai diversi contesti storici, culturali, sociali e politici e senza mai dimenticare gli uomini che l’hanno forgiata, da Ippocrate e Galeno a Pasteur, da Imhotep e Ibn Butlan a Pincus e Barnard.

 

Noi siamo dei nani appollaiati sulle spalle

                                                     di giganti.

                                     Bernard de Chartres, 1126

Bevagna appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Gioco, competizione e rigore storico. Questa la ricetta vincente del Mercato delle Gaite di Bevagna.

bevagna

Mercato delle Gaite, foto di Francesco Mancini per gentile concessione del Mercato delle Gaite

 

Nato nel 1989 per vivacizzare la vita del borgo medievale, ispirandosi allo Statuto cittadino che regolava la vita del comune dividendolo in quattro quartieri o gaite, il Mercato delle Gaite comunemente noto come le Gaite è diventato in pochissimi anni un appuntamento irrinunciabile sia per gli abitanti sia per chiunque desideri gustare al meglio questa splendida cittadina medievale – uno dei Borghi più Belli d’Italia.

La rigorosa ricetta

La formula è stata assolutamente intelligente e con un grandissimo riscontro di pubblico. Le Gaite vanno oltre la buona organizzazione di una competizione avvincente, infatti, per tutta la durata dell’evento, Bevagna si trasforma completamente e regala al visitatore l’illusione di un viaggio indietro nel tempo, fino al comune medievale che la cittadina è stata negli anni 1250-1350 nel periodo festoso della pace di fiera. Grazie all’articolazione in una gara (il tiro con l’arco) e in tre specifiche sfide scenografiche (la ricostruzione sceneggiata di due antichi mestieri per rione, la creazione di un ambiente conviviale nel quale viene servito il cibo dell’epoca e una giornata di mercato) Bevagna ricostruisce, rione per rione, in toto, un mondo ormai perduto e incredibilmente affascinante. Consulenze di alto profilo di anno in anno hanno fatto sì che ogni singolo aspetto, ogni singolo dettaglio della manifestazione migliorasse: dagli abiti, alle scenografie, alle tecniche, in modo che vi fosse maggior aderenza possibile alla realtà storica. La magia si ripete ogni estate, quando nell’ultima decade di giugno per le strade e nelle botteghe illuminate dalla luce fioca delle candele si sentono le voci di mercanti e di popolani, si vedono artigiani intenti al lavoro secondo tecniche ormai desuete e perlopiù dimenticate, nelle piazze si assiste a discussioni politiche e a scene tipiche della vita quotidiana… di molti secoli addietro! Referente scientifico del Mercato delle Gaite è Franco Franceschi, docente di storia medievale all’Università di Siena. Una giuria composta da accademici di prestigio che insegnano o hanno pubblicato su materie attinenti al Medioevo assegna punteggi sugli aspetti storici e tecnici delle rappresentazioni che, fino alla proclamazione finale i punteggi delle singole gare, sono tenuti segreti, chiusi all’interno di buste gelosamente custodite dai carabinieri, cosicché la tensione e le attese restino vive per tutto il periodo.

 

Le antiche botteghe, foto di Giacinto Bona per gentile concessione del Mercato delle Gaite

Le specializzazioni

Ma perché la manifestazione si chiama il Mercato delle Gaite? Il termine gaita che deriva dal longobardo watha ovvero guardia, si trova nello Statuto medievale – come accennato – giunto fino a noi in una redazione del XVI secolo, che suddivide appunto in guaite o gaite, ovvero in rioni, il comune medievale. Le quattro gaite che si sfidano ogni anno per vincere il palio sono: San Giorgio, San Pietro, Santa Maria e San Giovanni. Ciascuna di esse si è caratterizzata negli anni per dei punti di forza e di eccellenza: la gaita San Giorgio vanta al suo interno i Novus Ignis – un gruppo di giovani che hanno riportato alla luce le musiche dei secoli XIII e XIV – un coro e un gruppo di danzatrici medievali e propone tra i mestieri la lavorazione del ferro, la zecca e la liuteria; la gaita San Giovanni, quella che più volte ha vinto il palio, ha tra i mestieri che l’hanno resa celebre la lavorazione della carta partendo dagli stracci e la produzione del vetro partendo dalla sabbia e dai ciottoli di fiume; nella gaita San Pietro si può vedere la bottega del fornaio e quella dello speziale, così come assistere alla realizzazione delle candele di cera, scoprire i segreti dell’ars tinctoria e rimanere incantati dai monaci intenti a miniare all’interno di uno scriptorium; infine la gaita Santa Maria è specializzata in tutte le lavorazioni della lana e della canapa dalla filanda alla tessitura a telaio.
Nato dalla volontà di vivacizzare un borgo, il Mercato delle Gaite ha avuto però anche l’indiscusso pregio di creare la ricetta vincente per riuscire a ritrovare e ricreare lavorazioni artigiane scomparse e di trasmetterle con l’entusiasmo di una gara e di un gioco alle nuove generazioni, preservandone la memoria.

 

Le vie di Bevegna

Le vie di Bevegna, foto per gentile concessione del Mercato delle Gaite

 


 

Bibliografia e siti consultati:

Caldarelli, Il mercato delle Gaite. Grandi storie di piccola gente o, forse, piccole storie di gente grande, Marsciano, Editrice La Rocca, 2011

http://www.ilmercatodellegaite.it

http://gaitasangiovanni.it

http://www.gaitasanpietro.com/

http://www.gaitasantamaria.com/

https://www.facebook.com/gaitasangiorgio/

 

 

Per saperne di più su Bevagna

 

Se esiste un modo di viaggiare etico e in piena armonia con i luoghi è sicuramente in mongolfiera. Peter Kollar è un pilota ungherese che ha vissuto per lungo tempo in Nuova Zelanda e da quattro anni si è trasferito con la sua attività tra le dolci colline tra Bevagna ed Assisi. Si prende cura dei suoi passeggeri facendo viveve loro un’esperienza unica e totalizzante. Tutto inizia una mattina alle sei, con il bel tempo e i venti moderati. Dalla Cantina Dionigi parte un minibus che conduce alla pista poco distante. L’equipaggio si prepara per l’operazione di gonfiaggio con i ventilatori industriali che producono il vento: si assiste così alla rinascita dell’enorme sfera arancione, che sembra svegliarsi insieme al sole.

Il lento fluire del tempo

Alta, gonfia e carica di persone è pronta per il decollo. Si accendono i bruciatori e lentamente s’innalza. In quel momento ci si accorge della magia che pervade ogni cosa: tutto intorno è silenzio, è lentezza. La natura penetra e ingloba l’enorme mongolfiera, le indica la rotta dirigendosi a volte verso Assisi, a volte si scorge il lago Trasimeno, con un cambio repentino di paesaggi e di colori. Sospesi, si sorvolano le ampie distese di grano e poi i gialli girasoli, gli oliveti e i filari d’uva. Un viaggio panoramico che, come in un flashback, riporta alle origini. In quell’ora padroneggia il silenzio, mentre gli sguardi voraci raccolgono tutto ciò che avviene giù sotto cercando di interpretare ogni dettaglio. È tutto talmente lento che si dimentica il tempo che passa e, mentre si scende sul primo campo non coltivato individuato dal pilota, ti ritrovi protagonista di quel paesaggio.

Una tavola imbandita

Arrivati a terra c’è la navetta ad aspettare e si raggiunge la cantina da dove si è partiti. L’esperienza continua, non si ferma qui.
Ad attendere, in cantina, una tavola colma di profumi e sapori prelibati provenienti dai prodotti tipici di queste zone e accompagnati da dell’ottimo vino prodotto proprio qui. Ancora negli occhi i paesaggi sorvolati che si riscopre, in quei sapori, tutta la terra appena attraversata. In alcuni casi, soprattutto negli eventi più esclusivi, la colazione viene allestita all’aperto, nella vicina chiesetta della Madonna Pia con tovaglie tessute dagli artigiani di Montefalco e le ceramiche di Deruta decorate a mano. La stagione da maggio a settembre ha una gamma di colori così ricca che ogni viaggio è diverso, la natura regala emozioni ed il viaggiatore si sente parte integrante del paesaggio, fuori dal contemporaneo: quasi come far parte di un antico dipinto.

 

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