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Sembra incredibile, ma la tradizione dei tipici dolci umbri è legata al fiume che attraversa la regione per andare fino a Roma: inutile dire che si tratta del Tevere.

Una volta il Tevere era un fiume navigabile e non quel misero rigagnolo, sempre in secca, che vediamo ora. Se torniamo indietro di almeno 2500 anni scopriamo che il Tevere era un confine quasi invalicabile; ci saranno stati forse dei traghettatori, ma le due sponde non erano ancora collegate da ponti. A quell’epoca sulla sponda destra vivevano gli Etruschi, mentre sulla sponda sinistra si estendeva la regione degli Umbri, che comprendeva Foligno, Spoleto e Norcia. Possiamo dire: tanto vicini e tanto diversi.
Il territorio etrusco si estendeva fino al mare Tirreno e fu proprio attraverso il mare che gli Etruschi entrarono in contatto con popolazioni, culture e cibi diversi. Gli Umbri invece, sulla destra del fiume, erano lontani dal mare, perciò si servivano solo di cibi a chilometro zero.

La mandorla e la noce

La caratteristica delle due popolazioni si può riassumere in due frutti piccoli, ma ricchi di significato: la mandorla e la noce. Gli Etruschi usavano le mandorle, gli Umbri le noci. Giacché sono state trovate tracce di mandorli nella zona di Città di Castello, si pensa che l’albero fosse presente in epoca etrusca. A sinistra invece, il noce era la pianta tradizionale della civiltà contadina.
C’è anche da dire che in quei tempi lontani gli alberi erano legati a un concetto di sacralità e di buon auspicio. Il mandorlo era visto come foriero di benessere e si perde nella notte dei tempi l’uso di mangiare confetti in occasione dei matrimoni per augurare agli sposi di vivere felici e contenti per 100 anni.
Per contro il noce ha una storia cupa che parla di streghe e di malefici vari. Tuttavia, malgrado la cattiva fama dell’albero, si mangiava il frutto e si usava il legno, esattamente come il castagno della zona di Amelia/Santa Restituta.

 

dolci natalizi umbri

Torciglione

Dolci umbri

Gli usi diversi li ritroviamo ancora oggi perché la tradizione si è mantenuta nei dolci. Ripartiamo da destra dove s’incontra Perugia e a Perugia si mangia il Torciglione: un serpentone che si morde la coda ripieno di mandorle e canditi, tipica composizione natalizia. Lo si trova anche a Chiusi, città ancora più etrusca e pure a Città di Castello e sul lago Trasimeno. Forse, anziché un serpente il Torciglione rappresentava un’anguilla e serviva a propiziare le pesca.
Il Torciglione si mangia durante le feste del Natale, mentre c’è un altro dolce perugino, a base di mandorle, che si consuma un mese prima: le Fave dei Morti. Sono piccoli biscotti a forma ovviamente di fava, fatti di pasta di mandorle e zucchero. Le Fave dei Morti si preparavano in occasione di un funerale e si consumavano sulla tomba del defunto durante il banchetto funebre. Usare le mandorle equivaleva a dire ricchezza e per secoli le mandorle hanno fatto la loro comparsa solo sulle tavole dei ricchi e nelle spezierie, dove si allestivano medicinali sempre per ricchi.

 

biscotti tipici umbri

Fave dei Morti

 

Noci e nocciole erano invece cibo per poveri e questo caratterizzava il lato sinistro del Tevere.  Anche se poveri gli Umbri hanno elaborato un dolce che è il loro vanto e che tutti conoscono: la Rocciata. È conosciuta come la Rocciata di Assisi, ma si tratta di un dolce che si prepara tra Umbria e Marche. Pare che la sua origine sia antichissima e se ne trova una traccia non troppo dissimile nelle Tavole Eugubine, tavole di bronzo, scritte in lingua umbra, risalenti al III secolo a.C. e che riportano fatti risalenti a secoli prima. In questo dolce poi hanno messo lo zampino anche i Longobardi: è infatti simile a uno strüdel, con mele e noci e avvolte in una pasta sottile.
Per me fu una sorpresa scoprire che la pasta della Rocciata fosse fatta proprio come la pasta dello strüdel che faceva mia nonna altoatesina, e anche mia nonna mescolava mele e noci. Sono passati più di 10 secoli e non c’è stata alcuna variazione nella pasta e poca nel ripieno. Il ripieno invece si è differenziato perché in Umbria è stata aggiunta una spruzzata di alchermes che gli conferisce quel bel colore rosato. L’alchermes fa dunque la grossa differenza tra Nord e Centro, ma ci sono pure delle piccole differenze locali: a Spoleto è stato aggiunto il cacao e a Foligno si sparge sull’impasto del pan grattato per assorbire i liquidi in eccesso.

 

dolci tipici umbri

Rocciata di Assisi

 

Le noci entrano anche nella ricetta dei Maccheroni dolci. L’origine? Potrebbe trattarsi di una parola greco-bizantina legata all’uso della cena funebre, perché maccheroni proviene dal greco makarios (beato). Si preparano infatti in occasione delle feste dei Morti, dei Santi e si mangiano anche la sera della vigilia di Natale. La ricetta prevede come ingredienti: maccheroni, noci, zucchero/miele e alchermes.
Comunque, qualunque sia l’origine di questi dolci, rimane chiaro che a destra del fiume i dolci, ancora oggi, sono farciti o addirittura fatti con le mandorle mentre quelli di sinistra, anche se sono intervenuti i nordici Longobardi, nel loro ripieno hanno sempre le noci.

La tradizione vuole che il 6 gennaio sulla tavola degli umbri spunti fiera… la torta di Pasqua.

Dolci, carbone (per i più cattivi) e caramelle, ma non solo. Il 6 gennaio in Umbria si mangia anche la torta di Pasqua. Non può mancare sulle tavole – in particolare quelle perugine – perché l’Epifania è la prima Pasqua dell’anno e quindi va celebrata con il prodotto tipico della regione legato a questa ricorrenza. La torta – pizza nell’Umbria del sud, crescia a Gubbio – con il formaggio, oggi si trova facilmente in ogni periodo dell’anno, a differenza di come accadeva anticamente, quando era relegata a piatto del periodo pasquale o al giorno della Befana. Farcita, accompagnata dai salumi o semplicemente sola, soffice e resa più gustosa dal formaggio, è dunque immancabile anche il 6 gennaio.

Qui trovate la ricetta tradizionale.

 

prodotti tipici umbria

La prima Pasqua… la prima torta

La presenza in tavola della torta di Pasqua è legata alla celebrazione della prima Pasqua dell’anno che, per la religione cristiana, coincide con l’arrivo dei Magi il 6 gennaio; è una festività molto importante in quanto si ricorda il manifestarsi del Dio bambino. Nella chiesa cattolica, ortodossa e anglicana è una delle massime solennità dell’anno liturgico, come la Pasqua, il Natale e la Pentecoste.

Ma più famosa è la Befana, la vecchietta che a cavallo di una scopa scende dal camino portando in dono dolci, caramelle, frutta secca o carbone e aglio ai più cattivi. L’etimologia della parola Befana – corruzione lessicale di Epifania – deriva dal tardo latino epiphania, dal verbo greco, epifàino (che significa mi rendo manifesto) o dal sostantivo femminile epifàneia (manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina). La sua storia è molto antica e legata (forse) a riti propiziatori pagani risalenti al X-VI secolo a.C., per favorire i cicli stagionali dell’agricoltura. Un’altra ipotesi collegherebbe la Befana con un’antica festa romana, che si svolgeva in inverno, in onore di Giano e Strenia – da cui deriva anche il termine strenna – e durante la quale si scambiavano regali.
Di certo c’è che l’Epifania… tutte le feste porta via!

Natale è già qui. E come ogni anno, si rinnova il dilemma: albero o presepe? Un bel problema, praticamente irrisolvibile!

Presepisti o alberisti si nasce, è l’imprinting che ci segna indelebilmente sin dal nostro primo Natale. Difficilmente si abiura o si passa da una credenza all’altra, magari si sommano le due, ma non si rinuncia all’una per l’altra. Ci sono persone che non hanno dubbi e pensano a costruire il presepe a partire dal 26 dicembre, cioè il giorno dopo Natale.

 

Presepe di Massa Martana in cartapesta

 

Sono i presepisti, persone che lavorano per la gioia di arrivare a Natale con un presepe nuovo, fatto interamente con le loro mani. Ovunque ci sono scuole di presepistica, ma unica è la Scuola Umbra del Presepe di Cartapesta creata a Massa Martana per mantenere viva una tradizione importata direttamente da Lecce e attecchita nella terra dove il presepe è stato inventato.
Peccato che a causa del Coronavirus a Massa Martana quest’anno non si potrà svolgere la solita mostra dei presepi d’Italia e del mondo: una bella occasione per scoprire come anche il Presepe sia legato alle tradizioni di ciascun luogo; raramente infatti le scenografie evocano i luoghi della Palestina dove l’evento si è effettivamente svolto. Roma ha i monumenti, l’Umbria ha le colline, l’Alto Adige ambienta la scena nei masi o nei fienili, i posti di mare hanno sempre il porto.

Il presepe di cartapesta

Il papier mâché, ovvero la carta masticata o cartapesta sembra essere nata tra il Cinquecento e il Seicento in Italia, nel leccese, ma si è diffusa anche in Inghilterra, in Francia e in Russia. Era un materiale poverissimo per fare gli oggetti più disparati perché era modellabile e non marciva. Ebbe grande successo con le statue religiose ricche di drappeggi che imitavano broccati o tessuti preziosi. È la fantasia di chi non può permettersi di acquistare tessuti ricchi nemmeno per vestire le statue.
Un materiale povero che si sviluppò in ambienti poveri, ma anche i ricchi se ne appropriarono. In Russia divenne status symbol avere delle scatole di cartapesta laccate e decorate da grandi artisti. Con la cartapesta sono state fatte maschere, bambole, scatole, giocattoli e i carri allegorici di Viareggio.

 

Il presepe di cartapesta realizzato dai presepisti di Massa Martana

I presepisti di Massa Martana

Ma torniamo al presepe di cartapesta che richiede multiformi capacità artistiche. I presepisti di Massa Martana sono solo cinque e svolgono il lavoro in gruppo. Nessuno dei magnifici cinque ha un ruolo definito, tutti fanno tutto con estrema cura, perché preparare il presepe di cartapesta è una vera scuola d’arte che richiede pazienza, dedizione e molta attenzione per non danneggiare terracotta o panneggi.
Il lavoro si svolge più o meno così: Pietro sceglie il soggetto, ispirandosi alla tradizione più alta che c’è: a Caravaggio oppure al Perugino; Doriana studia le proporzioni; Fabiola studia la scenografia; Elvira modella le parti in terracotta; Giulia piega la struttura portante di fil di ferro; Pietro incolla teste mani e piedi alla struttura di ferro; Fabiola dispone le carte incrociando le trame; Elvira prepara l’impasto di colla; Giulia stende la colla sulle carte; Doriana le modella come vesti; Elvira dipinge le vesti ormai asciutte; Giulia focheggia il tutto per evitare che tracce di umidità ammuffiscano le vesti. Tutto è pronto per essere assemblato. La scenografia è pronta, i personaggi vengono fissati sulle basi, le luci funzionano e la magia del Natale è di nuovo lì.

P.S. Io sono alberista.

«Dal punto di vista sentimentale è stato molto difficile prendere questa decisione. Ammetto che è una ferita spaventosa, ma razionalmente è la scelta più giusta che si potesse fare».

Gubbio divide i suoi annali in a.C. e d.C. dove C sta per Ceri. La vita degli eugubini viene scandita e organizzata in base alla Festa dei Ceri: impegni pubblici e privati sono regolati da questo evento, che diventa così un vero spartiacque della quotidianità locale. Non è raro quindi, sentire in città la frase: «Lo facciamo prima o dopo i Ceri?».

Filippo Mario Stirati, sindaco di Gubbio

Filippo Mario Stirati, sindaco di Gubbio. Foto di URP Gubbio

Quest’anno però non ci sarà nessun un prima e nessun un dopo. La festa, infatti, a causa del Coronavirus, è stata annullata. Non ci sarà la corsa. Niente taverne. Niente festeggiamenti in giro per la città. Niente alza in Piazza Grande. Niente sfilate e processioni. Niente folla colorata per le vie di Gubbio. Nemmeno la Spagnola del 1920 o il terremoto del 1984 avevano fermato l’evento. Solo le due Guerre Mondiali avevano interrotto parzialmente questa tradizione millenaria –  ci sono testimonianze che ne attestano l’esistenza sin dal 1160, come solenne atto di devozione degli eugubini verso il vescovo Ubaldo Baldassini, morto in quell’anno.

Una decisione sofferta

Il Coronavirus però non ha dato scampo e il sindaco di Gubbio, Filippo Mario Stirati, ha preso – a malincuore – la decisione più giusta, ma anche la più sofferta: «Dal punto di vista sentimentale è stato molto difficile. Ammetto che è una ferita spaventosa, ma razionalmente è la decisione più giusta che si potesse prendere, anche perché, con le ordinanze in vigore, non è che avessimo altre alternative. Devo dire che non avrei mai immaginato, come Sindaco, di entrare purtroppo nella storia per essere stato il primo ad aver annullato la Festa dei Ceri. Sono eugubino fino al midollo, sono stato ceraiolo e sono all’interno di questo mondo fino in fondo. È una vicenda che mi tocca molto da vicino» confessa il Sindaco.

Il 15 e il 16 maggio non saranno comunque due date anonime: «I riti religiosi previsti per la festa del Patrono si svolgeranno con i distanziamenti sociali doverosi e c’è l’invito per i cittadini di abbellire la città e le case con gli stendardi e le luci. Loro stessi, seppur con molta amarezza e tristezza nel cuore, hanno capito la situazione e la scelta che ho fatto» prosegue Stirati.

 

L’alza dei Ceri. Foto di URP di Gubbio

 

Tra le indiscrezioni che circolano in città c’è persino quella di spostare la Corsa: tra le date papabili ci potrebbe essere l’11 settembre, giorno della traslazione del corpo di Sant’Ubaldo nell’omonima Basilica. «È solo un’idea, ancora ufficialmente non se n’è parlato. Gubbio è legata al 15 maggio, immaginare una soluzione alternativa per ora è impossibile; inoltre è una decisione che va presa con molta cautela. Vedremo come evolverà la situazione» spiega il primo cittadino di Gubbio.

Una corsa mai interrotta

Nel corso dei secoli, la Festa dei Ceri si è fermata solo in altre due occasioni. Sant’Ubaldo, Sant’Antonio e San Giorgio – non solo simboli di Gubbio, ma dell’intera Umbria – raramente non hanno scalato il monte Ingino; lo avevano fatto anche nel 1817 quando un’epidemia di tifo invase Gubbio e nel 1920 durante l’epidemia di Spagnola, che colpì gravemente la città.

La Corsa per le vie della città. Foto di URP di Gubbio

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, però, si sono dovuti arrendere e si sono fermati dal 1916 al 1918, eccenzion fatta nel 1917 quando vennero celebrati sul Col di Lana: a Gubbio la Festa era stata sospesa per Regio Decreto. I soldati eugubini impegnati al fronte decisero quindi di festeggiare i Ceri direttamente in zona di guerra, tra le Dolomiti, e il 15 maggio del 1917 una copia delle tre strutture lignee corse sul Col di Lana, appena qualche centinaia di metri dietro la prima linea del fronte, tra l’emozione e la commozione dei presenti. «Nel 2017 abbiamo anche celebrato i 100 anni di questo particolare evento. Durante la Seconda Guerra Mondiale, invece, corsero solo i ceri mezzani portati da donne e ragazzi. Anche nel 1984 la Festa si fece: il 29 aprile di quell’anno Gubbio fu l’epicentro di un terremoto che face tanti danni ma nessuna vittima e, anche per alzare il morale della gente, si decise di non interrompere l’evento» conclude il Sindaco. Insomma, il 15 maggio 2020 verrà sicuramente ricordato e purtroppo passerà alla storia, non solo a Gubbio ma in tutta l’Umbria. Forse, quest’anno più che mai, la forza dei tre Santi che salgono il monte spinti dal calore della gente avrebbe simboleggiato la voglia di rinascita e di risalita di questa Regione. Per ora possiamo solo immaginarli. Ma torneranno!