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La brava e attiva artista Linda Lucidi ha organizzato, con il supporto dell’Associazione AISTEL, un’estemporanea di pittura a Sellano dal titolo Tesori nascosti della Val Vigi: borghi, monti e sorgenti, celebrando così questo territorio ricco d’acqua e boschi, ancora incontaminato, che ospita fascinosi borghi da visitare.

 

La Val Vigi è la culla del fiume Vigi e ha le sue sorgenti tra i declivi del Monte Pizzuto, nel maceratese; i suoi 22 chilometri di lunghezza, prima di gettarsi nel fiume Nera, sono percorsi prevalentemente nel Comune di Sellano. Il fiume corre rapido tra i meandri della valle montana e incontra la bellezza naturalistica dei luoghi ricchi di fiori spontanei ed erbe aromatiche, di ginepri, ontani, lecci e faggi. Anche la fauna selvatica come lepri, volpi, lupi, aquile, tassi, martore e gufi ha trovato un habitat pressoché inviolato dal tempo e dalle offese del consueto bipede demolitore.
Nella Val Vigi si possono ammirare molte attrazioni sia naturali sia costruite, come le Cascate delle Rote, il laghetto artificiale dalle acque chiare e limpide, il fiume Vigi e il suo mulino, Sellano, Cerreto di Spoleto, Montesanto, Chiese, opere d’arte e borghi disseminati sul territorio, oltre alla fauna e alla flora dei luoghi e a molte altre particolarità. Una valle incontaminata che evoca emozioni e suggestioni naturalistiche, una rarità.

 

Sellano, tra acqua e agricoltura

Il borgo di Sellano si trova su un colle a 640 metri s.l.m. ed è una cittadina nei cui dintorni si possono ritrovare numerose sorgenti e falde acquifere: alcune di queste vengono utilizzate per l’imbottigliamento delle loro preziose e ricercate acque. Di origini romane, il suo territorio è stato inserito, in alto Medioevo, nel Ducato longobardo di Spoleto e, dopo circa due secoli di indipendenza, è tornato sotto il controllo spoletino; in ultimo assurge, nel XIX secolo, a Comune del neo costituito Stato Italiano.
La ricchezza del territorio sellanese da sempre è stata rappresentata dall’abbondanza di acqua e dai prodotti dell’agricoltura, selvicoltura e pastorizia, così come dai legumi, i tartufi e i formaggi che prevalgono, nei generi, per caratteristiche e qualità.

L’estemporanea di pittura

In questo bellissimo contesto paesaggistico e naturistico si è tenuta qualche giorno fa l’estemporanea di pittura coordinata dall’artista Linda Lucidi, che ci ha detto: «Il tema individuato sui tesori della Val Vigi è per dare un tributo pittorico a questi luoghi magici; un tributo che nasce da un senso creativo e innato per il bello e per il suggestivo paesaggio storico e naturale della zona, a cui io sono ovviamente molto affezionata». L’estemporanea è diventata una valida cartolina artistica per la promozione del territorio e a favore di un turismo ecologico e sostenibile.
I pittori intervenuti si sono portati supporto, materiale per l’esecuzione, sedia e tanta creatività, la quale è stata poi imprigionata cromaticamente sulle tele, ciascuna poggiata saldamente sul proprio cavalletto. Gli artisti hanno dipinto tra le vie del paese sotto occhi curiosi che, in un silenzio suggeritore, avrebbero voluto vedere le singole opere terminate il prima possibile. Una giuria popolare ne avrebbe poi decretato la classifica. Ha vinto Valter Sensini; a seguire, Giovanna Gubbiotti e ha chiuso il podio l’organizzatrice Linda Lucidi.
Non con meno soddisfazione hanno partecipato, bellamente e con tecniche diverse, Patrizia Latini, Lella Simonetti, Susana Graciela Rastelli e Marina Sereda.
Le opere sono state esposte in serata con modalità di vendita, nei pressi degli stand alla Sagra della Fojata di Villamagina. La Fojata, una sfoglia di pasta salata farcita con verdure e formaggio, è un altro dei tesori della zona, assolutamente da assaggiare e gustare in questo meraviglioso ambiente naturale.
I bravi pittori che hanno partecipato e dipinto con gioia, hanno visto la loro felicità accresciuta in modo cospicuo, dopo aver apprezzato le molteplici bontà culinarie proposte come tipicità dei luoghi.
Vale la pena venire nella Val Vigi, splendido paesaggio ispiratore per un bel dipinto o per un prelibato e delizioso sfizio per il palato…

Dai testi di geografia ai sussidiari scolastici, passando per le fiere internazionali sul turismo, l’Umbria viene identificata da una definizione straordinariamente calzante: cuore verde d’Italia.

Secondo la simbologia tradizionale, il verde, espressione cromatica nella quale i buddisti individuano l’origine della vita, celebra l’elevazione dello spirito e del corpo che, per chi percorre l’Umbria, assume i contorni di un’esperienza ascetica in cui convergono identità e tradizioni, cultura e memoria storica, in cui la contemplazione del creato genera armoniche vibrazioni della mente. Se ci venisse chiesto di illustrare la frequenza cardiaca del cuore verde d’Italia, la matita traccerebbe linee sottili dall’incedere incredibilmente geometrico che, chi conosce l’Umbria, non tarderebbe a identificare nella profilo della piccola Preci, borgo immerso nel verde della Valnerina.

Lasciando la Valle del Nera, per risalire la Valle Campiano verso il paese di Preci si entra nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini

Il Piantamaggio

Avamposto medioevale sorto in prossimità di un oratorio benedettino – come testimoniato dall’etimologia del toponimo della città (preces, cioè preghiera) – Preci segna l’impercettibile transizione fra la Valle del Nera, risalendo da Cerreto di Spoleto, e il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, mosaico di storia e tradizioni secolari, pentagramma in cui nubi di paesaggi e borghi seguono il ritmo sempiterno della natura. Ed è proprio dalla natura che qui alloggia che trae origine il rito del Piantamaggio, cerimoniale di pagana memoria le cui origini risalgono alle feste di primavera, successivamente trasformate in Baccanali, che si svolgevano in onore del dio Bacco Dioniso e avevano lo scopo di introdurre i giovani nel mondo degli adulti, spesso sfociando, a causa delle prolungate libagioni, in pratiche iniziatiche e orgiastiche. Tale versione è avvalorata dall’utilizzo, nell’uso popolare, della perifrasi piantar maggio, espressione dal forte allusivo significato, che è quello di consumare l’atto sessuale.

 

L’aspetto cinquecentesco del castello di Preci, immortalato in una foto storica conservata nell’archivio

 

La sera tra il 30 aprile e il 1 maggio, un albero di faggio o di pioppo, simbolo di fertilità, preso, anzi rubato, nelle campagne circostanti dai giovani del paese, viene tagliato e portato nella pubblica piazza. Dopo essere stato spogliato e ripulito dalle fronde e dalla corteccia, viene integrato nella parte alta con un ramo di ciliegio fiorito, a simboleggiare il matrimonio tra gli alberi e l’unione carnale con cui i fanciulli vengono iniziati alla vita adulta. Successivamente viene anche legata, nella parte più alta dell’albero, una bandiera nazionale, forse un antico ricordo degli alberi della libertà, che tra la fine del Settecento e l’inizio del secolo successivo venivano innalzati in ogni luogo dove arrivavano i venti e gli entusiasmi della Rivoluzione francese. La larga diffusione della celebrazione è testimoniata, inoltre, da una toponomastica estremamente ricca: il Monte Maggio, che domina la splendida Cascia, e il Monte Galenne – situato tra Meggiano, Cerreto di Spoleto e Sellano, il cui toponimo rimanda verosimilmente alle Calende di Maggio – ci raccontano di un territorio che cambia nell’aspetto, ma che conserva il suo più intimo fondamento ontologico.

 

Le Cascate de lu Cugnuntu, una stretta forra di circa 20 metri situati presso i Casali di S.Lazzaro al Valloncello.

Sellano appartiene al Club de
I Borghi Più Belli d’Italia

 


Un salto nel passato di quasi due secoli, per scoprire una delle ultime voci bianche della Musica Sacra. Dalle umili origini, alla direzione della Cappella Sistina Vaticana: è il 16 aprile del 1829 quando a Sterpara, nel comune di Sellano, nasce Domenico Mustafà, il cantore evirato distintosi nel tempo per un eccellente virtuosismo vocale, oltre che per essere un geniale compositore.

Non tutti – per fortuna – dimenticano i personaggi del passato e si possono rintracciare omaggi al Verdi della Musica Sacra, come definito da alcuni nel tempo, nei luoghi dove vive e si forma divenendo cantore, direttore e compositore.

Il percorso a ritroso parte dal sapore della sua terra, laddove è cresciuto, attraverso i luoghi di nascita e crescita che lo celebrano. È il caso della Sala Domenico Mustafà, situata nel Castello di Postignano, a Sellano, che dedica al celebre Maestro uno spazio all’interno delle sue mura, luogo che spesso ospita eventi musicali.

L’estro geniale e la caratteristica voce bianca, frutto di un’evirazione, consentono a Mustafà di avviarsi verso una carriera importante. Non si ha certezza in merito alla causa della sua castrazione, ma la più accreditata sembrerebbe essere per volontà di suo padre. Si tratta di una scelta attuata al tempo da molte famiglie povere che, volendo assicurare un futuro migliore ai propri figli, decidono di sottoporli a questa pratica, sperando che li aiuti ad avviarsi alla carriera di cantori.
Da giovanissimo arriva a Roma, ma è necessario attendere il 1848 perché il futuro Maestro sia ammesso come Soprano alla Cappella Sistina, dove tenta – senza ottenere risultati – di attuare delle riforme. Non riuscendoci, decide di ritirarsi dall’incarico nel 1870 e tornare in Umbria per stabilirsi a Montefalco. Tuttavia, le pressioni dei colleghi e dei personaggi del tempo, lo convincono ad accettare la direzione artistica della Società Musicale Romana dal 1874 fino al 1884, ottenendo anche la nomina di Direttore Perpetuo della Sistina nel 1878; ne abbandona però l’incarico nel 1887 per tornare a Montefalco, presso la sua dimora chiamata “Villa Cavolata” e attuale B&B Villa Mustafà, per celebrare i suoi ultimi anni di vita accanto ad una donna.
La città umbra lo omaggia dedicandogli Piazzetta Mustafà.

Piazzetta Domenico Mustafà 

Targa dedicata a Domenico Mustafà nella piazza a lui dedicata

Il Maestro si cimenta molto presto nella composizione sia nello stile organico quanto nel genere a voci sole, molte delle quali esclusivamente composte per la Cappella Sistina. Tra le opere più famose si cita Tu es Petrus, eseguita nel 1867 per celebrare il centenario di San Pietro, nella Basilica Vaticana; un evento mai tentato prima, che suscita invidia, stima ed entusiasmo al tempo.

È indubbia la sua fisicità e il carattere irrompente e nel 1894 Mustafà decide di celebrare il terzo centenario dalla morte di Giovanni Pierluigi da Palestrina con un grande concerto chiedendo ai maestri del tempo le loro composizioni a sole voci e per eseguirlo con sicurezza di intonazione, richiede l’ausilio di un armonium. A questa decisione si oppone il Maestro Giuseppe Verdi, scatenando una lite tra i due, un dissenso che raggiunge la pace solo dopo due anni, quando si incontrano a Montecatini e Verdi ammette l’errore.

Articolo dell’epoca che riporta la notizia della pace fra Domenico Mustafà e Giuseppe verdi

Nel 1877 compone musiche anche per la celebrazione del Patrono San Feliciano, nella Cattedrale di Foligno, dove il successivo anno dirige Musica, solenne a piena orchestra, da lui composta.

Come si può immaginare, il Maestro essendo evirato non ha figli, ma alcuni suoi discendenti ne conservano la storia e le virtù, come la famiglia Postelli. Nell’incontro con il pronipote Massimo si percepisce la passione che si tramanda da padre in figlio e racconta che: «Domenico Mustafà ha due sorelle e un fratello, quest’ultimo ha dei figli, tra cui Ottavio, mio bisnonno che purtroppo nasce quando suo padre è in carcere, per avere rubato delle pecore, e non può essere da lui riconosciuto all’anagrafe. Per non marchiarlo a vita, si decise di cambiare il suo cognome da Mustafà a Postelli. Tuttavia, sembrerebbe che l’origine del cognome Mustafà si debba alla migrazione di fedeli mussulmani dalla Turchia al territorio sellanese. In ragione del loro credo, non essendo consumatori di carne di maiale, sono utilizzati al tempo dalla popolazione locale per la guardia a questi animali».

Monumento funebre in onore di Domenco Mustafà, nel cimitero cittadino di Montefalco

Una lunga vita per Domenico Mustafà che si spegne a Montefalco all’età di ottantatré anni, nel 1912, nella città scelta da lui anni prima, lasciando un patrimonio importante nella storia della Musica Sacra. È seppellito nel Cimitero cittadino, dove gli rende omaggio un monumento marmoreo che lo raffigura insieme ad altri interpreti della Cappella Sistina.

 

 

 


Fonti

Informazioni tratte dall’intervista con il pronipote del Cantore, Massimo Postelli, e dal libro da lui stesso fornito dal titolo: “Mustafà, cantore, direttore, compositore, il Verdi della Musica Sacra. Hanno detto di lui”, a cura di Lanfranco Cesari, Giornalista.