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Alla scoperta dell’artista toscano e della Pala di Sant’Onofrio conservata nel Museo del Capitolo della Cattedrale di San Lorenzo a Perugia.

Luca d’Egidio di Ventura, noto come Luca Signorelli, nacque nel 1450 a Cortona, piccolo ma ricco centro al confine tra Toscana e Umbria. Gli artisti fiorentini influenzarono la sua formazione fin da giovane, specialmente Piero della Francesca, di cui fu allievo. Da Piero Signorelli apprese le nozioni prospettico-matematiche, ma ben presto elaborò un proprio stile; Giovanni Santi, padre di Raffaello, descrisse l’animo del pittore in un’epigrafe: «el cortonese Luca de ingegno et spirto pelegrino», come sinonimo di eccentrico e ingegnoso.

Decisivo, per la sua maturazione artistica fu il contatto con Andrea del Verrocchio, titolare della bottega presso la quale si erano formati artisti come Leonardo, Botticelli, Ghirlandaio e Perugino. È proprio in questo periodo che il Signorelli instaurò con il Divin pittore uno stretto rapporto, tanto da condividere con lui il cantiere della Cappella Sistina.

 

Pala di Sant’Onofrio, olio su tavola di Luca Signorelli, 1484

 

Probabilmente fu proprio il Perugino a introdurlo a Perugia: qui il vescovo Jacopo Vagnucci, anche egli cortonese, gli commissionò la Pala di Sant’Onofrio, conservata nel Museo del Capitolo della Cattedrale di San Lorenzo. L’iconografia è quella della sacra conversazione: la Vergine seduta su un alto trono legge le Sacre Scritture, mentre il Bambino reca in mano un giglio simbolo di verginità e purezza, lo circondano due angeli, uno dei quali accorda un liuto, Sant’Onofrio e San Ercolano, protettori di Perugia.

Lo stile di Signorelli è caratterizzato da una grande attenzione all’anatomia e al movimento; nella sua arte tutto è corporeo, dalla rappresentazione dei personaggi al paesaggio reale. Le sue figure sembrano essere inserite in una rappresentazione teatrale e coreografica, soprattutto nelle raffigurazioni più complesse.

Il pittore ricevette importanti commissioni a Perugia e Firenze, ma si dovette allontanare da quest’ultima dopo la morte di Lorenzo il Magnifico avvenuta nel 1492. Nel 1502, secondo il racconto di Giorgio Vasari, perse suo figlio a causa della peste che infuriava a Cortona; sconvolto dalla perdita, il pittore ritrasse il corpo esanime del figlio: «con grandissima costanza d’animo senza piangere o gettar lacrima, per vedere sempre che volesse, mediante l’opera delle sue mani quella che la natura gli aveva dato e tolto». Secondo alcuni storici il corpo del figlio è stato ripreso per la raffigurazione del Cristo morto di Cortona.

Al pittore vennero riconosciuti importanti investiture nella politica cortonese, grazie alle quali poté instaurare rapporti con celebri e potenti famiglie come i Piccolomini e i Petrucci di Siena e i Vitelli di Città di Castello. Fatale gli fu una caduta da un ponteggio mentre stava lavorando che lo portò alla morte nel 1523.

 

 

 

«Luca Signorelli ebbe un rapporto speciale con l’Alto Tevere, a cui ha lasciato alcune delle sue opere più belle e conosciute. Sebbene visse e morì a Cortona, Città di Castello e la Valle del Tevere divennero una seconda casa per l’artista». Così scrive Tom Henry, professore di Storia dell’Arte all’Università di Kent, considerato uno dei maggiori esperti al mondo delle opere del maestro cortonese.

La Pinacoteca di Città di Castello (della quale abbiamo parlato in un precedente articolo) è solo il punto di partenza per scoprire le opere di Luca Signorelli, distribuite tra i diversi borghi dell’Alta Valle del Tevere. Il pittore – tifernate ad honorem – ha lasciato molte tracce del suo passaggio e, nel 2023 in occasione dei 500 anni dalla sua morte, un percorso celebrativo riunisce le undici opere visibili con un unico biglietto (fino a dicembre 2023) grazie all’unione di otto comuni, una diocesi e oltre 20 musei.
La prima tappa alla scoperta della Valle del Signorelli è al Museo diocesano di Città di Castello dove, nel suggestivo salone gotico, è esposta una pregevole tavola di scuola signorelliana datata 1492, che rappresenta la Madonna in trono con Bambino, San Girolamo e il beato Colombini da Siena. Anche nell’ex chiesa di San Giovanni Decollato – sempre a Città di Castello – sono presenti due dipinti attribuiti alla sua scuola. Se ci spostiamo nella frazione di Morra, invece, nel piccolo oratorio di San Crescentino Signorelli realizzò, intorno al 1507, un ciclo di affreschi ispirati al tema della Passione di Cristo; didascalica e commovente trova il suo apice nella rappresentazione delle scene della Flagellazione e della Crocifissione.

 

Pala della Deposizione a Umbertide (Perugia)

 

Il viaggio prosegue a Citerna dove, lungo la parete destra della chiesa museo di San Francesco, è conservato, in una nicchia, l’affresco raffigurante la Vergine con Bambino tra i Santi Michele Arcangelo e Francesco realizzato con largo apporto della bottega: gli angeli si pensa siano dipinti dalla mano dell’artista toscano, poco prima della sua morte. Mentre per la chiesa di Santa Croce di Umbertide, oggi sede del Museo di Santa Croce, Signorelli eseguì nel 1516 la Pala con la Deposizione sull’altare maggiore, eccezionalmente ancora corredata di predella e cornice originali.
Le tracce della sua bottega si trovano anche al Castello Bufalini di San Giustino, dove è conservata una tavola raffigurante la Madonna con Bambino incoronata da due angeli mentre poggia su una nuvola con ai lati i Santi Cristoforo e Sebastiano; e nel Museo Civico di Montone dove influenza signorelliane si manifesta nell’Annunciazione tra i Santi Fedele e Lazzaro e nell’Immacolata tra Profeti e Sibille, riconducibili a due artisti provenienti dalla sua scuola.

 


Peruginosignorelli.it

La Valle del Signorelli

 

Le sue 26 sale contengono opere dal XIV al XX secolo: Ghirlandaio, Della Robbia, Pomarancio, Guttuso, De Chirico e molti altri.

Preziose opere d’arte, affreschi e il fantasma di una donna che, nelle notti di luna piena, si aggira per le sue stanze. Tutto questo lo troviamo nel cinquecentesco Palazzo Vitelli alla Cannoniera sede della Pinacoteca Comunale di Città di Castello, secondo maggior contenitore d’arte della regione dopo la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia.

Pinacoteca di Città di Castello

 

La sobria struttura, realizzata tra il 1521 e il 1543 per celebrare le nozze del condottiero Alessandro Vitelli con Angela Paola de’ Rossi, è arricchita sulla facciata che dà sul giardino da eleganti monocromi di Cristoforo Gherardi, su probabile disegno di Giorgio Vasari. Le sue 26 sale contengono opere dal XIV al XX secolo: la più antica è la pala della Madonna in trono col Bambino del Maestro di Città di Castello, fedele seguace di Duccio di Boninsegna, che risale alla prima metà del ‘300.

Martirio di San Sebastiano

Ma sono i primi lavori di Luca Signorelli e Raffaello Sanzio che catturano maggiormente l’attenzione dei visitatori.
Del cittadino onorario Signorelli (nel 2023 si celebrano i 500 anni dalla morte) spicca il Martirio di San Sebastiano, realizzato dall’artista nel 1498 per la Chiesa di San Domenico, dove colpisce la fisicità di arcieri e balestrieri e il corpo martoriato di Sebastiano; altro pezzo pregiato è lo Stendardo di San Giovanni Battista, di scuola Signorelli, commissionato dall’omonima confraternita per la loro chiesa a Città di Castello; e un frammento dell’affresco del 1474 proveniente dalla Torre Civica della città tifernate, raffigurante il volto di San Paolo a testimonianza della sua vicinanza a Piero della Francesca.
«Il Martirio di San Sebastiano si trova nella Sala della Contemplazione accanto allo Stendardo processionale della Santissima Trinità, l’unica opera mobile di Raffaello rimasta in Umbria. I due quadri dialogano tra loro in un vis-à-vis inedito. Ma la Pinacoteca conserva anche lavori di Domenico Ghirlandaio, Andrea Della Robbia, Lorenzo Ghiberti, Antonio Vivarini, Raffaellino del Colle, Santi di Tito, il Pomarancio, Mario Mafai, Renato Guttuso, Giorgio De Chirico, Carlo Carrà e molti altri. È possibile ammirare anche una ricca collezione di bronzi di Bruno Bartoccini, donata al Comune di Città di Castello direttamente dall’artista, mentre nella gipsoteca sono custoditi i gessi realizzati come bozzetti dallo scultore tifernate Elmo Palazzi: da menzionare Allegoria dell’Umbria, una scultura che rappresenta la regione, la cui opera originale si trova nell’Altare della Patria a Roma» illustrano gli operatori della Cooperativa Sociale Poliedro, che gestisce la Pinacoteca.

 

 

Stendardo processionale della Santissima Trinità, Raffaello

 

L’arte si manifesta e prende vita nella Pinacoteca anche negli affreschi delle diverse stanze del palazzo: vasi, mascheroni, motivi vegetali, putti, cornucopie, uccelli affiancano stemmi e simboli della famiglia tifernate dei Vitelli. Lo scalone che dà accesso al piano nobile è anch’esso affrescato con una complessa decorazione a carattere celebrativo e simbolico: Sibille e Profeti, Apollo e le Muse, Sapienti e Imperatori dell’antichità che sono attribuiti a Cola dell’Amatrice e a Cristoforo Gherardi.
Il mobilio esposto nelle diverse sale non appartiene all’arredamento originale del palazzo, ma fa parte della donazione che Elia Volpi, responsabile dell’ultimo restauro dell’edificio e proprietario, fece al Comune di Città di Castello nel 1912. Tavoli cinquecenteschi di fattura tipicamente umbra o di provenienza conventuale, una serie di sedie e seggioloni sei-settecenteschi ne sono un esempio. I pezzi di maggior pregio e interesse sono gli arredi provenienti da chiese e monasteri castellani.

 

Interno della Pinacoteca

La leggenda di Laura

Ogni antico palazzo ha una leggenda e un fantasma che torna ad aggirarsi nelle sue sale durante le notti di luna piena. A Palazzo Vitelli alla Cannoniera si racconta la storia di Laura (Sora Laura), dei suoi amanti e dei suoi fazzoletti. Siamo nel ‘500, il condottiero Alessandro Vitelli viveva in questa dimora a Città di Castello con la moglie Angela Paola de’ Rossi, figlia di Bianca Riario e nipote di Caterina Sforza. Il loro non era stato certo un matrimonio d’amore, ma più un accordo politico; per questo Angela, poco interessata al marito, lascia presto la dimora. La leggenda vuole che Laura – minuta, con lunghi capelli corvini e molto bella – incontri Alessandro fuori da palazzo: i loro sguardi si incrociano e lei, sfrontata, lo guarda dritto negli occhi, nonostante all’epoca una donna del popolo non poteva comportarsi in quel modo con un uomo del lignaggio di Vitelli.
Lui rimane colpito dalla sua sfrontatezza e arroganza, per questo la manda a cercare dai suoi uomini. Laura così entra a palazzo. Ma nei lunghi periodi in cui Alessandro è via lei resta sola, prigioniera di quelle stanze e così per passare il tempo inizia a ricamare fazzoletti.
Un giorno annoiata si affaccia all’unica finestra che dà fuori dalla proprietà e, al passaggio di un giovane, fa cadere il fazzoletto. Il ragazzo prontamente lo raccoglie ed entra in casa per restituirglielo, ma si trattiene più del dovuto, così lei gli consiglia di non uscire dalla porta principale, perché le serve avrebbero raccontato tutto ad Alessandro. Esorta quindi il giovane a uscire da una porticina nascosta dagli affreschi. Laura tralascia però un particolare: la porta conduce in un pozzo, per questo si esce rapidamente e senza essere visti (mai più).
Secondo la leggenda, questo fazzoletto bianco, immacolato e puro – ma che così puro non era – le sfugge più volte di mano e quella porta si apre molto spesso. È per questo motivo che, nelle notti di luna piena, lei, presa dal rimorso, torna all’interno del palazzo a cercare le anime dei tanti giovani che per colpa sua non hanno fatto più ritorno a casa.
«Il palazzo è molto affascinante e particolare, venire di notte quando è buio e non ci sono rumori incute un po’ di timore. Si può avere la sensazione di non essere soli, di avvertire una presenza. Sarà vero? È solo suggestione? Tutto questo mistero lo rende così affascinante» raccontano i gestori della Pinacoteca.

 

 


Pinacoteca al chiaro di luna –  speciale Luca Signorelli (venerdì 26 maggio ore 21)

Tornano le tanto attese aperture serali di Palazzo Vitelli alla Cannoniera. Quest’anno, in occasione di “La Valle di Signorelli”, le visite guidate saranno focalizzate particolarmente sulla vita e le opere dell’artista cortonese conservate nel museo.
È necessario prenotare: 0758554202 / 0758520656; cultura@ilpoliedro.org

Perugino e Signorelli sono per la nostra regione un orgoglio e un vanto; la loro arte è stata così eccellente che sono riusciti a tenere uniti due mondi: quello del Verrocchio, di cui era allievo Perugino e quello di Piero della Francesca, maestro di Luca Signorelli.

Attraverso la storia della bellezza, dopo cinque secoli, continuiamo ad andare alla ricerca delle loro tracce nei luoghi più iconici dell’Umbria. I loro capolavori non rappresentano solo un simbolo della nostra terra, ma sottolineano l’importanza e lo sviluppo di un Umanesimo che è penetrato nella nostra Penisola. È proprio in Umbria infatti che Pietro Perugino è nato, qui ha mosso i suoi primi passi, ha iniziato la sua carriera e, dopo aver raggiunto il successo, è tornato.
Attraverso le parole di Paola Agabiti, Assessore Regionale alla Cultura e al Turismo Regione Umbria, possiamo infatti comprendere che Perugino e Signorelli: «hanno anticipato ed esaltato proprio quell’Umanesimo di cui sono stati autorevoli protagonisti, ponendosi direttamente come attori del Rinascimento italiano. Le loro opere, la luce che ne traspare il loro tratto classico e al tempo stesso nitido e visionario ne definiscono la sconfinata maestria e ne manifestano la profonda influenza su decine di artisti loro contemporanei e non solo».
Entrambi morti nel 1523, Signorelli a Cortona, in Toscana, e Perugino a Fontignano, a sud-ovest di Perugia hanno lasciato tracce delle loro opere nel territorio delle due regioni. Entrambi celebri in vita, famosi e ricercati dai grandi committenti dell’epoca hanno influenzato i loro allievi tra i quali va ricordato il giovane Raffaello.

 

Perugino, Adorazione dei magi, 1507, affresco, 700 x 650 cm, Città della Pieve, Oratorio di Santa Maria dei Bianchi

 

Nato a Città della Pieve, Pietro Vannucci vi lavorò in giovane età, per poi tornarvi nei primi anni del 1500. Città della Pieve, patria del meglio maestro d’Italia, è un piccolo borgo al confine tra Umbria e Toscana, ricco di fascino e di straordinaria bellezza: la sua natura verdeggiante e incontaminata domina la Valdichiana e il lago Trasimeno; natura lussureggiante ispiratrice dei più eccellenti pittori del Rinascimento.
Nei pressi del duomo è affissa una targa la quale ricorda che un tempo vi era la casa della famiglia Vannucci. L’artista in città, venne chiamato dalla confraternita dei Bianchi per i quali realizzò un grande affresco per la cappella dell’oratorio raffigurante l’Adorazione dei Magi. Figure dominanti sono la Vergine e il Bambino, i Magi riccamente vestiti sono raffigurati in primo piano, alle loro spalle verdi colline di una vallata umbra; nell’opera Perugino realizza un perfetto connubio tra uomini, paesaggio e architettura, integrandoli perfettamente.
L’artista fu l’iniziatore di un nuovo modo di dipingere quello della cosiddetta maniera moderna, caratterizzata dalla purezza formale, dalle ampie composizioni, da un disegno ben definito ed elegante e i personaggi liberati dalle caratteristiche terrene e investiti di un’aria angelica.

 

Perugino. “Madonna con Bambino e i santi Gervasio, Pietro, Paolo e Protasio”, 1514, olio su tavola, 240 x 220 cm, Duomo, Città della Pieve

 

In città, inoltre, si trova la Cattedrale dei Santi Gervasio e Protasio. La chiesa sorge nel luogo dell’antica pieve edificata probabilmente nel 1600. La facciata è costruita da due materiali diversi: pietre e laterizi, l’interno a navata unica presenta grandi cappelle laterali che custodiscono opere di allievi del Perugino come Domenico Paride Alfani e Giacomo di Guglielmo e una tela realizzata dal Pomarancio e Salvio Savini.
Sempre nella cattedrale è conservata una tavola lignea rappresentante la Madonna con i santi Gervasio, Protasio, Pietro e Paolo. Il Perugino inserisce madre e figlio nel registro superiore in una cornice a forma di mandorla, antico simbolo di vita e di rinascita poiché il mandorlo è il primo albero a fiorire in primavera. Nel registro inferiore sono presenti san Pietro con le chiavi del Paradiso, Paolo con una lunga spada e il libro e Gervasio e Protasio patroni di Città della Pieve; alle loro spalle vi è l’iscrizione con la data della consegna e la firma dell’autore.
Il pavimento della chiesa è riprodotto anche nell’opera: ai piedi dei personaggi infatti ben si nota un pavimento a forme geometriche.

 

 

L’opera realizzata, tra il 1499 e il 1504 dall’artista toscano, ha ispirato anche gli affreschi della Cappella Sistina di Michelangelo.

«Il Giudizio Universale è senza dubbio il capolavoro di Luca Signorelli. Secondo Giorgio Vasari, Michelangelo lo osservò attentamente per dipingere poi il suo Giudizio Universale». A dircelo è il professor Giuseppe Della Fina, consigliere dell’Opera del Duomo di Orvieto.

 

Particolare dell’Inferno, Luca Signorelli

 

Una grande macchina scenica, un colossal cinematografico che – con le sue 7 scene (Anticristo, Finimondo, Resurrezione dei corpi, Inferno, Paradiso, Chiamata degli eletti e i Dannati) – ha la capacità di coinvolgere e portare al suo interno lo spettatore, o il fedele, come solo un film visto al cinema sa fare. Questo, e molto altro, è il Giudizio Universale realizzato da Luca Signorelli, che si trova all’interno del Duomo di Orvieto nella Cappella Nova o di San Brizio e che prese vita tra il 1499 e il 1504.
«Il primo contratto con l’artista toscano venne stipulato nel 1499 e nel 1504 ci fu l’ultimo pagamento. Prima di lui il Beato Angelico aveva dipinto due delle vele del soffitto (Cristo Giudice tra angeli e Profeti). Possiamo dire che quest’opera vanta la mano di due grandi maestri, anche se molto diversi tra loro. Dieci anni prima – nel 1489 – era stato contattato anche il Perugino, ma siccome era impegnato in altri lavori, non ha mai rispettato il contratto» racconta il professor Della Fina.

 

Paradiso, Luca Signorelli

 

Camminando sotto le volte col naso all’insù si osservano le diverse fasi del Giudizio Universale, che suscitano un grande coinvolgimento emotivo. È possibile percorrere due sentieri visivi: «Se seguiamo un filo cronologico si deve partire dalla scena dell’Anticristo che racconta i movimenti politici e sociali dell’epoca, per passare poi a quella del Finimondo (che si trova sulla parete d’ingresso), seguita della Resurrezione dei corpi o della carne (con gli scheletri che riprendono muscoli e carne), per arrivare al Giudizio Universale vero e proprio con la Cattura dei dannati da una parte e la Chiamata degli eletti dall’altra. Se invece si volesse seguire una sequenza teologica, dovremmo iniziare la visione dal centro in cui è dipinta – sopra l’altare – la vela del Cristo Giudice, con a sinistra il Paradiso e a destra l’Inferno, separati da una finestra. Si proseguirebbe lungo le altre pareti, che raffigurano le scene che precedono il momento del Giudizio. Per dipingere l’opera, Signorelli ha preso ispirazione dal Vangelo di Matteo e dalla Divina Commedia, tant’è vero che raffigura Dante nella scena dei Beati del Paradiso insieme a diversi personaggi del mondo antico e medievale. Il ritratto del Sommo Poeta è tra i più celebri che conosciamo. Signorelli stesso poi si raffigura nella scena dell’Anticristo (in una sorta di firma) insieme a un altro uomo: per molti è il Beato Angelico – io credo che abbiano ragione – mentre altri sostengono che potrebbe essere Antonio Albèri, uno dei teologi che ha ispirato la scelta delle sue rappresentazioni» spiega Della Fina.

 

Anticristo, Luca Signorelli

Cappellina dei Corpi Santi

La mano di Luca Signorelli si estese anche alla cappellina a destra dell’ingresso della Cappella Nova: lì l’artista nel 1503 ha affrescato la Pietà di Cristo con ai lati i santi Pietro Parenzo e Faustino, particolarmente venerati a Orvieto. «La deposizione del corpo di Cristo è di grande bellezza. Giorgio Vasari scrisse che Signorelli gli raccontò di aver disegnato il figlio Antonio, per conservarne il ricordo dopo la sua morte prematura. È molto probabile che poi questo disegno l’abbia utilizzato per rappresentare il volto di Cristo» conclude il professore.

 

 

Tanti gli eventi: restauro dal vivo della Pala Martinelli, da San Sepolcro si trasferisce a Perugia l’Ascensione di Vannucci e “Lo Sposalizio della Vergine” sarà riprodotto da un’azienda di Città di Castello.

La Pala di Sant’Onofrio di Luca Signorelli ha lasciato la sua casa presso il Museo del Capitolo della Cattedrale di San Lorenzo a Perugia per traslocare all’interno della Galleria Nazionale dell’Umbria. Resterà lì fino all’11 giugno in occasione della mostra Il meglio maestro d’Italia. Perugino nel suo tempo, che verrà inaugurata sabato 4 marzo. Il trasferimento di Sant’Onofrio rientra nelle celebrazioni dei 500 anni dalla morte di Perugino e Signorelli, che giorno dopo giorno entrano sempre più nel vivo.

«L’operazione è frutto della collaborazione tra Isola San Lorenzo e Galleria Nazionale dell’Umbria: la Pala del pittore toscano è stata infatti concessa in prestito per la grande mostra e al Museo del Capitolo è arrivata la Pala Martinelli – Martirio di San Sebastiano, opera del Perugino, che realizzò per la Chiesa di San Francesco al Prato e che fino a oggi si trovava nel deposito della Galleria. Qui si terrà anche il suo restauro dal vivo, realizzato dall’impresa CBC – Conservazione Beni Culturali e saranno organizzate delle visite guidate a contatto con l’opera e con chi esegue la riqualificazione.
Inoltre, dal Duomo di San Sepolcro si sposta a Perugia l’Ascensione di Cristo sempre del Perugino e potrà essere ammirata al museo da giugno a settembre. Infine, da metà settembre fino all’8 dicembre, ricreeremo una bottega rinascimentale e l’azienda di Città di Castello Bottega tifernate realizzerà una riproduzione in scala 1:1 dello Sposalizio della Vergine con la tecnica della pictografia. La riproduzione resterà in esposizione in Cattedrale, per poi diventare un pezzo della collezione del Museo. Ma di tutti questi eventi ne riparleremo in modo più approfondito» spiega l’architetto Alessandro Polidori, direttore dell’Ufficio diocesano per i Beni culturali ecclesiastici. Tutto questo rientra nel progetto della Diocesi di Perugia – Città della Pieve, curato da Genesi (che si occupa del Complesso monumentale della Cattedrale Isola di San Lorenzo), Perugino nel segno del tempo, classificato terzo al bando del Comitato Nazionale.
«Il progetto prevede inoltre dei percorsi che, partendo dall’Isola di San Lorenzo andranno a toccare tutti i luoghi dove sono presenti le opere di Vannucci. Sarà pubblicata anche una guida su questi itinerari, edita da Electa. Ma anche di questo avremo modo di parlare in seguito» prosegue l’architetto Polidori.

La Pala di Sant’Onofrio di Luca Signorelli

Il dipinto, datato 1484, si trova nella cappella intitolata a Sant’Onofrio nella Cattedrale di Perugia, sulla quale aveva il patronato la famiglia cortonese dei Vagnucci.

Pala di Sant’Onofri, olio su tavola di Luca Signorelli, 1484

Uno dei membri della famiglia, Iacopo, fu vescovo della città umbra dal 1449 e fu l’artefice del cambiamento in chiave rinascimentale del Duomo. Nel transetto destro trovò posto la cappella in cui Iacopo Vagnucci venne sepolto e che recava sull’altare la Pala di Luca Signorelli. L’opera è molto importante, perché costituisce un punto fermo nel percorso dell’artista toscano, mostra infatti l’acquisizione dei temi centrali della pittura del suo tempo e regala al pubblico un dipinto di grande compiutezza stilistica.
Sulla tavola è dipinta la Vergine che siede al centro su un alto trono, intenta a leggere un volumetto rosso; il Gesù le siede in grembo anch’esso assorto. Quattro santi li affiancano: a destra San Lorenzo e Sant’Ercolano con le fattezze del vescovo Vagnucci, entrambi vestono sontuosi paramenti liturgici che rappresentano mirabile esempio di pitture nella pittura. A sinistra si trovano invece Giovanni Battista e Onofrio. Un angelo suona il liuto seduto ai piedi di Maria, omaggio alle composizioni in voga in area veneta.
La composizione e la disposizione delle figure – immerse in un paesaggio aperto – sono costruite con grande equilibrio e la luce, assieme al colore, definisce con nitidezza corpi e volumi. La natura morta del vaso di vetro in primo piano, rimanda all’arte fiamminga e in particolare al Trittico Portinari di Hugo van der Goes.

Il nuovo allestimento del Museo della Cattedrale

Il Museo del Capitolo della Cattedrale – Isola di San Lorenzo di Perugia ha riaperto al pubblico mostrando una nuova veste e un nuovo allestimento. Il progetto coincide coi cento anni dalla sua apertura (1923-2023) e col quinto centenario della morte del Perugino e del Signorelli (1523-2023). L’allestimento, realizzato grazie al sostegno della Fondazione Perugia, segue un criterio tematico e non più cronologico: si tratta di un nuovo percorso in cui le opere selezionate raccontano la propria storia anche come espressione di un messaggio autentico in grado di arrivare al cuore del visitatore. Un fil rouge tra pittura, scultura, oreficeria, miniatura e tessile, che documenta il lungo dialogo che unisce e accomuna le diverse espressioni artistiche, testimonianza diretta di una committenza che ha trovato nella ricerca del bello uno strumento per incontrare Dio.

 

Il nuovo allestimento

 

«Si tratta di un percorso non più cronologico, ma di carattere scientifico-tematico a cui si può accedere non solo con visite guidate, ma anche in autonomia, grazie a moderni pannelli esplicativi. Ogni sala è intitolata a personalità e a opere significative caratterizzanti epoche della storia di Perugia e non solo. Basti pensare alle sale: Leone XIII, il Papa della Rerum Novarum e vescovo di Perugia dal 1846 al 1880; Perugia dei Papi; Sant’Anello che la cattedrale custodisce; Parato Armellini; Luca Signorelli dove si trova la Pala di Sant’Onofrio; Speranza e affidamento che vede esposte le opere con carattere devozionale che i perugini hanno fatto realizzare in momenti di difficoltà come la peste; Agostino Di Duccio con all’altare che lui fa nel 1473 all’interno della Cattedrale; Diocesi-Cattedrale-Museo, dedicata alla storia del museo» illustra l’architetto Alessandro Polidori, curatore del nuovo progetto.