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Il festival scientifico, sottotitolato Dove la scienza fa spettacolo, è stato organizzato da Psiquadro all’insegna del divertimento intelligente. La manifestazione si è tenuta dal 30 agosto al 1 settembre ed è stata accolta tra la natura sull’isola del Trasimeno, dove un ricco programma denso di attività ha attirato numerose famiglie trascinate dalla curiosità dei bambini. Divulgatori, scienziati e artisti hanno raccontato la scienza con il linguaggio dello spettacolo.

 

Certamente Cesare Agabitini, detto Cesarino, il guardiacaccia della Polvese che dal 1966 l’abita con la moglie Filodelma Mattaioli e i loro figli Genni, Elisa, Chiara, Omar e Sonia e di cui fu anche il custode fino al 1997, non si sarebbe mai immaginato di vedere sulla sua isola tanta gente tutta insieme e che la moltitudine di persone giunte fin lì andasse come un’instancabile sciame d’api da un fiore del sapere a un altro.

L’evento

Moltissime persone, soprattutto giovani famiglie con i loro bambini, si sono imbarcate sui traghetti da San Feliciano o da Castiglione del Lago per raggiungere la Polvese e partecipare alla bellissima manifestazione L’Isola di Einstein, la Scienza fa Spettacolo, che per tre giorni ha tenuto banco sul Lago Trasimeno, attirando persone da tutta la regione e numerosi visitatori provenienti da ben oltre i confini Umbri. Formatori, divulgatori, insegnanti, esperti, istruttori, genitori, nonni, fisici, geologi, ingegneri, biologi, naturisti, turisti, curiosi, ricercatori, scienziati, e soprattutto loro, i giovani cuccioli umani, hanno vissuto e partecipato a esperimenti, laboratori, racconti, presentazioni, narrazioni e spiegazioni sotto l’egida del rispetto per la natura, l’ecologia, la tutela e lo studio della madre terra, attraverso una sana curiosità per la conoscenza scientifica. Il tutto è stato ammantato da un ambiente unico e magico come quello isolano. Proprio così, l’isola Polvese è stata da sempre un’attrattrice di anime e di sguardi per la sua accoglienza e fertilità del territorio; gli Etruschi e gli antichi Romani lo avevano capito e l’hanno abitata, come alcune testimonianze archeologiche qui ritrovate ci ricordano.

L’antica locuzione avverbiale polvento, cioè protetto dal vento, darebbe il nome all’isola. Ricca di olivi e lecci, è stata prolifica per contadini e pescatori, che l’hanno rispettosamente albergata per lungo tempo. La presenza della Rocca, dell’Abbazia di San Secondo e della sua adiacente chiesa, della Chiese di San Giuliano e di Santa Maria della Cerqua, testimonia il vissuto storico certo e ritmato di questi luoghi, così come la villa, la piscina con il giardino acquatico realizzata dal Porcinai, l’ostello, il bar e due ristoranti e altre costruzioni del secolo scorso, depongono a favore e arricchiscono l’isola, dichiarata dall’attuale proprietaria, la Provincia di Perugia, dapprima un’Oasi di Protezione Faunistica, poi un Parco Scientifico Didattico e quindi inserita nel Parco naturale regionale del lago Trasimeno.

Le caratteristiche ambientali e strutturali della Polvese si prestano in modo ideale ad accogliere l’evento L’Isola di Einstein, la scienza fa spettacolo, dove oltre cento appuntamenti, tra il 30 agosto e il 1 settembre, hanno intrattenuto e divertito il numeroso pubblico di ogni età. Gli intervenuti hanno impreziosito la manifestazione con la loro presenza: Ian Russell, Science Made Simple, Michael Bradke, Hisa Eksperimentov, Copernicus Science Centre, Big Van Ciencia, l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) e l’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche). Ci sono stati spettacoli dedicati alla fisica, alla chimica, al suono, alla biologia, alla meccanica quantistica e ai cambiamenti climatici, che hanno dettato conoscenze e suggerito riflessioni sul delicato ecosistema terrestre.
Scienza all’improvviso, un Museo a Cielo Aperto, l’Isola dei Disegnatori, Einstein Light Painting, la storia dell’Apollo 11, l’Universo in una scatola, un Tetto di Stelle, le due facce di Einstein, sono alcuni titoli di accattivanti eventi accaduti durante il festival.
Un esteso e vasto successo di pubblico elevato all’ennesima potenza!

 

I ragazzi dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia)

L’ex monastero di San Secondo

Si è notato che molti operatori e addetti dell’organizzazione si sono mostrati gentili e disponibili a dare spiegazioni e informazioni senza lesinare sorrisi di benvenuto. Tra questi l’attivissimo ed energico Michele Sbaragli, che ha edotto i presenti sulla novità della crociera astronomica lacustre (in collaborazione con INAF) e sugli incontri circa l’ambiente, organizzati da ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente) o come i gentili e precisi Leonardo Alfonsi e Irene Luzi di Psiquadro che hanno dispensato cortesi ed efficaci indicazioni scientifiche a tutti quelli che l’hanno richiesto; Erika Di Silvestre, Rosalba Padula e Luca Nicoletti, capaci operatori presenti presso l’ex Monastero di San Secondo si sono adoperati e messi a disposizione per la buona riuscita dell’evento.

Erika Di Silvestre

Recentemente l’ex Monastero è stato oggetto di un recupero architettonico curato dalla Provincia e oggi rappresenta la sede del Centro ARPA dell’Umbria per il Cambiamento climatico e biodiversità in ambienti lacustri e aree umide. L’edificio è ubicato in un contesto paesaggistico straordinario con annessi laboratori, sala convegni e pertinenze e una bellissima sala esposizioni ha ospitato una mostra sugli antichi mestieri e arti del Trasimeno nella fotografia al collodio umido – illustrata dal fotografo Stefano Fasi – e uno spazio dedicato all’INGV, rappresentato da Luca Pizzimenti, Carlo Alberto Brunori, Federica Murgia e Aladino Govoni che, con i loro racconti e spiegazioni coadiuvati da sistemi informatici dedicati, hanno condotto bambini e genitori alla scoperta della crosta terrestre, vulcani e terremoti.

Spettacoli in ogni angolo

Lì accanto, tra i resti dalla diruta ma suggestiva Chiesa di San Secondo, è stata presentata la favola lacustre Avventure a Borgo Gioioso, contenente messaggi ecologici, naturistici e ambientalisti con gli interventi della casa editrice Morlacchi nella persona di Gianluca Galli, dello storico lacustre Ermanno Gambini e dell’attore Mirko Revoyera. Mirko poco prima aveva tenuto il suo spettacolo, Il Regno delle Foglie, in un’area vicino al pontile, dove era stato applaudito da un folto pubblico di bambini, che abilmente affabulava con storie appassionanti e divertenti.

 

Mirho Revoyera, Ermanno Gambini, Gianluca Galli e Michele Sbaragli

 

Lì, una bella coppia assisteva allo spettacolo con la splendida figlia Greta; al termine, la dolce madre Renilda nonché brava fotografa con entusiasmo ha raccontato che la manifestazione offriva talmente tante opportunità che la loro bambina li conduceva energicamente da un luogo all’altro, sedi degli spettacoli, dove grandi e piccini potevano partecipare attivamente ed essere coinvolti negli esperimenti. I due genitori erano esausti ma felici, così come parevano tutti quelli delle altre famiglie partecipanti alla manifestazione. Poco più in là si trovava l’Einstein Village, luogo dedicato allo sport in relazione alla componente scientifica e salutare e nella stessa area non poteva mancare Avanti Tutta Onlus, l’associazione fondata dal compianto Leonardo Cenci per la lotta contro il cancro.
Altresì si sono notati 20 bravissimi disegnatori che, sparsi per l’isola, hanno documentato graficamente lo svolgersi degli eventi. Questi fantastici illustratori fanno parte del collettivo Becoming X art and sound collective, che hanno realizzato l’accattivante e vasto reportage disegnato di tutti gli eventi.
Nell’occasione lo spazio enogastronomico, oltre i confermati e consueti ristoranti locali, è stato distribuito tra i vari luoghi dell’isola. L’offerta è stata all’altezza della situazione e, in un punto ristoro vicino a San Secondo, si sono potuti apprezzare alcuni sfizi culinari composti da ottimo pesce di lago fornito dalla Cooperativa Pescatori del Trasimeno accompagnato dai profumati vini di una rinomata cantina di Castiglione del Lago.

 

Michele Sbaragli

 

Sfilando accanto alla struttura del Poggio e proseguendo verso il pontile dei traghetti per il rientro, si passa vicino all’ex casa del custode; qui si può immaginare di vedere Cesarino e Filodelma, che abitavano questi meravigliosi declivi con i loro figli, che per tutto l’anno li avevano a disposizione per giocare, sperimentare e conoscere. Un’intera isola godibile da un pugno di ragazzi fortunati, un sogno per tutti quelli delle loro età. I cinque ragazzi, insieme ai cugini Matteo e Tiziano, tutti e sette isolani, hanno in qualche modo precorso e presagito la naturale e immensa sala giochi scientifica che l’Isola di Einstein ha poi sublimato.
Il traghetto serale ha fatto rientrare a San Feliciano molti degli ultimi scienziati irriducibili; il comandante dell’imbarcazione, Giordano Sportellini, era felice di trasportare tanta gente stancamente soddisfatta che, attraverso l’evento organizzato da Psiquadro, era divenuta partecipe ambasciatrice e promotrice del magnifico e, vista l’ora, dell’ormai sonnecchiante Lago Trasimeno.

Il Palio della Brocca è una rievocazione storica giunta alla sua XIII edizione, dove giochi, sfilate e spettacoli sono i protagonisti, dal 27 agosto al 1 settembre nella distintiva Deruta. L’angolo culturale viene proposto come ulteriore attrattore di un evento già ampiamente partecipato da residenti e turisti, e lo spettacolo La rima dell’acqua è stato il protagonista di una delle serate della manifestazione, riscuotendo un gran successo di pubblico. Nel suo ambito si è tenuto il concorso nazionale poetico-letterario Una Fontana di Parole, con l’adesione di numerosi poeti rispondenti anche da fuori regione.

Una serata del Palio della Brocca, all’insegna dei poeti e della poesia, ha deliziato il folto pubblico che assisteva a recitate esibizioni di Trilussa, Carducci e Manzoni, dove il verso e il brano sono stati gli artistici e delicati artigli che hanno captato l’attenzione dei borghigiani e dei tanti turisti partecipanti all’evento. La sfilata, in abiti ottocenteschi con le fascinose dame accompagnate dai loro gentili cavalieri, nell’eco risonante dell’alternato ritmo dei tamburi e sotto la spettacolare evoluzione degli sbandieratori, ha condotto i pensieri ed evocato atmosfere d’altri tempi.

La Rima dell’Acqua

Ma andiamo per gradi e facciamo un passo indietro che ci porta nel manierato Ottocento derutese.
Nell’anno 1832, una serie di terremoti colpirono Deruta e danneggiarono, tra l’altro, il pozzo ubicato nei pressi dell’odierna Fontana di Piazza dei Consoli. I residenti, per soddisfare le proprie esigenze quotidiane, si videro costretti a scendere fino al quartiere del Borgo, limitrofo al prossimale fiume Tevere, per l’attingimento. L’acqua era ed è di fondamentale importanza per la produzione della maiolica e Deruta, da sempre e a tutte le latitudini del mondo, ne è famosa ambasciatrice.Da questi fatti trae ispirazione la manifestazione del Palio della Brocca di Deruta, giunta alla sua XIII edizione, e, nel gioco dedicato, la brocca derutese e l’acqua sono le protagoniste simboliche, così come i tre rioni Piazza, Borgo e Valle sono i suoi supremi interpreti.
In particolare quest’anno, in una serata in seno al Palio, è stata organizzata la manifestazione poetica La Rima dell’Acqua: una competizione poetica ha visto interpreti amatoriali locali e attori professionisti rappresentare il proprio colore rionale in un’appassionata sfida.
All’evento ha partecipato, tra pubblico e interpreti, la popolazione cittadina in tutte le sue fasce d’età, con sfilate, tamburi, sbandieratori, recitazioni e letture, in una sana competizione ricca di sguardi sfidanti e canzonature più o meno palesi, in un clima di sano campanilismo paesano. Succede in ogni tipica competizione di ciascun Palio e anche Deruta non si smentisce.
I tre Rioni sono abbinati ad alcune parole, corrispondenti a:

  • blu, Rione Piazza, Porta San Michele Arcangelo e Manzoni;
  • verde, Rione Valle, Porta del Cerro e Carducci;
  • giallo, Rione Borgo, Porta Romana e Trilussa.

I colori dei tre Rioni fanno riferimento a diversi e tipici decori artistici derutesi: il blu al ricco Deruta, il giallo al raffaellesco e il verde all’arabesco, mentre le Porte sono il riferimento di ciascun Rione per l’accesso alla cittadina. Ognuno dei tre attori ha rappresentato il Rione di appartenenza, decantando e personificando i tre celeberrimi cantori; sono stati coadiuvati, nella prova, da capaci interpreti paesani. Trilussa, per i gialli, è stato interpretato dal bravissimo Mirko Revoyera, Manzoni, per i blu, dal valente Michele Volpi e Carducci, per i verdi, dall’abile Mauro Silvestrini.
La sommatoria dei voti del pubblico e di quelli espressi dalla giuria di esperti ha decretato vincitore della Rima dell’Acqua, il colore verde del Rione Valle, abbinato a Carducci.
È stata una bellissima manifestazione culturale che, da un diverso punto di vista, ha teso, in un ambiente goliardico e recettivo, alla diffusione e al rinvigorimento della poesia anche a livello popolare. Se ci riferiamo al passato la gente del popolo è stata spesso ispirazione di molti poeti che hanno giocato con e tra i versi ispirati ai quotidiani accadimenti di popolani e borghesi.

Una fontana di parole, il concorso di poesia


Altresì, al termine della serata, sono stati decretati i vincitori del concorso nazionale poetico-letterario Una fontana di parole.
L’associazione Via de’ Poeti e Identità Terra Tour Operator con Tiziana Casale e Luciano Posti – tra l’altro bravo copresentatore, autore e regista della festa poetica – in collaborazione con l’associazione Palio della Brocca di Deruta e con il Patrocinio del Comune, hanno organizzato la serata dedicata alla poesia.
Ben oltre 140 poesie, inviate da poeti locali e di fuori regione, ispirate al tema molto attuale e sensibile dell’acqua – a cui era necessario riferirsi per partecipare al concorso Una Fontana di Parole – sono state valutate da una giuria tecnica di esperti composta dal Sindaco di Deruta Michele Toniaccini, dalla cantante soprano internazionale Mirella Golinella di Ferrara, dalla presidente della associazione poetico-letteraria L’Ortica Claudia Bortolotti di Forlì, dalla scrittrice, poetessa e operatrice culturale Antonella Giordano,di Roma, dal fotografo e operatore artistico Franco Prevignano, dall’attrice e regista Mariella Chiarini, dallo scrittore ed editore della casa editrice L’Arcolaio Gian Franco Fabbri di Forlimpopoli, dalla poetessa Katia Quattrocchi, dal poeta e critico letterario Delmiro Cortini di Forlì, dallo scrittore e operatore culturale Bruno Mohorovich, dal giornalista e critico letterario Luciano Lepri, dallo scrittore e operatore culturale Marco Pareti, dall’editore della casa editrice Bertoni Editore Jean Luc Bertoni, dallo scrittore e presidente dell’associazione Via de’Poeti di Bologna Luciano Posti e presieduta dalla presidente di Identità Terra, Tiziana Casale.
Una Fontana di Parole 2019 ha visto come primo classificato Guido De Paolis, di San Vito Romano, con il testo Mani Viola; secondo classificato, Eliseo Pisinicca di Castiglione del Lago, con il testo Tramonto al Trasimeno; terze classificate, a pari merito, Daniela Cortesi di Forlì, con il testo Suspir d’Acqua e Annunziata Romani di Perugia, con il testo Fischia il treno fantasma.
Nella sezione ragazzi e menzioni speciali abbiamo la Classe III della Scuola Primaria Favini di Coriano (Rimini), anno scolastico 2017 /18, insegnante Anna Maria Pozzi, con il testo Madre Terra; la Classe V della Scuola Primaria Favini di Coriano (Rimini), anno scolastico 2017 /18, insegnante Giovanna Sarca, con il testo Ode alla Terra madre e sorella; infine, la giovane poetessa Azzurra De Santis di Foligno, con il testo Prospettive.
Tiziana Casale, presidente di Identità Terra e della giuria di esperti, ha dichiarato: «Io e Luciano Posti siamo rimasti molto soddisfatti dell’andamento del concorso poetico nazionale Una Fontana di Parole di alto valore culturale sul tema dell’acqua e con più di 140 elaborati proposti. Questo concorso dura tutto l’anno e vedrà, in un evento finale, premiati i singoli vincitori di ciascuna manifestazione organizzata da noi sul tema. Da qui fino a fine anno verrà decretato un vincitore finale. Questo progetto, riguardante il prezioso patrimonio dell’acqua come bene universale, è stato traslato anche nelle scuole, per sensibilizzare maggiormente i giovani su questo delicatissimo argomento».

I progetti per il futuro

Quest’anno il Palio della Brocca ha avuto inizio il 27 agosto e terminerà il primo settembre. Ogni sua giornata è caratterizzata da una rappresentazione o da una gara. Infatti, la giornata inaugurale è stata caratterizzata dalla Cena dei Rioni, il giorno 28 dallo spettacolo teatrale rionale, il 29 dallo spettacolo La Rima delle Acque e da quello dei Tamburi e Sbandieratori, il 30 ci sarà il Corteo storico, il 31 la Sfida per il Palio dei Giovani e il 1 settembre dalla Sfida tra i tre Rioni per l’assegnazione del Palio della Brocca 2019.
Il programma completo è alla pagina web: www.paliodellabrocca.it
A latere dell’evento, l’energico e vitale, Sindaco Michele Toniaccini, con orgoglio, ha sottolineato: «L’Associazione Palio della Brocca è la protagonista assoluta di questa manifestazione per la salvaguardia delle tradizioni locali e come supporto alla promozione di questo territorio, che rimane ancorato alla produzione artistica della ceramica fatta a mano. Vorrei ringraziare il suo Presidente Agostino Veschini, il direttivo, i figuranti e gli atleti per il loro grande impegno. Vorrei evidenziare il ruolo sociale di questa manifestazione che unisce la comunità attraverso la storia e la tradizione derutese, con tutto quello che ruota attorno alla competizione partecipata dai tre Rioni per l’aggiudicazione del Palio della Brocca, rappresentato da una bellissima coppa in ceramica. La presenza e il coinvolgimento dei nostri giovani è stato esemplare».
Il Sindaco ha anche voluto ricordare: «Da da qui a fine anno ci saranno alcuni appuntamenti importanti. Il primo sarà quello del 9 settembre, un progetto di offerta turistica che farà da richiamo a tutti i soggetti e gli operatori coinvolti direttamente o meno del nostro territorio. Poi a novembre ci immergeremo nel passato, con gli ospiti Modiano e Terracina; successivamente, al Castello di Casalina, verrà inaugurata la sede del Centro Sismologico Regionale nel contesto dell’Associazione Nazionale dei Carabinieri in congedo. Il 25 e 26 novembre ci sarà un focus sulla ceramica, in occasione dei Santi Patroni del Comune e dei Ceramisti, San Simplicio e San Caterina d’Alessandria. Nella stessa occasione ci sarà l’inaugurazione della mostra su Angelo Ficola, il compianto artista derutese, e l’inaugurazione dell’opera raffigurante il Giudizio Universale realizzata dal nostro Nicola Boccini. Parteciperanno all’evento l’AICC (Associazione Italiana Città della Ceramica), una delegazione russa della città di Gžel’ e una delegazione de I Borghi più Belli d’Italia».
Il Borgo medievale di Deruta, con questa manifestazione, ci ha fatto fare un salto indietro nel tempo e rivivere l’ambiente ottocentesco – periodo ispiratore della manifestazione – e ha voluto mettere in evidenza la sua caratteristica maiolica artistica famosa in tutto il mondo, nata dalle capacità dei suoi bravissimi artigiani ceramisti.
A testimonianza della sua vocazione, Deruta ospita ben due Scuole di Arte Ceramica e il Museo regionale della Ceramica, dove il pavimento dell’adiacente Chiesa di San Francesco e le mattonelle del Santuario della Madonna del Bagno sono un eccellente esempio di bellezza dei suoi sublimi manufatti artistici.
Il Palio della Brocca è una magnifica occasione per visitare la caratteristica cittadina di Deruta e le sue bellezze, nonché ammirare le tipiche maioliche, che si possono trovare e apprezzare nelle tantissime botteghe artigiane e nei numerosi laboratori locali.

Un’intervista, realizzata dal vostro inviato lacustre, a uno dei protagonisti dell’iniziativa Ricostruiamo il Barchetto del Trasimeno, l’imbarcazione storica andata completamente distrutta durante un incendio. La storia è lieto fine, tanto che il Barchetto è stato – e sarà – il protagonista indiscusso di diverse iniziative.

Barchetto del Trasimeno

 

Si è conclusa da poco la Festa del Giacchio, la sagra del borgo lacustre di San Feliciano organizzata dalla locale Pro Loco che vede ogni anno l’allegra e nutrita partecipazione di molti paesani e forestieri e ha come indiscusso protagonista il pesce di lago. Il nome della Festa prende origine dall’antica rete conica da pesca, appunto il giacchio, che ancora oggi i pescatori del Trasimeno lanciano in acqua con gesti liturgici che si ripetono incessantemente nella loro storia millenaria.
Durante l’ultima serata della festa il vostro inviato lacustre, passeggiando tra i festaioli, è arrivato nei pressi del vicino Museo della Pesca e del Trasimeno che, sul suo piazzale, ospita una bella barca in legno di recentissima costruzione e dalle forme un po’ particolari, protetta da una tettoia tipica di cannine di lago.
Lì ha incontrato casualmente una persona sconosciuta, con la quale è iniziata una piacevole conversazione che, dopo educati convenevoli, ha dato vita a un racconto molto interessante sulla barca esposta.
Il vostro inviato lacustre non ha resistito a fare qualche domanda per approfondire l’appassionata narrazione del gentile ignoto e così ha preso avvio questa intervista, che riguarda una recente storia somigliante a una favola di altri tempi, dove i simbolici protagonisti sono rappresentati da un dragone e da quattro chiodi come cavalieri. Qualche riga più sotto scopriremo il perché.
Il misterioso interlocutore si è rivelato uno dei protagonisti dell’iniziativa Ricostruiamo il Barchetto del Trasimeno e ci ha descritto come questa sorta di fenice sia risorta dalle sue ceneri grazie all’unione di un’intera comunità.

 

Il vecchio Barchetto prima dell’incendio

Da come mi ha detto, lei è uno dei promotori dell’iniziativa a favore del rifacimento del Barchetto del Trasimeno: mi dica, com’è andata?

Tutto parte con un’avventura intrapresa insieme all’amica Rosanna Milone: un’iniziativa sociale a favore della comunità di San Feliciano. Il 10 maggio 2017, Giacomo Chiodini, Sindaco di Magione, ci propose di indirizzare i nostri propositi verso un’iniziativa a favore del Barchetto, simbolo della gente del Trasimeno che era andata distrutta in un incendio qualche giorno prima. Con Rosanna ci siamo subito intesi e uscendo dal Comune abbiamo nell’immediato iniziato a progettare e pianificare. In realtà fino al momento dell’incontro, la nostra proposta voleva essere direzionata verso l’acquisto di un defibrillatore cardiaco, ma ne siamo usciti con l’indicazione di una barca storica andata a fuoco da ricostruire.

Cosa avete fatto?

Nel corso di un mese abbiamo realizzato e presentato, il 10 giugno 2017, il Calendario dell’Estate, strumento che ci ha permesso di raccogliere una cifra netta disponibile, per la ricostruzione, di oltre 4.000 euro, ma soprattutto di sensibilizzare la comunità verso il rifacimento di un simbolo della vita lacustre: le persone ci hanno sempre dimostrato grande solidarietà e affetto. Insieme a Rosanna abbiamo rappresentato una squadra di grande efficienza e questa iniziativa ci ha permesso di fare un’esperienza fantastica per la massiccia e trasversale partecipazione sia delle persone e delle famiglie sia per quella delle associazioni e delle aziende. All’importo raccolto con il calendario si è aggiunto il risarcimento assicurativo, e la somma ha permesso di coprire interamente il totale preventivato di spesa per il rifacimento del Barchetto.

Come sono stati impiegati i fondi raccolti?

Esattamente un anno dopo l’infausto incendio, il 5 maggio 2018, è partita la ricostruzione del Barchetto, con la presentazione del suo uscio, una specie di zattera che rappresenta la base intorno alla quale prende forma la barca. I lavori, intrapresi dal bravissimo Cristiano Vaselli con l’aiuto dell’esperto Verledo Dolciami, sono avvenuti presso il cantiere nautico Caporalini di San Feliciano e sono stati eseguiti con le tecniche costruttive di una volta, utilizzando le stesse essenze lignee dell’imbarcazione originale.

 

La ricostruzione del Barchetto del Trasimeno

Chi ha fornito le linee guida del progetto?

La strada da prendere è stata decisa dal gruppo di lavoro coordinato dal Comune di Magione, con il suo Assessore alla Cultura Vanni Ruggeri, costituito dalla Lega Navale sezione Trasimeno, dalla Cooperativa Pescatori del Trasimeno, dal Circolo Rematori di San Feliciano, da Sistema Museo, dalla locale Pro Loco, dall’A.R.B.I.T. (Associazione Recupero Barche Interne Tradizionali), dall’Università di Perugia con il progetto A.L.L.I. (Atlante Linguistico dei Laghi Italiani), da me e Rosanna, come progetto Trasimeno in Dialogo.

Quando e come si è concluso il progetto?

Dopo qualche mese di certosino lavoro, il 15 dicembre 2018, il Barchetto del Trasimeno – presentato in tutta la sua bellezza – è stato posizionato nello stesso luogo di quello andato distrutto e consegnato alle comunità di San Feliciano e del Trasimeno, durante una cerimonia ufficiale avvenuta sul piazzale antistante il Museo della Pesca e del Lago Trasimeno a San Feliciano di Magione. Da qui il rammarico e il profondo dispiacere di non essere stato presente alla cerimonia per un motivo, imprevisto e lontano dalla mia volontà, di carattere puramente personale. Vorrei ricordare che LACEP e Della Ciana Legnami hanno realizzato a proprie spese la copertura di protezione (fino ad allora inesistente) del nuovo Barchetto.

Da lei abbiamo sentito parlare di quattro chiodi e di un dragone. Cosa intende dire?

Il dragone non è quello che ci immaginiamo tutti, che vola e sputa fuoco ma, è l’asse che unisce le tavole di riempimento del fondo della barca davanti e dietro all’uscio. Nelle vicinanze si trovano i peducci, staffe di legno a forma di L che collegano il fondo della barca con il suo fianco. Nella barca ci sono peducci sia a destra sia a sinistra e, come i dragoni, sono fondamentali per la tenuta e la robustezza dell’imbarcazione. I quattro chiodi sono quelli che avevo raccolto tra le ceneri del precedente barchetto e ho chiesto a Cristiano Vaselli di batterli a forza nella struttura lignea della nuova barca. Quindi nel ricostruito Barchetto del Trasimeno i quattro cavalieri sono stati inseriti nel peduccio centrale della fiancata di sinistra (il lato dove si trova anche la guida del timone e più precisamente in basso e sulla sinistra dell’area della cabina), in corrispondenza della sua parte mediana e nell’adiacente dragone.

I quattro chiodi hanno un valore simbolico o un messaggio che ci vuole spiegare?

I quattro chiodi rappresentano altrettanti pensieri che mi hanno costantemente accompagnato in questo progetto: l’incertezza, il sogno/desiderio, la concretezza, l’integrazione. L’incertezza in quanto, fin dall’inizio, per una serie di motivi, non c’era sicurezza del risultato finale e nulla era scontato. Sogno e desiderio, corrispondono alla volontà di veder navigare nelle acque lacustri il nuovo Barchetto e che lo stesso potesse rappresentare un’attrazione per un turismo responsabile e sostenibile. Concretezza, perché essa è la forza di tradurre intenzioni e idee in fatti e sostanza. Integrazione, infine, perché essa trova la sua valenza nell’atteggiamento e nel comportamento della popolazione come sostegno e spinta alla realizzazione del progetto, così come la positiva e riuscita complementarietà tra pubblico e privato.

Cosa ha voluto dire questa iniziativa per le comunità di San Feliciano e del Trasimeno?

Questa iniziativa rappresenta una condivisone d’intenti delle comunità, dove un gioco di squadra ha messo in pratica una delega suggerita da un vento ispiratore presente tra i tanti occhi speranzosi e fieri della gente. Allo stesso modo, porta un messaggio per tutti i giovani volenterosi: Con la convinzione e la forza delle idee e della concretezza, si può tendere a realizzare i sogni della propria vita… anche senza chiodi e dragoni.

Adesso che il Barchetto del Trasimeno è terminato, cosa succede?

Ovviamente dopo il 15 dicembre 2018, con la consegna del nuovo barchetto alle comunità, posso dire con orgoglio e secondo i patti: «Io mi fermo qui!» Il Comune di Magione, il Museo di San Feliciano, la Pro Loco, la Cooperativa Pescatori, la Lega Navale sez. Trasimeno e il Circolo Rematori di San Feliciano si occuperanno della custodia, cura, gestione, manutenzione e promozione turistica del nuovo Barchetto del Trasimeno, localmente detto anche Barchino. Sono in progetto e in atto delle iniziative per le quali il Barchetto del Trasimeno sarà presente ad alcuni eventi come simbolo e protagonista di attività promozionali e turistiche del territorio lacustre.

 

Barchetto del Trasimeno terminato

Vuole aggiungere qualcosa?

Vorrei ringraziare di cuore tutti quelli che hanno spinto con fare positivo verso la realizzazione di tutto ciò. Un grazie speciale va alla mia socia d’avventura, l’amica Rosanna Milone, persona fantastica e straordinaria.

C’è una frase con cui vorrebbe chiudere questa intervista?

Il Trasimeno, una volta conosciuto, lo amerai per sempre.

Mi scusi, ma qual è il suo nome?

Io mi chiamo Tarsminass (n.d.r. sorride), come l’antico nome etrusco del lago Trasimeno. In quel momento improvvisamente presero vita dei meravigliosi fuochi d’artificio che, riflessi e proiettati sulle placide acque del Lago, indicavano la chiusura della Festa del Giacchio di San Feliciano. Lo sguardo fu rapito dalla loro bellezza e quando terminarono mi voltai, ma il mio misterioso interlocutore era scomparso…

Interconnessione, accessibilità, cultura, competenza e bellezza. Sono questi i cinque pilastri che sostengono il progetto Umbria Smart Land proposto dall’Associazione dei Borghi più Belli d’Italia in Umbria, a firma del presidente Antonio Luna.

 

Il Decalogo per una rinascita del territorio regionale poggia su un’attenta analisi della situazione regionale, che fotografa un territorio segnato da una forte disoccupazione, da una scarsa qualità del lavoro e da una modesta redditività, da una marcata disuguaglianza sociale, strutturalmente marginale e con grandi difficoltà di connessione al resto dell’Italia. Dalla parte analitica si passa a quella progettuale volta innanzitutto a spiegare i cinque capisaldi e come essi possano essere generatori di progettazione, di buon governo, di opportunità di vita e professionali, di benessere sociale e di creare una comunità coesa e consapevole. In una parola creare una smart land, ossia un percorso sistemico per valorizzare i territori, un modello di sviluppo territoriale basato su green economy e accelerazione digitale.

 

 

L’obiettivo dell’Associazione dei Borghi più belli d’Italia è proprio quello di presentare una carta-manifesto destinata a politici, amministratori, categorie professionali, associazioni e cittadini volta a delineare un percorso di ripresa del territorio che si appoggi all’antico con strumenti moderni, mirando a valorizzare le eccellenze. Dalla rete dei borghi potrà dunque svilupparsi un modello di smart land, che a partire dall’Umbria, potrà poi essere esportato in altre realtà regionali. Hanno parlato di tutto questo ieri a Palazzo della Provincia in un’apposita conferenza stampa – coordinata da Laura Zazzerini, direttore editoriale di AboutUmbria Magazine – Fiorello Primi, presidente del Club I Borghi più belli d’Italia, Antonio Luna, redattore del progetto e presidente dell’Associazione I Borghi più belli d’Italia in Umbria e Gabriele Lena, presidente dei Int.Geo.Mod e coordinatore del gruppo di lavoro Pro.Borg.Um.

Era il 2005 quando, nell’affondare gli escavatori in un campo appena fuori le mura di Spello, emerse qualche lacerto di un mosaico antico, rimasto a lungo celato agli occhi degli uomini, ma destinato ad aggiungere un ulteriore tassello alla storia della verde cittadina umbra.

Foto di Eleonora Cesaretti

Ciò che non si poteva immaginare era che quelle poche tessere non erano che la punta di un massiccio iceberg il quale, più che in profondità, si espandeva per ben 500 metri quadrati sotto i piedi degli ignari abitanti della tranquilla località Sant’Anna. Gli scavi prontamente intrapresi dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, dalla Regione Umbria e dal Comune di Spello – seguiti da una minuziosa opera di restauro – hanno poi rivelato l’appartenenza dei mosaici ai pavimenti di una villa risalente all’età imperiale. È pur vero che una prima fase costruttiva risale all’età augustea (27 a.C.-14 d.C.), ma la dimora deve aver toccato il suo massimo splendore più tardi, tra il II e l’inizio del III secolo, quando un facoltoso quanto sconosciuto proprietario terriero con una vocazione per la viticoltura aveva fatto venire da Roma le maestranze necessarie alla costruzione della sua dimora.  

 

 

Un percorso di sensi

La produzione vitivinicola doveva essere quello che oggi chiameremmo il core business per questo misterioso imprenditore: la stanza principale della villa, quella dei banchetti, presenta decorazioni ispirate a Bacco, alla vendemmia e in generale al mondo del vino. Una decorazione a cuscini, con animali selvatici e domestici – pantere, cervi, cinghiali, anatre – figure fantastiche come tigri marine e figure antropomorfe, si chiude attorno a una scena di mescita di vino, in cui un servitore versa il vino in una coppa in mano al coppiere. Il vino traboccante è poi raccolto in un cratere poggiato a terra, come era uso nei luculliani pasti romani. Altri personaggi, disposti simmetricamente, richiamano il mondo dell’agricoltura tramite gli elementi vegetali che tengono in mano.

Foto di Eleonora Cesaretti

Alla buona tavola guarda, assieme alla caccia, anche la cosiddetta Stanza degli Uccelli, mentre il commercio di vino è omaggiato dalla Stanza delle Anfore, la cui decorazione geometrica a quattro anfore disposte a croce trova una corrispondenza solo in una villa di Roma. Si trattava forse di una sala da pranzo privata.  

Il mosaico della Stanza delle Anfore, foto di Eleonora Cesaretti

Decorazioni geometriche si ripetono nella Stanza del Mosaico geometrico e nella Stanza degli Scudi greci a luna crescente che, al pari del peristilio di cui si indovina il colonnato, testimoniano il prestigio di cui godeva la cultura greca presso i Romani. Una vera e propria opera d’ingegneria è invece ravvisabile nel cosiddetto ambiente riscaldato, una stanza di epoca più antica rispetto alle precedenti, in cui sono ancora oggi ammirabili le sospensurae, dei pilastrini di mattoni che formavano un’intercapedine tra le fondamenta e l’edificio permettendo una sorta di riscaldamento a pavimento ante litteram 

La stanza riscaldata. Foto di Eleonora Cesaretti

Moderno a supporto dell'antico

La stessa struttura museale, con la sua copertura di legno lamellare che mima la sagoma di tre onde e le sue pareti di calcestruzzo pigmentato, ricorda la tonalità delle murature in pietra del centro storico e sembra inserirsi perfettamente nell’ambiente cittadino cui, idealmente, si riallaccia anche tramite le ampie vetrate. Il connubio tra antico e moderno si completa grazie al percorso museale che, aprendosi con una serie di tablet utili a illustrare gli usi e i costumi dei Romani, termina poi con un’audioguida della quale si può usufruire attraverso un’App gratuita che si attiva in prossimità dei pannelli illustrati.  

 


ORARI DI APERTURA 

gennaio e febbraio: sabato, domenica e festivi 10.30-13.00 / 14.30-17.00
marzo e ottobre: dal martedì alla domenica e festivi 10.30-13.00 / 14.30-17.00
aprile-settembre: dal martedì alla domenica e festivi 10.30-13.00 / 15.00-18.30
novembre: sabato, domenica e festivi 10.30-13.00 / 14.30-17.00
dicembre fino al 6 gennaio: dal martedì alla domenica 10.30-13.00 / 14.30-17.00 
È sempre garantita l’apertura straordinaria su prenotazione. 

TARIFFE 

Intero € 6 | Ridotto A: € 4 (gruppi superiori alle 15 unità, convenzionati) | ridotto B € 2 (ragazzi tra 6 e 14 anni) | Speciale residenti € 2 | Omaggio (bambini fino 6 anni, fruitori delle attività didattiche, giornalisti con tesserino, soci ICOM). 
Nei giorni di apertura delle Torri di Properzio, il biglietto ne comprende la possibilità di visita senza costi aggiuntivi. 
È possibile prevedere l’emissione di un biglietto unico con la Pinacoteca Comunale (biglietto unico della convenzione Umbria Terre Musei che permette l’accesso a 16 musei della regione: www.umbriaterremusei.it). 

Il tartufo e i salumi di Norcia, i formaggi di Vallo di Nera, i vini di Montefalco, Torgiano e Corciano, così come l’olio di Castiglione del Lago, di Lugnano in Teverina eTrevi: l’Umbria da gustare.

Nulla rappresenta l’Umbria come la varietà e la genuinità dei prodotti enogastronomici: legumi e cereali, ma soprattutto il frutto delle trasformazioni operate dall’uomo – formaggi, salumi, prodotti panificati, olio, vino. Una rosa di alimenti che, soli, rappresentano una regione estremamente legata alla terra, perfetta espressione del paesaggio che la caratterizza.
Una convinzione diffusa vuole che i cosiddetti piatti tipici siano anche antichi, frutto di una lunga tradizione locale e rurale. In realtà, i cibi giunti fino a noi dal passato sono ben pochi: sicuramente non figurano tutti quegli ingredienti provenienti dal Nuovo Mondo – patate, pomodori, mais, fagioli, cioccolato – che in Europa trovarono larga diffusione solo dal 1800 e che pure costruiscono l’elemento principale di piatti definiti locali o rurali. Anzi, molti di questi prodotti erano appannaggio delle classi più abbienti, che però erano solite gustarsi pietanze molto ricche e speziate, frutto di cotture multiple, in cui venivano occultati non solo il sapore e l’aspetto naturale, ma anche la tipicità e la logica della stagioni. Così, quella che oggi viene romanticamente considerata tradizione enogastronomica, il realtà non è che il retaggio degli ultimi due secoli, specie del periodo tra le due guerre.


La vera cucina rurale e regionale nasce nel XVIII in Francia, dove cominciano a essere sperimentate preparazioni più semplici ma, paradossalmente, più dotte, caratterizzate da alimenti freschi, verdure, erbe aromatiche e da una separazione ben netta tra i sapori. Prima che il nostro orgoglio nazionale ne esca ferito, c’è da specificare che i nostri connazionali parteciparono a questa rivoluzione proponendo una cucina ancor più garbata e semplice, ponendosi per la prima volta il problema dell’identità culinaria e delle tradizioni locali. Lentamente nacquero i primi ricettari, dove la nuova gastronomia francese o francesizzante si mescolava alla cucina popolare delle occasioni solenni – feste, riti propiziatori, occasioni di aggregazione legate a particolari momenti dell’anno. Si sa, il cibo da sempre stimola i rapporti umani, al punto che eventi come la vendemmia, la battitura del grano, la raccolta dello olive o l’uccisione del maiale si traducevano in occasioni di convivialità, veri e propri esempi di compenetrazione tra territorio e enogastronomia.

Il maiale e il tartufo

I ricchi, abituati alla cacciagione, consideravano il maiale cibo da poveri. In realtà, le famiglie che potevano permetterselo, si assicuravano nutrimento per un anno: il maiale, insieme ai suoi derivati, era un ottimo ricostituente per i contadini provati dalle fatiche agricole. Norcia, famosa oggi come allora per la presenza dei norcini, è stata da tempo associata ai salumi grazie all’uso attento delle tradizionali tecniche di lavorazione della carne – peraltro mutuate sulle procedure dei chirurghi preciani, veri e propri pionieri nel trattamento dei mali che da sempre affliggono l’uomo. Tra i prodotti più celebri spicca il Prosciutto di Norcia IGP, ma non mancano insaccati e prodotti caseari – si pensi alla grande mostra mercato Fior di Cacio, che anima il borgo di Vallo di Nera con degustazioni, cooking show, laboratori per bambini e con la maxi ricotta presentata dai Cavalieri della Tavola Apparecchiata – spesso arricchiti anche dal tartufo che, proprio a Norcia, veniva un tempo cacciato con le scrofe, attirate dall’androsterone presente nel tartufo come nel feromone dei maschi. I Romani, che ne erano ghiotti, lo chiamavano funus agens, perché provocava indigestioni mortali, mentre, in epoca moderna, si pensava che avesse delle proprietà afrodisiache, forse proprio per quella stessa analogia tra il maiale e l’uomo da cui a Norcia nacque il mestiere del chirurgo.

Il vino

L’Umbria può vantare ben due DOCG in ambito vinicolo: il Sagrantino di Montefalco e il Torgiano Rosso Riserva. Montefalco si è caratterizzato fin dal passato per la cura del vigneto, geneticamente poco produttivo – negli anni Sessanta era quasi scomparso – e per la produzione di un vino rosso rubino dipinto anche da Benozzo Gozzoli nel ciclo ispirato alla vita di San Francesco, posto proprio nella chiesa di San Fortunato, nel centro cittadino. Il prodotto di questi uvaggi puri o misti, ma al cento percento provenienti da vitigni autoctoni, trova largo impiego non solo negli abbinamenti, ma anche nella preparazione stessa di primi piatti e cacciagione. Dal canto suo, Torgiano Riserva, che per disposizione del disciplinare deve essere sottoposto ad almeno tre anni di invecchiamento – dei quali sei mesi in bottiglia, di vetro tipo bardolese o borgognotta – è perfettamente indicato per pastasciutte, pollame nobile, arrosti e formaggi stagionati. Viene anche diluito e utilizzato per comporre delle opere inedite: ogni anno, gli artisti di Torgiano dipingono infatti i vinarelli, sorta di acquerelli color borgogna venduti per sostenere le attività culturali del borgo.
Tutte queste roccaforti di produzione sono comprese in specifici itinerari, la cui chiave di volta è l’eccellenza: Torgiano è compreso sotto la Strada dei Vini Cantico, mentre l’Associazione Strada del Sagrantino abbraccia Montefalco e le sue colline.
Ma i percorsi non finiscono qui: la Strada del Vino Colli del Trasimeno comprende, ad esempio, i borghi di Corciano – definita anche città del pane per la sua lunga tradizione produttiva ma, prima di tutto, animata dall’annuale Castello diVino, ricco di concorsi a tema e degustazioni – e Castiglione del Lago, famosa anche per la regina in porchetta, la carpa del lago aromatizzata al prosciutto.
Non possiamo certo dimenticarci del vin santo, produzione che risente della vicina Toscana, ma che a Citerna trova, nella sua variante affumicata, la denominazione di Presidio Slow Food. Essendo questa una zona da lungo tempo votata alla coltivazione del tabacco, per ottimizzare gli spazi sia le foglie sia i grappoli venivano appesi alle travi, in modo che entrambi potessero seccarsi grazie ai camini o alle stufe. Il fumo che, inevitabilmente, si sprigionava, finiva per donare alle uve quel tipico retrogusto di affumicatura che ancora oggi caratterizza la produzione citernese.

L'olio

L’Umbria e il suo cuore verde sono stati declinati in modi innumerevoli: dalle foreste all’ombra che esse generano, il nome stesso della regione parla di vegetazione, rigogliosa e fresca. Ma come non pensare al verde-argenteo degli olivi che presidiano i pendii?
Per Trevi passa la fascia olivata, una zona, posta a trecento metri di altitudine e lunga 35 km, iscritta nel catalogo dei Paesaggi Rurali Storici per il modo in cui ha cambiato non solo il paesaggio, rendendolo caratteristico, ma anche le vite degli uomini che da tempo se ne prendono cura. La conseguente produzione di olio la annovera, a buon diritto, tra le Città dell’Olio, tra le quali spicca anche il borgo di Lugnano in Teverina: luoghi in cui la tradizione olivicola fa rima con ambiente, con territorio e con un patrimonio umano da tutelare.
Ma che fa il paio, soprattutto, con un’attività antichissima, testimoniata dagli ultimi baluardi di un tempo che fu: olivi millenari, come quello a Villastrada, nel borgo di Castiglione del Lago, o quello a Bovara di Trevi, vecchio 17 secoli, sul quale sembra che fu decapitato nientemeno che il vescovo Emiliano, poi divenuto santo.

«A trentasette chilometri da Terni su un terrazzo alluvionale, a quota 292, prossimo al fondo-valle, sulla sinistra del Tevere. È un piccolo centro, una villa-castello, dalla faccia medioevale, che appare come un borgo compatto con mura dirute». (M. Tabarrini)

panorama-giove

Veduta panoramica di Giove

Origine del nome

Sebbene i più facciano derivare il toponimo da un antico culto a Giove, non essendo stata trovata alcuna traccia di un tempio dedicato al dio romano è più corretto pensare che il nome derivi dalla sua posizione geografica che mostra l’abitato in una sommità situato tra due valli. In tal modo il nome deriverebbe dal latino jugum, ossia giogo. Anche le prime attestazioni storiche sembrano avvalorare questa ipotesi: infatti l’attuale comune in un documento del 1191 è denominato «Castel di Juvo o Iugo»[1].

Storia

Numerosi reperti archeologici attestano un antico insediamento romano, ma l’attuale aspetto di Giove è chiaramente di origine medievale. Il territorio, anticamente dei Signori di Baschi, fu a lungo conteso tra Todi e Orvieto. Nel 1320 si impossessò del castello e dei territori circostanti Sciarra I Colonna e ai Colonna lo contesero a lungo gli Orsini. Nel 1378 i feroci Bretoni, condotti in Italia dall’antipapa Clemente VII, si stanziarono nella zona devastando pesantemente l’abitato e i territori limitrofi. Nella metà del XV secolo presero possesso di Giove gli Anguillara, ma Paolo II riuscì a riportarlo tra i beni della Chiesa nel 1465. Le mura del castello vennero distrutte quando nel 1503, dopo una strenua resistenza, Giove fu conquistato da Cesare Borgia. Nel 1545 vi si insediò, con la carica di governatore pontificio Ottavio Farnese, e nel 1597 Matteo Farnese alienò il feudo a Ciriaco e Asdrubale Mattei. Nel 1646 il territorio di Giove venne devastato da una tremenda inondazione del Tevere. Con la Restaurazione, Giove fu elevato a comune baronale[2].

 

Scorcio di Giove. Foto gentilmente concessa dal C0mune di Giove.

Palazzo Ducale

Edificato per volere di Asdrubale e Ciriaco Mattei sui preesistenti resti di un castello medioevale, si presenta come un edificio rinascimentale di grande imponenza. Dai Mattei, insigniti del titolo di marchesi di Giove da Urbano VIII nel 1643, passò ai Canonici quando Caterina Mattei lo trasmise al figlio Carlo. Morto Carlo senza eredi, il palazzo divenne proprietà del marchese Carlo Teodoro Antici di Recanati. È questo il periodo nel quale venne ospitata nel palazzo Adelaide Antici, madre di Giacomo Leopardi. Dagli Antici passò ai Ricciardi, poi al generale Mario Nicolis di Robilant, che vi ospitò nel 1910 Vittorio Emanuele III, e nel 1936 ai conti d’Acquarone. Nel 1985 è stato acquistato dallo statunitense Charles Robert Band e trasformato in un raffinato Relais. L’edificio – che ha 365 finestre, una per ogni giorno dell’anno – è strutturato in cinque piani, mentre le torri angolari presentano un ulteriore piano abitativo. È ancora integra la rampa di scale percorribile dalle carrozze fino al piano nobile. I saloni interni sono decorati con pitture di argomento mitologico attribuite a Domenico Zampieri, detto il Domenichino, a Paolo Caliari, detto il Veronese e ad Orazio Alfani[3].

Chiesa di S. Maria Assunta

In stile rococò, con tardivi elementi barocchi, presenta una facciata inquadrata da due campanili simmetrici. Fu terminata su progetto forse dei Fontana nel 1775 a sostituire dentro le mura l’antica chiesa di San Giovanni Battista, della quale restano oggi soltanto pochi segni in una casa privata. All’interno – a croce greca con cupola – è conservata una tavola con l’immagine della Madonna Assunta che da alcuni è attribuita a Niccolò Alunno, mentre secondo altri si deve alla scuola dell’Alunno. Interessante anche l’organo, posto sopra la porta d’ingresso, che per le peculiarità costruttive viene considerato lo strumento moderno più interessante dell’intera provincia di Terni.

Chiesa della Madonna del Perugino

La chiesa deve il suo nome all’immagine della Madonna posta sull’altare detta appunto Madonna del Perugino, per la sua fine fattura. In realtà si tratta di un dipinto commissionato nel XVII secolo da Francesco Caffarelli, un abitante di Giove proveniente da Perugia e per questo chiamato il Perugino. La chiesa custodisce anche numerosi ex voto.

Convento di Santa Maria del Gesù

Fondato a seguito di una donazione di Felicita Colonna all’inizio del XVII secolo, fino al 1870 fu proprietà dei Francescani, quindi degli Oblati di San Francesco e infine dei Marianisti. Da alcuni anni il convento ospita un centro naturista, Il Germoglio.

 

borgo_giove

Palazzo Ducale, foto gentilmente concessa dal Comune di Giove.

 


[1] L’ipotesi della derivazione dal latino jugum viene sostenuta da L. Canonici, Alviano. Una rocca, una famiglia, un popolo, Porziuncola, Assisi 1983, mentre seguendo la tradizione popolare M. Tabarrini, s.v. Giove, in M. Tabarrini, L’Umbria si racconta. Dizionario, v. 2 : E-O, [s.n.], Foligno 1982, pp. 150-151 propende per il toponimo derivante da un preesistente culto per il dio romano.

[2] Pe notizie storiche più diffuse si veda M. Tabarrini, cit. che è anche la fonte delle notizie riportate dal sito  www.mondimedievali.net/Castelli/Umbria/terni/giove.htm e del sito http://www.castellogiove.it. Per la prenotazione delle visite si veda: http://www.castellogiove.it.

[3] Le informazioni sono tratte da M. Tabarrini, cit. e dal sito  www.mondimedievali.net/Castelli/Umbria/terni/giove.htm.

 

Per saperne di più su Giove

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Per alcuni ha origine a Siena, durante la furiosa epidemia di peste del 1348, quando un medico aveva preso l’abitudine somministrarlo ai malati; per altri, invece, sembra sia nato da un’esclamazione volata nella mensa del Concilio di Firenze del 1439 e da un malinteso. Quale che sia la storia, è indubbio che il vinsanto debba il suo attributo a qualche proprietà particolare, magari miracolosa. O forse alla sacralità del procedimento che serve per ottenerlo.

vin santo

Le uve per il vin santo

Un lavoro da farsi con la luna calante

«Vuoi assaggiare questo nettare? Ma questo non è un vinsanto, è un nettare! Oh amabile sorbetto, nettare prezioso e delicato». (Goldoni)

Bevanda da dessert dal colore ambrato, il vin santo è il prodotto più fine delle uve Trebbiano e Malvasia, come pure del Grechetto, del Cannaiolo, della Vernaccia e di San Colombano. In Toscana è ottenuto anche da uve San Giovese, tanto da essersi guadagnato l’epiteto di Occhio di Pernice. Quali che siano gli uvaggi scelti, la creazione del vin santo presuppone una scelta: i grappoli migliori, a uno stato di maturazione non troppo avanzato – in modo che le bucce possano resistere all’appassimento – vengono raccolti e appesi per tre, o addirittura quattro mesi, in modo che appassiscano. Era credenza diffusa che i grappoli, singoli o coppidi, cioè doppi, non sarebbero marciti se fossero stati appesi in fase di luna calante (o dura).
Diffuso nell’Alta Valle del Tevere e nella vicinissima Toscana, il vin santo acquista però a Citerna quella nota affumicata che lo ha reso Presidio Slow Food. Le vaste pianure sottostanti il borgo, come pure l’abbondanza d’acqua, avevano infatti permesso alla zona di essere eletta a luogo ideale per la coltivazione del tabacco, destinato ai Monopoli di Stato. Così, per ottimizzare gli spazi, grappoli e foglie venivano appesi alle travi del soffitto in modo che potessero seccarsi col calore delle stufe e dei camini. Fonti di calore che, inevitabilmente, finivano per sprigionare anche del fumo, donando alle uve il tipico retrogusto di affumicatura.

 

Una fermentazione difficile

Il vin santo ormai passito viene poi pigiato e fatto fermentare – con o senza vinacce – in caratelli di legno con una capienza che oscilla dai 15 ai 50 chilogrammi. Le dimensioni di questi contenitori la dicono lunga sulla qualità della bevanda che si finirà per ottenere. Innanzitutto danno la misura della produzione del vin santo, estremamente contenuta: mediamente un quintale d’uva, una volta terminata la fase di essiccazione, arriva a pesare 30-35 chilogrammi, e deve essere ancora pigiato.
In seconda istanza, contenitori di tali dimensioni permettono di sacrificare solo una piccola parte della preziosa annata, nel caso qualcosa dovesse andare storto in fase di fermentazione. Questo passaggio è infatti estremamente delicato: dato il forte appassimento, il mosto del vin santo ha una concentrazione zuccherina molto elevata che, a sua volta, comporta un alto tenore alcolico. L’agente lievitante contenuto nella pruina – la sostanza cerosa che ricopre gli acini proteggendoli dai raggi ultravioletti e dalla disidratazione – difficilmente riesce a sopravvivere a tenori alcolici superiori al 13%, e qui stiamo parlando di valori che possono raggiungere anche il 19%.
I produttori, per arginare questo problema, si servono della feccia delle annate precedenti, ovvero di una specie di deposito che, conservato di anno in anno e ripartito nei vari caratelli, è capace di stimolare la fermentazione. A questo proposito, la feccia viene chiamata madre e, dal momento che rimane anche nel legno dei caratelli stessi, questi vengono riutilizzati senza essere prima lavati.

Il vino ambrato

Una volta riempiti per ¾, i contenitori vengono sigillati e stoccati –in passato venivano posti in soffitta, in modo che fossero esposti alle escursioni termiche, ritenute benefiche – e lì rimangono per almeno tre anni. L’incertezza sulla buona riuscita del vino aleggia fino all’apertura dei caratelli, quando si saprà se la feccia madre sia riuscita o meno a far fermentare il mosto, salvandolo dal marcescenza. È curioso che, a Citerna, proprio il vin santo venisse usato per ammorbidire le foglie del tabacco che, sottratte al Monopolio di Stato, venivano nascoste in casse di latta e sepolte nei campi. Tuttora, in Toscana, i fumatori di sigaro sono soliti inzupparli nel vin santo per gustarli meglio.

 


Sitografia:

www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/vinosanto-affumicato-dellalta-valle-del-tevere/

www.ilportaledelleosterie.it

www.wsimag.com

Norcia appartiene al Club de
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Il dio greco Dioniso, chiamato anche Bacco (“il rumoroso”), è una figura fondamentale della religiosità e della mitologia antiche; egli rappresenta la forza produttiva della natura, la potenza germinativa che regola i cicli dell’agricoltura ed è considerato l’inventore del vino, la bevanda meravigliosa, fonte di gioia e soave lenitivo per le sofferenze degli uomini ai quali insegnò l’arte della sua produzione.

Il mito di Dioniso

Cippo A, Dioniso

La leggenda relativa alla nascita del dio lo indica quale frutto dell’amore tra Zeus, re degli dei, e Semele, fanciulla mortale figlia di Cadmo, sovrano di Tebe. Era, sposa legittima di Zeus, venuta a conoscenza del tradimento si ingelosì e, volendo punire la rivale, prese le sembianze della sua nutrice, suscitando nella fanciulla il desiderio di contemplare l’amante nel pieno del suo splendore divino. Zeus le apparve dunque nella forma della sua suprema maestà, il fulmine, tanto che Semele, già in attesa di Dioniso, ne rimase folgorata e morì incenerita dando alla luce il bambino prematuro; Zeus allora prese il nascituro e se lo cucì all’interno di una coscia per portarne a compimento lo sviluppo e, una volta  nato, lo consegnò ad Ermes perché lo proteggesse dalle ire della sua sposa. Costui condusse il neonato ad Orcomeno e lo affidò alle cure di Ino, sorella di Semele, e di suo marito Atamante, suggerendo loro di travestirlo da bambina affinché Era non lo riconoscesse; lo stratagemma non servì però ad ingannare la regina degli dei che, furiosa, portò i due alla follia inducendoli ad uccidere i loro stessi figli. Ermes riuscì a trarre in salvo Dioniso e, condottolo sul monte Nisa, lo affidò ad un gruppo di Ninfe che ebbero il compito di allevarlo all’interno di una grotta. Una volta divenuto adulto, fu ancora oggetto della furia di Era e, impazzito, cominciò a vagare per i luoghi più remoti del mondo, giungendo fino in India. Di ritorno in Grecia, egli giunse a Tebe, in Beozia, dove è ambientato uno degli episodi più noti della sua saga, reso immortale dalla celeberrima tragedia di Euripide Le Baccanti. Dioniso, desideroso di istituire il proprio culto, arrivò in città sotto mentite spoglie, ritenuto da tutti un semplice banditore della nuova religione; immediatamente le donne furono sopraffatte dalla follia dionisiaca ed abbandonate le loro case corsero sul monte Citerone dove cominciarono a compiere azioni portentose: esse allattavano cerbiatti e lupacchiotti, facevano sgorgare acqua dalle rocce, vino e latte dalla terra, miele dai tirsi, sbranavano animali, si cibavano di carne cruda. Il re locale Penteo, sconvolto dal sovvertimento dell’ordine costituito, fece imprigionare il dio, il quale si liberò con un prodigio e persuase lo stesso sovrano a recarsi sul monte in abiti femminili per spiare gli strani rituali compiuti dalle sue concittadine; ma egli fu scoperto e le donne, in preda al furore dionisiaco, lo scambiarono per un leone e lo fecero a pezzi. Agave, madre dello stesso Penteo, brandendo il macabro trofeo, tornò a Tebe dove rinsavì poco a poco e, resasi conto dell’orrendo delitto, fu colta da disperazione.

Il culto e l’estasi

Cippo B, Menade danzante

Il culto tributato a Dioniso è di tipo estatico; chi vi prende parte è in preda al furore bacchico detto anche mania. La musica, la danza, il vino sono elementi fondamentali del rituale e provocano nei partecipanti uno stato di eccitazione e di follia, in cui gli elementi caratteristici del kosmos greco sono sovvertiti. L’alienazione dalla realtà immette nel mondo dell’illusione dove l’ordine precostituito è sconvolto, le differenze sociali sono annientate; in questa sfera illusoria le donne abbandonano i loro ruoli tradizionali, l’umile diviene potente, l’infelice diviene felice. Dioniso appare così come un liberatore, colui che, seppur in maniera effimera, affranca gli uomini dalle sofferenze donando loro la pienezza della gioia, aiutandoli ad oltrepassare i propri limiti umani e conducendoli verso una condizione che nella vita reale è loro preclusa. Lo stesso corteggio del dio, o thiasos dionisiaco, è composto da creature con caratteristiche solo parzialmente umane; si tratta dei satiri e delle menadi o baccanti, rispettivamente uomini dall’indole e dai tratti ferini, manifestazioni della natura selvaggia, e donne in preda all’ebbrezza dell’alcool che si scatenano in danze sfrenate.

I cippi dionisiaci

Nel maggio del 1986, i lavori di ristrutturazione di una casa privata di via Reguardati, a Norcia, condussero al rinvenimento di una coppia di reperti di alto valore archeologico e artistico: due cippi gemelli scolpiti con scene relative alla saga di Dioniso, attualmente conservati presso Criptoportico Romano di Porta Ascolana della medesima cittadina. Entrambi i pezzi hanno forma cilindrica, leggermente rastremata verso l’alto e sono realizzati in pietra grigiastra locale; il cippo denominato A è alto 65 cm con diametro di 38.5 cm alla base e di 35.5 cm nella parte superiore; al centro della rappresentazione compare Dioniso giovane, visto di profilo, con la mano destra poggiata al tirso, mentre con la sinistra, distesa lungo il fianco, regge il kantharos.

cippi dionisiaci nursini

Riproduzione grafica del Cippo A

Il dio è nudo, vestito unicamente di un drappo che gli avvolge il torace, forse una pelle ferina, e dei calzari. Ai lati compaiono due figure femminili panneggiate, identificabili con delle menadi colte nell’atto di danzare come mostrano le teste rivolte all’indietro, i piedi sollevati dal suolo e i drappeggi degli abiti, volti a sottolineare i movimenti vorticosi del ballo. La figura posta alla destra di Dioniso sorregge un timpano, mentre quella alla sua sinistra, separata dal dio da una palmetta stilizzata, tiene una spada in una mano e una testa umana mozzata nell’altra. Quest’ultima figura è di fondamentale importanza per l’interpretazione della scena, permettendo di identificare con esattezza la vicenda rappresentata, riferibile all’episodio tebano sopra menzionato.

cippi dionisiaci da norcia

Riproduzione grafica del Cippo B

Il cippo B è alto 63 cm con diametro di 41 cm alla base e di 37 cm nella parte superiore; la scena è del tutto simmetrica alla precedente, analogamente composta di tre figure umane e una palmetta. Al centro è un satiro nudo, con un drappo sulle spalle, che suona il doppio flauto fiancheggiato da due menadi danzanti simili a quelle del cippo A; la donna posta sulla destra regge un tirso sopra le spalle, mentre quella a sinistra percuote un timpano con la mano. I reperti possono essere datati alla prima età imperiale (inizi del I sec. d.C.).
Assai difficile dire quale fosse l’esatta funzione dei cippi, anche se appare verosimile attribuire ad essi un valore sacrale, forse legato a specifiche pratiche cultuali legate al culto dionisiaco molto diffuso in ambito italico non solo a Roma, ma anche nelle province.

 

R. Cordella-N. Criniti, Iscrizioni latine di Norcia e dintorni, in Quaderni di Spoletium 1, Spoleto 1982.
R. Cordella-N. Criniti, Nuove iscrizioni latine di Norcia, Cascia e Valnerina, in Quaderni di Spoletium 5, 1988.
D. Manconi, Norcia. Alcune attività sulla città romana, in Spoletium 33, 1988, 63-75

Castiglione del Lago appartiene al Club de
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Oltre novanta opere del grande artista: tre celebri serie di incisioni e acqueforti e un corpo unico di ceramiche, a Palazzo della Corgna di Castiglione del Lago fino al 5 novembre 2017, nella mostra dal titolo: Pablo Picasso. La materia e il segno. Ceramica, grafica.

mostra picasso a castiglione del lago

Uno dei ritratti di Honoré de Balzac esposti presso la mostra a Castiglione del Lago

Organizzata da Sistema Museo in collaborazione con Lagodarte e promossa dal Comune di Castiglione del Lago nell’anno in cui in diversi luoghi della penisola si ricordano, con eventi e mostre, i cento anni dal viaggio in Italia di Picasso, quella di Castiglione del Lago è una bella occasione per conoscere meglio uno dei più grandi artisti del XX secolo e visitare il borgo fortificato, uno dei centri turistici più importanti del Trasimeno.
La mostra è allestita in tre sale del piano nobile di Palazzo della Corgna, il biglietto è unico e permette l’accesso al circuito museale che comprende il Palazzo, le sue sale affrescate che dominano il Trasimeno, e la Rocca del Leone, entrambi simboli di Castiglione del Lago, uno dei borghi più belli d’Italia.
Dopo la scenografica Sala dell’Investitura, che celebra con gli affreschi di Pomarancio (sec. XVI) le gesta del Marchese Ascanio della Corgna, si raggiunge la prima sala espositiva, la Sala di Fetonte, dove sono esposte nove litografie di Picasso del 1957: una serie di otto ritratti di Honoré de Balzac, padre del Realismo letterario che verranno pubblicate in quegli anni come Balzac en bas de casse et Picassos sans majuscule più il frontespizio di un’edizione di Le Père Goriot di Balzac.

mostra picasso castiglione del lago

Testa di toro da La Carmen, Picasso

Picasso avrà un’intensa produzione incisoria che gli permetterà di sperimentare nella sua lunga carriera di artista diverse tecniche e materie, e di trasformare chimicamente e meccanicamente il segno grafico.
La seconda sala espositiva, allestita nella Sala dell’Eneide, propone dodici tavole in acquaforte e acquatinta del 1968, più un frontespizio, che Picasso realizza per illustrare la commedia teatrale Le Cucu Magnifique di Crommelynck, amico di vecchia data. Prendendo ispirazione dalle proprie conoscenze mitologiche, tra cui l’immancabile Minotauro, Picasso riesce a raccontare le conseguenze tragiche del sentimento della gelosia, ma con spirito farsesco. Il tracciato espositivo ci porta nella Sala degli Dei

mostra picasso a castiglione del lago

Testa di donna, Pablo Picasso

dove sono presenti trentotto tavole incise a bulino più due frontespizi del 1949, in cui Picasso evoca La Carmen, con una serie di visi di uomo e di donna stilizzati, costumi andalusi, teste di toro e corride, realizzate per illustrare la novella di Prosper Mériméé del 1845 trasposta in musica da Bizet nel 1875. Sarà l’ultima opera incisoria a bulino di Picasso a Parigi. Dal 1947 si trasferirà in Costa Azzurra dove prevarrà il suo interesse per la scultura, grazie alla presenza di molte manifatture ceramiche e forni. La ceramica gli permetterà di sperimentare la materia terra, modellandola e dipingendola trovando nuove soluzioni: la mostra presenta ventinove manufatti fittili del periodo 1948-1969, creazioni tradizionali e nuovi assemblaggi, reinvenzioni come i vasi strutturali, che perdono la loro funzione e diventano sculture, le brocche-gufo e i piatti con ritratto smaltati.


Orari di apertura: tutti i giorni ore 9.30-19. La biglietteria chiude mezz’ora prima. È possibile prenotare l’apertura straordinaria per visite riservate.
Biglietti: Il biglietto comprende la visita a Palazzo della Corgna e alla Rocca del Leone. Intero 8 euro; ridotto 5 euro (gruppi di oltre 15 unità, ragazzi fino a 25 anni); ridotto famiglia 18 euro (3 persone), 22 euro (4 persone); biglietto unico residenti Comune di Castiglione del Lago 4 euro; ridotto famiglia residente 10 euro (3 persone), 12 euro (4 persone); omaggio bambini fino a 6 anni.
Informazioni: Palazzo della Corgna 075 951099 – cooplagodarte94@gmail.com
Prenotazioni: Sistema Museo call center 0744 422848 (dal lunedì al venerdì 9-17, sabato 9-13, escluso i festivi) – callcenter@sistemamuseo.it


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